L’avvenire dei ricordi – Italo Svevo

Un paese lontano dall’Italia e da Trieste. Roberto ricordava meglio che il paese stesso, la crisi che ce l’aveva portato. Cioè l’enorme viaggio. Verona! Un omnibus d’albergo dalle grandi finestre vetrate e anche due specchi adorni che cantavano come il veicolo sobbalzava sull’acciottolato. Ricordava l’arrivo e la partenza e non il soggiorno, probabilmente una notte dal sonno profondo dopo la giornata di ferrovia. Poi ricordava il Brennero ed un inglese che spiegava a lui bambino in pessimo italiano che a piedi si avrebbe potuto raggiungere più presto la cima della montagna che con la ferrovia la quale vi si arrampicava con giri enormi. Poi Innsbruck e la neve solo la neve senza un solo profilo di casa. La notte passata ad Innsbruck non esisteva più di quella di Verona.

Certamente dopo Innsbruck molte ore dopo la partenza dovette essere avvenuta una scena che il vecchio uomo ritrovò nel ricordo: Un proprio scoppio di pianto violento e padre e madre che volevano frenarlo addolcirlo. Un grande dolore, la scoperta di una propria inferiorità. Il padre che si preparava a lasciarli soli nel collegio voleva cominciare subito con l’organizza[re] la vita dei due bambini. Armando, che aveva tredici anni, avrebbe dovuto dirigere Roberto che ne aveva soli undici e mezzo. Fino ad allora certamente non era stato così e da ciò la stupefazione e il dolore di Roberto. Perché Roberto era volente e violento e veramente Armando s’era piuttosto lasciato dirigere da Roberto. Venivano inviati in collegio proprio per domare Roberto che appena messo il naso fuori del nido s’era dimostrato troppo forte per la debole madre (forse già allora malata?) e per il padre occupato il giorno intero nel suo ufficio. Il piccolo omino aveva trovato subito delle compagnie che non facevano per lui. Il padre e la madre non sapevano che cosa egli faceva nelle lunghe ore in cui non era né a scuola né a casa. Sapevano che si vergognava dei vestiti nuovi e che faceva del suo meglio per renderli subito stracci, che fumava e che sapeva una quantità di brutte parole. Le raccoglieva anche nei libri e sapeva della Divina Commedia tutte le parole sconcie e solo quelle.

La madre tentò di calmare il grande dolore e anche il padre. Incombeva su di loro la grande lunga separazione e avrebbero voluto fosse dolce. Kufstein! Una lunga sosta su una di molte piattaforme all’aperto accanto ai bagagli deposti a terra. Fa freddo ad onta che si sia in Giugno. Dio sa che ora della giornata sia. È inutile ricercarlo perché il ricordo lontano non conosce tanta esattezza. Alba o tramonto o forse mezzodì di un giorno tutto penombra. Chissà? Forse quella giornata aveva il sole sbiadito dalla lontananza nel tempo.

Curioso! Non fu obliato quel soggiorno su quella piattaforma non riempito da nessuna parola, nessun avvenimento memorando. Ma può essere che Roberto avesse sentito di aver varcato le Alpi e di trovarsi al di là della muraglia che chiudeva la sua patria. Egli sapeva anche in quale direzione sarebbe continuato il viaggio, verso quella vasta interminabile pianura su cui vedeva sorgere qualche collina molto regolare come in un disegno ingenuo forse anche questo semplificato dalla memoria imperfetta che aveva lasciato crollare i dettagli, la montagna complessa, i boschi, le strade e le case. Il paesaggio doveva ancora esistere immutato. Il vecchio si propose di andar a rivedere quel luogo a convalescenza finita. Curioso ch’era la prima volta ch’egli avesse sentito tale desiderio. Come dedicandovisi la memoria lavora! È una forza attiva e non dà molto quando viene lasciata inerte.

Würzburg! Una città pulita, fine poco popolosa. Degli studenti in berretto azzurro. La famigliuola visitò un palazzo enorme contenente dipinti di autori italiani. Roberto ricordava una stanza dall’eco che ridava moltiplicato il suono che la provocava. Stracciando un pezzo di carta si otteneva il suono di una tromba.

Ma a Wurzburgo ci fu anche l’avventura che mise in subbuglio la famigliuola. Il padre offerse in pagamento all’albergo delle banconote della Banca Triestina allora autorizzata per diritto antico ad emetterne. L’albergatore scese dal certo suo trono dietro una balaustrata di legno spaventato che si volesse appioppargli della moneta simile in pagamento e uscì a sorvegliare l’ospite. Urlò, proprio urlò e così il padre di Roberto fu obbligato ad andare da un banchiere per ottenere verso le sue banconote delle monete correnti e lasciare nel frattempo la famiglia e i bagagli in pegno.

Roberto non si spaventò. Non ricordava nulla che fosse somigliato ad uno spavento. La vita era sempre trascorsa così sicura per lui che non sentiva potesse dipendere dal denaro. Era un suo diritto la vita e non vedeva l’importanza della cosa. Ma la madre che non intendeva il tedesco s’era spaventata. Aveva alzata la veletta per asciugarsi delle lagrime che le bagnavano le guancie. Piangeva con grande facilità agitata dal lungo viaggio dall’imminenza del distacco dai suoi figliuoli e anche dalla preoccupazione per la salute del terzo dei suoi maschi rimasto alquanto indisposto a casa. Dalla partenza da Trieste in poi non erano stati raggiunti da alcuna comunicazione da casa.

Il padre ritornò rasserenato. Aveva le tasche piene di grosse monete d’argento. Si lagnava del cambio che gli avevano fatto e si sfogò in italiano con la moglie mentre pagava: – Che paese di ladri! –. Eppoi: – Che ignoranza! Non conoscono le banconote della Banca Triestina! –. Erano le prime parole contro la Germania che Roberto da lui avesse udite. Ammirava tanto quel paese che serenamente vi portava i proprii bimbi per farli educare. Ma quando si viene toccati nel proprio interesse il mondo cambia spesso di aspetto.

Poi seguirono tre quarti d’ora di treno. Qui il vecchio non aveva bisogno di sforzo per ricordare quel viaggio che rifece poi tante volte. La ferrovia correva su un argine costruito a mezza costa della collina alla sinistra del Meno. Dall’altra parte del fiume c’erano delle colline che a queste somigliavano, quasi che queste si fossero riprodotte in uno specchio. Però le cime di alcune di queste finivano nella macchia bruna intensa del bosco. Poi Roberto apprese che quelle che gli parevano colline, sporgenti talvolta quasi fino al fiume, tale altra allontanandosene per delle miglia, [non erano altro che] dei margini capricciosi di un unico altipiano. Tardi, molto tardi, comprese che il fiume aveva scavato il suolo e s’era costruita la sua valle un’opera paziente di secoli. E il vecchio che ricordava, sorrise di se stesso: Ogni uomo è cieco per una parte del mondo. Roberto aveva abbandonato da lunghi anni il villaggio in cui aveva soggiornato per oltre sei anni prima di vedere come era costituita quella valle ove egli era nato al sentimento e alla ragione. L’osservazione precisa non era mai stata la sua qualità. Probabilmente nello stesso modo aveva inteso gli uomini con cui aveva avuto a fare. È tanto importante a chi vuole intenderlo di piazzare l’individuo nel ceppo da cui esce e in quella valle del Meno egli si sarebbe mosso con gli occhi meglio aperti se non avesse sempre distinto una collina dall’altra e le avesse viste come un’altura unica. Certo s’erano individuate radicalmente perché talvolta il giovinetto aveva dovuto scendere a valle per passare dall’una all’altra non avendo fatta l’esperienza che con un giro più lungo avrebbe potuto rimanere sempre alla stessa altezza per raggiungere un’altra cima. E la cecità continuava in riguardo all’origine delle cose. Se il fanciullo avesse saputo che il fiume, piccolo e insignificante in confronto alla valle talvolta estesissima in cui serpeggiava, l’aveva appianata o lisciata lui, l’aspetto di tutta la regione avrebbe cambiato. Dove la valle s’allargava, là s’annidavano villaggi e cittadine e all’occhio ingenuo del bambino pareva che l’industre popolazione avesse scavato nella collina per adagiare poi le proprie case ai suoi piedi.

Abbandonarono il treno ad una piccola stazione tutta verde per piante arrampicanti. Il signor Beer, il direttore del collegio, li aspettava alla stazione. Il padre di Roberto lo salutò con grande enfasi. Il signor Beer era stato a Trieste a trovare la famiglia da cui gli provenivano due scolari. Al padre di R[oberto] egli aveva fatta l’impressione di uomo di alto intelletto e di grande sapere. Il signor Dents era pronto nei suoi giudizii su cose e persone ma lentissimo a cambiar di parere. Una volta che aveva detto il suo parere ci viveva con l’ostinazione di chi si è fabbricato da solo la casa. Le cose si mutavano, l’individuo ch’egli amava diveniva sospetto e lui trovava tutti gli argomenti per difenderlo e spiegarlo. Quando poi, infine, sentiva i colpi che il traditore gli menava, allora appena egli se la prendeva con la nequizia della natura umana. Tanto per poter dire che la persona ch’egli aveva amata era tuttavia migliore di tutti gli altri.

Il signor Beer un uomo forse quarantenne era vestito sempre di un lungo palamidone nero. Una barbina biondicina che partiva dal mento metteva un margine preciso alla sua faccia alquanto legnosa dal naso sottile, le guancie nude poco fresche, tutta una faccia regolarissima e povera che pareva fatta con ordigni di falegname. Aveva una capigliatura ricciuta abbondante più bruna del barbino e dei mustacchi.

Poi si scese per una via ripida alla cittadina sottostante, una di quelle piccole città che forse in antico tempo ebbero qualche sviluppo segnato da qualche palazzina barocca, di un piano altissimo dalle vaste finestre addobbate da intarsi in legno, il piano di sotto e il terzo dalle finestrelle quadrate piccole di una lastra sola.

Tutto questo il vecchio ricordava per averlo rivisto poi tante volte. Di quell’arrivo, di tutta quell’ora egli non ricordò né il signor Beer, né tutti i suoi compagni di viaggio e alcun loro atteggiamento, vestito o parola. L’erta, la cittadina, il fiume non erano di quell’ora. Egli ricordava solo con piena sicurezza il facchino del collegio, un ragazzotto un po’ zoppo che pochi giorni appresso doveva abbandonare il luogo senza ch’egli più lo rivedesse. Fortunata l’ora che può essere individuata da un particolare qualunque anche se non poté avere importanza alcuna. Lo zoppo trasportando i tanti bagagli giù per l’erta faceva sentire il suo respiro affannoso. Forse fu visto e ricordato per tale sua sonorità.

Al fiume s’imbarcarono tutti su un barcone lungo e alto spinto e guidato con un lungo punteruolo puntato sul fondo non grande e approdarono ad un’enorme penisola di sabbia che sporgeva nel fiume per forse mezzo chilometro. Sbarcarono su delle tavole poste sul greto dalle quali giunsero ad uno sbarcatoio in pietra costruito sulla sabbia e così arrivarono dinanzi al villaggio.

Su questo posto, dieci o dodici anni prima, il vecchio s’era recato in compagnia della moglie e della figlia per rinnovare i ricordi. Vi aveva trovato delle alterazioni tanto grandi che adesso lo sforzo di ricordare era reso più difficile. Intanto tutto il villaggio gli apparve più piccolo, più misero, più sucido. Il collegio ne era sparito ed il letame l’aveva invaso. Ma poi il paesaggio stesso s’era mutato perché le colline alla destra del fiume avevano perduto la loro corona di alberi visibile dal basso eppoi il fiume stesso che correva fra grandi bacini ch’erano la sua unica riserva per mitigare l’effetto delle inondazioni e per rallentare l’abbassamento delle acque ora era stato approfondito e i bacini messi a secco coltivati. Persino il barcone di traghetto era scomparso e al suo posto era subentrato un ponte in pietra per varcare il quale bisognava pagare una lieve tassa, un grande ponte che s’erge maestoso sull’acqua perché parte da un punto elevato della cittadina e raggiunge proprio il villaggio al disopra del banco di sabbia e anche al disopra di campi già più elevati coltivati a barbabietole. Sul fiume stesso corrono oramai degli agili vaporini in luogo di certa specie di piroghe sottili cariche di sabbia o delle zattere lunghe un chilometro formate dal legname che diretto da due o tre uomini arrivava al Belgio dalla Selva Nera.

Bisognò poi volgere a destra per entrare nel villaggio: Una specie di sentiero fra case povere qua e là allontanate dal sentiero che si allargava allora a piccoli spiazzi non selciati e coperta d’erba dove le ruote dei veicoli non li avevano solcati. Alcuni di quei casolari volgevano alla strada una facciata rigata da scale e un ballatoio in legno brunito dal tempo e dalle intemperie. Anche allora su quel sentiero si sentiva intenso l’odore di letame.

Così entrarono nella via principale dalla parte della piccola chiesa gotica che sorgeva in mezzo a un prato verde pulito, abbellito da alcune quercie e due ippocastani allora in fiore. Le case della via principale abbastanza larga e non lunga, chiusa dalle case anche all’altra estremità, perciò una specie di piazza selciata a ciottoli, erano più belle e linde delle altre, alcune abbellite dallo zoccolo e dal suo coronamento altre con una certa civetteria dall’erto tetto sporgente.

Il signor Beer si fermò dinanzi all’ultima casa a sinistra. La signora Beer uscì dalla casa per incontrare i viaggiatori. Era una bella signora elegante, alta, bruna, dai grandi occhi espressivi, un profilo puro dal naso aquilino.

Il vecchio sul poggiuolo di Opicina sospirò. Chissà se era proprio di quel giorno ch’egli la ricordava uscire dalla casa con un sorriso lieto sulle labbra, i grandi occhi neri ansiosi nel saluto, il passo” celere, tutta la bella figura equilibrata in uno slancio che ricordava un movimento di danza ma allora o dopo in quell’istante essa era stata adorabile. Allorché a diciott’anni egli l’aveva abbandonata per sempre, essa alquanto ingrassata era stata tuttavia bella. Eppure egli non l’aveva mai veduta bella: I suoi sensi giovanili, eccitabili, avevano cercato tutt’altra via. Perché? Il vecchio cercava indarno tale ragione e concluse: Gli uomini non sanno vedere tutto; per certe cose hanno gli occhi chiusi. Doveva essere l’avvenire che l’avrebbe informato meglio? Naturalmente l’avvenire dei ricordi! Egli doveva apprendere che il lavoro della memoria può muoversi nel tempo come gli avvenimenti stessi. Questa doveva essere un’esperienza importante sebbene non la più importante di quel delizioso lavorio ch’egli stava facendo. Riviveva proprio le cose e le persone.

Il suo desiderio l’avrebbe trascinato a ricercare delle epoche più vicine in cui avrebbe scoperta la continuità, la luce, l’aria la parola di ogni singolo avvenimento. Ma non volle! Bisognava continuare a ricercare in quel mare le poche e piccole isole emergenti e rivederle attentamente quanto era possibile per ritrovarci qualche comunicazione fra l’una e l’altra.

Eccone una di queste isole: Piena di luce e di dolore e proprio marcata in modo da poterla vedere tutta e nello spazio suo.

Il signor Beer dimostrò quel giorno la sua abilità politica. Dopo il pranzo padre e madre si divisero dai due fanciulli, la madre in dirotto pianto così che il padre era più occupato a incuorarla che a congedarsi dai figliuoli. I due fanciulli diedero anche segno di un’emozione grande e allora intervenne il signor Beer che parlò col padre. Questi annuì fortemente come a proposta che confaccia e subito spiegò ai fanciulli che se si fossero mossi subito avrebbero potuto arrivare in luogo donde avrebbero avuto l’opportunità di rivedere per l’ultima volta i genitori.

E così i due fanciulli tenendosi per mano seguirono il signor Beer nel suo eterno palandrane. Abbandonavano i genitori ma subito s’apprestavano a raggiungerli ancora una volta.

Il signor Beer indirizzava loro di tempo in tempo qualche parola ch’essi non intendevano e fiduciosi continuarono a seguirlo. Camminavano per un sentiero dal quale non vedevano il fiume ch’era lontano ma solo il fitto rigoglio di piante e canne alle sue rive. Presto il signor Beer che oramai li precedeva parve assorto in profondi pensieri e precedeva di poco con passo lento i due fanciulli che tenendosi per mano lo seguivano. Com’era fatta quella linea ferroviaria da permettere con quel passo di raggiungere il treno che poco prima era partito? Un’impazienza spingeva i due fanciulli e indusse Armando a battere i tacchetti in ritmo accelerato abbreviando il passo per non urtare il signor Beer che li precedeva. Roberto lo imitò. E avvenne una cosa che meravigliò i due fanciulli. Il ritmo d’Armando s’impose al signor Beer il cui passo s’accelerò senza ch’egli se ne accorgesse. Il sognatore procedeva senza volgersi.

Armando rise, non Roberto che aspettava ansiosamente di rivedere i suoi genitori. Nella sua anima giovanile c’era la speranza di poter riattaccarsi alla madre e definitivamente. Perché la separazione minacciata doveva aver luogo?

Il signor Beer si riaccostò ai fanciulli e li avviò per un sentiero che s’allontanava dal fiume e li portava verso la collina. Ai piedi della stessa e arrampicandovisi di poco il sentiero piegava verso il villaggio. Poi il signor Beer rimase col passo e col pensiero accanto ai fanciulli incuorandoli ad ogni tratto con qualche parola che doveva essere francese e ch’essi non intendevano.

Da quella parte il villaggio si diluiva nei campi in ca se più alte e più vaste prive di qualunque adornamento, muratura alla base costruzione in tavole in alto col tetto erto di tegole recenti.

E così arrivarono di nuovo alla casina da cui erano partiti. Il cuore di Roberto batteva. Accorato Armando ebbe subito gli occhi pieni di lacrime ma pareva già avviato alla rassegnazione e si fermò alla porta. Invece Roberto che subito intese come Armando interpretava la truffa ch’era stata fatta loro, prima che alcuno potesse trattenerlo si mise a correre su per le scale. Dove andò? Nella stanza da pranzo dove avevano poco prima preso congedo dai genitori o in una stanza da letto dove i genitori avevano dormito?

Italo Svevo – La Coscienza di Zeno – Concordanze per forma a cura di Valerio Di Stefano

A una data età nessuno di noi è quello a cui madre natura lo destinava; ci si ritrova con un carattere curvo come la pianta che avrebbe voluto seguire la direzione che segnalava la radice, ma che deviò per farsi strada attraverso pietre che le chiudevano il passaggio.

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Italo Svevo – Senilità

I

Subito, con le prime parole che le rivolse, volle avvisarla che non intendeva compromettersi in una relazione troppo seria. Parlò cioè a un dipresso così: – T’amo molto e per il tuo bene desidero ci si metta d’accordo di andare molto cauti. – La parola era tanto prudente ch’era difficile di crederla detta per amore altrui, e un po’ più franca avrebbe dovuto suonare così: – Mi piaci molto, ma nella mia vita non potrai essere giammai più importante di un giocattolo. Ho altri doveri io, la mia carriera, la mia famiglia. Continue reading

Italo Svevo – La novella del buon vecchio e della bella fanciulla

I.

Ci fu un preludio all’avventura del buon vecchio, ma si svolse senza ch’egli quasi l’avvertisse. In un breve istante di riposo dovette ricevere nel suo ufficio una vecchia donna che gli presentava e raccomandava una fanciulla, la propria figlia. Erano state ammesse alla sua presenza in forza di un biglietto di presentazione di un suo amico. Il vecchio strappato ai suoi affari non arrivava a levarseli del tutto dalla mente e guardava intontito il biglietto sforzandosi d’intenderlo presto e presto liberarsi dalla seccatura. Continue reading

Italo Svevo – Corto viaggio sentimentale

I. Stazione di Milano

Con dolce violenza il signor Aghios si staccò dalla moglie e a passo celere tentò di perdersi nella folla che s’addensava all’ingresso della stazione.
Bisognava abbreviare quegli addii ridicoli se prolungati fra due vecchi coniugi. Ci si trovava bensì in uno di quei posti ove tutti hanno fretta e non hanno il tempo di guardare il vicino neppure per riderne, ma il signor Aghios sentiva costituirsi nell’animo proprio il vicino che ride. Continue reading

Italo Svevo – La coscienza di Zeno – Audiobook – MP3 – Lettura di Silvia Cecchini – Musiche di Ivan Genesio

  • Beethoven, Ludwig Van (ruolo: Musiche originali)
  • Cecchini, Silvia (ruolo: Voce)

da: http://www. liberliber.it

Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/

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Italo Svevo – Giacomo

Nelle mie lunghe peregrinazioni a piedi traverso le campagne del Friuli io ho l’abitudine d’accompagnarmi a chi incontro e di provocare le confidenze. Io vengo detto chiacchierone ma pur sembra che la mia parola non sia tale da impedire l’altrui perché da ogni mia gita riporto a casa comunicazioni importanti che illuminano di vivida luce il paesaggio per cui passo. Le casette nel paesaggio mi si palesano meglio e nella verde campagna ubertosa scorgo oltre che la bella indifferenza che ha ogni manifestazione di una legge, anche la passione e lo sforzo degli uomini dei quali la legge non è tanto evidente.
Venivo da Torlano e camminavo verso Udine quando mi imbattei in Giacomo, un contadino circa trentenne vestito anche più miseramente dei soliti contadini. La giubba era sdruscita e la maglia di sotto anche. La pelle che ne trapelava aveva qualche cosa di pudico anch’essa, quasi fosse stata un altro vestito così bruciata dal sole. Per camminare meglio portava le scarpe in mano e i piedi nudi non pareva evitassero le pietre. Ebbe bisogno di uno zolfanello per una sua piccola pipa e la conversazione fu avviata. Non so che cosa egli abbia appreso da me ma ecco quello che io sentii da lui. Preferisco di raccontare la storia con le mie parole prima di tutto per farla più breve e poi per la ragione semplicissima che non saprei fare altrimenti. La sua durò fino a Udine e anche oltre perché finì dinanzi ad un bicchiere di vino che io pagai. Non trovo che la storia mi sia costata troppo.
Giacomo, nel suo villaggio, era detto il poltrone. Ben presto, già nella sua prima gioventù fu noto a tutti i proprietari per due qualità: Quella di non lavorare e quella d’impedire il lavoro anche agli altri. Si capisce come si faccia a non lavorare; più difficile è intendere come un uomo solo possa impedire il lavoro a ben 40 altri. Vero è che fra quaranta è possibile di trovare degli alleati quando si propugni di non lavorare. Ma si trovano anche degli avversarii perché v’è più gente che non si creda che ha la malattia del lavoro e che vi si accinge con la bava alla bocca vedendo dinanzi a sé una sola meta: Quella di finire, di finire tutto, di finire bene. Diamine! L’umanità lavora da tanti anni che qualche poco di una tale benché innaturale tendenza deve essere entrata nel nostro sangue. Ma nel sangue di Giacomo non ve n’era traccia. Egli sa bene il suo difetto. Dovette accorgersene nel suo povero corpo dimagrito e maltrattato e ritiene che la poca voglia di lavorare sia da lui una malattia. Io mi feci un’altra idea della sua tendenza e penso ch’egli dovrebbe somigliare me che lavoro tanto ma altra cosa. C’è un’affinità fra me e lui ed è perciò che la gita da Torlano ad Udine ed oltre fu per me tanto piacevole.
Per impedire ad altri di lavorare Giacomo esplicava un’attività di pensiero incredibile. Cominciava col criticare le disposizioni prese per il lavoro. Si trattava di calare del vino in una cantina. Vi lavoravano solo lui e il padrone. Come impedire di lavorare al padrone stesso? Il primo tinozzo aveva viaggiato con una certa lentezza passando dal carro sulla strada, attraverso un corridoio della casa e giù in cantina. Giacomo, tutto sudato, rifletteva. «Vuoi venire?» chiese minaccioso il padrone. «Stavo pensando» disse Giacomo «che si porta il vino prima in là e poi in qua; il corridoio va in là e la scala riporta sotto la strada. Perché non fare un’apertura dalla strada alla cantina e calare il vino direttamente al tinozzo?». La proposta non era di certo troppo stupida ed il padrone si mise a discuterla. Prima di tutto la cantina non era posta direttamente sotto la strada ove c’era il carro ma traverso un’apertura vi si poteva accedere solo da un campo laterale. Giacomo rispose che con certe prudenze il carro poteva benissimo transitare sul campo. E andarono a vedere. Il dislivello non era grande e lo si poteva colmare. E il padrone diceva di no e Giacomo di sì. E ambedue avevano accesa la pipetta. E poi il padrone a corto di argomenti dichiarò che riteneva che una cantina con l’apertura sulla via sarebbe stata danneggiata nella frescura. E Giacomo citò le cantine dei paesi circonvicini le quali l’apertura sulla via ce l’avevano. Tutte citò, non dimenticandone una! Intanto il sole sulla via scaldava il vino e il padrone finì con l’arrabbiarsi. E Giacomo anche. Poco dopo egli andava all’osteria con in tasca i soldi di un quarto di giornata mentre il padrone chiamava in aiuto le donne di casa e i passanti per salvare il suo vino.
Giacomo all’osteria non riposava no! Egli continuava a discutere sulla necessità di dare una diretta comunicazione con la via ad ogni cantina. E tale fu la sua propaganda che ora nel paesello non c’era cantina che non avesse tale apertura. Ora che ha ottenuto un tanto si dedica attivamente ad un’altra propaganda. Vuole che davanti ad ogni apertura ci sia una gru per calarvi e estrarne ogni sorta di merci pesanti. Voleva convincerne anche me ma io, grazie al Cielo, non ho cantine.
Un giorno Giacomo fece un affare d’oro. Una quarantina di loro lui compreso aveva assunto a contratto la falciatura di un vasto campo. Doveva esserci lavoro per una quindicina di giorni. Avevano eletti dei capi ma i poteri di costoro non erano ben definiti. Giacomo non mancava di puntualità e alle quattro del mattino era sul posto. Cominciò col protestare contro la scelta della parte da cui si doveva cominciare. Di mattina si doveva volgere la schiena al sole. Aveva ragione ma i quaranta uomini dovettero così camminare per un buon quarto d’ora per portarsi al lato opposto ch’era il più distante dal villaggio. Poi cominciò a rifiutare la falce che gli era stata attribuita. In genere egli le preferiva a manico singolo e faceva propaganda perché anche gli altri le preferissero. Poi, presto, troppo presto, sentì il bisogno d’aguzzare la falce. Propose diversi istituti del tutto nuovi su quei campi. Due dovessero essere adibiti il giorno intero ad aguzzare le falci. Quando egli non lavorava s’adirava che i suoi vicini a destra e sinistra continuassero il lavoro. Nascevano irregolarità che non potevano essere utili al buon andamento del lavoro. Quello era notoriamente un lavoro che bisognava fare insieme o non farlo. Altrimenti il povero diavolo che restava indietro, senza sua colpa, poteva falciare le gambe del suo compagno troppo zelante. I capi guardavano esterrefatti la faccia di Giacomo magra, mai sbarbata, arrossata dal sole e da una sincera indignazione. Era un uomo in buona fede costui e non c’era verso di arrabbiarsi con lui! Gli offrirono tutta la sua partecipazione, pronta, in contanti, se accettava di non comparire il giorno appresso. Perché se lui c’era, non v’era dubbio che la falciatura non sarebbe finita mai. Quando essi sarebbero giunti alla fine l’altra parte avrebbe già riprodotta tutta l’erba medica falciata e i mietitori sarebbero morti di fame condannati com’erano alla paga contrattuale di 15 giorni. Giacomo esitò! Egli aveva spesso incassati dei salari senza lavorare ma mai era stato pagato per non lavorare. «E se venissi ogni giorno per un paio d’ore per darvi qualche buon consiglio?». Così oltre che la paga ebbe la minaccia che se nei 15 giorni seguenti passava per di là sarebbe stato lapidato. S’adattò ma la sua fama era distrutta e nessuno lo volle più. Il contratto da cui era stato allontanato era finito male; la falciatura aveva abbisognato di interi 30 giorni. I capi dicevano ch’era bastata una giornata di convivenza con Giacomo per creare fra quei 40 mietitori una decina di Giacomi, cavillosi come lui e pareva alla fine un’assemblea legislativa tante erano le nuove proposte che pullulavano per regolare la falciatura di un campo.
Giacomo divenne nomade. Solo a questo patto egli poteva trovare lavoro. Aveva le tasche piene di certificati perché tutti gliene davano pur di liberarsi di lui al più presto. Così passò tutto il Friuli la Carnia il Veneto sognando sempre di trovare un lavoro bene organizzato. S’era però talmente specializzato nella critica che non sapeva tacere neppure quando lui non c’entrava. Così non passava carro ch’egli non criticasse il modo com’era caricato. Veniva mandato a quel paese ed egli continuava le sue peregrinazioni senza abbadarci troppo. Se però credeva d’avere ragione allora era capace di farsi fare in due ma le sue ragioni doveva dirle. Egli aveva dovuto passare accanto ad un carro caricato tanto in alto ch’egli avrebbe potuto esserne schiacciato. Allora alzava la voce ed il suo sonoro dialetto celta pigliava delle andature epiche. Era capace d’appellarsi anche ai carabinieri. E gli serviva solo di pretesto il pericolo da lui corso. La ragione intima che lo animava era l’odio per il lavoro male organizzato. E mi raccontava: «Quando si nasce disgraziati! Io non feci mai del male a nessuno e tutti mi odiano perché voglio mettere ordine e perché non posso soffrire un lavoro male iniziato!». Non era la prima volta che veniva a Udine; era la seconda. Ci venne la prima volta in cerca di un po’ di riposo: Udine era una città abbastanza popolosa ed egli avrebbe potuto riposare prima che tutti l’avessero preso in odio.
Fu l’offerta di un posto straordinario che gli venne dal suo paese natio per cui lasciò la prima volta Udine. «Si trattava di un lavoro» mi confessò candidamente «in cui non c’era niente da fare. Ora a me il lavoro piace ma pensavo che se trovavo un lavoro pel quale non occorreva lavorare doveva certo essere un lavoro ben organizzato e perciò lo accettai con entusiasmo». Lasciò Udine e con dieci ore di buon cammino raggiunse il suo paese natio. Amava di camminare. «Altri può credere» diceva «che il moversi sulle ruote sia un perfezionamento in confronto al moversi sulle gambe. Io no! Credo sia un modo di riposare quello di moversi». Impiegò tre giorni per fare quelle dieci ore di cammino. Ricordava che a Chiavris una grossa pietra lanciata da qualcuno celato dietro un muro gli era passata dinanzi al naso. Se ne fosse stato colpito la sua testa benché dura sarebbe andata in pezzi. «Eppure io a Chiavris non ho lavorato mai. C’è tanta cattiva gente a questo mondo. Forse non mi conoscevano. Eppure io ho un sospetto. Lavorai una volta con un operaio che dovrebbe abitare a Chiavris. Ma non credo sia stato lui.. perché io feci per suo bene. Era impiegato permanentemente da un droghiere e presero me come avventizio perché invece di un molinetto che lavorava di solito a macinare pittura bisognava per qualche giorno lavorare in due. Dio mio! Era un lavoro che faceva schifo! Impiegare un’anima umana a far girare, girare una ruota per produrre un filo di pittura male impastata. Non era facile prendere un motorino elettrico ora che la forza elettrica non costa quasi nulla? Restai un giorno e mezzo a quel molino e tanto disprezzo avevo per il mio lavoro ch’esso non poteva procedere. Il mio compagno stava ad ascoltarmi estatico. Anche lui cominciava a capire come un motorino avrebbe girato, girato senza pensarci tanto su. Mi mandarono via quando feci chiamare il padrone per spiegargli la mia idea. Mi trovò dinanzi alla mia ruota sgangherata che fumavo. Io avevo il braccio addolorato e aspettavo il padrone e il motorino. Chi avrebbe potuto indovinare che il padrone era tanto occupato che ci avrebbe messo due ore per corrispondere alla mia chiamata? Appena venuto mi mandò subito via e gridando anche perché tutti a questo mondo hanno la mania di diffamare la povera gente. Diceva che il valore della merce macinata non copriva la mia mercede. Dev’essere roba che costa poco allora dissi io. Ora in quella drogheria ci hanno il motorino ma io della mia buona idea non ebbi alcun vantaggio e neppure il mio compagno perché fu mandato via pochi giorni dopo di me». Così anche il povero Giacomo ebbe a subire un attentato. «Come un re» disse egli con qualche compiacenza. «Eppure il re» dissi io «non rifiuta di sovraintendere a dei lavori male organizzati».
Insomma Giacomo ritornò al suo paese natio beato che ve lo avevano richiamato perché avendo tanto tempo da pensarci su, soffriva talvolta di nostalgia. Non era chiamato ad una posizione troppo splendida. Non avrebbe avuto alcun salario solo un letto e sufficientemente da mangiare. Quel sufficientemente significava sola polenta o quasi. Ma l’amor patrio e la curiosità di conoscere un lavoro in cui non c’era bisogno di lavorare indussero il povero Giacomo alla lunga camminata.
A un tiro di schioppo dal suo luogo natio, su un colle, il più alto dopo Udine verso la Carnia, c’era la casa del signor Vais un piccolo villino elegante ove abitava il vecchio signore, sua moglie e alcune fantesche. Il figliuolo era agli studi a Padova. Poco appresso nascosti alla vista di chi passava la strada maestra c’erano i vasti stallaggi e più lontano ancora, in mezzo ai campi una vasta casa colonica, vecchia decrepita quella.

