Argia Sbolenfi (Olindo Guerrini) – Sonetto contro un anonimo che ci fece la burla del telegramma

O scellerato che tirasti su
Quel genitor che il cielo a me largì,
Hai ben ragion che sei non si sa chi
E il telegramma senza il nome fu!

Empio, domanda pure a chi vuoi tu
Se son cose da far quelle che lì,
Che sta sicuro che se fosti qui
Staresti un pezzo di non farne più,

Che colla forza la maggior che ho
Ti vorrei scorticar da capo a piè
E con la pelle tua farmi un paltò!

Nessun ti salverebbe, a meno che
Fosti bello e robusto anzichenò
E promettesti di sposarmi me.

[*] L’ottimo Signor Pietro Sbolenfi si portava candidato alla Deputazione in tutti e tre i Collegi di Bologna. Il vero merito non è mai conosciuto e lo Sbolenfi rimase in terra. Un malvagio, rimasto avvolto nelle ombre del mistero, telegrafò allo sconfitto candidato che invece la sorte gli aveva sorriso. La famiglia quasi impazzì di gioia, il signor Pietro diede le dimissioni dal suo impiego di ff. di inserviente di III classe e si trovarono sul lastrico. Onta sul cranio indegno che pensò simile orrore!

Lorenzo Stecchetti – Santo Natale

La signora Giovanna spalancò la porta e poco mancò che non me la sbattesse in faccia. Le scappò un atto d’impazienza e mi disse:
- Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.
- Dunque – risposi – c’era ancora molto tempo?
- Lei non ci può far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza…. l’abbiamo sempre tra i piedi…. Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?
E mi voltò le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.
Io aveva sulla punta della lingua una domanda sciocca.
Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perchè s’impazientisse la signora Giovanna, di solito così cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e, piano piano, ritornai a chiudermi nello studio.
Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell’aspettazione!
Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati dalla notte e cacciati dal vento, battevano sui vetri, fitti fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore soffice e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco. Il silenzio della notte è sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caffè, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa ed imminente di un mistero. Si aspetta, si tende l’orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finchè la tensione si rallenta e l’incubo dell’aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.
Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare così tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentivo ancora le sue parole come se l’avessi lasciata poco prima. La rivedevo bionda, rosea, sorridente attraversare con me i campi dove le spighe mature erano alte come lei, dove i passeri, spaventati dalle nostre risa, volavano via cinguettando. Mi ricordavo. il giorno in cui andammo insieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l’acqua e stavamo tutti e due nascosti nell’erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigliò dall’amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicità negli occhi, batter le mani e gridare. Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedeva e li vedrò sempre che mi guardano come nell’agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti già nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si può soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?
Per questo desideravo che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E così sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescolò tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.
Accorsi, ma sull’uscio la signora Giovanna che entrava affaccendata, mi fermò col suo non si può rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l’uscio Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta più viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c’era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni, poi più nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perchè, che stesse per accadere una disgrazia.
Quando Iddio e la signora Giovanna lo permisero potei entrare. Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:
- Come va?
- E rinata la Lina. – rispose sorridendo.
Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo. Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata aprì gli occhi e mi guardò.
Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorellina!
Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?
Oh, Santo Natale della bimba mia, che tu sia benedetto!

