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Iginio Ugo Tarchetti – Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore

EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841
Language: Italian
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EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841
Language: Italian
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EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841
Language: Italian
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EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841
Language: Italian
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EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841
Language: Italian
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EText-No. 28403
Title: Racconti umoristici – In cerca di morte re per ventiquattrore
Author: Tarchetti, Iginio Ugo;1869;Tarchetti, Igino Ugo;1841

Ugo Foscolo – Ultime lettere di Jacopo Ortis

PARTE PRIMA

Al lettore

Pubblicando queste lettere, io tento di erigere un monumento alla virtù sconosciuta; e di consecrare alla memoria del solo amico mio quelle lagrime, che ora mi si vieta di spargere su la sua sepoltura. E tu, o Lettore, se uno non sei di coloro che esigono dagli altri quell’eroismo di cui non sono eglino stessi capaci, darai, spero, la tua compassione al giovine infelice dal quale potrai forse trarre esempio e conforto.

Lorenzo Alderani

Libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Da’ colli Euganei, 11 Ottobre 1797

Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia. Il mio nome è nella lista di proscrizione, lo so: ma vuoi tu ch’io per salvarmi da chi m’opprime mi commetta a chi mi ha tradito? Consola mia madre: vinto dalle sue lagrime le ho obbedito, e ho lasciato Venezia per evitare le prime persecuzioni, e le più feroci. Or dovrò io abbandonare anche questa mia solitudine antica, dove, senza perdere dagli occhi il mio sciagurato paese, posso ancora sperare qualche giorno di pace? Tu mi fai raccapricciare, Lorenzo; quanti sono dunque gli sventurati? E noi, purtroppo, noi stessi italiani ci laviamo le mani nel sangue degl’italiani. Per me segua che può. Poiché ho disperato e della mia patria e di me, aspetto tranquillamente la prigione e la morte. Il mio cadavere almeno non cadrà fra le braccia straniere; il mio nome sarà sommessamente compianto da’ pochi uomini, compagni delle nostre miserie; e le mie ossa poseranno su la terra de’ miei padri.

13 Ottobre

Ti scongiuro, Lorenzo; non ribattere più. Ho deliberato di non allontanarmi da questi colli. È vero ch’io aveva promesso a mia madre di rifuggirmi in qualche altro paese; ma non mi è bastato il cuore: e mi perdonerà, spero. Merita poi questa vita di essere conservata con la viltà, e con l’esilio? Oh quanti de’ nostri concittadini gemeranno pentiti, lontani dalle loro case! perché, e che potremmo aspettarci noi se non se indigenza e disprezzo; o al più, breve e sterile compassione, solo conforto che le nazioni incivilite offrono al profugo straniero? Ma dove cercherò asilo? in Italia? terra prostituita premio sempre della vittoria. Potrò io vedermi dinanzi agli occhi coloro che ci hanno spogliati, derisi, venduti, e non piangere d’ira? Devastatori de’ popoli, si servono della libertà come i Papi si servivano delle crociate. Ahi! sovente disperando di vendicarmi mi caccerei un coltello nel cuore per versare tutto il mio sangue fra le ultime strida della mia patria.
E questi altri? – hanno comperato la nostra schiavitù, racquistando con l’oro quello che stolidamente e vilmente hanno perduto con le armi. – Davvero ch’io somiglio un di que’ malavventurati che spacciati morti furono sepolti vivi, e che poi rinvenuti, si sono trovati nel sepolcro fra le tenebre e gli scheletri, certi di vivere, ma disperati del dolce lume della vita, e costretti a morire fra le bestemmie e la fame. E perché farci vedere e sentire la libertà, e poi ritorcerla per sempre? e infamemente!

16 Ottobre

Or via, non se ne parli più: la burrasca pare abbonacciata; se tornerà il pericolo, rassicurati, tenterò ogni via di scamparne. Del resto io vivo tranquillo; per quanto si può tranquillo. Non vedo persona del mondo: vo sempre vagando per la campagna; ma a dirti il vero penso, e mi rodo. Mandami qualche libro.
Che fa Lauretta? povera fanciulla! io l’ho lasciata fuori di sé. Bella e giovine ancora, ha pur inferma la ragione; e il cuore infelice infelicissimo. Io non l’ho amata; ma fosse compassione o riconoscenza per avere ella scelto me solo consolatore del suo stato, versandomi nel petto tutta la sua anima e i suoi errori e i suoi martirj – davvero ch’io l’avrei fatta volentieri compagna di tutta la mia vita. La sorte non ha voluto; meglio così, forse. Ella amava Eugenio, e l’è morto fra le braccia. Suo padre e i suoi fratelli hanno dovuto fuggire la loro patria, e quella povera famiglia destituta di ogni umano soccorso è restata a vivere, chi sa come! di pianto. Eccoti, o Libertà, un’altra vittima. Sai ch’io ti scrivo, o Lorenzo, piangendo come un ragazzo? – pur troppo! ho avuto sempre a che fare con de’ tristi; e se alle volte ho incontrato una persona dabbene ho dovuto sempre compiangerla. Addio, addio.

18 Ottobre

Michele mi ha recato il Plutarco, e te ne ringrazio. Mi disse che con altra occasione m’invierai qualche altro libro; per ora basta. Col divino Plutarco potrò consolarmi de’ delitti e delle sciagure dell’umanità volgendo gli occhi ai pochi illustri che quasi primati dell’umano genere sovrastano a tanti secoli e a tante genti. Temo per altro che spogliandoli della magnificenza storica e della riverenza per l’antichità, non avrò assai da lodarmi né degli antichi, né de’ moderni, né di me stesso – umana razza!

23 Ottobre

Se m’è dato lo sperare mai pace, l’ho trovata, o Lorenzo. Il parroco, il medico, e tutti gli oscuri mortali di questo cantuccio della terra mi conoscono sin da fanciullo e mi amano. Quantunque io viva fuggiasco, mi vengono tutti d’intorno quasi volessero mansuefare una fiera generosa e selvatica. Per ora io lascio correre. Veramente non ho avuto tanto bene dagli uomini da fidarmene così alle prime: ma quel menare la vita del tiranno che freme e trema d’essere scannato a ogni minuto mi pare un agonizzare in una morte lenta, obbrobriosa. Io seggo con essi a mezzodì sotto il platano della chiesa leggendo loro le vite di Licurgo e di Timoleone. Domenica mi s’erano affollati intorno tutti i contadini, che, quantunque non comprendessero affatto, stavano ascoltandomi a bocca aperta. Credo che il desiderio di sapere e ridire la storia de’ tempi andati sia figlio del nostro amor proprio che vorrebbe illudersi e prolungare la vita unendoci agli uomini ed alle cose che non sono più, e facendole, sto per dire, di nostra proprietà. Ama la immaginazione di spaziare fra i secoli e di possedere un altro universo. Con che passione un vecchio lavoratore mi narrava stamattina la vita de’ parrochi della villa viventi nella sua fanciullezza, e mi descriveva i danni della tempesta di trentasett’anni addietro, e i tempi dell’abbondanza, e quei della fame, rompendo il filo ogni tanto, ripigliandolo, e scusandosi dell’infedeltà! Così mi riesce di dimenticarmi ch’io vivo.
È venuto a visitarmi il signore T*** che tu conoscesti a Padova. Mi disse che spesso gli parlavi di me, e che jer l’altro glien’hai scritto. Anche egli s’è ridotto in campagna per evitare i primi furori del volgo, quantunque a dir vero non siasi molto ingerito ne’ pubblici affari. Io n’aveva inteso parlare come d’uomo di colto ingegno e di somma onestà: doti temute in passato, ma adesso non possedute impunemente. Ha tratto cortese, fisonomia liberale, e parla col cuore. V’era con lui un tale; credo, lo sposo promesso di sua figlia. Sarà forse un bravo e buono giovine; ma la sua faccia non dice nulla. Buona notte.

24 Ottobre

L’ho pur una volta afferrato nel collo quel ribaldo contadinello che dava il guasto al nostro orto, tagliando e rompendo tutto quello che non poteva rubare. Egli era sopra un pesco, io sotto una pergola: scavezzava allegramente i rami ancora verdi perché di frutta non ve ne erano più: appena l’ebbi fra le ugne, cominciò a gridare: Misericordia! Mi confessò che da più settimane facea quello sciagurato mestiere perché il fratello dell’ortolano aveva qualche mese addietro rubato un sacco di fave a suo padre. – E tuo padre t’insegna a rubare? – In fede mia, signor mio, fanno tutti così. – L’ho lasciato andare, e scavalcando una siepe io gridava: Ecco la società in miniatura; tutti così.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio. La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre. Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare. Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. È un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri. Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa intanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva. Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti. Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò. Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa: Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.
Io tornava a casa col cuore in festa. – Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale. Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

28 Ottobre

Taci, taci: – vi sono de’ giorni ch’io non posso fidarmi di me: un demone mi arde, mi agita, mi divora. Forse io mi reputo molto; ma e’ mi pare impossibile che la nostra patria sia così conculcata mentre ci resta ancora una vita. Che facciam noi tutti i giorni vivendo e querelandoci? insomma non parlarmene più, ti scongiuro. Narrandomi le nostre tante miserie mi rinfacci tu forse perché io mi sto qui neghittoso? e non t’avvedi che tu mi strazi fra mille martirj? Oh! se il tiranno fosse uno solo, e i servi fossero meno stupidi, la mia mano basterebbe. Ma chi mi biasima or di viltà, m’accuserebbe allor di delitto; e il savio stesso compiangerebbe in me, anziché il consiglio del forte, il furore del forsennato. Che vuoi tu imprendere fra due potenti nazioni che nemiche giurate, feroci, eterne, si collegano soltanto per incepparci? e dove la loro forza non vale, gli uni c’ingannano con l’entusiasmo di libertà, gli altri col fanatismo di religione: e noi tutti guasti dall’antico servaggio e dalla nuova licenza, gemiamo vili schiavi, traditi, affamati, e non provocati mai né dal tradimento, né dalla fame. – Ahi, se potessi, seppellirei la mia casa, i miei più cari e me stesso per non lasciar nulla nulla che potesse inorgoglire costoro della loro onnipotenza e della mia servitù! E’ vi furono de’ popoli che per non obbedire a’ Romani ladroni del mondo, diedero all’incendio le loro case, le loro mogli, i loro figli e sé medesimi, sotterrando fra le gloriose ruine e le ceneri della loro patria la lor sacra indipendenza.

1 Novembre

Io sto bene, bene per ora come un infermo che dorme e non sente i dolori; e mi passano gl’interi giorni in casa del signore T*** che mi ama come figliuolo: mi lascio illudere, e l’apparente felicità di quella famiglia mi sembra reale, e mi sembra anche mia. Se nondimeno non vi fosse quello sposo, perché davvero – io non odio persona del mondo, ma vi sono cert’uomini ch’io ho bisogno di vedere soltanto da lontano. – Suo suocero me n’andava tessendo jer sera un lungo elogio in forma di commendatizia: buono – esatto – paziente! e niente altro? possedesse queste doti con angelica perfezione, s’egli avrà il cuore sempre così morto, e quella faccia magistrale non animata mai né dal sorriso dell’allegria, né dal dolce silenzio della pietà, sarà per me un di que’ rosaj senza fiori che mi fanno temere le spine. Cos’è l’uomo se tu lo abbandoni alla sola ragione fredda, calcolatrice? scellerato, e scellerato bassamente. – Del resto, Odoardo sa di musica; giuoca bene a scacchi; mangia, legge, dorme, passeggia, e tutto con l’oriuolo alla mano; e non parla con enfasi se non per magnificare tuttavia la sua ricca e scelta biblioteca. Ma quando egli mi va ripetendo con quella sua voce cattedratica, ricca e scelta, io sto lì lì per dargli una solenne smentita. Se le umane frenesie che col nome di scienze e di dottrine si sono iscritte e stampate in tutti i secoli, e da tutte le genti, si riducessero a un migliajo di volumi al più, e’ mi pare che la presunzione de’ mortali non avrebbe da lagnarsi – e via sempre con queste dissertazioni.
Frattanto ho preso a educare la sorellina di Teresa: le insegno a leggere e a scrivere. Quand’io sto con lei, la mia fisonomia si va rasserenando, il mio cuore è più gajo che mai, ed io fo mille ragazzate. Non so perché, tutti i fanciulli mi vogliono bene. E quella ragazzetta è pur cara! bionda e ricciuta, occhi azzurri, guance pari alle rose, fresca, candida, paffutella, pare una Grazia di quattr’anni. Se tu la vedessi corrermi incontro, aggrapparmisi alle ginocchia, fuggirmi perch’io la siegua, negarmi un bacio e poi improvvisamente attaccarmi que’ suoi labbruzzi alla bocca! Oggi io mi stava su la cima di un albero a cogliere le frutta: quella creaturina tendeva le braccia, e balbettando pregavami che per carità non cascassi. Che bell’autunno! addio Plutarco! sta sempre chiuso sotto il mio braccio. Sono tre giorni ch’io perdo la mattina a colmare un canestro d’uva e di pesche, ch’io copro di foglie, avviandomi poi lungo il fiumicello, e giunto alla villa, desto una famiglia cantando la canzonetta della vendemmia.

12 Novembre

Jeri giorno di festa abbiamo con solennità trapiantato i pini delle vicine collinette sul monte rimpetto la chiesa. Mio padre pure tentava di fecondare quello sterile monticello; ma i cipressi ch’esso vi pose non hanno mai potuto allignare, e i pini sono ancor giovinetti. Assistito io da parecchi lavoratori ho coronato la vetta, onde casca l’acqua, di cinque pioppi, ombreggiando la costa orientale di un folto boschetto che sarà il primo salutato dal Sole quando splendidamente comparirà dalle Cime de’ monti. E jeri appunto il Sole più sereno del solito riscaldava l’aria irrigidita dalla nebbia del morente autunno. Le villanelle vennero sul mezzodì co’ loro grembiuli di festa intrecciando i giuochi e le danze di canzonette e di brindisi. Tale di esse era la sposa novella, tale la figliuola, e tal altra la innamorata di alcuno de’ lavoratori; e tu sai che i nostri contadini sogliono, allorché si trapianta, convertire la fatica in piacere, credendo per antica tradizione de’ loro avi e bisavi che senza il giolito de’ bicchieri gli alberi non possano mettere salda radice nella terra straniera. – Frattanto io mi vagheggiava nel lontano avvenire un pari giorno di verno quando canuto mi trarrò passo passo sul mio bastoncello a confortarmi a’ raggi del Sole, sì caro a’ vecchi: salutando, mentre usciranno dalla chiesa, i curvi villani già miei compagni ne’ dì che la gioventù rinvigoriva le nostre membra; e compiacendomi delle frutta che, benché tarde, avranno prodotti gli alberi piantati dal padre mio. Conterò allora con fioca voce le nostre umili storie a’ miei e a’ tuoi nepotini, o a quei di Teresa che mi scherzeranno dattorno. E quando le ossa mie fredde dormiranno sotto quel boschetto alloramai ricco ed ombroso, forse nelle sere d’estate al patetico susurrar delle fronde si uniranno i sospiri degli antichi padri della villa, i quali al suono della campana de’ morti 1 pregheranno pace allo spirito dell’uomo dabbene e raccomanderanno la sua memoria ai lor figli. E se talvolta lo stanco mietitore verrà a ristorarsi dall’arsura di giugno, esclamerà guardando la mia fossa: Egli egli innalzò queste fresche ombre ospitali! – O illusioni! e chi non ha patria, come può dire lascierò qua o là le mie ceneri?

O fortunati! e ciascuno era certo
Della sua sepoltura; ed ancor nullo
Era, per Francia, talamo deserto.
Dante, Paradiso, XV.

20 Novembre

Più volte incominciai questa lettera: ma la faccenda andava assai per le lunghe; e la bella giornata, la promessa di trovarmi alla villa per tempo, e la solitudine – ridi? – L’altr’jeri, e jeri mi svegliava proponendo di scriverti; e senza accorgermi, mi trovava fuori di casa.
Piove, grandina, fulmina: penso di rassegnarmi alla necessità, e di giovarmi di questa giornata d’inferno, scrivendoti. – Sei o sette giorni addietro s’è iti in pellegrinaggio. Io ho veduto la Natura più bella che mai. Teresa, suo padre, Odoardo, la piccola Isabellina, ed io siamo andati a visitare la casa del Petrarca in Arquà. Arquà è discosto, come tu sai, quattro miglia dalla mia casa; ma per più accorciare il cammino prendemmo la via dell’erta. S’apriva appena il più bel giorno d’autunno. Parea che Notte seguìta dalle tenebre e dalle stelle fuggisse dal Sole, che uscia nel suo immenso splendore dalle nubi d’oriente, quasi dominatore dell’universo; e l’universo sorridea. Le nuvole dorate e dipinte a mille colori salivano su la volta del cielo che tutto sereno mostrava quasi di schiudersi per diffondere sovra i mortali le cure della Divinità. Io salutava a ogni passo la famiglia de’ fiori e dell’erbe che a poco a poco alzavano il capo chinato dalla brina. Gli alberi susurrando soavemente, faceano tremolare contro la luce le gocce trasparenti della rugiada; mentre i venti dell’aurora rasciugavano il soverchio umore alle piante. Avresti udito una solenne armonia spandersi confusamente fra le selve, gli augelli, gli armenti, i fiumi, e le fatiche degli uomini: e intanto spirava l’aria profumata delle esalazioni che la terra esultante di piacere mandava dalle valli e da’ monti al Sole, ministro maggiore della Natura. – Io compiango lo sciagurato che può destarsi muto, freddo e guardare tanti beneficj senza sentirsi gli occhi bagnati dalle lagrime della riconoscenza. Allora ho veduto Teresa nel più bell’apparato delle sue grazie. Il suo aspetto per lo più sparso di una dolce malinconia, si andava animando di una gioja schietta, viva, che le usciva dal cuore; la sua voce era soffocata; i suoi grandi occhi neri aperti prima nell’estasi, si inumidivano poscia a poco a poco: tutte le sue potenze parevano invase dalla sacra beltà della campagna. In tanta piena di affetti le anime si schiudono per versarli nell’altrui petto: ed ella si volgeva a Odoardo. Eterno Iddio! parea ch’egli andasse tentone fra le tenebre della notte, o ne’ deserti abbandonati dalla benedizione della Natura. Lo lasciò tutto a un tratto, e s’appoggiò al mio braccio, dicendomi – ma, Lorenzo! per quanto mi studi di continuare, conviene pur ch’io mi taccia. Se potessi dipingerti la sua pronunzia, i suoi gesti, la melodia della sua voce, la sua celeste fisonomia, o ricopiar non foss’altro le sue parole senza cangiarne o traslocarne sillaba, certo che tu mi sapresti grado; diversamente, rincresco persino a me stesso. Che giova copiare imperfettamente un inimitabile quadro, la cui fama soltanto lascia più senso che la sua misera copia? E non ti pare ch’io somigli i poeti traduttori d’Omero? Giacché tu vedi ch’io non mi affatico, che per annacquare il sentimento che m’infiamma e stemprarlo in un languido fraseggiamento.
Lorenzo, ne sono stanco; il rimanente del mio racconto, domani: il vento imperversa; tuttavolta vo’ tentare il cammino; saluterò Teresa in tuo nome.
Per dio! e’ m’è forza di proseguire la lettera: su l’uscio della casa ci è un pantano d’acqua che mi contrasta il passo: potrei varcarlo d’un salto; e poi? la pioggia non cessa: mezzogiorno è passato, e mancano poche ore alla notte che minaccia la fine del mondo. Per oggi, giorno perduto, o Teresa. –
Non sono felice! mi disse Teresa; e con questa parola mi strappò il cuore. Io camminava al suo fianco in un profondo silenzio. Odoardo raggiunse il padre di Teresa; e ci precedevano chiacchierando. La lsabellina ci tenea dietro in braccio all’ortolano. Non sono felice! – io aveva concepito tutto il terribile significato di queste parole, e gemeva dentro l’anima, veggendomi innanzi la vittima che doveva sacrificarsi a’ pregiudizi ed all’interesse. Teresa, avvedutasi della mia taciturnità, cambiò voce, e tentò di sorridere: Qualche cara memoria, mi diss’ella – ma chinò subito gli occhi – Io non m’attentai di rispondere.
Eravamo già presso ad Arquà, e scendendo per l’erboso pendio, andavano sfumando e perdendosi all’occhio i paeselli che dianzi si vedeano dispersi per le valli soggette. Ci siamo finalmente trovati a un viale cinto da un lato di pioppi che tremolando lasciavano cadere sul nostro capo le foglie più giallicce, e adombrato dall’altra parte d’altissime querce, che con la loro opacità silenziosa faceano contrapposto a quell’ameno verde de’ pioppi. Tratto tratto le due file d’alberi opposti erano congiunte da varij rami di vite selvatica, i quali incurvandosi formavano altrettanti festoni mollemente agitati dal vento del mattino. Teresa allora soffermandosi e guardando d’intorno: Oh quante volte, proruppe, mi sono adagiata su queste erbe e sotto l’ombra freschissima di queste querce! io ci veniva sovente la state passata con mia madre. Tacque e si rivoltò addietro dicendo di volere aspettare la Isabellina che si era un po’ dilungata da noi; ma io sospettai ch’ella m’avesse lasciato per nascondere le lagrime che le innondavano gli occhi, e che forse non poteva più rattenere. Ma, e perché, le diss’io, perché mai non è qui vostra madre? – Da più settimane vive in Padova con sua sorella; vive divisa da noi e forse per sempre! Mio padre l’amava: ma da ch’ei s’è pur ostinato a volermi dare un marito ch’io non posso amare, la concordia è sparita dalla nostra famiglia. La povera madre mia dopo d’avere contraddetto invano a questo matrimonio, s’è allontanata per non aver parte alla mia necessaria infelicità. Io intanto sono abbandonata da tutti! ho promesso a mio padre, e non voglio disubbidirlo – ma e mi duole ancor più, che per mia cagione la nostra famiglia sia così disunita – per me, pazienza! – E a questa parola, le lagrime le piovevano dagli occhi. Perdonate, soggiunse, io aveva bisogno di sfogare questo mio cuore angosciato. Non posso né scrivere a mia madre né avere sue lettere mai. Mio padre fiero e assoluto nelle sue risoluzioni non vuole sentirsela nominare; egli mi va tuttavia replicando, che la è la sua e la mia peggiore nemica. Pur sento che non amo, non amerò mai questo sposo col quale è già decretato – immagina, o Lorenzo, in quel momento il mio stato. Io non sapeva né confortarla, né risponderle, né consigliarla. Per carità, ripigliò, non v’affliggete, ve ne scongiuro: io mi sono fidata di voi: il bisogno di trovare chi sia capace di compiangermi – una simpatia – non ho che voi solo. – O angelo! sì sì! potessi io piangere per sempre, e rasciugare così le tue lagrime! questa mia misera vita è tua, tutta: io te la consacro; e la consacro alla tua felicità!
Quanti guai, mio Lorenzo, in una sola famiglia! Vedi ostinazione nel signore T*** che d’altronde è un ottimo galantuomo. Ama svisceratamente sua figlia; spesso la loda e la guarda con compiacenza; e intanto le tiene la mannaja sul collo. Teresa qualche giorno dopo mi raccontò, com’ei dotato d’un’anima ardente visse sempre consumato da passioni infelici; sbilanciato nella sua domestica economia per troppa magnificenza; perseguitato da quegli uomini che nelle rivoluzioni piantano la propria fortuna su l’altrui rovina, e tremante pe’ suoi figliuoli, crede di provvedere allo stato di casa sua imparentandosi a un uomo di senno, ricco, e in aspettativa di una eredità ragguardevole – forse, o Lorenzo, anche per certo fumo; ed io vorrei scommettere cento contr’uno ch’ei non lascierebbe in isposa la sua figliuola a chi mancasse mezzo quarto di nobiltà: chi nasce patrizio muore patrizio. Tanto più che egli considera l’opposizione di sua moglie come una lesione alla propria autorità, e questo sentimento tirannesco lo rende ancor più inflessibile. E nondimeno è di ottimo cuore; e quella sua aria sincera, e quell’accarezzare sempre la sua figliuola e alcuna volta compiangerla sommessamente, mostrano ch’ei vede gemendo la dolorosa rassegnazione di quella povera fanciulla, ma – E per questo quand’io veggo come gli uomini cercano per una certa fatalità le sciagure con la lanterna, e come vegliano, sudano, piangono per fabbricarsele dolorosissime, eterne; io mi sparpaglierei le cervella temendo che non mi si cacciasse per capo una simile tentazione.
Ti lascio, o Lorenzo; Michele mi chiama a desinare: tornerò a scriverti, s’altro non posso, a momenti.

Il mal tempo s’è diradato, e fa il più bel dopo pranzo del mondo. Il Sole squarcia finalmente le nubi, e consola la mesta Natura, diffondendo su la faccia di lei un suo raggio. Ti scrivo di rimpetto al balcone donde miro la eterna luce che si va a poco a poco perdendo nell’estremo orizzonte tutto raggiante di fuoco. L’aria torna tranquilla; e la campagna, benché allagata, e coronata soltanto d’alberi già sfrondati e cospersa di piante atterrate pare più allegra che la non era prima della tempesta. Così, o Lorenzo, lo sfortunato si scuote dalle funeste sue cure al solo barlume della speranza, e inganna la sua trista ventura, con que’ piaceri a’ quali era affatto insensibile in grembo alla cieca prosperità. – Frattanto il dì m’abbandona: odo la campana della sera; eccomi dunque a dar fine una volta alla mia narrazione.
Noi proseguimmo il nostro breve pellegrinaggio fino a che ci apparve biancheggiar dalla lunga la casetta che un tempo accoglieva

Quel Grande alla cui fama è angusto il mondo,
Per cui Laura ebbe in terra onor celesti.

Io mi vi sono appressato come se andassi a prostrarmi su le sepolture de’ miei padri, e come uno di que’ sacerdoti che taciti e riverenti s’aggiravano per li boschi abitati dagl’Iddii. La sacra casa di quel sommo italiano sta crollando per la irreligione di chi possiede un tanto tesoro. Il viaggiatore verrà invano di lontana terra a cercare con meraviglia divota la stanza armoniosa ancora dei canti celesti del Petrarca. Piangerà invece sopra un mucchio di ruine coperto di ortiche e di erbe selvatiche fra le quali la volpe solitaria avrà fatto il suo covile. Italia! placa l’ombre de’ tuoi grandi. – Oh! io mi risovvengo col gemito nell’anima, delle estreme parole di Torquato Tasso. Dopo d’essere vissuto quaranta sette anni in mezzo a’ dileggi de’ cortigiani, le noje de’ saccenti, e l’orgoglio de’ principi, or carcerato ed or vagabondo, e tuttavia melancolico, infermo, indigente; giacque finalmente nel letto della morte e scriveva esalando l’eterno sospiro: Io non mi voglio dolere della malignità della fortuna, per non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico. O mio Lorenzo, mi suonano queste parole sempre nel cuore! e’ mi par di conoscere chi forse un giorno morrà ripetendole.
Frattanto io recitava sommessamente con l’anima tutta amore e armonia la canzone: Chiare, fresche, dolci acque; e l’altra: Di pensier in pensier, di monte in monte; e il sonetto: Stiamo, Amore, a veder la gloria nostra; e quanti altri di que’ sovrumani versi la mia memoria agitata seppe allora suggerire al mio cuore.
Teresa e suo padre se n’erano iti con Odoardo il quale andava a rivedere i conti al fattore d’una tenuta ch’egli ha in que’ dintorni. Ho poi saputo ch’e’ sta sulle mosse per Roma, stante la morte di un suo cugino; né si sbrigherà così in fretta, perché essendosi gli altri parenti impadroniti de’ beni del morto, l’affare si ridurrà a’ tribunali.
Come tornarono, quella famigliuola d’agricoltori ci allestì da colazione, dopo di che ci siamo avviati verso casa. Addio, addio. Avrei a narrarti delle altre cose; ma, a dirti il vero, ti scrivo svogliatamente. – Appunto: mi dimenticava di dirti che, ritornando, Odoardo accompagnò a passo a passo Teresa e le parlò lungamente quasi importunandola e con un’aria di volto autorevole. Da alcune poche parole che mi venne fatto d’intendere, sospetto ch’egli la torturasse per sapere a ogni patto di che abbiamo parlato. Onde tu vedi ch’io devo diradar le mie visite – almeno finch’ei si parta.
Buona notte, Lorenzo. Serbati questa lettera: quando Odoardo si porterà seco la felicità, ed io non vedrò più Teresa, né più scherzerà su queste ginocchia la sua ingenua sorellina, in que’ giorni di noja ne’ quali ci è caro perfino il dolore, rileggeremo queste memorie sdrajati su l’erba che guarda la solitudine d’Arquà, nell’ora che il dì va mancando. La rimembranza che Teresa fu nostra amica rasciugherà il nostro pianto. Facciamo tesoro di sentimenti cari e soavi i quali ci ridestino per tutti gli anni, che ancora tristi e perseguitati ci avanzano, la memoria che non siamo sempre vissuti nel dolore.

22 Novembre

Tre giorni, e Odoardo, a dir molto – non sarà qui. Il padre di Teresa lo accompagnerà sino a’ confini. S’era lasciato intendere che m’avrebbe pregato di far seco questa breve corsa; ma io ne l’ho ringraziato, perché voglio assolutamente partire: andrò a Padova. Non devo abusare dell’amicizia del signore T*** e della sua buona fede. – Tenete buona compagnia alle mie figliuole, mi diceva egli questa mattina. A vedere, egli mi reputa Socrate – me? e con quell’angelica creatura nata per amare, e per essere amata? e così misera a un tempo! ed io sono sempre in perfetta armonia con gl’infelici, perché – davvero – io trovo un non so che di cattivo nell’uomo prospero.
Non so com’ei non s’avvegga ch’io parlando della sua figlia mi confondo e balbetto; cangio viso e sto come un ladro davanti al giudice. In quel punto io m’immergo in certe meditazioni, e bestemmierei il cielo veggendo in quest’uomo tante doti eccellenti, guaste tutte da’ suoi pregiudizi e da una cieca predestinazione che lo faranno piangere amaramente. – Così intanto io divoro i miei giorni, querelandomi e de’ miei propri mali e degli altrui.
Eppure me ne dispiace: – spesso rido di me, perché propriamente questo mio cuore non può sofferire un momento, un solo momento di calma. Purché io sia sempre agitato, per lui non rileva se i venti gli spirano avversi o propizj. Ove gli manchi il piacere, ricorre tosto al dolore. Jeri è venuto Odoardo a restituirmi uno schioppetto da caccia ch’io gli aveva prestato, e a pigliare il buon viaggio da me; non ho potuto vederlo partire senza gettarmigli al collo tuttoché avessi dovuto veramente imitare la sua indifferenza. Non so mai di che nome voi altri saggi chiamate chi troppo presto ubbidisce al proprio cuore: perché di certo non è un eroe; ma è forse vile per questo? Coloro che trattano da deboli gli uomini appassionati somigliano quel medico che chiamava pazzo un malato non per altro se non perch’era vinto dalla febbre. Così odo i ricchi tacciare di colpa la povertà, per la sola ragione che non è ricca. A me però sembra tutto apparenza; nulla di reale, nulla. Gli uomini non potendo per se stessi acquistare la propria e l’altrui stima, si studiano d’innalzarsi, paragonando que’ difetti che per ventura non hanno, a quelli che ha il loro vicino. Ma chi non si ubbriaca perché naturalmente odia il vino, merita egli lode di sobrio?
O tu che disputi pacatamente su le passioni: se le tue fredde mani non trovassero freddo tutto quello che toccano; se quant’entra nel tuo cuore di ghiaccio non divenisse tosto gelato; credi tu che andresti così glorioso della tua severa filosofia? or come puoi ragionare di cose che non conosci?
Per me, lascio che i saggi vantino una infeconda apatia. Ho letto già tempo, non so in che poeta, che la loro virtù è una massa di ghiaccio che attrae tutto in se stessa e irrigidisce chi le si accosta. Né Dio sta sempre nella sua maestosa tranquillità; ma si ravvolge fra gli aquiloni e passeggia con le procelle 2.

27 Novembre

Odoardo è partito, ed io me n’andrò quando tornerà il padre di Teresa. Buon giorno.

3 Dicembre

Stamattina io me n’andava un po’ per tempo alla villa, ed era già presso alla casa T***, quando mi ha fermato un lontano tintinnio d’arpa. O! io mi sento sorridere l’anima, e scorrere in tutto me quanta mai voluttà allora m’infondeva quel suono. Era Teresa – come poss’io immaginarti, o celeste fanciulla, e chiamarti dinanzi a me in tutta la tua bellezza, senza la disperazione nel cuore! Pur troppo! tu cominci a gustare i primi sorsi dell’amaro calice della vita, ed io con questi occhi ti vedrò infelice, né potrò sollevarti se non piangendo! io; io stesso ti dovrò per pietà consigliare a pacificarti con la tua sciagura.
Certo ch’io non potrei né asserire né negare a me stesso ch’io l’amo; ma se mai, se mai! – in verità non d’altro che di un amore incapace di un solo pensiero: Dio lo sa! –
Io mi fermava, lì lì, senza batter palpebra, con gli occhi, le orecchie, e i sensi tutti intenti per divinizzarmi in quel luogo dove l’altrui vista non mi avrebbe costretto ad arrossire de’ miei rapimenti. Ora ponti nel mio cuore, quand’io udiva cantar da Teresa quelle strofette di Saffo tradotte alla meglio da me con le altre due odi, unici avanzi delle poesie di quella amorosa fanciulla, immortale quanto le Muse. Balzando d’un salto, ho trovato Teresa nel suo gabinetto su quella sedia stessa ove io la vidi il primo giorno, quand’ella dipingeva il proprio ritratto. Era neglettamente vestita di bianco; il tesoro delle sue chiome biondissime diffuse su le spalle e sul petto, i suoi divini occhi nuotanti nel piacere, il suo viso sparso di un soave languore, il suo braccio di rose, il suo piede, le sue dita arpeggianti mollemente, tutto tutto era armonia: ed io sentiva una nuova delizia nel contemplarla. Bensì Teresa parea confusa, veggendosi d’improvviso un uomo che la mirava così discinta, ed io stesso cominciava dentro di me a rimproverarmi d’importunità e di villania: essa tuttavia proseguiva ed io sbandiva tutt’altro desiderio, tranne quello di adorarla, e di udirla. Io non so dirti, mio caro, in quale stato allora io mi fossi: so bene ch’io non sentiva più il peso di questa vita mortale.
S’alzò sorridendo e mi lasciò solo. Allora io rinveniva a poco a poco: mi sono appoggiato col capo su quell’arpa e il mio viso si andava bagnando di lagrime – oh! mi sono sentito un po’ libero.

Padova, 7 Dicembre

Non lo vo’ dire; pur temo assai non tu m’abbia pigliato in parola e ti sia maneggiato a tutto potere per cacciarmi dal mio dolce romitorio. Jeri mi sopravvenne Michele a darmi avviso da parte di mia madre ch’era già allestito l’alloggio in Padova dov’io aveva detto altra volta (davvero appena me ne sovviene) di volermi ridurre al riaprirsi della università. Vero è ch’io avea fatto sacramento di venirci; e te n’ho scritto; ma aspettava il signore T*** – non per anche tornato. Del resto, ho fatto bene a cogliere il punto della mia vocazione, e ho abbandonato i miei colli senza dire addio ad anima vivente. Diversamente, malgrado le tue prediche e i miei proponimenti, non mi sarei partito mai più: e ti confesso ch’io mi sento un certo che d’amaro nel cuore, e che spesso mi salta la tentazione di ritornarvi – or via in somma, vedimi in Padova: e presto a diventar sapientone, acciocché tu non vada tuttavia predicando ch’io mi perdo in pazzie. Per altro bado di non volermiti opporre quando mi verrà voglia d’andarmene; perché tu sai ch’io sono nato espressamente inetto a certe cose, massime quando si tratta di vivere con quel metodo di vita ch’esigono gli studj, a spese della mia pace e del mio libero genio, o di’ pure, ch’io tel perdono, del mio capriccio. Frattanto ringrazia mia madre, e per minorarle il dispiacere, fa di pronosticarle, così come se la cosa venisse da te, ch’io qui non troverò lunga stanza per più d’un mese, o poco più.

Padova, 11 Dicembre

Ho conosciuto la moglie del patrizio M*** che abbandona i tumulti di Venezia e la casa del suo indolente marito per godersi gran parte dell’anno in Padova. Peccato! la sua giovane bellezza ha già perduto quella vereconda ingenuità che sola diffonde le grazie e l’amore. Dotta assai nella donnesca galanteria, si studia di piacere non per altro che per conquistare; così almeno giudico. Tuttavolta, chi sa! Ella sta con me volentieri, e mormora meco sottovoce sovente, e sorride quando la lodo; tanto più ch’ella non si pasce come le altre di quell’ambrosia di freddure chiamate be’ motti, e frizzi di spirito, indizj sempre d’animo nato maligno. Ora sappi che jer sera accostando la sua sedia alla mia, mi parlò d’alcuni miei versi, e innoltrando di mano in mano a ciarlare di sì fatte inezie, non so come, nominai certo libro di cui ella mi richiese. Promisi di recarglielo io stamattina; addio – s’avvicina l’ora.

Ore 2

Il paggio m’additò un gabinetto ove innoltratomi appena, mi si fe’ incontro una donna di forse trentacinque anni leggiadramente vestita, e ch’io non avrei presa mai per cameriera se non mi si fosse appalesata ella stessa, dicendomi – La padrona è a letto ancora: a momenti uscirà. Un campanello la fe’ correre nella stanza contigua ov’era il talamo della Dea, ed io rimasi a scaldarmi al caminetto, considerando ora una Danae dipinta sul soffitto, ora le stampe di cui le pareti erano tutte coperte, ed ora alcuni romanzi francesi gittati qua e là. In questa le porte si schiusero, ed io sentiva l’aere d’improvviso odorato di mille quintessenze, e vedeva madama tutta molle e rugiadosa entrarsene presta presta e quasi intirizzita di freddo, e abbandonarsi sovra una sedia d’appoggio che la cameriera le preparò presso al fuoco. Mi salutava più con le occhiate, che con la persona – e mi chiedea sorridendo s’io m’era dimenticato della promessa. Io frattanto le porgeva il libro osservando con meraviglia ch’ella non era vestita che di una lunga e rada camicia la quale non essendo allacciata radeva quasi il tappeto, lasciando ignude le spalle e il petto ch’era per altro voluttuosamente difeso da una candida pelle in cui ella stavasi involta. I suoi capelli benché imprigionati da un pettine, accusavano il sonno recente; perché alcune ciocche posavano i loro ricci or sul collo, or fin dentro il seno, quasi che quelle picciole liste nerissime dovessero servire agli occhi inesperti di guida; ed altre calando giù dalla fronte le ingombravano le pupille; essa frattanto alzava le dita per diradarle e talvolta per avvolgerle e rassettarle meglio nel pettine, mostrando in questo modo, forse sopra pensiero, un braccio bianchissimo e tondeggiante scoperto dalla camicia che nell’alzarsi della mano cascava fin’oltre il gomito. Posando sopra un piccolo trono di guanciali si volgeva con compiacenza al suo cagnuolino che le si accostava e fuggiva e correva torcendo il dosso e scuotendo le orecchie e la coda. Io mi posi a sedere sopra una seggiola avvicinata dalla cameriera che si era già dileguata. Quell’adulatrice bestiuola schiattiva, e mordendole e scompigliandole, quasi avesse intenzione, con le zampine gli orli della camicia, lasciava apparire una gentile pianella di seta rosa-languida, e poco dopo un picciolo piede, o Lorenzo, simile a quello che l’Albano dipingerebbe a una Grazia ch’esce dal bagno. O! se tu avessi, com’io, veduto Teresa nell’atteggiamento medesimo, presso un focolare, anch’ella appena balzata di letto, così discinta, così – chiamandomi a mente quel fortunato mattino mi ricordo che non avrei osato respirar l’aria che la circondava, e tutti tutti i miei pensieri si univano riverenti e paurosi soltanto per adorarla – e certo un genio benefico mi presentò la immagine di Teresa; perch’io, non so come, ebbi l’arte di guardare con un rattenuto sorriso il cagnuolino, e la bella, poi il cagnuolino, e di bel nuovo il tappeto ove posava il bel piede; ma il bel piede era intanto sparito. M’alzai chiedendole perdono ch’io fossi venuto fuor d’ora; e la lasciai quasi pentita – certo; di gaja e cortese si fe’ un po’ contegnosa – del resto non so. Quando fui solo, la mia ragione, che è in perpetua lite con questo mio cuore, mi andava dicendo: Infelice! temi soltanto di quella beltà che partecipa del celeste: prendi dunque partito, e non ritrarre le labbra dal contravveleno che la fortuna ti porge. Lodai la ragione; ma il cuore aveva già fatto a suo modo. – T’accorgerai che questa lettera la è ricopiata, perch’io ho voluto sfoggiare lo bello stile.
O! la canzoncina di Saffo! io vado canticchiandola scrivendo, passeggiando, leggendo: né così io vaneggiava, o Teresa, quando non mi era conteso di poterti vedere e udire: pazienza! undici miglia ed eccomi a casa; e poi altre due; e poi? – Quante volte mi sarei fuggito da questa terra se il timore di non essere dalle mie disavventure strascinato troppo lontano da te, non mi trattenesse in tanto pericolo? qui siamo almeno sotto lo stesso cielo.
P.S. Ricevo in questo momento tue lettere – e torna, Lorenzo! la è pure la quinta volta che tu mi tratti da innamorato: innamorato sì, e che perciò? Ho veduto di molti innamorarsi della Venere Medicea, della Psiche, e perfin della Luna o di qualche stella lor favorita. E tu stesso non eri talmente entusiasta di Saffo, che pretendevi ravvisarne il ritratto nella più bella donna che tu conoscessi, trattando da maligni e ignoranti coloro che la dipingono piccola, bruna, e bruttina anzi che no?
Fuor di scherzo: conosco d’essere un cervello bizzarro, e stravagante fors’anche; ma dovrò perciò vergognarmi? di che? – da più dì tu mi vuoi cacciar per la testa il grillo di arrossire: ma, salva la tua grazia, io non so, né posso, né devo arrossire di cosa alcuna rispetto a Teresa, né pentirmi, né dolermi. – E viviti lieto.

Padova

Di questa lettera si sono smarrite due carte dove Jacopo narrava certo dispiacere a cui per la sua natura veemente e pe’ suoi modi assai schietti andò incontro. L’editore, propostosi di pubblicare religiosamente l’autografo, crede acconcio d’inserire ciò che di tutta la lettera gli rimane, tanto più che da questo si può quasi desumere quello che manca.

manca la prima carta.

… riconoscente de’ beneficj, sono riconoscentissimo anche delle ingiurie; e nondimeno tu sai quante volte io le ho perdonate: ho beneficato chi mi ha offeso; e talora ho compianto chi mi ha tradito. Ma le piaghe fatte al mio onore, Lorenzo! – doveano essere vendicate. Io non so che ti abbiano scritto, né ho cura di saperlo. Ma quando mi s’affacciò quello sciagurato, quantunque da tre anni quasi io non lo rivedeva, m’intesi ardere tutte le membra; eppur mi contenni. Ma doveva egli con nuovi frizzi inasprire l’antico mio sdegno? Io ruggiva quel giorno come un leone, e mi pareva che l’avrei sbranato, anche se l’avessi trovato nel santuario.
Due giorni dopo, il codardo scansò le vie dell’onore, ch’io gli aveva esibite; e tutti gridavano la crociata contro di me, come s’io avessi dovuto tranguggiarmi pacificamente una ingiuria da colui, che ne’ tempi addietro mi aveva mangiato la metà del cuore. Questa galante gentaglia affetta generosità, perché non ha coraggio di vendicarsi a visiera alzata; ma chi vedesse i notturni pugnali, e le calunnie, e le brighe! – E dall’altra parte io non l’ho soperchiato. Gli dissi: Voi avete braccia, e petto al pari di me, ed io sono mortale come voi. Ei pianse, e gridò; ed allora la ira, quella furia mia dominatrice, cominciò ad ammansarsi, perché dall’avvilimento di lui mi accorsi che il coraggio non deve dare diritto per opprimere il debole. Ma deve per questo il debole provocare chi sa trarne vendetta? Credimi: ci vuole una stupida bassezza o una sovrumana filosofia per lasciarsi a beneplacito d’un nemico che ha faccia impudente, anima negra, e mano tremante.
Frattanto l’occasione mi ha smascherato tutti que’ signorotti, che mi giuravano sviscerata amicizia; che ad ogni mia parola faceano le meraviglie; e che ad ogni ora mi proferivano la loro borsa e il lor cuore. Sepolture! bei marmi, e pomposi epitaffi: ma schiudili, vi trovi vermi e fetore. Pare a te, mio Lorenzo, che se l’avversità ci riducesse a domandar del pane, vi sarebbe taluno memore delle sue promesse? o nessuno, o qualche astuto soltanto, che co’ suoi beneficj vorrebbe comperare il nostro avvilimento. Amici da bonaccia, nelle burrasche ti annegano. Per costoro tutto è calcolo in fondo. Onde se v’ha taluno nelle cui viscere fremano le generose passioni, o le deve strozzare, o rifuggirsi come le aquile e le fiere magnanime ne’ monti inaccessibili e nelle foreste lungi dalla invidia e dalla vendetta degli uomini. Le sublimi anime passeggiano sopra le teste della moltitudine che oltraggiata dalla loro grandezza tenta d’incatenarle o di deriderle, e chiama pazzie le azioni ch’essa immersa nel fango non può, non che ammirare, conoscere. – Io non parlo di me; ma quand’io ripenso agli ostacoli che frappone la società al genio ed al cuore dell’uomo, e come ne’ governi licenziosi o tirannici tutto è briga, interesse e calunnia – io m’inginocchio a ringraziar la Natura che dotandomi di questa indole, nemica di ogni servitù, mi ha fatto vincere la fortuna e mi ha insegnato a innnalzarmi sopra la mia educazione. So che la prima, sola, vera scienza è questa dell’uomo la quale non si può studiare nella solitudine, e ne’ libri: e so che ognuno dee prevalersi della propria fortuna, o dell’altrui per camminare con qualche sostegno su i precipizj della vita. Sia: per me, pavento d’essere ingannato da chi saprebbe ammaestrarmi, precipitato da quella stessa fortuna che potrebbe innalzarmi; e battuto dalla mano che avrebbe tanto vigore da sostenermi…

manca un’altra carta.

… s’io fossi nuovo: ma ho sentito fieramente tutte le passioni, né potrei vantarmi intatto da tutti i vizj. È vero, che nessun vizio mi ha vinto mai, e ch’io in questo terrestre pellegrinaggio sono d’improvviso trapassato dai giardini ai deserti: ma insieme confesso che i miei ravvedimenti nacquero da un certo sdegno orgoglioso, e dalla disperazione di trovare la gloria e la felicità a cui da’ primi anni io agognava. S’io avessi venduta la fede, rinnegata la verità, trafficato il mio ingegno, credi tu ch’io non vivrei più onorato e tranquillo? Ma gli onori e la tranquillità del mio secolo guasto meritano forse di essere acquistati col sagrificio dell’anima? Forse più che l’amore della virtù, il timore della bassezza m’ha rattenuto alle volte da quelle colpe, che sono rispettate ne’ potenti, tollerate ne’ più, ma che per non lasciare senza vittime il simulacro della giustizia sono punite nei miseri. No; né umana forza, né prepotenza divina mi faranno recitare mai nel teatro del mondo la parte del piccolo briccone. Per vegliare le notti nel gabinetto delle belle più illustri, ben io mi so che conviene professare libertinaggio, perché le vogliono mantenersi in riputazione dove sospettano ancora il pudore. E taluna m’addottrinò nelle arti della seduzione, e mi confortò al tradimento – e avrei forse tradito e sedotto; ma il piacere ch’io ne sperava scendeva amarissimo dentro il mio cuore, il quale non ha saputo mai pacificarsi co’ tempi, o far alleanza con la ragione. E però tu mi udivi assai volte esclamare che tutto dipende dal cuore! – dal cuore che né gli uomini né il cielo, né i nostri medesimi interessi possono cangiar mai.
Nella Italia più culta, e in alcune città della Francia ho cercato ansiosamente il bel mondo ch’io sentiva magnificare con tanta enfasi: ma dappertutto ho trovato volgo di nobili, volgo di letterati, volgo di belle, e tutti sciocchi, bassi, maligni; tutti. Mi sono intanto sfuggiti que’ pochi che vivendo negletti fra il popolo o meditando nella solitudine serbano rilevati i caratteri della loro indole non ancora strofinata. Intanto io correva di qua, di là, di su, di giù come le anime de’ scioperati cacciate da Dante alle porte dell’inferno, non reputandole degne di starsi fra’ perfetti dannati. In tutto un anno sai tu che raccolsi? ciance, vituperj, e noja mortale. – E qui dond’io guardava il passato tremando, e mi rassicurava, credendomi in porto, il demonio mi strascina a sì fatti malanni. – Or tu vedi ch’io debbo drizzar gli occhi miei al raggio di salute che il Cielo mi ha presentato. Ma ti scongiuro, lascia andare l’usata predica: Jacopo Jacopo! questa tua indocilità ti fa divenire misantropo. E’ ti pare che se odiassi gli uomini, mi dorrei come fo’ de’ lor vizj? tuttavia poiché non so riderne, e temo di rovinare, io stimo migliore partito la ritirata. E chi mi affida dall’odio di questa razza d’uomini tanto da me diversa? né giova disputare per iscoprire per chi stia la ragione: non lo so; né la pretendo tutta per me. Quello che importa, si è (e tu in ciò sei d’accordo) che questa indole mia altera, salda, leale; o piuttosto ineducata, caparbia, imprudente, e la religiosa etichetta che veste d’una stessa divisa tutti gli esterni costumi di costoro, non si confanno; e davvero io non mi sento in umore di mutar abito. Per me dunque è disperata perfino la tregua, anz’io sono in aperta guerra, e la sconfitta è imminente; poiché non so neppure combattere con la maschera della dissimulazione, virtù d’assai credito e di maggiore profitto. Ve’ la gran presunzione! io mi reputo meno brutto degli altri e sdegno perciò di contraffarmi; anzi buono o reo ch’io mi sia, ho la generosità, o di’ pure la sfrontatezza, di presentarmi nudo, e quasi quasi come sono uscito dalle mani della Natura. Che se talvolta io dico fra me: Pensi tu che la verità in bocca tua sia men temeraria? io da ciò ne desumo che sarei matto se avendo trovato nella mia solitudine la tranquillità de’ Beati, i quali s’imparadisano nella contemplazione del sommo bene, io per non istare a rischio d’innamorarmi (ecco la tua solita antifona) mi commettessi alla discrezione di questa ciurma cerimoniosa e maligna.

Padova, 23 Dicembre

Questo scomunicato paese m’addormenta l’anima, nojata della vita: tu puoi garrirmi a tua posta, in Padova non so che farmi: se tu vedessi con che faccia sguajata mi sto qui scioperando e durando fatica a incominciarti questa meschina lettera! – Il padre di Teresa è tornato a’ colli e mi ha scritto; gli ho risposto dandogli avviso che fra non molto ci rivedremo; e mi pare mill’anni.
Questa università (come saranno, pur troppo, tutte le università della terra!) è per lo più composta di professori orgogliosi e nemici fra loro, e di scolari dissipatissimi. Sai tu perché fra la turba de’ dotti gli uomini sommi son così rari? Quello istinto ispirato dall’alto che costituisce il GENIO non vive se non se nella indipendenza e nella solitudine, quando i tempi vietandogli d’operare, non gli lasciano che lo scrivere. Nella società si legge molto, non si medita, e si copia; parlando sempre, si svapora quella bile generosa che fa sentire, pensare, e scrivere fortemente: per balbettar molte lingue, si balbetta anche la propria, ridicoli a un tempo agli stranieri e a noi stessi: dipendenti dagl’interessi, dai pregiudizj, e dai vizj degli uomini fra’ quali si vive, e guidati da una catena di doveri e di bisogni, si commette alla moltitudine la nostra gloria, e la nostra felicità: si palpa la ricchezza e la possanza, e si paventa perfino di essere grandi perché la fama aizza i persecutori, e l’altezza di animo fa sospettare i governi; e i principi vogliono gli uomini tali da non riescire né eroi, né incliti scellerati mai. E però chi in tempi schiavi è pagato per istruire, rado o non mai si sacrifica al vero e al suo sacrosanto istituto; quindi quell’apparato delle lezioni cattedratiche le quali ti fanno difficile la ragione e sospetta la verità. – Se non ch’io d’altronde sospetto che gli uomini tutti sieno altrettanti ciechi che viaggiano al bujo, alcuni de’ quali si schiudano le palpebre a fatica immaginando di distinguere le tenebre fra le quali denno pur camminar brancolando. Ma questo sia per non detto: e’ ci sono certe opinioni che andrebbero disputate con que’ pochi soltanto che guardano le scienze col sogghigno con che Omero guardava le gagliardie delle rane e de’ topi.
A questo proposito: vuoi tu darmi retta una volta? or che Dio mandò il compratore, vendi in corpo e in anima tutti i miei libri. Che ho da fare di quattro migliaja e più di volumi ch’io non so né voglio leggere? Preservami que’ pochissimi che tu vedrai ne’ margini postillati di mia mano. O come un tempo io m’affannava profondendo co’ librai tutto il mio! ma questa pazzia la non se n’è ita se non per cedere forse luogo ad un’altra. Il danaro dàllo a mia madre. Cercando di rifarla di tante spese – io non so come, ma, a dirtela, darei fondo a un tesoro – questo ripiego mi è sembrato il più spiccio. I tempi diventano sempre più calamitosi, e non è giusto che quella povera donna meni per me disagiata la poca vita che ancora le avanza. Addio.

Da’ colli Euganei, 3 Gennajo 1798

Perdona; ti credeva più savio. – Il genere umano è questo branco di ciechi che tu vedi urtarsi, spingersi, battersi, e incontrare o strascinarsi dietro la inesorabile fatalità. A che dunque seguire, o temere ciò che ti deve succedere?
M’inganno? l’umana prudenza può rompere questa catena invisibile di casi e d’infiniti minimi accidenti che noi chiamiamo destino? sia: ma può ella per questo mettere sicuro lo sguardo fra le ombre dell’avvenire? O! tu nuovamente mi esorti a fuggire Teresa; e gli è come dirmi: Abbandona ciò che ti fa cara la vita; trema del male, e t’imbatti nel peggio. Ma poniamo ch’io paventando il pericolo da prudente, dovessi chiudere l’anima mia a ogni barlume di felicità, tutta la mia vita non somiglierebbe forse le austere giornate di questa nebbiosa stagione, le quali ci fanno desiderare di poter non esistere fin tanto ch’esse rattristano la Natura? Di’ il vero, Lorenzo; or non saria meglio che parte almeno del mattino fosse confortata dal raggio del Sole anche a patti che la notte si rapisse il dì innanzi sera? Che s’io dovessi far sempre la guardia a questo mio cuore prepotente, sarei con me stesso in eterna guerra, e senza pro. Navigherò per perduto, e vada come sa andare. – Intanto io

Sento l’aura mia antica, e i dolci colli
Veggo apparir! 3

10 Gennajo

Odoardo spera distrigato il suo affare tra un mese; così scrive: tornerà dunque, a dir tardi, a primavera. – Allora sì, verso ai primi d’Aprile, crederò ragionevole di partirmi.

19 Gennajo

Umana vita? sogno; ingannevole sogno al quale noi pur diam sì gran prezzo, siccome le donnicciuole ripongono la loro ventura nelle superstizioni e ne’ presagj! Bada; ciò cui tu stendi avidamente la mano è un’ombra forse, che mentre è a te cara, a tal altro è nojosa. Sta dunque tutta la mia felicità nella vota apparenza delle cose che ora m’attorniano; e s’io cerco alcun che di reale, o torno a ingannarmi, o spazio attonito e spaventato nel nulla! Io non lo so; ma, per me, temo che Natura abbia costituito la nostra specie quasi minimo anello passivo dell’incomprensibile suo sistema, dotandone di cotanto amor proprio, perché il sommo timore e la somma speranza creandoci nella immaginazione una infinita serie di mali e di beni, ci tenessero pur sempre affannati di questa esistenza breve, dubbia, infelice. E mentre noi serviamo ciecamente al suo fine, essa ride del nostro orgoglio che ci fa reputare l’universo creato solo per noi, e noi soli degni e capaci di dar leggi al creato.
Andava dianzi perdendomi per le campagne, inferrajuolato sino agli occhi, considerando lo squallore della terra tutta sepolta sotto le nevi, senza erba né fronda che mi attestasse le sue passate dovizie. Né potevano gli occhi miei lungamente fissarsi su le spalle de’ monti, il vertice de’ quali era immerso in una negra nube di gelida nebbia che piombava ad accrescere il lutto dell’aere freddo ed ottenebrato. E parevami vedere quelle nevi disciogliersi e precipitare a torrenti che innondavano il piano, trascinandosi impetuosamente piante, armenti, capanne, e sterminando in un giorno le fatiche di tanti anni, e le speranze di tante famiglie. Trapelava di quando in quando un raggio di Sole, il quale quantunque restasse poi soverchiato dalla caligine, lasciava pur divedere che sua mercé soltanto il mondo non era dominato da una perpetua notte profonda. Ed io rivolgendomi a quella parte di cielo che albeggiando manteneva ancora le tracce del suo splendore: – O Sole, diss’io, tutto cangia quaggiù! E verrà giorno che Dio ritirerà il suo sguardo da te, e tu pure sarai trasformato; né più allora le nubi corteggeranno i tuoi raggi cadenti; né più l’alba inghirlandata di celesti rose verrà cinta di un tuo raggio su l’oriente ad annunziar che tu sorgi. Godi intanto della tua carriera, che sarà forse affannosa, e simile a questa dell’uomo; tu ‘l vedi; l’uomo non gode de’ suoi giorni; e se talvolta gli è dato di passeggiare per li fiorenti prati d’Aprile, dee pur sempre temere l’infocato aere dell’estate, e il ghiaccio mortale del verno.

22 Gennajo

Così va, caro amico: – stavami al focolare del mio castaldo, dove alcuni villani de’ contorni s’adunano a crocchio a scaldarsi, contandosi le loro novelle e le antiche avventure. Entrò una ragazza scalza, assiderata, e fattasi all’ortolano, lo richiese della limosina per la povera vecchia. Mentre la si stava rifocillando al fuoco, esso le preparava due fasci di legna e due pani bigi. La villanella se li pigliò, e salutandoci, uscì. Usciva io pure, e senz’avvedermi, la seguitava calcando dietro le sue peste la neve. Giunta a un mucchio di ghiaccio, si soffermò esaminando con gli occhi un altro sentiero, ed io raggiungendola: – Andate voi lontano ragazza? – Signor mio, no; un mezzo miglio. – Pur que’ due fasci vi fanno camminare a disagio; lasciatene portare uno anche a me. – I fasci tanto non mi darebbero noja se me li potessi reggere sulla spalla con tutte due le braccia; ma questi due pani m’intrigano. – Or via, porterò i pani. – Non fiatò, e la si fe’ tutta rossa, e mi porse i pani ch’io mi riposi sotto il tabarro. Dopo breve ora entrammo in una capannuccia. Sedeva in un cantuccio una vecchierella con un caldano fra piedi pieno di brace smorzata sovra le quali stendeva le palme, appoggiando i polsi su le estremità de’ ginocchi. – Buongiorno, madre. – Buongiorno. – Come state voi, madre? – Né a questa, né a dieci altre interrogazioni mi fu possibile d’impetrare risposta; perch’essa attendeva a riscaldarsi le mani, alzando gli occhi di quando in quando come per vedere se eravamo ancora partiti. Posammo trattanto quelle poche provvisioni, e la vecchia, senza più guardar noi, le stava considerando con occhio mobile: e a’ nostri saluti e alle promesse di ritornare domani, la non rispose se non se un’altra volta quasi per forza – Buongiorno.
Ravviandoci verso casa, la villanella mi raccontava, come quella donna ad onta di forse ottanta anni e più, e di una difficilissima vita, perché talvolta avveniva che i temporali vietavano a’ contadini di recarle la limosina che le raccoglievano, in guisa che vedevasi sul punto di perire d’inedia, pur nondimeno tremava tuttavia di morire e borbottava sempre sue preci perché il cielo la tenesse ancor viva. Ho poi udito dire a’ vecchi del contado, che da molti anni le morì di un’archibugiata il marito dal quale ebbe figliuoli e figliuole, e poi generi, nuore e nipoti ch’essa vide tutti perire e cascarle l’un dopo l’altro a’ piedi nell’anno memorabile della fame. – Eppur, fratel mio, né i passati né i presenti mali la uccidono, e si palpa ancora una vita che nuota sempre in un mar di dolore.
Ahi dunque! tanti affanni assediano la nostra vita, che a mantenerla vuolsi non meno che un cieco istinto prepotente per cui (quantunque la Natura ci spiani i mezzi da liberarcene) siamo spesso forzati a comperarla con l’avvilimento, col pianto, e talvolta ancor col delitto!

17 Marzo 4

Da due mesi non ti do segno di vita, e tu ti se’ sgomentato; e temi ch’io sia vinto oggimai dall’amore da dimenticarmi di te e della patria. Fratel mio Lorenzo, tu conosci pur poco me e il cuore umano ed il tuo, se presumi che il desiderio di patria possa temperarsi mai, non che spegnersi; se credi che ceda ad altre passioni – ben irrita le altre passioni, e n’è più irritato; ed è pur vero, e in questo hai detto pur bene! L’amore in un’anima esulcerata, e dove le altre passioni sono disperate, riesce onnipotente – e io lo provo; ma che riesca funesto, t’inganni: senza Teresa, io sarei forse oggi sotterra.
La Natura crea di propria autorità tali ingegni da non poter essere se non generosi; venti anni addietro sì fatti ingegni si rimanevano inerti ed assiderati nel sopore universale d’Italia: ma i tempi d’oggi hanno ridestato in essi le virili e natie loro passioni; ed hanno acquistato tal tempra, che spezzarli puoi, piegarli non mai. E non è sentenza metafisia questa: la è verità che splende nella vita di molti antichi mortali gloriosamente infelici: verità di cui mi sono accertato convivendo fra molti nostri concittadini: e li compiango insieme e gli ammiro; da che, se Dio non ha pietà dell’Italia, dovranno chiudere nel loro secreto il desiderio di patria – funestissimo! perché o strugge, o addolora tutta la vita; e nondimeno anziché abbandonarlo, avranno cari i pericoli, e quell’angoscia, e la morte. Ed io mi sono uno di questi; e tu, mio Lorenzo.
Ma s’io scrivessi intorno a quello ch’io vidi, e so delle cose nostre, farei cosa superflua e crudele ridestando in voi tutti il furore che vorrei pur sopire dentro di me: piango, credimi, la patria – la piango secretamente, e desidero,

Che le lagrime mie si spargan sole. 5

Un’altra specie d’amatori d’Italia si quereli ad altissima voce a sua posta. Esclamano d’essere stati venduti e traditi: ma se si fossero armati sarebbero stati vinti forse, non mai traditi; e se si fossero difesi sino all’ultimo sangue, né i vincitori avrebbero potuto venderli, né i vinti si sarebbero attentati di comperarli. Se non che moltissimi de’ nostri presumono che la libertà si possa comperare a danaro; presumono che le nazioni straniere vengano per amore dell’equità a trucidarsi scambievolmente su’ nostri campi onde liberare l’Italia! Ma i francesi che hanno fatto parere esecrabile la divina teoria della pubblica libertà, faranno da Timoleoni in pro nostro? – Moltissimi intanto si fidano nel Giovine Eroe nato di sangue italiano; nato dove si parla il nostro idioma. Io da un animo basso e crudele, non m’aspetterò mai cosa utile ed alta per noi. Che importa ch’abbia il vigore e il fremito del leone, se ha la mente volpina, e se ne compiace? Sì; basso e crudele – né gli epiteti sono esagerati. A che non ha egli venduto Venezia con aperta e generosa ferocia? Selim I che fece scannare sul Nilo trenta mila guerrieri Circassi arresisi alla sua fede, e Nadir Schah che nel nostro secolo trucidò trecento mila Indiani, sono più atroci, bensì meno spregevoli. Vidi con gli occhi miei una costituzione democratica postillata dal Giovine Eroe, postillata di mano sua, e mandata da Passeriano a Venezia perché s’accettasse; e il trattato di Campo Formio era già da più giorni firmato e Venezia era trafficata; e la fiducia che l’Eroe nutriva in noi tutti ha riempito l’Italia di proscrizioni, d’emigrazioni, e d’esilii. – Non accuso la ragione di stato che vende come branchi di pecore le nazioni: così fu sempre, e così sarà: piango la patria mia,

Che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende. 6

Nasce italiano, e soccorrerà un giorno alla patria: – altri sel creda; io risposi, e risponderò sempre: La Natura lo ha creato tiranno: e il tiranno non guarda a patria; e non l’ha.
Alcuni altri de’ nostri, veggendo le piaghe d’Italia, vanno pur predicando doversi sanarle co’ rimedi estremi necessari alla libertà. Ben è vero, l’Italia ha preti e frati; non già sacerdoti: perché dove la religione non è inviscerata nelle leggi e ne’ costumi d’un popolo, l’amministrazione del culto è bottega. L’Italia ha de’ titolati quanti ne vuoi; ma non ha propriamente patrizj: da che i patrizj difendono con una mano la repubblica in guerra, e con l’altra la governano in pace; e in Italia sommo fasto de’ nobili è il non fare e il non sapere mai nulla. Finalmente abbiamo plebe; non già cittadini; o pochissimi. I medici, gli avvocati, i professori d’università, i letterati, i ricchi mercatanti, l’innumerabile schiera degl’impiegati fanno arti gentili essi dicono, e cittadinesche; non però hanno nerbo e diritto cittadinesco. Chiunque si guadagna sia pane, sia gemme con l’industria sua personale, e non è padrone di terre, non è se non parte di plebe; meno misera, non già meno serva. Terra senza abitatori può stare; popolo senza terra, non mai: quindi i pochi signori delle terre in Italia, saranno pur sempre dominatori invisibili ed arbitri della nazione. Or di preti e frati facciamo de’ sacerdoti; convertiamo i titolati in patrizj; i popolani tutti, o molti almeno, in cittadini abbienti, e possessori di terre – ma badiamo! senza carnificine; senza riforme sacrileghe di religione; senza fazioni; senza proscrizioni né esilii; senza ajuto e sangue e depredazioni d’armi straniere; senza divisione di terre; né leggi agrarie; né rapine di proprietà famigliari – da che se mai (a quanto intesi ed intendo) se mai questi rimedi necessitassero a liberarne dal nostro infame perpetuo servaggio, io per me non so cosa mi piglierei – né infamia, né servitù: ma neppur essere esecutore di sì crudeli e spesso inefficaci rimedi – se non che all’individuo restano molte vie di salute; non fosse altro il sepolcro: – ma una nazione non si può sotterrar tuttaquanta. E però, se scrivessi, esorterei l’Italia a pigliarsi in pace il suo stato presente, e a lasciare alla Francia la obbrobriosa sciagura di avere svenato tante vittime umane alla Libertà – su le quali la tirannide de’ Cinque, o de’ Cinquecento, o di Un solo – torna tutt’uno – hanno piantato e pianteranno i lor troni; e vacillanti di minuto in minuto, come tutti i troni che hanno per fondamenta i cadaveri.
Il lungo tempo da che non ti scrivo non è corso perduto per me; credo invece d’avere guadagnato anche troppo – ma guadagni fatali! Il sigoore T*** ha moltissimi libri di filosofia politica, e i migliori storici del mondo moderno: e tra per non volermi trovare assai spesso vicino a Teresa, tra per noja e per curiosità, due vigili istigatrici del genere umano – mi son fatto mandare que’ libri; e parte n’ho letto, parte ne ho scartabellato, e mi furono tristi compagni di questa vernata. Certo che più amabile compagnia mi parvero gli uccelletti i quali cacciati per disperazione dal freddo a cercarsi alimento vicino alle abitazioni degli uomini loro nemici, si posavano a famiglie e a tribù sul mio balcone dov’io apparecchiava loro da desinare e da cena – ma forse ora che va cessando il loro bisogno non mi visiteranno mai più. Intanto dalle mie lunghe letture ho raccolto: Che il non conoscere gli uomini è pur cosa pericolosa; ma il conoscerli quando non s’ha cuore da volerli ingannare è pur cosa funesta! Ho raccolto: Che le molte opinioni de’ molti libri, e le contraddizioni storiche, t’inducono al pirronismo e ti fanno errare nella confusione, e nel caos, e nel nulla: ond’io, a chi mi stringesse o di sempre leggere, o di non leggere mai, mi torrei di non leggere mai; e così forse farò. Ho raccolto: Che abbiamo tutti passioni vane com’è appunto la vanità della vita; e che nondimeno sì fatta vanità è la sorgente de’ nostri errori, del nostro pianto, e de’ nostri delitti.
Pur nondimeno io mi sento rinsanguinare più sempre all’anima questo furore di patria: e quando penso a Teresa – e se spero – rientro in un subito in me assai più costernato di prima; e ridico: Quand’anche l’amica mia fosse madre de’ miei figliuoli, i miei figliuoli non avrebbero patria; e la cara campagna della mia vita se n’accorgerebbe gemendo. – Pur troppo! alle altre passioni che fanno alle giovinette sentire sull’aurora del loro giorno fuggitivo i dolori, e più assai alle giovinette italiane, s’è aggiunto questo infelice amore di patria. Ho sviato il signore T*** da’ discorsi di politica, de’ quali si appassiona – sua figlia non apriva mai bocca: ma io pur m’avvedeva come le angosce di suo padre e le mie si rovesciavano nelle viscere di quella fanciulla. Tu sai che non è femminetta volgare: e prescindendo anche da’ suoi interessi – da che in altri tempi avrebbero potuto eleggersi altro marito – è dotata d’animo altero, e di signorili pensieri. E vede quanto m’è grave quest’ozio di oscuro e freddo egoista in cui logoro tutti i miei giorni – davvero, Lorenzo; anche tacendo, io paleso che sono misero e vile dinanzi a me stesso. La volontà forte e la nullità di potere in chi sente una passione politica lo fanno sciaguratissimo dentro di sé: e se non tace, lo fanno parere ridicolo al mondo; si fa la figura di paladino da romanzo e d’innamorato impotente della propria città. Quando Catone s’uccise, un povero patrizio, chiamato Cozio, lo imitò: l’uno fu ammirato perché aveva prima tentato ogni via a non servire; l’altro fu deriso perché per amore della libertà non seppe far altro che uccidersi.
Ma qui stando, non foss’altro co’ miei pensieri, presso a Teresa – perch’io regno ancor tanto sopra di me, ch’io lascio passare tre e quattro giorni senza vederla – pur il solo ricordarmene mi fa provare un foco soave, un lume, una consolazione di vita – breve forse, ma divina dolcezza – e così mi preservo per ora dalla assoluta disperazione.
E quando sto seco – ad altri forse nol crederesti, o Lorenzo, a me sì – allora non le parlo d’amore. È mezz’anno oramai da che l’anima sua s’è affratellata alla mia, e non ha mai inteso uscire fuor delle mie labbra la certezza ch’io l’amo. – Ma e come non può esserne certa? – Suo padre giuoca meco a scacchi le intere serate: essa lavora seduta accanto a quel tavolino, silenziosissima, se non quanto parlano gli occhi suoi; ma di rado: e chinandosi a un tratto non mi domandano che pietà. – E qual altra pietà posso mai darle, da questa in fuori di tenerle, quanto avrò forza, tenerle occulte come più potrò tutte le mie passioni? Né io vivo se non per lei sola: e quando anche questo mio nuovo sogno soave terminerà, io calerò volentieri il sipario. La gloria, il sapere, la gioventù, le ricchezze, la patria, tutti fantasmi che hanno fino ad or recitato nella mia commedia, non fanno più per me. Calerò il sipario; e lascierò che gli altri mortali s’affannino per accrescere i piaceri e menomare i dolori d’una vita che ad ogni minuto s’accorcia, e che pure que’ meschini se la vorrebbero persuadere immortale.
Eccoti con l’usato disordine, ma con insolita pacatezza risposto alla tua lunga affettuosissima lettera: tu sai dire assai meglio le tue ragioni: – io le mie le sento troppo; però pajo ostinato. – Ma s’io ascoltassi più gli altri che me, rincrescerei forse a me stesso: – e nel non rincrescere a sé, sta quel po’ di felicità che l’uomo può sperar su la terra.

3 Aprile

Quando l’anima è tutta assorta in una specie di beatitudine, le nostre deboli facoltà oppresse dalla somma del piacere diventano quasi stupide, mute, e inette ad ogni fatica. Che s’io non menassi una vita da santo, le mie lettere ti capiterebbero innanzi più spesse. Se le sventure raggravano il carico della vita, noi corriamo a farne parte a qualche infelice; ed egli spreme conforto dal sapere che non è il solo dannato alle lagrime. Ma se lampeggia qualche momento di felicità, noi ci concentriamo tutti in noi stessi, temendo che la nostra ventura possa, partecipandosi, diminuirsi; o l’orgoglio nostro soltanto ci consiglia a menarne trionfo. E poi sente assai poco la propria passione, o lieta o trista che sia, chi sa troppo minutamente descriverla. – Intanto la Natura ritorna bella – quale dev’essere stata quando nascendo la prima volta dall’informe abisso del caos, mandò foriera la ridente Aurora di Aprile; ed ella abbandonando i suoi biondi capelli su l’oriente, e cingendo poi a poco a poco l’universo del roseo suo manto, diffuse benefica le fresche rugiade, e destò l’alito vergine de’ venticelli per annunciare ai fiori, alle nuvole, alle onde e agli esseri tutti che la salutavano, il Sole: il Sole! sublime immagine di Dio, luce, anima, vita di tutto il creato.

6 Aprile

È vero; troppo! – questa mia fantasia mi dipinge così realmente la felicità ch’io desidero, e me la pone davanti agli occhi, e sto lì lì per toccarla con mano, e mi mancano ancor pochi passi – e poi? il tristo mio cuore se la vede svanire e piange quasi perdesse un bene posseduto da lungo tempo. Tuttavia – ei le scrive che la cabala forense gli fu da prima cagione d’indugio, e che poi la rivoluzione ha interrotto per qualche giorno il corso dei tribunali: aggiungi che dove predomina l’interesse, le altre passioni si tacciono; un nuovo amore forse – ma tu dirai: E tutto ciò cosa importa? Nulla, caro Lorenzo: a Dio non piaccia ch’io mi prevalga della freddezza d’Odoardo – ma non so come si possa starle lontano un solo giorno di più! – Andrò dunque ognor più lusingandomi per tracannarmi poscia la mortale bevanda che mi sarò io medesimo preparata?

11 Aprile

Ella sedeva sopra un sofà di rincontro alla finestra delle colline, osservando le nuvole che passeggiavano per la ampiezza del cielo. Vedete, mi disse, quel l’azzurro profondo! Io le stava accanto muto muto, con gli occhi fissi su la sua mano che tenea socchiuso un libricciuolo. – Io non so come – ma non mi avvidi che la tempesta cominciava a muggire dal settentrione, e atterrava le piante più giovani. Poveri arbuscelli! esclamò Teresa. Mi scossi. Si addensavano le tenebre della notte che i lampi rendeano più negre. Diluviava, tuonava – poco dopo vidi le finestre chiuse, e i lumi nella stanza. Il ragazzo per far ciò ch’ei soleva fare tutte le sere e temendo del mal tempo, venne a rapirci lo spettacolo della Natura adirata; e Teresa che stava sopra pensiero, non se ne accorse e lo lasciò fare.
Le tolsi di mano il libro e aprendolo a caso, lessi:
“La tenera Gliceria lasciò su queste mie labbra l’estremo sospiro. Con Gliceria ho perduto tutto quello ch’io poteva mai perdere. La sua fossa è il solo palmo di terra ch’io degni di chiamar mio. Niuno, fuori di me, ne sa il luogo. L’ho coperta di folti rosaj i quali fioriscono come un giorno fioriva il suo volto, e diffondono la fragranza soave che spirava il suo seno. Ogni anno nel mese delle rose io visito il sacro boschetto. Siedo su quel cumulo di terra che serba le sue ossa; colgo una rosa, e – sto meditando: Tal tu fiorivi un dì! E sfoglio quella rosa, e la sparpaglio – e mi rammento quel dolce sogno de’ nostri amori. O mia Gliceria, ove sei tu? una lagrima cade su l’erba che spunta su la sepoltura, e appaga l’ombra amorosa”.
Tacqui. – Perchè non leggete? diss’ella sospirando e guardandomi. Io rileggeva: e tornando a proferire nuovamente: Tal tu fiorivi un dì! la mia voce fu soffocata; una lagrima di Teresa grondò su la mia mano che stringeva la sua.

17 Aprile

Ti risovviene di quella giovinetta che quattro anni fa villeggiava appie’ di queste colline? era la innamorata del nostro Olivo P***, e tu sai com’ei impoverì, né poté più averla in isposa. Oggi io l’ho riveduta accasata a un titolato, parente della famiglia T***. Passando per le sue possessioni, venne a visitare Teresa. Io sedeva per terra sul tappeto, e attentissimo all’esemplare della mia Isabellina che scorbiava l’abbiccì sopra una sedia. Com’io la vidi, m’alzai correndole incontro quasi quasi per abbracciarla: – quanto diversa! contegnosa, affettata, penò a ravvisarmi, e poi fece le maraviglie masticando un complimentuccio mezzo a me, mezzo a Teresa – e scommetto che la mia vista non preveduta l’ha sconcertata. Ma cinguettando e di giojelli e di nastri e di vezzi e di cuffie, si rinfrancò. Io mi sperava di usarle un atto di carità graziosa sviando il disorso da simili frascherie; e perché quasi tutte le giovani le si fanno più belle in viso, e non bisognano d’altri ornamenti, allorquando modestamente ti parlano del lor cuore, le ricordai queste campagne e que’ suoi giorni beati. – Ah, ah, rispose sbadatamente; e tirò innanzi ad anatomizzare l’oltramontano travaglio de’ suoi orecchini. Il marito frattanto (perché fra il Popolone de’ pigmei ha scroccato fama di savant come l’Algarotti e il ***) gemmando il suo pretto favellare toscano di mille frasi francesi, magnificava il prezzo di quelle inezie, e il buon gusto della sua sposa. Stava io per pigliarmi il cappello, ma un’occhiata di Teresa mi fe’ star cheto. La conversazione venne di mano in mano a cadere su’ libri che noi leggevamo in campagna. Allora tu avresti udito Messere tesserci il panegerico della prodigiosa biblioteca de’ suoi maggiori, e della collezione di tutte l’edizioni Principes degli antichi ch’ei ne’ suoi viaggi ebbe cura di completare. Io rideva fra cuore, ed ei proseguiva la sua lezione di frontespizj. Quando Gesù volle, tornò un servo ch’era ito in traccia del signore T*** ad avvertire Teresa che non l’avea potuto trovare, perché egli era uscito a caccia per le montagne; e la lezione fu rotta. Chiesi alla sposa novella di Olivo ch’io dopo le sue disgrazie non aveva più riveduto. Immaginerai che cuore fu il mio quando m’intesi freddamente rispondere dall’antica sua amante: È già morto. – È morto! sclamai balzando in piedi, e guardandola stupidito. E descrissi a Teresa l’egregia indole di quel giovine senza pari, e la sua nemica fortuna che lo costrinse a combattere con la povertà e con la infamia; e morì nondimeno scevro di taccia e di colpa.
Il marito allora prese a narrarci la morte del padre di Olivo, le dissensioni con suo fratello primogenito, le liti sempre più accanite, e la sentenza de’ tribunali che giudici fra due figli di uno stesso padre, per arricchire l’uno, spogliarono l’altro; divoratosi il povero Olivo fra le cabale del foro anche quel poco che gli rimanea. Moralizzava su questo giovine stravagante che ricusò i soccorsi di suo fratello, e invece di placarselo, lo inasprì sempre più. – Sì sì, lo interruppi, se suo fratello non ha potuto essere giusto, Olivo non doveva essere vile. Tristo colui che ritira il suo cuore dai consigli e dal compianto dell’amicizia, e sdegna i mutui sospiri della pietà, e rifiuta il pronto soccorso che la mano dell’amico gli porge. Ma le mille volte più tristo chi fida nell’amicizia del ricco: e presumendo virtù in chi non fu mai sventurato, accoglie quel beneficio che dovrà poscia scontare con altrettanta onestà. La felicità non si collega con la sventura che per comperare la gratitudine e tiranneggiare la virtù. L’uomo, animale oppressore, abusa dei capricci della fortuna per aggiudicarsi il diritto di soverchiare. A’ soli afflitti è bensì conceduto il potersi e soccorrere e consolare scambievolmente senz’insultarsi; ma colui che giunse a sedere alla mensa del ricco, tosto, benché tardi, s’avvede.

Come sa di sale
Lo pane altrui. 7

E per questo, oh quanto è men doloroso l’andare accattando di porta in porta la vita, anziché umiliarsi, o esecrare l’indiscreto benefattore che ostentando il suo beneficio, esige in ricompensa il tuo rossore e la tua libertà! –
Ma voi, mi rispose il marito, non mi avete lasciato finire. Se Olivo uscì dalla casa paterna, rinunziando tutti gl’interessi al primogenito, perché poi volle pagare i debiti di suo padre? Che? non affrontò ei medesimo l’indigenza ipotecando per questa sciocca delicatezza anche la sua porzione della dote materna? –
Perché? – se l’erede defraudò i creditori co’ sotterfugj forensi, Olivo doveva mai comportare che le ossa di suo padre fossero maledette da coloro che nelle avversità lo aveano sovvenuto delle loro sostanze, e ch’ei fosse mostrato a dito per le strade come figliuolo di un fallito? Questa generosa onestà diffamò il primogenito che non era nato a imitarla, e che dopo d’avere tentato invano il fratello co’ beneficj, gli giurò poscia inimicizia mortale e veramente feudale e fraterna. Olivo intanto perdé l’ajuto di quelli che lo lodavano forse nel loro secreto, perché restò soverchiato dagli scellerati, essendo più agevole approvar la virtù, che sostenerla a spada tratta e seguirla. Per questo l’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre; e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace e a giudicar dall’evento. – Non mi rispondevano; ed erano forse convinti, non già persuasi, e soggiunsi. – Invece di piangere Olivo, ringrazio il sommo Iddio che lo ha chiamato lontano da tante ribalderie, e dalle nostre imbecillità. Da che, a dir vero, noi stessi, noi devoti della virtù, siamo pure imbecilli! Sono certi uomini che hanno bisogno della morte perché non sanno assuefarsi a’ delitti de’ tristi, né alla pusillanimità degli uomini buoni.
La sposa parea intenerita. Oh pur troppo! esclamò con un sospiro. Ma – chi per altro ha bisogno di pane non ha poi da assottigliarsi tanto su l’onore. –
E questa la è pure una delle vostre bestemmie! proruppi: voi dunque perché siete favoriti dalla fortuna vorreste essere onesti voi soli; anzi perché la virtù su la oscura vostr’anima non risplende, vorreste reprimerla anche ne’ petti degl’infelici, che pure non hanno altro conforto, e illudere in questa maniera la vostra coscienza? – Gli occhi di Teresa mi davano ragione; pur si studiava di far mutare discorso – ma la visiera era alzata; e come poteva io più tacere? ben ora ne sento rimorso – gli occhi degli sposi erano fitti a terra, e la loro anima fu anch’essa atterrata, quando gridai con fierissima voce: – Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità. Orgogliosi! guardano la miseria per insultarla: pretendono che tutto debba offerirsi in tributo alla ricchezza e al piacere. Ma l’infelice che serba la sua dignità è spettacolo di coraggio a’ buoni, e di rimbrotto a’ malvagi. – E sono uscito cacciandomi le mani ne’ capelli. Grazie a’ primi casi della mia vita che mi costituirono sventurato! Lorenzo mio, or non sarei forse tuo amico; or non sarei amico di questa fanciulla. – Mi sta sempre davanti l’avvenimento di stamattina. Qui dove siedo solo mi guardo intorno e temo di rivedere alcuno de’ miei conoscenti. Chi l’avrebbe mai detto? Il cuore di colei non ha palpitato al nome del suo primo amore! ardì di turbare le ceneri di lui che le ha per la prima volta ispirato l’universale sentimento della vita. Né un solo sospiro? – ma pazzo! tu t’affliggi perché non trovi fra gli uomini quella virtù che forse, ahi! forse non è che voto nome – o necessità che si muta con le passioni e le circostanze – o prepotenza di natura in alcuni pochi individui, i quali essendo generosi e pietosi per indole, sono obbligati a guerra perpetua contro l’universalità de’ mortali; – e bastasse! ma guai allorché, volere e non volere, denno pure aprir gli occhi alla luce funerea del disinganno!
Io non ho l’anima negra; e tu il sai, mio Lorenzo; nella mia prima gioventù avrei sparso fiori su le teste di tutti i viventi: chi mi ha fatto così rigido e ombroso verso la più parte degli uomini se non la loro ipocrita crudeltà? Perdonerei tutti i torti che mi hanno fatto. Ma quando mi passa dinanzi la venerabile povertà che mentre s’affatica mostra le sue vene succhiate dalla onnipotente opulenza; e quando io vedo tanti uomini infermi, imprigionati, affamati, e tutti supplichevoli sotto il terribile flagello di certe leggi – ah no, io non mi posso rinconciliare. Io grido allora vendetta con quella turba di tapini co’ quali divido il pane e le lagrime: e ardisco ridomandare in lor nome la porzione che hanno ereditato dalla Natura, madre benefica ed imparziale – la Natura? ma se ne ha fatti quali pur siamo, non è forse matrigna?
Sì, Teresa, io vivrò teco; ma io non vivrò se non quanto potrò vivere teco. Tu sei uno di que’ pochi angioli sparsi qua e là su la faccia della terra per accreditare l’amore dell’umanità. Ma s’io ti perdessi, quale scampo si aprirebbe a questo giovine infastidito di tutto il resto del mondo?
Se dianzi tu l’avessi veduta! mi stendeva la mano, dicendomi – Siate discreto; e davvero, quelle due persone mi pareano compunte: e se Olivo non fosse stato infelice, avrebbe egli avuto anche oltre la tomba un amico?
Ahi! proseguì dopo un lungo silenzio, per amar la virtù conviene dunque vivere nel dolore? – Lorenzo! l’anima sua celeste raggiava da’ lineamenti del viso.

