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Folgore da San Gimignano – Quando la voglia segnoreggia tanto

Quando la voglia segnoreggia tanto,
che la ragion non ha poter né loco,
ispesse volte ride l’uom di pianto
e di grave doglienza mostra gioco;

e ben seria di buon savere affranto
chi fredda neve giudicasse fòco;
simil son que’, che gioi’ mostrano e canto
di quel, onde doler devriano un poco.

Ma ben si può coralmente dolere
chi sommette ragione a voluntade
e segue senza freno suo volere;

che non è già sí ricca podestade
com’ se medesmo a dritto mantenere,
seguire pregio, fúgger vanitade.

Guittone d’Arezzo, Tanto sovente dett’aggio altra fiada

Tanto sovente dett’aggio altra fiada
de dispiacenza e de falso piacere,
che bel m’è, forte ed agradivo or dire
ciò che de vero grado in cor m’agrada.
Primamente nel mondo agrado pace,
unde m’agrada vedere
omo e robba giacere
in boschi, al certo, sì come in castelli;
e m’agrada li agnelli
lungo i lupi veder pascere ad agio;
e m’agrada a misagio
rappador saver tutti e frodolenti;
e agradami veder fuggir carizia,
sorvenendo devizia
e abondanza, che pasce e che reface
tutte affamate genti,
unde vanno gaudenti
giocundando e laudando esso che ‘l face.
Ben m’è saver de re che vizi scusa
e casto e mansueto e pur se tegna,
nel cui regno ragion, non forza, regna,
e che l’altrui non cher, né ‘l suo mal usa;
e bel m’è manto alt’omo umil savere;
e bel m’è forte segnore
che rende salute e amore
a soi debel vicini; e bel me sae
omo ricco, che strae
la mano sua d’onne larghezza vana,
e la stende e la piana
a lemosina far d’allegro core.
Bello m’è giovan om semplice e retto
d’onne laidezza netto;
e bello vergognar veglio e dolere
di che fue peccatore
contra Dio nostro segnore,
e bel se mendar sa a so podere.
Piacemi cavalier che, Dio temendo,
porta lo nobel suo ordine bello;
e piacem dibonare e pro donzello,
lo cui desìo è sol pugnar servendo;
e giudice, che ‘n sé serva ben legge
e non torto defende;
e mercante, che vende
ad un ver motto e non sua robba lauda;
e pover, che non frauda,
né s’abandona già, né se contrista,
ma per affanno acquista
che lui è necessaro, e se contene
en el suo poco, tutto allegramente.
E forte m’è piacente
omo, che ben ‘n aversità si regge;
e sorpiace chi bene
onne ingiuria sostene,
e chi ha ‘n sé e chi ben predica elegge.
E deletto veder donna, che porta
a suo segnor fede amorosa e pura,
e che dà pace, e che piacer lui cura,
e saggiamente, se falla, il comporta;
e donna bella che bellezza obria;
e onni donna e donzella,
che basso e rado favella,
e ch’ha temente e vergognoso aspetto.
Veder forte deletto
donna, che sommette e castitate
bellore e gioventate,
e via più s’ha marito avoltro e brutto;
e donna, ch’è vedova sola, ed hae
briga e famiglia assae,
veder ch’acquisti, tegna, tolla e dia
con ardimento tutto
pregio prendendo e frutto,
lungiando a sé peccato e villania.
Sami bon papa, la cui vita è luce,
al cui sprendor ciascun mal far vergogna,
ed al cui specchio s’orna ed a ben pugna,
unde guerra diparte e pace aduce;
e perlato, la cui operazione,
abito albo ed officio,
paga ben quel beneficio
e quella degnità, che data è lui;
e religioso che, poi
[ . . . . . ]
[ . . . . . ]
parte del mondo, no nel mondo sede;
e gentil giovane omo e dilicato,
che ben porta chercato
poi d’onne parte incontra ha gran campione;
e mastro in nostra fede,
la cui vita fa fede
che solo in nostra legge è salvazione.
Agrada e piace e sa bel forte e bono
pensar la benivel bontate
e l’entera e ver pietate
di quel giudice eterno, en cui potenza
resta la mia sentenza;
e m’adolza lo cor sovente audire
la fermezza e l’ardire
de li antichi cristian bon cavaleri:
ahi, che dolz’è membrar la pacienza
e la grande astenenza
e l’ardor de lor gran caritate,
e come al martir gion costanti e feri,
non certo men volonteri
che pover giocolaro a grande dono
e basso cherco a sua gran degnitate.

