Vita, delitti, arresto e condanna del famigerato brigante Giuseppe Musolino, detto il bandito d’Aspromonte

A miei lettori.

Pieve Santo Stefano è un grazioso paese nel territorio di Aspromonte.

Appartiene alla provincia di Reggio-Calabria, al circondario di Calanna e conta da circa 7000 abitanti, la maggior parte operai e negozianti di carbone.

I suoi contorni sono rallegrati da lunghe siepi d’aranci e da spalliere di bergamotti che profumano l’aria come tanti giardini coltivati a bella posta da agrumi.

Più là spingendosi, si incomincia a salire per montuosi terreni rivestiti di castagni e di faggi. Là si scorgono rocce insormontabili, profondi burroni, catapecchie circondate da folti ginestre e da giuncheti quasi inaccessibili.

Il forestiero che visita quelle località, non può fare a meno di inarcare il ciglio a meraviglia, rimirando quasi, passo passo, sempre nuove scene pittoresche e poetiche, che gli si fanno gradatamente davanti dalla più amena e ridente e, quella più arida e fòsca.

Gli abitanti di questo paese sono quasi tutti improntati da quel tipo maschio che rivela l’uomo meridionale, il vero calabrese.

Le donne sono anch’esse formose, e, dal più al meno, dotate tutte di una bellezza provocante.

Ma tanto gli uomini che le donne, abbiano pure un cuor buono, risenton sempre però, di quell’ambiente caldo in cui vivono, e sono di un carattere eccessivamente focoso.

*

* *

Entro i confini di questo descritto paese, e precisamente in una povera casa di operai, nel 1876 nasceva, dai coniugi Giuseppe Musolino e Giovanna Filastò, un bambino al quale fu imposto il nome del babbo.

Musolino fanciullo.

Chi si fosse trovato a Pieve Santo Stefano, dopo undici anni dalla sua nascita, avrebbe visto tutte le sere sull’ora del tramonto questo giovinetto furbo come una volpe, rapido come un daino, in mezzo a tanti e tanti ragazzi, ora a proporre un giuoco ed ora un altro.

Ma il prediletto per lui, era quello Carabineri e Briganti, giuoco che sogliono fare anche i nostri fanciulli, nei pubblici giardini.

– Al tocco a chi deve fare il brigante! – gridava uno.

– Che tocco? il brigante lo fo io – rispondeva subito Musolino.

– Sempre te, non è giusta.

– Pensatela come volete, ma questa parte non la cedo a nessuno.

– Spiegaci almeno il perchè.

– Perchè io sono fra tutti voialtri il maggiore e quello di gamba più lesta.

– Hai più ciarla tu, che un avvocato.

– Avanti, avanti, incominciamo il giuoco! –

Ciò detto, mettevasi ad armacollo un palo che fingeva un fucile, e quindi correva in cerca di un lontano nascondiglio, là aspettando che i compagni lo andassero a scovare.

Infatti, poco dopo, quella compagnia di carabinieri in erba, armati anch’essi di uno schioppo della solita fabbrica d’armi di Legnano, si metteva subito in marcia.

Gira a destra, gira a sinistra, fiuta di qua, fiuta di là, finalmente giungevano a scoprirlo.

– Eccolo là! – gridava uno.

– Piglialo! – rispondeva un altro.

Poi tutti insieme:

– Accerchiamolo! –

Al comando imperioso del capitano dei carabinieri, ecco tutti formare una gran centina e slanciarsi in avanti alla corsa, come cani da caccia dietro la loro preda.

Ma Musolino, nulla curandosi di tanto movimento, intrepido, li attendeva a piè fermo.

– Pun-pun! – facevano alcuni con la bocca, spianando i bastoni e fingendo così di far fuoco.

– Arrenditi! – gridavano altri, già prossimi ad agguantarlo. – Intanto devi cadere nelle nostre mani – e ciò dicendo, cercavano di chiudergli il passo.

Ma, vane illusioni! Appena stavano lì per impadronirsene, Musolino, a questo scivolava di mano come un pesce, a quello passava d’accanto con una finta o cilecca da farlo cadere, e apertasi in questo modo una via, correva in cerca di un nuovo e più sicuro nascondiglio.

Che cosa allora avveniva? Che di fronte a tanta sveltezza e furberia, quei poveri ragazzi erano spesse volte costretti a darsi loro per vinti.

Se il caso poi, anche di rado, li favoriva, e riuscivano ad agguantarlo, era tanta la contentezza che ne provavano, che postolo in mezzo, legato come un salame, fingevano di condurlo in prigione.

*

* *

Cresciuto, a poco a poco, Musolino cessò di essere il più vispo fra i giovinetti della Pieve e divenne tosto il più fiero e il più bel giovinotto tra gli uomini del paese.

Di figura slanciata, capello bruno-cresputo, occhi vivaci, naso ben profilato, mento rotondo, giunse facilmente a guadagnarsi l’ammirazione e la simpatia, del sesso femminino, alla qual cosa, molto ci teneva.

Il primo amore di lui fu per una vaga fanciulla di nome Rosalia, la quale venne costretta ben presto a lasciarlo ed a sposarsi, per ragioni di convenienza, ad un benestante del popolo di Santa Eufemia.

Il secondo lo provò per una certa Cata, montanina dei pressi di Aspromonte, con la quale però dovette amoreggiar di nascosto, non volendo i di lei genitori che ella prendesse affezione per un giovane il quale già godeva fama di uomo collerico, arrogante e manesco.

Gli altri amori, poi, che successero a questi, o furono, come suol dirsi, capricci del momento, o tresche continuate con donne di mala vita.

Tra le sue molte favorite si fanno i nomi di una certa Teresa, di una tal Violante, ed infine di una albanese di nome Angiolina.

Il giuoco della Passatella.

Era una sera d’inverno del 1896, e nella cantina della Frasca, condotta dal padre di Musolino, il di lui figlio Peppe, unitamente a Filastò e loro amici, come pure Vincenzo Zoccali insieme ai propri compagni, si riunirono, secondo il consueto, a fare la Passatella.

Tal giuoco, poco o nulla conosciuto nella Toscana, ma comunissimo nel Meridionale, consiste in questo:

La comitiva che deve prendervi parte, si mette a sedere attorno a una tavola sopra la quale sta un bicchiere vuoto ed un litro di vino.

Sistemati che sono ciascuno al suo posto, si fa al tocco, come si usa alla mora, e a chi questo tocca, spetta la carica di elettore.

L’elettore elegge subito a suo piacimento, tra il numero dei giocatori, il padrone e il sotto padrone.

Ciò fatto, come Pilato, si lava le mani di tutto e si tira in disparte a fare il signore.

Il padrone, empito tosto il bicchiere, dice ad alta voce: «Beva, Tizio!»

Costui, però, prima di gradire, deve rivolgersi al sotto padrone e chiedere: «Posso bere?»

A tale domanda, l’interrogato può rispondere «Si», come pure: «No, beva in sua vece Caio», riservandosi anche nel pieno diritto di dire: «Bevo io».

Se al padrone poi piacesse di bevere lui, toglie allora il bicchiere di mano al suo dipendente e se lo porta alla bocca. Ma, o che ne beva un piccolo sorso, o che dia fine al litro, si espone sempre all’obbligo di pagar tutto di propria tasca e di ordinarne altrettanto per continuare il giuoco.

