Charles Perrault – Cappuccetto Rosso – Lettura di Valerio Di Stefano – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere. La sua mamma n’era matta, e la sua nonna anche di pìù. Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.

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Charles Perrault – Barbablù – Lettura di Valerio Di Stefano – Audiobook – MP3 – OGG – Traduzione di Federico Verdinois

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Charles Perrault – I racconti delle fate – Traduzione di Federico Verdinois – Audiolibro – MP3

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  • Genesio, Ivan (ruolo: musicista)
  • Maschio, Enrica (ruolo: voce)
  • Perrault, Charles (ruolo: autore)
  • Pica Alfieri, Maria Letizia (ruolo:voce)
  • Pieri, Daniela (ruolo: voce)
  • Sposato, Ezio (ruolo:voce)
  • Volpi, Vittorio (ruolo:voce)

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Charles Perrault – Il gatto con gli stivali – Traduzione di Carlo Collodi

Un mugnaio, venuto a morte, non lasciò altri beni ai suoi tre figliuoli che aveva, se non il suo mulino, il suo asino e il suo gatto. Così le divisioni furono presto fatte: né ci fu bisogno dell’avvocato e del notaro; i quali, com’è naturale, si sarebbero mangiata in un boccone tutt’intera la piccola eredità. Il maggiore ebbe il mulino. Il secondo, l’asino. E il minore dei fratelli ebbe solamente il gatto. Quest’ultimo non sapeva darsi pace, per essergli toccata una parte così meschina. “I miei fratelli”, faceva egli a dire, “potranno tirarsi avanti onestamente, menando vita in comune: ma quanto a me, quando avrò mangiato il mio gatto, e fattomi un manicotto della sua pelle, bisognerà che mi rassegni a morir di fame.” Il gatto, che sentiva questi discorsi, e faceva finta di non darsene per inteso, gli disse con viso serio e tranquillo: “Non vi date alla disperazione, padron mio! Voi non dovete far altro che trovarmi un sacco e farmi fare un paio di stivali per andare nel bosco; e dopo vi farò vedere che nella parte che vi è toccata, non siete stato trattato tanto male quanto forse credete”. Sebbene il padrone del gatto non pigliasse queste parole per moneta contante, a ogni modo gli aveva visto fare tanti giuochi di destrezza nel prendere i topi, or col mettersi penzoloni, attaccato per i piedi, or col fare il morto, nascosto dentro la farina, che finì coll’aver qualche speranza di trovare in lui un po’ di aiuto nelle sue miserie.

Appena il gatto ebbe ciò che voleva, s’infilò bravamente gli stivali, e mettendosi il sacco al collo, prese le corde colle zampe davanti e se ne andò in una conigliera, dove c’erano moltissimi conigli. Pose dentro al sacco un po’ di crusca e della cicerbita: e sdraiandosi per terra come se fosse morto, aspettò che qualche giovine coniglio, ancora novizio dei chiapperelli del mondo, venisse a ficcarsi nel sacco per la gola di mangiare la roba che c’era dentro. Appena si fu sdraiato, ebbe subito la grazia. Eccoti un coniglio, giovane d’anni e di giudizio, che entrò dentro al sacco: e il bravo gatto, tirando subito la funicella, lo prese e l’uccise senza pietà né misericordia. Tutto glorioso della preda fatta andò dal Re, e chiese di parlargli. Lo fecero salire nei quartieri del Re, dove entrato che fu fece una gran riverenza al Re, e gli disse: “Ecco, Sire, un coniglio di conigliera che il signor marchese di Carabà”, era il nome che gli era piaciuto di dare al suo padrone, “mi ha incaricato di presentarvi da parte sua”. “Di’ al tuo padrone” rispose il Re “che lo ringrazio e che mi ha fatto un vero regalo.”

Un’altra volta andò a nascondersi fra il grano, tenendo sempre il suo sacco aperto; e appena ci furono entrate dentro due pernici, tirò la corda e le acchiappò tutte e due. Corse quindi a presentarle al Re, come aveva fatto per il coniglio di conigliera. Il Re gradì moltissimo anche le due pernici e gli fece dare la mancia. Il gatto in questo modo continuò per due o tre mesi a portare di tanto in tanto ai Re la selvaggina della caccia del suo padrone.

Un giorno avendo saputo che il Re doveva recarsi a passeggiare lungo la riva del fiume insieme alla sua figlia, la più bella Principessa del mondo, disse al suo padrone: “Se date retta a un mio consiglio, la vostra fortuna è fatta: voi dovete andare a bagnarvi nel fiume, e precisamente nel posto che vi dirò io: quanto al resto, lasciate fare a me”. Il marchese di Carabà fece tutto quello che gli consigliò il suo gatto, senza sapere a che cosa gli avrebbe potuto giovare. Mentre egli si bagnava, il Re passò di là; e il gatto si messe a gridare con quanta ne aveva in gola: “Aiuto, aiuto! affoga il marchese di Carabà”. A queste grida, il Re messe il capo fuori dallo sportello della carrozza e, riconosciuto il gatto, che tante volte gli aveva portato la selvaggina, ordinò alle guardie che corressero subito in aiuto del marchese di Carabà. Intanto che tiravano su, fuori dell’acqua, il povero Marchese, il gatto avvicinandosi alla carrozza raccontò al Re che mentre il suo padrone si bagnava, i ladri erano venuti a portargli via i suoi vestiti, sebbene avesse gridato al ladro con tutta la forza dei polmoni. Il furbo trincato aveva nascosto i panni sotto un pietrone. Il Re diè ordine subito agli ufficiali della sua guardaroba di andare a prendere uno dei più sfarzosi vestiari per il marchese di Carabà. Il Re gli usò mille carezze, e siccome l’abito che gli avevano portato in quel momento faceva spiccare i pregi della sua persona (perché era bello e benissimo fatto), la Principessa lo trovò simpatico e di suo genio: e bastarono poche occhiate del marchese di Carabà, molto rispettose ma abbastanza tenere, perché ella ne rimanesse innamorata cotta. Volle il Re che salisse nella sua carrozza, e facesse la passeggiata con essi. Il gatto, contentissimo di vedere che il suo disegno cominciava a pigliar colore, s’avviò avanti; e avendo incontrato dei contadini, che segavano, disse loro: “Buona gente che segate il fieno, se non dite al Re che il prato segato da voi appartiene al marchese di Carabà, sarete tutti affettati fini fini come carne da far polpette”. Il Re infatti domandò ai segatori di chi fosse il prato che segavano. “È del marchese di Carabà”, dissero tutti a una voce perché la minaccia del gatto li aveva impauriti. “Voi avete di bei possessi”, disse il Re al marchese di Carabà. “Lo vedete da voi, Sire”, rispose il Marchese. “Questa è una prateria, che non c’è anno che non mi dia una raccolta abbondantissima.” Il bravo gatto, che faceva sempre da battistrada, incontrò dei mietitori, e disse loro: “Buona gente che segate il grano, se non direte che tutto questo grano appartiene al signor marchese di Carabà, sarete stritolati fini fini come carne da far polpette”. Il Re, che passò pochi minuti dopo, volle sapere a chi appartenesse tutto il grano che vedeva. “È del signor marchese di Carabà”, risposero i mietitori. E il Re se ne rallegrò col Marchese. Il gatto, che trottava sempre avanti la carrozza, ripeteva sempre le medesime cose a tutti quelli che incontrava lungo la strada; e il Re rimaneva meravigliato dei grandi possessi del signor marchese di Carabà.

Finalmente il gatto arrivò a un bel castello, di cui era padrone un orco, il più ricco che si fosse mai veduto; perché tutte le terre, che il Re aveva attraversate, dipendevano da questo castello. Il gatto s’ingegnò di sapere chi era quest’uomo, e che cosa sapesse fare: e domandò di potergli parlare, dicendo che gli sarebbe parso sconvenienza passare così accosto al suo castello senza rendergli omaggio e riverenza. L’orco l’accolse con tutta quella cortesia che può avere un orco; e gli offrì da riposarsi. “Mi hanno assicurato”, disse il gatto, “che voi avete la virtù di potervi cambiare in ogni specie d’animali; e che vi potete, per dirne una, trasformare in leone e in elefante.” “Verissimo!”, rispose l’orco bruscamente, “e per darvene una prova, mi vedrete diventare un leone.” Il gatto fu così spaventato dal vedersi dinanzi agli occhi un leone, che s’arrampicò subito su per le grondaie, ma non senza fatica e pericolo, a cagione dei suoi stivali, che non erano buoni a nulla per camminare sulle grondaie de’ tetti. Di lì a poco, quando il gatto si avvide che l’orco aveva ripresa la sua forma di prima, calò a basso e confessò di avere avuto una gran paura. “Mi hanno per di più assicurato”, disse il gatto, “ma questa mi par troppo grossa e non la posso bere, che voi avete anche la virtù di prendere la forma dei più piccoli animali; come sarebbe a dire, di cambiarvi, per esempio, in un topo o in una talpa: ma anche queste son cose, lasciate che ve lo ripeta, che mi paiono sogni dell’altro mondo!” “Sogni?”, disse l’orco. “Ora vi farò veder io!…” E nel dir così, si cangiò in sorcio, e si messe a correre per la stanza. Ma il gatto, lesto come un baleno, gli s’avventò addosso e lo mangiò.