Italo Svevo – Orazio Cima

I
Avevo circa 25 anni quando nelle riunioni sociali di Trieste fece la sua comparsa un ricco signore abruzzese certo Cima. Io non sapevo perché egli avesse prescelto Trieste a suo soggiorno. Non vi era condotto né da parentela né da affari. Glielo domandai: Trieste era una bellissima città per chi v’era nato ma a questo mondo c’era di meglio avendo la libertà di scelta. Avrei amato egli m’avesse detto che Trieste era la più bella città del mondo ma invece egli mi rispose: Vi si parlava italiano e vi aveva vigore la legge austriaca sulla caccia. Egli non sapeva che l’italiano e non ci pensava di andar a stare fra gente che non poteva intendere. Ora la legge sulla caccia in Austria aveva conservato ancora la possibilità della caccia. Egli era a Trieste il luogo più vicino al suo paese ove si poteva cacciare e pescare.
A me parve un uomo interessante. Mi legava a lui il ribrezzo che per lui provavo. Io non avevo ancora mai ucciso una bestia e mi parve che quello di uccidere fosse un segno di salute; l’impossibilità di uccidere era un evidente segno di debolezza. Me ne vergognai accanto a Cima e gli proposi d’associarmi a lui. Anch’io avrei temprato il mio cuore nella lotta. La lotta contro il debolissimo è anche una lotta se il debolissimo è rapido ed astuto. Un essere che non vuol lasciarsi mangiare è un avversario che domanda sforzi e forza. Poteva essere la mia cura.
Io fui in cotesta cura per tre volte con Cima.
S’era sparsa la voce che sul monte Nanos presso Trieste fosse stato veduto un orso e Cima mi propose di accompagnarmi a lui per dargli la caccia. Egli allora aveva già organizzata la sua vita nella nuova città: Aveva degli amici e anche un’amante. L’amante era una vera popolana triestina, un modello di triestina quando si sforzava di non apparire più popolana. Vestiva con una certa grazia e portava il cappello – una buona imitazione di qualche modello parigino – e perciò sapeva di appartenere oramai alla schiatta delle cappelline ciò che confessava all’occasione rivelando che sino ad allora ella s’era figurata la testa di una donna come che va adorna dei soli capelli. Era bellina, bionda pallida, dalla pelle bianca, dalla carne abbondante. Doveva essere una dolcezza venir a riposare fra quelle braccia bianche dopo una giornata piena di fatiche e di uccisioni. Ciò ricordava i sultani della Turchia che non riposavano mai altrimenti dopo le battaglie. E usavano anch’essi delle donne di altra razza. Cima, un bel ragazzo bruno con un barbino alla spagnuola (come usava allora) era proprio d’altra razza di Antonia. E se essa non apparteneva ad una razza soggiogata era tuttavia una donna soggiogata perché s’era compromessa e legata ed ora lo rimpiangeva e si trovava in eterna ribellione. Si bisticciavano sempre, lui sorridente perché non domandava la sommissione che in certi istanti; lei coraggiosa perché sapeva che tutte le ribellioni meno una sola le erano permesse. Non abitava con lei. Le aveva messo su un quartierino elegante.
Io aderivo a tutta questa vita così viva e completa con ammirazione e invidia. Devo anche dire che io vivevo ambedue quegli individui. Lui così attivo e giovine come io non sono mai stato e lei che con tanta brutalità difendeva la dolcezza ch’è il mio destino, e che io non sapevo difendere perché me ne vergognavo come di un’inferiorità.
Essa attaccava il suo amante proprio per la sua caccia e la sua pesca, le sue sole attività: «Assassino e carattere d’assassino!». Ammazzava tutto il giorno e non sapeva neppur mangiare la selvaggina. La rifiutava proprio come fa il cane da caccia cui somigliava. «Ma non potevi restare nel tuo Abruzzo?».
Cima sorrideva: «Nell’Abruzzo non ci sono tante bestie come qui». E, contento di aver trovata la buona risposta, attaccava: «Ma tu l’ami la selvaggina?».
«La comprerei» confessava Antonia. «Ma non saprei ucciderla. Povere bestiole! Io le mangio quando altri per malanimo le uccise. Che si può fare allora?».
Io mi mettevo di mezzo per far accordare chi uccideva la bestia e chi la mangiava e avevo anche un gioco abbastanza facile. Antonia fra gli amici del suo amante mi prediligeva perché mi sentiva differente da lui. Cima, poi, non soffriva di gelosia. Lui era molto distante dall’idea che un uomo fidato com’ero io avrebbe potuto insidiare la sua donna. Ammazzava tante bestie, ma viveva nel mondo morale in cui era nato con la sicurezza con cui certi animali vivono nella palude ed altri sul mare. Non discutono costoro per scegliere uno o l’altro. Egli si figurava che un uomo ch’era suo amico, quando avesse voluto amare, si sarebbe cercata un’altra donna e non la sua. A me Antonia piaceva e mi dilettavo di sentire la sua predilezione per me. Era poi già un poco mia perché era triestina. Egli rideva dei suoi modi di dire. Io li amavo, e li avrei baciati come uscivano da quella bocca rosea.
E Antonia non aveva nulla in contrario che provassi anch’io la caccia. Era certa che, provatala una volta, non l’avrei amata. Anche lei era stata a caccia, ma una volta soltanto. In sua presenza, Argo, il cane da caccia di Cima, aveva ricevuto una pallinata nella schiena perché non s’era tenuto fermo. Orrore! E Cima poi non aveva voluto far levare, da un chirurgo che s’era offerto, da quella schiena quei pallini perché diceva che acciocché un cane ricordi una lezione, deve portarla eternamente con sé.
Insomma io e Antonia andavamo molto d’accordo, con la differenza ch’essa biasimava Cima ed io invece avrei tentato di aiutarlo. «Non vi riuscirà» diceva Antonia accarezzandomi con l’occhio. M’amava perciò. Io speravo ch’essa sbagliasse ma intanto mi stendevo sotto a quella sua carezza come un gatto nervoso e voluttuoso. Volevo mutarmi e tuttavia incassavo il premio per essere fatto tanto malamente. Anche quando si ha il desiderio della metamorfosi, il più vivo, si sorride affettuosamente ai propri difetti. Rabbrividisco quando penso che avrebbe potuto toccarmi in sorte di essere un insetto dalle varie metamorfosi. Che rimpianti nella farfalla per quella vita modesta e adagiata comodamente del verme. Io conobbi un gobbo che aveva tanto bene attrezzato il proprio spirito intorno alla protuberanza che aveva nella schiena che sarebbe stato un uomo perduto se avesse potuto curarla. Era il gobbo più spiritoso di Trieste… Ma egli qui proprio non c’entra.
Io fra i due, insomma, stavo benissimo. Orazio m’amava perché tentavo di apparire simile a lui e Antonia perché calcolava non ci sarei mai riuscito.
Curioso il fiuto delle donne. Tanti amici di Orazio giravano per quella casa a cui si arrivava dalla caccia, dalla pesca o dal ballo ma io sono convinto che gli altri non destavano affatto la curiosità di Antonia. È vero che ciò può essere attribuito alla mia cecità nella quale posso aver somigliato al povero Orazio che non s’accorse come ero io prediletto.
Ma questa predilezione era divisa da ambedue e forse perciò egli non ne era colpito. Egli mi burlava volentieri come debole, mite, poco accorto, e lei lo imitava con piccole variazioni (oh, dolcissime!), mi metteva addosso le bianche mani per mettere a posto la mia cravatta e s’accompagnava a lui per deridermi ma per farlo meglio m’avvicinava la bocca dai piccoli denti, niente di perfetto ma bianchi come appena usciti dall’alveolo sulle gengive dal giusto colorito (Dio mio! che cosa è il colorito giusto nel nostro organismo?), scoperte solo dal riso che l’obbligava ad aprire le labbra rosse e sottili. A lui sembrava la stessa musica cui egli avesse data l’intonazione e anche a quella sempliciona di Antonia forse sembrava così. Ma insomma in presenza di Orazio noi arrivavamo spesso a toccarci. A me piaceva prenderla per il polso per trattenere una mano che minacciava la mia faccia o anche le mettevo una mano sul petto per tenerla lontana da me, arrivando ad una cosa soffice, resistente, una forma sempre sorprendente più che la faccia, le gambe o la schiena che certo servono ad altri scopi.
Ma anch’io ero d’accordo con Orazio che non bisognava insidiare la donna altrui. Questa era la base, la solida base della nostra amicizia, ed io procedevo perfettamente inconscio del mio desiderio, sordo al mio desiderio, cieco allo stesso come lo stesso Orazio. Si poteva quasi dire ch’eravamo in due a non intenderlo. Non in tre. Perché io già sapevo che Antonia s’era accorta dell’importanza ch’io attribuivo a ogni parte del suo corpo.
Devo ripetere qui a scanso di malintesi che se anche non ci fosse stata Antonia io avrei avuto tutte le buone ragioni per restare attaccato ad Orazio. Egli beveva e fumava come me ma in tutt’altre forme: Beveva ogni giorno e fumava ad ogni ora, ma tutto ciò con regolarità e piena serenità. Giacché non sapevo cessare né di fumare né di bere avrei voluto imitarlo per saper liberarmi almeno dei rimorsi. Poi quella sua grande fiducia cieca nell’amicizia e anche nell’amore (cioè quello ch’egli arrivava a sentire tale) che metteva la sua vita sotto una campana ch’era bensì di vetro ma che proteggeva da tutte le avventure non serie del dubbio, della diffidenza, dello sconforto, che imperversavano sulla mia vita, lo rendeva per me tanto amabile che proprio non mi pareva ci sarebbe stato il bisogno di Antonia per indurmi a preferire la sua compagnia. Io l’amavo sinceramente come i poeti amano i poeti grandissimi, certi soldati timidi i prodi. Sapeva cacciare, pescare e anche cucinare. Un’insalata condita da lui non si dimenticava più. Per un chilogrammo d’insalata abbisognava di un’ora, quattro intingoli varii che preparava in quattro bicchieri. Gettati sull’insalata sapeva mescolare per tre quarti d’ora così che alla fine ogni singola foglia era lesa e pregna di un sapore che non era il suo o cui il suo debolmente s’associava. Anche l’aglio ci entrava ma un barlume, un ricordo di cosa. Già, solo l’uomo sano sa mescolare a quel modo. Lavorare tanto senza vedere il risultato ma anticipandolo ricordando il gusto avuto è cosa propria da animale disciplinato. Spaccare della legna è tutt’altra cosa e ognuno la sa fare, naturalmente se ha avuto l’ascia in mano dalla prima giovinezza.
Egli preparava benissimo anche la selvaggina che poi non mangiava ciò che, come Antonia, io gli rimproveravo come un’aggravante del suo assassinio. Odiava le sue vittime anche oltre la morte.
Egli intendeva anche tutto: Persino cose che mi concernevano. Una volta gli confidai che m’era impossibile di cessare di fumare perché oramai fumavo già da 14 anni con circa cinquanta sigarette al giorno. Ammettiamo pure che sarei stato capace di restare senza fumare per interi altri quattordici anni. Quale sarebbe stato il risultato dell’enorme, impensabile sforzo? Dopo questi quattordici anni vuoti la media delle sigarette che avrei fumate per ogni giorno della mia vita si sarebbe ridotta a 25. Lo sforzo dava perciò risultato inadeguato. Altri, senza sforzo alcuno arriva a risultati ben altrimenti importanti.
Egli rifletté intensamente. Poi rise. Infine si rifece serio e disse: «Intendo perfettamente».
Però quando a cena in presenza di Antonia voleva seccarmi mi diceva: «Il signore della media».
Antonia rise di cuore ma mi ammirò: Nessun altro come me scavava nel passato e antivedeva al futuro. In tutta la sua vita essa non era capace di creare una media. Non c’era. E rifletté.
Quello sboccato di Orazio insisté: «Eh! via! pensaci. Compresi gli anni della balia quando arriverai ad una al giorno?».
Certo non è bene parlare così in presenza di stranieri. Io non seppi fare a meno di calcolare quanti uomini ci sarebbero voluti per far arrivare Antonia alla media proposta. Da quanto ne sapevo io essa aveva cominciato a sedici anni ed ora ne aveva ventidue. Sedici anni, se non sbaglio, fanno cinquemilaottocentoquaranta giorni vuoti mentre gli attivi sei anni non ne facevano che 2190. A me pareva che Cima, per quanto vigoroso non bastasse alla bisogna perché bisognava per arrivare alla media aggiungere i giorni innocenti a quelli che non erano stati tali. Si arrivava a ottomilatrenta che divisi per duemilacentotrenta producevano una attività di quasi quattro (come dirò?) sigarette al giorno comprese le domeniche e i giorni festivi.
Dissi ciò ad alta voce per dimostrare la rapidità con cui facevo i conti a memoria. Poi m’irrigidii per non dire di più e continuai a somigliare ad Orazio, ma anche Antonia rise di cuore. Si riversava sulla poltrona abbandonandovisi tutta. Era molto più sottile di quanto si sarebbe potuto credere. Il suo profilo si disegnava sullo schienale della poltrona e se ne vedeva l’eleganza espressiva prospettata sul fondo oscuro dello stesso. Dalla sua gonna sporgevano i suoi piedini e anche elegantissimi. Io la desideravo tutta intera, per la prima volta.
II
Una sera, a cena, Cima mi propose una caccia strana: Quella dell’orso. Si era nel 1886 e avevo anch’io letto sui giornali locali che un orso era stato veduto aggirarsi nei pressi del Monte Re. Fra le altre armi Cima possedeva anche due fucili Werndl di una portata lunghissima che facevano proprio per la caccia all’orso.
Antonia trovò ch’era bene per me esordire con quella caccia. Intanto per un bestione simile, pericoloso, essa non sentiva compassione.
Io mi abbandonai ad una perorazione che non voleva finire più sul diritto alla vita anche degli animali forti. Era una disgrazia che l’avvento sulla terra dell’uomo avesse rese nevrasteniche tutte le bestie sulla terra. Io mi figuravo che tanti animali si fossero fatti notturni perché in passato l’uomo (prima che arrivasse Cima e le sue abitudini) aveva avuto bisogno della luce del sole per muoversi. Mi figuravo anche che molte bestie si fossero cacciate sotterra per nascondersi soltanto allora, altre nel fitto dei boschi ove temporaneamente potevano trovare ricetto ma non a lungo perché l’uomo era per eccellenza il distruttore dei boschi dei cui alberi aveva bisogno per stampare i suoi giornali. Parlavo tanto a lungo per potere tenere rivolto lo sguardo ad Antonia che quella sera era vestita virginalmente con un grembiule tutto pizzi e fiori che le dava un aspetto di fanciulla che anche di sera conserva abbellito l’arnese che di giorno nei suoi lavori in casa la protegge dal sudiciume cui deve esporsi nei lavori in cucina e nelle stanze. Oramai il grembiule fine non esiste più ma nella mia giovinezza era proprio l’attributo della fanciulla. E su Antonia quel grembiule era veramente eccitante.
«Dunque» disse Orazio «tu alla caccia dell’orso non ci vuoi venire?»
Con dolore mi rivolsi a lui: «Anzi! Anzi!» dissi. «Vorrei però essere informato donde sia capitato tale orso. E se fosse semplicemente un orso domestico scappato al suo padrone? Figurati che sorpresa la nostra se dopo di aver ammazzato il bestione gli trovassimo indosso un collare col nome del proprietario e l’indirizzo». Avremmo distrutto una parte d’umanità perché la bestia rappresentava il frutto di un lavoro umano non facile.
Io sapevo la storia di un cane domestico ch’era stato ucciso non so più in che paese, per essere stato preso per un lupo. Le armi da fuoco erano anche perciò una cosa nefanda: Raggiungevano l’obbiettivo senza permetterne prima un’accurata disamina. Mi rivolsi di nuovo ad Antonia e al suo grembiule: «Si tocca il grilletto ed è finita. È un’infamia che tanta potenza sia stata posta alla disposizione dell’uomo».
Antonia protestò: «Guai se non ci fossero i fucili. Gli orsi camminerebbero per le nostre vie».