La Passatella, per quanto apparentemente nulla presenti di serio, nè di rovinoso, in sostanza poi, può esser causa di malintesi e questioni, ed ecco come:

Musolino, in quella sera essendo il sotto padrone, aveva la mania di scherzare più del solito, e quando il padrone diceva: «Beva lo Zoccali», Musolino, conoscendolo permaloso, rispondeva subito: «No, bevo io», oppure: «Beva Filastò», e via così di seguito.

Venuta a termine la partita e non avendo lo Zoccali mai potuto gradire un gocciolo di vino, trasse di tasca il denaro e pagando esclamò:

– Pago, ma qui non vi rimetto più piede.

– Fai pure il tuo comodo, – replicò arrogantemente Musolino – la tua mancanza non ci farà fallire.

– Parli così perchè sei una bestia.

– La bestia sei tu, che non sai accettare uno scherzo come si deve.

– Ogni scherzo deve avere un limite; e al di là di questo, anche la burla è un insulto.

– Se hai con me della ruggine in corpo, buttala fuori.

– Non è questo il posto.

– Usciamo allora di bottega.

– Sono a tua disposizione. Andiamo! –

A questo punto, tanto gli amici di una parte che dall’altra, vedendo la cosa farsi seria, entrarono subito di mezzo.

Molti cercarono di calmare Musolino, il quale aveva preso un atteggiamento assai brusco; alcuni altri si dettero cura di portar via lo Zoccali, che uscì dalla cantina dicendo:

– Per il tuo meglio non ti accostare più a me.

– Oh! non ne morrò di voglia. – rispose Musolino con un sorriso amaro.

Di qui, incominciarono i rancori fra Musolino e lo Zoccali.

In Piazza della Fonte.

L’aria incominciava a imbrunire, e il sole mandava lontano gli ultimi sprazzi di luce, quando varie coppie di fanciulle con brocche di terra sul capo, provenienti da varie direzioni, si avanzavano verso la piazza. Là giunte, mentre che alcune attendevano che i loro recipienti s’empissero, e l’altre, che giungesse il momento di far lo stesso, così ragionavano tra loro:

– Quando ti fai sposa, Lena?

– Il prim’anno che non ci sarà nebbia.

– Allora mai!

– Vuoi saperla: io sto bene anche così.

– E allora perchè fai all’amore?

– Per seguire l’esempio dell’altre ragazze e per mostrare che valgo qualche cosa ancor’io.

– Oh! guarda chi vien qua!

– La bella di Rocco Mangiaruga.

– Dunque, è come te fidanzata?

– E da parecchio tempo anche lei.

– Buonasera, donne, – dice la fanciulla Zoccali, avvicinandosi al crocchio.

– Buonasera, Marietta! – risposero tutte.

Ma una certa Ghita dopo di averla guardata fissa in volto le soggiunse:

– Questa sera non sei di buonumore?

– Davvero.

– Hai forse leticato con l’amante?

– Tutt’altro.

– Che cosa hai fatto dunque?

– Questa mattina mi sono levata male.

– Perchè?

– Perchè non appena messo il capo fuori della finestra, mi si è fatta davanti quella mendicante gobba che viene da Aspromonte e mi ha chiesta l’elemosina.

– Male! mia cara.

– Difatti io ho detto fra me: Oggi è venerdì, giorno di streghe, una gobba mi ha parlato; tre disgrazie dunque mi devono seguire dicerto.

– Però nulla ti è accaduto?

– Fosse stato così…. ma invece….

– Che ti è successo?…

– Mi è successo, che pochi minuti dopo, nel fare le faccende di casa, ho urtato in un tavolino, e un bel vaso di fiori che vi stava sopra, è caduto e si è rotto.

– Chi rompe paga!

– Ed io pensando appunto a questo proverbio, ho tolte da un cassettino alcune lire che mi ero messe da parte e sono uscita di casa allo scòpo di ricomprarlo. Ma nello scender le scale un poco accecata dalla rabbia e un poco spinta da una manìa di far presto, non ho visto l’ultimo scalino, son caduta in avanti e mi sono sciupata un ginocchio. Guardate! –

Ciò dicendo si alzava la gonnella e mostrava alle amiche la riportata percossa.

– E poi non dobbiamo credere alla iettatura – prese a dire la Ghita, la quale faceva le parti di tutte come la più ciarliera.

– Sicuro, bisogna crederci.

– Il fatto lo prova: due, una dietro l’altra.

– Ora mi aspetto la terza.

– Speriamo di no.

– Ancora non sono andata a letto. Quando s’incomincia male si finisce peggio…. – e ripreso in mano il brocchetto che aveva posato a terra, lo andò a collocare sotto la fontana.

*

* *

Mentre costoro si trattenevano, ancora a ciarla, scherzando e ridendo da allegre fanciulle, ecco di fondo la via apparir Musolino, con la scure alla cintola e la sega in spalla che faceva ritorno dal lavoro, dal quale rilevava come esperto segatore e spaccatore di legna una discreta giornata.

Costui appena giunto dinanzi alla fonte, vista là tanta grazia di Dio, anzi che proseguire il suo cammino, pensò bene di fermarsi.

– Buona sera, belle ragazze.

– Buona sera, Peppino.

– E tu non mi dici nulla, Marietta?

– No.

– E perchè?

– Perchè ho bisogno di star zitta.

– Allora ti dirò io una bella paroletta all’orecchio – e ciò dicendo avvicinò il suo volto a quello di lei.

La Zoccali, sospettando che quello fosse un pretesto per darle di sorpresa un bacio, si schermì dicendo:

– Indietro, sfacciato!

– Quanto foco per nulla!

– Dimmi, per chi tu mi hai presa?

– Per quello che sei per una brava ragazza.

– Se ciò fosse vero, mi rispetteresti di più.

– Ma che cosa ti ho fatto?

– Nulla, perchè mi son saputa a tempo difendere, altrimenti….

– Che cosa?

– Ti saresti azzardato a baciarmi.

– Mentisci a parlare così!

– Ti conosco, sai, mascherina; ma io non sono una di quelle…. mi capisci?…

– Lo so e ti ripeto che per me sei la Vergine Maria alla quale mi fo sempre di cappello.

– Ma intanto se, ti riusciva….

– T’avrei detto all’orecchio: «Quanto sei bella!»

– Una simile parola non vi è bisogno di dirla all’orecchio….

– Ma per scherzo tutto si può fare.

– Io non voglio scherzi da alcuno nè tampoco da te. E se un’altra volta ardirai di prenderti meco una confidenza, io mi tolgo lo zoccolo di piede o dove ti prendo ti prendo. Mi hai capito? –

Musolino a questa minaccia di venne rosso come il foco e mordendosi le labbra esclamò:

– Hai ragione che sei una donna! –

La Ghita che fino allora era rimasta con l’altre spettatrice di tutto, vedendo adesso il cielo turbarsi, fecesi avanti, e presa per un braccio la Marietta, disse:

– Andiamo a casa che è meglio – e così fecero.

L’altro, allora, datale dietro un’occhiataccia come dir volesse:

«Vai al diavolo!» riprese il cammino verso la sua abitazione, senza occuparsi dell’altre che lì rimanevano a fare queste chiacchiere:

– Povera Marietta, si aspettava il terzo malanno e l’ha avuto.

– Davvero. Quel Peppino è troppo imprudente.

– Lui crede che tutte le fanciulle della Pieve si chiamino Rosaria.

– La Zoccali ha fatto bene a risentirsi.

