Veronica Franco – A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive

A voi la colpa, a me, donna, s’ascrive
il danno e ‘l duol di quelle pene tante,
che ‘l mio cor sente e ‘l vostro stil descrive.
L’alto splendor di quelle luci sante
recando altrove, e ‘l lor soave ardore,
ai colpi del mio amor foste un diamante.
Io vi pregai, dagli occhi il pianto fore
sparsi largo, e sospir gravi del petto:
non m’aiutò pietà, non valse amore.
Valse, via piú che ‘l mio, l’altrui rispetto;
e benché umil mercé v’addimandai,
pur sol rimasi in solitario tetto.
D’ir altrove eleggeste, io sol restai,
com’a voi piacque ed a mia dura sorte
sí che invidia ai piú miseri portai.
E s’or avvien che a voi pentita apporte
alcun dolore ‘l mio grave tormento,
in ciò degno è ch’amando io mi conforte.
Dunque per me del tutto non è spento
quel foco di pietà, ch’ove dimora
fa d’animo gentil chiaro argomento
Di voi, cui ‘l ciel tanto ama e ‘l mondo onora,
di bellezza e virtute unico vanto,
in cui le Grazie fan dolce dimora,
gran prezzo è ancor se nel corporeo manto,
dove star con Amor Venere suole,
virtú chiudete in ciel gradita tanto.
Se ‘l vostro cor del mio dolor si duole,
s’egualmente risponde a’ miei desiri,
oh vostre doti e mie venture sole!
Tra quanto Amor le penne aurate giri,
E non ha chi, com’io, dolce arda e sospire,
né tra quanto del sol la vista miri.
Dolc’è, quant’è piú grave, il mio languire,
se, qual nel vostro dir pietoso appare,
sentite del mio mal pena e martíre.
Che poi non mi cediate nell’amare,
esser non può, ché la mia fiamma ardente
nel gran regno amoroso non ha pare.
Troppo benigno a’ miei desir consente
il ciel, se dal mio cor la fiamma mossa
vi scalda il ghiaccio della fredda mente.
In voi non cerco affetto d’egual possa,
quel ch’a far di duo uno, un di duo, viene,
e duo traffigge di una sol percossa.
Troppo del viver mio l’ore serene
forano, e tanto piú il mio ben intero,
quanto piú raro questo amando avviene:
quanto Amor men sostien sotto ‘l suo impero
che ‘n duo cor sia una fiamma egual partita,
tanto piú andrei de la mia sorte altero.
Sí come troppo è la mia speme ardita,
che sí audaci pensieri al cor m’invia,
per strada dal discorso non seguita:
da l’un canto il pensar sí com’io sia,
verso ‘l vostro valor, di merto poco,
dal soverchio sperar l’alma desvía;
da l’altro Amor gentil ch’adegui invoco
la mia tanta con voi disagguaglianza,
e gridando mercé son fatto roco.
D’Amor, ch’a nullo amato per usanza
perdona amar, dove un bel petto serra
pensier cortesi, invoco la possanza:
quella, onde ‘l ciel ei sol chiude e disserra,
e perch’a lui la terra è poco bassa,
gli spirti fuor de l’imo centro sferra,
prego che l’alma travagliata e lassa
sostenga; e se non ciò, vaglia pietate
là dove ‘l vostro orgoglio non s’abbassa.
Di mercé sotto aspetto non mi date
lusingando martír, tanto piú ch’io
v’adoro; e quanto prima ritornate,
ch’al lato starvi ognor bramo e desío.