Italo Svevo – Il malocchio

Molti quando si trovano fra’ dieci e i quindici anni sognano una carriera grande, persino quella di Napoleone. Non era quindi strano che a 12 anni Vincenzo Albagi pensò che se Napoleone a 30 anni era stato proclamato imperatore egli avrebbe potuto esserlo qualche anno prima. Strano era invece che quell’istante di sogno fu ricordato da lui per tutta la vita. Nessuno lo sospettò perché egli non era altro che un buon ragazzo non stupido che faceva molto attentamente il proprio dovere di scolaro del Liceo e del Ginnasio. Era l’orgoglio dei suoi insegnanti per la sua bravura e anche (oh! quale occhio di lince non hanno gl’insegnanti) per la sua modestia. A casa sua egli accettava la piccola vita modesta di provincia che gli era imposta e sopportava sorridendo e commiserando l’orgoglio del padre che riteneva se stesso il Napoleone dei commercianti di vino d’Italia. Il vecchio Gerardo che in gioventù aveva lavorato con le proprie mani i campi era un uomo soddisfatto e benevolo. Egli aveva capito a un dato punto che era meglio comperare e vendere il prodotto altrui che aspettare il proprio. Era stato un grande sforzo della sua piccola mente e una buona volta riuscito Gerardo ne visse bene fisicamente e benissimo moralmente. La moglie che si vedeva concessa la domestica, due o tre vestiti all’anno ed una tavola ricca lo adorava e lo ammirava. Gerardo faceva del bene a molti e non domandava neppure riconoscenza. Camminava la via un po’ troppo pettoruto ma molti lo amavano, pochi dal suo orgoglio mite di negoziante di vino fortunato si sentivano lesi. C’era a questo mondo del posto per tanti altri orgogli altrettanto legittimi! Spesso Gerardo con un sincero accento d’ammirazione riconosceva i meriti altrui. Diceva al lustrino che stazionava davanti alla sua casa: «Tu sei il migliore lustrascarpe di questo mondo!». Alla cuoca: «Nessuno sa preparare il baccalà pannato come te!». Alla moglie: «Io so far denari e tu sai risparmiarli!». Ecco che molti erano soddisfatti di quella felicità di Gerardo.
Vincenzo invece era assorto nella contemplazione della propria grandezza futura. Il padre aveva avuta una sola buona idea ma egli doveva a quel padre e a quell’idea la felicità della propria vita. Se quel padre non avesse avuto quell’idea ecco che Vincenzo sarebbe stato attaccato da lungo tempo all’aratro accanto a qualche altro asino. Ma egli era tediato da quel piccolo orgoglio che gli sembrava strano, spropositato. Il padre troppo spesso parlava della fiducia che in lui riponevano altri negozianti o consumatori di vino. «Quando il vino passa per le mie mani aumenta di sapore e di valore». Per le mani pulite di Vincenzo invece non passava niente e per la sua testa la propria immagine convertita in quella di un grande ammirevole condottiero. Ora mentre Vincenzo per l’orgoglio del padre non aveva che un sorriso distratto e stanco, il vecchio invece si compiaceva dell’orgoglio del figliuolo altrettanto legittimo quanto quello di un buon lustrascarpe: Vincenzo era un buon scolaro. Passava trionfante traverso tutte le classi. «Io faccio denari» diceva il buon vecchio «e tu farai sicuramente qualche cosa d’altro».
I fastidi cominciarono quando Vincenzo abbandonò la scuola. Intanto volle entrare in un’accademia militare. Era la via più breve per sbalzare il re dal trono e mettersi al suo posto. Curioso come il re era lontano anche dall’Accademia Militare. Vincenzo aveva da fare con tenenti e sottotenenti i quali in complesso per molto tempo lo amarono e stimarono come avevano fatto i professori del Liceo. Poi un bel giorno Vincenzo perdette la pazienza. La lotta per la vita incombeva. Non si trattava più di apprendere, ma bisognava presto divenire. Un bel giorno perdette di rispetto nel modo più grossolano ad un tenente. Fu rinchiuso, minacciato delle più gravi punizioni e fu felice quando con l’aiuto del padre che da furbo vinaio quale era lo dichiarò mentecatto dalla gioventù in su, poté ritrovarsi a casa propria sano e salvo e spoglio della montura militare.
Vincenzo fece anche per qualche mese il mentecatto. I due provinciali temevano che l’autorità militare li sorvegliasse per riassumere il processo contro di Vincenzo se questi fosse risultato meno mentecatto. E come Vincenzo ricordava il suo primo sogno per cui s’era sentito chiamato a divenire un Napoleone così ricordò la impressione quasi gioconda con la quale accettava di apparire più stupido che fosse possibile. Si diceva: “Guarda che caso! Essere destinato a quello e dover fingere di essere questo!”.
A chi conosce la natura umana comune non sembrerà affatto strano che passati quel paio d’anni all’Accademia Militare chiusi con quel calcio che lo rimandò a casa sua Vincenzo non fece alcun serio tentativo per conquistare l’ambita posizione di un Napoleone. Restò a casa sua dopo un breve soggiorno in una università per il quale si convinse che gli studii non erano fatti per lui. Era vecchio oramai in confronto ai suoi compagni. Il disdegno ch’egli sentiva per tutti gli uomini diveniva grandissimo per quelli che erano più giovini di lui e gli ripugnava di vivere da eguale accanto a delle persone che realmente avrebbero dovuto essergli sottomesse. Ritornò a casa sua e il vecchio padre che non desiderava di meglio che di tenerselo accanto lo ricevette a braccia aperte. «Io t’insegnerò il mio commercio di vini che, avviato com’è, ti darà poca fatica». Per fortuna Vincenzo quella volta non tenne dentro di sé il rancore che andava accumulandoglisi nel petto ma lo sfogò. Non voleva scansare le fatiche anzi le ricercava. Voleva anzi le grandi, le eroiche fatiche ma per un uomo che aveva studiato come lui e ch’era lui il commercio in vini era disdicevole.
Poi ebbe una grande, lunga pace perché Gerardo era un uomo che facilmente si lasciava imporre eppoi da uomo pratico non accettava altre seccature fuori di quelle che gli risultavano dal suo vino.
Lesse molto in quel tempo Vincenzo. Volumi e volumi. Molti dedicandosi alla lettura acquistano scienza, altri vi acquista buon sangue; Vincenzo invece vi trovava motivi a rancore. Lesse varie lunghe storie del Consolato e dell’Impero e restava meravigliato come un tale grande uomo avesse potuto commettere tanti errori. Leggeva anche i giornali e ogni numero confermava nel suo animo la convinzione che tutte le persone di cui vi si parlava erano indegne o deboli.
Vincenzo aveva cura del proprio aspetto; portava dei grandi mustacchi bruni cui dedicava molta cura ed in complesso nulla lo distingueva dal comune, dal comunissimo degli uomini fuorché una certa sua aria fatale che gli si appioppò sulla faccia come una maschera. Certo è che quando gli altri si entusiasmavano egli subito si ritirava leso nel proprio orgoglio. Aveva un gesto curioso allora. Metteva la mano sulla bocca come per celare uno sbadiglio ed il suo occhio diventava torvo, torvo. Le palpebre si contraevano come per coprire quell’occhio che però restava aperto tanto da lasciarvi entrare le immagini e uscirne una piccola fiamma gialla in direzione dei corpi che quell’immagine avevano prodotta. Era arrivato ad un’epoca in cui aveva spesso motivo di sbadigliare. Guardò con uno sbadiglio da sgangherarsi le mascelle dietro ai primi velivoli a cui rimproverava la poca stabilità. Osservazione giustissima cui seguiva subito nel suo grande animo la speranza di scoprire lui il mezzo per renderli più sicuri. I dirigibili lo affievolirono fino a dormire in piedi ma contrassero il suo occhio tanto che traverso la fessura che le palpebre lasciavano non si vedeva che il bianco coperto dalla solita luce gialla. Poi venne il premio Nobel che a lui non capitò giammai. E in fondo gli pareva un’epoca ipocrita la nostra col suo aspetto di non domandare altro che dei grandi condottieri ed in realtà evitandoli e soffocandoli.
Con tutto ciò Vincenzo nel piccolo àmbito della sua città natale era un uomo fortunato e perciò invidiato. Tutti gli dicevano ch’era nato con la camicia ed egli non lo credeva e si sentiva pieno di rancore perché gli pareva che gli parlassero così per indurlo a credere di avere più di quanto meritasse. Egli aveva tutti i denari che potesse desiderare; i genitori non domandavano altro che di dargliene. A lui non importava. Una bella e ricca giovinetta restò ammaliata dal suo occhio bruno nel quale brillavano dei riflessi gialli ed egli consentì di farla sua. Non gl’importava tanto dell’amore ma pure si sentiva bene di tenersi accanto una persona tanto ragionevole da adorarlo. Aveva tutto il tempo vuoto tanto di doveri che poteva rimpinzarlo dei suoi sogni di imperatore. Ma gli pareva che ciò gli spettasse.
La madre che anch’essa aspettava pazientemente che da tanta larva uscisse l’utile animale atteso lo spinse a prender parte alla vita politica locale. L’ambiente era piccolo, ma si poteva sperare di riuscire ad un ambiente un po’ più grande, cioè Roma… e di là… E i sogni s’animavano da quell’intenzione di fare il primo passo. E lo fece il primo passo con manifestazioni altezzose e sdegnose contro l’amministrazione locale. Fu interrotto da uno scappellotto. Ma quale scappellotto! Una mano grossa e potente aveva addirittura abbracciato una parte della sua testa tanto compassata e vi era piombata con tale veemenza che il collo cedette e non bastò per attutire il colpo. Anche le gambe cedettero e non bastò neppure, tanto che Vincenzo finì proprio col naso per terra. Lo rialzò subito e guardò il suo avversario. Egli non capiva nulla fuori che gli era stato fatto un torto enorme. Quel barbaro, in confronto suo nient’altro che un verme, aveva osato tanto! Egli lo guardò solo apparentemente inerme perché il suo odio andò ad alimentare la fiamma gialla che gli guizzava nell’occhio. Così nacque il suo malocchio. Vi contribuì il suo volere di bestia abbattuta, il suo desiderio di vendetta proporzionato al danno enorme che gli era stato fatto: Un ulteriore ritardo nella sua ascensione. Si rialzò e fu l’altro che gli rilasciò per primo il suo biglietto. A Vincenzo parve una irrisione e guardò, guardò! La guancia gli si era enfiata e un occhio divenuto piccolo s’ostinava a non chiudersi.
Prima che s’arrivasse al duello il suo avversario ammalò per una puntura d’insetto e pochi giorni appresso morì.
Vincenzo veramente non aveva la più lontana idea di averlo ucciso lui. Sapeva darsi l’aria di rimpiangerlo e senza grande fatica. Vincenzo non era un cattivo uomo e per creare quel suo malocchio cui il suo destino d’inerte ambizioso aveva create le premesse era bensì occorso il suo volere il suo malanimo. Ma questo malanimo c’è in tutti coloro che ricevono un ceffone, solo che negli altri esso si manifesta con altrettanti ceffoni e pugni. Al povero Vincenzo invece esso creò l’unica arme ch’egli sapesse maneggiare. Un’arme che doveva ferire tanti e anche lui stesso.
Poco dopo sposò la fanciulla che lo amava. A lui parve di sacrificarsi da quel buon figliuolo che era per far piacere a suo padre, a sua madre e alla stessa fanciulla che lo voleva. Già, non volendo bene, il matrimonio non è poi quell’impedimento ad alte imprese come generalmente si crede.
E fu nei primi mesi del suo matrimonio ch’egli sospettò quale potenza infernale fosse insita nel suo occhio. Camminava solo per i campi poco fuori della piccola cittadina in cui si riteneva esiliato. Voleva essere solo per ritrovarsi. L’affetto della giovine sposa lo tediava. Aveva bisogno di essere solo. In tasca teneva l’ultimo volume del Thiers nel quale Vincenzo si compiaceva di leggere come il Titano aveva accumulato errori su errori che ora lo schiacciavano. Titano cieco! Aveva visto funzionare un modello di ferrovia e non aveva capito il partito che avrebbe potuto trarne per signoreggiare il mondo!
In quella vide una grande folla uscire dalla cittadina facendo uno schiamazzo di gente entusiasmata. Gli uomini avevano levato il cappello e lo agitavano salutando verso l’alto; le donne agitavano dei fazzoletti. Anche Vincenzo guardò in alto. A qualche centinaio di metri d’altezza e contro vento camminava un dirigibile. Nel sole meridiano brillava come un enorme fuso di metallo. Gli scoppi regolari del suo motore riempivano l’aria. Era l’evidenza stessa di una grande vittoria e Vincenzo guardava, guardava e pensava ai difetti di quell’ordigno, in primo luogo vedeva il pericolo di quell’enorme quantità di gas accensibile che lo sosteneva. La folla applaudiva e in alto si videro alcune piccole figure minuscole sporgersi dalla navicella e rispondere ai saluti che venivano loro dai campi e anche dalle colline più lontane. “Credono di trionfare!” pensò Vincenzo torcendo la bocca dal disgusto. E fu allora ch’egli s’accorse che dal suo occhio era partito qualche cosa che poteva somigliare a un dardo che abbandona l’arco teso. Questa partenza egli la sentì chiaramente. Si passò le mani sugli occhi per proteggerli, gli era parso che il suo organo fosse stato ferito da oggetti pervenuti dall’esterno. Presto non poté più aver dubbi. Lassù ed in immediata corrispondenza alla sensazione da lui provata si produsse un fenomeno ben altrimenti importante. Una fiammata enorme avvolse il sigaro volante e la navicella di sotto. Poi più tardi si sentì lo scoppio immane e le urla della folla terrorizzata. In aria non restò che una forma di nebulosa che continuava a salire, in giù venne a precipizio la navicella che subito si vide ingrandire carica del motore e degli aeronauti. E quando questa raggiunse il suolo si sentì lo schianto. Il primo istinto di Vincenzo lo avrebbe portato sul luogo del disastro ch’egli non aveva voluto; poi si fermò perché sapeva di averlo provocato e temeva che altri avrebbe indovinato la realtà della sua coscienza. Corse a sua moglie che, prossima al parto, era rimasta in casa. Le raccontò dello spettacolo terrificante cui aveva assistito ma raccontandolo spesso s’interruppe confuso, mutando di colore. La sua agitazione che gli chiudeva la gola non era prodotta dal compianto per le povere vittime come la moglie credeva; egli vedeva se stesso, perverso e malvagio. Aveva dapprima cercato di dare un’idea alla moglie della sua ammirazione alla vista del portento. Ma subito la sua lingua più sincera del suo proposito parlò delle imperfezioni di quella macchina. Ad onta del disastro già avvenuto e del compianto sincero ch’egli sentiva per le povere vittime, al descrivere la magnifica vittoria umana sentiva rinascere tutto il suo rancore e capiva che se il disastro non fosse già avvenuto il suo occhio avrebbe scattato di nuovo. Finì che non sopportando la visione così esatta della propria malvagità, interruppe il racconto e si gettò singhiozzando sul letto premendo i suoi terribili occhi con le mani. La moglie piena di compassione per tanto nobile dolore lo assistette amorevolmente. Poi, tutto fu da lui negato a se stesso e poi facilmente dimenticato. Era stata una sua immaginazione. Se avesse voluto farlo credere ad altri non ci sarebbe riuscito. Perché avrebbe avuto da crederci lui? Lui che sapeva di essere stato sempre tanto buono da quella persona superiore ch’egli realmente era? Scacciò da sé il brutto sogno e ritornò ad immaginarsi portato al trono che lo attendeva. E quando parlava del disastro cui aveva assistito trovava le più nobili parole di rimpianto. Evitava però di dire ch’egli aveva prevista la sventura data l’imperfezione della macchina. E una volta che se ne parlò in presenza della moglie e che costei per ammirarlo meglio volle far sapere a tutti ch’egli aveva capito che una macchina fatta così non poteva reggersi egli negò e si schermì. Tutti oramai sapevano che al mondo c’erano tanti dirigibili che volavano sicuri. Il problema per macchine tanto delicate era di star lontane da influenze malevoli.
Ma poche settimane dopo l’occhio di Vincenzo scattò di nuovo e andò a colpire la persona ch’egli aveva creduto di amare più di tutti a questo mondo. Sua madre era una donna ambiziosa e avrebbe voluto spingerlo di nuovo nelle competizioni locali. Il paese era sossopra per le vicine elezioni politiche ed essa avrebbe voluto ch’egli cedesse al desiderio di varii amici e candidasse. Vincenzo non ne voleva sapere e per la fiducia che aveva nell’affetto della madre le lasciò capire ch’egli si considerava troppo alto per degnarsi di lottare in un simile misero ambiente. Essa naturalmente prima aveva creduto che le cose stessero proprio così e per lunghi anni aveva atteso di vedere il suo lioncello lanciarsi alla conquista del mondo. Poi aveva capito che il mondo era troppo vasto per lui e quando aveva visto come al primo scontro Vincenzo s’era ritirato nel suo guscio da vigliacco a continuare i suoi beati ozii, il suo giudizio su Vincenzo fu fatto. E cominciò col parlarne col marito che, occupato com’era, non aveva tempo di occuparsi di quello che avveniva intorno a lui: «Sa tanto e non ha voglia di far nulla; come finirà?». Poi ne parlò alla nuora: «Perché permetti che tuo marito passi le giornate senza far nulla? Non vedi che cominci a metter dei figliuoli al mondo e lui non se ne dà per inteso?». Gerardo alle parole della moglie aveva dato piccolo peso e presto s’era ribaltato in letto dall’altra parte per mettersi a russare. La moglie amante invece si ribellò: Vincenzo era un uomo che pensava e studiava e non aveva bisogno che nessuno lo sferzasse per farlo lavorare. Ai denari ci aveva pensato a sufficienza il padre e sarebbe stata una vigliaccheria di voler accumularne degli altri. Ora Vincenzo pensava e studiava.
La madre che aveva dedicata tutta la vita a quel figliuolo si sentì ferita al trovare qualcuno che voleva difenderlo contro di lei e divenne violenta. Fu sventura che capitasse allora Vincenzo, ciò che eccitò vieppiù la vecchia donna che si trovava davanti all’odiosa coalizione del figlio e della nuora. E allora essa disse i peggiori giudizii sul figlio. Voleva ferire e lo poteva facilmente perché era la sola cui fino dall’infanzia Vincenzo avesse rivelato l’intimo desiderio: «Continua, continua a studiare la vita di Napoleone. Così quando t’imbatterai in qualcuno che lo somigli, potrai ottenere da lui il permesso d’allacciargli le scarpe». Nell’ira essa manifestava l’intimo disprezzo per il vanesio ch’essa tanto intimamente conosceva e che in altri istanti, pur sempre vedendolo fatto così, avrebbe saputo compatire e consolare.
Vincenzo si sentiva soffocare dalla sorpresa e dall’ira. Nessuno aveva mai osato parlare in tale modo con lui. E in presenza di sua moglie! Cercò parole e non le trovò! Come trovarle? Egli non poteva mica dichiarare di sentirsi capace di somigliare a Napoleone! La sua stessa inerzia gli aveva sempre impedita la vanteria! La sua morbida ambizione trapelava da qualche pertugio, dai piccoli occhi ma non dalla grande bocca! Negare la sua ambizione a colei cui l’aveva rivelata lui stesso tante volte a bassa voce in una stanzuccia della casa paterna ove prima di coricarsi avevano sognato insieme, era cosa impossibile. Perciò e solo perciò nell’organismo tutto inerte s’accese l’occhio.
La madre se ne andò e i due coniugi restati soli piansero insieme, lei incantata di aver finalmente saputo il suo secreto: «Ah! Lo avevo indovinato da tempo! Tu mediti qualche cosa di grande!». Lui incantato che non appena aveva perduto la fede della madre aveva trovata quella di chi voleva rimpiazzarla si quietò subito.
Egli aveva sentito scattare il suo occhio ma non ci credeva più. Eppoi la madre se ne era andata erta e irata, tutta salute, non come il dirigibile che subito in seguito alla sua occhiata era rimasto infranto. Egli non pensava che il corpo umano è fatto altrimenti e che non contiene un gas accensibile. Il dardo vi produce una lieve fenditura e attraverso a quella viene attaccato il grande complesso organismo. Ci vuole qualche tempo per raggiungere la sua distruzione. “Domanderò scusa a mia madre” pensò Vincenzo che le carezze della moglie avevano rifatto buono.
Non poté mai più parlare con lei. Poche ore dopo la vecchia era stata trovata priva di sensi al suolo. Quando Vincenzo la rivide, la trovò che l’avevano già coricata; supina, immobile pareva presa da un sonno pesante dal respiro regolare ma rumoroso. Il padre gli raccontò che l’aveva vista al ritorno dalla visita alla nuora. A lui era sembrato che stesse bene. Quand’era ritornato l’aveva trovata giacente sul tappeto, proprio così come ora giaceva in letto e con lo stesso respiro forte e regolare. Solo la testa giaceva peggio, un po’ tendente verso la spalla. «Che abbia preso qualche sonnifero?» domandava il vecchio inquieto. Vincenzo subito – più colto – intravvide la verità e subito anche ricordò il proprio sguardo micidiale. Non volle ammetterlo! La madre doveva essere ubriaca. Non lo rivelava quel sonno calmo e plumbeo? Fu ipocrita con se stesso e con gli altri. E domandò al padre se a lui constasse che la vecchia signora fosse usa al vino. E quando il padre gli rispose ch’essa era stata sempre la sobrietà in persona, non ancora Vincenzo si rassegnò ad abbandonare la sua idea: «Tanto più effetto le avrà fatto il liquore che probabilmente avrà preso».
Ma il dottore venuto poco dopo gli tolse ogni dubbio: Trattavasi di una paralisi. Ancora Vincenzo non volle credere: Una paralisi? Con quel sonno dal respiro regolare, con quella cera… ch’era quasi la solita di sua madre. E rise, rise di un riso stridulo, voluto. Il dottore ch’era giovine non s’offese. Capiva di trovarsi di fronte ad un grande dolore e fu mite. Confermò il proprio giudizio ma aggiunse subito ch’era una malattia di cui spesso si guariva per un riassorbimento lento lentissimo. Il tempo guariva tante cose; soltanto bisognava avere il tempo. E se ne andò con questa frase sibillina che doveva scaricarlo della responsabilità che assumeva con quella promessa di guarigione.
Nella mente di Vincenzo questa frase lentamente maturò. Dapprima corse al letto della madre a sorvegliare che fossero eseguite le prescrizioni invero blandissime del dottore. Ma quando tutti meno lui sentirono il bisogno di riposo ed egli si trovò solo dinanzi al letto della madre, egli seppe ch’essa era moribonda per la ferita ch’egli le aveva fatta. Guardava con occhio supplichevole il povero corpo abbattuto. Gli pareva che il suo occhio ridivenuto buono avrebbe potuto guarire il male ch’esso stesso aveva prodotto. Poi s’inginocchiò davanti al letto e pregò come dinanzi ad una divinità e pianse.
Verso il mattino il respiro della madre si fece un po’ più rumoroso. Qualche respirazione era omessa e una pausa era al suo posto; poi riprendeva ma la ripresa era un po’ faticosa. Il mutamento era bene o male? Non poteva essere prossimo il risveglio?
Il dottore ritornò e trovò – com’egli disse – un lieve peggioramento. Gli pareva d’aver usato abbastanza riguardi a quel grande figliuolo e fosse venuta l’ora di parlare chiaro. La malattia in sé era tanto grave che diventava mortale per essersi aggravata di poco dalla sera innanzi. Ma il grande figliuolo divenne addirittura pazzo dalla disperazione e il dottore disse che non aveva mai visto qualche cosa di simile. Si strappava i capelli, si gettava per terra con un urlo ininterrotto: «Oh! povero me! povero me!». Parlandone poi con altri clienti il dottore diceva: «Curioso! La madre gli moriva e tutta la compassione di cui egli si sentiva capace, la riversava su di sé!». Nella disperazione egli accusava se stesso di una grave colpa. Ma per fortuna nessuno gli credeva.
La madre morì e fu portata via. Vincenzo parve più tranquillo. Aveva passato la giornata a guardare il cadavere della madre. Sentiva tale desiderio di rivederla viva che sperava che il suo occhio, quello stesso che le aveva dato la morte, la facesse rinascere. Cessò dallo sforzo quando la vide chiusa nella bara. Sarebbe stato terribile se ora fosse ritornata in sé.
Presto cessò anche d’accusarsi del grande delitto. Gerardo che oramai cominciava ad accorgersi della gravità della sventura che lo aveva colpito dava segno di cominciare a crederci. Aveva saputo del litigio violento avvenuto fra madre e figlio e riteneva che la congestione cerebrale di cui la vecchia era morta fosse derivata dall’eccitazione risultatale dalla disputa col figlio il quale perciò – credeva Gerardo – se ne accusasse colpevole. Vincenzo che non sapeva sopportare l’avvilimento di un’accusa simile cominciò a scolparsi. E così coperse di nuovo la sua coscienza di un denso strato sotto il quale essa si quietò ingannando tutti. Eppoi il suo occhio aveva commesso già il peggiore delitto; tutto il resto del mondo poteva oramai essere ferito da lui senza rimorso. Continuava a studiare la storia di Napoleone e sapeva che non era l’amore che a quello studio lo legava; era l’invidia e l’odio. Egli sapeva bene come fosse fatta quella speciale vita del suo occhio. Napoleone la attivava in modo straordinario. Per fortuna l’Imperatore giaceva tranquillo agli Invalidi al sicuro dai dardi di Vincenzo.
E l’unico dolore che oramai gli risultasse dalla sua strana malattia era un certo disprezzo per se stesso. Egli sapeva che tutte le cose alte di questo mondo venivano da lui abbattute; per pacificare la sua anima egli si diceva ch’egli avrebbe voluto compiere lui stesso delle cose eccelse e che essendogli stato impedito questo dal suo destino la sua grandezza s’era mutata in una potenza infernale. E il fatto che tale potenza veramente non dipendeva dal suo arbitrio non diminuiva quel disprezzo. Infatti non dipendeva da tale arbitrio. Egli guardò con occhio che volle malevolo un cane che lo assaltò; il cane poté morderlo e andarsene a vivere poi benissimo e in ottima salute. Occorreva ch’egli fosse toccato su certi punti del suo organismo morale perché l’occhio scattasse. I velivoli e i dirigibili che passavano per la sua città natale cadevano tutti. Vincenzo provava di frenare l’attività del suo occhio e guardava in alto forzandosi di pensare alle mogli e alle madri di quegli eroi per costringersi a benevolenza. Ma poi vedeva tali mogli e tali madri come aspettavano per portare in trionfo al loro ritorno i loro cari. E allora il proprio destino oscuro risorgeva nel suo ricordo e l’occhio subito diventava micidiale. Dunque non dipendeva dal suo arbitrio l’attività di quell’occhio ma era certo che la dirigeva il suo animo intimo un suo “io” che a lui pareva distante da sé. Perciò nelle notti insonni cui talvolta era condannato egli si diceva: “Io sono innocente!”. E guardava intensamente nell’oscurità per vedere meglio e più esattamente l’immagine della propria innocenza. Non la trovava in natura tale immagine! Era lui come il serpe cui il veleno cresceva nel dente senza che l’animale ne sapesse? No! Il serpe poi mordeva mentre lui guardava; la cosa era ben differente! La sua miseria intima non fu sospettata neppure dalla donna che gli dormiva accanto.
La quale fu anch’essa vittima di quell’occhio. Come aveva lui potuto ferire quella povera donna di cui tutta la vita non era altro che amore per lui? Essa aveva dato alla luce dopo sofferenze intense durate lunghe ore un bambino! Esausta guardò il marito aspettandosi le sue espressioni di riconoscenza. Egli non ebbe per lei che il solito aspetto di compatimento. Trovava vana e inutile tutta quella sofferenza. Ed essa per spiegare meglio quello ch’essa voleva, tradì l’animo suo: «Vedi! Così tu diventi importante come desideri! Io popolerò la tua casa di figliuoli che, forse, in avvenire, diverranno qualche cosa!». Il giorno appresso le si manifestò la febbre che in pochi giorni la trasse alla tomba.
La povera coscienza di Vincenzo era ancora agitata da tale delitto che l’altro suo “io” aveva commesso quando per la piccola cittadina corse voce che vi si era stabilito un vecchio celebre oculista. In poco tempo aveva fatto miracoli nella piccola città. Aveva ridata la vista ad un vecchio che aveva perduta la luce 30 anni prima. Vincenzo guardava nello specchio i suoi occhi neri e foschi: “Se tutto il male stesse lì?”. E, a dire il vero, andando dall’oculista a lui parve di fare un atto eroico: In complesso egli sacrificava una potenza che c’era nel suo corpo e la sacrificava senza domandare alcun compenso: Lo faceva per puro altruismo.
Vincenzo fu ricevuto dal vecchio dottore che gli domandò di che cosa soffrisse. Un subitaneo pudore impedì a Vincenzo di dire lo scopo della sua visita per quanto l’aspetto del dottore, un vecchio forte e barbuto dall’aspetto benevolo gl’ispirasse fiducia. Poi pensò che se il dottore sapeva guarire il malocchio lo avrebbe certo diagnosticato da sé e disse: «A me dolgono gli occhi quando guardo in alto!». «Soltanto quando guardate in alto?» domandò il dottore con un tono di voce che a Vincenzo parve ironico.
Il dottore fece sedere Vincenzo in un ampio seggiolone e lo obbligò di poggiare la testa sullo schienale. Con alcune lampadine elettriche gli illuminò l’occhio fino alla radice. Per lungo tempo guardò in quelle due piccole caverne, sede di tanta malignità, e pareva interdetto di trovare quell’occhio costruito dalla salute stessa. Poi vide e indovinò. Fu serio, accigliato, nient’affatto ironico: «Io non so guarire la vostra malattia. Io guarisco soltanto buoni occhi candidi, lagrimanti, lesi dall’infezione o feriti da altri corpi. Ma voi avete l’occhio cioè il malocchio perfetto. Sapete vedere e sapete anche ferire. Che volete di più?».
Vincenzo con isforzo mormorò: «Ma io vorrei che voi faceste in modo che il mio occhio non fosse più un malocchio. Io sono un uomo buono e non vorrei fare dell’altro male ai miei simili».
Il dottore prima di rispondere andò a prendere un oggetto che strinse fortemente in mano per essere protetto dall’occhio di Vincenzo poi parlò senza paura: «Voi non potete essere buono dal momento che avete sotto le ciglia quei due ordigni! Voi siete un piccolo invidioso e vi fabbricaste l’arme che faceva al caso vostro». L’occhio di Vincenzo scattò ma questa volta non servì a nulla perché il dottore s’era premunito. E il dottore sorrise: «Avete visto come ho potuto scaricare la vostra arme? Basta sapervi toccare in un dato punto e voi ferite! Andatevene che mi fa male vedervi».
Vincenzo volle difendersi: «Ma se sono qui pronto di sottostare a qualsiasi cura che voi aveste da impormi? Non vuol dire ciò che io non volli l’occhio che ho?».
Il dottore disse allora: «Se siete tanto buono come dite sedete su questa seggiola e permettetemi di strapparvi i due occhi malvagi».
Vincenzo al sentire la proposta non stette ad ascoltare altro e si mise a correre. Fece le scale a quattro a quattro seguito dal riso ironico del dottore.
Poco dopo morì il padre di Vincenzo e quello lì proprio di morte naturale. Al suo funerale Vincenzo era sereno; egli non c’entrava per nulla in quella morte.
Seguì una settimana di una certa attività per Vincenzo. Volle disfarsi subito del commercio in vini. Così si ritrovò di nuovo privo di occupazione. A casa attendeva al bambino una donna di piena fiducia.
E così passarono degli anni.
Una sera d’estate Vincenzo in attesa del pranzo sbadigliava sulla terrazza della propria villa. E la propria noia egli ammirava. “Altri si troverebbe bene di non far nulla! Io invece ne soffro!”. Anche del suo malocchio aveva trovato il modo di compiacersi e di vantarsi: “Molte grandi forze sono in natura che possono essere benefiche, e lasciate a sé producono delle calamità”. Forse avrebbe usato più spesso del suo malocchio se questo fosse stato realmente a sua disposizione e se non avesse avuto paura di essere scoperto.
Qualcuno o qualche cosa s’era arrampicato sulla sua seggiola. Era il suo bambino che oramai aveva sei anni. Si volse con malvolere e il bambino fuggì. La paura del piccolo Gerardo lo fece sorridere. Era grassoccio, bianco e biondo come la sua defunta madre. Vestito di una maglia azzurra e di brevi calzoncini che gli lasciavano le ginocchia nude, già troppo grande per quel costume dava l’idea di una grande robustezza. Vincenzo nella piccola cittadina passava per essere un buon padre. Il bambino aveva avute tutte le comodità che a quell’età si possono avere, giocattoli in quantità ed anche l’affetto di cui abbisognava perché la donna cui era stato affidato quella sì era veramente buona e dolce e gli teneva luogo di madre. Anche il bambino credeva di avere un padre molto buono, anzi – così gli era stato insegnato – il papà era il rappresentante della bontà sulla terra e quando gli si domandava: «Chi è buono?», rispondeva: «Papà».
Vincenzo richiamò il fanciullo. Con lui venne la sua tutrice che un po’ spaventata dall’avvenimento insolito, si fermò alla porta della terrazza. Il fanciullo non aveva paura. Si mise dinanzi a Vincenzo e si poggiò con le braccia sul suo grembo. Vincenzo gli sorrise e l’accarezzò. Poi pensò a quello che avrebbe potuto dirgli. Avrebbe potuto dirgli qualche cosa di grazioso, grazioso quanto(1)
LA BUONISSIMA MADRE
