Federigo Tozzi – Bestie

Che punto sarebbe quello dove s’è fermato l’azzurro? Lo sanno le allodole che prima vi si spaziano e poi vengono a buttarsi come pazze vicino a me? Una mi ha proprio rasentato gli occhi, come se avesse avuto piacere d’impaurirsi così, fuggendo.
Che chiarità tranquille per queste campagne, che si mettono stese per stare più comode! Che silenzii là dall’orizzonte e dentro di me!
La strada per tornare a Siena è là. Vado.
Le case si facciano un poco a dietro, e quel mendicante non mi cada addosso. Almeno l’altro è seduto per terra! Dio mio, tutte queste case! Più in là, più in là! Arriverò dove trovare un poco di dolcezza!
Dio mio, queste case mi si butteranno addosso! Ma un’allodola è rimasta chiusa dentro l’anima, e la sento svolazzare per escire. E la sento cantare.
Verso il settentrione; dov’è di notte l’orsa, dove la luna non va mai!
Ora, se anche io t’amo così, o allodoluccia, vuol dire che tu puoi restare dentro la mia anima quanto tu voglia; e che vi troverai tanta libertà quanta non ne hai vista dentro l’azzurro. E tu, certo, non te ne andrai mai più.
Non fai né meno ombra!
Esciamo dalle strette delle case e dei tetti. La città si chiude sempre di più; le case sono sempre più vuote; e non vi troveremmo niente per noi.
Lasciamola qui, questa gente che metterebbe me al manicomio e te dentro una gabbia!
Sono le tue ali che tremano oppure è il mio cuore? Credo che sia passata la morte, in cerca non si sa di chi. Oh, ma la chiuderemo dietro qualcuno di questi cancelli, in uno di questi vicoli senza sfondo, insieme con la spazzatura! A Siena, ce ne sono di questi cancelli che nessuno apre mai, perché non servono più a niente; dalla parte di dietro a qualche orto che nessuno coltiva; di fianco a qualche palazzo disabitato.

* * *

Nel tinaio, sotto un vecchio barile che aveva perduto anche i cerchi, ritrovo una tavola di sorbo. Perdio! Se mi riesce a segarla come voglio, mi ci viene un bel tagliere.
Prima, con la lima a triangolo, arroto i denti della sega, poi mi metto all’opera. È legno così duro, che, per quanto consumi tutta la sugna che tenevo incartata su la cappa del camino, non giungo alla fine. La sega brucia e doventa pavonazza. E poi, non riesco ad andare a filo. Allora prendo un accettino e concio la tavola alla meglio. Quando ho quasi finito, m’accorgo che c’è un buco fatto da un tarlo. Lo voglio trovare! Spacco nel mezzo la tavola; e in fondo al buco, che gira quasi come una spirale, lo trovo: bianco e tenero, con una puntina rossa. Lo lascio stare: io sono Dio, ed egli è un solitario dentro una Tebaide.

* * *

Da ragazzo mi compravano pochi libri. Mio padre voleva ch’io non leggessi; e, con la scusa che mi sarei sciupato gli occhi, non cavava mai un soldo di tasca. Quei cinque o sei che avevo, li tenevo insieme con la biancheria; e m’avveniva che, quando tiravo il cassetto per prendere una camicia o altro, ne aprivo uno e leggevo senza muoverlo dal suo posto.
Ma, un capodanno, la mia donna si decise a comprarmi per regalo, avendo io insistito fin da un mese prima, quel libro del Verne che si chiama Nel paese delle pellicce. Io cominciai a leggerlo, ma non andavo mai in fondo, perché tornavo sempre alle pagine a dietro.
Finalmente, dopo un tre mesi, giunsi all’ultima pagina come se quelle avventure fossero toccate a me. E più d’ogni altra cosa, forse, mi rimase a mente una figura dov’era un orso che voleva entrare dentro una capanna.
Tutte le volte che ho visto orsi veri, ho sempre pensato a quello; e come, guardandolo, per un bel pezzo mi scuotevo e mi smuovevo tutto.

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Mi ricorderò sempre degli otto mesi che, a Siena, precedettero il mio matrimonio: forse perché non mi accadeva mai niente e tutti i giorni, due volte, scrivevo alla mia fidanzata.
Stavo a retta in Via del Refe Nero, in fondo alla scesa. La mia padrona vendeva il vino e dalla sua fiaschetteria si poteva salire in casa: di lì passava sempre lo sguattero di quella trattoria che avevo incaricato di mandarmi il pranzo e la cena.
Per pigliare moglie aspettavo che i miei interessi, essendomi morto anche il padre, fossero stati sistemati. Parentele non c’erano; ed io vedevo molto di rado anche i miei amici. Andavo a trovarne qualcuno la sera, quando mi ero sentito troppo solo. Anche con la mia fidanzata parlavo, sì e no, tre volte il mese, di nascosto, fuori di città, perché suo padre non aveva ancora voluto dare il consenso, permettendole nondimeno di ricevere le mie lettere e di rispondermi; credo che volesse aspettare la sistemazione della mia eredità, ch’egli supponeva molto al disotto di quanto è stata. C’erano, è vero, molti debiti da pagare; ma non abbastanza da sciuparmela!
Il mio amore sincero per Clementina aveva molto influito su la mia vita e sul mio carattere. Mi ricordo che una volta, per esempio, avrei potuto veder nuda, riflessa dal suo specchio, la mia padrona di casa, che non era né brutta né vecchia ed io invece entrai in fretta nella mia camera. Un’altra volta, d’estate, mi ritrassi dalla finestra perché a un’altra finestra, dall’altra parte della strada, a un piano più basso, c’era una ragazza che si spogliava. Ora non lo farei più!
Ogni giorno m’accadeva di vedere e di osservare le stesse cose e le stesse persone. Il calzolaio di faccia, che faceva invano la corte alla mia padrona: era un ometto piuttosto basso, magro, con i baffetti sottili e gli occhi glauchi: ad ogni momento, lavorando, seduto sul suo panchetto, si passava il dorso della mano, quella libera, sopra i baffetti.
Un altro vinaio che stava su la porta della sua fiaschetteria a guardare sempre quella della mia padrona: qualche volta faceva anche pochi passi, nella strada, con le mani incrociate: portava un grembiule con una gran tasca dove teneva i soldi e le chiavi, un berrettino scuro; e aveva i baffi neri, alto e sempre serio, a capo basso. Quando entrava un cliente nella sua bottega, lo lasciava passare innanzi e dava un’occhiata a quella della mia padrona. Sopra la sua insegna c’era una Madonna, ad affresco, scalcinata e stinta: tutti i sabati le accendeva il lumino, tirando giù la fune a cui era attaccato; riconoscevo perfino il lieve cigolio della carrucolina. E poi restavo, dietro i vetri, a guardare quel lumicino che faceva scorgere soltanto le mani e le ginocchia della Madonna.
Nella casa di faccia alla mia, un poco di sghembo, perché la via non è dritta, c’era un laboratorio di sarta. Una delle ragazze, saranno state quasi una dozzina, non andava, nell’ore di riposo, a mangiare come facevano le altre; ma socchiudeva la finestra dietro la quale prima aveva mangiato, in piedi, il suo spicchio di pane con il companatico, per fare all’amore con uno studente che aveva la finestra di fianco alla mia. Il sole batteva tra l’una e le due, proprio su la faccia, ma stava per tutto quel tempo quasi immobile: era biondissima, con una carnagione più rossa che rosea. Non sorrideva mai, forse per nascondere di più agli altri il suo motivo di star lì.
Sopra a me, abitava la moglie di un pizzicagnolo, e tutti i pomeriggi, il vicecurato della nostra parrocchia saliva da lei: ne sparlavano, ma non ci credo. Era pallida e con un collo così gonfio che mi faceva pensare a quello di un’anatra quando ha il gozzo pieno.
Qualche sera, io escivo e andavo in Piazza di Provenzano: c’era più fresco e vedevo la campagna doventar madreperlacea, dietro le mura della città, tutte rosse e più alte o più basse secondo la forma dei poggi che, di seguito, salgono e poi scendono. In fondo, il Monte Amiata che brillava come una seta azzurrognola; mentre gli avvallamenti del terreno, quasi tutto creta, si empivano di un’ombra violacea, e i rialzi s’illuminavano di giallo o di bianco. Poi l’ombra velava ogni cosa, i colori si confondevano e sparivano: e tutta la campagna mi dava un senso di solitudine che mi scoraggiava. Quando m’allontanavo dal murello, su cui m’ero appoggiato con il petto e con i gomiti, i tre lampioni della piazza erano già stati accesi, la facciata della Chiesa era più grigia, la cupola pareva per sparir nel cielo con la sua palla dorata che non luccicava più. Via Lucherini, in salita, era oscurissima: io tornavo a casa toccando uno per volta i colonnini dalla parte del mio marciapiede. Qualche volta, da un uscetto, che è più alto della strada due scalini, esciva una meretrice che ci stava di casa. Ed io, per guardarla, una volta, buttai giù, urtandoci, una gabbia con un merlo; che un ciabattino teneva attaccata ad uno stipite fuor della sua bottega.

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La mia anima è cresciuta nella silenziosa ombra di Siena, in disparte, senza amicizie, ingannata tutte le volte che ha chiesto d’esser conosciuta.
E così, molte volte, escivo solo, di notte, scansando anche i lampioni. Per lo più andavo fino alla Piazza dei Servi, tutta pendente dalla scalinata della chiesa, con due abeti in mezzo a due piccoli prati, divisi tra loro dalla imboccatura della strada. Accanto alla Chiesa, un convento, quasi di faccia, un angolo: di là dal muro, Siena con tutta la sua torre. Allora pensavo alla mia fidanzata.
Siccome mi riesciva di vivere, così, separato da tutti, ogni volta che qualcuno mi guardava con quella sua curiosità acuta che m’offendeva, io doventavo più triste; e facevo la strada più corta possibile, non passavo mai per Via Cavour, che è quella principale; ma, dal Vicolo della Torre, rasente il Palazzo Tolomei, le cui pietre sono ormai nere, attraversavo e scendevo per il Vicolo del Moro: in fondo, a sinistra, c’era la mia casa.
Basta ch’io mi ricordi di quelle mie tristezze perché mi sembri cattivo anche il cielo di Siena. Specialmente la sera soffrivo troppo, e non accendevo il lume per non vedere le mie mani: la tristezza stava sopra la mia anima come una pietra sepolcrale, sempre più greve; e mi sentivo schiacciato sulla sedia. E avrei voluto morire.
La mattina, quando incominciavano i soliti pettegolezzi e le chiacchiere – la mia padrona, Marianna, non poteva fare a meno, magari con una parola sola, di farmene sentire subito la feroce persecuzione – andavo subito in collera; ed ero certo che sarei stato male tutta la giornata.
O strade che mi parevano chiuse sotto campane di vetro!
O amicizie sognate, e soffocate per forza dentro la mia anima, con ira!
Quando andavo a lavarmi le mani e il viso in cucina, sotto la cannella, quasi sempre una lumaca aveva scombiccherato, con il suo inchiostro luccicante, tutta la porta.

* * *

Egli è tisico: con il viso giallo e incavato. Soltanto la punta del naso ha pavonazza e con qualche bitorzolo. Porta gli occhiali e dentro i suoi occhi pare che cada la cenere. Cammina a lunghi passi rigidi; smuovendo, secondo il piede, le spalle.
Ella si vergogna di mettersi una rosa! I suoi guanti sgualciti e sfondati, la sottana che le resta tra le gambe, il cappello ch’era stato di moda dieci anni prima, le scarpe con i tacchi storti.
Si conobbero a una birreria, accanto al pubblico passeggio, di domenica: i tavolini di pietra, rotondi, gli sgabelli di ferro verniciato, l’orchestrina stonata, diretta dal maestro calvo.
Si sposarono.
Non escono quasi mai insieme; ed ella è seguita da un canettaccio bastardo, spelacchiato e rattrappito, che dopo ogni trenta metri s’arresta per non cadere su le gambe di dietro.

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Mi ricorderò sempre dei bei prati verdi che cominciavano dalla mia anima e da’ miei piedi, e finivano quasi all’orizzonte. Pareva che tutta la terra stesse zitta per forza! O lunghe ventate, che non mi davano tempo di pensare! Forse, non ero triste quanto oggi; e tutte quelle mattine passate in ozio mi facevano bene.
Vedevo i contadini lavorare, di lontano, sul terreno a poggetti: e mi proponevo di andarci a parlare. Ma, fatti pochi passi, non ne avevo più voglia. Allora guardavo le case dei poderi, sempre dietro una sfilata di cipressi, con la strada in salita dove i carri avevano lasciato solchi larghissimi, sciupandola e portando via qualche strisciatura dai greppi. Forse, lo ripeto, non ero triste quanto oggi; e nel mio cuore i sogni non erano come vipere che si sentono buone. Allora, una giornata trascorsa non mi pareva un’altra ruga della mia fronte; e non avevo voglia di piangere, come ora, anche per piccola cosa e anche per niente.
Ma, forse, mi pentirei io di piangere?
Io sono soffocato dal mondo; e, quando parlo, mi pare che la mia anima riesca ad escirne fuora. E perché posso sentire odori che forse né meno esistono?
Io avevo in mente di trovare alberi, ed alberi erano da per tutto. Ma quel cielo, tutto turchino uguale, che mi pareva fossesi chiuso soltanto pochi momenti innanzi che io arrivassi, mi metteva un rimpianto di sogni.
Su i poggi cretacei l’aria splendeva, i fieni tremavano e luccicavano; e dalla strada, ch’io non vedevo, si fermavano, quasi salendo sopra i greppi, lunghe strisce di polvere dietro le automobili. Quella polvere pareva gialla; ma, diradandosi sempre di più, cominciava a brillare proprio nel momento ch’era per sparire affatto.
Dopo aver guardato, scendevo lungo i confini umidi del mio campo, dove l’erba era sempre più fitta e più alta. Talvolta nascondeva l’acqua traboccata dal fossetto; e mi bagnavo tutte le scarpe. Arrivavo fino ad un pinzo, dov’era un nocciolo selvatico; fermatomi dinanzi a lui, a poca distanza, non andavo via senza prima aver troncato un ramicello che mettevo subito in bocca. Risalendo il confine, verso casa, mi chinavo, senza fermarmi, per strappare un ciuffo di nipitella; e la sfregavo tra le mani.
Sul mio poggio, rivedevo i cipressi e le siepi. Allora guardavo lungamente il turchino, ed ero contento di vedervi un pettirosso che ruzzava con le sue ali.

* * *

Io non so chi fosse il morto. La marcia funebre suonata dalla Filarmonica mi fece balzare da sedere: il carro a cavalli aveva già voltato per un’altra strada, e le fiamme delle torce mi fecero caldo al viso. Passò la folla degli amici e dei curiosi. Le corone, sorrette a mano, si comportavano così bene che ciascuna s’appoggiava su le braccia dei due uomini come se non avesse potuto più resistere al pianto della musica. I ceri cercavano di cadere. Lo stendardo, verdastro e sporco, faceva di quando in quando alzare gli occhi incappucciati di bianco; le cui medaglie attaccate alla cintola sbattevano.
Quando tutto il corteo fu passato, io rimasi alla finestra rodendo con i denti il legno della persiana. E mi distrassi, a poco a poco, guardando una zanzara le cui ali parevano infilate a due pezzetti di capello.

* * *

Invidio quel ciabattino che suona così bene la chitarra quando non ha più voglia di farsi male alle dita con la lesina. Una ventina d’anni, una gamba sola, e poca voglia di lavorare.
Le donne, che tornano invano più di una volta a riprendersi le scarpe, stanno con lui sempre a chiacchiera.
Quando ha fatto colazione, stende la gamba di legno su la seggiolina del compagno, il quale va a cucire in fondo alla stanzetta: il suo bel viso esprime una contentezza, quasi cattiva e viziosa: ha i capelli lunghi e a zazzera, gli occhi chiari, furbi ed anche intelligenti. Se poi si mette a cantare, quando ha finito ride, seguitando a fare qualche accordo più piano che è possibile e pigiando perciò subito la mano su le corde. Quella sua chitarra ha una voce che riconoscerei fra cento altre con le corde un poco lenti e molli, rauca e triste.
Egli dà la baia a tutte le ragazze che passano, alzando il viso dall’uscetto. Ma essendo la sua bottega, senza finestre, più bassa della strada quattro scalini, le ragazze lo sentono e non vedono nessuno. Ho notato che qualcuna trattiene il passo per capire da dove viene quella voce.
Egli dice più bestemmie che non dia punti alle suole. Ha bestemmie inventate da lui e che, dagli altri, ridendo, sono lodate così: – Me le insegna Fonfo!
La sua bottega somiglia a quella di tutti i ciabattini; non è difficile ch’egli ve la faccia ammirare, se andate a parlargli.
Nella parete più larga, quella dinanzi alla porta, ci ha impastato un calendario tredici anni fa, quand’era ragazzino. Il suo babbo, religioso, teneva una madonna quasi all’altezza del soffitto, e sopra una tavola sorretta da due mensoline di gesso le accendeva il lume ad olio tutti i sabati. Ora c’è rimasta la madonna e il bicchierino del lume che invece d’olio è pieno di polvere nera.
Ma non so definire l’effetto che mi produce Fonfo quando fa saltare in cima alla gamba di legno, tenendola su più alta del capo, la gazza spennacchiata, sudicia e sempre fradicia, perché entra nel catino dove egli bagna il cuoio.

* * *

Il Migliorini è un uomo che lavora la terra a un tanto il giorno; cambia padrone quasi tutte le stagioni, ed è bravo a potare le viti.
Egli comprò, da un suo amico rigattiere, la Gerusalemme e l’Orlando: dieci volumi di quella carta che pare cencio, e con una piccola figura ogni canto. Quando è l’ora di riposo cava dalla sporta, lasciata a un ramo di qualche pianta, un volume, e lo legge agli altri.
L’anno che lo conobbi, se pioveva entrava dentro una porta vicina al mio podere, dove ci potevano stare a pena in dieci, seduti sopra pezzi di legno secco e avanzi di potature.
L’acqua sgocciolava da per tutto e colando dal tronco di un pesco, nato quasi a traverso l’imbocco, faceva una pozzanghera proprio nel bel mezzo. Ma il Migliorini, con la zappa, scavando un fossetto e alzando un argine con la terra smossa, aveva provveduto in modo che le scarpe non se le bagnavano più. Poi, acceso un poco di fuoco, arrostiva le fette del pane, infilandole ad una frusta che egli girava, tenendo l’Orlando aperto sopra una coscia e stando in ginocchio con l’altra gamba.
Io mi ci sarei indolenzito subito.
Ad ogni ottava, faceva il commento a modo suo, e poi:
- State a sentire com’è bella! Non pare vera?
E batteva le lunghe dita terrose sul libro. Sapeva dire in poche parole la storia di ogni personaggio; e rispondeva a tutte le domande che gli facevano i compagni. Aveva gli orecchi bucati; ma aspettava che morisse un suo zio che gli avrebbe lasciato due anelli d’ottone. Portava i capelli lunghi da dietro, come una ragazza a cui stanno per ricrescere dopo che le sono stati tagliati. Teneva il cappello sopra gli occhi, ed era molto alto. Quando tornava a casa, infilava la sporta al braccio fino al gomito: d’inverno aveva un pastrano turchino; e al cappello, in vece del solito nastro, una trina nera da donna.
Una volta, veduto un rospo, insegnò come si uccidono: si prese di bocca, con un dito, la cicca che biascicava e, messala in cima al coltello, gliela cacciò dentro la gola. Il rospo cominciò a tremare, doventando quasi giallo; apriva e chiudeva gli occhi, che parevano più piccoli e più lucidi. Quando venne il padrone, perché l’ora del desinare era passata, con un calcio tirarono in fondo alla balza la bestia già morta, dove facevano le fosse per le viti. E quando, l’anno passato, ripulirono un gran frontone putrido e verde che pareva una palude, di fianco a un bosco di querci e di castagni, pieno di macigni e di radici nere, cavavano fuori dall’acqua i rospi con una rete fatta con il filo di ferro, per metterli dentro un secchio. Quando il secchio era colmo, aprivano una buca con una vanga; e ve li zeppavano dentro. Poi li ricoprivano di terra; e sopra, dopo averci pigiato con i piedi, lasciavano uno di quei macigni più pesi.
Io andavo da una pianta all’altra senza dir niente, perché sarebbe stato impossibile farli smettere; con il cuore doventato mencio. Ma come mi s’empì la bocca di saliva che pareva bava, quando vidi una rospa che pareva un grande involto! E poi che ella mi guardava con quei suoi occhi di ragazza brutta, forse più acuti dei miei, mi sentii venir male.
Ma due anni fa, dopo il vespro, per tornare a casa, io dovevo camminare lungo un viottolo fatto sul margine di un torrente, scansando a ogni passo i salci e i pioppi. La mia scontentezza cresceva come le ombre; e niente c’era di peggiore della sera diaccia. Le nebbie salivano lungo il torrente, i salci sgocciolavano, con le gocciole che si fermavano un poco in punta alle foglie all’ingiù, i pioppi erano umidi. I poggi s’oscuravano, e le terre lavorate doventavano più nere. A qualche podere vedevo una finestra con il lume. Le chiese avevano già suonato, e i loro echi m’erano parsi di un azzurro così cupo e taciturno come erano taciturni gli usci rossi delle capanne chiuse e le aie deserte.
Siccome la strada era lunga, mi si faceva buio presto; e, se nessuno s’accompagnava con me, camminavo più piano quantunque mi crescesse la fretta d’arrivare. Che tristezza desolante e silenziosa! Qualche volta un rovo, i cui tralci erano stesi in terra, mi si attaccava ai calzoni: prima di distrigarmi, mi approfittavo d’esser stato fermato per sfogare la mia scontentezza guardando l’ombra dietro a me. Ma tutto il torrente era pieno di rospi da dove ero venuto a dove andavo, anche così lontano che gli ultimi a pena s’udivano; e la loro voce che mi pareva tranquilla, ed è invece tremula, mi consolava. Tutti gli altri che avevo veduto morti o agonizzanti ricordavo allora! Quello a cui con una frusta di salcio avevano fatto un nodo scorsoio e l’avevano lasciato lì ciondoloni; quello infilato, dal ventre, a una canna aguzzata: la canna riesciva dalla bocca, e il sangue colava più grosso e scuro; quello a cui avevano schiacciato con i sassi tutte e quattro le zampe; quello accecato con i tizzi della brace; quello sbudellato con un colpo di falcino; quello schiacciato dalle ruote del carro, a posta; quello lanciato in aria dando un colpo sopra una tavoletta messa in bilico; quello pestato dai due fidanzati; questi sono i rospi che ho visto morire, silenziosi, con quei loro occhi che di notte luccicano.

