Trump e il macigno del “Russiagate”

di Mario Lombardo

Gli ambienti politici e i media ufficiali negli Stati Uniti sono andati letteralmente in fibrillazione questa settimana dopo che il “consigliere speciale” incaricato di indagare sul “Russiagate”, l’ex direttore dell’FBI Robert Mueller, ha reso note le prime tre incriminazioni ufficiali nell’ambito della gigantesca caccia alle streghe in atto per fare chiarezza sui fantomatici rapporti tra il Cremlino e il presidente Trump.

La diffusione della notizia, nell’aria da qualche giorno, è stata accolta prevedibilmente come una vera e propria “bomba” che, secondo la stampa americana, porterebbe a un nuovo livello le implicazioni della vicenda che coinvolge la Casa Bianca. Ciò sembra avere messo nei guai un Trump ormai sul punto di essere smentito in maniera definitiva circa le collusioni con Mosca per screditare Hillary Clinton e vincere le elezioni del novembre 2016.

Come già accaduto in altri momenti presumibilmente decisivi del cosiddetto “Russiagate”, però, anche in questa occasione il clamore attorno alle ultime notizie finisce per svanire in fretta di fronte a una semplice lettura dei fatti.

In realtà, ciò che confermano i documenti relativi all’incriminazione di tre individui legati in vario modo alla campagna di Trump per le presidenziali dello scorso anno è in primo luogo la natura dell’indagine di Mueller, strumento nelle mani di determinati poteri dentro e fuori il governo americano per colpire un’amministrazione che si rifiuta o non è in grado di perseguire obiettivi strategici ben precisi, a cominciare da quelli legati ai rapporti tra USA e Russia.

Dei tre uomini incriminati dall’ex numero uno dell’FBI, sono due quelli che ricoprivano effettivamente un ruolo di spicco nello staff di Trump: l’ex capo della campagna elettorale, Paul Manafort, e il suo braccio destro, Rick Gates. I capi d’accusa nei loro confronti non hanno però nulla a che vedere con la vicenda al centro delle indagini, ovvero la presunta manipolazione russa della campagna per le presidenziali del 2016.

Il legame con Mosca è rappresentato dal fatto che Manafort e Gates avevano lavorato a lungo, e prima di mettersi al servizio di Trump, per l’ex presidente ucraino filo-russo, Viktor Yanukovich. Ironicamente, quest’ultimo è stato deposto nel 2014 da un golpe di estrema destra organizzato proprio dal governo americano, le cui interferenze nei fatti accaduti in Ucraina, al contrario di quelle russe nel processo elettorale USA, sono ben documentate e incontrovertibili anche se non oggetto di indagini.

Manafort e il suo collaboratore sono accusati sostanzialmente di riciclaggio, in relazione a decine di milioni di dollari ricevuti da Yanukovich in cambio delle loro consulenze e dell’attività di lobby a suo favore a Washington, e di non essersi registrati negli Stati Uniti come agenti di un governo straniero.

In tutto questo, nemmeno le carte del procedimento a carico di Manafort e Gates indicano un qualche collegamento con le attività della Russia per influenzare le presidenziali americane. Oltretutto, il partner nel lavoro in Ucraina dei due uomini di Trump era la compagnia di lobby di Washington Podesta Group, notoriamente vicina al Partito Democratico e guidata, fino alle dimissioni di questa settimana, da Anthony Podesta, fratello di John Podesta, direttore della campagna elettorale di Hillary Clinton nel 2016.

Le complicazioni per Trump deriverebbero così dalla terza incriminazione annunciata lunedì o, meglio, dalla notizia che l’ex consigliere dell’allora candidato alla presidenza in materia di affari esteri, George Papadopoulos, si sarebbe dichiarato colpevole di avere mentito all’FBI nel corso di interrogatori relativi a suoi contatti con presunti agenti russi nel corso del 2016.

Apparentemente, Papadopoulos rappresenterebbe uno dei collegamenti tra il Cremlino e la campagna di Trump nel quadro delle manovre per gettare fango su Hillary Clinton e influenzare l’esito delle presidenziali. Infatti, nel 2016 uomini legati al governo di Mosca avrebbero fatto sapere a Papadopoulos di essere in possesso di materiale, sotto forma di e-mail, che poteva screditare la candidata democratica alla Casa Bianca.

L’allora consigliere di Trump avrebbe da parte sua cercato di mettere in contatto uomini dello staff del futuro presidente americano con quelli che riteneva essere esponenti del Cremlino. Un membro dello staff di Trump, probabilmente Manafort, anche se il suo nome non viene citato esplicitamente dalle carte del procedimento, avrebbe incoraggiato Papadopouls a cercare e ottenere informazioni dai suoi contatti russi sulla Clinton.

