Trump e la (quasi) rivolta dei repubblicani

di Michele Paris

Con una clamorosa presa di posizione con pochi precedenti, due senatori repubblicani martedì hanno attaccato in maniera durissima il presidente americano Trump, definendo la sua presenza alla guida degli Stati Uniti niente meno che una “minaccia alla democrazia”. Il livello raggiunto dallo scontro interno al partito di governo negli USA testimonia assieme della gravità della crisi politica in corso in questo paese e dello stadio avanzato dei preparativi per la formazione di un movimento populista di estrema destra incentrato attorno allo stesso inquilino della Casa Bianca.

Il rapido allargarsi delle crepe nel Partito Repubblicano è stato sottolineato dal fatto che lo scontro è avvenuto in una giornata in cui la Casa Bianca e la leadership repubblicana al Congresso intendevano proiettare un’immagine di unità in previsione del voto sulla questione al momento di gran lunga più importante per il business americano, cioè il taglio delle tasse per le grandi aziende e i redditi più elevati.

Ad alimentare nuovamente il conflitto in casa repubblicana sono stati i senatori Bob Corker del Tennessee e Jeff Flake dell’Arizona. Le loro denunce dell’amministrazione Trump si sono aggiunte a quelle dei giorni scorsi del collega John McCain, anch’egli dell’Arizona, e dell’ex presidente, George W. Bush.

Corker era già stato al centro di accese polemiche con Trump nelle scorse settimane, quando il senatore repubblicano aveva completato un voltafaccia nei confronti di un presidente che aveva in precedenza sostenuto. Parlando alla CNN, il presidente della commissione Esteri del Senato americano ha in sostanza definito Trump un “bugiardo”, la cui eredità consisterà in larga misura nell’avere “umiliato” gli Stati Uniti.

Ancora più pesante è apparso poi l’attacco di Flake, avvenuto oltretutto nell’aula del Senato. Il senatore dell’Arizona ha invitato i colleghi a “smettere di fare finta che il degrado della politica e la condotta di alcune persone al governo siano una cosa normale”. Le azioni di Trump, infatti, “non rientrano nella normalità”, visto il suo comportamento “irresponsabile, vergognoso e disonorevole”.

Flake ha aggiunto che non è possibile considerare “normale la costante minaccia alle regole e agli ideali della democrazia”, così che appare ormai necessario dire “basta” alla situazione venutasi a creare negli Stati Uniti dopo “esserci illusi troppo a lungo che una svolta fosse dietro l’angolo”.

I concetti esposti al Senato da Jeff Flake sono stati rafforzarti da un editoriale del senatore pubblicato dal Washington Post, significativamente intitolato “Basta”. In questo commento sono emersi in maniera chiara gli scrupoli per il possibile crollo anche della finzione dell’immagine degli USA come baluardo della democrazia a livello globale con la permanenza di Trump alla presidenza.

Come previsto, gli interventi di Corker e Flake non sono passati inosservati alla Casa Bianca. Trump ha immediatamente infiammato il clima scrivendo una serie di “tweet”, nei quali ha tra l’altro attaccato il primo, definendolo un “peso leggero” che in Tennessee non riuscirebbe a farsi rieleggere nemmeno come “accalappiacani”.

Parte della stampa americana, pur riconoscendo le divisioni sempre più gravi nel Partito Repubblicano, ha messo in dubbio la possibilità che le parole di Corker e Flake, così come quelle di Bush o McCain, possano innescare una rivolta interna contro Trump. L’aggressività del presidente nel fronteggiare ogni minima critica, la sua relativa popolarità tra la ristretta base elettorale di estrema destra del partito e l’approssimarsi delle primarie di “midterm” scoraggiano infatti prese di posizione troppo critiche nei confronti della Casa Bianca.

Le tensioni tra i repubblicani sono comunque oltre il livello di guardia e il sostegno garantito a Trump dalla maggioranza di senatori e deputati è ormai determinato in buona parte dalla necessità di continuare a lavorare con il presidente per ottenere qualche risultato legislativo dopo oltre nove mesi di quasi paralisi.