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Dietro la mia aia ci sono due pagliai quasi uguali, l’uno accanto all’altro che a pena ci passa tra il mezzo un uomo. Sedendomi in cima all’aia, dove tira meno vento, vedo tra i due stolli, un pezzo d’orizzonte. Non c’è mai niente; né meno le stelle, perché stanno più alte; ma non so perché seguito mezze ore a tenerci gli occhi pensando tante cose.
Una sera mi divertivo a veder le nuvole che, a brancare fitte, una dietro l’altra, passavano tra quei due legni. Era già più di un’ora; ma il vento tirava sempre eguale facendo un brusio tranquillo dietro le mie spalle, nel bosco di una villa. A volte, ascoltando, pareva che il brusio crescesse sempre di più; ma mi accorgevo subito che era un’illusione.
Dunque, le nuvole venivano forse per ruzzare, ma senza mai urtarsi o trattenersi, dubitando della strada: talvolta, se tenevo il capo riverso, mi pareva un’enorme nevicata a sguiscio, orizzontale: e, in fatti, quelle nuvole parevano immensi fiocchi di neve; ma non traballavano e non deviavano. Da dietro all’ultima collina facevano a pena in tempo ad apparire che già erano sopra i due stolli: di quelle passate dietro di me non me n’occupavo, ma mi pareva di udirle correre cadendo sopra l’altra cerchia di poggi dove tramonta il sole. Ad un tratto, si diradarono; il vento cambiò, mulinando un poco e buttandomi su gli occhi la polvere dell’aia. Allora una nuvola sola, grande, piatta, candida nel chiaro di luna, ma soffice e leggera leggera, si fece avanti. Di mano in mano che s’avvicinava, si stese di più, perse qualche lembo; si forò, ma si richiuse; non molto compatta, quasi per cadermi addosso; a pena sorretta dal vento che doveva durare fatica a smuoverla. A mezzo cielo, si fermò. Allora m’accorsi che tutto l’orizzonte ormai ne era coperto. La luna che io non potevo vedere, la illuminava così bene di sotto che quasi abbagliava gli occhi; specie la sua punta; mentre il turchino del cielo s’era fatto più nero, senza stelle. Quando smisi di guardarla, e girai gli occhi intorno, mi sentii smarrito e per morire subito; ed avrei avuto bisogno di appoggiarmi: ma mentre così aspettavo che mi passasse il malessere e di tornare bene in me per andarmene, mi rasentò, come se fosse mandato da quella stesa di nebbia così alta, un vipistrello.

* * *

Dove vai tu ch’io sento parlare e perciò riconosco? Tu non esisti, ma io vedo lo stesso come sei vestita; ti vedo camminare, ti sento vicina; e scorgo bene il tuo viso. Allora, non mi rimane che mettermi a scrivere, perché ci sentiamo già d’accordo; ed io qualche volta suggerisco e finisco i tuoi pensieri, e qualche volta bisogna che ti ascolti. Tu sparirai come una bolla di sapone; anzi bisogna ch’io mi affretti perché tu mi giri intorno con troppa fretta, rapidamente.
E se m’avvicinasse una persona di casa, ecco tu, o allucinazione, te ne andresti dietro la porta; ed è probabile che tu non tornassi.
Potrei raccontare con precisione come sei pettinata, come tieni le mani.
Ma ecco sento chiacchierare da vero; e un piccione, beccando a un vetro della finestra, ti strappa da me.

* * *

Per lo più i nomi di quelli che fanno parte d’una famiglia acquistano un’armonia che li riunisce, sembrano fatti d’una stessa materia, come i chicchi di un rosario. Già i nomi, che si tramandano da avo a nipote, completano questa fisionomia.
Delle persone che amiamo, dei nostri parenti, non rimane nel tempo che il loro nome; quand’essi non sono né meno doventati fotografie sbiadite negli angoli meno visibili del nostro salotto.
Siccome la mia zia era morta povera, non avevo mai più aperto l’armadio dove stavano ancora i suoi abiti. Soltanto dopo cinque anni, dovendo ripulire la casa per prendere moglie, untai con la penna e con l’olio la serratura prima di ficcarci la chiave piena di ruggine.
Dunque dicevo che la mia zia aveva una voce che ricordava le pasticche biascicate senza che nessuno se ne avveda. Tutte le volte che veniva a cercarmi, ch’io l’avessi chiamata o no, teneva le mai, una dietro l’altra, nel grembo. Quando se ne andava, era certo che le moveva perché aveva intenzione di mettersi a qualche faccenda.
Si chiamava Betta, ed aveva cinquant’anni quando morì di male nervoso.
La sua vita ch’ella non mi confidava, il suo modo di parlare per nascondersi di più che fosse possibile; per me non era che una vecchia vestita male, con molte grinze, senza denti, senza sentimenti, affezionata, paziente, modesta.
Accendeva i fiammiferi soltanto sull’impiantito, a mangiare ci metteva tre volte più di noi e mangiava meno, voleva essere l’ultima ad andare a letto, la prima ad alzarsi; quando non faceva niente, s’appoggiava sempre a qualche cosa, in cucina, alla madia; si confessava ogni mese; era di stomaco debole, non le piaceva l’agnello; non sapeva né leggere né scrivere; canticchiava quand’era sola. Tutte le cose che diceva riguardavano solo quelli della famiglia. Per solito cominciava così: “Il mio povero marito…”. Aveva tre figliole tutte sposate, che andava a trovare per le feste solenni.
Era invecchiata tra cinque casupole, che chiamano Ferraiola, a ridosso d’una scorciatoia scavata sul galestro e le macchie di ginepro. Questa scorciatoia è l’ultima svoltata, dinanzi al lavatoio, che si trova per salire a Pari; e porta, passando da casale, fino a Paganico e poi a Grosseto.
La prima figliola stava a Pari, ossia distante meno di mezzo chilometro da Ferraiola; ma la zia non si sarebbe mossa da casa senza mettersi il miglior vestito, e parlava di Pari come di un territorio straniero, a cui non s’appartiene e con il quale non c’è niente da vedere, dove non si va che di rado e il meno possibile e per qualche ragione speciale. Non importava che dalla sua finestra vedesse tutto il cocuzzolo del caseggiato!
L’ultima volta che la mia zia venne da me, mi portò, dentro un fazzoletto, due conigli da razza che le graffiarono le mani.
Bisognò disinfettargliele; ed ella non voleva e ci pianse.
Nei grandi prati, che mi piacevano anche prima di leggere il Petrarca, torno per vedere i fiori che avrei offerto, molti anni fa, a qualche ragazza che me l’immaginavo come ora la vedo disegnata in qualche libro. Doveva esser soprattutto buona e sentimentale; e mi doveva amare sempre lo stesso quantunque l’avessi sposata. E, qualche volta, rileggendo le nostre lettere, dovevamo sospirare insieme.
Ma i fiori ci sono anche quest’anno e forse di più, perché il tempo è stato meno secco; e allora mi vien voglia di correre verso l’orizzonte per vedere se mi riesce d’abbracciare questa donna che mi pare più viva di prima.
Ma c’è soltanto una rondine che stride.

* * *

Le notti d’estate non dormivo: e, s’ero andato a letto piuttosto presto, mi rialzavo e uscivo. È strano come la notte mi sia impossibile pensare a quel che ho fatto il giorno! È per me un altro mattino che comincia. I miei sogni, allora, sapevano d’aceto od erano voluttuosi.
E le strade solitarie dove i lampioni parevano acchiapparsi al muro per non cadere dalla stanchezza, svegliavano tutti i miei brividi, e cercavo per l’indomani gli amici e la donna da amare, che non avevo mai. Quando tirava vento, qualche manifesto staccato, sotto un arco, sbatteva al muro, e anche il mio cuore sbatteva.
Quando amavo sempre la medesima, mi piacevano i tetti rossi e i geranei. Di primavera m’ostinavo a doventar cattolico e d’inverno sognavo di doventar ricco.
Ah, non dimenticherò che ella si faceva togliere le calze da me perché le baciassi i piedi, si faceva sbucciare le frutta, mi bruciava il viso con la sua sigaretta! E perché, quand’ella mi teneva abbracciato, io guardavo noi due nello specchio e non sapevo se fossimo di qua o di là da esso? E perché dimenticavo perfino il mio nome? Ella mi aveva ingannato sempre, ma ero così abituato a lei che l’amavo egualmente. E per la stessa ragione che l’orsa la notte splendeva, così doveva esserci il mio amore; e mi pareva che la mia bocca fosse nata soltanto per baciare lei. Ah, sì!
Mi piacevano i tetti rossi, i platani pieni di foglie, le acacie quando avevano messo i loro fiori, i muri delle strade e le finestre chiuse! Ma più di tutto, lo ripeto un’altra volta, mi piacevano le distese dei tetti rossi ch’erano una festa per la pioggia e per il chiaro di luna che mi faceva stare con la testa ai vetri.
Pensavo, in vece a cose che avrebbero dovuto nascere l’indomani e che io stesso dimenticavo. Non so di che mi vergognassi.
In campagna mi fermavo sotto un albero che aveva i rami troppo schiacciati, e gli offrivo di sorreggerli con la mia anima. E prima d’entrare in una strada io mi ci affidavo tutto. La stessa città mi pareva forse più di cento città; quella di quando avevo vent’anni non somigliava a quella di venticinque; la molta gente, che conoscevo, mi faceva lo stesso effetto di un pianoforte se si pigiassero insieme tutti i suoi tasti.
Rientrato in casa, deliberavo di star con la finestra aperta e allora la notte aveva una dolcezza piena di estasi sovrapposte, come accordi, dal silenzio. Palpavo, con le braccia scosse da brividi, il mio letto dove m’aspettava il sonno come un compagno. Ma io ero certo di non aver mai dormito; e mentre la musica della notte entrava, quasi di corsa, dalla finestra, io ascoltavo in piedi nel mezzo della stanza: la mia giovinezza era una cosa sola con il tempo, che mi trasportava con sé. E respingevo da me l’ultima donna, la cui nullità mi faceva un poco ribrezzo.
Ma perché, dunque, quando due briachi cantarono io non chiusi la finestra? Perché la loro voce mi dava una gioia irrefrenabile, una contentezza che non mi faceva star fermo? Sapevo forse spiegarmi quel che fosse avvenuto? Non potevo io aver ucciso molta gente? Di che cosa temei, all’improvviso? Perché non morii in quel momento di dolore?
La voce dei due briachi divenne come un disperato singhiozzo lungo, una tristezza che mi faceva raccapriccio. E, quando, affievolita, fu per sparire, io mi sporsi dalla finestra: le stelle mi parvero più belle, e lì ad aspettarmi.
E capii perché un gatto, accovacciato su la porta di casa mia, fosse scappato quando gli fui vicino.

* * *

Che primavera disperata e terribile! Avevo ancora da pagare il conto del fabbro, quello del falegname, quello del carraio, quello della spazzatura, dello zolfo, del maniscalco, e i soldi non c’erano. Il tepore dell’aria mi faceva girare la testa.
Andavo per il mio campo, da un filare all’altro, quasi tutto il giorno, senza perché, come un cane che cerca un osso qualunque. La sera, prima di dormire, soffrivo anche di più; e mi sforzavo di non pensare a niente, ma di sognare subito. Una mattina mi alzai con la voglia di uccidermi: dalla finestra pareva che anche il mio campo si travolgesse come me, nel vento; come mi volesse portar via tutti gli olivi. I muri della camera si facevano sempre più stretti, accostandosi insieme, e il mio respiro si mescolava con il loro; sentivo il sapore della calcina. Sono certo che piangevo! Mi pareva di cadere con la testa in giù, senza aver niente a cui sorreggermi.
Un tratto, proprio dinanzi alla mia bocca, io vidi un ragnolino, quasi trasparente, attaccato, come un peso, al suo filo.

* * *

Era dopo mezzanotte. Ogni passo che facevo verso la mia casa pareva che mi troncasse le gambe. E dovevo arrivare a tutti i costi! Io non amavo più la donna che mi aspettava; e perciò, qualche volta, mi soffermavo con gli occhi fissi alle stelle, sentendomi doventar pazzo e cattivo. E già vedevo il tetto della casa, nell’ombra di otto cipressi, più suoi che miei perché niente mi pareva mio all’infuori della donna che non amavo.
La mattina dopo, avrei avuto la forza di andar via, perché il suo pessimo amore non corrompesse più il mio sangue? Per fortuna non l’avevo sposata, e non volevo più che la sua anima, falsa come due dei suoi denti, sebbene non m’avesse mai tradito, cercasse la mia quando sognavo l’amore che devastava tutta la mia anima. Mi pareva di durar fatica ad attraversare il chiaro di luna, così silenzioso, tra le ombre delle fronde e quelle delle cancellate dinanzi alle ville.
Quando fui presso un pino, sentii un usignolo; io feci un grido, e poi gli tirai un sasso. Avessi avuto un fucile!

* * *

Una sera d’estate mi sedei a piè d’un greppo e cominciai a fumar sigarette l’una dopo l’altra. Era molto scuro, e le stelle parevano così piccole che certo avrebbero bucato. Avrei voluto con me un amico per parlare di qualche cosa, o meglio per ascoltarlo. Quando voglio bene ad un amico, mi piace di più star zitto fumando.
Quasi annoiato e intristito a star lì, appuntellai le mani su l’erba e feci per alzarmi. Allora un grillo, così vicino che non raccapezzavo dove, cominciò a cantare. Era tra le mie ginocchia, forse? Era dietro di me? Né meno. M’era saltato addosso? Mi scossi tutto: no. Dovetti andarmene, e mi misi a piangere.

* * *

A diciannove anni mi venne l’idea che sarei morto tra qualche mese. Non so perché, tanto più che non ero ammalato né avevo mai tossito. Ma m’ero convinto, e basta.
Con l’ebbrezza della mia adolescenza mi sentivo doventare amico di tutte le cose, ed io mi preparavo a salutarle, qualche sera, quando la luce del tramonto si stendeva sopra i tetti di quella parte della città che guardavo, seduto su la mia poltrona dove sarei certamente morto. E nel tempo delle vacanze, non mi voltavo né meno verso il mio scaffale pieno zeppo dinanzi alla scrivania inclinata; della quale avevo contato scrupolosamente, con angoscia, tutte le macchie d’inchiostro.
Ma i tetti erano là, cominciando dal mio davanzale, come un pendio che volesse precipitare la mia anima nell’oscurità silenziosa e diaccia della campagna. Qualche sera, escivo e andavo fuori di porta fino a Pescaia dove stava un contadino che teneva sette mucche. La mia malinconia aumentava con la sera; e i lumi a olio, che vedevo dentro la stalla di quel contadino, perché per lo più l’uscio lo lasciava aperto, mi tormentavano come una dolcezza che non potevo spegnere con me. Dopo di me avrebbero bruciato ancora; e forse, qualcuno li avrebbe guardati volentieri. E siccome non potevo mangiare, perché digerivo male, dicevo al contadino che volevo bevere un bicchiere di latte a pena avesse munto. Quando l’avevo bevuto, sempre con due sorsate che cercavo di fare uguali, guardavo le mucche che avevano il muso dentro la mangiatoia.

* * *

Qualche mattina, anzi giorno, sono entrato nella Basilica di San Francesco, a Siena. I colori delle vetrate erano lividi, come pezzi di diaccio, con i santi e le sante intirizziti, dentro e attraverso.
Cercavo di camminare in punta di piedi per non udire il mio passo, e m’avanzavo fin sotto l’altare maggiore; poi, tanto a destra che a sinistra, andavo da una cappella all’altra, cercando con superstizione di fermarmi, dentro ciascuna, più nel mezzo che mi fosse possibile ma senza troppo tempo a mesurare lo spazio con gli occhi e restandoci finché non avessi contato fino a cinquanta. Dopo ogni cappella la mia esaltazione mistica si faceva sempre più completa, e mi veniva in mente di non escire più dalla Basilica. Tutto il mondo, attorno alle sue alte mura, diveniva sempre più dolce e più religioso. Qualcuno faceva segni di croce che rimandavano indietro le folgori e arrestavano il vento. Gli organi cantavano insieme con la mia anima, che fruttificava come un miracolo fatto sopra una vigna. (Certo il ricordo di qualche leggenda manoscritta, letta alla Biblioteca Comunale).
Le campane suonavano, le ore battevano; e tutto era musica. L’azzurro del soffitto di una cappella si moveva e si apriva; gli angioli venivano fuori come se fossero stati sospinti dall’infinito. Gli affreschi del Lorenzetti si animavano; tutto il medio evo era dinanzi a me; io mi sentivo una spada in mano, e dovevo per primo cominciare battaglie che duravano secoli.
Io sorridevo guardando il sagrestano che zoppicando portava la scala da un punto all’altro delle lunghe pareti.
I sacerdoti mi benedicevano, il papa m’invitava a trovarlo.
Scricchiolò in una cappella, da un lato, una cassapanca antica: corse attraverso tutto l’impiantito, sparì, come il brivido dalla testa ai piedi, un topo.

* * *

Gli interessi tra mio padre e i miei fratelli ci facevano inasprire; e, a poco a poco, cominciammo a odiarci l’un l’altro come se fossimo i peggiori nemici. Evitavamo di parlarci, e quando non era possibile farne a meno, per quanto vivessimo tutti separati, le discussioni finivano sempre a pugni e a legnate; anzi una volta, ci mancò poco ch’io non ferissi, con una coltellata, mio padre. Quando li lasciavo, mi sentivo arso dall’odio; come se tutto il mio sangue doventasse veleno per loro, e le mie maledizioni attraversavano l’aria come quei lampi che vengono proprio sopra la testa. Un giorno o l’altro avrei minato le case!
Me ne tornavo, una volta, così pieno d’ira e d’odio che ne subivo, quasi immediatamente, una stupefazione densa, molle, paniosa, che soddisfaceva la mia anima. Alla mia anima appiccavo i miei fratelli e mio padre; e mi sentivo il sangue più arido della terra screpolata dall’estate; fermandomi a rompere con i tacchi qualche zolla entro la quale s’eran perfino seccati i fili di gramigna, le cui punte bianche apparivano fuori. Se qualcuno m’avesse raggiunto o m’avesse detto: “sono tutti morti” finalmente la mia anima si sarebbe riavuta. Ma no, no; mai!
Voglia Dio che l’azzurro che respirate, così bello e limpido, divenga fiele o così duro che moriate subito a bocca aperta con i denti troncati in vano per roderlo! Che le vostre case entrino dentro la terra; e sopra ci verrò a ballare con un’intera banda di musicanti che pagherò quanto vogliano! Cada il veleno dal cielo, e stasera sappia che siete affogati in quel fiume che vi farei bere per forza!
Quando fui in cima alla salita, vicino a un aratro, vidi una lucertola morta, con le gambe aperte all’insù, così sottile e pallida che singhiozzai.

* * *

Con mia madre che mi voleva molto bene, andavo da luglio ad ottobre, in villeggiatura. Mangiavo il pane dei contadini, che di nascosto mi facevano bere il loro vino anche a mezzi bicchieri per volta. Io stavo quasi tutto il giorno insieme con i loro ragazzi, a cui insegnavo a rotolarsi giù per le balze del tufo sodo, a fare gli archi con una frusta o con un laccio delle scarpe. Senza che ne avessimo bisogno, andavamo a rubare negli altri campi; e, così, mangiavo tante pesche, la maggior parte acerbe, che mi sentivo la pancia più dura di un muro. E noi ci divertivamo a picchiarci, vicendevolmente, cazzotti sopra. M’ero fatto scuro e grasso: bestemmiavo e cantavo lungo i borri in fondo alle vallate, camminando tra i roghi, le canne e i pioppi; che si sentivano tremare sotto le nostre mani. Qualche volta andavamo a pesticciare sui seminati, scappando a tempo con le scarpe che non si alzavano più da quanto fango c’era rimasto attaccato. Ma ero contento di non portare più il colletto e d’avere una giubba non meno rattoppata di quella dei miei amici. Ci sentivamo con un mezzo fischio, ci capivamo a volo storcendo a pena la bocca o alzando le sopracciglia e raggrinzando la fronte: certe nostre risate avevano significati impossibili agli altri; e, ormai, non c’era più nascondigli dentro i quali non fossimo stati. O zufoli di canne e di buccia di castagno! O fruste agili e flessibili, con le quali qualche volta ci segnavamo le gambe nude! O ginocchi incrostati di sudicio, piene di ferite e di lividi! O dormite fino alla mattina, finché non m’avevano chiamato due o tre volte! E chi dirà la mia gioia quando, grattandomi i capelli con le unghie, la mamma mi disse che mi avevano attaccato i pidocchi?

* * *

Io ho sempre avuto poco tempo di voler bene a qualcuno.
Quell’estate era così calda che né meno in cielo c’era posto per lei. Pareva che il sole si levasse sempre più grande, ed era impossibile farsi un’idea di quando sarebbe tramontato.
Siepi polverose, cipressi che parevano per seccarsi, alberi, morti, saggine e granturcheti doventati bianchi, fili di ragno così lucenti che parevano di metallo che tagliasse le mani, usci screpolati, botti sfasciate, la terra così dura che non la lavorava più nessuno, i letti dei torrenti senza libellule e con l’erba appassita, salci che non crescevano più, gelsi con la foglia piccola, vomeri lucenti, sassi che scottavano, nuvole rosse come fiamme, stelle cadenti!
Una cicala, sopra il nocchio d’un olivo, canta: la vedo. Mi ci avvicino, in punta di piedi, stando in equilibrio dall’una zolla all’altra. La stringo. Le stacco la testa.

* * *

L’aria dava una sensazione di violenza. Nel cielo c’era una nuvola che pareva una fiamma; e vapori bianchicci e torbidi, quasi pigiati da tutto l’azzurro grande, un azzurro un poco violaceo e umido. Ma che m’importava, se io avevo perfino paura di guardare intorno a me?
La notte innanzi, destato tra un sonno e l’altro, avevo sentito portar via le stelle e l’obbligo di non arrivare fino alla sera dell’indomani. Ed ecco, invece, ch’io m’ero messo ad aspettare questa sera! Ecco che io volevo vivere per forza ed inutilmente, quantunque tutte le cose rifuggissero da me. Ecco che per un tempo indefinibile, un anno forse, io mi esponevo a ritrovare i segni della mia sofferenza tutte le volte ch’io avessi voluto aprire gli occhi e il respiro. Ma io vi andavo incontro come ad un cadavere che avessi dovuto seppellire dopo aver desiderato di assomigliargli. Ecco che la mia tristezza veniva ad oscurare definitivamente la mia anima.
Ma ora avrei voglia di scrivere una novella, i cui personaggi fossero burattini di legno. Io credo che essi possono meglio di noi godere della luce e delle altre cose belle. Chi non ha visto quanto piacere hanno quando sono mossi dai loro fili? Essi recitano volentieri; e sento tutto il baccano che fanno entro la trama della novella. Inoltre, Rosaura non m’ha ingannato mai; e il vestituccio se lo cambia pure che voglia io. Tutta la mia tristezza sentimentale non costa l’occhiata di vernice della mia dolce Rosaura. Vedo che nessuna donna vera è gelosa di lei; ma ha torto.
Oggi (già passato un anno?) il cielo è in un modo che pare rosolio; e i calabroni se lo bevono tutto.

* * *

Ah, sì, ella mi ama tanto che mi viene da piangere! E, come se io non l’avessi amata mai, sento tutt’insieme la voglia di vederla e di mettere la testa sopra il suo petto.
Ma perché soffro così e non vado a trovarla? Non c’è più la mia casa, i muri si spalancano, ed io mi metto fermo; così fermo da sembrare che le cose si muovano.
Il mio alito fa appannare i vetri della finestra, ma lo specchio sembra un abisso che divora tutto.
Una canzone che forse canterebbe qualcuno andandosene; il respiro del tempo, che io sento lo stesso quantunque tanto lontano che c’è da impazzirne; la mia giovinezza che non è più con me; quelle rose vere che, se doventassero grosse e larghe come le voglio io, ne proverei sollievo; e quella mosca che si move, sopra il tavolino!