Intanto il Re che, passando da quella parte, vide il bel castello dell’orco, volle entrarvi. Il gatto, che sentì il rumore della carrozza che passava sul ponte-levatoio del castello, corse incontro al Re e gli disse: “Vostra Maestà sia la benvenuta in questo castello del signor marchese di Carabà”. “Come! signor Marchese!”, esclamò il Re. “Anche questo castello è vostro? Non c’è nulla di più bello di questo palazzo e delle fabbriche che lo circondano; visitiamolo all’interno, se non vi scomoda.” Il Marchese dette la mano alla Principessa; e seguendo il Re, che era salito il primo, entrarono in una gran sala, dove trovarono imbandita una magnifica merenda, che l’orco aveva fatta preparare per certi suoi amici che dovevano venire a trovarlo, ma che non avevano ardito di entrar nel castello, perché sapevano che c’era il Re. Il Re, contento da non potersi dire, delle belle doti del marchese di Carabà, al pari della sua figlia, che n’era pazza, e vedendo i grandi possessi che aveva, dopo aver vuotato quattro o cinque bicchieri, gli disse: “Signor Marchese! se volete diventare mio genero, non sta che a voi”. Il marchese, con mille reverenze, gradì l’alto onore fattogli dal Re, e il giorno dopo sposò la Principessa. Il gatto diventò gran signore, e se seguitò a dar la caccia ai topi, lo fece unicamente per passatempo.

Godersi in pace una ricca eredità, passata di padre in figlio, è sempre una bella cosa: ma per i giovani, l’industria, l’abilità e la svegliatezza d’ingegno valgono più d’ogni altra fortuna ereditata.

Charles Perrault – I desideri inutili – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta un povero boscaiolo che, stanco della sua faticosa vita, aveva una gran voglia, a quanto diceva, di andarsi a riposare nell’altro mondo. Infatti, dal giorno che era nato, la Provvidenza non aveva mai soddisfatto uno dolo dei suoi desideri. Un giorno che si lamentava così nel bosco, ecco apparirgli, con tanto di fulmini in mano, Giove in persona. Figuratevi la paura che ebbe il pover’uomo. “Non desidero nulla” disse lui gettandosi con il naso a terra. “Niente desideri da parte mia, niente fulmini da parte vostra; signor mio, facciamo come se nulla fosse stato. “Non aver paura” gli rispose Giove, “i tuoi lamenti mi hanno commosso ed io vengo a dimostrarti che mi fai torto. Stammi bene a sentire: io, che sono il padrone del mondo intero, ti prometto di esaudire i primi tre desideri che tu formulerai su qualsiasi soggetto. Cerca quello che ti può rendere felice, cerca quello che ti può dar soddisfazione e, poiché la tua fortuna dipende dalle tue richieste, pensaci bene prima di pronunciarle.”

Così detto Giove se ne risalì in cielo, e il boscaiolo, tutto allegro, abbracciò in mancanza di meglio le sue fascine, se le mise in spalla per tornare a casa, e mai quel peso gli era parso tanto leggero. “In questa faccenda” diceva fra se trottando sulla via del ritorno, “non bisogna agire alla leggera. Si tratta di un caso interessante e sarà bene che mi consigli con mia moglie.” Perciò appena entrato nella sua capanna di giunchi, incominciò a gridare: “Vieni qua, Beppina, facciamo un bel fuoco e stiamo allegri, ormai siamo ricchi, ci resta solo da esprimere un desiderio! E le raccontò tutto. A sentire il fatto, sua moglie si sentì brulicare in testa un mucchio di desideri, ma capì che l’affare era serio e che bisognava andar cauti. “Amico Biagio” disse a suo marito, – non sciupiamo l’occasione con la nostra impazienza e riflettiamo bene a qual partito ci dobbiamo rivolgere in simile occorrenza. Qui devi essere serio, prudente e circospetto: rimettiamo a domani il primo desiderio e intanto andiamo a letto.” “Giusto” convenne quel brav’ uomo di Biagio. “Ma vammi a prendere un pò di vino dietro quelle fascine.”

Quando lei fu tornata col vino, Biagio bevve e schioccò la lingua contento allungandosi sulla sedia presso il fuoco. Poi, preso dal piacere del riposo, disse: “Con un così bel fuoco, come verrebbe a proposito una bella focaccia!” Non aveva ancor finito di parlare che sua moglie, piena di stupore, vide un’enorme focaccia spuntare dall’angolo del camino e avvicinarsi a lei. Diede subito un grido di meraviglia, ma non tardò a capire che quel portento era stato causato dal desiderio espresso da suo marito per pura stupidaggine, e allora incominciò a rovesciar vituperi sullo sciagurato sposo. “Come si fa a desiderare una focaccia?” diceva, “quando si possono chiedere imperi, ori, perle, rubini, diamanti grossi come nocciole e abiti da regina?” “Bé, ho avuto torto” rispose lui, “ho sciupato un desiderio, ho commesso una grande baggianata, farò meglio un’ altra volta.” “Bel discorso”, rimbecco lei. “Per desiderare una cosa simile bisogna essere più bestia di un bue!

Il marito, che incominciava ad arrabbiarsi, per poco non espresse entro di se il desiderio di essere vedovo, ma si trattenne. Tuttavia andò fuor dei gangheri lo stesso. “Gli uomini” gridò, son proprio nati per tribolare. Accidenti alla focaccia e a quando l’ho desiderata. Dio volesse, brutta pecora, che ti si attaccasse al naso! Subito il Ciel benigno la preghiera ascoltò e Biagio non l’aveva ancor finita che al naso della moglie inviperita quell’enorme focaccia si attaccò Al prodigio, egli restò assai male: Beppina era graziosa e, a dirla francamente a chi vuol sapere, quell’ornamento in faccia alla sua sposa non ci faceva punto un bel vedere. Tuttavia, con quel ciondolo sul mento, fu subito evidente che non potea parlar a suo talento: vantaggio così chiaro e manifesto, per uno sposo, che, per un momento, pensò quasi di non chiedere più niente e rinunciare al resto. ‘ Certo ‘ pensava tra se, ‘ dopo una simile disgrazia, col il desiderio che mi rimane potrei diventare re tutto d’un colpo. Nulla eguaglia, è vero, la grandezza di un sovrano, ma bisogna anche pensare alla faccia che avrebbe la regina, e al dolore che proverebbe se la mettessi sul trono con un naso lungo quattro spanne. Bisogna consultarla in proposito e far decidere a lei stessa se preferisce diventare regina tenendosi quel terribile naso, o rimanere boscaiola con il naso che aveva prima ‘. La cosa fu considera da ogni parte, e, sebbene ella conoscesse l’importanza di uno scettro e sapesse che, quando si è incoronati, si ha sempre un bel naso, tuttavia preferì riavere il suo bel nasino che essere brutta e regina. Così il boscaiolo rimase quello che era, non divenne monarca ne si riempì la borsa di scudi; e fu felice di poter impegnare l’ultimo desiderio che gli restava per rimettere la moglie nella condizione di prima.

Dobbiam dunque dir che i disgraziati, ciechi, imprudenti, inquieti ed avventati, faranno molto bene a rinunciare ad ogni desiderio e aver pazienza: perché pochi di loro sanno usare con senno i doni della Provvidenza.

