Virgilia D’Andrea – Torce nella notte

V’era nell’aria, quel giorno, cinguettio di ricordi. V’era nei cuori, quel giorno, amarezza d’angoscia.
Io avevo cercato con lo sguardo la larga bandiera nera sulla quale due nomi erano stati tracciati, e mi ero unita agli amici che si stringevano attorno ad essa.
Parigi snodava sotto i baci delle memorie le belle membra lavate dalla pioggia odorosa di Maggio, e là dove più alto era stato l’eroismo e più accanita la lotta pareva che le pietre avessero spremuto, per l’ora della rievocazione, ghirlande di sangue.
Le mani che strinsero le mie ebbero lo stesso calore.
Gli sguardi che si incontrarono col mio ebbero lo stesso pensiero.
Ecco…
I pellegrini randagi, curvi di stanchezza;
I viandanti profondi, assetati di sorgenti;
I cercatori tenaci di palme e di oblio;
I mendicanti luminosi di albe e di sogni, si ritrovavano, ancora una volta, sulla medesima via.
Mentre dentro qualcosa tremava.
Mentre dentro qualcuno piangeva.
Perchè nella profonda oscurità della notte di veglia una voce aveva gridato l’orribile cosa:
“Tutto è perduto”.
Perchè la campana del dolore aveva, ancora una volta, suonato a stormo, e i suoi rintocchi avevano avvertito prossima l’ora d’una crocifissione nuova.
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*   *
Qua e là gli adunati cantavano: qua e là fiorivano, gigantesche rose, le bandiere, e dalle finestre gremite di gente qualche vecchio sorrideva coi dolci occhi sereni.
Pareva che in lui si fosse rifugiata l’anima dell’eroica città d’un giorno, della meravigliosa città, che tutta ravvolta in una nube vermiglia, aveva saputo superbamente morire.
Allorchè la più dolce e la più trasparente delle amanti le aveva baciato la bocca nell’istante del trapasso, e aveva messo il riflesso del sole sopra il volto della morte.
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*   *
“Ancora due che salgono il monte del martirio”, mi disse qualcuno con la voce piena di tristezza.
“Ma siamo qui tutti noi” rispose un giovanetto forte a cui i venti anni empivano d’avvenire le pupille radiose.
“Viva Sacco e Vanzetti!” gridò un fanciullo esuberante, e agitò un lembo della bandiera guardando fissamente in alto…
…Non so se il cielo grigio che pesava sul nostro capo o la distesa fresca e canora dei suoi magnifici sogni…
“Non vi addolorate, non vi scoraggiate per il nostro destino” essi avevano scritto. “Ci vogliono morti e sia”.
Io avevo guardato a lungo la lettera dei due morituri. Non una lacrima, non una esitazione, non una sillaba mal certa.
I due uomini che hanno vissuto da anni a faccia a faccia con la morte si sono sovrumanati si sono sublimati.
Avrebbero potuto impazzire.
Hanno invece saputo trovare nella sapiente capacità dello spirito loro, tutto il perchè vero e vivo della vita.
Avrebbero potuto morire.
Hanno saputo invece ricercare nell’intrico dell’oscurità che non ha più mattino, la sorgente sovrana che rinnova lo spirito.
Avrebbero potuto rinnegare.
Hanno saputo invece serbare per i viventi, dopo i colloqui aspri e freddi con la morte, le parole più belle e più pure dello spirito che si denuda per la tomba.
Quelle che sorgono nel cuore allorchè recisa è la visione dei sogni.
Quelle che sembrano raccolte da una fiorita di rose.
Quelle che sembrano distaccate da una roccia di perle.
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*   *
Il corteo si avviava faticosamente verso il Père Lachaise per sostare e disperdersi davanti al “Muro dei Federati”.
Io mi sentivo piena di essi.
Io mi sentivo carica di memorie.
Avrei voluto dire, non so precisamente perchè: “Più in alto quella bandiera”.
Avrei voluto che tutti vedessero quello che vedevo io.
I loro occhi immersi nella luce intatta dell’immenso.
I loro volti annegati nel silenzio delle alture.
Le loro bocche rinchiuse nel sereno senza nubi, di chi sulla soglia dell’infinito sa di potersene andare tranquillo, perchè ha rischiarato la via a qualcuno, perchè ha gettato nello sguardo di qualcuno il lampo che si è spento nelle pupille sue.
La vita! Che triste, che miserevole cosa è mai la vita!
Piena di rinunce, piena di livori, carica di passioni…
Entro la quale voi, uomini, vi aggirate barcollando, con l’anima ingombra di tenebre, entro la quale voi, uomini, vi trascinate a stento sotto un carico di pesanti umiliazioni.
“Se dovremo morire, noi sapremo morire guardando il nemico negli occhi”.