* * *

Non ho mai guardato dentro un pozzo senza pensare alla morte. Quando la brocca, tirata su dalla contadina, la rivedevo dondolare al gancio della fune, mi pareva che fosse stata salvata. E, prima di beverci, mettendola piegata alla bocca, lo sguardo a quell’altra acqua dove i riflessi del cielo si spezzavano!
Aprendo la finestra, la mattina, la prima occhiata era al pozzo; la sera, rientrando in casa, mi allontanavo in fretta dal pozzo. E i mendicanti che si fermavano a bere! E le loro lingue molli della sua acqua! E la bella pioggia, limpida e allegra, che v’andava dentro giù per le grondaie contorte, attorno alla mia casa! E l’annaffiatoio che non ne aveva paura! E la capra che, belando, vi s’arrampicava!

* * *

La strada dove non sono più stato è quella che m’era piaciuta tanto, forse più delle altre.
Già non vi passava nessuno! L’erba v’era alta, con il muschio così verde che pareva una vernice a olio, sciolta.
Sempre l’ombra del muro altissimo, scrostato, scalcinato; un’ombra che pareva più pesa del muro, fredda, silenziosa.
E di là, a pochi metri di distanza, il sole chiaro e caldo, e le farfalle che quando si sono prese in mano bisogna ucciderle!

* * *

In fondo a un cassetto, che odora di stantio e di cose andate a male, quante bricciche ritrovo! Un pezzetto di canna, con la quale volevo fare uno zufolo, un giornale illustrato, un coltello che non taglia più, un manico di lesina, tre bottoni e poi un cartoccino, giallo, legato stretto stretto con un filo bianco.
L’apro per vedere che c’è; semi di papavero. Quando sono per buttarli via dalla finestra, perché ormai non devono nascere più, vedo un piccolo insetto che non conosco: una specie di scarabeo verde e d’oro, quasi trasparente come un vetro prezioso. Mi dispiace.

* * *

Volerti dimenticare! E i discorsi che ti fo! E i miei sorrisi e la voglia di venirmi a inginocchiare, e la luce dei tuoi occhi! E il tempo con il quale riempio la distanza tra me e te! E qualche tua parola che par viva e sola! E il pensiero che, se t’amassi, sarei felice! E tu che non mi hai rimproverato mai! E i nostri ricordi! E il tempo che siamo stati insieme, così dolce, così bello! E il mio ostinato silenzio! E le mie strette di mano, quando le nostre mani sapevano tutto della mia anima! Sei ancora bella, o forse di più? Mi piaceresti lo stesso? Potrei tacere ancora, se ti rivedessi? Ti accorgeresti di niente?
E questa rondine che corre dinanzi al suono della campana, per non farsi raggiungere!

* * *

Quante volte il freddo del mio cadavere fa le veci della mia anima! I monti mi paion la terra scavata attorno alla mia fossa, e il cielo mi fa tenere gli occhi chiusi come se fosse lo spruzzo dell’acqua benedetta che non potrò sentire. E il mio cuore non batte come le manciate di terra che mi getteranno addosso?
O morte che sei bella nei fili alti dell’erba, tremolanti nel vento fresco, e rugiadosi! Morte che non mi farai udir più le rane quando è vicino a piovere!

* * *

Un poco di primavera entro l’acqua della fontana; ma pareva che i fiori le fossero ostili e non ne volessero sapere. Le violette malcontente, i peschi sfioriti presto, quasi per far piacere al vento, qualche usignolo stonato; e il chiù non si sentiva mai. Le mattinate accosto alle sere come se fossero state legate per una ghirlanda, e il mezzogiorno sempre breve e rapido, benché con qualche raccoglimento abbastanza intenso verso l’ora del pranzo. Ma nessuna vera voglia di vivere: piuttosto una specie di scontentezza piacevole, con la quale stavo bene anche a finestre chiuse. Anzi le cose, di là dalla finestra, parevano più belle, come se fossero state troppo lontane o quasi di un passato commemorativo. E i suoni delle campane s’attaccavano e non venivano via più dai campanili; ed ero curioso di sapere perché. Troppa luce e troppo sole, che però mi facevano dimenticare meno le mie giornate fredde e tristi quando non si riesce né meno a imaginarlo più il sole!
Ma se guardavo l’acqua della fontana di marmo, a poligono, piena di alghe che si staccavano dal fondo per andare a galleggiare un poco alla volta, quasi salissero ad amoreggiare con il tepore del sole che combaciava con la superficie liquida, io vedevo e sentivo la primavera come forse mai più.
E allora non comprendevo le violette: ma soltanto il loro odore come una serenata alla luce. E la mia anima sopra quell’odore s’ingrandiva fino a sentirmela dentro i miei occhi. Ma i miei occhi erano attaccati all’acqua, con l’anima tutta a riverso per prendere un poco di sole e di luce; e sentivo, allora, una primavera paziente, tutta dipinta di silenzi casalinghi, e non volevo convincermi di trovarmi sempre solo, come se fossi andato a spasso e non avessi più voglia di tornare a casa.
Io sentivo che la mia faccia tentava in vano d’invecchiare la mia anima, e per questo io m’attaccavo all’anima. Ma tutto m’ero arso di me stesso, con una cenere che mi faceva lacrimare. Perché quel pesce rosso, nascondendosi sotto le alghe, guizzò?

* * *

La primavera è proprio da per tutto, anche dove non ce n’è bisogno. Anche tra i sassi del muro franato l’erba è voluta crescere. Per i sentieri più scoscesi, tra i tronchi degli alberi che furono abbattuti con l’ascia, con un’ambizione di farsi vedere che pare perfino ingenua. La primavera assomiglia, questa volta, un poco alla stanza che la nostra amica, aspettandoci, ha adornato di fiori comprati a posta. C’è uno sciupio di gemme e una voglia di fiorire che pare una di quelle accoglienze da segnare poi nel nostro calendario. La primavera in tutti gli stili, perfino roccocò; con certe manie di fare effetto per forza. E pensando a tutto questo lusso, ci si prova ad essere contenti. Le margherite bianche, quelle dei prati, fanno di tutto per darvi nell’occhio; e gli stessi prati si sono lisciati con la rugiada e il fresco che pare perfino bizzarria e voglia di divertirsi. I pini mettono fuori la loro resina come se volessero regalarvela a tutti i costi, e ci si avvicina a loro per guardarli meglio; mentre anche l’azzurro rimane lì per lì un poco rintontito, quasi non sapesse che fare, e, forse, vergognoso di non odorare né meno quanto una violetta. E c’è modo, del resto, per tutti di far qualche cosa.
Ma perché, proprio ora, un maggiolino morto?

* * *

Sentirsi solo è un piacere che spaventa.
Un’ora dopo la mezzanotte non avevo più sonno né stanchezza; e la conversazione fatta con un amico e un’amica, quantunque di poche ore innanzi, cominciando da quando avevamo cenato insieme, mi pareva già sì lontana che pensavo se l’indomani ambedue si ricordassero di conoscermi.
Con il chiaro di luna in bocca, credevo di masticarlo, e c’era tutta la strada che voleva saltarmi addosso.
Prima ancora di sapere perché, mi viene freddo e poi distinguo la voce della civetta.

* * *

Oggi sono rientrato nella chiesa della mia parrocchia. Lo scialbo bianco è uguale a quindici anni fa: ho creduto riconoscere, su una colonna, vicino a una panca, una scalcinatura che ogni domenica allargavo sempre più con le unghie. E mi son ricordato dei fiori finti, a mazzolini, portati al curato dalle due zitelle che andavano sempre insieme e facevano poca elemosina, e tutti dicevano che erano avare. Oggi mi dispiace di averle odiate con feroce avversione, quasi sempre inciampando se mi voltavo a perseguitarle con gli occhi.
E tutte quelle ragazze, forse ora madri, e non le riconosco, di cui ero un poco innamorato!
Ma quanto piansi quando mi confessai per la prima comunione!
Ora non ho più paura quando suonano le campane, ma mi piace ch’io volessi mettere al collo di una di quelle ragazze un nastro uguale alla riga ch’era per margine a ogni pagina del libro di preghiere della mamma. La voce di quella ragazza mi faceva lo stesso effetto di quando mi guardava; ed io ridevo che la mamma sapesse a pena leggere, ma mi pentivo tanto d’aver ficcato pezzetti di cartasuga dentro il calamaio.
Riesco fuori dalla chiesa, sicuro che il suo scialbo sia più fresco della primavera che inonda la piazzetta sbilenca di San Donato; e, scesi gli scaloni, mi volto a dietro, in su, a guardar le campane.
Me ne vo con meno dispiacere, perché vedo che un branco di passerotti hanno il nido sul tetto.

* * *

Piove tanto che ormai i fichi sono sciapiti. Allora assaggio l’uva e, con un grappolo in mano, piglio attraverso la vigna. Qui c’è un palo da rialzare, là una vite da buttar via. Ma io sono il padrone: mi faccio ubbidire anche dal grano, e mi volto alla luce per dire: domani tornerai e seguiterai a maturarmi l’uva. Io assaggerò il mosto.
Come odiai uno de’ miei pavoni, che capii più orgoglioso di me!

* * *

La mia anima, per aver dovuto vivere a Siena, sarà triste per sempre: piange, pure ch’io abbia dimenticato le piazze dove il sole è peggio dell’acqua dentro un pozzo, e dove ci si tormenta fino alla disperazione.
Ma i miei brividi al tremolio bianco degli olivi! E quando io stavo fermo, anche più di un’ora, senza saper perché, allo svolto di una strada, e la gente mi passava accanto e mi pareva di non vederla né meno!
Città, dove la mia anima chiedeva l’elemosina, ma non alla gente! Città, il cui azzurro mi pareva sangue!
Dal podere, le mie viti scendevano fino a una sua strada; e l’anima di quella che sarà per sempre la mia fidanzata mi teneva compagnia, nel silenzio folle; e qualche mia parola, che le scrivevo in fretta, era stata il mio respiro più di una lunga settimana.
Siena, da sotto il mio ciliegio, pareva un arco che non si potesse aprire di più, e le sue case, giù per le sue strade a pendio, parevano frane che mi mettevano paura; con i tetti legati dall’edere cresciute su per le mura della cinta, le mura che non si apriranno mai. Ed io allora andavo a guardare la città da un’altra parte, quasi da quella opposta, dalla Porta Ovile. E vedevo i suoi orti squadrati entrare, con un angolo più alto degli altri, tra le case più rade; oppure, l’uno appresso all’altro, farsi largo e posto, ma fermati da una fila di cipressi la cui ombra oscurava il verde dell’erba; e qualche pesco fiorire e maturare accanto alle campane d’una chiesola, e qualche olivo chiamarsi dietro tutta la campagna soave, che impallidiva lontano, rasente i monti chiarissimi, talvolta più luminosa del sole; con una tenerezza che mi commoveva.
E, se guardavo la città da un’altra altura, da Vignanone, le voci degli uccelli s’allargavano nell’azzurro come il vento. E tal’altra volta le campane tutte insieme mi parevano un’armonia discorde, e mi veniva voglia di morir subito. Le rose dei giardini, senza colore e senza profumo, la cingevano tutta: le finestre erano aperte.
Da parecchie miglia lontano, io vedevo in vece le sue torri come tizzi ritti che si spegnevano ultimi nella cenere del crepuscolo.
E i temporali con tutto il cielo addosso! Pareva che i lampi la dovessero schiantare; ma, dopo, l’aria era più fresca e si respirava meglio; gli uccelli la varcavano a frotte, e il sole la rasciugava.
Perché, dunque, io vi soffrivo? Perché la mia anima non vi è mai voluta stare?
Lo sapeva, forse, quella mia tartaruga che riuscii a tener chiusa in casa una sera, e la mattina dopo non la trovai più.

* * *

A Vico Alto i vecchi cipressi si fermano all’abside della chiesa di pietre. L’Osservanza non è lontana, e si vedono le strade prima sparire e poi ritornare verso Siena, quasi aspettate. Le strade sciupano i bei verdi simmetrici, ma l’erba riescirà a rinascerci un’altra volta sopra. Se di quassù si sentisse crosciare il torrente, che si tiene con sé i salici e i gelsi! Ma, siccome è domenica, la gente passa proprio per il viottolo che lo rasenta; gente vestita bene e che si sofferma di quando in quando, forse incuriosita, a guardare attorno. Alcuni merendano, con un giornale steso nel mezzo. Vengono, per quell’altra strada che fa il giro lungo, le sordomute e poi le convittrici.
Un contadino, appoggiato a un cipresso, fuma.
Oh, anch’io voglio fare all’amore e voglio passare lungo il torrente, perché m’annoio a guardare le salamandre che scendono e risalgono dentro questa fonte dove le alghe mollicce e viscide intasano l’acqua!

* * *

Era una mattina d’estate, calda e accecante. Camminavo piano, e sempre di più la natura mi pareva un sogno immenso della mia anima. Il cuore mi batteva di contentezza. I cipressi, uscenti dalle siepi dei poderi, attorno alle case tutte impergolate, in Toscana, parevano piantati lì dall’aria stessa.
Odori di ginepri, di marruche, di sanguinelle, di mentastri! Sopra un muricciolo, vidi un ramarro. Mi fermai, perché non scappasse. Allora, guardando i suoi occhi paurosi e intelligenti, provai una delusione dolorosa: e feci il viso rosso di vergogna.

* * *

Chi non ricorda come si trascina una farfalla ferita, toccando la terra con le ali tremanti!
Ma chi può vedere, ne’ suoi occhi, l’espressione del suo dolore violento e improvviso?
La farfalla va presto a rincantucciarsi, sapendo sparire dalla nostra curiosità. È come qualche cosa, allora, che riesce a non aver contatto con noi, ad evitarci.

* * *

Era di settembre, e l’uva cominciava a maturare, ma i chicchi parevano trasparenti quando i raggi del sole entravano tra i pampini. Ero in mezzo a una vallata, vicino ai pioppi, tutti contorti, di un borro. Mi pareva che la vallata si sollevasse su, attratta dalle due colline piene di oliveti e di vigne. Le pesche erano mature, e pensavo di mangiarne almeno una. Ma esitavo a muovermi. Tra due viti, vidi una ragnatela: era un poco umida, e mi venne voglia di toccarla con la punta di un dito, ma senza romperla. La peluria della prima donna ch’io ebbi non era così morbida.

* * *

Non so ancora spiegarmi, da otto anni, perché la mia amante, una volta, dopo aver bevuto la birra, chiudesse con il ventaglio aperto, dentro il suo bicchiere, una vespa che v’era entrata. Prima era entrata nel mio; ed ella l’aveva guardata sorridendo, divertendocisi quasi.
Io cercai di farle muovere il braccio, ma ella, con tutta la sua forza, non mi dette retta. Mi disse:
- Parliamo d’altro.

* * *

Al podere, che ora ho dovuto vendere, tenevo molte galline, insieme con alcuni tacchini e i loci. Quando non avevo voglia di far niente o quando soffrivo troppo non saprei di che, andavo nel pollaio e mi mettevo a guardare. Un locio, che pesava parecchi chili, dondolandosi tutto per camminare, saliva a ogni momento sopra la sua femmina. Vi restava, dopo un poco, come stordito; e poi cadeva svenuto, battendo il dorso, con le gambe per aria e immobili, con gli occhi velati come quando muoiono. Tutte le galline parevano spaventate, e non si avvicinavano.

* * *

M’era venuto il tifo, e la febbre cresceva sempre. La mamma non poteva tenermi compagnia a tutte l’ore e quanto avrebbe voluto: e io dovevo restarmene a letto solo solo, ad aspettarla. Vedevo, dalla finestra socchiusa, con i vetri non più lavati da quando stavo male, passare le nuvole e la cima d’un ciliegio che rabbrividiva come me quando sentivo la febbre.
Una mattina avevo fame dopo aver preso la solita cucchiaiata di medicina. E non veniva nessuno. Avevo voglia d’alzarmi, ma più di piangere. Le coperte mi schiacciavano come le montagne; e mi pareva che tutte quelle nuvole me le facessero più grevi. C’era a capo del letto il campanello elettrico, ma non lo suonavo perché il suo squillo mi faceva peggio. Ero proprio per gridare, spaventato delle coperte alzate dai miei ginocchi, con l’illusione che si alzassero fino al soffitto, per soffocarmi.
Entrò un’ape. Mossi la testa per guardarla meglio. Sbattendo contro i vetri, cominciò a ronzare; ma con un ronzio così dolce che mi fece subito un effetto di benessere. Allora, mi ricordai dei fichi maturi e di tutte le altre frutta. Chi sa quale odore giù nei campi! Mi pareva, perfino, di sentir sapore in bocca!
L’ape girò da un travicello all’altro, e poi tornò alla finestra! Non piangevo più, assorto in quel suo rumore uguale, che allora mi pareva una specie di musica, a cui avrei dovuto trovar le parole. Quando venne la mamma, facendola fuggire, mi dispiacque; e ci pensai tutto il giorno, sorpreso di non pensare ad altro.

* * *

Era stato un temporale orribile, dopo mezzogiorno, d’agosto. I lampi erano così fitti che non si faceva a tempo a respirare e a segnarsi. La mamma s’era seduta nella sua poltrona, io m’ero messo in ginocchio con la testa sopra a lei. Le sue mani mi tappavano gli orecchi. Ma non avevo il coraggio di chiudere gli occhi, e, piangendo, senza muovermi da quella posizione, mi segnavo, cominciavo l’avemaria, senza mai finirla.
Il bosco, vicinissimo alla casa, quasi sopra il tetto, crosciava con il vento e la grandine. Si era fatto così oscuro, che la donna aveva acceso la lucernina d’ottone, mettendola nel mezzo della tavola.
Diceva la mamma:
- Se avessi un poco d’olivo benedetto, per bruciarlo! Fa tanto bene!
Due fulmini caddero nel bosco e io li vidi. La pioggia luccicava; la grandine, sempre più grossa, empiva il davanzale della finestra, e la campagna pareva tutta bianca.
Finalmente i tuoni si fecero sempre più lontani; l’aria tornò serena. Lampeggiava ancora sopra la città; ma, dalla parte opposta, era apparso l’arcobaleno così dolce!
Riaprimmo le finestre e poi le porte, per escire. Allora, un contadino, venendo dalla strada, ci fece vedere una rondine, ancor viva, che il temporale aveva abbattuta. Le sue penne eran bagnate e lucide: pareva stordita, e stava da sé nel cavo della mano, palpitando, ma quasi rassegnata.
Provai tanta gioia che battei le mani.

* * *

Con la mia moglie era un affar serio, ogni giorno di più! Bastava un pretesto qualunque per leticare parecchie ore. Una volta, la minestra mi parve sciocca; anzi, era certamente. Glielo dissi. Mi rispose:
- Perché non vai a trattoria?
- Se fossi più furbo!
- Vai dunque.
- Me lo vorresti proibire tu?
E la guardai con tutto il mio odio; ed ella altrettanto. Ma io non glielo volevo permettere. Allora, feci l’atto di darle uno scapaccione. Si alzò, rigida come uno stecco; e si mise a guardarmi fisso. Pareva che i suoi occhi si allargassero sempre di più; ma mi sentivo tanto più forte di lei che non pensavo né meno a offenderla. Mi disse:
- Vuoi scommettere che io vado dal procuratore del re?
- E perché no? Potevi esserci andata. Così mi sarei fatto fare la minestra più salata, se non c’eri in casa!
Si slanciò; io mi riparai con un braccio piegato.
In questo mentre, vedemmo, tutti e due insieme, non so come, una formica che dall’orlo del fiasco stava per scender dentro e cadervi.
La rabbia finì subito. Ella la prese con le dita e la scaraventò lontano. Io dissi:
- Per fortuna l’hai vista! Avremmo dovuto buttar via tutto il vino!
E il pranzo finì bene quella volta.

* * *

Alla dottrina cristiana ci sarei andato volentieri, ma da quel prete, no da vero! Quando entravo nel suo studio, siccome, avendo cominciato più tardi degli altri comunicandi, dovevo rimettermi in pari, sentivo una specie di freddo che m’agguantava l’anima come uno per la giubba. C’era un tavolino con un tappeto rosso, forse rovesciato; il ritratto del papa, quattro o cinque seggiole che parevano tutte nere come le loro spalliere; e un odore tra l’intingolo e l’incenso o la cera bruciata. C’era poca luce, perché la finestra dava in un piccolo orto sotto certe mura antiche ricoperte di edere; e mi veniva sempre la voglia di andarmene prima che il prete fosse venuto. E quella zoppa che m’apriva l’uscio! Certi occhi che mi facevano pensare alla panna inacidita!
Ma tra le tende, tutte polverose e sbiadite, c’era una gabbia appesa, con un canarino così giallo che pensavo fosse colorito con i tuorli dell’uova che si davano al prete quando veniva a benedire le case. Saltellando, faceva oscillare la gabbia e anche un poco le tende, e a motivo delle quali mi scansavo in fretta; quasi per paura. Io mi vergognavo di lui, che mi vedesse con il mio libricciolo sotto il braccio lì ad aspettare. Ed ecco perché l’osservavo sempre, quando il prete m’interrogava, prima di rispondere!
Un giorno glielo portai via; e, piuttosto che ritrovarlo in quella gabbia, lo schiacciai con il tacco delle scarpe.

* * *

Un mio amico era in agonia. Caduto da una scala aveva battuto l’occipite, non riprendendo più i sensi. Siccome non l’aveva potuto comunicare, il prete gli lasciò la stola sopra i piedi dopo aver detto molte preghiere.
La mamma del moribondo stava nella stanza accanto, con l’uscio aperto, a piangere; io, stringendo i ferri a piè del letto, lo guardavo. Il suo volto acceso dalla febbre, aveva, di quando in quando, una contrazione lunga e lenta; ma gli occhi restavano chiusi, sempre più in dentro.
Una ragazza, dall’altra parte della strada, cominciò a cantare; io la feci star zitta. Il rantolo diveniva sempre più forte, alternandosi con un sibilo così dolce che mi ricordava, con terrore, tutte le nostre allegrie. La febbre gli aveva seccato le labbra. Io pensavo come bagnargliele, quando entrò una delle sue due tortore. Prima che io facessi in tempo a rimandarla in dietro, era già volata sul letto, proprio sopra il guanciale molle di sudore. Allora, perché non si mettesse a svolazzare, buttando in terra qualcosa, aspettai che tornasse via da sé, come credevo che avrebbe fatto.
Gli montò su la fronte, che s’increspò; e, allungando tutto il collo, gli diede una beccata tra le labbra. Egli era uso a farsi prendere di bocca i chicchi di granturco o di granella.
Allora, troppo tardi, la scacciai. Ma, dal labbro di sotto, dovetti asciugare con il cotone idrofilo le gocce di sangue, che smisero soltanto all’ultimo respiro.

* * *

So che una vipera ha morso uno che m’odia. Pari e patta.

* * *

Ricordo sempre queste sensazioni: dopo la scuola attraversare il corridoio del seminario, fresco ed annaffiato allora; l’attesa d’un rimprovero; la prima comunione: parole alla fidanzata; un campo troppo verde; un’ape che esce da un fiore senza che mi fossi avvisto che c’era.

* * *

O ciliegie, sapore del maggio!
Farei ridere se raccontassi quanto le amo, ora che non ho altro da amare. Ed io per poco non mi crederei sciocco.
Ma la mia bocca è cieca; e non è fatta che per mangiare.
Mettete un piatto grande di ciliegie sopra la mia anima: non le lasciate troppo maturare, perché le passere le beccano tutte.