– Io sarei stata più risoluta di lei…

– Una lezione a tempo non fa mai male – e così dicendo chi di qua chi di là, fecero ritorno alle loro case.

*

* *

La mattina dopo dell’accaduto, la Marietta, mentre faceva colazione con quei di famiglia e col di lei fidanzato, peccando molto d’imprudenza, narrò tutto per filo e per segno, quanto le era successo in Piazza della Fonte.

– Sempre questo Musolino! – esclamò lo Zoccali arrabbiato e picchiando un pugno sulla tavola.

– È tempo una volta di finirla – soggiunse Rocco.

– Sì, – riprese Vincenzo – non contento di aver recato a me tante molestie, adesso incomincia anche con mia sorella.

– Lo farà per vendicarsi dell’odio che gli portiamo – disse Stefano Zoccali.

– E ne abbiamo ragione. Ricorderete oltre il fatto del giuoco della Passatella quanto brigò per contrariarmi nella lite fra me e Versace col quale negoziavamo insieme in castagne? Ebbene, poco mancò anche quella volta che non si venisse alle mani, e qualcuno di noi non rimanesse sul terreno.

– Cosa fatta capo ha! – disse Rocco. – Questa sera anderemo a trovarlo. –

L’alterco

Difatti quanto fu detto si mantenne; e mentre l’orologio della Pieve, annunziava a lenti tocchi le nove, i due fratelli unitamente a Rocco uscivano di casa.

Quindi passo passo, si avviarono verso la cantina, a cui soleva far capo Musolino, fino da quel giorno che il di lui padre fu costretto a chiudere il proprio esercizio a causa delle risse che di sovente vi accadevano per motivi di giuoco.

Là giunti entrarono in bottega e non trovandovi alcuno, si posero a sedere e chiesero del vino.

Non erano ancora trascorsi dieci minuti, che lì centellavano, che apparisce Peppino.

Costui vedendo là quei tre personaggi che da gran tempo sfuggivano sempre quei locali, dove potevano immaginare d’incontrarlo, pensò subito a qualche cosa di grave e si pose in guardia.

– Bevi, Peppe, – disse lo Zoccali, porgendogli il bicchiere con gentilezza.

– Non bevo – rispose in modo risoluto Musolino.

– E perchè non bevi?

– Per la ragione che ho bevuto e anche troppo.

– Che vieni allora a far qui?

– Ad attendere un amico.

– Filastò?

– Appunto lui.

– Il ripiego è buono.

– Non è un ripiego; eccolo là che viene. –

Appena Filastò ebbe posto il piede sulla soglia della bottega capì subito di che si trattava e voltosi a Peppe disse:

– Andiamo via.

– Perchè?

– Vi è presso il cimitero della chiesa quella persona che sai, che ci attende. Siamo in ritardo; non indugiamo di più.

Mangiato allora, come suol dirsi, la foglia, Peppe salutò col capo la compagnia ed uscì con lui di bottega.

Allontanati che si furono di una trentina di passi, Filastò e Musolino, intesero gente dietro le loro spalle.

Voltatosi Peppe, in un lampo, e viste le facce accigliate dei due compagnoni, disse:

– Che volete da me?

– Nulla – riprese lo Zoccali. – Tu negasti di accettare un bicchiere di vino, e questa è un’ingiuria atroce.

– Ah! è un’ingiuria atroce? o prendete! –

E lì una grandinata di pugni incomincio a piovere da una parte e dall’altra, che pareva un gastigo di Dio.

Ma mentre sembrava che Musolino con uno slancio superiore alle sue forze non dovesse avere la peggio, Vincenzo Zoccali estratto di tasca un puntarolo ammenò tre colpi al suo rivale ferendolo alla mano, al braccio e all’orecchio.

Alla vista del sangue, Nino Filastò impugnò subito la rivoltella, e tirati uno dietro l’altro tre colpi impaurì gli aggressori e li costrinse a fuggire.

– Fuggite, fuggite pure – gridò Musolino. – Ma non son morto e saprò vendicarmi. –

L’altro, preso allora in cura l’amico ferito, cercò di ricomporlo alla meglio essendo rimasto lacero e stracciato. Ma il di lui cappello caduto in terra durante la mischia era sparito e non fu possibile più di trovarlo.

Tornati entrambi a casa e medicate e fasciate ben bene le ferite, Filastò prese a dire:

– Dài retta a me: denunzia il fatto alle guardie.

– No, la spia io la lascio fare a chi è del mestiere.

– Ma tu, non facendo questo, puoi trovarti come dice il proverbio : col male, il malanno e l’uscio addosso.

– Che importa? Io non voglio recar danno ad alcuno.

– Ma loro, però,- non hanno fatto complimenti: vedi come ti hanno conciato?

– Lo vedo, ma non per questo ricorrerò alle guardie. A suo tempo mi vendicherò! –

L’attentato contro Zoccali.

Passa intanto la notte e l’alba del nuovo giorno incomincia a biancheggiare nel cielo.

La via principale di Pieve Santo Stefano è deserta. Le finestre delle case che la fiancheggiano si mantengono chiuse: nulla per ora dà segno di vita.

Solo, all’estremità della detta strada e precisamente dalla parte che mena all’aperta campagna, si apre la porta di uno stabile e da quella esce un uomo.

Quest’uomo è Vincenzo Zoccali, il quale, forse per ragioni, d’interesse, si è alzato di buon’ora.

Ad un tratto, tre colpi di schioppo, rapidi come un fuoco di fila, si fanno sentire, e l’ultimo proiettile va a conficcarsi in mezzo della porta da dove Vincenzo era uscito.

– Ah! infami, – grida costui – mi volevano morto e non vi sono riusciti. –

Intanto gli spari di fucile come le grida lamentose di lui, hanno messo tutto sottosopra il vicinato e molti corron sul posto.

– Sì, infami! – riprese a gridare lo Zoccali. – Qui tutti vi chiamo a testimoni che due assassini, nelle ore mattutine, mi hanno attentato alla vita: e sapete chi sono? Filastò e Musolino. Guardate qui la palla nell’uscio confitta, mirate là il cappello di Peppe, perduto fuggendo…. io non m’inganno…. chiamate le guardie…. voglio che si arrestino quei due malandrini. –

Ciò inteso un certo Clito, amico di Musolino, prima che giungessero le guardie sul posto per la costatazione del fatto, corse subito in cerca di Peppe e trovatolo gli disse:

– Che vi è di nuovo, Clito?

– Brutte notizie.

– Spiegati.

– Hanno tirato tre fucilate a Vincenzo Zoccali senza colpirlo….

– Ebbene?…

– Egli accusa come autori del mancato omicidio te e F tastò.

– E con quali prove?…

– Con quella del tuo cappello che è nelle sue mani.

– Ah!… ma vedrai che non mi faranno niente….

– Mettiti in salvo, per carità…. A momenti sarai ricercato dalle guardie.

A queste parole, Musolino, accettò il consiglio di fuggire e disse a Clito:

– A te raccomando la mia famiglia: informala di tutto. Dirai loro che vivano tranquilli: che se io fuggo, non fuggo perchè sia colpevole, ma per salvarmi appunto da una pena, che forse mi potrebbe toccare, anche mostrando alla luce del sole la mia innocenza. –

Ciò detto, saltò subito una macchia che era poco distante; e cercata una scorcitoia che mena dritta alla montagna, corse a mettersi in salvo.