Lorenzo Stecchetti – L’ultimo amore

Non mi ricordo più che ufficio avesse nella Pia Opera dei Ciborii, ma so che era bella come non dovrebbe mai essere una signora cattolica e clericale, militante, per giunta. Era di non so quanti comitati di dame cattoliche, aveva subito imperterrita le fischiate rivoluzionarie uscendo dal congresso cattolico di Bologna (mi ricordo che aveva un cappello tondo a larga tesa che le stava d’incanto!), era stata a Lourdes, alla Salette, a tutti i pellegrinaggi vaticani. Ricamava pianete e tovaglie d’altare, firmava le proteste pel riposo domenicale, sottoscriveva a tutti gli oboli, non mancava a nessuna messa, a nessun triduo; eppure era bella!
Vestiva per lo più di nero, non so se pel lutto della chiesa o perchè il nero stava bene ai suoi capelli biondi ed alle sue forme ricche, benchè non milionarie. Però era solita a tener gli occhi bassi, e questo le stava male, perchè due occhioni così profondi e che ricordavano la morbidezza nera e voluttuosa del velluto, avrebbero dovuto mostrarsi di più per dar gloria a Dio nella sua creatura. Pareva che i suoi piedini sdegnassero il selciato volgare delle nostre vie, perchè non la vedevo altro che nella sua carrozza foderata di raso turchino e con tanto di storico blasone allo sportello. Ci stava dentro un po’ sdraiata, ma sempre vestita di nero, sempre cogli occhi bassi, sempre sola, perchè suo marito aveva quindici anni più di lei e soffriva di podagra.
Bisogna dire, a sua lode, che una virtù così severa non s’era vista da un pezzo nella nostra aristocrazia un po’ larga di cintura. Le lingue aguzze ed affilate, che nei caffè e nei circoli tagliano e cuciono, avevano risparmiato sempre la sua riputazione. Che cosa avrebbero potuto dire? Non frequentava divertimenti mondani, non aveva amiche intime, non aveva nemmeno un cugino e, cogli occhioni abbassati, bellezza intemerata, andava alla santa messa tutte le mattine.
Ci fu un tempo (guardate che sciocchezza!) nel quale fui innamorato morto della bella cattolica. Che ci fareste voi? Da studenti sono cose che capitano, questi amori petrarcheschi, questi desideri senza speranza. Si ha bisogno di portare un idolo femmina nel cuore, si desidera una donna sino alla quale non si possa giungere, e per poco che la testa si scaldi, per poco che il temperamento si presti ed i romanzi aiutino, si può fare una corbelleria. Molti in quella età beata si compongono un poema nella testa, lo covano colla immaginazione, lo accarezzano e ci fantasticano sopra con una voluttà dolorosa, con una evidenza di rappresentazione che, nei giovani di fantasia feconda e di sangue caldo, ha l’illusione quasi plastica della verità, come il sogno nel momento del sognare. Chi non può raccontare la storia di un amore portato a lungo e segretamente nel cuore senz’altre consolazioni che quelle del cervello eccitato? Chi, almeno tra la veglia e il sonno, non lavorò di fantasia e non salvò una donna, che non lo guardò mai, dalle fiamme, dall’annegamento, dalle coltellate, da tutti i modi di morte che lo Stato Civile annovera tra le morti violente! Ebbene, così m’era capitato a proposito della bella segretaria dell’Opera Pia dei Ciborii. (Credo proprio che fosse segretaria).
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Fu precisamente quando davo ad intendere ai miei di casa di studiare il secondo corso di giurisprudenza e di consacrare le mie veglie ai misteri del Diritto Canonico che la vidi in carrozza e domandai chi fosse. Mi dissero titoli, nome, cognome, e aggiunsero che da pochi mesi aveva sposato il signor marchese tal dei tali, maturo maturissimo e podagroso; e fu fatta!
Non erano i saggi indovinelli del Diritto Canonico quelli che mi facevano andare a letto troppo tardi. Avevo aperto tutte le valvole di sicurezza ai vapori giovanili, troppo compressi dalla disciplina del collegio; le avevo spalancate allegramente e tutte, in barba a tutti i Diritti. Fumavo come un turco, bevevo come un tedesco, merendavo nei suburbi con vergini eterodosse come un francese; insomma galoppavo come un puledro cui si allenti la briglia. Ma tutto questo sfogo era piuttosto fisico che altro, era la fame dell’animale che cerca la sazietà, non la delicatezza. Così quei tesori di sentimento e, se volete anche, di romanticismo, che in quegli anni stanno in cuore a tutti, non li sciupavo; anzi, quasi quasi non li sapevo nemmeno tra i miei capitali attivi. La matta vita dello studente non mi lasciava rughe nel cuore; ed una notte al veglione, non solo non mi dava rimorsi, ma mi faceva dormir meglio il giorno dopo.
Fu dunque in quel tempo che vidi per la prima volta la bella cattolica e che un amore stravagante mi sbocciò nel cuore: amore da collegiale, senza carnalità, senza forme precise. Dio, nella sua infinita misericordia, perdonerà ai sonetti rimati per la mia Laura codina, ai romanzi covati nel dormiveglia, a tutte le stramberie dell’immaginazione sfrenata. Chi le spiega queste allucinazioni degli efebi? Già non si arriva a spiegarle; e poi chi arriverà a capire perchè una notte d’inverno, io mi sia levato da letto per andare a baciare la facciata del suo palazzo? Sono sciocchezze: già! Ma come è triste non essere più così sciocchi, come è doloroso capire che sono sciocchezze!
Sciocchezze; già! Ma sono il meglio dell’amore.
Erano passati parecchi anni ed avevo dimenticato tante cose, anche il Diritto Canonico, quando, verso il tocco di un caldissimo giorno d’estate, andai alla stazione e comprai un biglietto di prima classe per Venezia. Volevo vedere un codice alla Marciana e bagnarmi al Lido.
Avevo una bella barba. So bene che questa affermazione avrà dei contraddittori e forse, ahimè! delle contraddittrici; ma avevo una bella barba. Nulla è perfetto a questo mondo, e la mia barba avrà avuto dei difetti; io però non ce li trovavo. Una signora (che lingua hanno le signore!) ha detto che la mia barba era rossa. Ma è possibile? Certo, vista sotto alcune incidenze di luce, aveva dei riflessi fulvi, dei lampi color di rame! ma una barba così non è mai stata rossa. Io sì, potrei dire…. di lei…. ma non sta bene.
Dunque avevo una bella barba. Divisa alla nazarena, folta sotto al mento, mi chiedeva molte cure amorose, ed io gliele prodigava. In quel tempo avevo un pettine tascabile, munito del suo bravo specchietto, e spesso guardavo come stesse di salute la mia barba diletta, e la pettinavo, la lisciavo, l’accarezzavo con affetto paterno. La dite una debolezza? Meglio questa che un’altra.
Ho già detto che era caldo. La stazione era quasi deserta, e, salito in carrozza, sedetti presso allo sportello opposto a quello da cui ero entrato, per non trovarmi poi col sole addosso. Un mio buon amico, impiegato nelle ferrovie, mi chiamò per nome e mi domandò dove andavo, ed io, affacciato allo sportello, mi misi a ciarlare con lui. Mi ricordo, così in nube, che mi parlò di una gratificazione negata, o data a un altro, o press’a poco. Intanto io col pettine mi ravviava la barba.
Guardavo nello specchietto, quando, nel vano dello sportello rimasto spalancato dietro me, vidi entrare un braccio maschile, alla vetta del quale era male appiccicata una manaccia coperta da un guanto di maglia di cotone bianco. La mano teneva una valigetta di cuoio bulgaro con borchie di metallo opaco, e la gettò sul sedile.
Il mio buon amico parlava sempre, ed io pensavo: – Questa manaccia è di un cocchiere o di un cuoco; ma la valigetta di chi sarà?
