Voltaire – La Pulcella d’Orléans – Traduzione di Vincenzo Monti

CANTO PRIMO

ARGOMENTO.

Carlo e la bella Agnese di Sorello

d’onesto amore han l’anima ferita,

e lieti amanti in casa di Bonello

menano entrambi dilettosa vita.

Assalta d’Orlean l’Anglo il castello:

stanno i Franchi a consiglio, e in loro aita

scende Dionigi a cavalcion d’un raggio

per cercar sulla terra un pulcellaggio.

I. Io non son fatto per cantare i santi;

fioco ho il limbello, ed anche un po’ profano;

ma pur Giovanna canterò che tanti

prodigi fe’ colla virginea mano.

Contro l’anglica rabbia i vacillanti

gigli fermò sul gambo gallicano,

e il suo re tolto dall’ostil furore

unger fe’ in Remme sull’altar maggiore.

II. Sotto modesto femminile aspetto,

in corto giubboncino ed in gonnella,

d’un vero Orlando l’animoso petto

ne’ perigli mostrò l’aspra donzella.

Per mio spasso vorrei la sera in letto

una Rosetta dolce come agnella;

Giovanna d’Arco no; le die’ natura

cuor di lione e mi farìa paura.

III. Che ciò sia vero vi sarà palese,

se questa poesia legger vorrete;

delle sue strane memorande imprese

al racconto tremar vi sentirete.

Ma, fra tante da scriverne al paese,

di quest’una per certo stupirete,

che intatta per un anno ed odorosa

del pulcellaggio suo serbò la rosa.

IV. O Sciapelene, o tu, lo cui negletto

gotico colascion di ria memoria

con archetto da Febo maledetto

in suon sì duro ne raschiò la storia,

imprestarmi vorresti al gran subbietto

la tua musa, o buon vecchio. Io non ho boria.

Se ti preme l’onor del tuo mestiero,

dàllo a La Motte che traveste Omero.

V. Il buon re Carlo nell’april beato

degli anni suoi, di Pasqua ad un festino,

nella città di Tursi capitato

(questo prence era alquanto ballerino),

una rara beltà v’avea trovato,

come volle di Francia il buon destino,

che si nomava Agnese di Sorello.

Amor la fece e poi ruppe il modello.

VI. Di Cinzia il garbo e il portamento, e quanto

ha di freschezza de’ bei fior la dea,

di Cupido il risetto, e la cotanto

ammirata beltà di Citerea,

l’arte d’Aracne, di Sirena il canto,

tutte insomma le grazie possedea,

sì che stretti legar ne’ lacci suoi

filosofi potea, regi ed eroi.

VII. Vederla e amarla, e del desìo nascente

sentirsi al cor la vampa andar veloce,

guardar sottocchi, sospirar frequente,

perder tremando a mezza via la voce:

carezzarle la mano, e impaziente

manifestar l’incendio che lo cuoce,

turbarsi, e lei turbar che l’innamora,

alfin piacerle, fu l’affar d’un’ora.

VIII. I monarchi in amor (la cosa è antica)

speditamente vanno al fatto loro.

Agnese, che prudente e in un pudica

nell’arte di piacer valse un tesoro,

vuol che il tutto, onde il mondo nulla dica,

di mistero si veli e di decoro:

sottil velo che sempre al maldicente

cortigiano indiscreto è trasparente.

IX. Per dunque dar colore onesto, o quello

che si può meglio a un tanto affar, dispone

valersi il re del consiglier Bonello,

confidente sicuro e baccellone.

Quel che a corte, ove tutto è pinto in bello,

diciam l’amico del real padrone;

officio che dimanda assai pensiero:

questo fu dato al nostro consigliero.

X. Veramente in Parigi, e sopra tutto

nella provincia, chiamasi ruffiano.

Ma questo nome inverecondo e brutto

non l’odi che sul labbro all’artigiano.

D’elegante castello e ben costrutto

sul Ligeri Bonello era sovrano;

ivi Agnese in barchetta andò la sera,

e Carlo la raggiunse a notte nera.

XI. Si cenò: non vi fur pompe e profumi,

ma squisitezza ed accoglienza onesta;

Bonello era il coppier. Mense de’ numi,

voi siete nulla al paragon di questa.

I nostri amanti con bramosi lumi,

ebbri d’amor che lor togliea la testa,

si vibravano sguardi lusinghieri,

del futuro piacer caldi forieri.

XII. Dolci e franche parole, ma consperse

della decenza che conviensi a dame,

in altrettanti sproni eran converse

delle lor vive e intolleranti brame.

Il prence, che non può più contenerse,

con occhi accesi d’amorosa fame,

fole d’amor le conta e languidetto

col ginocchio le serra il ginocchietto.

XIII. Terminata la cena, a uno spartito

di musica italiana si die’ mano,

di cromatico genere, eseguito

a tre voci, tenor, basso e soprano.

Da cennamelle il canto era seguìto,

da violini e flauti; e or forte or piano,

questo canto la storia vi dicea

d’eroi che Amore incatenato avea.

XIV. Di quegli eroi che, posto in oblianza,

sol per piacere ad un bel viso, il brando,

cangiàrlo in fuso, somma stravaganza

il furor della gloria reputando.

La musica si fea presso alla stanza

ove il nostro buon re venìa cenando.

Agnese ognor discreta e ritenuta

tutto ascoltava, da nessun veduta.

XV. Alta è la luna: al carro suo dà volta

la notte, e l’ora degli amanti adduce.

In alcova dorata, e in lini avvolta

d’Olanda fina, fra modesta luce,

nuda Agnese già in letto s’è ravvolta;

dietro l’alcova è un uscio che introduce,

e, vedi caso! di serrarlo oblia

l’esperta cameriera in andar via.

XVI. Anime amanti che d’Amor sapete

tutta ben l’arte, senza ch’io lo dica,

voi già la smania del mio re vedete,

che pare sulla pelle abbia l’ortica!

Sparso la chioma di fragranze liete

per l’odorato della dolce amica;

già vien, già salta in letto. Oh bel momento

di tenero abbandono e di contento!

XVII. Batte il core ad entrambi, e su la faccia

d’Agnese con Amor pugna il Pudore;

Voluttà finalmente il Pudor caccia,

e del campo signor sol resta Amore.

Il suo caldo amador tosto l’abbraccia,

e l’occhio tutto gaudio e tutto ardore

ne percorre il bel corpo, che farìa

anche un santo peccar d’idolatria.

XVIII. Sotto un collo ch’è neve, e più d’assai,

son due mammelle che non han mai posa,

tonde, staccate, con due ghiotti e gai

bottoncelli che pajono di rosa.

O mammelletta che ognor vieni e vai,

o del tornio d’Amore opra famosa,

tu dici in tua beltà: Mano, mi tocca,

occhio, mi guarda, e tu mi bacia, o bocca.

XIX. Pieno pel mio lettor di compiacenza,

a’ suoi sguardi io volea pinger d’Agnese

le belle forme tutte, e l’eccellenza

con che natura a tondeggiarle intese.

Ma la virtù che nomasi decenza,

il troppo ardito mio pennel sospese:

ond’altro non so dirvi, se non ch’ella,

che Dio la benedica, è tutta bella.

XX. Voluttà, che i suoi sensi ha già conquiso,

più vivezza, più grazia ancor le dà;

senza il tatto d’Amor morto è un bel viso,

e il piacere abbellisce ogni beltà.

Così passan tre mesi in paradiso

l’innamorata coppia. Ella sen va

dall’arringo d’amor dritta al banchetto,

e da questo alla dolce opra del letto.

XXI. Talor, con lento mattutin ristauro

reso ai sensi il vigor, esce alla caccia,

due ginnetti spronando di pel sauro

degli abbajanti cani sulla traccia.

Dopo la caccia il bagno. In vasi d’auro

con acque nanfe lavasi la faccia,

e con manteche e con assirio odore

fresca rende la cute come un fiore.

XXII. Quindi il pranzo, ed oh pranzo delicato!

Intingoli, fagiani e capponesse

incantan gli occhi, il naso ed il palato,

d’Apicio così ben l’arte gli messe.

Lo spumante sciampagna e l’ingiallato

Tokay con tazze coronate e spesse

del cervel stuzzicando le fibrille,

fan l’ingegno scoppiar tutto a faville.

XXIII. Dico che il foco del core si sfuma

in brillanti concetti al par leggeri

del nèttare che s’alza e salta e spuma

crepitando sull’orlo dei bicchieri.

Bonel sghignazza, e, come si costuma

quando parla un signor, plaude a’ pensieri,

plaude all’arguzie del suo re contento,

che, per quanto un re può, mostra talento.

XXIV. Dopo il pranzo si bada a digerire

a ridere a dir fole a tagliar panni

alle spalle del prossimo, o sentire

gl’improvvisi di mastro Barbagianni.

Poscia un qualche dottor si fa venire

dalla Sorbona, il pappagallo, il zanni,

la bertuccia, e con lor si fa parole,

con lor si scherza fin che muore il sole.

XXV. Giunta la sera, la miglior brigata

col re corre al teatro, e si disfiora

tutta così la candida giornata,

nuove rose sul fin cogliendo ancora.

Sepolta nel piacer, la fortunata

coppia diresti che comincia allora;

sempre contento il cor, sempre fedele,

e senza gelosie, senza querele.

XXVI. Mai veruno languor; Tempo ed Amore

d’Agnese al fianco già perdute han l’ali.

Fra le sue braccia spesso l’amadore

con baci che parean di foco strali,

– Cara Agnese, dicea, cor del mio core,

non ha tesori a tua bellezza eguali

la terra, e senza te parmi che sia

il vincere e il regnare una follia.

XXVII. Oggi il mio Parlamento m’ha bandito;

servo al feroce Inglese è il franco trono.

Regni, e invidia mi porti. Se rapito

non m’è il tuo core, io più di lui re sono. –

Un siffatto parlar, già s’è capìto,

non è d’eroico stil; ma gli perdono:

in letto, e in braccio d’una bella amica,

un eroe non sa mai quel che si dica.

