USA, democratici e finti progressisti

di Mario Lombardo

Le varie anime di un Partito Democratico americano in crisi si sono riunite in Virginia a inizio settimana per cercare di gettare le basi di un nuovo programma politico che dovrebbe costituire la piattaforma da cui lanciare le prossime campagne elettorali dopo il clamoroso tracollo del novembre 2016.

Le prime proposte presentate dai leader democratici sono all’insegna di un molto cauto riformismo progressista, in un evidente tentativo di dare qualche risposta alle fortissime pressioni provenienti da un elettorato di riferimento spostato sempre più a sinistra, senza però alterare in maniera significativa l’orientamento neo-liberista del partito.

La proposta del Partito Democratico è stata battezzata “A Better Deal” e, in questa fase, si articola attorno a tre questioni principali. La prima riguarda il rafforzamento delle leggi anti-trust, a fronte della tendenza alla concentrazione delle grandi corporation americane, mentre le altre dovrebbero portare a una riduzione del costo dei medicinali e all’aumento dei posti di lavoro e delle retribuzioni.

A scanso di equivoci, nessuna delle ricette offerte dai democratici americani si ispira a principi autenticamente progressisti, per non dire socialisti. Per stessa ammissione della senatrice Elizabeth Warren, icona dei “liberal” d’oltreoceano, le modifiche alla piattaforma democratica presentate lunedì sono da considerare “pro-market” e quindi, anche se implementate, farebbero poco o nulla per cambiare la situazione economica e sociale odierna.

Lo spirito con cui i vertici democratici hanno dato vita all’iniziativa di questa settimana è chiaro dal ruolo svolto in essa dalla personalità più importante del partito, il leader di minoranza al Senato, Charles Schumer.

Il senatore dello stato di New York aveva anticipato l’evento di lunedì in Virginia con un commento pubblicato sul New York Times, nel quale lamentava di come il sistema americano sia stato “truccato” dai grandi interessi economici, a cui “è stato permesso di riscrivere le regole in loro favore”.

Per questa ragione, spiegava Schumer, viene ormai disatteso il principio condiviso della società americana, per cui chiunque “lavori duramente e rispetti le regole” può permettersi di “possedere una casa e un’auto, mandare i figli al college e garantirsi una pensione dignitosa”.

La disonestà di Schumer, così come del nuovo programma del Partito Democratico, consiste nel fatto che il primo è uno dei principali beneficiari delle donazioni elettorali delle grandi banche di Wall Street, mentre il secondo, per limitarsi agli ultimi due decenni, ha presieduto a governi che hanno promosso la deregulation economico-finanziaria, responsabile delle esplosive differenze di reddito attuali, e favorito il trasferimento di ricchezza verso il vertice della piramide sociale. In altre parole, lo stesso Partito Democratico è pienamente responsabile della manomissione del sistema che i suoi leader pretendono di denunciare.

Non essendosi verificato alcun ricambio all’interno del partito, l’operazione scaturita dalla batosta elettorale dello scorso anno risulta quindi puramente di facciata. Attraverso di essa, i democratici cercano di intercettare con slogan vuoti il consenso di quella stessa fetta di elettorato maggiormente colpita dai cambiamenti economici di questi anni e che aveva in parte premiato il populismo di Trump anche come protesta nei confronti dei democratici stessi.

La sola natura del Partito Democratico come organizzazione ultra-screditata al servizio di una fazione dei grandi interessi economici americani renderebbe quasi superflua la lettura e l’analisi delle proposte contenute nel cosiddetto “Better Deal”.

Alcune delle misure avanzate, ad ogni modo, sono tutt’altro che nuove e, significativamente, si richiamano talvolta a proposte già contenute nel programma di Trump, tra cui il piano per la costruzione e il rinnovamento delle infrastrutture del paese, studiato dall’attuale inquilino della Casa Bianca come una sorta di regalo alle imprese private.

Sul fronte del lavoro, poi, non si va oltre i soliti crediti fiscali per le aziende disposte ad assumere o ai programmi di formazione rivolti ai disoccupati. La stessa proposta di alzare a 15 dollari l’ora la paga minima è ispirata dalle battaglie di alcune organizzazioni vicine al Partito Democratico, sfociate negli ultimi anni in qualche modesta vittoria. Anche se adottato, in molti stati e città americane questo livello minimo di retribuzione non garantirebbe oggi l’uscita dalla povertà, per non parlare del fatto che, oltretutto, esso sarebbe raggiunto solo in maniera graduale.

Per quanto riguarda la lotta ai monopoli promessa dai democratici, invece, quello di cui si parla nel nuovo programma è poco più di un vago rafforzamento del controllo federale sulle fusioni, assieme alla creazione di un organo che garantisca la concorrenza e segnali eventuali situazioni problematiche agli enti governativi addetti alla vigilanza in questo ambito.

Il lancio della piattaforma democratica ha trovato poco spazio sui media americani, interessati più che altro agli sviluppi del “Russiagate”, cioè una campagna reazionaria alimentata in larga misura proprio dal partito di opposizione a Washington.

Molti commenti dedicati all’evento hanno comunque evidenziato il carattere opportunistico dell’operazione, anche tra le testate più vicine al Partito Democratico. Il Washington Post ha scritto ad esempio che il “Better Deal” democratico sembra servire a “tenere calma, almeno per il momento, una sinistra irrequieta”.

Il New York Times ha a sua volta ammesso che il progetto democratico è stato studiato per “soddisfare quante più fazioni possibili – populisti ‘liberal’, moderati suburbani, attivisti per la giustizia sociale – fissando nel contempo alcuni principi economici generici a cui vincolare formalmente il partito”.

In sostanza, i leader democratici stanno cercando di superare le divisioni tra l’ala centrista e quella “liberal”, mettendo assieme un programma elettorale che dia spazio ad alcune istanze moderatamente progressiste, non tanto perché esista una reale volontà di metterle in pratica ma per provare a invertire il declino di un partito considerato, a ragione, sempre più lontano da lavoratori e classe media.

Una strategia, quella del Partito Democratico, che non ha dunque nulla di progressista e che potrà tutt’al più raccogliere qualche successo nei prossimi appuntamenti elettorali solo grazie all’impopolarità delle politiche ultra-reazionarie dell’amministrazione Trump e della maggioranza repubblicana al Congresso.

La conferma del vicolo cieco che offre il Partito Democratico americano l’ha data lo stesso Schumer nel discutere la nuova piattaforma. Il senatore di New York ha fatto riferimento più volte alla strategia elettorale di Trump, da lui più o meno apertamente celebrato per essere riuscito a offrire un progetto politico “populista” in grado di far presa sulla “working-class” americana.

La pretesa dei democratici di rappresentare una vera forza di opposizione contro l’agenda anti-sociale dei repubblicani è smentita infine anche dalla disponibilità di Schumer a trovare un compromesso e a lanciare una collaborazione con la Casa Bianca e la maggioranza al Congresso su alcune delle questioni all’ordine del giorno, come la “riforma” sanitaria voluta da Trump o l’intensificazione di pericolose misure protezionistiche in ambito commerciale.

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