Torquato Tasso – Gerusalemme Liberata – Canto V

1

Mentre in tal guisa i cavalieri alletta
ne l’amor suo l’insidiosa Armida,
né solo i diece a lei promessi aspetta
ma di furto menarne altri confida,
volge tra sé Goffredo a cui commetta
la dubbia impresa ov’ella esser dée guida,
ché de gli aventurier la copia e ‘l merto
e ‘l desir di ciascuno il fanno incerto.

2

Ma con provido aviso al fin dispone
ch’essi un di loro scelgano a sua voglia,
che succeda al magnanimo Dudone
e quella elezion sovra sé toglia.
Cosí non averrà ch’ei dia cagione
ad alcun d’essi che di lui si doglia,
e insieme mostrerà d’aver nel pregio,
in cui deve a ragion, lo stuolo egregio.

3

A sé dunque li chiama, e lor favella:
“Stata è da voi la mia sentenza udita,
ch’era non di negare a la donzella,
ma di darle in stagion matura aita.
Di novo or la propongo, e ben pote ella
esser dal parer vostro anco seguita,
ché nel mondo mutabile e leggiero
costanza è spesso il variar pensiero.

4

Ma se stimate ancor che mal convegna
al vostro grado il rifiutar periglio,
e se pur generoso ardire sdegna
quel che troppo gli par cauto consiglio,
non sia ch’involontari io vi ritegna,
né quel che già vi diedi or mi ripiglio;
ma sia con esso voi, com’esser deve,
il fren del nostro imperio lento e leve.

5

Dunque lo starne o ‘l girne i’ son contento
che dal vostro piacer libero penda:
ben vuo’ che pria facciate al duce spento
successor novo, e di voi cura ei prenda,
e tra voi scelga i diece a suo talento;
non già di diece il numero trascenda,
ch’in questo il sommo imperio a me riservo:
non fia l’arbitrio suo per altro servo.”

6

Cosí disse Goffredo; e ‘l suo germano,
consentendo ciascun, risposta diede:
“Sí come a te conviensi, o capitano,
questa lenta virtú che lunge vede,
cosí il vigor del core e de la mano,
quasi debito a noi, da noi si chiede.
E saria la matura tarditate,
ch’in altri è providenza, in voi viltate.

7

E poi che ‘l rischio è di sí leve danno
posto in lance co ‘l pro che ‘l contrapesa,
te permettente, i diece eletti andranno
con la donzella a l’onorata impresa.”
Cosí conclude, e con sí adorno inganno
cerca di ricoprir la mente accesa
sotto altro zelo; e gli altri anco d’onore
fingon desio quel ch’è desio d’amore.

8

Ma il piú giovin Buglione, il qual rimira
con geloso occhio il figlio di Sofia,
la cui virtute invidiando ammira
che ‘n sí bel corpo piú cara venia,
no ‘l vorrebbe compagno, e al cor gli inspira
cauti pensier l’astuta gelosia,
onde, tratto il rivale a sé in disparte,
ragiona a lui con lusinghevol arte:

9

“O di gran genitor maggior figliuolo,
che ‘l sommo pregio in arme hai giovenetto,
or chi sarà del valoroso stuolo,
di cui parte noi siamo, in duce eletto?
Io, ch’a Dudon famoso a pena, e solo
per l’onor de l’età, vivea soggetto;
io, fratel di Goffredo, a chi piú deggio
cedere omai? se tu non sei, no ‘l veggio.

10

Te, la cui nobiltà tutt’altre agguaglia,
gloria e merito d’opre a me prepone,
né sdegnerebbe in pregio di battaglia
minor chiamarsi anco il maggior Buglione.
Te dunque in duce bramo, ove non caglia
a te di questa sira esser campione,
né già cred’io che quell’onor tu curi
che da’ fatti verrà notturni e scuri;

11

né mancherà qui loco ove s’impieghi
con piú lucida fama il tuo valore.
Or io procurerò, se tu no ‘l neghi,
ch’a te concedan gli altri il sommo onore;
ma perché non so ben dove si pieghi
l’irresoluto mio dubbioso core,
impetro or io da te, ch’a voglia mia
o segua poscia Armida o teco stia.”