Charles Perrault – Griselda – Traduzione di Carlo Collodi

Ai piè delle montagne famose dove il Pò scaturisce dalle sue sorgenti ricche di giuncheti, riversando poi nel seno delle campagne vicine le sue acque, viveva un principe giovane e valoroso, amato da tutti. Il Cielo aveva profuso su di lui ogni più rara virtù,tutti quei doni che di solito concede solo a chi gli è caro o ai grandi re. Così dotato nel corpo e nello spirito, egli crebbe robusto, accorto, agile nel maneggiare le armi e appassionato per le arti belle.

Amò i combattenti e la vittoria,
le grandi imprese, gli atti valorosi,
insomma, tutto quel che nella storia
rende famosi;
ma il suo nobile cuor, ricco di affetti,
mirò ancor più alla gloria
di rendere felici i suoi soggetti.

Per un così bel carattere era adombrato da una cupa malinconia che spingeva quel buon principe a vedere in ogni donna la falsità e l’inganno. Per quando una fanciulla fosse adorna dei più alti meriti, gli appariva immancabilmente ipocrita, piena di orgoglio e di ambizione, un vero nemico avido soltanto di dominare senza ritegno il disgraziato uomo che si fosse invaghito di lei. Il vedere intorno a se tanti sposi infelici e sottomessi alle loro mogli, aveva rafforzato in lui l’avversione per le donne; ed egli si ripromise con gran giuramenti di non prender moglie quando anche il Cielo, che lo prediligeva tanto, avesse creato apposta per lui un’ altra Lucrezia romana. Ogni giorno, dopo aver dedicato il mattino agli affari e aver saggiamente diretto tutto quello che era necessario alla felicità dello Stato, dopo avere difeso i diritti dell’orfano e della vedova o abolito qualche imposta non strettamente necessaria, destinava alla caccia il resto del suo tempo,

perché gli orsi, i cinghiali e le altre fiere,
anche pieni di furia e d’ira pazza,
gli davano assai meno da temere
di una bella ragazza.

Frattanto i suoi sudditi, desiderosi che egli avesse un successore capace di governarli un giorno con eguale dolcezza, lo pregavano continuamente di prender moglie e un bel giorno si recarono tutti in processione al palazzo per fare l’ultimo sforzo. Un oratore di grande loquela e austera apparenza, il migliore che ci fosse allora nel regno, disse tutto quello che si poteva dire in una simile occasione, insisté sul viso desiderio della popolazione di vedere sorgere dal principe una stirpe felice che rendesse florido lo Stato, e, per finire, aggiunse che vedeva nascere da quelle nozze un astro così fulgido da far impallidire ogni altro. Con maggior semplicità e con voce assai meno tonante, il principe rispose: “Lo zelo ardente con il quale oggi cercate di indurmi al matrimonio mi è grato e testimonia il vostro amore per me; ne sono commosso e vorrei farvi contenti domani stesso. Ma a parer mio il prender moglie è una faccenda in cui la prudenza non è mai troppa. Le fanciulle, finché rimangono nella loro famiglia, son tutte virtù e bontà, tutte sincerità e pudore; ma, appena sposate, gettano la maschera, dimenticano la saggezza e badano soltanto a fare quel che loro piace. L’una, di umor pestifero, brontolona, intrattabile, diventa una bigotta insopportabile; l’altra sentenzia, chiacchiera, fa moine, sgambetta, insomma, è una terribile civetta; la terza si appassiona follemente per le arti belle, critica spietata ogni artista di fama rinomata e non si accorge d’essere soltanto una saccente; la quarta infine bada solo al giuoco, sperpera patrimoni in quello spasso, i gioielli, il mobilio, e, a poco a poco, manda tutto a patrasso. I loro modi di procedere sono vari e diversi, ma tutte sono d’accordo in una cosa: nel volere dettar legge. Ed io sono convinto che nel matrimonio è impossibile essere felici se si vuole essere in due a comandare. Se dunque desiderate che io m’impegni a prender moglie, cercatemi una fanciulla senza orgoglio e senza vanità obbediente, paziente, remissiva, e quando l’avrete trovata la sposerò”

Dopo aver pronunziato quel bel discorso morale, il principe montò bruscamente a cavallo e corse a briglia sciolta verso la sua muta di cani che lo attendeva in mezzo alla pianura, senza più darsi pensiero dell’oratore. Galoppò per prati e per campi e raggiunse i suoi cacciatori sdraiati sull’erba verde; tutti si levarono in piedi alla sua vista e col suono dei corni fecero tremare di paura gli abitatori della foresta. I cani corrono abbaiando qua e la tra i giuncheti, stanano le fiere, tornano con occhi ardenti ai loro custodi e li guidano verso di esse. Il principe, poiché tutto era pronto, diede l’ordine di cominciare la caccia e di lanciare i cani sulle tracce del cervo. Risuonano i corni, nitriscono i cavalli, i latrati dei cani riempiono la foresta moltiplicarsi dall’eco, e tutti s’internano nel profondo del bosco. Per caso o per destino, il principe prese un sentiero traverso, sul quale nessuno lo seguì più. Avanza e più si allontana dai suoi, ed infine si trova così lungi dalla caccia da non udire più il suono dei corni ne l’abbaiare dei cani. Il luogo a cui lo condusse la sua bizzarra avventura, illuminato dal riflesso dei ruscelli e cupo di folta verdura, colmava lo spirito di un segreto timore; la natura semplice e schietta appariva così bella e pura che mille volte egli benedisse il momento in cui si era smarrito. Pieno dei dolci pensieri che sanno suscitare i boschi, le acque e i prati, si sentì a un tratto colpito negli occhi e nel cuore dalla più gentile e tenera vista che sia apparsa sotto la volta del cielo: una pastorella, seduta al margine di un rivo, filava e custodiva il suo gregge facendo girare il fuso con mano esperta.

Ella avrebbe commosso il cuore di una belva:
la sua fronte era candida al par del fiordaliso,
la natural freschezza del suo viso
era stata protetta dall’ombra della selva.
A un sorriso infantile il suo labbro si apriva,
e gli occhi, a cui le ciglia brune facevan velo,
erano ancor più azzurri dell’azzurro del cielo
e avean luce più viva.

Il principe, scivolando tra le piante, contemplò commosso quella bellezza: ma il rumore dei suoi passi fece volgere la fanciulla e, quando ella si vide scoperta, un vivo rossore rese ancor più intenso l’incarnato delle sue gote e il pudore si soffuse sul suo volto. Dietro l’innocenza di quel graziosissimo riserbo, il principe scorse una dolcezza, una sincerità, una schiettezza che gli apparivano in tutto il loro splendore e quali egli non avrebbe mai creduto possibili in una donna. Colto da un timore a lui sconosciuto, le si avvicinò e, più timido di lei, le disse con voce tremante di essersi smarrito, chiedendole se non avesse veduto passare dei cacciatori. “Signore mio,” ella rispose, “nessuno è passato per questa solitudine se non voi; ma non sgomentatevi, saprò rimettervi sul giusto cammino.” “Non so come ringraziare la Provvidenza di questa avventura” disse il principe. “Da molto tempo frequento questi luoghi ma, fino ad oggi, non avevo visto quello che essi avevano di più delizioso.” Frattanto la pastorella si accorse che il principe si curvava sulla sponda del rivo per placare la sete della corsa. “Signore, attendete un momento” disse; e correndo agilmente verso la sua capanna, ne prese una tazza e la porse a lui tutta sorridente. Un prezioso vaso di agata o di cristallo, venato d’oro e lavorato dal più abile artefice, non sarebbe parso più bello, al principe, del piccolo vaso di coccio offertogli dalla pastorella. Insieme attraversarono boschi, dirupi e torrenti per trovare la via che avrebbe condotto il principe alla città. Questi, da parte sua, guardava attentamente i luoghi sconosciuti per cui passava, fissandoseli nella memoria così che, reso ingegnoso dall’amore, ne tracciò idealmente una vera carta topografica.

Infine un fresco bosco die ristoro
a due viandanti con la sua frescura,
e la, tra i fitti rami lavorati a traforo,
egli vide levarsi in mezzo alla pianura
il suo palazzo con i tetti d’oro.

