Virgilia d’Andrea – A bordo della Pietro Gori

“Senti”, mi dissero in quel pomeriggio alcuni amici, “è entrata ieri nel porto la nave Pietro Gori”.
Un gran fascio di garofani vivi metteva una macchia rossa fra le mani di uno di essi.
“Noi vi andremo e tu porterai questi fiori e dirai qualche cosa di lui”.
Io guardai i compagni ad uno ad uno e non dissi parola. Sorrisi, un poco commossa.
“Non dire di no” riprese un giovanetto esile e biondo, arrossendo leggermente. “Vi è tanto sole e tanto mare”.
Io pensavo alle ultime notizie apprese dai giornali.
Ancora delle devastazioni, delle distruzioni, dei morti.
“E la gita sarà piena di poesia. Parlare di Gori sulla nave che porta il suo nome. Non vi pensi, dunque?” aggiunse allegramente un altro.
Io continuavo a guardare, tacendo, quelle giovinezze limpide e serene. Le imaginai spezzate sotto la tempesta e mi sentii soavemente materna.
Nulla ancora aveva turbato il loro spirito; nessuna speranza si era in esse velata. Pareva che camminando fra le tombe, risorgessero più salde, alimentate dal sangue dei morti.
E continuavo a pensare a quelli che erano stati pugnalati nella notte. Dovevano aver tanta sete d’un bacio tenero e buono; dovevano pensare alla tenerezza d’una piccola, cara mano che si poggiasse, dolce e affettuosa, sopra la fronte arsa dal delirio.
Si era verso la metà del 1922. Ancora qualche mese e poi il più puro degli adolescenti nostri avrebbe agonizzato, entro un cerchio di luce, sui selci della piccola città immersa nel lutto.
Si capiva di essere alla fine purtroppo; ma ci si ostinava ancora in quelle disperate “tournèes” senza riposo.
Forse per non sentire l’agonia dell’ora.
Oramai una cosa era ben certa. Una rivoltellata al petto, o una randellata che ti portasse via la testa.
Ma alla vita, chi più pensava alla vita allora?
Ed infatti che valore ha essa quando tutto si spegne in te: quando ogni giorno ti porta il nome di un agonizzante: quando ti volgi indietro e conti un altro caduto: quando ti guardi attorno e vedi un altro viso impallidire: quando un’altra bocca si chiude, e un’altra voce più non risponde alla tua, e tu senti che cammini verso il vuoto e che all’animo, se pur potrà sopravvivere, non resta che bere l’assenzio d’un tormento che tu non conosci?
L’un dopo l’altro balzammo nelle piccole barche che cantarellavano a riva.
Un battere improvviso di remi: una fresca, giovanile risata, e via sullo zaffiro come sulle onde d’un sogno senza nube.
L’Adriatico era in una di quelle sue meravigliose giornate di bellezza, che sanano ogni male ed ammalano di dolcezza ogni pensiero.
A ricordarlo oggi, dopo anni di nebbie e di grigiore del nord, sembra quasi impossibile che il sole possa risplendere d’un nitore così fulgido, e che dal cielo possa discendere una così magnifica cascata di faville azzurre.
La bella nave trepida e ansiosa, ansante amata e sicura che distende all’amore le sue chiome e tutta l’anima sua, rideva ravvolta nell’oro, sorbendo, dell’infinito, l’acre e insidioso profumo.
Gli amici presi dal fascino dell’ora intonarono un canto delle animose lotte d’un tempo.
Non vi era ancora nel palpito delle loro gole quella penosa nota di sofferenza e di nostalgia, che vi ho raccolto più tardi, lungo le solitarie vie dell’esilio.
Non vi era ancora nel tepore dei loro accenti quel tenue velo di pianto che vi ho sentito più tardi, allorchè ognuno di noi se n’è andato spezzato per i sentieri senza ritorno.
Non vi era ancora, nel sorriso luminoso di quei giovani, quell’amara ombra che vi ho veduto qualche anno appresso, allorchè nelle pupille di ognuno di essi si è proiettato lo sguardo fisso d’un morto; allorchè l’animo di ogni fanciullo si è lacerato attraverso i confini, e si è sperduto nella immensa vastità del mondo, dove più nessuno gli ha detto una parola di bene.
Cantavano fra i seni dell’Adriatico tutte le sue sirene.
La città bianca e ridente snodava i suoi veli dentro quella giornata di sogno: vagando essa stessa come sogno lungo le verdi ondulazioni dei colli. Rorida e fresca fra l’abbraccio che non ha fine del cielo e del mare.
Del mare, che in umiltà le sfiorava e le baciava i piedi.
Del cielo, che orgoglioso le metteva sulla fronte un diadema di sole.