* * *

E quella finestra che vedevo dal mio podere scintillare tutte le mattine quando il sole si levava; una finestra che è delle prime case di Porta Camollia.
Non ho mai saputo chi ci sta; del resto, mi sarebbe stato difficile, perché quell’abitazione è dalla parte degli orti tra le mura e la chiesa di Fontegiusta; un orto dopo un altro che non finiscono mai.
A entrar lì dentro bisognava anche attraversare un andito sempre buio, con l’impiantito sempre molle; perché, in fondo, c’è un pozzo e le donne vi vanno ad attingere l’acqua con le brocche e le sbattono ai muri troppo stretti.
Le scale da una parte, tutte a pianerottoli, sudicie e sciupate.
Ho pensato che fosse di quella vecchia che tiene in casa il nipote cieco che fa l’impagliatore di seggiole; poi, di quella fruttivendola sorda; oppure della tabaccaia tisica o di quel maestro impazzito.
E pure, quando sento cantare, e bisogna che il vento tiri da Siena, specie la sera, e non so chi è, credo che sia dentro quella stanza; e allora me la immagino con quei mobili vecchi ma riverniciati di verdolino e con le righe attorno alle serrature e alle maniglie di ottone, rosse e fatte a mano: più larghe e più strette, brutte. E, a una parete di fianco, un gran crocifisso doventato leggiero come una galla perché i tarli l’hanno tutto vuotato; e, infilato tra i piedi, un ramicello di olivo che si è seccato e che non si può smovere perché le foglie, color tabacco, cadrebbero subito e sporcherebbero il pavimento; che dev’essere spazzato ogni giorno e annaffiato con l’acqua a pisciolo, facendoci quei disegni tutti intrecciati che si allargano da sé.
E questo farfallino grigio scommetto viene di là; perché ha le ali tinte di polvere.

* * *

Quel melo è il più bell’albero del mio campo, lo saluto tutti i giorni dalla finestra.
So che l’ha piantato il mio zio Pellegro. Ma lo avevo visto la prima volta quando mio padre dovette tagliare i legacci di salcio perché lo stringevano troppo; e il fusto, ingrossando, s’era quasi reciso.
Allora gli cambiarono il palo.
L’anno dopo fece tre mele: e mezza mi fu data ad assaggiare.
Per altri tre o quattro anni non lo vidi più.
Ma quando ripassai di lì, s’era fatto irriconoscibile: una buccia lucida e tenera che veniva via a toccarla con l’unghia; tanti rami e così alto che lo guardai rovesciando la testa in dietro.
Vidi che era cresciuto prima di me e che mio padre ne faceva gran conto. Gli avevano zappato la terra attorno come agli olivi; ma siccome era autunno, gli erano rimaste poche foglie sbiadite; e nelle punte dei suoi fuscelli i segni dove stavano le mele: una sola, anzi, gialla e grinzosa. La guardai meglio, prima di staccarla con una zollata; ma raccattatala, m’accorsi che dalla parte di sotto c’era il buco di un bacherozzolo. Allora la tirai lontano.
L’anno dopo, a primavera, lo ritrovai fiorito, tutto bianco, come una gran festa.
L’avevano potato e i suoi rami facevano una specie di circonferenza un poco vuota nel mezzo.
Ma uno dei suoi quattro rami che venivano su dal gambano era gobbo e un poco più corto perciò.
Quasi tutti i contadini, passando sotto, ci ficcavano la punta della falce per cercar meglio con tutte e due le mani nelle saccocce del panciotto la cicca e i fiammiferi.
L’anno dopo ebbe la prima disgrazia: ogni fronda fu fasciata da centinaia di ragnatele piene di bruchi, che gli mangiarono in meno di una settimana i fiori e le foglioline. A maggio era già per seccarsi. E per due anni non fiorì né meno più.
Allora mio padre lo fece scapitozzare e dentro una rigonfiatura, a metà del gambano, lo trovarono pieno di bachi carnosi duri e grossi più delle dita; ed avevano capocchie tonde e rosse più del sangue. Furono uccisi con il coltello, a pezzi, e la pianta si riebbe.
Ma di mele ne ha fatte sempre meno. Ora, cinque o sei sole, che se le mangiano gli uccelli e le vespe.

* * *

La mattinata è fresca come le rose umide; ma tuttavia non riesce a convincermi che io posso odorarla.
Tutti questi tetti attraventati addosso alla collina di Ovile si abituano a farsi guardare di quassù, di sbieco, da questo muricciolo così scalcinato che tra mattone e mattone c’entra un dito. Se la primavera ci fosse già, potrei divertirmi a guardare gli alberi fioriti; ma son venuto troppo presto, in vano, impaziente. Scommetto che quando la primavera ci sarà da vero, io non ci verrò né meno. Ma finalmente capisco perché mi ci prenda questa dolcezza con la quale voglio prepararmi a scrivere alla mia fidanzata. Là, da una parte della piazza, dove la ghiaia è più consumata, c’è la porta del Seminario, verde e sbiadita, con l’architrave di marmo doventato quasi giallo, contenta di essere accanto a San Francesco, quasi sotto il campanile. Mi pare ancora di entrarci per andare a scuola. Ma c’entra il sole, con una striscia che va a ritrovarsi con quella di dentro il chiostro.
Ed io resto nella piazza. Giù la Porta Ovile, poi campi di olivi e viti; e, su in alto, la piccola stazione con i vagoni carichi di sacchi e di legname; con una strada, per salirci, che gira più di un esse fatto per ridere sopra un muro da qualche ragazzo. È una dolcezza che, se qualche volta pare stanca, tuttavia si sente anche lontano lontano, tra le pieghe verdi dei colli dove non sono stato mai.
Il campanile con i grappoli delle campane che fanno escire per la piazza i rondoni!
Ed i tetti hanno la pazienza di stare lì e l’abilità di non lasciarsi andare per riposarsi un poco!
Qui, pensando alla fidanzata, ritrovo molta della mia vita, anche quando andavo, d’estate, all’ombra, sotto il muraglione delle Figlie di Maria ad imparare la chitarra, e dove m’ebbi un pugno e riescii a non piangere; e ricordo il cavallo che scappò dalla caserma dei carabinieri.

* * *

La siepe, addirittura, tagliava le spiazzate dei campi verdi o arati, l’uno accanto all’altro, l’uno addosso all’altro. Gli uccelli volavano con un volo sempre più basso, tremolando un poco, impauriti delle quattro nuvole, quasi quadrate, che avevano coperto il tramonto: le quattro carte da gioco. Nel Pian del Lago, c’era nebbia, a strisce sempre più sovrapposte e larghe; Montemaggio e la Montagnola di un verde più nero della siepe, e voli di colombacci che a stento proseguivano, randelloni, con le ali appiccicate nel cielo d’un turchino che voleva smettere.

* * *

Per tornare a casa, ci sono sempre nel mezzo della strada quelle sette stelle dell’Orsa, che me l’hanno buttata là chi sa perché.
Il vento, che batte la faccia, viene di lì.
E tutta la bellezza della sera vorrebbe entrare dopo di me e spinge in qua l’uscio, sì che duro fatica a richiuderlo.
Perché la gatta miagola e si spenzola dalla grondaia?

* * *

All’ombra il carraio verniciava di cinabro mescolato al minio le ruote dei carri da contadini; e poi, con un fusello infilato nel mozzo e tenuto tra ambedue le palme, le portava al sole, appoggiate al muro. Qualche volta andava a levare con il manico del pennello una mosca che c’era rimasta attaccata. Tutte le mattine passavo il tempo così, senza parlar mai al carraio, sedendomi sopra un mucchio di breccia che lo stradino teneva già pronta per l’inverno.
Mattinate dolci di sole, quando cominciavo a sbadigliare di fame; e io ne provavo un senso indefinito, quasi di sonnolenza e di piacere! Pensavo, allora, che da grande avrei scritto un libro differente a tutti quelli che io conoscevo: qualche storia ingenua e tragica che pareva uno di quei pampini che il vento mi faceva cadere tra le ginocchia; ecco; come c’è questo pampino, ci sarà il mio libro.
E sentivo un fremito.
Il carraio seguitava a verniciare; e, talvolta, m’illudevo che anch’egli vedesse riempirsi la distanza tra me e lui, delle persone che mi pareva di vedere.
Egli è buono, pensavo; egli non dice niente né a me né a loro perché io non creda che gli si dia noia.
Tutta la strada era piena di persone, come un incubo trasparente e leggero, che si movesse anche ad un alitare di vento; come si moveva la mia anima.
Alla fine dovevo supplicare questa gente che mi desse un poco di tregua: la sentivo attorno alla mia giovinezza come insetti attorno ad un lume acceso allora allora. Qualcuno mi perseguitava e mi faceva venire i brividi; un altro voleva stare in casa con me, ed io non potevo mandarlo via.
Ecco che il mio libro doventava la vita stessa, la gente cioè che conoscevo!
Ma soffrivo e sentivo una specie di malessere vertiginoso; e m’invogliavo di pigliare a sassate, per scherzare.
In vece, i moscerini m’entravano negli occhi; e mi venivano le lacrime.

* * *

Una strada scende, anche un’altra scende e le viene incontro: si fermano insieme. Dalla prima, a metà, se ne parte un’altra che scende per un altro verso e ne trova subito un’altra, più bassa che fa lo stesso.
Su la prima se ne butta un’altra; poi la prima e la seconda, dopo la fermata, se ne vanno giù insieme e a un certo punto incontrano quella più bassa di tutte. Altre strade le tagliano e scendono. Le case hanno paura a stare ritte tra questi precipizi e si toccano con i tetti pendenti. Ma anche i tetti, a pendere così, non potrebbero cadere tutti giù?
Le case, per fortuna, sono soltanto a due o tre piani; e la gente, alle finestre, ha l’aria di far loro da contropeso; perché non seguitino ad andare più in giù, tutte insieme, verso la Porta Fontebranda, da dove certo non passerebbero essendo così stretta. Le vie della città guardano queste quasi per scendere loro addosso; con la Cattedrale nel mezzo e con San Domenico sopra il tufo giallo. Ma la Fontebranda è ficcata giù sotto terra, e i Macelli se ne stanno stretti stretti, rasente la balza che regge metà di Siena. La vasca natatoria è verdastra dietro le punte nere e taglienti del suo cancello; i lavatoi hanno l’acqua saponata; gli archi delle conce piene di cuoia ad asciugare. Quanta solitudine e quanto silenzio anche con il vocio delle donne e dei ragazzi! Quando le donne di Fontebranda cantano, con quelle cadenze d’una stanchezza tanto dolce!
È un silenzio che sta lì come le case; quasi assurdo. E perché quel cadere perpetuo dei tetti insieme con le strade?
Non si ha, al contrario, il senso che le strade salgano; si sente soltanto la discesa fatta in fretta, con ansia; e, dal punto più basso, anche il meriggio è così lontano che resta soltanto per gli altri rioni di Siena.
Cominciano le strida dei porci scannati, ognuno basta ad empire di sangue due secchi.

* * *

Quel che vedo e penso è come se lo leggessi.
Leggerò, forse, fino a stasera; ma il libro non lo chiuderò; resterà aperto tutta la notte e troverò i sogni su le pagine come se fossero figure.
In vece, no. Allora percepisco solo le cose, che stanno vicino a me: e, perché sono seduto sotto la mia pergola, mi metto a guardare un pampino: forse, uno dei più larghi. Perché non capisco quel che fo, lo strappo dal tralcio e lo butto dietro di me, di là dal pancone verniciato di verde.
Il sole, tra gli altri pampini, taglia gli occhi con i suoi pezzetti di vetro.
Una cavalletta mi salta su una mano.
Nel bosco cerco l’albero che, tagliato a bara, imputridirà sotto terra con me.
Gli voglio tanto bene: forse, è quello dove ora c’è sopra un merlo.

* * *

Quando ci sono io, tutto ciò che è nella mia casa vive con me.
Io stesso ho insegnato a tutte le cose, scegliendole, come dovevano fare per piacermi e perché io le amassi.
Queste pareti riconoscono la mia voce, e la loro fedeltà è profonda.
Ma guardando, dalle mie finestre, chiuse o aperte, la fila degli orfani che escono a prendere aria, capisco che i miei occhi non vedono tutto. Mentre, se guardo lavorare i contadini, mi farei aprire il cuore dai loro vomeri, per dar loro la gioia di doventare anch’io terra da semina.
E se guardo i cavalli che tirano i barrocci, riparo in vano le sferzate.
Se sento cantare i vagabondi e gli ubriachi, io mi rattristo; se guardo gli orti mi piacciono le campane che fanno finta di annaffiarli; e cambierei di posto volentieri con le stelle.
Ma la luce della luna si diverte a farmi sentire le civette.

* * *

Io m’ero messo in testa di trovare il violoncello che udivo tra gli alberi del bosco: quando tira vento, non sta più zitto niente! Credevo che fosse a pochi passi da me; e, allora, andavo là, quasi di corsa. Non c’era più; più lontano ora, ma distante da me quanto prima. Andavo lo stesso. Né meno!
Sempre, sempre vicino a me; ma non dovevo vederlo né trovarlo mai! Così, sul fiume, il riflesso del sole camminava sempre avanti a me; e, dove era stato prima, l’acqua tornava ombra turchina, senza che vi fosse nessuna traccia di quell’incendio finto.
Così i monti non erano più azzurri quando, dopo mezza giornata di strada, vi ero giunto; ed allora vedevo altri monti; ma era inutile che io camminassi a posta per questo!
Così le onde che il vento faceva sopra il prato: dov’ero io, attorno alle mie gambe, tutto era fermo come me.
Così i miei sogni quando mi sono destato.
Né, da vicino, ho mai potuto guardare la trasparenza violacea che aveva un piccolo padule del fiume: non c’era più.
Così, da ragazzo, l’eco della mia voce: un’altra voce, ma senz’anima.
Così i pappi di certi fiori, quando volevo portarli in mano.
Il violoncello del bosco l’avrei voluto comprare, per darmi l’aria di essere ricco. E suonarlo i giorni di festa della mia anima; ammaestrando un liocorno, color di carta bianca, che prenderei da qualche favola vecchia.

* * *

Dieci anni che abito nella mia casa, comincio soltanto da oggi a sentirne la realtà. Tutto quel che vi avviene è la compilazione d’una storia che riguarda me. Ma quando io stesso non saprò dirla, nessuno ci penserà più.
Così come quella fonte che ho ritrovato morta, ed io non lo sapevo.
Morta da due mesi, e nessuno me lo aveva detto.
Ma l’aria, oggi, è gaia; e mi sento bene. Forse, vivrò parecchio tempo ancora; ché di me non sento nessun segno di morte; e tutto quel che vedo fa parte della mia esistenza.
Il limone già tagliato, i bicchieri puliti, la tovaglia di bucato; e la voglia di mangiare.
Sono impaziente; mi guardo le mani, mi specchio ai vetri della finestra. Nessuna stanza è bella come questa; e la mia anima è anche più gaia dell’aria: il limone, i bicchieri, i piatti sono belli perché miei. Il senso di averli e loro stessi sono una cosa sola. Ed è una sola realtà.
Ma, a pena mi sono seduto a tavola per il pranzo, sento cantare, da un ragazzo, una canzone che io conosco senza averla ancora imparata.
Mi vengono i brividi.
Portava gli agnelli a vendere.
Vorrei leggere come un ragazzo, vorrei capire come un ragazzo. Là giù nel bosco fresco di verde e di ombre, ho lasciato il giocattolo del mio passato, perché si sono rotti i fili. Ma io mi metto a guardare fisso il turchino perché me ne venga un altro; magari fatto come una nuvola. Anche la pioggia è il giocattolo con il quale ruzzano le fontane del giardino; anche il mio sorriso è un giocattolo, come il mio cuore che batte.
E la mia ombra è il giocattolo del sole; la mia voce è quello della mia anima.
Quando siamo morti non si parla, e allora quel che s’è detto lo ripetono gli altri.
Anche la bara è il giocattolo, che si mette sotto terra.
E, s’io fossi un ragazzo, vorrei chiedere a Dio che questa fresca erba bella la lasciassero in pace; e mi scriverei da me il mio libro di lettura.
Farei doventar buone anche le vipere.

* * *

Ecco la sera, quando le cose della stanza doventano pugnali che affondano nella mia anima; maniche che mi attendono.
Qualche altra volta, mi erano sembrate – libri, tavoli, sedie, tagliacarte, cuscini, lampade, pareti – poemi immensi.
Mai, in nessun modo, sono riescito ad essere indipendente dinanzi a loro.
Ma questa sera hanno atteso tutte d’accordo.
Siete sicure di essere sincere? Ormai vi lascio.
La mia anima, se qualche volta si ricorderà di voi, crederà di mettersi a suonare un organetto di Barberia per fare ridere le serve e piangere chi non c’è.
Il cardellino morirà di fame: il pane intinto non glielo darà più nessuno.

* * *

Il cielo sta per doventare uno specchio; è già impossibile guardarlo.
Qualche uccello, che di rado vedo entrare in una boscaglia di pini, fa credere che sia disseccato come quelli imbalsamati; e la sua ombra affonda passando nella polvere della strada.
C’è una piccola sorgente che a pena è buona ad escire di tra i ciuffi dell’erba verde, sotto l’ombra di una quercia. L’acqua, al buco della sorgente, un ago che si spezza sempre, scintilla e poi sparisce.
In giro c’è nata questi dieci metri quadri di erba che lustra, e basta.
Il luogo è così silenzioso che par di udire l’erba. E la fonte, con lunghi rigagnoli, che non smettono più, va giù per il prato a fare la calligrafia.
Quando ritorno nella strada, la polvere scotta; e io cammino adagio, per non sudare.

* * *

Anch’io ho avuto due carri verniciati di rosso, che mi destavano la mattina, quando i contadini li portavano con i bovi nel campo.Carri di concime o di uva, di granturco o di grano, di saggine o di pomodori.
Li ebbi da mio padre, ed io li vendei perché avevo da pagare un debito.
Io non avevo mai posseduto niente, che mi fosse durato molto. Mi ci ero tanto abituato che anche i miei sentimenti, scambiandoli per balocchi da pochi centesimi, li ascoltavo sempre con malevola e giusta ironia. Non era, forse, l’unico modo per non ingannarmi più? Impazzito per aver pensato subito che io potevo finalmente credere; effetto del mio bisogno di credere. Dopo tanto tempo, ecco che in vece di altre cose innumerevoli, di ogni genere, io ripenso ai due miei carri. E alla mia vita quale avrebbe dovuto essere.
A me non era lecito escire dal mio paese. Ascoltare là le musiche della domenica, passeggiare con tutti gli altri le mezze giornate intere per la strada che gira attorno alle case, amare quache ricca fantoccia.
E, sopra a tutto, avere ancora i due carri verniciati di rosso.
Il gallo che la mattina fa tremare il cuore di gioia; le noci mangiate con il pane, ancora in maniche di camicia; le cipolle strofinate sul sale tenuto nel palmo della mano. La dolcissima aia costruita bene e spazzata!
Fedeltà ed amicizia dei campi verdi!
Le prime pesche vendute, i vitelli comprati alla fiera, il vino assaggiato dai tini, ancora caldo e torbido; e il suo afrore! Gli acquazzoni che fanno ridere; la terra che sporca le mani!
E le feste di campagna con gli organetti briachi, a singhiozzare lontano tra i campi; e fanno venir voglia di andarci anche noi, dietro; le feste che restano per sempre nell’anima con i fuochi artificiali e i palloni di carta che vanno a cadere quando pigliano fuoco.
E la cometa che fa paura!
E il temporale livido, con la grandine bianca bianca; con i lampi che accecano! E tutte queste case del paese, che ci sono non si sa perché; con le strade lontane per la maremma di Grosseto e verso Siena; e si sperdono, giù nelle vallate, dopo dieci o quindici chilometri; le strade che aspettano. In vece, non l’ho né meno più visto questo bernoccolo di case! I miei carri non mi destano più; e il gallo, benché duro, l’ho mangiato.

* * *

Mi piacciono quelle persone che adoprano, parlando, modi di dire differenti a tutti gli altri. Mi sembrano, le loro conversazioni, riconoscibili, amicizie a cui ci si possa affidare di più.
E, così , ho imparato che le cose hanno per ogni persona una fisionomia differente.
Una persona si distingue più profondamente dal suo modo di parlare che dal suo viso.
Con quale voce, per esempio, dovrei parlare di un bel prato verde? E con quale altra di questa crocetta d’oro ritrovata per caso e che la mia mamma portava?
Ed io ho la certezza che sia viva da vero, la mia mamma!
Sono venti anni che è morta? No; non è vero. È viva ancora.
Ecco ancora le sue vesti, ch’ella si metterà. Ecco il suo armadio, le bottiglie dei profumi, il suo cappello.
La porta della mia camera l’ha lasciata aperta lei; stasera non mangerò, se non c’è lei insieme con me.
Le farò trovare un grande piatto di fichi maturi; ne è ghiotta.
Il pane fresco; e lo metterò al suo posto, su la tavola. Il suo bicchiere alto e scannellato, di vetro un poco verde e con il fondo rossiccio di vino che non si può lavare più.
Ho imparato a vivere con la mia anima! Ora devo imparare a vivere con la mia mamma.
Non abiterò più nessuna casa dove non sia anche lei; io la seguirò con un’obbedienza che i fanciulli non hanno.
Io non parlerò che alla mia mamma.
Ed ella mi ricomprerà un paio di piccioni a cui taglierà le ali, perché non volino via.

* * *

Tutti quei fiori che ho sognato!
La mia anima , dunque, sapeva di qualche funerale che io non so. La mia anima è stata a qualche funerale.
Infatti, tutt’oggi nella mia casa, vuota e deserta, c’era un senso di cose tragiche, nascoste a me. Quand’io aprivo gli occhi avevo paura, e la carta delle pareti aveva un’aria di silenzio quasi timido; non canzonatore o vispo, come altre volte.
Tra le stanze c’era un’intesa e un accordo di non dirmi niente; qualche parola che se la passavano quand’io voltavo le spalle. I miei libri facevano di tutto perché io non li prendessi in mano; le stoviglie nel salottino da pranzo erano mute e così tristi che io non mi sarei arrischiato ad adoperarle né meno una; perché mi sarebbero cadute.
E ricordandomi in vece, nettamente, qualche altra giornata quand’ero stato tanto bene in casa mia, quando non me n’ero né meno accorto di esserci!
Io, dopo tanto tempo, devo domandarmi ancora per chi erano quei fiori. Ma le tortore hanno fame; e dico che comprino il miglio perché mangino.

* * *

Ci si sta così bene a piangere con la faccia su l’erba fresca che arriva fino all’anima!
L’allodola! Piglia la mia anima!