Prese commiato dalla fanciulla allontanandosi da lei con il cuore afflitto da un vivo dolore, e tuttavia rallegrato dal ricordo della dolce avventura. Ma il giorno dopo sentì intimamente la sua ferita e fu pieno di tristezza e di noia. Appena gli fu possibile, tornò a caccia e, molto accortamente, si liberò del suo seguito fingendo di smarrirsi ancora nella selva. Gli alberi e le cime dei monti, che aveva osservato con tanta attenzione, e l’intuito del suo cuore innamorato lo guidarono così bene che, nonostante i mille sentieri diversi, ritrovòla dimora della pastorella. Seppe così che si chiamava Griselda, che le rimaneva solo il padre, che entrambi vivevano serenamente del latte del loro gregge e che, senza ricorrere ai negozianti della città si vestivano con la lana delle loro pecore, da lei filata e tessuta. Sempre di più il principe si sentiva attratto verso la fanciulla, convinto che la leggiadria del suo volto rifletteva quella della sua anima. Fu felice che il suo primo palpito di amore avesse un così nobile oggetto e, senza perder tempo, il giorno stesso radunò il suo consiglio e così parlò “Signori miei, io sto infine per sottomettermi alle leggi del matrinomio come voi desiderate. Non prendo moglie in paese straniero ma tra voi, bella, saggia, di buona nascita, come più di una volta hanno fatto i miei avi. Quando sarà il momento vi avvertirò”

La notizia vi divulgò dappertutto ed è difficile dire con quando ardore si manifestò l’allegrezza pubblica.

Più contento di tutti fu però l’oratore
che, con il suo discorso roboante e patetico,
pensò d’essere davvero il solo autore
di quella gioia annunciata con impeto profetico. E si die a proclamar con insistenza:
“Nulla può opporsi, o genti, alla grande eloquenza.

Ma il più bello fu il vedere l’ inutile fatica delle ragazze per meritar la scelta del principe loro signore, il quale, come aveva sempre detto e ripetuto, si sarebbe lasciato sedurre solo da un comportamento semplice e modesto. Tutte quante avevano mutato l’abito e il modo di fare: tossicchiavano devotamente, facevan la voce dolce, stavano a occhi bassi, avevano abbassato di una buona spanna le loro pettinature, e si eran cuciti abiti accollati e con le maniche così lunghe da lasciar spuntare appena la punta delle dita. La città era in gran preparativi per il giorno delle nozze: chi costruiva carri allegorici così belli e bene inventati che la cosa meno fastosa era l’oro scintillante a profusione; chi innalzava grandi palchi per godere comodamente lo spettacolo; archi trionfali sorgevano a celebrare le vittorie del principe guerriero e la vittoria dell’amore su di lui. Qui si fabbricano quei fuochi che sbigottiscono la terra con il fragore di un innocente tuono e abbelliscono il cielo di mille nuovi astri, ovverosia i fuochi artificiali; la si mette insieme un grazioso balletto; altrove si allestisce uno spettacolo d’opera in cui figureranno mille divinità il più bello che sia mai apparso in Italia dove, com’è noto, risuonano dappertutto arie melodiose. Ed ecco arrivare il giorno del matrimonio.

L’aurora di un dolce mattino,
sul fondo di un ciel puro e schietto,
disteso aveva l’oro ed il turchino,
quando ansiose balzarono dal letto
le ragazze, e d’un tratto, con comune allegria,
si risvegliò la gente in ogni via.
Dovunque si diffuse
un suon di trombe e pifferi, di flauti e cornamuse
e per tutti i dintorni
odi tamburi, clarinetti e corni.

Alla fine il principe uscì dalla corte salutato da un lungo grido di gioia, ma tutti furono sorpresi quando lo videro saltar a cavallo e prender la via della foresta come faceva ogni giorno quando andava a caccia. “Ahimé disse la gente,” ecco che la sua passione lo riprese e il piacere della caccia prevale sul suo stesso amore. Non c’è nulla da fare.” Egli attraversò rapidamente la pianura, raggiunse il piede dei monti e penetrò nel bosco con grande meraviglia del suo seguito che gli teneva dietro a fatica in quella corsa. Dopo aver percorso i mille sentieri ben noti al suo cuore innamorato, il principe trova infine la capanna in cui abita la fanciulla. Griselda, che aveva sentito parlare delle nozze principesche, e aveva indossato il suo abito migliore per assistervi, ne usciva in quel momento. “Dove corri così agile e lieve?” le chiese il principe movendole incontro e guardandola con profonda tenerezza. La fanciulla, stupita, non rispose e si fermò dinanzi a lui. “Non ti affrettare tanto, mia cara pastorella” proseguì allora il principe sorridente, “le nozze a cui ti avii, e di cui io sono lo sposo, non si potrebbero fare senza di te. Si, io ti amo, e ti ho scelta fra mille fanciulle per passare al tuo fianco il resto della mia vita, almeno se non vorrai respingere la mia offerta e mi accetterai come sposo.” “Oh, signore” rispose lei, “non posso credere di essere destinata a tanta gloria, certo volete prendervi giuoco di me.” “Sono sincero,” rispose il principe. “Tuo padre mi ha già dato il suo consenso, acconsenti dunque anche tu. Ma, affinché duri fra noi una pace serena e sicura, giurami che non avrai altra volontà che la mia.” “Lo prometto e lo giuro” disse allora la pastorella. “Se avessi sposato l’uomo più umile del nostro villaggio, gli avrei obbedito in tutto, e quel giogo sarebbe stato certo dolce per me. Tanto più dovrò dunque farlo ora che trovo in voi il mio principe, il mio signore e il mio sposo.”

Così il principe fece la sua dichiarazione, e, mentre tutta la corte applaude alla sua scelta, egli prega la pastorella di lasciarsi vestire e adornare come devono essere le spose dei re. Le dame che avevano questo incarico entrano allora nella capanna spiegando tutta la loro abilità nel drappeggiare attorno con grazia i ricchi indumenti che le erano stai preparati. Frattanto ammiravano con quanta arte la dignità possa nascondersi dietro la povertà e quella rustica capanna coperta e ombreggiata da un grande platano sembra loro un soggiorno incantato. Poi, in gran pompa, la fanciulla uscì dalla capanna: tutti lodarono a gara la sua bellezza e il suo abbigliamento, ma il principe non poté fare a meno di rimpiangere un poco l’innocente semplicità della pastorella di un tempo.

Sulla carrozza, tutta di gemme e d’or lucente,
la pastorella siede con maestà
il principe vi monta fieramente
e, colmo il cuor di giubilo, presso il suo fianco sta.
Ne gli sembra di avere minor gloria
che se andasse in trionfo dopo una gran vittoria.
Viene dietro di loro
la corte, anch’essa piena di decoro,
bellamente ordinata
come d’ognun richiede il grado e la casata.

La città intera si era riversata nelle campagne e, avvertita della città del principale, attendeva con impazienza il suo ritorno. Ed eccolo che arriva: la carrozza avanza a fatica tra folla che si apre al passaggio; i cavalli, storditi dalle grida di gioia, si impennano, si slanciano, indietreggiano. Infine tutti arrivano al tempio e la, con solenne promessa, i due sposi uniscono i loro destini. Che dire dei mille divertimenti che li attendevano al palazzo? Danze, giuochi, corse, tornei diffusero dappertutto l’allegria, finché giunta la sera, tutti andarono a dormire. Il giorno dopo, ogni Stato della regione inviò i suoi magistrati a congratularsi con il principe e la principessa in lunghi e ben congegnati discorsi. Griselda, circondata dalle sue dame, senza mostrare alcuna meraviglia, li ascoltò da principessa e da principessa rispose loro. Fece tutto con tanta assennatezza che il Cielo sembrò aver riservato i suoi doni ancor più sul suo spirito che sulla sua persona. In poco tempo prese i modi del gran mondo in cui viveva, e, fin dal primo giorno, s’informò cos’è bene sul carattere delle varie dame di corte che riuscì a tenerle a bada ancor più facilmente delle sue pecorelle di un tempo. Prima che l’anno terminasse, il cielo volle benedire quell’unione fortunata. Non nacque un principino, come avrebbero desiderato, ma la principessina era tanto graziosa che tutti non pensavano che a lei. Il padre veniva a vederla ogni momento e la mamma non si saziava di contemplarla. Volle allattarla lei stessa affermando che sarebbe stato un tradimento rifiutarsi a un compito che la piccolina le chiedeva con le sue grida.

Ma, o che si fosse un poco raffreddata
nel principe la fiamma del suo primiero ardore,
o che il suo malumore
d’un tempo ritornasse all’impensata,
fatto sta che d’un tratto fu oscurata
la pace del suo cuore.
In tutto quel che fa la principessa
egli sospetta inganni, vede insincerità
e certo per falsità, si mostra cosìdolce e sottomessa.
Il suo spirito inquieto da di volta,
non crede più alla sua felicità e, a dir la verità
ogni sospetto ed ogni dubbio ascolta.