XXVIII. Mentr’egli mena una sì dolce vita

quale un ricco e ben grasso padre abate,

il Breton, come bestia inferocita,

sempre a cavallo fra le schiere armate,

sempre al fianco la daga riforbita,

l’elmo in testa, le gambe stivalate,

in alto la visiera, in man la lancia,

atterrata al suo pie’ calca la Francia.

XXIX. Va, vola, abbatte le città tremanti,

spande il sangue, saccheggia e fa quattrini.

Monasteri e fanciulle palpitanti

abbandona ai soldati libertini.

Batte ghinee con l’oro tolto ai santi,

beve il moscato ai padri bernardini,

e senza rispettar Cristo e Maria,

più d’un tempio converte in scuderia.

XXX. Tale un lupo da fame stimolato,

assalendo la greggia meschinella,

fin per entro all’ovile abbandonato

la diserta, la squarta e la macella;

mentre lungi disteso in grembo al prato

Elpin dorme sul seno alla Nigella,

e Melampo d’appresso intento è tutto

a sgranocchiarsi un osso di prosciutto.

XXXI. Dal più sublime lucido apogeo,

casa de’ santi e da noi lungi, intanto

il buon Dionigi, a cui del battisteo

denno i nostr’avi il rito augusto e santo,

mirò gl’Inglesi in festa, il destin reo

mirò di Francia e di Parigi il pianto,

e il re tre volte cristian che, a nulla

pensando, con Agnese si trastulla.

XXXII. Questo santo Dionigi è de’ Francesi

il protettor, siccome de’ Romani

lo fu san Marte, e degli Ateniesi

Santa Minerva a tempi più lontani.

V’ha però differenza, e dirlo intesi

dal mio curato, che gli dèi pagani

d’un nostro santo a petto, anche piccino,

non valgon tutti insieme un bagattino.

XXXIII. – Ah non è giusto (in sé dicea Dionigi)

che il regno cada ov’io la fe’ piantai!

Borbonio sangue, augusta Fiordiligi,

veggo i tuoi rischi, ne compiango i guai:

ma, pel mio capo il giuro, da Parigi

non patirò che ingiustamente mai

caccino Carlo mio come un mendico

i superbi fratei del quinto Enrico.

XXXIV. Quantunque santo (e Dio lo mi perdoni),

odio costor, perché, se presto fede

del fato ai libri, un dì questi Bretoni,

gente che ognor ragiona e nulla crede,

faran cappa d’acciughe e salamoni

le decretali della Santa Sede,

e con gli annali del Baronio ogni anno

un papa di cartone abbruceranno.

XXXV. L’empio ardire di questi dialetici

vendichiamo per tempo e opriam le mani.

I miei Francesi, sebben poco ascetici,

saran sempre cattolici romani,

ma i fieri Inglesi tutti marci eretici:

diamo dunque il randello a questi cani;

castighiamli con qualche astuzia pia

del mal che un dì faranno, e così sia. –

XXXVI. Fra sé medesmo in questi saggi accenti

il Gallicano Apostolo ragiona,

e tutto lardellato di potenti

maledizioni il paternostro intuona.

Mentr’ei così lo mastica fra’ denti,

a parlamento in Orlean si suona;

questa città bloccata era in periglio

di cader presa dall’inglese artiglio.

XXXVII. Qualche pedante consiglier di corte,

qualche stolido duca militare,

piangendo in vario tuon la trista sorte,

a vicenda dicean: – Che s’ha da fare? –

Poton, La Hiro e Dunoè quel forte,

mordendo il dito, – Andiam – s’udian gridare:

per la patria la vita oggi si spenda,

ma caro il sangue a quei ladron si venda. –

XXXVIII. – No, diamo il foco alla città (con rabbia

esclama Riccamonte ), onde l’Inglese

fuor che cenere e fumo altro non abbia

di noi che in gabbia già pigliar pretese. –

– Per me (dicea Trimuglio a mezze labbia)

mio padre invan m’ha fatto poatese.

Questo cor sta in Milano, ove i be’ rai

della mia cara Dorotea lasciai.

XXXIX. Da sciocco la lasciai per qui venire

disperato a combattere; e frattanto

senza vederla, oh Dio! dovrò morire? –

e qui per poco non gli scappa il pianto.

Allor Louvet, uom saggio, vale a dire

che parea saggio e aveane l’aria e il manto,

essendo presidente del Senato,

così parlò composto e riposato

XL. – Pria di tutto io mi son di sentimento

che nel presente nostro caso orrendo

contro gli Angli si faccia in parlamento

un decreto de bello non movendo,

per procedere in forma, e in ogni evento

aver contr’essi il jus de repetendo. –

Era Louvet uom dotto, e di buon naso,

ma un certo non sapea suo brutto caso.

XLI. Il gran Talbò, che capo è delle torme

assediatrici, amava alla follìa

di Louvet la consorte, e a lui conforme

l’amoroso desire ella nudrìa.

Se l’uom grave il sapea, con altre forme

contro Madama proceduto avrìa;

ma non sa nulla, e il suo dir maschio è tutto

rivolto a vendicar di Francia il lutto.

XLII. Insomma in quel consesso, ove parlarono

sapienti ed eroi di core altissimo,

l’amor di patria e la virtù dettarono

sentenze di giudizio nobilissimo.

Principalmente La Hiro ammirarono,

che parlò molto e pur parlò benissimo.

Alfin dal canto suo divinamente

disse ciascun, ma non concluse niente.

XLIII. Mentre stan disputando, ecco improvviso

un non so che venir da un finestrone,

un bel fantasma di vermiglio viso,

che, d’un raggio di sole a cavalcione,

fendea l’aperte vie del paradiso.

Al calar della diva visione,

ratto d’intorno si diffonde e vola

un odore di santo che consola.

XLIV. Era il buon Dionigi. Ha sulla testa

una mitria puntuta a due pendenti,

fessa in cima, e d’argento e d’òr contesta.

La tonicella va in balìa de’ vènti;

tien sul collo la stola, e su l’onesta

fronte un bel nimbo d’aurei raggi ardenti:

nella destra sostiene il pastorale,

un dì chiamato lituo augurale.

XLV. Il buon Trimuglio, a quel mal noto aspetto,

devoto puttanier si prostra e prega;

Riccamonte, che ha un cor di selce in petto

ed è bestemmiator di prima lega,

grida: – Questo è il demonio, ci scommetto,

che ne vien dall’Inferno a porre in frega

le nostre donne. Sarà bello spasso,

se potremo parlar con Satanasso. –

XLVI. Louvet corre a cercar, tutto in affanno,

il secchietto dell’acque benedette;

Poton, La Hiro, Dunoè ristanno

gonzi, impalati come tre civette.

I servi a terra con la pancia vanno:

scende la santa larva, e s’intromette

a caval del suo raggio nel salone,

dando a tutti la sua benedizione.

XLVII. Subito ognun con taciti bisbigli

si segna e prostra. Ed ei benigno intanto

gli alza e lor dice: – Non temete, o figli;

io son Dionigi e fo mestier di santo;

io battezzai la Francia, e ne’ perigli

sotto l’ombra la copro del mio manto;

ma questo mio figlioccio tanto amato

Carletto m’ha per Dio scandolezzato.

XLVIII. Il nemico la Francia a foco mette,

ed egli, invece di salvarla, i sui

giorni consuma nel palpar due tette.

Or io la Francia salverò per lui;

io toglierolla a così dure strette,

e darò fine alle miserie altrui;

e poiché in medicina ogni mal veggo

guarir per suo contrario, or questo eleggo.

XLIX. Se perder Francia vuol lo sciagurato

e l’onor suo per una puttanella,

io per cangiar sua sorte ho in cor fermato

il braccio adoperar d’una pulcella.

Voi, se il favore di lassù v’è grato,

se cristiana è la vostra anima bella,

se v’è caro lo Stato, il Re, la Chiesa,

voi m’assistete in questa santa impresa.

L. Il nido mi mostrate ove dimora

questa fenice che snidar diviso. –

Qui tacque il sire venerando, e allora

dieder tutti in un gran scoppio di riso.

E Riccamonte, che non seppe ancora

che sia rispetto ed è buffon deciso,

– Per mia fe’, rispondea, voi siete un bravo

predicator da senno, e vi son schiavo.

LI. Ma non parmi che ciò l’affanno vaglia

di spatriarsi per cercar quaggiù

questo vago giojel fra ria canaglia,

giojel cui date una sì gran virtù.

Un pulcellaggio è un’arma che non taglia,

né difende città. Dico di più:

perché quest’arma ricercar tra noi,

quando in cielo ve n’ha tante fra voi?

LII. Loreto e Roma cento volte han meno

di candele a baciar che non aduna

vergini il ciel nel suo beato seno;

nessuna in Francia ve n’ha più, nessuna;

conventi e case ne son brulli appieno;

duchi, prenci, ufficiali ad una ad una

le spigolàr sì bene e belle e brutte,

che n’han pulito le province tutte.

LIII. Alla barba de’ santi ognun v’ha fatto

più bastardi che orfani. Vi giove,

messer Dionigi, la notizia, e ratto

cercate in grazia le pulcelle altrove. –

Si fece il Santo ad un parlar sì matto

tutto rosso nel viso, indi si move;

monta il suo raggio e, senza far parola,

tocca di sproni e via per l’aria vola.

LIV. A ogni modo scavar, dove pur sia

fattibil cosa, ei vuol questo giojello,

questo caro giojel, che alla follìa

portar sembra de’ santi anco il cervello.

Buon viaggio. Mentr’egli ne va via

cavalcando il suo lucido fuscello,

Dio ti faccia trovar, caro lettore,

quel ben ch’ei cerca, e aver propizio Amore.

NOTE AL CANTO PRIMO

Ottava I, v. 2:

Limbello, qui per lingua (Cfr. Malmantile, I, 72).

Ivi, v. 8:

Remme, Reims.

