USA: il Congresso e la guerra alla democrazia

di Michele Paris

I responsabili degli affari legali di tre delle più importanti compagnie informatiche americane sono apparsi questa settimana di fronte alle commissioni per i Servizi Segreti di Camera e Senato del Congresso di Washington nell’ambito delle assurde indagini in corso sulle cosiddette “fake news” e sulle presunte attività di propaganda russe per influenzare il processo elettorale negli Stati Uniti.

Le audizioni, tenute tra martedì e mercoledì, si sono svolte in un clima surreale, nel quale deputati e senatori di entrambi i partiti hanno di fatto invitato i rappresentanti di Google, Facebook e Twitter ad adottare metodi di censura palesemente incostituzionali per reprimere opinioni politiche e punti di vista “estremisti”, invariabilmente collegati a operazioni condotte dal governo di Mosca.

La tesi della classe politica USA è in sostanza quella che agenti russi avrebbero innestato nel dibattito politico americano argomenti di discussione controversi e in grado di creare divisioni nell’opinione pubblica, infiammando così artificiosamente le tensioni nel paese fino a mettere in pericolo un sistema democratico altrimenti pressoché immacolato.

Il corollario di questa argomentazione è che soltanto i media ufficiali, sostanzialmente allineati al governo e all’apparato militare e dell’intelligence americano, dispongono del sigillo della “verità” dell’informazione ed essi soli sono legittimati a trovare spazio sui social networks, mentre chiunque proponga una visione dissidente e alternativa – ovvero diffonda “fake news” – deve essere messo a tacere.

La presenza dei rappresentanti legali dei tre colossi americani al Congresso è servita anche ai deputati e ai senatori presenti per fare chiarezza su ciò che ci si attende dalle compagnie, vale a dire la massima collaborazione con il governo per condurre una vera e propria guerra sia contro libertà di espressione sia contro i paesi considerati rivali strategici degli Stati Uniti.

La senatrice democratica della California, Dianne Feinstein, a un certo punto dell’audizione di mercoledì ha ripreso i tre manager di Facebook, Google e Twitter per “non avere compreso” la situazione attuale, non indagando quindi appropriatamente sulla campagna di ingerenza della Russia, per poi mettere in chiaro che quello di cui “stiamo parlando, è l’inizio di una guerra informatica”.

La misura del degrado avanzato delle istituzioni democratiche americane è stata dimostrata dal fatto che, in più di un’occasione nel corso delle udienze, sono stati i rappresentanti delle tre compagnie a richiamare l’attenzione di deputati e senatori sulle implicazioni costituzionali della loro battaglia contro la libertà di espressione e informazione.

Ciò risulta particolarmente inquietante alla luce del fatto che compagnie come Facebook o Google si sono in larga misura adeguate sia alla campagna anti-russa in corso sia alle necessità del governo nell’ambito delle attività di sorveglianza di massa della popolazione.

Uno scambio di battute tra il deputato della South Carolina, Trey Gowdy, e il responsabile per gli affari legali di Facebook, Colin Stetch, è stato illuminante  a questo proposito. Per sottolineare la relatività, a suo dire, del diritto alla libertà di espressione, il deputato repubblicano ha chiesto a Stetch se gli amministratori del noto social network ritengano di avere la facoltà di bloccare un utente che scambi erroneamente un giorno della settimana con un altro, cioè affermi che “oggi è giovedì anche se è invece mercoledì”.

Il manager di Facebook ha risposto ricordando al deputato come il Primo Emendamento della Costituzione americana protegga la libertà di espressione anche in caso di affermazioni false e che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ovviamente confermato questo diritto in numerose sentenze. Non è in ogni caso competenza di Facebook, ha aggiunto Stetch, “decidere se il contenuto [delle affermazioni postate dagli utenti] sia vero o falso”.

In realtà, la caccia alle streghe in atto negli USA mira precisamente a stabilire una verità accettabile e consentita solo quando sia allineata alle posizioni del governo e, in parallelo, a negare ogni legittimità alle affermazioni che le contraddicono, bollandole come il frutto di cospirazione, tradimento o attività di potenze ostili.