Dietro le apparenze, l’opinione di Corker e Flake sembra essere però condivisa da molti repubblicani al Congresso. Ad esempio, il leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell, pur avendo per lo più cercato di minimizzare lo scontro andato in scena martedì, in aula è stato tra quelli che ha applaudito il discorso del collega dell’Arizona, elogiandone il coraggio e la lucidità.

La riluttanza di molti esponenti repubblicani ad assumere anche solo un atteggiamento più critico nei confronti di Trump dà comunque la misura del peso assunto dall’estrema destra dentro e fuori il partito. Uno dei fattori che sta alimentando lo scontro è proprio il piano dell’ex “stratega” della Casa Bianca, il neo-fascista Stephen Bannon, tuttora legato al presidente Trump, di favorire la creazione di un aggregato di estrema destra che faccia da piattaforma per un governo sempre più autoritario.

Queste manovre sono finalizzate sia alla trasformazione di quello Repubblicano in un partito populista di destra, sul modello del Fronte Nazionale francese o dell’UKIP inglese, sia, in caso di impossibilità, di creare un movimento nuovo al di fuori del “GOP”. La prima opzione è per ora quella preferita da Bannon e dagli interessi che lo sostengono e viene perseguita principalmente con la selezione e la presentazione di candidati ben finanziati per le primarie repubblicane che si oppongano a deputati e senatori in carica identificati con l’establishment di Washington, come appunto Bob Corker o Jeff Flake.

Entrambi i senatori hanno peraltro annunciato la loro rinuncia a difendere il proprio seggio nelle elezioni di “medio termine” del novembre 2018, principalmente per evitare una battaglia estenuante con la destra repubblicana nelle primarie, neutralizzando di fatto il costo politico delle rispettive dichiarazioni.

Delle parti che stanno animando la guerra civile nel Partito Repubblicano americano nessuna è ad ogni modo identificabile nemmeno lontanamente con un’autentica difesa della democrazia, per non parlare della giustizia sociale, dell’uguaglianza o della moderazione sul fronte internazionale. Individui come Corker o Flake e, ancor più, Bush o McCain, hanno approvato o sono responsabili in maniera diretta di guerre, crimini e iniziative che hanno peggiorato o distrutto la vita di decine di milioni di persone.

A conferma di ciò, nella stessa giornata di martedì, i due senatori che hanno contestato duramente Trump hanno allo stesso tempo votato a favore di una misura che cancella virtualmente il ricorso alla “class action” per i consumatori americani coinvolti in dispute legali con corporation e grandi banche.

Non solo, lo stesso Corker è impegnato nella stesura di sanzioni punitive da riapplicare all’Iran dopo la denuncia dell’accordo sul nucleare di Trump, mentre è in fase di approvazione al Congresso un nuovo gigantesco regalo ai grandi interessi economici e finanziari sotto forma di taglio al loro carico fiscale.

Gli oppositori di Trump, inclusi quelli democratici, sono in altre parole l’espressione non di una qualche rivolta morale che agita la classe politica americana ma di determinate sezioni dei poteri forti, in buona parte riconducibili all’apparato militare e dell’intelligence o agli ambienti economico-finanziari ultra-liberisti, che vedono con apprensione il crescente isolamento degli Stati Uniti dovuto all’irresponsabilità e all’incompetenza dell’attuale amministrazione.

Il dissenso espresso così platealmente verso il presidente da politici autorevoli nel suo stesso partito è dunque anche il sintomo e la conseguenza del logoramento delle forme di governo democratiche negli Stati Uniti. Questo processo non è tuttavia iniziato con l’approdo di Trump alla Casa Bianca ma, nella sua manifestazione più evidente, almeno con il furto delle elezioni presidenziali del 2000 per poi proseguire con le aberrazioni della “guerra al terrore” lanciata da Bush e ampliata da Obama.

Con il progressivo collasso dell’impalcatura democratica in parallelo alla crisi sempre più acuta del capitalismo americano e della posizione internazionale di Washington, il conflitto all’interno della classe dirigente degli Stati Uniti continua così ad aggravarsi, con il rischio concreto di assumere forme esplosive, inclusa una possibile guerra rovinosa, vista probabilmente da molti come valvola di sfogo delle tensioni che si stanno accumulando sul fronte domestico.

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