29 Aprile

Vicino a lei io sono sì pieno di vita che appena sento di vivere. Così quand’io mi desto dopo un pacifico sonno, se il raggio di Sole mi riflette su gli occhi, la mia vista si abbaglia e si perde in un torrente di luce.
Da gran tempo mi lagno della inerzia in cui vivo. Al riaprirsi della primavera mi proponeva di studiare botanica; e in due settimane io aveva raccattato su per le balze parecchie dozzine di piante che adesso non so più dove me le abbia riposte. Mi sono assai volte dimenticato il mio Linneo sopra i sedili del giardino, o appié di qualche albero; l’ho finalmente perduto. Jeri Michele me ne ha recato due foglj tutti umidi di rugiada; e stamattina mi ha recato notizia che il rimanente era stato mal concio dal cane dell’ortolano.
Teresa mi sgrida: per compiacerle m’accingo a scrivere; ma sebbene incominci con la più bella vocazione che mai, non so andar innanzi per più di tre o quattro periodi. Mi assumo mille argomenti; mi s’affacciano mille idee: scelgo, rigetto, poi torno a scegliere; scrivo finalmente, straccio, cancello, e perdo spesso mattina e sera: la mente si stanca, le dita abbandonano la penna, e mi avvengo d’avere gittato il tempo e la fatica. – Se non che t’ho detto che lo scrivere libri la è cosa da più e da meno delle mie forze: aggiungi lo stato dell’animo mio, e t’accorgerai che s’io ti scrivo ogni tanto una lettera, non è poco. – Oh la scimunita figura ch’io fo quand’ella siede lavorando, ed io leggo! M’interrompo a ogni tratto, ed ella: Proseguite! Torno a leggere: dopo due carte la mia pronunzia diventa più rapida e termina borbottando in cadenza. Teresa s’affanna: Deh leggete un po’ ch’io v’intenda! – io continuo; ma gli occhi miei, non so come, si sviano disavvedutamente dal libro, e si trovano immobili su quell’angelico viso. Divento muto; cade il libro e si chiude; perdo il segno, né so più ritrovarlo – Teresa vorrebbe adirarsi; e sorride.
Pur se afferrassi tutti i pensieri che mi passano per fantasia! – ne vo notando su’ cartoni e su’ margini del mio Plutarco; se non che, non sì tosto scritti, m’escono dalla mente; e quando poi li cerco sovra la carta, ritrovo aborti d’idee scarne sconnesse, freddissime. Questo ripiego di notare i pensieri, anzi che lasciarli maturare dentro l’ingegno, è pur misero! – ma così si fanno de’ libri composti d’altrui libri a mosaico. – E a me pure, fuor d’intenzione, è venuto fatto un mosaico. – In un libretto inglese ho trovato un racconto di sciagura; e mi pareva a ogni frase di leggere le disgrazie della povera Lauretta: – il Sole illumina da per tutto ed ogni anno i medesimi guai su la terra! – Or io per non parere di scioperare mi sono provato di scrivere i casi di Lauretta, traducendo per l’appunto quella parte del libro inglese, e togliendovi, mutando, aggiungendo assai poco di mio, avrei raccontato il vero, mentre forse il mio testo è romanzo. Io voleva in quella sfortunata creatura mostrare a Teresa uno specchio della fatale infelicità dell’amore. Ma credi tu che le sentenze, e i consigli, e gli esempj de’ danni altrui giovino ad altro fuorché a irritare le nostre passioni? Inoltre in cambio di narrare di Lauretta, ho parlato di me: tale è lo stato dell’anima mia, torna sempre a tastare le proprie piaghe – però non mi pare di lasciar leggere questi tre o quattro fogli a Teresa: le farei più male che bene – e per ora lascio anche stare di scrivere – Tu leggili. Addio.

Frammento della Storia di Lauretta

“Non so se il cielo badi alla terra. Pur se ci ha qualche volta badato (o almeno il primo giorno che la umana razza ha incominciato a formicolare) io credo che il Destino abbia scritto negli eterni libri:

L’uomo sarà infelice

Né oso appellarmi di questa sentenza, perché non saprei forse a che tribunale, tanto più che mi giova crederla utile alle tante altre razze viventi ne’ mondi innumerabili. Ringrazio nondimeno quella Mente che mescendosi all’universo degli enti, li fa sempre rivivere distruggendoli; perché con le miserie, ci ha dato almeno il dono del pianto, ed ha punito coloro che con una insolente filosofia si vogliono ribellare dalla umana sorte, negando loro gl’inesausti piaceri della compassione – Se vedi alcuno addolorato e piangente non piangere 8. Stoico! or non sai tu che le lagrime di un uomo compassionevole sono per l’infelice più dolci della rugiada su l’erbe appassite?
O Lauretta! io piansi con te sulla bara del tuo povero amante, e mi ricordo che la mia compassione disacerbava l’amarezza del tuo dolore. T’abbandonavi sovra il mio seno, e i tuoi biondi capelli mi coprivano il volto, e il tuo pianto bagnava le mie guance; poi col tuo fazzoletto mi rasciugavi, e rasciugavi le tue lagrime che tornavano a sgorgarti dagli occhi e scorrerti sulle labbra. – Abbandonata da tutti! – ma io no; non ti ho abbandonata mai.
Quando tu erravi fuor di te stessa per le romite spiagge del mare, io seguiva furtivamente i tuoi passi per poterti salvare dalla disperazione del tuo dolore. Poi ti chiamava a nome, e tu mi stendevi la mano, e sedevi al mio fianco. Saliva in cielo la Luna, e tu guardandola cantavi pietosamente – taluno avrebbe osato deriderti: ma il Consolatore de’ disgraziati che guarda con un occhio stesso e la pazzia e la saviezza degli uomini, e che compiange e i loro delitti e le loro virtù – udiva forse le tue meste voci, e ti spirava qualche conforto: le preci del mio cuore t’accompagnavano: e a Dio sono accetti i voti e i sacrificj delle anime addolorate. – I flutti gemeano con flebile fiotto, e i venti che gl’increspavano gli spingeano a lambir quasi la riva dove noi stavamo seduti. E tu alzandoti appoggiata al mio braccio t’indirizzavi a quel sasso ove parevati di vedere ancora il tuo Eugenio, e sentir la sua voce, e la sua mano, e i suoi baci. – Or che mi resta? esclamavi; la guerra mi allontana i fratelli, e la morte mi ha rapito il padre e l’amante; abbandonata da tutti!
O Bellezza, genio benefico della natura! Ove mostri l’amabile tuo sorriso scherza la gioja, e si diffonde la voluttà per eternare la vita dell’universo: chi non ti conosce e non ti sente incresca al mondo e a se stesso. Ma quando la virtù ti rende più cara, e le sventure, togliendoti la baldanza e la invidia della felicità, ti mostrano ai mortali co’ crini sparsi e privi delle allegre ghirlande – chi è colui che può passarti davanti e non altro offerirti che un’inutile occhiata di compassione?
Ma io t’offeriva, o Lauretta, le mie lagrime, e questo mio romitorio dove tu avresti mangiato del mio pane, e bevuto nella mia tazza, e ti saresti addormentata sovra il mio petto 9. Tutto quello ch’io aveva! e meco forse la tua vita sebbene non lieta, sarebbe stata libera almeno e pacifica. Il cuore nella solitudine e nella pace va a poco a poco obbliando i suoi affanni; perché la pace e la libertà si compiacciono della semplice e solitaria natura.
Una sera d’autunno la Luna appena si mostrava alla terra rifrangendo i suoi raggi su le nuvole trasparenti, che accompagnandola l’andavano ad ora ad ora coprendo, e che sparse per l’ampiezza del cielo rapivano al mondo le stelle. Noi stavamo intenti a’ lontani fuochi dei pescatori, e al canto del gondoliere che col suo remo rompea il silenzio e la calma dell’oscura laguna. Ma Lauretta volgendosi cercò con gli occhi intorno il suo innamorato; e si rizzò, e ramingò un pezzo chiamandolo; poi stanca tornò dov’io sedeva, e s’assise quasi spaventata della sua solitudine. Guardandomi parea che volesse dirmi: Io sarò abbandonata anche da te! – e chiamò il suo cagnuolino.
Io? – Chi l’avrebbe mai detto che quella dovesse essere l’ultima sera ch’io la vedeva! Era vestita di bianco; un nastro cilestro raccogliea le sue chiome, e tre mammole appassite spuntavano in mezzo al lino che velava il suo seno. – Io l’ho accompagnata fino all’uscio della sua casa; e sua madre che venne ad aprirci mi ringraziava della cura ch’io mi prendeva per la sua disgraziata figliuola. Quando fui solo m’accorsi che m’era rimasto fra le mani il suo fazzoletto: – gliel ridarò domani, diss’io.
I suoi mali incominciavano già a mitigarsi, ed io forse – è vero; io non poteva darti il tuo Eugenio; ma ti sarei stato sposo, padre, fratello. I miei concittadini persecutori, giovandosi de’ manigoldi stranieri, proscrissero improvvisamente il mio nome; né ho potuto, o Lauretta, lasciarti neppure l’ultimo addio.
Quand’io penso all’avvenire e mi chiudo gli occhi per non conoscerlo e tremo e mi abbandono con la memoria a’ giorni passati, io vo per lungo tratto vagando sotto gli alberi di queste valli, e mi ricordo le sponde del mare, e i fuochi lontani, e il canto del gondoliere. M’appoggio ad un tronco – sto pensando – il cielo me l’avea conceduta; ma l’avversa fortuna me l’ha rapita! traggo il suo fazzoIetto – infelice chi ama per ambizione! ma il tuo cuore, o Lauretta, è fatto per la schietta natura: m’ascugo gli occhi, e torno sul far della notte alla mia casa.
Che fai tu frattanto? torni errando lungo le spiagge e mandando preghiere e lagrime a Dio? – Vieni! tu corrai le frutta del mio giardino; tu berrai nella mia tazza, tu mangerai del mio pane, e ti poserai sovra il mio seno e sentirai come batte, come oggi batte assai diversamente il mio cuore. Quando si risveglierà il tuo martirio, e lo spirito sarà vinto dalla passione, io ti verrò dietro per sostenerti in mezzo al cammino, e per guidarti, se ti smarrissi, alla mia casa; mai ti verrò dietro tacitamente per lasciarti libero almeno il conforto del pianto. Io ti sarò padre, fratello – ma, il mio cuore – se tu vedessi il mio cuore! – una lagrima bagna la carta e cancella ciò che vado scrivendo.
Io la ho veduta tutta fiorita di gioventù e di bellezza; e poi impazzita, raminga, orfana; e la ho veduta baciare le labbra morenti del suo unico consolatore – e poscia inginocchiarsi con pietosa superstizione davanti a sua madre lagrimando e pregandola acciocché ritirasse la maledizione che quella madre infelice aveva fulminata contro la sua figliuola. – Così la povera Lauretta mi lasciò nel cuore per sempre la compassione delle sue sventure. Preziosa eredità ch’io vorrei pur dividere con voi tutti a’ quali non resta altro conforto che di amare la virtù e di compiangerla. Voi non mi conoscete; ma noi, chiunque voi siate, noi siamo amici. Non odiate gli uomini prosperi; solamente fuggiteli.”

4 Maggio

Hai tu veduto dopo i giorni della tempesta prorompere fra l’auree nuvole dell’oriente il vivo raggio del Sole e riconsolar la natura? Tale per me è la vista di costei. – Discaccio i miei desiderj, condanno le mie speranze, piango i miei inganni: no, io non la vedrò più; io non l’amerò. Odo una voce che mi chiama traditore; la voce di suo padre! M’adiro contro me stesso, e sento risorgere nel mio cuore una virtù sanatrice, un pentimento. – Eccomi dunque saldo nella mia risoluzione; saldo più che mai: ma poi? – All’apparir del suo volto ritornano le illusioni, e l’anima mia si trasforma, e obblia se medesima, e s’imparadisa nella contemplazione della bellezza.

8 Maggio

Ella non t’ama; e se pure volesse amarti, nol può. È vero, Lorenzo: ma s’io consentissi a strapparmi il velo dagli occhi, dovrei subito chiuderli in sonno eterno; poiché senza questo angelico lume, la vita mi sarebbe terrore, il mondo caos, la Natura notte e deserto. – Anziché spegnere una per una le fiaccole che rischiarano la prospettiva teatrale e disingannare villanamente gli spettatori, non sarebbe assai meglio calar il sipario in un subito, e lasciarli nella loro illusione? Ma se l’inganno ti nuoce: – che monta? se il disinganno mi uccide!
Una domenica intesi il parroco che sgridava i villani perché s’ubbriacavano. E non s’accorgeva come avvelenava a que’ meschini il conforto di addormentare nell’ebbrietà della sera le fatiche del giorno, di non sentire l’amarezza del loro pane bagnato di sudore e di lagrime, e di non pensare al rigore e alla fame che il venturo verno minaccia.

11 Maggio

Conviene dire che Natura abbia pur d’uopo di questo globo, e della specie di viventi litigiosi che lo stanno abitando. E per provvedere alla conservazione di tutti, anziché legarci in reciproca fratellanza, ha costituito ciascun uomo così amico di se medesimo, che volentieri aspirerebbe all’esterminio dell’universo per vivere più sicuro della propria esistenza e rimanersi despota solitario di tutto il creato. Niuna generazione ha mai veduto per tutto il suo corso la dolce pace, la guerra fu sempre l’arbitra de’ diritti, e la forza ha dominato tutti i secoli. Così l’uomo or aperto, or secreto, e sempre implacabile nemico della umanità, conservandosi con ogni mezzo, cospira all’intento della Natura che ha d’uopo della esistenza di tutti: e i discendenti di Caino e d’Abele, quantunque imitino i loro primitivi parenti e si trucidino perpetuamente l’un l’altro, vivono e si propagano. Or odi. – Ho accompagnato stamattina per tempo Teresa e la sua sorellina in casa di una lor conoscente venuta a villeggiare. Credeva di desinare in lor compagnia, ma per mia disgrazia aveva fin dalla settimana passata promesso al chirurgo che mi troverei a pranzo con lui, e se Teresa non me ne facea sovvenire, io, a dirti la verità, me n’era dimenticato. Mi vi sono dunque avviato un’oretta innanzi al mezzogiorno; ma affannato dal caldo, mi sono a mezza strada coricato sotto un ulivo: al vento di jeri fuor di stagione, oggi è succeduta un’arsura nojosissima: e me ne stava lì al fresco spensieratamente come se avessi già desinato. Voltando la testa mi sono avveduto di un contadino che guardavami bruscamente: – Che fate voi qui?
– Sto, come vedete, riposando.
– Avete voi possessioni? – percotendo la terra col calcio del suo schioppo.
– Perché?
– Perché – sdrajatevi su i vostri prati, se ne avete; e non venite a pestare l’erba degli altri, – e partendo, – fate ch’io tornando vi trovi!
Io non mi era mosso, ed egli se n’era ito. A bella prima, io non aveva badato alle sue bravate; ma ripensandoci; se ne avete! e se la fortuna non avesse conceduto a’ miei padri due pertiche di terreno, tu m’avresti negato anche nella parte più sterile del tuo prato l’estrema pietà del sepolcro! – Ma osservando che l’ombra dell’ulivo diventava più lunga, mi sono ricordato del pranzo.
Poco fa tornandomi a casa ho trovato su la mia porta l’uomo stesso di stamattina. – Signore, vi stava aspettando; se mai – vi foste adirato meco; vi domando perdono.
– Riponete il cappello: io non me ne sono già offeso.
Perché mai questo mio cuore nelle stesse occasioni ora è pace pace, ora è tutto tempesta? Diceva quel viaggiatore: Il flusso e riflusso de’ miei umori governa tutta la mia vita. Forse un minuto prima il mio sdegno sarebbe stato assai più grave dell’insulto. Perché dunque rimetterci al beneplacito di chi ne offende, permettendo ch’egli ci possa turbare con una ingiuria non meritata? Vedi come l’amor proprio ruffiano si prova con questa pomposa sentenza di ascrivermi a merito un’azione che è derivata forse da – chi lo sa? In pari occasioni non ho usato di eguale moderazione: è vero che passata mezz’ora ho filosofato contro di me; ma la ragione è venuta zoppicando; e il pentimento, per chi aspira alla saviezza, è sempre tardo – ma né io v’aspiro: io mi sono uno de’ tanti figliuoli della terra, non altro; e porto meco tutte le passioni e le miserie della mia specie.
Il contadino andava ridicendo: – Vi ho fatto villania, ma io non vi conosceva; que’ lavoratori che segavano il fieno ne’ prati vicino mi hanno dopo ammonito.
– Non importa, buon uomo: come andrà egli il raccolto quest’anno?
– Patiremo del caro: or pregovi, signor mio, perdonatemi. Dio volesse v’avessi allor conosciuto!
– Galantuomo; o conoscendo, o non conoscendo non date noja a nessuno, perché starete a rischio a ogni modo o di inimicarvi il ricco, o di maltrattare il povero: quanto a me non occorre.
– Dice bene il signore; Dio gliene rimeriti. – E si partì. E farà forse peggio; gli ha un certo che di sfacciato nel viso; e la ragione degli animali ragionevoli, quando non sentono verecondia, è ragione perniciosissima a chiunque ha che fare con loro.
Intanto? crescono ogni giorno i martiri perseguitati dal nuovo usurpatore della mia patria. Quanti andranno tapinando e profughi ed esiliati, senza il letto di poca erba né l’ombra di un ulivo – Dio lo sa! Lo straniero infelice è cacciato perfino dalla balza dove le pecore pascono tranquillamente.

12 Maggio

Non ho osato no, non ho osato. – Io poteva abbracciarla e stringerla qui, a questo cuore. La ho veduta addormentata: il sonno le tenea chiusi que’ grandi occhi neri; ma le rose del suo sembiante si spargeano allora più vive che mai su le sue guance rugiadose. Giacea il suo bel corpo abbandonato sopra un sofà. Un braccio le sosteneva la testa e l’altro pendea mollemente. Io la ho più volte veduta a passeggiare e a danzare; mi sono sentito sin dentro l’anima e la sua arpa e la sua voce; la ho adorata pien di spavento come se l’avessi veduta discendere dal paradiso – ma così bella come oggi, io non l’ho veduta mai, mai. Le sue vesti mi lasciavano trasparire i contorni di quelle angeliche forme; e l’anima mia le contemplava e – che posso più dirti? tutto il furore e l’estasi dell’amore mi aveano infiammato e rapito fuori di me. Io toccava come un divoto e le sue vesti e le sue chiome odorose e il mazzetto di mammole ch’essa aveva in mezzo al suo seno – sì sì, sotto questa mano diventata sacra ho sentito palpitare il suo cuore. Io respirava gli aneliti della sua bocca socchiusa – io stava per succhiare tutta la voluttà di quelle labbra celesti – un suo bacio! e avrei benedette le lagrime che da tanto tempo bevo per lei – ma allora allora io la ho sentita sospirare fra il sonno: mi sono arretrato, respinto quasi da una mano divina. T’ho insegnato io forse ad amare, ed a piangere? e cerchi tu un breve momento di sonno perché ti ho turbato le tue notti innocenti e tranquille? a questo pensiero me le sono prostrato davanti immobile immobile rattenendo il sospiro – e sono fuggito per non ridestarla alla vita angosciosa in cui geme. Non si querela, e questo mi strazia ancor più: ma quel suo viso sempre più mesto, e quel guardarmi con pietà, e tacere sempre al nome di Odoardo, e sospirare sua madre – ah! il cielo non ce l’avrebbe conceduta se non dovesse anch’essa partecipare del sentimento del dolore. Eterno Iddio! esisti tu per noi mortali? O sei tu padre snaturato verso le tue creature? So che quando hai mandato su la terra la Virtù, tua figliuola primogenita, le hai dato per guida la Sventura. Ma perché poi lasciasti la Giovinezza e la Beltà così deboli da non poter sostenere le discipline di sì austera istitutrice? In tutte le mie afflizioni ho alzato le braccia sino a te, ma non ho osato né mormorare né piangere: ahi adesso! Or perché farmi conoscere la felicità s’io doveva bramarla sì fieramente, e perderne la speranza per sempre? – No, Teresa è mia tutta; tu me l’hai assegnata perché mi creasti un cuore capace di amarla immensamente, eternamente.

13 Maggio

S’io fossi pittore! che ricca materia al mio pennello! L’artista immerso nella idea deliziosa del bello addormenta o mitiga almeno tutte le altre passioni. – Ma se anche fossi pittore? Ho veduto ne’ pittori e ne’ poeti la bella, e talvolta anche la schietta natura; ma la natura somma, immensa, inimitabile non la ho veduta dipinta mai. Omero, Dante e Shakespeare, tre maestri di tutti gl’ingegni sovrumani, hanno investito la mia immaginazione ed infiammato il mio cuore: ho bagnato di caldissime lagrime i loro versi; e ho adorato le loro ombre divine come se le vedessi assise su le volte eccelse che sovrastano l’universo a dominare l’eternità. Pure gli originali che mi veggo davanti mi riempiono tutte le potenze dell’anima, e non oserei, Lorenzo, non oserei, s’anche si trasfondesse in me Michelangelo, tirarne le prime linee. Sommo Iddio! quando tu miri una sera di primavera ti compiaci forse della tua creazione? tu mi hai versato per consolarmi una fonte inesausta di piacere, ed io la ho guardata sovente con indifferenza. Su la cima del monte indorato da’ pacifici raggi del Sole che va mancando, io mi vedo accerchiato da una catena di colli su’ quali ondeggiano le messi, e si scuotono le viti sostenute in ricchi festoni dagli ulivi e dagli olmi: le balze e i gioghi lontani vanno sempre crescendo come se gli uni fossero imposti su gli altri. Di sotto a me le coste del monte sono spaccate in burroni infecondi fra i quali si vedono offuscarsi le ombre della sera, che a poco a poco s’innalzano; il fondo oscuro e orribile sembra la bocca di una voragine. Nella falda del mezzogiorno l’aria è signoreggiata dal bosco che sovrasta e offusca la valle dove pascono al fresco le pecore, e pendono dall’erta le capre sbrancate. Cantano flebilmente gli uccelli come se piangessero il giorno che muore, mugghiano le giovenche, e il vento pare che si compiaccia del susurrar delle fronde. Ma da settentrione si dividono i colli, e s’apre all’occhio una interminabile pianura: si distinguono ne’ campi vicini i buoi che tornano a casa: lo stanco agricoltore li siegue appoggiato al suo bastone; e mentre le madri e le mogli apparecchiano la cena alla affaticata famigliuola, fumano le lontane ville ancor biancicanti, e le capanne disperse per la campagna. I pastori mungono il gregge, e la vecchiarella che stava filando su la porta dell’ovile, abbandona il lavoro e va carezzando e fregando il torello, e gli agnelletti che belano intorno alle loro madri. La vista intanto si va dilungando, e dopo lunghissime file di alberi e di campi, termina nell’orizzonte dove tutto si minora e si confonde. Lancia il Sole partendo pochi raggi, come se quelli fossero gli estremi addio che dà alla Natura; e le nuvole rosseggiano, poi vanno languendo, e pallide finalmente si abbujano: allora la pianura si perde, l’ombre si diffondono su la faccia della terra; ed io, quasi in mezzo all’oceano, da quella parte non trovo che il cielo.
Jer sera appunto dopo più di due ore d’estatica contemplazione d’una bella sera di Maggio, io scendeva a passo a passo dal monte. Il mondo era in cura alla Notte, ed io non sentiva che il canto della villanella, e non vedeva che i fuochi de’ pastori. Scintillavano tutte le stelle, e mentr’io salutava ad una ad una le costellazioni, la mia mente contraeva un non so che di celeste, ed il mio cuore s’innalzava come se aspirasse ad una regione più sublime assai della terra. Mi sono trovato su la montagnuola presso la chiesa: suonava la campana de’ morti, e il presentimento della mia fine trasse i miei sguardi sul cimiterio dove ne’ loro cumuli coperti di erba dormono gli antichi padri della villa: – Abbiate pace, o nude reliquie: la materia è tornata alla materia; nulla scema, nulla cresce, nulla si perde quaggiù; tutto si trasforma e si riproduce – umana sorte! men felice degli altri chi men la teme. – Spossato mi sdrajai boccone sotto il boschetto de’ pini, e in quella muta oscurità, mi sfilavano dinanzi alla mente tutte le mie sventure e tutte le mie speranze. Da qualunque parte io corressi anelando alla felicità, dopo un aspro viaggio pieno di errori e di tormenti, mi vedeva spalancata la sepoltura dove io m’andava a perdere con tutti i mali e tutti i beni di questa inutile vita. E mi sentiva avvilito e piangeva perché avea bisogno di consolazione – e ne’ miei singhiozzi io invocava Teresa.

14 Maggio

Anche jer sera tornandomi dalla montagna, mi posai stanco sotto que’ pini; anche jer sera io invocava Teresa. – Udii un calpestio fra gli alberi; e mi parea d’intendere bisbigliare alcune voci. Mi sembrò poi di vedere Teresa con sua sorella – sbigottitesi a prima vista fuggivano. Io le chiamai per nome, e la Isabellina raffigurandomi, mi si gittò addosso con mille baci. Mi rizzai. Teresa s’appoggiò al mio braccio, e noi passeggiammo taciturni lungo la riva del fiumicello sino al lago de’ cinque fonti. E là ci siamo quasi di consenso fermati a mirar l’astro di Venere che ci lampeggiava su gli occhi. – Oh! diss’ella, con quel dolce entusiasmo tutto suo, credi tu che il Petrarca non abbia anch’egli visitato sovente queste solitudini sospirando fra le ombre pacifiche della notte la sua perduta amica? Quando leggo i suoi versi io me lo dipingo qui – malinconico – errante – appoggiato al tronco di un albero, pascersi de’ suoi mesti pensieri, e volgersi al cielo cercando con gli occhi lagrimosi la beltà immortale di Laura. Io non so come quell’anima, che avea in sé tanta parte di spirito celeste, abbia potuto sopravvivere in tanto dolore, e fermarsi fra le miserie de’ mortali – oh quando s’ama davvero! – E mi parve ch’essa mi stringesse la mano, e io mi sentiva il cuore che non voleva starmi più in petto. – Sì! tu eri creata per me, nata per me, ed io – non so come ho potuto soffocare queste parole che mi scoppiavano dalle labbra. – E saliva su per la collina ed io la seguitava. Le mie potenze erano tutte di Teresa; ma la tempesta che le aveva agitate era alquanto sedata. – Tutto è amore, diss’io; l’universo non è che amore; e chi lo ha mai più sentito, chi più del Petrarca lo ha fatto dolcissimamente sentire? Que’ pochi genj che si sono innalzati sopra tanti altri mortali mi spaventano di meraviglia; ma il Petrarca mi riempie di fiducia religiosa e d’amore; e mentre il mio intelletto gli sacrifica come a nume, il mio cuore lo invoca padre e amico consolatore. – Teresa sospirò insieme e sorrise.
La salita l’aveva stancata: riposiamo, diss’ella: l’erba era umida, ed io le additai un gelso poco lontano. Il più bel gelso che mai. È alto, solitario, frondoso: fra’ suoi rami v’ha un nido di cardellini – ah vorrei poter innalzare sotto l’ombre di quel gelso un altare! – La ragazzina intanto ci aveva lasciati, saltando su e giù, cogliendo fioretti e gettandoli dietro le lucciole che veniano aleggiando – Teresa sedea sotto il gelso ed io seduto vicino a lei con la testa appoggiata al tronco, le recitava le odi di Saffo – sorgeva la Luna – oh! – perché mentre scrivo il mio cuore batte sì forte? beata sera!

14 Maggio, ore 11

Sì, Lorenzo! – dianzi io meditai di tacertelo – Or odilo, la mia bocca è tuttavia rugiadosa – d’un suo bacio – e le mie guance sono state innondate dalle lagrime di Teresa. Mi ama – lasciami, Lorenzo, lasciami in tutta l’estasi di questo giorno di paradiso.

14 Maggio, a sera

O quante volte ho ripigliato la penna, e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti. – Teresa giacea sotto il gelso – ma e che posso dirti che non sia tutto racchiuso in queste parole? Vi amo. A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembrava un riso dell’universo: io mirava con occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accoglierci! deh! a che non venne la morte? e l’ho invocata. Sì; ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era tutta piena della luce infinita della Divinità. Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioja di due cuori ebbri di amore – ho baciata e ribaciata quella mano – e Teresa mi abbracciava tutta tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ suoi grandi occhi languenti, mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse mormoravano su le mie – ahi! che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamò sua sorella e s’alzò correndole incontro. Io me le sono prostrato, e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti – ma non ho ardito di rattenerla, né richiamarla. La sua virtù – e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava: sentiva e sento rimorso di averla io primo eccitata nel suo cuore innocente. Ed è rimorso – rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo! – Me le sono accostato tremando. – Non posso essere vostra mai! – e pronunciò queste parole dal cuore profondo e con una occhiata con cui parea rimproverarsi e compiangermi. Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; né io avea più cuore di dirle parola. Giunta alla ferriata del giardino mi prese di mano la Isabellina e lasciandomi: Addio, diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi, – addio.
Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi: pendeva un suo braccio, e i suoi capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale e la fosca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poiché l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce. – E partendo, mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’astro di Venere: era anch’esso sparito.

15 Maggio

Dopo quel bacio io son fatto divino. Le mie idee sono più alte e ridenti, il mio aspetto più gajo, il mio cuore più compassionevole. Mi pare che tutto s’abbellisca a’ miei sguardi; il lamentar degli augelli, e il bisbiglio de’ zefiri fra le frondi son oggi più soavi che mai; le piante si fecondano, e i fiori si colorano sotto a’ miei piedi; non fuggo più gli uomini, e tutta la Natura mi sembra mia. Il mio ingegno è tutto bellezza e armonia. Se dovessi scolpire o dipingere la Beltà, io sdegnando ogni modello terreno la troverei nella mia immaginazione. O Amore! le arti belle sono tue figlie; tu primo hai guidato su la terra la sacra poesia, solo alimento degli animali generosi che tramandano dalla solitudine i loro canti sovrumani sino alle più tarde generazioni, spronandole con le voci e co’ pensieri spirati dal cielo ad altissime imprese: tu raccendi ne’ nostri petti la sola virtù utile a’ mortali, la Pietà, per cui sorride talvolta il labbro dell’infelice condannato ai sospiri: e per te rivive sempre il piacere fecondatore degli esseri, senza del quale tutto sarebbe caos e morte. Se tu fuggissi, la Terra diverrebbe ingrata; gli animali, nemici fra loro; il Sole, foco malefico; e il Mondo, pianto, terrore e distruzione universale. Adesso che l’anima mia risplende di un tuo raggio, io dimentico le mie sventure; io rido delle minacce della fortuna, e rinunzio alle lusinghe dell’avvenire. – O Lorenzo! sto spesso sdrajato su la riva del lago de’ cinque fonti: mi sento vezzeggiare la faccia e le chiome dai venticelli che alitando sommovono l’erba, e allegrano i fiori, e increspano le limpide acque del lago. Lo credi tu? io delirando deliziosamente mi veggo dinanzi le Ninfe ignude, saltanti, inghirlandate di rose, e invoco in lor compagnia le Muse e l’Amore; e fuor dei rivi che cascano sonanti e spumosi, vedo uscir sino al petto con le chiome stillanti sparse su le spalle rugiadose, e con gli occhi ridenti le Najadi, amabili custodi delle fontane. Illusioni! grida il filosofo. – Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele.

21 Maggio

Ohimè che notti lunghe, angosciose! – il timore di non rivederla mi desta: divorato da un presentimento profondo, ardente, smanioso, sbalzo dal letto al balcone e non concedo riposo alle mie membra nude aggrezzate, se prima non discerno sull’oriente un raggio di giorno. Corro palpitando al suo fianco e stupido! soffoco le parole, e i sospiri: non concepisco, non odo: il tempo vola, e la notte mi strappa da quel soggiorno di paradiso. – Ahi lampo! tu rompi le tenebre, splendi, passi ed accresci il terrore e l’oscurità.

25 Maggio

Ti ringrazio, eterno Iddio, ti ringrazio! Tu hai dunque ritirato il tuo sospiro, e Lauretta ha lasciato alla terra le sue infelicità: tu ascolti i gemiti che partono dalle viscere dell’anima, e mandi la Morte per isciogliere dalle catene della vita le tue creature perseguitate ed afflitte. Mia cara amica! il tuo sepolcro beva almeno queste lagrime, sole esequie ch’io posso offerirti: le zolle che ti nascondono sieno coperte di fresca erba, e dalle benedizioni di tua madre e dalla mia. Tu vivendo speravi da me qualche conforto; eppure! non ho potuto nemmeno prestarti gli ultimi ufficj; ma – ci rivedremo – sì.
Quand’io, caro Lorenzo, mi ricordava di quella povera innocente, certi presentimenti mi gridavano dentro l’anima: È morta. Pure se tu non me ne avessi scritto, io certo non lo avrei saputo mai; perché, e chi si cura della virtù quand’è ravvolta nella povertà? Spesso mi sono accinto a scriverle. M’è caduta la penna, e ho bagnato la carta di lagrime: temeva non mi raccontasse de’ nuovi martirj, e mi destasse nel cuore una corda la cui vibrazione non sarebbe cessata sì tosto. Pur troppo! noi sfuggiamo d’intendere i mali de’ nostri amici; le loro miserie ci sono gravi, e il nostro orgoglio sdegna di porgere il conforto delle parole, sì caro agli infelici, quando non si può unire un soccorso vero e reale. Ma – fors’ella e sua madre mi annoveravano fra la turba di coloro che ubbriacati dalla prosperità abbandonano gli sventurati. Lo sa il cielo! Frattanto Dio ha conosciuto che non poteva reggere più: Ei tempera i venti in favore dell’agnello recentemente tosato; e – tosato al vivo! E ti dee pur ricordare com’essa un giorno tornò a casa sua, portando chiuso nel suo canestrino da lavoro un cranio di morto; e ci scoverse il coperchio, e rideva; e mostrava il cranio in mezzo a un nembo di rose. – E le sono tante e tante, diceva a noi, queste rose; e le ho rimondate di tutte le spine: e domani le si appassiranno: ma io ne compererò ben dell’altre perché ogni giorno, ogni mese crescono rose, e la morte se le piglia tuttequante. – Ma che vuoi tu farne, o Lauretta; io le dissi. – Vo’ coronare questo cranio di rose, e ogni giorno di rose fresche; – e rispondendo rideva pur sempre con soave amabilità. E in quelle parole e in quel riso e in quell’aria di volto demente e in quegli occhi fitti sul cranio e in quelle sue dita pallide e tremanti che andavano intrecciando le rose – tu ti se’ pur avveduto come alle volte il desiderio di morire è necessario insieme e dolcissimo; ed eloquente fin anche sul labbro d’una fanciulla impazzata.
Tornerò, Lorenzo: conviene ch’io esca; il mio cuore si gonfia e geme come se non volesse starmi più in petto: su la cima di un monte mi sembra d’essere alquanto più libero; ma qui nella mia stanza – sto quasi sotterrato in un sepolcro. –
Sono salito su la più alta montagna: i venti imperversavano; io vedeva le querce ondeggiar sotto a’ miei piedi; la selva fremeva come mar burrascoso, e la valle ne rimbombava; su le rupi dell’erta sedeano le nuvole – nella terribile maestà della Natura la mia anima attonita e sbalordita ha dimenticato i suoi mali, ed è tornata alcun poco in pace con se medesima.
Vorrei dirti di grandi cose: mi passano per la mente; vi sto pensando! – m’ingombrano il cuore, s’affollano, si confondono: non so più da quale io mi debba incominciare; poi tutto a un tratto mi sfuggono, e prorompo in un pianto dirotto. Vado correndo come un pazzo senza saper dove, e perché: non m’accorgo, e i miei piedi mi trascinano fra precipizj. Io domino le valli e le campagne soggette; magnifica ed inesausta creazione! I miei sguardi e i miei pensieri si perdono nel lontano orizzonte. – Vo salendo, e sto lì – ritto – anelante – guardo ingiù; ahi voragine! – alzo gli occhi inorridito e scendo precipitoso appiè del colle dove la valle è più fosca. Un boschetto di giovani querce mi protegge dai venti e dal sole; due rivi d’acqua mormorano qua e là sommessamente: i rami bisbigliano, e un rosignuolo – ho sgridato un pastore che era venuto per rapire dal nido i suoi pargoletti: il pianto, la desolazione, la morte di quei deboli innocenti dovevano essere venduti per una moneta di rame; così va! or bench’io l’abbia compensato del guadagno che sperava di trarne e mi abbia promesso di non disturbare più i rosignuoli, tu credi ch’ei non tornerà a desolarli? – e là io mi riposo. – Dove se’ ito, o buon tempo di prima! la mia ragione è malata e non può fidarsi che nel sopore, e guai se sentisse tutta la sua infermità! Quasi quasi – povera Lauretta! tu forse mi chiami – e forse fra non molto io verrò. Tutto, tutto quello ch’esiste per gli uomini non è che la lor fantasia. Dianzi fra le rupi la morte mi era spavento; e all’ombra di quel boschetto io avrei chiusi gli occhi volentieri in sonno eterno. Ci fabbrichiamo la realtà a nostro modo; i nostri desideri si vanno moltiplicando con le nostre idee; sudiamo per quello che vestito diversamente ci annoja; e le nostre passioni non sono alla stretta del conto che gli effetti delle nostre illusioni. Quanto mi sta d’intorno richiama al mio cuore quel dolce sogno della mia fanciullezza. O! come io scorreva teco queste campagne aggrappandomi or a questo or a quell’arbuscello di frutta, immemore del passato, non curando che del presente, esultando di cose che la mia immaginazione ingrandiva e che dopo un’ora non erano più, e riponendo tutte le mie speranze ne’ giuochi della prossima festa. Ma quel sogno è svanito! e chi m’accerta che in questo momento io non sogni? Ben tu, mio Dio, tu che creasti gli umani cuori, tu solo, sai che sonno spaventevole è questo ch’io dormo; sai che non altro m’avanza fuorché il pianto e la morte.
Così vaneggio! cangio voti e pensieri, e quanto la Natura è più bella tanto più vorrei vederla vestita a lutto. E veramente pare che oggi m’abbia esaudito. Nel verno passato io era felice: quando la Natura dormiva mortalmente la mia anima pareva tranquilla – ed ora?
Eppur mi conforto nella speranza di essere compianto. Su l’aurora della vita io cercherò forse invano il resto della mia età che mi verrà rapito dalle mie passioni e dalle mie sventure; ma la mia sepoltura sarà bagnata dalle tue lagrime, dalle lagrime di quella fanciulla celeste. E chi mai cede a una eterna obblivione questa cara e travagliata esistenza? Chi mai vide per l’ultima volta i raggi del Sole, chi salutò la Natura per sempre, chi abbandonò i suoi diletti, le sue speranze, i suoi inganni, i suoi stessi dolori senza lasciar dietro a sé un desiderio, un sospiro, uno sguardo? Le persone a noi care che ci sopravvivono, sono parte di noi. I nostri occhi morenti chiedono altrui qualche stilla di pianto, e il nostro cuore ama che il recente cadavere sia sostenuto da braccia amorose, e cerca un petto dove trasfondere l’ultimo nostro respiro. Geme la Natura perfin nella tomba, e il suo gemito vince il silenzio e l’oscurità della morte.
M’affaccio al balcone ora che la immensa luce del Sole si va spegnendo, e le tenebre rapiscono all’universo que’ raggi languidi che balenano su l’orizzonte; e nella opacità del mondo malinconico e taciturno contemplo la immagine della Distruzione divoratrice di tutte le cose. Poi giro gli occhi sulle macchie de’ pini piantati dal padre mio su quel colle presso la porta della parrocchia, e travedo biancheggiare fra le frondi agitate da’ venti la pietra della mia fossa. E mi par di vederti venir con mia madre, a benedire, o perdonar non foss’altro alle ceneri dell’infelice figliuolo. E predico a me, consolandomi: Forse Teresa verrà solitaria su l’alba a rattristarsi dolcemente su le mie antiche memorie, e a dirmi un altro addio. No! la morte non è dolorosa. Che se taluno metterà le mani nella mia sepoltura e scompiglierà il mio scheletro per trarre dalla notte in cui giaceranno, le mie ardenti passioni, le mie opinioni, i miei delitti – forse; non mi difendere, Lorenzo; rispondi soltanto: Era uomo, e infelice.

26 Maggio

Ei viene, Lorenzo – ei ritorna.
Scrisse di Toscana ove si fermerà venti giorni; e la lettera è in data de’ 18 Maggio: fra due settimane al più – dunque!

27 Maggio

Ma penso: Ed è pur vero che questa immagine d’angelo de’ cieli esista qui, in questo basso mondo, fra noi? e sospetto d’essermi innamorato della creatura della mia fantasia.
E chi non avrebbe voluto amarla anche infelicemente? e dov’è l’uomo così avventuroso col quale io degnassi di cangiare questo mio stato lagrimevole? – ma come io posso dall’altra parte essere tanto carnefice mio per tormentarmi – or nol veggo? nol vidi pur sempre? – senza niuna speranza? – Forse! un certo orgoglio in costei della sua bellezza e delle mie angosce – non mi ama, e la sua compassione coverà un tradimento. Ma quel suo bacio celeste che mi sta sempre su le labbra e mi domina tutti i pensieri? e quel suo pianto? – ahi, ma dopo quel momento mi sfugge; né s’attenta di guardarmi più in faccia. Seduttore! io? – e quando mi sento tuonare nell’anima quella tremenda sentenza: Non sarò vostra mai; io trapasso di furore in furore e medito delitti di sangue. – Non tu, innocente vergine, io solo io solo ho tentato il tradimento; e l’avrei, chi sa? – consumato.
O! un altro tuo bacio, e abbandonami poscia a’ miei sogni e a’ miei soavi delirj: io ti morrò a’ piedi; ma tutto tuo, e sapendo che pur t’ho lasciata innocente – ma insieme infelice! Tu, se non potrai essermi sposa, mi sarai almeno compagna nel sepolcro. Ah no; la pena di questo amore fatale si rovesci sopra di me. Ch’io pianga per tutta un’eternità; ma che il cielo, o Teresa, non voglia che tu sia lungamente per mia cagione infelice! – Ma intanto io ti ho perduta, e tu mi t’involi, tu stessa. Ah se tu mi amassi com’io t’amo!
Eppure, o Lorenzo, in sì fieri dubbj, e in tanti tormenti, ogni qual volta io domando consiglio alla mia ragione, mi riconforta dicendomi: Tu non se’ immortale. Or via, soffriamo dunque; e sino agli estremi – uscirò, uscirò dall’inferno della vita; e basto io solo: a questa idea rido e della fortuna, e degli uomini, e quasi della onnipotenza di Dio.

28 Maggio

Spesso io mi figuro tutto il mondo a soqquadro, e il Cielo, e il Sole, e l’Oceano, e tutti i globi nelle fiamme e nel nulla; ma se anche in mezzo alla universale rovina io potessi stringere un’altra volta Teresa – un’altra volta soltanto fra queste braccia, io invocherei la distruzione del creato.

29 Maggio, all’alba

O illusione! perché quando ne’ miei sogni quest’anima è un paradiso, e Teresa è al mio fianco, e mi sento sospirar su la bocca, e – perché mi trovo poi un vuoto, un vuoto di tomba? Almen que’ beati momenti non fossero mai venuti, o non fossero fuggiti mai! – questa notte io cercava brancicando quella mano che me l’ha strappata dal seno: mi parea d’intendere da lontano un suo gemito; ma le coltri molli di pianto, i miei capelli sudati, il mio petto ansante, la fitta e muta oscurità – tutto tutto mi gridava: Misero, tu deliri! Spaventato e languente mi sono buttato boccone sul letto abbracciando il guanciale, e cercando di tormentarmi nuovamente e d’illudermi.
Se tu mi vedessi stanco, squallido, taciturno errar su e giù per le montagne e cercar di Teresa, e temer di trovarla, sovente brontolar fra me stesso, chiamare, pregarla, e rispondere alle mie voci: arso dal Sole mi caccio sotto una macchia e m’addormento o vaneggio – ahi che sovente la saluto come se la vedessi, e mi pare di stringerla e di baciarla – poi mi svanisce, ed io tengo gli occhi inchiodati sui precipizj di qualche dirupo. Sì! conviene ch’io la finisca.

29 Maggio, a sera

Fuggir dunque, fuggire: ma dove? credimi, io mi sento malato: appena reggo questo mio corpo per potermelo strascinare sino alla villa, e confortarmi in quegli occhi e bere un altro sorso di vita, forse ultimo – ma senz’essa vorrei più questo inferno? Dianzi l’ho salutata per andarmene; non rispose – scesi le scale; ma non poteva scostarmi dal suo giardino: e – lo credi? la sua vista mi dà soggezione. Vedendola poi scendere con sua sorella ho tentato di tirarmi sotto una pergola e fuggirmene. La Isabellina ha gridato: Viscere mie, viscere mie, non ci avete vedute? Colpito quasi da un fulmine mi sono precipitato sopra un sedile; la ragazza mi s’è gettata al collo carezzandomi, e dicendomi all’orecchio: Perché taci sempre? Non so se Teresa m’abbia guardato; sparì dentro un viale. Dopo mezz’ora tornò a chiamare la ragazza che stava ancora fra le mie ginocchia, e m’accorsi come le sue pupille erano rosse di pianto; non mi parlò, ma mi ammazzò con un’occhiata quasi volesse dirmi: Tu mi hai ridotta così.

2 Giugno

Ecco tutto ne’ suoi veri sembianti. Ahi! non sapeva che in me s’annidasse questa furia che m’investe, m’arde, mi annienta, eppur non mi uccide. Dov’è la Natura? Dov’è la sua immensa bellezza? Dov’è l’intreccio pittoresco de’ colli ch’io contemplava dalla pianura inalzandomi con l’immaginazione nelle regioni dei cieli? mi sembrano rupi nude e non veggo che precipizj. Le loro falde coperte di ombre ospitali mi sono fatte nojose: io vi passeggiava un tempo fra le ingannevoli meditazioni della nostra debole filosofia. A qual pro se ci fanno conoscere le infermità nostre, né porgono i rimedj da risanarle? – Oggi io sentiva gemere la foresta ai colpi delle scuri: i contadini atterravano i roveri di duecento anni: – tutto père quaggiù!
Guardo le piante ch’una volta scansava di calpestare, e mi soffermo sovr’esse e le strappo, e le sfioro gittandole fra la polvere rapita dai venti. Gemesse con me l’universo!
Sono uscito assai prima del Sole e correndo attraverso de’ solchi, cercava nella stanchezza del corpo qualche sopore a quest’anima tempestosa. La mia fronte era tutta sudore, e il mio petto ansava con difficile anelito. Soffia il vento della notte e mi scompiglia le chiome ed agghiaccia il sudore che grondavami dalle guance. – Oh! da quell’ora mi sento per tutte le membra un brivido, le mani fredde, le labbra livide, e gli occhi erranti fra le nuvole della morte.
Almeno costei non mi perseguitasse con la sua immagine, ovunque io mi vada, a piantarmisi faccia a faccia: perch’ella, o Lorenzo – perch’ella mi move qui dentro un terrore, una disperazione, una rabbia, una gran guerra – e medito talor di rapirla e di strascinarla con me nei deserti lungi dalla prepotenza degli uomini. – Ahi sciagurato! mi percuoto la fronte e bestemmio – partirò.

Lorenzo

A chi legge

Tu forse, o Lettore, ti se’ fatto amico di Jacopo, e brami di sapere la storia della sua passione; onde io per narrartela andrò quindi innanzi interrompendo la serie delle sue lettere.
La morte di Lauretta esacerbò la sua malinconia fatta ancora più nera per l’imminente ritorno di Odoardo. Diradò le sue visite in casa T***, e non parlava con anima nata. Dimagrato, sparuto, con gli occhi incavati, ma spalancati e pensosi, la voce cupa, i passi tardi, andava per lo più inferrajuolato, senza cappello, e con le chiome giù per la faccia; vegliava le notti intere girando per le campagne, e il giorno fu spesso veduto dormire sotta qualche albero.
In questa, tornò Odoardo in compagnia di un giovine pittore che ripatriava da Roma. Quel giorno stesso incontrarono Jacopo. Odoardo gli si fe’ incontro abbracciandolo; Jacopo quasi sbigottito si arretrò. Il pittore gli disse che avendo udito a parlare di lui e dell’ingegno suo, da gran tempo bramava di conoscerlo di persona. – Ei lo interruppe?: Io? – io, signor mio, non ho mai potuto conoscere me medesimo negli altri mortali; però non credo che gli altri possano mai conoscere se medesimi in me. Gli domandarono interpretazione di sì ambigue parole; ed ei per tutta risposta si ravvolse nel suo tabarro, si cacciò fra gli alberi; e sparì. Odoardo si dolse di questo contegno col padre di Teresa, il quale già incominciava a temere della passione di Jacopo.
Teresa dotata di una indole meno risentita, ma passionata ed ingenua; propensa a una affettuosa malinconia, priva nella solitudine d’ogni altro amico di cuore, nell’età in cui parla in noi la dolce necessità di amare e di essere riamati, incominciò a confidare a Jacopo tutta l’anima sua, e a poco a poco se ne innamorò; ma non ardiva confessarlo a se stessa: e dopo la sera di quel bacio viveva assai riservata, sfuggendo l’amante, e tremando alla presenza del padre. Allontanata da sua madre, senza consiglio e senza conforto, atterrita dal suo stato futuro, e dalla virtù e dall’amore, diventò solitaria, non parlava quasi mai, leggeva sempre, trascurava e il disegno, e la sua arpa, e il suo abbigliamento, e fu spesso sorpresa dai famigliari con le lagrime agli occhi. Scansava la compagnia delle giovinette sue amiche che a primavera villeggiavano a’ colli Euganei; e dileguandosi a tutti e alla sua sorellina, sedeva molte ore ne’ luoghi più appartati del suo giardino. Regnava quindi in quella casa un silenzio e una certa diffidenza che turbarono lo sposo trafitto anche da’ modi sdegnosi di Jacopo incapace di simulazione. Naturalmente parlava con enfasi; e sebbene conversando fosse taciturno, fra’ suoi amici era loquace, pronto al riso, e ad una allegria schietta, eccessiva. Ma in que’ giorni le sue parole ed ogni suo atto erano veementi e amari come l’anima sua. Istigato una sera da Odoardo che giustificava il trattato di Campo Formio, si diede a disputare, a gridare come un invasato, a minacciare, a percuotersi la testa, e a piangere d’ira. Avea sempre un’aria assoluta; ma il signore T*** mi raccontava che allora o stava sepolto ne’ suoi pensieri, o se discorreva, s’infiammava d’improvviso; i suoi occhi metteano paura, e talvolta fra il discorso gli abbassava inondati di pianto. Odoardo si fe’ più circospetto, e sospettò del cangiamento di Jacopo.
Così passò tutto Giugno. Il misero giovine diveniva ogni dì più tetro ed infermo; né scriveva più alla sua famiglia, né rispondeva alle mie lettere. Spesso fu veduto da’ contadini cavalcare a briglia sciolta per luoghi scoscesi, e in mezzo alle fratte e a traverso de’ fossi, ed è maraviglia com’ei non sia pericolato. Una mattina il pittore stando a ritrarre la prospettiva de’ monti, udì la sua voce fra il bosco: gli si accostò di soppiatto, e intese ch’ei declamava una scena del Saule. Allora gli riuscì di disegnare il ritratto dell’Ortis, che sta in fronte a questa edizione, appunto quand’ei si soffermava pensoso dopo avere proferito que’ versi dell’atto I, scena I.

Precipitoso
Già mi sarei fra gl’inimici ferri
Scagliato io da gran tempo; avrei già tronca
Così la vita orribile ch’io vivo.

Poi lo vide arrampicarsi sino alla cima della montagna, guardare all’ingiù risolutamente con le braccia aperte, e tutto ad un tratto arretrarsi esclamando: O madre mia!
Una domenica rimase a desinare in casa T***. Pregò Teresa perché suonasse, e le porse l’arpa egli stesso. Mentr’ella incominciava, entrò suo padre e le s’assise da canto. Jacopo pareva inondato da una dolce mestizia e il suo aspetto si andava rianimando; ma a poco a poco chinò la testa, e ricadde in una malinconia più compassionevole di prima. Teresa lo sogguardava e sforzavasi di reprimere il pianto: Jacopo se n’avvide, né potendosi contenere, s’alzò e partì. Il padre intenerito si voltò a Teresa dicendole: O figlia mia, tu vuoi dunque precipitare teco noi tutti? A queste parole le sgorgarono d’improvviso le lagrime; si gittò fra le braccia di suo padre, e gli confessò. In questa entrava Odoardo; e la subita partenza di Jacopo, e l’atteggiamento di Teresa, e il turbamento del signore T*** lo raffermarono ne’ suoi dubbj. Queste cose le ho udite dalla bocca di Teresa.
Il dì seguente, che fu la mattina de’ 7 luglio, Jacopo andò da Teresa, e vi trovò lo sposo, e il pittore che le faceva il ritratto nuziale. Teresa confusa e tremante uscì in fretta come per badare a qualche cosa di cui si era dimenticata; ma passando davanti a Jacopo gli disse ansiosamente sottovoce: Mio padre sa tutto. Ei non fe’ motto né cambiò viso; passeggiò tre o quattro volte su e giù per la stanza, ed uscì. Per tutto quel giorno non si lasciò vedere ad uomo vivente. Michele che lo aspettava a desinare, ne cercò invano. Non si ridusse a casa che a mezzanotte suonata. Si sdrajò vestito sul letto, e mandò a dormire il ragazzo. Poco dopo s’alzò e scrisse.

Mezzanotte

Io mandava alla Divinità i miei ringraziamenti, e i miei voti, ma io non la ho mai temuta. Eppure adesso che sento tutto il flagello delle sventure, io la temo e la supplico.
Il mio intelletto è acciecato, la mia anima è prostrata, il mio corpo è sbattuto dal languore della morte.
È vero! i disgraziati hanno bisogno di un altro mondo diverso da questo dove mangiano un pane amaro, e bevono l’acqua mescolata alle lagrime. La immaginazione lo crea, e il cuore si consola. La virtù sempre infelice quaggiù persevera con la speranza di un premio – ma sciagurati coloro che per non essere scellerati hanno bisogno della religione!
Mi sono prostrato in una chiesetta posta in Arquà, perché io sentiva che la mano di Dio pesava sopra il mio cuore.
Son io debole forse, Lorenzo? Il cielo non ti faccia mai sentire la necessità della solitudine, delle lagrime, e di una chiesa!

Ore 2

Il Cielo è tempestoso: le stelle rare e pallide; e la Luna mezza sepolta fra le nuvole batte con raggi lividi le mie finestre.

All’alba

Lorenzo, non odi? t’invoca l’amico tuo: qual sonno! spunta un raggio di giorno e forse per rinsanguinare i miei mali. – Dio non mi ode. Mi condanna anzi ad ogni minuto all’agonia della morte; e mi costringe a maledire i miei giorni che pur non sono macchiati di alcun delitto.
Che? se tu se’ un Dio forte, prepotente, geloso, che rivedi le iniquità de’ padri ne’ figli, e che visiti nel tuo furore la terza e la quarta generazione 10, dovrò io sperar di placarti? Manda in me – bensì non in altri che in me – l’ira tua, la quale raccende nell’inferno le fiamme che dovranno ardere milioni e milioni di popoli a’ quali non ti se’ fatto conoscere. – Ma Teresa è innocente: e anziché stimarti crudele, t’adora con serenità soavissima d’animo. Io non t’adoro, appunto perché ti pavento – e sento pure che ho bisogno di te. Spogliati, deh! spogliati degli attributi di cui gli uomini t’hanno vestito per farti simile a loro 11. Non se’ tu forse il Consolatore degli afflitti? E il tuo Figlio Divino non si chiamava egli il Figlio dell’Uomo? Odimi dunque. Questo cuore ti sente, ma non t’offendere del gemito a cui la Natura costringe le viscere dilaniate dell’uomo. E mormoro contro di te, e piango, e t’invoco, sperando di liberare l’anima mia – di liberarla? ma e come, se non è piena di te? se non ti ha implorato nella prosperità, e solo rifugge al tuo ajuto, e domanda il tuo braccio or quando è atterrata nella miseria? se ti teme, e non ha in te veruna speranza? Né spera, né desidera che Teresa: e ti vedo in lei sola.
Ecco, o Lorenzo, fuor delle mie labbra il delitto per cui Dio ha ritirato il suo sguardo da me. Non l’ho mai adorato come adoro Teresa. – Bestemmia! Pari a Dio colei che sarà a un soffio scheletro e nulla? Vedi l’uomo umiliato. Dovrò dunque io anteporre Teresa a Dio? – Ah da lei si spande beltà celeste ed immensa, beltà onnipotente. Misuro l’universo con uno sguardo; contemplo con occhio attonito l’eternità; tutto è caos, tutto sfuma, e s’annulla; Dio mi diventa incomprensibile; e Teresa mi sta sempre davanti.

Dopo due giorni ammalò. Il padre di Teresa andò a visitarlo, e si giovò di quell’occasione a persuaderlo che s’allontanasse da’ colli Euganei. Come discreto e generoso ch’egli era, stimava l’ingegno e l’animo di Jacopo, e lo amava come il più caro amico ch’ei potesse aver mai; e m’accertò che in circostanze diverse avrebbe creduto d’ornare la sua famiglia pigliandosi per genero un giovine che se partecipava d’alcuni errori del nostro tempo, ed era dotato d’indomita tempra di cuore, aveva a ogni modo, al dire del signore T***, opinioni e virtù degne de’ secoli antichi. Ma Odoardo era ricco, e di una famiglia sotto la cui parentela il signore T*** fuggiva alle persecuzioni e alle insidie de’ suoi nemici, i quali lo accusavano d’avere desiderato la verace libertà del suo paese; delitto capitale in Italia. Bensì imparentandosi all’Ortis, avrebbe accelerato la rovina di lui, e della propria famiglia. Oltre di che aveva obbligata la sua fede; e per mantenerla s’era ridotto a dividersi da una moglie a lui cara. Né i suoi bilanci domestici gli assentivano di accasare Teresa con una gran dote, necessaria alle mediocri sostanze dell’Ortis. Il signore T*** mi scrisse queste cose, e le disse a Jacopo che sapeale da sé, e le ascoltò con aspetto riposatissimo; ma non sì tosto udì parlare di dote. No, lo interruppe, esule, povero, oscuro a tutti i mortali, mi vorrei sotterrar vivo anziché domandarvi vostra figlia in sposa. Sono sfortunato, non però vile. Né i miei figliuoli dovranno riconoscere mai la loro fortuna dalla ricchezza della loro madre. Vostra figlia è più ricca di me, ed è promessa. Dunque? rispose il signore T***. – Jacopo non fiatò. Alzò gli occhi al cielo, e dopo molta ora: O Teresa, esclamò, sarai a ogni modo infelice! O amico mio, gli soggiunse allora amorevolmente il signore T***, e per chi mai cominciò ad essere misera se non per voi? Erasi già per amor mio rassegnata al suo stato; e sola poteva rappacificare una volta i suoi poveri genitori. Vi ha amato; e voi che pure l’amate con sì altera generosità, voi pur le rapite uno sposo, e manterrete discorde una casa ove foste, e siete, e sarete sempre accolto come figliuolo. Arrendetevi; allontanatevi per alcuni mesi. Forse avreste trovato in altri un padre severo: ma io! – sono stato anch’io sventurato; ho provato le passioni, pur troppo! e ne provo – e ho imparato a compiangerle, perché sento io pure il bisogno d’essere compatito. Bensì da voi solo all’età mia quasi canuta ho imparato come alle volte si stima l’uomo che ci danneggia, massime se è dotato di tale carattere da far parere generosi e tremendi gli affetti che in altri pajoni colpevoli insieme e risibili. Né io vel dissimulo: voi, dal dì che primamente vi ho conosciuto, avete assunto tale inesplicabile predominio sopra di me, da costringermi a temervi insieme ed amarvi: e spesso andava noverando i minuti per impazienza di rivedervi, e nel tempo stesso io sentivami preso d’un tremito subitaneo e secreto allorché i miei servi mi davano avviso che voi salivate le scale. Or voi abbiate pietà di me, e della vostra gioventù, e della fama di Teresa. La sua beltà e la sua salute vanno languendo; le sue viscere si struggono nel silenzio, e per voi. Io vi scongiuro in nome di Teresa, partite; sacrificate la vostra passione alla sua quiete; e non vogliate ch’io sia l’amico insieme e il marito e il padre più misero che sia mai nato. Jacopo parea intenerito: non però mutò aspetto, né gli cadde lagrima dagli occhi, né rispose parola; benché il signore T*** a mezzo il discorso si rattenesse a stento dal piangere: e restò a canto al letto di Jacopo sino a notte tardissima: ma né l’uno né l’altro aprirono più bocca se non quando si dissero addio. – La malattia del giovine aggravò; e ne’ giorni seguenti fu sovrappreso da febbre pericolosa.
Frattanto io sgomentato e dalle lettere recenti di Jacopo, e da quelle del padre di Teresa, studiava ogni via per accelerare la partenza dell’amico mio, come solo rimedio alla sua violenta passione. Né ebbi cuore di rivelarla a sua madre, la quale aveva già avuto molte altre dolorosissime prove dell’indole sua capace d’eccessi; e le dissi soltanto, ch’era un po’ malato, e che il mutar aria gli avrebbe certamente giovato.
In quel tempo stesso incominciavano a inferocire in Venezia le persecuzioni. Non v’erano leggi; ma tribunali arbitrarj; non accusatori, non difensori; bensì spie di pensieri, delitti nuovi, ignoti a chi n’era punito, e pene subite, inappellabili. I più sospettati gemevano carcerati; gli altri, benché d’antica e specchiata fama, erano tolti di notte alle proprie case, manomessi dagli sgherri, strascinati a’ confini e abbandonati alla ventura, senza l’addio de’ congiunti, e destituti d’ogni umano soccorso. Per alcuni pochi l’esilio scevro da questi modi violenti ed infami fu somma clemenza. Ed io pure tardo, e non ultimo e tacito martire, vo da più mesi profugo per l’Italia volgendo senza nessuna speranza gli occhi lagrimosi alle sponde della mia patria. Onde io allora, adombrato anche per la libertà di Jacopo, persuasi sua madre, quantunque desolatissima, a raccomandargli che sino a tempi migliori cercasse rifuggio in altro paese; tanto più che quando s’era partito di Padova, si scusò allegando gli stessi pericoli. Fu fidata la lettera a un servo il quale giunse a’ colli Euganei la sera de’ 15 Luglio, e trovò Jacopo ancora a letto, sebbene migliorato d’assai. Gli sedeva vicino il padre di Teresa. Lesse la lettera sommessamente, e la posò sul guanciale; poco dopo la rilesse, e parve commosso; ma non ne parlò.
Il dì 19 s’alzò da letto. In quel giorno stesso sua madre gli riscrisse inviandogli danaro, due cambiali, e parecchie commendatizie, e scongiurandolo per le viscere di Dio che partisse. Assai prima di sera andò da Teresa; e non trovò che l’Isabellina la quale tutta intenerita contò ch’ei s’assise muto, si rizzò, la baciò, e se ne andò. Tornò dopo un’ora, e salendo per le scale la incontrò nuovamente, e se la strinse al petto, la baciò più volte, e la bagnò di lagrime. Si pose a scrivere, mutò varii fogli, e li stracciò poi tutti. Si aggirò pensieroso per l’orto. Un servo passandovi su l’imbrunire, lo vide sdrajato: ripassando, lo trovò ritto presso al rastrello in atto d’uscire, e col capo rivolto attentissimo verso la casa ch’era battuta dalla Luna.
Tornatosi a casa, rimandò il messo rispondendo a sua madre, che domani su l’alba partiva. Fece ordinare i cavalli alla posta più vicina. Innanzi di coricarsi, scrisse la lettera seguente per Teresa, e la consegnò all’ortolano. All’alba partì.

Ore 9

Perdonami, Teresa; io ho funestato la tua giovinezza, e la quiete della tua casa; ma fuggirò. Né io mi credeva dotato di tanta costanza. Posso lasciarti, e non morir di dolore; e non è poco; usiamo dunque di questo momento finché il cuore mi regge, e la ragione non mi abbandona affatto. Pur la mia mente è sepolta nel solo pensiero di amarti sempre e di piangerti. Ma sarà obbligo mio di non più scriverti, né di mai più rivederti se non se quando sarò certissimo di lasciarti quieta davvero. Oggi t’ho cercato invano per dirti addio. Abbiti almeno, o Teresa, queste ultime righe ch’io bagno, tu ‘l vedi, d’amarissime lagrime. Mandami in qualunque tempo, in qualunque luogo il tuo ritratto. Se l’amicizia, se l’amore – o la compassione e la gratitudine ti parlano ancora per questo sconsolato, non negarmi il ristoro che addolcirà tutti i miei patimenti. Tuo padre stesso me lo concederà, spero – egli egli che potrà vederti, ed udirti, e sentirsi riconfortato da te; mentr’io nelle ore fantastiche del mio dolore e delle mie passioni, nojato da tutto il mondo, diffidente di tutti, camminando sopra la terra come di locanda in locanda, e drizzando volontariamente i miei passi verso la sepoltura – perché ho veramente necessità di riposo – io mi conforterò intanto baciando dì e notte l’immagine tua: e così tu m’infonderai da lontano costanza da sopportare questa mia vita, – e finché avrò forze, io la sopporterò per te, e te lo giuro. E tu prega – prega, o Teresa, dalle viscere del tuo cuore purissimo il Cielo – non che mi perdoni i dolori, che forse avrò meritati, e che forse sono inseparabili dalla tempra dell’anima mia – bensì che non mi levi le poche facoltà che ancora mi avanzano, da tollerarli. Con l’immagine tua farò men angosciose le mie notti, e meno tristi i miei giorni solitarj, que’ giorni ch’io dovrò pur vivere senza di te. Morendo, io volgerò a te gli ultimi sguardi, io ti raccomanderò il mio sospiro; verserò sovra di te l’anima mia, ti porterò meco nella mia sepoltura attaccata al mio petto – e se è pure prescritto ch’io chiuda gli occhi in terra straniera, e dove nessun cuore mi piangerà, io ti richiamerò tacitamente al mio capezzale, e mi parrà di vederti in quell’aspetto, in quell’atto, con quella stessa pietà che io ti vedeva, quando una volta, assai prima che tu sapessi di amarmi, assai prima che tu t’accorgessi dell’amor mio – ed io era ancora innocente verso di te – mi assistevi nella mia malattia. – Di te non ho se non l’unica lettera che mi scrivesti quando io era in Padova: felice tempo! ma chi l’avrebbe mai detto? allora parevami che tu mi raccomandassi di ritornare: – ed ora? scrivo il decreto; ed eseguirò fra poche ore il decreto della nostra eterna separazione. Da quella tua lettera comincia la storia dell’amor nostro e non mi abbandonerà mai. O mia Teresa! e questi son pure delirj: ma sono insieme la sola consolazione di chi è insanabilmente infelice. Addio. Perdonami, mia Teresa – ohimè, io mi credeva più forte! – scrivo male e di un carattere appena leggibile; ma ho l’anima lacerata, e il pianto su gli occhi. Per carità non mi negare il tuo ritratto. Consegnalo a Lorenzo: e s’ei non me lo potrà far arrivare, lo custodirà come eredità santa che gli ricorderà sempre le tue virtù, e la tua bellezza, e l’unico eterno infelicissimo amore del suo misero amico. Addio – ma non è l’ultimo; mi rivedrai: e da quel giorno in poi sarò fatto tale da obbligare gli uomini ad avere pietà e rispetto alla nostra passione; e a te non sarà più delitto l’amarmi – pur se innanzi ch’io ti rivegga, il mio dolore mi scavasse la fossa, concedimi ch’io mi renda cara la morte con la certezza che tu m’hai amato. – Or sì ch’io sento in che dolore io ti lascio! Oh! potessi morire a’ tuoi piedi: oh! morire ed essere sepolto nella terra che avrà le tue ossa – ma addio.

Michele dissemi che il suo podrone viaggiò per due poste silenziosissimo, e con aspetto assai calmo, e quasi sereno. Poi chiese il suo scrigno da viaggio; e tanto che si rimutavano i cavalli, scrisse il seguente biglietto al signore T*** 12.

Signore ed amico mio.
All’ortolano di casa mia ho raccomandato jer sera una lettera da ricapitarsi alla Signorina; – e bench’io l’abbia scritta quand’io già m’era saldamente deliberato a questo partito d’allontanarmi, temo a ogni modo d’avere versato sovra quel foglio tanta afflizione da contristare quella innocente. A lei dunque, signor mio, non rincresca di farsi mandare quella lettera dall’ortolano; e gli fo’ dire che non la fidi se non a lei solo. La serbi così sigillata o la bruci. Ma perché alla sua figliuola riescirebbe amarissimo ch’io mi partissi senza lasciarle un addio, e tutto jeri non mi fu dato mai di vederla – ecco qui annesso un polizzino pur sigillato – ed ardisco sperare ch’ella, signor mio, la consegnerà a Teresa T*** innanzi che diventi moglie del marchese Odoardo. – Non so se ci rivedremo – ho ben decretato di morire, non foss’altro, vicino alla mia casa paterna; ma quand’anche questo mio proponimento fosse deluso – sono certo ch’ella, signore ed amico mio, non vorrà mai dimenticarsi di me.

Il signore T*** mi fe’ capitare la lettera per Teresa (che ho riportato dianzi) a sigillo inviolato; – né tardò a dare a sua figlia il polizzino. L’ebbi sott’occhio; era di poche righe; e d’uomo che per allora pareva tornato in sé.
Tutti quasi i frammenti che seguono mi vennero per la posta in diversi fogli.

Rovigo, 20 Luglio

Io la mirava e diceva a me stesso: Che sarebbe di me se non potessi vederla più? e correva a piangere meco di consolazione sapendo ch’io le era vicino – e adesso?
Cos’è più l’universo? qual parte mai della terra potrà sostenermi senza Teresa? e mi pare di esserle lontano sognando. Ho avuto io tanta costanza? e m’è bastato il cuore di partire così – senza vederla? né un bacio, né un unico addio! A minuto a minuto credo di trovarmi alla porta della sua casa, e di leggere nella mestizia del suo volto, che m’ama. Fuggo; e con che velocità ogni minuto mi porta ognor più lontano da lei. E intanto? quante care illusioni! ma io l’ho perduta. Non so più obbedire né alla mia volontà, né alla mia ragione, né al mio cuore sbalordito: mi lascierò strascinare dal braccio prepotente del mio destino. Addio.

Ferrara, 20 Luglio, a sera

Io traversava il Po e rimirava le immense sue acque, e più volte fui per precipitarmi, e profondarmi, e perdermi per sempre. Tutto è un punto! – ah s’io non avessi una madre cara e sventurata a cui la mia morte costerebbe amarissime lagrime!
Né finirò così da codardo. Sosterrò tutta la mia sciagura; berrò fino all’ultima lagrima il pianto che mi fu assegnato dal Cielo; e quando le difese saranno vane, disperate tutte le passioni, tutte le forze consunte; quando io avrò coraggio di mirare la Morte in faccia, e ragionare pacatamente con lei, ed assaporare l’amaro suo calice, ed espiate le altrui lagrime, e disperato di rasciugarle – allora.
Ma ora ch’io parlo non è forse tutto perduto? e non mi resta che la sola memoria e la certezza che tutto è perduto: – hai tu provata mai quella piena di dolore quando ci abbandonano tutte le speranze?

Né un bacio? né addio! – bensì le tue lagrime mi seguiranno nella mia sepoltura. La mia salute, la mia sorte, il mio cuore, tu – tu! – insomma tutto congiura, ed io vi obbedirò tutti.

Ore…

E ho avuto cuore di abbandonarla? anzi ti ho abbandonata, o Teresa, in uno stato più deplorabile del mio. Chi sarà tuo consolatore? e tremerai al solo mio nome poiché t’ho fatto vedere io – io primo, io unico sull’aurora della tua vita, le tempeste e le tenebre della sventura; e tu, o giovinetta, non sei ancora sì forte né da tollerare né da fuggire la vita. Tu, per anche non sai che l’alba e la sera sono tutt’uno. Ah né io te lo voglio persuadere! – eppure non abbiamo più ajuto veruno dagli uomini, nessuna consolazione in noi stessi. Ormai non so che supplicare il sommo Iddio, e supplicarlo co’ miei gemiti, e cercare alcuna speranza fuori di questo mondo dove tutti ci perseguitano e ci abbandonano. E se gli spasimi, e le preghiere, e il rimorso ch’è fatto già mio carnefice, fossero offerte accolte dal Cielo, ah! tu non saresti così infelice, ed io benedirei tutti i miei tormenti. Frattanto nella mia disperazione mortale chi sa in che pericoli tu sei! né io posso difenderti, né rasciugare il tuo pianto, né raccogliere nel mio petto i tuoi secreti, né partecipare delle tue afflizioni; non so né dove fuggo, né come ti lascio, né quando potrò più rivederti.
Padre crudele – Teresa è sangue tuo! quell’altare è profanato; la Natura ed il Cielo maledicono quei giuramenti; il ribrezzo, la gelosia, la discordia ed il pentimento gireranno fremendo intorno a quel letto e insanguineranno forse quelle catene. Teresa è figlia tua; placati. Ti pentirai amaramente, ma tardi: fors’ella un giorno nell’orrore del suo stato maledirà i suoi giorni e i suoi genitori, e conturberà con le sue querele le tue ossa nel sepolcro, quando tu non potrai se non intenderla di sotterra. Placati. – Ohimè! tu non mi ascolti – e dove me la trascini? – la vittima è sacrificata! io odo il suo gemito – il mio nome nel suo ultimo gemito! Barbari! tremate – il vostro sangue, il mio sangue – Teresa sarà vendicata. – Ahi delirio! – ma io son pure omicida.

Ma tu, Lorenzo mio, che non mi ajuti? io non ti scriveva perché un’eterna tempesta d’ira, di gelosia, di vendetta, di amore infuriava dentro di me; e tante passioni mi si gonfiavano nel petto, e mi soffocavano, e mi strozzavano quasi; io non poteva mandare parola, e sentiva il dolore impietrito dentro di me – e questo dolore regna ancora e mi chiude la voce e i sospiri, e m’inaridisce le lagrime: – mi sento mancata gran parte della vita, e quel poco che pure mi resta è avvilito dal languore e dalla oscurità della morte.

Or mi adiro sovente di essere partito, e mi accuso di viltà. – Perché mai non hanno ardito d’insultare alla mia passione? Se taluno avesse comandato a quella misera di non rivedermi; se me l’avessero a viva forza strappata, pensi tu ch’io l’avrei lasciata mai? Ma doveva io pagare d’ingratitudine un padre che mi chiamava amico, che tante volte commosso mi abbracciava dicendomi: E perché la sorte ti ha pur unito a noi disgraziati? Poteva io precipitare nel disonore e nella persecuzione una famiglia che in altre circostanze avrebbe diviso meco e la prosperità e l’infortunio? E che poteva io rispondergli quand’ei mi diceva sospirando e pregandomi: – Teresa è mia figlia! – Sì! divorerò nel rimorso e nella solitudine tutti i miei giorni: ma ringrazierò quella tremenda mano invisibile che mi rapì da quel precipizio donde io cadendo avrei strascinato meco nella voragine quella giovinetta innocente. E mi seguitava; ed io crudele andava pur soffermandomi, e voltando gli occhi guardando se affrettavasi dietro a’ miei passi precipitosi – e mi seguitava; ma con animo spaventato, e con deboli forze. Che? Or non son io seduttore? – e non dovrò tormele eternamente dagli occhi? Potessi anzi nascondermi a tutto l’universo e piangere le mie sciagure! ma piangerli quando io gli ho esacerbati?

Niuno sa quale segreto sta sepolto qui dentro – e questo sudore freddo improvviso – e questo arretrarmi – e il lamento che tutte le sere vien di sotterra, e mi chiama – e quel cadavere – perché io, Lorenzo, non sono forse omicida; ma pur mi veggo insanguinato d’un omicidio 13.
Spunta appena il giorno, ed io sto per partire. Da quanto tempo l’aurora mi trova sempre in un sonno da infermo! La notte non trovo mai posa. Poco fa io spalancava gli occhi urlando e guatandomi intorno come se mi vedessi sul capo il manigoldo. Sento nello svegliarmi certi terrori, simile a quegli sciagurati che hanno le mani calde di delitto. – Addio addio. Parto, e ognor più lontano. Ti scriverò da Bologna dentr’oggi. Ringrazia mia madre. Pregala perché benedica il suo povero figliuolo. S’ella sapesse tutto il mio stato! ma taci: su le sue piaghe non aprire un’altra piaga.

PARTE SECONDA

Bologna, 24 Luglio, ore 10

Vuoi tu versare sul cuore dell’amico tuo qualche stilla di balsamo? Fa che Teresa ti dia il suo ritratto, e consegnalo a Michele ch’io ti rimando imponendogli di non ritornare senza tue tisposte. Va a’ colli Euganei tu stesso: forse quella disgraziata avrà bisogno di chi la compianga. Leggi alcuni frammenti di lettere che ne’ miei affannosi delirj io tentava di scriverti. Addio. – Vedrai la Isabellina, baciala mille volte per me. Quando nessuno si ricorderà più di me, fors’ella nominerà qualche volta il suo Jacopo. O mio caro! avvolto in tante miserie, fatto diffidente dagli uomini, con un’anima ardente e che pur vuole amare ed essere riamata, in chi poss’io confidarmi se non in una fanciullina non corrotta ancora dall’esperienza né dall’interesse, e che per una secreta simpatia mi ha tante volte bagnato del suo pianto innocente? S’io un giorno sapessi che non mi nomina più, credo, morrei di dolore.
E tu, dimmi, Lorenzo mio, m’abbandonerai tu? L’amicizia cara passione della gioventù ed unico conforto dell’infortunio s’agghiaccia nella prosperità. O gli amici, gli amici! Tu non mi perderai se non quando io scenderò sotterra. Ed io cesso dal querelarmi talvolta delle mie disgrazie perché senza di esse non sarei degno forse di te; né avrei un cuore capace di amarti. Ma quando io non vivrò più; e tu avrai ereditato da me il calice delle lagrime – oh! non cercare altro amico fuor di te stesso.

Bologna, la notte de’ 28 Luglio

E’ mi parrebbe pure di star meno male se potessi dormire lungamente un gravissimo sonno. L’oppio non giova; mi desta dopo brevi letarghi pieni di visioni e di spasimi – e sono più notti! – Ora mi sono alzato per provarmi di scriverti; ma non mi regge più il polso. – Tornerò a coricarmi. Pare che l’anima mia siegua lo stato negro e burrascoso della Natura. Sento diluviare: e giaccio con gli occhi spalancati. Dio mio! Dio mio!

Bologna, 12 Agosto

Oramai sono passati diciotto giorni da che Michele è ripartito per le poste, né torna ancora: e non veggo tue lettere. Tu pure mi lasci? Per Dio, scrivimi almeno: aspetterò sino a lunedì, e poi prenderò la volta di Firenze. Qui tutto il giorno sto in casa perché non posso vedermi impacciato fra tanta gente; e la notte vo baloccone per città come larva, e mi sento sbranare le viscere da tanti indigenti che giacciono per le strade, e gridano pane; non so se per loro colpa, o d’altri – so che domandano pane. Oggi tornandomi dalla posta mi sono abbattuto in due sciagurati menati al patibolo: ne ho chiesto a quei che mi si affollavano addosso; e mi è stato risposto, che uno avea rubato una mula, e l’altro cinquantasei lire per fame 14. Ahi Società! E se non vi fossero leggi protettrici di coloro che per arricchire col sudore e col pianto de’ proprj concittadini li sospingo al bisogno e al delitto, sarebbero poi sì necessarie le prigioni e i carnefici? Io non sono sì matto da presumere di riordinare i mortali; ma perché mi si contenderà di fremere su le loro miserie e più di tutto su la lor cecità? – E mi vien detto che non v’ha settimana senza carneficina; e il popolo vi accorre come a solennità. I delitti intanto crescono co’ supplizj. No, no; non voglio più respirare quest’aria fumante sempre del sangue de’ miseri. – E dove?

Firenze, 27 Agosto

Dianzi io adorava le sepolture di Galileo, del Machiavelli, e di Michelangelo; e nell’appressarmivi io tremava preso da brivido. Coloro che hanno eretti que’ mausolei sperano forse di scolparsi della povertà e delle carceri con le quali i loro avi punivano la grandezza di que’ divini intelletti? Oh quanti perseguitati nel nostro secolo saranno venerati da’ posteri! Ma e le persecuzioni a’ vivi, e gli onori a’ morti sono documenti della maligna ambizione che rode l’umano gregge.
Presso a que’ marmi mi parea di rivivere in quegli anni miei fervidi, quand’io vegliando su gli scritti de’ grandi mortali mi gittava con la immaginazione fra i plausi delle generazioni future. Ma ora troppo alte cose per me! – e pazze forse. La mia mente è cieca, le membra vacillanti, e il cuore guasto qui – nel profondo.
Ritienti le commendatizie di cui mi scrivi: quelle che mi mandasti io le ho bruciate. Non voglio più oltraggi, né favori da veruno degli uomini potenti. L’unico mortale ch’io desiderava conoscere era Vittorio Alfieri; ma odo dire ch’ei non accoglie persone nuove: né io presumo di fargli rompere questo suo proponimento che deriva forse da’ tempi, da’ suoi studj, e più ancora dalle sue passioni e dall’esperienza del momdo. E fosse anche una debolezza, le debolezze di sì fatti mortali vanno rispettate; e chi n’è senza, scagli la prima pietra.

Firenze, 7 Settembre

Spalanca le finestre, o Lorenzo, e saluta dalla mia stanza i miei colli. In un bel mattino di Settembre saluta in mio nome il cielo, i laghi, le pianure, che si ricordano tutti della mia fanciullezza, e dove io per alcun tempo ho riposato dopo le ansietà della vita. Se passeggiando nelle notti serene i piedi ti conducessero verso i viali della parrocchia, io ti prego di salire sul monte de’ pini che serba tante dolci e funeste mie rimembranze. Appiè del pendio, passata la macchia de’ tigli che fanno l’aere sempre fresco e odorato, là dove que’ rigagnoli adunano un pelaghetto, troverai il salice solitario sotto i cui rami piangenti io stava più ore prostrato parlando con le mie speranze. E come tu sarai giunto presso alla vetta, udrai forse un cuculo il quale parea che ogni sera mi chiamasse col lugubre suo metro, e soltanto lo interrompea quando accorgevasi del mio borbottare o del calpestio de’ miei piedi. Il pino dove allora e’ si stava nascosto, fa ombra a’ rottami di una cappelletta ove anticamente si ardeva una lampada a un crocifisso: il turbine la sfracellò quella notte che lasciò fino ad oggi e mi lascierà finché avrò vita lo spirito atterrito di tenebre e di rimorso 15; e quelle ruine mezzo sotterrate mi pareano nell’oscurità pietre sepolcrali, e più volte io mi pensava di erigere in quel luogo e fra quelle secrete ombre il mio avello. Ed ora? chi sa ov’io lascierò le mie ossa! – Consola tutti i contadini che ti chiederanno novelle di me. Già tempo mi si affollavano attorno, ed io li chiamava miei amici, e mi chiamavano benefattore. Io era il medico più accetto a’ loro figliuoletti malati; io ascoltava amorevolmente le querele di que’ meschini lavoratori, e componeva i loro dissidj; io filosofava con que’ rozzi vecchj cadenti ingegnandomi di dileguare dalla lor fantasia i terrori della religione, e dipingendo i premj che il Cielo riserba all’uomo stanco della povertà e del sudore. Ma ora s’attristeranno nel nominarmi, poiché in questi ultimi mesi passava muto e fantastico senza talvolta rispondere a’ loro saluti; e scorgendoli da lontano mentre cantando tornavano da’ lavori, o riconduceano gli armenti, io gli scansava imboscandomi dove la selva è più negra. E mi vedeano su l’alba saltare i fossi e sbadatamente urtar gli arboscelli, i quali crollando mi pioveano la brina su le chiome; e così affrettarmi per le praterie, e poi arrampicarmi sul monte più alto donde io fermandomi ritto e ansante, con le braccia stese all’oriente, aspettava il Sole per querelarmi con lui che più non sorgeva allegro per me. Ti additeranno il ciglione della rupe sul quale, mentre il mondo era addormentato, io sedeva intento al lontano fragore delle acque, e al rombare dell’aria quando i venti ammassavano quasi su la mia testa le nuvole, e le spingevano a funestare la Luna che tramontando, ad ora ad ora illuminava nella pianura co’ suoi pallidi raggi le croci conficcate su i tumuli del cimitero; e allora il villano de’ vicini tugurj, per le mie grida destandosi sbigottito, s’affacciava alla porta, e m’udiva in quel silenzio solenne mandare le mie preci, e piangere, e ululare, e guatare dall’alto le sepolture, e invocare la morte. O antica mia solitudine! Ove sei tu? Non v’è gleba, non antro, non albero che non mi riviva nel cuore alimentandomi quel soave e patetico desiderio che sempre accompagna fuori dalle sue case l’uomo esule, e sventurato. Parmi che i miei piaceri e i miei dolori, i quali in que’ luoghi m’erano cari – tutto insomma quello ch’è mio, sia rimasto tutto con te; e che qui non si trascini pellegrinando se non lo spettro del povero Jacopo.
Ma tu, amico unico mio, perché appena mi scrivi due nude parole avvisandomi che tu se’ con Teresa? E non mi dici né come vive; né se s’attenta di nominarmi; né se Odoardo me l’ha rapita? Corro, e ricorro alla posta, ma senza pro; e torno lento, smarrito, e mi si legge nel volto il presentimento di grave sciagura. E mi par d’ora in ora udirmi pronunziare la mia sentenza mortale – Teresa ha giurato. – Ohimè! e quando mai cesserò da’ miei funebri delirj, e dalle mie crudeli lusinghe? Addio.

