Virgilia D’Andrea – Bresci nei miei ricordi

Si era alle vacanze estive. Noi, dieci o dodici educande rimaste in collegio, eravamo arrivate, solamente da qualche giorno, alla stazione balneare.
Io ero allora una piccola bimba triste e silenziosa, senza la mobilità, gli scatti, gli ostinati capricci e le squillanti risate dell’infanzia felice.
Avevo perduto padre, madre e due fratelli nel giro di pochi mesi. Il mio tutore, accorso dopo la terribile sventura che aveva distrutto una intera famiglia, mi aveva improvvisamente strappata dalla bianca, bella casa paterna, tutta rilucente di sole; da quel lembo di terra così indimenticabilmente canoro di boschi e di acque, e mi aveva lasciata sulla soglia del collegio con queste parole “Ricordatevi che voi siete sola, che voi non avete più nessuno: non potete perciò permettervi i capricci delle altre bambine. Pensate a farvi da sola una vita”.
E queste parole così aride e così fredde, che erano state dette solo a scopo di conforto, avevano, invece, fatto maggiormente soffrire la mia piccola anima, che dolorava da tutte le parti, e che da quelle frasi, di cui non poteva ancora comprendere l’alto significato morale, ne aveva tirato, con la semplice e terribile logica infantile, questa amara deduzione: che io dovevo considerarmi in uno stato di inferiorità di contro alle mie compagne: che io non dovevo fare ciò che le altre facevano, perchè ad esse, in virtù d’un privilegio di affetti, tutto sarebbe stato permesso, ed a me, in nome della sventura che mi aveva colpita, nulla sarebbe stato perdonato.
Nel pomeriggio di quel giorno, guidate dall’assistente, ci eravamo incamminate, come al solito, verso la spiaggia: due per due: tutte silenziose, tutte linde, tutte savie.
Ad un tratto, da un edificio pubblico, vediamo sventolare una bandiera a lutto… poi un’altra…. poi un’altra ancora.
Qualcuno guarda… qualcuno parla… qualcuno si ferma.
L’assistente si turba, ci fa sostare, poi comanda il dietro-front.
Che cosa è? Che cosa non è?
Una frase passa di bocca in bocca.
Il re è stato ucciso a Monza.
lo sollevai di scatto il visetto pallido e triste. Ecco… io sapevo benissimo che cosa significasse la parola… ucciso.
Tutto quanto avevo sofferto di recente, si riaprì improvvisamente con uno strappo violento, che lacerò i pochi punti dati alla rinfusa, senza dolce cura di mano materna, alla larga e profonda ferita, che non ha trovato più quiete.
Sì, io ben sapevo che cosa significasse quella parola.
Un padre giovane e forte, che esce di casa empiendo l’aria di canti, e che alla sera gli amici te lo riportano sulle braccia, con gli occhi spenti e con il petto dissanguato.
Ma il re… chi era il re? Io ne sapevo vagamente qualcosa per i ritratti disseminati su tutte le pareti del collegio, e per quel poco che ne avevo potuto apprendere dalle prime letture di scuola.
Un uomo? no. Una leggenda? no. Un sogno? ma… non so… qualcosa di vago, di lontano, di confuso, di inafferrabile, che vive dove nessuno può entrare, dove a nessuno è permesso di guardare; ma qualcosa; ma qualcuno che ti vede, che ti segue, che ti disturba, che entra, con le prime nozioni nella tua vita, e che pur vivendo così lontano da te è sempre là, inutile e importuno, con quei suoi occhi freddi e grigi, e con quei suoi baffi formidabili; sempre là, nei primi libri che tu sfogli, nella scuola che tu frequenti, nel collegio nel quale tu sei rinchiuso.
Adesso noi si rifaceva silenziosamente la via percorsa, e come se invece di camminare sulla dura terra, noi si camminasse sul corpo del re morto, l’assistente si affannava a ripetere: “Marciate leggermente, molto leggermente: nessuno deve essere disturbato in quest’ora di grave dolore”.
E per oggi, addio bagno, mi soffiò all’orecchio, con voce contrariata, la mia compagna di fila.
Io non le risposi; io, ero tutta chiusa in me stessa; tutta assorta in quelle strane riflessioni.