Amelia era un’ottima fanciulla educata ai migliori principî e quando venne il tempo di maritarsi, il padre suo, ch’era un onesto negoziante, le disse un giorno con aria soddisfatta che un milionario del paese aveva domandato la sua mano. Amelia timidamente oppose: «Ma io veramente calcolavo di sposare mio cugino Roberto; semprecché egli mi voglia» aggiunse la buona fanciulla arrossendo «perché mai me lo disse». «Queste sono fanciullaggini» disse il padre che sapeva le cose meglio di sua figlia. «Roberto non ha ancora finiti i suoi studii! Roberto spende molto più di quanto deve; Roberto non dispone del becco di un quattrino…». La fanciulla esitava, le guance in fiamme. «Eppoi» concluse il padre «se ti avesse voluta, te l’avrebbe detto. Vuole forse che tu gli corra dietro? Dove si è visto che si tratti così una fanciulla dabbene?». La fanciulla si convinse. Quel Roberto infatti non sapeva trattare. L’ultima volta che l’aveva vista era stato muto, accigliato accanto a lei. Che cosa gli era capitato? Era ripartito per i suoi studii senza neppure venire a darle l’ultimo addio ed ora meritava, sì, meritava ch’essa si sposasse ed anzi senza dargliene avviso.
Perché Amelia voleva sposarsi al più presto. Figlia unica era stata abituata a vedersi esaudito ogni suo desiderio. I genitori andavano debitori unicamente dell’ottima indole della fanciulla se essa aveva dato un tale ottimo risultato. Essa aveva compiuto tutti i suoi studii ed anche molto bene. Veniva molto lodata specialmente per le materie positive: Le scienze naturali specialmente. Balbettava Darwin. La vita doveva fornirle i commenti necessari. Essa sapeva che l’antenato dell’uomo era fatto in un dato modo e che perciò l’uomo e anche la donna erano fatti così e così. Sapeva la genesi delle mani e dei piedi e di molte altre cose ancora. Le sue belle mani e i suoi piedini non entravano nella legge. Si guardava volentieri nello specchio e mai vedendo i propri occhi azzurri aveva pensato che qualche suo antenato li aveva avuti più piccoli, più irrequieti, più aderenti alla radice del naso. Dai suoi occhi brillava il pensiero e il sentimento e ambedue mancavano di antenati secondo lei. Del resto anche Darwin aveva parlato degli antenati dell’uomo e non dei suoi proprî. E Amelia aveva l’abitudine di leggere i libri come erano scritti con quel cieco ordine, una pagina dopo l’altra in modo che fra una e l’altra non ci fosse tempo per le applicazioni e derivazioni. Le antiche illusioni egotistiche vivevano indisturbate in mezzo alla scienza moderna.
E così neppure Darwin seppe impedire ch’ella sposasse il milionario il quale venne e fece la sua brava dichiarazione. Emilio Merti venne ricevuto un dì dalla madre di Amelia. La fanciulla dovette farsi aspettare e quando entrò il milionario si alzò. La piccola figurina esitò sforzò si spostò per alzarsi ma tuttavia non perdette ogni disinvoltura e tese una mano ben fatta, un po’ tumida, alla fanciulla. La guardò con occhi lucenti dalla commozione; uno sguardo che ricordava quello di Roberto. Alla fanciulla piacque quella faccina fine dolce, le labbra sottili un po’ pallide, la fronte altissima, troppo alta quella fino alla metà della cervice. In fondo si capiva anche al suo aspetto che doveva essere persona ricca e fine e ad Amelia bastò. Esaminando lo sposo molto da capo a piedi scoperse che lo stivale destro aveva almeno una quindicina di centimetri di suola. Quando lo vide muoversi scoppiò quasi dal ridere: Stimo io! Zoppica! Non può essere altrimenti con quel peso che porta al piede destro. Lo sposo divenne rosso come Roberto quando gli si parlava dei suoi studî (strano come ella tirava sempre dei confronti con Roberto) e le spiegò che la sua gamba destra aveva cessato di crescere a una data età. Questo per un istante ricordò ad Amelia certi studi di Darwin sugli astici che hanno il lato destro più grosso del sinistro ma dovette ricredersi quando il signor Emilio con voce un po’ velata dall’emozione le raccontò che da bambino la sua balia l’aveva lasciato cadere a terra. Tale caduta gli aveva procurato una lesione che non soltanto gli tenne breve la gamba ma piccolo anche il femore. Quello non si vedeva perché era coperto non da suole ma da ovatta! Gli occhi di Amelia s’inumidirono dalla compassione: “Poverino! Condannato a portare attorno per tutta la vita tanta ovatta e tante suole!”. Vedeva dinanzi a sé il piccolo essere lasciato cadere a terra dalla balia disattenta. Lo vedeva a terra, inconsapevole che quella caduta peggiorava il suo destino, piangendo non per altro che per il dolore momentaneo. Poi la sua faccia s’infiammò al ricordare quella balia che per lei era un delinquente comune: “Oh! se fossi stata sua madre” pensò “io le avrei strappati gli occhi”. E pensò ancora: “Se io avrò la fortuna di averne dei bambini starò attenta che simili avventure non potranno toccare loro”. Intanto non sembrerà vero: Il cuoricino di Amelia aveva battuto per il milionario. Non sarà stato amore ma compassione, ma certo è che Emilio non le era indifferente. Egli l’addobbò come la Madonna di Loreto di oro e brillanti. A lei tali giocattoli non importavano ma capiva il desiderio di compiacerla per cui le venivano fatti e ne era riconoscente. Del resto la sua testa infantile era già abbastanza calcolatrice e sapeva che i suoi brillanti rappresentavano una sostanza. “Chissà” pensava quella buona figlia di negoziante “che i miei figliuoli non possano una volta o l’altra averne bisogno?”. La maternità in Amelia era stata sviluppata specialmente dai due figliuoli di sua sorella, due amori di bambini. Essa aveva assistita la sorella nell’allevarli e i bimbi l’amavano come se fosse stata una seconda loro madre. Subito al suo fidanzamento Amelia si staccò un po’ da loro. La sua vita s’era agitata e veniva occupata giornalmente da conoscenze nuove e vecchie, visite da ricevere o da rendere. Eppoi essa sentiva avvicinarsi da lontano il rumore dei passetti dei proprii bambini. Ne ebbe presto uno grande e grosso: Il proprio marito. Un’amica (forse invidiosa dello splendido matrimonio) le aveva detto che Emilio Merti si sposava per tentare un’ultima cura per salvare i suoi nervi pericolanti. Era una cura alquanto drastica e poteva essere un po’ drastica anche per la moglie. Amelia non ci credette, poi serenamente soggiunse: «Certo io farò del mio meglio perché la cura gli giovi». Così il suo cuore s’aperse intero alla maternità. Il marito passava la giornata in cure. Aveva uno specialista per ogni parte del corpo ed è così che Amelia dopo due anni ebbe il primo bambino. Con tanta impazienza metterci due anni era molto e proverebbe che quegli specialisti non erano di primo ordine. Il bambino appariva un po’ pallido e debole e tanto più chiamava le carezze materne. Dopo la nascita del bambino i due coniugi Merti passarono un anno delizioso. Egli come tanti esausti era grato alla moglie che lo sopportava ed essa poi lo sopportava volentieri dolce e buono come era. Essa stessa allattava e viveva attaccata al suo piccino come se fosse vissuta in un paese pericoloso. Così quando il medico, trascorso il primo anno, chiamato a vedere perché il bimbo non volesse ancora risolversi a fare i primi passi dichiarò che la gamba destra non voleva svilupparsi, Amelia con piena certezza poté dichiarare: «Ma se non è mai caduto». Ne era certa! Nessun urto poteva aver leso quell’organismo. Il medico fece tanto di occhi e non poté frenarsi: «Ma il padre!». «Il padre» disse Amelia piangendo «quello sì, poverino, fu lasciato cadere a terra da una balia disattenta». Il medico stupito di tanta innocenza ricordò il dovere del segreto professionale e disse: «Deve trattarsi dell’eredità di una qualità acquisita». Oh! quella balia! Aveva rovinata tutta una generazione di Merti! Passarono mesi e tutte le cure prodigate al bambino parvero inutili. Faceva ora i primi passi poggiato su una gruccia. Quel rumore lieve dei primi passetti incerti era sostituito nella casa desolata dall’alternarsi di un rumore secco e duro della gruccia… destra e di uno pesante del piede sinistro. A una certa epoca il dottore poté constatare che anche il braccio destro stentava a svilupparsi; tutta la parte destra restava povera mentre l’altra si sviluppava esuberante di ossa di carne di grasso. Pareva un bambino cucito insieme di due parti di altri bambini. Il dottore che, oramai, sapeva come dovesse trattare Amelia, sentenziò: «La qualità acquisita, per ragioni misteriose, deve essere stata sviluppata nell’ambiente». E Amelia ch’era ritornata al suo Darwin fece, benché dolcemente, il suo primo rimprovero al marito: «Avresti dovuto far fare giornalmente ginnastica alla tua parte destra». Per fortuna non pareva che Amelia avesse dovuto avere altri figlioli. Essa continuava, benché senza speranza, la lotta con la malattia del suo rampollo. La giornata era piena di cure per il marito e per il figliolo. C’era una stanza del palazzo piena di strumenti ortopedici tutti appaiati, uno piccolo e uno grande e Amelia li teneva essa stessa in ordine. Giammai fu intrapresa più assidua una lotta contro la malattia. Merti, commosso, faceva anche lui le cure con tutta energia perché avendo indovinato il desiderio della moglie, voleva con tutte le sue forze riparare al mal fatto. Si curava. Ingoiava pillole e acque diverse, si applicava impiastri, faceva le ginnastiche più varie. Per consiglio di un medico andò anche a cavallo ma alla terza lezione cadde malamente ledendosi la gamba sinistra. Fu portato in lettiga a casa e nel primo dolore confessò alla moglie l’intimo animo suo: «Ed io che miravo solamente a soddisfare il tuo desiderio di bambini sani». Amelia non fu né sorpresa né commossa che si facesse tanto per la sua felicità. Non viveva ella stessa allo stesso scopo? Accasciata mormorò: «Che tale lezione non ti rovini anche il lato sinistro!». Il marito per consolarla le disse: «Forse così interverrà un certo equilibrio e si potrebbe avere dei piccini più piccoli degli altri ma fatti con una certa simmetria!». In poche settimane invece il piede sinistro guarì e liberato dai gessi si dimostrò come sempre troppo lungo, troppo forte, troppo diritto. «È ben differente l’azione di una lesione in un corpo adulto di quello che sia in un corpo infantile» sentenziò Amelia.
Il bambino Achille (si chiamava così con evidente profezia di una delle due gambe difettose) seccato forse da tante cure cresceva cattivetto parecchio. Quella sua gruccia era nella sua mano sinistra un’arma terribile e le fantesche la ricevevano spesso sulla schiena. «Perché non picchi con la mano destra per fare esercizio?» ammoniva Amelia. A quattr’anni gettò la gruccia, sempre con la mano sinistra, contro la madre. Il piccolo mostricciattolo era poco divertente. Un bel giorno si mise a letto con un raffreddore. La febbre non lo abbandonò più. Intorno a lui le cure continuarono assidue. Si fecero venire dalla capitale dei medici illustri cui si parlava della febbre, della gamba corta, della tombola fatta dal padre e di tutte le cure intraprese. Se ne andarono intontiti. «Ad ogni modo» sentenziò uno di loro «la deformità resterà quale è. Non aumenterà». Ed ebbe ragione. Avrebbe potuto anche dire che quella deformità sarebbe diminuita poiché si sa che la deformità della morte copre tutte quelle della vita.
Quando la piccola cassa fu portata via Amelia si sentì sola. “Ed ora?” si domandava quasi farneticando. Il marito – dopo la sua ultima avventura – non osava troppe ginnastiche e massaggi. Così non c’era niente da fare. Ritornò ai nipoti. Ma erano cresciuti e appena appena la conoscevano.
Fu una fortuna che in quei giorni un amico d’affari del marito da Roma chiese l’ospitalità del Merti per la propria moglie e due bambine che dovevano fare i bagni di mare. Furono invitati calorosamente e la casa s’animò. La signora Carini era una buona donna insignificante alquanto se non avesse parlato il più puro linguaggio romano. Le due bambine erano due tesori. Erano brune e Gemma la maggiore di sei anni aveva un aspetto di piccola madre quando teneva per mano Bianca la minore. E Bianca meritava tale nome. Nei suoi riccioli bruni c’erano traccie d’oro e la sua pelle era bianca tanto che le venette vi si rivelavano azzurrognole alle tempie. Divenne subito la prediletta di Amelia che la strinse al seno come se avesse riavuto il suo Achille riveduto e corretto. Oh! ma come una bambina così era differente dal suo povero bambino compianto cui essa in cuor suo domandava perdono perché lo tradiva. Dapprima un po’ intimidita dal nuovo ambiente presto ne divenne la padrona. Correva le vaste stanze del pianterreno col passo malfermo e quando Amelia le correva dietro spaventata all’idea che qualche spigolo di mobile potesse ferire la testina, la madre sorridente e tranquilla diceva: «Lasci, lasci; sa guardarsi da sola». Amelia non raccontò alla signora Carini come il suo bambino fosse stato fatto. Lo piangeva con la buona signora descrivendolo come se avesse somigliato a Bianca. Le pareva un delitto e una vergogna parlare della deformità del povero bambino. E così anzi il ricordo di Achille si purificò e certo in ultimo Bianca e Achille si confusero tanto bene insieme che Amelia piangeva piuttosto di non possedere Bianca che di aver perduto Achille. Amelia ebbe una grande gioia che le fu concesso di dormire con Bianca. La piccola che ancora faceva dei denti si destava talvolta piangendo di notte e destava allora anche la Gemma. Le due madri divenute intimissime nell’affetto per i bambini andarono presto d’accordo e Bianca dormì nel letto del signor Merti che per intanto dovette emigrare dalla stanza di sua moglie. Amelia amava nella semioscurità alzarsi a contemplare l’angioletto che le dormiva accanto. La stanza era illuminata da una debole luce rosea e la bambina era coperta solo da una breve camiciuola. Le sue carni bianche avevano degli splendori delicati in quella luce. Il miracolo della vita, della più pura vita, si enunciava chiaro con un distacco incredibile di colore in quella stanza ove l’unica luce rosea avrebbe dovuto fondere tutto. La testina ricciuta poggiava immota i labbrucci socchiusi. Talvolta un sogno le strappava qualche parola incomprensibile di cui Amelia rideva tanto da dover premere la propria bocca sul guanciale. Una manina nel sonno poggiava sempre accanto alla testa di Amelia che non rifiniva d’ammirarne le unghiette miniate.
Oh! se le avessero lasciata quella bimba per tutta la vita ella non avrebbe domandato di meglio. Ma già il signor Carini aveva scritto che fra otto giorni sarebbe venuto a riprendere la sua famiglia. Si facevano ora dei complimenti. I Carini non volevano più oltre abusare dell’ospitalità dei Merti e il marito dava ordine alla moglie di prendere delle stanze in un Hôtel per rimanervi tutti insieme per una decina di giorni. Oh! Amelia non avrebbe permesso questo. Almeno finché Bianca sarebbe rimasta in quella città avrebbe dormito con lei e tanto fece e tanto disse che la moglie convinse subito per lettera il marito di accettare l’ospitalità del Merti.
Per un malinteso il signor Carini capitò inaspettato. Trovò in casa la sola Amelia con Bianca. Era un uomo forte, buono, l’aspetto di un fattore ordinato. Amelia se lo era figurato fine e gentile come la moglie e le figlie e piuttosto le dispiacque. Invece era chiaro che il Carini rimase stupito della bellezza di Amelia. La mestizia aveva resi anche più belli gli occhi azzurri pieni di pensiero e di sentimento.
La venuta del Carini rese Amelia più triste del solito. Il Carini a cena era facondo e lieto. La moglie osservò di non averlo mai visto tanto lieto e lo disse con accento di gratitudine perché attribuiva l’allegria del marito alla gioia di rivederla.
Poi la signora Carini andò a mettere a letto Gemma e Amelia, Bianca. La buona bambina pigliò subito sonno. Amelia rimase a contemplarla lungamente. La signora Carini ebbe intanto bisogno di non so che cosa da Amelia e con la famigliarità acquisita durante il lungo soggiorno in quella casa mandò da lei il marito. Questi picchiò timidamente e Amelia andò ad aprirgli. «Che cosa ha?» domandò il Carini spaventato al vedere la faccia di Amelia irrorata di lagrime. Temeva fosse accaduto qualche cosa a Bianca. «Oh! non è nulla!» disse Amelia piangendo più forte e abbandonandosi su un divano. «Piango perché volete portarmi via Bianca». Il Carini da abitante di capitale già annusava la buona avventura. Ma ogni esitazione gli fu tolta quando Amelia esclamò: «Darei la vita per avere dei figliuoli come ne avete voi».
Il Carini partì con un peggior umore di quello che aveva portato. Insomma la buona avventura c’era stata ma passeggera tanto e non c’era stato caso di rinnovarla. Ben volentieri abbandonò la città perché quella bella donna che faceva così per un istante dono di sé e si ritoglieva subito apparentemente dimenticando tutto gli pareva tanto anormale da averne paura. La considerava come pazza e non vedeva l’ora di trarle dalle mani la piccola Bianca. Non l’aveva considerata pazza all’improvviso abbandono la sera del giorno stesso in cui lo aveva conosciuto. Ciò gli sembrava abbastanza regolare. Ma quando alla mattina dopo, vedendola più bella che mai e all’aspetto sofferente, volle approfittare di un momento in cui li avevano lasciati soli per stringerle la manina unicamente per significarle gratitudine e si vide respinto con uno sguardo di meraviglia altezzosa, pensò: “È decisamente pazza”. Ella fu poi come era stata al momento del suo arrivo; dedicava ogni cura ai suoi ospiti quando le cure ch’ella continuava a prodigare alla piccola Bianca gliene lasciavano il tempo. Al buon Carini dinanzi ad una maschera simile si rizzavano i capelli sulla testa e passò in quella casa otto giorni spaventevoli. Erano rimasti d’accordo che i Carini avrebbero approfittato della larga ospitalità offerta loro per quindici giorni ma dopo otto il Carini non potendone più si fece venire da Roma un dispaccio che lo richiamava.
Alla stazione la signora Carini insisteva perché Amelia promettesse di dar loro l’occasione di sdebitarsi di tanta ospitalità venendo a passare qualche settimana da loro a Roma. Amelia uscì per un istante dal sogno in cui era stata posta dal dolore del distacco dalla piccola Bianca. Posò uno sguardo sicuro sul povero Carini che trasalì: «Forse verrò a Roma».
E, appena partiti, la signora Carini entusiasmata esclamò: «Quanta gentilezza! Bisognerà trovare il modo di fare altrettanto per loro se vengono a Roma». Tenendo stretta al suo seno la Bianca. Esasperato il Carini scoppiò: «Non ci mancherebbe altro». E scorgendo la stupefazione della moglie si corresse come poté: «Noi non abbiamo mica un palazzo».
Amelia non ebbe bisogno di andare a Roma. Venne una bambina. Consegnata al dottore per un esame accurato egli credette di poter assicurarne la perfetta salute e l’equilibrata costituzione. Asseriva che se il povero Achille fosse stato sottoposto alla sua nascita ad un’indagine tanto accurata, si sarebbe potuto prevedere il suo sviluppo a guisa d’astice. La madre sembrava più serena del padre al quale non pareva vero di aver dato la vita ad una bambina che aveva le due gambe intiere. Egli s’affannava ogni giorno a vedere il corpicino nudo della bambina. Se la teneva in braccio e la bambina si quietava subito quando egli la cullava camminando col suo solito dislivello di quasi un metro. «Le farai venire il male di mare» ammoniva la madre. Dopo un anno il signor Merti non poté più avere dubbi. Quale non fu la sua gioia! Non avrebbe potuto essere maggiore se egli stesso da un momento all’altro fosse guarito e avesse potuto smettere le tante suole e la tanta ovatta. Cessò da ogni cura. Aveva il sentimento di essere liberato da un incubo. «Non abbiamo più paura» esclamava. «Ora potremo avere tanti figliuoli quanti ne desideriamo». «Sì» diceva Amelia, «ma vediamo ancora crescere la bambina». Essa non la osservava; l’amava. Bianca era dimenticata. Donata (così era stata battezzata la bambina) ne copriva il ricordo tanto le due bambine si somigliavano. Anche questa quando cominciò a mettere i denti, se era inquieta di notte esigeva di abbandonare il suo lettuccio e s’arrampicava in quello della madre al cui corpo aderiva in cerca di calore e di altra vita. E la madre sentendone il bisogno, si commoveva come se l’avesse portata ancora nel suo seno così bella e bianca. Le piccole membra si agitavano impensatamente. Una manina si cacciava nella bocca della madre, piccola, morbida, e dentro s’apriva andando a toccare con le dita il palato. Poi la bambina sedeva sul petto della madre ed era tanto lieve che veniva alzata tutta e abbassata dal respiro di Amelia. Affluirono alla casa ogni sorta di giocattoli che furono disposti nella stanza altre volte adibita agli istrumenti ortopedici. Di notte però le bambole andavano ad addobbare il lettino di Donata. Ella ci dormiva in mezzo come un generale circondato dalla truppa. Riposavano tutte con gli occhi chiusi. Ognuna aveva la sua teletta di notte e per Amelia era un bel da fare svestirle e rivestirle tutte. Le bambole da quelle buone piccine che erano pigliavano sonno subito e Donata balbettava la preghiera in mezzo a loro per poi imitarle. Il signor Merti assisteva sempre alla complicata funzione. L’orgoglio lo soffocava. Veniva preso da assalti di risa inestinguibili; da lui anche la gioia aveva l’aspetto di un assalto di nervi. Spesso mormorava all’orecchio della moglie: «Sei contenta di me?». «Sì, caro» rispondeva quasi maternamente abbracciandolo. Anche lei aveva oltre che la gioia anche l’orgoglio di aver dato la vita a Donata che era anche più bella e gentile di Bianca. Nel colore bruno dei capelli s’era fuso un bagliore d’oro; gli occhi s’erano ammorbiditi come se vi fosse stato mescolato un colore prezioso. Amelia ci aveva messa la sua bellezza; nella lotta essa aveva vinto quella sciocca signora Carini.
Non mancarono anche per lei delle paure. Un giorno Darwin le disse che i figlioli del secondo marito erano un po’ parenti del primo. Ma Donata dimostrava il contrario. Le gambe diritte si muovevano nello stesso ritmo. Nel bagno pestavano l’acqua producendo ambedue lo stesso suono. Non si poteva fidarsi neppure di Darwin a questo mondo.
Il vecchio dottor Gherich ch’era stato il suo conforto durante la malattia di Achille le comunicò un giorno ch’egli intendeva cessare dalla pratica e le domandò di poter presentarle suo figlio Paolo che avrebbe potuto sostituirlo. Prometteva che non avrebbe mancato di coadiuvare suo figlio ogni qualvolta ce ne sarebbe stato bisogno. Amelia aderì volentieri. Il nuovo dottore era un uomo di media età, biondo, serio, il collo un po’ piccolo per cui aveva un aspetto alquanto rigido, aumentato dall’alto solino che usava. Portava una barba bionda intera. Faceva l’impressione di una persona seria. La consegna del suo cliente al figlio avvenne da parte del vecchio dottore con una certa solennità. Egli raccontò tutta la storia della famiglia incominciando addirittura dalla caduta fatta dal Merti dalle mani della balia. Amelia sorridendo tentò d’interrompere: «Oh! quella, grazie al Cielo, non ha più importanza». Ma il dottore con voce commossa raccontò tutto quello che aveva sofferto Amelia fino alla morte di Achille. Gli occhi azzurri di Paolo si stabilivano con un aspetto evidente di ammirazione su Amelia che fece venire subito la piccola Donata. Paolo guardò e senza ciarlataneria ammirando la figurina che cominciava ad allungarsi sempre conservando una piena armonia di forme dichiarò: «Non occorre mica essere stati all’università per capire che qui c’è tutta la salute». S’informò minutamente del modo come veniva nutrita Donata e raccomandò da medico moderno di diminuirle di molto le razioni di carne. S’informò poi di Amelia. Ella stava benissimo e così egli non ebbe neppure il piacere di toccarle il polso.
Poi ci fu una seconda visita del vecchio dottor Gherich. Raccontò come il figlio fosse un uomo già noto per certe sue pubblicazioni sulle paralisi infantili. Anzi le porse un opuscolo ch’essa poi tentò di leggere smettendo solo dopo essersi imbattuta in qualche termine tecnico. Si capiva che al dottor Gherich premeva soprattutto di conservare al figlio la clientela del milionario. Amelia stava ad ascoltare per l’affetto che nutriva pel vecchio signore ma quando egli cominciò a farle anche la biografia del figlio ella ebbe pena per costringersi ad ascoltarlo. Il vecchio signore raccontò delle virtù famigliari del figlio. Aveva sposata una ragazza dabbene che ora dava segni di perdere il bene dell’intelletto; perseguitava il marito con un odio motivato da niente. «I suoi genitori saranno stati pazzi anch’essi?». «Il solo padre» corresse il Gherich sorridendo. «Ma noi si credeva che la sua pazzia fosse derivata da una terribile caduta». «Dalle mani della balia?» domandò Amelia senz’alcuna malizia. «No! molto più tardi; dopo la nascita della figlia. Perciò lì (e il buon dottore dedicò all’avverbio un accento speciale) la caduta non ha niente a fare con la malattia». Il dottor Paolo aveva però una consolazione a questo mondo nel suo figliuolo bravo, bello e buono. E anche questo rimase impresso ad Amelia. «Se è così» essa disse «il dottor Paolo non è da compiangere».
Il suo posto di medico in casa venne conquistato dal dottor Paolo stesso. Una domenica Donata era di malavoglia. Pianse e gridò dalla mattina alla sera. Calato il sole Amelia, praticissima nel maneggiare termometri constatò un leggero aumento di temperatura. Si telefonò per un medico a quell’ora e di festa non fu possibile averlo. Già il Merti consigliava di rinunziarvi per quella sera trattandosi di una indisposizione certo di non grande importanza quando la piccola Donata fu colta da un accesso di tosse che non voleva cessare. La bambinaia mormorò: «Che non sia il crup». La casa fu subito per aria. Tutta la servitù fu lanciata in città in cerca di un dottore. Amelia si teneva la bambina stretta al petto, livida dallo spavento. Altrettanto spaventato il Merti. Finalmente si trovò un medico arrivato il giorno prima dall’università. Trovandosi per la prima volta in quel putiferio anche lui perdette la testa. La mamma e il babbo erano tanto lividi ch’egli pensò a un principio di soffocamento. «Io non posso dire altro» sentenziò, «che dovete trasportare subito la bambina all’ospitale. Avete mezz’ora di tempo». Amelia non se lo fece dire due volte. Coperse la bambina con tre o quattro coperte e corse senza cappello giù per le scale. Ella avrebbe salvata Donata! Per fortuna sulle scale s’imbatté nel dottor Paolo ch’era stato scovato fuori dal cocchiere. Egli guardò con attenzione la bambina che, spaventata, urlava come un’aquila e poté tranquillare subito tutti. La bambina aveva un leggero raffreddore e nient’altro. Subito Amelia gli credette e la sua gioia fu tale che, arrivata nella sua stanza, deposta la bambina sul letto cadde riversa priva di sensi. E fu la prima volta ch’ebbe bisogno ella stessa del dottore. Essa stette subito bene ma la cura fece ammalare il dottore.
Amelia poté accorgersi subito agli sguardi del dottore alla voce che gli si velava quando le indirizzava la parola, come egli volesse dedicare le sue cure specialmente a lei. Ne fu turbata e seccata. Non temeva di nulla ma avrebbe amato per la propria e la tranquillità del marito (che a volte sapeva essere geloso) di avere un medico meno giovane e soprattutto meno innamorato.
Il giovine medico cominciò anche a venire troppo di frequente. Un giorno a lei parve leggere negli occhi di Paolo quasi una intenzione di aggressione. Ne fu spaventata un po’. Nel corso della conversazione e forse neppure troppo a proposito trovò il modo di proclamare: «Io amo mio marito». I suoi occhi azzurri si fissavano freddi sul medico. Parevano due pezzettini di piastra dura e lucente. Il desiderio di costui la offendeva. Ripeté anche: «Io amo mio marito». Ad ogni modo si capiva ch’ella non dubitava ci fossero delle ragioni che ai terzi poteva far dubitare di tale suo amore, altrimenti non ci avrebbe messa tanta enfasi.
Paolo piegò il capo scorato. Egli era già arrivato a quel punto della passione nel quale ogni alterigia è definitivamente smessa. Oltre che la bellezza egli amava in Amelia la virtù. Oh! se sua moglie fosse stata così (egli si diceva) egli avrebbe passata la vita ai suoi ginocchi. Il lusso di quel palazzo faceva risaltare meglio la modestia di Amelia. Come si capiva che l’unica cosa di quel palazzo cui ella fosse attaccata era quella sua figliuola Donata. Quella stessa Donata era la prova vivente dell’eccellenza dell’organismo della madre. Quell’organismo, crogiuolo delicato e purificante, aveva annullata la tabe del padre!
«Signora!» egli disse e non volle rinunciare al godimento di parlare del proprio amore. «Signora! Io amo e stimo anche vostro marito».
Gli occhi azzurri s’addolcirono.
«Permettete» proseguì egli dopo una lieve esitazione, «che io continui le mie cure a Donata. Io spero che la mia presenza non vi offenda tanto da costringermi ad allontanarmi da questa casa. Se avessi a recarvi dispiacere l’abbandonerei da me». Ella disse con dolcezza: «Vi sono anzi riconoscente delle vostre cure per Donata e vi prego di continuargliele».
Egli non sentì che la dolcezza che c’era in quella voce e non il senso delle parole. Ebbe il torto di afferrarle una mano; ella gliela tolse con disdegno. Si separarono lui umile, supplichevole, essa con evidente premura di vederlo fuori della porta. Ed essa ritornando alle sue solite occupazioni pensava di dover lagnarsi del contegno di Paolo col padre suo. Il disdegno le arcuava le belle labbra. Lui invece scendeva le scale esitante. Certo sarebbe stato raggiunto da una letterina di congedo. Non avrebbe fatte più quelle scale. E il suo dolore era non di aver osato troppo ma di aver osato troppo poco. Della clientela o di Donata gl’importava poco. Non avrebbe più avuta l’occasione di dire le tante parole che gli erano suggerite dalla sua passione. Prima tutto dedicato ai suoi studii, poi legato ad una donna che non amava, Paolo, in amore era anche più giovine di quanto lo fosse in età. Egli avrebbe voluto gli fosse stato permesso di baciare il lembo del vestito di Amelia, o, tutt’al più la sua mano. Di sera da quel ragazzo che era amava passare sotto il palazzo o fermarvisi di faccia a fissare le finestre chiuse. Scriveva anche versi il povero dottore! Certi suoi istinti poetici soffocati dalla medicina e dalla vita ritornavano rigogliosi a galla. All’ospitale i suoi ammalati che sempre lo avevano amato sentivano nelle sue parole e nelle sue cure una nuova dolcezza. Causa il proprio grande dolore era divenuto più sensibile ai dolori di tutti.
Ad ogni modo ebbe la consolazione di non ricevere l’attesa lettera di congedo. Anzi un giorno che s’imbatté nel Merti, questi lo arrestò per domandargli perché non lo si vedesse più da loro. «Grazie al Cielo non avete bisogno di me» si sforzò Paolo di sorridere. «Lo so, lo so!» disse giocondamente il Merti che s’era appoggiato allo stipite di una porta. «Tuttavia gli amici si vedono sempre volentieri». Gli offerse la mano e poi con uno slancio si staccò dal muro e si avviò a zoppicare oltre. Ma Paolo non corrispose all’invito. Non voleva più veder mutarsi per lui gli occhi azzurri raggianti in piastrine dure metalliche.
Un pomeriggio Paolo era uscito col figliuolo per fargli prendere aria. Era una di quelle giornate soleggiate in cui l’inverno stanco prende un riposo. Alla spiaggia c’era un grande tepore primaverile e Carletto allora decenne camminava con un piccolo passo elastico accanto al padre. Era uno splendido fanciullo bianco, rosso e biondo.
L’equipaggio dei Merti che Paolo riconobbe subito era fermo in mezzo alla via. Dentro, coperto di pellicce riposava il Merti mentre alcuni passi più innanzi camminavano Amelia e Donata. Paolo volentieri sarebbe passato oltre anzi trasse un po’ bruscamente a sé il fanciullo per fargli accelerare il passo. Fu sforzo vano. Il Merti esclamò dalla carrozza: «Oh! dottore!» e subito beato di aver l’occasione di richiamare a sé la moglie, urlò: « Amelia!». Così Amelia e la bambina furono presto accanto all’equipaggio ove li attendeva Paolo col figlio suo. Donata aveva allora sei anni e s’intimidì al vedere una nuova faccia. Amelia aveva salutato Paolo gentilmente, decisa come era di non privare la figlia di un medico ch’essa stimava moltissimo. Poi si scherzò e si finì con l’obbligare Donata a dare la manina a Carletto e camminare con lui. Carletto gentilmente trattenne la manina del piccolo essere che gli trotterellava accanto. Amelia con gli occhi lucenti guardava i due piccoli animali ugualmente belli la cui differenza di colore risaltava maggiormente nella viva luce solare. «Li mariteremo insieme!» disse essa sorridendo. «Sì» disse Paolo. Lui non guardava i bambini e dalla beatitudine non aveva parole. Se la carrozza non avesse cigolato presso i