Così il principe cominciò a osservare la principessa, a contrariala, a turbarla in mille modi. ‘Non voglio lasciarmi ingannare,’ pensava, ‘Se le sue virtù sono vere, trattandola duramente non farà che rafforzarle e renderle palesi.’ La tenne chiusa nel palazzo, lontana da tutti gli svaghi di corte, e lasciò filtrare solo un fil di luce nella stanza in cui la teneva isolata. Convinto che gli ornamenti e i gioielli fossero per una donna l’arma del potere, le richiese rudemente le perle, i rubini, gli anelli che le aveva donato. Ma ella, che si sapeva innocente e che non aveva mai cercato altro che di compiere i suoi doveri, glieli restituì senza rammarico, anzi, vedendo che egli era contento di riprenderli, ebbe nel darli la stessa gioia che aveva provato nel riceverli. “Mio marito mi tormenta per mettermi alla prova,” pensava, “mi fa soffrire per tener desta la mia virtù che potrebbe assopirsi in una indolente tranquillità.. Devo dunque amare la sua severità perché si è felici solo quando si è conosciuto il dolore?. Il principe la vedeva obbedire mitemente a tutti i suoi ordini, ma non era tranquillo. ‘Ho scoperto, pensò’ la ragione di questa falsa virtù ‘finora le ho tolto solo le cose che non le stavano più a cuore perché mia moglie ha risposto ogni affetto nella principessina. Se voglio metterla veramente alla prova, devo colpirla nel suo amore materno.’ Ella aveva appena allattato la sua piccolina, che adesso giocherellava con lei e rideva guardandola. “So che l’amate molto,” le disse in quel momento il principe, “e tuttavia devo togliervela in questa età ancor tenera per darle un’educazione e difenderla da certe cattive abitudini che potrebbe prendere standovi vicino. Per fortuna conosco una dama piena di spirito che saprò coltivare in lei quelle virtù e quell’educazione che si convengono a una principessa. Preparatevi dunque a lasciarla: fra poco verranno a prenderla”.

Così detto se ne andò non avendo il coraggio di vedere togliere dalle braccia di lei l’unico frutto del loro amore. Ella, con il volto inondato di lacrime, attese il momento della sua sventura. Ed ecco apparire l’incaricato di quel compito triste e crudele. “Principessa, bisogna obbedire” le disse prendendole la bambina. Ella la guardò un’ultima volta, la baciò con tutto il suo ardore materno e la piccola con le sue manine le restituì la carezza. Poi si abbandonò singhiozzando al suo amaro dolore.

Vicino alla città sorgeva un monastero
famoso per bellezza e antichità
una badessa piena di pietà;
dirigeva quel luogo con regime severo.
Laggiù segretamente
e senza dire di chi fosse figlia,
fu condotta la bimba nella notte silente,
e molte gemme rare
misero accanto a lei per compensare
la sua nuova famiglia.

Il principe, che cercava di dimenticare nella caccia il rimorso della sua crudeltà temeva di rivedere la principessa così come si teme di affrontare una tigre a cui sono stati strappati i suoi nati. Ma, quando infine le comparve dinanzi, fu trattato da lei con quella dolcezza e perfino con quell’affetto che ella aveva mostrato nei giorni più felici. Tanta bontà lo colmò di rimorso e di vergogna, ma, in egual tempo, più profondo divenne il suo umor tetro. E due giorni dopo, ricorrendo a una nuova finzione per arrecarle un nuovo dolore, venne ad annunciarle che la loro fanciulla era morta. La principessa si sentì mortalmente ferita dal nuovo colpo, ma, nonostante la sua angoscia, vedendo il volto terreo dello sposo, ella parve dimenticare se stessa e preoccuparsi solo di consolarlo nel suo dolore. Questa insuperabile prova di affetto coniugale disarmò il principe e lo commosse nel più intimo, tanto che per poco non rivelòla verità. Ma riprese subito il controllo di se e tacque pensando che forse era necessario mantenere il segreto. Quel dolore riavvicinò i due sposi, i quali, nonostante la malinconia del principe, trovarono ancora una reciproca tenerezza. Quindici anni trascorsero senza che alcuna nube apparisse tra loro, e se talora il principe sembrasse divertirsi a contrariare la sposa, lo faceva solo per impedire che il loro amore si affievolisse, così come talora il fabbro getta un poco d’acqua sulla brace che sta per spegnersi, per far nuovamente avvampare la fiamma. Frattanto la principessina cresceva saggia e intelligente. All’ingenua dolcezza della madre, univa la nobile fierezza del padre illustre: insomma era ricca di tutte le doti, un vero astro radioso nel firmamento. Un signore della corte, giovane, ben fatto e bello come la luce del giorno, la vide per caso dietro le inferiate del convento e se ne innamorò follemente. Per quell’istinto che la natura ha dato a tutte le donne belle, di scorgere le invisibili ferite fatte dai loro occhi nel momento stesso in cui vengono in cui vengono inferte, la principessina si accorse di quel amore e, dopo aver resistito un pò, lo ricambiò teneramente. Su quel signore non c’era proprio nulla da dire: era bello, valoroso e di casata illustre; già da tempo il principe aveva messo gli occhi su di lui per farlo suo genero.

Egli fu dunque assai contento dell’affetto che univa i due giovani. Ma, bizzarro com’era, gli venne l’idea di far conquistare la loro forza di pene e di angustie la maggior felicità della loro vita. ‘Li farò contenti,’ pensò ‘ma voglio che le più profonde inquietudini rendano invincibili il loro affetto. E, in egual tempo, voglio mettere ancora alla prova la pazienza di mia moglie, non già come ho fatto finora, per assicurare la mia folle diffidenza, che del suo amore non posso più dubitare davvero, ma per far risplendere agli occhi di tutti i sudditi la sua bontà la sua dolcezza e la sua profonda saggezza.’ Dichiarò dunque pubblicamente che, poiché non aveva un erede a cui lasciare i suoi Stati e poiché la figlia nata dal suo matrimonio era morta in fasce, doveva cercare in un’ altra sposa miglior fortuna. Si trattava, disse, di una fanciulla di antica e illustre discendenza, educata fin ora in un convento; e dichiarò che ben presto l’avrebbe condotta all’altare. Immaginatevi la costernazione che questa notizia provocò nei due giovani, poiché la nuova sposa avrebbe dovuto essere appunto la principessina. Dal canto suo il principe, senza manifestare il minimo dolore, avvertì la sua fedele sposa di doversi separare da lei per evitare mali estremi, perché il popolo, sdegnato delle sue umili origini, lo costringeva a un’unione più degna. “Bisogna” disse “che ve ne torniate alla vostra capanna di stoppie e di fascine; rimettetevi addosso le vesti contadine: ecco qua, ve le ho bell’e preparate. La principessa lo ascoltò con tranquilla e silenziosa costanza: nascose il suo dolore sotto un’ apparenza serena, e grosse lacrime caddero dai fulgidi occhi senza che l’affanno potesse offuscare la sua bellezza, così come quando, a primavera, splende il sole e, in egual tempo, cade un piovasco. “Signore mio, voi siete il mio sposo e il mio padrone” rispose sospirando e stando quasi per venire meno “e, per quanto mi angosci quello che ascolto, vedrete voi stesso che nulla mi è più caro dell’obbedirvi.

Si ritirò subito nella sua camera e là, deposti i ricchi abiti, indossò senza dir nulla, quelli che portava quando guidava il suo gregge. Così umilmente vestita, tornò dal principe e gli disse: “Non posso allontanarmi da voi senza chiedervi perdono per non esservi stata gradita. Posso sopportare tutto il peso della miseria, ma non quello del vostro corruccio: accordate dunque questa grazia al mio sincero rammarico, ed io vivrò contenta nella mia triste casetta senza che il tempo possa mutare il mio umile rispetto ne il mio fedele amore. Tanta sottomissione e tanta magnanimità sotto un così modesto abbigliamento, per poco non indussero il principe a revocare l’ordine di esilio, tanto che quelle vesti gli ricordavano intensamente la dolce pastorella di un tempo. Commosso e con le lacrime agli occhi, egli fece un passo per abbracciarla, ma subito la sua fierezza riprese il sopravvento obbligandolo a rispondere duramente: “Non ricordo più nulla; comunque son contento del vostro pentimento. Non ho altro da dire: andate pure, è tempo di partire.