12

Qui tacque Eustazio, e questi estremi accenti
non proferí senza arrossarsi in viso,
e i mal celati suoi pensier ardenti
l’altro ben vide, e mosse ad un sorriso;
ma perch’a lui colpi d’amor piú lenti
non hanno il petto oltra la scorza inciso,
né molto impaziente è di rivale,
né la donzella di seguir gli cale

13

ben altamente ha nel pensier tenace
l’acerba morte di Dudon scolpita,
e si reca a disnor ch’Argante audace
gli soprastia lunga stagion in vita;
e parte di sentir anco gli piace
quel parlar ch’al dovuto onor l’invita,
e ‘l giovenetto cor s’appaga e gode
del dolce suon de la verace lode.

14

Onde cosí rispose: “I gradi primi
piú meritar che conseguir desio,
né, pur che me la mia virtú sublimi,
di scettri altezza invidiar degg’io;
ma s’a l’onor mi chiami, e che lo stimi
debito a me, non ci verrò restio,
e caro esser mi dée che sia dimostro
sí bel segno da voi del valor nostro.

15

Dunque io no ‘l chiedo e no ‘l rifiuto; e quando
duce io pur sia, sarai tu de gli eletti.”
Allora il lascia Eustazio, e va piegando
de’ suoi compagni al suo voler gli affetti;
ma chiede a prova il principe Gernando
quel grado, e bench’Armida in lui saetti,
men può nel cor superbo amor di donna
ch’avidità d’onor che se n’indonna.

16

Sceso Gernando è da’ gran re norvegi,
che di molte provincie ebber l’impero;
e le tante corone e’ scettri regi
e del padre e de gli avi il fanno altero.
Altero è l’altro de’ suoi propri pregi,
piú che de l’opre che i passati fèro,
ancor che gli avi suoi cento e piú lustri
stati sian chiari in pace e ‘n guerra illustri.

17

Ma il barbaro signor, che sol misura
quanto l’oro o ‘l domino oltre si stenda,
e per sé stima ogni virtute oscura
cui titolo regal chiara non renda,
non può soffrir che ‘n ciò ch’egli procura
seco di merto il cavalier contenda,
e se ne cruccia sí ch’oltra ogni segno
di ragione il trasporta ira e disdegno.

18

Tal che ‘l maligno spirito d’Averno,
ch’in lui strada sí larga aprir si vede,
tacito in sen gli serpe ed al governo
de’ suoi pensieri lusingando siede.
E qui piú sempre l’ira e l’odio interno
inacerbisce, e ‘l cor stimola e fiede;
e fa che ‘n mezzo a l’alma ognor risuona
una voce ch’a lui cosí ragiona:

19

“Teco giostra Rinaldo: or tanto vale
quel suo numero van d’antichi eroi?
Narri costui, ch’a te vuol farsi eguale,
le genti serve e i tributari suoi;
mostri gli scettri, e in dignità regale
paragoni i suoi morti a i vivi tuoi.
Ah quanto osa un signor d’indegno stato,
signor che ne la serva Italia è nato!

20

Vinca egli o perda omai, ché vincitore
fu insino allor ch’emulo tuo divenne,
che dirà il mondo? (e ciò fia sommo onore):
`Questi già con Gernando in gara venne.’
Poteva a te recar gloria e splendore
il nobil grado che Dudon pria tenne;
ma già non meno esso da te n’attese:
costui scemò suo pregio allor che ‘l chiese.

21

E se, poi ch’altri piú non parla o spira,
de’ nostri affari alcuna cosa sente,
come credi che ‘n Ciel di nobil ira
il buon vecchio Dudon si mostri ardente,
mentre in questo superbo i lumi gira
ed al suo temerario ardir pon mente,
che seco ancor, l’età sprezzando e ‘l merto,
fanciullo osa agguagliarsi ed inesperto?

22

E l’osa pure e ‘l tenta, e ne riporta
in vece di castigo onor e laude,
e v’è chi ne ‘l consiglia e ne l’essorta
(o vergogna comune!) e chi gli applaude.
Ma se Goffredo il vede, e gli comporta
che di ciò ch’a te déssi egli ti fraude,
no ‘l soffrir tu; né già soffrirlo déi,
ma ciò che puoi dimostra e ciò che sei.”

23

Al suon di queste voci arde lo sdegno
e cresce in lui quasi commossa face;
né capendo nel cor gonfiato e pregno,
per gli occhi n’esce e per la lingua audace.
Ciò che di riprensibile e d’indegno
crede in Rinaldo, a suo disnor non tace;
superbo e vano il finge, e ‘l suo valore
chiama temerità pazza e furore.

