Ugo Foscolo

Questa pagina è semiprotetta. Può essere modificata solo da utenti registrati.
bussola Disambiguazione – “Foscolo” rimanda qui. Se stai cercando altri significati, vedi Foscolo (disambigua).
« A noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura »
(Ugo Foscolo, A Zacinto, vv. 13-14)

Fabre: Ritratto di Ugo Foscolo, 1813

Niccolò Ugo Foscolo (Zante, 6 febbraio 1778Turnham Green, 10 settembre 1827) è stato un poeta e scrittore italiano, uno dei principali letterati del neoclassicismo e del preromanticismo.

Ugo Foscolo è stato il principale esponente letterario italiano del periodo, a cavallo fra Settecento e Ottocento, nel quale si manifestano o cominciano ad apparire in Italia le correnti del Neoclassicismo, del Preromanticismo e del Romanticismo.

Costretto fin da giovane ad allontanarsi dalla sua patria (l’isola greca di Zacinto, oggi più nota in italiano come Zante), allora Repubblica di Venezia, si sentì esule per tutta la vita, strappato da quel mondo di ideali classici in cui era nato. Errando di terra in terra, privo di fede religiosa in quanto intellettualmente formatosi alla scuola degli Illuministi, incapace di trovare felicità nell’amore di una donna, avvertì sempre dentro di sé un infuriare di passioni, ma, come molti intellettuali della sua epoca, si sentì attratto dalle splendide immagini dell’Ellade, simbolo di armonia e di virtù.

Biografia

Lapide con epitaffio di Ugo Foscolo a Zante (Grecia).

Niccolò “Ugo” Foscolo nacque sull’isola greca di Zante (nota anche come Zacinto, alla quale dedicherà uno dei suoi 12 sonetti), il 6 febbraio del 1778, figlio di Andrea Foscolo (Corfù, 1754 – Spalato, 13 ottobre 1788), medico di vascello di origine veneziana, e della greca Diamantina Spathis (settembre 1747 – 28 aprile 1817). Era il maggiore di quattro fratelli: lo seguivano la sorella Rubina (dal nome della nonna materna) (1779-1867), e i due fratelli morti suicidi Gian Dionisio (detto Giovanni Dionigi o Giovanni; Zante, 27 febbraio 1781 – Venezia, 8 dicembre 1801) e Costantino Giovanni (detto Giulio; Spalato, 25 novembre 1787 – Ungheria 1838)[1].

Venne chiamato Niccolò in ricordo di un avo paterno, ma preferì lui stesso soprannominarsi Ugo sin dalla giovinezza. Pare che questo fosse il nome del leggendario capostipite della sua famiglia, trasferitosi da Roma nella Laguna Veneta per fondare Rialto. In realtà non è certo se i Foscolo discendessero, come dichiaravano, da un ramo decaduto dell’omonima casata di sangue patrizio[1].

Certamente la famiglia era tutt’altro che benestante: il padre era un modesto medico (peraltro portato alla prodigalità), mentre la madre, pur essendo vedova del nobiluomo Giovanni Aquila Serra, era figlia di un sarto zantioto. Trascorse l’infanzia in una casetta che sorgeva di fronte alla chiesa della Beata Vergine Odigitria[1].

Del grande scrittore si sa che aveva un alto concetto di sé nonostante la condizione materiale e sociale relativamente modesta. Nel corso della sua vita fu sempre fedele ad alcuni ideali, come l’amore per la patria, la libertà, la bellezza femminile, l’amicizia, le virtù, l’arte e l’eroismo. Questi valori erano ritenuti dagli illuministi idee vane ed irreali, pure “illusioni”, dando a questa parola il valore non di inganno ma di vera esigenza dello spirito[senza fonte]. Foscolo intendeva queste illusioni come reazione al contesto caduco in cui l’essere umano era inserito. Rappresentavano virtù per le quali valesse la pena vivere. A queste il poeta aggiunse la tomba lacrimata (che lui stesso non potrà ottenere, come si profetizza in A Zacinto, in quanto morirà in Inghilterra, lontano dalla sua terra natale) e soprattutto la poesia che svolgeva una funzione eternatrice in quanto rendeva eterno e memorabile qualsiasi soggetto o elemento celebrato. Scrisse nell’Ortis:

« Illusioni! grida il filosofo. – Or non è tutto illusione? tutto! Beati gli antichi che si credeano degni de’ baci delle immortali dive del cielo; che sacrificavano alla Bellezza e alle Grazie; che diffondeano lo splendore della divinità su le imperfezioni dell’uomo, e che trovavano il BELLO ed il VERO accarezzando gli idoli della lor fantasia! Illusioni! ma intanto senza di esse io non sentirei la vita che nel dolore, o (che mi spaventa ancor più) nella rigida e nojosa indolenza: e se questo cuore non vorrà più sentire, io me lo strapperò dal petto con le mie mani, e lo caccerò come un servo infedele. »
(Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis, lettera del 15 maggio 1798)

Come altri grandi poeti dell’epoca, fra i quali Goethe, Foscolo avvertì la scissione profonda tra gli antichi (classicismo) e i moderni (romanticismo): l’animo dei romantici tende continuamente all’armonia classica. Dal classicismo illuminista Foscolo eredita il costante bisogno di trovare un’armonia interiore, ma riesce a raggiungerla solo tramite la poesia; nella vita pratica invece Foscolo risente sempre del Romanticismo, ossia l’abbandono agli impulsi del sentimento. Nonostante ciò, vivendo nel 1700, l’età dell’Illuminismo, risente delle idee materialiste e meccanicistiche: egli crede nel concreto. L’uomo nasce dalla materia e finisce nella materia. Non crede nell’immortalità dell’anima, ma nel cosiddetto nulla eterno. Per gli illuministi quest’ideologia era causa delle loro serenità e liberazione dalle superstizioni delle religioni, Foscolo invece risente di un profondo turbamento perché non trova una ragione nell’esistenza dell’uomo. Definisce l’uomo prigioniero del mondo, dunque sarebbe meglio non nascere o, una volta nati, sarebbe bene troncare la vita con il suicidio. Il suicidio non è considerato come atto di debolezza, anzi. Come affermava anche Alfieri, è un atto eroico perché con la sua funzione catartica libera l’uomo dalle passioni e dal turbamento. Foscolo ricorderà sempre la città dove era nato e più volte canterà la sua isola natale. Egli scriveva il 29 settembre del 1808 al cugino[2] prussiano Jakob Salomon Bartholdy:

« Quantunque italiano d’educazione e d’origine, e deliberato di lasciare in qualunque evento le mie ceneri sotto le rovine d’Italia anziché all’ombra delle palme d’ogni altra terra più gloriosa e più lieta, io, finché sarò memore di me stesso, non oblierò mai che nacqui da madre greca, che fui allattato da greca nutrice e che vidi il primo raggio di sole nella chiara e selvosa Zacinto, risuonante ancora de’ versi con che Omero e Teocrito la celebravano. »
(Ugo Foscolo, Epistolario, lettera del 29 settembre 1808)

Gli studi

La casa veneziana di Foscolo

Trascorse parte della sua fanciullezza nella Dalmazia e nel 1785 si trasferì con la famiglia a Spalato, dove il padre esercitava la sua professione di medico con un salario modesto, e presso il Seminario arcivescovile di quella città compì come esterno i suoi primi studi, seguito da monsignor Francesco Gianuizzi fino a quando la morte improvvisa del padre, avvenuta nel 1788, lo costrinse a ritornare a Zante dove continuò la scuola e apprese i primi elementi del greco antico dimostrandosi però allievo ribelle alla disciplina e non troppo propenso allo studio.

Nei primi mesi del 1789 la madre si trasferì a Venezia, mentre Ugo e Gian Dionisio (Giovanni) rimasero a Zante, Giovanni presso la nonna Rubina e Ugo presso una zia, mentre Costantino e Rubino soggiornarono assieme ad altre due zie a Corfù. Nel 1792, accompagnato dal Provveditore dell’isola, Paolo Paruta, poté raggiungere la madre e i fratelli a Venezia e stabilirsi con loro nella piccola casa in campo de le gate. Tra il 1793 e il 1797 frequentò le Scuole di San Cipriano a Murano dove Gasparo Gozzi era stato provveditore ed ebbe modo di seguire le lezioni del latinista Ubaldo Bregolini, del grecista G. B. Galliccioli e dell’abate Dalmistro che assecondarono le velleità letterarie del giovane.