Italo Svevo – Una burla riuscita

I

Mario Samigli era un letterato quasi sessantenne. Un romanzo ch’egli aveva pubblicato quarant’anni prima, si sarebbe potuto considerare morto se a questo mondo sapessero morire anche le cose che non furono mai vive. Scolorito e un po’ indebolito, Mario, invece, continuò a vivere per tanti anni di certa vita lemme lemme com’era consentita da un impieguccio che gli dava non molti fastidi e un piccolissimo reddito. Una tale vita è igienica e si fa ancora più sana se, come avveniva da Mario, è condita da qualche bel sogno. Alla sua età egli continuava a considerarsi destinato alla gloria, non per quello che aveva fatto né per quello che sperava di poter fare, ma così, perché un’inerzia grande, quella stessa che gl’impediva ogni ribellione alla sua sorte, lo tratteneva dal faticoso lavoro di distruggere la convinzione che s’era formata nell’animo suo tanti anni prima. Ma così finiva coll’essere dimostrato che anche la potenza del destino ha un limite. La vita aveva rotto a Mario qualche osso, ma gli aveva lasciati intatti gli organi più importanti, la stima di se stesso, e anche un po’ quella degli altri, dai quali certo la gloria dipende. Egli attraversava la sua triste vita accompagnato sempre da un sentimento di soddisfazione.
Pochi potevano sospettare in lui tanta presunzione, perché Mario la celava con quell’astuzia, quasi inconscia nel sognatore, che gli permette di proteggere il sogno dal cozzo con le cose più dure di questo mondo. Tuttavia il suo sogno talvolta trapelava, e allora chi gli voleva bene tutelava quella innocua presunzione, mentre gli altri, quando sentivano Mario giudicare autori vivi e morti con parola decisa, e magari citare se stesso quale un precursore, ridevano, ma mitemente, vedendolo arrossire come anche un sessantenne sa, quand’è un letterato e in quelle condizioni. E il riso anch’esso è una cosa sana e non cattiva. Così stavano tutti benissimo: Mario, i suoi amici ed anche i suoi nemici.
Mario scriveva pochissimo ed anzi, per lungo tempo, dello scrittore non ebbe che la penna e la carta sempre bianca, pronte sul tavolo di lavoro. E furon quelli gli anni suoi più felici, così pieni di sogni e privi di qualsiasi faticosa esperienza, una seconda accesa infanzia preferibile persino alla maturità dello scrittore più fortunato che sa vuotarsi sulla carta, più aiutato che impedito dalla parola, e resta poi come una buccia vuota che si crede tuttavia frutto saporito.
Poteva restare felice quell’epoca solo finché durava lo sforzo per uscirne. E da parte di Mario questo sforzo, non troppo violento, ci fu sempre. Per fortuna egli non trovava l’uscio per cui potesse allontanarsi da tanta felicità. Fare un altro romanzo come il suo antico, che era nato dall’ammirazione di persone superiori per censo e per rango, conosciuta da lui con l’ausilio del telescopio, era un’impresa impossibile. Egli continuava ad amare quel suo romanzo perché poteva amarlo senza grande fatica, e gli appariva vitale come tutte le cose che simulano d’avere un capo e una coda. Ma quando voleva accingersi a lavorare di nuovo su quelle ombre di uomini, per proiettarle a forza di parole sulla carta, provava un salutare ribrezzo. La completa, benché inconsapevole maturità dei sessant’anni gl’impediva un’opera simile. E non ci pensò a descrivere la vita più umile, la propria p. es., esemplare per virtù, e tanto forte per quella rassegnazione che la reggeva, non vantata e neppure detta, tanto ormai aveva improntato il suo io. Per poter fare ciò gli mancava lo strumento e anche l’affetto, ciò ch’era una vera inferiorità, ma frequente da coloro cui fu conteso di conoscere la vita più alta. E finì ch’egli abbandonò l’uomo e la sua vita, l’alta e la bassa o almeno credette di abbandonarla, e si dedicò, o credette di farlo, agli animali, scrivendo delle favole. Così, brevi, brevi, rigide, delle mummiette e non dei cadaveri perché neppure putivano, gli venivano fatte nei ritagli di tempo. Infantile com’era (non per vecchiaia, perché lo era stato sempre) le giudicò un esordio, un buon esercizio, un perfezionamento, e si sentì giovine e più felice che mai.
Dapprima, ripetendo l’errore commesso in gioventù, scrisse di animali che conosceva poco, e le sue favole risonarono di ruggiti e barriti. Poi si fece più umano, se così si può dire, scrivendo degli animali che credeva di conoscere. Così la mosca gli regalò una gran quantità di favole dimostrandosi un animale più utile di quanto si creda. In una di quelle favole ammirava la velocità del dittero, velocità sprecata perché non gli serviva né a raggiungere la preda né a garantire la sua incolumità. Qui faceva la morale una testuggine. Un’altra favola esaltava la mosca che distruggeva le cose sozze da essa tanto amate. Una terza si meravigliava che la mosca, l’animale più ricco d’occhi, veda tanto imperfettamente. Infine una raccontava di un uomo che, dopo di aver schiacciato una mosca noiosa, le gridò: «Ti ho beneficata; ecco che non sei più una mosca». Con tale sistema era facile di avere ogni giorno la favola pronta col caffè del mattino. Doveva venire la guerra ad insegnargli che la favola poteva divenire un’espressione del proprio animo, il quale così inseriva la mummietta nella macchina della vita, quale un suo organo. Ed ecco come avvenne.
Allo scoppio della guerra italiana, Mario temette che il primo atto di persecuzione che l’I. e R. Polizia avrebbe esercitato a Trieste, sarebbe venuto a colpire lui – uno dei pochi letterati italiani restati in città – con un bel processo che forse l’avrebbe mandato a penzolare dalla forca. Fu un terrore e nello stesso tempo una speranza che lo agitò, facendolo ora esultare ed ora sbiancare dal terrore. Egli si figurava che i suoi giudici, tutto un consiglio di guerra composto dei rappresentanti di tutte le gerarchie militari, dal generale in giù, avrebbe dovuto leggere il suo romanzo, e – se ci doveva essere giustizia – studiarlo. Poi certamente sarebbe giunto un momento un po’ doloroso. Ma se il consiglio di guerra non era composto di barbari, si poteva sperare che, dopo letto il romanzo, per premio, la vita gli sarebbe stata risparmiata. Perciò egli scrisse molto durante la guerra, rabbrividendo di speranza e di terrore ancora più di un autore che sa che c’è un pubblico che aspetta la sua parola per giudicarla. Ma, per prudenza, scrisse solo delle favole dal senso dubbio, e, nella speranza e nella paura, le piccole mummie gli si vivificarono. Il consiglio di guerra non avrebbe mica potuto condannarlo facilmente per la favola che trattava di quel gigante grosso e forte che combatteva su una palude contro degli animali più leggeri di lui, e che periva, sempre vittorioso, nel fango che non sapeva sostenerlo. Chi avrebbe potuto provare che si trattava della Germania? E perché pensare alla stessa Germania a proposito di quel leone, che vinceva sempre, perché non s’allontanava di troppo dalla propria grande, bella tana, finché non si scopriva che la grande, bella tana si prestava ad un affumicamento d’esito sicuro?
Ma così Mario s’abituò a moversi nella vita sempre accompagnato dalle favole, come se fossero state le tasche del suo vestito. Progresso letterario ch’egli doveva alla polizia, la quale però si dimostrò del tutto ignorante della letteratura paesana, e lasciò in pace, per il corso di tutta la guerra, il povero Mario disilluso e rassicurato.
Poi ci fu un altro piccolo progresso nella sua opera con la scelta di protagonisti più adatti. Non più gli elefanti, tanto lontani, né le mosche dagli occhi privi di ogni espressione, ma i cari, piccoli passeri ch’egli si prendeva il lusso (grande lusso, a Trieste, di quei giorni) di nutrire nel suo cortile con briciole di pane. Ogni giorno egli spendeva qualche tempo a guardarli moversi, ed era quella la parte più brillante della giornata, perché la più letteraria, forse più letteraria delle stesse favole che ne risultavano. Se desiderava addirittura di baciare le cose di cui scriveva! Di sera, sui tetti vicini e su un alberello intristito nel cortile, sentiva cinguettare i passeri, e pensava che prima di piegare sulla schiena al sonno la testina, si dicessero le avventure della giornata. Al mattino era lo stesso cicaleccio vivo e sonoro. Si dicevano certamente i sogni della notte. Come lui stesso vivevano fra le due esperienze, quella della vita reale e quella dei sogni. Erano infine degli animali che avevano una testa in cui potevano annidarsi dei pensieri, e avevano dei colori, degli atteggiamenti eppoi anche una debolezza da far compassione, e delle ali da destare l’invidia, perciò la vera e propria vita. La favola restò tuttavia la piccola mummia irrigidita da assiomi e teoremi, ma almeno la si poté scriver sorridendo.
E la vita di Mario s’arricchì di sorrisi. Un giorno scrisse:
«Il mio cortile è piccolo, ma, con l’esercizio, vi si potrebbero spendere dieci chilogrammi di pane al giorno». Un vero sogno di poeta cotesto. Dove trovare in quell’epoca dieci chilogrammi di pane per gli uccellini privi di tessera? Un altro giorno: «Vorrei saper abolire la guerra sul piccolo ippocastano nel mio cortile, la sera, quando i passeri cercano il miglior posto per la notte, perché sarebbe un buon segno per l’avvenire dell’umanità».
Mario coperse di tante idee i poveri passeri da celarne le esili membra. Il fratello Giulio che abitava con lui, e pretendeva di amare la sua letteratura, non sapeva amarla abbastanza per includervi anche gli uccelletti. Pretendeva che mancassero d’espressione. Ma Mario spiegava ch’erano essi stessi un’espressione della natura, un complemento delle cose che giacciono o camminano, al disopra di esse, come l’accento sulla parola, un vero segno musicale.
L’espressione più lieta della natura: negli uccellini neppure la paura è verde e abietta come nell’uomo, e non mica perché celata dalle pene, ché appare anzi evidente, ma non altera in alcun modo il loro elegante organismo. Si deve anzi credere che il loro cervellino non la sappia mai. L’allarme viene dalla vista o dall’udito, e nella fretta passa direttamente alle ali. Gran bella cosa un cervellino privo di paura in un organismo in fuga! Uno degli animalucci ha trasalito? Tutti fuggono, ma in modo che pare dicano: Ecco una buona occasione per aver paura. Non conoscono le esitazioni. Costa tanto poco fuggire quando si hanno le ali. E il volo loro è sicuro. Evitano gli ostacoli rasentandoli, ed attraversano il più fitto groviglio di rami d’alberi senza mai esserne arrestati o lesi. Pensano soltanto quando son lontani, e cercano allora d’intendere la ragione della fuga, studiando i luoghi e le cose. Inclinano con grazia la testina a destra e a sinistra, e aspettano con pazienza di poter tornare al luogo donde son fuggiti. Se ci fosse della paura ad ogni loro fuga, sarebbero morti tutti. E Mario sospettava che si procurassero ad arte tante agitazioni. Infatti potrebbero mangiare in piena calma il pane che viene loro donato, e invece essi chiudono gli occhietti maliziosi ed hanno la convinzione che ogni loro boccone è un furto. Proprio così condiscono il pane asciutto. Da veri ladri non mangiano mai sul posto ove il pane è stato gettato, e là non c’è mai lite fra di loro perché sarebbe pericoloso. La contesa per le briciole scoppia al posto ove son giunti dopo la fuga.
Grazie a tanta scoperta, stese con facilità la favola: «Un uomo generoso, regolarmente, per lunghi anni, aveva regalato ogni giorno del pane agli uccelletti, e viveva sicuro che l’animo loro fosse pieno di riconoscenza per lui. Non sapeva guardare costui: altrimenti si sarebbe accorto che gli uccelletti lo consideravano un imbecille cui, per tanti anni, avevano saputo rubare il pane senza che a lui fosse riuscito di catturare neppur uno di loro».
Pare impossibile che un uomo sempre lieto com’era Mario, abbia commesso un’azione simile scrivendo questa favola. Era dunque lieto solo a fior di pelle? Ficcare tanta malizia e tanta ingiustizia nell’espressione più lieta della natura! Equivaleva a distruggerla. Io credo anche che immaginare quell’orrenda sconoscenza dagli alati, fosse una grave offesa all’umanità, perché se gli uccellini che non sanno parlare parlano così, come si esprimerebbero i beneficati dalla lingua lunga?
E intimamente tristi erano tutte le sue piccole mummie: durante la guerra diminuì sulle vie di Trieste il transito dei cavalli i quali poi erano nutriti di solo fieno. Mancavano perciò sulla via quei semi saporiti lasciati intatti dalla digestione. E Mario si figurava di domandare ai suoi piccoli amici: «Siete alla disperazione?». E gli uccellini rispondevano: «No, ma siamo in meno».
Voleva forse Mario abituarsi a considerare anche il proprio insuccesso nella vita come una conseguenza di circostanze che non dipendevano da lui, per sottomettersi senza dolore? La favola resta sorridente solo perché chi legge ride. Ride di quella bestia d’uccellino che non ricorda la disperazione, vicino alla quale è vissuto alcuni certi giorni, perché egli stesso non ne fu toccato. Ma dopo di aver riso si pensa all’impassibile aspetto della natura quando fa i suoi esperimenti, e si rabbrividisce.
Spesso la sua favola fu dedicata alla delusione che segue ad ogni opera umana. Pareva volesse consolarsi della propria assenza dalla vita dicendosi: Sto bene io che non faccio, perché non fallo.
Un ricco signore amava tanto gli uccellini da dedicare loro una sua vasta tenuta ove era proibito d’insidiarli o anche solo di spaventarli. Costruì per essi dei buoni ricoveri caldi per il lungo inverno, riforniti abbondantemente di nutrimento. Dopo qualche tempo nella vasta tenuta s’annidarono una quantità di uccelli rapaci, di gatti e persino di grossi roditori che aggredirono gli uccellini. Il ricco signore pianse, ma non guarì della bontà ch’è una malattia inguaribile, e lui che voleva nutriti gli uccellini, non seppe interdire il cibo ai falchetti e agli altri animali tutti.
E questa derisione della bontà umana, secca secca, fu anch’essa pensata da quel Mario roseo e sorridente. Egli gridava che la bontà umana non riesce che ad aumentare la vita su un dato posto dove subito scorre abbondante il sangue, e ne sembrava felice.
I giorni di Mario dunque erano sempre lieti. Si poteva anche pensare che tutta la sua tristezza passasse nelle sue favole amare e che perciò non arrivasse ad oscurare la sua faccia. Ma pare che tanta soddisfazione non lo accompagnasse nelle sue notti e nel sogno. Giulio, il fratello suo, dormiva in una stanza vicina alla sua. Di solito costui russava beatamente nella digestione, che nel gottoso può essere malata, ma è ben completa. Quando però non dormiva, gli provenivano dei suoni strani dalla stanza di Mario: sospiri profondi che parevano di dolore, eppoi anche dei singoli gridi altissimi di protesta. Echeggiavano alti nella notte quei suoni, e non parevano emessi dall’uomo lieto e mite che si vedeva alla luce del giorno. Mario non ricordava i propri sogni, e, soddisfatto del sonno profondo, credeva di essere stato almeno altrettanto lieto nel suo letto come lo era durante la giornata faticosa. Quando Giulio, impensierito, gli raccontò del suo strano modo di dormire, egli credette che non si trattasse d’altro che di un nuovo sistema di russare. Invece, data la costanza del fenomeno, è certo che quei suoni e quei gridi erano l’espressione sincera, nel sonno, dell’animo torturato. Si potrebbe credere che si trattasse di una manifestazione che potesse infirmare la moderna e perfetta teoria del sogno secondo la quale nel riposo ci sarebbe sempre la beatitudine del sogno contenente il desiderio soddisfatto. Ma non si potrebbe anche pensare che il vero sogno del poeta è quello ch’egli vive quand’è desto, e che perciò Mario avrebbe avuto ragione di ridere di giorno e piangere di notte? C’è poi la possibilità di un’altra spiegazione confortata dalla stessa teoria del sogno: Poteva nel caso di Mario esserci un desiderio soddisfatto nella libera manifestazione del suo dolore. Egli poteva gettare allora, nel sogno notturno, la pesante maschera che durante il giorno gli era imposta per celare la propria presunzione, e proclamare coi sospiri e i gridi: Io merito di più, io merito altro. Uno sfogo che anch’esso può tutelare il riposo.
Al mattino sorgeva il sole, e Giulio, stupito, apprendeva che Mario credeva di aver passata la notte intera, tanto ricca di singhiozzi, in compagnia di qualche nuova favola. Innocua del tutto talvolta. Si trovava in elaborazione da varii giorni: La guerra aveva portato nel cortile dei passeri la grande novità, la penuria, e il povero Mario aveva inventato un metodo per far durare più a lungo il pane scarso. Di tempo in tempo appariva nel cortile e rinnovava nei passeri la diffidenza. Sono animali lenti quando non volano, e per eliminare una diffidenza abbisognano di lungo tempo. La loro anima è come una bilancetta, su un piatto della quale pesa la diffidenza e sull’altro l’appetito. Questo cresce sempre, ma se si rinnova anche la diffidenza, essi non abboccano. Con un metodo rigido si potrebbero far morire di fame accanto al pane. Una triste esperienza se fatta a fondo. Ma Mario la spinse fino a poter riderne, ma non a far piangere. La favola (un uccellino gridava all’uomo: «Il tuo pane sarebbe saporito solo se tu non ci fossi») rimase lieta anche perché i passeri durante la guerra non dimagrarono. Sulle vie di Trieste ci furono anche in quell’epoca, abbondanti, le porcheriole di cui sanno nutrirsi.

II

La presunzione di Mario non faceva del male a nessuno, e sarebbe stato umano di lasciargliela. Giulio la tutelava tanto bene che con lui Mario non arrossiva neppure quando s’accorgeva d’averla manifestata. Anzi Giulio l’aveva intesa tanto bene da adottarla con più chiarezza che non ci fosse in Mario stesso. Anche lui, dinanzi ai terzi, si guardava dal proclamare la sua fede nel genio del fratello, ma senza sforzo, solo per conformarsi a quanto vedeva fare da Mario stesso. E Mario sorrideva dell’ammirazione del fratello, non sapendo ch’era stato lui che gliel’aveva insegnata.
Ma ne godeva, e la stanza dove l’ammalato passava il suo tempo fra letto e lettuccio, era un posto raro a questo mondo perché Mario vi trovava una pace ch’egli diceva silenzio e raccoglimento, mentre era qualche cosa che più fortunati di lui trovavano in luoghi specialmente rumorosi.
Piena di gloria, quella stanza conteneva poche altre cose. Un desco leggero che veniva spostato dal centro, ove i due fratelli prendevano la colazione, ad un cantuccio accanto al letto ove desinavano. Da poco tempo in quella stanza da pranzo era stato posto il letto di Giulio. Durante la guerra il combustibile era caro, eppoi quella era la stanza più calda della casa, per cui l’ammalato, durante l’inverno, non l’abbandonava mai. Nelle lunghe sere invernali, in quella stanza, il poeta sosteneva il gottoso ed il gottoso confortava il poeta. La somiglianza di tale rapporto con quello dello zoppo e del cieco è evidente.
Per un caso singolare i due vecchi ch’erano stati sempre poveri, non ebbero a sopportare delle grandi sofferenze durante la guerra che fu tanto dura a tutti i Triestini. I loro disagi furono diminuiti da una grande simpatia che Mario seppe ispirare ad uno slavo del contado e che si manifestò in doni di frutta, uova e pollame. Si vede da questo successo del letterato italiano che mai ne aveva avuti altri, che la nostra letteratura prospera meglio all’estero che da noi. Peccato che Mario non seppe apprezzare quel successo che altrimenti gli avrebbe fatto bene. Accettava e mangiava volentieri i doni, ma gli pareva che la generosità del contadino fosse dovuta alla sua ignoranza e che il successo con gli ignoranti spesso si chiama truffa. Si sentiva perciò pesare il cuore, e per difendere il buon umore e l’appetito ricorse alla favola: Ad un uccellino furono offerti dei pezzi di pane troppo grandi per il suo beccuccio. Con piccolo resultato l’uccellino s’accanì per vari giorni intorno alla preda. Fu ancora peggio quando il pane indurì, perché allora l’uccellino dovette rinunciare al ristoro offertogli. Volò via pensando: L’ignoranza del benefattore è la sventura del beneficato.
Solo la morale della favola s’adattava esattamente al caso del contadino. Il resto era stato alterato tanto bene dall’ispirazione, che il contadino non vi si sarebbe ravvisato, e questo era lo scopo principale della favola. C’era stato lo sfogo e non andava a colpire il contadino, proprio come non lo meritava. Perciò studiandola si scopre nella favola una manifestazione di riconoscenza, benché non forte.
I due fratelli vivevano con rigida regolarità. Non sconvolse le loro abitudini neppure la guerra che disordinò tutto il resto del mondo. Giulio lottava da anni e con buon successo contro la gotta che gli minacciava il cuore. Andando a letto di buon’ora, e contando i bocconi che si concedeva, il vecchio, di buon umore, diceva: «Vorrei sapere se, tenendomi vivo, truffo la vita o la morte». Non era un letterato costui, ma si vede che, ripetendo ogni giorno le stesse azioni, si finisce con lo spremerne tutto lo spirito che ne può scaturire. Perciò all’uomo comune non è mai raccomandata abbastanza la vita regolata.
Giulio, d’inverno, si coricava proprio col sole, e d’estate molto prima di esso. Nel letto caldo le sue sofferenze s’attenuavano ed egli lo abbandonava ogni giorno per alcune ore, unicamente per conformarsi al volere del medico. La cena era servita accanto al suo letto, e i due fratelli la prendevano insieme. Era condita da un grande affetto, l’affetto ereditato dalla loro prima giovinezza. Mario era per Giulio sempre molto giovine, e Giulio per Mario il vecchio che avrebbe saputo consigliarlo in ogni evenienza. Giulio non s’accorgeva quanto Mario gli andasse somigliando nella prudenza e nella lentezza, come se avesse avuto la gotta anche lui, e Mario non vedeva che il vecchio fratello ormai non poteva dargli consigli, non avrebbe mai detto cosa che non fosse stata spiata dal suo proprio desiderio. Era anche giusto: non si trattava di consigliare o d’ammonire; bisognava sostenere e incoraggiare. Ciò riusciva anche più facile a un gottoso, per quanto non sembri. E quando Mario concludeva l’esposizione di una sua idea, di una sua speranza o intenzione con le parole: «Ti pare?» a Giulio assolutamente pareva, e consentiva convinto. Perciò per ambedue la letteratura era una bonissima cosa, e la parca cena era migliore, condita da un mite affetto sicuro, che escludeva qualsiasi dissenso.
Un piccolo dissenso ci fu tra i due fratelli per quei benedetti uccellini che si portavano via una parte del loro pane. «Potresti salvare la vita ad un Cristiano con quel pane,» osservò Giulio. E Mario: «Ma sono più di cinquanta gli uccellini che con quel pane rendo felici». Giulio fu subito e per sempre d’accordo.
Quando la cena era finita, Giulio si copriva la testa, le orecchie e le guancie col berretto da notte, e Mario per una mezz’oretta gli leggeva qualche romanzo. Al suono della dolce voce fraterna, Giulio si quietava, il suo cuore affaticato assumeva un ritmo più regolare, e il suo polmone s’allargava. Il sonno allora non era più lontano e, infatti, presto il suo respiro si faceva più rumoroso. Allora Mario affievoliva gradatamente la voce finché arrivava senza soluzione di continuità al silenzio; poi, dopo di aver smorzata la luce, s’allontanava sulle punta dei piedi.
La letteratura era perciò una buona cosa anche per Giulio, ma una sua forma, la critica, lo danneggiava e minacciava la sua salute. Troppo spesso Mario interrompeva la lettura per mettersi a discutere violentemente il valore del romanzo che leggeva. La critica sua era la grande critica dell’autore disgraziato. Era dessa il suo grande riposo, agitato solo in apparenza, il sogno più splendido. Ma aveva lo svantaggio d’impedire il sonno altrui. Scoppii di voce, suoni di disprezzo, discussioni con interlocutori assenti, tanti strumenti musicali varii che s’alternavano, e impedivano il sonno. Eppoi Giulio anche per cortesia doveva badare di non addormentarsi, quando ad ogni tratto gli si domandava il suo parere. Doveva dire:«Anche a me pare». Era tanto abituato a tali parole che per sillabarle gli sarebbe bastato di lasciar passare il suo fiato sulle labbra. Ma chi russa non sa fare neppur questo.
Una sera il furbo malato che pareva tanto innocente in quel suo berretto abbondante, ebbe una trovata. Con voce turbata (forse perché temeva di essere indovinato) domandò a Mario di leggergli il suo romanzo. Mario si sentì affluire più caldo il sangue al cuore. «Ma tu già lo conosci,» obiettò mentre subito s’accinse ad aprire il libro che non era mai lontano da lui. L’altro rispose che da lunghi anni non l’aveva più letto e che sentiva proprio il desiderio di riudirlo.
Con voce dolce, mite, musicale, Mario iniziò la lettura del suo romanzo Una giovinezza, accompagnata dal vivo consenso di Giulio che incominciava ad abbandonarsi al riposo, mormorando: «Bello, magnifico, benissimo,» ciò che rendeva la voce di Mario vieppiù calda e commossa.
Anche per Mario fu una sorpresa. Non aveva letto mai roba propria ad alta voce. Come diventava più significativa ravvivata dal suono, dal ritmo e anche dalle pause accorte e dal saggio acceleramento. I musicisti – beati loro! – hanno degli esecutori che non fanno altro che studiare il modo di regalare loro grazia ed efficacia. Degli scrittori il lettore frettoloso non mormora neppure la parola e passa da segno a segno come un viandante in ritardo su una via piana. “Come scrissi bene!” pensò Mario ammirando. Aveva letto tutt’altrimenti la prosa degli altri e, nel confronto, la sua brillava.
Dopo poche pagine il respiro di Giulio rantolò: era il segno che il suo polmone veniva privato della guida cosciente. Mario, ritiratosi nella propria stanza, non seppe staccarsi dal romanzo che lesse ad alta voce per buona parte della notte. Era stata una vera nuova pubblicazione quella. Aveva scosso l’aria ed era andata al suo cervello ed a quello degli altri per l’orecchio, l’organo nostro più intimo. E Mario sentì che la sua idea ritornava a lui nuova, abbellita, e arrivava al suo cuore per nuove vie ch’essa creava. Quale nuova speranza!
E il giorno appresso nacque la favola dal titolo: Il successo sorprendente. Eccola: «Un ricco signore disponeva di molto pane e si divertiva a sminuzzarlo agli uccellini. Ma del dono approfittava una diecina o poco più di passeri, sempre gli stessi, e buona parte del pane ammuffiva all’aria. Il povero signore ne soffriva, perché nulla è tanto disgustoso come veder poco gradito un proprio dono. Ma ebbe allora la ventura di ammalare, e gli uccellini che non trovarono più il pane cui erano usi, cinguettarono dappertutto: “Il pane che c’era sempre non c’è più, ed è un’ingiustizia, un tradimento”. Allora una moltitudine di passeri si recò a quel posto ad ammirare la provvidenza che aveva cessato di manifestarvisi, e quando il benefattore risanò, non ebbe pane abbastanza per saziare tutti i suoi ospiti».
È difficile di conoscere le origini di una favola. Il titolo solo rivela che questa dev’essere nata nella stanza dell’ammalato ove Mario aveva trovato il suo successo. Chi conosce le vie per cui si muove l’ispirazione, non si meraviglierà che dal successo tanto semplice avuto da Mario col fratello, si sia saltati a quel successo del buon diavolo della favola, che aveva avuto bisogno di ammalare per arrivarci. Non intenderà donde sieno venuti quegli uccellini tanto maliziosi che sapevano piangere in pubblico ma, per avarizia, tenevano celata ai compagni la loro buona fortuna, a meno non si supponga, ciò ch’è un po’ difficile, che il poeta, quando scrive, sia chiaroveggente, e che nel proprio successo Mario abbia intuita la malizia di Giulio. Invece bisogna pensare che quando un uomo, nella posizione di Mario, si mette ad analizzare l’elemento successo, attribuisce della malvagità a tutti, anche agli uccellini.
La sera seguente Mario si fece pregare per riprendere la lettura. «Troppo presto ti addormentasti, – disse al fratello – ed ho paura di seccarti». Ma Giulio non intendeva di rinunziare all’unica letteratura ch’era tanto immune dalla critica. Protestò che arrivava al sonno non per la noia, la quale anzi è nemica di esso, ma per il benessere assoluto che gli derivava dal piacere di sentire certi suoni e pensieri.
Perciò le cose avviate a questo modo proseguirono inalterate sino alla fine della guerra, e la guerra durò tanto che il romanzo – contrariamente a quanto aveva asserito l’unico critico che se ne fosse occupato – fu troppo corto. Ma né per Giulio né per Mario ciò fu una grande difficoltà. Giulio dichiarò: «Mi sono tanto bene abituato alla tua prosa che mi sarebbe difficile di sopportarne un’altra, di quelle irose ed enfatiche». Mario, beato, ricominciò da capo, sicuro di non annoiarsi. La propria prosa è sempre la più adatta al proprio organo vocale. Si capisce: Una parte dell’organismo dice l’altra.
E Mario, passando di successo in successo, si esponeva più inerme alla trama che si doveva ordire a suo danno.

III

Mario aveva due vecchi amici di cui uno solo doveva rivelarsi suo acerrimo nemico.
L’amico, che doveva restar tale fino alla morte, era il suo capo ufficio, un uomo di poco più vecchio di lui, il signor Brauer. Un amico intimo perché non si comportava da suo capo, ma veramente da collega. Tale rapporto di eguaglianza non era provenuto da amicizia istintiva o da convinzioni democratiche, ma dal lavoro stesso cui i due uomini da anni attendevano insieme, e nel quale ora l’uno ora l’altro era il superiore. Si sa che anche il più scalcinato dei letterati è capace di redigere una lettera meglio di chi mai s’intinse di letteratura. Restava superiore il Brauer finché si trattava d’intendere un affare, ma cedeva il suo posto a Mario quando si doveva stendere sulla carta delle offerte o delle polemiche. Oramai la collaborazione s’era fatta tanto facile che i due impiegati sembravano gli organi della stessa macchina. Mario s’era abituato ad indovinare quello che il signor Brauer volesse quando gli chiedeva di scrivere una lettera in modo da far intendere una cosa senza dirla o dirla senz’impegnarsi. Il signor Brauer era sempre quasi, ma mai interamente soddisfatto, e rifaceva spesso tutta la lettera spostando le parole e le frasi di Mario che conservava immutate con un cieco rispetto. Correggendo, il signor Brauer si faceva più amabile che mai, e si scusava dicendo: «Voialtri letterati avete un modo troppo speciale di esprimervi. Non fa per gli uomini comuni che trafficano». E Mario era tanto poco offeso da tale critica che faceva del suo meglio per meritarla: cacciava nelle sue lettere più preziosità che non nelle sue favole. Poi s’affrettava a riconoscere che la lettera rifatta dal Bauer era più commerciale della sua, perché quello era il modo più sicuro di non sentir più parlare di quella lettera che l’annoiava.
Tanti capolavori fatti in collaborazione avevano creato fra i due una dolce intimità. Ambedue riconoscevano i meriti dell’altro. Ma c’era di più: nessuno dei due invidiava la superiorità dell’altro. Per il Brauer era una grande sventura quella di essere nato scrittore, e coloro cui era toccata senza nessuna colpa una disgrazia simile, avevano diritto ad ogni protezione da parte dei compagni più fortunati. Per Mario, poi, la capacità commerciale era proprio quella che egli non aveva mai ambita.
Soltanto Mario non era molto persuaso che il Brauer meritasse un salario tanto più alto del suo. Occorse tale invidia per far nascere la favola. Dunque anche il povero Brauer si mutò in un passerotto, ma fu accompagnato nella sua metamorfosi da Mario stesso. Ai due passeri naturalmente veniva offerto del pane perché essi esistono perché la bontà umana possa esercitarsi a buon mercato. Il Brauer volava ad esso per la via più diritta, e perciò più bassa. Mario volava in alto ed è così che arrivava in ritardo. Ma digiunava volentieri confortato dalla bellezza della vista di cui dall’alto aveva potuto godere.
Bisogna anche dire che Mario era un ottimo impiegato e che non aveva bisogno del pungolo per fare il proprio dovere. Oltre a quelle lettere che faceva in collaborazione, a lui incombevano anche molte registrazioni ed altri lavori d’ordine inferiore che in commercio spettano di diritto ai letterati che non sanno fare altro. Anche per questi lavori fatti da Mario con grande coscienziosità, il Brauer gli era riconoscente perché così aveva più tempo per dirigere gli affari com’era il suo desiderio ed il suo dovere. Diventava così sempre più accorto e doveva venire il momento in cui la sua scienza commerciale sarebbe stata più utile a Mario di quanto la letteratura di questo mai fosse stata di vantaggio a lui.
L’altro amico di Mario, quegli che presto doveva rivelarsi suo nemico, era un certo Enrico Gaia, commesso viaggiatore. In gioventù, per un breve periodo, aveva tentato di fare delle poesie, e s’era trovato allora associato a Mario, ma poi in lui il commesso viaggiatore aveva strangolato il poeta, mentre, nell’inerzia dell’impiego, Mario aveva continuato a vivere di letteratura, cioè di sogni e di favole.
Non è mestiere da dilettante quello del commesso viaggiatore. Prima di tutto egli passa la vita lontano dal tavolo, l’unico posto ove si possa fare e versi e prosa; ma poi il commesso viaggiatore corre, viaggia e parla, soprattutto parla fino all’esaurimento. Forse non era stato tanto difficile di sopprimere nel Gaia la letteratura. Egli era passato per quel periodo d’idealismo che talvolta preludia anche alla formazione dei negrieri, e di tale periodo non restava maggior traccia in lui che nell’insetto alato della larva. Si sarebbe potuto macinarlo tutto, eppoi analizzarlo, senza scoprire nel suo organismo una sola cellula foggiata per servire ad altro che a fare dei buoni affari. Mario, un po’ ingiusto, non gli perdonava una trasformazione tanto radicale, e pensava: Quando si vede un passero in gabbia fa compassione, ma anche ira. Se si è lasciato prendere vuol dire che un poco già apparteneva alla gabbia, e se poi l’ha sopportata, è prova certa che non meritava altro destino.
Però il Gaia era apprezzatissimo quale commesso viaggiatore, e non bisogna disprezzarlo, perché un buon commesso viaggiatore è la fortuna della propria famiglia, della ditta che lo assunse e persino della nazione in cui nacque. Tutta la sua vita aveva fatte le piccole città dell’Istria e della Dalmazia, e poteva vantarsi che quand’egli arrivava in una di quelle città, per una parte della popolazione (i suoi clienti) il ritmo monotono della vita di provincia si accelerava. Egli viaggiava accompagnato da una chiacchiera inesauribile, dall’appetito e dalla sete, insomma le tre qualità sociali per eccellenza. Adorava la burla come gli antichi toscani, ma pretendeva che la sua fosse una burla più amabile. Non v’era cittadella per cui fosse passato, dove non avesse designato lui la persona da burlare. Così i suoi clienti lo ricordavano anche quand’era partito, perché continuavano a divertirsi sulla traccia da lui segnata.
Forse quest’amore alla burla era il residuo delle sue tendenze artistiche soppresse. È infatti un artista il burlone, una specie di caricaturista il cui lavoro non è agevolato dal fatto ch’egli non ha da lavorare, ma da inventare e mentire in modo che il burlato si faccia la caricatura da sé. Un lavoro delicato precede e accompagna la burla, e si capisce che una burla riuscita resti immortale. Vero è che se ne parla di più se la raccontò un uomo come Shakespeare, ma dicesi che anche prima di lui si parlasse molto di quella fatta da Jago.
Può anche essere che le altre burle del Gaia fossero più innocue di questa di cui qui si tratta. In Istria e in Dalmazia le burle dovevano promuovere i buoni affari. Quella ch’egli fece a Mario fu invece intinta di vero odio. Sì. Egli odiava ferocemente il suo grande amico. Non ne era forse del tutto consapevole, perché egli era anzi convinto di non sentire altro che una viva compassione per Mario, quel disgraziato che era tanto presuntuoso, e non aveva nulla a questo mondo, cacciato com’era in un impieguccio nel quale mai avrebbe potuto progredire. Quando parlava di Mario, egli sapeva atteggiare la faccia a compassione, ma torcendo le labbra in modo da significare anche una minaccia.
Lo invidiava. Il Gaia apparteneva alla gozzoviglia come Mario apparteneva alla favola. Mario sorrideva sempre e lui rideva molto, ma con interruzioni. La favola accompagna sempre come un’ombra luminosa accanto a quella oscura gettata dal corpo, mentre la gozzoviglia, se si accompagna all’ombra, è atroce. Perché essa è un delitto contro il proprio organismo, che è seguito immediatamente (specie ad una certa età) dal più forte dei rimorsi in confronto al quale quello di Oreste che ammazzò la propria madre, fu lievissimo. Al rimorso va sempre unito lo sforzo di mitigarlo, spiegando e scusando il delitto, magari asserendo ch’è il destino umano di commetterlo. Ma come avrebbe potuto il Gaia proclamare in buona fede che si dedicano alla gozzoviglia tutti quelli che possono, avendo sempre presente Mario?
Poi c’era quella benedetta letteratura che lavorava anch’essa ad intorbidare l’anima del Gaia, che pur ne sembrava nettato. Non si passa impunemente, e sia pure per il più breve spazio di tempo, per un sogno di gloria, senza poi rimpiangerlo per sempre, e invidiare colui che lo conserva, anche se non raggiungerà giammai la gloria. A Mario quel sogno trapelava da ogni poro della sua pelle tanto facile al rossore. Il posto che non gli era concesso nella repubblica delle lettere, egli lo pretendeva e lo occupava, quasi segretamente, ma non perciò con meno diritto o con restrizioni. Egli diceva bensì a tutti che da anni non scriveva nulla (esagerando perché c’erano le storie degli uccelletti) ma nessuno gli credeva, e bastava questo per attribuirgli per consenso generale una vita più alta, più alta di tutto quanto lo contornava.
Meritava perciò l’invidia e l’odio. Enrico Gaia non gli risparmiava i sarcasmi e sapeva talvolta anche sopraffarlo parlandogli di affari e di posizione economica. Ma ciò non gli bastava, perché Mario stesso amava di ridere del proprio stato. Il Gaia avrebbe voluto strappargli il sogno felice dagli occhi a costo di acciecarlo. Quando lo vedeva entrare in caffè con quella sua aria di chi guarda le cose e le persone con l’eterna, viva, serena curiosità dello scrittore, egli diceva torvo: «Ecco il grande scrittore». E infatti Mario aveva l’aspetto e la felicità del grande scrittore.
Nelle favole il Gaia non apparve. Però un giorno Mario apprese che i piccoli uccelli sono voracissimi: in un giorno ingoiano tanta di quella roba sminuzzata che il suo complesso peserebbe quanto tutto il loro corpo. Perciò era stato tanto difficile di trovare fra i passeri uno che somigliasse al Gaia. Se tutti almeno per una loro qualità lo ricordavano. E Mario scoperse subito in tale somiglianza la contraddizione che sarebbe potuta in avvenire assurgere a favola: «Mangia come un passero ma non vola». E più tardi: «Non vola e la sua paura è proprio verde». Alludeva certo al Gaia che una sera, dopo di aver ferito un amico con una maldicenza, era dovuto fuggire dal caffè a gambe levate.