Guittone d’Arezzo, Amor tanto altamente

Amor tanto altamente
lo meo entendimento
ave miso, che nente
aggio ardimento – di contare e dire
como di lei m’ha priso;
ma vista tal presento,
che lei ha certo miso
come ‘n suo segnoraggio meo desire.
A che di ciò m’aveggio,
certo celar nol deggio;
non che celar lo bene
che del segnore avene – fosse fallire,
(falla chi più piacente
nol fa, che ‘l ver consente),
ma a lo male dia
om ben donare obbria, – poi vol servire.
Eo, che servir talento,
la detta via tegno:
al male obbria consento,
al ben, che ‘n mente e ‘n viso ognor me sia;
e l’opra laudata
(di ciò metter son degno)
è sì, che sia cercata
a chi è d’alta donna en segnoria.
Se serve for fallenza,
che non aggia temenza
perché tant’alta sia,
ché già per gentilia – non vene orgoglio;
ma en ciò non fallire
li po gioia sentire;
ed omo che desia
de su’ par segnoria – laudar non voglio.
Tant’alto segnoraggio
ho disiato avere,
non credo aver ned aggio
al mondo par, secondo mia valenza;
e ciò considerando
quanto e dolze e piacere
su me distese amando,
vecino foi che morto di temenza.
Ma vaccio mi riprese
un pensero cortese:
com sempre gentilezza
face locare altezza – en pietanza.
Allor temor demisi,
fedeltà li promisi;
como l’avea en coraggio
lei feci prender saggio – per semblanza.
Poi ch’aprovò lo saggio
con fina conoscenza,
ch’era di fin omaggio,
ma’ fo suo segnoraggio – conceduto.
Nel suo chiarito viso
amorosa piagenza
fue d’alto core miso,
ch’el senza ciò non mai fora partuto.
Quando de ciò m’accorse,
tal gioia en cor me sorse,
che mi face affollire:
e veggio pur grazire – me ‘n sua plagenza.
Adonque non dannaggio
mi fa lo temor ch’aggio,
ma deggiol bene amare,
ché storbato m’ha fare – ver lei fallenza.
Fallenza era demando
far lei senza ragione;
poi veggio che, sì stando,
m’ha sovrameritato el meo servire.
Però ‘n tacer m’asservo,
perché già guiderdone
non dea cheder bon servo;
bisogna i’ n’ho, che ‘l chere ‘l suo servire,
se no atendendo m’allasso;
poi m’avvenisse, lasso! ,
che mi trovasse in fallo
sì come Prezevallo – a non cherere.
Verrei a presente morto!
Ma non tal penser porto,
né sì mala credenza,
ché sola conoscenza – halla in podere.
Va, canzone, a lei ch’ène
donna e segnor di mene,
e di’ che ‘n nulla cosa
che lei non sia gioiosa – e’ non so vago,
ma di starle servente
tacitore e soffrente;
e vo che di me faccia
tutto ciò che le piaccia; – ed e’ me pago.
Poi Mazeo di Rico,
ch’è di fin pregio rico,
mi saluta, mi spia;
e di’ ch’a ragion fia – el guiderdone
dea perder chi ‘l chiede;
e di ciò fagli fede,
che ‘l servir più dispregia
e guiderdon non pregia – a tal cagione.

