Pietro Bembo – Prose della volgar lingua

PRIMO LIBRO

[1.I.] Se la natura, Monsignor messer Giulio, delle mondane cose producitrice e de’ suoi doni sopra esse dispensatrice, sí come ha la voce agli uomini e la disposizione a parlar data, cosí ancora data loro avesse necessità di parlare d’una maniera medesima in tutti, ella senza dubbio di molta fatica scemati ci avrebbe e alleviati, che ci soprastà. Con ciò sia cosa che a quelli che ad altre regioni e ad altre genti passar cercano, che sono sempre e in ogni parte molti, non converrebbe che, per intendere essi gli altri e per essere da loro intesi, con lungo studio nuove lingue apprendessero. Anzi sí come la voce è a ciascun popolo quella stessa, cosí ancora le parole, che la voce forma, quelle medesime in tutti essendo, agevole sarebbe a ciascuno lo usar con le straniere nazioni; il che le piú volte, piú per la varietà del parlare che per altro, è faticoso e malagevole come si vede. Perciò che qual bisogno particolare e domestico, o qual civile commodità della vita può essere a colui presta, che sporre non la sa a coloro da cui esso la dee ricevere, in guisa che sia da lor conosciuto quello che esso ricerca? Senza che non solo il poter mostrare ad altrui ciò che tu addomandi, t’è di mestiero affine che tu il consegua, ma oltre acciò ancora il poterlo acconciamente e con bello e grazioso parlar mostrare, quante volte è cagione che un uomo da un altr’uomo, o ancora da molti uomini, ottien quello che non s’otterrebbe altramente? Perciò che tra tutte le cose acconce a commuovere gli umani animi, che liberi sono, è grande la forza delle umane parole. Continue reading

Francesco Petrarca – Lasso me, ch’i’ non so in qual parte pieghi

Lasso me, ch’i’ non so in qual parte pieghi
la speme, ch’è tradita omai più volte:
che se non è chi con pietà m’ascolte,
perché sparger al ciel sí spessi preghi?
Ma s’egli aven ch’anchor non mi si nieghi
finir anzi ‘l mio fine
queste voci meschine,
non gravi al mio signor perch’io il ripreghi
di dir libero un dí tra l’erba e i fiori:
Drez et rayson es qu’ieu ciant e ‘m demori.

Ragione è ben ch’alcuna volta io canti,
però ch’ò sospirato sí gran tempo
che mai non incomincio assai per tempo
per adequar col riso i dolor’ tanti.
Et s’io potesse far ch’agli occhi santi
porgesse alcun dilecto
qualche dolce mio detto,
o me beato sopra gli altri amanti!
Ma piú quand’io dirò senza mentire:
Donna mi priegha, per ch’io voglio dire.

Vaghi pensier’ che cosí passo passo
scorto m’avete a ragionar tant’alto,
vedete che madonna à ‘l cor di smalto,
sí forte ch’io per me dentro nol passo.
Ella non degna di mirar sí basso
che di nostre parole
curi, ché ‘l ciel non vòle,
al qual pur contrastando i’ son già lasso:
onde, come nel cor m’induro e n’aspro,
così nel mio parlar voglio esser aspro.

Che parlo? o dove sono? e chi m’inganna,
altri ch’io stesso e ‘l desïar soverchio?
Già s’i'trascorro il ciel di cerchio in cerchio,
nessun pianeta a pianger mi condanna.
Se mortal velo il mio veder appanna,
che colpa è de le stelle,
o de le cose belle?
Meco si sta chi dí et notte m’affanna,
poi che del suo piacer mi fe’ gir grave
la dolce vista e ‘l bel guardo soave.

Tutte le cose, di che ‘l mondo è adorno
uscïr buone de man del mastro eterno;
ma me, che cosí adentro non discerno,
abbaglia il bel che mi si mostra intorno;
et s’al vero splendor già mai ritorno,
l’occhio non po’ star fermo,
cosí l’à fatto infermo
pur la sua propria colpa, et non quel giorno
ch’i’ volsi inver’ l’angelica beltade
nel dolce tempo de la prima etade.

