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Veronica Franco – S’esser del vostro amor potessi certa

S’esser del vostro amor potessi certa
per quel che mostran le parole e ‘l volto,
che spesso tengon varia alma coperta;
se quel che tien la mente in sé raccolto
mostrasson le vestigie esterne in guisa
ch’altri non fosse spesso in frode còlto,
quella téma da me fôra divisa,
di cui quando perciò m’assicurassi,
semplice e sciocca, ne sarei derisa:
“a un luogo stesso per molte vie vassi”,
dice il proverbio; né sicuro è punto
rivolger dietro a l’apparenzie i passi.
Dal battuto camin non sia disgiunto
chiunque cerca gir a buona stanza,
pria che sia da la notte sopragiunto.
Non è dritto il sentier de la speranza,
che spesse volte, e le piú volte, falle
con falsi detti e con finta sembianza;
quello della certezza è destro calle,
che sempre mena a riposato albergo,
e refugio ha dal lato e da le spalle:
a questo gli occhi del mio pensier ergo,
e da parole e da vezzi delusa,
tutti i lor vani indizi lascio a tergo.
Questa con voi sia legitima scusa,
con la qual di non creder a parole,
né a vostri gesti, fuori esca d’accusa.
E se invero m’amate, assai mi duole
che con effetti non vi discopriate,
come chi veramente ama far suole:
mi duol che da l’un canto voi patiate
e da l’altro il desio, c’ho d’esser grata
al vostro vero amor, m’interrompiate.
Poi ch’io non crederò d’esser amata,
né ‘l debbo creder, né ricompensarvi
per l’arra che fin qui m’avete data,
dagli effetti, signor, fate stimarvi:
con questi in prova venite, s’anch’io
il mio amor con effetti ho da mostrarvi;
ma s’avete di favole desio,
mentre anderete voi favoleggiando,
favoloso sarà l’accetto mio;
e di favole stanco e sazio, quando
l’amor mi mostrerete con effetto,
non men del mio v’andrò certificando.
Aperto il cor vi mostrerò nel petto,
allor che ‘l vostro non mi celerete,
e sarà di piacervi il mio diletto;
e s’a Febo sí grata mi tenete
per lo compor, ne l’opere amorose
grata a Venere piú mi troverete.
Certe proprietati in me nascose
vi scovrirò d’infinita dolcezza,
che prosa o verso altrui mai non espose,
con questo, che mi diate la certezza
del vostro amor con altro che con lodi,
ch’esser da tai delusa io sono avezza:
piú mi giovi con fatti, e men mi lodi,
e, dov’è in ciò la vostra cortesia
soverchia, si comparta in altri modi.
Vi par che buono il mio discorso sia,
o ch’io m’inganni pur per aventura,
non bene esperta de la dritta via?
Signor, l’esser beffato è cosa dura,
massime ne l’amor; e chi nol crede,
ei stesso la ragion metta in figura.
Io son per caminar col vostro piede,
ed amerovvi indubitatamente,
sí com’al vostro merito richiede.
Se foco avrete in sen d’amor cocente,
io ‘l sentirò, perch’accostata a voi
d’ardermi il cor egli sarà possente:
non si pònno schivar i colpi suoi,
e chi si sente amato da dovero
convien l’amante suo ridamar poi;
ma ‘l dimostrar il bianco per lo nero
è un certo non so che, che spiace a tutti,
a quei ch’anco han giudicio non intiero.
Dunque da voi mi sian mostrati i frutti
del portatomi amor, ché de le fronde
dal piacer sono i vani uomini indutti.
Ben per quanto or da me vi si risponde,
avara non vorrei che mi stimaste,
ché tal vizio nel sen non mi s’asconde;
ma piaceríami che di me pensaste
che ne l’amar le mie voglie cortesi
si studian d’esser caute, se non caste:
né cosí tosto d’alcun uom compresi
che fosse valoroso e che m’amasse,
che ‘l cambio con usura ancor gli resi.
Ma chi per questo poi s’argomentasse
di volermi ingannar, beffa se stesso;
e tale il potría dir, chi ‘l domandasse.
E però quel che da voi cerco adesso
non è che con argento over con oro