IV

Il 3 Novembre 1918, la giornata storica di Trieste, sarebbe stato veramente poco adatto alla burla.
Alle otto di sera, pregato dal fratello che dal letto anelava ad altre notizie dopo di aver avuto la relazione dello sbarco degl’italiani, Mario si recò al caffè a prendere quell’intruglio raddolcito dalla saccarina che i Triestini s’erano abituati a considerare caffè.
Dei suoi conoscenti trovò il solo Gaia, che su un sofà riposava stanco d’essere stato in piedi un paio d’ore. Mi dispiace per lui, ma bisogna confessare che il Gaia aveva realmente l’aspetto dello spirito del male. Perciò non era mica brutto. A cinquantacinqu’anni i suoi capelli bianchi avevano un candore che rifletteva la luce come se fosse stato metallico, mentre i suoi mustacchi che coprivano le sue labbra sottili erano tuttavia bruni. Era magro, non grande, e si sarebbe potuto credere agile se non si fosse tenuto un po’ curvo, e se il suo corpicciuolo non fosse stato gravato dalla prominenza di una pancetta pur sproporzionata e sporgente più giù di quelle solite degli uomini che la devono all’inerzia o al solo appetito, una di quelle pancie che i tedeschi, che se ne intendono, attribuiscono all’effetto della birra. I suoi piccoli occhi neri ardevano di una malizia allegra e di presunzione. Aveva la voce roca del beone, e talvolta la urlava perché aveva per massima che bisognava parlare un po’ più forte del proprio interlocutore. Zoppicava come Mefistotele, ma, a differenza di costui, non sempre della stessa gamba, perché il reuma lo afferrava ora a destra ed ora a sinistra.
Più vecchio di lui, Mario era tuttavia, ad onta di una canizie estesa a tutto il suo pelo, come usano a quell’età le persone serie, evidentemente biondo su tutta la faccia rosea, serena, riposata.
Il Gaia si eccitava parlando dei varii episodi cui aveva assistito nel pomeriggio. Faceva della retorica, perché era venuto il momento di gonfiare il suo patriottismo che non era stato grande prima dell’arrivo degl’italiani. Sapeva gonfiare tutto, lui, essendo sempre pronto ad accalorarsi per qualunque cosa piacesse a coloro ch’eran o potevano divenire suoi clienti.
Echeggianti da lontano, anche le parole che disse Mario potrebbero ora essere tacciate di retorica. Ma bisogna ricordare che quel giorno era dovere della parola, specie in bocca di chi per destino non aveva agito, di essere anch’essa forte ed eroica. Mario tentò di affinarsi per essere all’altezza della situazione e, com’è naturale, ricordò di essere un letterato. La parte più fine della sua natura si destò per protendersi alla storia. Disse letteralmente: «Vorrei saper descrivere quello che oggi sento. – E, dopo una lieve esitazione: – Bisognerebbe avere una penna d’oro con cui vergare le parole su una pergamena alluminata».
Era una rinunzia, perché fra altre molte cose, a Trieste mancavano allora penne d’oro e pergamene alluminate. Ma al Gaia parve tutt’altro, e s’arrabbiò come sanno arrabbiarsi i beoni.
Gli parve cosa enorme che il Samigli osasse anche solo menzionare la propria penna al cospetto di un avvenimento d’importanza storica. Strinse le labbra come per nascondere nella bocca un grosso insulto che vi si formava per genesi spontanea, poi riaperse il pugno, che s’era stretto da sé, mentr’egli guardava il naso roseo del letterato, ma non seppe trattenere la reazione più efficace della parola e anche del pugno, ch’era stata pensata da lungo tempo, ma che mancava ancora della maturità che le può venire dall’accurata preparazione: La burla si scaricò sul capo del povero Mario come se si fosse trattato di un esplosivo che per caso avesse trovato il contatto col fuoco. Così il Gaia imparò che anche la burla come tutte le altre opere d’arte può essere improvvisata. Egli non credeva al suo successo e si preparava ad annullarla dopo di essersene servito a manifestare il suo disprezzo a quel presuntuoso. Poi, invece, Mario abboccò tanto bene che liberarnelo sarebbe costato uno sforzo grande. E il Gaia lasciò vivere la burla, ricordando come a Trieste vi fossero pochi divertimenti. Bisognava rifarsi di un’epoca troppo lunga di serietà.
La iniziò con veemenza: «Dimenticavo di dirtelo. Tutto si dimentica in una giornata simile. Sai chi ho visto nella folla plaudente? Il rappresentante dell’editore Westermann di Vienna. M’avvicinai a lui per seccarlo. Applaudiva anche lui che non sa una parola di italiano. E invece che risentirsi, mi parlò subito di te. Mi domandò quali impegni tu avessi col tuo editore per quel tuo vecchio romanzo Una Giovinezza. Se non erro, tu l’hai venduto quel libro?».
«Nient’affatto, – disse Mario con grande calore. – È mio, del tutto mio. Pagai le spese dell’edizione fino all’ultimo centesimo, a dall’editore non ebbi mai niente».
Parve che il commesso viaggiatore desse grande importanza a quanto apprendeva. Egli ben sapeva quale aspetto dovesse assumere un uomo quando improvvisamente vede affacciarsi la possibilità di un buon affare, perché egli aveva almeno una volta al giorno quell’aspetto. Si raccolse e s’inarcò come se avesse voluto prendere uno slancio:
«C’è allora la possibilità di vendere quel romanzo – esclamò – Peccato ch’io non lo avessi saputo. E se ora buttano subito fuori di Trieste quel tedescone? Addio affare! Pensa ch’egli è venuto a Trieste proprio per trattare con te».
Mario era indignato, e bisogna constatare con un po’ di sorpresa che l’indignazione fu il primo suo sentimento all’annunzio dell’inaspettato successo, mentre non aveva mai conosciuto l’indignazione nei lunghi anni di vana attesa. Come aveva potuto credere il Gaia che il romanzo non fosse più suo? Chi mai in quegli anni aveva domandato di acquistarlo? E fu oppresso da un’ira ch’era insopportabile, perché subito intese che non doveva rivelarla. Egli era ora tutto nelle mani del Gaia e vedeva che non doveva offenderlo. Ma con dolore pensò che si trovava nelle mani di persona che con la sua leggerezza minacciava di rovinarlo.
Bisognava ricordare come il mondo apparisse sconvolto e disordinato in quei giorni. Se il rappresentante dell’editore era sparito nella folla, e non ci pensava lui stesso a riapparire, convinto com’era che l’affare di cui era incaricato fosse già stato fatto da altri, sarebbe stato impossibile rintracciarlo. Non c’era mai stata a questo mondo una folla simile a quella che si muoveva allora fra Triste e Vienna, attaccata agli scarsi treni ferroviari, o in forma d’ininterrotta fiumana, a piedi, sulle vie maestre, composta dall’esercito in fuga e da borghesi emigranti o rimpatrianti, tutti anonimi, ignoti come schiere di bestie cacciate dall’incendio o dalla fame.
Non dubitò un istante della perfetta verità delle comunicazioni del Gaia. Doveva essere più disposto alla credulità in seguito a quel successo di ogni sera del suo romanzo nella stanza del fratello. E quando, molto tempo dopo, seppe della trama ordita ai suoi danni, per scusare verso se stesso la propria dabbenaggine, propose la favola in cui si racconta che molti uccelli perirono perché sullo stesso posto s’annidarono due uomini di cui uno buono e generoso, e l’altro malvagio. Su quel posto, per lungo tempo, ci fu il pane del primo, in ultimo la pania dell’altro. Proprio com’è insegnato in un libercolo in cui s’insegna scientificamente l’insidia agli alati e che qui naturalmente non si nomina.
Il Gaia sfruttò meravigliosamente lo stato d’animo di Mario, che gli si rivelò intero. Ebbe il solo torto di credersi molto astuto. Non lo era più di un cacciatore comunissimo che conosca le abitudini della propria preda. Forse esagerò l’astuzia. Prima di mettersi a correre in cerca della persona tanto importante, che forse stava allontanandosi da Trieste, egli esigette da Mario una dichiarazione scritta con la quale gli veniva assicurata una provvigione del cinque per cento. Mario trovò la proposta equa, ma visto che bisognava attendere che il lento cameriere procurasse la penna e la carta, propose che il Gaia, per non perdere tempo, se ne andasse subito, mentre lui avrebbe stesa la dichiarazione e gliel’avrebbe consegnata il giorno dopo. Ma il Gaia non volle. Per andare sicuri gli affari non si potevano trattare che in un modo solo. E con tutta cura fu redatta la dichiarazione con cui Mario impegnava sé e gli eredi a versare al Gaia la provvigione su qualunque importo che ora od in avvenire gli fosse pagato dall’editore Westermann. Alla dichiarazione, Mario, di propria iniziativa, aggiunse un’espressione di gratitudine che non era altro che una falsità, perché gli era stata suggerita dal suo desiderio di celare due suoi rancori, di cui il primo, fortissimo, per la leggerezza con cui il Gaia aveva compromesso i suoi interessi, ed il secondo – molto meno forte – per la sfiducia che gli aveva dimostrata esigendo prontamente quella dichiarazione.
Poi il Gaia ebbe anche lui fretta, e corse via non vedendo l’ora di poter ridere liberamente. Mario sarebbe corso volentieri con lui per abbreviare la propria ansietà, ma il Gaia non volle. Prima doveva ripassare nel proprio ufficio, poi correre da un cliente dal quale forse avrebbe potuto sapere l’indirizzo del tedesco, e infine si sarebbe recato in un certo luogo ove sicuramente il casto Mario non avrebbe accettato di seguirlo, e dove sicuramente si trovava il tedesco, se era ancora a Trieste.
Prima di abbandonarlo, volle rasserenare Mario e provargli che il proprio errore non aveva una grande importanza. Ora che ci pensava – dichiarò – ricordava che il rappresentante di Westermann era nato bensì di famiglia tedesca, ma in Istria. Perciò sarebbe divenuto cittadino italiano per nascita, e non si poteva espellere.
Questo fu l’unico atto suo che provasse la sua qualità di burlone accorto. Non gli era sfuggito il grande rancore di Mario, e trovava che non era quella l’ora di provocarlo.
Perciò quando Mario uscì dal caffè, si trovò nella notte oscura in pieno e sicuro successo. Non sarebbe stato così se ancora avesse potuto temere che il tedesco fosse stato costretto ad abbandonare Trieste. Egli respirò profondamente, e gli sembrò che mai in vita sua avesse avuto di quell’aria. Tentò di sedare la grande agitazione che lo affannava e si sforzò di considerare quell’avventura come cosa nient’affatto straordinaria. Semplicemente la meritava e gli accadeva, ciò ch’era la cosa più naturale di questo mondo. Era straordinario non gli fosse accaduta prima. Tutta la storia della letteratura era zeppa di uomini celebri, e non già dalla nascita. A un dato momento era capitato da loro il critico veramente importante (barba bianca, fronte alta, occhi penetranti) oppure l’uomo d’affari accorto, un Gaia reso più importante da qualche tratto del Brauer ch’era troppo pesante per l’abitudine alla dipendenza, e non poteva perciò impersonare un creatore d’affari, ed essi subito assurgevano alla fama. Perché la fama arrivi, infatti, non basta che lo scrittore la meriti. Occorre il concorso di uno o più altri voleri che influiscano sugl’inerti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto. Una cosa un po’ ridicola, ma che non si può mutare. E succede anche che il critico non capisca nulla del mestiere altrui, e l’editore (l’uomo d’affari) nulla del proprio, e l’esito resti il medesimo. Quando i due s’associano, l’autore anche se non lo merita, è fatto per un tempo più o meno lungo.
Era fine assai Mario a vedere le cose a quel modo, in quel momento. Meno fine quando aggiunse con tranquillità: «Meno male che il caso mio è diverso».
Perché non era venuto da lui il critico invece dell’uomo d’affari? Si consolò pensando che certo il Westermann era stato indotto a quell’affare dal critico. E finché durò la burla, egli sognò di tale critico, ne costruì l’aspetto e l’indole, attribuendogli tante di quelle virtù e tanti di quei difetti da farne una persona più grossa delle solite viventi. Sicuramente era un critico cui non importava affatto della propria persona, e non era affatto come gli altri critici che quando leggono gettano su ogni pagina l’ombra del proprio naso torbido. Egli non cianciava, ma agiva, ciò ch’era molto strano per un uomo la cui sola azione consisteva in un giudizio sulla forza della parola altrui. Era più sicuro dei soliti critici, perché non era soggetto che ad un errore solo (piuttosto grosso) e non a tanti da riempirne varie colonnine di giornale. Una potenza! L’anima estetica del Westermann, il suo occhio che mai si chiudeva, perché altrimenti all’editore poteva toccar di pagare per vere delle pietre false, come Mario, che non se ne intendeva, supponeva potesse succedere ai gioiellieri. E freddo, freddo: come una macchina che non conosce che un solo movimento. In mano sua l’opera acquistava tutto il suo valore e non di più, e diveniva inerte come una merce che passa per le mani di un intermediario, e non vi lascia altro che un beneficio in denaro. Non conquideva, ma era afferrata, pesata e misurata, consegnata ad altri e dimenticata, perché non intralciasse l’opera della macchina subito rimessa in moto. Dopo letto il romanzo del Samigli, il critico era andato dal Westermann e gli aveva detto: «Ecco l’opera che fa per voi. Vi consiglio di telegrafare subito al vostro rappresentante di Trieste d’acquistarla a qualunque prezzo». Così il suo compito era esaurito. Che cosa gli sarebbe costato d’inviare al Samigli una cartolina postale per dirgli la parola intelligente ch’egli solo era capace di formulare? Così, proprio così era fatto il miglior critico del mondo. E pensare che valeva la pena di scrivere, solo perché a questo mondo esisteva un mostro simile!
Si può dire perciò che la burla del Gaia minacciava di farsi importantissima, perché subito all’inizio falsava l’aspetto del mondo. E quando Mario dovette ricredersi, se la prese in una favola proprio col critico ch’egli aveva creato, e l’unico critico ch’egli avesse amato. Ad un passerotto famelico avvenne di trovare un giorno molte briciole di pane. Credette di doverle alla generosità del più grosso animale che avesse mai visto, un pesante bove che pascolava su un campo vicino. Poi il bove fu macellato, il pane sparì, e il passerotto pianse il suo benefattore.
Vero esempio d’odio tale favola. Far di se stesso una bestia cieca e sciocca come quel passerotto pur di poter fare una grossissima bestia anche del critico.
Tanto grande riteneva Mario il suo successo che prese una decisione che pur doveva attenuare l’effetto della burla. Per il momento non bisognava dire a nessuno della buona fortuna toccatagli. Quando il suo libro fosse stato pubblicato in tedesco, la meraviglia in città e in tutta la nazione sarebbe stata maggiore se inaspettata. A lui che aveva atteso il successo per tanti anni, non doveva essere grave di restarne privo qualche tempo ancora.
Il fratello, già coricato, cominciò con l’enunciare un dubbio sulla verità della comunicazione del Gaia, ma così, quasi macchinalmente, quel dubbio da cui si è colti ad ogni notizia sorprendente. Però subito, volonteroso, lo eliminò persino dall’intimo dell’animo suo, visto che poteva diminuire la gioia del fratello. Non conosceva il Gaia e perciò quel dubbio mancava di ogni base. Di sotto al berretto da notte, i suoi occhi vividi partecipavano a tanta gioia. Le cose nuove lo turbavano e non pensava gli dessero salute, ma la gioia di Mario doveva essere anche la sua. Intera, quantunque, quando Mario parlò della loro futura ricchezza, egli non ne vide l’importanza. Più caldo di così il suo letto non sarebbe stato, e sarebbero aumentate le tentazioni dei cibi più ricchi che minacciavano la sua salute.
Per lui già la prima serata fu molto meno gradevole delle solite. Ecco che rifattosi vivo, il romanzo provocava la critica inquietante di Mario. Ad ogni tratto il lettore s’interrompeva per domandare: «Non sarebbe meglio dire altrimenti?». E proponeva nuove parole, esigendo che il povero Giulio l’aiutasse a decidere. Niente di violento ma abbastanza per togliere alla lettura il suo carattere di ninna nanna. Per rispondere alle domande di Mario, Giulio due o tre volte spalancò gli occhioni spaventati quasi volesse dimostrare di ascoltar le parole che gli erano rivolte. poi ebbe una trovata che per quella sera protesse il suo sonno: «A me sembra, – mormorò – che non si debba mutare nulla a una cosa che come sta raggiunse il successo. Se la muti, forse il Westermann non la vorrà più».
Questa trovata valeva quell’altra che aveva protetto il suo sonno per tanti anni. Per quella sera servì perfettamente. Mario abbandonò la stanza, ma fu meno attento del solito, e sbatté la porta in modo che il povero malato diede un balzo.
A Mario pareva che Giulio non lo assistesse come avrebbe dovuto. Ecco che lo lasciava solo con quel successo campato in aria, inquietante più che una minaccia. Andò a letto, ma l’intontimento che precede il sonno fu quella sera terribile. Vedeva il suo successo impersonato dal rappresentante di Westermann, trascinato lontano, lontano, verso il settentrione, e ucciso dalla folla armata e imbestialita. Che ansia! Egli dovette riaccendere il lume per ricordare che morto il rappresentante suo, restava il Westermann che non era altri che una società per azioni non esposta a morte fisica.
Fatta la luce, Mario cercò la favola. Credette di trovarla nel rimprovero ch’egli si faceva di non saper godere tranquillamente della promessa di tanta buona fortuna. Diceva ai passeri: «Voi che non provvedete affatto per l’avvenire, dell’avvenire certo nulla sapete. E come fate ad essere lieti se nulla aspettate?». Infatti egli credeva di non saper dormire dalla troppa gioia. Ma gli uccelletti erano meglio informati: «Noi siamo il presente, – dissero – e tu che vivi per l’avvenire, sei tu forse più lieto?». Mario confessò di aver sbagliata la domanda, e si propose di rifare in tempi migliori una favola che dimostrasse la sua superiorità sugli uccellini. Con una favola si può arrivare dove si vuole quando si sa volere.
Il Brauer, cui Mario il giorno dopo raccontò la sua avventura, fu sorpreso, ma non eccessivamente: sapeva anche di altre merci che acquistavano da un momento all’altro del valore dopo di essere state spregiate non per soli quarant’anni, ma per varî secoli. Di letteratura se ne intendeva poco, ma sapeva che talvolta, benché raramente, veniva retribuita. Ebbe una paura: «Se tu fai fortuna con le belle lettere, finirai con l’abbandonare quest’ufficio».
Mario, modestamente, osservò che non credeva che il suo romanzo avrebbe potuto assicurargli la vita. «Tuttavia – aggiunse con un po’ di alterigia – domanderò mi sia fatta una posizione più conforme al mio valore». Egli, in verità, non pensava ad un mutamento di posizione in quell’ufficio dal lavoro tanto facile, ma gli uomini intinti di lettere amano di poter dire certe parole. È il premio più pregiato al loro valore.
In quel momento gli fu portato un biglietto del Gaia, col quale veniva invitato a trovarsi in punto alle undici al caffè Tommaso. Il rappresentante del Westermann era stato trovato. Mario corse via non senza aver pregato prima il Brauer di non propalare ancora la notizia.