Firenze, 17 Settembre

Tu mi hai inchiodata la disperazione nel cuore. Vedo oramai che Teresa tenta di punirmi d’averla amata. Il suo ritratto l’aveva mandato a sua madre prima ch’io lo chiedessi? – tu me ne accerti, ed io credo; ma guardati che per tentare di risanarmi tu non congiurassi a contendermi l’unico balsamo alle mie viscere lacerate.
O mie speranze! si dileguano tutte; ed io siedo qui derelitto nella solitudine del mio dolore.
In che devo più confidare? non mi tradire, Lorenzo: io non ti perderò mai dal mio petto, perché la tua memoria è necessaria all’amico tuo: in qualunque tua avversità tu non mi avresti perduto. Sono io dunque destinato a vedermi svanire tutto davanti? – anche l’unico avanzo di tante speranze? ma sia così! io non mi querelo né di lei, né di te – non di me stesso, non della mia fortuna – ben m’avvilisco con tante lagrime, e perdo la consolazione di poter dire: Soffro i miei travagli e non mi lamento.
Voi tutti mi lascierete – tutti: e il mio gemito vi seguirà da per tutto; perché senza di voi non sono uomo: e da ogni luogo vi richiamerò disperato. – Ecco le poche parole scrittemi da Teresa: “Abbiate rispetto alla vostra vita; ve ne scongiuro per le nostre disgrazie. Non siamo noi due soli infelici. Avrete il mio ritratto quando potrò. Mio padre piange con me; e non gli rincresce ch’io risponda al biglietto che mi ha ricapitato da parte vostra; pur con le sue lagrime a me pare che tacitamente mi proibisca di scrivervi d’ora innanzi – ed io piangendo lo prometto; e vi scrivo, forse per l’ultima volta, piangendo – perché io non potrò più confessare d’amarvi fuorché davanti a Dio solo”.
Tu sei dunque più forte di me? Sì, ripeterò queste poche righe come fossero le tue ultime volontà – parlerò teco un’altra volta, o Teresa; ma solamente quel giorno che mi sarò agguerrito di tanta ragione e di tale coraggio da separarmi davvero da te.
Che se ora l’amarti di questo amore insoffribile, immenso, e tacere e seppellirmi agli occhi di tutti, potesse ridarti pace – se la mia morte potesse espiare al tribunale de’ nostri persecutori la tua passione e sopirla per sempre dentro il tuo petto, io supplico con tutto l’ardore e la verità dell’anima mia la Natura ed il Cielo perché mi tolgano finalmente dal mondo. Or ch’io resista al mio fatale e insieme dolcissimo desiderio di morte, te lo prometto; ma ch’io lo vinca, ah! tu sola con le tue preghiere potrai forse impetrarmelo dal mio Creatore – e sento che ad ogni modo ei mi chiama. Ma tu deh! vivi per quanto puoi felice – per quanto puoi ancora. Iddio forse convertirà a tua consolazione, sfortunata giovine, queste lagrime penitenti ch’io mando a lui domandandogli misericordia per te. Pur troppo tu, pur troppo, tu ora partecipi del doloroso mio stato, e per me tu se’ fatta infelice – e come ho io rimeritato tuo padre delle affettuose sue cure, della fiducia, de’ suoi consigli, delle sue carezze? e tu a che precipizio non ti se’ trovata e non ti trovi per me? – Ma e di che dunque mi ha egli beneficato tuo padre, e ch’io oggi nol ricompensi con gratitudine inaudita? non gli presento in sacrificio il mio cuore che insanguina? Nessun mortale mi è creditore di generosità; – né io, che pur sono, e tu ‘l sai, ferocissimo giudice mio posso incolparmi d’averti amata – bensì l’esserti causa d’affanni, è il più crudele delitto ch’io mai potessi commettere.
Ohimè! con chi parlo? e a che pro?
Se questa lettera ti trova ancora a’ miei colli, o Lorenzo, non la mostrare a Teresa. Non le parlare di me – se te ne chiede, dille ch’io vivo, ch’io vivo ancora – non le parlare insomma di me. Ma io te lo confesso: mi compiaccio delle mie infermità: io stesso palpo le mie ferite dove sono più mortali, e cerco d’esulcerarle, e le contemplo insanguinate – e mi pare che i miei martirj rechino qualche espiazione alle mie colpe, e un breve refrigerio a’ dolori di quella innocente.

Firenze, 25 Settembre

In queste terre beate si ridestarono dalla barbarie le sacre Muse e le lettere. Dovunque io mi volga, trovo le case ove nacquero, e le pie zolle dove riposano que’ primi grandi Toscani: ad ogni passo ho timore di calpestare le loro reliquie. La Toscana è tuttaquanta una città continuata, e un giardino; il popolo naturalmente gentile; il cielo sereno; e l’aria piena di vita e di salute. Ma l’amico tuo non trova requie: spero sempre – domani, nel paese vicino – e il domani viene, ed eccomi di città in città, e mi pesa sempre più questo stato di esilio e di solitudine. – Neppure mi è conceduto di proseguire il mio viaggio: avea decretato di andare a Roma a prostrarmi su le reliquie della nostra grandezza. Mi negano il passaporto; quello già mandatomi da mia madre è per Milano: e qui, come s’io fossi venuto a congiurare, mi hanno circuito con mille interrogazioni: non avran torto; ma io risponderò domani, partendo. – Così noi tutti Italiani siamo fuorusciti e stranieri in Italia: e lontani appena dal nostro territoriuccio, né ingegno, né fama, né illibati costumi ci sono di scudo: e guai se t’attenti di mostrare una dramma di sublime coraggio! Sbanditi appena dalle nostre porte, non troviamo chi ne raccolga. Spogliati dagli uni, scherniti dagli altri, traditi sempre da tutti, abbandonati da’ nostri medesimi concittadini, i quali anziché compiangersi e soccorrersi nella comune calamità, guardano come barbari tutti quegl’Italiani che non sono della loro provincia, e dalle cui membra non suonano le stesse catene – dimmi, Lorenzo, quale asilo ci resta? Le nostre messi hanno arricchiti nostri dominatori; ma le nostre terre non somministrano né tugurj né pane a tanti Italiani che la rivoluzione ha balestrati fuori dal cielo natio, e che languenti di fame e di stanchezza hanno sempre all’orecchio il solo, il supremo consigliere dell’uomo destituto da tutta la natura, il delitto! Per noi dunque quale asilo più resta, fuorché il deserto, e la tomba? – e la viltà! e chi più si avvilisce più vive forse; ma vituperoso a se stesso, e deriso da quei tiranni medesimi a cui si vende, e da’ quali sarà un dì trafficato.
Ho corsa tutta Toscana. Tutti i monti e tutti i campi sono insigni per le fraterne battaglie di quattro secoli addietro; i cadaveri intanto d’infiniti Italiani ammazzatisi hanno fatte le fondamenta a’ troni degl’Imperadori e de’ Papi. Sono salito a Monteaperto dove è infame ancor la memoria della sconfitta de’ Guelfi 16. – Albeggiava appena un crepuscolo di giorno, e in quel mesto silenzio, e in quella oscurità fredda, con l’anima investita da tutte le antiche e fiere sventure che sbranano la nostra patria – o mio Lorenzo! io mi sono sentito abbrividire, e rizzare i capelli; io gridava dall’alto con voce minacciosa e spaventata. E mi parea che salissero e scendessero dalle vie dirupate della montagna le ombre di tutti que’ Toscani che si erano uccisi; con le spade e le vesti insanguinate; guatarsi biechi, e fremere tempestosamente, e azzuffarsi e lacerarsi le antiche ferite. – O! per chi quel sangue? il figliuolo tronca il capo al padre e lo squassa per le chiome – e per chi tanta scellerata carnificina? I re per cui vi trucidate si stringono nel bollor della zuffa le destre e pacificamente si dividono le vostre vesti e il vostro terreno. – Urlando io fuggiva precipitosamente guatandomi dietro. E quelle orride fantasie mi seguitavano sempre – e ancora quando io mi trovo solo di notte mi sento attorno quegli spettri, e con essi uno spettro più tremendo di tutti, e ch’io solo conosco. – E perché io debbo dunque, o mia patria, accusarti sempre e compiangerti, senza niuna speranza di poterti emendare o di soccorrerti mai?

Milano, 27 Ottobre

Ti scrissi da Parma; e poi da Milano il dì ch’io ci giunsi: la settimana addietro ti scrissi una lettera lunghissima. Come dunque la tua mi capita sì tarda, e per la via di Toscana d’onde partii sino dai 28 Settembre? mi morde un sospetto: le nostre lettere sono intercette. I governi millantano la sicurezza delle sostanze; ma invadono intanto il secreto, la preziosissima di tutte le proprietà: vietano le tacite querele; e profanano l’asilo sacro che le sventure cercano nel petto dell’amicizia. Sia pure! io mel dovea prevedere: ma que’ loro manigoldi non andranno più a caccia delle nostre parole e de’ nostri pensieri. Troverò compenso perché le nostre lettere d’ora in poi viaggino inviolate.
Tu mi chiedi novelle di Giuseppe Parini: serba la sua generosa fierezza, ma parmi sgomentato dai tempi e dalla vecchiaja. Andandolo a visitare, lo incontrai su la porta delle sue stanze mentre egli strascinavasi per uscire. Mi ravvisò; e fermatosi sul suo bastone, mi posò la mano su la spalla, dicendomi: Tu vieni a rivedere quest’animoso cavallo che si sente nel cuore la superbia della sua bella gioventù; ma che ora stramazza fra via e si rialza soltanto per le battiture della fortuna. – E’ paventa di essere cacciato dalla sua cattedra, e di trovarsi costretto dopo settanta anni di studj e di gloria ad agonizzare elemosinando.

Milano, 11 Novembre

Chiesi la vita di Benvenuto Cellini a un librajo – Non l’abbiamo. Lo richiesi di un altro scrittore; e allora quasi dispettoso mi disse, ch’ei non vendeva libri italiani. La gente civile parla elegantemente francese, e appena intende lo schietto toscano. I pubblici atti e le leggi sono scritte in una cotal lingua bastarda che le ignude frasi suggellano la ignoranza e la servitù di chi le detta. I Demosteni Cisalpini disputarono caldamente nel loro senato per esiliare con sentenza capitale dalla repubblica la lingua greca e la latina. S’è creata una legge che avea l’unico fine di sbandire da ogni impiego il matematico Gregorio Fontana, e Vincenzo Monti, poeta; non so cos’abbiano scritto contro alla Libertà, prima che fosse discesa a prostituirsi in Italia; so che sono presti a scrivere anche per essa. E quale pur fosse la loro colpa, la ingiustizia della punizione li assolve, e la solennità d’una legge creata per due soli individui accresce la loro celebrità. – Chiesi ov’erano le sale de’ Consiglj Legislativi: pochi m’intesero; pochissimi mi risposero; e niuno seppe insegnarmi.

Milano, 4 Dicembre

Siati questa l’unica risposta a’ tuoi consiglj. In tutti i paesi ho veduto gli uomini sempre di tre sorta: i pochi che comandano; l’universalità che serve; e i molti che brigano. Noi non possiam comandare, né forse siam tanto scaltri; noi non siam ciechi, né vogliamo ubbidire; noi non ci degniamo di brigare. E il meglio è vivere come que’ cani senza padrone a’ quali non toccano né tozzi né percosse. – Che vuoi tu ch’io accatti protezioni ed impieghi in uno Stato ov’io sono reputato straniero, e donde il capriccio di ogni spia può farmi sfrattare? Tu mi esalti sempre il mio ingegno; sai tu quanto io vaglio? né più né meno di ciò che vale la mia entrata: se per altro io non facessi il letterato di corte, rintuzzando quel nobile ardire che irrita i potenti, e dissimulando la virtù e la scienza, per non rimproverarli della loro ignoranza, e delle loro scelleraggini. Letterati! – O! tu dirai, così da per tutto. – E sia così: lascio il mondo com’è; ma s’io dovessi impacciarmente vorrei o che gli uomini mutassero modo, o che mi facessero mozzare il capo sul palco; e questo mi pare più facile. Non che i tirannetti non si avveggano delle brighe; ma gli uomini balzati da’ trivj al trono hanno d’uopo di faziosi che poi non possono contenere. Gonfj del presente, spensierati dell’avvenire, poveri di fama, di coraggio e d’ingegno, si armano di adulatori e di satelliti, da’ quali, quantunque spesso traditi e derisi, non sanno più svilupparsi: perpetua ruota di servitù, di licenza e di tirannia. Per essere padroni e ladri del popolo conviene prima lasciarsi opprimere, depredare, e conviene leccare la spada grondante del tuo sangue. Così potrei forse procacciarmi una carica, qualche migliajo di scudi ogni anno di più, rimorsi, ed infamia. Odilo un’altra volta: Non reciterò mai la parte del piccolo briccone.
Tanto e tanto so di essere calpestato; ma almen fra la turba immensa de’ miei conservi, simile a quegli insetti che sono sbadatamente schiacciati da chi passeggia. Non mi glorio come tanti altri della servitù; né i miei tiranni si pasceranno del mio avvilimento. Serbino ad altri le loro ingiurie e i lor beneficj; e’ vi son tanti che pur vi agognano! Io fuggirò il vituperio morendo ignoto. E quando io fossi costretto ad uscire dalla mia oscurità – anziché mostrarmi fortunato stromento della licenza o della tirannide, torrei d’essere vittima deplorata.
Che se mi mancasse il pane e il fuoco, e questa che tu mi additi fosse l’unica sorgente di vita – cessi il cielo ch’io insulti alla necessità di tanti altri che non potrebbero imitarmi – davvero, Lorenzo, io me n’andrei alla patria di tutti, dove non vi sono né delatori, né conquistatori, né letterati di corte, né principi; dove le ricchezze non coronano il delitto; dove il misero non è giustiziato non per altro se non perché è misero; dove un dì o l’altro verranno tutti ad abitare con me e a rimescolarsi nella materia, sotterra.
Aggrappandomi sul dirupo della vita, sieguo alle volte un lume ch’io scorgo da lontano e che non posso raggiungere mai. Anzi mi pare che s’io fossi con tutto il corpo dentro la fossa, e che rimanessi sopra terra solamente col capo, mi vedrei sempre quel lume sfolgorare sugli occhi. O Gloria! tu mi corri sempre dinanzi, e così mi lusinghi a un viaggio a cui le mie piante non reggono più. Ma dal giorno che tu più non sei la mia sola e prima passione, il tuo risplendente fantasma comincia a spegnersi e a barcollare – cade e si risolve in un mucchio d’ossa e di ceneri fra le quali io veggio sfavillar tratto tratto alcuni languidi raggi; ma ben presto io passerò camminando sopra il tuo scheletro, sorridendo della mia delusa ambizione. – Quante volte vergognando di morire ignoto al mio secolo ho accarezzato io medesimo le mie angosce mentre mi sentiva tutto il bisogno e il coraggio di terminarle! Né avrei forse sopravvissuto alla mia patria, se non mi avesse rattenuto il folle timore, che la pietra posta sopra il mio cadavere non seppellisse ad un tempo il mio nome. Lo confesso; sovente ho guardato con una specie di compiacenza le miserie d’Italia, poiché mi parea che la fortuna e il mio ardire riserbassero forse anche a me il merito di liberarla. Io lo diceva jer sera al Parini – addio: ecco il messo del banchiere che viene a pigliar questa lettera; e il foglio tutto pieno mi dice di finire. – Pur ho a dirti ancora assai cose: protrarrò di spedirtela sino a sabbato; e continuerò a scriverti. Dopo tanti anni di sì affettuosa e leale amicizia, eccoci, e forse eternamente, disgiunti. A me non resta altro conforto che di gemere teco scrivendoti; e così mi libero alquanto da’ miei pensieri; e la mia solitudine diventa assai meno spaventosa. Sai quante notti io mi risveglio, e m’alzo, e aggirandomi lentamente per le stanze t’invoco! siedo e ti scrivo; e quelle carte sono tutte macchiate di pianto e piene de’ miei pietosi delirj e de’ miei feroci proponimenti. Ma non mi dà il cuore d’inviartele. Ne serbo taluna, e molte ne brucio. Quando poi il Cielo mi manda questi momenti di calma, io ti scrivo con quanto più di fermezza mi è possibile per non contristarti del mio immenso dolore. Né mi stancherò di scriverti; tutt’altro conforto è perduto; né tu, mio Lorenzo, ti stancherai di leggere queste carte ch’io senza vanità, senza studio e senza rossore ti ho sempre scritto ne’ sommi piaceri e ne’ sommi dolori dell’anima mia. Serbale. Presento che un dì ti saranno necessarie per vivere, almeno come potrai, col tuo Jacopo.
Jer sera dunque io passeggiava con quel vecchio venerando nel sobborgo orientale della città sotto un boschetto di tigli. Egli si sosteneva da una parte sul mio braccio, dall’altra sul suo bastone: e talora guardava gli storpj suoi piedi, e poi senza dire parola volgevasi a me, quasi si dolesse di quella sua infermità, e mi ringraziasse della pazienza con la quale io lo accompagnava. S’assise sopra uno di que’ sedili ed io con lui: il suo servo ci stava poco discosto. Il Parini è il personaggio più dignitoso e più eloquente ch’io m’abbia mai conosciuto; e d’altronde un profondo, generoso, meditato dolore a chi non dà somma eloquenza? Mi parlò a lungo della sua patria, e fremeva e per le antiche tirannidi e per la nuova licenza. Le lettere prostituite; tutte le passioni languenti e degenerate in una indolente vilissima corruzione: non più la sacra ospitalità, non la benevolenza, non più l’amore figliale – e poi mi tesseva gli annali recenti, e i delitti di tanti uomiciattoli ch’io degnerei di nominare, se le loro scelleraggini mostrassero il vigore d’animo, non dirò di Silla e di Catilina, ma di quegli animosi masnadieri che affrontano il misfatto quantunque e’ si vedano presso il patibolo – ma ladroncelli, tremanti, saccenti – più onesto insomma è tacerne. – A quelle parole io m’infiammava di un sovrumano furore, e sorgeva gridando: Ché non si tenta? morremo? ma frutterà dal nostro sangue il vendicatore. – Egli mi guardò attonito: gli occhi miei in quel dubbio chiarore scintillavano spaventosi, e il mio dimesso e pallido aspetto si rialzò con aria minaccevole – io taceva, ma si sentiva ancora un fremito rumoreggiare cupamente dentro il mio petto. E ripresi: Non avremo salute mai? ah se gli uomini si conducessero sempre al fianco la morte, non servirebbero sì vilmente. – Il Parini non apria bocca; ma stringendomi il braccio, mi guardava ogni ora più fisso. Poi mi trasse, come accennandomi perch’io tornassi a sedermi: E pensi, tu, proruppe, che s’io discernessi un barlume di libertà, mi perderei ad onta della mia inferma vecchiaja in questi vani lamenti? o giovine degno di patria più grata! se non puoi spegnere quel tuo ardore fatale, ché non lo volgi ad altre passioni?
Allora io guardai nel passato – allora io mi voltava avidamente al futuro, ma io errava sempre nel vano e le mie braccia tornavano deluse senza pur mai stringere nulla; e conobbi tutta tutta la disperazione del mio stato. Narrai a quel generoso Italiano la storia delle mie passioni, e gli dipinsi Teresa come uno di que’ genj celesti i quali par che discendano a illuminare la stanza tenebrosa di questa vita. E alle mie parole e al mio pianto, il vecchio pietoso più volte sospirò dal cuore profondo. – No, io gli dissi, non veggo più che il sepolcro: sono figlio di madre affettuosa e benefica; spesse volte mi sembrò di vederla calcare tremando le mie pedate e seguirmi fino a sommo il monte, donde io stava per diruparmi, e mentre era quasi con tutto il corpo abbandonato nell’aria – essa afferravami per la falda delle vesti, e mi ritraeva, ed io volgendomi non udiva più che il suo pianto. Pure s’ella – spiasse tutti gli occulti miei guai, implorerebbe ella stessa dal Cielo il termine degli ansiosi miei giorni. Ma l’unica fiamma vitale che anima ancora questo travagliato mio corpo, è la speranza di tentare la libertà della patria. – Egli sorrise mestamente; e poiché s’accorse che la mia voce infiochiva, e i miei sguardi si abbassavano immoti sul suolo, ricominciò: – Forse questo tuo furore di gloria potrebbe trarti a difficili imprese; ma – credimi; la fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia; due quarti alla sorte; e l’altro quarto a’ loro delitti. Pur se ti reputi bastevolmente fortunato e crudele per aspirare a questa gloria, pensi tu che i tempi te ne porgano i mezzi? I gemiti di tutte le età, e questo giogo della nostra patria non ti hanno per anco insegnato che non si dee aspettare libertà dallo straniero? Chiunque s’intrica nelle faccende di un paese conquistato non ritrae che il pubblico danno, e la propria infamia. Quando e doveri e diritti stanno su la punta della spada, il forte scrive le leggi col sangue e pretende il sacrificio della virtù. E allora? avrai tu la fama e il valore di Annibale che profugo cercava per l’universo un nemico al popolo Romano? – Né ti sarà dato di essere giusto impunemente. Un giovine dritto e bollente di cuore, ma povero di ricchezze, ed incauto d’ingegno quale sei tu, sarà sempre o l’ordigno del fazioso, o la vittima del potente. E dove tu nelle pubbliche cose possa preservarti incontaminato dalla comune bruttura, oh! tu sarai altamente laudato; ma spento poscia dal pugnale notturno della calunnia; la tua prigione sarà abbandonata da’ tuoi amici, e il tuo sepolcro degnato appena di un secreto sospiro. – Ma poniamo che tu superando e la prepotenza degli stranieri e la malignità de’ tuoi concittadini e la corruzione de’ tempi, potessi aspirare al tuo intento; di’? spargerai tutto il sangue col quale conviene nutrire una nascente repubblica? arderai le tue case con le faci della guerra civile? unirai col terrore i partiti? spegnerai con la morte le opinioni? adeguerai con le stragi le fortune? ma se tu cadi tra via, vediti esecrato dagli uni come demagogo, dagli altri come tiranno. Gli amori della moltitudine sono brevi ed infausti; giudica, più che dall’intento, dalla fortuna; chiama virtù il delitto utile, e scelleraggine l’onestà che le pare dannosa; e per avere i suoi plausi, conviene o atterrirla, o ingrassarla, e ingannarla sempre. E ciò sia. Potrai tu allora inorgoglito dalla sterminata fortuna reprimere in te la libidine del supremo potere che ti sarà fomentata e dal sentimento della tua superiorità, e della conoscenza del comune avvilimento? I mortali sono naturalmente schiavi, naturalmente tiranni, naturalmente ciechi. Intento tu allora a puntellare il tuo trono, di filosofo saresti fatto tiranno; e per pochi anni di possanza e di tremore, avresti perduta la tua pace, e confuso il tuo nome fra la immensa turba dei despoti. – Ti avanza ancora un seggio fra’ capitani; il quale si afferra per mezzo di un ardire feroce, di una avidità che rapisce per profondere, e spesso di una viltà per cui si lambe la mano che t’aita a salire. Ma – o figliuolo! l’umanità geme al nascere di un conquistatore; e non ha per conforto se non la speranza di sorridere su la sua bara. –
Tacque – ed io dopo lunghissimo silenzio esclamai: O Cocceo Nerva! tu almeno sapevi morire incontaminato 17. – Il vecchio mi guardò – Se tu né speri, né temi fuori di questo mondo – e mi stringeva la mano – ma io! – Alzò gli occhi al Cielo, e quella severa sua fisionomia si raddolciva di soave conforto, come s’ei lassù contemplasse tutte le tue speranze. – Intesi un calpestio che s’avanzava verso di noi; e poi travidi gente fra’ tiglj; ci rizzammo; e l’accompagnai sino alle sue stanze.
Ah s’io non mi sentissi oramai spento quel fuoco celeste che nel tempo della fresca mia gioventù spargeva raggi su tutte le cose che mi stavano intorno, mentre oggi vo brancolando in una vota oscurità! s’io potessi avere un tetto ove dormire sicuro; se non mi fosse conteso di rinselvarmi fra le ombre del mio romitorio; se un amore disperato che la mia ragione combatte sempre, e che non può vincere mai – questo amore ch’io celo a me stesso, ma che riarde ogni giorno e che s’è fatto onnipotente, immortale – ahi! la Natura ci ha dotati di questa passione che è indomabile in noi forse più dell’istinto fatale della vita – se io potessi insomma impetrare un anno solo di calma, il tuo povero amico vorrebbe sciogliere ancora un voto e poi morire. Io odo la mia patria che grida: – SCRIVI CIÒ CHE VEDESTI. MANDERO LA MIA VOCE DALLE ROVINE, E TI DETTERÒ LA MIA STORIA. PIANGERANNO I SECOLI SU LA MIA SOLITUDINE; E LE GENTI SI AMMAESTRERANNO NELLE MIE DISAVVENTURE. IL TEMPO ABBATTE IL FORTE: E I DELITTI DI SANGUE SONO LAVATI NEL SANGUE. – E tu lo sai, Lorenzo, avrei coraggio di scrivere; ma l’ingegno va morendo con le mie forze, e vedo che fra pochi mesi avrò fornito questo mio angoscioso pellegrinaggio.
Ma voi pochi sublimi animi che solitarj o perseguitati, su le antiche sciagure della nostra patria fremete, se i cieli vi contendono di lottare contro la forza, perché almeno non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo: Che siamo sfortunati, ma né ciechi né vili; che non ci manca il coraggio, ma la possanza. – Se avete braccia in catene, perché inceppate da voi stessi anche il vostro intelletto di cui né i tiranni né la fortuna, arbitri d’ogni cosa, possono essere arbitri mai? Scrivete. Abbiate bensì compassione a’ vostri concittadini, e non istigate vanamente le lor passioni politiche; ma sprezzate l’universalità de’ vostri contemporanei: il genere umano d’oggi ha le frenesie e la debolezza della decrepitezza; ma l’umano genere, appunto quand’è prossimo a morte, rinasce vigorosissimo. Scrivete a quei che verranno, e che soli saranno degni d’udirvi, e forti da vendicarvi. Perseguitate con la verità i vostri persecutori. E poi che non potete opprimerli, mentre vivono, co’ pugnali, opprimeteli almeno con l’obbrobrio per tutti i secoli futuri. Se ad alcuni di voi è rapita la patria, la tranquillità, e le sostanze; se niuno osa divenire marito; se tutti paventano il dolce nome di padre, per non procreare nell’esilio e nel dolore nuovi schiavi e nuovi infelici, perché mai accarezzate così vilmente la vita ignuda di tutti i piaceri? Perché non la consecrate all’unico fantasma ch’è duce degli uomini generosi, la gloria? Giudicherete l’Europa vivente, e la vostra sentenza illuminerà le genti avvenire. L’umana viltà vi mostra terrori e pericoli; ma voi siete forse immortali? fra l’avvilimento delle carceri e de’ supplicj v’innalzerete sovra il potente, e il suo futuro contro di voi accrescerà il suo vituperio e la vostra fama.

Milano, 6 Febbraio 1799

Diriggi le tue lettere a Nizza di Provenza perch’io domani parto verso Francia: e chi sa? forse assai più lontano: certo che in Francia non mi starò lungamente. Non rammaricarti, o Lorenzo, di ciò; e consola quanto tu puoi la povera madre mia. Tu dirai forse ch’io dovrei fuggire prima me stesso, e che se non v’ha luogo dov’io trovi stanza, sarebbe omai tempo ch’io m’acquetassi. È vero, non trovo stanza; ma qui peggio che altrove. La stagione, la nebbia perpetua, quest’aria morta, certe fisonomie – e poi – forse m’inganno – ma parmi di trovar poco cuore; né posso incolparli; tutto si acquista; ma la compassione e la generosità, e molto più certa delicatezza di animo nascono sempre con noi, e non le cerca se non chi le sente. – Insomma domani. E mi si è fitta in fantasia tale necessità di partire, che queste ore d’indugio mi pajono anni di carcere.
Malaugurato! perché mai tutti i suoi sensi si risentono soltanto al dolore, simili a quelle membra scorticate che all’alito più blando dell’aria si ritirano? goditi il mondo com’è, e tu vivrai più riposato e men pazzo. – Ma se a chi mi declama sì fatti sermoni, io dicessi: Quando ti salta addosso la febbre, fa che il polso ti batta più lento, e sarai sano – non avrebbe egli ragione da credermi farneticante di peggior febbre? come dunque potrò io dar leggi al mio sangue che fluttua rapidissimo? e quando urta nel cuore io sento che vi si ammassa bollendo, e poi sgorga impetuosamente; e spesso all’improvviso e talora fra il sonno par che voglia spaccarmisi il petto. – O Ulissi! eccomi ad obbedire alla vostra saviezza, a patti ch’io, quando vi veggo dissimulatori, agghiacciati, incapaci di soccorrere alla povertà senza insultarla, e di difendere il debole dalla ingiustizia; quando vi veggo, per isfamare le vostre plebee passioncelle, prostrati appié del potente che odiate e che vi disprezza, allora io possa trasfondere in voi una stilla di questa mia fervida bile che pure armò spesso la mia voce e il mio braccio contro la prepotenza; che non mi lascia mai gli occhi asciutti né chiusa la mano alla vista della miseria; e che mi salverà sempre dalla bassezza. Voi vi credete savi, e il mondo vi predica onesti: ma toglietevi la paura! – Non vi affannate dunque; le parti sono pari: Dio vi preservi dalle mie pazzie; ed io lo prego con tutta l’espansione dell’anima perché mi preservi dalla vostra saviezza. – E s’io scorgo costoro, anche quando passano senza vedermi, io corro subitamente a cercare rifugio nel tuo petto, o Lorenzo. Tu rispetti amorosamente le mie passioni, quantunque tu abbia sovente veduto il leone ammansarsi alla sola tua voce. Ma ora! Tu il vedi: ogni consiglio e ogni ragione è funesta per me. Guai s’io non obbedissi al mio cuore! – la Ragione? – è come il vento; ammorza le faci, ed anima gl’incendj. Addio frattanto.

Ore 10, della mattina

Ripenso – e sarà meglio che tu non mi scriva finché tu non abbia mie lettere. Prendo il cammino delle Alpi Liguri per iscansare i ghiacci del Moncenis: sai quanto micidiale m’è il freddo.

Ore 1

Nuovo inciampo: hanno a passare ancora due giorni prima ch’io riabbia il passaporto. Consegnerò questa lettera nel punto ch’io sarò per salire in calesse.

8 Febbraro, ore 1 1/2

Eccomi con le lagrime su le tue lettere. Riordinando le mie carte mi sono venuti sott’occhio questi pochi versi che tu mi scrivevi sotto una lettera di mia madre due giorni innanzi ch’io abbandonassi i miei colli. – “T’accompagnano tutti i miei pensieri, o mio Jacopo: t’accompagnano i miei voti, e la mia amicizia, che vivrà eterna per te. Io sarò sempre l’amico tuo e il tuo fratello d’amore; e dividerò teco anche l’anima mia.” Sai tu ch’io vo ripetendo queste parole, e mi sento sì fieramente percosso che sono in procinto di venire a gittarmiti al collo e a spirare fra le tue braccia? Addio addio. Tornerò.

Ore 3

Sono andato a dire addio al Parini. – Addio, mi disse, o giovine sfortunato. Tu porterai da per tutto e sempre con te le tue generose passioni alle quali non potrai soddisfare giammai. Tu sarai sempre infelice. Io non posso consolarti co’ miei consiglj, perché neppure giovano alle sventure mie derivanti dal medesimo fonte. Il freddo dell’età ha intorpidito le mie membra; ma il cuore – veglia ancora. Il solo conforto ch’io possa darti è la mia pietà: e tu la porti tutta con te. Fra poco io non vivrò più, ma se le mie ceneri serberanno alcun sentimento – se troverai qualche sollievo querelandoti su la mia sepoltura, vieni. – Io proruppi in dirottissime lagrime, e lo lasciai: ed uscì seguendomi con gli occhi mentr’io fuggiva per quel lunghissimo corridojo, e intesi che ei tuttavia mi diceva con voce piangente – addio.

Ore 9 della sera

Tutto è in punto: I cavalli sono ordinati per la mezzanotte – vado a coricarmi così vestito sino a che giungano: mi sento sì stracco! – addio frattanto; addio Lorenzo – Scrivo il tuo nome e ti saluto con tenerezza e con certa superstizione ch’io non ho provato mai mai. Ci rivedremo – se mai dovessi! no, io non morrei senza rivederti e senza ringraziarti per sempre – e te, mia Teresa: ma poiché il mio infelicissimo amore costerebbe la tua pace ed il pianto della tua famiglia, io fuggo senza sapere dove mi trascinerà il mio destino: l’Alpi e l’Oceano e un mondo intero, s’è possibile, ci divida.

Genova, 11 Febbraro

Ecco il Sole più bello! Tutte le mie fibre sono in un tremito soave perché risentono la giocondità di questo Cielo raggiante e salubre. Sono pure contento di essere partito! proseguirò fra poche ore; non so ancora dirti dove mi fermerò, né quando terminerà il mio viaggio: ma per li 16 sarò in Tolone.

Dalla Pietra, 15 Febbraro

Strade alpestri, montagne orride dirupate, tutto il rigore del tempo, tutta la stanchezza e i fastidj del viaggio, e poi?

Nuovi tormenti e nuovi tormentati. 18

Scrivo da un paesetto appié delle Alpi Marittime. E mi fu forza di sostare perché la posta è senza cavalcatura; né so quando potrò partire. Eccomi dunque sempre con te, e sempre con nuove afflizioni: sono destinato a non movere passo senza incontrare lungo la mia via dolore. – In questi due giorni io usciva verso mezzodì un miglio forse lungi dall’abitato, passeggiando fra certi oliveti che stanno verso la spiaggia del mare: io vado a consolarmi a’ raggi del Sole, e a bere di quel aere vivace; quantunque anche in questo tepido clima il verno di questo anno è clemente meno assai dell’usato. E là mi pensava di essere tutto solo, o almeno sconosciuto a que’ viventi che passavano; ma appena mi ridussi a casa, Michele il quale salì a ravviarmi il fuoco, mi venia raccontando, come certo uomo quasi mendico capitato poc’anzi in questa balorda osteria gli chiese, s’io era un giovine che avea già tempo studiato in Padova; non gli sapea dire il nome, ma porgeva assai contrassegni e di me e di que’ tempi, e nominava te pure – Davvero, seguì a dire Michele, io mi trovava imbrogliato; gli risposi nonostante ch’ei s’apponeva: parlava veneziano; ed è pure la dolce cosa il trovare in queste solitudini un compatriota – e poi – è così stracciato! insomma io gli promisi – forse può dispiacere al signore – ma mi ha fatto tanta compassione, ch’io gli promisi di farlo venire; anzi sta qui fuori. – E venga, io dissi a Michele – e aspettandolo mi sentiva tutta la persona inondata d’una subitanea tristezza. Il ragazzo rientrò con un uomo alto, macilento; parea giovine e bello; ma il suo volto era contraffatto dalle rughe del dolore. Fratello! io era impellicciato e al fuoco; stava gittato oziosamente nella seggiola vicina il mio larghissimo tabarro; l’oste andava su e giù allestendomi da desinare – e quel misero; era appena in farsetto di tela ed io intirizziva solo a guardarlo. Forse la mia mesta accoglienza e il meschino suo stato l’hanno disanimato alla prima; ma poi da poche mie parole s’accorse che il tuo Jacopo non è nato per disanimare gl’infelici; e s’assise con me a riscaldarsi, narrandomi quest’ultimo lagrimevole anno della sua vita. Mi disse: Io conobbi famigliarmente uno scolare che era dì e notte a Padova con voi – e ti nominò – quanto tempo è ormai ch’io non ne odo novella! ma spero che la fortuna non gli sarà così iniqua. Io studiava allora – non ti dirò, mio Lorenzo, chi egli è. Dovrò io contristarti con le sciagure di un uomo che hai conosciuto felice, e che tu forse ami ancora? è troppo anche se la sorte ti ha condannato ad affliggerti sempre per me.
Ei proseguiva: Oggi venendo da Albenga, prima di arrivare nel paese v’ho scontrato lungo la marina. Voi non vi siete avveduto com’io mi voltava spesso a considerarvi, e mi parea di avervi raffigurato; ma non conoscendovi che di vista, ed essendo scorsi quattro anni, sospettava di sbagliare. Il vostro servo poi mi accertò.
Lo ringraziai perch’ei fosse venuto a vedermi; gli parlai di te; e voi mi siete anche più grato, gli dissi, perché m’avete recato il nome di Lorenzo. – Non ti ripeterò il suo doloroso racconto. Emigrò per la pace di Campo Formio, e s’arruolò Tenente nell’artiglieria Cisalpina. Querelandosi un giorno delle fatiche e delle angarie che gli parea di sopportare, gli fu da un amico suo proferito un impiego. Abbandonò la milizia. Ma l’amico, l’impiego, e il tetto gli mancarono. Tapinò per l’Italia, e s’imbarcò a Livorno. – Ma mentr’esso parlava, io udiva nella camera contigua un rammarichio di bambino e un sommesso lamento; e m’avvidi ch’egli andavasi soffermando, e ascoltava con certa ansietà: e quando quel rammarichio taceva, ei ripigliava. – Forse, gli diss’io, saranno passaggeri giunti pur ora. – No, mi rispose; è la mia figlioletta di tredici mesi che piange.
E seguì a narrarmi, ch’ei mentre era Tenente s’ammogliò a una fanciulla di povero stato, e che le perpetue marcie a cui la giovinetta non potea reggere, e lo scarso stipendio lo stimolarono anche più a confidare in colui che poi lo tradì. Da Livorno navigò a Marsiglia, così alla ventura: e si trascinò per tutta Provenza; e poi nel Delfinato, cercando d’insegnare l’Italiano, senza mai potersi trovare né lavoro né pane; ed ora tornavasi d’Avignone a Milano. Io mi rivolgo addietro, continuò, e guardo il tempo passato, e non so come sia passato per me. Senza danaro; seguitato sempre da una moglie estenuata, co’ piedi laceri, con le braccia spossate dal continuo peso di una creatura innocente che domanda alimento all’esausto petto di sua madre, e che strazia con le sue strida le viscere degli sfortunati suoi genitori, mentre non possiamo acquetarla con la ragione delle nostre disgrazie. Quante giornate arsi, quante notti assiderati abbiamo dormito nelle stalle fra’ giumenti, o come le bestie nelle caverne! cacciato di città in città da tutti i governi, perché la mia indigenza mi serrava la porta de’ magistrati, o non mi concedeva di dar conto di me: e chi mi conosceva, o non volle più conoscermi, o mi voltò le spalle. – E sì, gli diss’io, so che in Milano e altrove molti de’ nostri concittadini emigrati sono tenuti liberali. – Dunque, soggiunse, la mia fiera fortuna li ha fatti crudeli unicamente per me. Anche le persone di ottimo cuore si stancano di fare del bene; sono tanti i tapini! Io non lo so – ma il tale – il tale (e i nomi di questi uomini ch’io scopriva così ipocriti mi erano, Lorenzo, tante coltellate nel cuore) chi mi ha fatto aspettare assai volte vanamente alla sua porta; chi dopo sviscerate promesse, mi fe’ camminare molte miglia sino al suo casino di diporto, per farmi la limosina di poche lire: il più umano mi gittò un tozzo di pane senza volermi vedere; e il più magnifico mi fece così sdruscito passare fra un corteggio di famigli e di convitati, e dopo d’avermi rammemorata la scaduta prosperità della mia famiglia, e inculcatomi lo studio e la probità, mi disse amichevolmente che non mi rincrescesse di ritornare domattina per tempo. Tornatomi, ritrovai nell’anticamera tre servidori, uno de’ quali mi disse che il padrone dormiva; e mi pose nelle mani due scudi e una camicia. Ah signore! non so se voi siete ricco; ma il vostro aspetto, e que’ sospiri mi dicono che voi siete sventurato e pietoso. Credetemi; io vidi per prova che il danaro fa parere benefico anche l’usurajo, e che l’uomo splendido di rado si degna di locare il suo beneficio fra’ cenci. – Io taceva; ed ei rizzandosi per accommiatarsi riprese a dire: I libri m’insegnavano ad amare gli uomini e la virtù; ma i libri, gli uomini e la virtù mi hanno tradito. Ho dotta la testa; sdegnato il cuore; e le braccia inette ad ogni utile mestiere. Se mio padre udisse dalla terra ove sta seppellito con che gemito grave io lo accuso di non avere fatti i suoi cinque figliuoli legnajuoli o sartori! Per la misera vanità di serbare la nobiltà senza la fortuna, ha sprecato per noi tutto quel poco che ei possedeva, nelle università e nel bel mondo. E noi frattanto? – Non ho mai saputo che si abbia fatto la fortuna degli altri fratelli miei. Scrissi molte lettere; non però vidi risposta: o sono miseri, o sono snaturati. Ma per me, ecco il frutto delle ambiziose speranze del padre mio. Quante volte io sono condotto o dalla notte, o dalla fame a ricoverarmi in una osteria; ma entrandovi, non so come pagherò la mattina imminente. Senza scarpe, senza vesti – Ah copriti! gli diss’io, rizzandomi; e lo coprii del mio tabarro. E Michele, che essendo venuto già in camera per qualche faccenda vi s’era fermato poco discosto ascoltando, si avvicinò asciugandosi gli occhi col rovescio della mano, e gli aggiustava in dosso quel tabarro: ma con certo rispetto, come s’ei temesse d’insultare alla scaduta fortuna di quella persona così ben nata.
O Michele! io mi ricordo che tu potevi vivere libero sino al dì che tuo fratello maggiore avviando una botteghetta, ti chiamò seco; eppure scegliesti di rimanerti con me, benché servo: io noto l’amoroso rispetto per cui tu dissimuli gl’impeti miei fantastici; e taci anche le tue ragioni ne’ momenti dell’ingiusta mia collera: e vedo con quanta ilarità te la passi fra le noje della mia solitudine; e vedo la fede con che sostieni i travaglj di questo mio pellegrinaggio. Spesso col tuo giovale sembiante mi rassereni; ma quando io taccio le intere giornate, vinto dal mio nerissimo umore, tu reprimi la gioja del tuo cuore contento per non farmi accorgere del mio stato. Pure! questo atto gentile verso quel disgraziato ha santificata la mia riconoscenza verso di te. Tu se’ il figliuolo della mia nutrice, tu se’ allevato nella mia casa; né io t’abbandonerò mai. Ma io t’amo ancor più poiché mi avvedo che il tuo stato servile avrebbe forse indurita la bella tua indole, se non ti fosse stata coltivata dalla mia tenera madre, da quella donna che con l’animo suo delicato, e co’ soavi suoi modi fa cortese e amoroso tutto quello che vive in lei.
Quando fui solo, diedi a Michele quel più che ho potuto; ed esso, mentre io desinava, lo recò a quel derelitto. Appena mi sono risparmiato tanto da arrivare a Nizza dove negozierò le cambiali ch’io né banchi di Genova mi feci spedire per Tolone e Marsiglia. – Stamattina quando ei, prima di andarsene, è venuto con la sua moglie e con la sua creatura per ringraziarmi, ed io vedeva con quanto giubilo mi replicava: Senza di voi io sarei oggi andato cercando il primo spedale – io non ho avuto animo di rispondergli; ma il mio cuore dicevagli: Ora tu hai come vivere per quattro mesi – per sei – e poi? La bugiarda speranza ti guida intanto per mano, e l’ameno viale dove t’innoltri mette forse a un sentiero più disastroso. Tu cercavi il primo spedale – e t’era forse poco discosto l’asilo della fossa. Ma questo mio poco soccorso, né la sorte mi concede di ajutarti davvero, ti ridarà più vigore da sostenere di nuovo e per più tempo que’ mali che già t’avevano quasi consunto e liberato per sempre. Goditi intanto del presente – ma quanti disagi hai pur dovuto durare perché questo tuo stato, che a molti pure sarebbe affannoso, a te paja sì lieto! Ah se tu non fossi padre e marito, io ti darei forse un consiglio! – e senza dirgli parola, l’ho abbracciato; e mentre partivano, io li guardava, stretto d’un crepacuore mortale.
19 Jer sera spogliandomi io pensava: Perché mai quell’uomo emigrò dalla sua patria? perché s’ammogliò? perché mai lasciò un pane sicuro? e tutta la storia di lui pareva il romanzo di un pazzo; ed io sillogizzava cercando ciò ch’egli per non strascinarmi dietro tutte quelle sciagure, avrebbe potuto fare, o non fare. Ma siccome ho più volte udito infruttuosamente ripetere sì fatti perché, ed ho veduto che tutti fanno da medici nelle altrui malattie – io sono andato a dormire borbottando: O mortali che giudicate inconsiderato tutto quello che non è prospero, mettetevi una mano sul petto e poi confessate – siete più savj, o più fortunati?
Or credi tu vero tutto ciò ch’ei narrava? – Io? Credo ch’egli era mezzo nudo, ed io vestito; ho veduto una moglie languente; ho udito le strida di una bambina. Mio Lorenzo, si vanno pure cercando con la lanterna nuove ragioni contro del povero perché si sente nella coscienza il diritto che la Natura gli ha dato su le sostanze del ricco. – Eh! le sciagure non derivano per lo più che da’ vizj; e in costui forse derivarono da un delitto. – Forse? per me non lo so, né lo indago. Io giudice, condannerei tutti i delinquenti; ma io uomo, ah! penso al ribrezzo col quale nasce la prima idea del delitto; alla fame e alle passioni che strascinano a consumarlo; agli spasimi perpetui; al rimorso con che l’uomo si sfama del frutto insanguinato dalla colpa, alle carceri che il reo si mira sempre spalancate per seppellirlo – e se poi scampando dalla giustizia, ne paga il fio col disonore e con l’indigenza, dovrò io abbandonarlo alla disperazione ed a nuovi delitti? è egli solo colpevole? la calunnia, il tradimento del secreto, la seduzione, la malignità, la nera ingratitudine sono delitti più atroci, ma sono essi neppur minacciati? e chi dal delitto ha ricavato campi ed onore! – O legislatori, o giudici, punite: ma talvolta aggiratevi ne’ tuguri della plebe e ne’ sobborghi di tutte le città capitali, e vedrete ogni giorno un quarto della popolazione che svegliandosi su la paglia non sa come placare le supreme necessità della vita. Conosco che non si può rimutare la società; e che l’inedia, le colpe, e i supplizj sono anch’essi elementi dell’ordine e della prosperità universale; però si crede che il mondo non possa reggersi senza giudici né senza patiboli; ed io lo credo poiché tutti lo credono. Ma io? non sarò giudice mai. In questa gran valle dove l’umana specie nasce, vive, muore, si riproduce, s’affanna, e poi torna a morire, senza saper come né perché, io non distinguo che fortunati e sfortunati. E se incontro un infelice, compiango la nostra sorte; e verso quanto balsamo posso su le piaghe dell’uomo: ma lascio i suoi meriti e le sue colpe su la bilancia di Dio.

Ventimiglia, 19 e 20 Febbraro

Tu sei disperatamente infelice; tu vivi fra le agonie della morte, e non hai la sua tranquillità: ma tu dèi tollerarle per gli altri. – Così la Filosofia domanda agli uomini un eroismo da cui la Natura rifugge. Chi odia la propria vita può egli amare il minimo bene che è incerto di recare alla Società e sacrificare a questa lusinga molti anni di pianto? e come potrà sperare per gli altri colui che non ha desiderj, né speranze per sé; e che abbandonato da tutto, abbandona se stesso? – Non sei misero tu solo. – Pur troppo! ma questa consolazione non è anzi argomento dell’invidia secreta che ogni uomo cova dell’altrui prosperità? La miseria degli altri non iscema la mia. Chi è tanto generoso da addossarsi le mie infermità? e chi anco volendo, il potrebbe? avrebbe forse più coraggio da comportarle; ma cos’è il coraggio voto di forza? Non è vile quell’uomo che è travolto dal corso irresistibile di una fiumana; bensì chi ha forze da salvarsi e non le adopra. Ora dov’è il sapiente che possa costituirsi giudice delle nostre intime forze? chi può dare norma agli effetti delle passioni nelle varie tempre degli uomini e delle incalcolabili circostanze onde decidere: Questi è un vile, perché soggiace; quegli che sopporta, è un eroe? mentre l’amore della vita è così imperioso che più battaglia avrà fatto il primo per non cedere, che il secondo per sopportare.
Ma i debiti i quali tu hai verso la Società? – Debiti? forse perché mi ha tratto dal libero grembo della Natura, quand’io non aveva né la ragione, né l’arbitrio di acconsentirvi, né la forza di oppormivi, e mi educò fra’ suoi bisogni e fra’ suoi pregiudizj? – Lorenzo, perdona s’io calco troppo su questo discorso tanto da noi disputato. Non voglio smoverti dalla tua opinione sì avversa alla mia; vo’ bensì dileguare ogni dubbio da me. Saresti convinto al pari di me, se ti sentissi le piaghe mie; il Cielo te le risparmi! – Ho io contratto questi debiti spontaneamente? e la mia vita dovrà pagare, come uno schiavo, i mali che la Società mi procaccia, solo perché gli intitola beneficj? e sieno beneficj: ne godo e li ricompenso fino che vivo; e se nel sepolcro non le sono io di vantaggio, qual bene ritraggo io da lei nel sepolcro? O amico mio! ciascun individuo è nemico nato della Società, perché la Società è necessaria nemica degli individui. Poni che tutti i mortali avessero interesse di abbandonare la vita, credi tu che la sosterrebbero per me solo? e s’io commetto un’azione dannosa a’ più, io sono punito; mentre non mi verrà fatto mai di vendicarmi delle loro azioni, quantunque ridondino in sommo mio danno. Possono ben essi pretendere ch’io sia figliuolo della grande famiglia; ma io rinunziando e a’ beni e a’ doveri comuni posso dire: Io sono un mondo in me stesso: e intendo d’emanciparmi perché mi manca la felicità che mi avete promesso. Che s’io dividendomi non trovo la mia porzione di libertà; se gli uomini me l’hanno invasa perché sono più forti; se mi puniscono perché la ridomando – non gli sciolgo io dalle loro bugiarde promesse e dalle mie impotenti querele cercando scampo sotterra? Ah! que’ filosofi che hanno evangelizzato le umane virtù, la probità naturale, la reciproca benevolenza – sono inavvedutamente apostoli degli astuti, ed adescano quelle poche anime ingenue e bollenti le quali amando schiettamente gli uomini per l’ardore di essere riamate, saranno sempre vittime tardi pentite della loro leale credulità. –
Eppur quante volte tutti questi argomenti della ragione hanno trovato chiusa la porta del mio cuore, perch’io tuttavia mi sperava di consecrare i miei tormenti all’altrui felicità! Ma! – per il nome d’Iddio, ascolta e rispondimi. A che vivo? di che pro ti son io, io fuggitivo fra queste cavernose montagne? di che onore a me stesso, alla mia patria, a’ miei cari? V’ha egli diversità da queste solitudini alla tomba? La mia morte sarebbe per me la meta de’ guai, e per voi tutti la fine delle vostre ansietà sul mio stato. Invece di tante ambasce continue, io vi darei un solo dolore – tremendo, ma ultimo: e sareste certi della eterna mia pace. I mali non ricomprano la vita.
E penso ogni giorno al dispendio di cui da più mesi sono causa a mia madre; né so come ella possa far tanto. S’io mi tornassi, troverei casa nostra vedova del suo splendore. E incominciava già ad oscurarsi, molto innanzi ch’io mi partissi, per le pubbliche e private estorsioni le quali non restano di percuoterci. Né però quella madre benefattrice cessa dalle sue cure: trovai dell’altro denaro a Milano; ma queste affettuose liberalità le scemeranno certamente quegli agi fra’ quali nacque. Pur troppo fu moglie mal avventurata! le sue sostanze sostengono la mia casa che rovinava per le prodigalità di mio padre; e l’età di lei mi fa ancora più amari questi pensieri. – Se sapesse! tutto è vano per lo sfortunato suo figliuolo. E s’ella vedesse qui dentro – se vedesse le tenebre e la consunzione dell’anima mia! deh! non gliene parlare, o Lorenzo: ma vita è questa? – Ah sì! io vivo ancora; e l’unico spirito de’ miei giorni è una sorda speranza che li rianima sempre, e che pure tento di non ascoltare: non posso – e s’io voglio disingannarla, la si converte in disperazione infernale. – Il tuo giuramento, o Teresa, proferirà ad un tempo la mia sentenza – ma finché tu se’ libera; – e il nostro amore è tuttavia nell’arbitrio delle circostanze – dell’incerto avvenire – e della morte, tu sarai sempre mia. Io ti parlo, e ti guardo, e ti abbraccio: e mi pare che così da lontano tu senta l’impressioni de’ miei baci e delle mie lagrime. Ma quando tu sarai offerita dal padre tuo come olocausto di riconciliazione su l’altare di Dio – quando il tuo pianto avrà ridata la pace alla tua famiglia – allora – non io – ma la disperazione sola, e da sé, annienterà l’uomo e le sue passioni. E come può spegnersi, mentre vivo, il mio amore? e come non ti sedurranno sempre nel tuo secreto le sue dolci lusinghe? ma allora più non saranno sante e innocenti. Io non amerò, quando sarà d’altri, la donna che fu mia – amo immensamente Teresa; ma non la moglie d’Odoardo – ohimè! tu forse mentre scrivo sei nel suo letto! – Lorenzo! – Ahi Lorenzo! eccolo quel demonio mio persecutore; torna a incalzarmi, a premermi, a investirmi, e m’accieca l’intelletto, e mi ferma perfino le palpitazioni del cuore, e mi fa tutto ferocia, e vorrebbe il mondo finito con me. – Piangete tutti – e perché mi caccia fra le mani un pugnale, e mi precede, e si volge guardando se io lo sieguo, e mi addita dov’io devo ferire? Vieni tu dall’altissima vendetta del Cielo? – E così nel mio furore e nelle mie superstizioni io mi prostendo su la polvere a scongiurare orrendamente un Dio che non conosco, che altre volte ho candidamente adorato, ch’io non offesi, di cui dubito sempre – e poi tremo, e l’adoro. Dov’io cerco ajuto? non in me, non negli uomini: la Terra io la ho insanguinata, e il Sole è negro.

Alfine eccomi in pace! – Che pace? stanchezza, sopore di sepoltura. Ho vagato per queste montagne. Non v’è albero, non tugurio, non erba. Tutto è bronchi; aspri e lividi macigni; e qua e là molte croci che segnano il sito de’ viandanti assassinati. – Là giù è il Roja, un torrente che quando si disfanno i ghiacci precipita dalle viscere delle Alpi, e per gran tratto ha spaccato in due questa immensa montagna. V’è un ponte presso alla marina che ricongiunge il sentiero. Mi sono fermato su quel ponte, e ho spinto gli occhi sin dove può giungere la vista; e percorrendo due argini di altissime rupi e di burroni cavernosi, appena si vedono imposte su le cervici dell’Alpi altre Alpi di neve che s’immergono nel Cielo e tutto biancheggia e si confonde – da quelle spalancate Alpi cala e passeggia ondeggiando la tramontana, e per quelle fauci invade il Mediterraneo. La Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi.
I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? – Ov’è l’antico terrore della tua gloria? Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri. E verrà forse giorno che noi perdendo e le sostanze, e l’intelletto, e la voce, sarem fatti simili agli schiavi domestici degli antichi, o trafficati come i miseri Negri, e vedremo i nostri padroni schiudere le tombe e disseppellire, e disperdere al vento le ceneri di que’ Grandi per annientarne le ignude memorie: poiché oggi i nostri fasti ci sono cagione di superbia, ma non eccitamento dell’antico letargo.
Così grido quand’io mi sento insuperbire nel petto il nome Italiano, e rivolgendomi intorno io cerco, né trovo più la mia patria. – Ma poi dico: Pare che gli uomini sieno fabbri delle proprie sciagure; ma le sciagure derivano dall’ordine universale, e il genere umano serve orgogliosamente e ciecamente a’ destini. Noi argomentiamo su gli eventi di pochi secoli: che sono eglino nell’immenso spazio del tempo? Pari alle stagioni della nostra vita normale, pajono talvolta gravi di straordinarie vicende, le quali pur sono comuni e necessarj effetti del tutto. L’universo si controbilancia. Le nazioni si divorano perché una non potrebbe sussistere senza i cadaveri dell’altra. Io guardando da queste Alpi l’Italia piango e fremo, e invoco contro agl’invasori vendetta; ma la mia voce si perde tra il fremito ancora vivo di tanti popoli trapassati, quando i Romani rapivano il mondo, cercavano oltre a’ mari e a’ deserti nuovi imperi da devastare, manomettevano gl’Iddii de’ vinti, incatenevano principi e popoli liberissimi, finché non trovando più dove insanguinare i lor ferri, li ritorceano contro le proprie viscere. Così gli Israeliti trucidavano i pacifici abitatori di Canaan, e i Babilonesi poi strascinarono nella schiavitù i sacerdoti, le madri, e i figliuoli del popolo di Giuda. Così Alessandro rovesciò l’impero di Babilonia, e dopo avere passando arsa gran parte della terra, si corrucciava che non vi fosse un altro universo. Così gli Spartani tre volte smantellarono Messene e tre volte cacciarono dalla Grecia i Messeni che pur Greci erano della stessa religione e nipoti de’ medesimi antenati. Così sbranavansi gli antichi Italiani finché furono ingojati dalla fortuna di Roma. Ma in pochissimi secoli la regina del mondo divenne preda de’ Cesari, de’ Neroni, de’ Costantini, de’ Vandali, e de’ Papi. Oh quanto fumo di umani roghi ingombrò il Cielo della America, oh quanto sangue d’innumerabili popoli che né timore né invidia recavano agli Europei, fu dall’Oceano portato a contaminare d’infamia le nostre spiagge! ma quel sangue sarà un dì vendicato e si rovescierà su i figli degli Europei! Tutte le nazioni hanno le loro età. Oggi sono tiranne per maturare la propria schiavitù di domani: e quei che pagavano dianzi vilmente il tributo, lo imporranno un giorno col ferro e col fuoco. La Terra è una foresta di belve. La fame, i diluvj, e la peste sono ne’ provvedimenti della Natura come la sterilità di un campo che prepara l’abbondanza per l’anno vegnente: e chi sa? fors’anche le sciagure di questo globo apparecchiano la prosperità di un altro.
Frattanto noi chiamiamo pomposamente virtù tutte quelle azioni che giovano alla sicurezza di chi comanda e alla paura di chi serve. I governi impongono giustizia: ma potrebbero eglino imporla se per regnare non l’avessero prima violata? Chi ha derubato per ambizione le intere province, manda solennemente alle forche chi per fame invola del pane. Onde quando la forza ha rotti tutti gli altrui diritti, per serbarli poscia a se stessa inganna i mortali con le apparenze del giusto, finché un’altra forza non la distrugga. Eccoti il mondo, e gli uomini. Sorgono frattanto d’ora in ora alcuni più arditi mortali; prima derisi come frenetici, e sovente come malfattori, decapitati: che se poi vengono patrocinati dalla fortuna ch’essi credono lor propria, ma che in somma non è che il moto prepotente delle cose, allora sono obbediti e temuti, e dopo morte deificati. Questa è la razza degli eroi, de’ capisette, e de’ fondatori delle nazioni i quali dal loro orgoglio e dalla stupidità de’ volghi si stimano saliti tant’alto per proprio valore; e sono cieche ruote dell’oriuolo. Quando una rivoluzione nel globo è matura, necessariamente vi sono gli uomini che la incominciano, e che fanno de’ loro teschj sgabello al trono di chi la compie. E perché l’umana schiatta non trova né felicità né giustizia sopra la terra, crea gli Dei protettori della debolezza e cerca premj futuri del pianto presente. Ma gli Dei si vestirono in tutti i secoli delle armi de’ conquistatori: e opprimono le genti con le passioni, i furori, e le astuzie di chi vuole regnare.
Lorenzo, sai tu dove vive ancora la vera virtù? in noi pochi deboli e sventurati; in noi, che dopo avere sperimentati tutti gli errori, e sentiti tutti i guai della vita, sappiamo compiangerli e soccorrerli. Tu o Compassione, sei la sola virtù! tutte le altre sono virtù usuraje.
Ma mentre io guardo dall’alto le follie e le fatali sciagure della umanità, non mi sento forse tutte le passioni e la debolezza ed il pianto, soli elementi dell’uomo? Non sospiro ogni dì la mia patria? Non dico a me lagrimando: Tu hai una madre e un amico – tu ami – te aspetta una turba di miseri, a cui se’ caro, e che forse sperano in te – dove fuggi? anche nelle terre straniere ti perseguiranno la perfidia degli uomini e i dolori e la morte: qui cadrai forse, e niuno avrà compassione di te; e tu senti pure nel tuo misero petto il piacere di essere compianto. Abbandonato da tutti, non chiedi tu ajuto dal Cielo? non t’ascolta; eppure nelle tue afflizioni il tuo cuore torna involontario a lui – va, prostrati; ma all’are domestiche.
O natura! hai tu forse bisogno di noi sciagurati, e ci consideri come i vermi e gl’insetti che vediamo brulicare e moltiplicarsi senza sapere a che vivano? Ma se tu ci hai dotati del funesto istinto della vita sì che il mortale non cada sotto la soma delle tue infermità ed ubbidisca irrepugnabilmente a tutte le tue leggi, perché poi darci questo dono ancor più funesto della ragione? Noi tocchiamo con mano tutte le nostre calamità ignorando sempre il modo di ristorarle.
Perché dunque io fuggo? e in quali lontane contrade io vado a perdermi? dove mai troverò gli uomini diversi dagli uomini? O non presento io forse i disastri, le infermità, e la indigenza che fuori della mia patria mi aspettano? – Ah no! Io tornerò a voi, o sacre terre, che prime udiste i miei vagiti, dove tante volte ho riposato queste mie membra affaticate, dove ho trovato nella oscurità e nella pace i miei pochi diletti, dove nel dolore ho confidato i miei pianti. Poiché tutto è vestito di tristezza per me, se null’altro posso ancora sperare che il sonno eterno della morte – voi sole, o mie selve, udirete il mio ultimo lamento, e voi sole coprirete con le vostre ombre pacifiche il mio freddo cadavere. Mi piangeranno quegli infelici che sono compagni delle mie disgrazie – e se le passioni vivono dopo il sepolcro, il mio spirito doloroso sarà confortato da’ sospiri di quella celeste fanciulla ch’io credeva nata per me, ma che gl’interessi degli uomini e il mio destino feroce mi hanno strappata dal petto.

Alessandria, 29 Febbraro

Da Nizza invece d’innoltrarmi in Francia, ho preso la volta del Monferrato. Stasera dormirò a Piacenza. Giovedì scriverò da Rimino. Ti dirò allora – Or addio.

Rimino, 5 Marzo

Tutto mi si dilegua. Io veniva a rivedere ansiosamente il Bertola 20; da gran tempo io non aveva sue lettere – È morto.

Ore 11 della sera

Lo seppi: Teresa è maritata. Tu taci per non darmi la vera ferita – ma l’inferno geme quando la morte il combatte, non quando lo ha vinto. Meglio così, da che tutto è deciso: ed ora anch’io sono tranquillo, incredibilmente tranquillo. – Addio. Roma mi sta sempre sul cuore.

Dal frammento seguente che ha la data della sera stessa, apparisce che Jacopo decretò in quel dì di morire. Parecchi altri frammenti, raccolti come questo dalle sue carte, paiono gli ultimi pensieri che lo raffermarono nel suo proponimento; e però li andrò frammentendo secondo le loro date.

“Veggo la meta: ho già tutto fermo da gran tempo nel cuore – il modo, il luogo – né il giorno è lontano.
Cos’è la vita per me? il tempo mi divorò i momenti felici: io non la conosco se non nel sentimento del dolore: ed or anche l’illusione mi abbandona – medito sul passato; m’affiso su i dì che verranno; e non veggo che nulla. Questi anni che appena giungono a segnare la mia giovinezza, come passarono lenti fra i timori, le speranze, i desideri, gl’inganni, la noja! e s’io cerco la eredità che mi hanno lasciato, non mi trovo che la rimembranza di pochi piaceri che non sono più, e un mare di sciagure che atterrano il mio coraggio, perché me ne fanno paventar di peggiori. Che se nella vita è il dolore, in che più sperare? nel nulla; o in un’altra vita diversa sempre da questa. – Ho dunque deliberato; non odio disperatamente me stesso; non odio i viventi. Cerco da molto tempo la pace; e la ragione mi addita sempre la tomba. Quante volte sommerso nella meditazione delle mie sventure io cominciava a disperare di me! L’idea della morte dileguava la mia tristezza, ed io sorrideva per la speranza di non vivere più. – Sono tranquillo, tranquillo imperturbabilmente. Le illusioni sono svanite; i desiderj son morti: le speranze e i timori mi hanno lasciato libero l’intelletto. Non più mille fantasmi ora giocondi ora tristi confondono e traviano la mia immaginazione: non più vani argomenti adulano la mia ragione; tutto è calma. – Pentimenti sul passato, noja del presente, e timor del futuro; ecco la vita. La sola morte, a cui è commesso il sacro cangiamento delle cose, promette pace.”

Da Ravenna non mi scrisse; ma da quest’altro squarcio si vede ch’ei vi andò in quella settimana.

“Non temerariamente, ma con animo consigliato e sicuro. Quante tempeste pria che la Morte potesse parlare così pacatamente con me – ed io così pacato con lei!
Sull’urna tua, Padre Dante! Abbracciandola, mi sono prefisso ancor più nel mio consiglio. M’hai tu veduto? m’hai tu forse, Padre, ispirato tanta fortezza di senno e di cuore, mentr’io genuflusso, con la fronte appoggiata a’ tuoi marmi, meditava e l’alto animo tuo, e il tuo amore, e l’ingrata tua patria, e l’esilio, e la povertà, e la tua mente divina? e mi sono scompagnato dall’ombra tua più deliberato e più lieto.”

Su l’albeggiar de’ 13 Marzo smontò a’ colli Euganei, e spedì a Venezia Michele, gittandosi, stivalato com’era, subitamente a dormire. Io mi stava appunto con la madre di Jacopo, quando essa, che prima di me si vide innanzi il ragazzo, chiese spaventata: E mio figlio? – La lettera di Alessandria non era per anco arrivata, e Jacopo prevenne anche quella di Rimino: noi ci pensavamo ch’ei si fosse già in Francia; perciò l’inaspettato ritorno del servo ci fu presentimento di fiere novelle. Ei narrava: Il padrone è in campagna; non può scrivere, perché abbiamo viaggiato tutta notte, dormiva quand’io montava a cavallo. Vengo per avvertire che noi ripartiremo; e credo, da quel che gli ho udito dire, per Roma; se ben mi ricordo, per Roma, e poi per Ancona, dove ci imbarcheremo: per altro il padrone sta bene; ed è quasi una settimana ch’io lo vedo più sollevato. Mi disse che prima di partire verrà a salutar la signora; e però ha mandato qui me ad avvisare; anzi verrà qui domani l’altro, e forse domani. Il servo pareva lieto, ma il suo dire confuso accrebbe le nostre sollecitudini; né si acquetaron se non il dì appresso, quando Jacopo scrisse, come ripartirebbe per l’Isole già Venete, e che temendo di non ritornare forse più, verrebbe a rivederci e a ricevere la benedizione di sua madre. – Questo biglietto andò smarrito.
Frattanto nel dì del suo arrivo a’ colli Euganei, svegliatosi quattr’ore prima di sera, scese a passeggiare sino presso alla chiesa, tornò, si rivestì, e s’avviò a casa T***. Seppe da un famigliare come da sei giorni erano tutti venuti da Padova, e che a momenti sarebbero tornati dal passeggio. Era quasi sera, e tornavasi a casa. Dopo non molti passi s’accorse di Teresa che veniva con l’Isabellina per mano; e dietro alle figliuole, il signore T*** con Odoardo. Jacopo fu preso da un tremito, e s’accostava perplesso. Teresa appena il conobbe, gridò: Eterno Iddio! e dando indietro mezzo tramortita si sostenne sul braccio del padre suo. Com’ei fu presso, e che venne ravvisato da tutti, ella non gli disse parola: appena il signore T*** gli stese la mano; e Odoardo lo salutò asciuttamente. Solo l’Isabellina gli corse addosso, e mentre ei se la prendea su le braccia, essa baciavalo, e lo chiamava il suo Jacopa, e si voltava a Teresa additandolo; ed esso accompagnandosi a loro, parlava sottovoce con la ragazzina. Niuno aprì bocca: Odoardo soltanto gli chiese se andasse a Venezia. – Fra pochi giorni, rispose. Giunti alla porta, si accomiatò.
Michele che a nessun patto accettò di riposarsi in Venezia per non lasciare solo il padrone, si tornò a’ colli un’ora incirca dopo mezzanotte, e lo trovò seduto allo scrittojo rivedendo le sue carte. Moltissime ne bruciò; parecchie di minor conto le lasciava cadere stracciate sotto al tavolino. Il ragazzo si coricò, lasciando l’ortolano perché ci badasse; tanto più che Jacopo non aveva in tutto quel dì desinato. Infatti poco di poi gli fu recata parte del suo desinare, ed ei ne mangiò attendendo sempre alle carte. Non le esaminò tutte; ma passeggiò per la stanza, poi prese a leggere. L’ortolano che lo vedeva mi disse, che sul finir della notte aprì le finestre, e vi si fermò un pezzo: pare che subito dopo abbia scritto i due frammenti che sieguono: sono in diverse facciate, ma in un medesimo foglio.

“Or via: costanza. – Eccoti una bragera, scintillante d’infiammati carboni. Ponvi dentro la mano; brucia le vive tue carni: bada; non t’avvilire d’un gemito. – A che pro? – E a che pro deggio affettare un eroismo che non mi giova?”

“È notte; alta, perfetta notte. A che veglio immoto su questo libro? – Io non imparai se non la scienza di ostentare saviezza quando le passioni non tiranneggiano l’anima. I precetti sono come le medicine, inutili quando la infermità vince tutte le resistenze della Natura.
Alcuni sapienti si vantano d’avere domate le passioni che non hanno mai combattuto: l’origine è questa della loro baldanza. – Amabile stella dell’alba! tu fiammeggi dall’oriente, e mandi a questi occhi il tuo raggio – ultimo! Chi l’avria detto sei mesi addietro quando tu comparivi prima degli altri pianeti a rallegrare la notte, e ad accogliere i nostri saluti?
Spuntasse almeno l’aurora! – Forse Teresa si ricorda in questo momento di me – pensiero consolatore! Oh come la beatitudine d’essere amato raddolcisce qualunque dolore!
Ah notturno delirio! va – tu ricominci a sedurmi: passò stagione: ho disingannato me stesso; un partito solo mi resta.”

La mattina mandò per una Bibbia ad Odoardo il quale non l’aveva: mandò al parroco, e quando gli fu recata, si chiuse. A mezzodì suonato uscì a spedire la seguente lettera, e tornò a chiudersi.

14 Marzo

Lorenzo, ho un secreto che da più mesi mi sta confitto nel cuore: ma l’ora della partenza sta per suonare; ed è tempo ch’io lo deponga dentro il tuo petto.
Questo amico tuo ha sempre davanti un cadavere. – Ho fatto quanto io doveva; quella famiglia è da quel giorno men povera – ma il padre loro rivive più?
In uno di que’ giorni del mio forsennato dolore, son oggimai dieci mesi, io cavalcando mi dilungai molte miglia. Era la sera; io vedeva sorgere un tempo nero, e tornando affrettavami: il cavallo divorava la via, e nondimeno i miei sproni lo insanguinavano; e gli abbandonai tutte le briglie sul collo, invocando quasi ch’ei rovinasse e si seppellisse con me. Entrando in un viale tutto alberi, stretto, lunghissimo, vidi una persona – ripresi le briglie; ma il cavallo più s’irritava e più impetuosamente lanciavasi. – Tienti a sinistra, gridai, a sinistra! Quello sfortunato m’intese; corse a sinistra; ma sentendo più imminente lo scalpito, e in quello stretto sentiero credendosi addosso il cavallo, ritornava sgomentato a diritta, e fu investito, rovesciato, e le zampe gli frantumarono le cervella. In quel violento urto il cavallo stramazzò, balzandomi di sella più passi. Perché rimasi vivo ed illeso? – Corsi ove intendeva un lamento di moribondo: l’uomo agonizzava boccone in una palude di sangue: lo scossi: non aveva né voce né sentimento; dopo minuti spirò. Tornai a casa. Quella notte fu anche burrascosa per tutta la Natura; la grandine desolò le campagne; le folgori arsero molti alberi, e il turbine fracassò la cappella di un crocefisso: ed io uscii a perdermi tutta la notte per le montagne con le vesti e l’anima insanguinata, cercando in quello sterminio la pena della mia colpa. Che notte! Credi tu che quel terribile spettro mi abbia perdonato mai? – La mattina dopo, assai se ne parlò: si trovò il morto in quel viale, mezzo miglio più lontano, sotto un mucchio di sassi fra due castagni schiantati che attraversavano il cammino; la pioggia che sino all’alba cascò dalle alture a torrenti ve lo strascinò con que’ sassi; aveva le membra e la faccia a brani: e fu conosciuto per le strida della moglie che lo cercava. Nessuno fu imputato. Ben mi accusavano nel mio secreto le benedizioni di quella vedova perché ho subitamente collocata la sua figlia al nipote del castaldo; e assegnato un patrimonio al figliuolo che si volle far prete. E jer sera vennero a ringraziarmi di nuovo dicendomi, ch’io gli ho liberati dalla miseria in cui da tanti anni languiva la famiglia di quel povero lavoratore. – Ah! vi sono pure tanti altri miseri come voi; ma hanno un marito ed un padre che li consola con l’amor suo, e che essi non cangierebbero per tutte le ricchezze della terra – e voi!
Così gli uomini nascono a struggersi scambievolmente!
Fuggono da quel viale tutti i villani, e tornandosi da’ lavori, per iscansarlo, passano per le praterie. Si dice che le notti vi si sentano spiriti; che l’uccello del mal-augurio siede fra quelle arbori e dopo la mezzanotte urla tre volte; che qualche sera si è veduto passare una persona morta – né io ardisco disingannarli, né ridere di tali prestigj. Ma svelerai tutto dopo la mia morte. Il viaggio è rischioso, la mia salute è incerta; non posso allontanarmi con questo rimorso sepolto. Que’ due figliuoli in ogni loro disgrazia e quella vedova sieno sacri nella mia casa. Addio.

Per entro la Bibbia si trovarono, assai giorni dopo, le traduzioni zeppe di cassature e quasi non leggibili di alcuni versi del libro di Job, del secondo capo dell’Ecclesiaste, e di tutto il cantico di Ezechia. –
Alle quattro dopo mezzodì si trovò a casa T***. Teresa era discesa tutta sola in giardino. Il padre di lei lo accolse affabilmente. Odoardo si fe’ a leggere presso un balcone; e dopo non molto posò il libro: ne aprì un altro, e leggendo s’incamminò alle sue stanze. Allora Jacopo prese il primo libro così come fu lasciato aperto da Odoardo; era il volume IV delle tragedie dell’Alfieri: ne scorse una o due pagine; poi lesse forte:

Chi siete voi?… Chi d’aura aperta e pura
Qui favellò?… Questa? è caligin densa;
Tenebre sono; ombra di morte… Oh mira;
Più mi t’accosta; il vedi? Il Sol d’intorno
Cinto ha di sangue ghirlanda funesta…
Odi tu canto di sinistri augelli?
Lugubre un pianto sull’aere si spande
Che me percote, e a lagrimar mi sforza…
Ma che? Voi pur, voi pur piangete?…

Il padre di Teresa guardandolo gli diceva: O mio figlio! – Jacopo seguitò a leggere sommessamente: aprì a caso quello stesso volume, e tosto posandolo, esclamò:

…Non diedi a voi per anco
Del mio coraggio prova: ei pur fia pari
Al dolor mio.

A questi versi Odoardo tornava, e gli udì proferire così efficacemente che si ristette su la porta pensoso. Mi narrava poi il signore T*** che a lui parve in quel momento di leggere la morte sul volto del nostro misero amico; e che in que’ giorni tutte le parole di lui ispiravano riverenza e pietà. Favellarono poi del suo viaggio; e quando Odoardo gli chiese se starebbe di molto a tornare: Si, rispose, potrei quasi giurare che non ci rivedremo più. Non ci rivedremo noi più? dissegli il signore T*** con voce afflittissima. Allora Jacopo, come per rassicurarlo, lo guardò in viso con aria lieta insieme e tranquilla; e dopo breve silenzio, gli citò sorridendo quel passo del Petrarca:

Non so; ma forse
Tu starai in terra senza me gran tempo.

Ridottosi a casa su l’imbrunire, si chiuse; né comparì fuori di stanza che la mattina seguente assai tardi. Porrò qui alcuni frammenti ch’io credo di quella notte, quantunque io non sappia assegnare veramente l’ora in cui furono scritti.

“Viltà? – Or tu che gridi viltà non se’ uno di quegl’infiniti mortali che infingardi guardano le loro catene, e non osano piangere, e baciano la mano che li flagella? Che è mai l’uomo? il coraggio fu sempre dominatore dell’universo perché tutto è debolezza e paura.
Tu m’imputi di viltà, e ti vendi intanto l’anima e l’onore.
Vieni; mirami agonizzare boccheggiando nel mio sangue: non tremi tu? or chi è il vile? ma trammi questo coltello dal petto – impugnalo; e di’ a te stesso: Dovrò vivere eterno? Dolore sommo forte, ma breve e generoso. Chi sa! la fortuna ti prepara una morte più dolorosa e più infame. Confessa. Or che tu tieni quell’arma appuntata deliberatamente sovra il tuo cuore, non ti senti forse capace di ogni alta impresa, e non ti vedi libero padrone de’ tuoi tiranni?”

Mezzanotte

“Contemplo la campagna: guarda che notte serena e pacifica! Ecco la Luna che sorge dietro la montagna. – O Luna! amica Luna. Mandi ora tu forse su la faccia di Teresa un patetico raggio simile a questo che tu diffondi nell’anima mia? Ti ho sempre salutata mentre apparivi a consolare la muta solitudine della Terra: più volte uscendo dalla casa di Teresa ho parlato con te, e tu eri testimonio de’ miei delirj: questi occhi molli di lagrime più volte accompagnata in grembo alle nubi che ti ascondevano: ti hanno cercata nelle notti cieche della tua luce. Tu risorgerai, tu risorgerai sempre più bella; ma l’amico tuo cadrà deforme e abbandonato cadavere senza risorgere più. Or ti prego di un ultimo beneficio: quando Teresa mi cercherà fra i cipressi e i pini del monte, illumina co’ tuoi raggi la mia sepoltura.”

“Bell’alba! ed è pure gran tempo ch’io non m’alzo da un sonno così riposato, e ch’io non ti vedo, o mattino, così rilucente! – ma gli occhi miei erano sempre nel pianto; e tutti i miei pensieri nella oscurità; e l’anima mia nuotava nel dolore.
Splendi, su splendi, o Natura, e riconforta le cure de’ mortali. Tu non risplenderai più per me. Ho già sentito tutta la tua bellezza, e t’ho adorata, e mi sono alimentato della tua gioja; e finché io ti vedeva bella e benefica tu mi dicevi con una voce divina: Vivi. – Ma nella mia disperazione ti ho poi veduta con le mani grondanti di sangue; la fragranza de’ tuoi fiori mi fu pregna di veleno, amari i tuoi frutti; e mi apparivi divoratrice de’ tuoi figliuoli adescandoli con la tua bellezza e co’ tuoi doni al dolore.
Sarò io dunque ingrato con te? protrarrò la vita per vederti sì terribile, e bestemmiarti? No, no. – Trasformandoti, e acciecandomi alla tua luce non mi abbandoni forse tu stessa, e non mi comandi ad un tempo di abbandonarti? – Ah! ora ti guardo e sospiro; ma io ti vagheggio ancora per la reminiscenza delle passate dolcezze, per la certezza ch’io non dovrò più temerti, e perché sto per perderti. – Né io credo di ribellarmi da te fuggendo la vita. La vita e la morte sono del pari tue leggi: anzi una strada concedi al nascere, mille al morire. Se non ci imputi la infermità che ne uccide, vorrai forse imputarne le passioni che hanno gli stessi effetti e la stessa sorgente perché derivano da te, né potrebbero opprimerci se da te non avessero ricevuto la forza? Né tu hai prefisso una età certa per tutti. Gli uomini denno nascere, vivere, morire: ecco le tue leggi: che rileva il tempo e il modo?
Nulla io ti sottraggo di ciò che mi hai dato. Il mio corpo, questa infinitesima parte, ti starà sempre congiunta sotto altre forme. Il mio spirito – se morrà con me, si modificherà con me nella massa immensa delle cose – e s’egli è immortale! – la sua essenza rimarrà illesa.
Oh! a che più lusingo la mia ragione? Non odo la solenne voce della Natura? Io ti feci nascere perché tu anelando alla tua felicità cospirassi alla felicità universale; e quindi per istinto ti diedi l’amor della vita, e l’orror della morte. Ma se la piena del dolore vince l’istinto, che altro puoi tu fare se non correre verso le vie che io ti spiano per fuggir da’ tuoi mali? Quale riconoscenza più t’obbliga meco, se la vita ch’io ti diedi per beneficio, ti si è convertita in dolore?
Che arroganza! credermi necessario! – gli anni miei sono nello incircoscritto spazio del tempo un attimo impercettibile. Ecco fiumi di sangue che portano tra i fumanti lor flutti recenti mucchj d’umani cadaveri: e sono questi milioni d’uomini sacrificati a mille pertiche di terreno, e a mezzo secolo di fama che due conquistatori si contendono con la vita de’ popoli. E temerò io di immolare a me stesso que’ dì pochi e dolenti che mi saranno forse rapiti dalle persecuzioni degli uomini, o contaminati dalle colpe?”

Cercai quasi con religione tutti i vestigi dell’amico mio nelle sue ore supreme, e con pari religione io scrivo quelle cose che ho potuto sapere: però non ti dico, o Lettore, se non ciò ch’io vidi, o ciò che mi fu, da chi il vide, narrato. – Per quanto io m’abbia indagato, non seppi che abbia egli fatto ne’ dì 16, 17, 18 Marzo. Fu più volte a casa T***; ma non vi si fernò mai. Usciva tutti que’ dì quasi innanzi giorno, e si ritirava assai tardi: cenava senza dire parola: e Michele mi accerta, che avea notti assai riposate.
La lettera che siegue non ha data, ma fu scritta addì 19.

Parmi? o Teresa mi sfugge? – essa essa mi sfugge! Tutti – e le sta sempre al fianco Odoardo. Vorrei vederla solo una volta; e sappi ch’io mi sarei già partito – tu pure m’affretti ognor più! – ma sarei partito, se avessi potuto bagnarle una volta la mano di lagrime. Gran silenzio in tutta quella famiglia! Salendo le scale temo d’incontrare Odoardo – parlandomi, non mi nomina mai Teresa. Ed è pur poco discreto! sempre, anche dianzi, m’interroga quando e come partirò. Mi sono arretrato improvvisamente da lui – perché davvero mi parea ch’ei sogghignasse; e l’ho fuggito fremendo.
Torna a spaventarmi quella terribile verità ch’io già svelava con raccapriccio – e che mi sono poscia assuefatto a meditare con rassegnazione: Tutti siamo nemici. Se tu potessi fare il processo de’ pensieri di chiunque ti si para davanti, vedresti ch’ei ruota a cerchio una spada per allontanare tutti dal proprio bene, e per rapire l’altrui. – Lorenzo; comincio a vacillar nuovamente. Ma conviene disporsi – e lasciarli in pace.

P.S. Torno da quella donna decrepita di cui parmi d’averti narrato una volta. La sconsolata vive ancora! sola, abbandonata spesso gl’interi giorni da tutti che si stancano di ajutarla, vive ancora; ma tutti i suoi sensi sono da più mesi nell’orrore e nella battaglia della morte.

Seguono due frammenti scritti forse in quella notte; e pajono gli ultimi.

“Strappiamo la maschera a questa larva che vuole atterrirci. – Ho veduto fanciulli raccapricciare e nascondersi all’aspetto travisato della loro nutrice. O Morte! io ti guardo e t’interrogo – non le cose ma le loro apparenze ci turbano: infiniti uomini che non s’arrischiano di chiamarti, ti affrontano nondimeno intrepidamente! Tu pure sei necessario elemento della Natura – per me oggimai tutto l’orror tuo si dilegua, e mi rassembri simile al sonno della sera, quiete dell’opre.
Ecco le spalle di quella sterile rupe che frodano le sottoposte valli del raggio fecondatore dell’anno. – A che mi sto? Se devo cooperare all’altrui felicità, io invece la turbo: s’io devo consumare la parte di calamità assegnata ad ogni uomo, io già in ventiquattro anni ho vuotato il calice che avria potuto bastarmi per una lunghissima vita. E la speranza? – Che monta? conosco io forse l’avvenire per fidargli i miei giorni? Ahi che appunto questa fatale ignoranza accarezza le nostre passioni, ed alimenta l’umana infelicità.
Il tempo vola; e col tempo ho perduto nel dolore quella parte di vita che due mesi addietro lusingavasi di conforto. Questa piaga invecchiata è ormai divenuta natura: io la sento nel mio cuore, nel mio cervello, in tutto me stesso; gronda sangue, e sospira come se fosse aperta di fresco. – Or basta, Teresa, basta: non ti par di vedere in me un infermo strascinato a lenti passi alla tomba fra la disperazione e i tormenti, e non sa prevenire con un sol colpo gli strazj del suo destino inevitabile?”

“Tento la punta di questo pugnale: io lo stringo, e sorrido: qui; in mezzo a questo cuor palpitante – e sarà tutto compiuto. Ma questo ferro mi sta sempre davanti! – chi chi osa amarti, o Teresa? Chi osò rapirti? – Fuggimi dunque; non mi ti accostare, Odoardo! –
O! mi vado strofinando le mani per lavare la macchia del tuo sangue – le fiuto come se fumassero di delitto. Frattanto eccole immacolate, e in tempo di togliermi in un tratto dal pericolo di vivere un giorno di più – un giorno solo; un momento – sciagurato! sarei vissuto troppo.”