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Venne la spiegazione dell’enigma. Con un cappello alla sgherra, con un abito chiaro ben serrato al corpo, salì in carrozza la mia bella codina.
Benedissi l’amico, le gratificazioni e soprattutto lo specchietto che m’avevano evitato la sorpresa, e così, affacciato allo sportello e parlando sempre, ebbi agio di rimettermi, di dare un’occhiata mentale al mio abbigliamento, un’occhiata speculativa alla barba ed alla cravatta, e di rallegrarmi della felice idea avuta di mettermi i guanti. E pensavo – Dove va? Che ci sia il marito? E se rimanessimo soli? – Ma non sapevo se avessi piacere o paura di rimaner solo con lei.
La locomotiva fischiò, chiusero gli sportelli con fracasso, e l’amico mi salutò urlando il mio nome e il mio cognome. Vidi nello specchio che la mia compagna, sentendomi nominare, alzò la testa e mi guardò retrospettivamente con una certa curiosità. Conosce il mio nome: pensai. Per una codina, non c’è male! Bisogna infatti sapere che in quel tempo alcuni, anche ne’ giornali, si occupavano dei fatti miei, dicendo che stampavo delle cosacce immorali.
Quando sedetti, benchè fossi preparato, un certo non so che rassomigliante alla tremarella, l’avevo. Mi sentivo dentro quell’angoscia di sospensione che debbono provare gli autori comici prima che si alzi la tela ad una prima recita. Però fu un momento. Teneva sempre gli occhioni chinati, ma ci vedeva lo stesso, poichè sedendomi feci l’atto di un rispettoso saluto ed ella lo contraccambiò, sempre senza guardarmi, ma con un impercettibile ghignetto che pareva dire: – Maschera, ti conosco!
Uscendo dall’ombra della stazione, un raggio di sole, uno di quei raggi gialli dentro ai quali turbina la polvere, proruppe dallo sportello, e le si stese sulle ginocchia e scese giù sino al tappeto. Seguii coll’occhio le linee scultorie disegnate dal sole intelligente, giù giù, sino ai piedi, ai piedini chiusi in uno scarpino scollato che lasciava vedere la calza di seta grigia. Ella non mi guardava mai, eppure i piedini, sorpresi in flagrante, si ritirarono subito sotto le gonnelle come ragazze adocchiate che scappano dalla finestra. Benedette donne, come fate a vederci senza guardare?
La guardai io, perchè la ritirata de’ piedini mi fece supporre in lei qualche cambiamento di fisonomia. Nemmeno per sogno! Era calma e bella come una statua di vestale. Solo, ma fu un lampo, alzò le lunghe ciglia e le riabbassò subito. La mia faccia doveva parere una pagina di lirica seicentistica, tanto era piena di ammirazioni, di esclamazioni, di iperboli e di altre meraviglie poetiche, dopo l’apparizione dei trionfali piedini. Doveva averci letto l’elogio della sua bellezza, l’elogio appassionato e sincero che ogni donna, anche di intelligenza corta, capisce subito. Che non se ne fosse avuta a male, lo capivo: nessuna donna si offende se la ammirano; ma che non ne avesse arrossito, anzi che nemmeno ci si fosse provata, mi parve strano per una dama dell’Opera Pia dei Ciborii. Ad ogni modo, mi levai, abbassai la tendina, dicendo, come si usa:
- Se incomoda la signora….
Non aspettavo risposta. Invece udii la sua vocina fresca e chiara dirmi:
- Grazie; proprio il sole scotta….
Io era sbalordito: ella aveva alzato gli occhi il ghiaccio era rotto.
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* *
Si seguitò, s’intende, a parlare del sole e della pioggia, ma presto si cascò nella letteratura. Io passava di sorpresa in sorpresa e non avrei mai creduto, che la padrona di due piedini così piccoli e calzati con tanta eleganza, potesse avere una coltura letteraria così fine e giudiziosa. Mi recitò tutta quanta l’Aspasia del Leopardi, ed a Ferrara ricordammo ella il Tasso ed io Eleonora. Il sole saettava le sue fiamme nei finestroni del castello degli Este che pareva divorato da un incendio interno, e parlammo poco di Lucrezia Borgia e molto di Ugo e Parisina. Ella non sapeva l’inglese e volle che le recitassi il principio della cantica del Byron; ma quando cominciai:
It is the hour when from the boughs
The nightingale’s high note is heard…
rise, rise di cuore. Che denti sani e schietti mi mostrava tra quei suoi labbrucci di bambina! S’era appoggiata un po’ indietro e mi guardava in faccia, dentro negli occhi, come se fossimo stati amici vecchi.
Al passaggio del Po, sul ponte lunghissimo, sporgemmo tutti e due la testa dallo stesso finestrino. A monte del fiume, sul ponte di barche, si vedevano passare i carri piccini piccini e l’acqua lenta e solenne specchiava il sole, il cui riflesso le tremolava sotto i morbidi candori del mento e nei ricciolini d’oro insubordinati. Mi parve che quella prossimità delle persone dovesse stringere meglio i vincoli della cominciata confidenza. Invece da quel punto ella cominciò a perseguitarmi con certi motti pieni di spirito, è vero, ma anche un po’ pungenti.
Combattemmo di arguzie e di piccole malignità. Mi tornavo a sentire studente e, quando alle volte rimanevo ferito nel vivo, mi dicevo: – Che cosa avresti risposto tanti anni fa, quando eri innamorato di lei? – E la risposta veniva sempre più calzante, sempre più ardita e più piena di una affettuosità contenuta che doveva fare ottimo effetto. Così lottando di impertinenze garbate passammo il Polesine e Rovigo: ma quando ci avvicinammo ai colli Euganei, m’accorsi che oramai si dava per vinta e mutai tattica. Mi feci più tenero ed anche più eloquente.
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Cominciai, così alla larga, a narrare il bene che avevo voluto ad una signora che non nominavo. Come parlavo bene! La mia voce era una musica molle, dalle onde languide e carezzevoli e le parole che mi venivano corrette, misurate, nella frase si colorivano, si scaldavano, e il discorso, irreprensibile nella forma, aveva preso un’abbondanza ovidiana, una eloquenza fascinatrice tale che qualche volta mi pareva di recitare dei brani della Nuova Eloisa. Ella, stesa nel suo cantuccio, seguiva cogli occhi socchiusi i fili del telegrafo e gli alberi che si rincorrevano. Non si moveva e solo le sue labbra erano rialzate da un impercettibile sorriso e il respiro largo e tranquillo le sollevava e abbassava lentamente il busto. Io parlavo, parlavo, languidamente, con delle inflessioni di voce che parevano dichiarazioni fatte in ginocchio, con delle frasi morbide che parevano preghiere. Qualche volta i suoi occhioni si fissavano ne’ miei e fuggivano; qualche volta apriva a mezzo il ventaglio come per coprirsene la faccia e ad un tratto chiuse gli occhi come se dormisse. Io seguitai a parlare, sempre più chiaro, sempre più eloquente e chiedendomi sempre quel che avrei fatto, studente, in quella posizione.
Se guardate nelle guide dell’Alta Italia, vedrete che dopo Monselice c’è un tunnel.
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* *
Uscendo dalla stazione a Venezia, il sole ancor alto batteva sull’acqua immobile e verdognola del canale. Ella aveva preso il mio braccio e ci eravamo fermati, un po’ indecisi, fuori dell’atrio, mentre i gondolieri dalla riva ci chiamavano ad alta voce agitando le braccia. Io ruppi finalmente il silenzio impacciato e chiesi:
- Dove smonta ella, signora?
Ella diede un’occhiata, giù, lungo l’acqua; si guardò la punta del piedino, poi levando la testa ad un tratto e sorridendo col suo bel sorriso di innocentina, rispose:
- Dove vuoi.