Ottava IV, v. 1:

Tutti sanno che, al tempo del Cardinale di Richelieu, ci fu un tale Chapelain, autore di un famoso poema intitolato La Pulcella, dove, a detta del Boileau,

Il fit de méchants vers douze fois douze cents

Ivi, v. 7-8:

Lamotte-Houdart, autore di una traduzione in versi dell’Iliade, traduzione compendiosissima, e con tutto ciò malissimo accolta dal pubblico. Il Fontenelle, nell’elogio accademico del Lamotte, dice che questo dipende dall’originale.

Ottava V, v. 3:

Tursi, Tours.

Ivi, v. 7:

Agnese Sorel, signora di Fromanteau, presso Tours. Il re Carlo VII le donò il castello di Beauté-sur-Marne; onde fu detta Signora di Beauté. Ebbe due figiuoli dal re, suo amante.

Ottava X, v. 6:

Ligeri, il fiume Loira.

Ottava XIII, v. 1-3:

La cromatica procede per parecchi semitoni consecutivi, la qual cosa produce una musica effeminata, convenientissima all’amore.

Ottava XXIV, v. 4:

A maître Alain del testo (Alano Chartier, celebratissimo scrittore del sec. XV, segretario prima di Carlo VI e poi di Carlo VII), il Monti sostituì mastro Barbagianni, alludendo manifestamente al noto improvvisatore Gianni, pel quale, come il lettore vedrà, c’è poi al c. XVII un’altra buona sferzata.

Ottava XXVIII, v. 3:

Questo Breton è il Duca di Bedfort, fratello minore di Enrico V, re d’Inghilterra, coronato re di Francia in Parigi.

Ottava XXXIII, v. 5-8:

Enrico V, re d’Inghilterra, cognato di Carlo VII, era morto a Vincennes, dopo essere stato riconosciuto re di Francia a Parigi: suo fratello, il Duca di Bedfort, governava la miglior parte della Francia in nome del suo nepote Enrico VI, stato pur riconosciuto re di Francia a Parigi dal parlamento, dal municipio, dal tribunale, dal vescovo, dalle corporazioni delle arti e dalla Sorbona.

Ottava XXXVII, v. 5:

Poton di Santrailles, La Hire, grandi capitani; Giovanni di Dunois, figlio naturale di Giovanni d’Orléans e della Contessa d’Enghien; Richemont, conestabile di Francia, poi duca di Bretagna; La Trimouille, d’una gran famiglia del Poitou.

Ottava XXXIX, v. 5:

Il presidente Louvet, ministro sotto Carlo VII.

Ottava XLVII, v. 4:

Questo Dionigi, patrono della Francia, è un santo della specie dei frati. Egli non fu mai nelle Gallie. Vedi la sua leggenda nel Dizionario filosofico, all’articolo Dionigi; dove imparerai ch’egli per prima cosa fu da san Paolo eletto vescovo di Atene; che andò a visitare la vergine Maria e le fece le sue condoglianze per la morte del figlio; che lasciò poi il vescovato di Atene per quello di Parigi; che fu impiccato; che d’in su la forca si mise a fare una predica eloquentissima; che per farlo chetare gli tagliaron la testa; che, toltasi questa in braccio e baciandola nel camminare, se n’andò lontano una lega da Parigi a fondare un’abbazia del suo nome.

CANTO SECONDO

ARGOMENTO.

Ritrova in gran periglio all’osteria

Dionigi la Pulcella. Egli d’arnese

sacro la veste, ed ambo in compagnia

traversano di notte il campo inglese.

Ivi salta una strana fantasia

in capo alla guerriera: Il re francese,

fatto il debito esame alla donzella,

le fa spedire il breve di pulcella.

I. Colui beato cento volte e cento

che trovar puote al mondo un pulcellaggio!

Questo è tesor: ma porto sentimento

che d’un bel cor l’acquisto è più vantaggio.

Amato riamar: questo è contento,

questa è felicità senza paraggio.

Che giova, oimé! strappar di forza un fiore?

La rosa è vil, se non la coglie amore.

II. Più d’un dottor con glosse ha guasto affatto

un testo così bello. Egli ha preteso

mostrarne che il piacer (vedi che matto!)

ne’ doveri dell’uom non è compreso.

Contro costor proponimento ho fatto

un volume stampar di forza e peso,

nel qual, se Dio m’ajuta, altrui descrivere

tutta vo’ la grand’arte del ben vivere.

III. Mostrerò che, frenando i desir nostri,

il dovere è un piacer senza contesa,

e san Dionigi dagli eterei chiostri

assisterammi in questa dotta impresa;

io l’ho cantato ne’ miei casti inchiostri,

ed egli assumerà la mia difesa.

Intanto, amici, a raccontar vi vegno

qual s’ebbe effetto il suo santo disegno.

IV. Verso Sciampagna, dove una catena

di colonnette con tre merli intorno

al passegger dicea: – Siete in Lorena -,

siede un vecchio villaggio oscuro un giorno;

ma tale un grido nell’istoria or mena,

che alle prime città potrìa far scorno,

ché da lui la salvezza e l’onor scese

degli aurei gigli e del valor francese.

V. Di Doremì cantiam dunque il villaggio,

ond’eterno il suo nome al mondo suoni.

O Doremì, del sol l’invido raggio

non educa al tuo suol pèsche o limoni,

né moscadelli: le tue viti al saggio

non turbano il cervel: tu non ne doni

vene d’argento e d’òr. Ma che? Donasti

alla Francia Giovanna, e tanto basti.

VI. Certo cotale ex monaco curato,

che per tutto faceva anime a Dio,

valoroso nel letto e disperato

bevitore e ghiotton, ma insieme uom pio,

n’era il padre; e la forma ove il garbato

pastor gittò con dolce lavorìo

questa a gli Angli fatal beltà guerriera,

una robusta e grassa cameriera.

VII. A tre lustri il padron dell’osteria

di Valcolor le die’ la stalla in cura,

e già la fama raccontar s’udìa

di Giovanna la grazia e la bravura.

Nero il grand’occhio a fior di fronte uscìa,

fiera è l’aria, ma onesta e in sé sicura;

trentadue denti d’un egual candore

fan sul labbro spiccar rose d’amore.

VIII. Ir da un orecchio all’altro la vermiglia

bocca ti sembra, fresca, appetitosa.

Brune e dure le tette a maraviglia

fann’urto al busto come salda cosa.

Scaltra, gagliarda, ogni faccenda piglia,

alza pesi con man grassa e nervosa,

versa fiasconi e serve con piacere

l’artigian, l’avvocato, il cavaliere.

IX. Cammin facendo, mena schiaffi a quanti

con indiscreta illiberal maniera

or di dietro la tastano, or davanti:

travaglia e ride da mattina a sera,

striglia e guida i cavalli calcitranti,

gli abbevera, li cura, e più leggera

d’una piuma lor salta sulla groppa,

qual romano soldato, e via galoppa.

X. O saggezza di Dio, com’è piccino

il grande della terra al tuo cospetto!

com’è grande a tua voglia il piccolino!

Il tuo servo Dionigi benedetto

ne’ palazzi non già di travertino,

né di contesse o di duchesse al letto,

ma se n’ corse a cercar (ch’il crederìa?)

la pudicizia, e dove? all’osteria.

XI. E ben gli fu mestier non andar lento

in traccia di Giovanna, ché venuta

la pubblica salute era in cimento

per l’infernal malizia conosciuta.

Se il buon santo tardava anche un momento,

tutta Francia senz’altro era perduta;

cagione un certo francescan, per nome

chiamato Grisbordone, e udite come.

XII. Trovavasi costui nell’osteria,

venuto con Sandò dall’Inghilterra,

e amava la Giannetta alla follia,

cioè del pari che la patria terra.

Di tutta quanta la birboneria

era il fiore, e durante quella guerra

facea qua e là la santa missione,

predicatore, confessor, spione.

XIII. Di più stregone e zingaro perfetto,

arte sacra in Egitto, arte già culta

ai saggi della Grecia, e fra l’eletto

seme d’Abramo non rimasta occulta.

L’ebbe anch’essa la Grecia in gran rispetto,

ora è del tutto nell’oblio sepulta.

Tempi infelici! tempi di profondo

errore! oh come ha peggiorato il mondo!

XIV. Scartabellando le sue carte, trova

che Giovanna è un fatal genio nemico,

che d’Inghilterra e in un di Francia cova

gli alti destini sotto l’ombilico.

Ei che sapea per lunga ardita prova

fare il suo fatto e trar la scorza al fico,

giurò per Satanasso e pel fratesco

suo cordone, e per quel di san Francesco,

XV. che tosto in suo potere avrìa condotto

questo raro palladio, e orando a Dio

dicea fra sé: – La metterò di sotto;

sì, farò per la patria atto sì pio:

frate e breton, cantava il galeotto,

de’ miei far debbo il ben, ma prima il mio. –

Così ragiona; ma l’illustre impresa

da un rivale di piazza gli è contesa.

XVI. Era il rivale un ignorante e stolto

mulattier che il servigio, il cor, la mano

notte e dì profferiva a quel bel volto:

e ben valea quel goffo un francescano.

L’occasion, l’egualità fan molto

la Giovanna inchinar verso il villano;

ma il suo pudor trionfa dell’amore

che segreto s’invia per gli occhi al core.

XVII. Il frate, che in quel cor venìa leggendo

più ch’ella stessa quell’ardor nascente,

a trovar corse il suo rival tremendo;

e, – O prode della stalla eroe possente,

con gravità gli disse il reverendo,

che passate in rivista attentamente

tutti questi bei muli, io veggo già

che la Giannetta dentro al cor vi sta.

XVIII. Al par di voi l’am’io; caldi rivali

l’un l’altro ci temiam: da buoni amici,

veniamo a patti onesti e liberali,

amanti uniti ed ambedue felici.

Lasciam zuffe e baruffe a gli animali,

godiamci in pace e sotto buoni auspìci

questo ghiotto boccon, ch’altri porrìa,

mentre stiam disputando, portar via.

XIX. Menatemi al suo letto; io farò scendere

il demonio del sonno su la bella.