Federigo Tozzi – La capanna

Alberto Dallati, benché ormai non fosse più un ragazzo, non aveva voglia di lavorare. Si alzava tardi e si sedeva al sole, appoggiato al muro; fumando sigarette e tirando sassate al gatto quando attraversava l’aia. La casa era stata fatta su per una salita, in modo che la fila delle cinque persiane era sempre meno alta da terra; e, all’uscio, dalla parte della strada, una pietra murata in piano faceva da scalino.
A quindici anni egli seguitava a dimagrire e ad assottigliarsi; con gli occhi chiari e le ciglia piccole e lucide; la bocca e le dita di bambina; e i capelli come il pelame di un topo nero. Una malattia di petto l’aveva lasciato parecchio gracile; e seduto al sole, divertendosi anche a battere la punta d’un bastone sempre su lo stesso posto, egli pensava cose cattive; e gli ci veniva da sorridere, credendo che qualcuno se ne accorgesse. Quando c’era l’uva, benché suo padre fosse anche proprietario del podere, andava a mangiarla nei vigneti degli altri; e le frutta dove le trovava più belle. Gli restava sempre un bisogno vivo di essere allegro, benché in tutto il giorno facesse quel che voleva; gli restava qualche idea stravagante, che non poteva reprimere. E, allora, gli pigliavano certi scatti di gatto; che graffia quand’uno meno se l’aspetta. Dava noia, da dietro le persiane, alle persone che non conosceva, e non veniva il verso di farlo obbedire per nessuna cosa; specie quando, in una fonte vicino a casa, c’erano le rane; per imparare ad ammazzarle mentre saltavano dentro. D’inverno, in vece, si metteva vicino al focolare, e sembrava tutto disposto a quel che voleva la sua famiglia. Ma, a poco a poco, ricominciava a dire:
- Io non posso sopportare le vostre prediche! Se mi lasciate fare, può darsi che vi contenti; e, se no, conto di non conoscervi né meno.
Spartaco, da padre risoluto, ci s’arrabbiava, ma non gli diceva quasi mai niente. In vece, maltrattava la moglie. Allora, Alberto, dopo essere stato a sentire, in disparte, lo biasimava battendosi le mani sul petto:
- Lei non ci ha colpa. Dillo a me quel che vuoi dire.
Ma il padre, guardatolo, faceva una specie di grugnito; e, bestemmiando contro le donne e la famiglia, se ne andava nel campo a fumare la pipa. Alberto diceva:
- È un imbecille, benché io sia suo figlio. E tu perché non gli rispondi male? Perché ti metti a piangere in vece?
Raffaella, spaventata, allora lo supplicava che fosse buono e si cambiasse. Ella ci aveva quasi perso la salute; e le era venuta sul viso e nella persona un’aria dolorosa. Spartaco, soprannominato Rampino perché piuttosto piccolo e perché camminava come se avesse gli artigli e li attaccasse, guardava, anche parlando, dentro la pipa, e ci ficcava continuamente le dita; e credeva di far del bene alla moglie, abituandola a esser forte. E siccome Alberto dichiarava ch’egli ormai non aveva più bisogno di ascoltare i discorsi di nessuno e che ormai gli s’addiceva il comodo proprio, perché non c’era niente di meglio, ella gli rispondeva:
- Perché non sei buono al meno tu?
Perché, secondo la sua testa, tutti dovevano essere buoni. E anche parlando dei suoi canarini, che Alberto e Spartaco volevano ammazzare, buttando al letamaio la gabbia, diceva:
- Sono tanto buoni!
Il marito l’assordava con le sue grida; come quando domava i cavalli, facendoli correre attorno all’aia; mentre Alberto stava nel mezzo a tenere ferma la fune legata al loro collo. E questa era per lui la sola fatica non antipatica.
Dopo, si metteva un fazzoletto perché era sudato; e andava subito a sedersi dove batteva il sole. Si sentiva già uomo fatto, e pensava a tante cose ch’egli desiderava soltanto per sé. E perciò si proponeva di rendersi più indipendente, liberandosi dal padre e dalla madre. Qualche volta diceva ai contadini:
- Io non so che pretendono da me.
Ma egli si sentiva anche solo; e una grande tristezza gli gravava attorno. Il podere e la casa erano poco per lui. Sapeva che in quelle sei stanze ci si era, da bambino, trascinato con le mani e con i piedi; certe pareti erano restate sciupate dalle sue unghie. Egli sentiva troppo a ridosso l’infanzia; e le voci dei genitori non s’erano ancora cambiate ai suoi orecchi.
Ora egli era già a un altro autunno, senza che avesse fatto niente. S’era abbastanza distratto a vedere vendemmiare, da un podere a un altro; aiutando un poco tutti, anche in cose di strapazzo. Il sole ci stava poco all’uscio della casa, e già c’erano nell’aria i primi freddi.
Una sera, dopo essere stato tutto il giorno con le mani in tasca nel mezzo della strada, in su e in giù, entrò nella stalla, e si mise a guardare i due cavalli che rodevano l’avena. Prese la frusta e cominciò a picchiarli. I due cavalli si misero a scalciare, cercando di rompere le cavezze. Raffaella, che su da casa aveva sentito tutto quel rumore, scese; e vide di che si trattava. Cercò subito di levargli di mano la frusta; ma Alberto, per ripicco, si mise a dare anche con più forza. Raffaella andò a dirlo al marito; che, infuriato, la schiaffeggiò perché non era stata capace di farlo smettere lei stessa; e andò di corsa nella stalla. Senza che Alberto se ne accorgesse, prese un pezzo di legno; e glielo batté dietro la testa. Il ragazzo cadde disteso, insanguinando un mucchio di paglia, che era dietro l’uscio. Spartaco posò il pezzo di legno e stette zitto a guardare quel sangue; mentre i cavalli respiravano forte e non stavano fermi.
Dopo due giorni di febbre, con il pericolo della commozione cerebrale, Alberto scese nell’aia. Aveva la testa fasciata; ma se ne teneva come quando per la prima comunione aveva portato i guanti. Non parlava al padre; che s’era pentito di avergli fatto male a quel modo. Anzi, cominciò a dire a tutti che si voleva vendicare. Guardando la luce, sentiva che anche la sua giovinezza era più larga; e che la sua casa era quasi niente.
Allora egli, per vendicarsi, cominciò a parlare male del padre con tutti i conoscenti di casa. E siccome seppe che stava per vendere una cavalla, andò dal compratore e gli disse ch’era ombrosa e che aveva il vizio di tirare i calci.
Facendo così, egli si sentiva più eguale alla vita; gli pareva di non essere più il solito buon ragazzo che si lascia ingannare e non se ne avvede. Gli pareva di conoscere tutti gli altri e come doveva contenersi. Non era più l’ingenuo, che aveva rispettato tutto e che non si era permesso mai niente. Aveva trovato la maniera di farsi innanzi da sé, senza attendere che passassero gli anni. Si compiaceva della sua malizia e di non avere più scrupoli. Maligno, anzi, doveva essere da qui in avanti. Maligno! Maligno sempre! Gli pareva di sentire che i suoi occhi raggiassero, e che non ci fossero più ostacoli per lui. Credeva di essere doventato forte, e voleva rifarsi del tempo perduto. E siccome voleva fare a meno del padre ed essere più forte di lui, benché ne avesse anche paura, si dette a lavorare; ma facendo quel che gli piaceva di più. E cominciò a coltivare, a modo suo, un pezzo di terreno. Perché guarisse, e temendo sempre che tutto fosse la conseguenza di quella bastonata, non gli dicevano più niente. Invece non guariva; e tutte le volte che vedeva un bastone, sbiancava allontanandosi lesto lesto. Allora lo fecero visitare da un medico, che non capì niente; e rise di Spartaco e di Raffaella. Ma qualche cosa era successo da vero, perché Alberto s’era fatto sempre più irritabile, e non poteva dormire. Avrebbe voluto, prima d’andare a letto, far capire al padre tutte le ragioni che ormai sentiva dentro di sé; ma, quando ci si provava, non gli poteva parlare; e invece avrebbe voluto mettergli un braccio al collo tenendolo stretto a sé. Tuttavia sentiva che qualche cosa di male e di amaro era nel suo destino; e ne era contento. Allora egli faceva su la tavola, con la punta delle dita, certe macchie d’inchiostro che gli parevano cipressi; e gli piacevano perché erano più neri di quelli nei campi. Oppure pensava che una vipera, entrata sotto il letto dalla siepe della strada, gli mordesse un polpastrello della mano o le dita dei piedi, ed egli dovesse morirne in poco meno di una mezz’ora. E perciò, prima d’entrare a letto, guardava in tutti i cantucci. Una volta gli parve di stare capovolto e di cadere giù tra le stelle. Addormentandosi pensava al padre con una intensità acuta, mettendo sempre di più una spalla fuori delle coperte come se avesse potuto avvicinarglisi; sembrandogli di parlare e invece facendo piccoli gridi con la bocca che restava chiusa.
Una mattina, arrivarono tre carri di vino. A ogni barile che portavano giù in cantina egli doveva guardare di quanti litri era e segnarli sopra un pezzo di carta, in colonna, per fare, dopo, la somma. Ma egli non ci riesciva: sbagliava sempre. E non s’accorse quando suo padre, che voleva sapere la somma, gli saltò addosso per picchiarlo. Rialzatosi da terra sbalordito, ebbe voglia di fuggire. Ma a pena egli si moveva, Spartaco con un grido lo faceva stare fermo, ritto al muro della casa. Allora gli venne da piangere. Voleva chiudere gli occhi per non vedere più niente; perché non osava guardarsi né meno attorno. Aveva perfino paura che avrebbe potuto essere un albero e non un uomo; un albero come quello rasente alla casa. Quando, alla fine, Spartaco si scordò di lui, egli poté staccarsi dal muro e nascondersi dentro l’erba. Ma il padre, vistolo, lo minacciò di picchiarlo più forte. Tuttavia la sua voce era dolce: Alberto sentiva nella voce del padre la stessa dolcezza sua. Spartaco gli prese il viso e guardò negli occhi, perché credette che ci fosse entrata la terra. Poi disse:
- Vai a lavarteli alla pompa!
- Ma non c’è niente.
- Non importa. Vieni: te li lavo io: ti farà bene.
Spartaco allora, fece pompare l’acqua e gli rinfrescò gli occhi. Poi glieli asciugò con il fazzoletto. Ma, ormai, il ragazzo si sentiva triste e scoraggiato; benché non avesse più paura di essere un albero, e gli sembrasse di sentirsi crescere, così, mentre respirava. Gli sembrava, in un momento, di doventare grande; e perciò un poco si riebbe.
Spartaco gli disse:
- Non stare così. Vai a ruzzare.
Bastarono queste parole, perché né meno lui pensasse più a quel che era avvenuto. Ora egli voleva stare sempre con il padre; e perché non lo mandasse via e sopra a tutto non gli dicesse di lavorare, cercava di aiutarlo e di farsi benvolere. Quando lo vedeva andare nel campo, egli aspettava un poco e poi si alzava da sedere al sole e lo seguiva, tenendosi a una certa distanza; finché non poteva fare a meno d’essergli vicino se udiva che comandava o spiegava qualche cosa ai contadini.
Una volta, non vedendolo riescire subito dalla capanna, gli venne paura che si fosse sentito male là in mezzo alla paglia. Non era più curiosità! Il cuore gli batteva forte forte, quasi tremando. Attraversò l’aia e scostò l’uscio, perché entrasse la luce dentro. Poi restò su la soglia come allibito: suo padre accarezzava la faccia alla donna di servizio, una giovinetta grassa, che non riesciva mai né a pettinarsi né a legarsi i legacci delle scarpe. Gli venne voglia di gridare e di picchiarli tutti e due. Ma tornò a dietro e si rimise a sedere; senza più la forza di alzarsi. Teneva gli occhi, con la fronte abbassata, all’uscio della capanna; aspettando che suo padre e Concetta uscissero. Dopo un pezzo, chi sa quanto, escì prima Concetta che, rossa rossa, andò in casa; senza né meno guardarlo. Poi venne fuori Spartaco che, accigliato e burbero, andò dritto nella stalla. Alberto aveva paura. Avrebbe voluto rassicurarlo che non aveva pensato niente di male e che gli voleva molto bene; ma non ebbe animo di alzarsi né meno allora. E la sera, a cena, meno che Spartaco era un poco pallido, non si sarebbe capito niente. È vero che i giorni dopo fu di meno parole e non lo voleva più dietro a lui. Glielo faceva capire alzando la voce mentre parlava con gli altri; e Alberto mogio mogio tornava via. Era sempre smilzo e i contadini dicevano che era leggero come il gatto e che anche lui sarebbe stato capace di saltare fino al cornicione delle finestre.
Ma, dopo qualche settimana, la madre gli disse che suo padre aveva stabilito di mandarlo in un collegio a studiare agricoltura; in un collegio molto lontano che egli non aveva né meno sentito nominare. Dopo quattro anni sarebbe stato già capace di amministrare una fattoria. Egli allora, invece di rispondere male, si sentì tutto disposto ad obbedire. E benché Spartaco avesse diffidato sempre finché non lo vide in treno, il ragazzo era quasi lieto di andarsene. Non sapeva né meno se la madre si fosse accorta di niente.
Quand’era per finire il primo anno di collegio il direttore gli disse che doveva partire immediatamente perché suo padre stava male e desiderava parlargli. Alberto lo trovò già morto. Anche Concetta s’era tutta abbrunata e Raffaella parlava con lei come se fosse stata un’altra figliola. Egli, mentre sentiva il pianto dentro gli occhi, aveva un gran rancore invece; e pensava come fare per vendicarsi. La giovinetta era sempre la stessa. Egli, invece, s’era fatto un quarto di metro più alto; s’era perfino un po’ ingrassato e gli spuntavano sopra la bocca i primi peli vani. Dire ogni cosa alla madre non gli piaceva; sopra a tutto perché ormai si sentiva un uomo e un uomo non doveva fare a quel modo. Doveva pensarci da solo! La giovinetta gli si teneva lontana e sembrava più appenata per lui che per la morte del padrone. Questo contegno gli piaceva; e il rancore si mutava sempre di più in simpatia. Era una simpatia un poco ambigua; ma non poteva trattenerla. E Concetta, sempre più sicura di questo cambiamento, gli parlava con una voce sempre meno dura e più aperta.
Allora, una volta, avendola vista entrare nella capanna, proprio come quel giorno, egli si assicurò che sua madre non era a nessuna finestra; poi si fece all’uscio e lo scostò, ma più risolutamente. La giovinetta, vedendolo entrare, si fece bianca e stette ferma ad attendere ch’egli dicesse quel che voleva. Era bianca e sudava. Le sue tempie s’inumidivano come se la vena che andava verso l’occhio dovesse doventare senza colore e farsi piena d’acqua. Concetta aveva una bella bocca ed era tanto buona. Che male gli aveva fatto? Egli si sentì come lacerare tutto, con un piacere rapido: in collegio, aveva finito con il desiderarla. Fissandola a lungo, le disse:
- Perché fai la stupidaggine di non dirmi niente, ora?
Ella si rigirò di scatto, per andarsene. Ma egli la prese tra le braccia e la baciò.
Anche lui, finalmente l’aveva baciata! Anche lui, quando era stanco e aveva sudato a domare un cavallo, si faceva portare da lei un bicchiere di vino!

Federigo Tozzi – Roberto e Natalia

Roberto spalancò la finestra; e una ventata umida gli batté su la faccia, gli entrò sotto le palpebre. Il solito pensiero, rapido più della ventata, gli chiese:
- Sei ben certo di amare Natalia?
Ed egli si mise a scriverle. Scriveva in fretta, perché si immaginava ch’ella leggesse la lettera di mano in mano che gli venivano le parole; e non voleva farla smettere. Alla fine della seconda pagina egli non scrisse più; e stette ad ascoltare, dentro di sé, quel che gli diceva l’amica. Stava come se ascoltasse da vero, pigiando l’unghia del pollice sopra la carta; attento e immobile in tutto il resto della persona. Poi, disse a voce alta:
- Se volete, noi ci vedremo stasera; e ci parleremo.
Ella gli rispose:
- Perché?
- Voglio portarvi un mazzo di rose.
Egli sentì il peso del mazzo e poi gli parve che Natalia glielo togliesse di mano: erano proprio le dita di lei. Allora il suo cuore fu più largo. Ritornò in sé, lesse quel che aveva scritto; e poi riprese la penna. Sentiva una dolcezza così forte che aveva paura gli venisse male. Chiuse la lettera e la portò da sé alla pensione dove stava Natalia. Come tutti gli innamorati, egli aveva paura che venisse voglia a qualcuno di aprire la busta; ed era difficile convincerlo che non avrebbero né meno tentato. Ripensava a quattro giorni innanzi, quando ella era stata alla sua villa; su la collina del Gianicolo. Le parlava tenendo dentro l’acqua d’una vecchia vasca rotonda la cima del bastone; e Natalia, con la punta di un guanto, che s’era sfilato per dargli la mano, toccava lieve lieve le piante di capelvenere. Roberto le disse:
- Perché vuoi andartene?
- Per non avere rimorsi.
Egli impallidì; e le sue guancie si contrassero, mentre i muscoli si sollevavano lungo la linea piatta della mandibola. Ma Natalia gli spiegò:
- Sono troppo più anziana di te. Tu stesso, dianzi, hai detto di avermi visto un capello bianco.
Egli alzò gli occhi alle sue trecce nere; e sorrise; come per dirle che non era vero. Ma non seppe trovare né meno una parola adatta. Non s’arrischiava né meno a guardarla, tenendo gli occhi alla cima del bastone dentro l’acqua. Ma, piegatosi un poco verso il viso di lei, vide i suoi occhi arrossati bagnarsi di lacrime. E il viso colorirsi come quello di una febbricitante. Tutte le volte che la vedeva a quel modo, era incapace di consolarla; ed era costretto quasi a scostarsi da lei. Anche quella volta Natalia se n’avvide e lo seguì, anzi, senza rimproverarlo. Quand’egli finalmente trovò quel che dirle, gli occhi di lei erano tornati asciutti; e il volto era soffuso di un pallore sereno e fermo. E, forse, non ce n’era più bisogno.
Egli ora ricordava ciò; e, dopo aver lasciata la lettera, si sentiva meno colpevole; con la sicurezza che Natalia sarebbe andata a trovarlo un’altra volta.
Anche gli alberi della villa pareva che l’attendessero come lui; con le loro fronde fitte, che chiudevano tutto. Anche la fontana era là; come una colpevole che avrebbe saputo comportarsi meglio; con il capelvenere alto, che tremolava sotto lo spruzzo dello zampillo debole; perché intasato dal tartaro giallo e rosso.
Egli pensò: «Perché non debbo riescire ad amarla come ne ho il desiderio?». E il bel volto di Natalia gli apparve nel ricordo come una risposta. Gli parve di vederla in uno dei loro momenti più buoni e più tranquilli; quando negli occhi di lei c’era tutta la dolcezza dell’aria serena; e dalla sua bocca non escivano che parole soavi.
Ma quand’ella andò da vero, Roberto non era più lo stesso. Ad attenderla troppo, era doventato esigente ed inquieto; ed ella si mise a rimproverarlo. Egli le chiese:
- Perché, dunque, sei venuta?
Subito il viso di lei mostrò un dolore quasi disgustoso. Allora Roberto la trasse a sé; per baciarla subito, su gli orecchi e su la bocca, perché non si allargasse di più quel senso di allontanamento ch’era già tra loro. Ma, per la prima volta, sentì che anche a baciarla era inutile. Anzi, peggio; perché gli parve di fare una cosa stupida e senza senso. Così egli avrebbe potuto mettere le labbra su qualunque oggetto della stanza dove erano. Ella era soltanto la cosa vivente, che respirava come lui, in mezzo alle altre cose inanimate. Ma la differenza era poca. Forse, se si fosse avvicinato al mazzo di rose fresche su la scrivania, si sarebbe scosso di più; avrebbe avuto di più la sensazione di fare una cosa piacevole. Perché doveva amarla? Non c’era nessun motivo. La pettinatura dei capelli gli parve un artificio quasi antipatico; la pelle di lei una cosa meno bella di tante altre. Anzi, non doveva né meno permetterle di farla avvicinare con le mani! L’illusione di tutti gli esseri gli apparve in un modo irreparabile e maligno. Egli non doveva amare né lei né un’altra; ma doveva soltanto capire in che consistesse il senso indefinibile di una bellezza più vasta che si schiariva sempre di più nella sua intelligenza. Egli viveva piuttosto in balia della sua intelligenza e ad essa soltanto doveva credere. Tutta la cura di Natalia per essere più bella, lo irritò: le unghie lucidate, la catena d’oro a un polso, un nastro che doveva essere nuovo, il cappello scelto forse per piacergli di più. Tutta quella roba, che si poteva comprare! Egli pensò ironicamente: «Forse, se si spogliasse!» Ma, guardandola attentamente, continuò: «Né meno allora, perché forse si lascerebbe le calze o le vedrei qualche pettine tra i capelli! E perché io l’amo adesso se qualche anno fa io non la conoscevo né meno? Quand’era bambina, la sua esistenza non aveva niente a che fare con me. Che mi piaccia, non basta perché io l’ami. Io non amo né meno me stesso; ma soltanto le cose che io penso, quando non si riferiscono a quelle presenti; quando non so né meno che cosa siano e non saprei nominarle».
Natalia, accorgendosi ch’egli le era ostile, si alzò subito e andò allo specchio; come faceva tutte le volte ch’era per andarsene. Egli continuò a pensare: «Che si specchi pure. Non mi riguarda. Quando mi vedo io, dov’ella ora si guarda, sono anche più triste».
Ma le vide gli occhi rossi di lacrime come, tre giorni innanzi, alla fontana; e disse a se stesso: «È venuta a piangere! Ora la devo abbracciare; perché smetta».
Si alzò anch’egli, e l’abbracciò. E, istantaneamente, come per un miracolo, la baciò con tutto il suo sentimento sopra il collo un poco scoperto; tra i capelli e il bavero della veste. Allora, di nuovo, fu deluso: «Se le baciassi la veste, sarebbe lo stesso!».
Ma Natalia lo aveva preso con le sue mani larghe, che talvolta gli facevano quasi paura; e allora gli parve che lì, accanto a lei, ci fosse un senso di vastità che non trovava né meno restando solo e dritto, per mezze ore, a guardare con gli occhi immobili l’orizzonte dal balcone della sua villa. C’era lì, accanto a lei, l’appagamento di tutti quei suoi desideri; che sembravano nascere dall’istinto della morte. E disse a se stesso: «Ha ragione lei: io la devo amare».
No: i suoi anni non dovevano restare in una solitudine isolata e arcigna! Non doveva essere sempre intelligente. Doveva fare come tutti gli altri. Dipendeva soltanto da lui, perché Natalia lo amava e non gli chiedeva niente di più. Roberto, ormai, sapeva quel che doveva dirle per avere da lei una risposta piuttosto che un’altra; cioè quella risposta che gli avrebbe fatto piacere ed era conforme al suo stato d’animo. Poteva fare così con tutti. Nessuno era capace a distrarlo o a capirlo, se egli non avesse voluto. Toccava sempre a lui ad avere l’iniziativa di attuare i suoi desideri. Dagli altri egli poteva trarre quel che voleva e bastava. Non c’era mai caso che si stancasse a fare così; perché gli era possibile, per natura, di vedere e di pensare più di tutti gli altri. Specie in certe giornate, i suoi pensieri erano come evidenti e visibili; e lo appagavano. Natalia non era che l’essere scelto tra tutti gli altri; l’essere che gli era capitato; e non di più. L’essere a cui si confidava. Ma, forse, avrebbe potuto confidarsi non a lei soltanto; e, allora, non c’era nessuna ragione che le fosse fedele perché ella lo amava. Infatti, non poteva essere amato anche da altre donne? Egli non viveva soltanto per la realtà del presente; ma c’era anche un’altra realtà eguale a quella: il mondo non era limitato da un giorno qualsiasi e né meno dai suoi gusti personali. Tanto meno dalle circostanze. La realtà era eterna, sempre identica; ed egli la preferiva. Quando gli pareva che Natalia appartenesse a quella specie di eternità, poteva amarla; altrimenti, no. Egli non voleva. Sarebbe stato uno sbaglio. Se tutti e due non fossero mai morti e avessero continuato a vivere come un’eccezione, allora si sarebbe sentito attratto verso di lei. Perciò, essendo giunto a queste riflessioni, le disse:
- Come sei bella!
Natalia ebbe su la bocca un segno rapido di angoscia; e lo guardò.
Ed egli proseguì:
- Perché ti lascio andare via, se ti amo così? Non andartene mai più. Come farò senza di te? Resta con me. Non te n’andare. Ho tanto bisogno di stringermi a te.
E le mise la faccia tra il collo e il petto. Natalia piegò un poco la testa, per tenerlo più chiuso dove s’era messo. Roberto sentiva il caldo della sua pelle, ma quel caldo era meno forte del brivido diaccio che non smetteva mai. Perciò si strinse di più a lei, ed ella piegò di più la testa. Allora, gli parve che un poco della vita di Natalia gli si comunicasse; e non pianse. Ma avrebbe voluto dirle: «Io voglio che tu sia libera. Non voglio che tu sacrifichi a me la tua giovinezza. Lasciami soffrire da solo. Perché io so soltanto soffrire». Ma ella voltò in su la faccia e lo baciò sopra la bocca; e poi gli disse:
- Tu sei come un ragazzo. Non mi lasciare. Come sono fredde le tue mani! Hai un tremito da per tutto!
Roberto le rispose:
- Come ti amo!
- È bene che tu mi ami così.
Egli sorrise con amarezza, e le disse:
- Bisognerebbe che tu non dovessi più andartene. Bisognerebbe che tu fossi libera come me. E tu non fossi costretta ad andartene. Io guardo sempre la tua fotografia di quando eri giovinetta, perché mi sembra di amarti da allora; e che siamo stati sempre insieme. Invece non è vero! Ma come ti avrei voluto sempre bene! Ora che credo al nostro amore, soffro troppo quando penso che non sei libera!
- Ti amo lo stesso!
- Ma anche tra poco le tue mani non mi potranno tenere più.
Natalia gli disse, con dolcezza:
- Non ci pensare!
- Ci penso sempre, invece.
Ma giungeva l’ora che Natalia doveva essere alla pensione; perché, forse, il marito l’aspettava già.
Allora, egli, all’improvviso, capì perché non potevano amarsi quanto avevano bisogno. Non per nessuna paura o per qualche pregiudizio; ma a lui ripugnava amare una donna sposata ad un altro. A Natalia non gliel’aveva mai detto, perché gli sarebbe parso di essere troppo cattivo; ma, d’altra parte, egli non era capace a passare sopra a una cosa simile. Era proprio il suo istinto di amare che glielo vietava. E non riesciva né meno a vincere il disgusto che gli faceva Natalia; sebbene gli sembrasse una profanazione vile e bassa. Egli voleva scuoterla da quella ripugnanza, e non gli riesciva; sentendo che o prima o dopo avrebbe dovuto separarsi per sempre da lei. Perché non gli riesciva ad amarla lo stesso? Egli avrebbe voluto confessarsi a lei; ma sentiva ch’ella non avrebbe potuto capire e si sarebbe offesa. Perciò, quando si sentiva costretto a tacere proprio con lei, aveva voglia di lasciarla. Sarebbe bastato che ella avesse capito com’egli soffriva per questa ragione! Ma ella era inerme contro di lui; ed egli le avrebbe fatto soltanto del male. Come poteva invece Natalia amarlo senza avere gli stessi disgusti? Forse lo amava per consolarsi di non amare il marito; ma questo gli pareva una debolezza antipatica; e non la scusava. Anzi lo faceva irare contro di lei; e il suo amore era contraddetto sempre; senza scampo, senza mai una possibilità di rendere pura la donna come voleva essere puro il loro legame. E perché allora non vi rinunciavano tutti e due? Non era un controsenso che si amassero a quel modo? Egli prevedeva già, inesorabilmente, che avrebbe dovuto lasciarla, rinunciando alla sola donna che gli fosse piaciuta a quel modo. Si sentiva condannato a lasciarla; e ne aveva ribrezzo. Come sarebbe stato meglio ch’egli l’avesse avvicinata come tante altre donne! Ma Natalia era per lui la donna a cui ci si lega per sempre; alla quale si consegna la propria esistenza. La donna che porta l’uomo dove ella vuole; la sola donna che pare bella. Che raccapriccio angoscioso a non averla per sé! Perché non essere certi che resterà nella propria casa per sempre? Roberto ci s’era attaccato con quell’amore che non smette mai; con quell’amore che piglia tutti i sentimenti, facendoli buoni e dolci, perché gli si obbedisce più che a noi stessi. Egli sentiva il bisogno di parlare a lei; come quando, senza la donna amata, si vorrebbe piuttosto impazzire e smettere di essere vivi. Eppure la doveva lasciare! Soltanto a pensarci, gli pareva che un brivido tagliente dovesse risolvere tutto. Quel brivido avrebbe dovuto avere la forza di uccidere: forse il marito, forse Natalia, forse lui stesso. Egli soffriva come quando aveva pensato alla propria morte. E, quando se ne scordava invece, gli pareva di sorridere di gaudio, come si fa nei sogni; e d’avere tra le labbra una dolcezza un poco umida e fresca. Pensando così, egli non osava guardarla; ed aveva orrore di se stesso; quasi disistima. Natalia stava lì, ed avrebbe dovuto essere sua perché si amavano; invece non era sua, ed egli, con l’angoscia mortale, che gli pigliava il cuore, con le mani incapaci a tenerla, la doveva tradire; perché non gli riesciva ad amarla. Ma con quanta devozione le voleva bene, allora! Egli la temeva perfino. Si sentiva indegno di lei; e le sue carezze gli parevano prese ad inganno. Le guardava le belle mani, larghe e chiare; e gli pareva che avessero la forza di mandare via quella ripugnanza disagevole. Glielo voleva dire; e gli veniva da piangere. Era lì, accanto a lui; la poteva piegare a sé, e non bastava. La voleva nascondere, farla vivere dentro la villa. Ed era inorridito che non fosse sua da vero, perché nessun’altra perdita avrebbe potuto colpirlo con maggiore atrocia.
E siccome s’avvicinava la decisione di non rivederla più, per accertarsi ch’era già tardi, come per fare forza a se stesso, guardò verso la finestra. C’era già su le cime degli alberi quel colore che ha il sole quando deve tramontare; e che scoraggia. Ai piedi del Gianicolo, Roma pareva frantumata. Essi sentirono freddo; e stettero accanto senza parlarsi. Allora videro la città come se si sbriciolasse tutta e divenisse un’alta stesa di polvere grigia, un poco dorata e luccicante. Poi, si disfece anche di più; e divenne simile alla cenere leggiera che se ne va. I monti Albani sparirono. Soltanto allora udirono la fontana della villa. Egli disse:
- Vattene: fai tardi.
Natalia prese in fretta i guanti, e si mise il cappello. Quando fu uscita, la sentì ancora muovere per la stanza; e i suoi occhi, aperti nel buio della sera, non la potevano dimenticare.