Lorenzo Stecchetti – Il primo amore

Per cominciare proprio dal principio, Le dirò, Signora, che alla precoce amatività di Dante, del Leopardi e di tanti altri, io ci credo benissimo. Certo nella puerizia o sul limitare dell’adolescenza non si ama compiutamente come più tardi: sarebbe impossibile; ma intanto è vero che in molti maschi questo istinto di selezione, per quanto indeciso e senza intensità carnale, si manifesta prestissimo. È annebbiato, è incosciente, è immateriale, ma però è amore. Fosforescenza che non è ancor luce, tepore che non è ancor caldo, tutto quel che Ella vuole, ma amore bello e buono. Dopo, quando l’esperienza è venuta, quando si lasciarono tanti brandelli di cuore ai rovi della strada percorsa, come le pecore ci lasciano la lana, allora si pensa, si ricorda, si torna indietro col pensiero a far l’analisi del passato, e si arriva a capire che quelle pallide fosforescenze erano l’alba della amatività, che quei tepori precorrevano le vampe del primo amore. Si arriva a capire che la nostra storia intima, la storia degli affetti, comincia di là.
Dicono che il primo amore non si dimentica mai. Non voglio sapere quel che Ella pensi di questo assioma; no, non lo voglio sapere: ma per me lo accetto e ci credo. Io, per esempio, per la prima volta ho amato un ritrattino in fotografia, ed ora che tanto tempo è passato, solo a chiudere gli occhi, lo rivedo preciso come se lo avessi davanti: proprio come dopo aver fissato il sole per un momento, a chiuder gli occhi ne riveggo il disco che persiste nella retina. Che strano effetto, non è vero? che strano effetto fanno questi ricordi quando ci tornano avanti colla vivacità di una cosa vera, col colorito e la temperatura della realtà! Ha mai girato in montagna? Si sale lentamente, ammirando una scena magnifica. Il cielo è del più bell’azzurro di cobalto, i monti del più bel verde di smeraldo, e così, procedendo tra queste vive sensazioni di colore, si oltrepassa il punto centrale della scena. Allora bisogna voltarsi indietro per veder tutto cambiato. I monti sotto i quali si passò non hanno più lo stesso aspetto e lo stesso colore, la pianura sfuma giù tra l’azzurro e il violetto, il cielo all’orizzonte è color di rosa, insomma quel che era verde diventa turchino, quel ch’era grigio diventa roseo, quel ch’era luce diventa ombra. Così si cambia la sensazione visiva degli oggetti secondo l’ora e il punto di vista; e così, guardando con la memoria, le cose passate prendono colori e forme diverse da quelle che vedemmo una volta. È per questo che ricordando qualche avvenimento della vita, ci picchiamo la fronte brontolando: – Bestia ch’io fui! – È per questo che, pensando ora a quel ritrattino, mi ricordo che ne ero innamorato. Allora non lo sapevo.
Ero in collegio, tra i dieci e gli undici anni, e lasciavo vegetare tranquillamente la mia animalità, soffrendo il freddo nell’inverno e il caldo nell’estate come ogni fedel cristiano. Mangiavo con appetito formidabile i brodetti spartani e le polpette ripiene di mistero; saltavo come un capriolo, ridevo come un matto e studiavo poco. Credo anzi che non studiassi affatto, poichè la dottrinella del Bellarmino, che era la nostra fatica quotidiana, non me la ricordo più. Dico tutto questo perchè Ella si persuada ch’io non ero un fanciullo portento, ma un povero bimbo come gli altri, amico de’ trastulli, nemico del Bellarmino e martire dei geloni. Vivevo solo fisicamente ed ignoravo il resto. Ignoravo il male, quindi ero innocente, poichè la innocenza, tanto vantata, non è altro che la santa ignoranza.
Il mio collegio era un antico convento di camaldolesi, un labirinto di corridoi oscuri, di cellette basse, di scale inesplorate, di anditi misteriosi che conducevano a porte murate. Pareva una fabbrica architettata da Anna Radcliffe per qualche personaggio dell’Hoffmann. Il chiostro maggiore, di un disegno pomposo e vicino al barocco, circondava un giardino incolto, pieno di umidità, di muschi cresciuti sui viali, di solanacee pelose, di lauri lucidi, quasi metallici, sotto cui prolificavano le botte, i millepiedi e gli scorpioni. Le pareti erano tigrate da grandi macchie scure, vellutate dalla peluria del salnitro e un odore di chiuso, di muffa, di terra bagnata, vaporava da ogni angolo, tra le commessure verdastre dei mattoni. In questo carcere malinconico, tra i lunghi silenzi, la semi oscurità, le funzioni religiose, sotto il cipiglio freddo de’ superiori e la ferula degli abatacci mal creati, tutto ci si poteva chiedere fuorchè uno sbocciare anticipato del cuore, un germinare precoce degli affetti e dei sentimenti. In Siberia non fioriscono le rose: si figuri le palme!
Tuttavia il reverendo signor Rettore, nei mesi di estate, allargava la manica con noi piccini. Il sabato sera ci faceva venire tutti nella sua cameretta, ci trattava a gelati e ci raccontava innocenti storielle di fate. I gelati ci parevano buoni e le storie bellissime, tanto più che il festino coincideva spesso con le ore di studio. In quel tempo io accettava con riconoscenza le untuose blandizie del reverendo Rettore; ma quando coi primi peli mi spuntò la malizia, pensai che quelle smorfie dolciastre avessero un perchè, e sospettai si cercasse l’affezione dei piccini per dominarli poi da grandi. Povero Rettore, come sbagliò i suoi conti!
Ella deve sapere che il reverendo si dilettava di fisica e, mi dicono, con buona riuscita. La sua cameretta era quindi ingombra di macchine d’ogni sorta, mostruosità rigide, problemi d’acciaio e di ottone, enigmi che c’inspiravano una venerazione paurosa. Gli stereoscopi, tuttavia, e le lanterne magiche c’inspiravano migliori sentimenti; preferivamo il caleidoscopio alla pila. Ritta in un angolo buio, con un gran mantello nero addosso, stava sempre la macchina fotografica come uno spettro immobile che ci sorvegliasse. Il Rettore infatti s’ingegnava con quella macchina, che allora, da noi, era una novità, e spesso ci regalava le prove mal riuscite.
Sul camino erano ammucchiate le prove fotografiche con altre fotografie venute di fuori, e noi passavamo spesso in rivista quei fogli e quei cartoncini col permesso del Rettore. Una sera mi capitò in mano un ritratto, in formato piccino, e dietro c’era stampato Venezia e l’indirizzo del fotografo. Non era della fabbrica del reverendo, e rappresentava una giovinetta in piedi, appoggiata ad una colonnina, coi capelli chiari che dovevano essere biondi e con quel sorriso interrotto dalla paura di muoversi che imbruttisce gli uomini, ma spesso giova alle donne. Naturalmente allora non sapevo chi fosse, ma in seguito, dopo molto cercare, lo seppi.
Il ritrattino mi piaceva assai e, quando s’andava dal Rettore, lo cercavo subito per tornare a vederlo. In principio non potrei dire altro che mi piaceva, ma a poco a poco mi abituai a fare quasi astrazione dal ritratto ed a pensare all’originale. Quel sorriso, un po’ stentato ma pur sempre grazioso, mi pareva diretto proprio a me; e se qualche mio compagno guardava anch’egli al ritratto, provavo subito un certo senso di dispetto, una stizza che chiudevo dentro solo per sforzo di riflessione. Ho capito poi che quel brutto sentimento era gelosia, perchè me lo sono sentito nel cuore altre volte purtroppo; ed ho capito che dovevo essere già innamorato, perchè, com’Ella sa, la gelosia vien dopo all’amore. Infatti, se Ella se ne ricorda…. ma lasciamo andare.
Ero proprio innamorato, benchè allora non sapessi che nome dare a questi miei nuovi sentimenti, e pensavo tutta la settimana al benedetto sabato in cui avrei visto, come direbbe il Metastasio, il caro oggetto. Cominciavo a lavorare di fantasia, a fabbricare castelli in aria, ultimi atti di commedie alla Scribe, allorchè m’avvidi che tra me ed il caro oggetto era prossima la separazione. I gelati e i racconti di fate stavano per finire, ed io ci pensavo con una amaritudine che ricordo benissimo, perchè anche questa l’ho provata altre volte. Non c’era che una via di salute, il ratto. L’ultima sera m’avvicinai al camino con un batticuore terribile, e senza guardarmi attorno, con la risoluzione cieca di chi giuoca tutto il suo sopra una carta, presi il ritratto e me lo cacciai in tasca. Fu proprio un ratto, perchè, come Ella vede, lo rubai.
Lo rubai. È una brutta parola ma è la verità, e sono persuaso che se il Rettore m’avesse guardato in faccia con attenzione, se ne sarebbe accorto. Certo mi pareva di avere il delitto scritto in fronte, e quel maledetto batticuore non voleva cessare: anzi mi assordava e mi pareva che tutti lo dovessero sentire. Stentai a finire il gelato, e solo quando uscimmo di camera mi parve di respirar libero. Tenevo la mano ostinatamente in tasca e, di quando in quando, accarezzavo il cartoncino colle dita come si accarezza una persona viva. Nel tempo dello studio, con mille precauzioni, riuscii a rinvolgere il caro oggetto in un bel foglio di carta, e me lo misi sul petto, sulla carne nuda. La notte, con la testa sotto le lenzuola, lo baciai come un santo e mi addormentai tenendolo colle mani sul cuore. Chi potesse sapere i bei sogni di quella notte! Ma non me li ricordo più.
Sì, Signora, sono fanciullaggini, lo so. Ma è appunto tra le fanciullaggini che si desta il cuore, e vorrei sapere se il suo, quando si destò, abbia fatto meglio del mio. Tutti a questo mondo cominciamo così, o press’a poco. Non c’è che l’agave che fiorisca in un minuto secondo, e tutti gli altri fiori sbocciano adagio adagio, mentre l’agave fiorisce ogni cento anni pur troppo. Così, con queste fanciullaggini ho cominciato ed ho seguitato per molto tempo, e, veda, mi dolgo di non essere più fanciullone a quel modo. Con che intensità d’affetto amavo quel mio ritrattino! Che baci gli davo quando non mi vedeva nessuno! Per le vie guardavo le donne in faccia per vedere se somigliavano alla mia innamorata, ed a scuola, con la testa tra le mani e le dita nei capelli, mi immergevo in contemplazioni paradisiache, la cui dolcezza ineffabile mi mancò quando il senso pretese la sua parte dall’amore. Quelle meditazioni serafiche, pure da ogni contatto di realtà, erano veramente l’ideale dell’ideale e mi procuravano gioie vive, fantasie inebrianti e castighi durissimi, perchè naturalmente chi ci soffriva più di tutti era il povero cardinal Bellarmino. Imaginavo cavalcate, colloqui, viaggi, avventure, e mettevo la mia innamorata in tutte queste fantasmagorie e quasi la vedevo con gli occhi allucinati, come si vede in sogno. A casa mia avevo compitato il Nicolò de’ Lapi e mi ricordavo il bacio di Lamberto a Laudomia sull’inginocchiatoio, e me lo figuravo dato da me alla mia innamorata che mi sorrideva come nel ritratto. Quel bacio era allora per me il limite estremo dell’amore! Oh, beate fanciullaggini! Mi contentavo di un bacio imaginario e non facevo versi! Come si cambia, Signora mia!
Intanto io viveva contento in questo amore rudimentale per un ritratto cui la fantasia dava corpo. Diventai rustico, solitario, stravagante. Il mio cambiamento di carattere fu notato, e mi accorsi che l’abataccio villanzone cui la mia educazione era affidata, mi sorvegliava e mi spiava. S’accrebbe quindi la mia salvatichezza, e questo stato di ostilità contro tutti mi piaceva, perchè sostenuto come una prova d’amore. I castighi mi piovvero addosso ed io li accettai come martirio invidiabile, come sacrifici meritorii. Mi irrigidii contro la persecuzione, vissi in uno stato di ribellione muta, passiva, ostinata. L’abataccio disperava già di domare questa cocciuta perversità, quando un giorno, povero me! perdetti il ritratto!
M’ero addormentato con la cara imagine sulle labbra, e la mattina, nel serra serra del vestirmi in fretta sotto gli occhi grifagni dell’abataccio, non potei che nasconderla sotto alle lenzuola. In chiesa, dove s’andava subito dopo alzati, ebbi il rimorso di aver abbandonato così, e per la prima volta, il benedetto ritrattino. Quella mattina me la ricordo come se fossero passate poche ore soltanto. Era freddo, ed io avevo un nodo d’angoscia nel cuore. Nascosi la faccia tra le mani, e lì, in ginocchio, piansi disperatamente e pregai Dio (lo pregavo allora!), pregai Dio con tutta l’anima di restituirmi il ritratto nascosto, di non permettere che altri lo trovasse. Se fosse vero che le preghiere fatte col cuore e con la fede sforzino le porte del cielo, Dio avrebbe fatto un miracolo per me, tanta fu l’intensità della mia orazione. Ma quando uscimmo di chiesa corsi al mio letto…. era rifatto! Lo disfeci…. Nulla!
Perdetti l’appetito e il sonno. Feci due larghi pesti sotto gli occhi e diventai più rustico, più chiuso di prima. Piangevo spesso ed avevo sempre come una fitta al cuore. Ebbi la febbre e scesi all’infermeria, dove le cure e le distrazioni mi calmarono un poco. Il tempo fece il resto, ma la piaga di quel primo amore lasciò una cicatrice che, a toccarla, si risente. Alle volte, come l’amputato, mi dolgo dove non dovrebbe poter essere più il dolore, e spesso poi, quelle prime sensazioni, quei primi calori della mia vita affettiva, mi ritornano alla memoria con una vivacità che mi fa paura. Il mio primo amore, poveretto, non fu sepolto bene e ritorna spesso qui a domandarmi la pace dei morti.
Dico ritorna qui, perchè, quel ritratto, Signora, era il Suo.