Sovr’essa il sonno verrà l’ali a stendere,

e noi vicissim veglierem per ella. –

Corre, ciò detto, immantinente a prendere

il suo libraccio ed il demonio appella,

quel demonio pesante e di gran pancia,

che un dì Morfeo nomossi, e or dorme in Francia.

XX. Va con rauchi avvocati la mattina

a commentar Cujacio, e s’addormenta.

A sentir dopo pranzo si strascina

le prediche, i sermoni, e s’addormenta.

Quei tre punti, quei testi, quella fina

eloquenza il rapisce, e s’addormenta.

Poi stracco morto, e di cattiva cèra,

viene in teatro a sbadigliar la sera.

XXI. Del frate al grido un negro carro ascende

che due gufi pel bujo ivan tirando.

Lieve in aria si striscia, e l’ombra fende

con occhi chiusi, e sempre sbadigliando.

Pur giunge al fine, e barcollon si stende

lungo Giovanna, e, sopra vi squassando

i papaveri suoi, le soffia in petto

un soffio indiavolato e maledetto.

XXII. Tale il padre Gherardo gesuita,

in confessando la gentil Cadiera,

di diavoli soffiolle per la vita

un formicajo, se l’istoria è vera.

I nostri due galanti, che sopita

non han la carne, ma svegliata e fiera,

han già tolto in quel sonno alla Giannetta

la coperta di dosso. Poveretta!

XXIII. Già tre dadi gettati sul bel ventre,

vonno al gioco decider della zara

chi delli due primiero a tentar entre

quell’avventura stravagante e cara.

Guadagna il punto il monaco valentre;

a un mago non è mai la sorte avara.

Vinta la posta, il frate alla fratesca

piomba sopra Giovanna. Ora sta fresca.

XXIV. Ma Dionigi (oh portento non credibile!)

sopraggiunse in quel punto, e dal sopore

la Giannetta destò. Quanto è temibile

la presenza d’un santo al peccatore!

Cadon percossi da spavento orribile

il mulattiero e il frate incantatore,

e svignano, portando in cor l’impura

volontà del peccar con la paura.

XXV. Se un commesso talor di polizia

cerca di notte un chiostro sacro a Venere,

a quel nero mantello, a quella ria

faccia uno sciame di ragazze tènere

salta dal letto mezzo nudo, e svia

celandosi qua e là: di questo genere

pensa che fosse il fuggir dei confusi

due puttanieri in lor desìo delusi.

XXVI. S’avanza il Santo, e a lei, che del profano

tatto ancor trema, confortando, dice:

– Vaso d’elezion, tua casta mano

de’ Franchi oppressi Iddio prescelse ultrice;

egli vuol che del barbaro Anglicano

per te s’abbassi la dura cervice.

Dio la fragile canna in eminente

cedro cangia col soffio onnipossente;

XXVII. secca il mar, spiana i monti, e a suo talento

tutta scompone e ricompon la terra.

Precederatti il tuono, e lo spavento

ti volerà d’intorno nella guerra.

Della vittoria l’Angelo già sento,

che le vie della gloria ti disserra:

vieni, abbandona il tuo mestier plebeo,

e un Gedeon diventa, un Maccabeo. –

XXVIII. A questo teologico e tremendo

parlar Giovanna stupefatta, seco

ristette alquanto, e un largo becco aprendo,

credea che il Santo le parlasse greco.

La grazia intanto agiva, e, percotendo

con efficacia l’intelletto cieco,

questa grazia agostina entro il suo core

le vampe accese d’un sublime ardore.

XXIX. Rizzasi in piedi, e non è più Giovanna

la cameriera, ma un eroe guerriero.

Tale un goffo borghese alto una spanna,

di qualche ricco vecchio ereditiero,

in palazzo converte la capanna;

gli dà fortuna portamento altero:

ne stupiscono i Grandi, riverenza

gli fa il volgo e gli dà dell’Eccellenza.

XXX. O tal piuttosto in mente ti figura

quella brunetta di leggiadro aspetto,

cui d’accordo formaro arte e natura

per lo bordello, o il teatral diletto.

La buona mamma con attenta cura

d’un ricco appaltator l’educa al letto;

ma vien Amor più destro e glie l’invola

per sottoporla a un re fra due lenzuola.

XXXI. Appena ha tocco le incantate piume,

che il vero incesso di regina prende.

La voce il tuono di padrona assume,

protezion lo scaltro occhio già rende;

lo spirto acquista degli dèi l’acume

ed all’altezza del suo rango ascende.

Ma paragoni di sì lunga coda,

lettor, lasciamo, e ritorniamo a proda.

XXXII. Ad affrettar la ben comincia impresa,

con la donzella immantinente piglia

il buon santo la via verso la Chiesa.

O del padre curato inclita figlia!

che contento fu il tuo, la tua sorpresa,

quando l’altar maggiore alle tue ciglia

d’armi un mucchio offerì, che tolte avìa

Michele allor del cielo all’armeria?

XXXIII. Di Debora vi stava il morione,

di Giael la cavicchia e la mascella

con che Filiste combatté Sansone,

venduto e raso il crin dalla sua bella.

Ve’ il ciottolo e la fionda, onde un garzone

d’un gigante schizzar fe’ le cervella,

ve’ il coltel di colei che il suo diletto

per la gloria di Dio scannò nel letto.

XXXIV. Dico Giuditta santamente putta,

santamente omicida e menzognera.

Stupisce in prima di quell’armi e tutta

poi se ne veste la fatal guerriera.

Prende elmo, scudo, usbergo: al pugno indutta

ha già la lancia, e al volto la visiera,

prende chiodo, coltel, mascella e daga,

si prova e marcia, di pugnar già vaga.

XXXV. Ogni eroina ha il suo destrier. La nostra

uno ne chiede al mulattier gabbato;

ma un bell’asino tosto le si mostra

ben ferrato, sellato ed imbrigliato.

Pelo grigio, gran raglio, ed alla giostra

tutto in procinto, col frontal dorato

caracollando e il pie’ battendo in terra,

come un corsier di Francia o d’Inghilterra.

XXXVI. Avea sul dosso il nobile orecchiuto

due grand’ali cui spesso agil movea;

così Pegàso al monte biforcuto

portar le dee pulcelle un dì solea;

l’Ippogrifo così verso il cornuto

pianeta con Astolfo a voi s’ergea.

Cos’è questo ronzin, sento alcun dire,

che a Giovanna il groppon viene ad offrire?

XXXVII. Di dirtelo, lettor, non ti fo niego,

ma in altro luogo lo saprai. Frattanto

questo bel ciuccio rispettar ti prego,

ch’ei non senza ragione è nel mio canto.

Sul suo bigio corsiero in gran sussiego

salta Giovanna, e sul suo raggio il Santo

e sul Ligeri a vol ne vanno insieme

a portar di vittoria al re la speme.

XXXVIII. Mentre l’asino or va di picciol trotto,

or s’alza, or vola per lo ciel leggero,

Il Francescano di lussuria rotto,

assestate le cose del braghiero,

come stregon nell’arte sua ben dotto

in mulo cangia il pover mulattiero,

lo monta, il punge, e giura furibondo

tener dietro a Giovanna al fin del mondo.

XXXIX. Nel corpo al mulo il mulattier celato

col basto sulla groppa, a tutto giuoco

si pensò d’aver fatto un buon mercato;

e sì lo spirto avea rozzo e da poco,

che, dentro quella pelle imprigionato,

s’accorse appena che cangiò di loco.

Giovanna in questa e il buon Dionigi in traccia

van del re, che d’amore è in fra le braccia.

XL. Cheti presso Orleano e d’ombra avvolti,

del nemico traversano i ridutti;

marci di birra e in sonno alto sepolti

giaccion gl’Inglesi, e rauchi ronfi e rutti

di trombe invece e di tamburi ascolti;

imbriache le guardie e i servi e tutti;

chi nudo nella tenda, e chi più saggio

dorme disteso sulla pancia al paggio.

XLI. Disse pian piano allor con dolce affetto

alla guerriera il Santo: – Figlia mia,

saprai che Niso, se Virgilio hai letto,

d’Eurialo una notte in compagnia,

di Turno entrò nel campo, e, còlti in letto

i Rutoli, inviolli in beccheria;

e lo stesso mi par d’avere inteso

che succedesse nel quartier di Reso,

XLII. quando d’un tal Tideo l’audace figlio

coll’ajuto d’Ulisse nel più forte

della notte, spedì senza periglio

tanti trojani dal sonno alla morte.

A egual vittoria tu puoi dar di piglio.

Di’, lo brami un onor di questa sorte? –

Ed ella: – Non ho mai letto l’istoria,

ma uccidere chi dorme è bassa gloria. –

XLIII. Scorge in ciò dire al lume della luna

una tenda, che par d’un generale,

o d’un giovin marchese; e per fortuna

di buon vino v’avea più d’un boccale.

Senza paura la donzella aduna

gli avanzi d’un pasticcio badiale,

e su due pie’ col Santo fur bevute

sei mezzette di Carlo alla salute.

XLIV. Era questa la tenda di Sandò,

guerrier famoso, che dormìa supino;

Giovanna lo spadon ne distaccò,

e i calzon di velluto cremisino.

Così Davidde, cui Dio tanto amò,

Saul trovando fuori di cammino,

e ucciderlo potendo, il buon figliuolo

gli tagliò della veste il lembo solo.

XLV. E la tagliò per prova ai potentati

di ciò che far poteva e pur non fece.

Presso a Sandò dormìa di delicati

sembianti un paggio di quattr’anni e diece,

che scoperti mostrava e rilevati

due bianchi globi, e, se dir netto lece,

due chiappe, che al contorno ed al candore

le divine parean chiappe d’Amore.

XLVI. Vicino al paggio un calamajo stava,

con cui, di buon lieo calda la vena,

dolci versi il garzon scarabocchiava

per la cara beltà che l’incatena.

Giovanna, come l’estro le frullava,

prende l’inchiostro e all’imo della schiena

col suo bel dito sulle chiappe nette

tre fior di giglio a disegnar si mette.

