Virgilia D’Andrea – Pasqua di Resurrezione

“Ed ora… arrivederci fra una settimana”.
Un mormorio passò fra le alunne. Qualcuna ebbe un improvviso scatto di gioia. Qualche altra atteggiò le labbra a rammarico e mise color di tristezza nei larghi occhi senza macchia.
Nell’aria si sentiva un tepore misto di sole e di boschi.
Entrava a ondate di biancospino attraverso le finestre spalancate sulla campagna, e metteva sapore di siepi nelle creature bianche e sottili che mi andavano salutando l’un dopo l’altra.
“Buona Pasqua, maestra”.
“Ti verrò a trovare, maestra”.
“E se tu verrai alla processione stasera mi vedrai con tanti fiori bianchi fra i capelli disciolti”.
“Ed io ti darò un fiore della mia ghirlanda e quel fiore ti porterà fortuna”.
La primavera camminava nell’aria, agile e sottile con le sue membra di luce e pareva che tutte quelle creaturine fossero piccole stelle distaccatesi da essa lungo quel meraviglioso cammino.
“Buone feste, maestra”.
“Gli argini dei fiumi sono ricolmi di fiori”.
“Gli uccelli hanno deposto i nidi dovunque”.
“Gli alberi son tutti in germoglio”.
“E se prendi la via della selva, tu cammini fra i ciclamini e le ginestre”.
Io ero rimasta in piedi davanti alla porta e seguivo con lo sguardo la nidiata trillante che già sulla via, obliosa di me e della scuola, si lanciava in piccoli voli fra l’azzurro senza confine.
Poi la strada divenne silenziosa e deserta: il sole vi si tuffò con rinnovato impeto d’amore, trovandola tutta sola, e tutta sua.
Limpida e sonora parlò la voce del vicino torrente: l’anima si sentì ravvolta e chiusa fra le sue braccia d’argento e vi si distese in un desiderio di cantilene a sentirne il mistero delle acque suonanti.
*
*   *
Tralci di mortella e d’olivo.
Bianche e piccole case profumate di verbena.
Ampi e fulgenti focolari per le dolci e quiete serate di pace.
Serene e pallide fanciulle con la testa leggermente piegata all’indietro per il peso delle lunghe e folte trecce corvine.
Malinconiche serenate di purissimo amore, arpeggiate sotto le stelle, che mettevano la loro luce negli occhi di quei melodiosi trovatori ravvolti negli ampi mantelli montani.
Battere assiduo e operoso di telai e tintinnio di spole svelte e leggere.
Lunghi ritornelli imbalsamati d’anima e di sogni.
Greggi dispersi per i colli ed i prati a brucare, nel tepore, il timo e la menta.
Vecchi pastori scolpiti nel bronzo, taciturni come monti e sereni come cielo.
*
*   *
Adesso nella grande aula polverosa, che senza la voce di quei piccoli poeti pareva fosse discesa nell’ombra, un tenero e tremante cuore era rimasto ad aspettare e si teneva, con timidezza, in silenzio.
Anna, la dolcissima.
Anna, alta e sottile come un giunco, con gli occhi amari che già sentivano e vedevano la vita, con la bocca senza colore che già sapeva, della delusione, il vuoto e l’amarezza.
Le sue labbra tremavano.
“Maestra”.
Io le presi con tenerezza, le bianche mani, e la guardai negli occhi che avevano tracce sicure di pianto.
“Senti”, mi disse, e pareva esitasse a parlare.
Poi, d’improvviso, una voce che sapeva di beffarda ironia gettò nel nitore di quel cristallo e di quell’incantesimo, uno di quegli stornelli che sono, per le anime innamorate, la più profonda e insanabile ferita.
Ma questo amore tuo
Di sete spira.
Le piccole mani dolorose tremarono fra le mie e dal bel volto disparve ogni luce.
“Anna”…
“Permetti che io ti resti vicina stasera”, mi disse mordendo fra le labbra il pianto che le veniva dal cuore.
“E non seguirai la processione?”
“No… perchè so che tu non vi andrai”.
Incominciava a discendere la sera; una di quelle sere pungenti che ti riempiono di pensieri lo sguardo, e ti mettono dentro la profondità degli abissi; e ti fanno vedere la fatuità, la inutilità della vita; e ti fanno risentire d’essere una zolla della terra, perchè tu possa, nella umiliazione, piegar le ginocchia davanti a qualcosa, a qualcosa di grande e di puro che ti lavi lo spirito e ti rimetta un poco di luce e di trasparenza nelle mani.
Si era fatto quasi freddo.
Io gettai sul fuoco qualche fascina.
La fiamma crepitò d’improvviso: si ruppe in una raggiera di scintille: si snodò libera e fiorente per l’ampia gola del camino e ci fece la fronte luminosa. Anna, seduta dirimpetto a me, mi disse piano, piano, quasi senza muovere le labbra, quasi che di lei parlasse lo spirito:
“Dimmi che cosa significa veramente Pasqua di Resurrezione, maestra”.
*
*   *
Silenzio ed attesa…
Tutte le mute cose avevano abbassate le palpebre, ora che le stelle avevano aperto gli occhi sulla terra.
Tutti i fiori avevano nascosto le corolle, ora che le gemme del cielo avevano aperto, sull’immensità, i loro petali stellanti.
Tutte le donne avevano disteso le coperte ed i drappi più belli, ora che un divino corpo macerato, aveva ravvolto le sue piaghe nei morbidi lini odoranti di incenso e di mirra.
Silenzio ed attesa…
L’intero paese pareva si fosse vuotato di tutta l’anima sua e l’avesse deposta, in forma di lumi accesi, sugli scalini delle case, sulle porte spalancate, sui davanzali delle finestre.
Attraverso le vie strette, anguste, tortuose; attraverso i sentieri e i dirupi; attraverso i colli ed i prati e le piccole, semplici case tremanti davanti all’Atteso, la processione si snodava lentamente, faticosamente.
Ed altre genti, ovunque disperse, sollevavano in alto, a guisa di saluto, le torce fumanti, rimosse dal vento.
Poi il silenzio si fece più profondo.
Poi le fiamme si fecero più numerose e più vive.
Poi la gente cadde in ginocchio
E in alto, il Cristo morto, portato a braccia dagli uomini più vecchi della contrada, pareva riflettesse nelle sue ferite tutte le vivide luci accese per lui dai viventi:
“Debbo inginocchiarmi, maestra?” mi disse Anna tutta pallida e triste.
“Come tu vuoi, sorella”.
Ma ella rimase in piedi vicino a me, e mi poggiò la testa sulla spalla.
Come più straziati di lui erano quegli uomini stanchi e sfiniti, diventati oramai un blocco solo con la terra e con la vanga!
Come più disfatta di lui quell’umanità sofferente, battuta dalle delusioni, dalle inutili attese, dalle amarezze insanabili, dalla fuga di tutti i sogni, dal tramonto di tutte le aspirazioni!
E non aveva chiesto di vivere ed era costretta a vivere.
E non aveva chiesto di morire ed era obbligata a camminare verso la morte.
E non aveva chiesto il martirio dell’amore ed era dannata ad amare.
E non aveva chiesto il veleno dell’odio ed era condannata ad odiare.
Ogni bocca illividiva di arsura.
Ogni sguardo diceva di soffrire.
Ogni mano tremava di segreti dolori.
Ogni fronte svelava un’angoscia che dentro viveva.
*
*   *
Adesso le stelle morivano nel cielo.
Adesso le torce si spegnevano l’un dopo l’altra.
E i lumi deposti sulle porte e sui davanzali agonizzavano negli ultimi guizzi, mentre la processione continuava il suo cammino tra le vie della notte.
Silenzio e mistero…
Qualcuno pensa, qualcuno parla tra i fantasmi dell’ignoto: È l’umanità che se ne va per il mondo e porta sulle spalle tutto il peso della sua vita già morta… tutta l’angoscia di quelle gioie che non ha potuto vivere, tutto lo strazio di quei sogni che ha dovuto essa stessa sfrondare… tutto il martirio di albe luminose a cui ha dovuto, per sempre, rinunciare.
*
*   *
Noi prendemmo il sentiero del ritorno.
“Maestra, tu non mi hai dato ancora una risposta. Dimmi, che cosa significa veramente Pasqua di Resurrezione”.
“Quando nessun uomo accetterà il suo destino dalle mani di un altro uomo;
“Quando più nessuno potrà imporci di soffrire e di morire;
“Quando più nessuno potrà calpestarci il cuore e la vita;
“Quando saremo liberi come le rondini e luminosi come gli astri;
“Quando l’essere nostro non sarà più schiavo di noi stessi;
“Quando potremo liberamente volere, ed essere qualcuno, ed essere noi;
“Solo allora solcherà l’azzurro ridente la Pasqua di Resurrezione”.
“Non comprendo tutto, maestra”.
“Comprenderai meglio domani, sorella”.
*
*   *
Degli anni sono passati.
La notte si è fatta più profonda.
Gli uomini son diventati più curvi.
Gli animi si son fatti più vili.
E nel silenzio della mia stanza d’esilio dove non entra mai sole;
E nell’angoscia del mio spirito dove qualcosa si spegne;
E nel fremito della mia penna dalle burrasche affilata, mi par di sentire ancora, lieve come un lamento infantile, la voce di quella fanciulla, inutilmente, precocemente ammalata d’amore:
“Che cosa significa, maestra, Resurrezione?”

da: www.liberliber.it

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