Francesco Petrarca – Ben sapeva io che natural consiglio

Ben sapeva io che natural consiglio,
Amor, contra di te già mai non valse,
tanti lacciuol’, tante impromesse false,
tanto provato avea ‘l tuo fiero artiglio.

Ma novamente, ond’io mi meraviglio
(diròl, come persona a cui ne calse,
e che ‘l notai là sopra l’acque salse,
tra la riva toscana et l’Elba et Giglio),

i’ fuggia le tue mani, et per camino,
agitandom’i vènti e ‘l ciel et l’onde,
m’andava sconosciuto et pellegrino:

quando ecco i tuoi ministri, i’ non so donde,
per darmi a diveder ch’al suo destino
mal chi contrasta, et mal chi si nasconde.

Francesco Petrarca – L’aspetto sacro de la terra vostra

L’aspetto sacro de la terra vostra
mi fa del mal passato tragger guai,
gridando: Sta’ su, misero, che fai?;
et la via de salir al ciel mi mostra.

Ma con questo pensier un altro giostra,
et dice a me: Perché fuggendo vai?
se ti rimembra, il tempo passa omai
di tornar a veder la donna nostra.

I’ che ‘l suo ragionar intendo, allora
m’agghiaccio dentro, in guisa d’uom ch’ascolta
novella che di súbito l’accora.

Poi torna il primo, et questo dà la volta:
qual vincerà, non so; ma ‘nfino ad ora
combattuto ànno, et non pur una volta.

Francesco Petrarca – Del mar Tirreno a la sinistra riva

Del mar Tirreno a la sinistra riva,
dove rotte dal vento piangon l’onde,
súbito vidi quella altera fronde
di cui conven che ‘n tante carte scriva.

Amor, che dentro a l’anima bolliva,
per rimembranza de le treccie bionde
mi spinse, onde in un rio che l’erba asconde
caddi, non già come persona viva.

Solo ov’io era tra boschetti et colli
vergogna ebbi di me, ch’al cor gentile
basta ben tanto, et altro spron non volli.

Piacemi almen d’aver cangiato stile
da gli occhi a’ pie’, se del lor esser molli
gli altri asciugasse un piú cortese aprile.

Francesco Petrarca – L’aere gravato, et l’importuna nebbia

L’aere gravato, et l’importuna nebbia
compressa intorno da rabbiosi vènti
tosto conven che si converta in pioggia;
et già son quasi di cristallo i fiumi,
e ‘n vece de l’erbetta per le valli
non se ved’altro che pruine et ghiaccio.

Et io nel cor via piú freddo che ghiaccio
ò di gravi pensier’ tal una nebbia,
qual si leva talor di queste valli,
serrate incontra agli amorosi vènti,
et circundate di stagnanti fiumi,
quando cade dal ciel piú lenta pioggia.

In picciol tempo passa ogni gran pioggia,
e ‘l caldo fa sparir le nevi e ‘l ghiaccio,
di che vanno superbi in vista i fiumi;
né mai nascose il ciel sí folta nebbia
che sopragiunta dal furor d’i vènti
non fugisse dai poggi et da le valli.

Ma, lasso, a me non val fiorir de valli,
anzi piango al sereno et a la pioggia
et a’ gelati et a’ soavi vènti:
ch’allor fia un dí madonna senza ‘l ghiaccio
dentro, et di for senza l’usata nebbia,
ch’i’ vedrò secco il mare, e’ laghi, e i fiumi.

Mentre ch’al mar descenderanno i fiumi
et le fiere ameranno ombrose valli,
fia dinanzi a’ begli occhi quella nebbia
che fa nascer d’i miei continua pioggia,
et nel bel petto l’indurato ghiaccio
che trâ del mio sí dolorosi vènti.