Un altro punto che ha confermato la campagna condotta dal Congresso americano contro i diritti democratici fondamentali è stato sollevato dal senatore repubblicano dell’Arkansas, Tom Cotton. Quest’ultimo ha chiesto al rappresentante di Twitter, Sean Edgett, il motivo per cui il suo sito non abbia ancora garantito all’intelligence USA tutte le informazioni disponibili sui suoi utenti e se, secondo la sua opinione, ci siano differenze tra la CIA e i servizi segreti russi.

Edgett ha ribattuto che Twitter “non offre i propri servizi per la sorveglianza [di massa] a nessun governo”. Poco dopo, il senatore Cotton ha poi attaccato apertamente il social network per non avere ancora censurato WikiLeaks e il suo fondatore, Julian Assange, visto che il direttore della CIA, Mike Pompeo, ha da tempo classificato questo sito come “un’organizzazione di intelligence non statale ostile che appoggia potenze straniere”.

Quando Edgett ha ribattuto che Twitter applica le proprie regole “senza pregiudizi” sulle opinioni espresse, Cotton ha chiesto se “schierarsi con gli USA e contro i nostri avversari” sia da considerarsi un atteggiamento “pregiudiziale”.

Praticamente tutti gli interventi di deputati e senatori nel corso delle audizioni di questa settimana hanno contenuto inviti a violare le norme costituzionali. Un altro esempio ha visto protagonista il deputato democratico del Texas, Joaquin Castro, impegnato a calpestare il diritto a non subire perquisizioni e confische arbitrarie, sancito dal Quarto Emendamento alla Costituzione.

Castro ha chiesto al rappresentante di Twitter se i suoi amministratori sono disposti a “fornire alla commissione [per i Servizi Segreti della Camera dei Rappresentanti] qualsiasi messaggio diretto” di account sospettati di essere legati al governo russo. Edgett ha affermato che ciò sarebbe possibile solo in presenza del mandato di un giudice, al che il deputato democratico ha scoraggiato il suo interlocutore dal sostenere che un “finto” account russo “abbia qualche diritto alla privacy”.

Malgrado l’ostentazione dell’immagine di compagnie attente al rispetto dei diritti democratici e di espressione, queste ultime stanno già collaborando con l’FBI e le commissioni del Congresso che indagano su “Russiagate” e “fake news”.

Su invito dei politici, sia Facebook che Twitter hanno infatti già individuato, attraverso procedimenti molto discutibili, account considerati fittizi e attribuiti a entità operanti per il governo russo. In maniera singolare, il numero di essi è lievitato in parallelo all’insistenza di deputati e senatori a riconoscere e reprimere le minacce alla società e alla democrazia americane provenienti dai social networks.

Google, a sua volta, ha recentemente depennato la popolare testata russa RT dai canali preferiti di YouTube, nonostante la stessa compagnia abbia fatto sapere di non avere riscontrato violazioni da parte del network. Nel corso delle audizioni di questa settimana, la decisione di Google è stata comunque criticata dai membri del Congresso perché ritenuta troppo tardiva e ufficialmente non motivata dal fatto che RT sia uno strumento della propaganda del Cremlino, come recita la versione ufficiale di Washington.

Il ricorso crescente a metodi di censura da parte dei principali social networks è comunque evidente anche da altre circostanze che confermano l’esistenza di un piano più o meno coordinato all’interno del quale operano la politica, l’apparato della “sicurezza nazionale” e i colossi dell’informatica e della comunicazione.

Ad esempio, da qualche mese Google sembra avere cambiato i propri algoritmi di ricerca per adeguarsi alla campagna anti-fake news, con il risultato di avere drasticamente ridotto il traffico internet verso numerosi siti e testate di tendenze progressiste o socialiste.

Twitter, infine, com’è emerso dalla testimonianza scritta del suo rappresentante legale sottoposta al Congresso questa settimana, nel corso del 2016 aveva cercato di limitare ai suoi utenti la visione dell’hashtag “#PodestaEmails”. Alla vigilia delle elezioni presidenziali, grazie a esso erano circolati in rete i documenti pubblicati da WikiLeaks sulle manovre all’interno del Partito Democratico per ostacolare la campagna elettorale di Bernie Sanders e favorire la nomination di Hillary Clinton.

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