USA, il miraggio della sanità pubblica

di Mario Lombardo

L’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti per il Partito Democratico, il senatore “democratico-socialista” Bernie Sanders, ha introdotto questa settimana al Congresso una proposta di legge per creare un sistema sanitario pubblico universale, grosso modo sul modello di quello esistente in molti paesi europei.

Ipotesi di questo genere hanno talvolta fluttuato ai margini del panorama politico americano in passato, ma la novità dell’iniziativa dell’ex rivale di Hillary Clinton nelle primarie del 2016 risiede nel fatto che essa abbia ricevuto l’appoggio ufficiale di altri 15 senatori democratici. L’ultima volta che lo stesso Sanders aveva presentato una proposta simile non era stato invece in grado di trovare un solo collega disposto a sostenerla.

Il relativo successo incontrato in questa occasione dal disegno di legge Sanders non gli dà in ogni caso maggiori possibilità di essere approvato. Anzi, il nuovo pacchetto su un eventuale sistema sanitario pubblico universale, definito “single-payer” negli USA, con ogni probabilità non verrà nemmeno discusso né tantomeno votato in aula.

L’aspetto interessante della vicenda è legato piuttosto alle intenzioni dei senatori che lo hanno sponsorizzato assieme a Sanders, visto che un partito che difende in sostanza gli interessi dei grandi poteri economici e finanziari americani, come quello Democratico, non si è evidentemente trasformato in un baluardo del progressismo da un giorno all’altro.

Se alcuni senatori che hanno promosso la legge, a cominciare da Sanders, sono probabilmente favorevoli per principio all’introduzione di un’opzione pubblica nel sistema sanitario americano, le ragioni dell’iniziativa sono in primo luogo elettorali e, più in generale, legate alla necessità di dare a quello democratico una certa patina di partito di “sinistra”.

Necessità, quest’ultima, derivante dalla progressiva radicalizzazione dell’elettorato di riferimento del partito, dovuta a sua volta all’aggravamento della crisi sociale negli Stati Uniti, al costante spostamento verso destra dei democratici e all’approdo di Donald Trump alla Casa Bianca.

Per giudicare la serietà dell’iniziativa è sufficiente scorrere i nomi dei senatori che hanno appoggiato Sanders. Alcuni di essi, come Cory Booker (New Jersey) o Kirsten Gillibrand (New York), sono i beneficiari di sostanziosi contributi di istituzioni finanziarie e corporation, incluse quelle farmaceutiche e assicurative, che non vedono esattamente con favore il potenziale smantellamento dell’attuale sistema sanitario, basato in larga misura sul settore privato.

Indicativo è anche il fatto che i leader democratici al Congresso – Nancy Pelosi (Camera) e Charles Schumer (Senato) – abbiano preso le distanze dalla proposta di Sanders, lasciando appunto intendere che non è prevista nessuna battaglia o mobilitazione del partito per un sistema sanitario pubblico universale.

Ben sapendo che la proposta di legge non ha possibilità di essere approvata e, quindi, senza inquietare potenziali donatori nel business privato, una manciata di senatori democratici ha deciso così di appoggiare una misura che incontra ampi favori tra lavoratori e classe media. Nel partito e negli ambienti che ruotano attorno a esso, d’altra parte, in molti hanno ricavato una lezione precisa dalle presidenziali del 2016, cioè che i democratici possono tornare a vincere solo proponendo un’agenda esteriormente progressista, sull’esempio appunto di Bernie Sanders.

Tra gli sponsor della legislazione sul sistema sanitario pubblico figurano d’altra parte alcuni senatori che la stampa USA indica come possibili candidati alla Casa Bianca nel 2020. Oltre allo stesso Sanders, questi ultimi sarebbero in particolare Kamala Harris (California), Elizabeth Warren (Massachusetts) e il già ricordato Cory Booker.

In questa prospettiva va inquadrata anche l’accoglienza quasi del tutto positiva riservata alla proposta di Sanders dai media ufficiali che appoggiano più o meno apertamente il Partito Democratico.

Per la cronaca, la proposta di Sanders prevede il progressivo allargamento a tutta la popolazione americana della copertura sanitaria oggi garantita solo agli over 65 e ai portatori di disabilità dal programma pubblico Medicare. Esso espanderebbe inoltre la gamma dei servizi offerti in maniera virtualmente gratuita, mentre gli ingentissimi finanziamenti necessari a mettere in atto il piano potrebbero derivare da svariate fonti, tra cui l’applicazione di una nuova tassa sulle grandi ricchezze.

Un altro aspetto rivelatore dell’iniziativa è che essa è stata presentata proprio mentre i leader democratici sono impegnati nel primo sforzo bipartisan con l’amministrazione repubblicana a partire dall’insediamento di Trump alla presidenza.

Mentre cioè da un lato una parte del Partito Democratico si allinea all’iniziativa apparentemente più a “sinistra” della sua storia recente, dall’altro i suoi vertici aprono le trattative su varie questioni con l’amministrazione probabilmente più reazionaria del dopoguerra.

Mercoledì, ad esempio, Pelosi e Schumer hanno cenato con Trump alla Casa Bianca e al termine dell’incontro hanno annunciato di avere raggiunto un nuovo possibile accordo con il presidente, dopo quello già siglato settimana scorsa sull’innalzamento provvisorio del tetto del debito pubblico americano.

In base all’intesa, peraltro non confermata dalla Casa Bianca, verrebbe salvato un programma, adottato da Obama e che Trump sembrava intenzionato a smantellare, per evitare la deportazione di circa 700 mila immigrati “irregolari” giunti negli USA da bambini. In cambio, però, il Partito Democratico si impegna a collaborare con i repubblicani a un pacchetto di legge che rafforzi ulteriormente la “sicurezza” ai confini americani, sia pure escludendo la costruzione del muro voluto da Trump.

Anche in altri ambiti i democratici appaiono disposti a lavorare con Trump e i repubblicani per favorire un’agenda comunque reazionaria. Il taglio alle tasse per le corporation è ad esempio uno dei temi su cui i due partiti potrebbero convergere, assieme proprio alle modifiche alla legge sul sistema sanitario in vigore (“Obamacare”).

Su quest’ultimo punto, un eventuale sforzo bipartisan, derivante dal probabile definitivo fallimento repubblicano di cancellare “Obamacare”, potrebbe portare a variazioni importanti alla legge del 2010, rafforzando il ruolo delle compagnie di assicurazione private e in senso diametralmente opposto all’iniziativa di Sanders per un sistema sanitario pubblico.

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