Ben debbo io perdonare a tutti vènti,
per amor d’un che ‘n mezzo di duo fiumi
mi chiuse tra ‘l bel verde e ‘l dolce ghiaccio,
tal ch’i’ depinsi poi per mille valli
l’ombra ov’io fui, ché né calor né pioggia
né suon curava di spezzata nebbia.

Ma non fuggío già mai nebbia per vènti,
come quel dí, né mai fiumi per pioggia,
né ghiaccio quando ‘l sole apre le valli.

Francesco Petrarca – Lasso, che mal accorto fui da prima

Lasso, che mal accorto fui da prima
nel giorno ch’a ferir mi venne Amore,
ch’a passo a passo è poi fatto signore
de la mia vita, et posto in su la cima.

Io non credea per forza di sua lima
che punto di fermezza o di valore
mancasse mai ne l’indurato core;
ma cosí va, chi sopra ‘l ver s’estima.

Da ora inanzi ogni difesa è tarda,
altra che di provar s’assai o poco
questi preghi mortali Amore sguarda.

Non prego già, né puote aver piú loco,
che mesuratamente il mio cor arda,
ma che sua parte abbia costei del foco.

Francesco Petrarca – Se voi poteste per turbati segni

Se voi poteste per turbati segni,
per chinar gli occhi, o per piegar la testa,
o per esser piú d’altra al fuggir presta,
torcendo ‘l viso a’ preghi honesti et degni,

uscir già mai, over per altri ingegni,
del petto ove dal primo lauro innesta
Amor piú rami, i’ direi ben che questa
fosse giusta cagione a’ vostri sdegni:

ché gentil pianta in arido terreno
par che si disconvenga, et però lieta
naturalmente quindi si diparte;

ma poi vostro destino a voi pur vieta
l’esser altrove, provedete almeno
di non star sempre in odïosa parte.

Francesco Petrarca – Volgendo gli occhi al mio novo colore

Volgendo gli occhi al mio novo colore
che fa di morte rimembrar la gente,
pietà vi mosse; onde, benignamente
salutando, teneste in vita il core.

La fraile vita, ch’ancor meco alberga,
fu de’ begli occhi vostri aperto dono,
et de la voce angelica soave.
Da lor conosco l’esser ov’io sono:

ché, come suol pigro animal per verga,
cosí destaro in me l’anima grave.
Del mio cor, donna, l’una et l’altra chiave

avete in mano; et di ciò son contento,
presto di navigare a ciascun vento,
ch’ogni cosa da voi m’è dolce honore.

Francesco Petrarca – Padre del ciel, dopo i perduti giorni

Padre del ciel, dopo i perduti giorni,
dopo le notti vaneggiando spese,
con quel fero desio ch’al cor s’accese,
mirando gli atti per mio mal sí adorni,

piacciati omai col Tuo lume ch’io torni
ad altra vita et a piú belle imprese,
sí ch’avendo le reti indarno tese,
il mio duro adversario se ne scorni.

Or volge, Signor mio, l’undecimo anno
ch’i’ fui sommesso al dispietato giogo
che sopra i piú soggetti è piú feroce.

Miserere del mio non degno affanno;
reduci i pensier’ vaghi a miglior luogo;
ramenta lor come oggi fusti in croce.

Poco era ad appressarsi agli occhi miei – Francesco Petrarca

Poco era ad appressarsi agli occhi miei
la luce che da lunge gli abbarbaglia,
che, come vide lei cangiar Thesaglia,
cosí cangiato ogni mia forma avrei.

Et s’io non posso transformarmi in lei
piú ch’i’ mi sia (non ch’a mercé mi vaglia),
di qual petra piú rigida si ‘ntaglia
pensoso ne la vista oggi sarei,

o di diamante, o d’un bel marmo biancho,
per la paura forse, o d’un dïaspro,
pregiato poi dal vulgo avaro et scioccho;

et sarei fuor del grave giogo et aspro,
per cui i’ ò invidia di quel vecchio stancho
che fa con le sue spalle ombra a Marroccho.

Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina – Francesco Petrarca

Ne la stagion che ‘l ciel rapido inchina
verso occidente, et che ‘l dí nostro vola
a gente che di là forse l’aspetta,
veggendosi in lontan paese sola,
la stancha vecchiarella pellegrina
raddoppia i passi, et piú et piú s’affretta;
et poi cosí soletta
al fin di sua giornata
talora è consolata
d’alcun breve riposo, ov’ella oblia
la noia e ‘l mal de la passata via.
Ma, lasso, ogni dolor che ‘l dí m’adduce
cresce qualor s’invia
per partirsi da noi l’eterna luce.

Come ‘l sol volge le ‘nfiammate rote
per dar luogo a la notte, onde discende
dagli altissimi monti maggior l’ombra,
l’avaro zappador l’arme riprende,
et con parole et con alpestri note
ogni gravezza del suo petto sgombra;
et poi la mensa ingombra
di povere vivande,
simili a quelle ghiande,
le qua’ fuggendo tutto ‘l mondo honora.
Ma chi vuol si rallegri ad ora ad ora,
ch’i’ pur non ebbi anchor, non dirò lieta,
ma riposata un’hora,
né per volger di ciel né di pianeta.

Quando vede ‘l pastor calare i raggi
del gran pianeta al nido ov’egli alberga,
e ‘nbrunir le contrade d’orïente,
drizzasi in piedi, et co l’usata verga,
lassando l’erba et le fontane e i faggi,
move la schiera sua soavemente;
poi lontan da la gente
o casetta o spelunca
di verdi frondi ingiuncha:
ivi senza pensier’ s’adagia et dorme.
Ahi crudo Amor, ma tu allor piú mi ‘nforme
a seguir d’una fera che mi strugge,
la voce e i passi et l’orme,
et lei non stringi che s’appiatta et fugge.

E i naviganti in qualche chiusa valle
gettan le membra, poi che ‘l sol s’asconde,
sul duro legno, et sotto a l’aspre gonne.
Ma io, perché s’attuffi in mezzo l’onde,
et lasci Hispagna dietro a le sue spalle,
et Granata et Marroccho et le Colonne,
et gli uomini et le donne
e ‘l mondo et gli animali
aquetino i lor mali,
fine non pongo al mio obstinato affanno;
et duolmi ch’ogni giorno arroge al danno,
ch’i’ son già pur crescendo in questa voglia
ben presso al decim’anno,
né poss’indovinar chi me ne scioglia.

Et perché un poco nel parlar mi sfogo,
veggio la sera i buoi tornare sciolti
da le campagne et da’ solcati colli:
i miei sospiri a me perché non tolti
quando che sia? perché no ‘l grave giogo?
perché dí et notte gli occhi miei son molli?
Misero me, che volli
quando primier sí fiso
gli tenni nel bel viso
per iscolpirlo imaginando in parte
onde mai né per forza né per arte
mosso sarà, fin ch’i’ sia dato in preda
a chi tutto diparte!
Né so ben ancho che di lei mi creda.

Canzon, se l’esser meco
dal matino a la sera
t’à fatto di mia schiera,
tu non vorrai mostrarti in ciascun loco;
et d’altrui loda curerai sí poco,
ch’assai ti fia pensar di poggio in poggio
come m’à concio ‘l foco
di questa viva petra, ov’io m’appoggio.

Se mai foco per foco non si spense – Francesco Petrarca

Se mai foco per foco non si spense,
né fiume fu già mai secco per pioggia,
ma sempre l’un per l’altro simil poggia,
et spesso l’un contrario l’altro accense,

Amor, tu che’ pensier’ nostri dispense,
al qual un’alma in duo corpi s’appoggia,
perché fai in lei con disusata foggia
men per molto voler le voglie intense?

Forse sí come ‘l Nil d’alto caggendo
col gran suono i vicin’ d’intorno assorda,
e ‘l sole abbaglia chi ben fiso ‘l guarda,

cosí ‘l desio che seco non s’accorda,
ne lo sfrenato obiecto vien perdendo,
et per troppo spronar la fuga è tarda.

