Vincenzo Monti – Amor peregrino

Degl’incostanti secoli
Propagator divino,
Alle cittadi incognito
Negletto peregrino,
Io ti saluto, o tenera
De’ cor conquistatrice:
Amor son io, ravvisami;
Ascolta un infelice.
Si bagneran di lagrime
I tuoi vezzosi rai,
Se la crudele istoria
Di mie vicende udrai.
Luce del mondo ed anima,
Dal ciel mandato io venni;
E primo i dolci palpiti
Dell’uman cuore ottenni.
Duce natura e regola
A’ passi miei si fea:
Ed io contento e docile
Su l’orme sue correa.
Di sacri alterni vincoli
Congiunsi allor le genti,
E all’armonia dell’ordine
Tutte avvezzai le menti.
L’uomo alla sua propaggine
E all’amistade inteso
Lieto vivea, nè oppresselo
Delle sue brame il peso.
Virtude e Amor sorgevano
Con un medesmo volo;
Ed eran ambo un impeto,
Un sentimento solo.
Amor vegliava ai talami,
Amor sedea sul core:
Le leggi, i patti, i limiti,
Tutto segnava Amore.
Ma quando si cangiarono
In cittadine mura
I patrii campi, e videsi
L’Arte cacciar Natura;
Fra l’uom e l’uom, fra il vario
Moltiplicar d’oggetti,
Nuovi bisogni emersero
E mille nuovi affetti.
La consonanza ruppesi;
L’ira, il livor, l’orgoglio
Della ragion più debole
Si disputaro il soglio.
Allora io caddi: e termine
Ebbe il mio santo impero,
E le conquiste apparvero
D’usurpator straniero.
Rival possente, ei d’ozio
E di lascivia nacque:
Nome d’Amor gli diedero
Le cieche genti, e piacque.
Vago figliuol di Venere
Poi lo chiamò la folle
Teologia di Cecrope,
E templi alzar gli volle:
Aurea farètra agli omeri,
Diede alla mano il dardo,
Gli occhi di bende avvolsegli,
E lo privò del guardo.
A far dell’alme strazio
Venne così quel crudo
Di ree vicende artefice,
Fanciul bendato e nudo.
Le delicate e timide
Virtudi in ceppi avvinse,
E co’ delitti il perfido
In amistà si strinse.
Entro i vietati talami
Il piè furtivo ei mise;
E su le piume adultere
Lasciò l’impronta, e rise.
Per la vendetta argolica
Volar su la marina
Fe’ mille navi, e d’Ilio
Le spinse alla ruina:
Di sangue e di cadaveri
Crebbe la frigia valle,
Nè trovò Xanto al pelago
Fra tante membra il calle.
Taccio (feral spettacolo!)
Le colpe e le tenzoni,
Ond’ei d’Europa e d’Asia
Crollò sovente i troni:
Taccio la fe’, la pubblica
Utilità, gli onori,
Dover, giustizia e patria,
Prezzo d’infami ardori.
Calcò quell’empio i titoli
Di madre e di sorella,
E mescolanza orribile
Trasse da questa e quella.
Natura allor di lacrime
Versò dagli occhi un fonte,
E torse il piè, coprendosi
Per alto orror la fronte.
Pians’io con essa; e profugo
Dalle cittadi impure
Corsi ne’ boschi a gemere
Su l’aspre mie sventure.
Rozzi colà m’accolsero
Pastori e pastorelle,
Che m’insegnaro a tessere
Le lane e le fiscelle.
Guidai con loro i candidi
Armenti alla collina,
E con diletto al vomere
Stesi la man divina.
Su l’orme mie poi vennero
Altre Virtù smarrite
A ricercar ricovero
Da quel crudel tradite.
Sentì la selva il giungere
Delle celesti dive,
E dier di gioia un fremito
Le conoscenti rive:
Spirto acquistar pareano
L’erbette, i fiori e l’onde,
Parean di miele e balsamo
Tutte stillar le fronde:
Gli amplessi raddoppiarono
Le giovinette spose;
E a’ vecchi padri il giubilo
Spianò le fronti annose.
Così fur fatte ospizio
Della Virtù le selve,
Sole così rimasero
Nella città le belve.
Ma pure ancor nel carcere
Di queste tane aurate,
Che fabbricò degli uomini
La stolta vanitate,
Qualche bel cor magnanimo
Chiaro brillar si vide,
Qual astro che de’ nuvoli
Fra il denso orror sorride.
A qual orecchio è povera
de’ pregi tuoi la Fama?
Alunna delle Grazie,
Del Tebro onor ti chiama.
Darti l’udii d’ingenua
E di pietosa il vanto;
E i dolci modi e teneri
Narrar, dell’alme incanto.
Bramai vederti; e timido
D’oltraggi in suol nemico
Sembianza presi ed abito,
Di peregrin mendico.
Maggior del grido è il merito:
E nel sederti a lato
L’antica mi dimentico
Avversità del fato.
Deh, per le guance eburnee
Che di rossor tingesti
Per gli occhi tuoi, deh, piacciati
Voler che teco io resti.
Io di virtudi amabili
Sarò custode e padre;
E tu d’Amor, bellissima,
Ti chiamerai la madre.