Ciò è quello che dice il bandito e quanto si racconta dal popolo, ma a dire il vero, come resultò dipoi, nel processo, sembra che fosse proprio Musolino ed altri a tirare le fucilate.

*

* *

Giunte in questo frattempo le guardie sul luogo per la costatazione del fatto, incominciarono a raccoglier notizie per la distesa del relativo verbale.

Intanto la folla dei curiosi che là si era radunata, faceva commenti sull’accaduto, ragionando a bassa voce così:

– Si vuole che l’autore del mancato omicidio sia stato Musolino e lo sarà. Ma non potrebbe anche essere una simulazione di delitto? una commedia giocata a bella posta da Vincenzo per sfogar l’odio che ha con Peppetto e comprometterlo?

– E chi dice a noi, – pigliava a dire un secondo – che qualche altro nemico dello Zoccali abbia tentato di nascosto questo tiro, incoraggiato dal fatto, che il sospetto sarebbe caduto certamente su quel disgraziato?

– Ma il cappello di lui, trovato sulla pubblica via, – soggiungeva un altro – come si spiega?

– Certo, il cappello è un gran punto nero…. Basta, il processo farà la luce. –

Arresti.

Mentre così si continuava a discutere, le guardie chiudevano il processo verbale e si portavano alla casa di Filastò, dove lo dichiararono in arresto.

Passate quindi a quella di Musolino, picchiarono alla porta e chiesero di lui.

La sorella Ippolita, che già da Clito era stata messa a parte di tutto, rispose:

– È uscito di casa questa mattina per andare al lavoro, ma non so dire però dove lo potrebbero trovare.

– In quanto a questo ci penseremo noi – risposero gli agenti.

Ciò detto perquisirono la casa dal basso all’alto. Accertatisi finalmente della verità se ne andarono.

Fatte quindi altre e più accurate ricerche, senza alcun frutto, non restò loro che di dichiararlo latitante.

Questa latitanza che confermava sempre più il sospetto fatto sopra di lui, avrebbe avuto lunga durata; se la madre di un’antica amante di Musolino, non avesse parlato.

Costei visto un giorno, per caso, entrar Peppe ratto ratto, in casa di un suo parente, ne’ pressi di Aspromonte, dopo che si era già sparsa la notizia del mancato omicidio, nella persona dello Zoccali, disse subito tra sè: «La belva, deve aver trovata là la sua tana. Chi sa che io non faccia bene a riferire ciò alla polizia che lo cerca.»

Fatta questa riflessione e trovatala buona, si portò a Gerace, chiese di parlare col delegato e lo mise a confidenza di tutto.

Pochi giorni dopo la sua deposizione, Musolino era già stato catturato.

– Mi avete legato come una bestia – esclamò Peppe alle guardie; e si mise in accanita resistenza.

– Sì, come un cane arrabbiato – rispose una guardia a cui con un morso le aveva quasi portato via un dito. Esasperata dal dolore si dice che gli sputasse in faccia, dicendogli: – E come tale ti tratto. –

Suonavano le otto di sera e Musolino, passava dalla sezione di pubblica sicurezza alle carceri giudiziarie, a raggiungere il suo compagno di delitto.

La condanna.

Eccoci finalménte all’ultimo giorno e all’ultima ora del famoso processo contro Musolmo e Filastó per mancato omicidio.

Il pubblico ministero ha già fatta la sua requisitoria.

L’avvocato di parte civile come quello di parte criminale hanno terminata l’arringa di epilogo e risposto alla loro missione.

I Giurati, non essendovi più altro da fare, si alzano, abbandonano il suo banco e si ritirano in camera di Consiglio per rispondere sulle formulate questioni.

In questo intervallo di tempo, mentre i due imputati gettano in qua e in là dell’occhiate; con una espressione d’abbandono, la folla che trovasi là stivata, tanto per far qualche cosa incomincia un sommesso cicalio, diviso in due correnti, pro e contro.

– Che ne dici tu?

– Io dico che andandogli bene bene non piglia meno di diciott’anni.

– Disgraziato!

– Non può essere altrimenti. Troppe testimonianze schiaccianti.

– Ma incerte.

– Mi pare anche a me che i testimoni abbino un po’ esagerato.

– E la deposizione del secondino che disse: che anche in prigione Peppe era un prepotente e che istigava sempre gli altri alla rivolta….

– E dove mi lasciate quella del sindaco che lo denunziò per il più discolo del paese!

– Già perchè Musolino prese ad ostacolare al momento dell’elezioni, la sua candidatura.

Dall’altra parte invece si parlava così:

– Speriamo che la giustizia faccia il suo dovere!

– E lo paghi come si merita.

– I cattivi soggetti, non hanno diritto di far parte del consorzio dei buoni.

– Anco il parroco della Pieve, che è un sant’uomo, non potè dirne bene.

– Benchè l’accusato lo smentisse col dire che gli aveva rilasciato più volte degli attestati di buona condotta.

– La paura, mio caro, costringe a far tutto. Se glieli avesse negati, povero lui!… non sarebbe stato più sicuro nemmeno in chiesa.

– Anche l’avvocato che aveva promesso loro il suo patrocinio, alla vigilia del processo, cambiò idea e si fece supplire da un altro avvocato.

– Ciò prova, che stacciata ben bene la cosa, aveva capito che quella non era farina per lui. –

Mentre così si ragionava; una voce squillante, grida:

– La Giurìa! –

A questo annunzio, tutte le bocche si chiudono a un religioso silenzio e gli occhi si rivolgono, in un baleno, al banco dei Giurati.

Il loro Capo, in piedi e ad alta voce, legge per esteso il verdetto, col quale Giuseppe Musolino ed il di lui complice Nino Filastò si ritengono colpevoli del delitto imputatoli; in seguito al quale la Corte li condanna a ventun anno di prigione.

Inteso ciò, Musolmo in preda al massimo furore si rivolge allo Zoccali e gli dice:

– Hai capito? I signori Giurati mi hanno condannato per causa tua a ventun anno di prigione. Sappi che ventuno ne ho di età, e a quarantadue, se non crepo, sarò fuori di nuovo. Ma appena uscirò di prigione, la mia prima cura sarà quella di cercare di te per mangiarti il cuore, a morsi come il pane. Quando poi tu fossi morto o fuggito, sfogherò il mio furore sopra i tuoi figli e su tutta la tua iniqua famiglia. –

A queste tremende parole, lo Zoccali guardò in volto l’imputato, e rispose:

– Intanto mangia cotesti ventun osso, in quanto, alla carne…. lo vedremo a suo tempo. –

Non appena lo Zoccali aveva proferite queste parole, un forte grido fu inteso dalle finestre spalancate, della sala, proveniente di giù dall’atrio, nel cortile.

Accorse allora molte persone sul posto, videro stesa al suolo una donna in istato di avanzata gravidanza, che non dava più segni di vita.

Costei era Carmela, sorella di Filastò; la quale, dopo di avere udita la condanna del fratello e del cugino, era morta dal dolore, esclamando:

– Avete condannato due innocenti! –

Questa catastrofe era il quadro finale del dramma, svoltosi alla Corte d’Assise di Reggio-Calabria il 27 settembre 1898.

Pochi minuti dopo, giunti sul luogo i carabinieri, fecero allontanare la folla dei curiosi, remuovere con una barella il corpo della defunta e avvicinare il carrozzone dei detenuti.

