Virgilia d’Andrea – Albori di Vita

Il direttore rispose appena al mio saluto e fece il viso buio delle circostanze gravi e serie.
“Dunque, signorina, sono già quattro mesi che avete conseguito il diploma, ed ecco… le scuole si riaprono e vi ritrovo ancora in collegio”.
Io lo guardai, ebbi un impercettibile moto di sdegno e mi strinsi lievemente nelle spalle.
Non era colpa mia, pensai, se mi avevano dimenticata là dentro o se nessuno mi voleva.
“Ancora qui … e il vostro numero di matricola è già stato assegnato ad una nuova educanda. Eccezionale tipo di uomo quel vostro … signor … tutore. Pretende lasciarvi in collegio fino a quando non avrete compiuto i ventuno anni… Ma impossibile, capite? Impossibile. Il regolamento parla chiaro”.
Io ero allora un carattere chiuso ed altero, incapace, davanti ad uno spirito arido o freddo, d’un qualsiasi gesto d’espansione. All’ostilità che già sentivo attorno a me rispondevo col silenzio d’un orgoglio irriducibile.
Nel mio animo v’era un tumulto; ma su quel tumulto le labbra restavano tenacemente chiuse.
Il direttore continuava a parlare ed io ebbi, ad un tratto, la diabolica tentazione di ridere davanti a quell’uomo che si ostinava a discutere ed a gesticolare con un assente. Ma poi un acuto senso di nausea chiuse per fortuna la bocca a quel folletto comico, che si affacciava, impertinente ed importuno, nel mio spirito.
Perchè tutte quelle parole? Perchè la volgarità di quell’ennesima discussione? Che mi aprisse alfine la porta. Avrei ben trovata da sola la via per andarmene nel mondo.
“E allora ho fatto io le veci del vostro tutore. Ho parlato con un deputato molto influente e voi siete a posto… e bene a posto. La settimana entrante partirete per la nuova destinazione”.
Io restai a guardarlo quasi non avessi ben compreso le sue parole, e vidi in un lampo lo sdegno smisurato che tale decisione avrebbe acceso nel mio tutore e mi vidi soffocata, per mesi e mesi, sotto una valanga di lettere… “Dovevate restare, non dovevate cedere; il tutore sono io e non altri!”
Magnifica, divertente posizione la mia!
“E per ora”, soggiunse egli, addolcendo la voce e posandomi una mano sulla testa, “sono tanto lieto, povera figliuola, di salutare io, per il primo, la maestrina di Vieri”.
Quel “povera figliuola” mi fece una lacerazione nel cuore.
Il direttore era già uscito. Io mi avvicinai al pianoforte aperto e mi accasciai di botto sulla sua tastiera.
Le note strappate così tutte insieme ebbero un lamento di suoni discordanti e dolorosi.
E parve, quello, il trabocco dell’animo mio.
Quando, tutta fresca e sorridente nel semplice e grazioso abito grigio, entrai nella sala da studio le mie compagne mi accolsero con un festoso oh! di meraviglia.
Smesso per la prima volta l’abito da collegiale io dovevo apparire, di certo, del tutto trasformata. Tanto che qualcuna si lasciò sfuggire una piccola frase compiacente: “Sei davvero bella così!”
Suor Giulia suonò il campanello per intimare il silenzio. “Buona si dice, signorine, non bella. Certe parole, voi lo sapete, fanno male al … signore iddio”.
“Presto, presto, d’Andrea,” interruppe la direttrice che si affannava ad aggiustare, attorno al suo bel viso aristocratico, il soggolo impeccabilmente inamidato.
“Presto, la carrozza è pronta. Abbracciate le vostre compagne”.
E allora la commozione prese un poco tutte. Ognuna di quelle fanciulle mi dette un bacio affettuoso e mi fece scivolare nelle mani qualcosa.
Una medaglia, un’imagine, un merletto, un ricamo, un fiore, un ramoscello di edera.
“Buona fortuna, sorella”. “Scrivi spesso, piccola sorella”.
Allorchè mi avvicinai timidamente a Suor Giulia, ella mi pose le mani sulle spalle. Pareva tremasse.
Quella donna che mi aveva visto entrare in collegio, piccola bimba spaurita, tutta tremante in un abitino nero, doveva di certo pensare, in quel momento, che me ne andavo troppo sola, troppo sola nel mondo.
E non fu capace di pronunciare una parola.
Restò a guardarmi alcuni istanti con una espressione di umiltà e di dolore quasi volesse chiedermi perdono se per colpa d’un regolamento rigido e severo, non aveva potuto darmi un poco della tenerezza d’una madre.
La suora di guardia aprì il portone massiccio che cigolò sui cardini arrugginiti. La direttrice, l’assistente ed io prendemmo posto nella carrozza, il vecchio vetturino schioccò la frusta cantando il suo stornello d’occasione…
“S’apre la gabbia e un uccellino vola!”