Nella sala di aspetto un gran ritratto di Pietro Gori ci accolse con quel suo caratteristico sorriso fatto di tristezze e di lontananze.
La comitiva si fece d’un tratto silenziosa.
Profumo di ricordi?
Malìa che viene da ogni sguardo che si è spento?
Improvviso raccoglimento di spirito davanti a qualcuno, a qualcosa che è parte di noi stessi?
Impossibilità di parlare davanti ad una forza misteriosa, che ti vince e ti fa piegare la fronte?
Io mi ero rifugiata nell’angolo più lontano della sala, tanto male mi faceva il cuore.
E cominciavo a provare una sensazione strana, un sentimento di vergogna per avere le braccia cariche di quei garofani rossi.
Perchè gli avevamo portato dei fiori mentre la terra si copriva di morti?
Perchè eravamo andati verso di lui con anima leggera, mentre avremmo dovuto raccogliere in noi tutto il martirio di quella terribile ora e dire a lui, nella più grande umiltà: Donaci la luce?
Il capitano della nave apparve semplice, sorridente, abbronzato.
Qualcuno pronunciò il mio nome
Ah! sì… vero… io dovevo farmi avanti e parlare.
Parlare? Ma come, ma in che modo se in me tutto piangeva?
Parlare? Ma come, ma in che modo se l’animo mi si era avvinghiato alla carne per chiuderle la bocca, ed evitare che dicesse una sillaba, una sillaba sola di profanazione?
Io sollevai le braccia, e tesi al capitano il gran fascio di fiori. Poi cercai la voce nella gola. Essa era stretta in un nodo di lacrime. Impossibile poterla liberare da quella mano che la serrava e la imprigionava.
Mi si era cristallizzato dentro, d’improvviso, l’immenso affanno che ci percuoteva da anni.
Quante inutili lotte! Quante amare rinunce! Quanti… come lui, come lui precocemente finiti da una vita di lotte, di prigioni, di esilio…
Ora quel qualcosa che mi pesava nello spirito come nube agghiacciata, si andava pian piano fondendo, e grosse lacrime mi velarono gli occhi.
Comprese la ragione del mio turbamento quel giovane semplice e rude che, di certo, si era preparato ad ascoltare un agghindato discorso di circostanza?
Io penso che forse no.
Egli era abituato a parlare col mare, e spesse volte il mare è più semplice del cuore umano. Compresero i miei compagni?
Non so. Ma uno di essi, un meridionale, prese il mio posto e parlò a lungo, tanto a lungo che qualcuno cominciò furtivamente a tirargli la giacca perchè si tacesse.
Adesso si ritornava a riva ed il mare si era fatto più chiaro e più quieto.
Pareva avesse messo a tacere i palpiti, e che nel silenzio dormisse.
Anche gli occhi dei miei compagni pareva si fossero lavati nella serenità dell’azzurro.
E le loro voci avevano una inflessione nuova di bontà e di dedizione: quell’inflessione di chi a fior di labbra pronuncia, come in preghiera, un nome dolcemente adorato.
Io non potevo distogliere lo sguardo dal bel nome rilevato a prora: Pietro Gori.
Pareva si animasse, e si ricomponesse, in quel pallido volto che aveva la tristezza delle lontananze inafferrabili.
Ecco… non era più la nave che avrebbe ripreso a solcare tutti i mari.
Era lui, lui che riviveva, che tornava nell’ora in cui tutto crollava, che faceva rifiorire le strade col suo sguardo di poeta.
Quando l’elica si mise a fremere scuotendo tutte le acque, io provai un bisogno imperioso di salutare con un bacio. Non lo feci.
Due sole parole mi vennero alle labbra: In ginocchio.
Non le dissi.
Ebbi timore di non essere compresa.
Ma dal bel nome rilevato a prora venne a me un gran fascio di azzurro:
“No, non si perde quando il suo nome salpa tutti i mari.
“No, non si muore quando i morti, i caduti, gli smarriti, i randagi hanno una fiamma così viva attorno alla quale darsi convegno nella notte senza stelle”.
Oggi, dopo tanto scrosciar di tempesta; oggi che ognuno di noi si domanda: E domani?
Oggi che il nostro sguardo si è fatto smisurato per raccogliervi tutta la inquietudine amara, oggi mi riappare a tratti fra le tenebre quel ricordo lontano.
E torna ancora a rischiararmi i pensieri quel fascio di luce.
“Non si perde quando il suo nome bacia tutti i mari.
“Non si muore quando i morti, i caduti, gli esiliati, i randagi hanno una fiamma come questa attorno a cui darsi convegno nella notte senza stelle”.

da: www.liberliber.it

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