Giunto questo dinanzi la porta dell’Assise, scortato dalle guardie, Musolino vi salì il primo, quindi un suo favoreggiatore, condannato anch’esso, ed in ultimo Nino Filastò, il quale indugiando con arte a prender posto nell’interno del legno, studiavasi di vedere se nel mezzo alla folla circostante, gli era dato di scorgere sua sorella per salutarla e dirle addio.

Il disgraziato non sapeva, e ciò a sua buona fortuna, che Carmela era morta e che mentre lui di lì si partiva per la prigione, la salma di lei veniva condotta alla stanza mortuaria.

In prigione

La cella dove furono rinchiusi Musolino con Filastò, era angusta, annerita dal tempo come una cantina, bassa di soffitto, e con piccola finestra ferrata di seconda luce, dava un’aria così melanconica da non sopportarsi.

Due miseri giacigli, un brocchetto d’acqua per bevere e un vaso verde di terra per i bisogni corporali, erano gli unici mobili di quella stanza.

– Ma questa è una tomba! – disse Musolino. – Ci hanno voluto seppellire prima del tempo.

– Davvero, qui non sapremo mai quando farà giorno nè quando sarà bel tempo.

– Non ci potevano trattar peggio. Pazienza…. sai che cosa faremo? Giacchè siamo accasciati dai dolori subiti, e giacchè la notte qui non ci manca, ci sdraieremo sul letto per vedere se possiamo dormire. –

E così fecero.

Mentre Filastò si era assopito e tranquillo riposava, l’altro non potendo chiuder occhio, ricorse col pensiero al passato e così prese a ragionare tra sè:

– Addio, bei tempi trascorsi in seno alla mia cara famiglia!… tempi di dolci illusioni e di belle speranze! Ricordo ancora, quando la sera, stanco dal lavoro, ritornavo alla mia casetta e là mi assidevo con gli altri a cena, contento di aver col mio mestiere di segatore guadagnato quel tanto da poter dire: «Mangio questo tozzo di pane senza rimorsi». Le mie mani lo provano, mai risparmiate a nessuna fatica, piene di cicatrici e di escrescenze callose. Questa è una vita più dura della morte! Io qui soffro non solo per me, ma anche per la mia famiglia che non avrà più un momento di pace nel vedermi lontano da lei. Soffro per la mia bella Catteda, che chi sa quante lacrime avrà versate da quel giorno ch’io fui distaccato da’ suoi amplessi. –

Ciò dicendo, saltava giù dal giaciglio, batteva i piedi in terra si mordeva le mani, si colpiva coi pugni la testa e, fuori di sè, bestemmiava come un ossesso.

Filastò, svegliatosi a queste sue grida, di soprassalto, tentò di calmarlo con parole di conforto, ma invano. Egli non vedeva più nulla, non capiva più niente.

Accorso allora, sul posto il carceriere, lo redarguì severamente.

– Compatitelo, – disse Filastò – in questo momento non è lui che parla.

– Egli mentisce! Son io: Giuseppe Musolino e voglio fare quello che mi pare e piace. –

Musolino alzò le mani per colpire la guardia; ma essa dato subito l’allarme, altri accorsero nella cella e messa a Musolino la camicia di forza, lo ridussero alla impotenza, ma non al silenzio.

Queste scene da forsennato, si ripeterono da Musolino parecchie volte nel corso di una ventina di giorni.

Finalmente, il Direttore delle carceri, avendo saputo da Filastò che la segregazione appunto in una cella così povera di luce ed isolata dall’altre, era una delle cause delle escandescenze in cui dava Musolino, ordinò che unitamente all’amico fosse passato in una cella più provvista di luce ed in compagnia di altri detenuti. Il giorno appresso, dopo di aver fatta la consueta pulizia, la guardia carceraria di turno, introduceva nella cella suddetta i due detenuti.

In questa cella si trovavano altri tre prigionieri, e fino dal primo giorno, i cinque detenuti, si affiatarono così bene tra loro, che poterono trascorrere cinque mesi di prigionia meno peggio di quello che si sarebbero aspettati.

L’evasione

Era il 1° gennaio 1899. Il sole, giunto al tramonto, mandava gli ultimi sprazzi di luce, e l’aria incominciava ad imbrunire. La guardia di turno aveva già fatto la terz’ultima visita di rigore, e i prigionieri, in attesa dell’ora per coricarsi, stavano barattando insieme qualche parola, discorrendo, come suol dirsi, del più e del meno.

Ad un tratto, mentre d’intorno ogni cosa taceva, un canto accompagnato da zampogna e di vicina provenienza, si fece sentire.

In quell’istante una sola parola uscì dalla bocca di tutti e fu quella: «Silenzio!»

Musolino, allora, con lo slancio di un gatto, saltò alle finestra, e agguantate con le mani le inferriate, fece di tutto per mettere il capo fuori.

Dopo circa dieci minuti, il canto tacque e ciascuno riprese il suo posto, non escluso Peppe che disceso a terra in un lampo, esclamò:

– Compagni, questa è una fibbia, ossia una imbasciata, inviataci da quei della Malavita.

– È parso anche a me – rispose Filastò.

– Anche noi vi abbiamo capito qualche cosa…. – soggiunsero gli altri.

– Ma non quanto me, che posso anche dirvi che quella voce si partiva dalla casetta di Cola, posta a poca distanza da questo cellulare.

– E nell’insieme, che cosa hai tu raccapezzato? – disse Surace pieno di curiosità.

– Un gergo che si esprimeva così: In un punto della parete esterna vi è un vuoto praticatevi un foro e fuggite.

– Una notizia più bella non potevano darcela.

– Ma prima di rallegrarci, – disse Saraceno – riflettiamo un poco: non potrebbe esser questa una trovata dei nostri guardiani per vedere di che cosa siamo capaci?…

– No, – rispose Musolino – perchè quella voce non . mi è neppure nuova: è di Cosimo Spirito….

– Nulla vi è allora da temere, – disse Filastò – lo conosciamo abbastanza.

– E poi oltre di questo un’altra cosa mi rassicura.

– Quale? – domandarono tutti.

– Ecco qua. Una sera, mentre stavo bevendo nella cantina di Carmine il Nero, intesi uno della Società edificatrice di Reggio che diceva a un suo amico: «Lo stabilimento carcerario del paese l’abbiamo costruito noi; ma durante quei lavori, fatti eseguire a economia, ci trovammo mancanti di materiale, e siccome il tempo ci stringeva i panni addosso, fummo costretti in alcuni punti a far uso di pezzi di mattoni e a far de’ ripieni con terra e calcina.» –

Appena ebbe pronunziate queste parole, chi di qua chi di là, presero a battere nella parete esterna, con le nocca della mano per cercarvi il vuoto indicato, ma dappertutto, il muro dava quella sonorità che è indizio di un lavoro compatto e bene eseguito.

Finalmente balenò nel capo di Musolino una buona idea, cioè quella di fare un saggio dietro un giaciglio, in un punto sottostante alla finestra e in prossimità del pavimento. Là, inteso quel suono torbo che suol dare, percuotendolo col pugno, un cocomero ben maturo, tutto al legro, esclamò:

– Eccolo trovato!

– Sì, è proprio questo il punto, – risposero gli altri, dopo aver fatto anch’essi la prova.

– All’opera dunque!

– Qui ci vorrebbe un ferro bene appuntato, che ci facesse da scalpello.

– Davvero; ma dove si può trovare? –

Musolino allora, alzando gli occhi, disse:

– Ecco lassù conficcato nel muro un bel chiodo che ci aspetta.

