Violenza ostetrica, questa sconosciuta

di Tania Careddu

Esiste una violenza ai danni delle donne che non fa (quasi mai) notizia e che non è neppure un reato. Trattasi di quella che quattro mamme su dieci hanno subìto durante la loro prima esperienza di maternità: il 21 per cento delle mamme italiane, secondo quanto è emerso dalla prima indagine sul fenomeno in Italia, le Donne e il parto, condotta da Doxa, è stata vittima di maltrattamenti fisici o verbali, subendo azioni lesive della dignità personale durante il parto.

L’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico, alias violenza ostetrica, ha spinto il 6 per cento delle mamme a non affrontare una seconda gravidanza, stimando a ventimila i bambini non nati ogni anno. Oltre al fatto che una donna su tre si è sentita, in qualche modo, tagliata fuori dalle decisioni e da scelte fondamentali che hanno riguardato il suo parto, la violenza ostetrica si esplica anche in prassi più lesive: separare ingiustificatamente la donna dal neonato, umiliarla verbalmente, esporla nuda davanti a una molteplicità di soggetti, costringerla a subire un parto cesareo non necessario o un’episiotomia inutile.

Questa pratica, applicata ancora nel 54 per cento dei casi e un tempo considerata un aiuto alla donna, a oggi è ritenuta dall’Oms “dannosa, tranne in rari casi” per i lunghi tempi di recupero che impone e per i rischi di emorragia. Ma di peggio c’è che tre partorienti su dieci, il 61 per cento di coloro che l’hanno subìta, negli ultimi quattordici anni, dichiarano di non aver dato il consenso informato per autorizzare l’intervento e il 27 per cento di loro afferma di essere stata assistita solo in parte dall’equipe medica (per non parlare di quel 6 per cento che sostiene di aver vissuto l’intero parto in totale solitudine). A registrare il più alto numero di episiotomie, il Sud e le Isole con il 58 per cento, seguite dal Centro e dal Nord Est con il 55 per cento e ultimo il Nord Ovest con il 49 per cento.

A parte i cesarei d’urgenza, pari al 15 per cento, nella restante parte dei casi si è trattato di un cesareo programmato su indicazione del medico, rivelandosi una pratica di routine e non tutta d’urgenza. Circa quattordicimila donne all’anno hanno vissuto una qualche sorta di trascuratezza nell’assistenza con insorgenza di complicazioni ed esposizione a pericolo di vita.

Tanto che l’Istituto Superiore di Sanità stima che in Italia, ogni anno, ci siano oltre mille e duecento casi di ‘near miss’ ostetrici documentati (condizione di una donna che sarebbe deceduta ma che è sopravvissuta alle complicazioni) e le morti materne sono sottostimate del 60 per cento.

Altre inappropriatezze: il 27 per cento delle madri lamenta una carenza di sostegno e informazioni sull’avvio dell’allattamento, il 19 per cento la mancanza di riservatezza in varie fasi della loro permanenza in ospedale, al 12 pe cento è stata negata la possibilità di avere vicino una persona di fiducia durante il travaglio, e al 13 per cento non è stata concessa un’adeguata terapia per il dolore. In attesa che la proposta di legge Zaccagnini faccia il suo corso.

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