Ulisse Barbieri – Cicalata

Diletto amico, or mo senti un’istoria
Che per diporto un dì, a narrar t’appresi:
Un rompicollo, quale io pur mi sono,
Che al certo non vuo’ star co’ santi in chiesa
Già ti so ben, ma questo poi non toglie
Che se leggiero di cervel, di sasso
Ti batta in petto un cor, come a certuni
Eroi della prudente opra, del detto…
Ch’anzi in versar sovra taluna piaga
Fremer ti vidi generosa bile…
È ver che tanto converria star zitti,
Perché dar fiato al vento è logorarsi
Il polmon, pari a quel che a quanto è detto,
Volea asciugar il mar con un cucchiajo
Ma dacché siamo in ballo, danziam pure,
Già tra noi lo facciamo, e ben mi rido,
S’altri poi torca il naso; e ti sovviene
L’antico adagio, che la lingua batte
U’ il dente duole? or se talun s’offende
Avrò côlto nel segno… e tiriam dritto.
Che fanno al mondo?… mi chiedesti un giorno
Ammiccandomi alcuni, d’una goffa
Ricercata eleganza imbellettati,
Sfoggiatori di spilli e di cravatte,
Di paletot, gilet… Che vanno, vengono,
D’uno in altro caffè… dall’uno all’altro
Magazzino di mode, a cui sul labbro
Suonano eterni, ed in stucchevol modo
Eternamente sciocchi…, i nomi insigni
Dell’Essler, della Rich, della Taglioni,
Quali ce li dipinse il gran Parini
Col suo fino sarcasmo, e a cui s’addice
Di leoni l’epiteto emulato,
Onde a ragione il Veneziano Vate,
Bestie li disse ognor per eccellenza.
Alla strana domanda io ti risposi:
Mangiano, giran, giuocan, parlan, fumano;
Cose che come vedi assai li aggrava,
E sul libro dorato della storia
Inciderà i lor nomi… E che?… ti pare
Che sia sì picciol cosa, abbottonarsi
La zimarra onde spicchi snello il fianco?…
L’adattarsi il cappello? l’accurata
Scelta di questo o quel calzon che meglio
S’addica al genio dell’inquieta mente?…
E poi… non ti par nulla l’alternato
Pensare al come debban fugar l’ore?…
Il cinguettar tra una boccata e l’altra
Dell’Oriental prodotto, in vorticosi
Spire scomposto, a dritta ed a rovescio
Di tutto e di ciascun?… stringere i nodi
Della mente, onde trarne ricchi suoni
Delle esperte menzogne… è ver che nulla
Sapran di quanto dicono, ed ignoti
Quelli di cui sparlâr, saranno ancora.
Che importa! è disprezzar d’uopo ogni cosa
Onde parer saputi… e male o peggio
Dire d’ognun; però non starti a credere
Che vuoti sien per questo di cervello…
E’ ti san dir che le più belle stoffe
Dall’Anglia o dalla Francia a noi sen vengono,
Che a Milano è sortito il figurino,
Da Paris per telegrafo trasmesso,
Perché già si sa ben che da Parigi
Le leggi den venir; che dalla poppa
Ancor non s’è spoppata la Piccina…
Sin che davver si spoppi e mostri quanto
Possa, ove del valor s’armi e del dritto.
Che un uomo d’alto grado a trenta passi,
De’ sfidarsi con chi gli pesti un callo,
Che la signora B di mezzanotte
Ricevette l’amante, e la vezzosa
Signora C a dispetto del marito
Fa l’occhio dolce a Tizio… e Tizio dice
Che gli affari gli vanno a gonfie vele
Ch’è appien felice… ed è servito il gonzo
Anco se il gonzo invece il ben servito
Diè come accade a spasimante amico.
E infin tant’altre belle cosettine
Che come vedi dan molto da fare.
Al postutto essi sono gli ambulanti
Gazzettini del giorno… e tu mi chiedi
Gente cotale cosa fanno al mondo?
D’ogni sorta ven vogliono, o mio caro,
Ed è proverbio antico, che non falla.
Si ride, e si fa ridere. A te dunque
Guarda, pensa, risolvi e a collocarli
Al posto lor non durerai fatica.
Deh salvete, o sublimi! e or che ci siete
Per un sbaglio al certo, vi restate.

Mantova, Novembre 1863.

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