La linea dei suoi studi fu all’inizio tradizionale, con la lettura dei classici, gli esercizi di traduzione soprattutto da Saffo, Anacreonte, Alceo e Orazio; passò poi a più ampie letture, tra le quali quelle degli autori del Settecento e numerose altre, aiutato nella scelta e nella guida dal bibliotecario Jacopo Morelli che lavorava alla Marciana frequentata assiduamente dal Foscolo, che pare vi studiasse dieci ore al giorno.[3]

I primi versi e il contatto con la società letteraria

Nel 1794 trascrisse una quarantina dei suoi componimenti poetici, in parte originali e in parte frutto di traduzioni, che risentivano degli influssi arcadici soprattutto nel metro e nel linguaggio e che inviò all’amico Costantino Naranzi. Nel frattempo venne ospitato, come autore di versi, nell’«Anno poetico» dal classicista gozziano, il già ricordato abate Angelo Dalmistro, che era un appassionato della letteratura inglese.

Introdotto dal Morelli nei salotti delle nobildonne veneziane, quello della dotta Giustina Renier Michiel e della sua rivale, la bella Isabella Teotochi Albrizzi (prima grande passione amorosa del poeta), conobbe Ippolito Pindemonte e altri poeti di successo come Bertola. Importanti furono anche i contatti con il gruppo degli amici bresciani, aperti alle influenze francesi e rivoluzionarie, e con Melchiorre Cesarotti, traduttore dei Canti di Ossian, del quale seguiva a Padova le lezioni universitarie e al quale, il 30 ottobre del 1795, scrisse allegandogli, per avere un giudizio, la sua prima tragedia, intitolata Tieste, di carattere alfieriano e viva di fervori giacobini (fu poi rappresentata con grande successo al Teatro Sant’Angelo di Venezia, il 4 gennaio 1797).

Risale al 1796 un documento della prima formazione letteraria di Foscolo, un ambizioso Piano di Studi comprendente “Morale, Politica, Metafisica, Teologia, Storia, Poesia, Romanzi, Critica, Arti” dove il giovane registrava le letture, i primi scritti, gli abbozzi delle opere da scrivere. In esso si trova l’accenno ad un romanzo, Laura, lettere che verrà poi assorbito dall’Ortis. Durante l’anno Foscolo scrisse alcuni articoli sul «Mercurio d’Italia» che destarono i sospetti del governo veneto e il giovane per prudenza si rifugiò sui colli Euganei.

Il grande erudito napoletano Benedetto Croce racconta un curioso aneddoto[4] sull’adolescenza del Foscolo. Il poeta fu invitato a parlare al senato della Repubblica Veneta, e la sua orazione fu tutta ripiena dei più caldi sensi di libertà; alla fine sguainò un pugnale e, non trovando un petto di tiranno in cui immergerlo, lo piantò nel davanzale della finestra.

La delusione e l’esilio a Milano

Ma il 17 ottobre di quel 1797 così esaltante terminò con il Trattato di Campoformio con il quale Bonaparte cedeva Venezia (fino a quel momento libera repubblica), all’Austria e il giovane Ugo, pieno di sdegno, dimessosi dagli incarichi pubblici, partì in volontario esilio e si recò a Milano.

A Milano conobbe Parini e Monti, che difese dalle accuse che gli si rivolgevano per la sua attività di poeta alla corte romana; si innamorò della moglie di lui, Teresa Pikler; collaborò con Melchiorre Gioia per qualche mese al «Monitore Italiano», un periodico battagliero che venne sospeso dal Direttorio nel 1798 e compose alcuni sonetti; uno di questi, Te nutrice alle muse, ospite e Dea, gli era stato ispirato dalla proposta fatta al Gran Consiglio dal cittadino Giuseppe Lattanzi perché sostituissero nelle scuole l’insegnamento del Latino con quello del Francese.

Il trasferimento a Bologna

Senza lavoro e infelice per il travagliato amore per Teresa Pikler Monti, nell’estate del 1798 il poeta si trasferì a Bologna dove iniziò la sua collaborazione a Il Genio Democratico, fondato dal fratello Giovanni e poi riassorbito dal Monitore bolognese. Fu per un breve periodo aiutante del cancelliere per le lettere del Tribunale. Iniziò le stampe, fino alla lettera XLV, del romanzo epistolare Ultime lettere di Jacopo Ortis che dovette interrompere per l’occupazione di Bologna da parte degli austro-russi nell’aprile del 1799; il romanzo vide comunque la luce, a sua insaputa, completato e tagliato in varie parti da Angelo Sassoli, per conto dell’editore Jacopo Marsigli. Si scatenò l’ira di Foscolo, che impose all’editore di far comparire una nota sul Monitore Bolognese e sulla Gazzetta di Firenze in cui si diceva che alle lettere foscoliane erano stati aggiunti i vigliacchi interventi di un altro autore.[5]

L’arruolamento nella Guardia Nazionale

Foscolo nel frattempo si arruolò nuovamente nella Guardia Nazionale e combatté con le truppe francesi fino alla battaglia di Marengo. Ferito nella battaglia di Cento a una gamba, venne arrestato durante la fuga e liberato a Modena dalle truppe di MacDonald partecipando in seguito alla battaglia della Trebbia e ad altri scontri.

