Comitato Nazionale di Radicali Italiani (3ª ed ultima giornata)

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Diritti Umani ed Elezioni europee: conferenza stampa di Marco Pannella e dei dirigenti Radicali

Diritti Umani ed Elezioni europee: conferenza stampa di Marco Pannella e dei dirigenti Radicali

Roma 11 aprile 2014 - 1h 15' 8"
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Marco Pannella, Rita Bernardini, Filomena Gallo, Marco Perduca, Giuseppe Rossodivita intervengono sulle ultime iniziative del Partito Radicale Nonviolento per l'attivazione dei meccanismi internazionali nei confronti della Repubblica italiana in materia di diritti umani e sulle prossime Elezioni europee

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Sovraffollamento carcerario: interventi di sistema e soluzioni emergenziali

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Michele Ainis – Doppio riflesso

Presentazione del libro di Michele Ainis nell’ambito di “Capalbio libri. Il Piacere di leggere in piazza. In rete”, in programma dal 3 al 14 agosto 2013

Capalbio, 13 agosto 2013

da: www.radioradicale.it

 

Gaspara Stampa – Un intelletto angelico e divino

Un intelletto angelico e divino,
una real natura ed un valore,
un disio vago di fama e d’onore,
un parlar saggio, grave e pellegrino,
      un sangue illustre, agli alti re vicino,
una fortuna a poche altre minore,
un’età nel suo proprio e vero fiore,
un atto onesto, mansueto e chino,
      un viso più che ‘l sol lucente e chiaro,
ove bellezza e grazia Amor riserra
in non mai più vedute o udite tempre,
      fûr le catene, che già mi legâro,
e mi fan dolce ed onorata guerra.
O pur piaccia ad Amor che stringan sempre!

Gaspara Stampa – Io assimiglio il mio signor al cielo

 Io assimiglio il mio signor al cielo
meco sovente. Il suo bel viso è ‘l sole;
gli occhi, le stelle, e ‘l suon de le parole
è l’armonia, che fa ‘l signor di Delo.
      Le tempeste, le piogge, i tuoni e ‘l gelo
son i suoi sdegni, quando irar si suole;
le bonacce e ‘l sereno è quando vuole
squarciar de l’ire sue benigno il velo.
      La primavera e ‘l germogliar de’ fiori
è quando ei fa fiorir la mia speranza,
promettendo tenermi in questo stato.
      L’orrido verno è poi, quando cangiato
minaccia di mutar pensieri e stanza,
spogliata me de’ miei più ricchi onori.

Gaspara Stampa – Quando fu prima il mio signor concetto

Quando fu prima il mio signor concetto,
tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
gli dier le grazie, e queste doti e quelle,
perch’ei fosse tra noi solo perfetto.
      Saturno diègli altezza d’intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogn’altr’uomo imbelle;
Febo gli empì di stile e senno il petto;
      Vener gli dié bellezza e leggiadria;
eloquenza Mercurio; ma la luna
lo fe’ gelato più ch’io non vorria.
      Di queste tante e rare grazie ognuna
m’infiammò de la chiara fiamma mia,
e per agghiacciar lui restò quell’una.

Gaspara Stampa – Se di rozzo pastor, di gregge e folle

Se di rozzo pastor di gregge e folle
il giogo ascreo fe’ diventar poeta
lui, che poi salse a sì lodata meta,
che quasi a tutti gli altri fama tolle,
      che meraviglia fia s’alza ed estolle
me bassa e vile a scriver tanta pièta
quel che può più che studio e che pianeta,
il mio verde, pregiato ed alto colle?
      La cui sacra, onorata e fatal ombra
dal mio cor, quasi sùbita tempesta,
ogni ignoranza, ogni bassezza sgombra.
      Questa da basso luogo m’erge, e questa
mi rinnova lo stil, la vena adombra;
tanta virtù nell’alma ognor mi desta!

Gaspara Stampa – Era vicino il di’ che ‘l creatore

Era vicino il dì che ‘l Creatore,
che ne l’altezza sua potea restarsi,
in forma umana venne a dimostrarsi,
dal ventre virginal uscendo fore,
      quando degnò l’illustre mio signore,
per cui ho tanti poi lamenti sparsi,
potendo in luogo più alto annidarsi,
farsi nido e ricetto del mio core.
      Ond’io sì rara e sì alta ventura
accolsi lieta; e duolmi sol che tardi
mi fe’ degna di lei l’eterna cura.
      Da indi in qua pensieri e speme e sguardi
volsi a lui tutti, fuor d’ogni misura
chiaro e gentil, quanto ‘l sol giri e guardi.

Gaspara Stampa – Voi ch’ascoltate in queste meste rime

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,
      ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.
      E spero ancor che debba dir qualcuna:
- Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!
      Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

Gaspara Stampa – Allo illustre mio signore – Proemio alle Rime

Poi che le mie pene amorose, che per amor di V. S. porto scritte in diverse lettere e rime, non han possuto, una per una, non pur far pietosa V. S. verso di me, ma farla né anco cortese di scrivermi una parola, io mi son rissoluta di ragunarle tutte in questo libro, per vedere se tutte insieme lo potranno fare. Qui dunque V. S. vedrà non il pelago delle passioni, delle lagrime e de’ tormenti miei, perché è mar senza fondo; ma un piccolo ruscello solo di esse; né pensi V. S. ch’io abbia ciò fatto per farla conoscente della sua crudeltà, perché crudeltà non si può dire, dove non è obligo, né per contristarnela; ma per farla più tosto conoscente della sua grandezza ed allegrarla. Perché, vedendo esser usciti dalla durezza vostra verso di me questi frutti, congeturerà quali saranno quelli, che usciranno dalla sua pietà, se averrà mai che i cieli me la faccino pietosa: o obietto nobile, o obietto chiaro, o obietto divino, poi che tormentando ancora giovi e fai frutto. Legga V. S. dunque, quando averà triegua delle sue maggiori e più care cure, le note delle cure amorose e gravi della sua fidissima ed infelicissima Anassilla; e da questa ombra prenda argomento quali ella le debba provare e sentir nell’animo; ché certo, se accaderà giamai che la mia povera e mesta casa sia fatta degna del ricevere il suo grande oste, che è V. S., io son sicura che i letti, le camere, le sale e tutto racconteranno i lamenti, i singulti, i sospiri e le lagrime, che giorno e notte ho sparse, chiamando il nome di V. S., benedicendo però sempre nel mezzo de’ miei maggior tormenti i cieli e la mia buona sorte della cagion d’essi: percioché assai meglio è per voi, conte, morire, che gioir per qualunque. Ma che fo io? Perché senza bisogno tengo V. S. troppo lungamente a noia, ingiuriando anco le mie rime, quasi che esse non sappian dir le lor ragioni, ed abbian bisogno dell’altrui aita? Rimettendomi dunque ad esse, farò fine, pregando V. S., per ultimo guiderdone della mia fedelissima servitù, che nel ricever questo povero libretto mi sia cortese sol di un sospiro, il quale refreschi così lontano la memoria della sua dimenticata ed abbandonata Anassilla. E tu, libretto mio, depositario delle mie lagrime, appreséntati nella più umil forma che saprai, dinanzi al signor nostro, in compagnia della mia candida fede. E, se in recevendoti vedrai rasserenar pur un poco quei miei fatali ed eterni lumi, beate tutte le nostre fatiche e felicissime tutte le nostre speranze; e ti resta seco eternamente in pace.