– Ma come faremo ad arrivarlo?

– Proprio così – disse Musolino, e salito sulle spalle di Saraceno che era il più alto e il più forte, agguantò il chiodo e a forza di stratte lo distaccò dalla parete.

Col chiodo alla mano si accinsero subito a dar principio a questo pazientoso lavoro di perforazione, lavoro, che veniva eseguito soltanto di notte e negl’intervalli che passavano tra visita e visita. I calcinacci che si distaccavano perchè non fossero veduti, li nascondevano dentro i pagliericci, come, volta per volta che il buco andava allargandosi, perchè non desse nell’occhio al carceriere, lo coprivano con un foglio, al quale, aveano dato con polvere raschiata dal muro, il color dello zoccolo.

Questo lavoro come ho detto di pazienza e di azzardo richiese nove giorni di tempo.

Giunti pero al nono giorno, mentre credevano di poter dare gli ultimi colpi e svignarsela, una grossa pietra arresta loro il lavoro.

– Non si va avanti! – gridò Musolino.

– Lo credo, – disse Filastò – per togliere di mezzo questo inciampo bisognerebbe che il chiodo diventasse un grosso martello e che le nostre braccia si cambiassero in tante leve. –

Mentre loro due così discorrevano, in uno stato veramente di abbandono, gli altri ad uno ad uno facevano dei tentativi intorno al pietrone scoperto, per vedere se vi era una via da remuoverlo.

In questo frattempo un rumore di passi si fece sentire.

Ricompostisi tutti in un momento e nascosto quanto vi era da nascondere, si prepararono a ricevere il carceriere.

– Che fate sempre qui in piedi? – disse la guardia entrando con la lanterna in mano.

– Si ragionava tra noi.

– Il vostro comodo l’avete fatto abbastanza, ora andate a dormire.

– Subito – risposero tutti.

E ciò detto si spogliarono in un batter d’occhio e si distesero su i loro giacigli.

Appena che il carceriere li vide coricati, esclamò:

– Bravi giovinotti, così va bene! – e se ne andò, serrando bene con chiave e chiavistello la porta.

Dopo cinque minuti che si trovavano là distesi, quei detenuti stanchi dal lavorìo che avevano fatto, si addormentarono tranquillamente.

Solo Musolino non poteva trovar riposo e vegliando diceva fra sé:

– Non so persuadermi come il destino, m’abbia sul più bello abbandonato! Pregherò, sì, pregherò…. per vedere se mi giunge qualche aiuto.

E presa in mano la medaglia che aveva al collo, ricordo della defunta sua madre, la baciò per tre volte. Quindi inginocchiatosi sul giaciglio disse una preghiera.

Terminatala, si distese nuovamente sul giaciglio e poco dopo si addormentò.

Svegliatosi, Musolino scosse i compagni, e disse loro, di aver sognato un bel vecchio che gli aveva insegnato il modo di togliere la pietra.

Sotto questa impressione, Musolino si accinge all’opra.

Fatto quanto gli era stato prescritto con tutta quella forza procurata dalla suggestione del sogno, la pietra fu mossa, ed una finestruola atta far passare comodamente il corpo di un uomo, apparve ai loro occhi.

Tutti, ad uno alla volta misero il capo fuori di quella apertura, e dopo aver visto esclamarono:

– Abbiamo una brutta nottata e soffia un tramontano terribile.

– Meglio, – disse Musolino – così non verranno avvertiti quei piccoli rumori che noi potremo far nel discendere.

– Ma la sentinella?… – soggiunse Filastò.

– La sentinella – rispose Surace – a quest’ora se la dormirà come un tasso dentro la sua garetta…

– Non facciamo più chiacchiere, – gridò Musolino – ogni ritardo ci potrebbe far danno. Mano subito a lenzuola e coperte: tagliate queste a strisce: annodatele insieme e, dopo averle bagnate, attorcigliatele a guisa di corda. Io intanto mi metterò in ascolto alla porta, pel caso disgraziato che qualcuno giungesse. –

A questo suo comando imperioso tutti si misero in moto, e fatto, in breve tempo, quanto fu loro ordinato, salirono alla finestra che si trovava sovrastante al foro, e alla inferriata di quella, legarono a doppio nodo la fune lì per lì improvvisata.

– Ecco fatto. Chi scende il primo? – dissero.

– Il primo sarò io, – disse Musolino – poi chi mi vuol bene mi segua! –

E agguantata con due mani di ferro la fune nodosa che giù penzolava, si calò nel vuoto rasentando la parete esterna della prigione.

Quando Filastò vide l’amico che, toccato il muro di ronda, si disponeva a scavalcare quello di cinta, discese anche lui e lo stesso fecero Saraceno e Surace.

L’ultimo era rimasto Leo Passaruga, ma al momento di calarsi, o che fosse la paura di cadere e rompersi il collo, o che fuggito potesse facilmente esser ripreso e condannato a una pena maggiore, pensò bene di non farne più nulla e si buttò nuovamente sul giaciglio.

Trascorsa una mezz’ora, dalla evasione, entrò nella cella il carceriere con la lanterna per la visita di rigore, e visto subito di quello che si trattava, mise in altra segreta il prigioniero rimasto e corse ad avvisare della cosa i superiori.

Delitti di Musolino

Separatosi Musolino dagli amici, la sua prima cura fu quella di correr di soppiatto alla sua casa paterna per rivedere i suoi parenti e per munirsi di un fucile, di cariche e di denari.

Fatto questo, salì alla montagna, e incominciò a scorrazzare, simile a uno stambecco, dal monte Scapparone alla spianata di Dorgada e dalla grotta di San Leo alle vette di Aspromonte, balzando, strisciando, ora fuggendo da un luogo, ora ricomparendo in un altro.

E da allora cominciò a commettere tutti quei delitti tremendi e raccapriccianti che commossero tanto l’Italia tutta.

Ne diamo qui l’elenco completo.

29 gennaio 1899. – Omicidio in persona di Francesca Sidari, moglie di Stefano Crea, che aveva testimoniato a carico di lui.

11 luglio 1899. – Omicidio in persona di Pasquale Saracino, il quale, dovendo arruolarsi come carabiniere, frequentava la caserma di Santo Stefano. Musolino s’insospettì che volesse denunziarlo, e lo uccise a fucilate, poco fuori dell’abitato in territorio di Santo Stefano.

7 agosto 1899. Omicidio in persona di Stefano Zoccali, fratello del suo nemico più acerrimo, quegli da cui gli derivò la fatale condanna.

19 agosto 1899. Omicidio in persona della guardia Alessio Chirico, di Alesso (Reggio Calabria), il quale aveva aiutato i carabinieri di Santo Stefano d’Aspromonte quando Musolino era stato catturato per l’omicidio dello Zoccali.

Il quinto omicidio fu compiuto in persona di Carmine D’Agostino, pastore sul colle San Roberto, il quale era stato da poco richiamato dal servizio militare e che s’interessava per la cattura di Musolino. Questi lo trovò nell’aperta campagna in compagnia del padre e di altri parenti; lo chiamò in disparte, lo prese sotto il braccio e lo pugnalò al cuore.

Il sesto omicidio venne commesso in persona di Pietro Ritrovato, carabiniere, il quale coi compagni si trovava sopra una montagna alla ricerca di Musolino. Questi nella notte era fuggito ad un tranello tesogli dal delegato Wenzel e dal noto Antonio Princi, in contrada Mingioia. Risalendo la contrada di Mescugno (Africo), Musolino, si appiattò dietro un masso al passaggio del carabiniere Ritrovato, e gli sparò contro una fucilata uccidendolo.