La principessa obbedì e, volgendosi al padre suo che, al pari di lei aveva ripreso il suo rustico abito e, pieno di dolore, piangeva un così repentino e inatteso mutamento, gli disse: “Torniamo ai nostri boschi e lasciamo senza rimpianti il lusso dei palazzi. Le nostre capanne non hanno tanta magnificenza, ma vi si può trovare un riposo più sicuro, una pace più dolce e una maggiore innocenza.”

Appena tornata nella sua dimora solitaria, ella riprese il fuso e la conocchia e andò a filare sul bordo dello stesso ruscello su cui il principe l’aveva incontrata. E la il suo cuore sereno e senza rancori chiese mille volte al Cielo di colmare il suo sposo di gloria e di ricchezze e di appagare benevolmente tutti i suoi desideri. Lo sposo da lei così rimpianto volle metterla ancora una volta alla prova e le mandò a dire di venire da lui perché voleva parlarle. “Griselda” le disse quando l’ebbe dinanzi, “voglio che la principessa che devo sposare domani sia contenta di voi e di me. Aiutatemi dunque a rendermi grato alla donna che amo. Voi sapete come voglio essere servito: non fate risparmi ne riserve e procurate che dappertutto si senta la presenza di un principe innamorato. Impegnate tutta la vostra accortezza nell’addobbare il suo appartamento in modo che appaiano egualmente l’abbondanza, la ricchezza, l’armonia e il buon gusto; insomma, pensate che si tratta di una giovane principessa che io amo teneramente. Anzi, per darvi un’idea ancora più precisa del vostro compito, voglio mostrarvi colei che dovete servire. Quale si mostra la nascente aurora alle porte dell’Oriente, tale apparve, e più bella ancora, la principessina quando arrivò. Subito Griselda sentì nel cuore un dolce impulso di tenerezza materna; le tornò il ricordo del tempo trascorso e dei giorni felici, e pensò “Ahimé mia figlia, se il Cielo avesse accolto i miei voti, avrebbe quasi la stessa età e, forse, la stessa bellezza.” E fu presa da un affetto così vivo e così profondo per la giovane principessa, che, appena ella si fu allontanata, così parlò al principe, seguendo senza saperlo il suo istinto: “Permettetemi, signore, di farvi notare che questa bella fanciulla che sta per divenire la vostra sposa, educata negli agi e nel lusso, non potrà sopportare, senza morire, gli stessi trattamenti che io ho ricevuto da voi. Il bisogno, la mia umile origine, mi avevano rafforzato alle fatiche, ed io ho potuto sopportare tanti mali senza pena e senza lamentarmi: ma lei, che non ha mai conosciuto il dolore, morrà certamente al minimo sgarbo, alla minima parola dura. Oh, signore, vi scongiuro, trattatela con dolcezza.” “Pensate a servirmi come meglio potete “rispose severamente il principe. “Non è conveniente che una semplice pastora mi dia lezione o voglia ricordarmi i miei doveri.”

A queste parole Griselda abbassò gli occhi e si ritirò. Frattanto arrivarono da ogni parte i signori invitati alle nozze. Il principe li radunò in una magnifica sala e tenne loro questo discorso:

“Nulla al mondo, dopo la speranza, è più ingannevole dell’apparenza; e ne abbiamo qui una prova lampante. Chi non crederebbe che la mia fidanzata, la quale sta per diventare principessa, non sia piena di gioia in questo dì Eppur non è così E chi potrebbe fare a meno di credere che questo giovane guerriero avido di gloria, non sia contento di questo matrimonio, lui che, nel torneo che seguirà avrà vittoria certa su qualunque rivale? Eppur la cosa non è affatto tale. Chi anche non crederebbe che Griselda, nella giusta collera, non pianga e si disperi? E tuttavia non piange, è mite e sottomessa: insomma, sembra la pazienza stessa. E infine chi non crederebbe, nel vedere la bellezza della fanciulla da me amata, che nulla possa eguagliare la fortunata corsa del mio destino? Ma, se queste nozze mi sentissi legato, non potrei immaginare dolore più profondo ed io, fra tutti i principi del mondo, sarei il più disgraziato. Vi sembra questo un enigma difficile a spiegarsi? Due sole parole ve lo faranno capire, e queste due parole dissiperanno in egual tempo tutte le angustie di cui vi ho parlato. Sappiate dunque che la bella fanciulla, di cui mi credete invaghito, è mia figlia e che io la dono in moglie a questo giovane signore che l’ama e ne è amato. Sappiate ancora che, intimamente commosso dalla pazienza e dello zelo della saggia e fedele sposa da me indegnamente scacciata, la riprendo con me per ripartire con il più dolce e sincero affetto il barbaro trattamento che la mia gelosia le ha inferto. E metterò maggior cura nel prevenire tutti i suoi desideri di quanta ne abbia avuta, al tempo della mia follia, nel caricarla di affanni.”

Come quando una densa nuvola oscura la luce del giorno e il cielo buio minaccia da ogni parte uragani, se i venti lacerano questo velo, un brillante raggio si riversa sulle campagne e tutto sorride e torna bello, così in tutti quei volti pieni di tristezza sbocciò improvvisamente la più viva allegria. La principessa, felice di essere figlia del principe, si gettò alle sue ginocchia; suo padre la rialzò, la baciò e la condusse alla madre che, per troppa gioia, era quasi fuor di sentimento e, appena poté serrarla nelle braccia, scoppiò in singhiozzi. “Bene” disse il principe, “avrete tempo per soddisfare la vostra tenerezza; adesso riprendete gli abiti che vi si convengono alla vostra condizione e celebriamo le nozze.

Sono condotti al tempio i nostri innamorati
e, in quella santa sede,
dinanzi a tutti i sudditi adunati
so scambiarono la fede.
Tutto fu gioia e allegria: tornei imponenti,
danze, giuochi, festini,
insomma, il più bel di che si ramenti
ancora in quei confini.
Tutti guardan Griselda e fanno lodi
della sua gran pazienza
provata in mille modi,
del suo cuor generoso:
ed arrivano a tanta compiacenza
per quel principe strambo e capriccioso,
che lodano perfin i suoi maltrattamenti,
ai quali esser dobbiam riconoscenti
se un animo si bello
di virtù femminili si rivelò modello.

Charles Perrault – Cappuccetto Rosso – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere. La sua mamma n’era matta, e la sua nonna anche di pìù. Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.

Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse: “Va’ un po’ a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po’ incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro”. Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio. E passando per un bosco s’imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta. Egli le domandò dove andava. La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse: “Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia”. “Sta molto lontana di qui?”, disse il Lupo. “Oh, altro!”, disse Cappuccetto Rosso. “La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio.” “Benissimo”, disse il Lupo, “voglio venire a vederla anch’io. Io piglierò da questa parte, e tu da quell’altra, e faremo a chi arriva più presto.”

Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via. Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò. “Toc, toc.” “Chi è?” “Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso”, disse il Lupo, contraffacendone la voce, “e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia.” La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò: “Tira la stanghetta, e la porta si aprirà”. Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì. Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s’era sdigiunato. Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.

“Toc, toc.” “Chi è?” Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po’ di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose: “Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia”. Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po’ la voce: “Tira la stanghetta e la porta si aprirà.” Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì. Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte: “Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me”. Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com’era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata. E cominciò a dire: “O nonna mia, che braccia grandi che avete!”. “Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che gambe grandi che avete!” “Gli è per correr meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che orecchie grandi che avete!” “Gli è per sentirci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che occhioni grandi che avete!” “Gli è per vederci meglio, bambina mia.” “O nonna mia, che denti grandi che avete!” “Gli è per mangiarti meglio.” E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.

La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n’è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.

Charles Perrault – Barbablu’ – Traduzione di Carlo Collodi

C’era una volta un uomo, il quale aveva palazzi e ville principesche, e piatterie d’oro e d’argento, e mobilia di lusso ricamata, e carrozze tutte dorate di dentro e di fuori. Ma quest’uomo, per sua disgrazia, aveva la barba blu: e questa cosa lo faceva così brutto e spaventoso, che non c’era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo, non fuggisse a gambe dalla paura. Fra le sue vicinanti, c’era una gran dama, la quale aveva due figlie, due occhi di sole. Egli ne chiese una in moglie, lasciando alla madre la scelta di quella delle due che avesse voluto dargli: ma le ragazze non volevano saperne nulla: e se lo palleggiavano dall’una all’altra, non trovando il verso di risolversi a sposare un uomo, che aveva la barba blu. La cosa poi che più di tutto faceva loro ribrezzo era quella, che quest’uomo aveva sposato diverse donne e di queste non s’era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto. Fatto sta che Barbablu, tanto per entrare in relazione, le menò, insieme alla madre e a tre o quattro delle loro amiche e in compagnia di alcuni giovinotti del vicinato, in una sua villa, dove si trattennero otto giorni interi. E lì, fu tutto un metter su passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini, merende: nessuno trovò il tempo per chiudere un occhio, perché passavano le nottate a farsi fra loro delle celie: insomma, le cose presero una così buona piega, che la figlia minore finì col persuadersi che il padrone della villa non aveva la barba tanto blu, e che era una persona ammodo e molto perbene. Tornati di campagna, si fecero le nozze.