XLVII. Fortunato presagio, onde argomento

sicuro trasse il popolo francese

di sua felicitade, e monumento

che l’amor de’ suoi re gli fea palese.

Il buon Dionigi contemplava attento

di Francia i gigli sovra un culo inglese,

e morìa dalle risa. Or indovina

chi prima se n’accorse la mattina.

XLVIII. Fu Sandò, che, destato al primo raggio,

già la crapula avendo digerito,

stupefatto mirò sovra il suo paggio

dipinto il fior del giglio in quel bel sito.

Pien di giusto furore a tanto oltraggio,

grida: – Corpo di Giorgio, io son tradito! –

Corre, cerca la spada al letto appesa;

ma la ricerca invan, la spada è presa.

XLIX. Cerca le brache, e brache più non vede:

si stropiccia la vista e sbuffa e schioda

bestemmie che fan foco, e fermo crede

che il diavolo qui messa abbia la coda.

Ma la coppia seguiam che l’aria fiede

sovra un raggio e un somier veloce e soda.

Bella cosa quel raggio e quel somiero

per tosto il giro far del mondo intero.

L. Tornava al letto di Titon l’Aurora,

quando in corte arrivàr. Sapea Dionigi

per proprio fatto che le corti ognora

son buffone, e più quella di Parigi.

Del pazzo ardir di Riccamonte ancora

nella mente gli stanno alti vestigi:

né più volendo esporre a nuove offese

la figura d’un santo, altra ne prese.

LI. Di Ruggero signor di Brodicura

piglia il burbero aspetto e melanconico:

questi era un cavalier d’alta bravura,

ardito parlator, fermo cattolico,

che dir sempre solea la nuda e pura

verità, qual farebbe un apostolico.

E nondimen, quantunque linguacciuto,

alla corte non era il malveduto.

LII. – Oh cospetto di Dio! – diss’egli a Carlo:

e fino a quando Vostra Maestà,

re servile e poltron (schietto vi parlo),

in fondo a una provincia languirà?

Dunque una putta (chi potrìa pensarlo!)

un par vostro in catene ognor terrà?

né in fronte porterete altre corone

che di mirti o di rose? Oh re minchione!

LIII. L’inimico frattanto, ahi caso indegno!

già re di Francia in trono è stabilito.

O lasciate la vita, o il vostro regno

rinconquistate da costor rapito.

Siete nato al diadema, siete degno

cinger gli allori che vi fanno invito.

Dio, che m’ispira e accende il mio coraggio

vi parla, e la mia voce è suo linguaggio.

LIV. Presto è il favor di Dio, pur che vogliate

concorrervi coll’opra. Or questa eletta

amazzone nel campo seguitate,

che del trono e di voi farà vendetta.

Col suo braccio vuol Dio che riparate

sien vostre leggi e il soglio che v’aspetta.

Saprà, cinta costei di piastra e maglia,

al diavolo cacciar la ria canaglia.

LV. Dico gl’Inglesi. Ma vorrei trovarvi

uomo una volta. E se pur vuol la sorte

che una donna pel naso abbia a menarvi,

deh non sia quella almen che vi dà morte;

quella che il cor si studia effeminarvi

con una vita…. Orsù, Sire, alle corte:

o seguite costei che dée sconfiggere

tutti i nemici, o andate a farvi friggere. –

LVI. Un re di Francia, benché innamorato,

non è sordo all’onor. Quindi il severo

parlar del vecchio intrepido soldato

dal letargo riscosse il suo pensiero.

Un angelo così da Dio mandato,

scotendo un giorno l’universo intero,

e la polve animando a suon di tromba,

i morti chiamerà fuor della tomba,

LVII. Desto Carlo dal sonno e tutto ardore,

non gli risponde che gridando: – Guerra! –

Sol guerra e sangue gli diletta il core,

e furibondo la sua lancia afferra.

Da quell’impeto primo di calore

subito cessa e in mille dubbi egli erra

Vuol veder se l’amazzone gli fu

da Dio spedita, oppur da Belzebù.

LVIII. Vuol saper se la sua virginità

è miracolo vero, o un’impostura.

Onde, vòlto il parlare alla beltà

che gli stava dinanzi dura dura,

re Carlo con un tuon di maestà,

che a tutt’altri che a lei farìa paura,

disse: – Giovanna, siete voi pulcella? –

– Son pulcella, gran Sire, – rispose ella.

LIX. – Ordine date che dottor, pedanti,

apoticarii, medici, matrone,

con gli occhiali sul naso tutti quanti

vengano a far la loro ispezione:

chiunque se ne intende, alzi davanti

questa gonnella e guardi in quel cantone. –

Alla risposta saggia e misurata

ben vide il re ch’ell’era un’ispirata.

LX. – E, orsù mi dite (giacché Dio favella

sul vostro labbro), dite, il re ripiglia,

cosa ho fatt’io ‘sta notte alla mia bella?

Ma parlatemi tondo, buona figlia. –

– Niente, o Sire, – rispose la donzella.

Cade in ginocchio il re per meraviglia,

e: – Miracolo! – grida ad alta voce,

fattosi il segno della santa croce.

LXI. Berretta in testa, Ippocrate alla mano,

de’ periti lo stuol severo e dotto

vien subito a portar l’occhio profano

in quel sen generoso ed incorrotto.

La stendon nuda, e Monsignor Decano,

tutto avendo guardato e sopra e sotto,

spedir le fece nelle forme, e in bella

pergamena, un diploma di pulcella.

LXII. Con questo breve, che fumar d’orgoglio

le fa gli spirti, altera procedendo,

riede a Carlo, e, prostrata al regal soglio,

le brachesse e la spada deponendo,

di ch’ella l’inimico avea già spoglio,

– Prendi, Sire, e permetti, o re tremendo,

che la tua serva al tuo voler sommessa

ardisca vendicar la Francia oppressa.

LXIII. Adempirò gli oracoli di Dio,

e giuro innanzi a te pel mio coraggio,

per questa scimitarra e per lo mio

di già matricolato pulcellaggio,

che sarai tosto in Remme (tel dich’io)

unto re della Francia, e il mal viaggio

darai per mare all’anglica coorte,

che assedia e stringe d’Orlean le porte.

LXIV. Dunque l’alto destin che il ciel ti volve

a compier vieni, e, Tursi abbandonando,

tra i perigli di morte e fra la polve

non isdegnar compagno questo brando. –

Sì parla, e spessa intorno le s’avvolve

de’ cortigian la turba, che, levando

gli occhi al cielo, l’applaude e fa seguire

mille gridi di gioja al suo bel dire.

LXV. Né fra tanti affollati avvi guerriero

che, bramoso di farle opra gradita,

non sia presto a servirla da scudiero,

a portarle la lancia, a dar la vita.

Né v’ha duca, marchese o cavaliero,

che, pien di voglia nobilmente ardita,

non aspiri a rapirle il rubinetto,

ch’ella tien del pudor sotto il lucchetto.

LXVI. Pronto al partire ogni official s’affretta;

qual si congeda dalla vecchia amante,

qual chiede all’oste i conti e dice: – Aspetta -;

va l’altro in ghetto a ritrovar contante.

San Dionigi d’un palo sulla vetta

fa spiegar l’orifiamma folgorante,

e il re prende, in vederla, una speranza

che al suo valor s’adegua e glie n’avanza.

LXVII. Questo al crudo Breton segno fatale,

questa eroina che da Dio gli viene,

questo fiero ronzino a due grand’ale

promettongli in tre dì l’Anglo in catene.

Volle il Santo in partir l’ultimo vale

risparmiar a gli amanti, e pensò bene,

perché sparso gran pianto si sarìa,

ove tempo non era a buttar via.

LXVIII. Benché presso al meriggio, ancor si stava

dormendo Agnese, e fuor d’ogni timore

della ria dipartenza, ella sognava

il passato piacer; con dolce errore

di tener fra le braccia si pensava

il caro amante. Ahi sogno ingannatore!

Tu frodi i sensi alla meschina, e intanto

Carlo se n’ fugge, e chi l’invola è un santo.

LXIX. Tale un fisico suol prudente ed abile

un malato ghiotton porre a dieta,

e, la gola frenando inesorabile,

bottiglie e salse e fin l’odor ne vieta.

Il buon Dionigi a quel peccato amabile

tolse a pena il re Carlo, e fe’ compieta,

che ratto a ritrovar corse la bella

sua guerriera gentil, la sua Pulcella.

LXX. Di beato riassume il grave aspetto,

la chierca, il tuon devoto, il pastorale,

i guanti con l’anello benedetto,

e la croce e la mitra episcopale.

– Vanne, salva, le dice, il tuo diletto

prence e la Francia, o Vergine immortale;

né disgrazie temer, ché a superarle

io sarò teco: il giuro, e non fo ciarle.

LXXI. Ma sia col lauro che corrà il tuo brando,

la casta rosa del pudore unita.

Io guiderotti in Orleano, e quando

Talbò, de’ miscredenti archimandrita,

il demon di lussuria in cor gli entrando,

in braccio si torrà quella sdrucita,

quella sua sporca Presidente, allora

piombagli addosso, ed in flagranti ei mora.

LXXII. Punisca il braccio tuo la sua nequizia,

ma d’imitarlo, ve’, scaccia il desìo;

sii coraggiosa ognor nella milizia,

ma del pari devota. Io parto: addio.

Serba intatta la santa pudicizia,

la pudicizia, per amor di Dio. –

Ella ne die’ solenne giuramento,

e al ciel Dionigi rivolò contento.

NOTE AL CANTO SECONDO

Ottava V, v. 7-8:

Essa era in fatto nativa del villaggio di Domremi, figliuola di Giovanni d’Arc (o Darc) e d’Isabella (Romée), in età allora di ventisette anni, e serviva in un’osteria: suo padre, dunque, non era curato. È questa una finzione poetica, la quale in soggetto grave non sarebbe forse permessa.