Partecipò alla difesa di Genova assediata, e in questo periodo ripubblicò l’ode A Bonaparte liberatore aggiungendovi una premessa nella quale esortava Napoleone a non diventare un tiranno, e modificando l’ottava strofa, per affermare con chiara coscienza l’idea dell’unità d’Italia erede di Roma; tra l’estate e l’autunno del 1800 compose l’ode A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Dopo la vittoria napoleonica gli vennero dati numerosi incarichi militari, che lo condussero in varie città italiane, tra le quali Firenze dove s’innamorò di Isabella Roncioni.

Nel 1801 il Foscolo si recò a Milano dove accolse, nel mese di giugno, il fratello più giovane, Giulio, che gli era stato affidato dalla madre e lo avviò alla carriera militare (Giulio finirà suicida in Ungheria nel 1838). Il 23 luglio, dopo essersi più volte lamentato perché non riceveva regolarmente la paga militare, inviò al Ministro una lettera nella quale presentava le dimissioni, che però non furono accolte. In compenso ottenne la paga di capitano aggiunto, passando in tal modo al servizio della Repubblica Italiana, e fu incaricato di compilare una parte del Codice militare.

L’intensa attività letteraria tra il 1801 e il 1804

Gli anni tra il 1801 e il 1804 furono anni di intensa attività letteraria ma anche di grande dolore per la morte del fratello Giovanni che si era ucciso a Venezia l’8 dicembre del 1801 con un colpo di pugnale, sotto gli occhi della madre, per sottrarsi al disonore di non poter pagare una grossa somma persa al gioco e che aveva preso in prestito dalla cassa di guerra.

Nel 1802 pubblicò l’Orazione a Bonaparte in occasione dei Comizi di Lione e la raccolta di liriche che comprendevano otto sonetti e una ode, rielaborò e portò a termine l’Ortis, compose l’ode All’amica risanata per Antonietta Fagnani Arese, suo nuovo ardente amore, e nel 1803 stampò l’edizione definitiva dei Sonetti con l’aggiunta dei quattro più famosi (Alla sera, A Zacinto, In morte del fratello Giovanni, Alla Musa) e l’ode All’amica risanata e A Luigia Pallavicini caduta da cavallo. Risale allo stesso anno la traduzione e la pubblicazione della Chioma di Berenice di Catullo da Callimaco con l’aggiunta di un inno alle Grazie che attribuisce al poeta alessandrino Fanocle accompagnata da quattordici “Considerazioni” che racchiudono i lineamenti principali della sua poetica neoclassica.

Gli anni in Francia: 1804-1806

Nel 1804, come capitano di fanteria, ottenne di seguire l’armata anti-inglese che si radunava a Valenciennes, in Francia e nella Francia del nord visse fino al 1806. A Valenciennes conobbe una inglese, Lady Fanny Hamilton, dalla quale ebbe una figlia, Mary, che egli chiamerà sempre Floriana, che rivedrà dopo molti anni in Inghilterra e che sarà il conforto dei suoi ultimi anni.

Malgrado i continui spostamenti per motivi di servizio, Foscolo riuscì a continuare la sua attività letteraria con alcuni saggi di traduzione dall’Iliade, con l’epistola in sciolti al Monti, Se fra’ pochi mortali a cui negli anni e con la traduzione del Sentimental Journey di Sterne che l’avrebbe condotto alla stesura, nel 1812, dei sedici capitoletti scritti in una prosa ironico-allusiva della Notizia intorno a Didimo Chierico.