Guittone d’Arezzo, Ahi lasso, or è stagion de doler tanto

Ahi lasso, or è stagion de doler tanto
a ciascun om che ben ama Ragione,
ch’eo meraviglio u’ trova guerigione,
ca morto no l’ha già corrotto e pianto,
vedendo l’alta Fior sempre granata
e l’onorato antico uso romano
ch’a certo pèr, crudel forte villano,
s’avaccio ella no è ricoverata:
ché l’onorata sua ricca grandezza
e ‘l pregio quasi è già tutto perito
e lo valor e ‘l poder si desvia.
Oh lasso, or quale dia
fu mai tanto crudel dannaggio audito?
Deo, com’hailo sofrito,
deritto pèra e torto entri ‘n altezza?
Altezza tanta êlla sfiorata Fiore
fo, mentre ver’ se stessa era leale,
che ritenea modo imperïale,
acquistando per suo alto valore
provinci’ e terre, press’o lunge, mante;
e sembrava che far volesse impero
sì como Roma già fece, e leggero
li era, c’alcun no i potea star avante.
E ciò li stava ben certo a ragione,
ché non se ne penava per pro tanto,
como per ritener giustizi’ e poso;
e poi folli amoroso
de fare ciò, si trasse avante tanto,
ch’al mondo no ha canto
u’ non sonasse il pregio del Leone.
Leone, lasso, or no è, ch’eo li veo
tratto l’onghie e li denti e lo valore,
e ‘l gran lignaggio suo mort’a dolore,
ed en crudel pregio[n] mis’ a gran reo.
E ciò li ha fatto chi? Quelli che sono
de la schiatta gentil sua stratti e nati,
che fun per lui cresciuti e avanzati
sovra tutti altri, e collocati a bono;
e per la grande altezza ove li mise
ennantir sì, che ‘l piagãr quasi a morte;
ma Deo di guerigion feceli dono,
ed el fe’ lor perdono;
e anche el refedier poi, ma fu forte
e perdonò lor morte:
or hanno lui e soie membre conquise.
Conquis’è l’alto Comun fiorentino,
e col senese in tal modo ha cangiato,
che tutta l’onta e ‘l danno che dato
li ha sempre, como sa ciascun latino,
li rende, e i tolle il pro e l’onor tutto:
ché Montalcino av’abattuto a forza,
Montepulciano miso en sua forza,
e de Maremma ha la cervia e ‘l frutto;
Sangimignan, Pog[g]iboniz’ e Colle
e Volterra e ‘l paiese a suo tene;
e la campana, le ‘nsegne e li arnesi
e li onor tutti presi
ave con ciò che seco avea di bene.
E tutto ciò li avene
per quella schiatta che più ch’altra è folle.
Foll’è chi fugge il suo prode e cher danno,
e l’onor suo fa che vergogna i torna,
e di bona libertà, ove soggiorna
a gran piacer, s’aduce a suo gran danno
sotto signoria fella e malvagia,
e suo signor fa suo grand’ enemico.
A voi che siete ora in Fiorenza dico,
che ciò ch’è divenuto, par, v’adagia;
e poi che li Alamanni in casa avete,
servite i bene, e faitevo mostrare
le spade lor, con che v’han fesso i visi,
padri e figliuoli aucisi;
e piacemi che lor dobiate dare,
perch’ebber en ciò fare
fatica assai, de vostre gran monete.
Monete mante e gran gioi’ presentate
ai Conti e a li Uberti e alli altri tutti
ch’a tanto grande onor v’hano condutti,
che miso v’hano Sena in podestate;
Pistoia e Colle e Volterra fanno ora
guardar vostre castella a loro spese;
e ‘l Conte Rosso ha Maremma e ‘l paiese,
Montalcin sta sigur senza le mura;
de Ripafratta temor ha ‘l pisano,
e ‘l perogin che ‘l lago no i tolliate,
e Roma vol con voi far compagnia.
Onor e segnoria
adunque par e che ben tutto abbiate:
ciò che desïavate
potete far, cioè re del toscano.
Baron lombardi e romani e pugliesi
e toschi e romagnuoli e marchigiani,
Fiorenza, fior che sempre rinovella,
a sua corte v’apella,
che fare vol de sé rei dei Toscani,
dapoi che li Alamani
ave conquisi per forza e i Senesi.

Lorenzo de’ Medici – Tanto crudel fu la prima feruta

Tanto crudel fu la prima feruta,
sí féro e sí veemente il primo strale,
se non che speme il cor nutrisce ed ale,
saremi morte giá dolce paruta.
E la tenera etá giá non rifiuta
seguire Amore, ma piú ognor ne cale;
volentier segue il suo giocondo male,
poi c’ha tal sorte per suo fato avuta.
Ma tu, Amor, poi che sotto la tua insegna
mi vuoi sí presto, in tal modo farai,
che col mio male ad altri io non insegna.
Misericordia del tuo servo arai,
e in quell’altera donna fa’ che regna
tal foco, onde conosca gli altrui guai.

Michelangelo Buonarroti – Ben doverrieno al sospirar mie tanto

Ben doverrieno al sospirar mie tanto
esser secco oramai le fonti e ‘ fiumi,
s’i’ non gli rinfrescassi col mie pianto.
Così talvolta i nostri etterni lumi,
l’un caldo e l’altro freddo ne ristora,
acciò che ‘l mondo più non si consumi.
E similmente il cor che s’innamora,
quand’el superchio ardor troppo l’accende,
l’umor degli occhi il tempra, che non mora.
La morte e ‘l duol, ch’i’ bramo e cerco, rende
un contento Continua la lettura di Michelangelo Buonarroti – Ben doverrieno al sospirar mie tanto