Ottava XXII, v. 1:

Il testo dice: le moine Girard. Il gesuita Girard, riconosciuto colpevole di essersi presa qualche piccola libertà con la signorina Cadière sua penitente, fu accusato d’averla stregata soffiandole sopra. (V. le note al c. III).

Ottava XLIV, v. 1:

Orig. Chandos, gran capitano di quei tempi.

Ottava LI, v. 1:

Orig. Roger, seigneur de Baudricour. Veramente non si chiamava Ruggero, ma Roberto: piccolo errore. Condusse Giovanna d’Arco a Tours, nel 1429, e la presentò al re. Era un buon diavolaccio della Sciampagna, che avea pochi spiccioli. Il suo castello era presso Brienne nella Sciampagna.

Ottava LXXI, v. 4:

Talbot, generale supremo degl’Inglesi.

CANTO TERZO

ARGOMENTO.

Vien fra’ Capocchio assunto a notte oscura

della Sciocchezza al regno, ove ignorante

contempla la bellissima pittura

delle umane follie tante e poi tante.

Agnese di Giovanna l’armatura

prende per gire a ritrovar l’amante.

Casca in man degl’Inglesi, e il suo pudore

ne soffre assai; ne piange, ma non muore.

I. Non basta, amici, aver cor grande e saggio

e fermo il guardo in mezzo alla battaglia,

guidar falangi, e placidi il coraggio

tra le stragi portar sotto la maglia.

Ogni clima ha il suo eroe: cotal vantaggio

ora in questo, ora in quel parmi prevaglia.

Chi mi sa dir se il fervido francese

sia guerriero miglior che il freddo inglese?

II. Chi decider saprà se il paziente

tedesco allo spagnolo innanzi vada?

Nella grand’arte d’ammazzar la gente,

arte che sola ad ogni onor fa strada,

or vinto si ritrova, ora vincente.

L’immortale Condè cesse alla spada

del gran Turenna, e il Prence di Piemonte

al fier Villardo fe’ bassar la fronte.

III. Che del grande dirò sostenitore

di Stanislao? Vo’ dir quel re soldato,

Don Chisciotte del Norte, il cui valore

più che umano talor fu giudicato.

Nelle valli d’Ucrania, ove furore

più che virtù lo spinse, il disperato

i suoi lauri cader vide a Pultava

sfrondati da un rival, ch’egli sprezzava.

IV. Un bel segreto a mio parer sarìa

saper la gente abbarbagliar, d’un nome

rivestirsi divin, la fantasia

dell’inimico soggiogar, siccome

féro i Romani, a cui tutto obbedìa.

Coi prodigi per lor disfatte e dome

fur tutte genti, e lor propizio il cielo

delle sacre cortine aperse il velo.

V. Giove, Marte, Polluce e Giuno e Venere

e quanti ha numi l’immortal Consiglio

pugnàr per essi, e alla non mai degenere

lor aquila guidàr l’ali e l’artiglio.

Bacco, che mise tutta l’Asia in cenere,

l’antico Alcide e di Filippo il figlio,

per dominar i popoli sommessi,

stirpe di Giove si chiamaro anch’essi.

VI. Quindi a’ lor piedi pallidi e devoti

vedeansi i regi paventarne il tuono,

e vittime offerendo e immensi vóti,

per adorarli discendean dal trono.

Lodati esempli a tutto il mondo noti

seguir piacque a Dionigi: e fu sì buono,

che pretese per santa e verginella

pur fra gli Angli spacciar la sua Pulcella.

VII. Perché il fior della prode oste britanna,

Tirconello, Bedforte, e il bestiale

Sandò, e Talboddo, che d’amor si danna,

si bevesser la cosa tale e quale,

che vedesser cioè nella Giovanna

un divin braccio ai peccator fatale,

un vecchio padre di san Benedetto

in ajuto pigliò per questo effetto.

VIII. Di quei padri non già le cui sudate

ed immense fatiche hanno di Francia

arricchito i libraj, ma un padre abate

d’ignoranza ingrassato, a bella pancia,

e ch’altre carte non avea voltate

che il suo messal. Pesato alla bilancia,

fu questo il personaggio su cui l’occhio

pose Dionigi, e avea nome Capocchio.

IX. Verso il globo lunare, ove si scrive

che già dei pazzi il paradiso fosse,

di quell’immenso abisso in sulle rive,

ove la Notte, l’Erebo, il Caosse

indistinti regnàr, pria che furtive

le sue grand’ali avesse il tempo mosse

sul creato universo, è un vasto loco

ove il raggio del sol non ride, o poco.

X. Solo una mesta luce vi si spezza,

fredda, incerta, feral: sue stelle sono

fatui fochi che crescono tristezza;

l’aria tutta ai folletti è in abbandono.

Regina del paese è la Sciocchezza:

questa vecchia fanciulla assisa in trono

grigia ha la barba, il piede in sé converso,

sbadiglia sempre e guarda di traverso.

XI. Dell’Ignoranza dicesi la figlia;

un sonaglio ha per scettro: e assiste al soglio

una balorda stolida famiglia,

l’Ostinazion, l’Accidia e il folle Orgoglio

e la Credulità che tutto piglia.

Insomma, come un papa in Campidoglio,

è adulata, servita; e sembra vera

sovrana; ma non è che una chimera:

XII. una vera chimera, un Chilperico,

un re che stassi con le mani in mano.

L’avida Furberia, ministro antico,

ministro degno di cotal sovrano,

fa tutto; ed ella, che ha cervel di fico,

ella stessa seconda quel marrano.

La sua gran corte poi, corte bandita,

de’ più profondi astrologi è fornita.

XIII. Questa è una gente che del suo mestiere

sempre è sicura, e sempre in error casca;

mascalzoni, ignoranti in suo parere

ognun gli estima, eppur lor fole intasca.

E alchimisti vi son d’alto sapere

che fan l’oro, e ognor vuota hanno la tasca:

e rosacroci, e tutti quei furenti,

che filan teologici argomenti.

XIV. Per ire a questo loco il buon Capocchio

fra tutti i suoi confrati è dunque eletto.

Già la notte sul tacito suo cocchio

d’atri vapor coprìa del ciel l’aspetto,

sulla grossa dormìa come un ranocchio

il nostro baccellon, quando dal letto

fu degli sciocchi al paradiso assunto;

né gli fece stupor l’esservi giunto.

XV. Era tutto in brodetto, e in arrivando,

arrivar si pensò nel suo convento.

Di begli affreschi in prima un ammirando

salone ei vide nell’entrar là drento:

Cacodemonio lo dipinse, e oprando

in ornar quel gran tempio ogni talento,

gittò sulla muraglia un lungo schizzo

delle umane sciocchezze a ghiribizzo.

XVI. La pittura è in emblema. Ivi tu vedi

passi da sofo, frizzi da stordito;

progetti d’ogni età fatti coi piedi,

peggio eseguiti, e sghembi all’infinito;

le arroganti sentenze e i capopiedi

de’ giornali: e codesto colorito

di stupende follìe tutte in miscuglio

degl’impostori è detto il guazzabuglio.

XVII. Nuovo re dei Francesi, il Rodomonte

Law scozzese qui mostra la sembianza:

un diadema di carta ha sulla fronte,

e v’ha scritto: Sistema di finanza.

Di tumide vesciche ha intorno un monte,

ch’ei dispensa con fasto a chi s’avanza.

Preti, guerrier, bagasce e baccalari

vi portano ad usura i lor denari.

XVIII. E tu (bello a vedersi), e tu là stai

con Escobar, versatile Molina;

e tu, Dolcino, che a baciar ne dài

con man vezzosa una bolla divina;

bolla, onde Roma in suo cor rise assai,

del tartufo Telliè sporca farina,

ma nobile fra noi cagion di liti,

di scandali, di colpe e di partiti:

XIX. e, ciò che è peggio, di volumi immensi,

pieni, si dice, di veleni eretici;

veleni che nell’anima e nei sensi

portan freddi sopor tutti apopletici.

Nuovi Bellerofonti, infra quei densi

vapori i nostri combattenti ascetici

cavalcano chimere, e con bendati

occhi van contro all’avversario armati.

XX. Fischi son le lor trombe; e in quelle dotte

lor sante frenesie l’alme nemiche

menan colpi da cieco, e si dàn bòtte

che somigliano scoppii di vesciche.

Che scritti, Gesù mio! che strane lotte

d’argomenti, d’esami e di fatiche

per capir quello che non puoi comprendere,

e spiegar sempre né mai farsi intendere!

XXI. O cronicista degli eroi del Xanto,

tu che un giorno dei topi e delle rane

sì dottamente col divin tuo canto

l’ire dicesti e le battaglie insane,

esci di tomba, e vien la guerra e ‘l pianto

a cantar che le genti gallicane

da collarin da chierca e da cocolla

fanno in terra, e perché? per una bolla!

XXII. Il giansenista schiavo del destino,

della grazia che chiamasi efficace

dannato figlio, porta un Agostino

nel suo vessillo e grida pertinace:

– O cristiani, il Redentor divino

sol per molti patì: – poi corre audace

ai nemici che avanzano curvati

sul dorso a cento saputelli abati.

XXIII. – L’ire civili sospendete ond’arse

il vostro cor, cessate ogni contrasto. –

Tutto a un tempo la scena ecco cangiarse:

– Largo largo, imbecilli, eroi da basto. –

Ecco vicino a San Medardo alzarse

un mausoleo senz’arte e senza fasto,

in cui Domeneddio tutta racchiude,

per Francia convertir, la sua virtude.

XXIV. A questa tomba, a guarir d’ogni male,

corre la gente in gran processione:

v’accorre il zoppo con passo ineguale,

grida: – Osanna -, e giù casca stramazzone:

v’accorre il cieco, e torna allo spedale

brancolando più cieco, e va tentone:

vi si avvicina il sordo, attentamente

porge l’orecchio, e non ode niente.

XXV. E i devoti credenti allora enfatici

svenìr di gaudio ed esclamàr: – Miracolo! –

E per la gloria del Signor fanatici,

del beato baciavo il tabernacolo.