Al di là delle apparenze e dei tentativi della stampa ufficiale di dipingere i fatti relativi alla posizione di George Papadopoulos come una prova della collusione tra Trump e Mosca, la vicenda sembra in realtà avere poco o nessun fondamento.

Per cominciare, il 30enne Papadopoulos non ricopriva una posizione di responsabilità nello staff di Trump e, secondo la Casa Bianca, era addirittura un “volontario non pagato” che aveva incontrato solo una volta i vertici della campagna. Ciò rende plausibili due ipotesi. La prima è che Papadopoulos cercasse di auto-promuoversi prospettando informazioni potenzialmente esplosive su Hillary ma di cui, anche dando per scontato che gli uomini con cui era in contatto fossero davvero agenti russi, non aveva prove concrete dell’esistenza.

La seconda è che individui legati a poteri non meglio definiti avevano ostentato finti legami con Mosca per creare una trappola in cui far cadere il candidato Trump, utilizzando un membro di secondo piano della sua campagna vista l’impossibilità di accedere agli uomini più vicini al candidato repubblicano. Da tenere presente, a questo proposito, è il fatto che le voci sulla collaborazione tra Trump e il Cremlino stavano già circolando nel periodo al centro delle indagini di Mueller.

In ogni caso, ciò che conta ai fini legali è che l’entourage di Trump non aveva dato seguito allo spunto offerto da Papadopoulos, né vi sono elementi concreti per identificare i contatti di quest’ultimo con persone effettivamente legate al governo di Mosca. Singolarmente, com’è accaduto quasi sempre nei mesi scorsi in occasione di rivelazioni di contatti o incontri tra uomini di Trump e agenti russi – veri o presunti – anche in questa occasione l’analisi dei fatti sembra dimostrare piuttosto che non vi è stata alcuna collusione con Mosca per influenzare le presidenziali americane del 2016.

Alla luce della debolezza degli indizi offerti dall’indagine sul “Russiagate” di Mueller, gli oppositori del presidente hanno interpretato i documenti dell’incriminazione come un primo passo verso il coinvolgimento dei pezzi grossi della campagna di Trump. In quest’ottica, l’ex direttore dell’FBI potrebbe disporre di maggiori informazioni sulle responsabilità dello staff di Trump rispetto a quelle rivelate finora.

A ben vedere, tuttavia, gli elementi conosciuti e ipotizzati, così come la durata delle indagini e l’attenzione quasi morbosa dei media per la vicenda in contrapposizione all’assenza di prove, non depongono a favore di questa interpretazione, ma sembrano confermare al contrario la natura tutta politica della caccia alle streghe in atto a Washington.

L’iniziativa di questa settimana di Robert Mueller segnala comunque un’accelerazione degli attacchi contro la Casa Bianca e un aggravamento dello scontro in atto all’interno della classe dirigente americana. Nonostante quella di Trump abbia forse già assunto in poco più di nove mesi i contorni dell’amministrazione più reazionaria della storia americana, gli obiettivi della guerra contro il presidente, condotta con lo strumento del “Russiagate”, non hanno nulla di democratico.

Anzi, le pressioni su Trump servono, da un lato, a spingere per l’implementazione di politiche più aggressive nei confronti della Russia negli scenari internazionali dove si scontrano gli interessi di questo paese con quelli americani, come in Europa orientale o in Siria.

Dall’altro, la controversia del “Russiagate” viene sempre più sfruttata per reprimere opinioni e fonti di informazione indipendenti o alternative ai media “mainstream”, con una campagna dai contorni maccartisti che distribuisce accuse di tradimento o di collusione con Mosca contro chiunque si discosti dall’interpretazione ufficiale dei fatti domestici o internazionali.

Quest’ultima battaglia contro la libertà di stampa e di opinione si sta concretizzando pericolosamente negli sforzi di combattere le cosiddette “fake news”, ma anche di limitare gli spazi del dissenso e la diffusione di notizie provenienti da media russi o filo-russi sui social networks.

Con l’intensificarsi del conflitto, resta possibile infine anche una reazione clamorosa all’indagine sul “Russiagate” da parte del presidente e degli ambienti di estrema destra, soprattutto esterni al Partito Repubblicano, che lo sostengono.

Le voci su un possibile licenziamento di Mueller continuano ad esempio a rincorrersi, nonostante il rischio di uno scontro frontale con l’establishment di Washington che ciò comporterebbe. Sempre sul tavolo c’è anche la possibilità concreta che Trump possa finire per scatenare una nuova guerra rovinosa – contro la Corea del Nord o l’Iran – nel tentativo disperato di allentare le crescenti pressioni interne sulla sua amministrazione.

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