20 Marzo, a sera

Io era forte: ma questo fu l’ultimo colpo che ha quasi prostrata la mia fermezza! nondimeno quello ch’è decretato è decretato. Ma tu, mio Dio, che miri nel profondo, tu vedi che questo è sacrificio più che di sangue.
Ella era, o Lorenzo, con la sua sorellina; e parea che volesse scansarmi; ma poi s’assise, e l’Isabellina tutta compunta se le posò su le ginocchia. Teresa – le dissi accostandomi e prendendole la mano: – mi riguardò: e quella bambina gettando il suo braccio sul collo di Teresa, e alzando il viso le parlava sottovoce: Jacopo non mi ama più. E la intesi – S’io t’amo? e abbassandomi e abbracciandola – t’amo, io le diceva, t’amo teneramente; ma tu non mi vedrai più. O mio fratello! Teresa mi contemplava atterrita, e stringeva l’Isabellina, e teneva pur gli occhi verso di me: – Tu ci lascierai, mi disse, e questa fanciulletta sarà compagna de’ miei giorni, e sollievo de’ miei dolori: le parlerò sempre dell’amico suo – dell’amico mio; e le insegnerò a piangere e a benedirti – e a queste ultime parole, l’anima sua parevami ristorata di qualche speranza; e le lagrime le pioveano dagli occhi; ed io ti scrivo con le mani calde ancor del suo pianto. – Addio, soggiunse, addio, ma non eternamente; di’? non eternamente – eccoti adempiuta la mia promessa e si trasse dal seno il suo ritratto – eccoti adempiuta la mia promessa; addio, va, fuggi, e porta con te la memoria di questa sfortunata – è bagnato delle mie lagrime e delle lagrime di mia madre. – E con le sue mani lo appendeva al mio collo, e lo nascondeva dentro al mio petto. Io stesi le braccia, e me la strinsi sul cuore, e i suoi sospiri confortavano le arse mie labbra, e già la mia bocca – ma un pallore di morte si sparse su la sua faccia; e, mentre mi respingeva, io toccandole la mano la sentii fredda, tremante, e con voce soffocata e languente mi disse: – Abbi pietà addio – e si abbandonò sul sofà, stringendosi presso quanto poteva la Isabellina, che piangeva con noi. – Entrava suo padre, e il nostro misero stato avvelenò forse i suoi rimorsi.

Ritornò quella sera tanto costernato che Michele sospettò di qualche fiero accidente. Ripigliò l’esame delle sue carte; e molte ne faceva ardere senza leggerle. Innanzi alla Rivoluzione avea scritto un commentario intorno al governo Veneto in uno stile antiquato, assoluto, con quel motto di Lucano per epigrafe; Jusque datum sceleri. Una sera dell’anno addietro aveva letto a Teresa la Storia di Lauretta; e Teresa mi disse poi, che quei pensieri scuciti, ch’ei m’inviò con la lettera de’ 29 Aprile, non n’erano il cominciamento, ma bensì sparsi dentro quell’operetta ch’esso aveva finita, narrando per filo i casi di Lauretta e gli aveva scritti con istile men passionato. Non perdonò né a questi né a verun altro scritto. Leggeva pochissimi libri, pensava molto, dal bollente tumulto del mondo fuggiva a un tratto nella solitudine, e quindi scriveva per necessità di sfogarsi. Ma a me non resta se non un suo Plutarco zeppo di postille con varj quinterni frammessi ove sono alcuni discorsi, ed uno assai lungo su la morte di Nicia; ed un Tacito Bodoniano, con molti squarci, fra gli altri l’intero libro secondo degli annali e gran parte del secondo delle storie, da lui con sommo studio tradotti, e con carattere minutissimo pazientemente ricopiati ne’ margini. I frammenti sovra scritti gli ho trascelti da’ fogli stracciati ch’esso aveva, come di nessun conto, gittati sotto al suo tavolino; e a’ quali ho probabilmente assegnato le date. – Ma il passo seguente, non so se suo o d’altri quanto alle idee, bensì di stile tutto suo, era stato da lui scritto in calce al libro delle Massime di Marco Aurelio, sotto la data 3 Marzo 1794 – e poi lo trovai ricopiato in calce all’esemplare del Tacito Bodoniano sotto la data 1 Gennaro 1797 – e presso a questa, la data 20 Marzo 1799, cinque dì innanzi ch’egli morisse – eccolo:

“Io non so né perché venni al mondo; né come; né cosa sia il mondo; né cosa io stesso mi sia. E s’io corro ad investigarlo, mi ritorno confuso d’una ignoranza sempre più spaventosa. Non so cosa sia il mio corpo, i miei sensi, l’anima mia; e questa stessa parte di me che pensa ciò ch’io scrivo, e che medita sopra di tutto e sopra se stessa, non può conoscersi mai. Invano io tento di misurare con la mente questi immensi spazj dell’universo che mi circondano. Mi trovo come attaccato a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, senza sapere perché sono collocato piuttosto qui che altrove; o perché questo breve tempo della mia esistenza sia assegnato piuttosto a questo momento dell’eternità che a tutti quelli che precedevano, e che seguiranno. Io non vedo da tutte le parti altro che infinità le quali mi assorbono come un atomo.”

Poiché in quella notte de’ 20 Marzo ebbe ripassato al tutto i suoi fogli, chiamò l’ortolano e Michele perché glieli sgombrassero da’ piedi. Poi li mandò a dormire. Pare ch’esso abbia vegliato l’intera notte; perché allora scrisse la lettera precedente, e sul far del giorno andò a destare il ragazzo commettendogli che procacciasse un messo per Venezia. Poi si sdrajò tutto vestito sul letto; ma per poca ora; da che un villano mi disse d’averlo alle 8 di quella mattina incontrato su la strada d’Arquà. Prima di mezzodì era tornato nelle sue stanze. V’entrò Michele a dire che il messo era lì pronto: e lo trovò seduto immobilmente, e come sepolto in tristissime cure: s’alzò; si fe’ presso alla soglia di una finestra; e standosi ritto scrisse sotto la stessa lettera, a caratteri quasi illeggibili.

Verrò ad ogni modo – se potessi scriverle – e voleva scrivere: pur se le scrivessi non avrei più cuore di venire – tu le dirai che verrò, che essa vedrà il suo figliuolo; – non altro – non altro: non le straziare di più le viscere; avrei molto da raccomandarti intorno al modo di contenerti per l’avvenire con essa e di consolarla. – Ma le mie labbra sono arse; il petto soffocato; un’amarezza, uno stringimento – potessi almen sospirare! – Davvero; un gruppo dentro le fauci, e una mano che mi preme e mi affanna il cuore. – Lorenzo, ma che posso più dirti? sono uomo – Dio mio, Dio mio, concedimi anche per oggi il refrigerio del pianto.

Sigillò il foglio e lo consegnò senza verun soprascritto. Guardò il cielo per gran pezzo; poi s’assise, e incrociate le braccia su lo scrittojo, vi posò la fronte: più volte il servo gli chiese se voleva altro; ei senza rivoltarsi, gli fe’ cenno con la testa, che no. Quel giorno incominciò la seguente lettera per Teresa.

Mercoledì, ore 5

Rassègnati a’ decreti del Cielo e troverai qualche felicità nella pace domestica, e nella concordia con quello sposo che la sorte ti ha destinato. Tu hai un padre generoso e infelice: tu devi riunirlo a tua madre la quale solitaria e piangente forse chiama te sola: tu devi la tua vita alla tua fama. Io solo – io solo morendo troverò pace, e la lascierò alla tua casa: ma tu povera sfortunata!
Sono pur assai giorni ch’io prendo a scriverti e non posso continuare! O sommo Iddio, vedo che tu non mi abbandoni nella ora suprema; e questa costanza è maggiore de’ tuoi beneficj. Morirò quando avrò ricevuto la benedizione da mia madre, e gli ultimi abbracciamenti dall’amico mio. Da lui tuo padre avrà le tue lettere, e tu pure gli darai le mie: saranno testimonio della santità del nostro amore. No, cara giovine; non sei tu cagione della mia morte. Tutte le mie passioni disperate; le disavventure delle persone più necessarie alla vita mia; gli umani delitti; la sicurezza della mia perpetua schiavitù e dell’obbrobrio perpetuo della mia patria venduta – tutto insomma da più tempo era scritto; e tu, donna angelica, potevi soltanto disacerbare il mio destino; ma non placarlo, oh! non mai. Ho veduto in te sola il ristoro di tutti i miei mali; ed osai lusingarmi: e poiché per una irresistibile forza tu mi hai amato, il mio cuore ti ha creduta tutta sua; tu mi hai amato, e tu m’ami – ed ora che ti perdo, ora chiamo in ajuto la morte. Prega tuo padre di non dimenticarsi di me; non per affliggersi, bensì per mitigare con la sua compassione il tuo dolore, e per ricordarsi sempre che ha un’altra figlia.
Ma tu no, vera amica di questo sfortunato, tu non avrai cuore mai di obbliarmi. Rileggi sempre queste mie ultime parole ch’io posso dire di scriverti col sangue del mio cuore. La mia memoria ti preserverà forse dalle sciagure del vizio. La tua bellezza, la tua gioventù, lo splendore della tua fortuna saranno sprone per gli altri, per te, a contaminare quella innocenza alla quale hai sacrificato la tua prima e cara passione; e che pure ne’ tuoi martirj ti fu sempre solo conforto. Quanto mai v’è di lusinghiero nel mondo congiurerà alla tua rovina; a rapirti la stima di te; ed a confonderti fra la schiera di tante altre donne le quali dopo d’avere rinnegato il pudore, fanno traffico dell’amore e dell’amicizia, ed ostentano come trionfi le vittime della loro perfidia. Tu no, mia Teresa; la tua virtù risplende nel tuo viso celeste, ed io la ho rispettata; e tu sai ch’io t’ho amato adorandoti come cosa sacra. – O divina immagine dell’amica mia! o ultimo dono prezioso ch’io contemplo, e che m’infonde più vigore, e mi narra tutta la storia de’ nostri amori! Tu stavi facendo questo ritratto il primo dì ch’io ti vidi: ripassano ad uno ad uno dinanzi a me tutti que’ giorni che furono i più affannosi e i più cari della mia vita. E tu l’hai consecrato questo ritratto attaccandolo bagnato del tuo pianto al mio petto – e così attaccato al mio petto verrà con me nel sepolcro. Ti ricordi, o Teresa, le lagrime con cui lo accolsi? Oh! io torno a versarle, e sollevano la trista anima mia. Che se alcuna vita resta dopo l’ultimo sospiro, io la serberò sempre a te sola, e l’amor mio vivrà immortale con me. – Ascolta intanto una estrema, unica, sacrosanta raccomandazione; e te ne scongiuro per l’amor nostro infelice, per le lagrime che abbiamo sparse, per la religione che tu senti verso i tuoi genitori, a’ quali ti sei pur immolata vittima volontaria – non lasciare senza consolazione la povera madre mia, che forse verrà a piangermi teco in questa solitudine dove cercherà riparo dalle tempeste della vita. Tu sola sei degna di compiangerla e di consolarla. Chi le resta più se tu l’abbandoni? Nel suo dolore, in tutte le sue sventure, nelle infermità della sua vecchiaja ricordati sempre ch’essa è mia madre.

A mezzanotte suonata si partì per le poste da’ colli Euganei: e arrivato su la marina alle 8 del giorno, si fe’ traghettare da una gondola a Venezia sino alla sua casa. Quand’io vi giunsi lo trovai addormentato sopra un sofà e di un sonno tranquillo. Come fu desto, mi pregò perché io spicciassi alcune sue faccende, e saldassi un suo debito a certo librajo. Non posso, mi diss’egli, trattenermi qui che tutt’oggi.
Benché fossero quasi due anni ch’io nol vedeva, la sua fisionomia non mi parve tanto alterata quant’io m’aspettava; ma poi m’accorsi che andava lento e come strascinandosi; la sua voce, un tempo pronta e maschia, usciva a fatica e dal petto profondo. Sforzavasi nondimeno di discorrere; e rispondendo a sua madre intorno al suo viaggio, sorridea spesso di un mesto sorriso tutto suo: ma avea un’aria circospetta, insolita in lui. Avendogli io detto che certi suoi amici sarebbero venuti quel dì a salutarlo, rispose, che non vorrebbe rivedere anima nata; anzi scese egli stesso ad avvertire alla porta perché si dicesse ch’ei non accoglierebbe visite. E risalendo mi disse; Spesso ho pensato di non dare né a te né a mia madre tanto dolore; ma io avevo pur obbligo e anche bisogno di rivedervi – e questo, credimi, è l’esperimento più forte del mio coraggio.
Poche ore prima di sera, si alzò, come per partire; ma non gli sofferiva il cuore di dirlo. Sua madre gli si approssimò, e mentr’ei rizzandosi dalla seggiola andavale incontro con le braccia aperte, essa con volto rassegnato gli disse: Hai dunque risoluto, mio caro figliuolo?
Sì, sì; le rispose abbracciandola e frenando a stento le lagrime.
Chi sa se potrò più rivederti? io sono oramai vecchia e stanca. –
Ci rivedremo, forse – mia cara madre, consolatevi, ci rivedremo – per non lasciarci mai più; ma adesso: – ne può far fede Lorenzo.
Ella si volse impaurita verso di me, ed io, Pur troppo! le dissi. E le narrai come le persecuzioni tornavano a incrudelire per la guerra imminente; e che il pericolo sovrastava a me pure, massime dopo quelle lettere che ci furono intercette: (e non erano falsi sospetti; perché dopo pochi mesi fui costretto ad abbandonare la patria mia). Ed essa allora esclamò: Vivi mio figliuolo, benché lontano da me. Dopo la morte di tuo padre non ho più avuto un’ora di bene; sperava di consolare teco la mia vecchiezza! – ma sia fatta la volontà del Signore. Vivi! io scelgo di piangere senza di te, piuttosto che vederti – imprigionato – morto. I singhiozzi le soffocavano la parola.
Jacopo strinse la mano e la guardava come se volesse affidarle un secreto; ma ben tosto si ricompose, e le chiese la sua benedizione.
Ed ella alzando le palme: Ti benedico – Ti benedico; e piaccia anche a Dio Onnipotente di benedirti.
Avvicinatisi alla scala s’abbracciarono. Quella donna sconsolata appoggiò la testa sul petto del suo figliuolo.
Scesero, ed io con loro; la madre come giunsero all’uscio di casa, e vide l’aria aperta, sollevò gli occhi, e li tenne fissi al cielo per due o tre minuti, e parea che pregasse mentalmente con tutto il fervore dell’anima sua; e che quell’atto le avesse ridato la prima rassegnazione. E senza versare più lagrima, benedisse di nuovo con voce sicura il figliuolo; ed ei le ribaciò la mano, e la baciò in volto.
Io stava piangente: dopo avermi abbracciato, mi promise di scrivermi, e mosse il passo, dicendomi: Presso alla madre mia ti sovverrai santamente della nostra amicizia. E rivoltosi alla madre, la guardò un pezzo senza far motto; e partì. Giunto in fondo alla strada, si rivolse, e ci salutò con la mano e ci mirò mestamente, come se volesse dirci che quello era l’ultimo sguardo.
La povera madre ristette su la porta quasi sperando ch’ei tornasse a risalutarla. Ma togliendo gli occhi lagrimosi dal luogo dond’ei se l’era dileguato, s’appoggiò al mio braccio e risaliva dicendomi: Caro Lorenzo, mi dice il cuore che non lo rivedremo mai più.
Un vecchio sacerdote di assidua famigliarità nella casa dell’Ortis, e che gli era stato maestro di greco, venne quella sera e ci narrò, come Jacopo era andato alla chiesa dove Lauretta fu sotterrata. Trovatola chiusa, voleva farsi aprire a ogni patto dal campanaro; e regalò un fanciullo del vicinato perché andasse a cercare del sagrestano che aveva le chiavi. S’assise, aspettando, sopra un sasso nel cortile. Poi si levò e s’appoggiò con la testa su la porta della chiesa. Era quasi sera; quando accorgendosi di gente nel cortile, senza più aspettare, si dileguò. Il vecchio sacerdote aveva risaputo queste cose dal campanaro. Seppi alcuni giorni dopo, che Jacopo sul fare della notte era andato a visitare la madre di Lauretta. Era, mi diss’ella, assai tristo; non mi parlò mai della mia povera figliuola, né io l’ho nominata mai per non accorarlo di più: scendendo le scale, mi disse: Andate, quando potrete, a consolare mia madre.
E intanto la madre di lui fu in quella sera atterrita di più fiero presentimento. Io nell’autunno scorso, trovandomi a’ colli Euganei, aveva letto in casa del signore T*** parte d’una lettera 21 nella quale Jacopo tornava con tutti i pensieri alla sua solitudine paterna. E allora Teresa rappresentò a chiaroscuro la prospettiva del laghetto de’ cinque fonti, e accennò sul pendio d’un poggetto l’amico suo che sdrajato su l’erba contempla il tramontare del Sole. Richiese d’alcun verso per iscrizione il padre suo, e le fu da lui suggerito questo di Dante:

Libertà va cercando ch’è sì cara

Mandò poscia in dono il quadretto alla madre di Jacopo, raccomandandosi che non gli dicesse mai donde veniva; infatti egli non l’avea mai risaputo: ma quel giorno ch’ei fu in Venezia s’accorse del quadretto appeso, e di chi lo aveva fatto; non ne fe’ motto: bensì rimastosi nella camera tutto solo, smosse il cristallo, e sotto al verso:

Libertà va cercando ch’è sì cara

scrisse l’altro che gli vien dietro:

Come sa chi per lei vita rifiuta.

E fra il cristallo e la scannellatura di dentro della cornice trovò una lunga treccia di capelli che Teresa, alcuni giorni prima delle sue nozze, s’era tagliati senza che veruno il sapesse, e ripostili nella cornice in guisa che non trasparissero ad occhio vivente. L’Ortis a que’ capelli congiunse, quando li vide, una ciocca de’ suoi e gli annodò insieme col nastro nero che portava attaccato all’oriuolo; e rimise il quadretto a suo posto. Poche ore dopo, la madre sua vide il verso aggiunto, s’avvide anche della treccia, e della ciocca e del nodo nero ch’ei forse disavvedutamente o per fretta non aveva potuto rimpiattare che non paresse. Il dì seguente me ne parlò; ed io vidi come questo accidente le aveva prostrato il coraggio con che dianzi essa avea sostenuta la partenza del suo figliuolo.
Onde per acquetarla mi deliberai di accompagnarlo sino ad Ancona; e promisi che le scriverei giornalmente. Esso frattanto tornavasi a Padova, e smontò in casa del professore C***, dove riposò il resto della notte. La mattina accomiatandosi, gli furono dal professore esibite lettere per alcuni gentiluomini delle isole già Venete i quali nel tempo addietro gli erano stati discepoli. Jacopo né le accettò, né le rifiutò. Tornò a piedi a’ colli Euganei, e ricominciò a scrivere.

Venerdì, ore 1

E tu, Lorenzo mio – leale e unico amico – perdona. Non ti raccomando mia madre; ben so che avrà in te un altro figliuolo. O madre mia! ma tu non avrai più il figlio sul petto del quale speravi di riposare il tuo capo canuto – né potrai riscaldare queste labbra morenti co’ tuoi baci? e forse tu mi seguirai! – Io vacillava o Lorenzo. Or è questa la ricompensa dopo ventiquattro anni di speranze e di cure? Ma sia cosi! Iddio che ha tutto destinato non l’abbandonerà – né tu! Ah finché io non bramava che un amico fedele, io vissi felice. Il cielo te ne rimeriti! Ma e tu pure non ti aspettavi ch’io ti pagassi di lagrime. Pur troppo ti pagherei a ogni modo di lagrime! or tu non proferire sulle mie ceneri la crudele bestemmia: Chi vuol morire non ama nessuno – Che non tentai sopra di me? che non feci? che non dissi a Dio? ah la mia vita pur troppo sta tutta nelle mie passioni; e se non potessi distruggerle meco – oh a che angosce, a che spasimi, a quanti pericoli, a quali furori, a che deplorabile cecità, a che delitti non mi strascinerebbero a forza! Un giorno, o Lorenzo, prima ch’io decretassi la morte mia, io stava genuflesso implorando dal Cielo pietà, e le mie lagrime pioveano abbondanti – e in quel punto mi si sono improvvisamente inaridite le lagrime, e il cuore mi s’è inferocito, e avresti detto che mi venisse mandato appunto dal Cielo un delirio ad assalirmi; – e mi rizzai; e scrissi alla giovine misera che io me ne andava ad aspettarla in un altro mondo, e che non tardasse a raggiungermi, e l’ammaestrava del come e del quando e dell’ora. – Ma poi non forse la compassione, non la vergogna, né il rimorso, né Iddio – bensì l’idea che non è più la vergine di due mesi fa, e che è donna contaminata dalle braccia d’un altro, ha incominciato a farmi pentire di sì atroce disegno. Vedi come la vita mia, sarebbe a voi tutti più dolorosa che la mia morte; e infame forse a voi tutti. Invece se mi divido per sempre da Teresa degno di lei, la memoria mia serberà certamente il suo cuore degno di me, e benché serva di un altro potrà almeno sperare – speranza forse vanissima – che un dì l’anima sua verrà libera a unirsi per sempre alla mia. – Ma addio. Queste carte le darai tutte al suo padre. Raduna i miei libri e serbali a memoria del tuo Jacopo. Raccogli Michele a cui lascio il mio oriuolo, questi miei pochi arredi e i danari che tu troverai nel cassettino del mio scrittojo. Vieni ad aprirlo tu solo: c’è una lettera per Teresa; e ti prego di riporla fra le sue mani tu stesso. Addio, addio.

Continuò la lettera per Teresa.

Torno a te mia Teresa. Se mentre io viveva era colpa per te l’ascoltarmi; ascoltami almeno in queste poche ore che mi disgiungono dalla morte; e le ho riserbate tutte a te sola. Avrai questa lettera quando io sarò sotterrato; e da quella ora tutti forse incomincieranno ad obbliarmi, finché niuno più si ricorderà del mio nome – ascoltami come una voce che vien dal sepolcro. Tu piangerai i miei giorni svaniti al pari di una visione notturna; piangerai il nostro amore che fu inutile e mesto come le lampade che rischiarano le bare de’ morti. – Oh sì, mia Teresa; dovevano pure una volta finir le mie pene; e la mia mano non trema nell’armarsi del ferro liberatore, poiché abbandono la vita mentre tu m’ami, mentre sono ancora degno di te, e degno del tuo pianto, ed io posso sacrificarmi a me solo, ed alla tua virtù. No; allora non ti sarà colpa l’amarmi; e lo pretendo il tuo amore; lo chiedo in vigore delle mie sventure, dell’amor mio, e del tremendo mio sacrificio. Ah se tu un giorno passassi senza gettare un’occhiata su la terra che coprirà questo giovine sconsolato – me misero! io avrei lasciata dietro di me l’eterna dimenticanza anche nel tuo cuore!
Tu credi ch’io parta. Io? – ti lascierò in nuovi contrasti con te medesima, e in continua disperazione? E mentre tu m’ami, ed io t’amo, e sento che t’amerò eternamente, ti lascierò per la speranza che la nostra passione s’estingua prima de’ nostri giorni? No; la morte sola, la morte. Io mi scavo da gran tempo la fossa, e mi sono assuefatto a guardarla giorno e notte, e a misurarla freddamente – e appena in questi estremi la Natura rifugge e grida – ma io ti perdo, ed io morrò. Tu stessa, tu mi fuggivi; ci si contendeano le lagrime. – E non t’avvedevi tu nella mia tremenda tranquillità ch’io voleva prendere da te gli ultimi congedi, e ch’io ti domandava l’eterno addio?
Che se il Padre degli uomini mi chiamasse a rendimento di conti, io gli mostrerò le mie mani pure di sangue, e puro di delitti il mio cuore. Io dirò: Non ho rapito il pane agli orfani ed alle vedove; non ho perseguitato l’infelice; non ho tradito; non ho abbandonato l’amico; non ho turbata la felicità degli amanti, né contaminata l’innocenza, né inimicati i fratelli, né prostrata la mia anima alle ricchezze. Ho spartito il mio pane con l’indigente; ho confuse le mie lagrime alle lagrime dell’afflitto; ho pianto sempre su le miserie dell’umanità. Se tu mi concedevi una patria, io avrei speso il mio ingegno e il mio sangue tutto per lei; e nondimeno la mia debole voce ha gridato coraggiosamente la verità. Corrotto quasi dal mondo, dopo avere sperimentati tutti i suoi vizj – ma no! i suoi vizj mi hanno per brevi istanti forse contaminato, ma non mi hanno mai vinto – ho cercato virtù nella solitudine. Ho amato! tu stessa, tu mi hai presentata la felicità; tu l’hai abbellita de’ raggi della infinita tua luce; tu mi hai creato un cuore capace di sentirla e di amarla; ma dopo mille speranze ho perduto tutto ed inutile agli altri, e dannoso a me, mi sono liberato dalla certezza di una perpetua miseria. Godi tu, Padre, de’ gemiti della umanità? pretendi tu che sopporti miserie più potenti delle sue forze? o forse hai conceduto al mortale il potere di troncare i suoi mali perché poi trascurasse il tuo dono strascinandosi scioperato tra il pianto e le colpe? Ed io sento in me stesso che agli estremi mali non resta che la colpa o la morte. – Consolati, Teresa; quel Dio a cui tu ricorri con tanta pietà, se degna d’alcuna cura la vita e la morte di una umile creatura, non ritirerà il suo sguardo neppure da me. Sa ch’io non posso resistere più; e ha veduto i combattimenti che ho sostenuto prima di giungere alla risoluzione fatale; ed ha udito con quante preghiere l’ho supplicato perché mi allontanasse questo calice amaro. Addio dunque – addio all’universo! O amica mia! la sorgente delle lagrime è in me dunque inesausta? io torno a piangere e a tremare ma per poco; tutto in breve sarà annichilito. Ahi! le mie passioni vivono, ed ardono, e mi possedono ancora: e quando la notte eterna rapirà il mondo a questi occhi, allora solo seppellirò meco i miei desiderj e il mio pianto. Ma gli occhi miei lagrimosi ti cercano ancora prima di chiudersi per sempre. Ti vedrò, ti vedrò per l’ultima volta, ti lascierò gli ultimi addio, e prenderò da te le tue lagrime, unico frutto di tanto amore!

Io giungeva alle ore 5 da Venezia, e lo incontrai pochi passi fuori della sua porta, mentr’ei s’avviava appunto per dire addio a Teresa. La mia venuta improvvisa lo costernò; e molto più il mio divisamento di accompagnarlo sino ad Ancona. Me ne ringraziava affettuosamente e tentò ogni via di distormene; ma veggendo ch’io persisteva si tacque; e mi chiese di andare seco lui fino a casa T***. Lungo il cammino non parlò; andava lento, ed aveva in volto una mestissima sicurezza: ah doveva io pure avvedermi che in quel momento egli rivolgeva nell’animo i supremi pensieri! Entrammo pel rastrello del giardino; ed ei soffermandosi, alzò gli occhi al cielo, e dopo alcun tempo proruppe guardandomi: Pare anche a te che oggi la luce sia più bella che mai?
Avvicinandosi alle stanze di Teresa, io intesi la voce di lei: – ma il suo cuore non si può cangiare: – né so se Jacopo che m’era dietro uno o due passi, abbia udito queste parole; non ne riparlò. Noi vi trovammo il marito che passeggiava, e il padre di Teresa seduto nel fondo della stanza presso ad un tavolino con la fronte su la palma della mano. Restammo assai tempo tutti muti. Jacopo finalmente. Domattina, disse, non sarò più qui – e rizzandosi, si accostò a Teresa e le baciò la mano, ed io vidi le lagrime su gli occhi di lei; e Jacopo tenendola ancora per mano la pregava perché facesse chiamare la Isabellina. Le strida e il pianto di questa fanciulla furono così improvvise ed inconsolabili che niuno di noi poté frenare le lagrime. Appena ella udì ch’ei partiva, gli si attaccò al collo e singhiozzando gli ripeteva: o mio Jacopo perché mi lasci? o mio Jacopo torna presto: né potendo egli resistere a tanto pietà, posò l’Isabellina fra le braccia di Teresa che non proferì mai parola – Addio, egli dissele, addio – e uscì. Il signore di T** lo accompagnò sino al limitare della casa e lo abbracciò più volte e lo baciò gemendo. Odoardo che gli era a lato ne strinse la mano, augurandoci il buon viaggio.
Era già notte; e non sì tosto fummo a casa egli comandò a Michele di allestire il forziere, e mi pregò istantemente perché tornassi a Padova a pigliare le lettere esibitegli dal professore C***. E partii sul fatto.
Allora sotto la lettera che la mattina avea apparecchiata per me, aggiunse questo proscritto:

Poiché non ho potuto risparmiarti il cordoglio di prestarmi gli ufficj supremi – e già m’era, prima che tu venissi, risolto di scriverne al parroco – aggiungi anche questa ultima pietà ai tanti tuoi beneficj. Fa ch’io sia sepolto, così come sarò trovato, in un sito abbandonato, di notte senza esequie, senza lapide, sotto i pini del colle che guarda la chiesa. Il ritratto di Teresa sia sotterrato col mio cadavere.
25 Marzo, 1799
L’amico tuo
JACOPO ORTIS

Uscì nuovamente: e trovandosi alle ore 11 appiè di un monte due miglia discosto dalla sua casa, bussò alla porta di un contadino, e lo destò domandandogli dell’acqua, e ne bevve molta.
Ritornato a casa dopo la mezzanotte, uscì tosto di stanza, e porse al ragazzo una lettera sigillata per me, raccomandandogli di consegnarla a me solo. E stringendogli la mano: Addio Michele! amami; e lo mirava affettuosamente – poi lasciatolo a un tratto, rientrò, serrandosi dietro la porta. Continuò la lettera per Teresa.

Ore 1

Ho visitato le mie montagne, ho visitato il lago de’ cinque fonti, ho salutato per sempre le selve, i campi, il cielo. O mie solitudini! o rivo, che mi hai la prima volta insegnato la casa di quella fanciulla celeste! quante volte ho sparpagliato i fiori su le tue acque che passavano sotto le sue finestre! quante volte ho passeggiato con Teresa per le tue sponde, mentr’io inebbriandomi della voluttà di adorarla, vuotava a gran sorsi il calice della morte.
Sacro gelso! ti ho pure adorato; ti ho pure lasciati gli ultimi gemiti, e gli ultimi ringraziamenti. Mi sono prostrato, o mia Teresa, presso a quel tronco; e quell’erba ha dianzi bevute le più dolci lagrime ch’io abbia versato mai; mi pareva ancora calda dell’orma del tuo corpo divino; mi pareva ancora odorosa. Beata sera! come tu sei stampata nel mio petto! – io stava seduto al tuo fianco, o Teresa, e il raggio della luna penetrando fra i rami illuminava il tuo angelico viso! io vidi scorrere su le tue guance una lagrima; e la ho succhiata, e le nostre labbra, e i nostri respiri, si sono confusi, e l’anima mia si trasfondea nel tuo petto. Era la sera de’ 13 Maggio era giorno di giovedì. Da indi in qua non è passato momento ch’io non mi sia confortato con la ricordanza di quella sera: mi sono reputato persona sacra, e non ho degnata più alcuna donna di un guardo credendola immeritevole di me – di me che ho sentita tutta la beatitudine di un tuo bacio.
T’amai dunque t’amai, e t’amo ancor di un amore che non si può concepire che da me solo. È poco prezzo, o mio angelo, la morte per chi ha potuto udir che tu l’ami, e sentirsi scorrere in tutta l’anima la voluttà del tuo bacio, e piangere teco – io sto col piè nella fossa; eppure tu anche in questo frangente ritorni, come solevi, davanti a questi occhi che morendo si fissano in te, in te che sacra risplendi di tutta la tua bellezza. E fra poco! Tutto è apparecchiato; la notte è già troppo avvanzata – addio – fra poco saremo disgiunti dal nulla, o dalla incomprensibile eternità. Nel nulla? Sì. – Sì, sì; poiché sarò senza di te, io prego il sommo Iddio, se non ci riserba alcun luogo ov’io possa riunirmi teco per sempre, le prego dalle viscere dell’anima mia, e in questa tremenda ora della morte, perché egli m’abbandoni soltanto nel nulla. Ma io moro incontaminato, e padrone di me stesso, e pieno di te, e certo del tuo pianto! Perdonami, Teresa, se mai – ah consolati, e vivi per la felicità de’ nostri miseri genitori; la tua morte farebbe maledire le mie ceneri.
Che se taluno ardisse incolparti del mio infelice destino, confondilo con questo mio giuramento solenne ch’io pronunzio gittandomi nella notte della morte: Teresa è innocente. – Ora tu accogli l’anima mia.

Il ragazzo, che dormiva nella camera contigua all’appartamento di Jacopo, fu scosso come da un lungo gemito: tese l’orecchio per sincerarsi s’ei lo chiamava; aprì la finestra sospettando ch’io avessi gridato all’uscio, da che stava avvertito ch’io sarei tornato sul far del dì; ma chiaritosi che tutto era quiete e la notte ancor fitta, tornò a coricarsi e si addormentò. Mi disse poi che quel gemito gli aveva fatto paura: ma che non vi badò più che tanto perché il suo padrone soleva alle volte smaniare fra il sonno.
La mattina, Michele dopo aver bussato e chiamato un pezzo alla porta, sconficcò il chiavistello; e non udendosi rispondere nella prima camera, s’innoltrò perplesso; e al chiarore della lucerna che ardeva tuttavia, gli si affacciò Jacopo agonizzante nel proprio sangue. Spalancò le finestre chiamando gente, e perché nessuno accorreva, s’affrettò a casa del chirurgo, ma non lo trovò perché assisteva a un moribondo; corse al parroco, ed anch’esso era fuori per lo stesso motivo. Entrò ansante nel giardino di casa T*** mentre Teresa scendeva per uscire di casa con suo marito, il quale appunto dicevale come dianzi avea risaputo che in quella notte Jacopo non era altrimenti partito; ed ella sperò di potergli dire addio un’altra volta: e scorgendo il servo da lontano voltò il viso verso il cancello donde Jacopo soleva sempre venire, e con una mano si sgombrò il velo che cadevale sulla fronte, e rimirava intentamente, costretta da dolorosa impazienza di accertarsi s’ei pur veniva: e le si accostò a un tratto Michele domandando aiuto, perché il suo padrone s’era ferito, e che non gli parea ancora morto: ed essa ascoltavalo immobile con le pupille fitte sempre verso il cancello: poi senza mandare lagrima né parola, cascò tramortita fra le braccia di Odoardo.
Il signore T*** accorse sperando di salvare la vita del suo misero amico. Lo trovò steso sopra un sofà con tutta quasi la faccia nascosta fra’ cuscini: immobile, se non che ad ora ad ora anelava. S’era piantato un puguale sotto la mammella sinistra ma se l’era cavato dalla ferita, e gli era caduto a terra. Il suo abito nero e il fazzoletto da collo stavano gittati sopra una sedia vicina. Era vestito del gilè, de’ calzoni lunghi e degli stivali; e cinto d’una fascia larghissima di seta di cui un capo pendeva insanguinato, perché forse morendo tentò di svolgersela dal corpo. Il signore T*** gli sollevava lievemente dal petto la camicia, che tutta inzuppata di sangue gli si era rappressa su la ferita. Jacopo si risentì; e sollevò il viso verso di lui; e riguardandolo con gli occhi nuotanti nella morte, stese un braccio, come per impedirlo, e tentava con l’altro di stringergli la mano – ma ricascando con la testa su i guanciali, alzò gli occhi al cielo, e spirò.
La ferita era assai larga, e profonda; e sebbene non avesse colpito il cuore, egli si affrettò la morte lasciando perdere il sangue che andava a rivi per la stanza. Gli pendeva dal collo il ritratto di Teresa tutto nero di sangue, se non che era alquanto polito nel mezzo; e le labbra insanguinate di Jacopo fanno congetturare ch’ei nell’agonia baciasse la immagine della sua amica. Stava su lo scrittojo la Bibbia chiusa, e sovr’essa l’oriuolo; e presso, varj fogli bianchi; in uno de’ quali era scritto: Mia cara madre: e da poche linee cassate, appena si potea rilevare, espiazione; e più sotto; di pianto eterno. In un altro foglio si leggeva soltanto l’indirizzo a sua madre, come se pentitosi della prima lettera ne avesse incominciata un’altra che non gli bastò il cuore di continuare.
Appena io giunsi da Padova ove m’era convenuto indugiare più ch’io non voleva, fui sopraffatto dalla calca de’ contadini che s’affollavano muti sotto i portici del cortile; ed altri mi guardavano attoniti, e taluno mi pregava che non salissi. Balzai tremando nella stanza, e mi s’appresentò il padre di Teresa gettato disperatamente sopra il cadavere; e Michele ginocchione con la faccia per terra. Non so come ebbi tanta forza d’avvicinarmi e di porgli una mano sul cuore presso la ferita; era morto, freddo. Mi mancava il pianto e la voce; ed io stava guardando stupidamente quel sangue: finché venne il parroco e subito dopo il chirurgo, i quali con alcuni famigliari ci strapparono a forza dal fiero spettacolo. Teresa visse in tutti que’ giorni fra il lutto de’ suoi in un mortale silenzio. – La notte mi strascinai dietro al cadavere che da tre lavoratori fu sotterrato sul monte de’ pini.

– FINE –

Note:

1 “Chiamata dai contadini la campana del De profundis, perché mentre suona, sogliono recitare questo salmo per le anime dei trapassati.”
2 “Questo è un verso della Bibbia, ma non ho saputo trovare per l’appunto donde fu tratto.”
3 Petrarca.
4 “Lettera omessa in tutte le edizioni posteriori alla prima nella quale unicamente si legge.”
5 Petrarca.
6 Dante, Inf., canto V.
7 Dante.
8 Epitteto, Manuale, XXII.
9 Regum Lib. II, cap. XII, 4.
10 Esodo XX, 5.
11 Malach. III, 3.
12 “Anche questo biglietto fu omesso nelle edizioni susseguenti alla prima dove unicamente si legge.”
13 “Di questo rimorso d’omicidio che spesso prorompe dal secreto del misero giovine, il lettore vedrà la ragione verso la fine del libro, in una lettera datata 14 Marzo.”
14 “Da prima questo racconto parevami esagerato dalla fantasia costernata di Jacopo; ma poi vidi che nello stato Cisalpino non vi era codice criminale. Si giudicava con le leggi dei caduti governi; e in Bologna co’j decreti ferrei dei Cardinali, che minacciavano di morte ogni furto qualificato eccedente le cinquantadue lire. Ma i Cardinali mitigavano quasi sempre la pena; il che non può essere conceduto ai tribunali della Repubblica, esecutori necessariamente inflessibili delle leggi: così spesso la Giustizia impassibile è più funesta della arbitraria Equità.”
15 “Vedi alla fine di questo volume la lettera 14 Marzo”
16 “Dante accenna questa battaglia nel X dell’Inferno; e quei versi forse suggerirono all’Ortis di visitare Montaperto. Ma il lettore può trarne ampie notizie dalle croniche di G. Villani, lib. IV, 83.”
17 “Questa esclamazione dell’Ortis dee mirare a quel passo di Tacito: “Cocceo Nerva, assiduo col Principe, in tutta umana e divina ragione dottissimo, florido di fortuna e di vita, si pose in cuor di morire. Tiberio il riseppe, e instò interrogandolo, pregandolo sino a confessare che gli sarebbe di rimorso e di macchia se il suo famigliarissimo amico fuggisse senza ragioni la vita. Nerva sdegnò il discorso; anzi s’astenne d’ogni alimento. Chi sapea la sua mente, diceva ch’ei più dappresso veggendo i mali della repubblica, per ira e sospetto volle, finché era illibato, e non cimentato, onestamente finire”. Ann. VI.”
18 Dante, Inf., VI, 4.
19 “Questo squarcio, benché si trovi senza data, in diverso foglio, e per caso fuori della serie delle lettere; nondimeno dal contesto apparisce scritto dallo stesso paese il dì dopo in aggiunta al racconto.”
20 “Autore di poesie campestri.”
21 “La lettere di Firenze, 7 settembre.”

Ugo Foscolo – Sulla lingua italiana – Discorsi sei

PREFAZIONE

Molti hanno scritto intorno alle doti che distinguono la lingua italiana da tutte le antiche e moderne. Pochi, per quanto sappiamo, ne hanno trattato con critica, in guisa da far discernere come e quanto essa lingua sia stata fin ad oggi applicata all’eloquenza, alla poesia ed alla letteratura in generale degl’Italiani. Finalmente nessuno ha considerato filosoficamente le origini, le epoche e la formazione di essa, affine di conoscere per via d’analogia i principj, i progressi oscurissimi delle formazioni e trasformazioni di tante altre lingue. Infatti, chi potesse rintracciare siffatte trasformazioni saprebbe quando la terra fu gradualmente popolata, e come il genere umano fu diviso e suddiviso in differenti nazioni. I patti reciprochi delle società umane si creano e mantengono unicamente per mezzo della parola; e gli uomini, che a cagione della diversità delle loro lingue non si possono intendere fra di loro, si dividono naturalmente sotto leggi diverse. Alcune nazioni che, abitando opposti climi ed emisferi con leggi e governi tutti proprj e differenti, parlano ad ogni modo la stessa lingua, sono colonie recentissime di altri popoli; ma tardi o tosto la lingua della Madre Patria dovrà necessariamente alterarsi in guisa che divenga, se non un’altra lingua, certamente un altro dialetto. Il che appare evidentemente nell’immenso tratto d’Europa dove si parla la lingua illirica e dove i Russi, i Boemi e i Dalmati, originarj dello stesso suolo, e serbando pur tuttavia le radici di uno stesso idioma, non possono intendersi senza interprete. Così verrà tempo in cui le vicissitudini della terra e le continue alterazioni delle lingue faranno che i Dizionari dell’Inghilterra e dell’America settentrionale offriranno la differenza stessa di suoni e di significati che oggi si trova nella lingua italiana e nella francese, che pur sono evidentissimi dialetti del latino, già inteso e parlato in tutti i paesi ove i Romani stabilirono e mantennero per più secoli le loro conquiste. Le alterazioni nondimeno e la metamorfosi di una in un’altra lingua succedono per così minimi gradi, e insieme con tanta velocità, che riescì sempre oltremodo difficile di tracciare il processo del cambiamento; e finchè le lingue sono più popolari che letterarie e più parlate che scritte, le loro mutazioni trascorrono impercettibili dalla bocca dell’avo e del padre a quella del nipote e del figlio; quindi il poco che noi sappiamo dell’origine della lingua greca è sì destituto di fatti positivi, che la questione, dopo anni infiniti e volumi di dispute, rimanesi tuttavia fra’ termini delle speculazioni metafisiche, per la ragione che la lingua o le lingue da cui derivò la greca ci sono del tutto ignote. Bensì sull’origine della lingua latina abbiamo maggiori nozioni non solo dalla quantità immensa di radici e vocaboli greci, ma ben anche dalle terminazioni; così dalle lettere e suoni dell’alfabeto, dal sistema metrico e dalla prosodia comune a’ Greci ed a’ Latini. Pure, mentre sappiamo come il latino si perfezionò continuamente imitando il greco, ignoriamo tuttavia in quali guise il greco cominciò a trasformarsi in latino.
Le lettere, le arti e le scienze trapiantate dalla Grecia in Italia, le conquiste e la legislazione del popolo romano ampliate e diffuse resero la lingua latina universale in Europa; e le invasioni de’ popoli settentrionali la trasformarono in alcune delle nuove lingue che oggi si parlano e scrivono. Bensì la lingua latina, innanzi che divenisse italiana, francese e spagnuola, trapassò per cambiamenti graduali e infinite vicissitudini, durante l’era del medio evo; tanto più difficili a conoscersi, quanto che fu l’epoca della barbarie e della ignoranza e della servitù del genere umano europeo. Molte tracce restano pur nondimeno visibili anche fra le tenebre di quei secoli; e se i fatti somministrati dalla storia e accertati dalla critica saranno applicati ai principj generali che la Natura segue invariabilmente, nè mai produce gli stessi effetti da diverse cause, noi forse esaminando l’origine, le epoche e il genio della lingua italiana, riusciremo a stabilire alcune norme o certe, o probabili almeno, a scoprire il metodo che le lingue seguono a operare le perpetue loro metamorfosi. E preferiremo la lingua italiana, come quella che è di data più antica fra tutte le viventi, e quindi somministra più numero di fatti, e una più lunga serie di annali letterarj. La grammatica, l’ortografia, e per conseguenza la pronunzia, e tutte le parole e frasi della lingua italiana sono oggi, con rare e irrilevanti eccezioni, precisamente quelle medesime che si trovano non solo nelle prose di Dante, ma di scrittori che vissero innanzi a lui. E vi sono lunghi tratti di poemi, e pagine numerose di storie del secolo XIII nelle quali non s’incontra un unico vocabolo che gli scrittori viventi a’ dì nostri non possano usare senza la minima taccia di affettazione. Gl’Inglesi e i Francesi che scrivevano a que’ tempi, ed anco posteriormente, non sono intesi; nè le lingue antiche subirono minori variazioni. Il vocabolario d’Omero e de’ tragici ateniesi e de’ poeti de’ Tolomei non sono gran fatto diversi; ma le diversità grammaticali e ortografiche son pur tali e tante, che costituiscono altrettanti differenti dialetti. La ragione universalmente adottata della divisione della Grecia in parecchi piccoli Stati, che serbarono la pronunzia peculiare a’ loro antenati, e quindi ne vennero i varj loro dialetti, non fa molto al proposito, perchè i Romani non ebbero siffatte divisioni, e nondimeno la latinità di Ennio, di Lucilio e dei frammenti degli Annalisti della Repubblica è diversa molto da quella di Virgilio, d’Orazio e di Livio. Nè da Ennio a Virgilio corsero più di dugento cinquant’anni, mentre dall’età de’ primi libri grammaticalmente scritti in Italia sino a’ dì nostri se ne contano più di seicento, e, paragonati colla lingua scritta oggi, presentano il fenomeno di pochi e appena visibili cambiamenti essenziali. Se sì fatto fenomeno fu talvolta osservato, certamente non ne fu mai non che data, ma neppure tentata la soluzione. E noi ci proveremo in ciò tanto più volentieri, in quanto che avremo occasione di manifestare alcune idee forse nuove, desunte, a quanto speriamo, dalle nozioni generalmente adottate intorno alla lingua e alla letteratura d’Italia. – La storia di una lingua non può tracciarsi se non nella storia letteraria della nazione; nè la storia può somministrare fatti certi e fondamentali a trovare in materie intricatissime il vero, se non per mezzo di epoche distinte, in guisa che le cause non diventino effetti, e gli effetti non sieno pigliati per cause. E a noi parrà di scrivere brevemente se, per conoscere a fondo l’origine, le vicissitudini e il genio della lingua italiana, spenderemo poche pagine per ogni secolo degli annali letterarj d’Italia.

INTRODUZIONE

Nel dare principio alla serie de’ discorsi intorno alla storia letteraria ed a’ poeti d’Italia, giudico cosa necessaria, quantunque forse non dilettevole, di premettere l’opinione mia su l’origine della poesia fra gli uomini.
Tutti i ragionamenti su la poesia in generale, e quindi tutti i giudizj intorno alle qualità ed ai gradi di merito di ogni poeta di tutte le età, e gl’infiniti canoni e teorie degli antichi retori e de’ moderni metafisici si sono sempre fondate su l’osservazione, «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e l’origine della poesia manifestamente ed unicamente ritrovasi nella naturale tendenza che l’uomo ha di riprodurre ogni cosa per mezzo d’imitazioni.» Da questa osservazione, che realmente trovasi in Aristotile, sgorgò la conseguenza che gli fu attribuita, e commentata in mille volumi, «che la poesia non è che imitazione della natura, e che i poeti eccellenti sono soltanto quelli da’ quali la natura è fedelmente imitata.» Or noi esamineremo in che consista questa imitazione della natura.
In quanto all’osservazione, «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore», noi la crediamo vera in sè stessa, ma non in tutto applicabile alla poesia; e quanto alla conseguenza, «che la poesia non è che imitazione della natura», noi la crediamo più falsa che vera. Ad ogni modo, da che tanto il principio quanto la conseguenza sono, per così dire, santificati dalla tradizione di molti secoli, e dal consenso universale degli uomini dotti; io, se non mi vedessi stretto dall’obbligo, non mi attenterei neppure d’accennare i miei dubbj intorno a questa teoria, e la lascerei nel possedimento dell’autorità che gode da tanto tempo. Perchè io temo che l’indagare l’origine delle facoltà umane e dell’arti intellettuali non sia le più volte uno de’ mille tentativi più ambiziosi che utili, ne’ quali i mortali sperdano l’ore e l’ingegno: e credo fermamente che l’uomo sia creato per tentare di conoscere non le fonti della sua esistenza, non la natura delle sue facoltà, non i principj delle arti; bensì per trovare e seguire il modo migliore a giovarsi delle facoltà, delle arti e della vita, onde ricavarne il maggior piacere possibile per sè stesso, e la maggiore possibile utilità per la comunità de’ mortali. E però, non solamente in quasi tutto ciò che spetta la politica e la morale, ma ben anche in tutto ciò che riguarda le dottrine letterarie, i prudenti dirigono le loro azioni e l’ingegno piuttosto a norma della esperienza de’ fatti, che secondo la specolazione di teorie, quantunque forse innegabili. In fatti anche nelle scienze astratte una verità sola utilmente applicata giova più di mille altre dimostrate evidentemente, ma non applicabili. Ma appunto la nozione che l’uomo è animale essenzialmente imitatore, e che per conseguenza la poesia dev’essere fedele imitazione della natura; nozione la quale da principio era una metafisica speculazione, fu considerata coll’andar del tempo un assioma; e fu quindi e segue ad essere anche al dì d’oggi applicata con una specie d’implicita fede tradizionale. Ma se il principio, come pare a me, non è vero, l’applicazione non può riuscire se non dannosa; ed io avendo adottato principio diverso, i miei particolari pareri su’ poeti devono necessariamente discordare da’ giudizj oggimai pronunciati di molti critici. Per evitare dunque la taccia d’ambiziosa novità e d’affettata stranezza di opinioni, a me corre l’obbligo di manifestare innanzi tratto per quali ragioni io dubito della verità della comune teoria intorno a’ principj primitivi della poesia, e con quali nuove norme io desumerò i miei giudizj su i poeti.
L’universale dottrina, «che la poesia non è che imitazione della natura», originò primamente da una delle tante opinioni che vennero poi venerate con religione, interpretate ed applicate in mille maniere, perchè s’è creduto che Aristotile le avesse pronunciate in via d’oracolo; quando infatti egli non le avea che enunziate vagamente e quanto bastava all’oggetto particolare ch’egli aveva scrivendo.
Il nominare Aristotile in altri luoghi fuorchè nelle scuole è oggimai considerato pedanteria; e nondimeno molte delle sue opinioni, in parte giuste ed in parte false, continuano a vivere ed a regnare, e sono spesso l’unico fondamento di molti critici che nel tempo medesimo arrossirebbero di citare la sua autorità.
Le vicissitudini della fama di questo filosofo dovrebbero somministrare utili lezioni a que’ tanti, i quali colla loro fantasia si odono ricevere dalla posterità fra gli applausi, e che, pur sapendo com’ei son destinati a una vita limitatissima, aspirano a una gloria infinita. Aristotile fu uno di que’ potenti intelletti che la natura non mostra alla terra se non a lunghi intervalli; ed i suoi scritti esercitarono sovra tutti gl’intelletti d’Europa per molti secoli una preponderanza che non fu mai agguagliata dagli scritti di molti filosofi riuniti.
Ma era uomo, e non poteva non errare; scrisse molto, e avendo trattato quasi di tutte le parti dell’umano sapere, i suoi errori non potevano non moltiplicarsi. Per una delle tante inesplicabili disposizioni della fortuna i suoi libri furono negletti, sepolti, corrosi in un sotterraneo d’Egitto e distrutti quasi per sempre, nondimeno furono quasi i soli libri che, dopo la decadenza di Grecia e di Roma, rimasero come unico testo e lume infallibile nel corso de’ secoli della barbarie che invase l’Europa. Nel medio evo gli errori d’Aristotile furono accolti come verità, ed ei venerato come infallibile. A questa popolarità nelle scuole contribuì l’oscurità de’ suoi scritti, e la severità del suo metodo. In fatti, per mezzo della sua oscurità i maestri potevano insegnare quello ch’ei stessi non intendevano, e spesso inculcare sotto l’autorità d’Aristotile le loro proprie arbitrarie interpretazioni e dottrine: e nel tempo stesso l’applicazione del suo metodo dava ad essi il mezzo e l’opportunità di assoggettare ad una superstiziosa servitù gl’intelletti de’ loro discepoli. Poscia, crescendo i lumi col rinascere delle lettere, la venerazione verso Aristotile andò dileguandosi, ed egli allora cominciò a partecipare della pena meritata non già da lui, ma da quelli che avevano abusato del suo nome e delle sue dottrine.
Molte delle sue dottrine nondimeno, essendo fondate sul vero, non potevan distruggersi. Ma non sono più conosciute per sue; furono travestite sotto altre forme, ed occupate come loro proprie da varj scrittori d’ogni nazione moderna: e lo stesso avvenne anche di alcune altre sue dottrine, le quali, benchè non siano in tutto vere, sono espresse con una maravigliosa apparenza di verità, e furono conservate, illustrate e ampliate, e spesso anche usurpate da molti, i quali, senza più oggimai darne merito e attribuirle ad Aristotile, continuano a farne la pietra angolare de’ loro sistemi. Di quest’ultimo genere sono quasi tutte le opinioni espresse da Aristotile nel suo trattato della poesia; e particolarmente le celebri parole «che l’uomo è animale essenzialmente imitatore», e «che la poesia è imitazione della natura per opera dell’uomo, onde l’uomo, per essere poeta, deve assolutamente imitare la natura.»
La perpetua preponderanza delle dottrine poetiche d’Aristotile sembra un forte argomento in favore della loro intrinseca verità. Ma considerando il cuore umano, e sopra tutto le passioni di quella specie di mortali distinti del titolo di Critici, la lunga venerazione per le teorie aristoteliche può essere attribuita ad altre e più giuste cagioni. I critici, quantunque dotati della facoltà di giudicare le creazioni del genio, sono per lo più poverissimi d’immaginazione, e destituti della facoltà di creare. Quindi originò naturalmente la loro secreta invidia verso gli uomini destinati dall’autorità della natura ad essere creatori e poeti; invidia che, incalzata dal desiderio che tutti i mortali possiedono più o meno di esercitare autorità sovra gli altri, indusse i critici ad attribuirsi il diritto che nessuno loro disputò di stabilire leggi, e di citare gli scrittori al loro tribunale. Giovandosi dell’autorità d’Aristotile in tempo che il solo nome di questo filosofo era onnipotente anche nelle scuole di teologia, i professori di critica riescirono a divenire legislatori e giudici a un tempo. Il breve trattato che quel filosofo lasciò, non saprei dire se compito o abbozzato, sulla poesia, essendo stato da lui scritto con oscurissima brevità, ed essendo inoltre arrivato a’ nostri avi orribilmente sfigurato dagli anni, fu opportunissimo all’intento de’ critici di fondare un codice di leggi per incatenare il genio, e per giudicare i poeti.
Nè le leggi, a dir vero, nè le sentenze potevano essere sempre evidentemente giustificate con la poetica di Aristotile; ma non potevano neppure essere rivocate in dubbio. In fatti, con qualunque pagina di quel libro ogni uomo può e tutto credere e dubitare di tutto; e ogni interprete può tutto asserire e tutto negare; e, come avviene negli oracoli, vi si può trovare ogni cosa, o nulla ad un tempo. Ma appunto il libro quant’era più oscuro, tanto più bisognava d’illustrazioni, e tanto più i commentatori moltiplicaronsi; e quanto più Aristotile era venerato come profondissimo scrittore, tanto più i suoi interpreti venivano ammirati come acutissimi ingegni.
Così a’ critici riescì fatto d’instituire in tutta l’Europa una tal quale aristocrazia letteraria, che professava di assistere gl’ingegni creatori con profondi consigli ricavati dal corano poetico d’Aristotile: ma i consigli s’erano convertiti in precetti; nè tardarono a divenire inesorabili leggi. Così i critici consigliando volevano governare; e governando tiranneggiarono, sì che alle volte l’aristocrazia de’ critici si constituì in gerarchia sacerdotale che, inspirata dalla divinità d’Aristotile, scomunicava i colpevoli d’eresia letteraria.
Non s’hanno dunque da apporre a questo filosofo tutti i precetti che s’inculcano come desunti dalle sue dottrine. La preponderanza esercitata sotto il suo nome fu estorta per mezzo d’interpretazioni spesso arbitrarie delle sue parole, e talvolta al tutto contrarie al suo intendimento. Da poco più d’un anno fu qui pubblicato un volume sopra una questione risguardante un poeta antico; e l’autore fabbrica un sistema tutto suo, fondandolo sopra un passo, ch’ei cita, della poetica d’Aristotile: ei lo cita, ma il passo non si trova nella poetica. L’autore nondimeno lo cita di buona fede, come lo trova citato da Pope nella sua prefazione alla traduzione d’Omero; e Pope lo cita anch’egli di buona fede, come lo trova nella traduzione della poetica d’Aristotile di Dacier. Ma Dacier parteggiando a que’ dì nella controversia intorno la preminenza fra’ poeti antichi e i moderni, e ingegnandosi di abbattere i suoi avversari con l’autorità dell’oracolo comune, parafrasava quel passo in guisa, che chi lo cerca nel testo greco non lo ritrova. Quindi Dacier indusse Pope in errore, e Pope indusse in errore il critico moderno, al quale sottraendo l’autorità del passo a cui egli s’appoggia, si rovescia da’ fondamenti tutto l’edificio del suo dottissimo libro.
I poeti, che soli aveano diritto e forze d’opporsi più ch’altri alla autorità legislatrice usurpata da’ critici, contribuirono invece a legittimare le usurpazioni. I grandi poeti creatori, certi della gloria che si sarebbero acquistata, e dotati d’una mente sdegnosa insieme e impaziente d’affaccendarsi in disquisizioni di metafisica e sottigliezze di critica, non rigettarono nè approvarono il codice prevalente nelle scuole; e il loro silenzio fu ascritto a un tacito assenso. Al contrario i poeti mediocri, presso de’ quali risiede la pluralità de’ suffragi, votavano apertamente in favore del codice; beatissimi di potere appoggiarsi a legislatori, e farsi benevoli i giudici aristotelici ch’erano gli arbitri assoluti della loro fama. Inoltre i critici ebbero per confederati que’ poeti più fortunati che grandi, i quali non sono sì soggetti al ridicolo quanto i poeti mediocri, e sono più accessibili alle menti del popolo assai più de’ poeti creatori. Sì fatta specie fra i mediocri ed i grandi somiglia a quelle piante di rose che il giardiniere, per produrle ad altezza d’arboscelli, suole innestare su’ tronchi, sì che spesso paiono grandi, quando la natura non le aveva create se non per essere vaghissime piante; e per quanto tentino d’innalzarsi, non potranno mai sorgere ad essere nobili alberi, mai. Questa specie di poeti godono quasi sempre di procacciarsi ad un tempo la gloria del lauro, e l’autorità della critica dittatura; e, sia che non avessero mente tanto profonda che potesse investigare nuovi principj dell’arte che volevano insegnare, o che credessero i principj correnti più agevoli a essere intesi, se fossero ridotti in apparente poesia, scrissero regole poetiche in versi eleganti insieme e nojosi perchè sono più dettati dall’arte che dalla natura, ma tanto più ammirati quanto più la materia pare ritrosa agli ornamenti dello stile; e Pope e Boileau allettarono molti lettori, perchè i loro ingegni erano amaramente disposti contro gli autori loro contemporanei, e si servivano di un metro per cui la necessità delle rime vicine contribuisce mirabilmente alla spiritosa malignità dell’epigramma. Così i poeti di questa classe riuscirono, se non a stabilire inconcusse le teorie chiamate aristoteliche, che già cominciavano a essere meno implicitamente credute, – pervennero ad ogni modo a non far dimenticare i precetti derivati da quell’imperfettissimo libro.
Nuove specolazioni intorno alla poesia ed alle belle arti (colle quali la poesia è strettamente connessa) si sono ideate da mezzo secolo in qua; e i medesimi metafisici che vittoriosamente distrussero in gran parte le teorie attribuite ad Aristotile vissero, ed alcuni vivono tuttavia, per vedere i loro proprj sistemi validamente prostrati da nuovi che si succedono, edificandosi e rovesciandosi vicendevolmente gli uni su gli altri. E nondimeno, anche fra questi nuovi legislatori la opinione «che la poesia non è che imitazione della natura» mantenne il suo grado d’assioma, ed è predicata come una delle pochissime verità che non bisognano di prove.
Fors’io mi sono dilungato più che non avrei dovuto a tracciare storicamente le guise, per le quali prevalse e prevale la opinione, che è tuttavia l’unico cardine su cui s’aggira la critica su l’arti d’immaginazione. Ma questa specie di digressione gioverà a dimostrare ancor più ampiamente, che la popolarità della teoria è dovuta non tanto alla sua intrinseca verità, quanto alle circostanze che hanno contribuito a diffonderla e consolidarla in tutte le scuole d’Europa. Questa osservazione gioverà a scemare la necessità di combattere la generale opinione punto per punto, e lascerà maggiore adito ad esporre l’opinione ch’io professo su l’origine della poesia.
L’animale umano è imitatore; ma la sua propensione all’imitazione non deriva, come forse in tutti gli altri animali, dal solo istinto di imparare i modi ond’evitare i dolori imminenti, accrescere i piaceri presenti, e provvedere a’ bisogni della sua esistenza. L’imitazione nell’uomo è perpetuamente accompagnata da quella ingenita ed inesplicabile, ma costantissima sempre e spesso sciagurata incontentabilità, che è la sorgente di tutte le sue miserie maggiori e de’ suoi più vivi piaceri. Però quando ha bisogni desidera, e desiderando immagina, e immagina cose le quali, se esistessero realmente, contribuirebbero forse alla sua felicità: ma non esistono; e finchè la natura delle cose e dell’uomo rimane com’è, non possono esistere; e quanto è così immaginato da noi si riduce inevitabilmente a sogno che si dilegua. E nondimeno, dov’è mai quel mortale il quale vorrebbe o potrebbe rassegnarsi ad esistere senza sì fatti sogni che perpetuamente gli abbelliscono la trista realtà delle cose, e gli rendono varia agli occhi la monotonia della vita? Tutte le arti d’immaginazione, e sopratutto la poesia, che è la più antica e l’origine di tutte le altre, nacquero dal bisogno di abbellire e variare e aggrandire tutti gli oggetti ed i sentimenti che attraggono irresistibilmente i sensi, il cuore e la fantasia de’ mortali. Il poeta, il pittore e lo scultore non imitano copiando, – ma scelgono, combinano e immaginano perfette e riunite in una sola molte belle varietà che forse realmente esistono sparse e commiste a cose volgari e s spiacevoli, ma che non esistono, o almeno non si veggono nè perfette nè riunite in natura.
La natura imita sempre in tutti i suoi lavori sè stessa; e li distingue ad uno ad uno, e li fa nuovi e mirabili per mezzo di pochissime, minime e spesso impercettibili varietà. Dove la natura imita invariabilmente se stessa, le arti sue imitatrici non possono togliere, aggiungere, variare mai nulla. Bensì maggior pittore e poeta è colui che sortì tale anima da sentire vivamente gli effetti delle varietà sparse sopra gli oggetti della natura; e tale ingegno da osservarle prontissimo; e tal fantasia da immaginarle riunite, e creare di varie parti esistenti un nuovo tutto ideale; – e finalmente, tale giudizio da sapere applicare le varietà dove e come consuonano in armoniche proporzioni fra loro. Queste quattro facoltà di sentire fortemente, di osservare rapidamente, d’immaginare nuovamente, e di applicare esattamente, quando sono riunite, equilibrate, vigorosissime in uno stesso individuo e operanti simultaneamente, non già per industria o per forza di regole, bensì con la spontaneità con che opera la stessa natura, par che costituiscano il Genio. L’Arte, imitando la creazione invariabile, coglie il Vero; ma il Genio crea l’Ideale, indovinando, radunando e distribuendo sopra un solo oggetto, con le stesse leggi e con la stessa spontaneità della natura, le varietà ch’ella ha sparse sopra diversi oggetti, o che ella avrebbe potuto creare e spargere onde rendere più belle le opere sue. L’Ideale scompagnato dal Vero non è che o stranamente fantastico, o metafisicamente raffinato; ma senza l’ideale, ogni imitazione del vero riescirà sempre volgare; non avrà nè la grazia delle figure del Correggio, nè la divina beltà della Venere de’ Medici e della Madonna della Seggiola, nè il sublime dell’Apollo di Belvedere. L’Apollo e la Venere, come figure umane, sono tutte realmente vere; e sono insieme ideali per una riunione che non si può analizzare, e si sente, d’infinite bellezze che potrebbero essere state sparse dalla natura sopra un solo individuo, ma che pur non si veggono mai; e l’immaginazione del Genio ha saputo o vederle, o indovinarle, e poi raccogliere e disporle in guisa da farle irresistibilmente sentire a chiunque getta l’occhio su quelle statue.
Ma anche presupponendo che individui come l’Apollo e la Venere esistano realmente nel mondo, essi son pure tanto infrequenti, che meriterebbero d’essere considerati come eccezioni ch’escono dal corso abituale delle creazioni della natura; ed anche esistendo naturalmente non potrebbero continuare nello stato di bellezza e di perfezione in cui l’artista le ha perpetuate nel marmo. L’immaginazione del pittore e dello scultore, e più assai l’immaginazione del poeta, agisce costantemente per via d’astrazioni e d’addizioni. Infatti astrae tutto quello che esistendo in natura nuoce alla perfezione ideale, ed aggiunge quanto può conferire alla sublimità e alla bellezza, e sopratutto alla novità. Questo desiderio innato di abbellire, diversificare e migliorare quello che la natura ci ha dato, produce anche fra le tribù de’ selvaggi le mutilazioni de loro orecchi, de’ loro nasi e delle loro labbra, e le ferite nelle loro membra per appiccarvi strani ornamenti e dipingersi a rabeschi di varj colori. I loro abbellimenti sono rozzi e deformi perchè il loro ingegno non è educato dal progresso delle arti, i loro sentimenti, la loro immaginazione e il lor gusto partecipano della barbarie in cui vivono. Ma non è men vero che, barbari come pur sono, tentano per ingenito istinto di mutare, e credono di adornare la natura in sè stessi. Bensì col progresso della civilizzazione il Genio dell’uomo con opere d’immaginazione meglio educata supplisce alla perfezione ch’egli desidera, e ch’ei non trova esistente in natura. Il mondo in cui viviamo ci affatica, ci affligge e, quel che è peggio, ci annoja; però la poesia crea per noi oggetti e mondi diversi. E se imitasse fedelissimamente le cose esistenti e il mondo qual è, cesserebbe d’essere poesia, perchè ci porrebbe davanti agli occhi la fredda, trista, monotona realtà. Or che necessità, che desiderio abbiamo noi di vederla dipinta e descritta, se già ne siamo assediati, volere o non volere, dì e notte? La immaginazione dell’artista corregge idealmente la natura anche quando sa cogliere e rappresentare la gioventù e la bellezza nel più bel punto della loro maggior perfezione. È un rapidissimo punto, perchè in natura: un momento d’infermità, un atto poco grazioso, una parola, un semplice moto scema l’effetto magico della gioventù e della bellezza d’una donna vivente. La sua perfezione, quand’anche sia nata e cresciuta perfetta, è soggetta a mille varietà ed accidenti d’ora in ora, di minuto in minuto, e non esiste se non se per fuggire ad un tratto e dileguarsi per sempre. E nondimeno l’artista imitando la natura la corregge in guisa da fermare e perpetuare le sue più belle creazioni in quel punto quasi impercettibile di perfezione. Queste osservazioni desunte dalle belle arti servono a illustrare l’origine e lo scopo della poesia, tanto più che le altre arti agiscono sulla immaginazione per la via de’ sensi, mentre la poesia ci eccita ad immaginare per la via più potente del cuore. E davvero, per quanto altri congetturino diversamente, è da credere che la poesia, secondata dalla musica, sia stata la madre delle altre belle arti, e la maestra de’ più nobili artisti. Esiste nel mondo una universale secreta armonia, che l’uomo anela di ritrovare come necessaria a ristorare le fatiche e i dolori della sua esistenza; e quanto più trova sì fatta armonia, quanto più la sente e ne gode, tanto più le sue passioni si destano ad esaltarsi e a purificarsi, e quindi la sua ragione si perfeziona. Questa armonia nondimeno, di cui l’esistenza è sì evidente, e di cui la necessità è sì fortemente esperimentata più o meno da tutti i mortali, vedesi (come tutte le cose che la natura offre all’uomo) commista a una disarmonia di cose, le quali cozzano e si attraversano, e spesso si distruggono fra di loro. Però nella musica più che nelle altre arti appare evidentemente che l’immaginazione umana trovò il modo di combinare i suoni ch’esistono in natura onde produrre melodia ed armonia, sottraendone tutti i suoni rincrescevoli e discordi. Il potere universale della musica è prova evidente della necessità che noi sentiamo dell’armonia. L’effetto dell’armonia che la musica produce all’anima per gli orecchi, per mezzo di suoni uniti con diversi modi e gradi, vien pure egualmente prodotto dalla scultura, dalla pittura, e dalla architettura per la via degli occhi e per mezzo di forme, di tinte e di proporzioni che armonizzano fra di loro. Ma la poesia unisce l’armonia delle note musicali per mezzo della melodia delle parole e della misura del verso; – e l’armonia delle forme, de’ colori e delle proporzioni per mezzo delle immagini e delle descrizioni. Vero è che la specie d’armonia propria a ciascuna delle altre arti è più espressa, e conseguentemente più efficace; tuttavia l’efficacia della poesia è più potente, tanto a cagione della riunione di tutti i generi d’armonia, quanto per la simultaneità e rapidità del loro progresso. L’Apollo di Belvedere, per quanto sia ammirabile, pur non si muove; ma l’Apollo Omerico:

E da’ gioghi d’Olimpo, acerbo in core
Precipitò agitando arco e faretra
Tutta chiusa, e fremea pregna di dardi
Strepitanti per gli omeri. Ei calava
Simile a notte; e sovrastando al campo
Disfrenò la saetta: uscia dal grande
Arco raggiante un suono orrido all’aere.

S’adira, precipita dal cielo, vola, minaccia, dinanzi a noi: vediamo agitarsi l’arco alle sue spalle; udiamo il doppio suono del cupo fremito ripetuto de’ dardi dentro una faretra chiusa, e il suono della corda che divide l’aria con lo stridore di una vibrazione lunghissima; – e l’immagine del Dio standoci d’innanzi occupa l’anima nostra con l’oscurità di una notte improvvisa, e col terrore d’una imminente celeste vendetta.
Ma questa è la descrizione d’un essere soprannaturale; nè io insisterò dicendo che Omero, per sublimare la sua e la nostra fantasia, ha dovuto elevarsi oltre natura; bensì dirò che quando descrive individui viventi che sentono e soffrono e parlano da uomini, egli nell’imitare la natura la esalta sempre con la sua immaginazione. Quando Achille dice al giovine che lo prega di non ucciderlo: «Muori, amico; non vedi tu? – Son giovine anch’io e bello e gagliardo, nato da un eroe e di madre immortale, e morte m’aspetta; a sera, all’alba o a mezzodì, m’aspetta. – Muori tu dunque», questa è infatti natura; – ma si consideri che queste parole ci colpiscono appunto molto più, perchè le fa pronunciare da un uomo dotato di tante qualità preeminenti, che non pareva destinato a morire. Sente egli stesso il terror della morte, ancorchè, nel presentarsi a combattere, il terrore ch’egli ispirava lo facesse parere a’ nemici come s’ei venisse lampeggiando di fiamma:

Ignea su l’elmo
E dal volto e le membra e per lo scudo
Gli balenava una continua luce;
Sì dalla Dea sospinto ove più dense
Eran l’armi, apparia fiero di lampi:
Ardea, come se puro esce da’ fonti
Dell’Oceàno, e racquistando i cieli
L’astro d’Autunno infiamma aureo la notte.(1)

Quando Dante fa raccontare al conte Ugolino com’ei, destandosi e udendo i suoi figliuoli dimandar del pane, si morse per dolore le mani, non fece che rappresentare la natura reale; ma quando i suoi figliuoli, credendo ch’egli volesse mangiare le sue proprie mani per fame, si alzano tutti e quattro ad un tempo, e gli fanno ad una voce l’offerta:

Padre, assai ci fia men doglia
Se tu mangi di noi; tu ne vestisti
Queste misere carni, e tu le spoglia,

questa non è natura reale; è natura esaltata, spinta quanto può andare, e che riesce terribile appunto perchè nessuno potea prevedere la disperata offerta di quegl’innocenti. Quando gli amici di Job siedono muti e non gli dicono parola perchè vedevano che il suo dolore non ammetteva consolazioni, la natura è fedelmente imitata; ma l’imitazione, benchè fedelissima, non avrebbe prodotto la metà dell’effetto, se non vi fosse aggiunta la circostanza ideale, facilissima ad immaginarsi, ma improbabilissima e quasi impossibile a succedere realmente, che gli amici di Job stavano seduti su la terra per sette giorni e sette notti, e senza mai dirgli parola. È vero che queste illustrazioni sono ricavate dai più sublimi libri di poesia che forse esistono, e che forse siano per esistere mai fra’ mortali; ma se si consideri la poesia fin anche nelle commedie, v’è egli carattere comico che colpisca veracemente, se non è caricato? Inoltre l’immaginazione del poeta comico non solo deve aggiungere, ma sottrarre assai cose alla natura reale. È certo che i Greci, i quali innanzi l’età d’Aristotile ciarlavano men di noi in fatto di critica, scrivevano le lor commedie in versi non per forza di teorie, ma per un senso naturale del vero scopo della poesia; che è, di abbellire ed aggrandire la natura reale per mezzo della facoltà immaginativa del genio, appunto perchè il genere umano ha bisogno di vestire de’ sogni della immaginazione la nojosa realtà della vita.
Innanzi di concludere, gioverà di dar cenno d’un’altra dottrina attribuita ad Aristotile, la quale pure tuttavia ha molti e dotti fautori, segnatamente in Inghilterra. Da alcune poche parole, equivoche per l’usata oscurità di quel filosofo, e pel guasto che gli anni hanno fatto negli antichi manoscritti, i suoi interpreti più illustri intendono che i poeti, senza eccettuare neppure l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, scrivono o devono scrivere non per altro che per far passare il tempo a’ lettori, e non tendono mai a istruire, nè devono prefiggersi mai nessuno scopo morale. L’oscurità del testo assolve Aristotile dall’avere pronunciata siffatta sentenza; ma non posso se non maravigliarmi di quegli uomini dotati di dottrina e d’ingegno, i quali si giovano dell’autorità d’un passo oscurissimo per sostenere una dottrina repugnante alla naturale e invariabile propensione umana. Perchè ognuno che legga un poeta o uno scritto qualunque, che ascolti tragedie, o commedie, o discorsi pubblici o privati, non se ne diletta, se non se per le ragioni che gli producono sensazioni ed idee nel tempo medesimo; e quando non gli producessero che sensazioni, ogni sensazione presto o tardi è la causa imminente di nuove idee, e l’esempio solo di quanto ognuno di noi ode e vede gli serve insensibilmente, ed anche malgrado suo, di paragone, quindi di nuova occasione e di mezzi di ragionare, e per conseguenza d’istruzione. Il fatto sta che la poesia istruisce molto più, perchè diletta ad un tempo; e perchè col piacere di moltiplicare sensazioni ed idee non esige unita la fatica che accompagna più o meno gli altri studj.
Vive perpetuamente nell’uomo il bisogno di rendere con le parole facile all’intelletto ed amabile al cuore la verità? Qual taciturna contemplazione può apprendere ed insegnare questo nostro sapere, che ci fa sempre più superbi e più molli? Le nostre passioni hanno forse cessato d’agire, o le nostre potenze vitali hanno cangiata natura? E le scienze morali e politiche, che prime ed uniche forse influiscono nella vita civile, perchè sole possono prudentemente giovarsi delle scienze speculative e delle arti, a che pro tornerebbero, se ci ammaestrassero sempre co’ sillogismi e coi calcoli? L’uomo non sa di vivere, non pensa, non ragiona, non calcola se non perchè sente: non sente continuamente se non perchè immagina; e non può nè sentire nè immaginare senza passioni, illusioni ed errori. La filosofia non cambia che l’oggetto delle passioni; e il piacere e il dolore sono i minimi termini d’ogni ragionamento. Quindi la verità, quantunque d’un aspetto solo ed eterno, appare moltiforme e indistinta al nostro intelletto, perchè noi, dovendo incominciare a concepirla coi sensi, e a giudicarla con l’interesse della sola nostra ragione, la vestiamo di tante e sì diverse sembianze; e le sembianze constano di tanti accidenti quante sono le disparità de’ climi, de’ governi, dell’educazioni e de’ nostri individuali caratteri: onde anche le cose men dubbie sono assai volte mirate dai saggi con mente perplessa, e dagli altri tutti con occhio incredulo ed abbagliato. Or per me stimo non potersi mai volgere l’intelletto degli uomini verso le cose meno incerte, e per continuo esperimento giovevoli alla loro vita, prima di correggere le cose dannose del loro cuore, e di distruggere le false opinioni; il che non può farsi se non eccitando col sentimento del piacere e del dolore nuove passioni, e, con la speranza dell’utilità, secondando di più utili sogni la lor fantasia. Come mai dunque lo scopo morale starà disgiunto dalla poesia?
Bensì questa distinzione d’illuminare e di dilettare fu a principio pretesto di dotti che non sapeano rendere amabile la parola, e di poeti che non sapeano pensare. La filosofia morale e politica ha rinunziato la sua preponderanza su la prosperità degli Stati da che, abbandonando l’assistenza delle arti d’immaginazione, si smarrì nella metafisica e ne’ calcoli; e la poesia ha perduta la sua virtù e la sua dignità da che fu manomessa dai critici di professione. Sciagurati! Si professarono architetti di un’arte senza posseder la materia; fantasticarono limiti alle forze intellettuali dell’uomo; s’eressero dittatori de’ grandi ingegni; adularono i mediocri che consentirono a commercio di lodi per ingannare il mondo a loro favore: l’ozio, la vanità, la venalità accrebbero la moltitudine de’ poeti ignoranti senza immaginazione, e de’ critici senza filosofia. Invano la natura esclamava: io non ti elessi al ministero di ammaestrare i tuoi concittadini. L’arte lusingava, insegnando a non errare, perchè giudicava gli scritti derivati dalle passioni degli altri; ma l’arte non parlò più alle passioni perchè non le sentiva. La fantasia, destituta delle fiamme del cuore, si ritirò fredda nella memoria: destituta del criterio, inventò mostri e chimere; e la poesia, anzi la letteratura, si ridusse a declamazione e musica senza ragione.
Questa sinistra decadenza avvenne ad ogni nazione; e i discorsi seguenti manifesteranno per quali cagioni e con quali vicissitudini cadde spesso, e risorse, e tornò a cadere la poesia e la letteratura in Italia.