Fra’ Capocchio, a man giunte e ad occhi estatici,

Dio ringraziando di sì pio spettacolo

e sorridendo un suo cotal sorriso,

nulla intende, e si crede in paradiso.

XXVI. Ma ecco il dotto tribunal severo,

metà fratesco e metà prelatizio:

d’inquisitori un drappel sacro e fiero

cinto di sgherri, detto il Sant’Uffizio,

la ragion la parola ed il pensiero

per la causa di Dio chiama in giudizio.

Piume di gufo han quei dottor per cresta,

e lunghe orecchie di somaro in testa.

XXVII. Una bilancia lor, ch’altri non tocca,

l’ingiusto e ‘l giusto, il falso e il vero pesa

dentro due lunghi gusci: uno ribocca

di sangue e d’oro, che il ladron di chiesa

per lor salute ai penitenti scrocca;

l’altro tutto ripien gli contrappesa

di rosarii, novene e giubilei,

d’indulgenze, di bolle e d’agnusdei.

XXVIII. Al santo pie’ dell’assemblea si vede

l’oppresso Galileo tutto contrito,

che perdonanza pubblica le chiede

d’aver ragione, ed a ragion punito.

O mura di Loudun, quai negre tede

v’empion d’orrida luce? È un arrostito,

è il curato Grandier, per decisione

di dodici facchini empio stregone.

XXIX. O bella, o cara Galigai! S’incapa

a crederti una strega la Sorbona,

però ti brucia: oh parlamento rapa!

Oh Francia ognor funesta a chi ragiona!

Oh saggia cosa il credere nel papa

e in Belzebù, né dir che la corona!

Ve’ più lungi il decreto che l’emetico

vieta, e consacra il gran Peripatetico.

XXX. Vien qua, vien qua, mio bel padre Gherardo,

ché far ti voglio il meritato onore

di due versetti a parte. O maliardo

direttor di fanciulle e confessore!

Sei qui dunque, mio dolce pappalardo,

delle grate gentil predicatore?

che di’ tu della bella penitente

che sul letto converti? Ottimamente!

XXXI. Ti son schiavo, Gherardo, e assai ti lodo

di siffatta dolcissima avventura:

tutto umano è il tuo caso, e in cotal modo

non è certo un peccar contro natura.

Quanti devoti han messo peggio il chiodo!

Ma, caro amico, in simile fattura

figurato giammai non mi sarìa

che il diavolo la coda intruso avrìa.

XXXII. O Gherardo, Gherardo; o voi che siete

gli accusatori, fraticei di scuro

e bianco manto; e voi ch’arso volete,

giudici, scribi e testimon, l’impuro;

e voi del par che stolti il proteggete;

ah nessuno di voi gli è il mago, il giuro!

Ma lasciamo Gherardo, e diasi l’occhio

a ciò che vide alfine il buon Capocchio.

XXXIII. Vide gli antichi parlamenti in piazza

bruciar le carte del pastor romano,

e con decreto sterminar la razza

d’un certo Ignazio di cervel non sano;

poi proscritti essi pur: piange e schiamazza

Chesnello, e Ignazio ride al caso strano:

Parigi è in lutto, e di sì ria tragedia

ad asciugar va il pianto alla commedia.

XXXIV. O tu, nume balordo, o dea Sciocchezza,

dal cui gran fianco in ogni età fecondo

più figliolanza uscì che in sua pregnezza

non die’ numi Cibele al ciel profondo,

mira i tuoi figli, e sèntine allegrezza,

ond’hai ripiena la tua patria e ‘l mondo;

compilatori e traduttori allocchi,

sciocchi autori e lettori ancor più sciocchi.

XXXV. Diva possente, e prima infra le dive,

deh! fra la turba de’ tuoi parti immensa,

dimmi chi t’hai più caro, e chi più scrive

pesante e basso, e più stoltezze addensa,

chi più raglia, più mugghia, e più abortive

le idee sviluppa; in somma chi men pensa.

Ah veggo, o dea, che il tuo più dolce amore

del Giornal di Trevigi è l’estensore.

XXXVI. Mentre queto così verso la luna

il nostro buon Dionigi accortamente

prepara contro l’anglica fortuna

certa sua burla arcana ed innocente,

nel mondo sublunar, che pazzi aduna

d’assai maggiori, avviene altro accidente.

Carlo verso Orlean con passo ardito

a spiegate bandiere è già partito.

XXXVII. Al suo fianco Giovanna in vago elmetto

già di Remore gli dà certo il conquisto.

Quei giovani scudier, quel fiore eletto

di generosi paladini hai visto?

Come l’asta impugnàr! Con che rispetto

fan cerchio alla guerriera in un bel misto!

Tal si vede il buon sesso mascolino

servire in Fontevroldo al femminino.

XXXVIII. Ivi lo scettro del comando è messo

nelle mani di donna Beatrice,

e frate Anselmo prostrasi sommesso

a madama che grave il benedice.

Ma torniamo ad Agnese, onor del sesso,

che abbandonata, afflitta ed infelice,

più non veggendo l’amato che adora,

dassi in preda al dolor che la divora.

XXXIX. Fredda diviene e di sé stessa uscita:

Bonel, ch’è un’arca di ripieghi, a canto

le siede, e studia di tornarla in vita.

Apre i begli occhi la meschina alquanto,

quegli occhi che fan dolce al cor ferita,

ma gli apre solo per disciorgli in pianto;

e, a Bonello appoggiata, con languore

dice: – Dunque l’ha fatta il traditore!

XL. Che far pensa? ove corre? il giuro è questo

fattomi quando al suo desir piegommi?

ed io nel letto abbandonato e mesto,

tutta la notte, oh Dio, sola starommi?

sola senza il mio amante? E mentre io resto

qui deserta, al crudel che lusingommi,

quell’audace Giovanna il cor disvia,

non già nemica de’ Breton, ma mia.

XLI. Il diavolo si porti ed il malanno

queste Marfise, che, soldati in gonne,

del sesso mascolin l’aria si dànno,

paladine donnacce: anzi di donne

altro non fan valere, altro non hanno….

quasi l’ho detta. E nondimen sì puonne

il vano orgoglio, che onorar pretendono

l’un sesso e l’altro, e l’uno e l’altro offendono.

XLII. Sì dicendo, ella piange e si fa rossa,

freme di rabbia e di dolor sospira.

La gelosia le manda il gel per l’ossa,

e ne’ suoi sguardi scintillar si mira.

Poscia repente, del furor riscossa,

nuova e bella un’astuzia Amor le ispira:

ratto verso Orleano in compagnia

della servente e di Bonel s’avvia.

XLIII. Non molto andò che giunse la donzella

ad un albergo, ove molto affannata

dal cavalcar l’intrepida Pulcella

per riposarsi alquanto è capitata.

Agnese, come ognun dorme, con bella

maniera si fa dir dove corcata

posa Giovanna, in suo valor sicura,

e dove messi i paggi han l’armatura.

XLIV. Pel bujo se ne va gatton gattone,

e nella stanza tacita si caccia.

Prende le brache di Sandò, vi pone

dentro le bianche cosce e se l’allaccia:

prende ancor di Giovanna il panzerone:

il bellicoso e duro usbergo impaccia,

pesta, ammacca la carne tenerella.

Bonel sostienle il braccio e la puntella.

XLV. Disse allora tra sé quella beltà:

– Amor, di tutti i sensi miei signore,

la tremante mia man deh reggi, e fa’

ch’io duri al pondo di quest’armi, Amore,

onde senta di me qualche pietà

il crudo e caro di mie pene autore.

Una guerriera ei vuol: dunque si faccia

soldato Agnese; ei ‘l vegga e se n’ compiaccia.

XLVI. Mi conceda seguirlo e la mia testa

a sua difesa esporre; e se mai fia

che delle spade inglesi la tempesta

la sua vita minacci, ecco la mia.

Il nemico furor piombi su questa

beltà infelice, e per me salvo ei sia;

ch’egli viva felice, e ch’io gli muora

lieta in braccio e beata, se m’adora. –

XLVII. Mentr’ella così parla e in fretta in fretta

con paurosa ed inesperta mano

Bonel quell’armi indosso le rassetta,

il re Carlo tre miglia era lontano.

Agnese, dall’amor punta, e protetta

dalla notte che ancor ricopre il piano,

vuol subito in quell’ora, in quell’istante

correre in traccia dell’amato amante.

XLVIII. Sì vestita e dell’armi sotto il peso,

piagnendo e bestemmiando per l’angoscia,

cavalca rannicchiata, e tutto offeso

n’ha il deretano e livida la coscia;

Bonel, sovra un corsier normando asceso,

russa al suo fianco e dondola e si scoscia:

e Amor, che tutto per la bella teme,

veggendola partir, sospira e geme.

XLIX. Fatto alquanto cammino, Agnese sente

una gran pésta, che mettea paura,

di cavalli, e un rumor d’armi e di gente

che ognor più cresce per la selva oscura:

e un drappello d’armati ecco repente

vestiti a rosso, e per maggior sciagura

il drappel di Sandò. Tosto si fa

innanzi un d’essi e grida: – Chi va là? –

L. Come la bella questo grido intese,

con una grazia che ridir non puosse,

pensando al re, rispose: – Io sono Agnese:

viva la Francia e Amore! – e soffermosse.

A tai nomi, che il ciel giusto e cortese

d’eterno nodo unì, pronta si mosse

quella masnada e Agnese fe’ captiva

col confidente, che a caval dormiva.

LI. L’uno e l’altro immediate alla tremenda

fiera presenza di Sandò vien tratto,

di Sandò che in suo cor (se la faccenda

ben mi ricordo) sacramento ha fatto

il ladro castigar, che nella tenda

brache e brando gli ha tolto di soppiatto:

e muso è ben da farlo, ché persona

di gran furia è il crudele e non ragiona.

LII. Era il momento in che dal ciglio casca

il dolce vel dei sonno che s’invola,

quando lieto l’augello in su la frasca

riprende il canto e l’arator consola:

si risveglia ogni fibra e par rinasca;

il piacer per le vene inonda e cola,

dal desir partorito, ed improvviso

ne dànno i sensi all’alma e al cor l’avviso.