9 agosto 1900.- Omicidio in persona di Francesco Marte, affiliato all’associazione a delinquere di Africo. Il Marte aveva parecchie volte nascosto in propria casa il bandito quando questi frequentava quelle località. Per varie ragioni, tra cui la paura di un tradimento, Musolino lo uccise a fucilate.

29 gennaio 1899. – Mancato omicidio nelle persone di Stefano Crea e Michele Surace. Il primo è il marito della Sidari; l’altro era in compagnia del primo, quando fu colpito a fucilate,

11 febbraio 1900. – Mancato omicidio in persona di Francesco Siniscropi, il quale venne colpito da Musolino per sbaglio. Musolino attendeva un tale Riola, suo nemico.

4 marzo 1900. – Mancato omicidio in persona di Giuseppe Angelone, ex-carabiniere in congedo. Costui aiutava i carabinieri per le ricerche di Musolino, e questi gli tirò una fucilata alle gambe «per dargli una lezione», come disse.

L’undicesimo delitto, di cui manca la data, fu un mancato omicidio in persona del possidente Stefano Romeo, il quale aveva tirato a Santo Stefano contro Musolino, senza però colpirlo. Il delitto fu commesso in contrada Mazzapà (Reggio).

9 marzo 1900. Mancato omicidio in persona di Antonio Princi e degli agenti di pubblica sicurezza.

23 settembre 1900. – Mancato omicidio in persona di Stefano Zirilli consigliere comunale di Santo Stefano. Lo Zirilli cercava di catturare Musolino, e venne da lui ferito due volte. La prima dal solo Musolino leggermente; la seconda da Musolino e da altri due compagni sconosciuti. Questa volta lo Zirilli rimase ferito gravemente ma nonostante la ferita, esplose un colpo di fucile contro gli aggressori e ne colpì uno.

15 settembre. – Omicidio di Giuseppe Surace.

Questi i delitti principali che gravano su Musolino. Fra gli altri minori v’è pure il mancato omicidio in persona del signor Fava, ex-sindaco di Santo Stefano d’Aspromonte.

L’arresto di Musolino

Fin da quando Musolino riuscì ad evadere dal carcere, il Governo fece ogni sforzo per catturarlo.

Varie squadriglie di carabinieri e di agenti travestiti, furono inviati subito in que’ luoghi dove si supponeva ch’egli si potesse trovare, o che almeno, di passaggio, fosse facil cosa inciamparlo.

Ma tutte queste precauzioni prese, che erano senza dubbio un bene per la sicurezza pubblica e una seria minaccia per lui, non furono sufficenti ad intimorirlo nè a distorlo da’ suoi micidiali propositi.

Dopo i primi atroci delitti, la caccia contro il bandito si fece più accanita, e squadre di carabinieri soldati e guardie, guidate da delegati, furono spinti sulle sue tracce.

Ma tutto era inutile!

Le montagne calabresi erano note a Musolino come la propria casa. Dovunque si portasse, trovava un ripostiglio; dove picchiava, un amico o un protettore.

A facilitare allora l’arresto di Musolino, il Governo impose una grossa taglia a chi avesse consegnato in mano della Giustizia, Musolino vivo o morto.

Alla fine il Governo prese la saggia disposizione di arrestare tutti i suoi favoreggiatori e manutengoli. Cosicchè egli non aveva più a chi rivolgersi per vitto ed aiuti.

Egli allora trovandosi anche circondato dalla pubblica forza che si stringeva sempre più intorno a lui, decise di abbandonare le montagne della Calabria e recarsi nell’Italia centrale, ed ivi, in un porto, imbarcarsi per l’estero.

Ma due bravi militi della benemerita arma dei Carabinieri mandarono all’aria il suo audace disegno.

Le versioni sulla fuga dalla montagna d’Aspromonte furono diverse. Sembra però che il brigante facesse a piedi il lunghissimo tratto di strada da Aspromonte a Urbino.

Il famigerato bandito se ne andava tranquillamente per una vecchia strada d’Acqualagna, portando un berretto da ciclista ed appoggiandosi ad un ombrello: sulle spalle aveva un fagotto di vesti. A dugento metri di distanza lo videro due carabinieri La Serra e Feliziani, i quali noi si sa come si insospettissero dall’aspetto del viandante, perchè Musolino è un bel giovane ben vestito, e di volto simpatico.

I carabinieri lo seguirono, e ad una voltata il Feliziani gli gridò:

– Alto là; chi siete? –

Musolino senza fiatare fuggì attraverso i campi; e i carabinieri ad inseguirlo.

Musolino inciampò in uno di quei fili di ferro che uniscono le viti fra loro: cadde di traverso; i carabinieri credevano d’agguantarlo, ma subirono la stessa sorte, mentre il brigante impugnò la rivoltella in attitudine di difesa.

Il Feliziani rialzatosi in un baleno, gli afferrò subito il braccio armato, impedendogli di sparare l’arma, e intanto l’altro carabiniere gli passò intorno al collo una catenella stringendola fino a farlo rantolare.

Ridotto all’impotenza, Musolino supplicò i due coraggiosi carabinieri di lasciarlo andare, offrendo loro tutti i denari che aveva indosso. Ma ben s’intende che tutto fu vano.

Legato come un salame, fu trasportato alle carceri del paese e poi in quelle di Urbino, quindi fu traslocato in quelle di Reggio Calabria, antico regno delle sue infamie.

Lode va dato ai due bravi e coraggiosi carabinieri che liberarono il paese da sì terribile bandito!

Dopo alcuni mesi Musolino venne portato a Lucca, dove fu discusso il processo.

Processo e Condanna

di Musolino.

Il processo alla Corte di Assise di Lucca, durò più di due mesi, ed oltre Musolino furono processati anche tre suoi presunti complici, Giovanni Jati, Stefano De Lorenzo e Rocco Perpiglia.

Ne corso del processo avvennero varî clamorosi incidenti.

Gli avvocati, che per un dato tempo avevano difeso Musolino, ad un certo punto si ritirarono, e Musolino fu difeso da avvocati d’ufficio.

Finalmente l’11 giugno 1902 fu dichiarato dal Presidente dell’Assise chiuso il dibattimento, e domandato a Musolino se avesse nulla da aggiungere, egli così parlò :

Signori Giurati!

Io non farò come la figlia del Gran Visir che si salvò dalla morte facendo lunghe narrazioni che la Provvidenza le suggeriva. Io mi limito a giurarvi la mia innocenza ed a darvene spiegazione.

I miei delitti vi spaventano, e voi credete di assumervi troppa responsabilità innanzi al popolo d’Italia dovendomeli assolvere.

Ma vi prometto che, se ciò farete, io andrò a terminare la mia vita molto lontano di qui, e questo popolo non subirà il mio contatto!

Il Pubblico Ministero mi ha chiamato il delinquente calabrese. Questo dimostra la fallacia delle sue argomentazioni, poichè io sono di nobil sangue francese.

Se voi volete condannarmi fatelo pure; ma io che adoro Cristo, non sarò spergiuro per avere sostenuta la innocenza mia, di Jati e di De Lorenzo. Io fui sempre solo nel compiere le mie gesta: solo, anche quando attentai al Fava. Durante il processo due o tre Giurati furono calunniati d’aver detto che io ero meritevole dell’ergastolo….