V

Il Gaia, Mario e il rappresentante di Westermann furono tanto puntuali che si trovarono insieme alla porta del caffè. Vi si trattennero parecchio perché vi costituirono una piccola torre di Babele. Mario seppe dire in tedesco due parole con cui esprimeva il piacere di fare la conoscenza del rappresentante di una ditta tanto importante. L’altro, in tedesco, disse di più, molto di più, e non tutto andò perduto perché il Gaia assiduamente tradusse: «L’onore di conoscere… l’onore di trattare… l’opera insigne che il suo principale a tutti i costi voleva possedere».
Anche il Gaia, con fare più villano che deciso, disse qualche parola che subito tradusse: Aveva dichiarato che il Westermann avrebbe potuto avere il romanzo quando l’avesse pagato. Si trattava qui di un affare e non di letteratura. Dicendo quest’ultima parola ebbe una smorfia di disprezzo, ciò ch’era imprudente. Perché maltrattare la letteratura se era vero che qui si trasformava in buon affare? Ma il Gaia dava dei colpi alla letteratura per poter colpire il letterato, dimenticando che per burla avrebbe dovuto tenerlo in piena gloria. E nel corso del discorso, una volta seppe dire a Mario: «Tu stai zitto perché non capisci niente». Mario non protestò: certo il Gaia voleva attribuirgli dell’ignoranza solo in affari.
Poi il Gaia si seccò di stare lì all’aria aperta. Era calata una leggera nebbiolina umida, destinata ad essere spazzata dalla bora che doveva funestare quelle celebri giornate. Il Gaia spinse la porta del caffè e, senza complimenti, concedendosi lo sfogo di ridere clamorosamente, entrò per primo, zoppicando.
Gli altri due s’attardarono ancora in complimenti prima di varcare la soglia, e Mario ebbe il tempo di studiare la persona tanto importante che vedeva per la prima volta. Non l’avrebbe rivista più, ma mai più la dimenticò. Dapprima la ricordò come una persona molto buffa, resa anche più ridicola dall’importanza del messaggio di cui era incaricata. Poi il ricordo non si alterò di molto: La persona rimase ridicola, ma l’inferiorità di essa riverberò dolorosamente su lui stesso, perché egli le aveva permesso di calpestarlo e di fargli del male. Le sue ferite si facevano più dolorose perché inferte da una mano simile. Si può dire che Mario non era un cattivo osservatore, ma che era, purtroppo, un osservatore letterario, di quelli che possono essere truffati col minimo sforzo, perché sanno fare l’osservazione esatta per deformarla subito a forza di concetti. Ora i concetti non mancano mai a chi ha un po’ d’esperienza di questa vita, dove le stesse linee e gli stessi colori s’adattano alle più varie cose, che solo il letterato ricorda tutte.
Il rappresentante dell’editore Westermann era una personcina dinoccolata priva dell’autorevolezza che conferisce una certa proporzionata abbondanza di carne e di grasso, e resa sgraziata da uno sviluppo addominale eccessivo che trapelava persino oltre alla pelliccia. Fin qui somigliava al Gaia. La sua pelliccia dal collare ricco, di pelo di foca, era la cosa più importante di tutto l’individuo, e molto più importante della giacca e dei calzoni sdruciti che s’intravvedevano. Non fu mai deposta, anzi riabbottonata subito dopo che s’era dovuta schiudere per dar l’accesso ad una tasca interna. L’alto collare coronò sempre la faccina fornita di una barbetta e di mustacchi radi e fulvi sotto ad una testa radicalmente calva. Ed un’altra cosa Mario osservò: il tedesco si teneva tanto rigido nella pelliccia in cui era sepolto, che ogni suo movimento appariva angoloso.
Era più brutto del Gaia, ma al letterato parve naturale gli somigliasse. Perché chi commercia i libri non deve somigliare a colui che s’occupa di vino? Anche per il vino c’era stato qualche cosa di supremamente fine che aveva preceduto e creato il suo commercio: la vigna e il sole. Quanto al sussiego con cui veniva portata a passeggio quella pelliccia, visto ch’esso legava un individuo della specie del Gaia, non era difficile d’intendere perché esso fosse stato adottato. Mario non pensò che quello di tenersi rigidi era un modo di soffocare un imperioso bisogno di ridere, ma ricordò invece che la rigidezza era propria di codesta categoria di persone, gli agenti di commercio, che vogliono apparire qualche cosa che non sono e che se non sorvegliassero tradirebbero il loro vero essere. Tutto questo fu pensato da Mario con un certo sforzo. Pareva lavorasse per facilitare il buon esito della burla. E pensò ancora che il critico di casa Westermann era rimasto a casa, ma era rimasto a casa anche il grande uomo d’affari. Non era facile il viaggiare allora, e si vede che per portare a termine un tale affare bastava incaricarne un coso simile, un amico del Gaia.
Attorno al tavolo, nel caffè a quell’ora deserto, ci fu ancora un po’ di torre di Babele. L’agente di Westermann tentò di spiegare qualche cosa in italiano, e non vi riuscì. Il Gaia intervenne: «Costui vuole una tua espressa conferma che io ho la facoltà di trattare per te. Io potrei offendermi della sua diffidenza, ma capisco che gli affari sono affari. Del resto ci sei anche tu, ma egli dice di non intenderti». Mario protestò in italiano che quello che il Gaia aveva stabilito era impegnativo per lui. Lo disse scandendo le sillabe, e il tedesco asserì di aver capito e di accontentarsi.
Il Gaia offerse il caffè, e subito il rappresentante di Westermann trasse dalla tasca di petto delle carte di formato grande, il contratto già pronto in duplice copia. Lo stese sul tavolo e vi si chinò con tutto il petto. Mario pensò: “Che soffra anche di lombaggine?”.
Aveva fretta il Gaia. Strappò le carte all’altro e si mise a tradurre a Mario il contratto. Trascurò molte clausole che erano adottate per tutti i suoi contratti dalla grande ditta editrice, e parlò di tutti i vantaggi ch’egli con quel contratto aveva procurato a Mario. Egli diceva proprio le parole che avrebbe impiegate se non si fosse trattato di un affare per burla: «Capirai che mi sono meritata la mia provvigione. Ho passata tutta la notte a discutere con costui. – E si permise di schizzare un po’ di quel veleno di cui era pieno: – Tu, se io non t’aiutavo, non avresti saputo far nulla».
In forza di quel contratto il Westermann avrebbe pagato a Mario duecentomila corone, e acquistava così il diritto di traduzione del romanzo in tutto il mondo. «Per l’Italia rimani tu il proprietario. Ho pensato di riservare a te questa proprietà, perché chissà che valore potrà acquistare il romanzo in Italia quando si saprà ch’è stato tradotto in tutte le lingue. – Per essere più chiaro ripeté:- L’Italia resta a te, intera». E non rise, il volto addirittura ghiacciato nell’espressione dell’uomo che aspetta consenso e plauso.
Mario ringraziò con effusione. Gli pareva di vivere in un sogno. Avrebbe abbracciato il Gaia, e non perché gli aveva regalato l’Italia, ma perché prevedeva che anche in Italia, presto, il romanzo si sarebbe conquistato il suo posto al sole. Si rimproverava l’istintiva antipatia che per lui aveva sempre sentita, e s’andava persuadendo all’affetto: “È più che buono, è utile. Ci guadagno io, ed è tanto bello da parte sua di dimostrarsene soddisfatto”.
Ricordava però l’angoscia sofferta la notte e, attaccandosi affettuosamente al braccio del Gaia, propose che nel contratto fosse inserita una clausola che obbligasse il Westermann alla pubblicazione del romanzo almeno in tedesco prima della fine del diciannove. Aveva fretta il povero Mario, e avrebbe voluto anche sacrificare una parte delle duecentomila corone, se con ciò avesse potuto affrettare l’avvento del grande successo. «Io non sono più tanto giovine – disse per scusarsi – e vorrei veder tradotto il mio romanzo prima della mia morte».
Il Gaia era indignato, e il suo disprezzo per Mario cresceva nella proporzione in cui aumentava l’affetto di questo per lui. Ci voleva una bella presunzione a discutere la proposta che gli veniva fatta per quello straccio di romanzo privo di valore.
Come aveva saputo celare il riso, così soppresse – e con la stessa fatica – ogni manifestazione di disdegno, e per poter ridere meglio più tardi, avrebbe anche voluto trovare il modo d’inserire nel contratto la clausola desiderata da Mario. Ma non c’era posto in quelle pagine (veramente dedicate ad un contratto per il trasporto di vino in vagoni cisterna) eppoi non c’era la possibilità di lavorare in presenza di Mario o anche di fingere di lavorare con quella voglia di schiattare dal ridere in corpo. Il Gaia, dopo un momento di esitazione riempito da tanta malizia che si sentì costretto a coprirsi la faccia con la mano per grattarsi prima il naso, poi la fronte e infine il mento (sapeva forse ridere con una parte del viso alla volta) si mise gravemente a discutere la domanda di Mario. Dapprima emise il dubbio che forse il Westermann si sarebbe potuto seccare di tante pretese, eppoi, vedendo che Mario appariva dolente di vedersi negata una domanda che non danneggiava in niente il Westermann, e dava tanta quiete a lui, ebbe un’alzata d’ingegno: «Ma non credi che chi pagò duecentomila corone avrà ogni ragione d’affrettarsi a far fruttare il suo denaro?».
Mario riconobbe la bontà dell’argomento, ma il suo desiderio era tanto forte che qualunque argomento non sarebbe bastato ad annullarlo. Attendere ancora? Che cosa avrebbe fatto tutto quel tempo? Le favole non si fanno che in giornate ricche di sorprese. Aspettare è un’avventura, anzi una sventura sola, e può dare una favola sola, ch’egli aveva già fatta: la storia di quel passero che moriva di fame aspettando del pane là ove, per caso, una volta sola ne era stato sparso (esempio d’ingordigia e d’inerzia associate, che si ritrova talvolta nelle favole): Mario era esitante. Cercò e non trovò qualche altra parola (non troppo forte) per insistere nella propria preghiera. E ci fu perciò un’altra pausa nelle trattative. Il Gaia centellinava il suo caffè e aspettava il consenso di Mario, che, evidentemente, non poteva mancare. Mario guardava la calvizie del rappresentante di Westermann, il quale rileggeva attentamente il contratto ficcandoci il naso lungo, affilato, sul quale tremavano gli occhiali. Perché tremavano quegli occhiali? Forse perché quel naso passava sul contratto da parola a parola, per vedere se il desiderio di Mario vi fosse già appagato. La calvizie del tedesco, che gli era rivolta come una faccia muta, cieca e priva di naso, era molto seria, perché le mancavano gli organi per ridere. Anzi – pelle rossa sporcata da qualche pelo fulvo – era tragica. “Infine – pensò Mario – avrò pazienza e non appena avuti i denari potrò render pubblico il mio successo. Sarà come se il libro fosse stato già tradotto”. E, rassegnato, s’accinse a firmare il contratto con la penna a serbatoio prestatagli dal Gaia.
Il Gaia lo fermò: «Prima i denari, poi la firma!». Parlò concitatamente col rappresentante di Westermann il quale subito trasse dalla sua capace tasca di petto il portafogli, e vi ficcò il naso per trarne un foglietto di carta che aveva la forma di un assegno bancario. Lo diede al Gaia ch’ebbe il torto di guardare in faccia porgendoglielo. Bisogna evitare dall’associarsi quando si è in due minacciati dall’esser afferrati da un assalto d’ilarità. Le due debolezze si sommano e lo spasimo del riso trionfa. Poi la rigidezza era una buona politica, mentre il Gaia, imbaldanzito dalla padronanza di sé di cui fino ad allora aveva dato prova, s’era creduto capace anche di un’altra finzione, quella dell’ira che dimostrò parlando al tedesco del necessario, immediato pagamento. L’organismo umano è capace di tutte le finzioni, ma non di più d’una alla volta. L’indebolimento che gliene derivò fu tale ch’egli dovette abbandonarsi tutto ad uno scoppio di riso che quasi lo ribaltò dalla sedia, e, subito, per contagio, il rappresentante di Westermann si mise a dibattersi nella pelliccia. Ridevano e si urlavano nello stesso tempo delle insolenze in tedesco. Mario guardava, invano cercando di sorridere per accompagnarsi a loro. Poi si sentì offeso che un affare simile fosse trattato in tale guisa. La nobiltà del vino e del libro era profanata da cotesti affaristi.
Finalmente il Gaia poté riaversi e correre ai ripari. Trasse dal portafogli del tedesco un’altra carta, simile invero a quell’assegno, e balbettò, sempre interrotto dal riso, che ora gli giovava dandogli il tempo di escogitare una trovata che lo spiegasse, che il tedesco per poco non gli aveva dato, invece dell’assegno, quel cedolino, proveniente dal luogo menzionato la sera prima, e dove quel maiale si recava tutti i giorni. Eppure cedolini simili in quei luoghi non si trovano. Ma il Gaia aveva detto la prima parola che gli era venuta alle labbra, e con sua grande sorpresa, al Samigli essa bastò: “La punizione della castità” pensò poi il Gaia.
Mario si accontentò solo perché era ansioso di veder ritornare la serietà a quel tavolo, e anche di dimenticare l’increscioso incidente. L’abitudine del letterato di cancellare una frase di cui si è pentito, lo induce ad accettare con facilità tali cancellazioni fatte da altri. Racconta la realtà, lui, ma sa eliminare tutto quello che alla sua realtà non si conformi. Anche qui egli eliminò. Finse, per cortesia, di guardare il cedolino che il Gaia sempre ancora teneva in alto. Così si guarda uno sconosciuto che, per caso, su un marciapiede, ci impedì per un istante di procedere.
Fu così che Mario firmò le due copie del contratto. Egli, alcuni giorni dopo, doveva riaverne una munita della firma dell’editore. Intanto però gli consegnavano l’assegno ch’equivaleva ai denari (come il Gaia spiegò): una tratta a vista della ditta Westermann all’ordine di Mario su una Banca di Vienna.
Quando uscirono dal caffè, prima di lasciare il tedesco, Mario avrebbe voluto ringraziarlo, e tentò di ripetere in tedesco una parola di ringraziamento che si era fatta suggerire dal Gaia. Ma poi il Gaia stesso lo interruppe: «Va là che anche lui ci ha il suo tornaconto». Voleva restar solo con Mario, e congedò l’altro che parve di aver anche lui premura di correre via.
«Adesso – propose il Gaia – andiamo insieme alla Banca a consegnare quest’assegno all’incasso».
Mario non aveva nulla in contrario, ma in quel momento l’orologio della piazza suonò il mezzodì. Al Gaia dolse di aver fatto tardi, e di non poter perciò accompagnare subito Mario alla Banca che a quell’ora si chiudeva. «Vuoi che ci diamo appuntamento per le quindici?». Era esitante. Nel pomeriggio egli aveva un altro impegno e gli doleva di mancarvi. Sarebbe stato penoso di sacrificare alla burla un proprio interesse. Sarebbe stato un burlato anche lui.
Mario protestò che sapeva andare alla Banca da solo. Non era anche lui disgraziatamente da tanti anni negli affari? Sospettò che il Gaia temesse per la sua provvigione, e lo rassicurò. «Non appena ricevo il denaro ti porto le tue diecimila corone».
«Non si tratta di questo» disse il Gaia tuttavia esitante. Poi, deciso, spiegò: «Non devi vendere subito quest’assegno. Me ne pregò il rappresentante di Westermann. È firmato da lui, e con le comunicazioni postali di adesso, non è sicuro che il suo avviso giunga in tempo». Gli parve che la faccia di Mario si oscurasse e aggiunse: «Ma tu non devi temere. Se guardi l’assegno, vedrai ch’è firmato dal procuratore di Westermann. Tu devi consegnarlo alla Banca impartendole l’istruzione di non levare protesto in caso di rifiuto». Infine parve che il Gaia si pentisse delle proprie parole. «Io ti dico tutto questo principalmente per evitarti una seccatura. Anche se tu lo volessi, ai tempi che corrono, la Banca non pagherebbe quest’assegno, benché munito di tanta firma. Vale perciò meglio di consegnarlo alla Banca perché lo incassi. Io non ho alcuna premura di avere la mia provvigione. Ne sono tanto sicuro come se l’avessi già in tasca».
Mario promise di conformarsi strettamente alle sue istruzioni. Del resto aveva già pensato di fare così. Con quell’assegno in tasca, s’ergeva anche lui ad uomo d’affari. E il Gaia poté sentirsi tranquillo che la burla non avrebbe implicato né per lui né per Mario uno scontro con l’autorità giudiziaria. V’erano anche delle ragioni più alte che lo tranquillavano. Credeva, cioè, che in tutti i paesi civili, i diritti della burla fossero riconosciuti.
E Mario continuò ad essere cieco. L’inquietudine del Gaia s’era rivelata evidente, ma egli non se ne accorse perché in quel momento era tormentato da un rimorso. Il rimorso è la specialità dell’uomo di lettere. Gli pesava molto di aver sempre spregiato il Gaia e di trarne ora tanto vantaggio. Fino ad allora ne aveva sopportato l’amicizia solo per riguardo ai ricordi di giovinezza, che uomini fatti come lui sentono tanto fortemente. Non avrebbe dovuto fargli sentire che con quel giorno le loro relazioni cambiavano di natura? D’altronde non gli parve di poterlo far subito perché sarebbe stato come dirgli che voleva pagare il suo aiuto oltre che con la provvigione anche con la sua amicizia.
Ma il Gaia, che ormai s’era liberato da ogni inquietudine, corse via senz’attendere le tarde decisioni del letterato abituato alla lenta lima. E, per nettare il lieto animo da ogni nube, Mario pensò: “Quando gli darò la provvigione, l’accompagnerò con un bel bacio. Sarà uno sforzo, ma io debbo essere giusto”.
Non tutto il Gaia aveva previsto. Intanto fu il Brauer che andò alla Banca pregatone da Mario che era dovuto restare in ufficio. Il Brauer s’attenne coscienziosamente alle istruzioni avute: consegnò l’assegno per l’incasso, e prescrisse la restituzione senza protesto per il caso di rifiuto. Ma l’impiegato ch’era un amico del Brauer lo consigliò di garantirsi il cambio della giornata, e al Brauer che sapeva dei salti sorprendenti dei cambii di quei giorni, la bontà del consiglio parve tanto evidente che lo seguì senza sentire il bisogno di domandare l’autorizzazione di Mario. Il quale, perciò, assieme alla ricevuta dell’assegno, ebbe un cedolino in cui la Banca gli dichiarava di aver comperato da lui duecentomila corone al prezzo di settantacinque lire per cento corone da consegnarsi entro il Dicembre. Mario piegò insieme i due documenti e li ripose accuratamente nel suo cassetto. Né Mario né il Brauer s’accorsero di aver venduto una cosa che forse poteva anche non esistere. Il Brauer si rammaricò che il Westermann non se la fosse pensata una quindicina di giorni prima, perché in confronto ad allora Mario perdeva cinquantamila lire. Mario si strinse sorridendo nelle spalle: Una falcidia del denaro non aveva importanza visto che poi il successo non si trovava falcidiato.
Un’altra cosa il Gaia non aveva preveduto. Alcuni giorni dopo il Brauer apprese di certe difficoltà finanziarie dei due fratelli, e indusse Mario ad accettare un prestito di tremila corone, poiché non era giusto che penasse quando tanti denari stavano già viaggiando al suo indirizzo. Quel denaro fu prezioso per Mario. Comperò un mondo di cose ed ognuna di esse era un segno tangibile del suo successo.
Per qualche sera i due fratelli rinunziarono alla lettura, per ammirare i nuovi mobili acquistati, che brillavano fra quei mobili dalle stoffe stinte, che li avevano visti nascere. Fecero anche una lista degli oggetti che avrebbero acquistato quando il denaro dovuto a Mario sarebbe stato incassato. Tutto era allora molto caro, ma a Mario pareva che il suo denaro fosse stato molto a buon mercato. Certo, nel frattempo, oltre che il successo, anche il denaro aveva acquistato per lui una grande importanza.

VI

Era vero che l’attesa non produceva delle favole, ma nei lunghi giorni che seguirono vuoti di qualsiasi avvenimento, Mario dovette riconoscere ch’essa non era monotona, perché non uno di quei giorni somigliava a quello che l’aveva preceduto o seguito. Di alcuni si avrà qui la storia.
Il Brauer andò varie volte alla Banca e, non trovandoci la notizia attesa, voleva indurre Mario a telegrafare per saper presto la sorte avuta dall’assegno. Ma Mario non seguì il consiglio dell’uomo d’affari, perché pensava che qui la pratica della letteratura fosse dirimente. Sapeva per dura esperienza come fosse pericoloso in letteratura di turbare con sollecitatorie i proprii patroni. Talvolta egli si lasciava convincere a correre lui alla Banca per inviare quel dispaccio, ma poi era trattenuto dall’immagine terribile di un Westermann irato che potesse decidere di fare senza del romanzo. In quanto merce, un romanzo è sempre differente da altre merci. Mario pensava che se avesse perduto quell’acquirente, avrebbe dovuto aspettare altri quarant’anni per trovarne un altro.
Del resto, risolvendosi ad inviare quel messaggio scortese (la cortesia per dispaccio costa troppo) sarebbe stato necessario di averne il consenso del Gaia. Ma costui era introvabile. Ora che c’era la possibilità di moversi, egli aveva ripreso le visite ai suoi clienti dell’Istria vicina. Mario apprendeva dall’uno o dall’altro ch’era stato visto a Trieste, ma non seppe incontrarlo mai né a casa sua né nel suo ufficio.
Un periodo ben duro. Vienna non mandava i denari e non si facevano vivi né il Westermann né il suo adorato ed obbrobrioso critico. Sta bene che il contratto e l’assegno erano firmati, ma chissà se il brutto uomo impellicciato aveva interpretato esattamente il volere del Westermann. In fondo quell’individuo che non sapeva che il tedesco non era altro che la traduzione del Gaia italiano. Poteva perciò avere sbagliato.
Mario aveva una certa esperienza degli affari e, bisogna riconoscerlo, aveva anche una certa esperienza di belle lettere. Quello che assolutamente ignorava, erano gli affari nel campo dei prodotti letterari. Solo perciò non arrivava a scoprire la burla. Se non si fosse trattato di letteratura, egli mai più avrebbe ammesso che un uomo pratico d’affari come doveva essere il Westermann, avesse offerto tanti denari per una cosa che avrebbe potuto ottenere tanto più a buon mercato, per esempio per la piccola somma prestata dal Brauer. Poiché quella somma Mario la doveva, e non ammetteva più che egli avrebbe concesso il romanzo magari per niente. Ma forse negli affari letterari si usava così, e nell’editore c’era anche l’umanità del mecenate.
E Giulio, dal suo letto innocente, aiutava a dissipare i dubbii di Mario. Diceva che il Westermann, come lui se l’immaginava, doveva essere un uomo al quale duecentomila corone di più o di meno non potevano importare. Eppoi che senso c’era di verificare se c’era stato errore da parte dell’editore? Se il furbo Gaia gliel’aveva fatta, tanto meglio.
Le acute riflessioni di Giulio bastavano a rendere più lieta qualche ora di Mario. Poi ricadeva nell’eccitazione dell’attesa. Si trovava in uno stato che ricordava l’epoca seguita alla pubblicazione del suo romanzo. Anche allora l’attesa del successo – che dapprima gli era sembrato sicuro quanto adesso il contratto col Westermann – aveva imperversato sulla sua vita facendone una tortura insopportabile persino nel ricordo. Ma allora, data la forza della gioventù, l’attesa non aveva insidiato il suo sonno e il suo appetito. E benché dovesse credersi in pieno successo, il povero Mario stava facendo l’esperienza che dopo i sessant’anni non bisognava occuparsi più di letteratura, perché poteva divenire una pratica molto dannosa alla salute.
Mai sospettò di essere stato burlato, ma è certo che la parte più fine del suo cervello, quella dedicata all’ispirazione, inconscia e incapace d’intervenire nelle cose di questo mondo per altro scopo che di riderne o di piangerne, l’ammise. La favola seguente può essere considerata in certo senso quale una profezia: In una via suburbana di Trieste vivevano molti passeri, che lietamente si nutrivano con le tante porcheriole che vi trovavano. Vi si stabilì poi un ricco signore, il cui piacere maggiore era di offrire loro del pane in grande quantità. E le porcheriole giacquero inutili sulla via. Dopo alcuni mesi (in pieno inverno) il ricco signore morì, e ai passeri, dai ricchi eredi, non fu concesso più una sola briciola di pane. Perciò quasi tutti i derelitti uccellini perirono non sapendo essi ritornare al loro costume antico. E nel sobborgo il defunto benefattore fu molto biasimato.
Per qualche tempo, a forza di trovate astute, Giulio aveva saputo tutelare il suo sonno. Ma una sera Mario interruppe improvvisamente la lettura e corse al vocabolario per vedervi l’uso di una parola. Giulio, richiamato violentemente da quella dolce via che mena al sonno sulla quale stava scivolando, ritornò tanto bene in sé da riuscire a difendersi con la solita astuzia. Mormorò: «Per la traduzione tedesca ciò non ha importanza». Ma Mario nell’anima del quale il successo stava evolvendosi, credeva di doversi preparare anche alla seconda edizione italiana, e rimase attaccato al vocabolario. Anzi, con la riverenza che per quel libro ha ogni buono scrittore italiano, una volta presolo in mano, ne lesse una pagina intera. Ora la lettura del vocabolario somiglia alla corsa di un’automobile su una brughiera. E avvenne anche di peggio: in quella pagina, Mario trovò un’indicazione che provava che in altro punto del romanzo egli aveva sbagliato nell’uso di un ausiliare. Un errore ch’era consegnato alla posterità. Che dolore! Mario, agitato, non arrivava a trovare quel punto, e invocava l’aiuto di Giulio.
Giulio comprese ch’era passato il tempo in cui le trovate furbe potevano proteggerlo da quella letteratura che si era fatta veramente insopportabile. Ma credeva di sapere per lunga esperienza che Mario avrebbe fatto qualunque cosa di cui fosse richiesto a vantaggio della sua salute. Perciò fu commoventemente sincero, ma un po’ brusco com’è sempre chi dai sogni è stato richiamato alla realtà del dolore e della noia.
Disse a Mario ch’era giunta per lui l’ora di dormire. Alla mattina lo aspettava certo medicinale dopo il quale doveva riposare per due ore prima di prendere il caffè. Se non si adagiava subito al riposo, che aspetto avrebbe avuto la giornata seguente con tutti i pasti spostati?
Mario provò un sentimento di sdegno, diverso assai dalla semplicità bonaria con cui una settimana prima avrebbe accolto una parola sgradevole di Giulio. Credette suo dovere fingersi indifferente e celare d’essere stato ferito. Si caricò del libro e del vocabolario, e uscì senza ricordarsi di chiudere la porta. L’aspetto dell’indifferenza è conquistato a prezzo di un aumento di rancore. Andandosene, pensò: Anche costui ha bisogno del mio successo per rispettarmi meglio.
E Giulio, accanto a quella porta rimasta aperta, passò una cattiva notte. Causa la bora, ai rumori delle imposte nella stanza, s’associavano i cigolii nei cardini delle porte sul corridoio. E al malato parve di aver passata la notte in un vocabolario sonoro dalle parole che simulavano l’ordine con l’iniziale identica, preludiante a un grido sorprendente, inaspettato.
La sera appresso, dopo cena, Mario rimase col fratello e, sparecchiata la tavola, s’allontanò senz’aver accennato con una sola parola al proprio risentimento. Aveva anche aiutato il fratello a servirsi. Gli pareva di aver fatto tutto il proprio dovere e concesso al fratello tutto quello che gli doveva. Ma era ben deciso a non fare altro. Giulio non voleva il vocabolario, che a lui occorreva urgentemente? Se voleva la lettura doveva dunque farsela da solo. Aveva appreso senza rimorso di aver guastato con la propria negligenza la notte al fratello. Che importava? Dormiva forse meglio lui con quei fantasmi di Westermann e dei suoi rappresentanti?
Ma Giulio sentiva urgente il bisogno di fare la pace. Mario, fattosi taciturno, non gli dava più neppure le notizie della città, che Giulio attendeva come una delle più valide ragioni per vivere. Era lui il maggiore, ma visto che l’altro era l’offeso, con la debolezza ch’è la compagna della malattia, decise di fare lui i primi passi. Nella sua solitudine ci pensò su tutto un giorno, e forse sbagliò tanto, perché aveva riflettuto troppo. O piuttosto è da credere che in una simile lunga riflessione si finisce col chiarire troppo il proprio diritto o la propria sventura, ciò che di certo non serve a rendere più accorti.
Si rivolse a Mario da vero fratello, confidandogli le necessità della propria vita, cioè della propria cura. Fra l’altro egli aveva bisogno di una lettura piana, ch’evocasse delle immagini dolci e che accarezzasse il suo organismo torturato. – Perché non si sarebbe potuto ritornare ai loro autori antichi, De Amicis e Fogazzaro?
Strana tanta ingenuità in un debole malato che di furberia aveva tanto bisogno. Aveva dunque dimenticato l’esito sì felice della sua trovata di anni prima, quando aveva proposto di abbandonare per sempre De Amicis e Fogazzaro per surrogarli con l’opera del fratello? Già, a differenza dei passeri, quand’è stretto da un bisogno, l’uomo si espone a qualunque rischio per soddisfarlo.
Mario dovette trattenersi dal dare un balzo al sentire che i due fortunati scrittori venivano a soppiantarlo anche in quell’unico cantuccio della terra ch’era fino ad allora tutto suo. Ecco che nel momento stesso in cui il mondo intero si stava aprendo al suo successo, riceveva un ultimo calcio da coloro che sempre l’avevano respinto. Si servivano per ciò del piede anchilosato di quell’imbecille di suo fratello, il quale così si metteva proprio dalla parte dei suoi nemici.
Gli fu difficile di simulare indifferenza, e la sua voce tremò dall’indignazione nel dichiarare al fratello che da tempo la lettura ad alta voce gli costava fatica, e che per riguardo alla sua gola non doveva farla più.
Giulio si spaventò, perché subito s’accorse dell’errore commesso, e indovinò Mario intero. Era una spaventevole prospettiva per lui di veder prolungata la sua solitudine anche a quelle ore serali in cui abbisognava dell’affetto più che della lettura perché l’adducesse al sonno. Volle, senz’indugio, correggere il proprio errore: «Se tu lo vuoi, ritorniamo al tuo romanzo. Io sono pienamente d’accordo. Volevo solo risparmiarmi il vocabolario, di cui è tanto difficile di sopportare la lettura».
Il povero Giulio non sapeva che v’è un solo mezzo per attenuare un’offesa involontaria: fingere di non accorgersene e credere che l’altro non l’abbia intesa. Ogni altra spiegazione equivale a ribadirla, rinnovarla.
E Mario, ferito a sangue, urlò: «Ma non ti dissi che si tratta della mia gola? Per questa la prosa del Fogazzaro, del De Amicis o la mia fanno lo stesso».
Era una bella e buona bugia, ma non era accorto Giulio a rilevarla. Disse mitemente: «Tu sai ch’io amo la tua prosa più di quella di tutti gli altri. Non sto a sentirla ogni sera da tanti anni, benché la sappia quasi a memoria? Solo mi seccano le correzioni. Noi che non siamo letterati, amiamo le cose definitive. Se in nostra presenza si cambia una parola, non crediamo vera tutta la pagina».
L’ammalato aveva dato segno di un certo talento critico ma nello stesso tempo di un’ingenuità sconfinata. Aveva dunque fatto leggere a Mario delle cose ch’egli già sapeva a memoria? Non era un rimprovero atroce cotesto? L’ira di Mario traboccò e una volta che la lasciò erompere ne fu più pervaso lui stesso come accade sempre ai letterati per i quali la parola non è uno sfogo ma un eccitamento. Esclamò mettendo anche nella voce tutto il disprezzo che seppe: «Ecco, tu accetti la letteratura con la stessa smorfia con cui inghiotti il tuo acido salicilico. È addirittura offensivo. Si può anche dedicarsi alle cure, ma non oltre ad un certo segno. La propria vita non può essere tanto importante che per prolungarla valga la pena di trasformare in clisteri tutte le cose più nobili di questa terra».
La letteratura, attaccata, aveva reagito offendendo la malattia. Profondamente, Giulio cercò la parola ma non trovò neppure il fiato. Mario andandosene aveva rinchiuso la porta, ma la notte dell’ammalato fu tutta insonne, perché egli la passò dapprima cercando di convincersi che non era colpa sua se era ammalato, ciò ch’era difficile, visto che il suo medico continuava ad asserire che la malattia era stata provocata da errori di vita e di dieta; eppoi ad indignarsi contro Mario che disprezzando le cure cui egli era costretto, dava segno di voler la sua morte. Ma non tutta la notte egli passò in discussioni col fratello assente. Vide meglio che mai l’inutilità della sua vita. Ora capiva con piena chiarezza che, vivendo, egli non truffava la morte, ma la vita che non voleva saperne di ruderi come lui che non servivano a nulla. E ne fu profondamente accorato.
Mario sentì qualche esitazione ed anche già qualche rimorso, prima di aver finito la sua diatriba. Ma la finì tutta, arrotondandola anche con quella sputacchiatura sprezzante sulle cure, con la quale attribuiva loro quale emblema il clistero. La finì sebbene s’accorgesse che l’occhio di Giulio s’era fatto supplice, nella debolezza che sentiva, vedendosi aggredito nell’essenza della propria vita. Ma Mario componeva. Scoperto quel clistero immaginoso, ebbe la stessa soddisfazione come se avesse composto una favola.
Poco dopo, nella solitudine della sua stanza, la soddisfazione di Mario diminuì. Tutte le composizioni avvizziscono e già quel clistero non gli parve più una gran cosa. Era però tuttavia irato come un Napoleone offeso: anche la letteratura ha i suoi Napoleoni. Non sarebbe stato il dovere di Giulio di assisterlo nel suo lavoro? E per allora Mario finì col compiangere se stesso. Doveva sopportare tutto, lui: oltre al resto anche la bestialità di Giulio e il rimorso di averlo offeso.
Però ad onta di tanta ira, sentendosi superiore di molto all’ammalato, e senza un’intera convinzione del proprio torto, sarebbe volentieri andato da Giulio a domandargli scusa. Ma sentiva che non avrebbero riparato a nulla le parole sole, le quali non avrebbero potuto non contenere qualche rimprovero a tutela della propria dignità. Occorre ben altro che parole per guarire le ferite prodotte dalle parole. Perché era vero che la vita di Giulio non meritava di essere vissuta, e chi glielo aveva detto, aveva rivelato una verità che ora non si poteva più negare o dimenticare. Le cose non dette hanno una vita meno evidente di quelle che sono state rilevate dalle parole, ma una volta che questa vita l’hanno acquistata, non se la lasciano sminuire da altre parole soltanto. E Mario si chetò col proposito di ripristinare gli antichi affettuosi rapporti col fratello, quando il suo grande successo sarebbe stato noto a tutti. Certo allora la sua parola sarebbe bastata a conseguire qualunque effetto.
Questo il proposito cui si attenne rigidamente, e non si accorse che per la pace dell’ammalato sarebbe stato meglio di non attendere l’arrivo del lento Westermann.
Infatti Giulio soffriva. Anche quando Mario si rifece affabile e discorsivo, egli non seppe dimenticare le offese che gli erano state fatte. Prima di tutto non c’erano state quelle spiegazioni dalle quali proprio le persone deboli (che le parole amano tanto) s’attendono la regolazione di ogni divergenza, eppoi non s’era più ritornati alla loro antica, cara abitudine della lettura serale. Paventava però le spiegazioni solo perché in quelle già avute s’era dimostrato tanto debole. E per averle senza dover parlare, pensò di sostituire le parole con un atto energico: ostentativamente cessò di curarsi e sperò che Mario se ne sarebbe accorto e doluto. Invece Mario non s’accorse di nulla, forse perché la dimostrazione durò troppo poco. L’ammalato s’era sentito subito peggio, e, spaventato, era ritornato ai suoi medicamenti, che però gli fecero meno bene. Come può agire beneficamente un medicinale ch’è stato tanto disprezzato?
Ed è così che Giulio, incapace d’azioni, ritornò alla parola, che dedicò però solo all’azione che aveva tentata e non compita. Una sera, con un sorriso mite e senza guardare in faccia Mario, disse interrompendo la cena per prendere certe polverette: «Contro ogni buon senso io continuo a curarmi, come vedi».
Mario, che da grand’uomo quale si sentiva, dava meno peso alla disputa avuta, di cui non restava altra traccia che la grande comodità di non far la lettura serale, si meravigliò, e ad alta voce proclamò il dovere di Giulio di curarsi per guarire, come se egli a voce anche più alta non avesse detto il contrario pochi giorni prima.
Era troppo poco per rabbonire Giulio. Mario non se ne avvide; solo si divertì a osservare che Giulio ingoiando la polveretta sciolta nell’acqua, aveva l’aspetto di un bambino ostinato. Pareva dicesse: “Io mi curo, io ho il diritto di curarmi, ed ho anche il dovere di farlo”.
A un letterato basta un solo atteggiamento per costruire tutta una persona con gli arti necessari per prendere tale atteggiamento ed anche altre membra che vi sieno utili. La costruisce, ma non ci crede, e l’ama specialmente se può crederla una propria immaginazione che sappia però moversi sulla terra reale ed essere illuminata dal sole di ogni giorno. E se tale costruzione esiste già, egli non se ne accorge neppure, perché ciò non ha alcuna importanza per il suo pensiero. E Mario per atteggiare ragionevolmente il volto del suo fantasma a tanta ostinazione, sostituì a Giulio, ch’egli credeva non ricordasse nemmeno le sue parole, una persona più forte benché non meno malata, e che gridava il suo diritto di vivere proprio quella vita nel suo letto caldo, e di essere aiutato dalle medicine e anche dalla lettura, come la voleva lui. E Mario amò la propria creatura: quella debolezza e quell’ostinazione e tanta rassegnazione. Quello scorcio di figura era un’illustrazione della vita povera, sofferente, ma ancora capace di difendere tanta povertà e tanto dolore.
Una bella fatica cotesta di costruire invece di guardare le cose già esistenti. Ma bastò a rischiarare i suoi rapporti col fratello. Perché subito dopo creata quella figura Mario si guardò d’intorno, come sogliono i letterati, per darle un contorno di persone che le dessero rilievo e in mezzo alle quali vivesse. Naturalmente in primo luogo cacciò accanto al fratello, ch’egli credeva di aver rifatto correggendolo, se stesso. Ma quando si tratta di se stesso non ci si sbaglia tanto facilmente, e si incide subito la carne viva. S’accorse ch’era la sua fortuna che Giulio non fosse all’altezza di giudicarlo, perché egli, l’uomo del successo, s’era comportato in modo da doversi vergognare. Una vera bassezza. Aveva voluto ferire e offendere il povero ammalato, a lui affidato dal destino, perché innocentemente e per una volta sola aveva respinto l’opera sua. Egli era oramai l’uomo dal successo. Una persona in cui l’ambizione si deformava in una ridicola vanità, e che credeva che le comuni leggi della giustizia e dell’umanità non valessero per lui. Guardò dietro di sé nel suo non lontano passato la sua vita intemerata, mite, dedicata con pieno disinteresse ad un pensiero, e l’invidiò e rimpianse.
Fu un istante, ma a tratti il pensiero che lo elevava, gli si riaffacciava. Del resto l’estensione di un pensiero alto nel tempo non ha importanza, perché se esso fu, resta, né si dimentica più. Mario, in avvenire, vi avrebbe trovato conforto e vanto. Sempre più intraveduto che accolto, quel pensiero si evolse, quando non era respinto subito e negato dall’appassionato desiderio della felicità che dà il successo. Un giorno Mario si sentì contrarre il cuore avvedendosi che il successo aveva annientato in lui l’amore alla favola. Da giorni egli non ne produceva e neppure ne sognava alcuna. Il successo aveva legato il suo pensiero all’antico romanzo, ch’egli studiava per rifarlo, addobbarlo, gonfiandolo a forza di nuovi colori, di nuove parole. Il successo era una gabbia d’oro. Il Westermann gli aveva detto quello che da lui si voleva ed egli s’apprestava a dare quanto gli si domandava e nient’altro. E più tardi, quando la burla fu scoperta, egli iniziò il suo ritorno alla vita antica con la favola in cui raccontava di un uccello canoro in gabbia, che si vantava di cantare la natura e non sapeva dire che del vasetto dell’acqua e di quello del miglio fra i quali viveva. E fu suo grande conforto trovarsi preparato a respingere, come poi dovette, la ridicola concezione di meritare plauso ed ammirazione, e ad accettare il destino che gli era imposto, come umano e non spregevole.
Ma prima, e neppure durante quei brevi istanti di luce vivida, egli mai pensò di potersi ergere fino a respingere il successo che gli si offriva. Invano la voce di Epicuro, resa fioca dalla lontananza nel tempo, predicava: «Vivi celato!». Egli anelava alla notorietà come tutti coloro che credono di poterla raggiungere, ed era ammalato per la lunga, vana attesa.