Lorenzo Stecchetti – Il primo passo

Ecco come andò la cosa.
Nell’inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi, per confermarla vie più nell’errore, alla fine di quell’anno mi laureai.
(Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell’Aula Magna dell’Università. Eravamo otto o dieci candidati, e, allegri come quelli non se ne trovano più. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. A me toccò una tesi laconica: Del Comune; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto. Il professore se ne andò e noi ordinammo la colazione. Pensammo che il vino (era buono!) dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo…. si sa…. ne bevemmo…. con molto piacere. Mi ricordo anche, un po’ confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all’aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l’esecuzione brillante dell’esercizio ginnastico detto l’albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all’opera della mia sapienza giuridica. Cominciai coprendo di vituperi il cranio di papa Clemente VII perchè distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perchè dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c’entrava questa borra in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine, era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d’esclamazioni; c’erano dentro tutte le più calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla.
Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll’abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all’Università per leggere e sostenere pubblicamente la tesi davanti alla Facoltà ed agli ascoltatori. Lessi, ma in parola d’onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell’effetto! Alle interrogazioni dei professori m’impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura nefanda, e forse mossa da un delicato senso di compassione, la Facoltà mi approvò a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi).
Dunque, nell’inverno del 1868, invece di leggere il codice, leggevo dei versi. Ma leggevo per lo più dei versi francesi, non trovando niente in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie, ed antipatie, e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota, affettata, frigida. L’eterno Iddio del Manzoni era l’oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo nè carne nè pesce degli scrittori che adorano San Pietro e vituperano il suo successore, mi dava delle ore di bile iraconda. Il mio vangelo filosofico era la Filosofia della rivoluzione del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all’abate Zanella! Badate bene! Se il timor di Dio messo in versi mi fa sempre press’a poco lo stesso effetto, non giudico più così sfacciatamente in cose d’arte. Voglio solo dire che allora l’odio al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare colla ferocia sanguinaria di un antropofago.
La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.
Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie ingiuriavo atrocemente la Trinità ed il resto. Traducevo La Guerra degli Dei del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul tavolino e insolentivo l’autore ed i suoi ascendenti in linea mascolina e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell’Aleardi in faccia al saggio Mentore in persona. Non si è giovani per niente.
In quell’anno venne fuori il Levia Gravia del Carducci. Non conoscevo l’autore nemmeno di vista e, quando lo conobbi, mi diede sempre tanta soggezione, che ci sono voluti dieci anni di amichevoli ed intime relazioni prima di decidermi al tu confidenziale. Anzi fu lui che, poveretto, cominciò col tu, ed anche nei suoi ultimi giorni, se parlavamo sul serio di letteratura o di storia, mi scappava quel lei riverente. Allora insomma non lo conoscevo e si può anche dire che egli era conosciuto da pochi. Il Levia Gravia non levò gran rumore, un po’ perchè allora non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi pareva sfacciataggine provarcisi; poi perchè in quel libro non c’era politica. Ma io lo lessi e, stucco e ristucco di tutta quella devozione rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro i soliti angioli e le solite madonnine. Trovai finalmente il poeta mondo dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture manzoniane. Fino i metri non erano più quelli del sempiternale – Dormi, fanciul, non piangere – o gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro isocronismo come il pendolo dell’orologio. Ma qui non faccio l’autopsia critica del Carducci; dico, solo per dire, che mi colpì subito e, presa la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma sconclusionata parecchio.
Si sa: quando si è scritto qualche cosa adversus gentes, viene la voglia di stamparla. Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l’Amico del Popolo.
Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso al giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva però il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani d’allora, quello di parlare sui trampoli come i proclami. Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere che l’ufficio dell’Amico del Popolo fosse una tana di cannibali infermi mezzo d’idrofobia e mezzo di delirium tremens. E il Governo (i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio che in quelle innocenti camere terrene della Seliciata di Strada Maggiore ci campasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue umano, perchè periodicamente faceva cercare o arrestare qualcuno dei collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte e, tenuti pericolosi, erano però le persone più sicure della città, poichè la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza vestite da uomini. Ma lasciamo andare.
Piano piano, con un po’ di tremarella, mi diressi all’antro dell’Amico del Popolo. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello dov’era scritto Direzione, e dietro l’uscio si sentiva un rumore di voci, un pandemonio che ricordava una scuola di ragazzi in ricreazione. Bussai, due o tre voci mi dissero avanti, spinsi l’uscio, ma non vidi nulla.
Non vidi nulla perchè dentro c’era un fumo tanto denso che si sarebbe tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione nell’antro. Si capiva che c’era molta gente e si sentiva una voce misteriosa uscir dalla nuvola come la voce di Dio sul Sinai in caligine nubis. Rimasi ritto presso l’uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di fiamme. È passato tanto tempo che non lo ricordo più, ma c’entravano il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, eppur si muove, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada, Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in principio, perchè non mi pareva che la voce dicesse sul serio: ma quando sentii uscir dalla nube alcune altre voci d’approvazione, la presi sul serio anch’io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello della comunità.
Dopo un po’ di tempo finì la declamazione dell’articolo di fondo, finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad turo, involti sempre nella fitta nebbia di tante pipe. Mi avvicinai ad un monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai un tavolo. M’immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale, un buon diavolo che andò a finire, credo, nelle ferrovie, e che in quei tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti. Offersi l’articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicurò essere proprio un tavolo, e non ebbi altra risposta che una lunga serie di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi finito di parlare, non sentendo di là del monumento nessun segno di vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii all’aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell’antro.
Per alcuni giorni lessi assiduamente l’Amico del Popolo sperando di vedermi stampato ed ogni giorno mi portava una disillusione di più. Finalmente l’articolo apparve in appendice!
Così stampato, mi faceva un altro effetto, mi pareva più bello, e l’avrò letto dieci o dodici volte di fila. Non descrivo l’emozione e i palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia. Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo così preciso, che mi rimetto a lui.
Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero superbo come Nabucco e guardavo d’alto in basso l’intera umanità. Però, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna camminare con precauzione, vidi l’Amico del Popolo stracciato a pezzi e steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e le narici con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahimè! Da che altezza precipitai!…
Questa è la vera e precisa relazione del mio primo passo sulla via della pubblicità.
Compiangetemi.