La permanenza a Brescia e l’incarico all’Università di Pavia

Nel 1806, fallito il progetto di Napoleone dell’invasione inglese, Foscolo fece ritorno a Milano dopo essere stato a Parigi, dove conobbe il giovane Manzoni, a Venezia dove rivide i familiari e, presso Treviso, la Teotochi Albrizzi. A Padova si incontrò con il Cesarotti e a Verona vide in giugno Ippolito Pindemonte, dai colloqui con il quale nacque l’idea iniziale del carme Dei Sepolcri che, scritto tra l’agosto del 1806 e l’aprile del 1807, fu pubblicato in questo anno a Brescia presso l’editore Niccolò Bettoni. Nel periodo in cui Foscolo si accingeva a dare alle stampe l’opera ad ospitarlo era la contessa Marzia Martinengo, sua amante, presso Palazzo Martinengo Cesaresco Novarino nel centro della città.

Il capitano Ugo Foscolo, per ingraziarsi il generale Augusto Caffarelli, aiutante di campo di Napoleone e ministro della Guerra del Regno d’Italia curò una edizione delle opere di Raimondo Montecuccoli, con una ricca premessa sull’arte della guerra. L’opera si inserisce anche in una polemica con Madame de Staël sull’attitudine militare degli italiani.[6]

Andrea Appiani, Ugo Foscolo

Sollevato intanto dagli incarichi militari su interessamento dell’allora ministro Caffarelli, Foscolo si candidò alla cattedra di eloquenza dell’Università di Pavia che si era resa vacante (la cattedra era stata tenuta in precedenza da Vincenzo Monti e in seguito da Luigi Cerretti) e la ottenne il 18 marzo 1808. Qui pronunciò la sua celebre orazione inaugurale, Dell’origine e dell’ufficio della letteratura, e tenne poche lezioni, perché la cattedra venne subito dopo soppressa da Napoleone, ormai divenuto sospettoso di ogni libero pensiero.

Il ritorno a Milano e le difficoltà

Tornato a Milano ebbe inizio per Foscolo un periodo di difficoltà economiche, reso più amaro dai contrasti con i letterati di regime che non gli risparmiarono polemiche e malevole insinuazioni. Alla rottura con Monti si aggiunse l’insuccesso della tragedia Aiace che, rappresentata alla Scala il 9 dicembre 1811, non ebbe successo e venne inoltre vietata dalla censura per le allusioni antifrancesi che conteneva.

Il soggiorno sereno e produttivo a Bellosguardo

Abbandonata Milano nell’agosto del 1812, il poeta si trasferì a Firenze per un soggiorno alla villa di Bellosguardo, dove trascorse, fino al 1813, un periodo di intensi affetti, di soddisfazioni mondane e di lavoro creativo.

Egli infatti ottenne l’amore della senese Quirina Mocenni Magiotti, frequentò il salotto della contessa d’Albany, l’amica di Alfieri, scrisse la tragedia Ricciarda che venne rappresentata a Bologna nel 1813, riprese la traduzione del Viaggio sentimentale che pubblicò nel 1813 corredato della Notizia intorno a Didimo Chierico, tradusse altri canti dell’Iliade e stese alcuni frammenti del poemetto Le Grazie.

Il ritorno a Milano e l’esilio in Svizzera

Dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte a Lipsia, nel novembre del 1813, Foscolo ritornò a Milano e riprese il suo grado nell’esercito per difendere il Regno Italico, ma con l’arrivo in città degli austriaci nel 1814 egli si rese conto che la sua speranza di una futura Italia indipendente era cosa vana.

Ebbe un momento di esitazione quando il governatore austriaco feldmaresciallo Bellegarde gli offrì di collaborare con il nuovo governo dirigendo una rivista letteraria, la futura “Biblioteca italiana”. Foscolo accettò e stese il programma della rivista, ma intervenne l’obbligo di giuramento al nuovo regime e, la notte della vigilia, il 31 marzo del 1815, Foscolo lasciò l’Italia e prese la via del volontario esilio per rifugiarsi a Hottinger, in Svizzera.

Malgrado le varie peregrinazioni in terra svizzera per sfuggire ai controlli della polizia austriaca, egli riuscì a stampare a Zurigo, nel 1816, le Vestigia della storia del sonetto italiano, il libretto satirico contro i letterati milanesi Didimi clerici prophetae minimi Hypercalypseos liber singularis (l’Ipercalisse), la terza edizione dell’Ortis e a scrivere gli appassionati Discorsi sulla servitù d’Italia che verranno pubblicati postumi.

Gli ultimi anni di vita in esilio a Londra

Monumento funebre di Ugo Foscolo, Chiesa di Santa Croce, Firenze.