Ma chi era colui che aveva ucciso? E perchè aveva ucciso? Ed in che modo era riuscito a penetrare fin dove a nessuno è dato neppure di guardare? Ed una palla di piombo brucia dunque anche la carne d’un re? Ma un re è allora un uomo.
E se è un uomo perchè ci avevano parlato di lui non appena avevamo incominciato a sillabare, perchè ci avevano spaventate con quei “cinque” disastrosi tutte le volte che non avevamo ricordato il luogo o il mese o il giorno della sua nascita?
Al ritorno trovammo il collegio più cupo e più silenzioso d’una tomba. Bandiere a lutto, persiane abbassate, gente che camminava sulla punta dei piedi, pasto più frugale e più desolante del solito: tutto il personale pareva avesse indossato la stessa uniforme di severo dolore.
Poi vennero gli ordini. Occorreva pregare molto per l’anima del re. A turno, quindi, di due ore, noi dovevamo alternarci, per la durata di quaranta ore, in una muta adorazione davanti al sacramento già esposto nella piccola cappella fiorita e profumata. Di giorno avremmo vegliato noi: di notte le assistenti.
Oh! il dolore delle mie piccole ginocchia obbligate a restar genuflesse per così lungo tempo davanti a quella raggiera muta e scintillante, mentre la mia fantasia continuava ad almanaccare cose su cose, ad affastellare pensieri su pensieri, a sovrapporre visi su figure, e si soffermava sulla conclusione che quel re doveva aver molto peccato se noi eravamo obbligate a restare, per la salvezza dell’anima sua, lunghe ore in quell’incomoda e snervante posizione.
La sera ci spedirono a letto più presto del solito. Anche l’ultima, breve preghiera della giornata fu per l’anima di quel morto importuno. Poi le luci morirono le une dopo le altre: solo rimase acceso, nel mezzo del dormitorio, il lumicino di cera che rischiarava un poco le notti.
In quella penombra i miei occhi restavano ostinatamente sbarrati ed io mi andavo ripetendo il nome di colui che aveva ucciso, e ne contavo le sillabe sulla punta delle dita: Bre-sci… Bre-sci… bel nome breve e sonoro… fatto di due sillabe solamente e così facile ad essere ricordato.
La direttrice entrò come un’ombra per l’ultima ispezione.
Io le feci cenno di avvicinarsi.
Ella si chinò sul mio lettuccio, buona e pensosa.
– Non dormi, bambina?
– Mi dica, incominciai pian, piano quasi svelassi un mistero. A me può dirlo. Perchè lo ha ucciso?
– Perchè Bresci è un pazzo ed un criminale, figliuola.
– Ma si uccide per una ragione.
– Non ti tormentare; chiudi gli occhi e dormi.
– Io lo so: si uccide per una ragione.
Ella non rispose. Mi prese le braccine, me le piegò in croce sul petto, mi aggiustò ben bene la coperta attorno al collo, e scomparve così come era entrata, ombra muta e leggera.
– Sì… si uccide per una ragione. Per denaro, per odio, per amore. Vero… – si… per amore. Questa parola io l’avevo sentita ripetere tante volte a casa dopo la tragica fine del mio povero babbo e da tutto quello che ne avevo sentito dire avevo finito col persuadermi che amore fosse la stessa cosa che morte.
Ecco l’amore. Un uomo in agguato che scarica la sua arma contro un altro: una nidiata di figliuoli dispersi: una casa vuota: una bambina rinchiusa in collegio senza i diritti degli altri bambini.
Anche il mio tutore aveva masticato una strana frase davanti al ritratto del mio povero babbo: “La morte gli è entrata in casa in figura di amore”.
Poi cominciai a ricontare sulla punta delle dita le sillabe del bel nome breve e sonoro. Poi tutti quei morti e quei vivi si chinarono sul mio viso… e lentamente, dolcemente ogni cosa scomparve dentro il velo del sonno.
*
*   *
Degli anni passarono. Io ero diventata una adolescente sana e forte, e la mia era una di quelle adolescenze precoci, turbinose e tempestose, piene di sogni, e di fantasie che si scuotono in singhiozzi ed in canti ad un semplice suono; che parlano con le voci della notte nelle incantate sere lunari; che danno vita e occhi a tutte le morte cose; che sentono venir parole e bisbigli da i cespiti di fiori.