24

E quanto di magnanimo e d’altero
e d’eccelso e d’illustre in lui risplende,
tutto adombrando con mal arti il vero,
pur come vizio sia, biasma e riprende,
e ne ragiona sí che ‘l cavaliero,
emulo suo, publico il suon n’intende;
non però sfoga l’ira o si raffrena
quel cieco impeto in lui ch’a morte il mena,

25

ché ‘l reo demon che la sua lingua move
di spirto in vece, e forma ogni suo detto,
fa che gl’ingiusti oltraggi ognor rinove,
esca aggiungendo a l’infiammato petto.
Loco è nel campo assai capace, dove
s’aduna sempre un bel drapello eletto,
e quivi insieme in torneamenti e in lotte
rendon le membra vigorose e dotte.

26

Or quivi, allor che v’è turba piú folta,
pur, com’è suo destin, Rinaldo accusa,
e quasi acuto strale in lui rivolta
la lingua, del venen d’Averno infusa;
e vicino è Rinaldo e i detti ascolta,
né pote l’ira omai tener piú chiusa,
ma grida: “Menti,” e adosso a lui si spinge,
e nudo ne la destra il ferro stringe.

27

Parve un tuono la voce, e ‘l ferro un lampo
che di folgor cadente annunzio apporte.
Tremò colui, né vide fuga o scampo
da la presente irreparabil morte;
pur, tutto essendo testimonio il campo,
fa sembianti d’intrepido e di forte,
e ‘l gran nemico attende, e ‘l ferro tratto
fermo si reca di difesa in atto.

28

Quasi in quel punto mille spade ardenti
furon vedute fiammeggiar insieme,
ché varia turba di mal caute genti
d’ogn’intorno v’accorre, e s’urta e preme.
D’incerte voci e di confusi accenti
un suon per l’aria si raggira e freme,
qual s’ode in riva al mare, ove confonda
il vento i suoi co’ mormorii de l’onda.

29

Ma per le voci altrui già non s’allenta
ne l’offeso guerrier l’impeto e l’ira.
Sprezza i gridi e i ripari e ciò che tenta
chiudergli il varco, ed a vendetta aspira;
e fra gli uomini e l’armi oltre s’aventa,
e la fulminea spada in cerchio gira,
sí che le vie si sgombra e solo, ad onta
di mille difensor, Gernando affronta.

30

E con la man, ne l’ira anco maestra,
mille colpi vèr lui drizza e comparte:
or al petto, or al capo, or a la destra
tenta ferirlo, ora a la manca parte,
e impetuosa e rapida la destra
è in guisa tal che gli occhi inganna e l’arte,
tal ch’improvisa e inaspettata giunge
ove manco si teme, e fère e punge.

31

Né cessò mai sin che nel seno immersa
gli ebbe una volta e due la fera spada.
Cade il meschin su la ferita, e versa
gli spirti e l’alma fuor per doppia strada.
L’arme ripone ancor di sangue aspersa
il vincitor, né sovra lui piú bada;
ma si rivolge altrove, e insieme spoglia
l’animo crudo e l’adirata voglia.

32

Tratto al tumulto il pio Goffredo intanto,
vede fero spettacolo improviso:
steso Gernando, il crin di sangue e ‘l manto
sordido e molle, e pien di morte il viso;
ode i sospiri e le querele e ‘l pianto
che molti fan sovra il guerrier ucciso.
Stupido chiede: “Or qui, dove men lece,
chi fu ch’ardí cotanto e tanto fece?”

33

Arnalto, un de’ piú cari al prence estinto,
narra (e ‘l caso in narrando aggrava molto)
che Rinaldo l’uccise e che fu spinto
da leggiera cagion d’impeto stolto,
e che quel ferro, che per Cristo è cinto,
ne’ campioni di Cristo avea rivolto,
e sprezzato il suo impero e quel divieto
che fe’ pur dianzi e che non è secreto;

34

e che per legge è reo di morte e deve,
come l’editto impone, esser punito,
sí perché il fallo in se medesmo è greve,
sí perché ‘n loco tale egli è seguito;
che se de l’error suo perdon riceve,
fia ciascun altro per l’essempio ardito,
e che gli offesi poi quella vendetta
vorranno far ch’a i giudici s’aspetta;

35

onde per tal cagion discordie e risse
germoglieran fra quella parte e questa.
Rammentò i merti de l’estinto, e disse
tutto ciò ch’o pietate o sdegno desta.
Ma s’oppose Tancredi e contradisse,
e la causa del reo dipinse onesta.
Goffredo ascolta, e in rigida sembianza
porge piú di timor che di speranza.