Nel frattempo l’Austria insisteva nel reclamare la sua estradizione e quando l’ambasciatore d’Inghilterra a Berna, attraverso i buoni uffici di William Stewart Rose a cui Foscolo aveva dedicato l’Ipercalisse, ebbe l’ordine di rilasciargli il passaporto per la Gran Bretagna egli, con il denaro ricavato dalla vendita dei suoi libri a Milano e con quello che il fratello Giulio, a quei tempi in Ungheria, gli aveva fornito, poté partire.

Il 12 settembre 1816 il poeta giunse a Londra dove trascorse l’ultimo periodo della sua vita fra non lievi difficoltà economiche e morali. Durante il periodo londinese Foscolo si dedicò prevalentemente all’attività editoriale e giornalistica e si impegnò nello studio storico-critico di alcuni momenti, testi e personaggi della letteratura italiana, soprattutto Dante, Petrarca e Boccaccio.

Risalgono a questi anni nuovi saggi sulle traduzioni omeriche, la quarta edizione dell’Ortis (1817), l’elaborazione delle “Grazie” e le incompiute Lettere scritte d’Inghilterra (’16-‘18) di cui una parte edita postuma con il titolo il Gazzettino del bel mondo, l’incompleta Lettera apologetica anch’essa pubblicata postuma, i celebri Essays on Petrarch (1821, II ed. 1823), il Discorso storico sul testo del Decamerone (1825), il Discorso sul testo della Commedia di Dante (1826), oltre a una trentina di saggi critici scritti per essere tradotti in inglese e pubblicati sulle riviste periodiche britanniche[7].

La vita troppo signorile e alcune speculazioni avventate in affari ridussero però il poeta al dissesto economico tanto che, nel 1824, venne per breve tempo incarcerato per debiti. Liberato, fu costretto a sopravvivere nei quartieri più poveri di Londra, celandosi spesso sotto falso nome per sfuggire ai creditori. Aveva intanto ritrovato la figlia Floriana, che lo assistette con devozione durante i suoi ultimi anni. A causa della vita dispendiosa di Foscolo, che consumò l’eredità della famiglia di Floriana dovettero trasferirsi in zone povere e malsane, dove il poeta contrasse la tubercolosi.

Povero e debole, alla fine Foscolo si ritirò nel piccolo sobborgo londinese di Turnham Green dove, ammalato di idropisia dovuta all’aggravarsi della malattia, morì il 10 settembre del 1827 a quarantanove anni. La figlia, che lo assistette sempre, morì anch’essa due anni dopo. Dal cimitero di Chiswick dove fu sepolto, le sue spoglie nel 1871 furono traslate nella Basilica di Santa Croce a Firenze, il tempio delle itale glorie che aveva celebrato nel carme Dei Sepolcri. Del Foscolo ci resta un ricchissimo “Epistolario”, documento molto importante della sua vita tumultuosa.

Pensiero e poetica

« L’armonia/vince di mille secoli il silenzio »
(Ugo Foscolo, Dei Sepolcri)

Foscolo aderì con convinzione alle teorie illuministiche di stampo materialistico e meccanicistico (in particolare il materialismo di Paul Henri Thiry d’Holbach e il sensismo di Condillac). Tali teorie, da una parte, contenevano elementi rasserenanti in quanto allontanavano le superstizioni, ma dall’altra determinarono in lui l’angoscia davanti al “nulla eterno”, all’oblio che avvolge l’uomo dopo la morte. Foscolo, infatti, si può definire ateo e razionalista, ma non areligioso. In lui il pessimismo e l’ansia di eternità si agitano dando un tono drammatico alla sua poesia e alla sua prosa.

Volendo recuperare alcuni valori spirituali non in contrasto totale con la ragione, egli non cerca di riavvicinarsi alla fede, come farà Manzoni, ma dà vita alla propria, personale “religione delle illusioni”, ossia i valori insopprimibili nell’uomo: la patria (l’Italia, ma anche Zante, l’isola della Grecia dove nacque), l’amore, la poesia, la libertà, la bellezza, l’arte, il piacere della vita e le nobili imprese che rendono degni di essere ricordati, tramite il sepolcro, che da legame di affetto, simbolo di civiltà, esempio per i compatrioti (un concetto caro agli uomini del Risorgimento), diventa suscitatore di poesia eternatrice.