Io avrei voluto distendere le braccia sulla porta della loro prigione.
Io avrei voluto accasciarmi a terra e dire, a nome di tutti, perdono.
Perdono!
Perchè mentre essi baciano il volto della luna;
Perchè mentre essi si purificano nelle braccia delle sere senza amore;
Perchè mentre essi si distendono ogni notte su l’orlo della tomba;
Perchè mentre essi si illuminano nel solo amplesso delle stelle;
Perchè mentre il loro pensiero conflagra con un mare d’azzurro;
Noi cerchiamo ostinatamente la vita;
Noi gettiamo più salde e più profonde le nostre radici nella terra.
Il delitto?
Hanno voluto cercare la via che risplende di mattino.
Hanno voluto guardare entro tutti i perchè della vita.
Hanno voluto cantare le parole fatte d’atomi d’oro.
“O mia sorella luce, che unisci con i tuoi raggi la terra, il sole, i fiori, le acque, i campi, i cieli, io voglio tessere con fili di giorni e d’armonia una immensa tela d’amore per avvolgere in essa tutti i cuori degli uomini”.
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*   *
Oh! miei compagni, che spinti e travolti dalla tempesta, alla stessa tempesta rubate il fulgore dei lampi per mantenere vive le pupille radiose;
Oh! miei compagni, che sospinti e dispersi dal vento come una caduta di foglie in autunno, ritornate, quale stormo di rondini, al primo canto di primavera o al primo richiamo di morte;
Levate, oggi, più orgogliosi la fronte.
Perchè questi due uomini, che davanti alla conferma del supplizio, non hanno tremore di labbra sopra lo strazio infinito;
Perchè questi due uomini, che nella piena maturità della vita, sanno guardare freddamente la morte;
Sono due esseri di azzurro e di acciaro che l’anarchia ha espresso nell’attimo travolgente e oblioso in cui, davanti allo sguardo del sole, si è ravvolta nelle chiome della bellezza sublime.
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*   *
In ginocchio… giù… giù… col volto fino a terra, davanti a questi due anarchici meravigliosi, espressione vivente del più alto idealismo, voi filosofi senza coscienza e senza fede; voi mistificatori della verità, che cianciate di “spirito puro” mentre siete gli assertori di un’idea fatta dei più bassi, dei più loschi, dei più turpi interessi umani.
E sentite il peso della vostra responsabilità.
E sentite l’onta della vostra menzogna.
E nascondetevi nel nulla.
Giacchè la notte che avete con i predoni creata, non ha più ombre per proteggere le vostre persone.
Imperocchè essa è tutta rischiarata oggi dalla vivida luce di queste due fulgide torce.
Il corteo si fermò davanti al cancello del cimitero.
“Viva Sacco e Vanzetti” gridò la medesima voce.
“Viva Sacco e Vanzetti!” rispose la moltitudine e le bandiere si agitarono in una oscura minaccia.
A me parve che quel grido venisse da tutte le tombe e avesse la potenza e la grandezza de l’eternità.
“Viva Sacco e Vanzetti!”
Io ebbi la certezza che qualcosa dovesse tremare oltre il mare… laggiù, dove fra l’orgoglio dell’oro, il delitto si cova.
Perchè i due nomi venivano gridati da sopra un cumulo di morti, morti caduti fra le braccia della Libertà.
E son tante queste rovine umane che… se rimosse un poco… potrebbero rovesciarsi e soffocare i vivi.
CENERI AL VENTO
L’orologio suonò le ore: mezzanotte.
E in quel silenzio penoso misto di ricordi, di ansie e di attese, parvero quei rintocchi singhiozzi d’un cuore vivo, che nel buio e nel vuoto della solitudine getta all’intorno il peso della sua angoscia e la voce della sua passione tormentosa.
Noi trasalimmo in silenzio con la stessa muta e accorata domanda che ci metteva amarezza negli occhi e lacrime nella gola.
“Che faranno? che diranno?”
Poi si tornava a sfogliare i nostri poeti preferiti, a cercare qua e là, fra quella magnifica sorgente di superba creazione qualcuno dei loro versi più suggestivi, qualcuna di quelle ardimentose invocazioni, che si lanciano verso l’alto, fantastiche fiammate di volti umani, imploranti la libera vastità dell’infinito.
“Che faranno? che diranno?”
La domanda ci tremava dentro, ci torturava le labbra, eppure noi non si ardiva pronunciare i due nomi, tanto essi sembravano in alto, circonfusi di bagliore; tanto essi sembravano al di là dell’umano, in una regione di purezza serena, dove tace tutto ciò che è senso e materia, e dove il pensiero diventato immortale, ti fa piegare le ginocchia, e sentire la stolta fatuità della tua vita e della tua afflizione.