Francesco Petrarca – L’arbor gentil che forte amai molt’anni

L’arbor gentil che forte amai molt’anni,
mentre i bei rami non m’ebber a sdegno
fiorir faceva il mio debile ingegno
a la sua ombra, et crescer negli affanni.

Poi che, securo me di tali inganni,
fece di dolce sé spietato legno,
i’ rivolsi i pensier’ tutti ad un segno,
che parlan sempre de’ lor tristi danni.

Che porà dir chi per amor sospira,
s’altra speranza le mie rime nove
gli avessir data, et per costei la perde?

Né poeta ne colga mai, né Giove
la privilegi, et al Sol venga in ira,
tal che si secchi ogni sua foglia verde.

Francesco Petrarca – Perché quel che mi trasse ad amar prima

Perché quel che mi trasse ad amar prima,
altrui colpa mi toglia,
del mio fermo voler già non mi svoglia.

Tra le chiome de l’òr nascose il laccio,
al qual mi strinse, Amore;
et da’ begli occhi mosse il freddo ghiaccio,
che mi passò nel core,
con la vertú d’un súbito splendore,
che d’ogni altra sua voglia
sol rimembrando anchor l’anima spoglia.

Tolta m’è poi di que’ biondi capelli,
lasso, la dolce vista;
e ‘l volger de’ duo lumi honesti et belli
col suo fuggir m’atrista;
ma perché ben morendo honor s’acquista,
per morte né per doglia
non vo’ che da tal nodo Amor mi scioglia.

Francesco Petrarca – La guancia che fu già piangendo stancha

La guancia che fu già piangendo stancha
riposate su l’un, signor mio caro,
et siate ormai di voi stesso piú avaro
a quel crudel che ‘ suoi seguaci imbiancha.

Coll’altro richiudete da man mancha
la strada a’ messi suoi ch’indi passaro,
mostrandovi un d’agosto et di genaro,
perch’a la lunga via tempo ne mancha.

E col terzo bevete un suco d’erba
che purghe ogni pensier che ‘l cor afflige,
dolce a la fine, et nel principio acerba.

Me riponete ove ‘l piacer si serba,
tal ch’i’ non tema del nocchier di Stige,
se la preghiera mia non è superba.

Francesco Petrarca – Mie venture al venir son tarde et pigre

Mie venture al venir son tarde et pigre,
la speme incerta, e ‘l desir monta et cresce,
onde e ‘l lassare et l’aspectar m’incresce;
et poi al partir son piú levi che tigre.

Lasso, le nevi fien tepide et nigre,
e ‘l mar senz’onda, et per l’alpe ogni pesce,
et corcherassi il sol là oltre ond’esce
d’un medesimo fonte Eufrate et Tigre,

prima ch’i’ trovi in ciò pace né triegua,
o Amore o madonna altr’uso impari,
che m’ànno congiurato a torto incontra.

Et s’i’ ò alcun dolce, è dopo tanti amari,
che per disdegno il gusto si dilegua:
altro mai di lor gratie non m’incontra.

Francesco Petrarca – Se col cieco desir che ‘l cor distrugge

Se col cieco desir che ‘l cor distrugge
contando l’ore no m’inganno io stesso,
ora mentre ch’io parlo il tempo fugge
ch’a me fu inseme et a mercé promesso.

Qual ombra è sí crudel che ‘l seme adugge,
ch’al disïato frutto era sí presso?
et dentro dal mio ovil qual fera rugge?
tra la spiga et la man qual muro è messo?

Lasso, nol so; ma sí conosco io bene
che per far piú dogliosa la mia vita
amor m’addusse in sí gioiosa spene.

Et or di quel ch’i’ ò lecto mi sovene,
che ‘nanzi al dí de l’ultima partita
huom beato chiamar non si convene.