Olindo Guerrini (Lorenzo Stecchetti) – Prefazione alle “Rime” di Argia Sbolenfi

Ecco un libro sbagliato.

E poichè una cortese ma assidua insistenza durata oramai tre anni, riuscì pure a levarmi di sotto questa prefazione che non scrissi volontieri, così, per patto espresso, mi serbai il diritto di dire l’animo mio tutto intero e lo dico.

* * *

Ai lettori (se il libro ne avrà, che non li merita) riuscirà difficile capire come diavolo possa esser nata una insanità simile a questa; ed ecco, per quel ch’io so, come avvenne.

Vegetava in Bologna, e può darsi che vi agonizzi ancora, un foglietto di carta stampata venduto una volta la settimana ai cittadini che non sanno come sciupare il tempo. S’intitolava «È permesso?…» e non poteva uscire dalla breve cerchia delle mura poichè mordeva solo gli uomini che dentro alle mura hanno fama, uffici o difetti. Perciò era scritto o in dialetto o in italiano così fitto d’idiotismi da parere un peggiorativo del dialetto. Lo dirigeva un certo Cesare Dallanoce, al cui cognome botanico s’era appiccata l’aggiunta di Moscata; giovane nottambulo, di qualche spirito, con un fisico di cercopiteco peggiorato, sotto al quale stavano mescolati l’odio e la bontà in un connubio stravagante. Anzi l’odio era uno e le bontà parecchie; e segno dell’odio cieco, furibondo, indomabile era il Presidente di questa Deputazione Provinciale che non gli aveva mai fatto niente; anzi non gli badava nemmeno. Ma il Moscata era fatto cosi e se la sua bestia nera avesse fatto più miracoli che non S. Antonio di Padova, gli avrebbe tolti i meriti ad uno ad uno, mordendolo e lacerandolo tutti i sabati nel suo foglio di carta.

Tolto questo brutto difetto, che doveva esser vizio di natura incurabile, era buon diavolo e tutti gli volevano bene. Prestava volentieri sè stesso e il giornale per opere di beneficenza, non diceva troppo male del prossimo suo, insomma era simpatico a molti ed odiato da nessuno.

Aveva avuto la fortuna, fin da principio, di contare tra i collaboratori «El sgner Pirein» il signor Pierino, il cui nome ed il cui tipo non saranno dimenticati così presto dai bolognesi.

Antonio Fiacchi, bravo e buon giovane di brillante ingegno, aveva trovato questo esilarantissimo tipo del vecchio petroniano col cappello bianco a cilindro l’estate, il tabarrino a pipistrello l’inverno e le scarpe di panno tutta l’annata; il vecchietto brontolone, credenzone, ricordatore inesausto dei tempi passati, detrattore dei presenti, ma in fondo ingenuo sino alla balordaggine. In un altro di questi giornaletti municipali aveva fatto le prime armi, in un dialetto italianizzato che accresceva comicità al contenuto di certe lettere che non possono ricordarsi tuttora senza ridere. Il tipo aveva fatto fortuna ed era quasi assunto alla dignità di maschera cittadina come il dottor Balanzone; cosicchè in certe feste carnovalesche, in un villaggio di legno e di cartone che serviva da fiera, il signor Pierino fu fatto sindaco e sciorinò proclami ed allocuzioni da non dire. Ma il Fiacchi fu chiamato a Roma e il signor Pierino tacque.

Il Moscata che aveva buon fiuto, lo cercò pel suo giornaletto, ma il Fiacchi rispondeva a buona ragione che, fuori dell’ambiente bolognese, si sentiva disorientato e che temeva di non far nulla di buono. Moscata insistè e si venne a questo che il signor Pierino Sbolenfi avrebbe scritto come corrispondente dalla capitale; e così fu.

Allora il bel tipo ideato dal Fiacchi rivisse in una serie di lettere datate «dalle rive del Colosseo» che fecero la fortuna del giornale. L’egregio signor Sbolenfi aveva ingrandito l’allegro campo dell’arte sua ed oltre alle amene confidenze delle sue tribolazioni famigliari, ci dava le impressioni romane ricamate sulla tela delle proprie avventure. E lo vedemmo uscire di non so qual Ministero, autocandidato al tempo delle elezioni Giolitti, perdere l’impiego e cercarne un altro per perderlo di nuovo. Lo vedemmo custode dei tempietti municipali sacri alla Dea Cloacina abbandonarsi a meste riflessioni sulle miserie umane ed a giudizi comparativi argutissimi sul giornalismo contemporaneo in relazione ai riti celebrati nel suo tempietto. Ma poichè le autorità municipali nel tempo del colèra avevano segretamente ordinato a lui ed ai colleghi una sorveglianza intima sulla condotta dei cittadini ed egli aveva propalato la cosa nel giornale, eccolo di nuovo senza impiego ed in cerca di un altro. Insomma tutto un romanzo comico, pieno di trovate felici, di festività arguta e qualche volta di velata melanconia.

E il signor Pietro Sbolenfi aveva per moglie la signora Lucrezia e per figlia la signorina Argia, attrici principali nella stravagante commedia della sua vita. La grafomania è contagiosa e la signorina Argia cominciò a mandare al giornale le sue epistole lamentevoli e pretenziose.

Si voleva, a quel che pare, crear un altro tipo; quello della ragazza che ebbe una mediocre istruzione e che, inacetita dal celibato, chiama il pubblico a testimonio delle sue isteriche sofferenze, Il tipo non era così allegro come l’altro; di più non era nuovo e le manifestazioni dell’isterismo essendo spesso erotiche, c’era pericolo di cadere in una triviale pornografia.

E la signorina ci cadde malamente, lunga e distesa.

È ben vero, lo ripeto, che il tipo non si poteva intendere senza l’erotismo; ma c’è modo e modo. È ben vero che i lettori di un giornale quasi in dialetto non avrebbero inteso bene una Nuova Eloisa e che per ottenere l’effetto occorreva sal grosso di cucina, non aromi delicati; ma resta tuttavia che nulla giustifica il turpiloquio mal velato sotto gli equivoci grossolani, la scatologia suina che non si vergogna della sua loia. Ci fu chi torse il naso, ma purtroppo il pubblico in generale applaudì!

Così l’Argia si mise in piazza, prima, come ho detto, con certe lettere ridicolose che rifacevano l’ortografia e lo stile paterno, poi a poco a poco, con certe poesie non meno ridicole di cui son saggio le prime di questo sbagliato volume.

Unico merito, se pure è tale, è un progressivo levarsi e correggersi, come di chi, avvistosi dell’errore, cerca di spacciarsi dal brago. Ma ciò non scusa in modo alcuno la bassezza e la sudiceria sciocca degli esordi.

A questo modo la poetessa (come si battezzava da sè modestamente) seguitò a metter fuori le sue fagiolate e il male non sarebbe poi stato grande se non si fosse pensato a raccoglierle in volume. Ah, veramente il bisogno di una sporcizia di più, a questi, bei lumi di luna, non era sentito!

A me pareva impossibile che si potesse giungere a questo; tanto che, pregato anni sono, di fare la prefazione alla raccolta, dissi di sì, nella certezza che non se ne sarebbe fatto nulla. I versi erano ancora pochi e pensavo che fino ad un volume la poetessa non ci sarebbe arrivata; ed ahimè, ci arrivò!