Allora una nidiata di fanciulle invase la via e agitò i fazzoletti…
“Buona fortuna, buona fortuna, piccola sorella!”
E via, e via sul selciato dell’antica, sonnolente città dei Piceni… poi sulla strada ampia, libera, luminosa, odorante di acque e di sole.
Strada tutta immersa in una gloria fragrante di pampini, di boscaglie e di olivi.
Sicura e solenne come una regina fra l’effluvio delle selve.
Ridente e radiosa come una sirena fra lo smeraldo delle rocce.
Quando la cima della superba torre del collegio s’inabissò, attraverso la distanza, nell’infinito, a me parve che qualcosa mi fosse improvvisamente caduta sul cuore, e scoppiai in un pianto carico di laceranti singhiozzi …
Finito, finito!
Adesso incominciava l’ignoto…
Adesso incominciava la lotta…
Adesso bisognava entrare nel mondo…
E mi sapevo tanto sola, tanto sola, con quella piccola valigia a fianco…
Piena di libri e del corredino umile e povero sciupato dall’uso e dagli anni!
Il deputato ci venne incontro affannosamente, frettolosamente.
Di lui non ricordo che un ventre enorme e due occhi gonfi e malati.
Strinse subito la mano alla direttrice ed inchinandosi davanti all’assistente disse: “Bene, bene, voi, dunque, siete la maestra”.
“Ma no, scusi,” interruppe la direttrice un po’ confusa e contrariata, “la maestra è questa…” e mi spinse avanti arrossendo, quasi presentasse una colpevole.
“Come? come? come?” disse l’onorevole guardandomi dall’alto in basso e poi dal basso in alto.
“La maestra! questa la maestra!… Una bambina! una bambina!”
Ah! ah ! ah! e si abbandonò sulla sedia preso da una risata a ripetizione, lunga, fragorosa, interminabile.
Ah! ah! ah! “Una bambina… una bambina… vi dico!”
Più tardi, tutte le volte che la vita ha risposto ad ogni mio sogno, ad ogni mia aspirazione, ad ogni mia illusione con la viltà d’una risata, io ho creduto di risentire sempre la voce di quell’uomo, e di rivederlo abbandonato ad una rumorosa ilarità che non sapevo spiegarmi.
“Ma mettetele su quelle trecce, per dio… Scusate, suora, se pronuncio il nome di dio invano… Mamma, datele delle forcelle, insegnatele voi ad abbigliarsi in modo da sembrare un poco… la maestra”.
Io non sapevo nè che cosa dire, nè che cosa fare.
Triste, tristissima, orribile cosa, pensavo, avere diciotto anni, un visetto quasi infantile, e degli occhi che pareva ridessero sempre, anche e specialmente fra il luccichio delle lacrime.
Allorchè la sera venne e con essa il silenzio e la solitudine, io mi rifugiai fra i miei libri.
Leopardi, Ada Negri, Rapisardi, Carducci, Targhetti…
Cari, cari, cari! Dolci amici sempre buoni e fedeli. Amici che non dimenticano mai. Amici di tutte le ore, sempre pronti all’indulgenza e al perdono.
Quante volte le mie labbra si erano posate su quelle pagine…
Quante volte quella mia testolina d’allora, così strana e bizzarra, si era posata, piena di sogni, sul loro cuore…
Senza di certo pensare che giammai cuore più profondo e più sicuro di quello avrebbe, ancora una volta, trovato nella vita.
Poi mi prese un poco di smarrimento.
Dove ero dunque io? Dove ero andata a finire?
Di certo molto, molto in alto.
Quasi rifugiata fra le aquile.
Il mio bianco lettuccio lasciato laggiù, le mie buone compagne, il giardino pieno di rose, la cascata di glicine attorno al muro di cinta, la madonnina bionda fra l’azzurro dei veli, erano tutte piccole, tenere cose che mi facevano dentro tanto male.
Aprii la finestra. Il cielo era fitto di stelle.
Sembravano pupille radiose pescate nel mare.
Le lucciole doravano ovunque le siepi.
Fra i boschi e fra le selve si intravedevano piccole finestre illuminate.
Perle cadute dai sogni e dagli amori degli astri.
E fra quel silenzio una voce sola.
Alta, fragorosa, solenne.
Quella del torrente. Divino, magnifico poeta che cantava fra le chiome della terra.
Così stanca, mi sentivo, così stanca, che mi distesi piano piano fra le braccia dell’immenso.
Con lo stesso abbandono, credo, con cui le mie compagne, uscendo di collegio, dovevano lasciarsi cadere fra le braccia della madre.
Lucciole d’oro…
Malia di sogni…
Rete d’amore…
E mi addormentai quella sera fra le braccia dell’infinito.

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