Francesco Petrarca – Quel foco ch’i’ pensai che fosse spento

Quel foco ch’i’ pensai che fosse spento
dal freddo tempo et da l’età men fresca,
fiamma et martir ne l’anima rinfresca.

Non fur mai tutte spente, a quel ch’i’ veggio,
ma ricoperte alquanto le faville,
et temo no ‘l secondo error sia peggio.
Per lagrime ch’i’ spargo a mille a mille
conven che ‘l duol per gli occhi si distille
dal cor, ch’à seco le faville et l’ésca:
non pur qual fu, ma pare a me che cresca.

Qual foco non avrian già spento et morto
l’onde che gli occhi tristi versan sempre?
Amor, avegna mi sia tardi accorto,
vòl che tra duo contrari mi distempre;
et tende lacci in sí diverse tempre,
che quand’ò piú speranza che ‘l cor n’esca,
allor piú nel bel viso mi rinvesca.

Francesco Petrarca – Perch’al viso d’Amor portava insegna,

Perch’al viso d’Amor portava insegna,
mosse una pellegrina il mio cor vano,
ch’ogni altra mi parea d’onor men degna.

Et lei seguendo su per l’erbe verdi,
udí’ dir alta voce di lontano:
Ahi, quanti passi per la selva perdi!

Allor mi strinsi a l’ombra d’un bel faggio,
tutto pensoso; et rimirando intorno,
vidi assai periglioso il mio vïaggio;

et tornai indietro quasi a mezzo ‘l giorno.

Francesco Petrarca -. Spirto gentil, che quelle membra reggi

Spirto gentil, che quelle membra reggi
dentro le qua’ peregrinando alberga
un signor valoroso, accorto et saggio,
poi che se’ giunto a l’onorata verga
colla qual Roma et i suoi erranti correggi,
et la richiami al suo antiquo vïaggio,
io parlo a te, però ch’altrove un raggio
non veggio di vertú, ch’al mondo è spenta,
né trovo chi di mal far si vergogni.
Che s’aspetti non so, né che s’agogni,
Italia, che suoi guai non par che senta:
vecchia, otïosa et lenta,
dormirà sempre, et non fia chi la svegli?
Le man’ l’avess’io avolto entro’ capegli.

Non spero che già mai dal pigro sonno
mova la testa per chiamar ch’uom faccia,
sí gravemente è oppressa et di tal soma;
ma non senza destino a le tue braccia,
che scuoter forte et sollevarla ponno,
è or commesso il nostro capo Roma.
Pon’ man in quella venerabil chioma
securamente, et ne le treccie sparte,
sí che la neghittosa esca del fango.
I’ che dí et notte del suo strazio piango,
di mia speranza ò in te la maggior parte:
che se ‘l popol di Marte
devesse al proprio honore alzar mai gli occhi,
parmi pur ch’a’ tuoi dí la gratia tocchi.

L’antiche mura ch’anchor teme et ama
et trema ‘l mondo, quando si rimembra
del tempo andato e ‘n dietro si rivolve,
e i sassi dove fur chiuse le membra
di ta’ che non saranno senza fama,
se l’universo pria non si dissolve,
et tutto quel ch’una ruina involve,
per te spera saldar ogni suo vitio.
O grandi Scipïoni, o fedel Bruto,
quanto v’aggrada, s’egli è anchor venuto
romor là giú del ben locato officio!
Come cre’ che Fabritio
si faccia lieto, udendo la novella!
Et dice: Roma mia sarà anchor bella.

Et se cosa di qua nel ciel si cura,
l’anime che lassú son citadine,
et ànno i corpi abandonati in terra,
del lungo odio civil ti pregan fine,
per cui la gente ben non s’assecura,
onde ‘l camin a’ lor tecti si serra:
che fur già sí devoti, et ora in guerra
quasi spelunca di ladron’ son fatti,
tal ch’a’ buon’ solamente uscio si chiude,
et tra gli altari et tra le statue ignude
ogni impresa crudel par che se tratti.
Deh quanto diversi atti!
Né senza squille s’incommincia assalto,
che per Dio ringraciar fur poste in alto.