36

Soggiunse allor Tancredi: “Or ti sovegna,
saggio signor, chi sia Rinaldo e quale:
qual per se stesso onor gli si convegna,
e per la stirpe sua chiara e regale,
e per Guelfo suo zio. Non dée chi regna
nel castigo con tutti esser eguale:
vario è l’istesso error ne’ gradi vari,
e sol l’egualità giusta è co’ pari.”

37

Risponde il capitan: “Da i piú sublimi
ad ubidire imparino i piú bassi.
Mal, Tancredi, consigli e male stimi
se vuoi ch’i grandi in sua licenza io lassi.
Qual fòra imperio il mio s’a vili ed imi,
sol duce de la plebe, io commandassi?
Scettro impotente e vergognoso impero:
se con tal legge è dato, io piú no ‘l chero.

38

Ma libero fu dato e venerando,
né vuo’ ch’alcun d’autorità lo scemi.
E so ben io come si deggia e quando
ora diverse impor le pene e i premi,
ora, tenor d’egualità serbando,
non separar da gli infimi i supremi.”
Cosí dicea; né rispondea colui,
vinto da riverenza, a i detti sui.

39

Raimondo, imitator de la severa
rigida antichità, lodava i detti.
“Con quest’arti” dicea “chi bene impera
si rende venerabile a i soggetti,
ché già non è la disciplina intera
ov’uom perdono e non castigo aspetti.
Cade ogni regno, e ruinosa è senza
la base del timor ogni clemenza.”

40

Tal ei parlava, e le parole accolse
Tancredi, e piú fra lor non si ritenne,
ma vèr Rinaldo immantinente volse
un suo destrier che parve aver le penne.
Rinaldo, poi ch’al fer nemico tolse
l’orgoglio e l’alma, al padiglion se ‘n venne.
Qui Tancredi trovollo, e de le cose
dette e risposte a pien la somma espose.

41

Soggiunse poi: “Bench’io sembianza esterna
del cor non stimi testimon verace,
ché ‘n parte troppo cupa e troppo interna
il pensier de’ mortali occulto giace,
pur ardisco affermar, a quel ch’io scerna
nel capitan ch’in tutto anco no ‘l tace,
ch’egli ti voglia a l’obligo soggetto
de’ rei comune e in suo poter ristretto.”

42

Sorrise allor Rinaldo, e con un volto
in cui tra ‘l riso lampeggiò lo sdegno:
“Difenda sua ragion ne’ ceppi involto
chi servo è” disse “o d’esser servo è degno.
Libero i’ nacqui e vissi, e morrò sciolto
pria che man porga o piede a laccio indegno:
usa a la spada è questa destra ed usa
a le palme, e vil nodo ella ricusa.

43

Ma s’a i meriti miei questa mercede
Goffredo rende e vuol impregionarme
pur com’io fosse un uom del vulgo, e crede
a carcere plebeo legato trarme,
venga egli o mandi, io terrò fermo il piede.
Giudici fian tra noi la sorte e l’arme:
fera tragedia vuol che s’appresenti
per lor diporto a le nemiche genti.”

44

Ciò detto, l’armi chiede; e ‘l capo e ‘l busto
di finissimo acciaio adorno rende
e fa del grande scudo il braccio onusto,
e la fatale spada al fianco appende,
e in sembiante magnanimo ed augusto,
come folgore suol, ne l’arme splende.
Marte, e’ rassembra te qualor dal quinto
cielo di ferro scendi e d’orror cinto.

45

Tancredi intanto i feri spirti e ‘l core
insuperbito d’ammollir procura.
“Giovene invitto,” dice “al tuo valore
so che fia piana ogn’erta impresa e dura,
so che fra l’arme sempre e fra ‘l terrore
la tua eccelsa virtute è piú secura;
ma non consenta Dio ch’ella si mostri
oggi sí crudelmente a’ danni nostri.

46

Dimmi, che pensi far? vorrai le mani
del civil sangue tuo dunque bruttarte?
e con le piaghe indegne de’ cristiani
trafigger Cristo, ond’ei son membra e parte?
Di transitorio onor rispetti vani,
che qual onda del mar se ‘n viene e parte,
potranno in te piú che la fede e ‘l zelo
di quella gloria che n’eterna in Cielo?