Quella stanzetta del sesto piano, rifugiata fra le nubi, dove da anni vivevo in solitudine rotto il cuore dalle amarezze dell’esilio, dove tanti compagni miei erano passati a dirmi la loro più lacerante delusione, pareva fosse diventata parte del nostro respiro: non più qualcosa di inerte e di inanimato; ma qualcuno; ma un vivente dolce e discreto; ma una piccola anima fedele; che palpitava col nostro affanno segreto, e fasciava di tenerezza la nostra fragilità, sospesa fra due infiniti misteri: la terra con le sue tumultuose passioni e quei due volti trasumanati, a rilievo sulla immensità, dal pallore triste della luna e dalla quieta serenità delle altezze riposanti nel vero.
Io m’ero seduta accanto alla finestra ed avevo incrociato le braccia sul davanzale.
Parigi, la città dolce e maliosa, che aveva ridestato in quei giorni tutte le sue eroiche memorie, che aveva fatto sentire, fra il tumulto del mondo, la voce ardente dei suoi poeti ed artisti;
Parigi, quella regina di sfolgorante bellezza, che aveva d’improvviso ripreso il volto macero della umanità straziata, fiera e irruente sulle rovine della bastiglia, miracolosa e invincibile tra il fumo ed il fuoco delle barricate, sdegnosa e mordace sul palco della ghigliottina;
Parigi, quella sirena inghirlandata di stelle, sparse le chiome odorose ai baci di Montmartre, che aveva d’un tratto riacquistato il tragico e solenne volto di Luisa Michel, vegliava adesso lungo le rive pensose e agitate della Senna; palpitava d’ansia e di desiderio sui boulevards larghi e luminosi; brontolava e ringhiava di sdegno nei vicoli sudici e tetri; implorava col canto dei suoi trovatori, e preparava la difesa fra gli archi ed i rifugi, ed i recinti dei giardini; fra i misteri dei sotterranei muti e paurosi; fra le mura delle gendarmerie risuonanti di armi e di voci.
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*   *
Da lassù, così dimenticata e sperduta fra quella distesa fantastica di comignoli, di tetti, di cupole secolari e solenni, di guglie capricciose ed ardite, e di tremule luci erranti nella notte, io ascoltavo e raccoglievo, senza nulla perdere di esso, quel travaglioso palpito di terrore, che dalle pupille degli uomini era misteriosamente passato nella materia muta delle morte cose.
Silenzio ed attesa fra le amarezze della terra ed i miraggi del cielo…
A me sembrava alle volte irrealtà di leggenda quell’atroce supplizio, che inchiodato al di là del mare, nella cella fredda e cupa della morte, aveva saputo raggiungere uno splendore così terso da mandare luce su tutta la terra.
A me sembrava alle volte d’essere stata trasportata fra limpide fantasie di cristallo, tanto era al di sopra della possibilità umana quello sguardo impassibile ed immobile davanti alla bocca mostruosa della morte, che si era proiettata da anni sul volto dei reclusi invincibili.
Chè basta il sordo respiro d’un segreto dolore per curvare un uomo valido e sano, e plasmargli, in qualche tempo, un viso di rughe e di angoscia.
Chè basta la morte d’un figlio adorato per ottenebrare la mente della madre, inchiodata come fantasma senza tregua, fra le memorie dello scomparso.
Chè basta una grave delusione d’amore per spezzare l’esistenza d’una donna, e mettere il colore della stanchezza e del tramonto su quelle pupille che già avevano brillato di sole, e mettere lo smarrimento e il desiderio della tomba su quelle labbra belle, che avevano preso e dato il sapore voluttuoso della vita.
Chè basta alle volte un amaro ricordo, una profonda emozione, un palpito affrettato, un momento di dubbio, la visione d’una notte fosca, la incertezza d’un ignoto domani, l’indagine stessa di questo mistero da cui scaturiamo per turbare, e spesse volte senza più rimedio, l’armonia fisica e spirituale di questo essere nostro così fragile e così indifeso fra le burrasche e le tempeste della vita.
Ma essi; ma essi… questi due anarchici invitti e tenaci, che hanno saputo scuotere le fibre inerti d’una generazione vivente del più codardo e volgare e ignobile materialismo, con che cosa, dunque, erano stati plasmati, con lo scalpello di quale possente scultore erano stati scolpiti, col respiro di quale mare divino erano stati animati, se dopo sette anni di veglie accanto al fiato grosso della morte; se dopo sette, interminabili anni di estenuanti alternative fra la vita e la tomba, di scadenze crudeli e di diaboliche sospensioni, di sataniche torture fra illusioni date e speranze ritolte, erano riusciti ad arrivare in tutto l’equilibrio perfetto del cuore e della mente all’ultima tragica sosta? E vi erano giunti senza che mai le loro labbra avessero pronunciato la tanto attesa parola di viltà o di rinuncia, che avrebbe potuto salvarli; senza che mai le loro ginocchia, questo punto debole della umanità che cede in virtù dell’amore o in virtù del dolore, avessero vacillato, o li avessero traditi, sia pure per un istante solo?