In capo a un mese, Barbablu disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a restar fuori almeno sei settimane: che la pregava di stare allegra, durante la sua assenza; che invitasse le sue amiche del cuore, che le menasse in campagna, caso le avesse fatto piacere: in una parola, che trattasse da regina e tenesse dappertutto corte bandita.”Ecco”, le disse, “le chiavi delle due grandi guardarobe: ecco quella dei piatti d’oro e d’argento, che non vanno in opera tutti i giorni: ecco quella dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete: ecco quella degli astucci, dove sono le gioie e i finimenti di pietre preziose: ecco la chiave comune, che serve per aprire tutti i quartieri. Quanto poi a quest’altra chiavicina qui, è quella della stanzina, che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d’entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera.” Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza, e via per il suo viaggio.

Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate, per andare dalla sposa novella, tanto si struggevano dalla voglia di vedere tutte le magnificenze del suo palazzo, non essendosi arrisicate di andarci prima, quando c’era sempre il marito, a motivo di quella barba blu, che faceva loro tanta paura. Ed eccole subito a sgonnellare per le sale, per le camere e per le gallerie, sempre di meraviglia in meraviglia. Salite di sopra, nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti, dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro, e dei grandi specchi, dove uno si poteva mirare dalla punta dei piedi fino ai capelli, e le cui cornici, parte di cristallo e parte d’argento e d’argento dorato, erano la cosa più bella e più sorprendente che si fosse mai veduta. Esse non rifinivano dal magnificare e dall’invidiare la felicità della loro amica, la quale, invece, non si divertiva punto alla vista di tante ricchezze, tormentata, com’era, dalla gran curiosità di andare a vedere la stanzina del pian terreno. E non potendo più stare alle mosse, senza badare alla sconvenienza di lasciar lì su due piedi tutta la compagnia, prese per una scaletta segreta, e scese giù con tanta furia, che due o tre volte ci corse poco non si rompesse l’osso del collo. Arrivata all’uscio della stanzina, si fermò un momento, ripensando alla proibizione del marito, e per la paura dei guai, ai quali poteva andare incontro per la sua disubbidienza: ma la tentazione fu così potente, che non ci fu modo di vincerla. Prese dunque la chiave, e tremando come una foglia aprì l’uscio della stanzina. Dapprincipio non poté distinguere nulla perché le finestre erano chiuse: ma a poco a poco cominciò a vedere che il pavimento era tutto coperto di sangue accagliato, dove si riflettevano i corpi di parecchie donne morte e attaccate in giro alle pareti. Erano tutte le donne che Barbablu aveva sposate, e poi sgozzate, una dietro l’altra. Se non morì dalla paura, fu un miracolo: e la chiave della stanzina, che essa aveva ritirato fuori dal buco della porta, le cascò di mano. Quando si fu riavuta un poco, raccattò la chiave, richiuse la porticina e salì nella sua camera, per rimettersi dallo spavento: ma era tanto commossa e agitata, che non trovava la via a pigliar fiato e a rifare un pò di colore. Essendosi avvista che la chiave della stanzina si era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte: ma il sangue non voleva andar via. Ebbe un bel lavarla e un bello strofinarla colla rena e col gesso: il sangue era sempre lì: perché la chiave era fatata e non c’era verso di pulirla perbene: quando il sangue spariva da una parte, rifioriva subito da quell’altra.

Barbablu tornò dal suo viaggio quella sera stessa, raccontando che per la strada aveva ricevuto lettere, dove gli dicevano che l’affare, per il quale si era dovuto muovere da casa, era stato bell’e accomodato e in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto quello che poté per dargli ad intendere che era oltremodo contenta del suo sollecito ritorno. Il giorno dipoi il marito le richiese le chiavi: ed ella gliele consegnò: ma la sua mano tremava tanto, che esso poté indovinare senza fatica tutto l’accaduto. “Come va”, diss’egli, “che fra tutte queste chiavi non ci trovo quella della stanzina?” “Si vede”, ella rispose, “che l’avrò lasciata di sopra, sul mio tavolino.” “Badate bene”, disse Barbablu, “che la voglio subito.” Riuscito inutile ogni pretesto per traccheggiare, convenne portar la chiave. Barbablu, dopo averci messo sopra gli occhi, domandò alla moglie: “Come mai su questa chiave c’è del sangue?”. “Non lo so davvero”, rispose la povera donna, più bianca della morte. “Ah! non lo sapete, eh!”, replicò Barbablu, “ma lo so ben io! Voi siete voluta entrare nella stanzina. Ebbene, o signora: voi ci entrerete per sempre e andrete a pigliar posto accanto a quelle altre donne, che avete veduto là dentro.”

Ella si gettò ai piedi di suo marito piangendo e chiedendo perdono, con tutti i segni di un vero pentimento, dell’aver disubbidito. Bella e addolorata com’era, avrebbe intenerito un macigno: ma Barbablu aveva il cuore più duro del macigno. “Bisogna morire, signora”, diss’egli, “e subito.” “Poiché mi tocca a morire”, ella rispose guardandolo con due occhi tutti pieni di pianto, “datemi almeno il tempo di raccomandarmi a Dio.” “Vi accordo un mezzo quarto d’ora: non un minuto di più”, replicò il marito. Appena rimasta sola, chiamò la sua sorella e le disse: “Anna”, era questo il suo nome, “Anna, sorella mia, ti prego, sali su in cima alla torre per vedere se per caso arrivassero i miei fratelli; mi hanno promesso che oggi sarebbero venuti a trovarmi; se li vedi, fà loro segno, perché si affrettino a più non posso”. La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera sconsolata le gridava di tanto in tanto: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”.

“Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l’erba che verdeggia.”

Intanto Barba-blu, con un gran coltellaccio in mano, gridava con quanta ne aveva ne’ polmoni: “Scendi subito! o se no, salgo io”. “Un altro minuto, per carità” rispondeva la moglie. E di nuovo si metteva a gridare con voce soffocata: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”.

“Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l’erba che verdeggia.”

“Spicciati a scendere”, urlava Barbablu, “o se no salgo io.” “Eccomi” rispondeva sua moglie; e daccapo a gridare: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”. “Vedo” rispose la sorella Anna, “vedo un gran polverone che viene verso questa parte…” “Sono forse i miei fratelli? ” “Ohimè no, sorella mia: è un branco di montoni.”
l’agonia di Primula

“Insomma vuoi scendere, sì o no?”, urlava Barbablu. “Un’altro momentino” rispondeva la moglie: e tornava a gridare: “Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?”. “Vedo” ella rispose “due cavalieri che vengono in qua: ma sono ancora molto lontani.” “Sia ringraziato Iddio”, aggiunse un minuto dopo, “sono proprio i nostri fratelli: io faccio loro tutti i segni che posso, perché si spiccino e arrivino presto.”

Intanto Barbablu si messe a gridare così forte, che fece tremare tutta la casa. La povera donna ebbe a scendere, e tutta scapigliata e piangente andò a gettarsi ai suoi piedi: “Sono inutili i piagnistei”, disse Barbablu, “bisogna morire”. Quindi pigliandola con una mano per i capelli, e coll’altra alzando il coltellaccio per aria, era lì lì per tagliarle la testa. La povera donna, voltandosi verso di lui e guardandolo cogli occhi morenti, gli chiese un ultimo istante per potersi raccogliere. “No, no!”, gridò l’altro, “raccomandati subito a Dio!”, e alzando il braccio…

In quel punto fu bussato così forte alla porta di casa, che Barba-blu si arrestò tutt’a un tratto; e appena aperto, si videro entrare due cavalieri i quali, sfoderata la spada, si gettarono su Barbablu. Esso li riconobbe subito per i fratelli di sua moglie, uno dragone e l’altro moschettiere, e per mettersi in salvo, si dette a fuggire. Ma i due fratelli lo inseguirono tanto a ridosso, che lo raggiunsero prima che potesse arrivare sul portico di casa. E costì colla spada lo passarono da parte a parte e lo lasciarono morto. La povera donna era quasi più morta di suo marito, e non aveva fiato di rizzarsi per andare ad abbracciare i suoi fratelli.