Ora innamorata dell’Imperatore di Germania che credeva venuto a Roma per sposar lei, ora intabaccata di un canonicaccio di manica larga, degno Vescovo di Seboim, la pettegola figliò tanti versi da mettermi al punto di mantenere la promessa. Non è a dire quante scappatoie cercai per esimermene, come volli dissuadere, come temporeggiai! Ma non ci fu verso. La parola era data e, per quanta ripugnanza ci avessi, dovetti mantenerla. Solo mi riserbai di dire schiettamente quel che ne penso, non perchè il disapprovare possa valermi di scusa, ma perchè lo sfogarsi dopo tutto è un sollievo.

* * *

Se frugo nei più intimi ripostigli della mia coscienza, non ci trovo nulla che mi chiami all’onore degli altari. In quel quarto d’ora di notorietà cui, come tanti altri, soggiacqui, non fui precisamente lodato come continuatore delle virtù di S. Luigi Gonzaga o come emulo di Giuseppe servo di Putifar. Tempi, ahimè, troppo lontani e che volentieri rivivrei; parole e versi che, potendo, ridirei senza rimorso e senza rossore; ma tempi, ahimè, troppo lontani!

Dico questo, non per balorda libidine di parlare de’ fatti miei, ma perchè si creda che, disapprovando senza restrizioni queste scelleraggini, scrivo per convinzione e non per affettazione. Allora ed oggi mi persuadeva e mi persuade la teoria della immacolatezza dell’arte, purchè sia arte e sia bella. Venere Anadiomene e Cristo Crocifisso sono rappresentati ignudi tutti e due e nessuno dei due nella rappresentazione artistica è immorale. Onorato di Balzac, che non è poi il primo capitato, nell’Avant—propos de la Comédie Humaine, diceva—«Le reproche d’immoralité qui n’a jamais failli à l’écrivain courageux, est d’ailleurs le dernier qui reste à faire quand on n’a plus rien a dire a un poète. Si vous étes vrai dans vos peintures, si à force de travaux diurnes et nocturnes vous parvenez à écrire la langue la plus difficile du monde, on vous jette alors le mot immoral à la face»—Solo il brutto è immorale.

È perciò che questa studiata ricerca del brutto, del triviale, dell’imbecille, mi irrita. Questa non è più arte, è laidezza, è turpiloquio spregievole; ed ho appunto voluto ricordare il quarto d’ora di notorietà che ebbi in passato perchè si vegga che la disapprovazione non viene da bigotta ipocrisia, ma da convinzione salda intorno alla ragion d’essere dell’arte. E che cosa ha da fare l’arte con queste cretinerie pediculose che s’intitolano romanze, favolette etc.? Anzi è bestemmia solo il ricordare il nome santo dell’arte a questo proposito e il criterio non corrotto del pubblico italiano condannerà senza dubbio e senz’appello queste stolte sconcezze all’obbrobrio ed all’oblio che meritano.

Mi duole di dover parlare così acerbamente, ma era, lo sento, mio stretto dovere.

Più avanti la poetessa (chiamiamola così, poichè lo vuole) lascia lo sterquilinio in che si compiaceva e si innalza, per quanto glielo permettono le deboli penne, ad una forma un po’ più elevata. C’è per esempio un «Inno a Venere» che, se nel concetto è della più abietta pornografia, nella esecuzione si può dire più conforme ai canoni della lirica; ed io, appunto per quel che ho detto di sopra, non lo disapprovo affatto. Qui si potrà parlare d’arte, ma nella prima parte del volumetto, no, mai. Tutt’al più ci potremmo rifugiare nella caricatura, nella rimeria giocosa, negli scherzi più o meno piacevoli, ma il giudizio, anche il più indulgente, sarà sempre di riprovazione. La stupidità può muoverci alla compassione, ma l’affettazione, la caricatura della stupidità, specie se oscena, potrà muoverci al riso per un momento, ma non mai all’applauso sincero.

Nè vale sfoderare illustri esempi. Ma chi oserebbe parlare del Berni, del Burchiello od anche dei poeti maccheronici o fidenziani a questo proposito? Certo, in quei capitoli e in quei sonetti c’è il doppio senso, l’allusione mal velata, la forma volutamente pedestre: ma il punto di partenza è proprio diametralmente opposto a quello da cui parte la nostra poetessa. Il Folengo, per esempio, par che voglia rifare (almeno nella Zanitonella), il contadino che si sforza di parlare come il cittadino, l’idiota che si sforza di parlar colto. Qui invece è la persona colta che si sforza di parere abietta. Là c’è uno che vuoi uscire, come il Vallera della Nencia, dal dialetto e dalla rusticità e cerca il comico nel tentativo di elevarsi alla dignità dell’arte; qui, al contrario, abbiamo la ricerca del comico intervertita, la rappresentazione di una persona colta che, per far ridere, si abbassa e si infanga in tutti i letamai che trova per via. Là c’è una caricatura del tentativo di salire, qui del discendere. Là c’è il pagliaccio che esce dal circo e s’ingegna di far intendere che, uomo anch’egli, soffre ed ama; qui abbiamo invece la persona per bene (almeno lo spero!) che s’incanaglia e si fa pagliaccio per far ridere colle smorfie e le contorsioni del viso infarinato. È perciò che male si potrebbero addurre gli esempi come scusa, perchè gli esempi non calzano.

Si può essere di manica larga, vantarsi spregiudicati e sorrider di tutto; ma in fondo al cuore resta pur sempre qualche cosa che si rivolta al puzzo ed alla lordura. La ripugnanza pel laido è istintiva e si vede mal volentieri un’artista, o una che si crede tale, far getto così sconciamente della propria dignità. Avete visto in qualche «caffè concerto» di ultima classe certe matrone appassite e verniciate cantar colle gambe e gesticolare colle natiche? Ne inorridite ancora? Ebbene, questa della signorina Sbolenfi è letteratura da «caffè concerto.»!

Dunque, riprovazione piena, intera ed assoluta.

* * *

Ed ora che ho detto per lungo e per largo il parer mio, bisognerà pur cercare in questo scellerato libercolo, non dirò qualche cosa degna di lode, che non ce n’è, ma un pretesto per invocare le circostanze attenuanti. Una prefazione che fosse una stroncatura da capo a fondo sarebbe una mostruosità. Proviamoci.

Si potrebbe dire intanto che l’autrice ha fatto bene ordinando queste cose sue in modo che crescano sempre di serietà (!) e di correzione. Parte dalla insanità cercando di salire alla lirica e in questo successivo progresso è il filo che lega il volume. Bisogna ricordare che si tratta di una pettegola semi letterata che va raffinandosi a poco a poco. Questo almeno pare che sia il concetto generale e, anche nei volumi di liriche, credo lodevole un legame che costringa le parti diverse. Sia un mazzo di fiori, sia un fascio di stecchi, un vincolo ci deve essere, se no, invece di un mazzo o di un fascio, avremo un mucchio incoerente di spazzatura. M’è sempre piaciuto, anche nelle raccolte di versi, un romanzo che spieghi tutto. Il Canzoniere del Petrarca (se non è peccato mortale ricordarlo qui ed a questo proposito) non è egli dunque un romanzo d’amore? Un concetto unico circola per le diverse parti, come il sangue nelle membra e vivifica l’opera nella mente del lettore. Un libro deve essere un organismo.