47

Ah non, per Dio!, vinci te stesso e spoglia
questa feroce tua mente superba.
Cedi! non fia timor, ma santa voglia,
ch’a questo ceder tuo palma si serba.
E se pur degna ond’altri essempio toglia
è la mia giovenetta etate acerba,
anch’io fui provocato, e pur non venni
co’ fedeli in contesa e mi contenni;

48

ch’avend’io preso di Cilicia il regno,
e l’insegne spiegatevi di Cristo,
Baldovin sopragiunse, e con indegno
modo occupollo e ne fe’ vile acquisto;
ché, mostrandosi amico ad ogni segno,
del suo avaro pensier non m’era avisto.
Ma con l’arme però di ricovrarlo
non tentai poscia, e forse i’ potea farlo.

49

E se pur anco la prigion ricusi
e i lacci schivi, quasi ignobil pondo,
e seguir vuoi l’opinioni e gli usi
che per leggi d’onore approva il mondo,
lascia qui me ch’al capitan ti scusi,
e ‘n Antiochia tu vanne a Boemondo,
ché né soppórti in questo impeto primo
a’ suoi giudizi assai securo stimo.

50

Ben tosto fia, se pur qui contra avremo
l’arme d’Egitto o d’altro stuol pagano,
ch’assai piú chiaro il tuo valore estremo
n’apparirà mentre sarai lontano;
e senza te parranne il campo scemo,
quasi corpo cui tronco è braccio o mano.”
Qui Guelfo sopragiunge e i detti approva,
e vuol che senza indugio indi si mova.

51

A i lor consigli la sdegnosa mente
de l’audace garzon si svolge e piega,
tal ch’egli di partirsi immantinente
fuor di quell’oste a i fidi suoi non nega.
Molta intanto è concorsa amica gente,
e seco andarne ognun procura e prega;
egli tutti ringrazia e seco prende
sol duo scudieri, e su ‘l cavallo ascende.

52

Parte, e porta un desio d’eterna ed alma
gloria ch’a nobil core è sferza e sprone;
a magnanime imprese intent’ha l’alma,
ed insolite cose oprar dispone:
gir fra i nemici, ivi o cipresso o palma
acquistar per la fede ond’è campione,
scorrer l’Egitto, e penetrar sin dove
fuor d’incognito fonte il Nilo move.

53

Ma Guelfo, poi che ‘l giovene feroce
affrettato al partir preso ha congedo,
quivi non bada, e se ne va veloce
ove egli stima ritrovar Goffredo,
il qual, come lui vede, alza la voce:
“Guelfo,” dicendo “a punto or te richiedo,
e mandato ho pur ora in varie parti
alcun de’ nostri araldi a ricercarti.”

54

Poi fa ritrarre ogn’altro, e in basse note
ricomincia con lui grave sermone:
“Veracemente, o Guelfo, il tuo nepote
troppo trascorre, ov’ira il cor gli sprone,
e male addursi a mia credenza or pote
di questo fatto suo giusta cagione.
Ben caro avrò ch’ella ci rechi tale,
ma Goffredo con tutti è duce eguale;

55

e sarà del legitimo e del dritto
custode in ogni caso e difensore,
serbando sempre al giudicare invitto
da le tiranne passioni il core.
Or se Rinaldo a violar l’editto
e de la disciplina il sacro onore
costretto fu, come alcun dice, a i nostri
giudizi venga ad inchinarsi, e ‘l mostri.

56

A sua retenzion libero vegna:
questo, ch’io posso, a i merti suoi consento.
Ma s’egli sta ritroso e se ne sdegna
(conosco quel suo indomito ardimento),
tu di condurlo a proveder t’ingegna
ch’ei non isforzi uom mansueto e lento
ad esser de le leggi e de l’impero
vendicator, quanto è ragion, severo.”

57

Cosí disse egli; e Guelfo a lui rispose;
“Anima non potea d’infamia schiva
voci sentir di scorno ingiuriose,
e non farne repulsa ove l’udiva.
E se l’oltraggiatore a morte ei pose,
chi è che mèta a giust’ira prescriva?
chi conta i colpi o la dovuta offesa,
mentre arde la tenzon, misura e pesa?