DISCORSO PRIMO

EPOCA PRIMA

Nel precedente discorso ho giudicato opportuno di manifestare de’ principj generali, che guideranno i miei giudizj nel corso delle letture sulla Poesia Italiana; e così spero di aver dato a chi mi ascolta la ragione delle opinioni ch’io andrò manifestando. Il soggetto del discorso d’oggi ha lo stesso intento di somministrare una serie d’idee generali insieme e distinte, non già de’ miei proprj principj, come ho dovuto fare jer l’altro; ma della origine, del progresso, delle vicende e dello stato presente della lingua italiana. La poesia, e ogni parte di qualunque letteratura d’ogni popolo, è incorporata colla lingua; dipende in tutto assolutamente dalla lingua; nè senza lingua esisterebbe letteratura; cosicchè i caratteri distintivi e le forme e le vicissitudini della letteratura d’ogni nazione nascono, crescono, si alterano in mille modi e decadono, secondo la origine e le alterazioni della lingua. Oggi dunque mi proverò di tracciare una storia, per quanto mi sarà possibile, breve insieme e distinta della lingua italiana dalla prima sua introduzione in Europa come lingua letteraria fino a’ giorni nostri. E perchè è storia che abbraccia seicento e più anni, e lo spazio del tempo non mi consentirebbe d’illustrare con moltitudine di riflessioni la lunghissima serie de’ fatti, sopprimerò le riflessioni per lasciar luogo ai fatti, tanto più che le riflessioni essendomi proprie, possono essere vere, e false, e dubbie; – ma i fatti appartengono alla verità, ed hanno in sè stessi tale ingenito vigore da eccitare da sè soli le altrui menti a fare considerazioni migliori di quelle che io non potrei suggerire. Tuttavia, per render meno necessario l’accompagnamento di riflessioni co’ fatti ch’io vado esponendo, mi gioverà di far precedere sulla critica letteraria risguardante le lingue una osservazione generale, che poscia, senza essere ripetuta, si andrà applicando da sè medesima in tutto il processo della mia narrazione.
La distinzione che si è fatta sempre, e che si continua pur sempre in letteratura, di lingua e di idee è soggetta ad oscurità ed incertezza, e ad errori, come pure sono tutte quante le distinzioni di cose, le quali non si trovano mai disunite fra loro. Tale è nelle scienze fisiche la distinzione di forma e materia; – ma senza materia non vi sarebbe mai forma, e siccome la materia non può apparir mai a’ nostri sensi che sotto una forma qualunque, così ne viene di conseguenza che ogni ragionamento fatto da noi, ogni sistema coltivato mediante la distinzione di materia e forma crolla inevitabilmente da sè, perchè si fonda sopra nozioni astratte di cose che realmente non esistono se non sì strettamente connesse, che non si può separarle senza distruggerle; – e quindi ne devono risultare delle teorie ed applicazioni fallaci. Così pure nelle scienze politiche si distingue l’uomo in natura e in diritti naturali, e l’uomo in società e in diritti sociali. E dove cercheremo mai la nostra natura, e come potremo, almeno in parte, conoscerla, se non la guardiamo nello stato di società, in cui solo possiamo vivere, e da cui non potremmo dividerci senza rinunziare a tutti i piaceri, senza sopire tutti i bisogni, senza cangiar gli organi del nostro individuo, e perdere e dimenticare la facoltà del pensiero e della parola che unisce gli uomini più di tutte le altre specie d’animali che ci sieno note; senza riformare insomma la nostra essenza intrinseca ed immutabile, quella essenza che non è opera nostra, quell’ordine, quella necessità che sentiamo, ma che non sappiamo definire noi stessi? Come dunque distingueremo i liberi diritti dell’uomo in natura da’ legami dell’uomo in società? E quanto più s’è tentato di restituire all’uomo sociale i sognati suoi diritti naturali, tanto più gli scrittori ed i popoli, pascendosi di visioni, si trovarono avvolti nei mali che accompagnano i sogni di chiunque renunzia alla esperienza dei fatti. Così da questa distinzione di natura e di società, immaginata in tutti i tempi e paesi, ma celebrata in Francia più che altrove, e illustrata nel Contratto sociale di Rousseau, nacquero le teorie e le illusioni politiche, i sistemi e gli errori, i delitti e le sciagure che infamarono nel nostro secolo la Libertà, ed atterriscono anche i savi che più la bramano, e danno pretesto a’ governi d’imporre un sistema di perpetue catene all’Europa. – La filosofia, e quella specialmente che si chiama analitica perchè procede da divisioni e suddivisioni di parti, malgrado il suo metodo evidentissimo in apparenza ed esatto, s’inganna e conduce in inganno, appunto perchè guarda partitamente ciò che forma uno per sè stesso inseparabile, di modo che appena diviso nelle sue parti perde il suo tutto. Così nei ragionamenti morali de’ filosofi divide anima e corpo: ma chi vide mai anima quando non è unita al corpo? chi vide vivere il corpo senza l’anima? Divideteli per ipotesi: e come mai coglierete esattissimi i punti di tal divisione? e quali sono gli attributi di una metà che fugge all’analisi, e quelli dell’altra che disgiunta perde ogni vita? Quindi le tenebre metafisiche e le battaglie da ciechi, appunto perchè non consideriamo le cose in quell’unico stato in cui la natura le riproduce, perchè facciamo astrazioni che stanno nel nostro cervello, il quale, senza conoscere perchè e come pensi, crede ad ogni modo di pensar bene: così si perde anche la cognizione e l’uso di quelle poche verità che l’esperienza continua de’ fatti potrebbe sempre somministrare. Le stesse fallacie, errori, controversie e sistemi ideali che l’artificiale divisione di cose naturalmente indivisibili produce nelle speculazioni fisiche della politica. e nella morale, sono appunto le stesse fallacie, gli stessi errori, le medesime controversie e gli stessi sistemi riprodotti dalla divisione che sempre s’è fatta, e non dappertutto, ma certamente in Italia, di lingua e di pensieri: e la solenne sentenza che i nostri critici pronunciarono da più secoli su i libri divide sempre scrupolosamente il merito d’un autore, come pensatore e come scrittore; onde giornalmente si ode pronunziata gravemente da uomini dottissimi la contradizione: il libro è ottimo, ma è male scritto, – o: il libro è ottimamente scritto, ma è sì cattivo che non si può leggere. I fatti che ora anderò esponendo somministreranno le chiavi a conoscere le occulte cagioni e i tristissimi effetti di questa assurdità.
Una lingua comune comincia a essere letteraria quando incomincia ad essere scritta, e scritta in modo che sia intesa da tutta una nazione; e allora gli scritti si diffondono necessariamente sopra tutta la superficie di quel paese, e si conservano da’ contemporanei e da’ posteri. Però la lingua propriamente, chiamata Italiana non può considerarsi letteraria, se non se dal secolo XII, cento anni circa prima che Dante scrivesse. Infatti, quanto fu scritto un secolo innanzi Dante s’intendeva allora, e si intenderebbe anche oggi più o meno da tutti gli Italiani; – ma poichè la nazione, o per parlare più generalmente, le popolazioni delle differenti provincie d’Italia esistevano anche per le tenebre più fitte del medio evo, certo è che parlavano e s’intendevano fra di loro; e benchè non possedessero lingua letteraria, avevano ad ogni modo una lingua. Certo dunque dev’essere che da questa lingua parlata, fra il VI e il XII secolo in Italia, sia di necessità derivata la lingua che poi fu scritta e diventò letteraria.
Ma quale fosse quella siffatta lingua parlata fra’ sei secoli della barbarie fu ed è una quistione che occupò per i sei secoli seguenti tutti gli eruditi e gli antiquarj italiani, e che gli occuperà forse per altri sei secoli, e rimarrà pur sempre quistione. Rimane quistione, perchè gli eruditi vogliono fondare sistemi, e da un principio, forse giustissimo in sè, vogliono applicare le lor conclusioni a fatti che non possono conoscere, perchè quella barbarie ed il tempo gli han seppelliti per sempre; e gli antiquarj dall’altra parte, sdegnando non solamente i principj metafisici, ma anche gli assiomi generali incontrovertibili, perchè sono nella natura e nella storia del genere umano, vogliono decidere sì oscure quistioni su la testimonianza di monumenti ed autorità di documenti. Ma rari letterarj monumenti esistono del medio evo, mutilati in gran parte e spesso falsificati; onde la loro autorità è debolissima. E nondimeno sopra sì incerta testimonianza gli antiquarj si sono fondati in Italia su la quistione della prima formazione della lingua italiana, – come antiquarj d’altri paesi si fondano sopra poche medaglie, o alquante corrose iscrizioni, o vecchie pergamene per decidere materie che sono forse più rilevanti.
Quattro partiti letterarj, che se fossero armati sarebbero degenerati in fazioni, assordarono l’Italia con la disputa su l’origine della lingua. – I primi e più dotti volevano che la lingua italiana non fosse che il dialetto plateale che la plebe romana parlava fino nell’epoca più antica e più splendida di Roma; – e stabilirono le loro ragioni così.
È certo che i grandi oratori romani parlavano non romano ma latino, e gli autori scrivevano non romano ma latino; perchè il dialetto del popolo romano era volgare, pronunciato tronco, senza leggi esatte di grammatica, e come infatti ogni dialetto è parlato dal popolo in tutti i paesi. – Ma il popolo, soprattutto gli abitanti della campagna, conservarono sempre i loro usi antichi, le loro foggie di vestire ed il loro dialetto, di padre in figlio e di generazione in generazione: dunque la lingua del popolo italiano nel tempo della barbarie era la stessa che parlavasi a’ tempi di Augusto, e la stessa che discese a’ tempi di Dante.
Il fatto che la lingua latina fosse distinta da quella degli abitanti di Roma, e fosse una specie di lingua più letteraria che parlata, è attestato e illustrato assai volte da Cicerone, e soprattutto nella breve ed ammirabile storia critica che ei scrisse degli Oratori illustri di Roma. Ma l’altro fatto, che il popolo conservò per più di dodici secoli la sua lingua, è appoggiato più a congetture che alla storia. La storia al contrario e l’osservazione giornaliera ne accertano, che nulla cangia quanto il dialetto. In Italia dovea cangiare per il concorso d’infiniti diversi popoli settentrionali che la invasero, la spopolarono e la ripopolarono; ma dovea anche cangiare per la naturale tendenza che tutte le cose dell’universo hanno di alterarsi, e le lingue molto più, perchè la loro pronunzia si altera leggermente di secolo in secolo, di generazione in generazione, e forse anche di anno in anno, nella pronunzia; e l’alterazione della pronunzia fa mutamenti di suoni, e i mutamenti di suoni nelle parole vanno coll’andar del tempo ad accrescersi in guisa, che la lingua, se non si muta del tutto, si altera sì fattamente da parere diversa da quella che era pochi secoli addietro. – Il cangiamento di pronunzia essendo impercettibile a’ contemporanei, accade senza lasciarsi osservare; ma se si nota che in quasi tutte le lingue si scrivono più lettere che non si pronunziano in fatti, e che quelle lettere che ora si scrivono e non si pronunziano dovevano essere pronunziate, altrimenti non si sarebbero scritte, si ricaverà la conclusione che la pronunzia si altera insensibilmente in tutte le lingue. – E non vediamo che gli stessi caratteri della scrittura si alterano di secolo in secolo sì fattamente, che una mediocre esperienza basta a far distinguere i codici manoscritti di un secolo da quelli di un altro? Quanto più dunque non deve esser soggetta ad alterazione la pronunzia e la lingua, che è cosa vaga ed incerta di per sè, facile ad adottare espressioni straniere, parole nuove, per invenzione di arti forse, ed idee nuove? Anzi io credo che quante lingue si parlano sulla superficie della terra non siano originate che da un solo tronco, e che la loro diversità non sia prodotta che dalle diverse pronunzie, cagionate dalla diversità de’ climi, dalla mistura de’ popoli diversi fra loro, da nuovi costumi e dagli anni. Non ignoro che questa proposizione, che tutte le lingue derivino da una sola, può sembrare assai strana; ma o bisogna ammetterla, o adottare la congettura seguente: che il genere umano non sia a principio nato in una sola contrada, donde moltiplicandosi e diffondendosi sopra la terra, l’abbia popolata gradatamente; ma che sia nato in tutte le parti del mondo, e che abbia inventato lingue diverse. È congettura, al mio parere, più strana che il genere umano abbia pullulato tutto ad un tempo in diverse parti del globo; che le nazioni si sieno formate non da una origine unica e primitiva, ma da differenti origini, e che ciascuna nazione, così nata, per così dire, da sè, si sia formata una lingua tutta sua propria. Ma se invece si ammette che il genere umano originò a principio in una sola parte del globo; che moltiplicandosi e diffondendosi sulla terra gradatamente l’abbia popolata, come d’una sola famiglia si formarono prima tribù vaganti, e quindi città, e si distinsero nazioni, così di un solo scarsissimo dialetto primitivo si formarono lingue ed idiomi distinti. – Non venne dunque distrutta l’opinione, benchè acremente e lungamente sostenuta da uomini dotti, che la lingua italiana sia, con pochissima differenza, la lingua parlata della plebe romana.
Un secondo parere che la lingua italiana derivasse dagli Aramei popoli della Caldea era sostenuto specialmente da alcuni antiquarj fiorentini, i quali ammettevano che una gran parte di parole era di origine latina, ed un’altra era teutonica, per l’anteriore dominio de’ Romani, e poi de’ popoli settentrionali in Toscana; ma contendevano ad un tempo che il fondo primitivo della lingua era arameo. Essi si fondavano, parte sopra etimologie di un gran numero di parole siriache, che que’ dotti dicevano di trovare tuttavia viventi nella lingua toscana; e parte sopra erudizioni di autori, come Beroso e Sanconiatone, dei quali non sono mai esistiti che i nomi; i quali avevano lasciato scritto che una colonia di Caldei avea navigato il Mediterraneo, e s’era stabilita antichissimamente in Etruria, donde non era mai ritornata, e che vi fondò una nazione, e vi portò riti religiosi e l’arte degli augurj e delle divinazioni; riti ed arti che infatti i Toscani portarono poscia a Roma, e l’origine de’ quali era da’ Romani stessi assegnata a’ Caldei. Ed io credo la Toscana sia stata popolata un tempo da tribù d’avventurieri che navigarono sia dall’Egitto, sia dall’Arabia; e principalmente lo desumeva già da quella forte aspirazione peculiare a’ Toscani, segnatamente a’ Fiorentini, ed ignota a tutto il resto d’Italia ed anche dell’Europa, dagli Spagnoli in fuori, la quale chiamano gorgia; e ognuno sa che pronunziano hasa, haro, harrozza, invece di casa, caro, carrozza, come pur fanno tutti gli altri Italiani; e questa profondissima aspirazione gutturale è propria a molti, agli Egiziani ed a tutti gli Arabi, ed alle lingue che si propagarono dall’Arabia. Anzi, questa opinione era per me quasi certezza finchè venni in Inghilterra, dove trovai il teta greco pronunziato appunto come in Grecia, benchè scritto col th come scrivevasi da’ Latini, per indicare parole derivate dal greco, benchè essi non lo potessero mai ben pronunziare; nè io so che sia distintamente pronunziato se non dagli Inglesi; onde, se l’aspirazione gutturale de’ Fiorentini bastasse a indicare la loro origine arabica, l’aspirazione dentale del teta basterebbe a indicare l’origine greca de’ Britanni: così il primo assurdo mi trascinerebbe al secondo e a molti altri.
Ma anche supponendo i Fiorentini discendenti dagli Arabi, non ho mai creduto che la loro lingua fosse altro che una modificazione di quella che parlavano sotto a’ Romani; – senza però arrendermi ad alcuna delle altre due opinioni che, difese da due opposti eserciti di dotti di gran fama per i lor capitani, sostenevano, gli uni che la lingua italiana fosse derivata dal dialetto siciliano, e gli altri che fosse derivata dal dialetto provenzale. – La prima opinione era stata pronunziata da Dante, e la seconda dal Petrarca; e l’autorità di testimonj sì competenti, e di sì grandi nomi accresceva l’accanimento de’ due partiti.
Dante peraltro e Petrarca potevano errare anch’essi; nondimeno l’uno e l’altro avevano proposta la congettura la più ragionevole; e quando i letterati, specialmente italiani, non si compiacessero di tutte le occasioni per prolungare le loro battaglie e i loro trionfi di penna e di grida accademiche, e soprattutto di funeste e vilissime animosità provinciali, le due opinioni di Dante e Petrarca, benchè diverse, potevano, col ravvicinarle, condurre alla verità.
Il dialetto Siciliano e Provenzale, e il Catalano, e quel di Linguadoca, e quel di Toscana, e degli altri popoli d’Italia, e di molte parti dell’Europa meridionale, non derivarono l’uno dall’altro, nè prevalsero l’un dopo l’altro; ma erano tutti contemporanei, ed erano tutti nati quasi ad un tempo, e si modificarono l’uno per mezzo dell’altro al tempo del lungo dominio de’ Romani in Europa. Allora ogni popolo si chiamava romano, ed ogni dialetto d’ogni provincia si chiamava romanzo, o lingua romanza. – I Greci stessi che, per la traslazione dell’impero in Costantinopoli e per i primi padri della Chiesa scismatica, scrissero in greco, conservando fra bene e male la loro lingua e la loro letteratura, adottarono nondimeno tante parole da’ Romani, che la loro lingua fu allora, ed anch’oggi è nominata romeiki, e dagli Inglesi romaica. E chi analizzasse questa lingua romaica, vi troverebbe infinite parole della barbara latinità del medio evo; – come pure avviene nella lingua inglese, la quale, al dire d’autori che ne scrissero ex professo, e d’uomini dotti co’ quali ne ho tenuto discorso, quantunque composta di molte lingue diverse, il maggior numero delle sue parole l’ha dal latino. – Vero è che molte sono state introdotte dalla Francia, ma per qualunque via sianvi approdate, non sono meno latinismi; e per quanto altri sia di parere diverso, io fermamente credo che la più parte, e segnatamente i verbi, sieno state introdotte in Inghilterra nel medio evo dalle colonie militari romane. Così i nomi grace, elegance, che non hanno cambiato quasi ortografia e appena si sono alterati nella pronunzia, gratia, elegantia in latino; grazia, eleganza in italiano; grace, élégance in francese; grace, elegance in inglese, sono d’introduzione più tarda e appartengono al secolo di cui parliamo: – i verbi extraho, extractum, – strech’d, exert, to screw, ecc., sono di antichissima introduzione, e divenuti di suono sassone e settentrionale.
Questa lingua barbara derivata dalla romana e chiamata allora ed anch’oggi romanza, ed esistente vivissima in alcuni paesi, aveva sotto il lungo dominio de’ Romani, e le perpetue colonie militari, abolite, se non estinte, le diverse lingue nazionali de’ popoli, – come la lingua inglese d’oggi ha fatto e farà sempre più dimenticare i dialetti parlati dagli antenati nella Scozia, nell’Irlanda e nel paese di Galles: – e come avviene nell’inglese parlato oggi dagli Scozzesi e Irlandesi. Ma la lingua romana, adattandosi agli organi de’ popoli di differenti climi e d’abitudini e lingue diverse, la lingua romanza, quantunque in sostanza la stessa lingua, divenne modificazione apparentemente diversa in ogni provincia d’Europa.
Di questi dialetti rimangono documenti scarsissimi, perchè la lingua letteraria continuava ad essere pur sempre la latina, barbaramente scritta, e nella quale si pubblicavano le leggi, i decreti, gl’istrumenti legali; e quel poco che i maestri potevano insegnare lo dettavano in latino, – primamente perchè, fintanto che i Romani dominarono, vollero che nelle faccende pubbliche la loro lingua fosse anche intesa da tutti i loro sudditi; – in seguito perchè nell’invasione de’ barbari il clero rimase erede degli avanzi della giurisprudenza, della legislazione, e della lingua latina, e nessuno sapea scrivere fuorchè il clero; e finalmente perchè i popoli settentrionali generalmente doveano servirsi d’una lingua nella quale le leggi erano scritte, e che se non intesa dal popolo, era pure interpretata da’ legali e da’ maestri delle scuole, da’ preti, da’ monaci e da’ vescovi, che in quasi tutta l’Europa d’allora ottenevano una grande preponderanza.
Pur la quistione sarebbe rivolta in congettura, se in questi ultimi anni un letterato italiano, che da pochi mesi non vive più, non avesse con somma industria e con eguale imparzialità raccolti ed esaminati quanti avanzi scritti rimanevano della lingua romanza anteriori al secolo di Dante. Egli, paragonandoli l’uno all’altro, riescì a convincere sè medesimo ed i suoi lettori che quegli scritti, benchè di diversi paesi d’Italia, e talvolta anche di diversi popoli d’Europa, quantunque differissero nella terminazione delle parole, e in alcune varietà di sintassi, erano nondimeno composti degli stessi vocaboli, e con la stessa legge grammaticale; cosicchè tutti possono con pochissime alterazioni essere letteralmente tradotti nella lingua italiana d’oggi.
Gli Italiani, e soprattutto i Fiorentini, conservarono più gran numero di voci latine, sì perchè continuavano ad abitare il paese dove la lingua latina era stata la lingua nazionale, e dove era la sede de’ pontefici e della gerarchia ecclesiastica che continuavano a servirsi del latino, e a pronunziare i vocaboli della lingua romanza men corrotti che dagli altri Italiani; sì perchè la Toscana fu meno che altro paese d’Italia sotto il diretto governo de’ conquistatori settentrionali, e gli organi de’ suoi abitanti avvezzi a pronunziare le parole intere, lunghe e rotonde alla latina, erano stati preservati nella stessa abitudine, parte dalla bellezza del clima, e parte dal poco commercio co’ popoli del nord.
Molte parole nondimeno delle lingue teutoniche restarono alla lingua letteraria italiana; e v’è un criterio sicuro per distinguerle. Rare, se pur ve n’ha alcuna, riguardano la vita domestica e gli usi comuni della vita, che non sieno latine; ma le parole appartenenti a cose di guerra o titoli militari sono teutoniche, e sottentrarono a quelle de’ Romani. Così brando, elmo, invece di ensis o gladium, e galea; marciare, marescalco, invece di proficisci o procedere, e Dux; e, per lasciare altri esempj, invece del latino bellum dissero guerra da war, donde venne il nome de’ Germani di Warman. Lo stesso avvenne, benchè più tardi, per altri oggetti in Inghilterra, e fu al tempo delle conquiste normanne; perchè le voci esprimenti bue, vitello, porco, agnello, montone, ed altre necessità della vita somministrate dall’agricoltura, restarono sassoni nella campagna; ma i soldati andando a comprare queste cose al mercato, o forse anche il conquistatore avendo imposta una tariffa prevalendosi della propria nomenclatura, restavano alla cucina i nomi franco-romanzi di veal, beef, mutton.
Come la lingua italiana abbia troncate e modificate le terminazioni della latina, e sia ricorsa agli articoli, non è difficile a intendersi. Sino al secolo XII tutte le provincie italiane parlavano la lingua romanza più o meno modificata nella pronunzia, secondo il genere di organi loro naturali, e più o meno arricchita di parole forestiere, secondo che era stata generata da diverse nazioni forestiere, e il contatto e il commercio che aveva tenuto con esse. Così i Napoletani e Siciliani non hanno quasi parole di origine teutonica, e ne hanno di arabiche e di normanne; – i Genovesi, e più ancora i Veneziani, che navigavano in Grecia e sulle coste dell’Affrica, hanno molte voci di origine greca, ed alcune di origine arabica, che sono poi passate nella lingua Toscana, e in tutte le lingue d’Europa; come fra le altre: ammiraglio, in inglese admiral – arzanà, come Dante lo scrive, e darzena come lo pronunziano i Genovesi, ed arsenal, come oggi è proferito da’ Veneziani; e in italiano scrivesi arsenale, e arsenal in inglese. Onde il dottore Johnson a torto lo chiamò vocabolo d’origine italiana, quando è pretto affricano; se non che pare che il dottore Johnson non abbia giudicato le etimologie e derivazioni delle voci esser degne del suo studio: ma, se di tanto uomo è permesso di dire meno che lodi, egli avrebbe fatto da savio disprezzandole e tralasciandole affatto; pure avendole ammesse nel suo dizionario senza degnarle di esame, pare che egli disprezzasse anche i suoi lettori.
Nel duodecimo secolo, quando si cominciò più o meno a scrivere la lingua romanza, gli Italiani cominciarono a chiamarla volgare per distinguerla dalla latina, e il nome di romanza restò alla provenzale, che fu chiamata anche linguotta.
Ma la Provenza aveva avuto una corte e principi e gli uomini più distinti d’Europa, e alcuni negli ultimi tempi delle Crociate, molto innanzi che l’Italia si fosse affatto riscossa dal giogo teutonico: però quella lingua fu scritta innanzi della italiana, e diventò letteraria; cosicchè Brunetto Latini maestro di Dante, volendo scrivere più per la gente educata che pei letterati di professione, e non essendovi a’ tempi suoi nè molti scrittori, nè molti lettori di lingua italiana, s’appigliò a scrivere il suo trattato di Rettorica e Filosofia in lingua romanza, chiamata provenzale, perchè era intesa da tutti.
Ma la poesia che precede la prosa in tutti i paesi, e più in climi ed età dove regnano le immaginazioni e le passioni, era stata coltivata in lingua romanza, chiamata siciliana, cinquanta anni innanzi di Dante, secondo il suo proprio computo; e i poeti siciliani incominciarono a ridurre la lingua italiana al grado di letteraria. Quindi le due asserzioni di Dante e di Petrarca, asserzioni che divisero e divideranno per lungo tempo i grammatici antiquarj, si accordano mirabilmente; perchè molte lingue romanze italiane, senza essere formate dalla provenzale o dalla siciliana, esistevano contemporaneamente; e quando di queste differenti gli scrittori cominciarono a farne una sola generale ed intelligibile a tutta l’Italia, spogliandola de latinismi, de’ francesismi e de’ plebeismi, ritennero tutte le parole utili e le frasi eleganti che appartenevano tanto alle lingue romanze di Francia, quanto a quelle d’Italia e di Sicilia.
Nè Dante e Petrarca allegarono un’opinione differente su questo proposito con l’intenzione di decidere della origine della lingua: – questi due Poeti non alludevano che ai Trovatori, come allora si chiamavano gli scrittori di rime, che oggi si onorano col titolo di Poeti. Senza intendere di decidere un punto d’antichità, Dante affermava agli Italiani che dovevano coltivare la loro lingua materna, scriverla invece della latina, e non arricchire di opere la Francia, componendo in dialetto romanzo-provenzale, ma scegliere piuttosto il dialetto romanzo-siciliano, che era men aspro, più pieno di vocali e più vicino e conforme agli organi ed alla pronunzia degli Italiani, e in conseguenza più intelligibile; ma che per altro non bisognava adottare nessun dialetto romanzo particolare, ma combinare il meglio di tutti e formare una lingua universale a tutta l’Italia. E Dante diede i precetti e l’esempio; ed oltre il suo poema e le rime, scrisse in prosa italiana de’ trattati ammirabili per la lingua, e di tale stile stampandoli, che con pochissime alterazioni d’ortografia parrebbero scritti oggi. Il Petrarca al contrario non ha mai considerato la lingua italiana come capace di trattare soggetti in prosa: scrisse seriamente e gravemente per ambizione di fama opere in latino, nè mai scrisse in italiano se non in versi per descrivere la sua passione; e anche egli, come Dante, si formò una lingua tutta sua propria, scegliendo e combinando i più eleganti ed espressivi ed armoniosi vocaboli ed idiomi, da molti e varj dialetti romanzi sì Italiani che Francesi. – Ma tanto Dante che Petrarca, avendo succhiato il loro dialetto paterno col latte di madri e nudrici fiorentine, dovevano necessariamente avere il dialetto toscano per fondo della loro lingua italiana scritta; pure non ne ritennero, per così dire, che l’ossatura, perchè col potere del loro genio ciascuno de’ due si creò una lingua nuova. Quella di Dante è più originale e più italiana, sì perchè fu il primo, e sì perchè aveva ricavati i materiali del suo stile da varj dialetti d’Italia; e quella del Petrarca è più elegante e più raffinata di frasi, sì perchè egli, essendo venuto dopo, perfezionò molti modi di lingua introdotti da altri, ed essendo stato educato da giovinetto in Provenza dove abitò lungamente, ed amò, e scrisse le sue poesie amorose, si servì più che Dante d’idiomi del romanzo provenzale, e diede ai trovatori Provenzali il merito, forse vero forse non vero, di avere introdotto non la lingua, ma i metri delle poesie italiane; ed in questo particolare vedremo che si ingannò, perchè la forma del sonetto fu trovata in Sicilia, e la forma della canzone lunga è tutta d’invenzione Toscana. Questi due grandi uomini, e il Villani loro contemporaneo, ed altri storici, e poscia il Boccaccio contribuirono grandemente alla diffusione e popolarità del dialetto toscano in Italia, e al fondamento della lingua letteraria italiana. Ma, anche senza questi grandi scrittori, il dialetto toscano aveva acquistato da sè qualità che lo rendevano migliore di tutti gli altri dialetti italiani. Aveva, come si è detto, più numero di parole latine ed indigene, per così dire, all’Italia e più confacentisi a una lingua letteraria; aveva col numero dei vocaboli conservata più rotondità di pronunzia. Avevano i Toscani, e l’hanno tuttavia i Fiorentini, i Pistojesi e Sanesi fra gli altri, una corretta modulazione naturale di suoni nell’esprimere le parole. La repubblica di Firenze era democratica: il genere umano in tutti i paesi è destinato a essere strascinato per le sue lunghissime orecchie; ma ne’ paesi liberi e dove il popolo fa leggi, i suoi conduttori devono essere eloquenti. – E col parlare continuo in pubblico, gli uomini creati dalla natura per essere eloquenti diventano oratori, ed arricchiscono e perfezionano la loro lingua. Finalmente, per un singolare concorso di circostanze, ogni padre di famiglia in Firenze teneva un registro domestico di quanto accadeva nella sua casa: e siccome dal più ricco al più povero tutti si credevano membri non solo della foro famiglia, ma anche della repubblica, tutti ne’ loro diari mescevano le faccende pubbliche; cosicchè, esercitandosi a parlare in pubblico e scrivere di cose importanti, la lingua acquistava perfezione, esattezza, e colore. Molti di questi manoscritti furono pubblicati, e sono davvero tesori di lingua, di composizione, e di storia. Leggendoli, il grammatico si maraviglia della correzione della sintassi nell’elocuzione; – il critico non sa come spiegare quella spontanea, secreta e tanto più potente arte ed ordine di stile; – e lo storico vi trova particolarità e date e riflessioni politiche che sarebbero sfuggite anche al genio d’Erodoto e di Tacito. A questo esercizio di facoltà naturali aggiungevasi il profitto che ritraevano dal tradurre gli scrittori latini, e quasi sempre in prosa – spesso non intendendoli perfettamente; ma le traduzioni de’ classici serj, comunque siano fatte quanto alla fedeltà, servono mirabilmente a portare varietà, novità, abbondanza e nobiltà ad una lingua, soprattutto se la lingua è vivente e docilissima agli innesti. Tale è il carattere generale degli scrittori fiorentini, durante il secolo illustre per Dante, Petrarca e Boccaccio; nel qual tempo, per un fenomeno di cui io non ho mai udito, nè ho mai saputo trovare la spiegazione, in nessuno di quelli scrittori fiorentini, molti de’ quali artigiani, e le opere de’ quali si trovano tuttavia manoscritte a centinaia, non è una sola inesattezza grammaticale, mentre nelle rarissime lettere che Petrarca scriveva in fretta in italiano, alle volte non v’è grammatica.
Ma la lingua italiana non rimase in questo stato di prosperità più d’un secolo; poichè poco più di trenta anni dopo la morte del Boccaccio, non vi fu, per così dire, più nè scrittore, nè lingua. Tutti gli uomini si vergognavano di scrivere in altra lingua fuorchè in latino; e fra l’anno 1400 e l’anno 1480, in cui comincia l’epoca celebre di Lorenzo de’ Medici, appena troviamo tre o quattro scrittori che meritino d’essere studiati per la correzione. Fra l’altre ragioni che si paleseranno da sè, allorchè il corso di queste letture ci condurrà a quell’epoca, ve n’è una non osservata, ch’io mi sappia, da quanti trattarono la storia della letteratura italiana; ed è, che i padri e i maestri, per favorire lo studio del greco e del latino, proibivano non solo lo scrivere in italiano, ma lo studiare gli autori più celebri della loro patria. Il Varchi, che era giovinetto verso la fine dell’epoca di Lorenzo de’ Medici, scrive ciò ingenuamente di sè e del suo maestro nell’Ercolano; ed io citerò le sue parole: «Quando il Magnifico Giuliano fratello di papa Leone era vivo, che sono più di quaranta anni passati, . . . . . la lingua fiorentina, come che altrove non si stimasse molto, era in Firenze per la maggior parte in dispregio; e mi ricordo io, quando era giovanetto, che il primo e più severo comandamento che facevano generalmente i padri a’ figliuoli, e i maestri a’ discepoli, era che eglino nè per bene, nè per male non leggesseno cose volgare (per dirlo barbaramente, come loro); e maestro Guasparri Mariscotti da Marradi, che fu nella gramatica mio precettore, uomo di duri e rozzi ma di santissimi e buoni costumi, avendo una volta inteso, in non so che modo, che Schiatta di Bernardo Bagnesi e io leggevamo il Petrarca di nascoso, ce ne diede una buona grida, e poco mancò che non ci cacciasse della scuola.»

DISCORSO SECONDO

EPOCA SECONDA
DALL’ANNO 1230 AL 1280

I poeti siciliani furono contemporanei, o non molto posteriori, e più celebri dei trovatori lombardi; e la lingua letteraria, benchè presentita ne’ differenti romanzi provenzali usati dagli antichissimi rimatori in Italia, non cominciò a risuonare se non nel dialetto romanzo de’ Siciliani; nè fu nobilitata da grandi scrittori, se non dopo che il dialetto Siciliano fu innestato nel dialetto romanzo de’ Toscani. I trovatori in Italia furono sempre pochissimi, e taluno d’essi era nato a Genova, tal altro in Torino, altri in Milano, in Mantova e in Ferrara e in Venezia; ma nessuno era siciliano nè fiorentino. L’unica allusione a un Toscano che sapesse di provenzale s’incontra in una raccolta di novelle antichissime, dove un cavaliere andò a chiedere una grazia al re Carlo: non perciò appare dalla novella che il Fiorentino fosse poeta o scrittore, e non più che parlatore eloquente nel dialetto del Principe francese.(2) Bensì, fino dal primo sorgere de’ poeti siciliani e toscani, tutta l’Italia dimenticò i suoi trovatori in guisa che la loro fama non rimase viva, se non in Provenza, dove il dialetto romanzo, che essi avevano usato, continuava ad esser popolare. Il più antico fra loro, e che dagli storici ed antiquarj è sempre chiamato Folchetto Marsigliese, era nato, per testimonianza di Dante, fra’ confini di Genova e della Toscana.(3) – Il Petrarca aggiunge che l’onore che il suo genio aveva procacciato al suo paese nativo era stato ereditato da Marsiglia; – e che egli, invecchiando, mutò studj e costumi, e aspirò a patria migliore(4). Infatti, dopo aver menato in gioventù la vita godente de’ trovatori, Folchetto fu convertito a pentimento dalla morte di una donna che egli amava e celebrava in tutti i suoi versi; ond’egli indusse sua moglie a far voto di castità in un monastero, ed ei co’ suoi figli si vestì da monaco, e morì vescovo e santo. Ma rari, se pur alcuni, fra i trovatori ottennero la celebrità di Sordello; – e quand’essi erano da principio cavalieri poeti, vivevano men noti all’Italia che ne’ paesi forestieri, dov’essi dimoravano qua e là nelle corti; finchè, divenuti poi rimatori e cantanti per arte, non passavano quasi mai di là dalle Alpi o dall’Appennino(5); e non approdavano molto in tempi, ne’ quali ogni città italiana tendeva alla democrazia; – e dopo la metà del secolo decimoterzo e la morte di Azzo VII d’Este, il più magnifico e l’ultimo de’ loro protettori, rare menzioni s’incontrano de’ loro nomi.
Con Sordello, il più antico di molti, cominciano e finiscono i nomi di quelli che in quel secolo ferreo contribuirono a fare incivilire con la letteratura la Lombardia. Molti scrittori hanno anticamente narrato di lui cose più convenienti alla poesia che alla storia; ma oggi non sarebbe più nominato, se il suo carattere, com’è rappresentato da Dante, non procurasse ammirazione insieme e amicizia per un uomo sì splendidamente dipinto da un poeta, il quale non è liberale di lodi. Dante, viaggiando nel Purgatorio, incontra l’ombra di Sordello, e così la designa:

Venimmo a lei: O anima Lombarda,
Come ti stavi altera e disdegnosa,
E nel mover degli occhi onesta e tarda!
Ella non ci diceva alcuna cosa:
Ma lasciavane gir, solo guardando
A guisa di leon quando si posa.

Ma quantunque l’Italia cominciasse a possedere una lingua letteraria e nazionale, le sue varie provincie e città non però cessavano – nè mai cesseranno – dal parlare dialetti stranamente diversi fra loro. Dante, che per arricchire la lingua andava scegliendo parole e frasi da tutti que’ dialetti, e gli esaminava con orecchio attentissimo, le trovò divise in quattordici provinciali, e suddivise in altrettante municipali, sì ch’ei disperò di potere accertarne il numero(6). Dai saggi che egli ne reca, pare che gl’Italiani nativi di differenti provincie non potessero bene intendersi fra loro. Nè la diversità e il numero de’ dialetti italiani è minore a’ dì nostri. Sappiamo per prova che nè un Napoletano illetterato intende un Milanese, nè un Torinese un Bolognese; nè quattro uomini educati, ognuno de’ quali fosse nativo in una di quelle quattro diverse provincie, potrebbero conversare senza frantendersi, se non usassero fra di loro un certo italiano ibrido, che, partecipando pur sempre del dialetto provinciale di chi lo parla, assume ad ogni modo le desinenze e la grammatica della lingua letteraria della nazione; e questa lingua nazionale, benchè non sia parlata nè bene nè male dal volgo, è nondimeno più o meno intesa anche dall’infima plebe. Abbiamo già accennato che una siffatta lingua comune dovea esservi anche allora, e fra poco ne daremo le prove: ma non era ancor letteraria. Primi i Siciliani ridussero il loro dialetto nativo a lingua scritta e popolare ad un tempo: ma benchè non l’usassero come lo udivano uscire dalle labbra del popolo, tuttavia non lo alteravano in guisa che non si vedesse che apparteneva propriamente ai nativi di quell’Isola: ad ogni modo era molto diverso dal provenzale, e più grato e più intelligibile a tutta l’Italia. – Infatti, mentre la poesia de’ trovatori lombardi cadeva in perpetua dimenticanza, quella di Sicilia fioriva in guisa, che siciliano e italiano si trovano negli autori di quel paese adoperati come sinonimi(7). Che se poscia Firenze, più che la Sicilia, ottenne la gloria d’aver contribuito principalmente a stabilire la lingua letteraria della nazione, il merito è dovuto non solo a’ suoi grandi scrittori che spettano all’epoca successiva, ma ben anche e forse molto più alle cause seguenti: – al dialetto de’ siciliani; – al latino scritto dal clero romano; – alla lingua francese; – ma soprattutto al regno di Federigo II in Italia.
In quanto a’ Siciliani, anch’essi nel corso de’ secoli del medio evo parlavano la lingua romanza; ma avevano assai prima d’allora innestato il latino sul greco che era la loro lingua patria, e che con l’affluenza e soave modulazione delle sue vocali comunicò al dialetto de’ Siciliani una tradizionale melodia di pronunzia. Quindi il dialetto che parlano anco a’ dì nostri è fluidissimo di vocali. La strofetta seguente di un Siciliano morto prima del 1200(8) lascia sentire, per la moltitudine delle vocali e la scarsezza delle consonanti, una grande affinità alla lingua italiana d’oggi, e molta più melodia che in certa canzonetta provenzale di Federigo I suo contemporaneo.(9)

Rosa fresca aulentissima
C’appari inver l’estate,
Le donne te desiano
Pulcelle e maritate.

Chi togliesse il latinismo oggi fuor d’uso, e che il poeta siciliano, per amore delle vocali, invece di olentissima pronunziava aulentissima, e se invece di c’appari si scrivesse che appari, nessuno mai crederebbe che questi quattro versetti non fossero di un qualche poema moderno. Questa ed altre poesie posteriori furono imitate dai primi poeti toscani; e forse l’affluenza delle vocali nel dialetto siciliano operò sì che tutte le parole, le quali nella lingua latina e in tutti i dialetti e le lingue da lei derivate terminavano in consonanti, terminassero, nella lingua letteraria italiana, in vocali. Il latino panis – in spagnuolo pan – in francese pain – odesi in quasi tutte le provincie settentrionali d’Italia pronunziato tronco, ma non vedesi mai scritto in tutta l’Italia (fuorchè talvolta in poesia) se non pane; nè v’è parola italiana che non ammetta la medesima osservazione.
La lingua de’ conquistatori romani, che, come nel precedente Discorso abbiamo accennato, predominava a principio scritta insieme e parlata in tutte le regioni soggette al loro Impero, cominciò fin da’ primi tempi del medio evo a dividersi in latino scritto, chiamato curiale ed ecclesiastico, ed in latino parlato, chiamato romano rustico e poscia romanzo. Questa divisione continuò per oltre cento anni anche dopo l’epoca che ora andiamo osservando. Bensì nel corso di que’ dodici secoli il latino si alterava di meglio in peggio e di peggio in meglio sotto la penna degli scrittori, senza mai perdere le sue primitive sembianze. Ma il romanzo alterandosi con la pronunzia che gli anni cangiano gradualmente in tutte le lingue parlate, ed innestandosi ne’ linguaggi di tante differenti nazioni alle quali era comune, andò continuamente assumendo forme, suoni, significati e sintassi sempre più dissimili dalla lingua latina; si divise in dialetti infiniti, sinchè i dialetti provinciali e municipali si ricongiunsero a creare in ogni nazione una lingua letteraria, distinta dalle altre nate e cresciute dalla stessa origine e nel medesimo modo.
Sì fatte metamorfosi non appariranno fenomeni a chiunque non perderà mai d’occhio il principio generale da noi stabilito, perchè deriva dalla storia di tutte le lingue, e che non cesseremo d’applicare, perchè è principalmente efficace a farci conoscere i primordj, i progressi, le vicissitudini e lo stato attuale della italiana letteratura; – ed è: che le lingue si trasformano e si moltiplicano unicamente per mezzo della pronunzia. Il romano rustico essendo più parlato che scritto, il suono di ogni sua parola si cangiò in varie guise a norma degli organi e de’ linguaggi anteriori di ciascun popolo: onde il latino presbyter divenne prevete- prêtre- prete – priest; e la sua origine, benchè non possa più omai rintracciarsi oltre al PRESBIS de’ Greci, deve essere certamente molto più antica. – Al contrario, se una lingua è più scritta che parlata, s’imbarbarisce per neologismi, per durezza di costruzioni, per ineleganza d’idiotismi e per assoluta povertà di native grazie spontanee. Tuttavia, non soggiacendo al potere arbitrario impercettibile e invisibile delle pronunzie popolari, serba perpetuamente le sue prime forme. Il latino curiale ed ecclesiastico scritto e letto sempre, ma pronunziato di rado nel medio evo, si guastava, ma non però trasformavasi; perchè ogni sua parola era fedelmente seguita con obbedienza passiva dall’occhio de’ lettori, e gli scrittori per riconoscerla preservavano scrupolosi la medesima ortografia. La parola presbyter infatti era un barbaro neologismo ignoto agli autori classici, e cominciò ad essere usato nel terzo secolo da’ Padri della chiesa, quando la religione cristiana introducevasi quasi contemporaneamente in tutti i dominj romani: pur nondimeno d’indi in qua continuò ad essere scritto ad un modo, e inteso da chiunque sa di latino. Ma le pronunzie dissimili de’ varj popoli le quali si divisero il romano rustico in dialetti infiniti, e che poi dagli scrittori furono ridotti in più lingue letterarie, fecero sì che ogni parola, benchè derivante dalla medesima origine, non potesse allora essere intesa, fuorchè nel luogo dove ogni dialetto diverso era parlato dal popolo. Quindi le parole medesime che nei libri scritti in latino ecclesiastico e curiale giunsero fino a noi perpetuamente immutabili, erano nel latino rustico e ne’ suoi mille dialetti romanzi modificate e moltiplicate nelle varie pronunzie popolari di generazione in generazione; e furono tramandate a noi così travisate che, quand’anche serbano il loro preciso antico significato, non possono raffigurarsi come modificazione di una sola parola, se non da chi sa molte lingue viventi. Infatti un uomo letterato tedesco, che sapesse tutte le lingue antiche e nessuna moderna, potrebbe egli intendere che il prevete de’ Grigioni, il prete degl’Italiani, il prêtre de’ Francesi, e il priest degl’Inglesi sono pure tutte derivazioni direttissime, e serbano l’esatto significato del vocabolo presbyter? Ed oggi pur fra l’Italia e la Svizzera, dove alcuni alpigiani parlano un italiano antichissimo, ed altri un dialetto romanzo forse più antico, i pastori di due valli vicine difficilmente s’intendono fra loro senza un interprete.
Vero è che in tutti i tempi in ogni parte della terra le città e le provincie riunite sotto le medesime leggi, o costituite da naturali confini e dal clima in una sola regione, benchè parlino dialetti differentissimi, si formano sempre una lingua comune, composta di quelle parole che, appartenendo a tutti i dialetti di quella contrada, riescono più o meno intelligibili a tutti i suoi abitatori. Ma siffatta lingua rimansi poverissima, incerta e soggetta a rapidissime trasformazioni sino a tanto che non sia ripulita, arricchita e preservata dagli scrittori. La Francia meridionale e settentrionale, la Sicilia e l’Italia non lasciano travedere orma veruna di lingua nazionale per tutti quei secoli, ne’ quali quel poco che si scriveva in quelle regioni era scritto barbaramente in latino. I loro mille dialetti popolari s’andavano alterando, e sempre più dividendo e intricando ad un tempo, finchè la poesia cominciò in ciascuna di quelle contrade, verso l’epoca delle Crociate, a giovarsi di tutti que’ dialetti, ad evitare ogni frase troppo provinciale e plebea, a nobilitare ogni idiotismo, a ridurre i suoni diversi, con cui ogni parola era proferita e storpiata in diverse città, ad una sola pronunzia uniforme, e così, per mezzo della scrittura e della ortografia, renderla certa e intelligibile a tutti; e allora i dialetti in ciascuna contrada si riunirono sotto la penna degli scrittori a comporre le tre lingue nazionali chiamate nel duodecimo e decimoterzo secolo lingua d’oc, lingua d’oui e lingua del sì.
Strane, come pur certamente devono parere a’ dì nostri siffatte denominazioni di queste tre lingue, giovano ad ogni modo ad accertare in che guisa derivarono tutte dalla latina, e come spesso le lingue derivate trovano nelle varie parole della madre lingua i significati necessarj che essa non poteva somministrare. I Romani, quegli imperiosi conquistatori del mondo, arbitrarj ed inesorabili nelle loro decisioni, assoluti e positivi nelle loro risposte, mancavano (chi il crederebbe?) della particella affermativa. Avevano il no; ma non avevano vocabolo esclusivamente appropriato a dir sì. I loro storici, oratori e poeti, per più eleganza e più forza, esprimevano l’affermazione positiva con due negative. Ma da’ loro comici e scrittori di dialoghi appare che nel discorso famigliare avevano ricorso ora al pronome hoc, ora ai verbi ajo ed est, or agli avverbj maxime, utique, ita, sic, imo, e siffatti; donde anco nel Vangelo di S. Matteo, a significare men vagamente il precetto «le vostre parole sieno schiette; dite sì o no», l’autore, o il traduttore fu costretto a scrivere: «Sit sermo vester: Est Est, Non Non.» Diciamo l’autore, perchè noi crediamo che il nuovo Testamento sia stato originalmente scritto in latino, e uno scrittore ci ha recentemente confermati in questa credenza con dottrine e argomenti, che, al nostro parere, non possono esser confutati. Nondimeno la questione di sua natura non ammette termini di conciliazione fra’ disputanti; e noi non l’abbiamo toccata se non perchè giova a illustrare il nostro soggetto, e aggiungere prove al fatto singolarissimo della varietà della particella affermativa fra popoli, fra quali le religioni, le colonie e le leggi romane e parecchi secoli di dominio avevano introdotta e stabilita la stessa lingua.
L’hoc (questo) prevalse nel mezzodì della Francia, e fu pronunziato e scritto oc; e nella Francia settentrionale l’utique (di certo) forse dapprima accorciossi in uti, come in tutte le lingue avviene ad ogni parola che è perpetuamente usata nel discorso; – poscia per la stessa ragione in ui; – e perchè i Romani pronunziavano, com’oggi pur fanno gl’Italiani, la u come l’ou de Francesi, la parola finì ad essere scritta oui. Finalmente il sic, (così), perdendo anch’esso una lettera, diventò sì, e si perpetuò come voce esclusiva di affermazione de’ Siciliani e degl’Italiani: quindi venne il nome alla provincia della Linguadoca; e il verso di Dante:

Del bel paese là dove ‘l sì suona

allude all’Italia.
La più celebre delle tre nuove lingue, e che fino dal secolo X era stata la prima a rallegrare di poesia e d’armonia le triste città dell’Europa, e a rammollire i duri costumi e le truci passioni di quella età, celebrando

Le Donne, i Cavalier, gli affanni e gli agi
Che ne invogliava Amore e cortesia,

è lingua oggi affatto perduta; e non che essere intesa, non è quasi più ricordata da’ popoli, fra’ quali i monarchi e i condottieri d’eserciti de’ loro antenati la studiavano e la scrivevano come necessaria a’ loro piaceri e alla loro gloria. Invece, la lingua d’oui e quella del sì, che le cedevano allora la preminenza, illustrarono la Francia e l’Italia; e non periranno, se non quando nuove rivoluzioni, nuove religioni, nuove invasioni di nazioni settentrionali o transatlantiche ricondurranno un altro medio evo in Europa, e l’empiranno di nuove lingue. Già sin dall’epoca che ora consideriamo, i Francesi e gl’Italiani contendevano fra loro per la superiorità della propria lor lingua, benchè fossero allora sorgenti; – e gli uni e gli altri si univano ad esaltarla sopra quella dell’oc, che nondimeno continuava ad avere poeti, e mantenere i suoi diritti di primogenita.
I Francesi allegavano ch’essi furono i primi a tradurre in lingua d’oui le storie de’ Troiani e de’ Romani e la Bibbia, e ad inventare le maravigliose favole del re Artù e de’ suoi cavalieri, e molte altre narrazioni e dottrine. – Gl’Italiani rispondevano che la lingua del sì nelle sue derivazioni aveva meno corrotta la pronunzia e la grammatica del latino; – che aveva minor numero di parole e frasi derivate dalle lingue settentrionali; – e finalmente che da’ versi de’ Siciliani e degl’Italiani appariva che la lingua del sì era la più armoniosa e poetica fra le sue rivali.
Or comunque sia, la nascente lingua del sì, nell’acquistar melodia dalla poesia siciliana, traeva vigore e precisione grammaticale dal latino ecclesiastico e curiale, che in Italia fu sempre men barbaro, e segnatamente nelle corti de’ papi, dove stranieri concorrevano ad impararlo

Me transtulit Anglia Romam
Tanquam de terris ad cœlum; transtulit ad vos
De tenebris velut ad lucem.(10)

Questo buon Inglese peraltro chiamava la Poesia col nome di Poetria, che in latino significò sempre Poetessa; e però la nuova Arte Poetica, ch’ei compose in versi, gli attirò meno discepoli dei precetti da lui scritti a preservare il vino; e fu sempre poi conosciuto sotto il nome di Gaufred de vino salvo. Ma i classici erano più intensi e imitati meno risibilmente anche fra le tenebre della barbarie dagl’Italiani. Un poema elegiaco latino, scritto verso la fine del secolo duodecimo da un autore toscano,(11) contiene, fra gli altri, questi versi:

Sim licet agrestis, tenuique propagine natus,
Non vacat omnimodâ nobilitate genus.
Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum,
Sed probitas vera nobilitate viget.

E altrove:

Dum Zephirus flabat, multis sociabar amicis;
Nunc omnes Aquilo, turbine flante, fugat.

Non è latinità classica questa, – ma non è gotica; ed è da considerare che il poeta era nato contadino, e che essendosi educato da sè, doveva aver trovato fuori delle scuole alcuni uomini, da’ quali egli potesse raccogliere gusto ed istruzione. E da questi appunto la lingua italiana cominciò ad essere scritta, e gradualmente animata dall’energia, e abbellita della eleganza e della rotondità della latinità classica, di cui non tutti i libri rimasero sotterrati; anzi, alcuni che allora esistevano, oggi si sono smarriti. Ma finanche la barbarie del latino, con che la Teologia, le Leggi e la Dialettica aristotelica erano insegnate nelle Università, cospirava al progresso della lingua letteraria italiana. Certamente il dizionario, la fraseologia di que’ professori sarebbero riesciti enigmatici agli scrittori del secolo d’Augusto: tuttavia le forme esteriori della lingua e le regole grammaticali che guidavano la sintassi di Cicerone non erano molto diverse da quelle, senza le quali il latino non può essere scritto mai. Infatti lo stile cattedratico delle Università del medio evo fu come l’anello intermedio fra il latino puro e l’italiano letterario; perchè le leggi grammaticali del latino, che s’appressava allo stato di lingua morta, rimanevano a governare le nuove forme e i suoni diversi della lingua nascente.
Ora a dimostrare quanto abbiamo di sopra indicato, che anche la lingua francese contribuì in quell’epoca ad arricchire l’italiana, bisognerebbe la esposizione di fatti che per la loro oscurità esigerebbero di essere circostanziati più che non è conceduto ai limiti d’un’opera periodica. Infatti, oltre alla comune origine del latino rustico, le due lingue avevano contratto strettissima affinità sino dal secolo ottavo, dopo che per le conquiste di Carlo Magno l’Italia fu lungamente dominata da principi ed eserciti francesi; e se la dinastia de’ Longobardi avesse continuato a regnare d’allora in qua, forse che gl’Italiani oggi avrebbero una lingua d’indole alquanto diversa. Certo è ad ogni modo che, mentre gli scrittori siciliani e toscani cominciavano a dar carattere proprio e nazionale alla lingua, e la sua sintassi si ordinava naturalmente sulle leggi certissime del latino, molta nuova ricchezza di parole, d’idee e di stile le veniva dalla Francia. I più antichi libri italiani sono traduzioni delle storie del re Artù, e delle imprese dei cavalieri erranti. I primi crociati che ritornarono in Europa furono francesi, e portarono nozioni di oggetti, di arti e di mille cose ignote a’ Cristiani, e per cui bisognavano nuove parole create primamente in Francia, e trapassate rapidamente in Italia. La poesia de’ trovatori, la vita cavalleresca, il lusso delle corti de’ principi e le corti d’amore in Francia avevano diffuso una qualche eleganza di sentire, di pensare e di scrivere fra gl’Italiani. Finalmente pare anche che le scienze diverse dalla Teologia, dalla Giurisprudenza e dalla Medicina potessero allora meglio spiegarsi in francese; e Brunetto Latini, fiorentino, come abbiamo già notato, scrisse la maggiore delle sue opere intitolata il Tesoro in lingua francese, perchè, dic’egli nella prefazione, «è la più dilettevole e più universale che tutti gli altri linguaggi.» Nondimeno l’originale di quest’opera rimase inedito sempre; ma due traduzioni italiane, eseguite da’ contemporanei dell’autore, accrebbero le idee, i vocaboli, i modi di dire della lingua; e pare che una di esse fosse tenuta in gran pregio per più di due secoli, poichè al primo introdursi dell’arte tipografica fu pubblicata in Italia.(12)
Tuttavia le cagioni enumerate sin qui, che cospirarono simultanee e potenti a creare la lingua, non avrebbero operato sì prospere, nè con tanta celerità, se l’imperatore Federigo II non avesse regnato in Italia. Nel corso di 400 anni che s’interpongono fra questo principe e Carlo Magno, la Storia non lascia vedere alcun monarca, se non forse Ottone I, il quale potesse liberare il genere umano europeo dalla ignoranza in cui stava ravvolto; e intanto Gregorio VII lo sottomise a’ ciechi demonj della superstizione e del fanatismo. Carlo Magno fu certamente maggiore; ma fu anche più fortunato, perchè ebbe sua federata e serva e mercenaria la Chiesa quando era ancora poverissima e debole; e fin d’allora, per non sottostare ai re italiani, che, quantunque di origine longobarda, erano nati per varie generazioni in Italia, i papi cominciarono ad incitare e santificare le invasioni straniere.
Federigo II aspirava a riunire l’Italia sotto un solo principe, una sola forma di governo e una sola lingua; e tramandarla a’ suoi successori potentissima fra le monarchie d’Europa(13); nè dopo l’emigrazione di Costantino e della sede imperiale sull’Ellesponto i tempi erano sembrati mai sì opportuni, se Federigo non avesse dovuto perpetuamente combattere contro i papi, allora più onnipotenti che mai, quando la loro scomunica bastava a giustificare la ribellione, il regicidio e il parricidio, ed imponeva ad ogni uomo di avventarsi contro i monarchi profughi ed esuli ne’ loro stessi dominj. Gli ecclesiastici allora che, quasi gli unici arbitri delle reliquie della letteratura e delle credulità del genere umano, continuavano ad esaltare Carlo Magno e le bolle de’ papi, appunto al tempo di Federigo dichiaravano che le favole di Turpino, donde il Bojardo e l’Ariosto trassero poscia i loro racconti, erano storie autentiche e vere.(14)
E intanto papi, cardinali, vescovi e preti e monaci e frati incominciavano, nè fino ad oggi hanno cessato, ad esporre alla esecrazione de’ popoli il nome di Federigo II colla taccia, che era – ed oggi è pur tuttavia – facile ed efficacissima, d’ateismo. Quindi non v’è storico italiano che d’allora in poi, o per sincera aderenza alla Chiesa, o per terrore del Santo Ufficio, non abbia più o meno o dissimulato i meriti, o malignato il carattere, o insultato alle calamità di quel monarca e de’ suoi figli e de’ suoi nipoti: ad uno di essi fu mozzato il capo dal carnefice, e il cadavere dell’altro fu disotterrato, e le sue ossa disperse.
Ma finchè Federigo e i suoi figli vissero, nè le guerre perpetue, nè le domestiche sciagure li distolsero mai dal favorire e coltivare le lettere; e se non avessero lungamente risieduto in Sicilia, la lingua italiana o non avrebbe ricavato ajuto veruno dal coltissimo dialetto di quell’isola, o più scarsamente e più tardi. Il palazzo di Federigo e di Manfredi era l’ospizio de’ poeti; e i cortigiani, che gareggiavano co’ loro principi a compor versi, erano a un tempo oratori, uomini di stato e guerrieri, generosissimi d’animo ed eleganti ne’ loro costumi. La galanteria cavalleresca esaltava il cuore delle donne, destava le loro grazie e raffinava la loro educazione. Talune emulavano d’ingegno i loro amanti, ed una di esse li superò. Nina siciliana era la Saffo d’Italia, e non infelice, perchè le sue poesie forzavano ad amarla anche i cavalieri che non l’avevano mai veduta; ma non pare che ella per amore volesse concedere altro che canzonette. – Tuttavia le poesie migliori del dialetto siciliano, e men lontane dall’italiano de’ nostri tempi, appartengono a Pietro delle Vigne nato a Capua, e che pareva uno di quegli uomini creati dalla natura per illustrare ogni lingua, ogni scienza a cui si applicano, e ad onorare qualunque epoca e tempo in cui vivono. I suoi scritti latini, malgrado l’ineleganza della lingua, hanno l’evidenza, il fuoco e la profondità di stile che appartiene sempre esclusivamente al genio. La sua eloquenza riesciva a persuadere alla fedeltà le città intere, che sovente, incitate da’ missionari e dalle omelie de’ papi, correvano a furia di popolo per rovesciare il trono dell’imperatore; – e Federigo confessava che, mentre i suoi vasti dominj, la possanza e la fede degli amici suoi, il denaro e gli eserciti gli riescivano inefficaci, la sola penna di Pietro delle Vigne era bastante a difenderlo contro i papi. – Pietro si educò da giovinetto nella università di Bologna, accattando limosine ogni notte su per le vie per potere studiare; nè egli s’affliggeva di sì misera condizione, se non perchè ei non poteva ancor liberare la sua madre dal pericolo di morir d’inedia.(15) Ma il suo genio splendeva anco fra l’oscurità dell’indigenza, – e Federigo, al primo vederlo e udirlo parlare, lo raccolse nella sua corte, e non molto dopo lo creò suo cancelliere.
Fra le opere scritte dal ministro e dal principe, quelle di Pietro sono ancor lette per la luce che spargono sulla storia e la diplomazia di quel secolo; – e fra quelle di Federigo, spetta al risorgimento ed a’ progressi delle scienze un trattato ch’ei lasciò non finito, e che fu supplito da Manfredi suo figlio: fu il primo libro che dopo la rovina dell’antica letteratura fu scritto sulle varie specie e nature degli uccelli. Egli fu il solo sovrano che sia mai stato il più dotto di tutti i suoi sudditi. Scriveva il romanzo siciliano, i dialetti di Francia, il latino e il tedesco; e sapea l’arabo e il greco. Fece tradurre l’opere scientifiche degli antichi, fondò scuole e accademie, e ristorò università che decadevano, e ne creò delle nuove che emulavano le antiche. Ma tutte le sue istituzioni a promuovere la letteratura erano abbominate, come derivanti da un principe eretico.
Il famoso libro De tribus Impostoribus fu attribuito a Federigo sin anche dal buon Matteo Paris, che era il men credulo fra gli storici, e il più imparziale fra i monaci di quell’età. Or chi crederebbe che quel libro tante volte citato, attribuito a tanti individui in paesi ed epoche differenti, fu dagli scrittori più versati negli annali bibliografici riconosciuto per una chimera?(16) Ma o non si avvidero, o come è più probabile, non osavano dire, che esso era come la Chimera della mitologia, scatenata contro gli eroi, che i loro nemici volevano uccidere a tradimento.
Nè davvero era mostro diverso il libro De tribus Impostoribus, ogni qual volta i preti cattolici volevano dare un uomo letterato in preda a’ carnefici di S. Domenico, che ancora oggi presiedono al Santo Uffizio della Santa Inquisizione. Tommaso Campanella, benchè non troppo forse convinto de’ dogmi della Chiesa Romana, nondimeno difese la Religione contro l’ateismo – ma perchè egli scrisse più da filosofo che da teologo, fu accusato e torturato a morte nelle carceri della Inquisizione per fargli confessare ch’egli aveva scritto appunto quel libro che la Chiesa aveva attribuito quattrocento anni addietro all’imperator Federigo ed al suo cancelliere. – Così inseguito per tutta l’Europa dalle miriadi di preti, monaci e frati che predicavano contro di lui, assalito fino nel suo santuario domestico e minacciato da’ fulmini della scomunica fino sopra il suo letto matrimoniale, Federigo continuava a promuovere la civiltà degl’Italiani. Invano, a placare i papi, attenne la promessa che essi avevano estorta da lui, e lasciò i suoi Stati per la guerra delle Crociate, con la quale essi si erano costituiti dittatori degli eserciti di tutta l’Europa: arrivò in Gerusalemme; e appena entrato nel tempio, una nuova scomunica lo colse sopra il sepolcro di Cristo.(17)
Or non si creda che noi ricorriamo ad escursioni storiche per l’unico fine di divertir noi e i nostri lettori dalle aride disquisizioni grammaticali, indispensabili nelle indagini delle lingue; – perchè nè la storia de’ popoli può conoscersi se non per mezzo della loro lingua, nè lingua veruna si lascia mai rintracciare se non per mezzo della storia. Se nel notomizzare la proprietà, la derivazione e i varj significati antichi e nuovi, de’ quali coll’andar del tempo s’impregnano le parole di tutte le lingue, i grammatici, gli etimologisti e gli antiquarj avessero adottato il nostro metodo di applicare gli avvenimenti politici agli annali della letteratura, forse che essi avrebbero disputato meno, e si sarebbero intesi più facilmente; seppure è da credere che siffatte specie di dotti bramino piuttosto d’intendersi che di disputare.
Finchè il regno ed il secolo dell’imperatore Federigo non avranno uno storico letterato insieme e filosofo, lo scoppio quasi subitaneo de’ lumi, e la loro rapidissima diffusione in Italia e nel rimanente d’Europa si rimarranno fenomeni(18). Ma al proposito nostro basterà lo spiegare come avvenisse che la letteratura e la lingua fossero sì felicemente promosse da un principe perpetuamente impedito da quelli, che per mezzo della superstizione e della ignoranza governavano le opinioni e i cuori della universalità delle nazioni. I creduli e i ciechi erano allora innumerabili; e quei che sotto il nome di Guelfi parteggiavano in favore de’ papi erano per lo più uomini, a’ quali il traffico aveva procurato ricchezze, con le quali s’erano fatti demagoghi potenti nelle loro respettive città. Ma pochissimi tra siffatti uomini attendevano alle lettere; mentre i Ghibellini, che sosteneano i diritti degl’imperatori, erano nobili per nascita, aristocratici per sentimento e per sistema, avvezzi sin dall’infanzia a una educazione liberale; – e siffatti individui, quando attendono alle lettere, le propagano prestamente fra’ loro concittadini.
Anzi il favore che la poesia godeva alla corte di Federigo era in quei tempi nell’opinione di molti scrittori guelfi una prova evidente della dissolutezza de’ costumi e dell’empietà di Federigo e del suo cancelliere; chè Pietro, come il suo signore, componeva canzoni. E Federigo doveva essere un principe veramente magnanimo, perchè, essendo poeta egli stesso, si compiaceva di confessare che i versi del suo ministro erano migliori de’ suoi. Federigo, nondimeno, e suo figlio Enzo, considerata l’infanzia della lingua, destano qui e là ne’ loro versi grandissima ammirazione.
Nel seguente squarcio, tratto dalle reliquie delle poesie di Federigo scritte nella lingua romanza siciliana, noi troviamo il fondo dell’italiano che si scrive a’ dì nostri. Basterebbe alterare leggermente la ortografia siciliana, e invece di aggio e partiraggio scrivere ho e partirò, e togliere le traccie di barbara latinità, eo invece di ego e meo invece di meus, e farne io e mio; queste ed altre poche alterazioni varrebbero a far credere ad ogni lettore non profondamente versato nella lingua, che la stanza ch’io recito appartenga ad autore moderno:

Poichè ti piace, Amore,
Ch’eo deggia trovare,
Farò omne mia possanza
Ch’eo venga a compimento.
Dato aggio lo meo core
In voi, Madonna, amare,
E tutta mia speranza
In vostro piacimento.
E non mi partiraggio
Da voi, Donna valente,
Ch’eo v’amo dolcemente;
E piace a voi ch’eo aggia intendimento.
Valimento mi date, Donna fina,
Chè lo meo core ad esso a voi s’inchina.

Di suo figlio Enzo riportiamo semplicemente i seguenti versi di merito pari, se non superiori a quelli del padre:

Ecco pena dogliosa
Che nello cor m’abbonda
E spande per li membri,
Sì che a ciascun ne vien soverchia parte.
Giorno non ho di posa
Come nel mare l’onda:
Core, che non ti smembri?
Esci di pene, e dal corpo ti parte:
Ch’assai val meglio un’ora
Morir, che ognor penare!

L’impresa, che noi riguardiamo quasi più che umana, di creare una nuova lingua letteraria fu avanzata e consumata da Dante; ma riescirà meno maravigliosa per chi considera che non fu incominciata da lui, ma che egli fu incoraggiato in sì difficile via da’ poeti che lo precedettero. Pietro delle Vigne fu certamente il primo, se non il maggiore, cent’anni innanzi Dante, e in un’epoca in cui gl’Italiani parlavano un gergo latino mutilato nelle sue terminazioni, e imbarbarito da parole e frasi e pronunzie introdotte da’ popoli del Nord. Il gusto corretto, l’orecchio musicale di Pietro lo ajutarono a trascegliere le più schiette parole, a legarle con frasi eleganti e a collegarle nella misura de’ versi in maniera che fossero proferite con rotondità e melodia. Così ne’ versi seguenti non v’è un unico sgrammaticamento di sintassi, nè un modo di esprimersi inelegante, nè un solo vocabolo che possa parere troppo antico:

Non dico che alla vostra gran bellezza
Orgoglio non convenga e stiale bene;
Chè a bella donna orgoglio si convene,
Che la mantene – in pregio ed in grandezza:
Troppa alterezza – è quella che sconvene.
Di grande orgoglio mai ben non avvene.

E la seguente strofa d’un’altra delle sue Canzoni, a nostro avviso, vuolsi reputare una delle più vaghe gemme della poesia anteriore a Dante:

Oh, potess’io venire a vo’, amorosa,
Come ‘l ladrone ascoso, e non paresse!
Ben mi terria in gioia avventurosa,
Se Amor di tanto bene mi facesse.
I’ ben parlante, Donna, con voi fora,
E direi come v’ami dolcemente
Più che Piramo Tisbe; e lungamente
I’ v’ameraggio, in sin ch’io viva, ancora.

Pietro delle Vigne ha inoltre il merito di avere inventati molti nuovi metri di canzoni e stanze diverse da quelle usate da’ Provenzali, e particolarmente la breve composizione conosciuta in tutta l’Europa con la denominazione di Sonetto. – Ogni lettore di Dante sa che Pietro morì di suicidio; ma non v’è storico, o dotto uomo italiano o straniero, che abbia mai potuto rintracciare la cagione della tragica morte di quest’uomo straordinario: – e quel più che sappiamo, oltre quello che ne disse Dante, è brevemente accennato da Matteo Paris, storico inglese che morì uno o due anni dopo Pietro delle Vigne; e che, contemporaneo, meriterebbe fede, se il suo amore per la verità non fosse stato vinto da’ pregiudizj monastici sull’ateismo di Pietro. Però dalle romanzesche circostanze, e dalle soprannaturali cagioni assegnate alla morte di Pietro delle Vigne dagli antichi scrittori, l’unica verità che si può accertare, è che, avendo egli perduto il favore di Federigo, fu condannato a perdere gli occhi, e ad una perpetua prigione, ove egli si uccise da sè. Dante nel suo viaggio all’Inferno entra in una foresta dove le anime de’ suicidi erano condannate a star rinchiuse in alberi di trista apparenza:

Non era ancor di là Nesso arrivato,
Quando noi ci mettemmo per un bosco,
Che da nessun sentiero era segnato.

Non frondi verdi, ma di color fosco;
Non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;
Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io sentia d’ogni parte tragger guai,
E non vedea persona che ‘l facesse
Perch’io tutto smarrito m’arrestai.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Allor porsi la mano un poco avante,
E colsi un ramoscel da un gran pruno:
E ‘l tronco suo gridò: perchè mi schiante?

Dacchè fatto fu poi di sangue bruno,
Rincominciò a gridar: perchè mi scerpi?
Non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi
Ben dovrebb’esser la tua man più pia,
Se state fossimo anime di serpi.

Come d’un stizzo verde, ch’arso sia
Dall’un de’ capi, che dall’altro geme,
E cigola per vento che va via;

Così di quella scheggia usciva insieme
Parole e sangue; ond’io lasciai la cima
Cadere, e stetti come l’uom che teme.

E lo Spirito ripiglia a parlare:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io son colui che tenni ambo le chiavi
Del cor di Federigo, e che le volsi,
Serrando e disserrando, sì soavi,

Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi:
Fede portai al glorïoso ufizio,
Tanto ch’io ne perdei le vene e’ polsi.

La meretrice, che mai dall’ospizio
Di Cesare non torse gli occhi putti,
Morte comune e delle corti vizio,

Infiammò contra me gli animi tutti;
E gl’infiammati infiammar sì Augusto,
Che i lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio per disdegnoso gusto,
Credendo col morir fuggir disdegno,
Ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nuove radici d’esto legno
Vi giuro, che giammai non ruppi fede
Al mio Signor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
Conforti la memoria mia, che giace
Ancor del colpo che invidia le diede.

Dante, oltre a’ poeti della corte di Federigo, ne nomina parecchi di Lombardia, di Romagna e di Toscana, fra’ quali i più celebri furono tre che ebbero nome Guido.
Il primo di essi nacque a Bologna della casa patrizia de’ Guinicelli; ed è di lui che Dante dice:

. . . . . . . udii nomar sè stesso, il padre
Mio, e degli altri miei maggior, che mai
Rime d’amore usar dolci e leggiadre:

E, senza udire e dir, pensoso andai
Lunga fïata rimirando lui,
Nè per lo foco in là più m’appressai.

Poichè di riguardar pasciuto fui,
Tutto m’offersi pronto al suo servigio
Con l’affermar che fa credere altrui.

E adducendogli la cagione per cui lo riguarda con tanto affetto, dice che ne sono motivo:

. . . . . . . . . . . i dolci detti vostri,
Che quanto durerà l’uso moderno,
Faranno cari ancora i loro inchiostri.

Tal lode non è giustificata da’ frammenti che gli antiquarj attribuiscono a questo Guido; e o non sono veramente suoi, o sono i peggiori di quanto scrisse; e la miglior parte del suo ingegno perì con tanti altri scritti, de’ quali più non vive che la memoria.
Il secondo Guido era d’Arezzo(19). Molti lo confondono con un altro Guido inventore del contrappunto, il quale era pur d’Arezzo, ma visse assai tempo prima. Di Guido poeta i versi che restano sarebbero meravigliosi per quella età; – non tanto per le idee, quanto per lo stile, che spesso pareggia quello del Petrarca: ma confesso che io credo le poesie di Guido d’Arezzo spiritose invenzioni di qualche bell’ingegno dell’epoca di Leone X, dacchè i manoscritti in cui si trovano mancano egualmente di ogni prova di autenticità e d’antichità. Vero è che io così m’oppongo al consenso universale di tutta Italia; ma gl’Italiani, quanto più sentono la loro presente miseria, tanto più si studiano di aggrandire le loro glorie passate. E non credono poca lode nazionale il poter dimostrare, nelle poesie attribuite a Guido d’Arezzo, un modello di lingua letteraria perfetta sei secoli fa, quando le altre nazioni d’Europa non sapevano scrivere. E i letterati stranieri spesse volte, per vanità d’erudizione di cose che destano maraviglia, si fanno complici di siffatte pie imposture, e citano manoscritti simili a quelli di Guido, senza o potere, o voler dubitare della loro autenticità.
Il terzo Guido fu uno degli antenati della famiglia Ghisilieri, la quale ha posteri viventi oggi in Bologna; e benchè il poco che ne resta di lui non sia di un merito straordinario, egli era da’ suoi contemporanei citato come superiore a quanti poeti lo avevano preceduto.
Ma l’uomo che dalla natura fu creato superiore a’ suoi contemporanei, e che in tutti i secoli e in tutte le età sarebbe stato uomo preminente, fu un quarto Guido, il Cavalcanti. Siccome però egli fiorì alquanto posteriormente, così ci riserbiamo a parlarne nel seguente Discorso.

DISCORSO TERZO

EPOCA TERZA
DALL’ANNO 1280 AL 1330

Qui cessa del tutto ogni predominio di dialetto provenzale, lombardo e siciliano, e vi prevale bella di originalità e di vigore la letteratura e la lingua, che, diffondendosi a un tratto da tutta l’Italia, rinnovellò la civiltà del genere umano europeo. Questa età andrebbe propriamente chiamata de’ Poeti Toscani, quantunque pur molti fossero d’altre provincie; nè forse un giusto volume basterebbe a parlare debitamente di tutti. Se non che, oltre alla ragione de’ nostri limiti, il nostro proposito dichiarato sin dal primo di questi Discorsi impone a noi di non nominare, se non que’ pochissimi che come luminosi pianeti sono stati preceduti da minori satelliti. Pure, comecchè avessero meriti letterarj assai disuguali tra loro, si somigliano quasi tutti nel loro comune carattere, d’anime non per anche domate dalla servitù dell’Italia. Sentivano fortemente, scrivevano per le loro innamorate e combattevano per la loro fazione; amministravano le leggi e i governi delle loro città; e offrirono lo spettacolo di cittadini, guerrieri ed autori, qualità che, pur troppo! gli Italiani poscia non videro unite ne’ lor letterati se non assai raramente. Pur nondimeno nella storia letteraria d’Italia quest’epoca fu confusa con la seguente, differentissima in tutto, perchè nuove vicissitudini cangiarono le condizioni politiche ed i costumi e i caratteri della seguente generazione. Il Tiraboschi cadendo, parte volontariamente e parte per necessità, in questo errore, contribuì più ch’altri a perpetuarlo. L’opera sua è oggimai fatta più popolare delle altre, e può meritamente chiamarsi l’archivio ordinato de’ fatti, delle date e dei nomi de’ libri e de’ documenti letterarj di molti secoli. Bensì con quali e quante precauzioni meriti ad un tempo d’esser consultata quell’opera e le altre su lo stesso soggetto, è noto a chiunque sa che la verità non può essere non che scritta, ma neppure pensata dove la stampa è in ceppi. Tutti i critici appartenevano a un’accademia, a una città rivale delle altre; e per lo più a una congregazione di frati. Il Tiraboschi era Gesuita, e non poteva guardare molto addentro in una età nella quale predomina il genio di Dante, poeta di nome terribile e di mente implacabile contro la Chiesa Romana.
Nel 1280, col quale principia questa terza delle nostre epoche, Dante aveva quindici anni; e la sua fama crebbe in guisa ch’oggi non v’è forse angolo di terra civilizzata dove non sia conosciuto. Il suo poema viene esaltato anche dagl’infiniti che non lo leggono, e da moltissimi che non possono intenderlo. Ei fu quindi tenuto più che uomo mortale; e una specie di religione per lui fa vedere meriti, i quali, esagerando la verità, impediscono il frutto che la Storia può ricavare dalle osservazioni degl’individui straordinarj della nostra specie. Un letterato Inglese, stando a lunga dimora in Toscana, leggendo infaticabilmente e visitando archivj e pubbliche librerie, compose la prima parte d’un suo nuovo commento pubblicato da poco in qua; e trovò che Dante scrisse uno de’ più graziosi fra’ suoi Sonetti quand’egli aveva appena nove anni d’età(20). Il dottissimo commentatore frantese un passo dell’autore dove racconta in piane parole, che quando vide Beatrice per la prima volta, era nel nono anno dell’età sua, e dopo altri nove anni compose il suo primo Sonetto per lei: vedi la narrazione di Dante nel libro notato qui a piedi(21). Era da aspettarsi che l’instancabile raccoglitore delle Curiosità letterarie nell’ultima serie correggesse lo sbaglio. Ma lo ripete; e citando le meraviglie del dotto commentatore, vi aggiunge del suo, che il Sonetto era sconosciuto fino a’ dì nostri. – «The tender Sonnet free from obscurity, which he composed for Beatrice, is preserved. – There can be no longer any doubt of the story of Beatrice, but the Sonnet and the passion must be classed among curious natural phenomena.(22)» Pur se ogni volta si cercasse d’avverare la realtà schietta de’ fatti, appena uno di mille fenomeni letterarj mancherebbe di spiegazioni naturalissime e giornaliere. Il vero si è, che il meravigliarsi è uno de’ bisogni dell’uomo; e però il procurare che gli altri si meraviglino è un espediente che riesce egregiamente a comporre volumi piacevoli, dando novità a cose vecchie, e apparenza di aneddoti secreti e appena scoperti a storie pubbliche per chiunque vuol leggerle. L’esistenza di Beatrice e del sonetto e dell’amore che lo produsse, sono circostanze notissime da cinque secoli e più, e registrate puntualmente da Dante nel suo romanzetto intitolato la VITA NUOVA.
Certo il suo primo sonetto fu scritto quand’aveva diciotto anni; e considerando non tanto l’età sua, ma lo stato della lingua e della poesia nel suo secolo, pare saggio bellissimo per sè stesso. Se non che non fu mai nè ammirata quanto pur merita, nè studiata attentamente l’operetta della Vita Nuova; e non pertanto palesa l’anima dell’autore, e la prima concezione del suo grande poema(23), e l’impulso e il progresso dato in un subito non solo alla poesia, ma, quel che è più difficile in tutte le lingue, alla prosa italiana. Dante cominciò a fondare non solo gli esempj, ma anche le grandi teorie dalle quali vennero poi tutte le regole, e sono le vere, suggerite dalla pratica di tutti gli scrittori in ogni specie di composizione sino a’ dì nostri. E malgrado le dispute d’accademie grammaticali e di scuole, e i precetti infiniti di neologisti e cruscanti, la lingua italiana, finchè non cesserà d’essere scritta, si governerà perpetuamente co’ principj luminosi e sicuri che Dante ricavò dalla natura d’ogni lingua, e dal carattere di quella ch’egli perfezionava.
I due compagni ch’ebbe in quella impresa furono Brunetto Latini suo precettore, e Guido Cavalcanti suo primo amico, com’ei sempre lo nomina; e l’antepone nel merito a tutti i suoi contemporanei. Da Brunetto Latini Dante e gli altri Fiorentini desunsero la prima educazione letteraria. Vero è che Brunetto, per le ragioni già da noi assegnate, scrisse le opere sue maggiori in Francese; e a ciò fors’anche contribuì l’aver egli vissuto in Francia molta parte dell’età sua, bandito da una delle fazioni politiche di Firenze. Parimente anche quel poco ch’ei scrisse di poesia italiana merita appena d’essere ricordato. Ma l’arte e l’abitudine di esprimere chiaramente le idee, ed ordinarle logicamente e con la proporzione richiesta dalla composizione; e il secreto ancora più difficile di connettere le parole con armonia ed eleganza, e supplire alla povertà della lingua nobilitando i vocaboli e le frasi del popolo, furono insegnati alla gioventù fiorentina da Brunetto Latini. Fu anche secretario della Repubblica, appunto per l’abilità sua di scrivere, e gli storici lo chiamano comunemente IL BUON DETTATORE. Morì verso il 1295, quando Dante aveva già compiuto la Vita Nuova; e gliela mandò co’ versi seguenti:

Messer Brunetto, questa pulzelletta
Con esso voi si vien la pasqua a fare;
Non intendete pasqua da mangiare,
Ch’ella non mangia, anzi vuol esser letta.

La sua sentenza non richiede fretta,
Nè luogo di romor, nè da giullare;
Anzi si vuol più volte lusingare,
Prima che in intelletto altrui si metta.

Se voi non la intendete in questa guisa,
In vostra gente ha molti frati Alberti,
D’intender ciò ch’è porto loro in mano.

Con lor vi restringete senza risa;
E se gli altri de’ dubbj non son certi,
Ricorrete alla fine a messer Giano.

Di Guido Cavalcanti non resta fuorchè una breve raccolta di versi quasi tutti amatorj, e un gran nome, appena secondo a quello di Dante. L’amore delle sue poesie è spesso più platonico di quello del Petrarca, e non è dir poco; ma talvolta anche sentono la giovialità non molto vereconda d’Anacreonte; e quest’ultimo carattere è del tutto invisibile negli altri poeti di quell’età. Il suo stile è men amabile in sì fatto genere di composizione che quello di Dante: l’uno e l’altro cedono di molto nella soavità a Cino da Pistoja loro coetaneo. Ma le concezioni di Guido sono profonde; la lingua è ricca: ei distinguesi sovra gli altri tutti nell’andamento del suo fraseggiare, e nei numeri della sua verseggiatura, perchè il suo stile spira una fierezza originale, derivante tutta dalla tempra straordinaria dell’anima sua. Era uno di que’ pochi individui che costringono gli altri uomini ad ammirarli, e tramandare la loro memoria alla posterità senza alcun’opera che giustifichi l’ammirazione. Bayle nel suo Dizionario ne ha parlato più esattamente degl’Italiani; e fra le cose sfuggite anche a quel sommo critico, noi non suppliremo se non a quelle poche che sono connesse al nostro soggetto, e degne d’esser ricordate a togliere una o due importanti lacune.
L’anno in cui Guido Cavalcanti morì fu sorgente di molte liti, e deluse le indagini anche d’un suo discendente, il quale pubblicò non è molto le poesie e una nuova biografia del suo illustre antenato(24). Ma niuno s’accorse d’un passo d’antico storico ed uomo di Stato, il quale inoltre scriveva negli Archivj della Repubblica Fiorentina. Ei narra che Guido morì nell’anno 1301 in esilio, poco dopo che Dante, nella sua magistratura, operò che per la quiete della città fossero confinati i capi de’ Guelfi e de’ Ghibellini; e fra questi ultimi era Guido(25). Tuttavia se Dante non viveva fino d’allora Ghibellino coperto, era pur sempre amico caldissimo e aperto di Guido; e l’avere tentato di farlo ripatriare, perchè s’ammalò mortalmente per la malaria del paese ov’era confinato, fu l’uno dei gravi delitti pe’ quali anche a Dante toccò poi d’errare calunniato, ramingo, mendico e inseguito con tre sentenze di pena capitale; e non trovare sepolcro che fuori della sua patria. Ma i sacrifizj fatti dall’amico suo non giovarono a Guido, che già consunto dall’infermità si moriva o innanzi di ritornare in Firenze, o subito dopo ch’ei la rivide. Pare che questi siano gli ultimi versi scritti da lui:

Perch’io non spero di tornar giammai,
Ballatetta, in Toscana,
Va tu leggiera e piana,
Dritta alla donna mia.

Tu senti, Ballatetta, che la morte
Mi stringe sì, che vita m’abbandona;
E senti come ‘l cor si sbatte forte
Per quel che ciascun spirito ragiona:
Tant’è distrutta già la mia persona,
Ch’io non posso soffrire:
Se tu mi vuoi servire,
Mena l’anima teco,
Molto di ciò ti preco,
Quando uscirà del core.