Federigo Tozzi – La vendetta

Questa necessità di ucciderlo io l’ho percepita da prima come un’idea affatto indipendente da me, una specie di nucleo distaccato e che io potevo isolare anche di più; sebbene fosse capace di procurarmi un malessere diffusamente intimo. Era come una specie di formazione; a cui io non prendevo parte. Una volta mi son sentito invece invaso da una vera vertigine, che era più forte della mia volontà: sono stato sul punto di commettere il delitto, quasi provando il principio di uno svenimento, che mi avrebbe dato giusto il tempo di agire. Sentivo che le mie mani erano per moversi per la forza di un fascino; ma sono stato in tempo a pregare Dio, sebbene sentissi che veramente si trattava per me di una rinuncia che m’avrebbe fatto sopportare uno stato morale molto depresso. Dunque, da questo sintomo, devo convenire che veramente io sono stato capace di effettuare l’omicidio: altrimenti non avrei provato quel deprezzamento involontario di me stesso; nel quale non entra affatto quel che si chiama orgoglio o amor proprio. Ma l’uomo, ne concludo, si trova in certi casi, per i quali non può fare a meno di uccidere. Se non uccide, deve corrompersi; e rassegnarsi a sentirsi per tutto il rimanente della vita capace anche di essere immorale senza rimorso. Quella volta l’omicidio mi parve una naturale conseguenza; ed avendola evitata, per uno spavento morale, quasi per un rimorso preventivo, io non mi sento maggiormente buono, ma piuttosto cattivo; anzi, direi corrotto.
L’omicidio è il mio dovere morale.
Ora sento il ritorno di questa forza sotto la specie di tentazione; ma però non sufficiente a farmi agire. Mi piace, anzi, la sensazione di questa voluttà senza annettervi la necessità di doverla seguire. Ma so che mi dà una melanconia che insiste molto, una melanconia che diviene anche violenta; e che mi strazia, perché non mi sono vendicato.
Allora mi domando perché io voglia contenermi. Ho forse preso a sfruttare quei sentimenti che stanno attorno alla mia anima? E se io compiessi questo omicidio, non smetterei forse di piangere? Ma dopo? Che cosa sarebbe della mia anima, dopo? Sarebbe veramente una soddisfazione, com’ora mi pare? Certo è che la vendetta, agli uomini onesti e forti, è necessaria. Ne abbiamo il diritto; perché nessuno può sapere quanto un uomo onesto e forte ne soffre.
A giornate, io non penso ad altro; senza riescire mai a distrarmi. Anzi, tutto mi porge l’occasione di dirmi: «Che fai? Perché non ti decidi?»
Certo, io sono straziato troppo. Ma, a quel che sembra, non basta né meno pensare che quest’atto mi riporterebbe all’innocenza dei miei primi anni. Lo sento: ne sono sicuro. Se io uccidessi, doventerei da vero un ragazzo.
Ora, no: questa insoddisfazione agisce nella mia anima in troppe guise, influisce in tutto quel che io faccia. Non c’è un mio sentimento che ne sia immune, anche quelli che sono tra i più delicati e spirituali. I miei pensieri, ora, hanno un’ombra: quella dell’insoddisfazione.
E, per contrasto, certe cose del passato hanno una serenità innocente; che mi spinge a riacquistarla.
C’era in me, questo istinto; o forse è nato fin da quando la mia anima è stata troncata? Io non lo so.
Certo, mi sentirei più uomo rispettabile se avessi già ucciso da vero.
Quegli che io voglio e devo ammazzare è forse un uomo invidioso, cupo, triste, affezionato soltanto alla propria casa; e diffidente di tutto. Questa è l’idea che di lui m’ero fatto prima che mi venisse il desiderio di ammazzarlo. Ora, invece, non saprei né meno quel che ne penso! Ma è bene raccontare come stanno le cose.
Da ragazzo mi chiudevo in una capanna, perché non mi vedesse più nessuno. Sotto di me, il mucchio del fieno pareva che cadesse come quando lo taglia la falce; e il suo odore specie quando non era ancora secco bene, mi piaceva tanto che io con le braccia mi facevo una buca sempre più fonda; e ficcavo giù la faccia per sentirlo tutto, sino all’impiantito.
Se udivo il volo di qualche uccello, allora mettevo gli occhi a uno spacco tra due mattoni; da dove però vedevo soltanto la luce nel cielo. E ridevo di gioia. Quest’uomo, che io non voglio né meno nominare ma che tutti conosceranno quando avrò il processo, una volta mi trovò così in mezzo al fieno. Egli non mi disse nulla; né meno quando s’avvide che m’aveva fatto paura e che cercavo di rassicurarmi. Eppure egli sapeva chi fossi, perché stava come la mia famiglia nella stessa casa! Avrei voluto sempre parlargli di quel giorno, ma egli mi voltava sempre il dorso e poi si divertiva a guardarmi quando io ero già allontanato da lui.
Aveva i capelli riccioli e neri; gli occhi luccicanti.
Quando, molti anni dopo, presi moglie, egli ridacchiava tutte le volte che c’imbattevamo fuori o per le scale. Io mi indignavo e m’arrabbiavo; ma egli non ne faceva nessun conto. Una volta, io ero in casa e credevo che mia moglie non fosse ancora tornata. Perciò, l’aspettavo; seduto sul nostro canapè. La mia gattina saltò giù dalla sedia dove stava a sonnecchiare; e, come faceva sempre, tremando tutta, mi s’arrampicò sopra le spalle e cominciò a leccarmi il collo. Allora, non mi riesciva a farla smettere; né meno se cercavo di tirarla giù per forza, senza farle male però. E se l’avevo costretta a scendere, essa restava ferma dinanzi alle mie ginocchia, a guardarmi con gli occhi aperti e addirittura verdi: dov’era una specie di voluttà profonda e incosciente. Poi, alzando il muso verso di me, metteva le unghie su le ginocchia; e risaliva sopra le spalle.
Impaziente che mia moglie non tornasse, la tirai giù con una stratta; ed essa andò a sbattere contro la porta di cucina. Allora io, pentito, perché da lì continuava a guardarmi, senza sapere se potesse tornare da me, mi alzai per accarezzarla. Chinatomi giù, sentii parlare sommesso in cucina. Aprii la porta, e vidi mia moglie insieme con quell’uomo che io ormai aborrivo con un senso di ripugnanza perfino pazzesca. Io non dissi una parola e stetti immobile a fissarli ambedue con lo sguardo, benché la vista mi si velasse, come non m’aveva fatto mai. Egli, dopo qualche minuto di questo silenzio, si fece alla porta, mi scansò con uno spintone ed escì fuori.
I miei occhi, allora, si empirono di lacrime e mi buttai a piangere sopra il canapè. Quando smisi di piangere avevo deciso, non so con quanta logica di riflessioni, che non avrei parlato mai più a mia moglie. E così feci per tutta quella giornata. Io speravo ch’ella si pentisse e che venisse almeno a giustificarsi; ma tutto era come prima, per lei. E nessuno sforzo mio di mostrarle quanto soffrivo le faceva il più piccolo effetto. Il giorno dopo, quella mia decisione mi era insopportabile; e avrei desiderato troncarla io per primo. Mi doleva il cuore e temevo che mi ci venisse male. Nei miei occhi era restato il pianto rasciutto; e mi bruciavano, dandomi fastidio; e non li potevo chiudere. Per un mese intero, io e mia moglie non ci parlammo. Quel silenzio era terribile. Quando incontravo il mio nemico, per evitare che io lo vedessi sorridere, abbassavo subito la testa. Perché soltanto a pensare che avrebbe potuto sorridere, mi sentivo scoppiare di vergogna. Il mio stato nervoso non era più come prima: e al cuore sentivo certe trafitte, che mi facevano disperare.
Ma, ormai, credevo che fosse ridicolo dire qualche cosa a mia moglie o chiederle perché quell’uomo fosse stato in casa con lei. Già m’ero rassegnato, e provavo una dolcezza melanconica che mi distraeva abbastanza. Dalla finestra della mia stanza, dove passavo quasi tutto il tempo, vedevo ogni domenica, giù nella vecchia piazza, due saltimbanchi che davano sempre gli stessi spettacoli alla gente uscita dalla messa. Erano un uomo e una donna, forse marito e moglie; vestiti ambedue di una maglia rossa; un poco come il sangue. Siccome la finestra era alta e chiusa, e abbastanza distante, io non udivo nulla. Ma i loro movimenti che facevano ridere gli altri, aumentavano la mia disperazione. Io li guardavo con terrore; come se avessi visto la mia pazzia con sempre più certezza, come un pericolo senza scampo. Quando se ne andavano, mi pareva che la morte mi dovesse schiacciare da sopra la testa.
Ma io ero in grado di sentirmi interamente liberato dalla moglie. E non mi capacitavo perché continuasse a stare con me, se io non le volevo più bene. Tuttavia, non la odiavo; e mi teneva compagnia lo stesso, seguitando a fare tutte le faccende di casa come una volta. Ma io avevo un desiderio enorme di mostrarle che con una altra donna avrei avuto una vita felice; e, benché mi dispiacesse per lei, le davo a capire, più che non fosse vero, ch’io m’ero come innamorato d’una giovane che veniva a fare la sarta su all’ultimo piano della nostra casa. Purché non se n’accorgesse, il mio nemico! Alla fine, dopo qualche mese, io m’arrischiai a parlare a quella giovane; una sera che era più buio del solito.
Ella era figliola di contadini e cominciava allora a ingentilirsi e a vestirsi con più garbo. Per quanto avessi moglie, ella mi disse che mi amava e che le ero rimasto sempre simpatico, fino da ragazzo. Perché ella era della mia età; e mi conosceva benché io non avessi mai fatto caso a lei. Io me ne innamorai da vero, con tutta la mia forza; benché il legame che sentivo ancora con la moglie, che era stato più forte, desse un disgustoso impedimento al mio animo. Io non ero capace, né meno allora, a tradire la moglie! Elisa non aveva mai amato nessuno; ma, quando me ne parlava, mi faceva capire che aveva un gran segreto da confidarmi e che se ne asteneva per non farmi dispiacere. Alla fine, dopo avercela costretta, in un momento di passione, con molte lagrime mie e sue insieme, mi disse che da bambina un uomo era riescito a sorprenderla mentre era sola: e aveva voluto baciarla. Poi, impaurendola con certe minacce, alle quali ella aveva creduto, era riescito a farsi promettere che, prima di essere di un altro, sarebbe stata di lui. Io le chiesi:
- E continua ancora a molestarti?
Ella, con un gran singhiozzo che pareva dovesse scioglierle anche la veste, mi rispose in un modo che appena la intesi:
- Sempre.
Mi venne un gran brivido su dalla pianta dei piedi: e volli sapere, a tutti i costi, chi fosse. Ma ella, per paura di lui, mi supplicò che non insistessi. Tuttavia, un’altra sera, dopo avermi fatto giurare che non gli avrei fatto niente di male, perché non si vendicasse peggio, mi disse chi era. I miei occhi non videro più nulla; e l’abbracciai stretta perché mi parve che allora il mio nemico fosse riescito a entrare anche dentro il mio cuore e la mia carne. Era sempre quell’uomo, a cui io non avevo fatto niente di male, che per la terza volta mi faceva piangere; sconvolgendomi la vita! Il dolore fu più forte di tutti gli altri; e decisi di farmi cattivo e risoluto come lui. E io, un giorno che avrò pianto troppo, l’ammazzerò con il coltello che ho avuto il coraggio di comprare a posta. Ho fatto male a comprare il coltello, ma lo ammazzerò.

