Archivi tag: Sbolenfi

Argia Sbolenfi – Olindo Guerrini – Poble Carlos

¿Habla: se puede ser mas desdichada?
Quiereba Carlos el toreadores,
Ma un toro viense in la plaza mayores
Y per matarlos el sfrodò la espada

El toro escapò vias por la contrada
¡Mo Carlos, dietros. fagando romores!
Cuando el toro ¡ahi de mi, caros señores!
Per de dietros ce apogia una cornada.

Carlos cascò cridando ¡ahi, porco mundo!
Viense el medico y hablò: ¡mo bozaradas,
El corno ha penetrado ensino al fundo!

¡Parece un nido carico de vrespas;
Las pobras chiapas miranse sfondadas,
Todo està roto y buena noche crespas!

[*] Lo Spagnuolo non beve… certo l’onda del Mançanares!

Argia Sbolenfi – Olindo Guerrini – Il gentil cavaliero

Va per la selva nera
Solingo un cavalier
Ornato d’un cimier
Colla criniera..

Dai piedi fino al mento
Coperto è di metal;
Galoppa il suo caval
Che pare il vento.

Quand’ecco che un romito
Innanzi gli si fa
E dice: «vieni quà,
Guerriero ardito!

C’è una fanciulla pia,
Leggiadra anzichenò,
E il padre la chiamò
Sbolenfi Argia.

Ti sta nel suo palazzo
Fremente ad aspettar
E tu l’hai da sposar
Bravo ragazzo!

Faresti un buon affare
E non puoi dir di no.
Io vi mariterò;
Valla a pigliare!…»

A questa esortazione
Commosso il cavalier,
Nel ventre del destrier
Piantò lo sprone,

E si partì al galoppo
Bramoso di venir,
Veloce come al tir
Palla di schioppo…

Scorsero gli anni e i mesi,
I giorni e le stagion,
Ed io sul mio balcon
Sempre l’attesi!

Ma invan lo sguardo esplora
Le strade ed i sentier;
Il prode cavalier
Galoppa ancora!!

Olindo Guerrini (Argia Sbolenfi) – In disprezzo di uno spasimante vecchio e storto – Lettura di Valerio Di Stefano

Ridicolo che il vicolo girandoli,
Sciupi i sassi coi passi e indarno ciondoli.
Ti parlo schietto, io non ammetto scandoli,
Né sopporto uno storto che mi sdondoli.

guerrini-sbolenfi-inricordo

[mp3-jplayer tracks=”http://www.classicistranieri.com/wp-content/uploads/2013/09/guerrini-sbolenfi-inricordo.mp3″ width=”100%”]

Argia Sbolenfi (Olindo Guerrini) – Si descrive un temporale nel deserto

Che veggo? Che miro? Rimbomba già il tuono!
Il tempo mi pare che faccia da buono!
Ahi, miser chi a casa scordato ha l’ombrel!
La grandine è grossa che pare una noce
E omai per vederci nel scuro feroce
Accender fa d’uopo frequenti candel.

Che veggo? Che miro? Un giovin garzone
Che solo soletto traversa il ciclone
E par che non curi dell’acqua il piombar!
Ah, certo tra i lampi lo guida l’amore!
Mel dice la speme che m’arde nel core!
Ah, certo quell’uomo mi viene a sposar!

Deh, frena il furore, fa un poco più adagio,
Che tu nol rovini, mio buon nubifragio!
Deh, fa che non giunga bagnato al mio sen!
Che veggo? Che miro? Ah, cruda mia stella!
M’illuse la speme, ho fatto padella![1]
Egli era il Questore, non era il mio ben!!

[1] Prendere un granchio: Decapodus brachiurus Linn.

Argia Sbolenfi (Olindo Guerrini) – Sonetto contro un anonimo che ci fece la burla del telegramma

O scellerato che tirasti su
Quel genitor che il cielo a me largì,
Hai ben ragion che sei non si sa chi
E il telegramma senza il nome fu!

Empio, domanda pure a chi vuoi tu
Se son cose da far quelle che lì,
Che sta sicuro che se fosti qui
Staresti un pezzo di non farne più,

Che colla forza la maggior che ho
Ti vorrei scorticar da capo a piè
E con la pelle tua farmi un paltò!

Nessun ti salverebbe, a meno che
Fosti bello e robusto anzichenò
E promettesti di sposarmi me.

[*] L’ottimo Signor Pietro Sbolenfi si portava candidato alla Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. Il vero merito non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase in terra. Un malvagio, rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi impazzì di gioia, il signor Pietro diede le dimissioni dal suo impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore!

Argia Sbolenfi (Olindo Guerrini) – La ballata del Re Moro

Tra le palme del deserto
C’è un magnifico castel,
Ch’è impossibile di certo
Di trovarne uno più bel.

Ivi tien la sua dimora
Di quei popoli il signor.
Egli è bello e giovin, fuora
Che ha il difetto d’esser mor.

Stando assente dal paese
D’una vergin s’invaghì.
Era bella e bolognese,
E difatti la rapì.

Ma suo padre, ahi sorte dura!
Che mandarla giù non può,
Si rivolse alla Questura
Che due guardie ci mandò;

E alla patria abbandonata
La volevan trascinar,
Ma la bella innamorata
Non voleva ritornar,

E rivolta al suo diletto
Ci diceva: «o bel re mor,
»Fa il piacere, tienmi stretto,
»Non lasciarmi con costor!

»Deh, non fia che il fato amaro
»M’allontani dal tuo sen!
»Ah, difendimi, mio caro,
»Che ti voglio tanto ben!»

Ma il re moro pensieroso
Resta muto sul sofà
E un pensiero mostruoso
Nello sguardo e in cor gli sta!

Poichè il moro non risponde
Sta la bella in oppression;
Straccia via le chiome bionde
E si butta in ginocchion.

E poi fece tante cose,
Disse, pianse e supplicò…
Ma quel porco non rispose,
Stette zitto e la piantò!

Argia Sbolenfi (Olindo Guerrini) – Si descrive un vago desìo

Condannata da l’empio destino
a l’iniquo mestier della cuoca,
io compongo vicino alla fuoca[1]
i miei deboli versi d’amor,
e l’imago d’un giovin divino
m’apparisce a gli sguardi incantati;
sento l’orma de i passi adorati
echeggiarmi ne l’vergine cor!

Quant’è bello il diletto garzone
cui le grazie fan lungo corteo!
Rassomiglia a Giulietta e Romeo
che la penna de l’ Tasso cantò!
E’ robusto sì come Sansone,
è più forte di Tirsi e d’Orlando,
e se snuda il durissimo brando
qual mal donna resister ci può?

Vieni meco, mio energico amico,
ch’io ti stringa in un morbido amplesso!
Tu sei bello, sei forte, sei desso,
il marito che innanzi mi sta!
Ma chi rompe l’imene pudico,
ma chi turba il mio sogno fremente?
E’ mio padre che grida furente:
«La brasàdla la pòzza e d’ strinà!»[2]

(Pensata nella domestica cucina
e scritta ivi il giorno dopo)

[*] Questo fu il primo parto della nostra Poetessa e le mende storiche e mitologiche ne accusano l’inesperienza.

[1]: Focolare, Dialetto bolognese.

[2] “La costoletta puzza di bruciato”, Dial. bol.