Non poca parte della gran fama che sopravvisse sulla tomba di Guido derivò senza dubbio dalla sua amicizia con Dante, e dalla menzione che questo poeta ne fa con amore insieme e riverenza. Pur vi cospirarono alcune altre di quelle cagioni, che assegnano talvolta agli uomini una celebrità non corrispondente alla loro vita. La famiglia di Guido, vero o falso che fosse, traeva l’origine da guerrieri venuti in Italia quando Carlo Magno ne cacciò i re longobardi. Era capo di fazione, fiero d’animo e imperterrito ad affrontare i suoi nemici con l’armi(26). Era eloquentissimo nelle assemblee popolari. Suo padre, per le sue speculazioni metafisiche sopra i principj d’Aristotile, com’erano commentati dagli Arabi e tradotti in latino, aveva negato arditamente l’immortalità dell’anima(27); e fu creduto che Guido, sospingendo la filosofia più oltre che il padre suo, avesse studiato a provare che Dio non esisteva(28). In ogni tempo e paese, ma più assai in un secolo superstizioso e in una repubblica popolare, tutte queste cagioni riunite bastano ad attirare l’attenzione degli uomini, a farli parlare in bene o in male intorno ad un individuo, a scrivere d’esso il vero e non vero, a ridurre ogni cosa alla meraviglia e tramandare alla posterità un carattere più straordinario che forse realmente non era. Così, anche due secoli dopo la sua morte, Guido fu descritto ornato d’ogni grande qualità di cuore e di mente, e fin anche dell’esterno della bellezza, da molti suoi concittadini, ma più eloquentemente da Lorenzo de’ Medici(29); il quale trovò anch’esso storici insieme e panegiristi, superati tutti dal celebre Roscoe.
Se non si fosse smarrito il trattato che Guido Cavalcanti compose su la lingua italiana, avremmo oggi un documento attissimo a lasciarci stimare le sue facoltà intellettuali. Le sue teorie, qualunque si fossero, sarebbero ad ogni modo meno inutili alla letteratura che non furono e saranno mai le speculazioni teologiche, e peggio quelle che a lui sono attribuite. Tuttavia, l’accingersi a dar leggi e metodo e norme future a una lingua nascente, e in secolo di ignoranza universale, e prima che Dante scrivesse (perchè Guido nacque molti anni innanzi); certo l’accingersi e il solo pensare a siffatta impresa, basta a darci un’idea della facoltà della mente di Guido. Dante in seguito adempì ciò che l’amico suo non aveva forse che adombrato; ma dopo un intervallo di venti a venticinque anni, e allorchè la civiltà aveva fatti progressi rapidissimi. La nazione usciva dallo stato di barbarie, e gl’individui erano fieri di passioni, ardenti d’immaginazione, ambiziosi di gloria e non ancora ammolliti dal lusso a temere i pericoli, nè ammaestrati dall’esperienza a godere della realtà e a non andare dietro a illusioni. Quando Dante scrivea la Vita Nuova, Guido probabilmente aveva composto i suoi precetti grammaticali; e molti altri con minor genio, ma con eguale perseveranza, sorgevano autori nella loro lingua materna, e specialmente in Firenze. Il volume intitolato Documenti d’Amore di Francesco da Barberino fu scritto parte in prosa e parte in versi, appunto come la Vita Nuova, contemporaneamente, o prima di questa. I versi di Francesco sono meschini; ma il resto è pieno di grazie semplici, e d’amabilità di stile. Marco Polo aveva già viaggiato e poi guerreggiato per la sua patria; e, fatto prigioniero da’ Genovesi, componeva in prigione la storia de’ suoi viaggi. Le città, ch’erano già libere da un secolo e mezzo, cominciavano ad avere ciascuna d’esse i loro storici, molti de’ quali nel resto d’Italia scrivevano in latino, ma in Firenze si giovavano del loro dialetto; e contribuirono a ornare e diffondere la lingua letteraria, che poi divenne universale nella penisola. Tra questi Giovanni Villani preserva anche a dì nostri il doppio merito di storico veritiero e di elegante scrittore: però non concluderemo questo Discorso senza osservare i caratteri del suo stile. Il Villani era già in età d’intervenire nelle faccende pubbliche quando Dante fu esiliato, e l’uno e l’altro studiavano a scrivere le loro diverse opere quasi nel medesimo tempo.
Così, e quando Dante cominciò a meditare su l’indole e i caratteri della lingua italiana, e mentre si accinse a trovarne le teorie più efficaci a stabilirla ne’ suoi primordj e regolarla ne’ suoi progressi, egli aveva dinanzi a sè molti saggi sì in poesia che in prosa, da’ quali egli poteva desumere molte osservazioni e ridurle a principj sicuri. Infatti il suo primo libro su la lingua chiamato Convito, e nel quale tratta di molte altre questioni d’ogni maniera, cominciò a comporlo dopo ch’ebbe passato l’anno quarantacinque dell’età sua(30); e l’altro intitolato dell’Eloquio Volgare, e nel quale tratta il soggetto di pieno proposito, lo intraprese poco innanzi di morire. Non ne lasciò scritta che una piccola parte, ma, per quanto la crescente civiltà dell’età sua l’abilitasse a trovare alcune delle regole necessarie alla lingua, pur nondimeno i fondamenti inconcussi su’ quali la stabilì non poterono uscire che da una mente straordinaria come la sua.
Il maggiore e miglior numero delle osservazioni gli furono senza dubbio somministrate dalla lingua poetica, e dall’intentissimo studio a comporre il suo grande poema. Tuttavia, ad eccezione d’Omero, niuno stile poetico, e molto meno l’italiano, e quello del poema di Dante meno d’ogni altro, può servire di guida ragionata e fedele a ridurre gl’innumerabili accidenti e bizzarrie di una lingua sotto regole evidenti, ordinate e perpetue. I Greci, per quanto sappiamo, non ebbero libro di prosa se non tre secoli e più dopo l’Iliade. I poemi d’Omero furono i primi, e, per lunghissimo tempo, i soli fonti della lingua letteraria de’ Greci; e da que’ due modelli poscia i poeti e gli storici e gli oratori, di generazione in generazione e di città in città, desumevano ricchezze, dignità ed eleganza di stile a nobilitare i dialetti diversi della Grecia. Tutti que’ dialetti sono oggi classificati quasi col metodo di Linneo, e distribuiti con tutti i loro caratteristici da’ professori delle Università; ma non li conoscono che ne’ libri, e non gli udirono mai parlare. Or se, invece di leggerli, gli avessero uditi, non gli avrebbero classificati, nè ammirati, e i nostri profondi ellenisti si sarebbero accorti che anche i greci erano dialetti nè più nè meno come tutti gli altri; e che nella bocca del popolo erano rozzi, incostanti, ritrosi ad ogni guida e ad ogni regola, e alterati sensibilmente e capricciosamente quasi d’anno in anno, e trasformati di provincia in provincia dal tempo, e innestati uno nell’altro dalle conquiste, dal commercio e da’ nuovi usi, come gli altri dialetti d’ogni terra ed età. Bensì, per essere scritti, dovevano conformarsi alla lingua generale e letteraria della nazione; e benchè serbassero alcune forme provinciali e suoni peculiari alla provincia, pur nondimeno nel resto erano tutti più o meno somiglianti alla lingua Omerica. Questa lingua, tuttochè applicata da principio alla poesia dell’Iliade e dell’Odissea, riesciva in seguito attissima a lasciarsi imitare da tutti in ogni altro genere di composizione; e quindi a contribuire materiali infiniti alle osservazioni pratiche, e a’ precetti e a’ principj perpetui dello stile de’ poeti, degli storici e degli oratori di tutta la Grecia. La poesia d’Omero infatti è narrativa insieme e drammatica, e senza raffinamento veruno di lingua o di stile. È grande nelle invenzioni, originale e ricca ne’ caratteri, fiera nelle passioni, caldissima ed evidente nelle sue scene diverse; ma nelle parole procede costantemente semplice, e naturalmente grammaticale. Le sue frasi non sono mai troppo pregne di metafore, e non mai applicate a idee metafisiche, nè a pensieri o sentimenti che non siano, per così dire, tangibili. Cosicchè, se vi si togliesse il metro de’ versi, e l’Iliade e l’Odissea si riducessero in prosa, parrebbero storie romanzesche e meravigliose come mille altre che a’ dì nostri si scrivono in lingue e stili mille volte peggiori, e che trovano infinitamente maggior numero di lettori che non i poemi d’Omero.
La lingua poetica di Dante, al contrario, è talvolta sublime, talvolta strana, e spesso ineguale; ma non mai facile ad essere nè imitata dagli scrittori, nè osservata con frutto da’ legislatori di lingua. Quindi non ha potuto, nè potrà mai servire di modello a composizioni in prosa. Nel tempo stesso fu lingua soggetta anch’essa a leggi rigorosissime; ma furono inventate da chi la creò, e per non essere applicate fuorchè da lui solo, e in quel suo genere di poesia. Molte forse delle sue frasi e modi di dire si potrebbero usare, e si sono usati dagli scrittori; ma risaltano ad un tratto agli occhi quasi ornamenti tolti ad imprestito, ed eccezioni felici a liberare d’ora in ora lo stile dalla monotonia dell’ordinaria andatura grammaticale. I dialoghi nel poema di Dante sono convenientissimi a ciascuno de’ tanti interlocutori d’ogni età, d’ogni costume e d’ogni carattere. Ad ogni modo parlano tutti con tanta profondità di pensiero, e forza di concezione e ardore di passione, e soprattutto con tanta brevità, da costringere la lingua a forme ed espedienti e metafore maravigliose in que’ luoghi, ma incapaci ad accomodarsi al processo più logico della prosa. I romanzi della Tavola Rotonda raccontano che il re Arturo uccise di un colpo di lancia il suo figliuolo Mordrec, perchè lo colse in adulterio con la sua matrigna. Dante o lesse o immaginò che il fatto avvenisse a giorno chiaro, e in luogo dove splendevano i raggi del sole; e che il colpo di Arturo fece in un subito una ferita larga e profonda in guisa da dare adito al sole di trapassare per mezzo della piaga dal petto alle spalle, cosicchè, mentre il corpo di Mordrec era diviso dal colpo, l’ombra sua sul piano era divisa dal raggio solare. Certo qualunque altro scrittore antico o moderno, e in qualunque lingua, esporrebbe lo stesso fatto più o men brevemente per via di narrazione o di descrizione o d’immagini; ma nessuno, fuorchè Dante, e niuna lingua, fuorchè la sua, avrebbero ristretto il fatto in quei due soli versi:

E a quello cui fu rotto il petto e l’ombra
Con esso un colpo per la man d’Artù.(31)

E questo è detto in un dialogo da uno Spirito nell’Inferno in via di narrazione. L’energia delle parole, la rapidità delle espressioni e il suono di que’ due versi sono congegnati con tal arte da far sentire in un subito tutta la ferocia e l’istantaneità dell’azione. Quel modo idiomatico con esso un colpo invece di con un colpo, e che in Inglese forse non si potrebbe tradurre che con la parafrasi, at one and the very same blow, conferisce nell’originale efficacemente all’intenzione del poeta. L’immagine è nuova insieme e terribile, e posta dinanzi agli occhi; ma non a tutti gli occhi riescirà di vederla senza attentissimo esame. Noi non possiamo concepire in un subito come fosse l’ombra unita al petto, nè come fosse rotta anch’essa ad un tratto da un medesimo colpo, nè come mai l’ombra potesse dividersi a un colpo di lancia. La riflessione del lettore, o l’allusione degli antichi romanzieri riescono finalmente a offrire all’immaginazione una pittura evidente dell’azione rappresentata; e la meraviglia si riconcilia alla realtà naturale. Se questo modo di descrivere sia piuttosto bizzarro che originale, è un’altra questione con la quale qui non abbiamo che fare. Ma questo solo esempio basta a provare l’uso che Dante faceva della lingua nel suo poema. Ben può supplire abbondantissimo numero d’osservazioni particolari; ma nella pratica ognuno s’accorgerà che ciascuna osservazione si rimarrà isolata, e non potranno mai ridursi a metodo grammaticale, ne a principj applicabili mai dalla generalità degli scrittori.
Ben è vero che la dizione del poema di Dante trasfuse sempre nelle opere degli uomini di genio un certo spirito di originalità, d’energia e di calore che può adattarsi ad ogni specie di composizione. Ma non è che lo stile, o per parlare più esattamente, non è che l’essenza secreta dello stile di Dante, dalla quale que’ pochi che sanno cercarla e la trovano possono ricavarne gran frutto.
Tuttavia conviene ch’essi spoglino la lingua di quel poema delle forme inventate da Dante, le quali non possono essere maneggiate costantemente che da lui solo. Due moderni scrittori d’ingegno, d’anima e di educazione differentissima, e ciascuno d’essi meritamente celebre per un modo diverso e proprio a ciascuno di essi, di scrivere in poesia, indagarono per tutto il corso della loro vita letteraria le più potenti qualità della lingua italiana, e i secreti dello stile sulla Divina Commedia. L’uno e l’altro gli hanno trovati, e se ne sono giovati felicemente; e professano d’essere debitori in gran parte della loro fama alla loro perseveranza nello studio di Dante. L’uno è l’Alfieri, e l’altro è il Monti; e nondimeno i loro metodi di scrivere sono, non solo diversi, ma assolutamente opposti fra loro, sì che pajono poeti distanti più secoli l’uno dall’altro. E la ragione si è che, indipendentemente dalla tempra diversa delle loro facoltà intellettuali, l’uno e l’altro non si sono imbevuti che dell’essenza dello stile dell’antico creatore della poesia italiana. Così l’Alfieri n’animò i dialoghi delle sue tragedie, e il Monti le terzine delle sue cantiche. Ma quanto alle forme della lingua, l’Alfieri le pigliò principalmente dalle prose del Machiavelli, e il Monti dal poema dell’Ariosto.
L’altro genere di poesia trattato da Dante fu la lirica amorosa, ed era comune a tutti i suoi coetanei; e dopo mezzo secolo essendo stata ridotta dal Petrarca ad invariabile perfezione, fu poscia per quattrocento anni stoltamente imitata anche dagli uomini savi; e analizzata da’ critici e dalle accademie: ma niuno s’avvide mai che sì fatta lingua non si presta a imitazione di poeti, nè ad analisi di precettori di grammatica. Quanto agli elementi di cui il Petrarca si valse a comporre quella sua lingua, ne faremo parola osservando l’epoca seguente, alla quale egli spetta. Ma quanto al genere della sua poesia, ei lo trovò già introdotto da scrittori anche più antichi di Guido Cavalcanti, di Cino da Pistoia e di Dante. Questi tre, fra’ quali Dante primeggia, superarono i loro antecessori, e spianarono il sentiero al Petrarca a condurre Laura al terzo cielo. È poesia lirica platonica, d’amore platonico, in lingua platonica. Riescono versi mirabili, perchè sembrano concepiti da anime più che umane; ma parlano raramente alla fantasia nostra per via d’immagini, bensì la rapiscono in estasi; commovono il cuore a sentimenti indistinti, gratissimi, ma fuggitivi perchè la passione è rigorosamente disgiunta da’ nostri sensi, che sono i ministri naturali e perpetui d’ogni passione reale; finalmente le idee sono sottilmente derivate da teorie metafisiche inconcepibili; spesso oscure a’ poeti che si studiano d’illustrarle. Talvolta fin anche nelle poesie del Petrarca una idea astratta è dedotta dall’altra, concatenata in ragionamenti e sillogismi e conclusioni, di modo che se fossero esposte senza metro, nè rime, nè metafore e tradotte in piane parole, ne uscirebbe una tesi sostenuta col metodo regolarissimo delle scuole. Bensì i versi, le rime e l’armonia delle parole combinate con arte musicale, le illusioni aeree e meravigliose di quella specie d’amore che illude per un momento, e le frasi adattate a quel genere di composizione hanno fatto spesso ammirare quella lirica, specialmente in que’ tempi. Non già che la intendessero meglio di noi; ma perchè era accompagnata da note di musica e cantata alle feste e a’ banchetti; ond’era astrusa come poesia, ed insieme popolarissima come musica. Così in Londra di mille persone che concorrono all’opera italiana appena cento ne intendono le parole.
Ma mentre Dante nelle sue poesie liriche e nella sua Divina Commedia dava esempj che potevano essere piuttosto ammirati che imitati da presso, e trattava due diversi stili poetici, indipendenti da’ metodi ordinarj e regolari di tutte le lingue, egli pur nondimeno adempiva a quest’oggetto con le sue opere in prosa.
Abbiamo veduto come i dialetti innumerabili chiamati romanzi, che si parlavano universalmente nell’Impero Romano e derivati tutti dal latino, si consolidarono nella lingua spagnuola, nella francese e nella italiana, le quali appena furono scritte da’ poeti e diventarono letterarie e nazionali, assunsero i nomi, de’ quali abbiamo già dato ragione, di lingua d’oc, lingua di oui, lingua di sì. La prima pretendeva la preminenza per l’antichità de’ suoi poeti; la seconda per la moltitudine de’ suoi traduttori dal latino d’opere in prosa; e la terza, più tarda delle altre, per la sua prossima affinità con la madre lingua latina, per la sua migliore regolarità di sintassi, e per la sua maggiore armonia ed attitudine a scriversi. Della lingua d’oc, benchè siasi trasfusa tutta nella spagnuola d’oggi, non restano vestigj se non nelle canzoni dei Trovatori, illustrate non sono molti anni dal Raynouard. Abbiamo inoltre sott’occhi un volume di poemi ridotti in francese dalla lingua Occitanica, come la chiama il traduttore; ma il nome è posteriore alla cosa. Certo è che consisteva or più or meno de’ dialetti romanzi provenzali, guasconi e catalani. Nel tempo stesso, a dir vero, noi non siamo molto disposti a credere all’autenticità di que’ poemi occitanici, e ci sembrano parafrasi moderne di pochi avanzi della lingua d’oc nominata da Dante, e che oggi sarebbe in tutto perduta senza lo studio degli antiquarj. Tuttavia i suoi elementi sono evidenti in quel dialetto spagnuolo ch’è parlato da’ Catalani. La lingua francese ebbe sorte migliore; e poscia il numero e il merito de’ suoi scrittori in prosa la fecero correre a gloria che non le potrà esser rapita, se non dopo che una generale rivoluzione della terra spegnerà nelle nuove nazioni che l’abiteranno ogni memoria di quelle da cui saranno state precedute. Pur nondimeno la lingua letteraria francese non arrivò a tanto splendore, se non per mezzo di alterazioni progressive che la trasformarono quasi in tutto da quello che era a’ tempi di Dante. Bensì l’italiana nacque, crebbe e si ampliò lingua letteraria con pochissime alterazioni, fuorchè quelle recatele dal maggiore o minor genio degli scrittori. Per quante dottrine grammaticali l’abbiano immiserita, pur nondimeno l’essenza intrinseca e le sue forme esteriori rimangono sempre le stesse.
Il sommo merito di Dante consiste nell’avere osservato il processo delle altre lingue derivanti dalla latina, le loro passate, le loro attuali vicissitudini, e quelle della sua propria; e quindi d’avere saputo prevedere che la lingua italiana non avrebbe patito le fluttuazioni e le metamorfosi delle sue rivali. Vide che poteva migliorare o peggiorare, e che questo dipendeva in parte dagli scrittori, in parte da’ principj su’ quali si sarebbe stabilita; ma che, peggiorando o migliorando, pur nondimeno le sue apparenze si rimarrebbero sempre le stesse. – A questa conclusione egli giunse e l’adottò per certissima, perchè presentì che la lingua italiana non sarebbe stata mai parlata, e quindi avrebbe evitato tutti i mutamenti che accadono in ogni lingua soggetta alle pronunzie popolari, che insensibilmente vanno d’anno in anno alterando i suoni delle parole, sì che il dialetto d’un secolo è vario da quello dell’altro nella stessa città. Al contrario, se la lingua, non essendo parlata mai, continua ad essere scritta, tutte le sue forme esteriori agli occhi, e quindi alla pronunzia degli scrittori e de’ lettori, si rimangono più costanti ne’ segni dell’alfabeto, e tramandate di generazione in generazione, con pochissime alterazioni accidentali, alla più tarda posterità.
A queste conclusioni Dante arrivò or sono cinquecento e più anni; e chi considera che quanto ci predisse si verificò puntualmente d’allora in qua, potrà facilmente inferirne che l’anima di quell’individuo, quantunque ardente di passioni fortissime sino al furore, e agitata da una immaginazione atta ad architettare e popolare tre mondi ideali, possedeva ad un tempo il potere di lunga e perseverante meditazione sugli argomenti più astrusi. Però da pochissimi fatti e da osservazioni che sfuggono l’altrui attenzione seppe dirigere il progresso futuro ed inevitabile d’una lingua; e prevedere senza ingannarsi, che quella lingua o doveva perire, o mantenersi secondo le sue predizioni. Infatti che la lingua italiana non sia parlata neppur oggi apparisce a chiunque abita, e a chiunque traversa quella Penisola. Le persone educate negli altri paesi d’Europa si giovano della lingua nazionale, e lasciano i dialetti alla plebe. Or questo in Italia è privilegio solo di chi, viaggiando nelle provincie circonvicine, si giova d’un linguaggio comune tal quale tanto da farsi intendere, e che potrebbe chiamarsi mercantile ed itinerario. Bensì chiunque, dimorando nella sua propria, si dipartisse appena dal dialetto del municipio, affronterebbe il doppio rischio e di non lasciarsi intendere per niente dal popolo, e di farsi deridere nel bel mondo per affettazione di letteratura. I dialetti italiani d’oggi sono probabilmente mutati di molto da quello che Dante udiva parlare. Egli ne contò quattordici principali, suddivisi all’infinito, come notammo, – nè oggi il loro numero è forse minore; – e la loro disparità è sì prominente, che un Bolognese e un Milanese non si intenderebbero fra di loro, se non dopo parecchi giorni di mutuo insegnamento. Inoltre, che la lingua italiana sia stata sempre scritta con le medesime forme apparirà dal solo confronto con le due lingue più letterarie dell’Europa moderna, le quali per essere state insieme parlate e scritte, mutarono la loro ortografia in guisa, che pochi Inglesi, fuochè i dottissimi, possono leggere e intendere le lettere di Chaucer, e pochi Francesi i libri di Rabelais. I Francesi di Luigi XIV, e gl’Inglesi, al tempo ancor meno lontano della regina Anna e anche dopo, esiliarono tanto numero di parole, che oltre ad impoverire i loro idiomi, lasciarono gli antichi libri in dimenticanza. Trasfigurarono la loro ortografia in modo che scrivono in un alfabeto e pronunziano in un altro; ma a’ Francesi basta d’abusare de’ segni delle vocali e pronunziarli per via di dittonghi: bensì gli Inglesi abusano di vocali e di consonanti; anzi, a dir giusto, non hanno alfabeto. Tale è la sorte di tutte le lingue, che essendo insieme scritte e parlate devono presto o tardi accomodarsi all’impero mutabile sempre della pronunzia e dell’uso. – Al contrario la lingua italiana, per l’essenza sua di essere scritta e non parlata, essa e la sua ortografia patirono meno trasformazioni; ed ogni suo segno alfabetico scritto è pronunziato in un modo. Pochissime mutazioni qua e là nelle pagine delle prose di Dante basterebbero a far presumere ch’egli scriveva a’ dì nostri. La lingua traversò tanti corsi di secoli e di vicissitudini morali e politiche della nazione, preservando quasi tutte le sue parole armoniose, evidenti ed energiche, ed i suoi modi eleganti, acquistandone sempre de’ nuovi, e senza perdere mai gli antichi, e scrivendoli tutti con la medesima uniformità. Sì fatti vantaggi non potranno essere controbilanciati che da danni ignoti alla storia delle altre lingue; fra’ quali il peggiore si è: che la lingua rimanendosi esclusivamente letteraria, la nazione in generale non ne ricavò molto profitto, nè ha mai potuto decidere sul merito degli scrittori o sulle loro dispute grammaticali. Gli autori sono per lo più i soli lettori in simili argomenti, e certamente i soli giudici: onde non è meraviglia se le dispute stesse non cessarono mai, e se tutti scrivendo del come si dovrebbe scrivere, pochissimi scrivono di ciò che pur si dovrebbe.
Su ciò che Dante previde con occhio sicuro egli fondava pochi principj generali intorno alla legislazione grammaticale. Erano inerenti alla condizione e alla natura della lingua, onde operarono sempre e quando vennero applicati da parecchi scrittori, e quando vennero trascurati da altri, o negati ostinatamente da molti; ed operarono fin anche negli scritti di chi li negava. Bensì ogni altro de’ sistemi posteriori apparve tanto più assurdo, quanto più si allontanava dal suo; e tutti insieme non solo impedirono, ma fecero retrocedere la lingua ne’ suoi progressi. Non però le hanno potuto far mai rimutare indole nè apparenze; ed oggimai l’esperienza ha convinto la più gran parte degl’Italiani, che la loro lingua letteraria non può prosperare senza l’applicazione dei principj di Dante. – E sono: – Che l’uso, il quale è l’arbitrio d’ogni lingua, deve applicarsi anche alla lingua letteraria; ma che non essendo parlata, l’uso non può risiedere negli abitatori d’alcuna città nè provincia d’Italia, bensì nel popolo degli scrittori di tutta l’Italia: – Che i miglioramenti e i deterioramenti della lingua dipenderanno sempre dal più o meno d’ingegno o di studio, e soprattutto di liberale e nobile educazione di ciascuno scrittore: – Che nelle università e nelle corti de’ principi, dove la dottrina de’ libri, la generosità della vita e l’eleganza de’ costumi e quindi delle idee prevalgono, la lingua si arricchisce, si nobilita, e si raffina. Perciocchè molti nuovi idiotismi de’ varj dialetti portati nelle università e nelle corti dal concorso d’uomini ben nati d’ogni provincia si vanno immedesimando in una sola lingua chiamata da Dante nobile, o cortigiana: – Che questa lingua essendo così composta del fiore di tutti i dialetti, e intelligibile a quanti sono educati a formarla e scriverla, non può possibilmente parlarsi da tutta una nazione divisa e suddivisa in popoli e municipi con dialetti diversi; bensì può essere scritta ed intesa da tutti: – Che la tempra diversa delle facoltà intellettuali degli uomini d’ingegno avrebbe naturalmente innestato nella lingua nuovi modi, nuove frasi, nuovi spiriti, e sempre con arte diversa; e quindi ne sarebbero risultati diversi stili tutti formati dalla materia dipendente dalle medesime leggi: – Che la fama e l’esempio de’ pochi grandi scrittori, i quali avrebbero necessariamente predominato nel loro secolo, avrebbero fatto come da moderatori a’ capricci e alla licenza e agli usi introdotti dal popolo degli autori. – Finalmente dichiara come regola generale, che ogni dialetto d’ogni città d’Italia, fuori della Toscana, e nemmeno quello di Firenze, quantunque paragonandoli fra di loro l’uno sembri men cattivo dell’altro, sono tutti ad un modo assolutamente incapaci a lasciarsi mai ridurre a lingua scritta, in guisa che possa divenire universale alla nazione; ma che gli scrittori dovevano scegliere continuamente da’ varj dialetti ciò che poteva adattarsi alla lingua letteraria, e far sì che, essendo formata di tutti, non mostrasse alcun indizio d’appartenere particolarmente a veruno.
Questi principj metafisici per sè stessi furono annunziati in tempi ne’ quali la filosofia, l’arte dialettica, e la teologia erano tutt’uno, e, credendo d’aiutarsi, s’intricavano fra di loro. Quindi il metodo adottato da Dante induce alle volte a credere che le sue idee fossero oscure anche alla sua mente. Locke che facilitò lo studio dell’analisi delle idee, e quindi della natura delle lingue, e Condillac che illustrò questa difficilissima parte della metafisica, scrissero quattro secoli dopo. Dante asseriva il suo sistema com’uomo che ne vedeva la verità, e n’era convinto; ma non lo esponeva in guisa da convincere gli altri. Il nome e la definizione di lingua cortigiana sono idee vaghissime per sè. Inoltre senza lunghissima serie di fatti, d’argomenti e di dimostrazioni è cosa difficile a persuadere gli uomini di qualunque tempo, che una lingua vivente possa esistere senz’essere mai parlata. Finalmente si è già veduto ch’ei morì quasi mentre aveva finito appena una parte del suo trattato.
L’applicazione universale, severissima e più che giusta delle sue dottrine contro a tutti i dialetti inimicò al poeta anche la tarda posterità di que’ Fiorentini che l’avevano esiliato. Ben è vero che niun dialetto può mai convertirsi in lingua scritta e permanente, se non perde tutte le sue qualità popolari, per accoglierne moltissime letterarie, in guisa che, serbando la sostanza della sua materia, trasformi a ogni modo tutte le sue sembianze. Ma è vero altresì che la materia della lingua nazionale si trova più nel dialetto fiorentino che in qualunque altro d’Italia, e che, quantunque tutti gli scrittori fiorentini, e Dante più ch’altri, abbiano più o meno alterato il loro idioma materno ne’ libri, pur nondimeno la maggior quantità delle parole anche in Dante sono pur fiorentine. Certamente non possiamo indovinare come si parlasse in Firenze e in Bologna a que’ tempi; solo vediamo che Dante giudicava il dialetto de’ Bolognesi più atto a giovare alla lingua letteraria che non era il fiorentino; e questa sua decisione è inesplicabile, e nocque a’ suoi principj appunto perchè parve ad ogni uomo esagerata ed assurda. Taluni l’attribuirono all’ira ch’ei sentiva contro a’ suoi concittadini. Altri compose ultimamente un libro non solo a difenderlo da questa taccia, ma a provare che i Fiorentini e gli altri Italiani scrivevano a que’ tempi una lingua al tutto letteraria, il che a noi non pare bastantemente provato. Se l’ira contro Firenze ebbe qualche parte a fare anteporre a Dante il dialetto bolognese, egli ad ogni modo non lo avrebbe asserito con tanta certezza. Però crediamo che egli attendesse non tanto al dialetto municipale, quanto a quello che allora s’era creato per l’immenso e continuato concorso di uomini d’ingegno; professori e scolari d’ogni età, d’ogni sapere e d’ogni città d’Italia e d’Europa, i quali necessariamente usavano nell’università di Bologna d’una lingua prossima alla popolare, ma alterata alla guisa di quella che per le stesse ragioni si parla, e s’è sempre parlata nella corte de’ papi in Roma. E questa appunto era la cortigiana di Dante. Comunque si fosse, se noi dobbiamo giudicare dagli scritti de’ suoi contemporanei, que’ de’ Bolognesi sono pochi, e que’ pochi sono infinitamente inferiori nella lingua a’ moltissimi fiorentini. Inoltre d’allora in qua il fiorentino fu sempre il dialetto che s’approssimò più da vicino alla lingua scritta dagli autori italiani.
Forse fra que’ cent’anni o pochi più da che Dante nacque, e il Petrarca e il Boccaccio morirono, gli altri scrittori fiorentini si giovavano con pochissime alterazioni del dialetto parlato dal popolo. Tuttavia la diversità nella giuntura delle parole in ciascheduno di quegli scrittori fa manifesto, che alcuni d’essi nobilitavano, altri l’ingentilivano, e tutti vi poneano più o meno studio; ed è studio inculcato dalla natura a chiunque pur sa di dover soggiacere al giudizio del mondo. E se questo non fosse, com’è che Giovanni Villani, tuttochè alla prima ci si mostri scrittore semplicissimo, ridonda a chi attentamente lo legge di parole ed eleganze e giunture di frasi tutte sue ed invisibili nelle altre scritture di quell’età? Or quando è pure evidente che tutti scrivevano in modo diverso dal suo, chi affermerà ch’ei scrivesse per l’appunto come parlava, e che la lingua scritta da lui fosse il dialetto del popolo fiorentino, nè più nè meno? Non che tutti i dialetti, e que’ delle città di Toscana più ch’altri, non porgano infiniti modi di dire attissimi a scriversi; ma perchè giornalmente sono applicati a fatti e pensieri alieni spesso da quelli che sogliono scriversi, sanno di plateale e di comico, e guastano lo stile desiderato da materie più alte; onde chiunque gli adopera è costretto a nobilitarli. Poichè dunque il Villani è dotato di eleganza e ricchezza di lingua ignote allo stile de’ suoi coetanei, è da dire ch’egli sapeva come ingentilire gl’idiotismi, e discernere quali comportassero di scriversi e quali no; e, bench’ei più d’ogni altro egregio scrittore di quella città siasi giovato del dialetto popolare, ebbe l’ingegno di raffinarlo, e lasciò i primi esempj di lingua letteraria in Italia.
Però il fiorentino quanto più diveniva lingua italiana, tanto era più scritto e meno parlato; tanto più era spogliato d’ogni sembianza popolare e municipale; e tanto più il concorso degli scrittori lo arricchì variamente di forme o create di pianta, o trovate per mezzo d’antiche e nuove frasi e parole ringiovenite, combinate con arte. Intendi sanamente, non l’arte vanissima de’ retori e de’ grammatici; ma sì quel tanto d’arte suggerita ad ogni uomo dall’ingegno suo proprio, e che, per essere dono di natura spontaneo, ciascheduno l’usa com’ei lo possiede; e chi più n’ha, più l’esercita, e trova, quasi per ispirazione, assai modi a diffondere sembianze nuovissime e geniali pur sempre alla lingua. Pur altri mille ornamenti sono meretricj, e mille altri sembrano barbari. Alcuni scrittori per vanità di stile purissimo, non avendo calore da ravvivare le grazie che disotterrano da vecchi libri, le lasciano cadaveriche, e pur se ne giovano; altri, per necessità d’idee ignote agli antichi, si accattano parole e frasi da’ forestieri, e non le adoprano in guisa che si confacciano spontaneamente alla lingua. Ma nè i puristi sarebbero accusati di pedanteria, nè gli innovatori di barbarismo, se chiunque scrive potesse insignorirsi dell’arte d’introdurre nel suo stile alcuni vocaboli e modi di dire antichissimi e forestieri sì facilmente, che pajano piuttosto invitati che intrusi.

DISCORSO QUARTO

EPOCA QUARTA
DALL’ANNO 1350 AL 1400

Siamo oggimai all’epoca del Boccaccio, o a dir più giusto, del Decamerone, sul quale per più secoli i principj, gli esempi di tutte le regole, e le grammatiche, e il Grande Dizionario della lingua Italiana si sono fondati. Anzi le Novelle del Boccaccio furono considerate per quattrocento anni il deposito di ogni umana eloquenza; e le lodi sono ripetute da un illustre critico Francese, al quale non si possono apporre pregiudizj nazionali, nè superstizioni di accademie e di scuole. – Or da che noi non siamo in tutto della stessa opinione, stimiamo prezzo dell’opera e obbligo nostro di attendere con maggior cura all’esame di quest’opera, e del libro che la rende sì illustre.
Era Giovanni Boccaccio dotato dalla natura di facondia a descrivere minutamente e con maravigliosa proprietà ed esattezza ogni cosa. Mancava al tutto di quella fantasia pittrice, la quale condensando pensieri, affetti ed immagini li fa scoppiare impetuosamente con modi di dire sdegnosi d’ogni ragione rettorica. Però in tanti suoi libri di versi e rime pare spesso poeta nell’invenzione, e non mai nello stile; di che i fondatori dell’Accademia della Crusca atterriti, come di cosa fuor di natura, esclamavano che il Boccaccio, che sorpassò tutti gli scrittori nelle sue Novelle, non ha mai potuto comporre una stanza in rime degna del nome di poesia(32). Del resto, quella sua prodigalità di parole sceltissime, e i sinonimi accumulati, e i significati purissimi, schietti per lo più di metafore, e vaghi di vezzi nella giuntura delle frasi giovano a lasciar osservare tutti gli elementi della sua prosa, e scemasi alquanto la somma difficoltà di scevrare le leggi certe grammaticali dalle arbitrarie de’ retori; e la materia perpetua della lingua dalle forme mutabili dello stile. Fra quante opere abbiamo del Boccaccio, la più luminosa di stile e di pensieri a noi pare la Vita di Dante: e la sua lunga Lettera a Pino de’ Rossi a confortarlo nell’esilio è caldissima d’eloquenza signorile; onde i vocaboli corrono meno lenti e più gravi d’idee che nelle Novelle. Le tante macchie di lingua scoperte dagli Accademici in que’ due volumetti(33), sono invisibili a noi, colpa forse del non saperle discernere. Forse anche que’ volumetti dispiacquero perchè pajono in lingua piuttosto italiana che fiorentina; e sono meno ricchi di parole non necessarie, più rigorosi nella sintassi, e meno vezzosi di quelle grazie, le quali, per essere più dell’autore che della lingua, non furono imitate mai che non paressero smancerie. Loderemo dunque ogni superfluità di parole in quanto il Decamerone somministra maggior numero d’osservazioni grammaticali; e tanto più quanto la qualità diversa di cento novelle, e la varietà degli umani caratteri che vi sono descritti porsero occasioni all’autore di applicare ogni colore e ogni studio alla lingua, e farla parlare a principi e a matrone e a furfanti e a fantesche e a tonsurati ed a vergini, ed a chi no? onde in questo il Boccaccio è scrittore unico forse.
A critici suoi devoti pur nondimeno pare che il Boccaccio sia narratore più nobile di qualunque degli scrittori antichi; e più potente di Cicerone e di Demostene nelle dicerie de’ suoi personaggi; e più tragico d’Eschilo e d’ogni tragico nella rappresentazione di forti anime lottanti contro a passioni e sciagure; e più arguto di Luciano a deridere. – Ma lodi siffatte sentono di fanatismo. Il Boccaccio, senza essere sommo in alcuna di tante guise di stile, seppe trattarle felicemente pur tutte; il che non incontrò a verun altro, o a rarissimi.
Nondimeno M. Ginguené, uno de’ critici più eleganti e più celebri dell’età nostra, giudica che il Boccaccio, avendo avuto sotto gli occhi la storia di Tucidide e il poema di Lucrezio, abbia emulato le loro doti diverse in guisa, che gli venne fatto di superarli, e descrisse la peste da storico, da filosofo e da poeta(34). Se il Boccaccio vedesse l’uno e l’altro di quelli scrittori non sappiam dirlo; ad ogni modo bastava il latino, il quale segue di passo in passo Tucidide. Molta parte dell’italiano sembra parafrasi, non pure di avvenimenti originati per avventura e in Atene e in Firenze dalla medesima epidemia, ma ben anche di riflessioni e minute particolarità, nelle quali è improbabile che gli scrittori concorressero a caso. Il merito della descrizione della pestilenza nel Decamerone non risulta così dallo stile – che raffrontato a quello di Tucidide e di Lucrezio è freddissimo, – come dal contrasto degli infermi e de’ funerali e della desolazione nella città, con la gioia tranquilla e le danze e le cene e le canzonette e il novellar della villa. In questo il Boccaccio, quand’anche avesse imitata la narrazione, l’adoperò da inventore. Bensì, guardando ciascuna descrizione da sè, la pietà ed il terrore prorompono insistenti dalle parole del Greco; e s’affollano, ma senza confondersi, da che ei procede con l’ordine che la natura diede al principio, al progresso e agli effetti di tanta calamità. Radunando circostanze due volte tante più che il Boccaccio, le dipinge energicamente in pochissimi tratti, sì che tutte cospirino simultaneamente a occupare tutte le facoltà dell’anima nostra. Il Boccaccio si sofferma a bell’agio di cosa in cosa pur a sfoggiarle con quel suo pennelleggiare che da’ pittori si chiamerebbe piazzoso; e le amplifica in guisa da far sospettare ch’egli esageri. – «Maravigliosa cosa è ad udire quello che io debbo dire; il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fede degno udito l’avessi». E non gli basta. – Di che gli occhi miei (siccome poco davanti è detto) presero, tra l’altre volte, un dì così fatta esperienza… nella via pubblica.(35) Vero è che Tucidide narra con maggior efficacia, perchè n’ebbe esperienza più certa – «Ho patito di quel morbo anch’io, e l’ho veduto patire dagli altri(36)»; – ma s’astiene da ogni esclamazione rettorica, e da professioni di verità. La tempra diversa de’ loro ingegni e la diversità de’ loro studj gli ammaestrava a disegnare e colorire i medesimi fatti in due maniere affatto diverse. Le arti meretricie dell’orazione, che il Boccaccio derivò con ammirazione dai retori romani, non erano ancora fatturate da Isocrate e da que’ parolai, nè celebrate in Atene all’età di Tucidide; ond’è il men attico fra gli Ateniesi, perchè modellava il suo dialetto materno sovra la lingua universale e schiettissima discesa da Omero, la quale non fu congegnata a mosaico di dialetti diversi, com’è generale opinione, ma fu studiata da poeti e da storici a infondere qualità letteraria a’ dialetti delle loro città, sì che scrivendoli riescissero più agevoli a tutta la Grecia; – e perchè quella lingua primitiva era nazionale e vivente, i dialetti acquistavano decoro per essa, e non perdeano vigore. Il Boccaccio modellando l’idioma fiorentino su la lingua morta de’ Latini, accrescevagli dignità, ma gli mortificava la nativa energia. Finalmente Tucidide adopera i vocaboli quasi materia passiva, e li costringe a raddensare passioni, immagini e riflessioni più molte che forse non possono talor contenere; ond’ei pare quasi tiranno della sua lingua. Or il Boccaccio la vezzeggia da innamorato. Diresti ch’ei vedesse in ogni parola una vita che le fosse propria, nè bisognosa altrimenti d’essere animata dall’intelletto; e però a poter narrare interamente desiderava lingua d’eloquenza splendida e DI VOCABOLI ECCELLENTI FECONDA(37), – La loro eccellenza gli era indicata dall’orecchio ch’egli a disporli nella prosa aveva delicatissimo. Certo è che l’esteriore e permanente beltà d’ogni lingua è creata da’ suoni, perchè sono qualità naturali e le sole perpetue nelle parole. Tutte altre qualità le ricevono dal consenso dell’uso, che è spesso incostante, o dalle modificazioni dissimili di sentire e di pensare degli scrittori. Non però è meno vero che quanto maggior numero di parole concorre a rappresentare il pensiero, tanto minore porzione di mente umana tocca necessariamente a ciascuna d’esse; bensì la loro moltitudine per le varietà continue de’ suoni genera più facilmente armonia. Quindi ogni stile composto più di suoni che di significati s’aggira piacevole intorno alla mente, perchè la tien desta, e non l’affatica. Ma se l’armonia compensa il languore, ritarda assai volte la velocità del pensiero; e il pensiero acquistando chiarezza dalle perifrasi, perde l’evidenza che risalta dalla proprietà e precisione delle espressioni. Sì fatti scrittori risplendono, e non riscaldano; e dove sono passionati sembrano più addestrati che nati all’eloquenza; perciò il lettore non può persuadersi che mai sentano quanto dicono: e narrando, descrivono e non dipingono: nè vien loro mai fatto di costringere la loro sentenza in un conflato di fatti, ragioni, immagini e affetti, a vibrarla quasi saetta che, senza fragore nè fiamma, lasci visibile il suo corso in un solco di calore e di luce, e arrivi dirittissima al segno. Bellissimi scrittori pur sono nel loro genere; non però vediamo come altri possa ammirare in essi riunite in sommo grado le doti dello stile de’ filosofi, degli storici, e de’ poeti. Sono doti dissimili, o che noi c’inganniamo, da quelle del Boccaccio; e n’è prova che il loro abuso le fa degenerare in difetti al tutto contrari. Tucidide ti affatica imponendoti di pensare senza riposo; e il Boccaccio forse t’annoia, come chi non rifina di ricrearti con la sua musica. È stile a ogni modo felicemente appropriato a donne briose e giovani innamorati che seggono novellando a diporto. – Ma che libri di politica, com’oggi alcuni n’escono, dettati in quell’oziosissimo stile, possano educare a sensi virili e pensieri profondi, non lo crediamo. – Di ciò veggano gl’Italiani, o più veramente, quando che sia, i loro posteri. Ma noi, guardando al passato, non possiamo da tutta la lunga storia delle lodi del Decamerone se non desumere, che la troppa ammirazione per quel libro insinuò nella lingua infiniti vizi, più agevoli a lasciarsi conoscere che a riparare; e guastò in mille guise e per lungo corso di generazioni le menti e la letteratura in Italia. Or se taluni incominciassero a’ dì nostri a cumulare sulle Novelle del Boccaccio tutti gli elogi meritati da’ lavori più nobili dell’umano ingegno, non sarebbero essi disprezzati per l’appunto da’ critici che li ripetono? Ma discendono tutti per tradizione continuata di grandi autorità e d’accademie e di scuole sino dal secolo di Leone X. Le tradizioni letterarie, nè giova indagarne il perchè, hanno più forza che le politiche e le religiose, anche negli uomini i quali possono considerare ogni cosa con filosofica libertà.
Ma di ciò avremo da dire allorchè osserveremo il secolo decimosesto, che fu la vera epoca grammaticale in Italia. L’esame riescirà tanto più nuovo, in quanto che la grammatica era intimamente connessa alle vicende politiche che sotto Carlo V trasformavano in tutto l’Italia, e alle riforme di religione che tolsero alla Chiesa di Roma una gran parte del popolo Cristiano. Allora dal concorso e dal concatenamento de’ fatti apparirà sempre più, che i falsi sistemi de’ critici, de’ grammatici e delle scuole sarebbero stati evitati, e l’Italia non avrebbe ne’ suoi scrittori di prosa altrettanti parolaj pedanteschi e gelati (come pur sono, da pochissimi in fuori), se il genio non fosse stato inceppato da troppe regole inesorabilmente imposte, patrocinate dalle accademie e tutte impossibili ad eseguirsi. Tanta miseria all’italiana Letteratura derivò dal non potere o non volere conoscere mai: – Che l’italiana è lingua letteraria; fu scritta sempre, non mai parlata. Ripetiamolo; perchè a questo centro concorrono tutti i fatti e le osservazioni; e il principio è innegabile insieme e negato, solo perchè non fu dimostrato mai. Quindi originarono, e infellonirono le questioni, e non cessano. Tutte le regole e le grammatiche e i dizionari e i giudizj de’ critici hanno adottato per unica base l’ipotesi che il Decamerone fosse scritto come si parlava a que’ tempi; – e che però si dovesse scrivere sempre indovinando finanche la pronunzia di quell’età, – e non si potesse usare senza precauzioni infinite nissuna frase o parola che non fosse o nel Decamerone, o ne’ migliori scrittori contemporanei al Boccaccio. Or chi crederà che nel tempo stesso e negli stessi libri dicevano, che il Boccaccio in tutte le altre opere in prosa non solo non è scrittore perfetto, ma che anzi è così dissimile da sè stesso in guisa, che pare un altro scrittore, e talvolta peggiore de’ suoi contemporanei? Così cadevano senza accorgersi nell’assurdità di asserire, che la lingua non fu parlata bene se non in que’ tre o quattro anni impiegati dal Boccaccio a comporre le sue Novelle. Il fatto sta che l’unico scrittore il quale scrivesse come si parlava fu Franco Sacchetti, autore di alcune poesie, e di trecento novellette, le quali è quasi impossibile di credere che noi le leggiamo, e pare d’udirle narrare buonamente. Franco pare sempre che discorra per ozio, senz’altra cura che di far ridere. Ma gli accademici della Crusca lo chiamano barbaro(38): e nondimeno era concittadino e contemporaneo del Boccaccio, ed uomo di molta letteratura e di elegantissimo ingegno. Il fatto sta che Franco Sacchetti usava l’idioma popolare, e a’ critici parve barbaro; e il Boccaccio formava una lingua letteraria, e nella quale alle volte si sente più l’arte che la natura, ed a’ critici parve assai più che umana; e riducesi nè più nè meno ad essere lavoro raffinatissimo d’arte.
Il sommo, vero merito del Boccaccio sta nell’aver fatto uso del dialetto fiorentino meglio di qualunque altro scrittore, in guisa da convertirlo in lingua letteraria; e diede agli scrittori in prosa un grande esempio che non seguitarono, ed è: – Che tutte le lingue, e l’italiana più ch’altre, s’arrendono ad ogni trasformazione a chiunque può e sa far obbedire la lingua al genio. Ma ogni uomo ha genio diverso; e chiunque s’è fatto schiavo all’altrui, come molti a quel del Boccaccio, ha rinunziato alle forze sue proprie, e non può far molto uso delle accattate. Che se il Boccaccio avesse fatto prova men ambiziosa d’ingegno, i retori non avrebbero poscia usurpato il suo libro a mortificare alla lingua una facoltà nata seco, e di cui trecent’anni di inerzia, d’usi forestieri e di servitù l’avrebbero al tutto spogliata, se non fosse facoltà ingenita; ed è una ardente, diritta, evidente velocità, – vivissima nelle novelle composte forse un secolo innanzi al Decamerone. Il modo di scriverle fu agevolato dal mestiere di raccontarle, e dal costume d’udirle nelle corti de’ signori d’Italia; e ne trascriveremo una brevissima:
«La Damigella tanto amò Lancialotto ch’ella venne alla morte, e comandò, che quando sua anima fosse partita dal corpo, che fosse arredata una piccola navicella, coperta d’un vermiglio sciamito con un ricco letto ivi entro, con ricche e nobili coverture di seta, ornato di ricche pietre preziose; e fosse il suo corpo messo in su questo letto, vestito de’ suoi più nobili vestimenti, e con bella corona in capo ricca di molto oro, e di molte ricche pietre preziose, e con ricca cintura, e borsa. Ed in quella borsa aveva una lettera dello infrascritto tenore. Ma prima diciamo di ciò che va innanzi alla lettera. La Damigella morìo del mal d’amore: e fu fatto de lei ciò ch’ella aveva detto della navicella sanza vela, e sanza remi, e sanza niuno sopra sagliente; e fu messa in mare. Il mare la guidò a Camalot, e ristette alla riva. Il grido fu per la Corte. I Cavalieri, e Baroni dismontaro de’ palazzi; e lo nobile Re Artù vi venne; e maravigliandosi forte molti, che sanza niuna guida questa navicella era così apportata ivi. Il Re entrò dentro; vide la Damigella, e l’arnese. Fe’ aprire la borsa; trovaro quella lettera. Fecela leggere, e dicea così: A tutti i Cavalieri della Ritonda manda salute questa Damigella di Scalot, siccome alla miglior gente del mondo. E se voi volete sapere perch’io a mio fine sono venuta, ciò è per lo migliore Cavaliere del mondo, e per lo più villano, cioè Monsignor Messer Lancialotto de Lac, che già nol seppi tanto pregare d’amore ch’elli avesse di me mercede. E così, lassa, sono morta per bene amare, come voi potete vedere.»
Scarno com’è questo stile di narrazione, è pur vivo; qui la sintassi governasi da quella sola grammatica, ed è la vera e perpetua, la quale in ogni lingua vien suggerita dalla natura a tutti gli uomini, sì che s’intendano facilmente fra loro. Pochissime delle parole sono antiquate, e l’evidenza di tutte le altre si serbò sino a’ giorni nostri. Scorre per entro il racconto una certa grazia d’ironia così che, se la data non fosse avverata, darebbe da credere che lo scrittore mirasse con la sua breve e non mai terminata novella a deridere i novellatori del Decamerone, che non rifiniscono mai di prosare e ascoltarsi da sè. Alle volte anche quegli antichissimi s’industriavano di aiutarsi di molte parole, e ingrandire le descrizioni, e accrescere il calore degli affetti; ma o che la povertà de’ vocaboli della lingua ne gl’impedisse, o che non avessero ancora imparato come intrecciarle, incominciavano alle volte con un po’ di rettorica, e si tornavano sempre alla lor semplice brevità. Infatti l’autore della novelletta par che si fermi a mezzo per indigenza di locuzioni, e s’affretta a finire il racconto suo come può.
Se fosse piaciuto al Boccaccio di abbellire e allungare per via di molta varietà di circostanze, di passioni e caratteri, e di ricchezze di stile questo racconto, com’ei pur fe’ di que’ molti ch’ei derivò da’ romanzi, ei di certo si sarebbe giovato mirabilmente del nuovo modo di morire adottato dalla giovinetta, e le avrebbe disposte e colorite in maniera da conferire più verosimiglianza alla bizzarra invenzione. Se non che forse, volendo troppo descrivere la fanciulla morta vestita a nozze, e il cadavere ramingo nel mare senza certezza di sepoltura, e far parlare la giovinetta morente confortandosi della speranza di manifestare al mondo che il cavaliere non riamandola la lasciava perire, la rettorica avrebbe raffreddata la fantasia del lettore, e sparpagliate tutte quelle immagini e affetti ch’escono a un tratto spontanei dalla schietta ripetizione delle parole senz’arte. – La Damigella morìo del mal d’amore: e fu fatto de lei ciò ch’ella aveva detto della navicella sanza vela, e sanza remi, e sanza niuno sopra sagliente; e fu messa in mare. L’aridità di quasi tutti que’ primi narratori è talor compensata dalla libertà, alla quale essi lasciano la mente del lettore a sentire e pensare da sè.
Quanto più le scritture vengono verso l’età del Boccaccio, tanto più abbondano di vocaboli, e di membretti annodati da particelle, e disposti a periodi men rotti e più numerosi. Gli artifizj della sintassi si moltiplicavano per via di traduzioni e imitazioni libere dal latino; e moltissime ne giacciono inedite. La quantità di quelli scrittori, se si trovassero tutti, sarebbe innumerabile; e quasi tutti, se se ne tolgano gl’idiotismi volgari e l’incostanza dell’ortografia, possedevano quella proprietà di parole, e quella facile eleganza di metterle insieme che non fu mai più ottenuta, se non per mezzo di studio. Ciò che abbiamo affermato sulla fine del primo di questi Discorsi, «Che la lingua fu rinvigorita quasi ad un tratto dalla costituzione democratica di Firenze», è illustrato specialmente da moltissimi documenti dell’età del Boccaccio. Poi quanta miseria la servitù politica portasse fin anche nell’eleganza della lingua, le seguenti epoche ne daranno tristissime prove. I Fiorentini s’arricchirono per le manifatture; passavano la lor gioventù in paesi forestieri per affari di traffichi, e ripatriavano importando nuovi usi, nuove idee, e quindi nuove parole, che in governo tutto popolare non potevano che divenir popolari in un subito. Erano repubblicani divisi in parti, che talvolta s’azzuffavano armate, e più spesso a parole nelle assemblee; e pochi vi avevano, fin anche fra gli artigiani, che non credessero le loro famiglie meritevoli della memoria de’ posteri. Scrivevano cronichette della loro repubblica, innestandovi le loro faccende domestiche, e ricordi de’ loro maggiori. Un d’essi registra: Il mio nonno faceva il badajuolo per campare(39). – Un altro. Io ebbi un avolo, e fu maliscalco, e fu tenuto il sommo della città sua: ebbe tre figliuoli; Cristofano, appresso il padre, tenne il pregio della Mascalcìa, e avanzollo; mio padre avanzò Cristofano dell’arte in sua vita; onde, volendo il padre che appresso sè uno de’ figliuoli rimanesse all’arte, convenne a me lasciare lo studio della grammatica, come piacque a lui, e venir all’arte. Onde dinanzi a me furono di mia gente l’un presso all’altro, ciascuno maliscalco, sei; ed io fui il settimo.(40) – Bensì la ortografia di questo e d’ogni altro documento di quell’età, se non è ridotta all’uso moderno, palesa che il dialetto de’ Fiorentini, benchè evidente nella sintassi e nella proprietà de’ significati, era perplesso ne’ suoni, e mutabile ne’ segni delle idee consegnate alla scrittura. Scrivevano casa, chasa, ricordo, richordo, figliuolo, fighiuolo, figiolo, maniscalco, manescalco. La grammatica dalla quale il buon maliscalco fu disviato era la latina; e gli atti pubblici continuarono ad essere tutti scritti in quel gergo barbaro per due secoli e più.(41)
Il secreto del Boccaccio fu d’immedesimare lo spirito e la materia del dialetto volgare con tanta felicità da farne uscire una terza lingua. Il suo stile sarebbe stato schiettissimo d’affettazione, se, per procacciargli più dignità, non avesse usato un po’ troppo della trasposizione ciceroniana, e se fosse stato più parco di parole, le quali non servono che alla rotondità di periodi sonanti. Parecchi versi tolti dal poema di Dante e innestati nel Decamerone furono osservati da molti; ma chi guardasse più addentro s’avvedrebbe che il Boccaccio armonizzava la sua prosa, ajutandosi della prosodia de’ poeti latini. Li traduceva talora letteralmente e, mentre la loro misura suonavagli tuttavia intorno all’orecchio, inserivali nel suo libro. Di che giovi indicare uno squarcio bastantemente lungo nel Proemio, e sarà guida a’ dilettanti di sì fatte scoperte a trovarne molte altre da sè. «Le donne sono molto men forti che gli uomini, a sostenere. Il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quella; perciocchè a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e vedere molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare. De’ quali modi ciascuno ha forza di trarre o in tutto o in parte l’animo a sè, e dal nojoso pensiero rimuoverlo, almeno per alcuno spazio di tempo; appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopravviene, o diventa la noia minore.»

Ut corpus, teneris ita mens infirma puellis:
Fortius ingenium suspicor esse viris.
Vos, modo venando, modo rus geniale colendo,
Ponitis in varia tempora longa mora.
Aut fora vos retinent, aut unctae dona palestrae:
Flectitis aut froeno colla sequacis equi.
Nunc volucrem laqueo, nunc piscem ducitis hamo:
Diluitur posito serior hora mero.
His, mihi submotae, vel si minus acriter urar,
Quod faciam, superest, praeter amare nihil.(42)

Del Petrarca, grande contemporaneo ed amico del Boccaccio, che divise con lui fino a quasi tutto il secolo decimottavo la gloria di predominare assolutamente su la lingua italiana, non possiamo scriver nulla che non sia già noto, e pochissimo che serva al proposito nostro. Abbiamo già veduto nel Discorso precedente che la poesia italiana è poco atta a contribuire all’analisi e alla storia della lingua: inoltre molti ne trattarono e ne trattano giornalmente; mentre la critica degli scrittori in prosa rimane campo tuttavia poco esplorato. Eccettuati i versi amorosi e poche altre composizioni in rima, il Petrarca scrisse sempre in latino, fin anche le lettere a’ suoi intimi amici. I soli saggi della sua prosa italiana che forse esistono al mondo sono due lettere; e il fac simile degli autografi è stato da poco in qua pubblicato in un volumetto di saggi sul Petrarca. L’essersi poi smarriti que’ manoscritti per accidente fece dubitare se sì fatta preziosa curiosità di prosa italiana scritta dal Petrarca fosse stata invenzione, che somiglierebbe ne più nè meno a impostura. Fortunatamente le lettere originali furono ritrovate, e tornarono ad ornare la libreria di Hollandhouse, alla quale appartengono. Sembra che il Petrarca le scrivesse in fretta, e più intento a ciò ch’ei voleva significare a’ suoi corrispondenti, che al modo migliore d’esprimersi. Pur sono bastantemente lunghe da lasciar conoscere ch’ei non pose mai studio veruno a ripulire il dialetto in guisa da potersene giovare con facilità e correzione. A dir vero, la dicitura di quelle lettere appena serba ombra di dialetto fiorentino, o di veruno altro particolare ad una città qualunque d’Italia; ed è appunto quella lingua itineraria di cui abbiamo fatto menzione nell’epoca precedente; e che prevale tuttavia in Italia con le mutazioni portate dagli anni; ed è lingua che tutti intendono a un modo, ogni uomo la parla diversamente, e niuno può scriverla mai nè bene nè male.
Infatti il Petrarca non udì mai parlare nè il dialetto fiorentino, nè alcun altro della Toscana. Ben ei l’imparò da bambino da’ suoi parenti ch’erano di Firenze. Ma egli nacque in esilio. E mentre cominciava a pronunziar le parole, andò pellegrinando co’ suoi parenti che si domiciliarono in Francia; e però egli udiva e imparava tanti altri dialetti sino da quell’età, in cui l’orecchio e gli organi della pronunzia e la memoria raccolgono per forza di natura tutti i suoni e significati e inflessioni di voce; e non li perdono più. Nè poi da fanciullo fece suo studio che del latino; si rimase orfano giovinetto, e non udì più idioma di padre o di madre; e per grandissimo spazio della lunga sua vita dimorava or in città e in corte di papi francesi, or nella campagna d’Avignone fra contadini, or in casa de’ Colonnesi, i quali, se parlavano alcun dialetto italiano, dovea essere il romanesco. Viaggiò stando a lunga dimora in più luoghi, fuorchè in Firenze. Ne fra’ suoi famigliari, amanuensi ed amici domestici fu mai, che io sappia, un unico fiorentino; e co’ letterati di Firenze carteggiò sempre in lingua latina. Come egli dalle reminiscenze del dialetto materno e da quanti n’udì, e da rimatori provenzali, siciliani e italiani stillasse, per così dire, una quintessenza di lingua poetica, è uno di que’ misteri che si sogliono attribuire al genio, o in parole più chiare, all’organica costituzione de’ poteri intellettuali dell’individuo. Così Mozart fu grande nella musica dalla sua fanciullezza, e così Pascal fu matematico prima dell’adolescenza e senza maestro veruno. Al genio del Petrarca al contrario bisognava lunghissimo tempo, cure infinite, pazienza incredibile a perfezionare la lingua delle sue poesie amorose. Le date, accennate chiaramente ne’ suoi versi e registrate di sua mano ne’ suoi autografi, palesano che la raccolta di que’ versi fu scritta nel corso di trent’anni. Ogni stanza, ogni verso ed ogni parola furono ricorretti più volte, e riveduti in diversi intervalli di tempo. Da prima il Petrarca voleva bruciare tutti que’ versi; poi si riconsigliò, e attese a perfezionargli. Ma la loro lingua è più dell’Autore che della nazione, e si potrebbe propriamente chiamare col nome di petrarchesca. Infiniti uomini di studio indefesso e d’ingegno si applicarono ad imitarla, e tutti senz’eccezione riescirono o mediocri verseggiatori, o scrittori ridicoli: e questa è la prova più convincente che la lingua di quelle poesie non può dare esempj, nè regole, perchè è fuor d’ogni esempio, d’ogni sistema e teoria di grammatiche. Non ebbero fortuna migliore gl’imitatori del Boccaccio, perchè, quantunque scrivessero in un genere di composizione più soggetta a metodo logico d’esprimere i pensieri, e più regolare a secondare le norme grammaticali, e soprattutto più accomodata alla intelligenza di tutti i lettori, pur nondimeno è lingua nella quale la materia assume forme tutte proprie dell’arte e del genio dello scrittore. La fortuna del Decamerone animò la gara di que’ tanti novellatori a giornate, venuti a noia sin da’ loro tempi; e poscia, per la rarità delle edizioni, apprezzati dagli intendenti di libri. Enrico Roscoe, figliuolo dello storico illustre, raccolse per serie d’anni alcune di quelle novelle; e traducendole con eleganza di stile schiettissimo, palesò che la ripuganza di leggerle in originale derivava per lo più dall’affettazione comune a molti di andar prosando come il Boccaccio.
Certo, se il Petrarca avesse dovuto spendere a scrivere in prosa italiana la decima parte delle fatiche ch’ei diede a’ suoi versi, egli non avrebbe potuto scrivere tanto. Questa ragione contribuì, fra le molte altre, ad indurlo a comporre ogni sua cosa in latino; ma l’allettamento principale era la gloria allora ottenuta da’ poeti latini, e appena conceduta dagl’italiani, nelle università e nelle corti de’ principi. E nondimeno tutti sapevano poco o nulla intorno all’essenza e alla qualità della lingua latina. Coluccio Salutati era dottissimo, e in gran fama fra’ letterati di quell’età; e pronunziò che il Boccaccio nelle sue poesie pastorali scritte in latino non era inferiore che al solo Petrarca, ma che il Petrarca era superiore – chi il crederebbe? – a Virgilio(43). Erasmo per altro, critico d’altri tempi e d’altra mente, osservando la letteratura del secolo decimoquarto, scema alquanto le lodi date al Petrarca, e ne aggiunge al Boccaccio giudicandolo scrittore di latinità meno barbara.(44)
Il danno che il Petrarca, per la troppa ambizione di scrivere in latino, recò alla sua lingua materna fu compensato da lui con l’infaticabile e generosa perseveranza a ridonare all’Europa gli avanzi più nobili dell’ingegno umano. Nè i monumenti dell’antichità, nè le serie delle medaglie, nè alcun manoscritto di romana letteratura fu trascurato da lui, ogni qual volta ei potè sperare di toglierlo alla dimenticanza e farlo trascrivere a moltiplicarne le copie. S’acquistò la gratitudine di tutta l’Europa, ed è tuttavia meritamente chiamato primo ristoratore della classica letteratura. Pur nondimeno al Boccaccio spetta non solo una porzione, ma la metà, a dir poco, di questa lode. Non ignoriamo che la nostra opinione sarà al primo tratto creduta paradosso avanzato per ambizione di novità; ma le prove, che anche brevissimamente possiamo darne, faranno invece meravigliare i nostri lettori della scarsa retribuzione che il Boccaccio ottenne fino ad oggi, malgrado i suoi giganteschi e felici tentativi a disperdere l’ignoranza del medio evo.
La mitologia allegorica, e quindi la teologia e la filosofia metafisica degli antichi, – gli aneddoti della storia di secoli più recenti, – e fino anche la geografia furono illustrate dal Boccaccio ne’ suoi voluminosi trattati in latino; oggi poco letti, ma allora studiati da tutti come le prime e le migliori opere di solida erudizione. Il Petrarca non sapeva di greco; e quanto in quel secolo la Toscana e l’Italia conobbero degli autori di quella lingua era dovuto tutto al Boccaccio. Andò in Sicilia, dov’erano ancora alcuni avanzi d’un greco dialetto, e maestri che lo insegnavano; e poi ricorse a due precettori di maggior merito, Barlaamo e Leonzio. Sotto questi due studiò per più anni; e per Leonzio ottenne dalla repubblica di Firenze che si fondasse una cattedra di lingua greca. Senza il Boccaccio, i poemi d’Omero si sarebbero rimasti sconosciuti ancora per lungo tempo. La guerra di Troia si leggeva nel romanzo famoso sotto nome di Storia di Guido delle Colonne, dal quale derivarono poi tante altre pazze invenzioni ed erudizioni apocrife de’ tempi Omerici, e diversi drammi simili al Troilo e Cresside di Shakespeare, e ne’ quali non v’è un’unica circostanza che si possa riscontrare nell’Iliade e nell’Odissea. Aggiungasi a ciò che l’impresa domandava abbondanza di danaro posseduta dal Petrarca; e il Boccaccio non conobbe mai che angustie di fortuna e di vita. Vi supplì con laboriosissima industria, e si assoggettò al lavoro meccanico contrario all’indole del suo genio, e copiò i codici di sua mano. Leonardo Bruni, il quale era già nato innanzi che il Boccaccio morisse, vedendo tutta quella moltitudine di autori ed esemplari trascritti da lui, ne rimase maravigliato(45). Benvenuto da Imola, che fu discepolo del Boccaccio, racconta a questo proposito un curioso aneddoto, che noi riferiremo, perchè non sappiamo che possa leggersi fuorchè nella grande collezione degli scrittori del medio evo del Muratori, ed è una di quelle opere inaccessibili alla più parte de’ nostri lettori(46). Arrivando il Boccaccio all’abbazia di Monte Cassino, celebrata per l’immenso numero de’ manoscritti che vi giacevano sconosciuti, richiese umilmente d’essere introdotto nella biblioteca del Monastero. Un monaco rispondendogli asciuttamente «andate, sta aperta», gli additò un’altissima scala. Il buon Boccaccio trovò mutilati e laceri quanti libri apriva; e gemendo che tante fatiche de’ grandi uomini dell’antichità fossero cadute in potere di sì tristi padroni, si partì lacrimando. Scendendo la scala incontrò un altro monaco, e gli richiese, «come mai que’ libri fossero così tronchi?» – «noi delle pagine scritte in pergamena di que’ volumi» rispose il monaco freddamente «facciamo coperte di libricciuoli di preghiere, e li vendiamo per due, tre, e talvolta anche per cinque soldi.» – Or va, conclude il discepolo del Boccaccio, va tu, povero letterato, a romperti il capo per comporre de’ libri.
Tali erano gli ostacoli che quest’uomo benemerito ha dovuto superare a promovere col Petrarca la civilizzazione del suo secolo; ed era debito di tarda, ma religiosa giustizia il manifestare, che in questa parte la porzione di ricordanza riconoscente ch’ei s’aspettava da’ posteri fu assegnata quasi tutta al suo più fortunato contemporaneo. Non concluderemo la nostra osservazione senza pagare un altro debito alla memoria del Boccaccio. La inverecondia delle Novelle, e la loro tendenza morale non può nè giustificarsi, nè attenuarsi: ma tanti scrittori, che, segnatamente in Inghilterra, ripetono quasi di anno in anno la censura meritata dal Boccaccio, pare che non sappiamo come, quasi subito dopo che egli ebbe pubblicate le sue Novelle, se ne pentì. Pur troppo lo studio della lingua e dello stile fu pretesto a gratificare l’immaginazione de’ lettori di fantasie, alle quali tutti propendono, e sono costretti a dissimularle; nè le Novelle del Boccaccio avrebbero predominato su la letteratura se fossero state più caste. L’arte di additare cose bramate e vietarle adula insieme ed irrita le passioni, e giova efficacemente a governare la coscienza e de’ fanciulli e de’ barbati e dei prudentissimi vecchi. Onde i Gesuiti non sì tosto s’insignorirono delle scuole d’Italia, adottarono quel libro, mutilato come avevano fatto de’ poeti licenziosi latini; ma i passi mutilati sono i più desiderati appunto perchè mancano, e l’immaginazione della gioventù vi supplisce idee peggiori che non avrebbero forse trovato ne’ libri, se fossero interi.
I Gesuiti, per adonestare l’uso ch’essi facevano del Decamerone ne’ loro collegi, indussero per avventura il Bellarmino a giustificare nelle sue controversie le intenzioni dell’autore. Fors’anche interpolarono quegli argomenti, come altri parecchi, nelle edizioni del Bellarmino, ogni qualvolta le sue dottrine non si uniformavano agli interessi dell’Istituto(47). Inoltre è probabile che favorissero un libro famoso per le invettive contro alle regole claustrali, e scritto assai prima ch’essi nascessero ad occupare la giurisdizione di tutte. Anzi, il Bellarmino perdonò meno assai che il Boccaccio alla fama delle vecchie congregazioni; e benchè altri, a difenderle, chiami quel suo Gemitus Columbae aprocrifo, fu stampato a ogni modo mentr’ei vivea, fra l’opere sue. Ma quanto al Boccaccio, egli innanzi di morire aveva fatto ammenda del suo poco riguardo a’ costumi. Sentì che gli uomini lo credeano reo, ed espiò le Novelle con pena più grave forse che non era la colpa; e direste che le scrivesse indotto dal predominio d’una donna, forse quella ch’ei poco prima rinnegò, diffamandola nel Laberinto d’Amore. Comunque si fosse, scongiurava i padri di famiglia a non permettere il Decamerone a chi non aveva per anche perduto la verecondia. «Non lasciate leggere quel libro; e se pur è vero che voi per amor mio piangete nelle mie afflizioni, abbiate pietà, non foss’altro, dell’onor mio.»
Inoltre con rimorsi di coscienza, che fanno più onore alla probità della sua vita che alla forza della sua mente, fece ammenda anche a’ frati e alle loro superstizioni ch’egli aveva derise. Niuno forse, dopo Aristofane, ricavò tanto amaramente il ridicolo dalla sfacciataggine dei predicatori ignoranti, e dalla credulità d’ignoranti ascoltatori, quanto il Boccaccio con le Novelle, dove si mostra implacabile a’ frati. In una d’esse introduce uno di que’ vagabondi a vantarsi dal pulpito d’avere pellegrinato in tutti i paesi che sono e non sono nel globo terraqueo a trovar reliquie di Santi, e farle adorare per danari al popolo nelle chiese. E nondimeno il Boccaccio, morendo, diceva d’aver da gran tempo cercato per sante reliquie in diverse parti del mondo, – e le lasciava alla devozione del popolo in un convento di frati. Quella sua volontà trovasi scritta in un testamento in italiano tutto di suo pugno, e in un altro in latino fatto molti anni dopo da un notaio, e approvato e sottoscritto dal Boccaccio poco prima ch’egli morisse. E in tutti e due i testamenti lasciò ogni suo libro e manoscritto al suo confessore, e al convento di Santo Spirito, perchè i frati preghino Dio per l’anima sua, e i suoi concittadini potessero leggerli e copiarli per loro ammaestramento. È dunque più che probabile che fra que’ libri non vi fosse copia veruna del Decamerone; e dal seguente aneddoto, che rimase quasi ignoto perchè è da desumersi da libri che pochissimi leggono, apparirà che l’originale manoscritto delle Novelle fu distrutto lungo tempo innanzi dall’Autore; e infatti non è stato mai possibile di trovarlo.
Verso la fine dell’età sua, la povertà, che è più grave nella vecchiaia, e lo stato turbolento di Firenze gli fecero rincrescere la vita sociale, e rifuggiva alla solitudine; ed allora l’anima sua generosa ed amabile era invilita e intristita da’ terrori della religione. Vivevano a que’ dì due Sanesi che poi furono venerati sopra gli altari. L’un d’essi era letterato e monaco Certosino, e lo trovi citato dal Fabricio Sanctus Petrus Petronus. L’altro era Giovanni Colombini che fondò un altro ordine di frati, e scrisse la vita di San Pietro Petroni per divina ispirazione. I Bollandisti allegano che il manoscritto del nuovo Santo, smarritosi per due secoli e mezzo, capitò miracolosamente alle mani d’un Certosino che lo tradusse dall’italiano in latino, e nel 1619 lo dedicò a un Cardinale de’ Medici. Forse il Colombini non ha mai scritto; e il biografo de’ Santi nel secolo XVII ricavò le notizie de’ miracoli, registrati nelle cronache e nelle altre memorie del XIV; e, per esagerare la conversione miracolosa del Boccaccio, pervertì una lettera del Petrarca che nelle sue opere latine ha per titolo: De vaticinio morientium. Il Beato Petroni morendo aveva infatti commesso, verso l’anno 1360, a un frate d’intimare al Boccaccio che lasciasse da parte gli studj, e s’apparecchiasse alla morte; e il Boccaccio ne scrisse atterrito al Petrarca, il quale rispose: «Fratel mio, la tua lettera m’ha riempiuto la mente d’orribili fantasie, ed io leggevala combattuto e da grande stupore e da grande afflizione. Or come poteva io senz’occhi piangenti vederti piangere e ricordare la tua prossima morte, mentre che io non bene informato del fatto, attendeva ansiosissimo alle tue parole? Ma oramai che ho scoperta la cagione de’ tuoi terrori, e ci ho pensato un po’ sopra, non ho più nè malinconia, nè stupore. – Tu scrivi come un non so chi Pietro di Siena, celebre per religione, ed anche per miracoli, predisse a noi due molte sorti future; e per fede della verità ti mandò a significare alcune cose passate che tu ed io abbiamo tenute secrete ad ogni uomo; ed egli, che non ci ha mai conosciuti, nè fu mai conosciuto da noi, pur le sapeva, come s’ei ci avesse veduto nell’anima. Gran cosa è questa, purchè sia vera. Ma l’arte di adonestare le imposture col velo della religione e della santimonia, è frequentissima e antica. Coloro che l’usano esplorano l’età, l’aspetto, gli occhi, i costumi dell’uomo; le sue giornaliere consuetudini, gli studj, i moti, lo stare, il sedere, la voce, il discorso, e più ch’altro le intenzioni e gli affetti; e derivano vaticinj ascritti ad inspirazione divina. Or s’ei morendo ti predisse la morte, anche Ettore in altri tempi la predisse morendo ad Achille; e l’Orode virgiliano a Mesenzio; e il Cheramene di Cicerone ad Erizia; e Calano ad Alessandro; e Possidonio, l’illustre filosofo, morendo nominò sei de’ suoi coetanei presti a seguirlo sotterra, e chi morrebbe prima e chi dopo. Non importa il disputare per ora intorno alla verità ed all’origine di simili profezie; nè a te, quando pur anche codesto tuo spaventatore (terrificator hic tuus) ti pronosticasse il vero, importa l’affliggerti. – Che? se costui non tel mandava a far sapere, avresti tu forse ignorato che non t’avanza molto spazio di vita? e s’anche tu fossi giovane, la morte non guarda ad età.» Ma nè questo, nè tutti gli altri argomenti della lettera del Petrarca, che è lunghissima, nè l’eloquenza con la quale egli congiunge i conforti della religione cristiana alla civile filosofia degli antichi, hanno potuto liberare l’amico suo da’ terrori superstiziosi. Il Boccaccio sopravvisse più di dodici anni al prognostico; e quanto più invecchiava, tanto più sentiva germogliare nel suo cuore a guisa di spine i semi sparsivi dalla nonna e dalla balia. Morì nel 1375 d’anni sessantadue, e non più che dodici o quattordici mesi dopo il Petrarca. Nè pure il Petrarca guardava sempre in faccia la morte con occhio tranquillo. Tale era il carattere di que’ tempi, e tale, sotto diverse apparenze, sarà perpetuamente la natura degli uomini.