Le donne lagrimose, e ‘l vulgo inerme
de la tenera etate, e i vecchi stanchi
ch’ànno sé in odio et la soverchia vita,
e i neri fraticelli e i bigi e i bianchi,
coll’altre schiere travagliate e ‘nferme,
gridan: O signor nostro, aita, aita.
Et la povera gente sbigottita
ti scopre le sue piaghe a mille a mille,
ch’Anibale, non ch’altri, farian pio.
Et se ben guardi a la magion di Dio
ch’arde oggi tutta, assai poche faville
spegnendo, fien tranquille
le voglie, che si mostran sí ‘nfiammate,
onde fien l’opre tue nel ciel laudate.

Orsi, lupi, leoni, aquile et serpi
ad una gran marmorea colomna
fanno noia sovente, et a sé danno.
Di costor piange quella gentil donna
che t’à chiamato a ciò che di lei sterpi
le male piante, che fiorir non sanno.
Passato è già piú che ‘l millesimo anno
che ‘n lei mancâr quell’anime leggiadre
che locata l’avean là dov’ell’era.
Ahi nova gente oltra misura altera,
irreverente a tanta et a tal madre!
Tu marito, tu padre:
ogni soccorso di tua man s’attende,
ché ‘l maggior padre ad altr’opera intende.

Rade volte adiven ch’a l’alte imprese
fortuna ingiurïosa non contrasti,
ch’agli animosi fatti mal s’accorda.
Ora sgombrando ‘l passo onde tu intrasti,
famisi perdonar molt’altre offese,
ch’almen qui da se stessa si discorda:
però che, quanto ‘l mondo si ricorda,
ad huom mortal non fu aperta la via
per farsi, come a te, di fama eterno,
che puoi drizzar, s’i’ non falso discerno,
in stato la piú nobil monarchia.
Quanta gloria ti fia
dir: Gli altri l’aitâr giovene et forte;
questi in vecchiezza la scampò da morte.

Sopra ‘l monte Tarpeio, canzon, vedrai
un cavalier, ch’Italia tutta honora,
pensoso piú d’altrui che di se stesso.
Digli: Un che non ti vide anchor da presso,
se non come per fama huom s’innamora,
dice che Roma ognora
con gli occhi di dolor bagnati et molli
ti chier mercé da tutti sette i colli.

Francesco Petrarca – Non al suo amante piú Dïana piacque,

Non al suo amante piú Dïana piacque,
quando per tal ventura tutta ignuda
la vide in mezzo de le gelide acque,

ch’a me la pastorella alpestra et cruda
posta a bagnar un leggiadretto velo,
ch’a l’aura il vago et biondo capel chiuda,

tal che mi fece, or quand’egli arde ‘l cielo,
tutto tremar d’un amoroso gielo.

Perch’io t’abbia guardato di menzogna – Francesco Petrarca

Perch’io t’abbia guardato di menzogna
a mio podere et honorato assai,
ingrata lingua, già però non m’ài
renduto honor, ma facto ira et vergogna:

ché quando piú ‘l tuo aiuto mi bisogna
per dimandar mercede, allor ti stai
sempre piú fredda, et se parole fai,
son imperfecte, et quasi d’uom che sogna.

Lagrime triste, et voi tutte le notti
m’accompagnate, ov’io vorrei star solo,
poi fuggite dinanzi a la mia pace;

et voi sí pronti a darmi angoscia et duolo,
sospiri, allor traete lenti et rotti:
sola la vista mia del cor non tace.

Il figliuol di Latona avea già nove – Francesco Petrarca

Il figliuol di Latona avea già nove
volte guardato dal balcon sovrano,
per quella ch’alcun tempo mosse invano
i suoi sospiri, et or gli altrui commove.

Poi che cercando stanco non seppe ove
s’albergasse, da presso o di lontano,
mostrossi a noi qual huom per doglia insano,
che molto amata cosa non ritrove.