Federigo Tozzi – La stessa donna

Quando i due amici si rividero dopo tre anni, ebbero quasi vergogna di se stessi: benché si fossero scritti sempre, era
come una riconciliazione timida, che li molestava.
E Raffaello, per tentare l’amicizia di Felice, gli chiese:
- Che hai fatto in tutto questo tempo?
Felice, con un’ostilità involontaria, rispose:
- Lo sai.
E allora ebbero voglia di rimescolare insieme tutti i loro sentimenti. Il tempo della lontananza si scorciava sempre di più, rapidamente. Ma non si dicevano nulla. Stavano bene insieme, e basta.
- Guarda: piove!
Guardarono insieme la pioggia, quasi con gli stessi occhi; e, poi, Felice disse come per fare un confronto ironico:
- Ti ricordi di quando ci ammollavamo per ore intere?
E desiderarono, ambedue, che piovesse; perché avevano bisogno di credere che non si sarebbero separati troppo presto. Felice era stato sul punto di prendere moglie. Raffaello lo sapeva e vi pensava con un fremito di curiosità. Ma felice non voleva parlarne; perché amava ancora. E Raffaello soffriva in vece che non gliene parlasse. Alla fine, chiese:
- Perché non hai preso moglie?
Felice gli strinse una mano e gli disse:
- Un giorno lo saprai.
L’altro lo guardò.
- Lo vuoi sapere subito? Non mi riesce a parlarne con calma, a te.
- Ma le hai voluto bene da vero?
Felice poteva dire la verità, ma sentì che doveva rispondere di no. Egli doveva parlargli di questa donna non secondo la verità, ma secondo quel che in quel momento gli faceva piacere. E gli pareva, perciò, d’essere più buono con il suo amico.
- Io – disse Raffaello – ho continuato sempre la vita che anche tu una volta facevi insieme a me.
E mentì anche lui, perché gli dispiaceva raccontare la verità. Ognuno di loro doveva dissimulare. Ora, la loro amicizia li molestava da vero: era come una sorpresa della loro coscienza. Sentivano che, se fossero stati sempre insieme, avrebbero vissuto in un altro modo. Ma il passato parve loro egualmente dolce e tanto intimo. La pioggia seguitava, sempre più forte; come se avesse avuto fretta di distruggere tutti i loro ricordi che formavano i loro sentimenti. Raffaello tentò di cambiare discorso:
- È bella la città dove ora stai?
Ma Felice pensava troppo al suo amore, e perciò non rispose. Non riesciva più a dimenticarsene; e si alzò, impallidendo. Raffaello disse:
- Anch’io soffro!
- Come ci avvengono le stesse cose! Io capisco che anche tu hai amato.
- Ma ho voluto vincermi.
- E perché non me ne hai scritto niente?
- Perché tu mi parlavi di te, e io non volevo dirti che anch’io ero come te.
- Proprio come me?
Si misero a ridere. Poi Raffaello disse:
- È meglio parlare d’altro.
- Non ci riesce.
Il caffè, dov’erano, s’empiva di gente; che v’entrava per ripararsi dalla pioggia. I due grandi specchi messi alle pareti riflettevano la gente e i tavolini; come se anche essi avessero ripreso a fare qualche cosa; quello che dovevano far sempre. Giacché erano gli specchi di un caffè, pareva che avessero l’incarico di accogliere subito la gente. Alcuni giovani entrarono nella stanza dei bigliardi, e si sentirono poco dopo i colpi dei birilli. A un tavolino, coperto con un piccolo tappeto verde, giocavano a carte; a un altro, sfogliavano i giornali illustrati, fumando. Lungo le pareti verniciate di bianco, stavano i divani coperti di velluto rosso. Nel caffè c’era una certa allegria un poco sommessa.
Felice disse, con un’allegria più nervosa:
- Se io avessi preso moglie, non sarei più tornato a Roma.
L’amico rispose, come si fosse trattato di una bravata:
- Sarei venuto io a trovarti.
Felice, di rimando, come se parlasse chi sa di quali paesi lontani, gli chiese:
- Fino a Bologna?
Allora ci presero gusto, benché con sospetto.
- Certo: qualche volta, avrei avuto modo di venire. Ma chi è, dunque, questa donna che volevi sposare? È una principessa?
Ad un tratto, allora, sentirono che la voce si cambiava:
- L’hai conosciuta anche tu.
L’amico, istintivamente, si vendicò:
- Anche tu hai conosciuto la mia.
Risero tutti e due, ma con una certa paura. Ormai, era certo che si sarebbero detti il nome. Sentivano ch’era male; ma Felice non si tenne:
- Si chiama Ines.
Raffaello ebbe una scossa di rabbia; e disse sottovoce:
- Era Ines?
- Lei.
Raffaello voleva ridere e non poteva. Continuò, invece, a vendicarsi quasi balbettando:
- E non ti ha detto mai che ne ero innamorato io, prima che venisse a Bologna?
Ma Felice era più mite.
- Mai.
Poi si passò una mano su gli occhi, e disse:
- Ora mi sembra un’allucinazione.
Raffaello taceva, esasperato e dolente.
- Bisognerebbe ritrovarla insieme. So che è a Roma.
- Andiamo subito a cercarla.
- Ma, prima, raccontiamoci tutto.
Era come se si aiutassero a rivederla insieme; era come se l’amassero insieme, senza pensare a togliersela l’uno all’altro.
Felice si sentiva come un colpevole; e restarono un pezzo senza potersi parlare e né meno guardare. Credevano anche che si dovesse rompere la loro amicizia; e ciascuno ripensava ad Ines secondo come gli era sembrata. Ma nessuno dei due si figurava che Ines era andata dall’uno all’altro soltanto per il capriccio di farsi amare da due amici così sinceri tra sé. Ella già aveva calcolato di non essere né dell’uno né dell’altro.
Ma anch’ella, più che per civetteria, aveva voluto far questa prova con una certa serietà; quasi con il desiderio di far piacere a tutti e due appunto perché si volevano bene. Quando aveva capito che il sentimento era da vero per comprometterla, trovava il modo di allontanarsi; e tutto per lei restava una specie di amicizia un poco sensuale; senza ch’ella volesse rendersi conto che i due giovani s’erano lasciati prendere da un sentimento molto più profondo e di un’altra natura. Da ultimo se n’era pentita; e desiderava non incontrarli più. Era bionda e magra; e bella quando sorrideva.
Ora, lì, in quel caffè, dove la gente entrava tutta bagnata di pioggia, essi silenziosamente se la competevano per difenderla e per odiarla nello stesso tempo. Raffaello disse:
- Ti riesce a capire perché ha fatto così con tutti e due?
- Io non lo so; ma non me ne parlare.
Felice si sentiva, all’improvviso, pieno di gelosia. E, quando doveva convincersi ch’ella non lo aveva amato di più, soffriva. Egli sarebbe andato a trovarla, ma solo; per farsi amare e per toglierla tutta all’amico. Ma avrebbe voluto toglierla perfino dal ricordo; e questo non era possibile.
Anche Raffaello aveva lo stesso diritto; e perciò si sentiva furioso e ridicolo. Avrebbe desiderato che si trattasse soltanto di un sogno morboso. Raffaello aveva tutto il suo amor proprio sottosopra; si riteneva il più tradito, e perciò era quello che odiava di più Ines. Quantunque, contro la sua volontà, gli piacesse pensare ch’egli l’aveva amata prima di Felice.
Guardando la gente agli altri tavolini; credevano di essere beffati. Si fermarono, perciò, a guardare le bocche che sorridevano; i gesti e i movimenti.
Ma Felice chiese:
- Che colpa ne abbiamo tra noi?
Raffaello avrebbe voluto rispondere male; ma sentiva che non poteva; e, a suo malgrado, dovette essere buono anche lui. E rispose:
- Nessuna.
- Perché, dunque, non ci parliamo più?
- Io credo che abbiamo pensato le stesse cose.
Non riescivano però ancora a guardarsi negli occhi, perché erano in collera; e bastava che tacessero un poco perché il loro risentimento ripigliasse il sopravvento. Ambedue si sentivano in balia della stessa cosa cattiva e spiacevole. Volevano mandarla via, subito; e non era possibile.
- Le riparlerai mai più?
Raffaello fu preso da una gran voglia di essere sincero, che lo scuoteva tutto.
- Mai.
- Né meno io.
E, vedendosi negli occhi, capirono che ambedue erano stati afflitti fino in fondo; ambedue volevano togliersi dall’anima questa colpa involontaria. Allora, Raffaello disse:
- Andiamo insieme a casa mia, e bruciamo tutto ciò che serbiamo di lei: lettere, fiori, fotografie, i libri regalati… Vuoi?
Felice non voleva averla amata in vano. Ma acconsentì.
Pagarono e escirono; sotto lo stesso ombrello. Prima, Felice passò dall’albergo, dove teneva le valigie; e prese tutto ciò che aveva di Ines.
Le mani gli tremavano, ma si sforzava di ridere.
In casa di Raffaello misero tutto insieme; sopra un tavolino. Felice cercava di non guardare più; e lasciava fare all’altro. Ma anche l’altro non era più forte; e i suoi occhi s’inumidivano di lacrime. Avrebbe desiderato che fosse stato Felice a buttare tutte quelle cose dentro il caminetto; che ardeva come se aspettasse per fare la fiamma più grande.
- Pigliamo quel che è sul tavolino con le nostre mani insieme.
Felice obbedì; ma, al contatto delle mani di Raffaello, discostò le sue; con avversione. L’altro se ne accorse, e cercò di affrettare. Le lettere e i libri cominciarono a fiammeggiare, dopo aver fatto un fumo denso che esciva fuori della stufa.
- Anche le fotografie?
- Anche quelle.
Le videro tra le fiamme, come se fossero andate a rifugiarsi tra le pagine ancora intatte. Poi, dopo essersi tese al calore, si piegarono; divennero irriconoscibili; si bruciarono, quasi senza fiamma. I libri, con le pagine mangiate dal fuoco, s’appiattivano sempre di più, aprendosi e incenerendosi.
Essi non avevano tolto gli occhi dal caminetto; sentendosi troppo vicini l’uno all’altro.
E quando si fissarono in viso, i loro sguardi erano pieni di odio violento.
Felice, allora, si mise il cappello ed escì; perché ambedue si vergognavano a non avere la forza di uccidere.

Federigo Tozzi – Elia e Vannina

Elìa amava la moglie più di quando se n’era innamorato; e desiderava di amarla sempre di più. Era alto e magro, con il volto a fetta, schiacciato dalle parti, con gli orecchi rossi che parevano tutti attaccati; sempre imberbe, benché avesse trent’anni. La moglie, Vannina, era in vece piacente e delicata; ma di una delicatezza sensuale. Quando escivano fuori insieme, egli la guardava continuamente; mentre ella non guardava nulla, e camminava un poco avanti a lui, come distratta.
Tornati a casa, egli le chiedeva:
- Volevi passeggiare ancora?
Ma Vannina, senza rispondergli, andava dritta in camera a togliersi i guanti e il cappello. Elìa la seguiva, e le si metteva vicino, aspettando che dicesse qualche cosa. Ma ella si spogliava, per infilarsi subito la vestaglia da casa. Egli l’aiutava, le prendeva il volto, e voleva baciarle la bocca:
- Ti voglio bene, sai?
Ella lo fissava come per avventarglisi addosso:
- Me lo devi volere.
Una sera, mentre egli le accomodava dietro le spalle il bavero della vestaglia, ella disse:
- Lasciami, perché devo riscaldare la cena. C’è rimasto d’oggi un pezzo di agnello arrosto. Ci aggiunterò l’insalata.
- Vengo in cucina con te.
Vannina si mise al focolare senza aprire più bocca. Ma, quand’egli accese una sigaretta, si voltò e gli disse, con quella falsa dolcezza che fa sentire fino in fondo il proposito e l’abitudine d’imporsi a tutti i costi:
- Aspetta a fumare.
Egli spense la sigaretta e le chiese scusa.
- Tutte le sere devo dirti lo stesso! Perché non vai a fumare su la terrazza?
Egli ci andò; ma, quando fu per accendere un’altra volta la sigaretta, preferì buttarla via, e tornò in cucina.
Fuori, nel cielo, c’erano le stelle che bruciavano come i carboni del fornello; e, nella strada buia, si udiva parlare la gente che passava. Poi, riveniva il silenzio. Elìa, allora, quando era sicuro che sotto non c’era più nessuno, sputava; restando ad ascoltare lo sputo battere sopra il lastrico, dopo aver rasentato il lampione acceso.
Vannina guardava il marito; ma smetteva quando egli aveva voltato un’altra volta le spalle alla finestra. Elìa, quella sera, si sentiva tutto invaso dal suo sentimento; ed ella gli disse:
- Bisogna che ti ricucia una tasca della giubba: ho visto che ti s’è sdrucita. Perché ti s’è sciupata?
- Non so… Forse, a qualche chiodo?
- Non lo sai da vero?
- No: ti giuro che non lo so.
- Allora, vuol dire che non te ne sei accorto, perché certo ti devi essere accostato troppo a qualche chiodo, in ufficio. Hai guardato se nel tuo ufficio c’è qualche chiodo che sporge in fuori?
- Domani ci guarderò, e te lo dirò.
- Bisogna che tu stia attento, perché cotesta giubba te l’ho ricucita un’altra volta.
- Un mese fa, mi pare.
- Pare anche a me. Vieni qua sotto il lume: guardo meglio se si è scucita o se si è strappata.
Elìa si avvicinò, prendendo in mano il pinzo della giubba dove era la tasca; e alzandolo. Ella rovesciò l’orlo della tasca, poi disse:
- C’è uno strappo. Come hai fatto, Dio mio?
Egli sorrise, ma siccome la moglie era tutta agitata e tremante, e si faceva bianca in viso, si pentì d’essere andato a casa con la tasca che ella doveva ricucire.
- Non so né meno se ci ho il cotone di cotesto colore.
- Lo comprerai domani.
- Ma io te la volevo ricucire per domani mattina, prima che tu escissi!
- Mi metterò un’altra giubba!
- E se ti sciupi anche quella?
Vannina lo guardò con una tale paura, ch’egli si vergognò come un ragazzo. E, allora, si sentì timido; e non osò più né meno di starle vicino. Ella stessa, quando ebbe finito di preparare la cena, dovette dirgli che si mettesse a sedere. Intanto egli, udendo passare altra gente, aveva pensato che non poteva andare alla finestra per sputare. Dette un’occhiata alle stelle, e andò a sedersi. Perché non aveva studiato astronomia?
La moglie tagliò l’agnello e fece le parti; poi condì l’insalata. Ruppe il sale tra le dita e lo sparse su le foglie; dove l’olio era restato a gocciole, senza mescolarsi con l’aceto. Si udiva la fiamma del lume a petrolio, che saliva a filo su per il tubo. Ad un tratto, da qualche finestra, buttavano una cartata di avanzi; giù ai gatti, che la razzolavano.
Elìa si sentiva così contento che non osava né meno dirlo. Ma ella, inghiottendo quel che aveva in bocca, senza finire di masticarlo, si pulì le labbra con il tovagliolo, e disse con la voce afflitta che faceva venire le lacrime a lui:
- La cravatta comincia a recidersi. Te la vedranno anche gli altri che non è più nuova!
Egli cercò di guardarsela; ma se la tappava, in vece, con il mento sopra. Allora volle cavarla fuori dal panciotto e sganciarla dietro il colletto. Ella gridò:
- Fermo, fermo! Hai le mani unte! Te la guarderai allo specchio.
- Ma anche lo specchio non fa bene, perché è troppo distante dalla luce della finestra.
- E dove vorresti tenerlo? È un’idea tua, questa! Dove vorresti tenerlo? Dimmelo. Tu hai sempre avuto voglia di ravversare la camera a modo tuo; tanto per fare lo scontento. Ma se levi lo specchio da dove è ora, dove metti il canterano? Come volti il nostro letto? Come si farebbe a passare di lì, per spolverare o per qualunque altro bisogno?
Vannina discuteva con tale sicurezza, ch’egli s’imbrogliava subito, come quando all’ufficio gli parlavano di qualche cosa troppo difficile. Ma sorrise, persuaso di aver detto una sciocchezza troppo grossa; che, prima di addormentarsi, avrebbe cercato di spiegare. Ma la moglie non sorrideva. Con tutto il viso e il collo teso verso lui, gli faceva capire che aspettava in vano una risposta ragionevole. Le si gonfiava certa carne del collo. Poi, alla fine, stanca di quello sforzo, smise.
Elìa, per togliersi d’imbarazzo, cercò di farla doventare allegra. Per solito, raccontava qualche cosa dell’ufficio, oppure si metteva a fischiettare qualche romanza dell’ultima operetta rappresentata al teatro. Gli piaceva molto fischiare a quel modo; e la moglie l’ascoltava con una serietà che mostrava quanto lo apprezzasse. Anche quella sera fischiò, e l’effetto venne; perché ella gli disse:
- Ecco una cosa di cui sei bravo! Fischi così bene!
- Perché ci metto tutta la mia anima. Non vedi che mi commovo?
- Basta, però; perché ti fa male.
- Fischierei tre ore di seguito!
E siccome, per caso, passò un ragazzo cantando, si sentì sdegnare:
- Lo farei mettere in prigione. Ma non senti che sudiceria canta? Quando fischiavo io, era musica da vero!
- Ma tu sei un uomo serio! Ti vuoi paragonare con un ragazzo?
Esultò che la moglie lo sapesse così subito capire; proteggendolo, quasi. Poi, le disse:
- Peccato che né tu né io sappiamo suonare il pianoforte!
Allora, sottovoce, si misero a cantare insieme. Alla fine, egli l’abbracciò, guardandosela come quando se n’era innamorato. No: egli, ancora, in dieci anni di matrimonio, non aveva finito di dirle quanto l’amava! Se fosse stato poeta, come si sentiva nell’anima e come qualche suo collega d’ufficio, le avrebbe scritto un sonetto, ricopiandolo con bella calligrafia e a lettere filettate d’oro. A ogni onomastico suo, ci s’era provato; ma non gli era venuto fuori né meno una parola. Doveva contentarsi di regalarle un mazzo di fiori; e Vannina, per fargli piacere, finché non glielo dicesse lui stesso, lo teneva sempre allo stesso posto nel mezzo del canterano, anche quando perfino i gambi s’erano avvizziti e puzzavano dentro l’acqua. Egli non si doleva che la moglie fosse meno espansiva; perché, secondo lui, non stava bene che le donne facessero capire che amano: dovevano soltanto fingere di lasciarsi amare. Era certo che una donna come lei non l’aveva nessuno. Era sicuro d’aver trovato la migliore e la più onesta; e, quando ne parlava agli amici, faceva sempre ridere con le sue esagerazioni. Arrivava perfino ad assicurar questo:
- Mia moglie sarebbe più brava e più intelligente del nostro capodivisione. Vedreste come filerebbe dritto il ministero!
Egli si faceva raccontare da lei stessa tutto ciò che ricordava di quando era bambina e poi giovinetta; perché voleva amarla anche prima di averla conosciuta. Glielo diceva sempre. Ma, quando ella gli rispondeva, scherzando, che prima di sposarla aveva conosciuto altre donne, la supplicava che tacesse. Diceva:
- Si sa forse quel che si fa, quando non si capisce niente? Che colpa ho io se non ti conoscevo fin da ragazzo?
- Ma se tu non mi avessi conosciuta mai?
- Non è possibile.
- E se io fossi morta quand’ero ancora giovane?
- Non lo dire, perché tu vedi che effetto mi fa.
Ed ella, non per contraddirlo, ma per bisogno di ragionare logicamente, gli presentava altre difficoltà, sempre più debolmente, però: per non affliggerlo e per contentarlo. E perché era superba che egli l’amasse a quel modo.
Con il passare del tempo, egli giunse a tal punto che la moglie doveva suggerirgli qualunque cosa. Senza di lei, non pensava né meno più; e ne era tutto soddisfatto. Un cervello, in fatti, bastava per tutti e due. Si doleva soltanto che anche prima non avessero fatto così; ma anche la moglie pensava sempre di meno, contentandosi delle sue abitudini, che anch’esse, alla loro volta, diminuivano e si restringevano. La vita dei due sposi si attenuava come un dipinto che si scolora. Benché ancora abbastanza giovani, avevano ormai soltanto quegli istinti che resistono fino al giorno della morte: simili alle corde d’un istrumento che si siano allentate.
Erano doventati da vero un’unica persona, con un solo egoismo. Non vedevano che se stessi. Tra loro e il rimanente della vita, c’era una distanza sempre più vasta.
Invecchiando, quell’egoismo era indispensabile a loro quanto il respirare; quell’egoismo fatto delle loro mani, dei loro piedi, del loro stomaco, della loro bocca. Guardandosi negli occhi, ne erano affascinati sempre di più.
Elìa le aveva fatto fare, qualche diecina d’anni prima, un medaglione. Era un medaglione piuttosto piccolo, da spilla, a miniatura, incastonato in un cerchio d’oro. Era per lui la stessa cosa tanto amare la moglie quanto il medaglione. Egli aveva soltanto lo scrupolo di essere infedele ad esso o a lei. Non altro.

Federigo Tozzi – Un pezzo di lettera

…Qualche volta, non posso fare a meno delle cose ripugnanti. Mi sento arrossire e ne provo una sensazione di rimorso; ma resisto per essere disgustato quanto è possibile, fino in fondo; finché nella mia anima non pare quasi un sogno.
Tu mi dirai, mia amica, perché scrivo così. Ecco: ricopio qui una lettera che ti avevo scritto l’altro ieri e che non osai mandarti. Ma la leggerai ora…
Ho un appuntamento con quella solita donna maritata, di cui t’ho parlato altre volte. Erano più di sei mesi che non la vedevo perché quella che ci tiene di mano l’avevano mandata via di casa, e non aveva potuto trovarne subito un’altra dove fosse possibile trovarci.
Ora, sta in via del Pignattello, in un casamento dove sono almeno quaranta inquilini, tutti poveri; all’ultimo piano. Non sapevo se era meglio salire in fretta per tentare che non mi vedesse nessuno; o se fingere di esserci stato già un’altra volta. Non ho fatto né in un modo né in un altro; cioè, ho salito quasi di corsa una branca di scale, al pianerottolo dove s’aprono subito due lunghissimi corridoi, pieni di usci. Mi dimenticavo di dirti che questo casamento prima era un vastissimo seminario, e che mi soffermavo per assicurarmi che non scendeva nessuno. Siccome era di mattina e l’aria non ancora cambiata bene, ho sentito ogni specie di odori: latrina, cavolo bollito, lezzo, sudiciume ed altro ancora. M’è venuta la sputarella. Finalmente ho trovato l’uscio.
- Marianna!
- Oh! Entri pure.
Marianna lavava, con uno strofinaccio, una di quelle lanterne che attaccano sotto il carro i contadini.
- Richiuda subito l’uscio.
- Non è venuta ancora?
Ella mi ha fatto cenno di no, sorridendo; e s’è rimessa al suo lavoro.
- La pulisco perché è vergogna restituirla così: me la prestò un contadino, perché feci buio e avevo da attraversare una trave sopra un borro.
Io non ho risposto. Ho guardato com’è la cucina. Siccome siamo al tetto e senza soffitta, da una parte, sopra il focolare, bisogna chinarsi per non battere la testa. Ho dato un’occhiata alla camera, dall’uscio aperto, e ho visto due enormi letti, alti quasi due metri; fatti con materassi sopra due caprette di legno. Tre piccioni beccavano il granturco, sul cassettone, cozzando con la coda, per moversi e girare intorno, una pettinina unta e piena di capelli sporchi. Un pezzo di specchio è appoggiato al muro. Gli orinali non sono stati vuotati.
- Quanti dormite di là?
M’ha risposto, ridendo:
- In quattro! Io, il mio cognato, il mio figliolo e…
- E…
- Perché lo vuol sapere?
- Ho capito.
- E il mio ganzo.
S’è asciugata le mani; e, battendosele sul ventre, ha seguitato:
- E un altro figliolo l’ho qui dentro.
Ho riso anch’io.
- Se la vuole aspettare in camera, ci vada pure. Le porto una sedia. Si metta a sedere!
Sono entrato in camera, facendo paura ai piccioni.
Marianna, togliendosi il grembiule bagnato d’acqua, e accennandomi i letti, m’ha detto:
- Almeno, là sopra, c’è sollo!
Io ho risposto:
- Voi andate in cucina, e state alla finestra. Io mi chiudo di qua: così se viene qualcuno da voi, non mi vedono.
- Ora! Ora! C’è tempo!
Io credo che si sia mezzo spogliata non per cambiarsi, ma per piacermi. Infatti, sbottonandosi il giacchetto, mi guardava fissa e sorridente; perché io le dicessi qualche parola. È così sudicia che quando s’è grattata il collo il sudicio nero e grasso le veniva via; appastellandosi tra le dita.
Ha anche un occhio pieno di cipicchia; che pare catarro. Agli angoli della bocca c’è qualche cosa biancastra e filaccicosa. Le mancano i due denti di mezzo. È andata in cucina; e io, quasi atterrito d’essere qui ad aspettare, mi son messo a scrivere a te.
Ora, ti racconto tutto di mano in mano.
Torna, all’improvviso, con un bicchiere che sarebbe impossibile lavare.
- Vuol bere?
E alzando l’altra mano da dietro il dorso, dove la teneva nascosta, mi fa vedere un fiaschetto. Io rispondo:
- Grazie!
- È buono sa! Guardi che bel colore.
E mesce un vinello torbido, che odora di aceto: l’ho sentito perfino con tutto il puzzo della camera; puzzo, forse, di piedi non lavati.
Il mio stomaco si chiude. E perché scrivo a te che sei l’anima più pura che io amo? Io non lo so. Me lo dirai tu.
Dalla finestra, che pare una gattaiola, vedo soltanto il tetto di una chiesa, un tetto vecchio; e di là, come se non ci fossero altre case, benché ce ne siano parecchie invece, la campagna; che non pare lontana. Vedo, anzi, un pezzo di campagna piena di alberi, vicino ad una strada dove noi siamo stati insieme. E vedo anche il cielo, se m’abbasso e guardo in su.
Ma ho paura che ci sia gente alle finestre di faccia. Sento, giù nella strada, ruzzare i ragazzi e qualche donna che chiacchiera.
Spero che Angelina non venga, perché dovrei salire su uno di quei due letti; che mi fanno lo stesso effetto del letame ammucchiato. Certo, qui non torneremo più. E temevo che su quel letto, anche Angelina m’avesse ripugnato; e che non avessi avuto, dopo, più desiderio di lei, ma ricordavo com’ella si profuma con la cipria, e n’ero eccitato. Si mette un odore che si mescola così bene con quello della sua carne che pare uno solo. Allora, sul letto, è come una rosa che si stropiccia tra le mani; e l’odore della carne si fa sempre più acuto…
Marianna riapre l’uscio, e mi chiede:
- S’annoia? Venga di qua con me.
- Ma ci sentono parlare?
- Oh! Che importa? In casa mia non posso far venire chi voglio?
- E se, poi, vedono salire anche lei?
- La signora Angelina?
- E, poi, sapete che posso essere riconosciuto…
Ella si gratta i capelli con una forcella e mi risponde:
- Faccia come vuole!
- Scusate: bisogna far così per precauzione, e non per altro!
- Dio cristiano, ho capito! M’ero messa a pensare ad una cosa: non mi ero mica avuta a male di niente!
- A che pensate?
- Il fornaio deve avere diciotto lire, e m’ha mandato a far sapere, per il mio ragazzo, che se domani non lo pago, non mi dà più pane. Accidenti!
E si piglia la testa tra le mani.
- Il mio cognato è troppo vecchio; e, in questi giorni, per di più, è piovuto; sicché non ha potuto lavorare. Fa il manovale! Il mio ganzo, anche lui, bisogna che pensi a’ suoi fatti. Ci ha un figliolo che lo vuole ammazzare; perché viene da me.
- Ora, prima d’andarmene, vi darò qualcosa io.
- Non ho mica detto così perché lei mi desse qualcosa! Io lo fo per amicizia: è tanto tempo che conosco la signora Angelina.
- Ma io vi darò qualcosa lo stesso!
Ella s’è messa a spazzolarsi le scarpe e io sono rientrato in camera. È passata una mezz’ora già: ho sentito battere l’orologio della chiesa. Mi alzo, e dico a Marianna:
- Scommetto che non viene. È già tardi!
- Accidenti anche a lei! Non è la prima volta che fa così. Che si senta male la sua bambina?
Io richiudo l’uscio, stringendo, con impazienza, il croccino; mi rimetto a sedere, su questa seggiola che a pena sta ritta, e penso: «Se crede di burlarsi di me, sbaglia! Non mi vuol più bene! Non me n’ero accorto quando la incontravo per la strada? Ma è l’ultima volta che le parlo!»
Tuttavia, nella mia rabbia, c’è anche una esasperazione sensuale. Non posso fare a meno di averne desiderio. Angelina entrerà, domanderà sottovoce se ci sono, poi mi verrà quasi addosso; io le bacerò la bocca; lei si discosterà subito e mi dirà:
- Quante volte m’hai tradito?
Io, in quel momento, non me lo ricorderò da vero, in buona fede, e subito la ribacerò; pregandola, in un orecchio, che si spogli… Ella sorriderà, guardandomi, con quella sua aria tranquilla ma così bella e sensuale.
- Mi devo spogliare anch’oggi?
Io le prenderò i polsi e le griderò sottovoce:
- Non mi vuoi bene!
Glielo dirò tante volte ch’ella, perché io non glielo dica più, risponderà senza guardarmi:
- Non è mica vero! In vece te lo voglio.
E, poi, smettendo di slacciarsi, e appoggiandosi con una mano a me:
- Zitto! Chi c’è? Non è mica Marianna sola! Oh, che paura!
Allora finisco io di spogliarla.
Toltasi la camicia, ella ha meno pudore di me. Quasi tutte le donne, o tutte, sono così. Mi dimenticavo che scrivo per te! Il lapis mi ha fatto indolenzire le dita; e perciò interrompo la lettera…
La riprendo.
Sono così contento di scrivere a te! Ormai, Angelina non verrà di certo; ma, ora, più di dianzi, l’aspetto e mi illudo che debba venire. Mi pare perfino impossibile che io sia stato qui solo tutto questo tempo! E pure è proprio così. Suonano le undici: è già un’ora! A mezzogiorno, il suo marito torna a casa e quindi non ci sarebbe né meno più tempo. Che le sia avvenuto? L’ha chiusa a chiave? È andata ad un altro appuntamento? Si è fermata in qualche bottega? S’è ammalata la sua bambina?
Chiamo Marianna, perché sono molto stizzito:
- È un bel modo! Mi fa venire quassù, e lei non si vede.
- Se ne sia dimenticata?
Questa domanda mi fa dubitare che Marianna la conosca meglio di me: avevo già notato ch’ella è molto astuta. In generale, io detesto l’astuzia; ma quando, magari quella degli altri, mi può essere utile, mi fa piacere: è una specie di vendetta giusta che difende la mia fiducia. Tuttavia, rispondo:
- È impossibile!
Ella mi guarda; capisce che c’entra il mio amor proprio; e, a capo basso, dice:
- E allora?
- Io non lo so. Lo sapete voi?
Scuotendo la testa, e pulendosi il naso con le unghie, mi risponde:
- Io né meno.
- Me ne vado, dunque!
- Aspetti un altro poco: se la incontra per le scale?
- È vero: non potrei risalire, per via dei pigionali.
Rientro in camera e mi rimetto a scriverti. Di quando in quando, il puzzo della stanza vince la mia pazienza, e io mi vergogno di star qui; e mi vien voglia di trattare male Marianna. Ma è inutile: il desiderio di Angelina è troppo. Quando richiamo Marianna, bisogna che nasconda il tremito della voce. Ed io guardo questa donna di quarant’anni, sporca e puzzolente, quasi provando piacere. Ella se n’accorge e mi sta intorno, cozzandomi qualche volta. Non vedo i suoi capelli e il suo collo, ma soltanto le calze sdrucite con la pelle scoperta, e allora mi viene la tentazione di alzarle le sottane.
Non so come mi reggo. Ella se n’accorge sempre di più, ride, fa la lasciva; mi picchia sopra una mano. Sento che dopo soffrirei, con una umiliazione terribile: devo fare uno sforzo per nasconderle la nausea che mi fa la sua faccia. Ella ride e aspetta. Mi tremano le mani e non potrei parlarle: o l’uccido o cedo…
Mi distraggo; pensando a te: fra lei e me sento la tua anima. E perché questo bestiale obbrobrio? Se lo risapesse Angelina? È una cosa sozza. No! No! Mi par d’aver in bocca il suo odore disgustoso! Sarà lo stesso che una cagna. Penso a te, continuamente; e, allora, mi pare una cosa ridicola. Penso ad Angelina, e mi vergogno. Ma ho atteso troppo e non so più quel che faccio…
Dio mio! Com’è stato possibile? Mi par d’essere ancora sporco; e quell’odore, ancora su dentro il naso! Non vedrò mai più Angelina. E questa lettera ti parrà pazzesca. Ma se, in quella camera, non avessi pensato a te, vorrebbe dire che io non avrei l’anima che ho. Appunto, tutto quel putridume lercio innalzava la mia anima verso te; e di più sentivo come è meravigliosa e pura la nostra amicizia.
La mia anima respirava dentro la tua, e tutte quelle cose così indegne le insegnavano quanta gratitudine io ti devo. Sei convinta, come me, ch’ero tuo anche allora?…