DISCORSO QUINTO

EPOCA QUINTA
DALL’ANNO 1400 AL 1500

La natura e lo scopo di un’opera periodica, e specialmente della nostra, preclude l’adito ad adempiere tutte le intenzioni che avevamo nel prendere a dettare questi Discorsi. L’epoche delle vicissitudini della lingua italiana furono distribuite nella nostra mente per mezzi secoli. Così dal 1100 fino al 1800 essi dovevano riescire quattordici. Se non che poscia abbiamo ragionevolmente temuto, che, quantunque tanto numero di scritti su lo stesso soggetto potrebbe forse non riuscire ingrato ad alcuni, tuttavia i più de’ lettori bramino che l’istruzione non sia scompagnata dalla varietà. Perciò, a fine di compiacere ai pochi che s’interessano di proposito deliberato in un soggetto particolare, e a’ molti ai quali importa solo d’averne un’idea generale, ci siamo studiati di limitare il numero de’ nostri articoli, ma di tal guisa da includervi tutta la lunga età delle tre prime illustri generazioni della famiglia de’ Medici, da Cosimo Padre della Patria fino alla morte di Lorenzo il Magnifico. Inoltre proseguiremo sino all’epoca di Torquato Tasso e Galileo e Fra Paolo Sarpi. Dopo il Tasso la poesia italiana perdè il suo splendore, e non lo riebbe se non verso la fine del secolo XVIII. Galileo fu il ristoratore della filosofia e il precursore di Newton; e niuno più sorse in Italia che gli fosse maggiore, nè eguale. Fra Paolo fu il più coraggioso e insieme il più fortunato campione della libertà delle chiese cristiane, e della indipendenza de’ principi contro le tiranniche usurpazioni dell’autorità temporale de’ papi. Tutti e tre furono nel loro genere grandi scrittori, trattando soggetti al tutto diversi fra loro; onde promossero a nuovi e grandi progressi la lingua italiana, le vicissitudini della quale formano il principale soggetto delle nostre ricerche.
Nè la lingua nè la letteratura italiana hanno molto da gloriarsi o da insegnare nell’età che successe a questi tre grandi uomini. Lo stesso si potrebbe dire di gran parte del secolo decimottavo, purchè si eccettuino le gigantesche imprese degli antiquarj e degli autori di critica storica, tra’ quali il Muratori tiene degnamente il primo luogo. Ma i loro libri servirono piuttosto alla solida erudizione che alla poesia, alla eloquenza e alla lingua. Lo stile più caldo e la composizione meglio ordinata degli storici Inglesi, Francesi e Tedeschi hanno oggimai fatto conoscere all’Europa la sostanza di que’ volumi laboriosissimi; e Sismondi, dopo Gibbon, se ne sono serviti in guisa da comporne storie degne di rinomanza, e consacrarle all’istruzione d’ogni lettore. Bensì negli ultimi venticinque anni del secolo decimottavo fiorirono poeti in Italia che ristorarono la lingua alla sua naturale dignità, e la poesia all’antica sua gloria. L’avevano perduta sotto le accademie e le scuole fratesche, da che la tirannide spagnuola, che predominò fin anche con la sua letteratura in Italia, e il contagio delle sottigliezze, de’ concetti e degli arzigogoli metafisici si diffuse fino al settentrione, e guastò le composizioni de’ poeti inglesi dall’epoca de’ tre Stuardi. Ad ogni modo, i nomi, le opere e i meriti, fin anche il personale carattere de’ moderni scrittori più celebrati in Italia e più vicini a’ nostri giorni, sono sufficientemente conosciuti in Inghilterra per le narrazioni di viaggiatori viventi, e per le osservazioni giornaliere di moltissimi critici ne’ giornali periodici. Onde a noi appena resterebbe da spigolare alcuna notizia che non sia già stata scritta, illustrata e ripetuta giornalmente fino a questo momento. Così, essendo omessi da noi i due secoli men importanti per sè stessi, e già conosciuti in ciò che meritano d’esserlo, le nostre epoche di quattordici si ridurrebbero a dieci. Ma per diminuire quanto è in nostro potere anche questo numero, abbiamo condensato la materia in guisa che i Discorsi non oltrepassino sei. Però questa quinta epoca, invece de’ cinquant’anni assegnati a ciascuna delle precedenti, percorrerà tutto l’intervallo di tempo dalla morte del Petrarca e del Boccaccio, e arriverà non molto lontana dall’era letteraria di Leone X. Quindi nel Discorso che seguirà immediatamente, e sarà l’ultimo, saranno osservate, e crediamo per la prima volta, le guise con le quali la politica servitù si maturò, accompagnata dalla servitù della letteratura in Italia.
Subito dopo la morte del Boccaccio, la lingua italiana disparve ad un tratto, non solo dalle altre provincie e città, ma anche dal mezzo della città di Firenze; e non cominciò a riapparire se non dopo il corso di cent’anni e più, a’ giorni di Lorenzo de’ Medici. Non vi fu libro di prosa scritto nè con eloquenza, nè con eleganza, e neppure con ordinaria correzione di stile, o con proprietà di parole. Non vi furono versi nè rime che meritassero non che il nome di poesia, ma neppure d’essere ricordati. Alcune eccezioni potrebbero addursi, ma consistono presso che tutte non tanto nella positiva eccellenza, bensì nel povero merito di avere scansati i difetti comuni ad ogni uomo in quel lungo periodo di tempo. Leonardo Aretino, in quel pochissimo che scrisse in prosa italiana, e Giusto de’ Conti rimatore romano, nella sua raccolta di Sonetti e di Canzoni ch’ei chiamava La Bella Mano, sono men barbari de’ loro contemporanei, e non ridondano di solecismi. Ma la naturale proprietà delle parole, gl’idiotismi ingentiliti, la giuntura grammaticale che abbiamo rilevato negli scrittori del secolo precedente, e fin anche ne’ ricordi degli artigiani e ne’ libri de’ conti di bottegai, si cercano invano. L’unico libro che ricorda la dicitura delle generazioni sepolte fu composto in forma di dialogo dal Pandolfini gentiluomo Fiorentino, ed è intitolato Del Governo della Famiglia. Infatti è opera d’un padre che non parla con personaggi finti, bensì co’ suoi figliuoli, ed a’ quali con la sua propria esperienza insegna cose che pochissimi libri dichiarano, e delle quali pur nondimeno l’esistenza dell’uomo è circondata dì e notte, perchè sono bisogni perpetui, benchè triviali; minimi, e nondimeno imperiosi; e noiosissimi e insieme funesti a chi li trascura. Così la verità prodotta dall’esperienza, e i consigli usciti dal cuore paterno che riempiono quell’operetta, compenserebbero la poca eleganza dello stile. Ma il Pandolfini era anche scrittore puro, grazioso e lontanissimo del pari dall’affettazione di brevità e dalla verbosità più comune degli autori di dialoghi didattici in tutte le lingue. Forse, senza le qualità esteriori della composizione, il merito intrinseco de’ precetti non sarebbe stato mai ricordato. Del resto, i buoni consigli de’ libri servono piuttosto alla storia delle opinioni umane, che alla direzione pratica della vita. Bensì in quel libretto del Pandolfini si trovano le traccie di molti usi privati, che giovano a lasciar distinguere il carattere degli abitatori d’una piccola repubblica, i quali ordinavano la loro economia domestica in maniera da spendere in un anno meno danaro che non bastava a un feudatario negli altri paesi per la sua spesa d’un mese. E per mezzo di tanta frugalità edificavano palazzi oggi abitati da’ loro posteri, e pubblici monumenti che saranno ammirati ancora per molti secoli; si costituivano banchieri di tutta l’Europa, e tesorieri de’ regni, e maritavano le loro figliuole in case di principi.
Quanto alla perdita subitanea della lingua letteraria, questo singolarissimo avvenimento viene attribuito primamente alla corruzione del dialetto fiorentino; – in secondo luogo alla mancanza assoluta di principj e metodi preordinati dalla grammatica; – finalmente al costume di scrivere tutte le opere dotte in latino. La prima cagione è impossibile ad accertarsi; la seconda è falsa del tutto; la terza è la vera: non però sola poteva operare cambiamento sì subitaneo; e non è quindi sufficiente a spiegarlo.
Or quanto alla corruzione del dialetto fiorentino. come mai sappiam noi, e come sapevano nel secolo XV i figliuoli e nepoti de’ Fiorentini in che modo particolare parlassero i loro padri e i loro avi? Che il Villani, il più idiomatico fra gli scrittori Fiorentini, e il Boccaccio, che gli fu posteriore ed è il più ornato di tutti, scrivessero il lor dialetto alterandolo, l’abbiamo dianzi provato in guisa da non potersi revocare in dubbio. Taluno de’ loro contemporanei l’alteravano forse assai meno; ma anche quelli che lo scrissero semplicissimamente lasciano indizj che non lo scrivevano puntualmente come lo parlavano. Le parole, e quindi tutte le lingue parlate dipendono dalla pronunzia; e la rappresentazione de’ suoni della pronunzia non può essere conosciuta da’ posteri che per l’aiuto de’ segni dell’alfabeto, e quindi per mezzo dell’ortografia. Or l’ortografia in tutti i manoscritti di quel secolo è incostante in guisa, che la stessa parola, anche nelle copie più esatte del Boccaccio, è scritta in due, e spesso in tre modi diversi. Adunque, non potendosi avverare in quale di que’ tre modi pronunziassero, la sola induzione che possiam ricavarne si è, che i suoni delle parole, e quindi la pronunzia, e, per necessaria conseguenza, il dialetto si mutassero più e più giornalmente.
Tale è invariabilmente il corso di tutti i dialetti più parlati che scritti; così che, se i bisnipoti conversassero con le ombre de’ loro antenati in qualunque città della terra, userebbero della stessa materia di lingua, ma con pronunzia così cambiata che penerebbero a intendersi fra di loro. La differenza de’ dialetti cagionata dalla diversa pronunzia d’una stessa lingua in ragione della distanza delle provincie, di uno stesso regno, succede quasi ad un modo nella stessa città, in ragione della distanza del tempo. V’è nella natura d’ogni cosa dell’universo un corso insensibile, uniforme e inevitabile; e ciò apparisce ogni qual volta gli oggetti possono soggiacere all’esame de’ nostri sensi. Alcune lingue hanno gli stessi segni alfabetici in tutti i secoli; e nondimeno le forme dell’alfabeto si mutano in ogni secolo in guisa, che le loro varietà bastano agli uomini pratichi a distinguere senza data e senza indicazione veruna le carte scritte in ogni secolo; e s’ingannano raramente. La peculiarità che si vede nella scrittura d’ogni individuo, sì che riesce difficile ad imitarsi, appartiene egualmente alla scrittura d’ogni secolo, anzi d’ogni generazione. E nondimeno l’occhio e la mano d’ogni generazione seguono precisamente gli stessi segni alfabetici tracciati da’ padri e dagli avi. Or chi non sa che l’occhio è più fedele imitatore, che non è l’orecchio? e che i segni tracciati su la carta sono più permanenti de’ suoni che volano per la bocca del popolo? e che la pronunzia, e quindi la lingua parlata, si muta, si corrompe e migliora e si trasforma in mille maniere più prestamente della lingua scritta?
Se non che ogni illusione de’ dotti intorno a questo punto deriva unicamente dal poco accorgersi, che ogni uomo può vedere da sè stesso e distinguere l’alfabeto delle stesse forme e delle stesse parole scritto con varietà distinte di tempo in tempo; ma che niuna erudizione, niun metodo, niun principio metafisico (se pur non fosse divina ispirazione) potrà mai dare la medesima certezza di fatto intorno alla pronunzia. Chi può mai udire le modulazioni e le articolazioni della voce de’ morti, sepolti da cento, dugento, mille, duemila anni addietro? E nondimeno i nostri professori delle università – e in grazia di essi principalmente abbiamo creduto prezzo dell’opera di procedere in questo ragionamento – vanno sillogizzando ad accertare come pronunziassero Omero e Saffo i loro versi. Quindi si vanno celebrando regole d’università; quindi a’ versi de’ Greci sono innestate, quasi puntelli, certe nuove lettere greche antiche, tanto che niun autore greco se ne ricorda. Quindi parole, versi, stanze intere sono torturate, rifatte. Può darsi che manifatturate riescano bellissima poesia; ma non è greca, ma bensì d’Inglesi e Teutoni grecizzanti.
Vero è che allegano l’autorità delle sillabe lunghe e brevi, e le leggi del metro. Certo sono leggi notissime, assolute, e invariabili; ma dipendevano dalla pronunzia, la quale faceva parere coerente alle regole nella bocca degli antichi ciò che nella nostra pare eccezione, o adulterazione di critici e grammatici posteriori a’ poeti. E chi sa quanto guasto anche que’ dottissimi professori avranno fatto! Tuttavia erano più modesti de’ nostri. Clarke, a riconciliare tutto ciò che a noi pare eccezione ed incoerenza, e assoggettarlo a un’ipotesi generale, combinò un sistema ingegnosissimo e men ambizioso degli altri. Ma l’ipotesi riesce debole, perchè non s’accomoda a tutti i casi. Pur a Clarke bastò un sistema, e non cangiò nè parole, nè lettere d’alfabeto. Ciò che altri ha poi fatto, non è di questo luogo il parlarne. Ma, a ridurre tutte le loro ragioni sotto un’osservazione generale, concluderemo: che il metro e le lunghe e le brevi degli antichi, e tutte le loro leggi, erano dipendenti assolutamente dalla pronunzia, la quale nè poeta veruno potrebbe insegnare a’ popoli, nè potere umano potrebbe costringerli ad adottarla. La ricevevano dalla natura co’ loro organi dell’orecchio e della voce, la stabilivano con perpetua abitudine; e quindi si derivarono le leggi per forze secretissime, naturali ed inevitabili: però le lunghe e le brevi erano conosciutissime per la misura inerente nella pronunzia popolare. Ma il volere oggi trovare come pronunziassero gl’Ionii, gli Attici e gli Eolii è pazzia; dotta, innocente e gaia, – ma è pazzia. Fors’anche la nostra ostinazione a contradire gli uomini dotti non è impresa troppo savia. Adunque, lasciando che ognuno si goda la sua Elena, a noi pare partito migliore di adattare alla meglio la nostra pronunzia del greco alle leggi conosciute del metro, in guisa da non alterare e traslocare e trasformare le parole e l’alfabeto ne’ testi. Ma nel tempo stesso sentiamo la tristissima convinzione che, in qualunque modo leggeremo il greco, noi lo guasteremo a ogni modo co’ nostri organi nati ed educati a’ suoni delle nostre lingue moderne, le quali tutte, senza eccettuarne l’italiana, a chi le paragona all’armonia della lingua greca, sembreranno chitarre che vogliono gareggiare con un gravicembalo.
Per altro, dall’esempio d’alcune lingue moderne non è difficile il congetturare, e ciò senza troppa erudizione, che anche la greca deve essere soggiaciuta a molte alterazioni di pronunzia; e che molte delle sue lettere scritte da principio, perchè erano pronunziate, continuarono poscia a scriversi e a non pronunziarsi. Tale fu anche la condizione della francese, e dell’inglese; così che oggimai quest’ultima non ha propriamente alfabeto, bensì segni ortografici incostantissimi che producono or un suono or un altro. Nondimeno e la lingua greca e le due moderne ebbero il vantaggio d’essere parlate ad un tempo e letterarie, con poca diversità. La Italiana, come abbiamo osservato, preservò sino ad oggi i segni tutti quanti dell’alfabeto fedelissimi a’ medesimi suoni. Procede senza elidere le articolazioni delle consonanti segnate negli scritti, senza abbandonare le vocali, e senza strozzare, fuorchè in rarissimi casi, due lettere in un solo dittongo. Ma comperò questo vantaggio col danno d’essere lingua scritta e non mai parlata.
Pur il dialetto fiorentino, anche al tempo di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, e che da’ grammatici italiani è nominato il Buon Secolo, dipendeva dalla pronunzia. V’è tutta l’apparenza che fosse allora parlato men male, e vi fu per avventura un periodo che anche il volgo lo parlava correttamente; ma deve essere stato periodo brevissimo: e chi volesse andare cercando la sua data, s’avvilupperebbe in intricatissime congetture. Questo è certo, che la lingua degli scrittori fiorentini e di tutti gli Italiani dipendeva allora e poi fino ad oggi, e sempre in avvenire dipenderà, dal dialetto fiorentino in quanto si spetta alla nativa proprietà ed energia di vocaboli popolari ed idiotismi di frasi, che riescono di effetto mirabile, purchè siano prescelti da chi ha l’arte d’ingentilirli in modo che non sentano punto il dialetto.
La seconda ragione, cioè la mancanza di regole certe grammaticali, giova poco o nulla a spiegare il fenomeno della corruzione improvvisa della lingua letteraria in Italia. La storia – trista insieme e ridicola, ma a nostro credere curiosissima a raccontarsi, da che rimanesi tuttavia mal conosciuta, – la storia dell’Accademia della Crusca convincerà anche gl’increduli, che sarebbe stata gran fortuna alla letteratura di quella nazione, se si fatte regole d’accademie, di critici, e di grammatici non fossero state mai neppur nominate. Del resto, nell’epoca passata abbiamo veduto che tutti scrivevano con abbondanza, con eleganza e con correzione, e non avevano grammatiche, fuorchè quella della lingua latina; e non era inutile, perchè insegnava il processo logico della lingua italiana. Con la grammatica latina furono educati i figliuoli di quelli che scrivevano correttamente; e i figliuoli avevano conversato nello stesso dialetto co’ loro padri. Or se i figliuoli con la stessa educazione grammaticale e con lo stesso dialetto non potevano scrivere senza barbarismi e spropositi, la mancanza di regole grammaticali non poteva di certo esserne la cagione.
L’uso e l’ambizione universale di scrivere ogni opera importante in latino fu senza alcun dubbio un’origine antica e lunghissima della miseria della lingua nazionale d’Italia. Nè questo sarebbe avvenuto sì subitamente, se la lingua italiana fosse stata parlata; pure, benchè fosse intesa dal popolo più che la latina, la lingua nuova era nè più nè meno letteraria come l’antica: ma con questa differenza: che mentre la nuova era meno difficile all’intelligenza del popolo, l’antica era più facile alla penna de’ dotti. Quindi si trova, fra le altre singolarissime cose, che fin anche i commenti a spiegare il poema di Dante scritti da principio in italiano, erano poco dopo tradotti in latino; e che i professori nelle cattedre dichiarando da critici un poema che non ha veruna sembianza a’ poeti romani, si servivano ad ogni modo della lingua latina. Anzi, fra quanti vecchi codici si vanno scoprendo più sempre di quel poema, le postille interlineari e marginali sono tutte latine.
Ma qui pure emergono a un tratto contradizioni, per le quali i ragionamenti non possono mai venire a conclusione sicura. Abbiamo veduto che il Petrarca e il Boccaccio, per tacere di altri molti, studiarono per tutta la loro vita la lingua latina, nella quale scrissero le loro opere più importanti e di maggior volume. E nondimeno chi più del Petrarca trovò l’eleganza, il calore, la rapidità e l’armonia della lingua ne’ versi? Chi più del Boccaccio nella prosa? Molto certo dipendeva dalla onnipotenza del genio; ma il genio nasce, come nascono gli uomini, in ogni secolo; l’uso lo rinvigorisce e lo fa risplendere come acciajo di coltello continuamente adoprato; il disuso lo irrugginisce e lo confonde con la brutta materia del ferro. Bensì le circostanze de’ tempi, derivanti dalle vicissitudini politiche delle nazioni, o promovono, o impediscono, o dirigono i lavori del genio; e talvolta l’occupano in cose, le quali per loro natura producono sterile premio; e lo disviano da altre che gli preparavano gloria maggiore.
Sin da principio del secolo che ora osserviamo, l’Italia cominciava a quietarsi. Le fazioni de’ Guelfi e de’ Ghibellini erano o spente del tutto, o semivive. Le città signoreggiate da piccoli e mutabili tirannetti indipendenti, o costituite in repubbliche turbolente ed efimere, si erano già incorporate ne’ dominj de’ loro vicini più forti. I papi, istigatori e stromenti della Francia, avevano lasciato Avignone e ristabilita la loro sede in Italia. Gli imperadori germanici, serbando il titolo di Re de’ Romani e il diritto di sovrani feudali di tutta l’Italia, non vi comparivano più. La dinastia francese non regnava più a Napoli; e v’erano tornati i discendenti della Casa d’Aragona, che da quasi due secoli continuavano a governare la Sicilia, ed erano razza italiana. Ladislao re di Napoli, e Gian Galeazzo Visconti avrebbero forse potuto, come aspiravano, impadronirsi di tutta, o di gran parte della Penisola per cominciare a formare, non foss’altro, due forti regni. Ma il re di Napoli, mentre veniva vincitore dal mezzogiorno nel centro della Toscana, e il Visconti dal nord, l’uno e l’altro morirono.
Così nel secolo decimoquinto l’Italia si rimase divisa in diversi Stati, nè troppo deboli da essere facilmente conquistati, nè troppo forti da offendere gli altri impunemente. I papi predominavano sovra tutti i governi italiani, ma più in virtù del loro nome di Vicario di Cristo, che per le vittorie del Dio degli eserciti; e le loro scomuniche, benchè temute per le minacce de’ danni dell’altro mondo, non avevano più forza in questo da sommovere i popoli contro i loro principi naturali, nè riunire le armi di Europa a guerreggiare nelle Crociate. Talvolta alcuni pontefici si procacciavano alleati e soldati da ridurre di nuovo sotto il dominio temporale della Chiesa alcune città che vi s’erano sottratte; ed Eugenio IV fu uomo di sangue. Ma non discendevano dalle Alpi nè i Francesi, nè i Tedeschi; e quelle guerrucce civili non disturbavano tutto il resto d’Italia. Frattanto alcuni altri papi, e Niccolò V e Pio II più che gli altri, attendevano virilmente a propagare le lettere, e restituire a Roma le opere degli antichi scrittori; a illustrare i monumenti innalzati dagli imperadori padroni del mondo; a ristorare gli edifizj pubblici, e consolidare la religione. Allora molta parte della vita e delle opere degli uomini dotti, specialmente ecclesiastici, spendevansi ne’ Concilj Ecumenici, frequenti e prolungati in quell’epoca; ma che non riuscirono nè a persuadere con argomenti la Chiesa Greca a riconoscere la preeminenza assoluta del Vescovo di Roma, nè a convincere, per mezzo di roghi, i primi riformatori tedeschi della infallibilità della Chiesa Romana.
Gli studj dunque essendo tutti rivolti assiduamente all’antichità, all’erudizione e alla teologia, non è meraviglia che i libri intorno a soggetti che si riferivano alla storia, a’ costumi, alle arti e alla letteratura degli antichi Romani, e alla dottrina de’ Santi Padri fossero tutti scritti in latino. S’aggiungeva la maggior diffusione del commercio di tutti i prodotti della mente umana fra dotti di tutta l’Europa. Niuna nazione aveva lingua letteraria, e tutte ne avevano una comune nella latina. Il popolo d’ogni regno e paese continuava a vivere nell’ignoranza; bensì v’era un popolo europeo composto di letterati che, per quanto lontani vivessero, pure scrivevano gli uni per gli altri; e i libri giravano in un circolo composto di lettori, che per lo più erano autori.
Non però la nazione italiana mancava assolutamente d’una lingua comune, corrente e vivissima in tutte le sue provincie, intesa da Torino sino a Napoli, scorretta, deforme; ed era anche un po’ letteraria, ma di quella letteratura plebea la quale non sopravvive alla seconda generazione. Abbiamo nella prima epoca, parlando de’ dialetti romanzi, osservato che, per quanto i modi di parlare di un grandissimo tratto di terra divisa in molte provincie sieno diversi ed innumerabili, esiste sempre una lingua comune, con la quale gli abitatori d’una provincia intendono quei delle altre. Sì fatta lingua comune è più o meno povera, secondo il meno o più di commercio che le diverse provincie hanno fra loro; ed è più o meno mutabile secondo la lunga o precaria stabilità de’ governi. Sì fatta lingua ad ogni modo non è mai ricca, nè permanente, perchè dipende assolutamente dalle vicissitudini di tutte le lingue parlate, e dai cambiamenti de’ costumi e delle idee che sono operati dalle vicissitudini politiche. Gli scrittori non la tramandano ne’ loro libri alla memoria delle generazioni seguenti; onde non serba mai traccie del suo stato anteriore. Questa specie di lingua comune, diversa in tutto da’ dialetti provinciali e municipali, e che serba alcune qualità bastarde di tutte, fu indicata da noi sotto i nomi talora d’itineraria, e talora di mercantile. È, come tutte le altre, una lingua suggerita naturalmente dai bisogni dell’uomo, e perciò facilissimamente creata; e potrebbe anche chiamarsi lingua d’espediente: ma è alterata e spesso distrutta con la stessa facilità. Ne troviamo tuttavia una che sussiste da lungo tempo in forme bizzarre, ma non dissimili fra di loro, in tutte le coste del Mediterraneo sino a Costantinopoli, sotto il nome di lingua franca; e per essa i mercanti d’ogni religione e nazione s’intendono nelle fiere, alle quali concorrono a commerciare. Ogni viaggiatore in que’ paesi la parla, perchè è costretto a parlarla; la impara facilmente, perchè consiste di parole necessarie a’ bisogni giornalieri e comunissimi della vita; e appena cessa il bisogno di spiegare le stesse idee con quelle parole, la lingua itineraria viene dimenticata ad un tratto.
Doveva dunque una lingua comune di questa specie esistere in Italia anche nel medio evo; e partecipò altresì di apparenze di letteratura, dopo che fu diffusa perpetuamente da’ frati di San Domenico e di San Francesco, che vagavano di città in città predicando in tutte le chiese e su per le piazze. E certo a’ frati spetta una parte del merito d’avere fino d’allora ampliati gli strettissimi confini della lingua comune, d’averla applicata a soggetti non volgari, ed avvezzata la plebe d’ogni città italiana ad intenderla ed a credere che, oltre i loro gerghi municipali, esisteva una lingua nazionale. Aggiungevasi un’altra specie di ciurmadori più modesti e più gaj, che involontariamente anch’essi andavano al medesimo scopo. Erano i novellatori e narratori delle lunghe storie miracolose di Carlo Magno, celebrate sino dal secolo undecimo in leggende d’ogni maniera, e soprattutto dal romanzo attribuito all’arcivescovo Turpino, e che allora passava per autentico. Tutte le meraviglie ch’oggi leggiamo ne romanzi e poemi che hanno per soggetto i Paladini erano allora raccontate al popolo dai novellatori; e quest’uso rimase in alcune città, e specialmente in Venezia e in Napoli sino a questi ultimi anni. Chiunque non sapeva leggere si raccoglieva quasi ogni sera d’estate intorno al novellatore su la riva del mare, ascoltando con attenzione. Ora i novellatori essendo anch’essi per lo più itineranti nel medio evo, propagavano la lingua comune arricchita delle parole necessarie a descrivere dame, cavalieri erranti, guerre e imprese di giganti e di fiere, palazzi reali e incantati; e aprendo alla immaginazione del popolo nuovi mondi, lo accostumavano a una lingua meno volgare.
Poi nel secolo decimoquinto, mentre la lingua corretta, nobile ed elegante si guastò d’improvviso, i novellatori di Carlo Magno si divisero in due classi. Gli uni continuavano a divertire le loro assemblee su le strade. Gli altri a scrivere quelle meraviglie in rima, e farne poemi lunghissimi, interminabili, che non tardarono ad essere cantati in versi, spiegati in prosa, e commentati al volgo in lingua italiana itineraria, come i dotti commentavano in latino dalle lor cattedre la Divina Commedia di Dante. A noi, che appena udiamo d’ora in ora i titoli di que’ poemi, pare impossibile che possano avere realmente esistito in sì gran numero, celebri di tanta popolarità, e giacersi oggi al tutto dimenticati. Ma tale è la magia dello stile e della beltà della lingua. L’Ariosto poscia non raccontò che le meraviglie celebrate da que’ novellatori plebei, e ricantate in que’ barbari poemi; ma scrisse in guisa da lasciare alla posterità modelli di dizione mirabile, e che vive immortale. Il Bojardo, cinquant’anni innanzi a lui e appunto verso la fine dell’epoca di cui parliamo, era dotato di fantasia creatrice anche più dell’Ariosto; però l’Ariosto continuò nel suo Orlando Furioso le storie descritte nell’Orlando Innamorato del Bojardo, e v’introdusse i medesimi personaggi.
Ma nè la grande originalità d’invenzione, nè la popolarità del primo Orlando che servì di modello giovarono a contrastare un unico grado dell’immensa preminenza che il secondo Orlando ottenne per la divinità del suo stile. Quindi molti si provarono a tradurre in bella lingua letteraria le stanze del Bojardo; e niuno vi riuscì fuori che il Berni, il quale per quel suo rifacimento meritò d’essere, per le qualità del suo stile, collocato prossimo, se non al fianco, all’Ariosto. Nacque Fiorentino; non però s’innamorò del suo dialetto nativo in guisa da affettarne tutte le peculiarità; ed ei le sfuggiva, chiamandole vecchie lascivie. Le grazie di altri scrittori sono lodate a cielo, perchè sono ammanierate e ornate dall’arte. Risaltano agli occhi, e forzano ad osservarle; e però i professori di rettorica possono gloriarsi di discernerle, e farsi merito di declamare una dissertazione sopra ogni vocabolo. Nell’Orlando Innamorato le grazie, benchè più molte d’assai, scorrono spontanee e non apparenti; ed appunto perchè si fanno sentire e non si lasciano scorgere, tanto più sono grazie. Lo stesso si può dire dell’Orlando Furioso, con la sola diversità che, mentre il Berni rinfrescava la lingua d’amabilità giovanile, l’Ariosto arricchivala di originali eleganze. Niuno infatti più di questo grande poeta applicò il principio di Dante, che la lingua si deve andar più sempre propagando, innestandovi il fiore di tutti i dialetti della Penisola. Non già che l’Ariosto avesse mai forse imparato quella teoria di Dante, che allora giaceva sepolta negli archivj, e poi per alcun tempo fu disputata la sua autenticità: ma l’Ariosto era uomo di genio; la teoria era suggerita dal carattere inerente della lingua ch’egli scriveva, ed egli era dotato dell’istinto di distinguere a un tratto le eleganze dalle affettazioni di tutti gli scrittori, i vezzi semplici dagl’idiotismi plateali di tutti i dialetti, ed ogni vocabolo e frase che ammettevano o rifiutavano d’essere nobilitati nella composizione. Tutti i varj elementi ch’ei radunava quasi senza avvedersene, li raffinava e immedesimava nella sua mente come in un crogiuolo pieno di diversi metalli, che liquefacendosi e purificandosi al fuoco ne fanno uno solo tutto nuovo ed inimitabile. Questi due poeti, benchè nati in questo secolo, morirono intorno al 1530, e apparterrebbero piuttosto all’epoca seguente. Ma poichè la materia poetica ch’essi rivestirono del loro stile fu somministrata ad essi dagli scrittori rozzi de’ tempi che ora andiamo considerando, ne abbiam parlato, affine d’illustrare la verità sentita da’ grandi scrittori, ma trascurata dagli altri e non creduta da’ lettori divoratori di tutto; ed è: che i materiali poetici senza le forme pure della lingua sono altrettanti massi di marmo bellissimo mal tagliati in figure umane da cattivi scultori; e sotto le mani degli artisti eccellenti assumono tutte le proporzioni della bellezza ideale, e la sublimità d’espressione della Venere de’ Medici, dell’Apollo e del gruppo di Laocoonte.
Il solo fra’ poeti romanzieri anteriori all’Ariosto ed al Berni che scrivesse meno scorrettamente fu il Pulci, autore del Morgante Maggiore. Apparteneva all’Accademia domestica, e la più benemerita dell’Italia, tenuta senza fasto, senza diplomi, senza vanissimi titoli da Lorenzo de’ Medici nel suo palazzo; e rappresentavano il convito di Platone. Le poesie e gli scritti in prosa di Lorenzo contribuirono molto a far ritornare ne’ libri d’alcuni uomini di genio la lingua letteraria, condannata fino allora a parlare da quasi un secolo alla nazione per bocca di frati e di ciurmadori. Non però lo stile di quell’uomo straordinario è perfettamente corretto; e le sue poesie sono state in questi ultimi anni ammirate oltre il loro merito reale. L’unico poeta degno di meraviglia in quella riunione d’uomini, nel resto grandissimi, fu il Poliziano. Tutto quello che scrisse in italiano si ridurrebbe a un piccolo volumetto, e consiste nel principio di un lungo poema di cui non giunse a finire il secondo canto. Gli spiriti e i modi della lingua latina de’ classici erano già stati trasfusi nella prosa dal Boccaccio, e da altri. Ma il Poliziano fu il primo a trasfonderli nella poesia; e vi trasfuse ad un tempo quanta eleganza potè derivare dal greco. Infatti non v’è lingua che come l’italiana possa imbeversi di quanto v’è di semplice, e d’amabile, e d’energico nelle forme e negli accidenti della greca, segnatamente in poesia; e se potesse ottenere la stessa prosodia e lo stesso genere di versi, e potesse ad un tempo liberarsi dalla necessità degli articoli, forse non avrebbe da invidiare alla greca, fuorchè la pronunzia d’alcune lettere differentemente aspirate, che la natura ha rifiutato agli abitatori d’Italia, anche quando derivavano nella lor lingua latina la prosodia, la verseggiatura e le parole de’ Greci.
Ma Lorenzo de’ Medici, e tutti gli amici suoi, e il genio del Poliziano erano pur nondimeno costretti a secondare gl’impulsi imperiosi del loro secolo; e l’introduzione della stampa, anzichè giovare, nocque più ch’altri non crede a’ progressi della lingua italiana. L’avidità colla quale erano stati fino allora ricercati i codici de’ Greci e de’ Romani, fu superata dalla impazienza di moltiplicarli ad un tratto. Cominciò quindi il freddo, interminabile ed ambiziosissimo studio dell’emendazione critica de’ testi e de’ commenti agli antichi scrittori, e continuano; nè finiranno mai, finchè l’Europa avrà professori chiamati filologi, gente oziosa insieme e inquietissima, e che sarebbe oggimai condannata dal genere umano alla derisione ch’ella pur merita, se non avesse avuto la precauzione di scrivere tutti que’ suoi nienti in latino. La caduta dell’Impero d’Oriente ridusse alcuni letterati greci in Italia; e vi portarono molte opere antiche, che desideravano anch’esse l’ajuto della tipografia e della critica. L’Iliade fu allora stampata per la prima volta in Firenze; e chi mai avrebbe in quegli anni potuto pensare ad altro che ad Omero ed ai Greci?
La lingua italiana cadde allora in tanto disprezzo, da rendere spregevole chi la scriveva; e gli autori susseguenti, e che a’ tempi di Lorenzo de’ Medici erano ancora fanciulli, ricordano, che il primo e più severo comandamento de’ padri a’ figliuoli e de’ maestri a’ discepoli era, che nè per male nè per bene leggessero mai cosa alcuna scritta in volgare, – così allora chiamavasi l’italiano. Ed abbiamo riferito che il Varchi, storico piuttosto pettegolo, narra com’egli ed alcuni altri suoi compagni di scuola furono severamente puniti dal loro pedagogo per aver trasgredito sì solenne comandamento(48). E nondimeno, anche da pochissimi vestigj che or ne rimangono, appare che quando la lingua italiana era adoperata da uomini di gran mente, di anima calda e di forte proponimento a parlare al popolo di cose politiche, era potente e fierissima, e faceva sentire quasi ad ogni sentenza ch’era originalmente nata colla libertà popolare. Frate Girolamo Savonarola, di cui tanto s’è scritto con troppa superstizione dagli uni, e con altrettanta parzialità per la Casa de’ Medici dagli altri, non è conosciuto come scrittore; e quel poco di suo che non fu proibito consiste in operette di devozione, le quali essendo inoltre scritte co’ solecismi e i barbarismi di quell’epoca si giacquero ignote anche agli indagatori di anticaglie grammaticali. Certo il buon frate non professava nè amicizia letteraria, nè carità cristiana verso gli scrittori profani d’alcuna lingua, o d’alcuna età.
Il popolo fiorentino fu persuaso da fra Girolamo Savonarola a fare una piramide altissima con quante pitture e statue antiche e moderne ed arpe e liuti e strumenti d’ogni maniera potè raccogliere per le case, e codici e libri italiani e latini, specialmente le opere del Boccaccio; e per celebrare divotamente l’ultimo giorno del carnevale, arsero la piramide su quella piazza dove nella primavera seguente al loro malfortunato predicatore toccò d’essere bruciato vivo, e le sue ceneri gettate nell’Arno.
Ma quando questo disprezzatore d’ogni eleganza di vita e d’ogni classica letteratura predicava al popolo, esortandolo dal pulpito a liberarsi dal giogo effemminato della casa de’ Medici; quando dalla Toscana tuonava sì che Alessandro VI, e tutta la gerarchia papale l’udivano a Roma, e dannava alla esecrazione le usurpazioni e le prostituzioni e le abbominazioni della Chiesa Romana; quando da oratore e da legislatore e da profeta insegnava alla moltitudine le costituzioni ch’egli aveva meditato nella storia del genere umano, e gli pareano migliori ad ordinare e perpetuare la libertà della Repubblica; allora quel frate scorrettissimo nella lingua, senza studio di stile, senza nessun’arte rettorica, doveva essere il più terribile degli uomini eloquenti che siano stati mai prodotti nel mondo. Le sue prediche non erano scritte da lui; le sole che abbiamo alla stampa in caratteri gotici furono messe insieme fra bene e male da un Notaro che ascoltandole le copiava per mezzo d’una imperfettissima abbreviatura; e non potè forse scriverne nè pur la metà, e non furono più ristampate. Per quanto ne abbiam fatto ricerche, non c’è mai riuscito di poterne trovare una copia che non sia mutilata; e talvolta s’incontrano lacune di venti o trenta pagine a un tratto stracciate da tutte le copie fino da’ tempi di Alessandro VI. Abbiam udito che alcuni rarissimi esemplari interi esistano tuttavia; quanto a noi, disperiamo di vederne uno solo. E davvero, se ciò fosse in nostro potere, a noi, per una copia non mutilata delle prediche del Savonarola, non rincrescerebbe di dare in cambio tutti quanti i libri rari registrati nel Decamerone del Reverendo M. Dibdin.
Frattanto concluderemo quest’epoca, a ricominciare nella seguente a parlare del regno del Decamerone del Boccaccio. A chi guarda alla infinita letteratura diffusa verso la fine di questo secolo e sul principio del seguente in Italia; quanti ingegni fiorivano illustri in ogni Università; come pensando e scrivendo di filosofia metafisica su le opere d’Aristotile e di Platone, faceano scoppiare mille nuove e arditissime idee dalle antiche; come la storia de’ fatti moltiplicavasi per le scoperte recenti dell’America e della stampa, e la libertà della mente s’esercitava per le controversie ne’ nuovi scismi di religione; e quanto le guerre perpetue di Carlo V, e le mutazioni improvvise ne’ governi d’Europa e nelle pubbliche e private fortune eccitavano le passioni degli Italiani, e raffinavano le arti e gli studj della politica: – l’Italia era il campo delle battaglie, e Roma era confederata, o nemica potente, o mediatrice interessata, e per lo più instigatrice de’ principi; e i loro consigli erano direttamente o indirettamente agitati da uomini di chiesa; e pochi senza molto sapere si meritavano le ecclesiastiche dignità i professori di letteratura sentivano ed illustravano gli autori greci e romani, e rari uscivano allievi dalle scuole che non intendessero il greco, e tutti scrivevano il latino, e insegnavanlo fino alle giovinette: per la diffusione della letteratura prosperava la gloria delle belle arti; e l’Italia pareva emporio di dottrina, di eleganze e di lusso per tutta l’Europa: – e a chi guarda ad un tempo all’Italia tutta quanta in quel secolo affaccendarsi in sottigliezze grammaticali; e gli uomini celebrati contendere, e sempre senza intendersi e senza termine, per questioni peggio che inutili; e consentire pur nondimeno a riconoscere come unico codice a sciogliere tante liti, e quasi ispirato legislatore di stile il Decamerone delle novelle del Boccaccio, mentre le liti a ogni modo sorgevano da quel libro, e ogni uomo interpretandolo variamente, le liti rigermogliavano a mille per una, e s’intricavano sì enigmatiche che, tutti insegnando grammatica, niuno sapeva come s’avesse da scrivere: – certo, sì fatto stato simultaneo di vigore nelle passioni, negl’ingegni e nelle lettere, e di miseria nella lingua d’una nazione, pare al tutto fuor di natura e incredibile. Pur nondimeno l’epoca seguente manifesterà che vi sono cose incredibili insieme e verissime; ma che si rimangono o non osservate o dissimulate, a fine di scrivere in loro luogo cose credibili, benchè false.

DISCORSO SESTO

EPOCA SESTA
DALL’ANNO 1500 AL 1600

Se gl’Italiani si fossero giovati della tranquillità e dell’indipendenza ch’ebbero nel lungo corso di anni del secolo precedente, quando vivevano meno atterriti da’ papi e non minacciati dalla presenza d’eserciti forestieri, e si fossero allora costituiti in nazione, gli scrittori si sarebbero immedesimati di necessità colla loro patria, ed avrebbero ampliato una lingua men artificiale e più generosa, scritta insieme e parlata, e che non fu mai conosciuta, nè si conoscerà mai forse in Italia. Se non che le città attendevano a contendere, più per via d’ambasciadori che d’eserciti, tra di loro, e gli scrittori contemplavano oziosamente l’antica Roma ed Atene più che l’Italia; e scrivendo in latino, andavano riducendosi più sempre a comunità diversa al tutto dalla nazione. Lorenzo de’ Medici forse aspirò, e non potè afferrare l’opportunità che alloramai cominciava a dileguarsi per sempre. La sua morte accompagnata da invasioni straniere e commozioni in tutta l’Italia, e da un nuovo governo popolare in Firenze, condusse una brevissima epoca propizia a’ forti ingegni. Il Machiavelli scriveva allora; e morì poco innanzi che i papi e i loro bastardi, ammogliati a bastarde di monarchi forestieri, togliessero ogni voce e ogni senso di libertà a’ Fiorentini.
Niuno scrisse in Italia mai nè con più forza, nè con più evidenza, nè con più brevità del Machiavelli. Il significato d’ogni suo vocabolo par che partecipi della profondità della sua mente, e le sue frasi hanno la connessione rapida, splendida, stringente della sua logica. Inoltre aveva cuore caldo e di delicate e di generose passioni; e per quanto lo neghino molti anche a’ dì nostri, ci concederanno di dire che o essi non hanno cuore che risponda a quelle passioni, o non lo leggono in originale, o se pure lo leggono, non sanno tanto della lingua italiana da sentirne tutte le proprietà; e quest’ultima opinione a noi pare la più verosimile. Nè lo stile del Machiavelli nè di alcuno di quella età, nè alcuno de’ Romani e de’ Greci hanno quella tinta sentimentale degli scrittori moderni; – ma spesso è artefatta. Invece, chi sente naturalmente e sa scrivere, infonde in modo impercettibile un calore perpetuo ne’ suoi lettori. Ma bisognano lettori che sappiano leggere, che siano nati a sentire, e che non sieno educati ad affettare di sentir troppo. L’unico difetto della lingua e dello stile del Machiavelli deriva dalla barbarie in cui trovò il suo dialetto materno. Ben ei si studiò di dargli tutta la dignità che Sallustio, Cesare e Tacito avevano dato al latino, ma si studiò ad un tempo, e con molta saviezza, di non disnaturare la lingua italiana e il dialetto fiorentino; onde talvolta, per preservarne alcune peculiarità, cadde qua e là in certi sgrammaticamenti, che offendono appunto perchè potevano facilmente evitarsi.
Ognuno sa come Pietro Bembo veneziano fu primo a ridurre la lingua a regole; ma più che le regole giovarono d’allora in poi a ripulirla le opere di molti scrittori per tutta Italia. Ma quantunque ei pronunziasse che l’essere nato fiorentino, a ben volere fiorentino scrivere non fosse di molto vantaggio, nè alcuno s’opponesse per anche a viso aperto alle sue parole tenute tuttavia per oracoli, tutti ad ogni modo se ne giovavano come d’oracoli, e le contorcevano a favorire le loro opinioni. Però i Fiorentini contesero, che, stando letteralmente alla sentenza del cardinal Bembo, s’aveva da scriver fiorentino; dal che veniva la direttissima conseguenza che l’Italia aveva dialetti molti parlati, ed uno solo atto ad essere scritto; e non possedeva in comune lingua veruna. Insorse d’allora in poi, crebbe ed inferocì la tristissima lite – se la lingua letteraria s’avesse a chiamare italiana, toscana, o fiorentina. Frattanto il Bembo, senza inframmettersi nella contesa ch’egli inavvedutamente aveva attizzata, favoriva i Fiorentini; anzi escluse le opere tutte di Dante dal privilegio di somministrare esempj a’ grammatici. Forse il Bembo, educato e promosso alle ecclesiastiche dignità, prese pretesto dalla lingua, ch’ei chiamava rozza, di Dante, affine di condannarlo dell’avere virilmente negata ai papi ogni potestà temporale. L’imitare l’effemminata poesia e l’amore platonico del Petrarca era velo alle passioni sensuali; e, purchè fossero adonestate, non pareva illecito. Nè, a dirne il vero, sappiamo che il mondo siasi mai governato altrimenti.
Or ciò che il cardinal Bembo e gli altri suoi collaboratori avrebbero dovuto insegnare, e che nondimeno niuno può imparare se non per attitudine naturale e per lunga consuetudine, consisteva nell’arte di scriver bene. Questo non riesce mai se non a chi sa ciò che deve sottrarre dalla massa de’ vocaboli e delle frasi perchè nuoce allo stile e alle idee; e ciò che vi deve aggiungere perchè giova: e le sottrazioni e le addizioni devono farsi in guisa, che ciò rechi nuove e geniali sembianze alla lingua, ma senza mai nè snaturarla nell’indole sua, nè travisare la sua nativa fisonomia. Sì fatta arte, necessaria agli scrittori di qualunque lingua e difficile a tutti, fu sempre e sarà difficilissima agli Italiani. Non hanno Corte, nè città capitale, nè parlamenti ove la lingua possa arricchirsi secondando di grado in grado il corso e le mutazioni delle idee, delle fogge, delle opinioni e del tempo; anzi quanto è letteraria, tanto rimanesi artificiale più di quant’altre siano state mai scritte o si scrivano. Il mantenerla purissima adattandola a nuove idee e all’uso corrente; il porvi studio e far sì che non raffreddi lo stile, e l’usarla letteraria com’è, ridurla tuttavia famigliare anche a non letterati, sono sempre state difficoltà che in pratica apparvero tutte indomabili a molti. Quindi le tante teorie di trattatisti, le controversie e la confusione di grammatiche, di cui fu sempre romorosa l’Italia. E per non esservi lingua prevalente in un secolo, vediamo fra gli scrittori italiani d’una medesima età più differenza che in quella d’ogni altro popolo; il che produce il vantaggio della varietà degli stili, e il danno della perplessità e pedanteria de’ giudizj. Spesso accade che il libro esaltato non per altro che per il merito della lingua dai dottissimi uomini d’una città, viene esecrato dagli uomini dottissimi d’un’altra città, appunto per i demeriti della lingua.
Frattanto que’ primi ordinatori della lingua nel discorso giornaliero facevano uso di dialetti discordi, i quali repugnavano a scriversi. Il dialetto fiorentino s’era immiserito, e diveniva sempre più ritroso alla penna; e quel che è peggio, nelle scritture era oggimai intarsiato di crudissimi latinismi. Pare che non potessero mandare una lettera a’ loro domestici, che non fosse pedantesca. Quando poi sul principio del secolo decimosesto vollero pur provvedere l’Italia di una lingua sua propria, s’avvidero che innanzi tratto bisognava depurarla dalla troppa latinità: ma in questo andarono all’altro estremo, appunto perchè temevano di non si poter reggere equabilmente nel centro. Il Bembo e gli altri avevano studiato fin dalla puerizia e scritto e pensato d’ogni cosa letteraria in latino. E non pure l’ammirazione a’ grandi esemplari, ma i precetti rettorici degli autori romani, e la necessità di secondarli in una lingua morta, gli aveano domati alla servitù dell’imitazione. Era radicato nella loro anima il dogma, che a scrivere in qualunque lingua fosse necessario imitare religiosamente alcuni modelli; e in italiano non avevano, dal poema di Dante in fuori, alcuna opera nella quale la moltitudine, la novità e la profondità delle idee, delle immagini e delle passioni avessero partorito gran numero e varietà di locuzioni e parole, ed energia di ardita sintassi. Ma, oltre la ragione di stato ecclesiastica, che rendeva quel poema un testo pericoloso a citarsi, la quantità di formole scolastiche, di giunture strane, di voci latine, e tutto insieme il tenore dello stile di Dante gli atterriva; e non vi fu modo che si persuadessero mai di giovarsene.
Non è dunque difficile l’indovinare fra quante strette e con quale perplessità i primi critici si studiassero di trovare metodi a rimondare la lingua de’ latinismi, idiotismi e sgrammaticamenti che prevalevano a’ loro giorni, e le impedivano di divenire patrimonio letterario di tutta l’Italia. Il Bembo, imbevuto di purissima latinità, doveva studiare fin anche le sue lettere famigliari a guardarle da’ latinismi; il che gli riescì quasi sempre: ma non potè fare che quanto ei dettò in italiano non ridondasse d’idiotismi veneziani, i quali, se non fossero stati protetti sino d’allora dall’autorità del suo nome, sarebbero stati poscia infamati fra’ solecismi. Gli scrittori fiorentini anch’essi scambiavano riboboli per atticismi gentili. Aggiungi che mai non s’avvidero «Essere impossibile di ridurre a scienza atta a potersi insegnare e imparare il processo con che la natura converte in lingue letterarie i rozzi dialetti.» Così nella penuria d’autori che somministrassero osservazioni ed esempj, e di principj che insegnassero un giusto metodo, que’ primi precettori della lingua ricorsero di comune consentimento alle Novelle del Boccaccio. Vi trovarono parole evidenti, native ed elegantissime, artifici di costruzione, periodi musicali e diversi generi di stile; e forse per allora non avrebbero potuto ideare espediente migliore a tante difficoltà. Il cardinal Bembo ad ogni modo si limitò ad osservare ogni cosa in quel libro con ammirazione, ma non convertì le sue opinioni in leggi assolute. E’ non era il solo; bensì il più celebre di quella scuola. Tuttavia la massima e la pratica de’ letterati di quell’età consistevano non tanto a ricavare un metodo dalle osservazioni, quanto a imitare puntualmente, servilmente, puerilmente gli scrittori che parevano eccellenti. In poesia italiana copiavano il Petrarca e cantavano santamente d’amore. In latino imitavano Virgilio e Cicerone, e scrivevano profanamente di cose sacre. Così la dottrina di ristringere tutta una lingua morta nelle opere di pochi scrittori fu più assurdamente applicata alla lingua viva degli Italiani; e i loro critici quasi tutti convennero, non doversi attingere alcun esempio da veruna poesia, fuorchè dal canzoniere amoroso del Petrarca per Laura; nè alcun esempio di prosa da scrittore o scritto veruno, fuorchè dalle novelle del Decamerone. Con quanto frutto della religione, non pretendiamo di dirlo; ma la letteratura purtroppo discese effemminatissima a molte generazioni. Quindi i protestanti pigliarono argomento ad imputare a que’ letterati pochissimo riguardo a’ costumi, e niun senso di religione. La prima accusa è esagerata, e l’altra è assurdissima. Erasmo imputavali di sacrilegio, e derideva a un’ora l’ignoranza fratesca e la latinità non cristiana in Italia, a fine di spianare per tutti i modi la via alla riforma nelle Università di Germania e d’Inghilterra; e giudicavali secondo la tradizione della miscredenza de’ prelati di Leone X. Pur, se non tutti, moltissimi sentivano la fede che professavano, ed erano talor combattuti da superstizioni contrarie. Alcuni votavansi di non leggere mai libri profani; ma non potendo lungamente reggere al voto, ne impetravano l’assoluzione dal papa. Altri, per non contaminare le cose cristiane con l’impura latinità de’ frati e de’ monaci, avrebbero voluto poter tradurre la Bibbia col frasario del secolo d’Augusto.
Trent’anni circa dopo il principio, e pochissimi innanzi la fine del presente secolo, morirono l’Ariosto e il Tasso. L’intervallo di tempo fra la morte dell’uno e dell’altro fu fecondissimo di libri d’ogni maniera, e famoso per questioni grammaticali. I nomi degli autori di quell’età hanno poscia occupato tutti gli storici di letteratura, che ne hanno scritto volumi, biografie ed analisi critiche senza fine. E nondimeno l’Ariosto e Torquato Tasso restano i soli degni del nome di grandi. Che se parecchi altri passano oltre la mediocrità, e furono benemeriti della lingua più con gli esempj che co’ precetti, e fra questi primeggiano Giovanni della Casa, e Annibale Caro, moltissimi non sono che mediocri, e non li nomineremo. Molti altri sono anche di peggio, se peggio può essere, e de’ quali non importerebbe di far memoria neppure in massa, se non appartenessero appunto al secolo decantato come il più illustre della italiana letteratura; se i loro nomi, come abbiamo accennato, non fossero celebri in tutte le storie letterarie; e finalmente se molte delle loro meschine opere non fossero state stampate da poco in qua nella collezione di quattrocento e più volumi, sotto nome di Classici, pubblicati in Milano.
Dell’epoca famosa de’ Medici abbiamo osservato nel Discorso precedente tutto quello che importa a conoscere i primi tentativi degli uomini più illustri d’allora a dare leggi certe e perpetue alla lingua italiana. Scrivevano ne’ pontificati, l’uno vicinissimo all’altro, de’ due Medici Leone X, e Clemente VII; e alcuni sopravvissero a que’ due papi. Le lodi esagerate di quel tempo furono attribuite al secolo decimosesto tutto intero; e quindi tutti gli autori che gli appartengono, e che, con poche eccezioni, meriterebbero d’essere disprezzati da lungo tempo, sono sfuggiti alla dimenticanza che sotterrò la memoria d’uomini molto più degni di loro. Noi non ignoriamo che questa nostra sentenza sommaria parrà strana a tutti que’ nostri lettori, i quali conoscono que’ nomi non tanto per mezzo delle loro opere, quanto degli storici di letteratura che ne hanno parlato. Ma a niuno può essere ignoto che sì fatti storici pigliano non solo gli avvenimenti, ma ben anche i giudizj l’uno dall’altro, e li ripetono con diverse parole; e ne abbiamo esempj frequentissimi e giornalieri, e specialmente ne’ raccoglitori di aneddoti letterarj. Or sì fatti giudizj sono tutti originati e propagati e perpetuati dalla vanità nazionale e municipale degli Italiani, dalle dottrine delle loro accademie e delle loro scuole fratesche, dalla credulità popolare. Queste cagioni cospirarono a formare una concatenazione lunga, debole ma perpetua di mal certe testimonianze; e quindi a propagare e stabilire i diritti potenti della tradizione, alla quale anche gli uomini illuminati sovente sogliono concedere la venerazione ch’essa ottiene dal volgo. Non già che talor non s’avveggano della sua assurdità, ma seguendola, si dispensano dalla fatica e da’ pericoli di combatterla; e nel tempo stesso si giovano delle sue favole maravigliose a riempire volumi di narrazioni che, se non fossero romanzesche e s’approssimassero alla realtà, riescirebbero non solamente ridicole, ma nojose. Quelli che interessandosi in questo soggetto si sentissero preoccupati dalla generale opinione, ma non in guisa che non bramino di appurare la verità, sono tutti accettati volentieri per giudici. E speriamo di persuaderli che le leggi peggiori di lingua e di critica che mai potessero idearsi da uomini, la più misera e ambiziosa povertà ch’abbia mai intristita la letteratura d’un popolo, e finalmente la colpa de’ danni, della servitù letteraria e del vaniloquio degli scrittori italiani in generale da quel tempo sino a’ dì nostri, appartengono tutti al famoso secolo decimosesto.
Da’ fatti osservati fin qui, da che Dante cominciò a scrivere e il Machiavelli morì, appare manifestissimo che la lingua italiana nacque e crebbe dalla libertà popolare delle repubbliche del medio evo. Ma nell’epoca che ora esaminiamo la servitù dell’Italia cominciò ad aggravarsi senza speranza di redenzione sotto il doppio giogo della chiesa de’ papi, e della dominazione de’ forestieri. La tirannide religiosa e politica portò seco necessariamente i ceppi della letteratura; e dopo la morte di Clemente VII, avvenuta nel 1534, la storia della lingua trovavasi a questi termini: –
Che a bene scrivere la lingua, bisognava imitare i soli scrittori del secolo del Boccaccio; – Che il Decamerone del Boccaccio contenente le cento novelle era l’unico libro senza umano errore; era il tesoro d’ogni ricchezza di lingua, d’ogni grazia d’idioma; era il modello infallibile d’ogni eleganza e d’ogni eloquenza; – Che in questo libro dovevano unicamente cercarsi tutti gli esempj; e sopra questi esempj dovevano giustificarsi tutti i precetti, e risalire a’ principj generali e certissimi della grammatica italiana; – Che questo libro essendo stato scritto in Firenze e da un fiorentino, ed essendo stati fiorentini anche gli altri scrittori pregevoli del secolo decimoquarto, la lingua non si doveva chiamare italiana, nè toscana, ma fiorentina; – Che, per conseguenza il giudizio, quanto a’ meriti della lingua d’ogni libro scritto o da scriversi in Italia, apparteneva a’ fiorentini; – Che i fiorentini erano rappresentati da’ più dotti de’ loro concittadini; da una compagnia d’uomini chiamata Accademia della Crusca; – Che questa Accademia era sotto la protezione de’ Medici gran duchi di Toscana; – Che Cosimo I gran duca allora regnante, essendo imparentato con la Spagna dominatrice di più che mezza Italia, ed essendo nel tempo stesso figliuolo obbedientissimo della Chiesa, regolava gli studj dell’Accademia della Crusca con una ragione di stato indispensabile a un principe apparentemente indipendente, ma realmente soggetto a Filippo II e al Concilio di Trento; – Che il Concilio di Trento stava per decretare, e poi decretò sotto severissime pene, che non si comportasse più libro veruno nel quale fossero derisi o preti, o monaci, o frati, o reliquie, o altre cose sacre; – Che il libro preziosissimo delle Novelle del Boccaccio, essendo scritto spesso a bello studio contro tutte le cose sacre suddette, non doveva leggersi se non espurgato; – Che l’Accademia, per intercessione de’ principi suoi protettori, otteneva da’ papi il permesso di potere ristampare le Novelle del Boccaccio, espurgandole secondo i canoni del Concilio di Trento; – Che, affinchè i canoni non fossero debitamente interpretati ed applicati, il padre inquisitore, maestro del sacro palazzo del Vaticano, frate domenicano e di nazione spagnuolo, presiedeva a’ lunghi studj dell’Accademia della Crusca a espurgare le Novelle del Boccaccio; – Che le Novelle mutilate, adulterate d’interpolazioni innumerabili a beneplacito dell’inquisitore, erano ristampate per autorità dell’Accademia; – Che quella loro edizione era solennemente dichiarata la sola che dovesse o potesse seguirsi come testo di correttissima lingua; – E finalmente che il Decamerone del Boccaccio così mutilato ed adulterato era la pianta di tutti gli edifizj grammaticali dell’Accademia, e fin anche del Vocabolario della Crusca.
Quanto abbiamo detto sin qui può provarsi con autentici documenti e con narrazione di fatti ordinati per serie di anni; ma vi bisognerebbero limiti meno angusti. Tuttavia, procedendo storicamente, porremo in evidenza alcuni fatti innegabili e sufficienti, a dare ragioni del fenomeno letterario che noi, concludendo l’articolo precedente, abbiamo fatto osservare, e promesso di spiegare a’ nostri lettori. –
Alcuni giovani fiorentini congiuravano contro Ippolito ed Alessandro bastardi de’ Medici per cacciarli dalla loro patria, a fine di costituirla di nuovo in Repubblica. Palliarono la ragione delle loro adunanze, sotto colore di emendare, con confronto di manoscritti e con critico studio, il testo delle Novelle del Boccaccio. La perdita degli autografi sino dall’età dell’autore, e le scorrezioni e alterazioni incorse nelle edizioni ch’erano uscite sino allora di quel libro giustificavano la loro intrapresa letteraria, e celavano i loro disegni politici. Da que’ giovani derivò la celebrata edizione del Giunti del 1527, tenuta oggi fra le più rare curiosità de’ bibliotecarj, e serbata sino d’allora come ricordo della Repubblica Fiorentina, perchè quasi tutti que’ giovani i quali v’attesero combattevano contro alla Casa de’ Medici, e morirono nell’assedio di Firenze, o in esilio. Poscia il libro divenne più raro, perchè stava a rischio di essere mutilato o inibito per amore de’ frati. Il Bembo, mentre era segretario di Leone X, si travagliava molto malvolentieri in cose di frati, perchè vi trovava sotto molte volte tutte le umane scelleratezze coperte da diabolica ipocrisia; – e Leone X faceva commedia dell’Abate di Gaeta, coronandolo d’alloro e di cavoli sopra un elefante. Adriano VI che gli succedeva era stato claustrale, e i cardinali della sua scuola proposero poco dopo che i colloquj d’Erasmo, e ogni libro popolare ingiurioso al clero si proibissero. A Paolo III parve che la minaccia bastasse, nè s’adempì per allora; ma chi sapeva che il Decamerone, già tradotto in più lingue, allegavasi dagli antipapisti, s’affrettò a provvedersi dell’edizione fiorentina, la quale, anche da’ dotti che non ne facevano gran caso per l’emendazione critica, era creduta schietta d’inavvertenze di stampa. Ma neppur questo era vero.
Ad ogni modo è un’edizione divenuta tesoro di libreria, ed oggi pagata a prezzi enormi. Caduta la Repubblica, quell’adunanza continuò, attendendo unicamente alla grammatica, sotto il nome dell’Accademia degli Umidi: poi divenne più pubblica e meno libera, e si chiamò Accademia Fiorentina; finalmente, raccoltasi sotto il patrocinio di Cosimo gran duca, assunse il nome di Accademia della Crusca, e la dittatura grammaticale in Italia. Il progetto incominciato dal cardinale Bembo di stabilire tutte le leggi della prosa italiana sulle Novelle del Boccaccio, fu abbracciato da quell’Accademia, e messo ad esecuzione in guisa da destare meraviglia, e compassione ad un tempo e disprezzo. La Chiesa cessò dal minacciare, e cominciò attualmente a proibire la ristampa e la lettura delle Novelle del Boccaccio; e niuno poteva nemmeno possederne una copia senza licenza del suo confessore. La riforma de’ Protestanti provocò la riforma Cattolica, che rimase meno apparente, benchè forse maggiore, e certamente più stabile. I Protestanti la derivarono dalla libertà d’interpretare gli oracoli dello Spirito Santo con l’ajuto dell’umana ragione; e i Cattolici non ammettevano interpretazioni, se non le ispirate alla Chiesa da Dio rappresentato da’ papi. Quali delle due dottrine provvedesse meglio alla religione, non so: forse ogni religione troppo scandagliata dalla umana ragione cessa d’essere fede; e ogni fede inculcata senza il consentimento della ragione degenera in cieca superstizione. Ma quanto alla letteratura, la libertà di coscienza preparava in molti paesi la libertà civile, e di pensare e di scrivere; mentre in Italia l’obbedienza passiva alla religione accrebbe la politica tirannia, e l’avvilimento e la lunga servitù degli ingegni. La riforma de’ Protestanti mirava principalmente a’ dogmi; e la Cattolica unicamente alla disciplina: e però anche le opinioni intorno alla vita e a’ costumi degli ecclesiastici furono represse, come tendenti a nuove eresie. Il Concilio di Trento vide che i popoli, incominciando in Germania a dolersi che i frati fossero bottegaj d’indulgenze, si ridussero a rinnegare il sacramento della confessione, il celibato degli ecclesiastici e il Papa. Adunque fu provveduto che, per qualunque allusione in vituperio del clero, i libri si registrassero nell’indice de’ proibiti; e che il leggerli e il serbarli senza licenza di vescovi fosse peccato insieme e delitto da punirsi in virtù dell’anatema. Le leggi canoniche furono d’indi in poi interpretate e applicate da’ tribunali civili, presieduti da’ padri Inquisitori della regola di San Domenico; i quali inoltre, per consentimento de’ governi italiani, furono investiti dell’autorità di esaminare, alterare, mutilare e sopprimere ogni libro antico o nuovo innanzi la stampa.
Tuttavia l’Accademia della Crusca temeva che nelle edizioni fin allora uscite, ed erano quasi sessanta, l’emendazioni di critici forestieri, così allora chiamavan gli Italiani, la fama delle novelle del Boccaccio e la purità della lingua fosse guastata. Patteggiarono dunque di potere, non foss’altro, stamparne una mutilata in Firenze; e confidavano che l’utilità della loro emendazione grammaticale sarebbe compenso equivalente allo strazio che il ferro e il fuoco del Santo Uffizio farebbe de’ tratti più comici nelle novelle. Cosimo I, per agevolare il trattato, deputò a negoziare col maestro del sacro Palazzo in Vaticano alcuni uomini dotti, uno de’ quali era vescovo, e quasi tutti ecclesiastici in dignità; e fra gli altri Vincenzo Borghini illustratore delle antichità toscane, e scrittore non pedantesco: ma i nomi degli altri sono men noti alla storia letteraria d’Italia, che a’ fasti consolari, com’ei li chiamavano, delle loro accademie. Le nuove alterazioni al Decamerone mandate a Roma erano quasi sempre lodate; ma non bastavano. Il maestro del sacro Palazzo, frate domenicano e spagnuolo, si aggregò di proprio diritto alla loro adunanza. Scrivendo le sue opinioni in lingua bastarda, dava consiglio anche in virtù della sua autorità di grammatico; non però venivano a conclusione. Finalmente un domenicano italiano e di natura più facile (chiamavasi Eustachio Locatelli, e morì vescovo in Reggio) vi s’interpose; e per essere stato confessore di Pio V, impetrò da Gregorio XIII, che il Decamerone non fosse mutilato, se non in quanto bisognava al buon nome degli ecclesiastici. Così le badesse e le monache innamorate de’ loro ortolani furono mutate in matrone e damigelle; e i frati impostori di miracoli, in negromanti; e i preti adulteri delle comari, in soldati; e in virtù di cent’altre trasformazioni e mutilazioni inevitabili, riuscì agli accademici, dopo quattr’anni di pratiche, di pubblicare in Firenze il Decamerone illustrato da’ loro studj.
Ma Sisto V ordinò che anche l’edizione approvata dal suo predecessore fosse infamata nell’Indice. Fu dunque necessario aver ricorso a nuove storpiature ed interpolazioni; e quindi sopra sì fatti testi gli accademici della Crusca minuzzarono ogni parola e ogni sillaba delle novelle, magnificarono ogni minuzia, e la descrissero sotto nomi di ricchezze, proprietà, grazie, eleganze, figure, leggi, e principj di lingua. Non però poteva venire mai fatto a veruno di conciliare tanta infinità di precetti con un metodo, che ne agevolasse la pratica. Le dottrine e le regole e le applicazioni di esse cozzavano fra loro nelle pagine e nella mente di chi le dettava. Tanto più dunque le dispute fra’ diversi grammatici intricandosi le une su le altre crescevano atroci, oziose, lunghissime, ed occuparono tutti i cent’anni del secolo XVI.
E allora, – mentre l’ozio della servitù intiepidiva le passioni, l’educazione commessa a’ Gesuiti sfibrava gl’ingegni; i letterati divenivano arredi di corti spesso straniere; le università erano pasciute da’ re, e l’Inquisizione le udiva – l’Accademia della Crusca incominciò a insignorirsi della letteratura italiana, e adottare le Novelle del Boccaccio per unico testo regolatore d’ogni dizionario e grammatica, e d’ogni teoria filosofica intorno alla lingua. Era dunque il Decamerone, anche per politica necessità, predicato da’ letterati come unico regolatore della lingua scritta in prosa. Per cancellare ogni memoria di libertà, Cosimo I soppresse tutte le accademie istituite in Toscana quando le città si reggevano a repubbliche, e venne a dilatare la giurisdizione della fiorentina, ch’ei disprezzava. Compiacevasi di vederla sgrammaticare a bell’agio, e udirsi paragonare a Cosimo padre della patria: nè da questo in fuori fece verun favore alle lettere. Teneva a’ suoi stipendj uno o due scrittori di storie della Casa de’ Medici; faceva raccogliere da per tutto le copie delle altre scritte con meno adulazione, e le ardeva.
Pur nondimeno gli scrittori, appunto in quel secolo, quanto più si dipartivano dallo stile del Decamerone, tanto più rendevano i loro libri meno indegni della cura de’ posteri. Il Vasari, fra gli altri, scrivendo le vite degli architetti, pittori e scultori d’Italia, lasciò un tesoro di critica sulle belle arti, e di aneddoti su’ caratteri de’ grandi artisti suoi contemporanei, e insieme un inesauribile deposito di maniere di belle dizioni. Nè la tirannide universale potè imporre silenzio alla storia politica ed ecclesiastica. Il Guicciardini compose la storia d’Europa(49) da uomo di stato, in guisa da tracciare le origini ed il progresso del diritto delle genti che prevalse subito dopo la fine della lunga barbarie del medio evo. La sua lingua peraltro è pomposa, misteriosa e artificiale per voler troppo magnificare ogni cosa, e arieggiare la maestà degli storici latini. Benedetto Varchi suo concittadino e contemporaneo andò all’altro estremo, e scrisse la storia fiorentina minutissimamente, così che, per narrare gli avvenimenti di sette anni, occupò forse più pagine che non altri a narrare la storia della Repubblica Romana da Romolo a Giulio Cesare. E il Varchi alla minuzia de’ fatti aggiunge una superfluità di parole che non può essere concepita, se non da chi ha la pazienza di leggerlo; e non v’è vocabolo signorile o triviale di cui egli non si studi di giovarsi alla rinfusa. Il buon uomo era stipendiato a scrivere dal gran duca Cosimo; ma non si potè tenere di dire male de’ papi: e la sua storia non fu pubblicata se non assai tardi, e tronca delle ultime pagine, che poi in altre edizioni fatte alla macchia furono aggiunte. Non molto dopo il Guicciardini e prima del Varchi, Bernardo Segni vivea storico ignoto, e più veritiero. Era nominato a’ suoi tempi fra’ tanti altri traduttori e chiosatori d’Aristotile; ma nacque, crebbe, e fu educato repubblicano di parte, e narrò la storia della servitù; e forse, per non porre a pericolo i suoi figliuoli, ei morendo non disse dove aveva riposto il suo manoscritto. Ritrovato poi a caso, guasto dal tempo, fu donato a uno de’ principi Medici, a’ quali giovava di risotterrarlo; e non fu veduto dal mondo che dopo quasi due secoli, e con fresche lacune; non così per amore degli antichi signori di Firenze, de’ quali la razza allora spegnevasi, come per riverenza alla memoria de’ papi. Tuttavia, mutilata com’è, e benchè letta da pochi, la storia del Segni, dopo quella del Machiavelli. avanza in naturalezza e sobrietà il Guicciardini. Ma e le storie e i poemi di quell’età, ch’oggi s’hanno per depositarj di lingua, erano allora tenuti presso che barbari e indegni di essere nominati con «le cento immortalate novelle.» Anche il Berni e l’Ariosto erano allora più ricercati da’ lettori, che stimati da’ critici; e il Poliziano, come scrittore italiano, non era citato che raramente, e piuttosto con biasimo che con lode.
Vero è che non prima sì fatte leggi cominciano a moltiplicarsi ed acquistare autorità potentissima, bastano a darti indizio che un popolo dallo stato libero passa sotto il potere assoluto. La Grecia dopo Alessandro non ebbe più oratori nè storici; bensì famosi grammatici, alcuni de’ quali regnarono nelle accademie de’ Tolomei, a costringere alla nuova loro pronunzia i poemi d’Omero. Cesare trattò di grammatica: Augusto insegnavala a Mecenate ed a’ suoi nipoti: Tiberio si dilettava di sottigliezze su la notomia de’ vocaboli: Claudio scrisse intorno alle lettere dell’alfabeto; e anche a Plinio filosofo toccò di guerreggiare di penna col maestro del bel dire; e non pare ch’ei n’uscisse senza paura. Ma gli studj liberi in tali condizioni di tempi sono sì fatti; ed a’ principi non rincrescono, perchè frappongono comandamenti infiniti e impraticabili in guisa, che niuno sappia mai come s’abbia da scrivere. La dominazione spagnuola in Italia, il lungo regno di Filippo II tirannissimo fra’ tiranni, e il concilio di Trento avevano imposto silenzio in Italia anche all’eloquenza degli scrittori in latino.
La colpa apposta agli Italiani che, scrivendo una lingua morta, ritardarono i progressi della nuova è giustissima; ma non è giustamente applicata. Noi crediamo di avere nell’epoca precedente applicata con sufficiente severità la censura a que’ che veramente la meritavano; ma abbiamo anche veduto che la dittatura de’ grammatici italiani s’arrogava di concedere celebrità a quegli uomini, che poscia il consenso di molte generazioni ha destinati a perpetua dimenticanza, e di negarla a quegli che hanno il merito di offrire a’ posteri modelli permanenti di stile e di lingua, e indipendenti dalle scuole e da’ capricci dell’uso. Fra questi è il Machiavelli, ma gli Accademici fiorentini deridevano chi lo lodava. Non è dunque meraviglia se gli uomini più dotati di sapere e d’ingegno continuarono a scrivere in latino, e si rimasero quasi a comporre una aristocrazia destinata ad amministrare i tesori della mente umana a pochissimi. Alcuni professori delle università, e specialmente quando Clemente VII coronò Carlo V a Bologna, perorarono perchè alla lingua italiana fosse inibito di parlare ne’ libri – quasi che i decreti d’imperadori e di papi bastassero. L’avviso fu poi suggerito contro la lingua francese al cardinale Mazzarino, o fatto suggerire da esso, affinchè la dottrina della cieca obbedienza si perpetuasse sovra la razza europea. I begl’ingegni, invece di ragioni opposero epigrammi, e fecero da savj; perchè niuno si è più attentato di riparlarne. Ma Napoleone, mentre affrettavasi a quella sublimità che al parer suo precipita gli uomini nel ridicolo, impose che i professori leggessero nelle Università d’Italia in latino. Se non che le lingue non cedono nè prevalgono, se non per leggi invariabili della natura e del tempo, che le vanno procreando l’una dall’altra. Sogliono bensì prosperare nella libertà, ed intristirsi nella servitù. Le loro più dure catene sono procurate per via di leggi grammaticali. Invece gli autori romani somministravano molto maggiore e nobilissimo numero d’esemplari allo stile. La loro lingua governata da leggi assolute ed evidentissime aveva per giudice tutta l’Europa, mentre la fama d’ogni scrittore italiano pendeva dalla sentenza di gloriosi pedanti, i quali giudicavano raffrontano ogni nuovo libro.
Infatti le nobili opere che sopravvissero alle altre mille di quell’età sono dettate in latino. Il Sigonio nelle sue storie, percorrendo lo spazio di venti secoli dalla epoca de’ primi consoli di Roma sino alle repubbliche italiane, fu primo a traversare la solitudine tenebrosa del medio evo. Diresti che un genio illumini tutto il suo corso; e trasfonda abbondanza, splendore e vigore alla sua latinità. Nondimeno le poche cose che gli vennero scritte in lingua italiana sono volgarissime e barbare. Vedeva che ad impararla gli bisognava perdere molta parte della sua mente ne’ laberinti delle nuove grammatiche; ond’esortò i suoi concittadini, che se avevano cura della posterità, le parlassero solamente in latino. Il che non s’ha da imputare a freddezza di carità per la patria, quando, a volere descrivere in italiano le trasformazioni universali del Romano Impero, quel grand’uomo sarebbe stato ridotto ad andare accattando i vocaboli, e l’orditura d’ogni sua frase nelle Novelle. Altri, a modellare i loro pensieri con dignità, scrivevano da prima le storie recenti della lor patria in latino, e le traducevano in italiano da sè; e concorrevano ad arricchire la lingua letteraria.
Così la lingua che sola può dar progresso alla letteratura, impedivala. E nondimeno la letteratura era allora da tutti i precedenti secoli e dalle nuove rivoluzioni del mondo versata sovra l’Italia a torrenti. Tutta la poesia, l’eloquenza, la storia e la filosofia de’ Romani e de’ Greci rivissero quasi di subito con la invenzione della stampa. Gli annali della terra, e i nuovi costumi del genere umano scoperti con l’America eccitavano la curiosità degli ingegni. I mari d’allora in poi incominciarono ad arricchire altri popoli: l’opulenza che avevano portato alle città italiane, non potendosi più ornai applicare al commercio, compiacque al lusso e alle belle arti. I palazzi arredati di monumenti e di biblioteche educarono antiquarj e scrittori d’erudizione, e crescevano la supellettile letteraria. Accrescevala anche la servitù in che declinarono le città libere, dacchè i nuovi signori, costringendo gli uomini generosi al silenzio, stipendiavano lodatori; nè vi fu secolo nel quale l’adulazione sia stata bramata con tanta libidine, o sì sfacciatamente professata ne’ libri. Le controversie inerenti agli oracoli della Bibbia erano allora fierissime, universali. E quanto l’Europa in questa età sua decrepita ciarla di speculazioni politiche, tanto allora farneticava di religione: se non che le condizioni de’ regni e gl’interessi de’ principi, e più assai degl’Italiani, non pendeano, come oggi, da pubblicani che di carta fanno danaro a nudrire soldati, bensì da dottori che di teologia facevano ragioni a sommovere popoli; e perchè quelli studj fruttavano ecclesiastiche dignità, produssero una moltitudine di uomini letterati. Ma le turbe de’ mediocri opprimevano i pochissimi grandi. L’eloquenza era arte ambiziosa nelle Università; la troppa dottrina snervava l’immaginazione; e la sentenza intorno alla quale s’aggira tutta la poetica d’Aristotile – «Che l’uomo è animale imitatore» – quantunque variamente chiosata da molti, era superstiziosamente inculcata e obbedita in questo da tutti: – «Doversi imitare, non la natura, ma gli imitatori della natura.» – Però le lettere, giovando alle arti, a’ governi, alla Chiesa, e alle scuole, non esaltavano le passioni, non illuminavano la verità nelle menti, non ampliavano i confini dell’arte; mortificavano le originalità degli ingegni. E per la nazione non v’era lingua, perchè lo scrivere e intendere la latina era meritamente privilegio de’ dotti; e l’italiana, comecchè men parlata che intesa da tutti, rimanevasi patrimonio di grammatici, che disputavano fin anche intorno al suo nome.
La predizione di Dante pur si avverava, volere e non volere, a ogni modo. Il dialetto fiorentino rifiutava di lasciarsi scrivere, se non era confuso dall’ingegno degli autori nella materia generale della lingua letteraria, e rimodellato con forme diverse. Bernardo Davanzati si provò di negarlo col fatto, e professò di avere tradotto in volgare fiorentino gli Annali, e la Storia di Tacito. Gli fu creduto, perchè così pare a prima vista in chi non è assuefatto da lungo esercizio a discernere il vero in queste materie difficilissime insieme e tediose; e dall’altra parte niuno lo negò, perchè tale fu il decreto unanime e perpetuo dell’Accademia della Crusca di cui egli era membro; ed è un de’ pochissimi ch’oggi meriti d’essere ricordato con ammirazione. Infatti il Davanzati traducendo scrisse in modo sì originale, che non fu poscia, nè sarà mai imitato da veruno: ed è tanto vero che gli scrittori i quali lo hanno preceduto non hanno lasciato neppur l’ombra di sì fatta maniera di composizione; e tanto egli sapeva maneggiare la lingua, che con tutti i disavvantaggi degli articoli, la traduzione stampata a fronte del testo riesce in ogni pagina più breve dell’originale. Ma il popolo fiorentino non ha mai parlato nè poteva parlare a quel modo. Ben il Davanzati usò de’ riboboli ed idiotismi del mercato, e talor n’abusò, ma non servono che di vernice. Chiunque sparpagliasse sopra ogni periodo di Tacito uno o due vocaboli o modi di dire tolti dalle Commedie di Plauto, invece di quelli adoperati dallo storico, avrebbe precisamente nell’originale latino quel libro, quale pare ed è nella traduzione italiana. E chi d’altra parte, sottraendo gl’idiotismi municipali e plateali della traduzione, li supplisse con dizioni più signorili, non nuocerebbe punto alla brevità, gioverebbe alla dignità, ed avrebbe la traduzione più meravigliosa che sia mai stata fatta. La massa delle parole e le frasi appartengono, nello stile del Davanzati, alla lingua letteraria d’Italia; e o non furono usate mai nel dialetto fiorentino, o se furono usate da’ Fiorentini nel discorso giornaliero, essi usandole le corruppero e le trasfigurarono di generazione in generazione. Onde le cagioni reali dello straordinario modo di scrivere del Davanzati derivarono dall’indole del suo ingegno, dall’indole dello stile di Tacito, e dall’indole della lingua italiana.
Frattanto, i due primi libri che Dante innanzi la sua morte potè finire del suo Trattato su questo argomento furono disotterrati e pubblicati. Da prima la loro autenticità fu negata, e l’originale che l’autore scrisse in latino, e tutta la traduzione che ne fu pubblicata furono dichiarate imposture. Quando finalmente, dopo una serie di prove innegabili e di dispute protratte per lunghissimi anni, niuno potè contendere la genuina origine di quel libretto, alcuni negarono la verità della dottrina, altri professarono che non potevano intendere come una lingua potesse scriversi e non parlarsi; e intanto non potevano mai parlare come scrivevano. Altri finalmente, e ne sono parecchi anche a’ di nostri, si stanno in dubbio come i buoni fedeli che non sanno come riconciliare i dogmi della Santa Chiesa su la immobilità della terra con le matematiche dimostrazioni del suo giro diurno ed annuo intorno al Sole: così, dovendo credere a un tempo a’ teologi ed a’ filosofi, non sanno cosa si fare.
Or la costituzione letteraria della lingua italiana somiglia per l’appunto alla Costituzione dell’Inghilterra. Non è conosciuta, nè può farsi conoscere distintamente per legge scritta, ma ognuno ne vede le deviazioni. Dipende da esempj precedenti innumerabili, molti de’ quali sono obliterati nell’uso, ma mantenuti ne’ ricordi, perchè servono alla storia e alle analogie della costituzione; molti altri non sono richiamati in uso se non in certe urgenti occasioni, ma non mai senza le forme prescritte; finalmente, molti sono vigenti perpetuamente. Pur nondimeno, non solo i primi e i secondi, ma anche questi ultimi non sono ben conosciuti da tutti, e pochissimi possono ben applicarli. Così un nuovo membro del Parlamento, per quanto dotto ei siasi delle leggi e della storia della sua patria, deve sempre soggiacere alla sentenza de’ più pratici, a’ quali il lungo uso solo insegnò come interpretare ed applicare i principj costituzionali dello Stato.
Or mentre disputavano senza intendersi, e le liti inferocivano con rabbia municipale, gli Accademici della Crusca s’allontanarono da’ principj di Dante in guisa, che, mentre quel grand’uomo voleva la lingua letteraria appartenesse alla nazione e non a dialetto veruno, gli Accademici scrissero volumi a provare che tutta la lingua consisteva nel dialetto fiorentino scritto nel secolo XIV. Niuna perseveranza potrebbe mai giungere a snodare i gruppi di regole e regoluccie che intricarono le une su le altre nelle loro grammatiche; l’umana ragione non potrebbe mai intenderle, nè l’immaginazione mai concepirle. Così ogni frase, ogni parola, ogni accento di quella loro lingua furono giustificate con la sottigliezza de’ legisti, e de’ teologi casuisti, e si convertirono in altrettanti precetti di lingua e di stile. Le eccezioni alle regole furono anch’esse ridotte a ragioni, e sotto regole minutissime; e per insegnare a imitar cose che non vogliono accomodarsi nè a ragioni, nè a leggi, nè ad imitazione. L’unico loro principio invariabilmente enunziato, ma assurdo in sè stesso, e non applicabile mai, consisteva – «Che quanto più uno scrittore si diparte dagli autori del secolo XIV, tanto più scrive male.» – Quindi una lingua viva e crescente diventava morta, e gli uomini viventi e futuri dovevano concepire ogni idea, nominare ogni cosa, adoperare ogni vocabolo e frase, nè più nè meno, come gli uomini di generazioni sepolte da lunghissimo tempo.
Questo principio e i loro volumi di osservazioni sopra il Decamerone del Boccaccio furono quasi preparazione evangelica al Vocabolario della Crusca, e fondarono tutti i dogmi dell’Accademia. Vero è che poscia questa s’avvide talora degli errori che ne risultarono, e s’è studiata di ripararli. Ma perseverò a mantenere l’infallibilità, e l’applicazione delle dottrine; affettò la vigilanza del Santo Uffizio; e s’aiutò fin anche di magistrati e predicatori contro un letterato sanese che rinnegò le sue leggi(50). Da prima, a declinare l’invidia delle città toscane, gli Accademici tennero tre anni di consulte intorno al titolo del Vocabolario, e decretarono che si chiamasse della lingua toscana. Poscia, affinchè tutto l’onore si rimanesse ne’ Fiorentini, v’aggiunsero: cavato dagli scrittori e uso della città di Firenze. Finalmente con politico temperamento lo nominarono: Vocabolario dell’Accademia della Crusca, senz’altro. Così fu stampato; e la prima volta senz’altre voci, se non se del Decamerone e di pochi scrittori contemporanei del Boccaccio; e comecchè sia stato poscia allargato con esempj da’ secoli seguenti, rimane pur sempre Vocabolario di dialetto, ma non di lingua. Senzachè il nome d’italiana ostinatamente negato da quella Accademia alla lingua perpetuò le guerre civili di penna che mai non vennero a tregua; e bastasse: ma talvolta i nobili ingegni hanno parteggiato contro a nobili ingegni. Il Machiavelli su’ primi giorni della contesa rideva dell’Ariosto, che non poteva sormontare la difficoltà di mantenere il decoro di quella lingua ch’egli accattava. E il Galileo, quando l’animosità de’ grammatici inferocì, s’avventò contro al Tasso. E non pertanto sono dessi i quattro scrittori, che non per la vanità nazionale degl’Italiani, o per vanità di erudizione de’ forestieri, ma per la divinità del loro genio, si meritarono la gratitudine di noi tutti; e soli a nostro credere, certo i soli indegni della compagnia di mille esaltati dalle tradizioni di quel secolo millantatore. Or tutti sanno quanto il Salviati congiurò con alcuni grammatici ad aggravare le lunghe sciagure del Tasso, e la sua tendenza alla manìa, con la quale la natura fa scontare ad alcuni mortali i doni, non so quanto desiderabili, dell’ingegno. Cinquant’anni e più dopo, le opere e il nome dell’Autore della Gerusalemme fu citato nel Vocabolario della Crusca; ma fu tarda espiazione e forzata. Nè i Fiorentini dovrebbero gloriarsene; da che non fu per loro proprio rimorso o ravvedimento, bensì per comando del gran duca Leopoldo, pregatone istantemente da un Cardinale(51). Così anche un atto di giustizia alla memoria di un uomo grande, generoso, infelice e iniquamente perseguitato fu per l’Accademia della Crusca un atto di vilissima servitù. Non però cessavano le vergognosissime liti intorno al nome della lingua. Durano tuttavia con quelle animosità provinciali, che sino dalle età barbare hanno conteso a quel popolo sciagurato di riunirsi in nazione; e le animosità sono esacerbate insieme e santificate da quegli uomini letterati, i quali negano all’Italia fin anche il diritto di possedere una lingua comune a tutte le sue città.

FINE

NOTE
(1) Qui il Foscolo ha preso un abbaglio, e sembra che se ne fosse accorto, giacchè nel margine della citata prova di stampa, di contro a questi versi scrisse di suo pugno: qui, chiamatemi. Difatti in Omero questo tratto non appella ad Achille, ma a Diomede (vedi il lib. V dell’Iliade, sul principio). È vero bensì che ancora Achille, quando si mostra presso la fossa degli accampamenti a rincorare i Greci fuggenti da’ Trojani dopo la uccisione di Patroclo, manda fiamme e lampi forse più terribilmente del Tidide. (Iliade, libro XVIII) – (F. S. O.)
(2) Cento novelle antiche.
(3) Paradiso, canto IX.
(4) Trionfo d’Amore, cap. IV.
(5) Non si dimentichi che l’Autore scriveva ciò in Inghilterra. – (F. S. O.)
(6) Si primas, si secundarias, si subsecundarias vulgaris Italiae variationes calcolare velimus, in hoc minimo mundi angulo, non solum ad millenam loquelae variationem venire contigerit, sed etiam ad magis ultra. – De Vulg. Eloq. c. 8.
(7) Nam videtur sicilianum volgare sibi famam prae aliis asciscere, eo quod quidquid poetantur Itali sicilianum vocatur. – Dante, De Vulg. Eloq. cap. XII.
(8) Ciullo d’Alcamo. – (F. S. O.)
(9)
Plas my cavallier Francès
E la donna Catalana,
E l’onrar del Ginoès
E la court de Castellana;
Lou cantar Provensalès
E la dansa Trivisana,
E lou corps Aragonnès
E la perla Julliana;
La mans e kara d’Anglès
E lou donzel de Thuscana.

Così cantava in Torino il buon Barbarossa, dopo aver spianato Milano. Forse non avrebbe avuto estro sì gaio dopo il 29 maggio 1176. – (F. S. O.)
(10) Gaufridi (De vino salvo) Poetria nova apud Leiser. Pag. 856.
(11) Arrigo da Settimello nel poema intitolato: De diversitate Fortunae et Philosophiae consolatione. Vedi Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, lib. III. – (F. S. O.)
(12) Apud Mehus, Vita Ambros. Camald., pag. 156, dov’è citata un’edizione del 1474.
(13) Gibbon, Storia della Decadenza dell’Impero Romano, pagina 59.
(14) Tiraboschi, Storia della Letteratura Italiana, vol. V.
(15) Petri de Vineis epist. 38; apud Martene, Veter. Scriptorum vol. 2.
(16) V. De Monnoye, Dissertation printed With the Menagiana.
(17) Muratori, Ann. 1229, 1245.
(18) Volesse Dio che queste parole, quasi uscenti dal sepolcro dell’illustre amico, potessero giungere alle orecchie di Giovan Battista Niccolini, e avessero tanta forza da indurlo finalmente a pubblicare la sua Storia della Casa di Svevia! Sarebbe un conforto alla misera Italia in tante sventure. – (F. S. O.)
(19) È più conosciuto sotto il nome di Fra Guidone o Guittone. Fu dell’Ordine de’ Cavalieri di Santa Maria, detto de’ Gaudenti; istituzione d’infame memoria, perchè diretta all’esterminio degli Albigesi. – (F. S. O.)
(20) A comment on the Divine Comedy; London, 1822, vol. I, pagine 97-100.
(21) Vita Nuova, fra le opere di Dante vol. V, pagine 6-9; edizione Zatta, Venezia, 1760.
(22) D’Israely, Curiosities of literature, vol. VI, pag. 291. – Ed ecco la traduzione italiana di questo tratto: «Il tenero Sonetto esente da ogni oscurità, il quale egli compose per Beatrice, ci è stato conservato. Circa al fatto di Beatrice non può cadere alcun dubbio, ma il Sonetto e la passione debbono essere classati nel novero de’ curiosi fenomeni naturali.»
(23) Loco cit., pag. 64.
(24) Rime di Guido Cavalcanti, ecc., per opera di Antonio Cicciaporci; Firenze, 1813.
(25) Leonardo Bruni, Vita di Dante.
(26) Dino Compagni, Cronica, lib. I, pag. 19, ediz. 1728.
(27) Boccaccio, Decamerone, Giornata IV, Novella IX. – Dante, Inferno, canto X.
(28) Boccaccio, Prose e Commento a Dante, pag. 335, edizione 1723.
(29) Presso Apostolo Zeno, Note al Fontanini, vol. II, pag. 3; e il Cicciaporci, vedi il luogo estratto dell’elogio di Guido scritto da Lorenzo de’ Medici.
(30) Dante, Opere, vol. V, pag. 67; edizione Zatta.
(31) Inferno, canto XXXII.
(32) Avvertimenti su la lingua, vol. I, pag. 244; edizione milanese.
(33) Ivi, vol. I, pag. 245.
(34) Ginguené, Hist, Litt. d’Italie, t. III, pag. 87 e sg.
(35) Introduzione.
(36) Tucidide, lib. II, 48 ult.
(37) Fiammetta, lib. IV.
(38) Salviati, Su la lingua del Decamerone, vol. I, pag. 249; edizione milanese.
(39) Badajuolo non è nel vocabolario; forse da bajulus, facchino.
(40) Presso il Manni, Illustrat., pag. 421.
(41) Varchi, Stor. Fior., lib. XV, an. 1536.
(42) Ovidio, Heroid., epist. 19.
(43) Colutius Salutatus, Epist. ad Bocc.
(44) Ciceronianus.
(45) Leonardo Aretino, Vita del Petrarca, in fine.
(46) Benvenutus Imolensis apud Muratorium, Script. Rer. Ital.
(47) Fuligattus, in Vita Bellarmini.
(48) Discorso primo, sulla fine (pag. 278).
(49) Così chiaramente leggono l’autografo e una copia dell’amanuense. Sembrerebbe a prima giunta che dovesse dire Italia, anzichè Europa. – (F. S. O.)
(50) Girolamo Gigli.
(51) Così legge chiaramente la copia dell’amanuense corretta dal Foscolo, ma certo con errore manifesto. La persecuzione letteraria contro il Tasso fu soltanto del Salviati e di pochissimi altri Accademici. La maggior parte di essi se ne astenne affatto, ed onorò il gran Poeta quando venne a Firenze; di che fa ampia fede il Serassi. Inoltre le opere del Tasso, come la Gerusalemme, l’Aminta, le Rime e le Lettere, cominciarono ad essere citate dalla Crusca fino dal 1691, in cui fu fatta la terza edizione del Vocabolario. Sembra pertanto che il Foscolo siasi ingannato, equivocando fra Leopoldo I, gran duca, e il cardinale Leopoldo de’ Medici, che fu accademico sino dal 1641. Quest’ultimo, quantunque non possiamo affermarlo sulla fede di alcun documento, potrebbe avere avuto il merito di avere istigato l’Accademia (forse per le premure del Segni, che gli fu segretario ed amico) ad espiare l’onta fatta da una fazione a quel divino, che pur morendo sentiva come il secolo avrebbe raccolto gloria da’ suoi scritti. – (F. S. O.)

Ugo Foscolo – Ricciarda

PERSONAGGI:

GUELFO.
GUIDO.
RICCIARDA.
CORRADO.
AVERARDO.
UOMINI D’ARME.
GUERRIERI.

Scena: il castello del Principe in Salerno

ATTO PRIMO

SCENA I.
GUIDO, CORRADO.

GUIDO Fuggi! – Il mio duol col tuo periglio accresci.

CORRADO Che dirò al signor mio, che lagrimando
Jer m’imponea di non tornarmi al campo
Senza di te? Sotto Salerno ei stesso
M’accompagnava; ei mi fu solo ajuto.
Al mio salir furtivo. Intorno al vallo
Chiuso nell’elmo, e fra nemici e l’ombre
Dubbioso errando, or ch’io ti parlo, aspetta
Il figliuol suo – Me misero! m’avanza
Poco omai della notte.

GUIDO Se del padre,
Quando a forza dal suo petto mi svelsi,
Non giovò il pianto a rattenermi, ah come
Ei non pensò che tu a mortal periglio
Venivi indarno; e che da questa casa
Prego o ragion non porrìa tormi? A lui
Torna, o Corrado; e tu per lui pugnando
Più degnamente spenderai la vita. –
La mia – dal di che la serbò Ricciarda,
A lei tutta io la deggio.

CORRADO E tu che speri
Che Guelfo ignori che in sua reggia vivi

GUIDO Non so – ma Guelfo, ahi! di Ricciarda è padre.

CORRADO Fremi dunque in nomarlo, e vedi sempre
Non di tuo padre il reo fratello in Guelfo
Che sue spoglie desia; non l’uccisore
D’un fratel tuo; ma di Ricciarda il padre?
Quei che dopo la lunga inutil guerra
A trucidarti, o Guido, armi più certe
Trovò nell’amor tuo? Che mentre in moglie
Ti promettea la figlia, ei sul tuo grembo
Nel convito ospital d’orrido tosco
Ti rapiva il fratello? E se Ricciarda
Da’ labbri tuoi non rimovea quel nappo
Nè ti scampava in tempo, or giaceresti
Compagno alle insepolte ossa fraterne.
E or mentre il padre tuo corre a vendetta
E sovrasta a Salerno, e qui guidarti
Può la vittoria, armi abbandoni e padre
E patria e l’ombra del fratello inulta.
Or tutti a un tempo (nè di me ti parlo
Ma se tu peri, io non vivrò) noi tutti,
E pria l’amante tua misera donna.,
Teco strascini a orribili sciagure

GUIDO Perchè Guelfo conosco, io mai Ricciarda
Non lascerò. S’oggi ei trionfa in guerra,
Io spento forse in campo; o vinto, errante
N’andrei…. E allor di lei che fia? di lei
Che in lunghi orridi guai (nè di ciò duolsi)
Vive per me? Schiava d’iniquo padre,
Con lentissime angosce e sotto il ferro
Sconterà allor d’avermi amato e salvo.

CORRADO Ei fia sconfitto.

GUIDO E allor più il temo – allora
Pria di sua man darà Salerno al foco
Che in poter nostro: ultima gioja, e tomba
Gli saran le rovine: e in quelle fiamme
Per torla a me seppellirà la figlia.

CORRADO Tardar l’assalto potrem noi; spianarti
Più vie che intanto al campo d’Averardo
Guidino teco la tua donna.

GUIDO E speme
Unica: – e vana! e s’io la nutro, temo
Che Ricciarda non m’odj. Or tu, se come
Gentile animo chiudi, amore intendi,
Sai che quando ogni speme altra è perduta,
Resta il conforto e il dolce alto desio
Di morir presso a lei per cui non puossi
Viver più omai. – Ben tu per l’infelice
Mio genitor che il morto figlio piange,
E invan l’altro richiama, almen tu vivi –
Indarno io prego? E tu mi guardi, e gemi;
E mi sforzi ai rimorsi e al pianto e all’ira!

CORRADO Dunque per sempre il padre tuo ti perde?

GUIDO Te perde a un tempo; e di pietoso amico
Mal tu le parti con mio padre adempi.
Finchè di noi tu incerto il lasci, incerto
Sta d’assalir le rocche, e tempo e ardire
Cresce a’ nemici: ma se tu di speme
Ch’io rieda il togli, anche il timor torrai;
E nel suo cor magnanimo e guerriero
Tornerà l’ira e la fidanza: e teco
Gli fia certo il trionfo; e nelle sorti
Avverse, almen tu – che di me più l’ami
Pur troppo! – a lui figlio sarai…. Ma cresce
L’alba, e cinto esser puoi da mille ferri.
Qui ogni uom l’abborre e ogni uom veglia per Guelfo –
Nè parti? – A senno tuo parti, o rimani:
Mi sarà nuova piaga ogni tuo detto;
Ma finchè morte su Ricciarda pende
Più che sul padre mio, m’odi, Corrado –
Non ch’uom mortale mai. nè Iddio potrebbe
Far ch’io mi parta, o snudi in guerra il brando.

CORRADO Abbi il mio pianto, o Guido; altro non posso:
Ti fia dannoso or il mio sangue. Addio.
Amaro nunzio ad Averardo io torno.
Disperato partito, a racquistarti,
Piglierà al certo; e ov’ei non giunga in tempo
Sappia da me dove cercarti estinto.

GUIDO Se pur fuggir salvo potrai!… ma vieni –
Quinci ti fia cauto il partir: trapassa
L’arche e le volte oltre la quinta tomba;
Quivi è una lampa, e il mio secreto albergo:
Scendi un lungo trar d’asta a un arco angusto
Che mette al fosso; ivi men alta è l’onda.
Te il ciel guidi, o Corrado. Al padre narra,
Che ingrato io son – ma e più infelice. Addio.

CORRADO Non sia questo l’amplesso ultimo nostro!

SCENA II.

GUIDO Ultimo! – almen perir dovessi io solo!
Non tremerei cosi vilmente. – O Guido,
Nella magion del traditor t’aggiri
Da traditor! Dell’avo mio sdegnosa
Spesso forse la sacra ombra mi guarda
Da quel sepolcro…. A che mi sproni? un tuo
Indegno figlio le tue case e l’are
All’altro da tanti anni empio contende:
E vuoi punirlo; ed a punirlo, erede
Della tua spada il padre mio lasciasti.
Ma io! – mostrar qui non m’attento un brando.
Porto ascoso il coltel come fa il ladro;
Nè oprarlo io posso contro a Guelfo. Ahi, dono
Di traditor fu questo! Ei mel donava
Allor ch’ei pace simulava e nozze:
Ei fea pensier che la sua figlia un giorno
S’io l’impugnava contro lui, m’odiasse –
Andiam, e il vile asilo mio m’accolga:
Spero or più invan di rivederla – e temo
Di rivederla; e se a me riede o parte,
Vedo Guelfo che i suoi passi circonda….
Vien forse? – ah troppo or si dirada il giorno;
E tarderà troppo la notte a farle
Men periglioso il suo venir. – Pur odo
Più a me sempre vicine affrettar l’orme….

SCENA III.
GUIDO, RICCIARDA.

RICCIARDA Guido! – Qui sei…. pur ti ritrovo!

GUIDO Ahi! come
Anzi ora qui? – Misero me! ti miro
Pallida, incerta, ed anelante.

RICCIARDA O Guido!
lo ti credea da me diviso…. e spento.

GUIDO Che spento io cada, per te sola il temo;
Ma ch’io mi parta, o donna mia, potevi
Crederlo tu?

RICCIARDA Te a preghi miei pietoso
Spero e che alfin ti partirai; ma dianzi
(Ne tremo ancor) credei che a fuga e a morte
Corressi tu. – Dall’alto di mie stanze
Vidi un guerrier di brune armi coverto
Guadar, pur or, a gran fatica l’acque
Ond’è cinto il castello; e giunto a proda
S’aprì la via tra le guardie col brando,
E correndo per l’erta, oltre le mura
Balzò da merli perigliando e sparve.
E tu quel mi parevi; e chi potea
Chi se non tu, così fuggirsi? e ratta
Venni; e se qui non eri, io m’affrettava
Ad accertarmi se cadesti illeso,
O a raccorti morente.

GUIDO Altri in quel luogo
Perì, se il cielo nol serbò pietoso
Al padre mio!

RICCIARDA Qui teco altri era?

GUIDO Occulto
Venne Corrado a ricondurmi al campo.
Poteva udirlo io forse? Ottenne lungo
Silenzio, e poscia irati detti e pianto;
E avrà, se è spento, eterno pianto – e vano!

RICCIARDA Misera! ch’io dagli occhi miei ti perda
M’è sì amaro pensier, che appena il vince
La ria certezza che qui resti a morte.
Sperava io sì, che ancor sola una volta
Ti rivedrei, che fida unica scorta
Tra l’ombre, e i ferri, io ti sarei per trarti
Di mille insidie che ti stanno intorno,
Per dirti addio, per non più mai….

GUIDO Deh il versa
Sovra il mio petto sempre, e meno amaro
Ti fia quel pianto.

RICC. Da te lunge il pianto,
Che or parlando mal freno, da te lunge
Men amaro mi fia; chè allora almeno
Potrei versarlo, e non temer che misto
Scorra col sangue del tuo cor trafitto
Dal padre mio – sull’ossa ahi!… della mia
Madre trafitto.