il vostro amor voi mi facciate espresso:
perché si disconvien troppo al decoro
di chi non sia piú che venal far patto
con uom gentil per trarne anco un tesoro.
Di mia profession non è tal atto;
ma ben fuor di parole, io ‘l dico chiaro,
voglio veder il vostro amor in fatto.
Voi ben sapete quel che m’è piú caro:
seguite in ciò com’io v’ho detto ancora,
ché mi sarete amante unico e raro.
De le virtuti il mio cor s’innamora,
e voi, che possedete di lor tanto,
ch’ogni piú bel saver con voi dimora,
non mi negate l’opra vostra intanto,
ché con tal mezzo vi vegga bramoso
d’acquistar meco d’amador il vanto:
siate in ciò diligente e studioso,
e per gradirmi ne la mia richiesta
non sia ‘l gentil vostro ozio unqua ozioso.
A voi poca fatica sarà questa,
perch’al vostro valor ciascuna impresa,
per difficil che sia, facil vi resta.
E se sí picciol carico vi pesa,
pensate ch’alto vola il ferro e ‘l sasso,
che sia sospinto da la fiamma accesa:
quel che la sua natura inchina al basso,
piú che con altro, col furor del foco
rivolge in su dal centro al cerchio il passo;
onde non ha ‘l mio amor dentro a voi loco,
poi ch’ei non ha virtú di farvi fare
quel ch’anco senz’amor vi saría poco.
E poi da me volete farvi amare?
quasi credendo che, cosí d’un salto,
di voi mi debba a un tratto innamorare?
Per questo non mi glorio e non m’essalto;
ma, per contarvi il ver, volar senz’ale
vorreste, e in un momento andar troppo alto:
a la possa il desir abbiate eguale,
benché potreste agevolmente alzarvi
dov’altri con fatica ancor non sale.
Io bramo aver cagion vera d’amarvi,
e questa ne l’arbitrio vostro è posta,
sí che in ciò non potete lamentarvi.
Dal merto la mercé non fia discosta,
se mi darete quel che, benché vaglia
al mio giudicio assai, nulla a voi costa:
questo farà che voli e non pur saglia
il vostro premio meco a quell’altezza,
che la speranza col desire agguaglia.
E qual ella si sia, la mia bellezza,
quella che di lodar non sète stanco,
spenderò poscia in vostra contentezza:
dolcemente congiunta al vostro fianco,
le delizie d’amor farò gustarvi,
quand’egli è ben appreso al lato manco;
e ‘n ciò potrei tal diletto recarvi,
che chiamar vi potreste per contento,
e d’avantaggio appresso innamorarvi.
Cosí dolce e gustevole divento,
quando mi trovo con persona in letto,
da cui amata e gradita mi sento,
che quel mio piacer vince ogni diletto,
sí che quel, che strettissimo parea,
nodo de l’altrui amor divien piú stretto.
Febo, che serve a l’amorosa dea,
e in dolce guiderdon da lei ottiene
quel che via piú che l’esser dio il bea,
a rivelar nel mio pensier ne viene
quei modi che con lui Venere adopra,
mentre in soavi abbracciamenti il tiene;
ond’io instrutta a questi so dar opra
sí ben nel letto, che d’Apollo a l’arte
questa ne va d’assai spazio di sopra,
e ‘l mio cantar e ‘l mio scriver in carte
s’oblía da chi mi prova in quella guisa,
ch’a’ suoi seguaci Venere comparte.
S’avete del mio amor l’alma conquisa,
procurate d’avermi in dolce modo,
via piú che la mia penna non divisa.
Il valor vostro è quel tenace nodo
che me vi può tirar nel grembo, unita
via piú ch’affisso in fermo legno chiodo:
farvi signor vi può de la mia vita,
che tanto amar mostrate, la virtute,
che ‘n voi per gran miracolo s’addita
Fate che sian da me di lei vedute
quell’opre ch’io desío, ché poi saranno
le mie dolcezze a pien da voi godute;
e le vostre da me si goderanno
per quello ch’un amor mutuo comporte,
dove i diletti senza noia s’hanno.
Aver cagion d’amarvi io bramo forte:
prendete quel partito che vi piace,
poi che in vostro voler tutta è la sorte.
Altro non voglio dir: restate in pace.