VII

Il Gaia era sorpreso e seccato che Mario non diffondesse lui stesso la burla. Egli non la diffondeva per non compromettersi di più, eppoi perché credeva che non ce ne sarebbe stato bisogno. S’era atteso anzi di vederla resa pubblica in qualche giornale locale da qualche amico di Mario. Che sorta di autore era Mario se non correva per la città a divulgare il suo successo? Sempre più occupato, il Gaia non trovava il tempo di abbordare Mario per farlo ciarlare e goderne. E la burla che tardava tanto a dare i suoi frutti, restava per lui sempre alta, una promessa di gioia meritata.
Una sera, ritornato da una corsa faticosa in un vagoncino della piccola, lenta e perciò lunga ferrovia istriana, egli si fermò per molte ore in un’osteria a bere in compagnia di alcuni amici. E come il vino doveva fargli dimenticare l’afa del vagoncino, così rievocò la burla per distrarsi dal ricordo dei noiosi affari. La raccontò, eppoi ebbe un’idea che lo incantò. Propose che uno dei presenti che conosceva i Samigli, andasse da Mario a proporgli da parte di un altro editore tedesco l’acquisto del libro ad un prezzo anche superiore a quello offerto dal Westermann, e con un contratto che impegnasse l’editore alla pubblicazione immediata del romanzo. Schiattava dal ridere pensando al rammarico di Mario di trovarsi già impegnato col Westermann.
I presenti trovarono malvagia la burla e rifiutarono di collaborarvi, e il Gaia vi rinunziò facendosi promettere da loro che non avrebbero detto nulla ai due fratelli di quanto era stato parlato quella sera.
Poi egli non ci pensò più, ciò che per lui era la cosa più facile. La prima burla l’aveva già divertito moltissimo e doveva derivargli da essa dell’altra gioia, se non altro quella di assistere al dolore di Mario, e forse, a quella ch’egli diceva la sua guarigione da tutte le sue presunzioni. Gli pareva facile di saper sottrarsi ad ogni rimprovero. Il rappresentante di Westermann non era altri che un commesso viaggiatore che aveva fatta la piazza di Trieste quando l’Austria vi si era disfatta, ciò che l’aveva condannato all’ozio e reso propenso a collaborare ad una lieta burla. Oramai si trovava ben lontano da Trieste, e il Gaia avrebbe potuto asserire d’essere stato giuocato anche lui. Ammetteva che forse Mario avrebbe potuto avere tanto spirito da ridere anche lui della burla. Ciò non era molto probabile, perché gli uomini che amano la gloria non sanno ridere, ma se Mario si fosse saputo elevare a tanta altezza, egli avrebbe saputo farsi suo degno compagno, e con lui, in piena amicizia, avrebbe saputo bere.
Ma intanto aveva commesso una grande imprudenza. Uno di quei suoi amici serbò il silenzio con tutti meno che con la propria famiglia, ed un suo figliuolo ch’egli mandava talvolta dai Samigli ad informarsi di loro, riferì a Giulio a un di presso quanto aveva appreso. Raccontò che il Gaia aveva burlato Mario facendogli credere che un capocomico Giosterman si impegnava a rappresentare una sua commedia. Il tutto era tanto sbagliato che Giulio dapprima credette si trattasse di tutt’altra cosa e non concernesse Mario.
Anche Mario in un primo brevissimo tempo ne rise. I due fratelli stavano cenando insieme e fu sorprendente come dopo i primi bocconi presi con tutta calma, Mario ad un tratto, da solo, senza che nessuno gli avesse detto un’altra parola, si sentisse addirittura mancare scoprendo intera la burla. La scopriva con enorme sorpresa, e nello stesso tempo si sorprendeva di aver dovuto attendere una vaga parola d’avvertimento per saperla tutta. Aveva chiuso gli occhi apposta per non vedere e non intendere? Da bel principio egli aveva indovinato l’intima natura dei due messeri coi quali aveva avuto da fare e li avrebbe potuti smascherare subito quando in sua presenza i due svergognati s’erano abbandonati al riso. Perché non aveva pensato, perché non guardato? Ricordò ancora: sul naso affilato del tedesco gli occhiali avevano tremato per il riso trattenuto; un’oscillazione simile a quella di un motore su una vettura. Mario ebbe allora il pensiero tanto pronto e acuto che scoperse qualche cosa che dai suoi occhi era stato chiaramente percepito ma non ancora comunicato al suo cervello: quel pezzettino di carta tratto dal portafogli del tedesco, e che doveva scusare il riso cui i due compari s’erano abbandonati, era coperto di uno stampatello gotico. Gotico, tutto rette ed angoli. Ne era sicuro, come se lo vedesse allora. Perciò non poteva provenire da un postribolo di Trieste. Mentitori! E mentitori che gli avevano denotato il loro disprezzo non curandosi neppure d’essere accorti.
Se era stato deriso, egli meritava qualunque punizione. E avrebbe voluto castigare se stesso subito, ficcandosi i denti nelle labbra. Ma tanta chiaroveggenza era tuttavia accompagnata da dubbio. Un’ulteriore dimostrazione della propria insanabile bestialità? Povero Mario! Un’evidenza per quanto intera, quando apporti tanto dolore, non è mai accettata senza un tentativo di oscurarla. Ognuno lotta contro il destino come sa, e Mario tentò d’arrestarlo dicendosi che non bisognava ammettere si trattasse di una burla finché non se ne fosse scoperto lo scopo. Per il piacere di ridere? Ma è un piacere che il deriso non intende.
Tentò però di liberarsi del dubbio non perché gli sembrasse poco fondato, ma perché gli sembrava contribuisse ad agitarlo ed aumentasse il suo dolore. Voleva passare la notte almeno nella certezza. E non c’era altra via di procurarsela che la riflessione. Fuori soffiava muggendo e ululando la bora, e se non fosse bastata a trattenere Mario, c’era anche l’impossibilità di raggiungere il Gaia il quale, specialmente di notte, era introvabile.
Bisognava intanto sapere esattamente quello che il ragazzetto loro amico aveva detto. Perciò iniziò un serrato interrogatorio del povero Giulio il quale non ricordava quelle parole, avendovi attribuito poca importanza. E l’ammalato non sopportò il cipiglio di Mario. Aveva già sofferto molto essendosi accorto di quello che stava avvenendo al fratello, proprio allora, in sua presenza, ma soffriva ora ancora di più nel timore di vedersi rimproverata un’altra volta la propria debolezza, la propria vita. Finì che gli colarono alcune lacrime sulle guancie emaciate.
Mario alla vista di quel segno di dolore del fratello, si agitò anche di più. Dolersi della burla a quel modo significava riconoscersi abbattuto e attribuirle grande importanza. Urlò: «Perché piangi? Non vedi che io, cui la faccenda colpisce tanto più direttamente, non piango affatto? E non mi vedrai piangere mai. Spero, invece, di far piangere il Gaia se realmente m’ha burlato».
Non poté sopportare la debolezza di Giulio. Piantò la cena e fatto un breve saluto a Giulio (cui realmente serbava rancore perché non ricordava bene quello che il ragazzo loro amico aveva detto) si ritirò nella propria stanza.
E, rimasto solo, gli parve d’essere sicuro e di aver eliminato definitivamente ogni dubbio. La burla aveva lo stesso scopo di tutte quelle di cui il Gaia aveva cosparso l’Istria e la Dalmazia, e delle quali ora Mario ricordava di aver riso di cuore. Sì! Della burla si rideva e non occorreva altro. Ne ridevano tutti coloro che non dovevano piangere. E Mario ricordando questo, subito pianse com’era la legge della burla.
Non ancora svestito, si gettò sul letto. Udiva sempre la risata cui i due congiurati s’erano abbandonati in sua presenza. Riecheggiava negli stessi scomposti rumori della bora, e vi si faceva enorme. Andava a colpire tutti i sogni che avevano abbellito la sua vita. Se il Gaia aveva voluto questo, per un istante aveva raggiunto il suo scopo: Mario si vergognò dei proprii sogni. Non poteva fallire quella burla per quanto rozzamente congegnata. Il lavoro accorto del burlone l’aveva preceduta, e non c’era stato bisogno che l’accompagnasse. Il burlone l’aveva spiato, e gli aveva presentato un contratto, che non era stato inventato, ma accuratamente copiato dall’animo suo. Non s’era egli atteso una cosa simile, da quasi mezzo secolo? E quando gli fu presentato, in lui non ci fu sorpresa, né ci poteva essere diffidenza alcuna. Non aveva neppure guardato in faccia coloro che glielo avevano presentato. Era cosa che gli spettava, ed arrivava a lui per una data via che non aveva importanza. Dunque egli era stato burlato come in altre età i cornuti e gli scemi, coloro che la burla meritavano.
Per questo gli coceva la burla, non per la perdita del denaro promesso. Neppure un istante pensò al debito contratto col Brauer in conseguenza della burla. Prima di tutto gli oggetti acquistati erano in casa ancora intatti, eppoi non ci si può figurare a quali impegni si possa corrispondere col volere onesto. Il denaro non aveva importanza. Invece lo straziava la persuasione di aver perduto irrimediabilmente la ragione della sua vita. Mai più gli sarebbe stato concesso di ritornare allo stato in cui era vissuto sempre, nutrendosi delle solite porcheriole condite da quel sogno alto che stereotipava il sorriso sulle sue labbra.
L’aggettivo di burlato non s’attaglia in pieno che alla vittima di una burla che abiti in una città non grande abbastanza per correrne le vie sicuro, cioè sconosciuto. Ogni sua nota debolezza lo accompagna per via insieme alla sua ombra. Tutte le persone dello stesso ceto vi si conoscono ed ognuno ficca le unghie nelle ferite del vicino. Ognuno ha il suo destino quaggiù, ma, quand’è noto a tutti, si rincrudisce per un incontro, per un’occhiata. Mai più si sarebbe potuto liberare dal marchio di quella burla. Se mai aveva potuto dimenticare che una donna lo aveva burlato respingendolo. Oramai tanto vecchio, essa tuttavia non sapeva reprimere un cattivo sorriso quando lo vedeva. Con l’equanimità del letterato, Mario ricordò che anche lui era per altri un rimprovero vivente, perché in città v’era qualcuno che si turbava al solo vederlo. Buono com’era, egli aveva tentato d’addolcire quei rapporti, ma non vi era riuscito, anche perché tali imbarazzi non si levano, ma s’aggravano con le spiegazioni. Ed egli non aveva fatte mai delle burle, ma la vita sapeva inventarne anche di più atroci di quelle del Gaia, e bastava saperne per esser considerato dalle vittime un vero nemico.
La notte sarebbe stata orrenda, se non fossero intervenute ad alleviarla le favole. Capitarono innocenti, come se l’avventura col Westermann non le riguardasse, e trovarono subito e incontrastato l’accesso a quella stanza. Meritavano tale accoglienza. Esse erano purissime, non bruttate dalla burla. Nessuno aveva potuto spiarle. Erano più pure ancora perché Mario stesso non le aveva mai considerate se non una sua appendice, una sua forma di sorriso e di respiro. Il Gaia non aveva previsto ch’egli poteva guarire Mario da una letteratura, ma non da tutta la letteratura.
Eran tre le gentili soccorritrici e si tenevan per mano, ma ciascuna gli si rivelò distinta al momento opportuno per confortarlo e guidarlo.
Ecco come si manifestò la prima: Mario tremava al pensiero che forse egli non avrebbe saputo essere virile abbastanza per punire il Gaia, non perché temesse di lui, ma perché non avrebbe saputo abbordarlo e affrontare la sua derisione meritata. Un uccellino accanto a lui sospirava: «Anche la debolezza ha il suo conforto». E nasceva la favola: «Un uccellino fu strozzato da uno sparviero. Non gli fu lasciato che il tempo sufficiente ad una protesta molto breve, un solo altissimo grido d’indignazione. All’uccellino parve di aver fatto tutto il suo dovere, e la sua animuccia se ne vantò, e volò superba verso il sole per perdersi nell’azzurro». Quale conforto! Mario si fermò ad ammirare quell’azzurro cui l’anima degli uccellini appartiene come la nostra al paradiso.
La seconda venne a correggere con un sorriso il proposito gridato ad alta voce di non occuparsi mai più di letteratura. Arrivava ben tardi quel proposito. E Mario ne seppe ridere come se qualche bestiolina innocente accanto a lui avesse commesso il medesimo errore: «Un uccellino fu ferito da un colpo di fucile. L’ultimo suo sforzo fu dedicato a involarsi dal luogo ove era stato colpito con tanto fragore. Riuscì a ficcarsi nell’oscurità del bosco ove spirò mormorando: “Son salvo”».
E la terza chiarì la seconda. Perché celare la propria letteratura è facile. Basta guardarsi dai piaggiatori e dagli editori. Ma rinunziarvi? E come si fa allora a vivere? La seguente tragedia lo incorò a non fare quello che il Gaia avrebbe voluto: «Un uccellino acciecato dall’appetito si lasciò impaniare. Fu posto in una gabbiuccia ove le sue ali non potevano neppure stendersi. Sofferse orribilmente, finché un giorno la sua gabbia non fu lasciata aperta, ed esso poté riavere la sua libertà. Ma non ne godette a lungo. Reso troppo diffidente dall’esperienza, dove vedeva cibo sospettava l’insidia, e fuggiva. Perciò in breve tempo morì di fame».
E, confortato da quei tre uccellini periti tutt’e tre, Mario avrebbe potuto trovare anche il sonno. Ma in quella s’accorse che nella sua stanza mancava qualche cosa cui egli era uso: il russare del fratello. Che Giulio non dormisse ancora? A quell’ora! Sarebbe stata una cosa grave.
Si accostò in punta di piedi alla porta dell’altra stanza. La luce vi era spenta, ma Giulio, tuttavia desto, lo sentì e lo pregò di entrare.
Quando Mario ebbe accesa la lampada, Giulio lo guardò timoroso, e per la paura di dover sopportare degli altri rimproveri, confessò il proprio turbamento: «Non so consolarmi di aver aggravato i tuoi pensieri col non ricordarmi le precise parole che mi furono dette da quel giovinetto».
«E non dormi per questo? – esclamò Mario profondamente addolorato. – Oh, te ne prego. Dormi, dormi subito. Adesso so perché non potevo dormire io stesso. Per chetarmi devo sentir dormire te. Via, mettiti in pace. Di quella storia parleremo domani…». E s’accinse a spegnere la luce.
A Giulio non pareva vera tanta dolcezza che pioveva sul suo letto. E volle goderne ancora. Impedì a Mario di spegnere la luce: «Tu sei più calmo ora. Perché non si potrebbe farmi ora la lettura? Sei poi guarito della gola? Io non dormo più bene dacché di sera non si legge più».
E Mario, in piena buona fede, perché non ricordava più in quale stato d’animo si fosse trovato quando il successo gli arrideva vicino e sicuro, esclamò: «Io non lo sapevo, perché altrimenti t’avrei letto ogni sera quanto e più di quanto t’occorra. Il male di gola non era gran cosa, e m’è passato. Se vuoi ti leggerò De Amicis e Fogazzaro. Così avrai pronto il sonno».
Quest’ultima frase farebbe credere che già allora la burla avesse perduto ogni efficacia. Se il Gaia fosse stato presente, sconfortato, avrebbe pensato che con un presuntuoso simile ogni burla era vana. Invece, in verità, in quel momento, per Mario, la letteratura non esisteva affatto. Esisteva solo il fratello malato, cui bisognava propinare quanta letteratura occorresse. E si rassegnava ad abbassare la propria o l’altrui all’ufficio di clistero.
Ma quella sera non volle leggere. Era tardi, ed egli aveva bisogno di qualche ora di sonno. Bisognava arrivare al Gaia sereno e riposato. E invece che letteratura regalò a Giulio ancora dell’altro affetto. Lo trattò maternamente, con autorità e con grande dolcezza, con imposizioni e promesse. Gli disse che ora doveva dormire, ma che la sera appresso sarebbero ritornati insieme al loro dolce costume antico. Gli avrebbe letto cose d’altri, ma anche cose proprie di cui non gli aveva parlato mai e che ora gli confidava. Tante favole raccolte nella solitudine più assoluta. Nessun altro doveva sospettarne l’esistenza. Si trattava di una letteratura casalinga, nata nel cortile e destinata a quella camera. Anzi non era letteratura perché letteratura è una cosa che si vende e si compera. Questa era per loro due e nessun altro. «Vedrai, vedrai. Son brevi, e non s’adattano perciò a ninna nanna. Ma io ti dirò, leggendole, come son nate, perché ognuna d’esse ricorda una mia giornata, anzi la correzione della mia giornata. Ho da pentirmi di tutto quello che feci, ma vedrai che il mio pensiero fu più accorto delle mie azioni».
Poco dopo Giulio russava, e Mario, beato del suo successo col fratello, s’addormentò anche lui non molto più tardi. E al sibilo violento della bora, fecero bordone i suoni ritmici di Giulio e, presto, anche qualche alto grido di Mario, che, nel sogno, continuava ad essere convinto di meritare altro, di meritare meglio. La burla non arrivava ad alterare il suo sogno.

VIII

Ma la mattina di buon’ora, egli si destò e ritrovò il suo dolore e la sua ira. Il mondo, ove tuttavia imperversava la bora sotto ad un cielo fosco, gli appariva ben triste, perché privato dell’esistenza del Westermann.
Il fratello dormiva ancora. Andò alla sua porta. Mario sorrise contento al sentire che nel lungo riposo la respirazione del dormente s’era fatta meno rumorosa. Pensò ad alta voce: «Ritorno subito a te, intero, a te che mi vuoi bene».
Lottando con la bora, egli s’avviò diritto all’abitazione del Gaia, situata in una delle vie parallele al Canale, a quell’ora ancora deserte. Stava anche per salire dal Gaia, ma poi si pentì, e ritornò sulla via. Quelle spiegazioni non dovevano avere dei testimoni. Bisognava fare in modo che la burla – se realmente si trattava di una burla – non si divulgasse. Per il momento egli avrebbe aspettato il Gaia sulla via e poi, se fosse occorso, l’avrebbe indotto a seguirlo in luogo ove lo avrebbe potuto punire. Come erano fatti i luoghi ove si poteva punire senza sfigurare? Mario non lo sapeva. Ma, teorico come era, gli pareva di aver già stabilito tutto. L’importante era di trovare il Gaia.
Ebbe fortuna, intanto. Quando già cominciava a soffrire del freddo intenso, vide apparire il commesso che correva. Rincasato tardi come al solito, aveva aspettato nel letto l’ultimo momento utile per arrivare in tempo al suo dovere.
Mario, che ora batteva i denti (non sapeva neppur lui se dal freddo o dall’eccitazione), l’affrontò ruminando parole relativamente miti con cui domandare delle spiegazioni. Ma il Gaia ebbe la sfortuna d’essere poco attento, forse causa la fretta. Senza averlo salutato, gli domandò: «Hai avuto notizie del Westermann?».
Le parole preparate con tanta accuratezza, svanirono, e Mario non ne trovò altre. Il suo organismo intero era come un arco che nelle lunghe ore d’impazienza si fosse teso sempre più fino al limite della resistenza. Scattò: lasciò cadere sulla faccia del Gaia un manrovescio enorme di cui non avrebbe creduto capace la sua mano e il suo braccio, che da lunghi anni non avevano conosciuto alcun moto violento. Il colpo fu tale che dolsero anche a lui il pugno ed il braccio, e fu in procinto di perdere l’equilibrio.
Il cappello del Gaia era stato abbandonato alla bora che lo sollevò alto, alto. Ora un cappello, specie quando soffia la gelida bora, è un oggetto molto importante, e il Gaia perdette la poca capacità di reazione che poteva avere, per seguirlo con l’occhio, esitante se non dovesse rincorrerlo. Ciò gli conferì per un istante un’aria d’indifferenza che fece trasalire Mario. Forse egli aveva sbagliato. Forse il Westermann esisteva tuttavia. E allora che figura avrebbe fatto? Fu un attimo angoscioso e di speranza intensa. Aveva ancora la minaccia nell’occhio, e pur supponeva che forse un momento dopo si sarebbe dovuto gettare ai piedi del Gaia.
Ma intanto il cappello del Gaia, dopo essere calato a terra, sparì ruzzolando sul marciapiedi, dietro al prossimo svolto. S’avviava al Canale, alla definitiva perdizione, ed il Gaia comprese che non lo poteva ripigliare. S’avvicinò a Mario, da cui l’aveva allontanato il manrovescio, e Mario si sbiancò accorgendosi che voleva parlare e non reagire. Da tutte le bestie intelligenti si osserva che un forte dolore fisico come quello prodotto al Gaia dalla percossa, dà intero il sentimento del proprio torto. Intanto, per poter protestare, confessò: «Perché? Per uno scherzo innocente».
E così Mario apprese con disperazione ma anche con sollievo che il Westermann proprio non esisteva. Confermò subito il manrovescio precedente con un altro. E gli sarebbe bastato, se il suo mite animo avesse potuto intervenire. Ma è difficile, per chi manca di pratica, cessare dal picchiare quando vi si è abbandonato con piena violenza. Perciò piovvero sulla testa del povero viaggiatore di commercio due altri fortissimi colpi, appioppati da Mario a due mani, perché oramai la sinistra doveva aiutare la destra ch’era quasi paralizzata dal dolore.
Appena allora il Gaia si sentì imposta la resistenza, visto che senza di essa non poteva sapere quando Mario avrebbe interrotta la sua azione. S’accostò minaccioso a Mario, ma era tanto debole che un altro colpo raggiunse in pieno la sua faccia sebbene egli l’avesse parato a tempo. Fu anche spaventato da un grido roco di Mario che gli parve significare un’ira inumana. Era stato invece strappato a Mario dal dolore al braccio lussato. Il naso del Gaia sanguinava e, col pretesto di coprirselo col fazzoletto, il povero burlone s’allontanò di un passo da Mario.
Non era quello il vero posto adatto a punizioni, ma Mario non se ne accorse. Una donna del popolo, tonda e infagottata, con una cesta al braccio, si fermò a guardarli. Il Gaia si vergognò anche perché Mario aveva finalmente riacquistata la parola e gli lanciava delle insolenze: «Ubbriacone, svergognato, mentitore». Volle trovare un’espressione virile, ma non seppe perché si sentiva male, molto male, ed era anche impensierito. Egli sapeva con certezza di essere stato percosso al capo, e non comprendeva perché gli dolesse il fianco. Se gli fosse doluta la testa non vi avrebbe dato peso. Col fiato corto, disse a Mario: «Non comportiamoci da facchini. Io sono interamente a tua disposizione».
«Ma che parli di cavalleria, tu? – urlò Mario. – Non senti neppure la vergogna degli schiaffi che avesti?». E qui Mario trovò finalmente il modo di dire le parole con le quali avrebbe voluto iniziare le spiegazioni: «Ricordati che se tu divulghi la burla che osasti, io rendo noto quanto qui è avvenuto e rinnovo il trattamento che ora subisti, ma anche a calci». Ricordò che a questo mondo esistevano anche i calci, e ne inferse subito uno al povero Gaia.
Il quale, sempre ripetendo ch’era a disposizione di Mario, e tenendo coperta col fazzoletto metà della faccia, si ritirò verso casa sua, negli occhi una minaccia, ma il corpo del tutto inerte. Mario non l’inseguì, e, stomacato, gli volse le spalle.
Si sentiva meglio, molto meglio. Le vittorie dello spirito, non v’ha dubbio, sono molto importanti, ma una vittoria dei muscoli è salutare assai. Il cuore acquista novella fiducia nel vaso in cui batte, e si regola e rafforza.
S’avviò al proprio ufficio. La bora soffiava tanto violenta che sul ponte del Canale egli dovette arrestarsi per raccogliere le forze prima di varcarlo. Ebbe così uno spettacolo che veramente lo esilarò. Sull’acqua navigava verso il mare aperto, e abbastanza velocemente, il cappello del Gaia. Veleggiava proprio. La vela era costituita da un tratto della falda, che sporgeva dall’acqua e dava presa al vento.
Affrontò poi virilmente il momento sgradevole di dire della burla al Brauer. Fu facilissimo. Il Brauer ascoltò senza batter ciglio. Non provava alcuna sorpresa perché ricordava ancora quella avuta all’apprendere che per un romanzo venisse offerta una somma tanto ingente. Applaudì quando apprese del primo manrovescio inferto al Gaia e, al secondo, abbracciò Mario.
Poi avvenne l’inaspettato. Una scoperta: anche agli uomini più pratici accade di seguire da vicino lo svolgimento dei fatti, di conoscerli interamente dal loro inizio, e di restare poi stupiti trovandosi di fronte ad un risultato che si sarebbe potuto prevedere, stendendo sulla carta un paio di cifre. Gli è che certi fatti spariscono nella nera notte quando accanto a loro altri brillano di luce troppo fulgida. Finora tutta la luce s’era riversata sul romanzo, che ora piombava nel nulla, e appena adesso il Brauer si ricordava di aver venduto per conto di Mario duecentomila corone al cambio di settantacinque. Ma il cambio austriaco, negli ultimi giorni, s’era affievolito di tanto che, per quella transazione, Mario si trovava ad aver guadagnato settantamila lire, giusto la metà di quanto avrebbe ricevuto se il contratto col Westermann fosse stato fatto sul serio.
Mario dapprima urlò: «Io quel sozzo denaro non lo voglio». Ma il Brauer si sorprese e s’indignò. Al letterato poteva spettare in commercio il diritto di stendere una lettera, ma non di giudicare di un affare. Rifiutando quel denaro, Mario si dimostrerebbe indegno di qualunque collaborazione in commercio.
Incassato il grosso importo, anche Mario fu pieno d’ammirazione. Strana vita quella dell’uomo, e misteriosa: con l’affare fatto da Mario quasi inconsapevolmente, s’iniziavano le sorprese del periodo postbellico. I valori si spostavano senza norma, e tanti altri innocenti come Mario ebbero il premio della loro innocenza, o, per tanta innocenza, furono distrutti; cose che s’erano viste sempre, ma parevano nuove perché si avveravano in tali proporzioni da apparire quasi la regola della vita. E Mario, per quei denari che si sentiva in tasca, stette a guardare con sorpresa, e studiò il fenomeno. Abbacinato mormorò: «È più facile conoscere la vita dei passeri che la nostra». Chissà che la vita nostra non apparisca ai passeri tanto semplice da far creder loro di poter ridurla in favole?
Il Brauer disse: «Quel bestione di un Gaia, giacché aveva architettata una burla simile, avrebbe dovuto basarla su una somma di almeno cinquecentomila corone. Tu allora avresti avuto in tasca tante di quelle corone da bastarti per tutta la vita».
Mario protestò: «Io, allora, non ci sarei cascato. Non avrei mai ammesso che per il mio romanzo si pagasse tanto». Il Brauer tacque.
«Che questa mia fortuna non renda più nota la burla che dovetti subire» augurò Mario angosciato.
Il Brauer lo rassicurò. Nessuno l’avrebbe appreso, perché alla Banca nessuno sapeva a quale origine fosse dovuto quell’affare. Infatti neppure il Gaia ne riseppe; ché, se no, con ragione avrebbe domandato il suo cinque per cento di provvigione.
I denari furono molto utili ai due fratelli. Data la modestia delle loro abitudini, garantivano loro per lunghissimi anni, se non per sempre, una vita più facile. E la smorfia che Mario aveva abbozzato incassandoli, non la ripeté quando li spese. E talora gli parve persino che gli fossero provenuti – premio pregiatissimo – dalla sua opera letteraria. Però il suo intelletto abituato a concretarsi in parole precise, non si lasciava ingannare quanto sarebbe occorso per la sua felicità.
Lo prova la favola seguente, con la quale Mario tentava di nobilitare il proprio denaro: «La rondinella disse al passero: “Sei un animale spregevole, perché ti nutri delle porcheriole che giacciono”. Il passero rispose: “Le porcheriole che nutrono il mio volo, s’elevano con me”».
Poi, per difendere meglio il passero col quale s’immedesimava, Mario gli suggerì anche un’altra risposta: «È un privilegio quello di saper nutrirsi anche delle cose che giacciono. Tu, che non l’hai, sei costretta all’eterna fuga».
La favola non voleva finire più, perché molto tempo dopo, con altro inchiostro, Mario fece parlare un’altra volta il passero: «Mangi volando, perché non sai camminare». Mario si metteva modestamente fra gli animali che camminano, animali utilissimi che possono, in verità, disdegnare coloro che volano, cui il piacere di volare tolse ogni desiderio di altro progresso.
E non era finita. Pare anzi che a quella favola pensasse ogni qualvolta sentiva la comodità di disporre di tanto denaro. Un giorno addirittura s’arrabbiò con la rondinella, che pur non aveva aperto il becco che una volta soltanto: «Osi biasimare un animale perché non è fatto come te?».
Così parlava il passero col suo cervellino. Ma se fosse fatto obbligo ad ogni animale di badare ai fatti proprii e non imporre le sue propensioni e perfino i suoi organi agli altri, non ci sarebbero più delle favole a questo mondo; ed è escluso che Mario abbia voluto proprio questo.

Italo Svevo
Trieste, 14 Ottobre 1926.