GUIDO A piangermi, nè un’ora
Ti lascerebbe. A me crudele il temi?
Clemente a te? Dal dì, che me dal tosco,
lui da più infamia, e nuova colpa hai salvi
Ti festi rea da disperar perdono.
Ben ci sperò che l’amor mio faria
Vile o più lento d’Averardo il brando.
Per più atterrirmi, or ei ti serba in vita;
E nel tuo volto, ove mal finger sai,
Sempre esplorar che mal suo grado m’ami;
Sempre ne’ suoi ricordi atri notarlo
Per cancellarlo un dì col sangue. Ogni atto,
Ogni lagrima tua, la voce, i cenni,
Ed il silenzio, a raffermar varranno
Il rio decreto, ov’ei talor rammenti
Che è padre.

RICCIARDA E’ spesso, e con pietà il rammenta.
Quanto amar può chi sè medesmo ha in odio,
M’ama; e ciò tempra i suoi furori. A tutti
Svela sue colpe; ma del cor le angosce,
Fuor che a me sola, a tutti asconde. Io sola,
Quand’anche i sgherri suoi trovano il sonno.
Lo intendo andar per la sua vota casa;
E paventa esser solo: e me sua guida
Appella; e dopo un tacer lungo, invoca
Gli avi e la morte e la consorte e i figli.
– Iddio, di cui mai non favella, Iddio,
Non che conforto come a noi, ma speme
Più non gli è di perdono. Oh di che preghi,
Sovra l’altar delle più arcane stanze,
Di che minacce insieme, e di che pianti
Orribilmente insulta il cielo, e trema -,
E geme, e freme… ahi sciagurato padre!
Ed oggi che a battaglia alto vi sfida,
Io so che disperato a pugnar vola
Sol per fuggire i suoi terror sotterra.
Vedi se pianger nol degg’io? Diffida
Di me, nol niego; ma di tutti, e molto
Di sè medesmo ei trema: ed io…. son rea.

GUIDO D’amarmi?…

RICCIARDA No, rea non mi tenni io mai
D’amarti:e innanzi che a te invano il padre
Mi promettesse, il sai, gran tempo innanzi,
Da che prima venisti, ed io ti vidi
Giovenilmente generoso e altero,
T’amai, Guido, t’amai; tacita ognora
Arsi quanto il mio core arder potea;
Piansi per te, nè men dolea; t’amai
Quanto amar sa mesta donzella e sola,
Che sol trova in amore ogni conforto;
Ma non mi tenni io rea. Poi quando infausta
Certezza ebb’io d’esser da te divisa,
Più ognor t’amai. Te sempre amo, e ti sono
D’alto innocente eterno amore avvinta;
Se rea…. – e per farmi del tuo core indegna
Forse.

GUIDO Tu mai, tu del mio core indegna
Tu che a virtù mi sei sprone ed esempio
E se non fosse che spiacerti temo,
Credi tu che porrei tutta mia speme
Nel morir teco? inutil brando io cingo
Sol perchè tu non possa oggi incolparti
D’amar colui che ti guerreggia il padre:
Sol per la fama tua, taccio, ne spero
Quel ch’io più bramo; e mille volte il labbro
Apro, e in silenzio doloroso il chiudo.

RICCIARDA Ben io lo intendo: e oserò dirlo io prima –
Dì e notte tiemmi e lusinghiero e forte
Il pensier di fuggir teco dal padre:
E più che il padre e il suo misero stato
E il suo periglio, men rattiene amore
Di te; di te, che a snaturata figlia
Sposo infame saresti; e ad Averardo
Faresti dono d’abborrita nuora:
Ed io madre sarei di maledetti
Figli e spregiati – ahi misera! tu stesso
Forse un dì temer puoi che ben sapria
Tradir lo sposo chi tradito ha il padre.
Pur di tradirlo io mi pensai. Ma farne
Ammenda io vo’ col torre a me ogni speme
E a te ad un tempo, e giurarti che mai
Per questa via non mi darai salvezza.
A te il mio core; e al ciel. la vita io fido:
E quando altri la brami, io potrò almeno
Darti innocente il mio sospiro estremo.
Ma più di me tu d’ora, in ora stai
Sotto la scure -… Intendi?… ei vien!…

GUIDO D’armati
Son passi….

RICCIARDA Ei vien! salvati.
E fuggir sempre?
GUIDO Ahi vita indegna! – assai men grave è morte.

RICCIARDA O Guido mio! pietà di me ti vinca….
A sera, e avrai l’ultimo addio, qui riedo;
Fuggi….

SCENA IV.
RICCIARDA. GUELFO, UOMINI D’ARME

GUELFO Tu qui?

RICCIARDA Signor….

GUELFO Smarrita – esangue –
Tu qui! – Che il padre ti chiedea, sapevi?

RICCIARDA Dianzi Ruggier me l’imponea…. ma quando….
Nè dove…. incerto m’era.

GUELFO E a me più incerto
Se tu in unir reggia stavi; altri ti vide
Dianzi avviarti fuggitiva.

RICCIARDA E parte,
Questa dov’io men venni, è della tua
Reggia….

GUELFO E la, miglior parte. – E per me dunque
Qui sì ratta venivi? Ma tu cerchi,
Parmi anzi tempo, tra gli avelli il padre.

RICCIARDA Cerco la madre mia, se pur intende
Il mio lungo doler che ad uom vivente.
Fuorchè ad un solo, io non direi; nè quanto,
Sebben talor di me ti dolga e m’ami,
Padre acerbo tu sia; nè come il crudo
Sospettar che di tua mente infelice
Tiranno è fatto, il cor mi strazi a brani.
Certo il mio volto ad altri il narra, e sai
Se anche presumi che tua morte io speri,
Veder da te, che pria de’ tuoi fien tronchi
I miei dì dall’angoscia. Or finchè lieta
Vita non hai, nè tu l’avrai, pur troppo.
Viver degg’io sol per morir tua figlia.

GUELFO Qui dunque, innanzi di tua madre all’urna,
Ti fia men grave fra non molto udirmi –
Ma ch’io mal non sospetti, assai n’è prova
Quel traditor, che qui notturno errava.
Tu il sai?

RICCIARDA Rumor men venne….

GUELFO E se nel viso
Ben ti discerno, di pietà confusi
E di terror pel rischio suo ti fai
E sai che ignoto dileguossi e illeso?
Ne sarai lieta.

RICCIARDA Io? – d’uom ignoto….

GUELFO Agli altri:
A me, no – E teco io lieto son ch’ei viva.
Mi dorria se di morte altra perisse,
Che di ferro: e del mio. – Ruggier, t’appressa.
Sovra color che mal vegliaro a guardia,
E contro a un sol, viltà si fosse o trama,
Ebber ratte le piante e tardi i brandi,
Opra la scure.

RICCIARDA Deh padre! – Soverchio
Terror a disperata ira può indurli;
Pensa deh che straniere infide genti
Provochi; e or tu commessa hai ne’ lor ferri
La tua difesa – Deh ristatti alquanto,
Ruggier – O signor mio, vedi chi reca
I cenni tuoi di che ribrezzo umano
Impallidisce.

GUELFO Vil genia, che vende
Il braccio e il cor, m’atterrirà? – Ruggiero
Tu va; scorra quel sangue: alle altre schiere
Sovra quel sangue molto oro dispensa –
Or vien, Ricciarda.

RICCIARDA O che oltre modo ei finge,
O troppo io spero, il crede in salvo….

GUELFO Or vieni.

ATTO SECONDO

SCENA I.
GUELFO, RICCIARDA, UOMINI D’ARME.

GUELFO Uberto, co’ Normandi esci oltre i ponti:
E all’orator del mio nemico intima
Ch’ei venga inerme; e tu rimani ostaggio. Ite.

SCENA II
GUELFO, RICCIARDA.

GUELFO Qui dianzi, e a gran fatica, io volli
Dissimulando divorarmi l’ira
Che nel cor mi rompea; vidi che noto
T’era colui che si fuggia sull’alba;
S’ei ti parlasse, io nol saprò…. e ne tremo.
Ma ch’ei venne a sedurti, e perchè questa
Via gli falliva, a nuova arte s’appigli,
M’è chiaro indizio l’orator di pace
Che il padre suo dal campo oggi m’invia:
Nè udirlo io vo’, se non perchè tu meco
Piena risposta gli darai.

RICCIARDA Che posso
Dir, signor mio, che tu nol voglia?

GUELFO Non sol dèi tu.; ma qui – su le sacre ossa
Di tua madre giurarlo. Ove tu il nieghi,
Saprò ch’io posso giustamente odiarti.

RICCIARDA E a me il giusto odio tuo, misera manca,
A veder piena la sciagura mia!…
E la tua forse. Ancor talvolta, o padre,
Trovi conforto nel veder ch’io merto
La tua pietà.

GUELFO Assai men duro assai
Sarebbe il viver mio, s’io non t’amassi;
E men reo, se tu rea prima non eri
D’occulto amor per chi più abborro; e a cui,
Solo a chiarire i miei sospetti, io in moglie
Fingea di darti: e tu più lieta allora
Già col pensiero abbandonavi il padre,
Lieta correvi al figlio di colui
Che da astuta madrigna ebbi fratello;
Che al moribondo padre mio carpiva
Mezzo il retaggio mio; che mi diè guerra
Tal che perdesti due fratelli…. e mai,
Per vendicarmi, o al fratricidio trarlo,
Nol vidi io, mai! – Mortal veleno in petto
Mi versò la tua gioia, e rimertarne
Volli il tuo seduttore; – e tu il salvasti!
E all’onta della colpa, e alle minacce
Resto, e al terror che tu mi fugga: e vedi
Se il sospetto, e il funesto amor paterno,
E la pietà di me medesmo, e l’ira,
Ma più l’incerta mia lenta vendetta
Mi faccian dentro orribil guerra…. E spesso
Sovra il tuo cor m’armano il pugno; e or fiero
Dagli occhi miei strappato il pianto, e il vedi
Tu spesso, e n’ho rabbia e vergogna – Un solo
Scampo (e non io, che me fuggir non posso)
Un solo scampo hai tu; ma s’oggi il perdi,
Meco uscir dèi d’ogni speranza.

RICCIARDA Ah tolta
M’è da che teco sei crudel. Ma pena
A me fu amor pria che in me fosse errore.
Errai troppo sperando; e colpa io m’ebbi
Così di farti e sventurato e reo.
Ma involontaria il feci. Ohimè! sperai
Che le mie nozze ti sarieno pace
Di tanta guerra; e che sopite alfine
Vedute avrei le crude ire fraterne.
Sperai, che se a te il ciel tolse la prole
Atta al brando e allo scettro, e insidiato
Sei d’eredi stranieri, io forse un giorno
Ti farei lieto di nepoti, e sgombra
La tua casa vedrei di compre, infide,
Barbare spade che a noi son terrore,
Più che difesa. E non per anche al tutto
Sarà, se il vuoi, la mia speranza estinta.
Dall’amor tuo per l’infelice figlia
Che rea cagion di tua miseria estimi,
Saper ben puoi quanto Averardo un figlio
Unico e sempre in gran periglio, or deggia
Amar: e forse egli a te pace or chiede
Obliando l’offese, e alla comune
Pace fors’io….

GUELFO Ma e pensi tu che nozze
E Amore acquietin gli odj? Amor diè sempre
Dritti a usurpare, ed armi occulte ai prenci:
Ti strascinava Amor dove al mio scettro
S’anela e al sangue; o misera! tu andavi
Ostaggio eterno e schiava: e indarno avresti
Di riveder il genitor morente
Forse implorato dagl’iniqui; e forse
Più non vivresti a darmi tomba. Io deggio
Ben io temerli, e odiarli quindi; odiarli
Quanto gli offesi; e quanto può avvilirmi
Il lor perdono: e odiarmi denrio; e ogni uomo,
Purchè nessun mi spregi, ogni uom m’abborra;.
Tremar mi faccia e tremi. – E’ di tant’odio
Pace tra noi che perfida non sia?
Pace un dì recò Guido, e ti sedusse!
Vorrò dar pace ad altri, io che più averla
Nemmen sotterra…. potrò forse? – Un tempo,
Un tempo fu ch’io mi pascea di liete
Lusinghe anch’io! ma nel mio seno allora
Gioia e dolcezza il tuo sguardo spandea,:
Eri innocente allor; nè m’irritava
Una lagrima tua, nè sul tuo volto
Mi sforzavi a spiar nuovi e crudeli
Indizi, e a paventar d’esser tradito. –
Appieno almen fossi tu rea!… Ma fuggi;
Stien l’alpi e i mari in mezzo a noi: t’invola
E se più orrenda si farà la mia
Solitudine lunga, io, non foss’altro,
Dovrò in me solo incrudelire. – A sera
Te n’andrai sposa di Bretagna al Conte
Pria che le colpe e le sciagure nostre
Risappia, e averti chiesta egli si penta,.
Ma innanzi all’orator, sovra queste ossa
Rinunzia a Guido, e l’odio mio gli giura.

RICCIARDA L’odio tuo? Qui?, dove sovente a Guido
Amor giurai? – Tu allor m’udivi, o Madre!
E se dal ciel non prevedevi i tristi
Dì della figlia tua, lieta eri forse
De’giuramenti miei. Deh padre! io sempre
Starò divisa, poichè il vuoi, da Guido:
Piangerò teco io sempre; e ben il merto,
Se pel mio fallo ogni uomo abborri, e sei
Di speme, e di te stesso, e d’Iddio privo:
Piangerò teco: e ne’ solinghi amari
Ombrosi giorni che tu meni, al pianto
Della tua figlia, e spesso il provi, avrai
Talor conforto…. E se per altri il pianto
Mai verserò, tu nol vedrai. Chi, resta
Qui, se, non io, che vegliando, pregando
Con penitenti gemiti t’implori
Pietà dal cielo, e che distor ti possa
Dal morir disperato?

GUELFO E tu pur sempre
Mi fai forza alle lagrime?… Chi sei
Tu, perch’io deggia trapassar dall’ira,
Alla pietà? Riarde l’ira al pianto
In me; e tu il sai. Va piangi teco, e teco
Fin ch’io t’appelli ti consiglia. Poscia
Qui, non dolente, ma in regale aspetto,
Altri che or giunge dovrà udirti; e i tuoi
Detti fien norma all’oprar mio. Ti parti.

SCENA III
GUELFO, AVERARDO, CORRADO, UOMINI D’ARME.

GUELFO Com’io intenda d’udirti, abbi argomento
Dal loco ov’io t’accolgo.

AVERARDO. I monumenti,
Signor, io veggo de’ tuoi padri: e gioja
Essi n’avran se col fratel….

GUELFO Non ebbi
Fratelli io mai. So che scendea Tancredi,
Mentr’io versava in Palestina il sangue,
A nuove nozze: e dimezzò il mio regno
Quindi per darlo a chi credea suo figlio.
So che colui fanciullo, e inetto al brando,
Al mio tornar fuggì in Lamagna, e l’anno
Trentesmo volge omai da ch’ei pur sempre
Fratel mi chiama a guerreggiarmi e tormi
E regno, e figli, e onore. Alto or m’appella
De’ suoi figli assassino, e disertarmi
Giura de’ tetti miei. Se il feci – o ingiusta
Vendetta feci – ecco, alla sua vendetta,
Oppongo l’armi. Se nol feci, – io deggio
Trar dalla sua calunnia alta vendetta.
Or più assai ch’ogni taccia, or la discolpa
Vil mi faria: resterà l’onta al vinto.
Or come offerir mai, nè accettar pace,
S’egli nel sangue si richiama offeso,
Io nella fama?

AVERARDO. Assai ragion di pace
Stan nelle accuse tue. Esul fuggiva
Il signor mio, perchè tu d’Asia in armi
Minacciando venivi. Che Tancredi
Tra voi partisse ingiustamente il regno,
Non so; ma ben più ingiusto era Averardo
Se abbandonava i figli suoi mendichi
Del retaggio degli avi: e sol. da quando
Fu padre, ei tel chiedea. L’armi opponesti:
E tel chiedea con l’armi: e i figli tuoi
Cadder – ma in campo, ed han sepolcro e fama.
Vinse; e ancor regni: ecco ragion di pace.

GUELFO Ragion di guerra è il dirlo – Astuto meco
Parli, ed ardito.

AVERARDO.. Ardito; e più il vorrebbe
Forse Averardo; astuto no, se m’odi.

GUELFO Ma e tu chi sei che parli?

AVERARDO. Io son Corrado;
Guerrier d’Arrigo un dì.

GUELFO Ben io ti vidi
Tosto all’aspetto il ghibellino core.
Prode guerrier tu sei: ma meno antico
Della tua fama io ti credea nel volto –
Or dimmi: e quando data era la fede
Di quella pace, orrido aguato forse
Teso non fu? Guido avvilia l’altero
Cor di Ricciarda anzi che nuora il padre
Me la chiedesse; e quindi, ov’io l’avessi
Ripulso, a fuga seco trarla; e quindi
Con quel dritto sul mio trono sedersi.
Vidi l’aguato…. ahi! non in tempo a trarvi
L’iniqua stirpe tutta. E co’ suoi figli
Perchè non venne allor nella paterna
Casa Averardo?… ed io l’avrei…. pur anche
Come nell’alma, conosciuto in volto.

AVERARDO. Allor che Guido occultamente il core
Pose in vergin regale, e ne fu amato
Ben si fe’ reo: nè ancor sapea che in corte
Delitto è amore; e ch’oggi a vil si tiene
Chi gli dà pena che non sia di sangue.
Ma di che fero duol dovea piagarti
L’orror del figlio suo, vide Averardo;
Nè ad altro intento che di pace ei chiese
La figlia a te. Che se a vendetta giusta
Simulasti assentirla, assai vendetta
Non t’è colui che spirò in grembo a Guido? –
Giusto duole armò il padre; or si rimane,
Che oltre molte cagioni oggi il costringe
Anche l’amor per l’infelice Italia.

GUELFO Amor d’Italia? A basso intento è velo
Spesso:e tale oggimai s’è fatta Italia,
Ch’io, non che dirmi suo campione, e inulto
Lasciar per essa d’un mio figlio il sangue,
Io sdegnerei di dominarla, ov’anche
Sterminar potess’io, tutti i suoi mille
Vili signori, e la più vil sua plebe.

AVERARDO. Inerme freme, e sembra vile Italia
Da che i signori suoi vietano il brando
Al depredato cittadino, e cinti
Di sgherri o di mal compre armi straniere
Corrono a rissa per furor di strage
E di rapina; e fan de’ dritti altrui
Schermo e pretesto alla vendetta.. e quindi
Or di Lamagna i ferri, or gl’interdetti
Del Vaticano invocano. Ben s’ode
Il Pastor de’ fedeli gridar: Pace
Ma frattanto, a calcar l’antico scettro
Che a Cesare per tanto ordine d’anni
Diedero i cieli, attizza i prenci: e indurli
Ben può alle colpe; non celarle al guardo
Di chi vindice eterno il ver conosce.
Ma a noi che pro chi vinca? infame danno
Bensì a noi vien dal parteggiar da servi
In questa pugna fra la croce e il trono,
Per cui città a cittade, e prence a prence
E castello a castello, e il padre al figlio
Pace contende, e infiamma a guerra eterna
L’odio degli avi, ed a’ nepoti il nutre.
E di sangue, e di obbrobrio inonderemo
Per l’ire altrui la patria?, Imbelle, abbietta,
Divisa la vedran dunque i nepoti
Per l’ire altrui’? Preda dell’ire altrui
Forse da tante e grandi alme d’eroi,
Fondata fu? – Togli alla Guelfa setta,
Che in te fida, l’ardire; e a’ Ghibellini
Averardo il torrà. Congiunte e alfine
Brandite sien da cittadine mani
Le spade nostre; e in cittadini petti
Trasfondererno altro valore, altr’ira.
E co’ pochi inagnanimi trarremo
I molti e dubbi itali prenci a farsi
Non masnadieri, o partigiani, o sgherri,
Ma guerrieri d’Italia. Ardua, è l’impresa,
E incerta forse; ma onorata almeno
Fia la rovina; e degli antichi al nome
L’età future aggiugneranno il nostro.

GUELFO Se grande Italia un tempo era, nol cerco.
Qual è la vedo, e la dispregio. Io patria
Non ho che il trono, a cui nulla io prepongo
Che la vendetta. E a che parli d’eroi?
Tacer fia meglio degli antichi: e giova
Che stolti più di noi sieno i nepoti:
La gloria altrui splende a mostrarci abbietti.
Io del futuro a me chiudo la porta:
Io sol dell’oggi ho cura. Ardire a’ Guelfi,
Perchè voi li temete; e omaggio a Roma,
Perchè sta inerme e frena il volgo, io presto:
Mi benedice e non mi spezza il brando
Se ragioni di pace altre non rechi,
Ti parti.

AVERARDO. Se nè patria omai nè fama
Ti tocca il cor, di te medesmo almeno
Amor ti vinca. Ribellanti e scarse
Son le tue schiere: e di Salerno intanto
Di bavariche spade orrido è il piano,
Al signor mio devote, alla vittoria
Anelanti e alla preda.

GUELFO Antica è l’arte,
Atta sol ne’ codardi, onde il nemico
Vuol atterrire altrui di quel terrore
Ch’ei per sè prova; –

AVERARDO. Sì,… teme Averardo
Pel figlio suo unico omai, che amore
Forsennato può torgli. E l’ira tua
Teme per la tua figlia; e per sè teme,
E perciò sol fuggì il tuo aspetto…. ei teme
Che tu a forza nol tragga un dì a macchiarsi
Del sangue tuo.

GUELFO Io il bramo…. ov’io del suo
Nol possa. Ah mai, se non se morto, e d’altra
Man non vorrà ch’io vegga alfin chi egli era
Quel mio fratel! – E quali patti or m’offre?

AVERARDO. Che tu Salerno e le castella e il mare:
Esso Avellino e Benevento regga;
E Guido in moglie abbia Ricciarda.

GUELFO Accolti
Denno esser dunque da Ricciarda i patti
Pria che da me.. Perfidamente venne
Altro orator: ma, a quanto io so…. nol vide.
La udrai tu qui. Col tuo scudier frattanto
Abbiate stanza, e la mia fè. – Mi siegui.

SCENA IV.
AVERARDO, CORRADO.

AVERARDO. Corrado!… e il figlio mio?…

CORRADO Cauto qui riedi;
Da me saprà che in grave rischio stai.

ATTO TERZO

SCENA I.
CORRADO, GUIDO

CORRADO Deh vien!

GUIDO …. A che?… sol per mostrarmi al padre
Ingrato appieno? – Eccovi soli; inermi;
Ignoti forse per brev’ora a Guelfo.
E non che trar per voi l’unico ferro
Che a noi rimane…. vedi orrido stato!…
Volger in me nol posso, e la funesta
Speme alfin torvi di mia vita. Or fatto
Vile davver son io…. Lascia ch’io rieda….

CORRADO E che dir deggio?…

GUIDO Oh ciel!… – Ma vedi queste
Imbelli mie lagrime vane?… al padre
Di’ che celarle a tutti deggio, e a lui
Più che ad altr’uomo…. lasciami….

CORR. Deh Guido!
Anche il vederti al padre tuo contendi?
Senza te mi rivide, e tosto ei diessi
A questo passo estremo; nè fe’ motto
Se non quest’uno: “Al popol mio soccorri
Tu, s’io non riedo”: e si partiva occulto:
Mal suo grado io seguivalo – Gli fia
Or destro il tempo a favellarti e il luogo:
Qui Guelfo ingiunse ch’ei l’attenda….

GUIDO Vedi….
Fuggir nol posso…. ci vien.

CORRADO Starò da lungo
Vigile intorno del tiranno ai passi.

SCENA II.
GUIDO, AVERARDO.

GUIDO …. Signor….

AVERARDO. Oh figlio mio! – Tu piangi
Dimmi tu pur, se impallidir vedesti
Mai, se non oggi, di tuo padre il volto?

GUIDO A pianger tu…. forza mi fai; tu solo.

AVERARDO. Nè gemi tu per l’onor nostro? Il nome
Mentir degg’io; venir furtivo e umile
Dov’io saprei correr col brando: e quasi
Da bassi iniqui oltraggi, e più dal troppo
Timor per te, tratto a svelarmi, e insieme
Perdere e fama e patria e figli: e quando
Da vincitore io dar potrei perdono,
Il chieggo; e a chi!… – Sangue vuol Guelfo.

GUIDO Il nostro
Incerto e poco è a dissetarlo: ei pronto
Tien della figlia l’innocente sangue.

AVERARDO. Dono è di lei se ancor son padre; e il paga
D’acerbissime lagrime: nè mai
Mi crederei d’averti salvo, ov’ella
Schiava restasse. Ma il suo scampo e il nostro
Nell’armi sta. Se qui non eri, or certo
M’era il trionfo. Molte vele a noi
Pisa inviò che il mar quindi e la fuga
Torriano a Guelfo. Alle mie tende, irati
Del sangue ond’ei punisce ogni lor fallo,
Molti de’suoi rifuggono: e se pronti
Assalirem le mura evo la notte
Ombrosa sorga, sbaldanzito a un tratto
Il tiranno vedrai, che dal timore
Proprio e dal nostro il suo furor desume.

GUIDO Quindi il furor fia disperato – Ahi! certo,
Ricciarda mia, certo il tuo scempio or veggio.

AVERARDO E teco il mio – se patria io non avessi.

GUELFO Signor, deh corri a vendicar quel figlio,
Che non moriva ingrato; abbatti l’empio;
Spegni le faci onde in Italia infuria
La Guelfa setta. Io no, padre, non bramo
Che il glorioso brando tuo si calchi
Dal traditor. Ma nè sperar tu dèi,
Nè bramar più ch’io viva. Ogni mia speme,
Poca, ed iniqua…. Odimi, e fremi – tutta
Posta io l’avea nella vittoria sola
Di Guelfo.

AVERARDO. O mio misero figlio!… Al pianto,
Più che all’ira mi sforzi. E sì funesto
Amor t’acceca?

GUIDO Amor, io solo il sento
Sol io mi so quanto da lunge ci scerna
Le sue vere sciagure. In forza altrui
E’ l’infelice donna mia; più m’ama
Più ch’io stesso non l’amo; e in sè pur chiude
Core e virtù di figlia, e il padre mai
Non lascerà finchè è in periglio; ed io
Non vorrò indurla, a tal disdoro io mai.
Sol se un dì ci vedrà’ miseri e inermi
Vinti da Guelfo e senza patria… allora
M’anteporria forse al felice padre –
Ma non che mai gioirne io sdegno e abborro
Cosi iniqua lusinga, e mal mio grado
Talor m’assale; e a te svelarla, io deggio:
Giusto è ben che tu sappia or per qual figlio
T’armi e t’arrischi, onde ti sia men grave
Se oggi tu il perdi.

AVERARDO. Tutto perder bramo,
Anzi che te; ma tutto perdo io teco
Finchè tu chiudi a ogni speranza il core,
Finchè ogni umano ajuto or la deserta
Vergine teme o sdegna.

GUELFO Morir meco,
null’altro può, nè vuol Ricciarda,: e questo
Ultimo dono di sublime amore
Sol da lei sperar deggio; e da te, o padre,
Il non vietarlo. Alla tua patria vivi,
O generoso; e il deturpato scettro
A redimer degli avi, e la tua casa,
E queste tombe; e il tuo Guido, e Ricciarda
Saranno in sacro o lagrimato avello
Di tua, mano congiunti – altro non puoi.
Quai che pur sien dell’armi oggi gli eventi,
Si certo io son ch’ella sè stessa, or serba
Vittima incauta a sua virtù, ch’io spesso
Veggo lo spettro di Ricciarda; e l’odo
Parlar, e dirmi – Il padre mio m’ha uccisa.

AVERARDO Empio il conosco; non però il presumo
Sì disumano. O Guido mio! non vive
Padre sì iniquo, che non senta in core
Pietà de’flgli suoi — Ma il cielo a’figli
Non diè pietà per gl’infelici padri!
Terror t’illude per l’amata donna;
Terror men vano è il mio….

GUIDO Né tu mi salvi
Or mi costringi a seguitar tuoi passi,
Ch’io snaturato figlio esser non posso,
Quanto infelice io sono – ma ch’io viva,
Far non potrai. S’anche pietà del padre
A tollerarle m’astringesse, ahi lente
Ali struggeranno agli occhi tuoi le angosce
Mie disperate. Con sicuro e quasi
Lieto sguardo io finor vidi la morte.
Solo il tuo lungo necessario lutto
Pianger mi fea; ma il tuo periglio orrendo
Mi strazia il cor di nuova piaga, e ch’io,
Padre…. io da te non attendea.

SCENA III.
AVERARDO, GUIDO, CORRADO.

CORR. Lontano
Guelfo non è forse da noi: le guardie
In armi vidi.

AVERARDO Addio…. se sconosciuto
Pur anche io resto, rivedrai tuo padre.

GUELFO A morto resti…. oh ciel!…

AVERARDO A prova estrema
Venni, e starmi degg’io fino all’estremo. —
Ma se il tornar qui mi fia tolto, al brando,
Spietato figlio, io disperatamente
La tua salute fiderò. Nel campo
Qual io vissi morrommi; e a Dio l’estremo
Priego per te rivolgerò, che padre
Non sia tu mai.

GUELFO Me misero! Il tuo prego
Cadrà su lei ch’esser dovea tua nuora!

CORR. Deh! t’invola.

GUIDO Purchè tu viva; ah ch’io
Più mai non tocchi la tua destra, o padre;
Piangi Ricciarda, e al figlio tuo perdona. –
E tu all’amico.

SCENA IV.
AVERARDO, CORRADO.

AVERARDO. E tu – tu pur, Corrado,
Tu, più che figlio, sovrumano amico
Perir vorrai?

CORRADO Or pel tuo figlio solo
Tremar dèi tu; ma per la patria io tremo,
Chè prence e amico, ove tu cada., e padre
Perderem tutti – Vien Guelfo.

SCENA V
AVERARDO, CORRADO, GUELFO, RICCIARDA, UOMINI D’ARME.

GUELFO Costei,
Di sè donna oggimai, darà alle offerte
D’Averardo risposta alta, assoluta;
Nè forse a grado mio.

RICCIARDA Ma qual l’attende
Guelfo dalla sua figlia; e il tuo signore
Da lei che nuora elesse; e Italia tutta
Dalla nipote di Tancredi. Trema
Forse l’esangue labbro mio; ma parlo
Mentr’io dal cor la speranza mi svelgo
Con cui sostenni la mia vita;… ed ora
Più ancor m’assale…. ed io vinco morendo.
Il mio signor m’impone oggi ch’io giuri….
D’obbliar Guido….

GUELFO Odiarlo.

RICCIARDA Io nè ciò posso
Che non è in mia balia; ma se il potessi
Di abbietta alma sarei: nè torre io deggio
Anche il mio core a chi se udisse quanto
Udrete or voi, di duol morrebbe. Io lui
Unicamente amai; lui senza speme
Amo pur anche, e morir sua pur voglio.
Ma pria che data gli fui tolta: e quindi
Veggio mio padre in guerra, e tanta apersi
Piaga alla mesta anima sua, ch’io sola
Forse potrei sanarla – io che compagna,
Quando fanciulla, orfana, incauta un giorno,
Mi abbandonò la madre, unica a Guelfo
Rimasi: e a lui la moribonda donna,
Fidò la figlia; e a me il consorte, afflitto
D’occulte orride angoscie. Ah! se la calma
De’ suoi dì pende da me sola, e sola
Cagione, io son di tante stragi, o il cielo
Offenderei s’io di mia man perissi,
Deh omai l’armi posate. Al padre io resto
Nè sarò d’altri mai – Odi tu, o madre!
Forse…. col mio sospiro ultimo…. il dico….
Giuro: Ch’io non sarò moglie di Guido. —
E un altro, o madre, giuramento ascolta:
Finchè da te raccolta esser io possa
Nella tua pace, mi vedrai qui errando,
Tacitamente invocar l’ombra tua.
A me talamo e reggia e asilo e speme
Fia questa tomba, ch’io tocco tremante;
E dove teco -.m’accorrai, tel giuro,
Infelice, e innocente.

GUELFO Il primo è santo;
Dell’altro voto io ti sciorrò. Straniero
Sposo, e lontana sepoltura, avrai.
Esci.

RICCIARDA Non morrò d’altri – Ad Averardo
Dite che il suo figlio consoli…. e il salvi.

SCENA VI.
GUELFO, AVERARDO, CORRADO, UOMINI D’ARME.

GUELFO T’è assai risposto. Or quanto udisti, apporta.

AVERARDO E guerra insieme.

GUELFO E tal che poscia il piano
Sotterrar possa tutti i vostri, o i miei.

AVERARDO Da capitano il prence mio guerreggia
Sino al trionfo; nè alla strage anela,
Nè morte incauto affronta.

GUELFO E a me si cela
E mi manda i più arditi. Or dunque godi
La morte, tu per esso. A entrambi io scorgo
Non so che in volto di superbo e astuto
Ma tu più molto, o eroe nuovo d’Italia,
Co’ sensi tuoi, col mal represso orgoglio,
Con quegli sguardi che pietoso ad arte
A Ricciarda volgevi, in cor mi svegli
L”infame figlio d’Averardo, e insieme
Tutto il mio sdegno – e tal…. ch’io t’abborriva
Com’io ti vidi.

AVERARDO Non abborro io mai;
Bensì. dispregio. Or tu rompi a tua posta
La fede

GUELFO E della tua chi m’assecura?

AVERARDO Inermi siam

GUELFO Ma non di fraudi. Guido
Ch’altri non fu di voi, non venne ei forse
Qui di soppiatto?

AVERARDO Se ciò fu, la tregua
Fu pattuita poscia. A giusta pena
Esso veniva; a indegna noi – ma infame
A te; nè invendicata. I tuoi Normandi
A te il lor duce chiederan che ostaggio
Lasciasti a noi.

GUELFO Se chi t’invia, qui fosse,
Non sol gli umani sdegni. e le. altrui vite
A vil terrei; ma e vita e trono e cielo,
Purch’io vedessi trucidata alflne
Quell’odiata unica vita. Ah indarno
Ciò dalla guerra io spero sempre! A voi
Di vili insidie e di codarde tregue
E’ pretesto la guerra. Or va: ben d’altro
Sangue m’è d’uopo che del tuo. – Bendate
Gli occhi a costoro; abbian commiato e scorta.
Mi seguan gli altri su le rocche e al mare.
Inevitabil pugna oggi v’appresto.

AVERARDO Del di gran parte è corsa; e fin all’alba
Già fermata è la tregua.

GUELFO Io la disdico.
La notte a voi farà il mio ferro e il foco
Orrendo più.

AVERARDO Te preverremo: e troppa
Sarà la notte all’empia strage e al lutto.

ATTO QUARTO.

SCENA I.

RICCIARDA Torgli il pugnal degg’io. – Nè omai può salvo
Fuggir per or; nè oggi vorria lasciarmi.
Troppa certezza, ch’io scontar col sangue
Deggia i dì che gli serbo, i suoi pensieri
Ostinata possiede – Ed oggi io stessa
Quel terror (vano forse) io mal mio grado
Più mestamento il sento. Ah di qual mano
Morrei!… Tu, Guido, spirar mi vedrestI….
Fuggi o Guido, e ch’io pera. Empia son io
Se tu qui a morte e alla vendetta resti
O padre, io dunque un uccisor ti serbo?
Eccolo; e il giurar mio di duol mortale
Già l’ha piagato…. E dirgliel degg’io prima.

SCENA II.
GUIDO, RICCIARDA.

GUIDO Langue il di appena, e già qui stai?

RICCIARDA Men lieve
il mio periglio, or che con molti Guelfo
E’ alla marina, or ch’io ti deggio – ahi lassa
Alla mia giungi la tua destra, o Guido –
I detti estremi dirti; e amaro,
Amaro più ch’io non credea…. l’addio.

GUIDO Ti scorre intorno il gel di morte – Ah ch’io
Trafitto almen sia teco or dal novello
Stral che t’uccide.

RICCIARDA Il sei, Guido – Ti ho fatto
Irrevocabilmente oggi infelice.

GUIDO Deh parla! E che farmi infelice, or teco
Può, ch’io nol sappia?,

RICCIARDA A te il celai finora –
Sin da quel dì che tuo fratel perìa,
Guelfo m’elesse altro marito, e avviso
Men diede allor; nè d’indi in poi fe’ motto:
Chè dal ciel derelitto, e d’ogni umana
Gioja, non sosteneva ei di partirmi
Dalla sua casa. Io speme ebbi nel tempo.
Ma più orrende lo investono le angosce,
Quanto sa ch’io più t’amo; e per me nuova –
Ira e pietà l’assale, e a giurarti odio
Traeami….

GUIDO E’ tu?

RICCIARDA Spergiura esser non posso
Ma nè spietata figlia. Oh! se vedessi,
Come i paterni affetti, e la vendetta.
E la insultata ira divina, o l’onta
Del sangue sparso. e arder nuovo di sangue
In un solo furor travolgon misti
La perturbata alma del vecchio! Orrore
Di nuove colpe, e pietà del suo stato
A questo avel mi conducean tremando –
Dinanzi a due de’ tuoi guerrier, giurai….
D’amarti sì…. ma di non viver tua.

GUIDO O Averardo, che cor, quando l’udisti
Che cor fu il tuo!

RICCIARDA Tuo padre!

GUIDO E vide allora
Nel mio seno e nel tuo lento piantarsi
Il sol pugnale ch’io temea di Guelfo.

RICCIARDA Nè farsi noto a me potea, nè guida
Io farmi a lui; ch’ei per te venne.

GUELFO E il vidi!

RICCIARDA Se fosti sordo al generoso padre,
Me non udrai. Colpevol di tua morte
Il padre mio teco farai.

GUELFO Ricciarda
Pur ti lusinghi? Ancor certa non sei
Che quando il mio non abbia, ei d’ogni sangue
Si sbramerà? Lieve cagion fa giusta
Al suo pugnal, se i tiranneschi cenni
Tutti non compi, tutti. Eternamente
Fuggirmi dèi; ma fuggi, fuggi Guelfo,
Per pietà! se non vuoi morir tu figlia
D’un…. parricida…. – Deh! se m’ami, a nuovo,
Alto, tremendo – necessario sforzo
T’appresta: vedi, piangendo ten prego….
Benchè è tempo oggimai ch’io non ti provi
Col lagrimar, s’io t’ami. Altri, o Ricciarda,
Altri t’abbia. Tu lieta, ah! Non sarai
In braccio ad altri: ma, vivrai tu almeno. –
Ed io per te, per l’infelice nostro
Amor ti giuro che di ferro il mio
Dolor, nè d’altra violenta morte
Non troncherò: ma vile, e al mondo occulta,
Reggerò la mia vita.

RICCIARDA S’io corressi
D’altr’uomo in braccio, e tollerarlo, o Guido,
Potessi tu – funesta amante e moglie
Sarei per sempre; ed anzichè obbliata
Tenermi e vile, allor ti vorrei spento.
Bramerei sempre che il rival tuo al sangue
Chiamassi; e quindi svierei il tuo braccio
Dall’innocente, e il drizzerei nel mio
Cor disleale a strapparmel dal petto,
E quanto più tu mel sbranassi, io tanto
Più t’amerei, ché l’onta iniqua a dritto
Vendicheresti e l’amor tuo…. – Ahi lassa!
Sì m’ami tu che in te sol puniresti
Ogni mia colpa. – Ma se mai…. nè il credo….
Guelfo in me incrudelisse, allor la vita
Ben sosterrai magnanimo: tu un padre
Strascinar non vorrai nel tuo sepolcro:
Viver dovrai per obbedire al santo.
Cenno ed al pregar mio che col sospiro
Eterno a te rivolgerò per dirti,
Che tu tacito, altero, a lenti passi
Mi segua…. – Un loco evvi di pace, ov’io
Preceder forse ti dovrò.

GUELFO Ma il varco
Il tengo io primo; e dietro guardo sempre
Se mi precorri. Vigilando aspetto
D’udir sonar la tua ora suprema
Per mostrarti la via.

RICCIARDA Tu il puoi: nè un punto,
A calcar l’orme del tuo sangue, un punto
Non mi starei. Forte non son ch’io possa
Aspettar morte, se a perpetuo lutto
Io da te resto abbandonata. – Ah poscia
Di guerra in guerra e d’una in altra morte
Per quelle eterne tenebre del pianto
Ti cercherei, ma invano. Sol chi vede
Quanto il doler mi fe’ lunga la vita,
E il pregar delle afflitte anime intende
Darammi asilo. Già sento che in breve
M’udrà pietoso. Ivi la tua Ricciarda
T’aspetterà,… Deh Guido! a te per ora
Bastin le mie lagrime estreme.

GUELFO Estreme
Non fien per te, se non, quando tu al cielo,
Donde certo venisti a far tremende
Di virtù prove, tornerai. – Ma inulte
Pur non. saranno. Non morrai tu inulta.

RICCIARDA Guido, dammi quel ferro.

GUIDO Anche la fama,
A non mertarmi l’ira tua, darei:
Ma stolto amor fia il mio, se a non mertarla,
Miro il coltel sovra il tuo coro, e il lascio
Immerger tutto. Ma virtù è il soffrire
Perchè tu viva. Ad altri basti il pianto
E la memoria dell’amata donna;
A me non già.

RICCIARDA Dammi quel ferro, Guido.

GUIDO A te il serbava, se per te il chiedevi;
Or a me il serbo, allor che disperata
Sia la tua vita.

RICCIARDA Ma, se vedi armata
Su me la man?…

GUIDO Basta a più morti un ferro.
Mal tu volevi a me celarlo. Morte
Certa, imminente – e dal padre paventi.

RICCIARDA Temo il suo cor turbato e il mio che indurmi
Non può che d’altri io sia – ma l’amor tuo
Pavento io più, quando il paterno braccio
Sospeso stesse, e tremasse a svenarmi…
Affretterai tu il suo delitto e il nostro…
Te vedrò ucciso ed uccisor – Te solo
Ucciso forse…. E da tua morte il dono
Funesto avrò d’odiar morendo il padre,
E d’esecrare ogni pietà che avesse
Della sua figlia.

GUELFO Abbi il pugnale.

RICCIARDA Oh stato!…
Inerme stai se il lasci; e fra non molto
Ferverà orrenda la notturna pugna.

GUIDO Occulto assai qui sto. La pugna e l’alba
Chiara faran nostra ventura appieno.
Se Guelfo è rotto, io da tremendo avviso,
Che lungamente in cor mi parla, certo
Son di tua morte. Utile è a Guelfo il ferro.

RICCIARDA Ohime! – Deh Guido, il tieni.

GUIDO Ma, funesto
In mia mano gli fia; nè a te più ascondo
Ciò che a ragion sospetti.

RICCIARDA Oh ciel!

GUIDO Più caro
Un brando avrò, se ad Averardo infauste
L’armi saran: teco il morir m’hai tolto.
Perché, tu viva, o mia Ricciarda, Guelfo
Trionfi e regni, e seco t’abbia ei sempre.

RICCIARDA M’avrà Dio sol. Doman, s’oggi non pero,
Fuggirò all’ara. Il tempio e il vel di Cristo
Mi torrà agli occhi umani. – O Guido, allora
Altro rival tu non avrai che Dio.

GUIDO Meno infelice, poichè alfin non chiudi
Tutte le, vie di tua salute, or sono –
Ma per sempre io ti perdo…. Addio…. Deh parti
Che a Guelfo mai il suo pugnal non rieda.
Tremando il tolgo dal mio fianco.

RICCIARDA …. Abi rio
Dubbio!… Ma, se a te il lascio, a te ed al padre
Funesta e iniqua io mi sarei…. – Mel porgi.

GUIDO Fuggi; e ratto il nascondi; io tremo…. Addio.

RICCIARDA Ti rivedrò pria che tu parta o Guido.
Ti rivedrò.

SCENA III.

RICCIARDA … Né ancor fosca è la sera;
Me per la reggia ognun vedria col ferro….
Star qui a lungo non deggio. A ogni occhio umano
Per or fia tolto in quel, remoto avello….

SCENA IV.
RICCIARDA, GUELFO, UOMINI D’ARME.

GUELFO Qui rintracciarti io dovrò sempre?… Un’arma
Di man ti cade! – O! ti conosco atroce
Daga! Ben torni a me. Vien ch’io t’accolga,
Non come un dì…. ma per trarti pur sempre
Un’altra volta del mio sangue tinta.

SILENZIO.

GUELFO Empia donna, t’accosta, – Al furor mio,
Vedi, sottentri alfine orrida calma:
Non son più incerto se abborrirti io posso.
Di pianto sì, ma non di ferro; o almeno
Non ti credea di questo ferro armata. –
Conoscil tu?

RICCIARDA …. Di Guido…. era.

GUELFO Snudato
L’hai tu peranche?… Or mira – Tu nol vedi,
Spietata, tu; ma il vedo io di che sangue
Grondante è ancor!… E’ ver; io non tel dissi
Quando di questo fodero tu stessa
L’ornasti; è ver; – ma il cor non ti fremea?
Non t’accorgevi con che orribil gioja
D’umile ch’era questo acciaro il volli
Far gemmato e regale? E a me dagli occhi
Torlo indi volli; e al più abborrito braccio
Che fosse mai lo diedi – ed ei tel rende,
Oggi tel rende onde tu in cor mel pianti!
Tremi, perfida? – A me del pianto antico
Riardon gli occhi…. O a me daga funesta!
Nel mezzo il cor d’un mio figlio,. e il più caro
Ti trovai, quando il raccogliea nel campo.
Qual pur fosse la mano, empia, villana
Atroce man fu che sì addentro il seno
Del giovinetto aperse. – E il braccio al figlio
D’un nemico n’armai, per saper sempre
Che impugna il ferro di quel sangue intriso.

RICCIARDA O madre mia!

GUELFO Arretrati. Con mani
Empie tu quella sepoltura abbracci –
Ma e chi tel die’? – Due soli erano, e inermi
Qui. Si partiano meco. A piè del mio
Destrier li vidi valicare il ponte.
Rispondi.

RICCIARDA Io il tolsi

GUELFO Dove? Come? Quando?
A chi? – Perfida taci? – Ecco la notte;
Tu il redentor qui aspetti; e ognor più indugi
Me dal pugnar. Ma vincitore, o vinto
Tornerò a darti libertà sol io.

RICCIARDA Dal ciel l’aspetto, ed innocente.

GUELFO Ardita
Ti se’ fatta ad un tratto? In te più l’onta
Freno non è: qui tra’ paterni avelli
Accoglievi il tuo drudo – e se nol celi
Qui ancor… or riede, or le mie rocche assale -.
Mi rivedrai: tu invan, perfida, allora
Eluderai le mie domande.

RICCIARDA Stava
Nella tua casa il ferro. A disviarlo
Da te che pronto se’ a svenarmi ognora
Mel tolsi a forza. Alcun periglio omai
Su te non pende. Or tu svenarmi puoi:
Né più discolpe nè lamenti udrai:
Di ciò solo ti prego: d’ogni strazio
D’ogni altra man, non della tua, mio padre,
Nè col quel ferro, me dall’infelice
Mia vita sciogli….

GUELFO Il mio periglio cresce
Quanto io più tardo la vendetta mia….
Mal la fo, se ti perdo…. – A che più bado
Investito è Salerno; e sciagurato
Prence sarò, mentr’io venia per farmi
Men sciagurato padre. A liberarti
De’ miei danni io correva, a liberarti
Della mia vista che tu abborri. Al porto
Stan su le vele i miei nocchier che tosto
Dovean recarti ove da me lontano
Avresti sposo e reggia,…. Or vil n’andresti,
Misera ed empia. Almen ti avesser pria
Punita i venti e l’onde! – Olà – Ruggero,
Premio ti sia del tuo signor la spada
Tien. Ho una daga, che al trionfo, o a morte
Fia troppa. – In guardia, e se mai cara l’ebbi,
Or l’ho più assai, ti sia Ricciarda. I tuoi
Veglino in armi ad ogni soglia; accerchia
Il castello ed il fosso: altri s’asconde
Qui forse; e certo ci venne, ed oseria
Tornarvi. Ma la figlia mia, la figlia,
Più che la reggia salvami -. Tu, donna,
Meco rimembra ch’io non ho più figli.

ATTO QUINTO

SCENA I.
Notte.

RICCIARDA, UOMINI D’ARME.

RICCIARDA Più la comune che la mia sventura
Pianger dèi tu. Del cor discreto, umano,
Onde, o Rugger, prova mi dai, bramando
Di salvare i miei giorni, al signor tuo
Prova miglior darai, se non insulti
I suoi comandi estremi. A lui voi pochi
Fidi restate: ed or che è vinto, alcuno
Non sarà forse che l’esangue spoglia
Riporti a me, s’ei cadde! – A me, fia sola
Gioja ch’ei torni, e almen trovi la figlia.
Da voi ciò bramo. Il pianto e la pietosa
Memoria vostra mi fia cara un giorno
Vegliate or dunque a me dintorno, tanto
Che presso a questa sepoltura io vegli.

SCENA II
GUELFO, RICCIARDA, UOMINI D’ARME, GUERRIERI.

GUELFO Tempo i regnar m’avanza sol ch’io possa
Morir senz’esser domo. — lte voi dunque,
Stranier, con gli altri a chi trionfa. Abbiate
Preda i tesor della mia reggia, innanzi

Che giunga il vile usurpatore. A Guelfo
Bastan le tombe, e la sua figlia, e un ferro.
Ite…. obbedite. – Ite… Ancor vivo.

SCENA III.
GUELFO, RICCIARDA.

GUELFO Or m’odi
Dicesti tu, che sovra me pendeva
Il ferro?

RICCIARDA Il dissi.

GUELFO E tel diè Guido. Ad altri
Concesso ei non avria sì caro arnese.
E sol d’oggi l’avesti? – Donna, al padre
E al ciel tu parli dal sepolcro.

RICCIARDA D’oggi.

GUELFO Chi fuggi all’alba un brando avea: se questo
Pensatamente ci ti recava,, iniqua
Sei che il togliesti. E a che il celavi? e quando
Mi credevi alla pugna, a che t’armasti?
Dal disperato tuo silenzio io voglio
Trarti, e la via di tua salute aprirti.
Se dopo l’alba, o allor chi’io giunsi, avuto
La daga hai tu, Guido qui stassi. Chiusi
Dall’alba fur gli archi sotterra ond’altri
Venir poteva o ritornar per l’onda.
Pende da un detto il viver tuo. Rispondi:
Dov’è’?

RICCIARDA Qui il vidi: ma non seppi io dove
S’andasse.

GUELFO Parla – Breve tempo a’ detti,
E alla tranquilla mia ragione avanza

RICCIARDA Qui, ove ti parlo i detti estremi, il vidi.
E ch’io signor, non menta, abbine prova
Da ciò: che ov’anche or il sapessi, indarno
Mel chiederesti. Né del suo furore
Vo’ farmi rea, né di sua morte….

GUELFO O il sangue
Oggi darammi, o un sempiterno pianto.
Vinto non son se ho la vendetta in pugno.
Ei quindi, o tu non dèi più viver.

RICCIARDA Io.

GUELFO Colpevol sei, se per lui mori, indegna!
Colpevol più, che mel sottraggi. – Or mori…

RICCIARDA Sangue versi innocente! – a me quel ferro…
L’immergerò dentro il mio petto io sola…
Dell’orror di tua colpa impallidisco,
Non di rimorso. – No; vedi, non tremo.
Error mio fu se occultamente amai;
solo il seppe, io da quel giorno
Pagai pena di lagrime. Tu santo
Festi poi l’amor mio. Guido un fratello
Pianse per me… poteva io non amarlo?
Era qui armato: ma non che insidiarti
Mai da più dì, mi diè il ferro a non trarlo
Se mi vedeva in quest’orribil punto….

GUELFO Ahi nuova orrida angoscia!… ei parricida
Può ancor vedermi, e non potrò svenarlo

RICCIARDA A me dunque quel ferro. Eccomi presso
A mia madre per sempre: in pugno l’elsa
Guido vedrammi e non sarai tu infame….
Piangerà teco su l’esangue tua
Figlia innocente e la vedrai pentito
L’abbraccerai gemendo, e a te pietoso
Fia l’eterno perdono. O Re del cielo!
Il verso io stessa, onde a te innanzi il padre
Del mio sangue non grondi.

GUELFO In Dio tu fidi?
In Dio che solo a vendicarsi regna?
Già della lunga sua notte invernale,
Mentre ancor alla luce apro questi occhi,
M’ha ravvolto e atterrito. Orrendamente
Rugge intorno alla trista anima mia,
Tenebroso tra i fulmini. Il suo nome
Non proferisco io mai, ch’ei non risponda:
“Alla vendetta io veglio” – e la vendetta
Nel mio petto mortale indi riarde,
Poichè perdono ei niega…. – Ah! ma te sola
Per vendicarmi io svenerò? O mia figlia!
Se tu innocente sei, te, Iddio, te muta
Insanguinata ombra, al sepolcro mio
Manderà ad aspettarmi insino al giorno
Che sorgerò dalla polve e dall’ossa….
Nè mostrerai tu a me – tu co’ tuoi sguardi,
Solo rifugio all’incerta mia vita,
Già mi perdoni…. ma io ti vedrò in viso
Le angosce ond’io da sì gran tempo ho spenta
La tua lieta bellezza. – Il fumo, e il sangue
Usciran della, piaga, e Iddio stendendo
Su quel sen la sua spada: “Empio, contempla
Tu padre hai morta, l’innocente figlia” –
A terra, a terra. Fatal daga…. O figlia….
Trammi a morir…. io più viver…. non deggio.

RICCIARDA Vien meco, vien….

GUELFO Profugo prence, trova
Certa una tomba mai? Potente io fui,
Sarò deriso. Fui temuto, e a’ miei
Passi opporran le faci. Il mar di fiamme
Arde già…. Infida una città toscana
L’empiea di vele; e i miei navigli incende.

RICCIARDA Apre il suo grembo agl’infelici Iddio.
Padre, deh! vien…. Te fuggir regalmente,
Solo a salvar la figlia tua, vedranno
Avran pietà di noi prostrati all’ara.

GUELFO L’abbian di te; d’essi non l’ebbi io mai.
Obbrobrio obbrobrio mi sarà lo scettro
Se nol porto sotterra! – O donna. Fuggi:
Sto co’ miei padri che non fur mai vili.

RICCIARDA Ch’io mai ti lasci?

GUELFO Io del legnaggio mio
Unico resto,, e al nuovo sol fia spento!
Tu pur…. tu dunque andrai preda al bastardo
Che il regno e l’armi ed il mio nome usurpa
Anche dal mio cadavere il tuo pianto
M’involerà?… Non m’ha già tolto i figli i

RICCIARDA Ohimè! deh torci da quell’arma il guardo….
Non m’ode, ahi lassa! e più truce la mira!

GUELFO …. Torna a me dunque, o dono orrido! – Rabbia
Ti mise in cor di un mio figliuolo. Rabbia
Ti diè a un nemico che ferir non seppe,
E il diè a femmina rea. Rabbia, a qualunque
Final vendetta, e sia che può, ti afferra.

SILENZIO

Dov’è colui?… su le reliquie sieda
Anche de’ morti, io nel trarrò. – Codardo,
Tuo padre vinse; esci: or tu puoi – La sposa
Qui avrei; qui è l’ara e il talamo.

SCENA IV.
RICCIARDA sola, abbracciando silenziosa il sepolcro di sua madre, mentre GUELFO si precipita verso le volte sotterranee.

La voce di GUELFO lontana.

GUELFO La tua
Donna per te morrà.

SILENZIO.

La voce di GUELFO ravvicinandosi.

Esci, codardo!

SILENZIO.

SCENA V.
GUELFO, RICCIARDA.

GUELFO Ma vieni tu; perfida tu, dèi farmi
Scorta a trovarlo, a scoperchiar quell’arche,
A sovvertir le ceneri, e dall’ossa
Dissotterrarlo….

RICCIARDA Statti…. Oh ciel!… Col mio
Spirto sol lascio la tua man.

GUELFO Codardo!
Codardo! intendi, o la tua donna è morta.
Tremendamente io grido – Intendi.

SILENZIO

SCENA VI.
GUELFO, RICCIARDA, GUIDO.

GUIDO T’odo.

RICCIARDA Non ti sciorrai fuor di mie braccia, o padre
Morta da attorno ti starò più avvinta.
Tu, Guido,. fuggi…. deh!

GUELFO Costei nud’ombra,
Ti seguirà, se fuggi. – Non far passo;
Nè difesa; nè cenno. Ove tu immoto
Non ripigli il tuo ferro, il riavrai
Caldo dal petto dell’amata donna.

GUIDO A ripigliarlo accorsi, e puro ancora
Del sangue suo; non già che in te presuma
Pietà, nè orror di tanta colpa: io t’ebbi
Per parricida sempre; e mio conforto
Solo fu quindi di morirle appresso.
Me svenar primo dèi; le fia men duro
Così il morir: e tu in ciò sol mostrarti
Men tristo padre oggi potrai. Ma bada:
S’osi ferirla. e ch’io viva, godrai
Di poca strage. Il mio furor represso,
Furor estremo, onnipotente, il ferro
Fuor di quel seno e del tuo braccio antico
Sverrà ad un tempo. Al mar, pel sanguinente
Crin, pria che d’una lagrima tu possa
Contaminar quella candida salrna,
Strascinerò il vegliando parricida,
Al mar, tua degna tomba. – Ecco mie leggi.
Seguo or le tue. Immobil taccio, e aspetto.

RICCIARDA Trapasseran per questo petto i colpi,
O forsennati….

GUELFO Svolgiti…

RICCIARDA Mio Dio!
Mi togli…. ch’io l’empia strage…. non vegga.

GUELFO Non le minacce tue, ma il costei pianto
Fammi perplesso; e ancor per poco. – Ahi d’altro
Beri d’altro amor che di paterno avvampi
O seduttore! E a che pur guardi altero
Tu che ne’ tetti altrui teco celavi
L’omicidio e la trama? Tu che un ferro
Desti a una figlia a trucidare il padre,
Se scellerata esser poteva e ardita
Quanto l’hai fatta vil, perfida, e stolta?
Io di man quasi, il perdo, or che pur deggio
Giustamente punirla. – No; nol perdo.
E se per altra via giunger non posso
Sino al tuo core, il piagherò per questa.

GUIDO Donna, se a lui basta il mio sangue, or lui
D’orribil colpa, e me d’orribil vita
Trarrai. Deh! il lascia – A te dunque io m’appresso
Guelfo….1

RICCIARDA Ahi! – non più….

GUIDO Fu scarso il colpo; il sangue
Mi sgorga a pena, e non dal core,: or vedi,
So più morir, che tu ferire.

RICCIARDA Or Guido,
Sì m’ami tu?… T’arretra!…

GUELFO E ancor l’hai salvo!…
D’armi e di faci ecco la reggia è piena….

RICCIARDA Guido siam salvi! Arretrati – mio padre
Non ferirà la figlia sua.

SCENA VII.
GUELFO, RICCIARDA, GUIDO, AVERARDO, CORRADO.
GUERRIERI e UOMINI D’ARME CON FIACCOLE.

GUIDO Nessuno
S’accosti a Guelfo: o svenerà Ricciarda.

GUELFO Mio fratel chi è di voi? – Mostrisi omai
Col trucidarmi.

RICCIARDA Lasciami, o Averardo,
Il padre, a me, che t’ho serbato il figlio.

GUELFO Tu se’ Averardo! Tu? Securo stavi
Fra’ carnefici miei! – Tu, sciagurata,
Già il conoscevi?

GUIDO In me, Guelfo, in me piena
Farai vendetta; in me che il merto, e insieme
Di costoro l’avrai. – Divincolarmi
Saprò da voi malnati…. Or l’innocente
Immolerai tu per salvarmi, o padre?
Mi lascia….

AVERARDO E meco andrai sotto quel ferro.
Odimi, o Guelfo. Al sangue tuo perdona;
Perdona; ed abbi e vita e regno e pace;
E m’odia.

GUELFO Odiarti, e la ignominia e il lutto
Tollerar sempre di vederti vivo?
Vivi. Ma disperato il figliuol tuo
Funesti ognor la tua vecchiezza, e tragga
Nel tuo sepolcro il trono mio. Rimani
Deserto nella mia predata casa
A veder spento il nostro sangue e il nome.
Ratto più ad avverar che ad imprecarla
La sciagura son io. Guido, contempla
S’io so morir; so la mia destra or trema.
A me più orrenda morte, e a te più lunga,
Ma certa, omai, darà questa ferita2.

RICCIARDA Accogli, o madre!… la tua figlia.

GUIDO Crudo
Più del tuo padre il mio, mi toglie a forza
Di venir teco. Addio, ma per breve ora.

RICCIARDA
Vivi…. ch’io possa rivederti. Tua
Moro – Perdona…. al padre…. mio3.

GUELFO Ti sieguo4.
1 All’avvicinarsi di Guido, Guelfo si avventa e lo ferisce, e Ricciarda torna ad afferrargli il braccio.
2 Trafiggendo la figlia.
3 Spira.
4 Trafiggesi.
??

??

??

??

2

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Ugo Foscolo – Notizia intorno a Didimo Chierico

I. Un nostro concittadino mi raccomandò, mentr’io militava fuori d’Italia, tre suoi manoscritti affinché se agli uomini dotti parevano meritevoli della stampa, io rimpatriando li pubblicassi. Esso andava pellegrinando per trovare un’università, dove, diceva egli, s’imparasse a comporre libri utili per chi non è dotto, ed innocenti per chi non è per anche corrotto; da che tutte le scuole d’Italia gli parevano piene o di matematici, i quali standosi muti s’intendevano fra di loro; o di grammatici che ad alte grida insegnavano il bel parlare e non si lasciavano intendere ad anima nata; o di poeti che impazzavano a stordire chi non li udiva, e a dire il benvenuto a ogni nuovo padrone de’ popoli, senza fare né piangere, né ridere il mondo; e però come fatui noiosi, furono più giustamente d’ogni altro esiliati da Socrate, il quale, secondo Didimo, era dotato di spirito profetico, specialmente per le cose che accadono all’età nostra.

II. L’uno de’ manoscritti è forse di trenta fogli col titolo: Didymi clerici prophetae minimi Hypercalypseos, liber singularis e sa di satirico. I pochi a’ quali lo lasciai leggere, alle volte ne risero; ma non s’assumevano d’interpretarmelo. E mi dispongo a lasciarlo inedito per non essere liberale di noia a molti lettori che forse non penetrerebbero nessuna delle trecento trentatré allusioni racchiuse in altrettanti versetti scritturali, di cui l’opuscoletto è composto. Taluni fors’anche, presumendo troppo del loro acume, starebbero a rischio di parere commentatori maligni. Però s’altri n’avesse copia la serbi. Il farsi ministri degli altrui risentimenti, benché giusti, è poca onestà; massime quando paiono misti al disprezzo che la coscienza degli scrittori teme assai più dell’odio.

III. Bensì gli uomini letterati, che Didimo scrivendo nomina Maestri miei lodarono lo spirito di veracità e d’indulgenza d’un altro suo manoscritto da me sottomesso al loro giudizio. E nondimeno quasi tutti mi vanno dissuadendo dal pubblicarlo; e a taluno piacerebbe ch’io lo abolissi. È un giusto volume dettato in greco nello stile degli Atti degli Apostoli; ed ha per titolo Διδύμου κληρικου̃ Ύπομνεμάτων βιβλία πέντε: e suona Didymi clerici libri memoriales quinque. L’autore descrive schiettamente i casi per lui memorabili dell’età sua giovenile: parla di tre donne delle quali fu innamorato; e accusando sé solo delle loro colpe, ne piange; parla de’ molti paesi da lui veduti, e si pente d’averli veduti: ma più che d’altro si pente della sua vita perduta fra gli uomini letterati, e mentre par ch’ei gli esalti, fa pur sentire ch’ei li disprezza. Malgrado la sua naturale avversione contro chi scrive per pochi, ei dettò questi Ricordi in lingua nota a rarissimi, affinché, com’ei dice, i soli colpevoli vi leggessero i propri peccati, senza scandalo delle persone dabbene; le quali non sapendo leggere che nella propria lingua, sono men soggette all’invidia, alla boria, ed alla venalità: ho contrassegnato quest’ultima voce, perché è mezzo cassata nel manoscritto. L’autore inoltre mi diede arbitrio di far tradurre quest’operetta, purché trovassi scrittore italiano che avesse più merito che celebrità di grecista. E siccome, dicevami Didimo, uno scrittore di tal peso lavora prudentemente a bell’agio e con gravità, i maestri miei avranno frattanto tempo, o di andarsene in pace, e non saranno più nominati né in bene né in male; o di ravvedersi di quegli errori, attraverso de’ quali noi mortali giungiamo talvolta alla saviezza. Farò dunque che sia tradotto; e quanto alla stampa, mi governerò secondo i tempi, i consigli e i portamenti degli uomini dotti.

IV. Tuttavia, affinché i lettori abbiano saggio della operetta greca, ne feci tradurre parecchi passi, e li ho, quanto più opportunamente potevasi, aggiunti alle postille notate da Didimo nel suo terzo manoscritto, dove si contiene la versione dell’Itinerario sentimentale di Yorick; libro più celebrato che inteso; perché fu da noi letto in francese, o tradotto in italiano da chi non intendeva l’inglese: della versione uscita di poco in Milano, non so. Innanzi di dar alle stampe questa di Didimo, ricorsi nuovamente a’ letterati pel loro parere. Chi la lodò, chi la biasimò di troppa fedeltà; altri la lesse volentieri come liberissima; e taluno s’adirò de’ troppi arbitrii del traduttore. Molti, e fu in Bologna, avrebbero desiderato lo stile condito di sapore più antico: moltissimi, e fu in Pisa, mi confortavano a ridurla in istile moderno, depurandola sovra ogni cosa de’ modi troppo toscani; finalmente in Pavia nessuno si degnò di badare allo stile; notarono nondimeno con geometrica precisione alcuni passi bene o male intesi dal traduttore. Ma io stampandola, sono stato accuratamente all’autografo: e solamente ho mutato verso la fine del capo XXXV un vocabolo; e un altro n’ho espunto dall’intitolazione del capo seguente perché mi parve evidente che Didimo contro all’intenzione dell’autore inglese offendesse, nel primo passo il Principe della letteratura fiorentina, e nell’altro i nani innocenti della città di Milano.

V. Di questo Itinerario del parroco Lorenso Sterne, Didimo mi disse due cose (da lui taciute, né so perché, nell’epistola a’ suoi lettori) le quali pur giovano a intendere un autore oscurissimo anche a’ suoi concittadini, e a giudicare con equità de’ difetti del traduttore. La prima si è: “Che con nuova specie d’ironia, non epigrammatica, né suasoria, ma candidamente ed affettuosamente storica, Yorick da’ fatti narrati in lode de’ mortali, deriva lo scherno contro a molti difetti, segnatamente contro alla fatuità del loro carattere”. L’altra: “Che Didimo benché scrivesse per ozio, rendeva conto a sé stesso d’ogni vocabolo; ed aveva tanto ribrezzo a correggere le cose una volta stampate (il che, secondo lui, era manifestissima irriverenza a’ lettori) che viaggiò in Fiandra a convivere con gli Inglesi, i quali vi si trovano anche al dì d’oggi, onde farsi spianare molti sensi intricati; e lungo il viaggio si soffermava per l’appunto negli alberghi di cui Yorick parla nel suo Itinerario, e ne chiedeva notizie a’ vecchi che lo avevano conosciuto; poi si tornò a stare a dimora nel contado tra Firenze e Pistoia, a imparare migliore idioma di quello che s’insegna nelle città e nelle scuole”.

VI. Ora per gli uomini dotti, i quali furono dalla lettura di que’ manoscritti e da questa versione dell’Itinerario sentimentale invogliati di sapere notizie del carattere e della vita di Didimo, e me ne richiedono istantemente, scriverò le scarse, ma veracissime cose che io so come testimonio oculare. Giova a ogni modo premettere tre avvertenze. Primamente: avendolo io veduto per pochi mesi e con freddissima famigliarità, non ho potuto notare (il che avviene a parecchi) se non le cose più consonanti o dissonanti co’ sentimenti e le consuetudini della mia vita. Secondo: de’ vizi e delle virtù capitali che distinguono sostanzialmente uomo da uomo, se pure ei ne aveva, non potrei dire parola: avresti detto ch’ei lasciandosi sfuggire tutte le sue opinioni, custodisse industriosamente nel proprio segreto tutte le passioni dell’animo. Finalmente: reciterò le parole di Didimo, poiché essendo un po’ metafisiche, ciascheduno de’ lettori le interpreti meglio di me, e le adatti alle proprie opinioni.

VII. Teneva irremovibilmente strani sistemi; e parevano nati con esso: non solo non li smentiva co’ fatti; ma, come fossero assiomi, proponevali senza prove: non però disputava a difenderli; e per apologia a chi gli allegava evidenti ragioni, rispondeva in intercalare: OPINIONI. Portava anche rispetto a’ sistemi altrui, o forse anche per noncuranza, non movevasi a confutarli; certo è ch’io in sì fatte controversie, l’ho veduto sempre tacere, ma senza mai sogghignare; e l’unico vocabolo, opinioni, lo proferiva con serietà religiosa. A me disse una volta Che la gran valle della vita è intersecata da molte viottole tortuosissime; e chi non si contenta di camminare sempre per una sola, vive e muore perplesso, né arriva mai a un luogo dove ognuno di que’ sentieri conduce l’uomo a vivere in pace seco e con gli altri. Non trattasi di sapere quale sia la vera via; bensì di tenere per vera una sola, e andar sempre innanzi. Stimava fra le doti naturali all’uomo, primamente la bellezza; poi la forza dell’animo, ultimo l’ingegno. Delle acquisite, come a dire della dottrina, non faceva conto se non erano congiunte alla rarissima arte d’usarne. Lodava la ricchezza più di quelle cose ch’essa può dare; e la teneva vile, paragonandola alle cose che non può dare. Dell’Amore aveva in un quadretto un’immagine simbolica, diversa dalle solite de’ pittori e de’ poeti, su la quale egli aveva fatto dipingere l’allegoria di un nuovo sistema amoroso; ma tenea quel quadretto coperto sempre d’un velo nero. Uno de’ cinque libri de’ quali è composto il manoscritto greco citato poc’anzi, ha per intitolazione: Tre Amori. – E i tre capitoli di esso libro incominciano: Rimorso primo; Rimorso secondo; Rimorso terzo: e conclude Non essere l’Amore se non se inevitabili tenebre corporee le quali si disperdono più o men tardi da sé: ma dove la religione, la filosofia o la virtù vogliono diradarle o abbellirle del loro lume, allora quelle tenebre ravviluppano l’anima, e la conducono per la via della virtù a perdizione. Riferisco le parole; altri intenda.

VIII. Da’ sistemi e dalla perseveranza con che li applicava al suo modo di vivere, derivavano azioni e sentenze degne di riso. Riferirò le poche di cui mi ricordo. Celebrava Don Chisciotte come beatissimo, perché s’illudeva di gloria scevra d’invidia; e d’amore scevro di gelosia. Cacciava i gatti perché gli parevano più taciturni degli altri animali: li lodava nondimeno perché si giovano della società come i cani, e della libertà quanto i gufi. Teneva gli accattoni per più eloquenti di Cicerone nella parte della perorazione, e periti fisionomi assai più di Lavater. Non credeva che chi abita accanto a un macellaro, o su le piazze de patiboli fosse persona da fidarsene. Credeva nell’ispirazione profetica, anzi presumeva di saperne le fonti. Incolpava il berretto, la vesta da camera e le pantofole de’ mariti della prima infedeltà delle mogli. Ripeteva (e ciò più che riso moverà sdegno) che la favola d’Apollo scorticatore atroce di Marsia era allegoria sapientissima non tanto della pena dovuta agl’ignoranti prosontuosi, quanto della vendicativa invidia de’ dotti. Su di che allegava Diodoro Siculo lib. III n. 59, dove, oltre la crudeltà del Dio de’ poeti, si narrano i bassi raggiri co’ quali ei si procacciò la vittoria. Ogni qual volta incontrava de’ vecchi sospirava esclamando: Il peggio é viver troppo! e un giorno, dopo assai mie preghiere, me ne disse il perché: La vecchiaia sente con atterrita Coscienza i rimorsi, quando al mortale non rimane vigore, né tempo d’emendar la sua vita. Nel proferire queste parole, le lagrime gli pioveano dagli occhi, e fu l’unica volta che lo vidi piangere; e seguitò a dire: Ahi! la Coscienza è codarda! e quando tu se’ forte da poterli correggere, la ti dice il vero sottovoce e palliandolo di recriminazioni contro la fortuna ed il prossimo: e quando poi tu se’ debole, la ti rinfaccia con disperata superstizione, e la ti atterra sotto il peccato, in guisa che tu non puoi risorgere alla virtù. O codarda! non ti pentire, o codarda! Bensì paga il debito, facendo del bene ove hai fatto del male. Ma tu se’ codarda; e non sai che o sofisticare, o angosciarti. – Quel giorno io credeva che volesse impazzare: e stette più d’una settimana a lasciarsi vedere in piazza. Sì fatti erano i suoi paradossi morali.

IX. E quanto alle scienze ed alle arti asseriva: che le scienze erano una serie di proposizioni le quali aveano bisogno di dimostrazioni apparentemente evidenti ma sostanzialmente incerte, perché le si fondavano spesso sopra un principio ideale: che la geometria, non applicabile alle arti, era una galleria di scarne definizioni; e che, malgrado l’algebra, resterà scienza imperfetta e per lo più inutile finché non sia conosciuto il sistema incomprensibile dell’Universo. L’umana ragione, diceva Didimo, si travaglia su le mere astrazioni; piglia le mosse e senza avvedersi a principio, dal nulla; e dopo lunghissimo viaggio si torna a occhi aperti e atterriti nel nulla: e al nostro intelletto la SOSTANZA della Natura ed il NULLA furono sono e saranno sinonimi. Bensì le arti non solo imitano ed abbeliscono le APPARENZE della Natura, ma possono insieme farle rivivere agli occhi di chi le vede o vanissime o fredde; e ne’ poeti de’ quali mi vo ricordando a ogni tratto, porto meco una galleria di quadri i quali mi fanno osservare le parti più belle e più animate degli originali che trovo su la mia strada; ed io spesso il trapasserei senza accorgermi ch’e’mi stanno tra’ piedi per avvertirmi con mille nuove sensazioni ch’io vivo. E però Didimo sosteneva che le arti possono più che le scienze far men inutile e più gradito il vero a’ mortali; e che la vera sapienza consiste nel giovarsi di quelle poche verità che sono certissime a’ sensi; perché o sono dedotte da una serie lunga di fatti, o sono sì pronte che non danno bisogno di dimostrazioni scientifiche.

X. Leggeva quanti libri gli capitavano; non rileggeva da capo a fondo fuorché la Bibbia. Degli autori ch’ei credeva degni d’essere studiati, aveva tratte parecchie pagine, e ricucitele in un solo grosso volume. Sapeva a memoria molti versi di antichi poeti e tutto il poema delle Georgiche. Era devoto di Virgilio; nondimeno diceva: Che s’era fatto prestare ogni cosa da Omero, dagli occhi in fuori. D’Omero aveva un busto e se lo trasportava di paese in paese; e v’avea posto per iscrizione due versi greci che suonavano: A costui fu assai di cogliere la verginità di tutte le Muse e lasciò per gli altri le altre bellezze di quelle Deità. Cantava, e s’intendeva da per sé, quattro odi di Pindaro. Diceva che Eschilo era un bel rovo infuocato sopra un monte deserto; e Shakespeare, una selva incendiata che faceva bel vedere di notte, e mandava fumo noioso di giorno. Paragonava Dante a un gran lago circondato di burroni e di selve sotto un cielo oscurissimo, sul quale si poteva andare a vela in burrasca; e che il Petrarca lo derivò in tanti canali tranquilli ed ombrosi, dove possano sollazzarsi le gondole degli innamorati co’ loro strumenti; e ve ne sono tante, che que’ canali, dicea Didimo, sono oramai torbidi, o fatti gore stagnanti: tuttavia s’egli intendeva una sinfonia e nominava il Petrarca, era indizio che la musica gli pareva assai bella. Maggiore stranezza si era il panegirico ch’ei faceva di certo poemetto latino da lui anteposto perfino alle Georgiche, perché, diceva Didimo, mi par d’essere a nozze con tutta l’allegra comitiva di Bacco. Didimo per altro beveva sempre acqua pura. Aveva non so quali controversie con l’Ariosto, ma le ventilava da sé; e un giorno mostrandomi dal molo di Dunkerque le lunghe onde con le quali l’Oceano rompea sulla spiaggia, esclamò: Così vien poetando l’Ariosto. Tornandosi meco verso le belle colonne che adornano la cattedrale di quella città, si fermò sotto il peristilio, e adorò. Poi volgendosi a me, mi diede intenzione che sarebbe andato alla questua a pecuniare tanto da erigere una chiesa al Paracleto e riporvi le ossa di Torquato Tasso; purché nessun sacerdote che insegnasse grammatica potesse ufficiarvi, e nessun fiorentino accademico della Crusca appressarvisi. Nel mese di giugno del 1804 pellegrinò da Ostenda sino a Montreuil per gli accampamenti italiani; ed a’ militari, che si dilettavano di ascoltarlo, diceva certe sue omelie all’improvviso, pigliando sempre per testo de’ versi delle epistole d’Orazio. Richiesto da un ufficiale perché non citasse mai le odi di quel poeta, Didimo in risposta gli regalò la sua tabacchiera fregiata d’un mosaico d’egregio lavoro dicendo Fu fatto a Roma d’alcuni frammenti di pietre preziose dissotterrate in Lesbo.

XI. Ma quantunque non parlasse che di poeti, Didimo scriveva in prosa perpetuamente; e se ne teneva. Scriveva anche arringhe, e faceva da difensore ufficioso a’ soldati colpevoli sottoposti a’ consigli di guerra, e se mai ne vedeva per le taverne, pagava loro da bere, e spiegava ad essi il Codice militare. Oltre a’ tre manoscritti raccomandatimi, serbava parecchi suoi scartafacci ma non mi lasciò leggere se non un solo capitolo di un suo Itinerario lungo la Repubblica Letteraria. In esso capitolo descriveva un’implacabile guerra tra le lettere dell’abbiccì, e le cifre arabiche, le quali finalmente trionfarono con accortissimi stratagemmi, tenendo ostaggi l’a, la b, la x che erano andate ambasciatori, e quindi furono tirannicamente angariate con inesprimibili e angosciose fatiche. Dopo il desinare, Didimo si riduceva in una stanza appartata a ripulire i suoi manoscritti ricopiandoli per tre volte. Ma la prima composizione, com’ei diceva, la creava all’opera seria o in mercato. Ed io in Calais lo vidi per più ore della notte a un caffè, scrivendo in furia al lume delle lampade del biliardo, mentr’io stava giocandovi, ed ei sedeva presso ad un tavolino, intorno al quale alcuni ufficiali questionavano di tattica, e fumavano mandandosi scambievolmente de’ brindisi. Gl’intesi dire: Che la vera tribolazione degli autori veniva, a chi dalla troppa economia della penuria, e a chi dallo scialacquo dell’abbondanza; e ch’esso aveva la beatitudine di potere scrivere trenta fogli allegramente di pianta; la maledizione di volerli poi ridurre in tre soli, come a ogni modo, e con infinito sudore, faceva sempre.

XII. Ora dirò de’ suoi costumi esteriori. Vestiva da prete; non però assunse gli ordini sacri, e si faceva chiamare Didimo di nome, e chierico di cognome; ma gli rincresceva sentirsi dar dell’abate. Richiestone, mi rispose La fortuna m’avviò da fanciullo al chiericato; poi la natura mi ha deviato dal sacerdozio: mi sarebbe rimorso l’andare innanzi, e vergogna il tornarmene addietro: e perché io tanto quanto disprezzo chi muta istituto di vita, mi porto in pace la mia tonsura e questo mio abito nero: così posso o ammogliarmi, o aspirare ad un vescovato. Gli chiesi a quale de’ due partiti s’appiglierebbe. Rispose Non ci ho pensato: a chi non ha patria non istà bene l’essere sacerdote, né padre. Fuor dell’uso de’ preti, compiacevasi della compagnia degli uomini militari. Viaggiando perpetuamente, desinava a tavola rotonda con persone di varie nazioni; e se taluno (com’oggi s’usa) professavasi cosmopolita, egli si rizzava senz’altro. S’addomesticava alle prime; benché con gli uomini cerimoniosi parlasse asciutto; ed a’ ricchi pareva altero: evitava le sette e le confraternite; e seppi che rifiutò due patenti accademiche. Usava per lo più ne’ crocchi delle donne, però ch’ei le reputava più liberalmente dotate dalla natura di compassione e di pudore; due forze pacifiche le quali, diceva Didimo, temprano sole tutte le altre forze guerriere del genere umano. Era volentieri ascoltato, né so dove trovasse materie; perché alle volte chiacchierava per tutta una sera, senza dire parola di politica, di religione, o di amori altrui. Non interrogava mai per non indurre, diceva Didimo, le persone a dir la bugia: e alle interrogazioni rispondeva proverbi o guardava in viso chi gli parlava. Non partecipava né una dramma del suo secreto ad anima nata: Perché, diceva Didimo, il mio secreto è la sola proprietà sulla terra ch’io degni di chiamar mia, e che divisa nuocerebbe agli altri ed a me. Né pativa d’essere depositario degli altrui secreti: Non ch’io non fidi di serbargli inviolati: ma avviene che a volere scampare dalla perdizione qualche persona m’è pure necessità a rivelare alle volte il secreto che m’ha confidato: tacendolo, la mia fede riescirebbe sinistra; e manifestandolo, m’avvilirei davanti a me stesso. Accoglieva lietissimo nelle sue stanze: al passeggio voleva andar solo, o parlava a persone che non aveva veduto mai, e che gli davano nell’idea: e se alcuno de’ suoi conoscenti accostavasi a lui, si levava di tasca un libretto, e per primo saluto gli recitava alcuni squarci di traduzioni moderne de’ poeti greci; e rimanevasi solo. Usava anche sentenze enigmatiche. Nessun frizzo; se non una volta, e per non ricaderci, rilesse i quattro evangelisti. Ma di tutti questi capricci e costumi di Didimo, s’avvedevano gli altri assai tardi; perch’ei non li mostrava, né li occultava; onde credo che venissero da disposizione naturale.

XIII. Dissi che teneva chiuse le sue passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana. A chi gli offeriva amicizia, lasciava intendere che la colla cordiale, per cui l’uno si attacca all’altro, l’aveva già data a que’ pochi ch’erano giunti innanzi. Rammentava volentieri la sua vita passata, ma non m’accorsi mai ch’egli avesse fiducia ne’ giorni avvenire o che ne temesse. Chiamavasi molto obbligato a un Don Iacopo Annoni curato, a cui Didimo aveva altre volte servito da chierico nella parrocchia d’Inverigo: e stando fuori di patria, carteggiava unicamente con esso. Mostravasi gioviale e compassionevole, e benché fosse alloramai intorno a’ trent’anni, aveva aspetto assai giovanile; e forse per queste ragioni Didimo tuttoché forestiero, non era guardato dal popolo di mal occhio, e le donne passando gli sorridevano, e le vecchie si soffermavano accanto a una porticciuola a discorrere seco, e molti fantolini, de’ quali egli si compiaceva, gli correvano lietissimi attorno. Ammirava assai; ma più con gli occhiali, diceva egli, che col telescopio: e disprezzava con taciturnità sì sdegnosa da far giusto e irreconciliabile il risentimento degli uomini dotti. Aveva per altro il compenso di non patire d’invidia, la quale in chi ammira e disprezza non trova mai luogo. E’ diceva: La rabbia e il disprezzo sono due gradi estremi dell’ira: le anime deboli arrabbiano; le forti disprezzano ma tristo e beato chi non s’adira!

XIV. Insomma pareva uomo che essendosi in gioventù lasciato governare dall’indole sua naturale, s’accomodasse, ma senza fidarsene, alla prudenza mondana. E forse aveva più amore che stima per gli uomini; però non era orgoglioso né umile. Parea verecondo, perché non era né ricco né povero. Forse non era avido né ambizioso, perciò parea libero. Quanto all’ingegno, non credo che la natura l’avesse moltissimo prediletto, né poco. Ma l’aveva temprato in guisa da non potersi imbevere degli altrui insegnamenti; e quel tanto che produceva da sé, aveva certa novità che allettava, e la primitiva ruvidezza che offende. Quindi derivava in esso per avventura quell’esprimere in modo tutto suo le cose comuni; e la propensione di censurare i metodi delle nostre scuole. Inoltre sembravami ch’egli sentisse non so qual dissonanza nell’armonia delle cose del mondo: non però lo diceva. Dalla sua operetta greca si desume quanto meritamente si vergognasse della sua giovanile intolleranza. Ma pareva, quando io lo vidi, più disingannato che rinsavito; e che senza dar noia agli altri, se ne andasse quietissimo e sicuro di sé medesimo per la sua strada, e sostandosi spesso, quasi avesse più a cuore di non deviare che di toccare la meta. Queste a ogni modo sono tutte mie congetture.

XV. Avendolo io nell’anno 1806 lasciato in Amersfort, e desiderando di dargli avviso del giudizio de’ Maestri suoi intorno a’ tre manoscritti da me recati in Italia, scrissi ad Inverigo a domandarne novelle al Reverendo Don Iacopo Annoni; e perché questi s’era trasferito da molto tempo in una chiesa su’ colli del lago di Pusiano, presso la villa Marliani, lo visitai nell’estate dell’anno seguente; né ho potuto riportare dalla mia gita se non una notizia ch’io già sapeva, e i lineamenti di Didimo giovinetto. Quel buon vecchio sacerdote, regalandomi il disegno che ho posto in fronte a questa notizia, mi disse afflittissimo: So che in un paese lontano chiamato Bologna a mare, Didimo regalò tutti i suoi libri e scartafacci a un altro giovine militare che ne usasse a suo beneplacito; e fece proponimento di né più leggere né più scrivere; da indi in qua, e gli è pur molto tempo, non so più dov’ e’ sia, né se viva.

XVI. Mi diede inoltre copia di un epitaffio che Didimo s’era apparecchiato molti anni innanzi; ed io lo pubblico, affinché s’egli mai fosse morto, ed avesse agli ospiti suoi lasciato tanto da porgli una lapide, lo facciano scolpire sovr’essa:

DIDYMI CLERICI
VITIA VIRTUS OSSA
HIC POST ANNOS †††
CONQUIEVERUNT