Veronica Franco – Questa la tua fedel Franca ti scrive

Questa la tua fedel Franca ti scrive,
dolce, gentil, suo valoroso amante;
la qual, lunge da te, misera vive.
Non cosí tosto, oimè, volsi le piante
da la donzella d’Adria, ove ‘l mio core
abita, ch’io mutai voglia e sembiante:
perduto de la vita ogni vigore,
pallida e lagrimosa ne l’aspetto,
mi fei grave soggiorno di dolore;
e, di languir lo spirito costretto,
de lo sparger gravosi afflitti lai,
e del pianger sol trassi alto diletto.
Oimè, ch’io ‘l dico e ‘l dirò sempre mai
che ‘l viver senza voi m’è crudel morte,
e i piaceri mi son tormenti e guai.
Spesso, chiamando il caro nome forte,
Eco, mossa a pietà del mio lamento,
con voci tronche mi rispose e corte;
talor fermossi a mezzo corso intento
il sole e ‘l cielo, e s’è la terra ancora
piegata al mio sí flebile concento;
da le loro spelunche uscite fuora,
piansero fin le tigri del mio pianto
e del martír che m’ancide e m’accora;
e Progne e Filomena il tristo canto
accompagnaron de le mie parole,
facendomi tenor dí e notte intanto.
Le fresche rose, i gigli e le viole
arse ha ‘l vento de’ caldi miei sospiri,
e impallidir pietoso ho visto il sole;
nel mover gli occhi in lagrimosi giri
fermarsi i fiumi, e ‘l mar depose l’ire
per la dolce pietà de’ miei martíri.
Oh quante volte le mie pene dire
l’aura e le mobil foglie ad ascoltare
si fermar queste e lasciò quella d’ire!
E finalmente non m’avien passare
per luogo ov’io non veggia apertamente
del mio duol fin le pietre lagrimare.
Vivo, se si può dir che quel ch’assente
da l’anima si trova viver possa;
vivo, ma in vita misera e dolente:
e l’ora piango e ‘l dí ch’io fui rimossa
da la mia patria e dal mio amato bene,
per cui riduco in cenere quest’ossa.
Fortunato ‘l mio nido, che ritiene
quello a cui sempre torno col pensiero,
da cui lunge mi vivo in tante pene!
Ben prego il picciol dio, bendato arciero,
che m’ha ferito ‘l cor, tolto la vita,
mostrargli quanto amandolo ne pèro.
Oh quanto maledico la partita
ch’io feci, oimè, da voi, anima mia,
bench’a la mente ognor mi sète unita,
ma poi congiunta con la gelosia,
che, da voi lontan, m’arde a poco a poco
con la gelida sua fiamma atra e ria!
Le lagrime, ch’io verso, in parte il foco
spengono; e vivo sol de la speranza
di tosto rivedervi al dolce loco.
Subito giunta a la bramata stanza,
m’inchinerò con le ginocchia in terra
al mio Apollo in scienzia ed in sembianza;
e da lui vinta in amorosa guerra,
seguiròl di timor con alma cassa
per la via del valor ond’ei non erra.
Quest’è l’amante mio, ch’ogni altro passa
in sopportar gli affanni, e in fedeltate
ogni altro piú fedel dietro si lassa.
Ben vi ristorerò de le passate
noie, signor, per quanto è ‘l poter mio,
giungendo a voi piacer, a me bontate,
troncando a me ‘l martír, a voi ‘l desio.