Ed anche non è da passare senza almeno un segno di benevolo consentimento sul tentativo di poesia patriottica ed un po’ socialista, che fa capolino in fondo al volumetto. In questi nostri bellissimi tempi pareva che il patriottismo consistesse tutto nel prendere la roba altrui. Di qui i disastri eritrei, di qui l’epizoozia dei commendatori, la quistione morale e i sospetti, confortati da troppe probabilità, sulla corruttela, la venalità, la disonestà insomma, di chi doveva esser esempio del contrario. Sottrarre gli accusati all’istruttoria ed ai giudici costò poco ad una maggioranza metà di amici, metà di complici, ma è facile capire come questi segni di decadenza morale fossero dolorosamente sentiti da tutti coloro pei quali il patriottismo non fu mai una chiave falsa per aprire gli scrigni pubblici o privati. «Avete fatta l’Italia per mangiarvela» dissero i clericali, così pronti a profittare delle calamità del loro paese; egli Italiani, scettici per istinto, rilessero dubitando le pagine della storia loro e sentirono rimpicciolire in se stessi le sante idee di patria, di indipendenza e di libertà. Quanto male abbiano fatto alla coscienza italica gli ultimi scandali, lo dirà purtroppo l’avvenire: per ora intanto la patria non è più di moda.

Di moda invece vuoi diventare il clericalismo. Chi guadagnò diventa conservatore e conservatori si dicono e sono tutti gli arrivati. Se, per fortuna delle idee liberali, la cocciutaggine della decrepitezza non mantenesse così ampia la fossa che separa l’Italia dal papato, tutti questi conservatori d’oggi sarebbero papalini domani. Già le classi abbienti fan l’occhio di triglia alla teocrazia, si offrono e si danno. Poichè la fiducia nella protezione della Benemerita Arma è scemata e i timori per la sicurezza della proprietà sono cresciuti, gli abbienti pensano che la paura dell’inferno può essere utile ed efficace. Di qui un ritorno interessato alla religione e l’adorazione nuova di un Dio personale, terribile e punitore. Non è la fede che fa queste miracolose conversioni, ma il basso, il laido interesse. Se costoro pensassero di trovare altrove una buona tutela dei beni o delle cariche, con la stessa facilità sarebbero domani protestanti, ebrei e magari repubblicani. Per conservare una buona rendita si può portare anche il berretto rosso.

E così si veggono a poco a poco scomparire i partiti intermedii nella gran massa dei cittadini. Si riveggono soltanto in Parlamento, poichè per giungere su quegli scanni, è necessario l’ibridismo. Il deputato deve essere come il pipistrello che si diceva topo od uccello secondo il bisogno; deve essere possibile sempre ed atto per indecisione di lineamenti a qualunque trasformazione. Ma il paese non è così e va scindendosi in due grandi partiti; il clericale e il socialista.

E sono le due uniche schiere dove ci sia ancora vitalità, abnegazione, e passione di proselitismo. Tutto il resto è morto od è moribondo. Guardatevi intorno e dite se questa non è la verità.

Così a poco a poco ciascuno entra in una di queste due parti, secondo le convinzioni o gli interessi. Gli odiatori del nuovo, i timorosi dell’avvenire, tornano penitenti a Canossa; gli altri che hanno ancor fede nel progresso dell’umanità, nella perfettibilità dell’assetto sociale, fanno un passo innanzi e, socialoidi oggi, saranno socialisti domani.

E dell’esser andata piuttosto con chi va avanti che con chi retrocede, volevo tener buon conto all’autrice di queste rime; di quelle, dico, che chiudono il volume. Tuttavia, siccome questo sarebbe un giudizio di opinione e non di letteratura, me ne astengo. Ma ho voluto dir tutto questo anche per notare un altro difetto del libro; quello cioè di esser formato, nella sua parte men pessima, di rime di occasione, le quali, come è naturale, colla occasione, sfioriscono. Molti fatti e molte allusioni domani non saranno più ricordati; alcuni anzi, anche oggi, sono quasi fuori della nostra memoria. È perciò che questo libercolo, secondo me, è nato morto, e gli sta bene! Già era meglio che non nascesse.

Ma quel che sopratutto mi piace nella poetessa, (come si chiama lei) è l’aver sdegnato i novissimi deliri simbolisti e decadenti, nei quali pure poteva cascare, tratta com’era dalla smania della stravaganza. Di questo, senza restrizione alcuna, la lodo.

Oh, i preraffaelisti! Chi ci libererà finalmente da questi nuovi monaci in veste di artisti, che per libidine di novità, per ricerca di posa, retrocedono sino alle puerilità del Beato Angelico, nell’odio affettato ed ipocrita della vita vera e della forma plastica? Perchè, lettori, chinatevi pure, raccogliete i torsoli di cavolo, magari le pietre e scagliatemi tutto sulla testa, ma lasciatemi dire quel che sento: il Beato Angelico non lo posso soffrire. Ah, come sono antipatiche quelle sue Madonne magre allampanate, con gli occhi inebetiti e le carni verdoline; e quegli angeli col parucchino biondo bene arricciato, la trombettina alla bocca e il tutto su fondo d’oro! Bella roba, per Dio, impiastrava questo frataccio, in pieno Rinascimento! Anche un passo indietro e tornava ai bizantini, vivente Donatello! Se c’è qualche cosa da ammirare in lui, sono i suoi ammiratori.

Ed ora, a sentire questi nuovi missionari dell’arte ideale, bisognerebbe ritornare forse più indietro. La carne è impura per loro come per gli asceti della Tebaide, e dipingono certe figure anemiche, sofferenti per stento di pubertà malaticcie, che fanno venir sulle labbra il motto imperativo stampato su tutti i muri Bevete il Ferro-china Bisleri! Bevetelo e lasciate in pace queste figurine di uomini senza polpe e di donnine che vedon bianco. Non ci sono solo angoli al mondo; ci sono anche le curve.

È certo che lo studio e la riproduzione del mondo esterno come è, costano più fatica che non l’operare secondo una formola od una maniera. Non è così difficile il buttar giù una di queste faccine insipide e di madreperla, come il mettere il sangue e la vita in un viso di carne sana come fecero il Correggio e il Tiziano; e sia. Ma perchè mascherare l’impotenza colle teorie e tornare indietro e non confessare piuttosto che manca la forza per andare avanti? Ah no, mangiate carne o ricorrete magari a tutti i ricostituenti, a tutti gli intrugli farmaceutici più corroborativi, ma non dipingete più fantasime e burattini!

E come sono noiose le sciarade del simbolismo! Pensare che ci sono dei superuomini che invidiano gli allori di Oscar Wilde; pensare che tutto questo è un regresso, un ritorno al Medio Evo, proprio quando sta per cominciare il secolo ventesimo! Ma dunque sarà proprio vero che l’intero genere umano sia malato di nervi, poichè in tutti questi libri non si trovano che squilibrati e mattoidi? Non ci sono più donne sane in terra che da ogni pagina vaporano le aure dell’isterismo? È possibile che non si trovi più un cuore buono, un cervello equilibrato, un utero normale? L’epilessia e l’allucinazione sono dunque la regola e la sanità l’eccezione?

Se i disturbi dell’innervazione sono così generali, come sembra a questa letteratura psicopatica, non sarebbe egli più utile raccomandare ai sofferenti, non la morfina, ma le docciature e la bicicletta? Se l’esaurimento nervoso è il male che affligge la presenti generazioni, non sarebbe meglio leggere l’Ariosto all’aria aperta, piuttosto che inghiottire l’Ibsen nell’afa del teatro? Ma no; l’Ariosto non è più di moda e l’aria aperta sciupa il candore della pelle clorotica; e così sia!

Anche la signorina Sbolenfi è isterica, e come! Ma essa sorride della propria imperfezione e la mette in caricatura, per finire il volume, se non perfettamente risanata, almeno convalescente. E di questo ritorno a lodarla, perchè è troppo facile, in tempi di contagio, ammalare come il prossimo.

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Ed ora che ho detto il bene e il male, depongo volentieri, anzi con gioia, la penna che non avrei preso in mano se una promessa non mi ci avesse costretto. Abbandono il libro al disprezzo dei virtuosi ed alle risate di quegli altri, lieto, in quanto a me, di aver imparato questo; che non bisogna prometter mai prefazioni e tanto meno farne.

L. STECCHETTI