E perché Barba-blu non aveva eredi, la moglie sua rimase padrona di tutti i suoi beni: dei quali, ne dette una parte in dote alla sua sorella Anna, per maritarla con un gentiluomo, col quale da tanto tempo faceva all’amore: di un’altra se ne servì per comprare il grado di capitano ai suoi fratelli: e il resto lo tenne per sé, per maritarsi con un fior di galantuomo, che le fece dimenticare tutti i crepacuori che aveva sofferto con Barbablu.

Così per tutti gli sposi.

Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, si potrebbe imparare che la curiosità, massime quando è spinta troppo, spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno.

Charles Perrault – Cenerentola – Traduzione di Carlo Collodi

I.

La prima che conobbi diceva d’appartenere ad una famiglia patrizia. Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l’affittacamere. Ad ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva d’una piccola pensione che le pagava il governo come figlia d’impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano fosse ancora sotto il governo austriaco.

Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano, non si vedeva mai l’ombra. O erano morti, o non pensavano punto a quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè, nell’isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a’ suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.

La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni; forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro, colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i capelli, altra volta biondi, ora d’un grigio giallognolo, e li pettinava alla moda de’ suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia dentiera, dono d’una sua nobile parente, la quale non poteva più servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d’uno degli interminabili discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s’affrettava con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca chiusa, con un rumore d’ossame che dava i brividi. Aveva l’abitudine di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili, mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere, metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!…» e doveva fuggire in camera a togliersi la dentiera per poterla richiudere.

Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili, avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto l’anno.

Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del tutto, nella quale l’unico fuoco che s’accendeva era la fiammella a spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle che affittava.

Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava l’ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera, faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva affittare alle donne. Vergognosa com’era della sua povertà, viveva affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo, dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori, pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata; lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva domandato: «Chi è quella bella popola?» Un’altra volta ci doveva essere un concorso a premio per le più belle gambe di Milano; poi era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello; soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.

Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull’imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un’ora e più, dicendo pomposamente: «Vado a pranzo.»

Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s’univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d’argento Cristophle che ricordava l’incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant’anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali, rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell’acciaio. Ma il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro macchiato, sul quale soltanto l’entusiasmo cieco della signora Giuditta s’illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa. Quel salotto, l’affittacamere lo metteva a disposizione de’ suoi pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e quand’era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva l’aria d’aver fatto una larghezza all’inquilino che aveva ricevuta la visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.» Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver gente famosa in casa sua.

Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano meglio delle altre, non le nominava mai.

La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo un’assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per salire a vederla.

—È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero all’ospedale.

—Perchè all’ospedale? domandai.

—Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo male, ed era rimasta sola.

—Ed i suoi parenti?

—È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo che era morta per portar via i mobili.

—Non furono venduti pei funerali?

—Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad abitare una delle sue camere mobigliate.

—Quale donnina?

—Non la conosceva? È la moglie d’un commesso viaggiatore, e, quando il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l’unica che andasse a prendere sue nuove all’ospedale….

Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera vecchia non me ne aveva mai parlato.

Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro quella magra industria rappresenta la fine d’una vita delusa; una tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d’inedia, quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.

Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono dal popolo; per quelle la professione dell’affittacamere non è una fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.

II.

La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa era tornata in famiglia a deplorare co’ suoi la spilorceria della morta.

—Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite, uscire senza farsi scorgere, e senza l’aiuto della cameriera non fanno nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il denaro; per noi se non capita una circostanza….

La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.

Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di dir grazie, buoni da far legna per l’inverno, che una donna ricca avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi adagiò sopra le sue speranze.

—«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l’idea concepita ed approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto un punto di vista speciale.

—I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa sarò io sola, suggeriva l’orgoglio della Teresa.

—Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname, calcolava l’infingardaggine del marito.

—S’avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era l’ideale delle ragazze.

E tutti d’accordo pensavano:

—Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di cavarne partito.

Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano l’affittacamere.

L’ideale della Teresa s’era avverato in parte. La faceva da padrona dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove c’era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione, l’ingratitudine degli uomini….

Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa, ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia; ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri, lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare come un gatto domestico.

La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po’ calva; le mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d’un orecchio spaccato. Da un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto. Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in quell’arnese, se s’imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere di partizioni, di scritture, di quartali, d’impresari, di soprani pastosi, di tenori che baritoneggiano, di do di petto…. conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava. Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:

—Ha avuto un gran successo a Lisbona. Ha fatto furore al Covent Garden nella Linda. È scritturato a Bukarest con quaranta mila lire per venticinque recite e la beneficiata….

—Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!

E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell’innominato che chiamavano sempre lui, e l’Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a narrare dei particolari gloriosi della carriera di lui: dame che se n’erano innamorate, giovani dell’alta aristocrazia che avevano staccati i cavalli dalla carrozza e l’avevano strascinata all’albergo, serenate, doni di gran valore, versi…. Chiunque li avesse uditi parlare con quella passione, con quell’entusiasmo, avrebbe creduto che quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e l’amore della famiglia.

Invece lui era stato l’amante dell’Ernesta; l’aveva trascinata con sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato, facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e l’Ernesta era tornata a casa coll’orecchio fesso da uno schiaffo, che le aveva fatto saltare l’orecchino da un capo all’altro del teatro.

E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva mandato ogni sorta d’imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre state rivolte alla moglie. Tutto l’odio dell’Ernesta e della sua famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi suoi denari, presto o tardi l’Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed ora sarebbe moglie d’un grande artista, e ricca, ed in grado di aiutare i suoi….»

La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di lui, s’erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch’egli saliva in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano lusingate solo dall’idea che essi avevano avuto in casa il tenore famoso, che l’Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora delle lettere sue!

Intanto la figlia minore era cresciuta e s’era fatta una bella giovane. A quindici anni, prima assai d’avere ben imparato il mestiere di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.

Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia. L’aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l’aveva creduta in grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella, e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze mobiliate. Quei signori l’avevano vezzeggiata da bambina, e corteggiata appena s’era fatta adolescente. Un giovane tenente, che aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po’ di francese, usando per libri di testo i romanzi di Dumas père. La Maddalena se n’era appassionata. Credeva d’averci imparata la storia di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l’aria di saperla lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n’era saputo più nulla; gli era succeduto il cronista d’un giornale teatrale, che aveva portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d’opera, e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a Maria dell’Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte lagrime, all’indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.

Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano stravagante e la burlavano.

Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva ancora il mestiere, tra che pensava a tutt’altro, fece un grande sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.

Nello stesso casamento, al pian terreno, c’era un giovane tappezziere che s’era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti destini, e diceva che «colla sua educazione, non avrebbe mai potuto adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere in una società più alta». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.

Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell’Ernesta, ne traevano degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po’, dicevano, che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se l’Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli artisti; il mondo è per loro.

Che l’Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi all’incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe certo più fortunata.

C’era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d’ingresso pei teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia: «Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena sapeva accaparrarselo….»

Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.

La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei l’ingegno era tutto. Si innamorò d’un attore drammatico affatto ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria. Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene, che nessun altro attore sapeva interpretare. Tutta la famiglia si commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle persone d’ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d’opera, che erano la sua passione; ce n’erano di quelli che la facevano sempre piangere, specialmente quelli della Traviata: «Croce e delizia al cor».

Per la Maddalena e per l’attore fu il contrario. Cominciarono dalla delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel accento romano, che andava «a cogliere allori per la sua fanciulla».

E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d’amore, e dal parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll’idea di dare all’assente una prova di fedeltà. Ma l’assente non ne tenne conto, e la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza, cresce fino alla disperazione.

La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che punto fossero andate le loro relazioni».

In un giorno di scoraggiamento l’Ernesta, che aveva sempre in mente delle scene teatrali, disse:

—Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t’amo sempre, perdono tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»

La Maddalena crollò il capo e rispose:

—Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta che giocava per terra:

—Quando l’Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d’opera) baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.