Federigo Tozzi – La mia amicizia

Mi parve che suonassero il campanello. Mi alzai ed andai ad aprire: non c’era nessuno. Vidi anche che il campanello non era stato mosso. Ma siccome non ammettevo che mi fossi sbagliato, stetti un pezzetto ad ascoltare alle scale.
Da quel giorno odiai la mia casa; e passavo le giornate intere a cercarmene un’altra.
Allora mi venne in mente che avrei potuto andare dal mio amico Guglielmo, che con la moglie stava verso la Via Angelica; dietro i quartieri dei Prati di Castello. Quelle località mi piacevano, tra la campagna e la città.
Quando mi decisi a provare, erano i primi di febbraio; ma una giornata con un cielo anche troppo turchino: mi faceva proprio l’effetto di una tinta che non si è potuta sciogliere bene perché manca lo spazio sufficiente. Le case bianche come il gesso, alte e rettangolari, lasciate lì senza compagnia, avevano ombre verdognole sopra le finestre.
Su l’immenso prato erboso accanto agli avanzi dell’esposizione per il cinquantenario di Roma, calcinacci sgretolati e cenci ad asciugare. Quasi in mezzo al prato, affatto deserto, un uomo, steso bocconi, dormiva; poi, una fontana di cemento, sfasciata, vicino a certi alberelli patiti e secchi. Monte Mario era un poco nebbioso; e, nei suoi colori, tutti i segni dell’inverno. Verso una strada bianca, un branco di pecore con un filo di luce addosso, che accendeva i loro contorni; e, più in là, alta, la cupola di San Pietro. Una tromba suonava stonando, dalle caserme.
Io mi sentivo sempre di più invogliato, giungendo al villino. Credetti che il campanello elettrico suonasse per il contatto dei miei nervi.
Trovai il mio amico Guglielmo a fumare a pipa, steso nella poltrona, con i piedi sopra una sedia; al sole. La moglie era in terrazza; e la sentivo discorrere con non so chi.
- Mio caro – gli dissi – io di casa solo non ci sto più!
Egli mi guardò con i suoi occhi azzurri, da sopra gli occhiali; sorridendo. Io continuai:
- Vengo a stare con te.
- Questo deve essere uno scherzo imaginato bene.
Io gli misi una mano su le ginocchia, e gli dissi:
- Trovo giusto che tu mi risponda così; ma ti voglio
convincere che ho pensato questa cosa sul serio.
Guglielmo, continuando a guardarmi da sopra gli occhiali, smise di sorridere; e ficcò la pipa dentro un recipiente di coccio. Sembrava sbigottito. Io pensai che non fosse un buon amico, al quale potevo ricorrere in caso di bisogno; e mi sentii molto contrariato, quasi offeso. Perciò, gli dissi con più forza di prima:
- Ora si starà a vedere come ti dovrò giudicare. Rifletti bene a quello che mi rispondi; perché io sono capace di vendicarmi, e di trattarti come tu tratti me.
Egli tirò giù le gambe dalla sedia. Allora io cominciai a supplicarlo. Sentivo di volergli così bene che, se avessi saputo di fargli piacere, mi sarei inginocchiato. Ma Guglielmo non capiva il mio sentimento: non se ne curava né meno. Ero proprio afflitto e disperato; e mi sentivo umiliare sempre più. Non avevo parole per fargli intendere tutto il mio affetto e la mia amicizia. Egli mi pareva il più puro e il migliore degli uomini, e non capivo perché mi rifiutasse quel che gli chiedevo. Che amarezza! Metteva forse in dubbio la mia sincerità? Ci voleva molto a rendersi conto che si portava male verso di me? Ma speravo di non dovermi piegare a questa delusione.
Egli chiamò la moglie. Subito io credetti che la chiamasse per contentarmi: non era possibile che anche da lei avessi soltanto un rifiuto, che mi faceva tanto male.
Ma Gina mi parve perfino finta quando disse:
- Signor Giuseppe, non possiamo da vero!
Se ella m’avesse detto che, per dare loro una prova della mia amicizia, mi dovevo far tagliare la testa, avrei obbedito volentieri. Anzi, ero dispiacente che da sé non me ne parlassero. Era così naturale! Io, allora, cominciai a supplicare anche lei, ma il suo viso in vece si faceva sempre più risoluto.
Mi rispose lui:
- Caro Beppe, io non so spiegarmi come ti sia venuta questa idea!
- Se lo vuoi sapere, te lo dirò. Non te lo volevo dire per non annoiarti.
Egli scambiò un’occhiata con la moglie, e mi disse:
- Non voglio sapere delle tue cose intime…
- Ma io per te non ho nessun segreto. Non voglio averne, capisci, con te! Perché tu non puoi mettere in dubbio la mia amicizia…
La signora Gina disse:
- Anche se non ci fossero altre ragioni, mancherebbe una stanza in più per darla a lei.
- Lo so.
- E dunque? Vedi bene, Beppe, che tu ci chiedi quel che non possiamo fare.
Allora, doventai furente. Non era quello il modo di comportarsi con me. E io che avevo sempre creduto alla loro amicizia! Cominciavo ad accorgermi che non bisogna mai confidare troppo in nessuno.
- Ascolta – gli dissi. – Se io sono venuto da te, vuol dire che mi aspettavo di essere accolto in un altro modo!
Guglielmo si alzò dalla poltrona, scosse la cenere che gli era restata tra le pieghe della giubba; e mi disse:
- Piuttosto, son pronto ad aiutarti in tutto quello che hai bisogno.
- Ma io, ora, ho bisogno di questo e non d’altro.
- Non insistere. Se non ti conoscessi da parecchi anni, crederei che tu fossi pazzo.
Questa parola mi fece fare il viso rosso, e non seppi più quel che dire. Ma se, prima ch’egli l’avesse detta, io ero disposto ad andarmene, mi sentii di più ostinato a far valere la mia buona ragione. E se, per caso gli avessi chiesto diecimila lire, perché non avrebbe voluto darmele? Il mio sentimento d’amicizia non ammetteva nessuna differenza tra me e lui. Tanto più che, senza quell’amicizia, io non mi credevo più nulla.
Stavo, appunto, per farglielo capire, quando m’accorsi che la signora Gina aveva sorriso di me a lui, credendo che io non la vedessi. Io lo guardai e gli dissi:
- Non so quel che tu pensi di me. Non lo so.
Egli mi rispose con stizza:
- Né meno io!
Ebbi la certezza che dissimulava; e, perciò, persi ogni rispetto.
La signora Gina era seccata e faceva capire bene che aspettava ch’io me ne andassi; perché non ne poteva più. Ma io, ormai, come affascinato di me stesso, continuai:
- Lasciami dire tutto quello che voglio!
Guglielmo riprese rabbiosamente la pipa, e mi rispose:
- Ti ascolto.
Soffriva: lo vedevo bene. La signora Gina mi disse:
- L’ascolto anch’io.
- Da vero?
- Certamente.
Allora fui invasato un’altra volta, in un modo violento, dalla mia amicizia e avrei voluto trovare le parole più belle.
- È inutile ch’io mi rifaccia da capo, però! – dissi quasi con angoscia. Presi il mio cappello da dove l’avevano messo, ed escii senza né meno salutare.
Quando giunsi a casa, volevo subito troncare ogni amicizia con Guglielmo. E mi misi a letto con una febbre nervosa; con certi brividi che mi facevano saltare.
Il giorno dopo tornai difilato da Guglielmo; e gli chiesi:
- Hai ripensato a quel che mi bisogna?
Mi rispose, quasi adirato:
- No.
Io gli diedi un pugno sul viso, e me ne andai.
Speravo di guarire. Volevo guarire. E in vece sono stato più di cinque anni al manicomio. Ora che mi hanno lasciato perché dicono che sono guarito non ho più voglia di vivere. Sento che forse c’è ancora in me qualche forza di giovanezza; ma io non mi arrischio né meno a lasciare la casa. È come se io fossi stato di legno e ora fossi bruciato; e restasse di me soltanto la possibilità di concepirmi. La gente che conoscevo non ha più nulla a fare con me. Non penso né meno, e comincio a gustare sempre di più la mia idiozia. Perché l’idiozia è una cosa dolce.
Scrivo in un libriccino i sogni che faccio la notte; e cerco di ricordarmeli tutti. Sto lunghe ore a ripassarli, uno alla volta; con una pazienza scrupolosa; abituandomi a questa specie d’esercizio spirituale; all’infuori del quale mi sento insoddisfatto.
Me ne vengono alcuni bellissimi e lunghi.
Non avrei mai creduto che, alla fine, potessi vivere a modo mio, così separato dagli uomini e da tutto il resto; e credo alla mia esistenza soltanto quando sogno.

Federigo Tozzi – La gallina disfattista

Il signor Demetrio Serti, a cinquant’anni, si era fatto sentimentale. In villeggiatura ci andava perché, dopo cena, quando la digestione gli faceva passare quei deliziosi brividi di freddo su lo stomaco, era certo di provare, stando alla finestra, certe emozioni indefinibili che gli inumidivano gli occhi; e allora, difatti, guardava sopra le olivete come un innamorato, e sospirava.
Per l’appunto, proprio nel caldo del luglio, una sera che aveva invitato gli altri villeggianti e i contadini per festeggiare con un ballo su l’aia quattro giovinotti che dal Piave erano venuti in licenza, un colpo d’aria gli fece gonfiare una gengiva.
Spasimava da battere la testa nel muro, ma impossibile rimandare la festa! Poteva, anzitutto cambiare il tempo; poi, alcuni degli altri villeggianti dovevano tornare in città; e, infine, perché le cose riescono bene quando si fanno a pena dette. C’era la sua figliuola, in vacanze, Paolina, che doveva divertirsi! C’era la moglie! E quei quattro giovinotti non meritavano un poco di affetto? Per una gengiva infiammata farsi deridere proprio da quelli che tornavano dalla guerra? E la patria non contava più d’una gengiva gonfia? Egli lo sapeva, perché portava la cravatta tricolore e nelle dimostrazioni non si risparmiava.
Dunque, dopo aver bevuto alcune tazze di brodo, perché a masticare non gli sarebbe stato possibile, si fasciò con un fazzoletto di seta e con la bambagia, si sciacquò la bocca con il cognacche e poi biascicò un garofano. Egli avrebbe sonato la chitarra; e Berto, uno dei quattro soldati, l’organetto. Bisognava che ridessero per forza!
Quando apparve con lo strumento sotto il braccio, lo accolsero con evviva. Ma egli si mise una mano sul fazzoletto, dalla parte gonfia, scosse la testa; e, ritto nel mezzo dell’aia, cominciò ad accordare. Berto pigiò qualche tasto, ma tutti gli gridarono: – Tu aspetta!
Volevano la chitarra e l’eroico signor Demetrio!
Le donne, specie le serve delle quattro famiglie riunite, provarono come uno strappo giocondo dentro il cuore; e, senza né meno accorgersene fecero qualche passo ballando. Subito i giovanotti andarono intorno a loro chiudendosele in mezzo. Le signorine, guidate da Paolina che strillava anche per dire una parola sola, canticchiarono, un poco sottovoce, un ballabile. Berto esclamò:
- Codesto sarebbe bello da vero, ma qui con l’organetto non lo so suonare.
Una di loro rispose:
- Non importa! Non importa! Ci divertiremo di più se suonerete a modo vostro, come se foste in trincea.
Uno dei soldati rispose:
- In trincea si suonava anche con il fucile!
Le ragazze restarono un poco mortificate, ma avevano creduto di far piacere a ricordare la guerra.
I giovinotti dei villeggianti (c’erano fra essi due studenti e due impiegati) convennero di ballare con le contadine. E allora le signorine, contente, decisero subito di prendersi i reduci. I babbi e le mamme restarono a sedere, chi su le sedie, chi sopra un muricciolo e chi sopra un mucchio di travi. Non ci mancava che cominciare!
Il signor Demetrio provò due accordi, ma mentre tutti s’erano presi per mano, e aspettavano la prima nota per moversi, si sentì fare crac: s’era rotta una corda! Il signor Demetrio, come offeso, disse:
- È l’umidità: lo sapevo che sarebbe stato difficile che tutto andasse bene!
- Ed ora? – gli chiese la figliola, mettendogli una mano sopra una spalla e tenendo un piede alzato.
Alcuni gridarono:
- Suoni l’organino solo!
Berto, che l’invidia della chitarra aveva fatto doventare serio e taciturno, sentì tremarsi tutto dalla gioia: senza né meno rispondere, cominciò una polca; e, per non sbagliare, si accompagnava fischiettando.
I primi balli andarono benissimo: i vecchi si sbellicavano dalle risa; e per ridere si torcevano, mettendo il capo quasi tra le ginocchia. Il signor Demetrio era escito dal mezzo e s’era steso, con la chitarra accanto, sul muricciolo, perché la guancia gli stesse calda. Si esaltava; e, mentre gli altri ballavano come dannati, gridava con quanta voce aveva in gola:
- Viva l’Italia!
Ma, al quinto ballo, e Berto suonava sempre la stessa cosa, qualche coppia sparì: al sesto eran rimasti soltanto una serva e un giovanotto, una signorina e un reduce: il più grullo e il più impacciato. Quelli seduti avevano una certa sonnolenza e una pesantezza dentro la testa, che i ballabili aumentavano sempre di più.
A un tratto, senza saper perché, una delle signore s’accorse che mancavano quasi tutti. Si alzò; e, andando accanto alla moglie del signor Demetrio, le disse, sottovoce, con un’aria di rimprovero:
- Signora Caterina, ma dove sono andati tutti gli altri?
La signora Caterina arrossì, e decise di chiederlo al marito; ma il signor Demetrio s’era addormentato, sognando trincee e battaglie; e quando, destandosi, si stropicciò gli occhi e sentì come una trafitta di spillo nella gengiva, non seppe raccapezzarsi di niente; anzi voleva ostinarsi a dire ch’erano già andati a letto e che perciò erano più furbi di lui. Ma siccome la signora insisteva che si trattava di una cosa quasi indecente, egli fece chetare Berto facendogli un cenno con una mano e mandò i quattro ballerini rimasti in cerca degli altri.
Prima che fossero tutti ritrovati e ritornati su l’aia, era già mezzanotte: i più dissero che erano andati a chiappare le lucciole.
La mattina dopo, però, Paolina aveva un raffreddore forte; e le altre signorine chi più e chi meno, si sentivano poco bene e temevano i dolori reumatici. Dicevano:
- Non siamo buone a niente! Figuriamoci se dovessimo vivere come i soldati!
E si vergognavano.
Ma quella signora, si chiamava Egidia, che aveva fatto notare alla moglie di Demetrio la diminuzione delle coppie, aveva perso una spilla d’oro di quasi seicento lire, diceva lei. Come si poteva fare per ritrovarla? Il signor Demetrio non ci credeva e scoteva la faccia gonfia: la signora Caterina supponeva che l’avesse persa per strada e che dicesse così perché il marito si arrabbiasse meno contro di lei.
Tutti i contadini, interrogati uno per volta, avevano detto di non aver trovato niente, le serve, perfino minacciate, lo stesso. E allora? Per tre giorni non fu parlato d’altro, ma senza resultato. La signora Egidia, che aveva perduto da vero la spilla, s’adirò; e il signor Demetrio ebbe da leticare con il marito di lei; ma Paolina, a malgrado della questione scoppiata, andava scrupolosamente la mattina e la sera a cercare la spilla per conto suo. La vedevano curva, con il mento su la gola e una bacchetta in mano, girare da per tutto; ed ella, quando incontrava uno dei contadini, chiedeva:
- Né meno voi?
- Né meno io, signorina!
Finirono con il sospettare, chi sa perché, uno zio di Berto; ma lo zio di Berto, giurando e bestemmiando, con certe bestemmie che facevano fare ognuna un passo in dietro alla signora Caterina, convinse ch’era innocente; e dovettero chiedergli scusa. Dei reduci non sospettavano: anzi, davanti a loro, nessuno parlava né meno della spilla: tutti, irresistibilmente, sentivano del rispetto dinanzi ai soldati: tutti, dinanzi a loro, si sentivano piccoli. Ma, allora, gli altri contadini cominciarono a dire che se i signori non si fidavano di loro, avrebbero fatto meglio a non invitarli a ballare. Nacque, così, un malumore sordo in tutti, che i villeggianti non erano né meno più salutati. Invano il signor Demetrio, guarito della gengiva, andava pazientemente a prendere gli uomini per le maniche della camicia, e le donne per i grembiuli! Alzavano le spalle e non lo guardavano né meno in faccia. Egli diceva disperato:
- Ma se vi difendo io! È quella strega della signora Egidia, venuta a metter sottosopra anche la casa nostra! Ora per colpa sua non si potrà più né meno mettere su una festa ai vostri figlioli finché sono in licenza! E io che avevo perfino comprato una damigiana di vino, per farla bere a loro una di queste sere! E la mia figliola che con le sue amiche voleva imbandire tutti gli alberi attorno all’aia!
Ma se vedevano il signor Demetrio, i ragazzi scappavano tirandogli i sassi; la signora Caterina piangeva quasi tutto il giorno; e Paolina non s’arrischiava più ad andare sola. Era evidente che tutto quel sacro patriottismo stava passando un pericolo grave!
Dopo quasi due settimane, una contadina trovò, sotto un mucchio di travi, una gallina morta. Ella l’aprì con il coltello per sapere di che male era morta: dentro, pareva sana; e le interiora e il fegato non avevano colori sospetti. Quando fu allo stomaco, vide la spilla.
Era stata lei, dunque, la ladra a far nascere tanti malumori! Rimessasi dalla sorpresa, corse nell’aia; e, gridando di gioia, chiamò tutti quanti intorno a sé. E tutti quanti non staccavano gli occhi da quella carne spezzata e sanguinolente dove luccicava la capocchia della spilla.
Venne anche la signora Egidia, che, convintasi di come stavano le cose e dell’onestà dei suoi amici, fece il viso rosso e non trovava a dire parola. Ma la contadina le disse:
- Come! Per colpa di questa bestia ingorda, non vorrebbe fare la pace?
Il signor Demetrio sentì che toccava a lui; e, inchinatosi alla signora Egidia, la invitò a restare.
Allora, tutte le donne si baciarono, a due a due. La sera stessa fu data la festa ai soldati; e ognuno volle mangiare almeno un boccone di quella gallina, che da vile disfattista era stata punita come si meritava.