Vincenzo Monti – Per la lioberazione d’Italia

Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Tua bellezza, che di pianti
Fonte amara ognor ti fu,
Di stranieri e crudi amanti
T’avea posta in servitù.
Ma bugiarda e mal sicura
La speranza fia de’ re.
Il giardino di natura
No, pei barbari non è.
Bonaparte al tuo periglio
Dal mar libico volò,
Vide il pianto del tuo ciglio,
E il suo fulmine impugnò.
Tremâr l’Alpi, e stupefatte
Suoni umani replicâr,
E l’eterne nevi intatte
D’armi e armati fiammeggiâr.
Del baleno al par veloce
Scese il forte, e non s’udì:
Chè men ratto il vol la voce
Della Fama lo seguì.
D’ostil sangue i vasti campi
Di Marengo intiepidîr,
E de’ bronzi ai tuoni ai lampi
L’onde attonite fuggîr.
Di Marengo la pianura
Al nemico tomba diè.
Il giardino di natura,
No, pei barbari non è.
Bella Italia, amate sponde,
Pur vi torno a riveder!
Trema in petto, e si confonde
L’alma oppressa dal piacer.
Volgi l’onda al mar spedita,
O de’ fiumi algoso re;
Dinne all’Adria che finita
La gran lite ancor non è;
Di’ che l’asta il franco Marte
Ancor fissa al suol non ha;
Di’ che dove è Bonaparte
Sta vittoria e libertà.
Libertà, principio e fonte
Del coraggio e dell’onor,
Che il piè in terra, in ciel la fronte,
Sei del mondo il primo amor,
Questo lauro al crin circonda:
Virtù patria lo nutrì,
E Desaix la sacra fronda
Del suo sangue colorì.
Su quel lauro in chiome sparte
Pianse Francia, e palpitò:
Non lo pianse Bonaparte,
Ma invidiollo e sospirò.
Ombra illustre, ti conforti
Quell’invidia, e quel sospir:
Visse assai chi ‘l duol de’ forti
Meritò nel suo morir.
Ve’ sull’Alpi doloroso
Della patria il santo amor,
Alle membra dar riposo
Che fur velo al tuo gran cor.
L’ali il Tempo riverenti
Al tuo piede abbasserà;
Fremeran procelle e venti,
E la tomba tua starà.
Per la cozia orrenda valle,
Usa i nembi a calpestar,
Torva l’ombra d’Anniballe
Verrà teco a ragionar.
Chiederà di quell’ardito,
Che secondo l’Alpe aprì.
Tu gli mostra il varco a dito,
E rispondi al fier così:
– Di prontezza e di coraggio
Te quel grande superò:
Afro, cedi al suo paraggio;
Tu scendesti, ed ei volò.
Tu dell’itale contrade
Abborrito destruttor:
Ei le torna in libertade,
E ne porta seco il cor.
Di civili eterne risse
Tu a Cartago rea cagion:
Ei placolle, e le sconfisse
Col sorriso e col perdon.
Che più chiedi? Tu ruina,
Ei salvezza al patrio suol.
Afro, cedi e il ciglio inchina:
Muore ogni astro in faccia al sol. –
Per un dipinto dell’Agricola

Più la contemplo, più vaneggio in quella
Mirabil tela: e il cor, che ne sospira,
Sì nell’obbietto del suo amor delira,
Che gli amplessi n’aspetta e la favella.
Ond’io già corro ad abbracciarla. Ed ella
Labbro non move, ma lo sguardo gira
Ver’ me sì lieto che mi dice: Or mira,
Diletto genitor, quanto son bella.
Figlia, io rispondo, d’un gentil sereno
Ridon tue forme; e questa imago è diva
Sì che ogni tela al paragon vien meno.
Ma un’imago di te vegg’io più viva,
E la veggo sol io; quella che in seno
Al tuo tenero padre Amor scolpiva.
Pel giorno onomastico della sua donna

Donna, dell’alma mia parte più cara,
Perchè muta in pensoso atto mi guati,
E di segrete stille
Rugiadose si fan le tue pupille?
Di quel silenzio, di quel pianto intendo,
O mia diletta, la cagion. L’eccesso
De’ miei mali ti toglie
La favella, e discioglie
In lagrime furtive il tuo dolore.
Ma datti pace, e il core
Ad un pensier solleva
Di me più degno e della forte insieme
Anima tua. La stella
Del viver mio s’appressa
Al suo tramonto; ma sperar ti giovi
Che tutto io non morrò: pensa che un nome
Non oscuro io ti lascio; e tal che un giorno
Fra le italiche donne
Ti fia bel vanto il dire: Io fui l’amore
Del cantor di Bassville,
Del cantor che di care itale note
vestì l’ira d’Achille.
Soave rimembranza ancor ti fia,
Che ogni spirto gentile
A’ miei casi compianse (e fra gl’Insubri
Quale è lo spirto che gentil non sia?).
Ma con ciò tutto nella mente poni
Che cerca un lungo sofferir chi cerca
Lungo corso di vita. Oh mia Teresa,
E tu del pari sventurata e cara
Mia figlia, oh voi che sole d’alcun dolce
Temprate il molto amaro
Di mia trista esistenza, egli andrà poco
Che nell’eterno sonno lagrimando
Gli occhi miei chiuderete! Ma sia breve
Per mia cagion il lagrimar; chè nulla,
Fuor che il vostro dolor, fia che mi gravi
Nel partirmi da questo
Troppo ai buoni funesto
Mortal soggiorno, in cui
Così corte le gioie e così lunghe
Vivon le pene: ove per dura prova
Già non è bello il rimaner, ma bello
L’uscirne e far presto tragitto a quello
De’ ben vissuti, a cui sospiro. E quivi
Di te memore, e fatto
Cigno immortal (chè de’ poeti in cielo
L’arte è pregio e non colpa) il tuo fedele,
Adorata mia donna,
T’aspetterà, cantando,
Finchè tu giunga, le tue lodi; e molto
De’ tuoi cari costumi
Parlerò co’ Celesti, e dirò quanta
Fu verso il miserando tuo consorte
La tua pietade: e l’anime beate,
Di tua virtude innamorate, a Dio
Pregheranno, che lieti e ognor sereni
Sieno i tuoi giorni e quelli
Dei dolci amici che ne fan corona:
Principalmente i tuoi, mio generoso
Ospite amato, che verace fede
Ne fai del detto antico,
Che ritrova un tesoro
Chi ritrova un amico.