Et cosí tristo standosi in disparte,
tornar non vide il viso, che laudato
sarà s’io vivo in piú di mille carte;

et pietà lui medesmo avea cangiato,
sí che’ begli occhi lagrimavan parte:
però l’aere ritenne il primo stato.

Ma poi che ‘l dolce riso humile et piano – Francesco Petrarca

Ma poi che ‘l dolce riso humile et piano
piú non asconde sue bellezze nove,
le braccia a la fucina indarno move
l’antiquissimo fabbro ciciliano,

ch’a Giove tolte son l’arme di mano
temprate in Mongibello a tutte prove,
et sua sorella par che si rinove
nel bel guardo d’Apollo a mano a mano.

Del lito occidental si move un fiato,
che fa securo il navigar senza arte,
et desta i fior’ tra l’erba in ciascun prato.

Stelle noiose fuggon d’ogni parte,
disperse dal bel viso inamorato,
per cui lagrime molte son già sparte.

Quando dal proprio sito si rimove – Francesco Petrarca

Quando dal proprio sito si rimove
l’arbor ch’amò già Phebo in corpo humano,
sospira et suda a l’opera Vulcano,
per rinfrescar l’aspre saette a Giove:

il qual or tona, or nevicha et or piove,
senza honorar piú Cesare che Giano;
la terra piange, e ‘l sol ci sta lontano,
che la sua cara amica ved’altrove.

Allor riprende ardir Saturno et Marte,
crudeli stelle, et Orïone armato
spezza a’ tristi nocchier’ governi et sarte;

Eolo a Neptuno et a Giunon turbato
fa sentire, et a noi, come si parte
il bel viso dagli angeli aspectato.

S’Amore o Morte non dà qualche stroppio – Francesco Petrarca

S’Amore o Morte non dà qualche stroppio
a la tela novella ch’ora ordisco,
et s’io mi svolvo dal tenace visco,
mentre che l’un coll’altro vero accoppio,

i’ farò forse un mio lavor sí doppio
tra lo stil de’ moderni e ‘l sermon prisco,
che, paventosamente a dirlo ardisco,
infin a Roma n’udirai lo scoppio.

Ma però che mi mancha a fornir l’opra
alquanto de le fila benedette
ch’avanzaro a quel mio dilecto padre,

perché tien’ verso me le man’ sí strette,
contra tua usanza? I’ prego che tu l’opra,
e vedrai rïuscir cose leggiadre.

Io temo sí de’ begli occhi l’assalto – Francesco Petrarca

Io temo sí de’ begli occhi l’assalto
ne’ quali Amore et la mia morte alberga,
ch’i’ fuggo lor come fanciul la verga,
et gran tempo è ch’i’ presi il primier salto.

Da ora inanzi faticoso od alto
loco non fia, dove ‘l voler non s’erga
per no scontrar chî miei sensi disperga
lassando come suol me freddo smalto.

Dunque s’a veder voi tardo mi volsi
per non ravvicinarmi a chi mi strugge,
fallir forse non fu di scusa indegno.

Piú dico, che ‘l tornare a quel ch’uom fugge,
e ‘l cor che di paura tanta sciolsi,
fur de la mia fede non leggier pegno.

Orso, e’ non furon mai fiumi né stagni – Francesco Petrarca

Orso, e’ non furon mai fiumi né stagni,
né mare, ov’ogni rivo si disgombra,
né di muro o di poggio o di ramo ombra,
né nebbia che ‘l ciel copra e ‘l mondo bagni,

né altro impedimento, ond’io mi lagni,
qualunque piú l’umana vista ingombra,
quanto d’un vel che due begli occhi adombra,
et par che dica: Or ti consuma et piagni.

Et quel lor inchinar ch’ogni mia gioia
spegne o per humiltate o per argoglio,
cagion sarà che ‘nanzi tempo i’ moia.

Et d’una bianca mano ancho mi doglio,
ch’è stata sempre accorta a farmi noia,
et contra gli occhi miei s’è fatta scoglio.