Foscolo, oltre all’inquietudine tipicamente preromantica, è molto legato all’estetica neoclassica: fa frequente ricorso alla mitologia (come il Vico ed Evemero egli crede che gli dèi furono eroi e persone illustri, poi resi immortali dai poeti e dagli uomini comuni), vede nella Grecia classica, non solo la propria origine (in quanto nato a Zante), ma il rifugio ideale di serenità (il “mito dell’Ellade”), lontano dal mondo dilaniato dalle guerre, ma sempre con lo sguardo rivolto alla realtà (Le Grazie), e dal punto di vista formale utilizza spesso gli endecasillabi. Il suo neoclassicismo è però profondamente spiritualizzato, lontano dai vagheggiamenti stilizzati di gusto archeologico e decorativo. Foscolo, erede di Vittorio Alfieri, è considerato, come il maestro astigiano, uno dei simboli che i Romantici e i patrioti risorgimentali adottarono, proprio come auspicato dal poeta veneto nel celebre passo dei Sepolcri dedicato alla Basilica di Santa Croce a Firenze e alle sue tombe illustri. L’arte assume quindi anche una funzione civile, come già in Parini e Alfieri. Dallo storicismo di Vico riprende anche l’idea che gli uomini primitivi, i quali nelle origini vivevano allo stato ferino, attraverso la religione, i matrimoni e la sepoltura sono gradualmente pervenuti alla civiltà (“Dal dì che nozze tribunali ed are…”; Dei Sepolcri, vv. 91 e sgg.)

Foscolo fu massone ed in particolare membro della Loggia Reale Amalia Augusta di Brescia.

Opere

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Opere di Ugo Foscolo.

Fuggendo in Svizzera nel maggio del 1815, il Foscolo affidò i suoi libri e gran parte dei manoscritti a Silvio Pellico il quale li vendette all’amica del poeta Quirina Mocenni Magiotti e inviò il ricavato al Foscolo, nascondendosi, per delicatezza, nell’anonimato. Dalla Magiotti il fondo finì per pervenire alla Biblioteca Nazionale di Firenze, dove è tuttora conservato.

L’altro gruppo di manoscritti, formatosi soprattutto durante l’esilio, passò in eredità alla figlia Floriana e poi al canonico spagnolo, esule in Inghilterra, Miguel de Riego, che li vendette a un gruppo di estimatori del Foscolo – tra i quali Gino Capponi – e da questi alla Biblioteca Labronica di Livorno.

Altri autografi sono conservati alla Biblioteca Braidense di Milano, alla Universitaria di Pavia, alla Biblioteca di Storia moderna e contemporanea di Roma. Variamente sparse sono le lettere del Foscolo, mentre gli autografi dei Sepolcri, delle Odi, dei Sonetti e dell’Ortis furono a suo tempo distrutti dallo stesso poeta.

Firma di Ugo Foscolo.

Componimenti poetici

Opere di attribuzione incerta

Romanzi e scritti in prosa

Opere teatrali

Altri scritti

Bibliografia della critica

Note

  1. ^ a b c Mario Scotti, FOSCOLO, Ugo in «Dizionario Biografico degli Italiani», Vol. 49, Treccani, 1997. URL consultato il 24 gennaio 2012.
  2. ^ Marcello Pagnini, “Il sonetto [A Zacinto]. Saggio teorico e critico sulla polivalenza funzionale dell’opera poetica”, in Strumenti critici, 23 (1974), pp. 41-64.
  3. ^ Michele Saponaro, Foscolo, Milano, Garzanti, 1943, p. 4.
  4. ^ Vite di avventure, di fede e di passione, Vita di Carlo Lauberg.
  5. ^ Saponaro, pp.58-60
  6. ^ 150 anni unità d’italia
  7. ^ Paolo Borsa, Per l’edizione del Foscolo “inglese”, in Prassi ecdotiche. Esperienze editoriali su testi manoscritti e testi a stampa, a c. di A. Cadioli e P. Chiesa, Milano, Cisalpino, 2008, pp. 299-335.
  8. ^ rocambolescamente ritrovato a Catania tra le carte di Ottavio Profeta [1]

Voci correlate

Altri progetti

Collegamenti esterni

Controllo di autorità VIAF: 36929008 LCCN: n79021284 SBN: ITICCUCFIV01434



This article uses material from the Wikipedia article Ugo Foscolo, which is released under the Creative Commons Attribution-Share-Alike License 3.0.