Giacomino Pugliese, Donna, per vostro amore

Donna, per vostro amore
[ora] trovo
e rinovo
mi’ coragio,
chè tant’agio
dimorato
e dot[t]ato,
stato muto
ritenuto
[ . . ]
[ . . ]
Per biasmo e per pavore
de la gente
già neiente
non mi lasso
e non casso
li miei versi,
li diversi
rime dire.
Voglio avire
consolanza
‘n allegransa,
stando for di rancore.
Ben for di pena,
aulente lena,
poi [che] m’avete,
or mi tenete,
s’i’ò sol[l]azo
[e] versi fazo
per voi, [o] bionda,
oc[c]chi giuconda,
che m’avete priso;
or m’abraza
a tuo’ braza,
amorosa
dubitosa.
Co lo dolze riso
conquiso – voi m’avete, fin amore:
vostro sono leale servidore,
voi siete la mia donna a tut[t]ore,
aulente rosa col fresco colore,
che ‘nfra l’altre ben mi pare la fiore.
Di belleze e d’adorneze
e di bello portamento
vostra par non ò trovata;
però a voi m’apresento.
A tale convente
sto caribo
ben distribo;
[ . . . ]
[ . . . ]
de le maldicente;
con talento
lo stormento
v[o] sonando
e cantando,
blondetta piagente.
Voi siete mia spera,
dolce ciera;
sì perera,
se non fosse lo conforto,
che mi donaste in diporto;
chè mi disperera,
ma[l] vedera
si guer[r]era
ma[i] voi siete, fior de l’orto,
per li mai parlieri a torto.
Rosa fresca, – già non ti ‘ncresca
s’io canto ed ispello;
a tut[t]’ore – per vostro amore
[eo] sono novello;
mentre vivo – a voi [cattivo]
non sono rubello.
La feruta non muta de’ sguardi;
ancora gli mi mandate tardi,
passa[no] balestri turchi e sardi;
sì m’ànno feruto i vostri sguardi.
Tut[t]o ‘ncendo – pur vegendo;
fina donna, a voi m’arendo.
Rendomi in vostra balìa,
voi siete la donna mia,
fontana di cortesia,
per cui tut[t]a gioi si ‘nvia.
Reina d’adorneze
e donna se’ di ‘nsegnamento;
la vostra [gran] belleze
messo m’à in ismagamento;
donami allegreze,
chiarita in viso più c’argento.
Ben sono morto
e male corto,
se me sconforto,
fiore de l’orto.

Onesto Bolognese – Se co lo vostro val mio dire e solo

Se co lo vostro val mio dire e solo,
supplico lei cui siete ad ubbidenza,
che ristori a tutta vostra parvenza,
ch’io so che vo’ il cherete senza dolo.
Di voi fe’ prova di gioia il valore
quando parve; † di ragione ver’ voi fenne †
ché val più gioia a cui pena anzi venne;
ella vi loda, de lo vostro amore
dicendo: “Questi è bon combattitore:
servito m’ha, faccendoli malizia,
onde non m’è mestier farli mestizia
d’alcun diletto, ch’è degno d’onore”;
ed Amor m’ha dato di sé contezza,
sì ca·cciò dir per voi non m’è gravezza.
Quando gli apparve, Amore prende loco;
gendo diliberato, non dimora
in cor che sia di gentilezza fora;
e, ove il suo plager trova, non poco
sforza pur quel che l’ha già in su’ disio,
e tanto lui diletta dandoi torto,
ch’al sofferent’ è fame di gioi porto
e doglio e pena c’ha chi li servio,
sì che piangendo a la donna se·n gio
ed ella, per pietà, li diè ristoro:
ahi, quanto vol d’amor prego ed esoro
fa il servo vil, perde d’Amor l’ausilio.
Dunqua non pecca Morte in alcun lato
se non tol quel ch’è ad Amore ingrato.
Conceduto ha la donna che l’amasse
sugetto che lealmente servia,
conquiso che difesa non avia,
purch’a·llei lo suo servir non gravasse;
sì che omai la sua mente divide
dal suo contraro, e canoscenza dèle
quanto ha chiamato “morte” e “amaro fele”.
Pur vi rimembri dove Amor mo’ siede;
che laude far d’altrui el se n’avede,
onde poi cresce d’Amor più l’aita.
Lo qual io prego che vi déa compita
disïanza che le ovre arichiede:
a voi cred’e’ che non serà più duro,
ma per invidia agli altri sarà obscuro.
Amico, poi che servo vi consente
piena di grazia e di vertù, posare
deno li spirti vostri e acordare
l’alma e lo core e ‘l corpo a l’ubidiente.
Leve zà parmi lo vostro disiro,
ch’Amor, parlando ove no ‘nd’è martire,
accordò il vostro cor nel su’ cherire:
per che tormento né penser vi diro,
ma a voi, certo, vïa più disiro.
Ma so che in ciò non va·la mia preghera,
ché tanto avete di gioi la manera,
che infra no’ i’ stesso invidia vi tiro:
veggio ch’Amor vi fa così perfetto,
ed e’ vuol ch’i’ vi·l dica, e hamene stretto.
Plagemi d’esser vostro ne la luna,
stella d’amor a qual mi son segnato;
ell’ha il meo core dal vostro furiato
e voglio aver, ch’ène cosa comuna.
E parmi certo che molto disvaglia
gioia disfatta con martiri e guai,
se non l’ha cara, vïa più che mai,
uomo a chi è creduto ch’ela vaglia.
Non vi zochi, amico, alcuno a l’aglia,
né per vostro pro’ ferere in sorte
vogliate alcun, che è troppo forte
cosa il donar di quel che il cor dismaglia.
Però fate di gioia bon riservo,
ch’è per altrui el, non in soi, protervo.