58

Ma quel che chiedi tu, ch’al tuo soprano
arbitrio il garzon venga a sottoporse,
duolmi ch’esser non può, ch’egli lontano
da l’oste immantinente il passo torse.
Ben m’offro io di provar con questa mano
a lui ch’a torto in falsa accusa il morse,
o s’altri v’è di sí maligno dente,
ch’ei puní l’onta ingiusta giustamente.

59

A ragion, dico, al tumido Gernando
fiaccò le corna del superbo orgoglio.
Sol, s’egli errò, fu ne l’oblio del bando;
ciò ben mi pesa, ed a lodar no ‘l toglio.”
Tacque, e disse Goffredo: “Or vada errando,
e porti risse altrove; io qui non voglio
che sparga seme tu di nove liti:
deh, per Dio, sian gli sdegni anco forniti.”

60

Di procurare il suo soccorso intanto
non cessò mai l’ingannatrice rea.
Pregava il giorno, e ponea in uso quanto
l’arte e l’ingegno e la beltà potea;
ma poi, quando stendendo il fosco manto
la notte in occidente il dí chiudea,
tra duo suoi cavalieri e due matrone
ricovrava in disparte al padiglione.

61

Ma benché sia mastra d’inganni, e i suoi
modi gentili e le maniere accorte,
e bella sí che ‘l ciel prima né poi
altrui non dié maggior bellezza in sorte,
tal che del campo i piú famosi eroi
ha presi d’un piacer tenace e forte;
non è però ch’a l’esca de’ diletti
il pio Goffredo lusingando alletti.

62

In van cerca invaghirlo, e con mortali
dolcezze attrarlo a l’amorosa vita,
ché qual saturo augel, che non si cali
ove il cibo mostrando altri l’invita,
tal ei sazio del mondo i piacer frali
sprezza, e se ‘n poggia al Ciel per via romita,
e quante insidie al suo bel volo tende
l’infido amor, tutte fallaci rende.

63

Né impedimento alcun torcer da l’orme
pote, che Dio ne segna, i pensier santi.
Tentò ella mill’arti, e in mille forme
quasi Proteo novel gli apparse inanti,
e desto Amor, dove piú freddo ei dorme,
avrian gli atti dolcissimi e i sembianti,
ma qui (grazie divine) ogni sua prova
vana riesce, e ritentar non giova.

64

La bella donna, ch’ogni cor piú casto
arder credeva ad un girar di ciglia,
oh come perde or l’alterezza e ‘l fasto!
e quale ha di ciò sdegno e meraviglia!
Rivolger le sue forze ove contrasto
men duro trovi al fin si riconsiglia,
qual capitan ch’inespugnabil terra
stanco abbandoni, e porti altrove guerra.

65

Ma contra l’arme di costei non meno
si mostrò di Tancredi invitto il core,
però ch’altro desio gli ingombra il seno,
né vi può loco aver novello ardore;
ché si come da l’un l’altro veneno
guardar ne suol, tal l’un da l’altro amore.
Questi soli non vinse: o molto o poco
avampò ciascun altro al suo bel foco.

66

Ella, se ben si duol che non succeda
sí pienamente il suo disegno e l’arte,
pur fatto avendo cosí nobil preda
di tanti eroi, si riconsola in parte.
E pria che di sue frodi altri s’aveda,
pensa condurgli in piú secura parte,
ove gli stringa poi d’altre catene
che non son quelle ond’or presi li tiene.

67

E sendo giunto il termine che fisse
il capitano a darle alcun soccorso,
a lui se ‘n venne riverente e disse:
“Sire, il dí stabilito è già trascorso,
e se per sorte il reo tiranno udisse
ch’i’ abbia fatto a l’arme tue ricorso,
prepareria sue forze a la difesa,
né cosí agevol poi fòra l’impresa.

68

Dunque, prima ch’a lui tal nova apporti
voce incerta di fama o certa spia,
scelga la tua pietà fra i tuoi piú forti
alcuni pochi, e meco or or gli invia,
ché se non mira il Ciel con occhi torti
l’opre mortali o l’innocenza oblia,
sarò riposta in regno, e la mia terra
sempre avrai tributaria in pace e in guerra.”

69

Cosí diceva, e ‘l capitano a i detti
quel che negar non si potea concede,
se ben, ov’ella il suo partir affretti,
in sé tornar l’elezion ne vede;
ma nel numero ognun de’ diece eletti
con insolita instanza esser richiede,
e l’emulazion che ‘n lor si desta
piú importuni li fa ne la richiesta.