– Ciò era falso! – interruppe il Presidente.

– Lasciatemi finire! – gridò Musolino rivolgendosi ai Giurati. – Se non è vero che foste calunniati, tanto meglio, altrimenti a quest’ora sarei già all’ergastolo! –

Il brigante proseguì, senza troppo ordine, a ricordare fatti accaduti a sè e ai suoi. Narrò come una sua zia cadesse morta in un precipizio, mentre una vettura la portava a visitarlo nelle carceri di Reggio.

Disse che altri suoi parenti morirono, dicendo di lui, nel passare all’altra vita: «Per Peppino verrà fatta giustizia,» e esclamò:

– Ma la giustizia di questo mondo condanna gli innocenti! –

Osservò che, mentre tutti odiano i proprî nemici, egli invece fu verso di essi, talvolta generoso; non s’incontrò forse un giorno, in casa sua con uno zio degli Zoccali, e sebbene lo detestasse, per non tradire l’ospitalità, non lo fece accomodare cortesemente?

– Avrei potuto, approfittare del momento, e pugnalare quell’uomo; ma che scellerato sarei stato! –

Il Presidente lo interruppe:

– Queste cose già le diceste; sarebbe ora di concludere…. –

Musolino allora riprese a parlare, calorosamente: Contestò le false deposizioni fatte a suo danno nel processo di Reggio, si difese dall’accusa di aver ucciso la Sidari, come se egli fosse un vile ammazzatore di donne.

Affermò che, sopprimendo i propri persecutori, non credette mai di far male; rievocò il sogno nel quale gli apparve un essere divino che lo incoraggiò ad evadere, a dar la morte ai malvagi, a non nuocere agli innocenti.

E concluse:

Signori Giurati!

Quando Cristo, perseguitato, fu arrestato dalla forza pubblica e condannato innocente, tutti poi ebbero a pentirsene, perfino i regnanti. Badate dunque, quando io morirò, vi dispiacerà. Orbene : non sarebbe meglio che questa vostra dispiacenza si manifestasse prima? Io, pertanto, vi rammento le parole del mio difensore d’ufficio: «Meglio è assolvere cento rei, che condannare un innocente!»

Musolino, declamando le ampollose frasi, si interrompeva spesso per portarsi una mano alla fronte, rimanendo qualche attimo meditabondo, come per riordinare i pensieri che in certi momenti scaturivano impetuosi, veementi, come acque sorgive tra le fenditure di una roccia spaccata.

Il Presidente dichiarò quindi chiuso il dibattimento, e fece un imparziale riassunto di tutta la causa. Poi furono presentati ai Giurati i quesiti, ai quali dettero risposta, dopo diverse ore.

Finalmente il capo dei Giurati lesse ad alta voce:

PER MUSOLINO

OMICIDIO DELLA SIDARI

1. questione. – Ha commesso il fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Si.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

MANCATO OMICIDIO DEL CREA

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Si.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

LESIONI A MICHELE SURACE.

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà ferire? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

OMICIDIO D’AGOSTINO CARMINE.

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

6. – Porto di pugnale? Sì.

7. – Porto di fucile? Sì.

TENTATA DISTRUZIONE

DELLA CASA ZOCCALI

1. questione – Esplose due cartucce? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Intenzione di distruggere la casa? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Casa destinata abitazione? Sì.

6. – Pericolo di vita alle persone? Sì.

7. – Contravvenzione? Sì.

OMICIDIO DI SARACENO PASQUALE

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

6. – Porto di fucile? Sì.

MANCATO OMICIDIO DI S. ROMEO

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

OMICIDIO DI STEFANO ZOCCALI

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

FURTO SUL CADAVERE DI ZOCCALI

1. questione. – S’è impossessato di 206 lire? No.

2. – Vizio totale di mente? *(1)

3. – Intendeva trarne profitto?*

4. – Vizio parziale di mente?*

5. – Tolse denaro di dosso al cadavere?*

UCCISIONE DI UNA MULA

E FERIMENTO DI ALTRA

1. questione. – Uccise e ferì mule? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volle recare danno? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

OMICIDIO DI CHIRICO

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

6. – Porto di fucile? Sì.

MANCATO OMICIDIO DI SINISCROPI.

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

MANCATO OMICIDIO DI PRINCI.

1. questione. – Fatto? No.

2. – Vizio totale di mente?*

3. – Volontà uccidere?*

4. – Vizio parziale di mente?*

MANCATO OMICIDIO

DEL DELEGATO WENZEL E AGENTI

1. questione. – Fatto? No.

2. – Vizio totale di mente?*

3. – Volontà uccidere?*

4. – Vizio parziale di mente?*

5. – Su persone pubblici ufficiali causa loro funzioni.*

OMICIDIO DEL CARABINIERE RITROVATO

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? No.

4. – Vizio parziale di mente?*

5. – Pubblico ufficiale causa sue funzioni.*

OMICIDIO DI MARTE

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

MANCATO OMICIDIO DI ZIRILLI

1. questione. – Fatto? Sì.

2. – Vizio totale di mente? No.

3. – Volontà uccidere? Sì.

4. – Vizio parziale di mente? No.

5. – Premeditazione? Sì.

Per gli altri accusati, il verdetto fu completamente negativo.

Dopo la lettura del verdetto il Presidente ordinò ai carabinieri di condurre gli accusati nella gabbia.

Perpiglia, Jati e De Lorenzo, che avevano saputo già del verdetto negativo a loro riguardo, erano tutti contenti.

Musolino, appena entrato nella gabbia, girò uno sguardo e fissò i suoi avvocati cercando un segno di buona notizia.

Nessuno però dei suoi difensori osò dirgli che in quasi tutti i delitti egli era stato ritenuto colpevole con premeditazione senza alcuna attenuante, e che quindi gli toccava l’ergastolo.

Ma egli chiamò a sè un avvocato e gli domandò l’esito.

Saputolo, disse:

– Va bene. –

Dopo la richiesta del Pubblico Ministero la Corte si ritirò, e poi rientrata nell’aula il Presidente lesse la sentenza.

Furono enumerati tutti i reati di Musolino, fra cui 5 omicidi premeditati: Sidari, D’Agostino, Saraceno, Chirico, e Marte; per ciascuno dei quali omicidi è inflitto l’ergastolo.

Quanto alla segregazione, la Corte credè di aumentarla in soli 3 anni, al di là dei 7 anni.

Ecco la parte dispositiva della

SENTENZA

PER QUESTI MOTIVI: Visti i preaccennati articoli, 366 e seguenti del Codice Penale e 568 e 569 del Codice di Procedura Penale, condanna Giuseppe Musolino, di Giuseppe, alla pena perpetua dell’ergastolo, con la segregazione cellulare continua di anni 10, con l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, e allo stato di interdizione legale durante la pena, nonchè al risarcimento dei danni verso le parti lese, e fra queste ai coniugi Ritrovato, costituitisi parte civile, da liquidarsi in separata sede, al pagamento delle spese processuali, compresa la tassa della sentenza.

Appena il Cancelliere terminò di leggere il verdetto, il Presidente dichiarò assolti Jati, De Lorenzo e Perpiglia, ed ordinò che fossero posti in libertà, se non erano detenuti per altri reati.

FINE.

NOTA

(1) Dove c’è l’asterisco * vuol dire che i giurati non hanno votata la questione.