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*   *
La notte si era fatta più cupa e raccolta, e se ne andava fra le ali del silenzio, con piedi leggeri, a salutare il mattino.
Tristezze e agonia… dolore e speranze fra le passioni degli uomini e la quieta serenità degli astri lontani, che mani invisibili andavano pian piano ravvolgendo fra le pieghe del cielo…
E sul mondo che ammirato era caduto in ginocchio, pareva sventolare a tratti, a risposta dei miei segreti pensieri, muta e solenne, l’ombra della nostra bandiera.
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La vita, questo sogno malioso che ci dà il più amaro dei risvegli;
La vita, questa canzone suadente che ci lascia nel buio più profondo;
La vita, questa mano infedele che ci abbandona soli, a brancolare da ciechi fra le onde minacciose;
La vita, questa impenetrabile sfinge che muta in un attimo il suo volto, e resta chiusa e impassibile a guardare trasognata l’angoscia insanabile del nostro tormento;
La vita, questa fatua e vaporosa chimera che ci ferisce col suo atroce sarcasmo quando le nostre spalle si piegano e la nostra testa si imbianca;
Essi, i due purissimi eroi avevano saputo vincere e umiliare, preferendole, senza ombra di sgomento e di terrore, il martirio fecondo, il martirio luminoso che rischiara le tenebre e dona l’eternità del mattino.
Quel “buona sera, signori”, che diranno le labbra di Sacco prima di chiudersi per sempre, non sarà solo l’espressione dello spirito che diventato perfezione si è diffuso in trasparente pallore sui fremiti della carne; ma sarà il saluto del fanciulletto leggiadro, che solo, in cerca d’un lavoro e d’un pane, è tutto nascosto nell’angolo più remoto del bastimento, col visetto gonfio di pianto sulla bisaccia sdrucita, ricolma di poveri cenci.
Ma sarà il ricordo del giovanetto serio e taciturno, che curvo ogni giorno sul penoso lavoro, ha negli occhi il sorriso ed il pianto della madre lontana, mentre la città festosa di danze passa, fra nuvole d’oro, al di là delle inferriate del duro opificio.
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Albeggiava lentamente.
La bella città che si era assopita per qualche ora, riapriva i grandi occhi pieni di visioni, e cominciava a palpitare qua e là nei centri affollati del lavoro.
I miei amici avevano chiuso i libri e si erano accostati alla finestra.
Io non osavo levare gli occhi verso di essi, tanto mi faceva male l’angoscia che riempiva il loro sguardo, ed essi non ardivano parlare, tanto erano spezzati dall’emozione, ora che bisognava prepararsi all’ultima realtà.
Erano liberi, alfine; erano felici fra le braccia degli amici in delirio?
Oppure, cinicamente sorda all’implorazione di tutto il mondo, l’orribile macchina aveva scaricato la mortale corrente?
Qualcuno mi poggiò le mani sulle spalle. “Coraggio” sentii dire a mezza voce.
Poi qualche altro aggiunse non so che cosa; ma io sapevo che bisognava uscire, per andare alla ricerca delle ultime notizie…
Che male, che male, che ferita lacerante quella tremenda parola raccolta dal telefono: Exècutès!
A tastoni, brancolando, avanzando come fanno i ciechi, io rifeci la strada, senza più nulla vedere oltre quella terribile parola scritta col sangue, che diventava più grande, sempre più grande, smisurata, fra la terra ed il cielo.
Oh! amici, miei cari amici, sbiancati da quella notte senza quiete, rotti dall’angoscia, chiusi, muti sopra quello strazio desolato, io non so, io non ricordo come vi dissi l’orribile cosa!…
Allora un brontolìo sordo e sinistro che parve pian piano diventare ruggito, passò dall’uno all’altro capo del mondo, e Parigi si avventò per tre giorni contro l’irreparabile misfatto, mise a soqquadro le piazze e le vie e parve che le ombre dei suoi morti gloriosi, dritte sulla cima delle barricate gridassero vendetta!
Ed io, risollevata per un istante da quello sdegno universale, ebbi ancora l’ingannevole illusione di credere che stessero per avverarsi le parole di David:
“Allora la terra fu scossa e tremò. I fondamenti dei suoi monti furono smossi e scrollati. E il cielo diè fuori la sua voce con gragnuoli e con carboni accesi. E avventò le sue saette e disperse i nemici; lanciò folgori in gran numero, e li mise in rotta”.

da: http://www.liberliber.it

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