70

Ella, che ‘n essi mira aperto il core,
prende vedendo ciò novo argomento,
e su ‘l lor fianco adopra il rio timore
di gelosia per ferza e per tormento;
sapendo ben ch’al fin s’invecchia Amore
senza quest’arti e divien pigro e lento,
quasi destrier che men veloce corra
se non ha chi lui segua e chi ‘l precorra.

71

E in tal modo comparte i detti sui
e ‘l guardo lusinghiero e ‘l dolce riso,
ch’alcun non è che non invidii altrui,
né il timor de la speme è in lor diviso.
La folle turba de gli amanti, a cui
stimolo è l’arte d’un fallace viso,
senza fren corre, e non li tien vergogna,
e loro indarno il capitan rampogna.

72

Ei ch’egualmente satisfar desira
ciascuna de le parti e in nulla pende,
se ben alquanto or di vergogna or d’ira
al vaneggiar de’ cavalier s’accende,
poi ch’ostinati in quel desio li mira,
novo consiglio in accordarli prende:
“Scrivansi i vostri nomi ed in un vaso
pongansi,” disse “e sia giudice il caso.”

73

Subito il nome di ciascun si scrisse,
e in picciol’urna posti e scossi foro,
e tratti a sorte; e ‘l primo che n’uscisse
fu il conte di Pembrozia Artemidoro.
Legger poi di Gherardo il nome udisse,
ed uscí Vincilao dopo costoro:
Vincilao che, sí grave e saggio inante,
canuto or pargoleggia e vecchio amante.

74

Oh come il volto han lieto, e gli occhi pregni
di quel piacer che dal cor pieno inonda,
questi tre primi eletti, i cui disegni
la fortuna in amor destra seconda!
D’incerto cor, di gelosia dan segni
gli altri il cui nome avien che l’urna asconda,
e da la bocca pendon di colui
che spiega i brevi e legge i nomi altrui.

75

Guasco quarto fuor venne, a cui successe
Ridolfo ed a Ridolfo indi Olderico,
quinci Guglielmo Ronciglion si lesse,
e ‘l bavaro Eberardo, e ‘l franco Enrico.
Rambaldo ultimo fu, che farsi elesse
poi, fé cangiando, di Giesú nemico
(tanto pote Amor dunque?); e questi chiuse
il numero de’ diece, e gli altri escluse.

76

D’ira, di gelosia, d’invidia ardenti,
chiaman gli altri Fortuna ingiusta e ria,
a te accusano, Amor, che le consenti,
che ne l’imperio tuo giudice sia.
Ma perché instinto è de l’umane genti
che ciò che piú si vieta uom piú desia,
dispongon molti ad onta di fortuna
seguir la donna come il ciel s’imbruna.

77

Voglion sempre seguirla a l’ombra al sole,
e per lei combattendo espor la vita.
Ella fanne alcun motto, e con parole
tronche e dolci sospir a ciò gli invita,
ed or con questo ed or con quel si duole
che far convienle senza lui partita.
S’erano armati intanto, e da Goffredo
toglieano i diece cavalier congedo.

78

Gli ammonisce quel saggio a parte a parte
come la fé pagana è incerta e leve,
e mal securo pegno; e con qual arte
l’insidie e i casi aversi uom fuggir deve;
ma son le sue parole al vento sparte,
né consiglio d’uom sano Amor riceve.
Lor dà commiato al fine, e la donzella
non aspetta al partir l’alba novella.

79

Parte la vincitrice, e quei rivali
quasi prigioni al suo trionfo inanti
seco n’adduce, e tra infiniti mali
lascia la turba poi de gli altri amanti.
Ma come uscí la notte, e sotto l’ali
menò il silenzio e i levi sogni erranti,
secretamente, com’Amor gl’informa,
molti d’Armida seguitaron l’orma.

80

Segue Eustazio il primiero, e pote a pena
aspettar l’ombre che la notte adduce;
vassene frettoloso ove ne ‘l mena
per le tenebre cieche un cieco duce.
Errò la notte tepida e serena;
ma poi ne l’apparir de l’alma luce
gli apparse insieme Armida e ‘l suo drapello,
dove un borgo lor fu notturno ostello.