Avevo divorato centinaia e centinaia di libri che erano riusciti a varcare furtivamente la cinta del collegio: li avevo divorati senza una guida, senza un consiglio, senza una selezione; ma nessuno di essi aveva ancora profondamente scossa la mia mente in formazione.
Un giorno mi capitarono fra le mani i volumi di Ada Negri.
Oh! l’orizzonte magnifico che si aprì allora davanti al mio sguardo! Che bagno di sole e di limpide acque ebbe allora il grigiore dei miei pensieri; che musica divina cominciò a scaturire dal mio cuore; che limpido torrente sonoro lavò tutta l’anima mia! Io uscii da quella lettura rinnovellata e rinvigorita, come se tutto l’essere mio si fosse tuffato in un bagno di azzurro purificatore.
Mi sembrava alfine di aver trovato una ragione di vita: quei magnifici colpi di martello erano per me come un sussulto d’anima che germina e rinverdisce.
E quando mi cadde sotto lo sguardo la lirica: Il regicida, quando lessi l’altra scritta dopo la strage di Milano, e quel…
“qualcuno nell’ombra maledisse”
allora compresi perchè Bresci aveva ucciso.
Aveva ucciso nel nome di coloro che non hanno casa, che non hanno pane, che non hanno affetti. Si era levato, gigante luminoso, sopra un popolo di morti per vendicare chi era stato mitragliato sulle strade d’Italia. Aveva colpito in nome dei diseredati, dei calpestati. Aveva voluto scuotere e rovesciare la base falsa ed ingiusta su cui si inalza la vita.
Un lampo mi attraversò la mente. Io dovevo chiedere alla direttrice una spiegazione: io ero nel diritto di domandarle per quale ragione essa aveva cercato di ingannarmi in quella sera lontana della mia infanzia desolata. E fui sul pianerottolo della sua camera. Bussai ed aprii la porta, senza attendere il rituale: entrate.
La donna sollevò sorpresa la testa dal registro dei conti, e mi fissò bruscamente.
– Lei?
– Io.
Ma il mio viso doveva essere stravolto.
– Lei… proprio lei?
– Io… io perchè debbo dirle che un giorno anche lei mi ha ingannata… io… perchè debbo dirle che Bresci ha ucciso per vendicare chi era stato trucidato.
La direttrice fece bruscamente un passo indietro. Di certo la povera donna aveva dovuto dimenticare il re e Bresci e quell’afosa sera lontana e doveva, in quel momento, essere sotto l’impressione che io fossi improvvisamente impazzita.
–… Sì… Bresci ha ucciso per punire un tiranno. È dura la vita, quando la vita è una ingiustizia… ed io lo so… io lo so che cosa è l’ingiustizia… io lo so che cosa significa non avere nessuno… e non mi fu possibile finire, perchè un pianto largo, impetuoso, violento, mi ruppe la voce ed il petto.
La direttrice rimase sconcertata… mi prese le mani… cominciò a cercare qualche parola.
– Tu non dirai più queste eresie… tu non dirai a nessuno quello che hai detto a me.
Poi mi attirò lentamente verso il crocifisso che pendeva sul suo letto.
– Vieni qua, dì insieme con me: “Padre nostro che sei nei cieli”.
Io ripetetti piano, piano, fra i singhiozzi: “Padre nostro che sei nei cieli”.
Ma lentamente, lentamente… sopra il viso del Cristo, vidi sovrapporsi il viso di Bresci… quel volto ovale, pallido e chiuso, che anni prima avevo veduto impresso su tanti giornali.
E la mia preghiera diventò allora più dolce e più quieta.
– Così, brava, così, mi ripeteva la direttrice che non poteva riuscire a comprendere più nulla di quello che accadeva in me. Brava, dì ancora:
“Io ti amo, io ti amo, mio dio; ma tu guidami, ma tu proteggimi”.
Ed io, tutta protesa verso il pallido, chiuso volto di Bresci, ripetevo in una mistica adorazione, sostituendo quel suo bel nome breve e sonoro a quello astratto di dio:
“Io ti amo, io ti amo; ma tu guidami, ma tu proteggimi.
E mai supplice implorazione d’amore fu più pura e più ardente di quella.

da: http://www.liberliber.it

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