81

Ratto ei vèr lei si move, ed a l’insegna
tosto Rambaldo il riconosce, e grida
che ricerchi fra loro e perché vegna.
“Vengo” risponde “a seguitarne Armida,
ned ella avrà da me, se non la sdegna,
men pronta aita o servitú men fida.”
Replica l’altro: “Ed a cotanto onore,
di’, chi t’elesse?” Egli soggiunge: “Amore.

82

Me scelse Amor, te la Fortuna: or quale
da piú giusto elettore eletto parti?”
Dice Rambaldo allor: “Nulla ti vale
titolo falso, ed usi inutil arti;
né potrai de la vergine regale
fra i campioni legitimi meschiarti,
illegitimo servo.” “E chi” riprende
cruccioso il giovenetto “a me il contende?”

83

“Io te ‘l difenderò” colui rispose,
e feglisi a l’incontro in questo dire,
e con voglie egualmente in lui sdegnose
l’altro si mosse e con eguale ardire;
ma qui stese la mano, e si frapose
la tiranna de l’alme in mezzo a l’ire,
ed a l’uno dicea: “Deh! non t’incresca
ch’a te compagno, a me campion s’accresca.

84

S’ami che salva i’ sia, perché mi privi
in sí grand’uopo de la nova aita?”
Dice a l’altro: “Opportuno e grato arrivi
difensor di mia fama e di mia vita;
né vuol ragion, né sarà mai ch’io schivi
compagnia nobil tanto e sí gradita.”
Cosí parlando, ad or ad or tra via
alcun novo campion le sorvenia.

85

Chi di là giunge e chi di qua, né l’uno
sapea de l’altro, e il mira bieco e torto.
Essa lieta gli accoglie, ed a ciascuno
mostra del suo venir gioia e conforto.
Ma già ne lo schiarir de l’aer bruno
s’era del lor partir Goffredo accorto,
e la mente, indovina de’ lor danni,
d’alcun futuro mal par che s’affanni.

86

Mentre a ciò pur ripensa, un messo appare
polveroso, anelante, in vista afflitto,
in atto d’uom ch’altrui novelle amare
porti, e mostri il dolore in fronte scritto.
Disse costui: “Signor, tosto nel mare
la grande armata apparirà d’Egitto;
e l’aviso Guglielmo, il qual comanda
a i liguri navigli, a te ne manda.”

87

Soggiunse a questo poi che, da le navi
sendo condotta vettovaglia al campo,
i cavalli e i cameli onusti e gravi
trovato aveano a mezza strada inciampo,
e ch’i lor difensori uccisi o schiavi
restàr pugnando, e nessun fece scampo,
da i ladroni d’Arabia in una valle
assaliti a la fronte ed a le spalle;

88

e che l’insano ardire e la licenza
di que’ barbari erranti è omai sí grande
ch’in guisa d’un diluvio intorno senza
alcun contrasto si dilata e spande,
onde convien ch’a porre in lor temenza
alcuna squadra di guerrier si mande,
ch’assecuri la via che da l’arene
del mar di Palestina al campo viene.

89

D’una in un’altra lingua in un momento
ne trapassa la fama e si distende,
e ‘l vulgo de’ soldati alto spavento
ha de la fame che vicina attende.
Il saggio capitan, che l’ardimento
solito loro in essi or non comprende,
cerca con lieto volto e con parole
come li rassecuri e riconsole:

90

“O per mille perigli e mille affanni
meco passati in quelle parti e in queste,
campion di Dio, ch’a ristorare i danni
de la cristiana sua fede nasceste;
voi, che l’arme di Persia e i greci inganni,
e i monti e i mari e ‘l verno e le tempeste,
de la fame i disagi e de la sete
superaste, voi dunque ora temete?

91

Dunque il Signor che v’indirizza e move,
già conosciuto in caso assai piú rio,
non v’assecura, quasi or volga altrove
la man de la clemenza e ‘l guardo pio?
Tosto un dí fia che rimembrar vi giove
gli scorsi affanni, e sciòrre i voti a Dio.
Or durate magnanimi, e voi stessi
serbate, prego, a i prosperi successi.”

92

Con questi detti le smarrite menti
consola e con sereno e lieto aspetto,
ma preme mille cure egre e dolenti
altamente riposte in mezzo al petto.
Come possa nutrir sí varie genti
pensa fra la penuria e tra ‘l difetto,
come a l’armata in mar s’opponga, e come
gli Arabi predatori affreni e dome.