LIII. Fu in quest’ora, o Sandò, che la tremante

bella Agnese s’offerse al tuo cospetto,

cento volte più bella e folgorante

del raggio mattutin quando è più schietto.

Che cor fu il tuo, Sandò, nel primo istante

che, scosso il sonno, ti vedesti al letto

comparir quelle luci, e su la vaghe

membra indossate le tue larghe braghe?

LIV. Di lascivo desir punto, divora

tutta con gli occhi una sì dolce dape,

e va fra’ denti borbottando: – Or ora

riavrò le mie brache; – e in sé non cape:

l’ode Agnese e ne trema. Ei la rincora,

su la sponda del letto a sé la rape,

– Giù, dicendo, mia bella prigioniera,

giù quest’armi, per voi gonna straniera. –

LV. Ed in queste parole la ghermisce

pien di speme e d’amor, te la scorazza,

te la diselma: Agnese si schermisce

con moltissima grazia, e s’imbarazza:

un amabil pudore colorisce

le belle gote intanto alla ragazza,

che, col pensiero al re, coll’alma in pace,

al suo gagliardo vincitor soggiace.

LVI. Ma il panciuto Bonel, che si destina

dall’inglese all’incarco illustre e degno

di primo ufficial della cucina,

tosto si mette all’onorato impegno.

«Primo inventor della salsiccia fina»

fama lo canta, e a questo raro ingegno,

Francia, tu déi d’anguilla le polpette

e con erbe d’odor le cotolette.

LVII. – Che fate, oimé, signor Sandò, che fate? –

con un dolce languor diceva Agnese.

– Oh cazzo, rispos’egli (e qui notate

che bestemmiar dée sempre un bravo inglese),

qualcun m’ha fatto oltraggio, e invendicate

lasciar non so le ricevute offese.

Sono mie queste brache, e prenderò

quel che mi spetta, ovunque il troverò.

LVIII. Dir questo e, nuda come Dio l’ha fatta,

stender la bella ond’ire al suo contento,

fu tutt’uno. Ei l’abbraccia e l’abburatta

sossopra su le piume a suo talento.

Ella smarrita e in lagrime disfatta:

– No no, dicea, no no, non vi consento. –

Mentre questi d’amor stanno alle prese,

fuori un fracasso orribile s’intese.

LIX. – All’armi, all’armi! – subito si grida:

chi piglia il brando, chi la targa imbraccia:

la tromba marzial che a morte sfida,

dà il segnal di battaglia, e i cori agghiaccia.

Destatasi, Giovanna invan la fida

sua maschile armatura, invan rintraccia

le brachesse, la maglia, ed il suo bello

elmetto con in cima un pennoncello.

LX. Senza punto pensar, d’uno scudiero,

come viengli alla man, prende veloce

il duro arnese, in groppa al suo somiero

monta d’un salto e grida ad alta voce:

– Venite a vendicar del franco impero

meco l’onore. – A quel grido feroce

la seguon cento cavalieri armati,

e dopo lor seicento e più soldati.

LXI. Fra’ Capocchio in quel punto il bel paese

della Sciocchezza abbandonato avea,

e, cinto di vapori, al campo inglese

con un gran sacco indosso discendea;

sacco di belle asinerie che prese

da certi libri monacali avea.

Così imbastato, rabbuffato e stracco,

scosse, appena arrivato, il suo gran sacco.

LXII. Sugl’Inglesi lo scosse e versò tutto

sovr’essi il carco de’ sudori suoi,

tesori d’ignoranza, il cui bel frutto,

o miei Francesi, abbonda anche tra voi.

Così del cocchio d’ebano costrutto

la tenebrosa dea spande su noi

papaveri, fantasmi e bizzarria,

e n’addormenta in seno alla follia.

NOTE AL CANTO TERZO

Ottava II, v. 6:

Nella famosa battaglia delle Dune, presso Dunkerque.

Ivi, v. 7-8:

Villardo, il Maresciallo di Villars; il Prence di Piemonte, Eugenio di Savoja. – A Malplaquet, presso Mons, nel 1709.

Ottava III, v. 7-8:

Pure nel 1709.

Ottava XIV, v. 7:

Il Paradiso degli sciocchi è il Limbo.

Ottava XVI, v. 5:

Capopiede, errore.

Ottava XVII, v. 1-4:

Il famoso sistema di Law, scozzese, che dal 1718 al 1728 rovinò in Francia tante fortune, avea lasciato dietro a sé delle tracce funeste, e li effetti ne duravano ancora nel 1730, che fu l’anno nel quale crediamo che l’Autore mettesse mano a questo poema.

Ottava XVIII, v. 1-2:

Dopo le Lettres Provinciales sono conosciuti abbastanza i casisti Escobar e Molina: questo Molina è chiamato nel testo suffisant per allusione alla grazia sufficiente e versatile, sopra cui egli aveva fondato un sistema assurdo, come quello de’ suoi avversarii.

Ivi, v. 3:

Dolcino, Doucin.

Ivi, v. 6:

Letellier, gesuita, figlio di un procuratore di Vire nella bassa Normandia, confessore di Luigi XIV, autore della Bolla e di tutte le turbolenze che ne seguirono, esiliato durante la reggenza. Il padre Doucin era il suo primo ministro.

Ottava XXIII, v. 5-8:

L’Autore accenna ai miracoli attestati da migliaja di giansenisti; miracoli dei quali il Carré di Montgeron fece stampare una grossa raccolta che presentò al re Luigi XV.

Ottava XXVIII, v. 6-8:

Urbano Grandier, curato di Loudun, condannato al fuoco nel 1629, da una commissione del Consiglio, per aver messo il diavolo in corpo ad alcune religiose.

Ottava XXIX, v. 1-2:

Eleonora Galigai, donna d’alto grado, del séguito della regina Maria dei Medici e sua dama d’onore, moglie di Concino Concini, fiorentino, marchese d’Ancre, maresciallo di Francia, fu non solo decapitata alla Grève, nel 1617, ma altresì bruciata come strega, e tutti i suoi beni furori dati a’ suoi nemici.

Ivi, v. 7-8:

Il parlamento, sotto Luigi XIII, proibì, pena la galera, che s’insegnasse altra dottrina che quella di Aristotile, e proibì l’emetico, ma senza condannare alla galera i medici né i malati. Essendo Luigi XIV guarito a Calais in virtù dell’emetico, il decreto del parlamento perdé molta della sua autorità.

Ottava XXX, v. 1:

Assai nota è la storia del gesuita Girard e della Cadière: il gesuita fu, come stregone, condannato al fuoco dalla metà del parlamento d’Aix, e assoluto dall’altra metà.

Ottava XXXVII, v. 7-8:

Fontevrauld è un borgo nell’Anjou, a tre leghe da Saumur, noto per un celebre convento di monache, eretto da Roberto d’Arbrissel (1047-1117). Dopo aver piantato i suoi tabernacoli nella foresta di Fontevrauld, egli percorse a pie’ scalzi le province del regno, a fin d’esortare a penitenza le donne di mondo e di attirarle nel suo convento. Fece tra esse di gran conversioni; e indusse la celebre regina Bertrada a vestir l’abito delle suore di Fontevrauld, c stabilì il suo ordine in tutta la Francia. Il pontefice Pasquale II lo mise, nel 1006, sotto la protezione della Santa Sede. Roberto, qualche tempo avanti la sua morte, ne conferì il generalato a una dama chiamata Petronilla Du Chemille, e volle che una donna succedesse sempre a un’altra donna nella suprema dignità dell’ordine, stendendo la sua giurisdizione sui religiosi non meno che su le religiose.

Ottava LIX, v. 7:

Si costumava già di portare delle lunghe brache staccate dai calzoni; e spesso in fondo a queste brache tenevasi un arancio da regalarsi alle signore. Il Rabelais fa menzione d’un bel libro intitolato: De la dignité des braguettes. Erano esse privilegio e distintivo del sesso più nobile; e appunto perché la Pulcella aveva portato le brachesse, la Sorbona fe’ istanza che fosse bruciata viva.

CANTO QUARTO

ARGOMENTO

Sotto le mura d’Orlean s’accende

cruda battaglia. Di valor vi fanno

Giovanni e Dunoè prove stupende;

poi còlti dalla notte errando vanno.

Strano caso li guida alle tremende

soglie d’Ermafrodito, ove il tiranno,

deluso in un desir poco discreto,

ad aver li condanna un palo dreto.

I. Esser giusto vorrei, se re foss’io,

far nella pace i sudditi felici,

e i giorni tutti dell’impero mio

contrassegnar di nuovi benefici.

Se fossi finanziere, altro desìo

non avrei, credo, che di farmi amici

i begli spirti e lor dar premii a josa;

ché i loro scritti alfin son qualche cosa.

II. Se arcivescovo poi fossi a Parigi,

porrei studio a far sì che il giansenista

non corrugasse il naso, né i barbigi

arruffasse al passar d’un molinista;

ma se i pensieri avessi d’amor ligi

per vaga giovinetta, allor la vista

un momento giammai da’ suoi begli occhi

non leverei, perché non me l’accocchi.

III. Per la noja cacciar che nasce in noi

dai piaceri uniformi, una novella

festa ogni giorno le darei, che poi

farìa la schiva alle mie voglie ancella.

Se l’assenza è crudel ditelo voi,

felici amanti, e che costa una bella.

Si rischia, oimé, se non le state attorno,

d’ire a Corneto due, tre volte al giorno.

IV. Sulla sua preda appena un fuggitivo

piacer sfiorava il fier Sandò, che mosse,

strage facendo e d’ostil sangue un rivo,

Giovanna, e parve che tremuoto fosse.

Di Debora la lancia al primo arrivo

Dildo, alla Gallia sì fatal, percosse,

Dildo che tolse l’oro di Chervaldo

e le suore stuprò di Fontebraldo.

V. Ambo gli occhi con esso un colpo strano

a Fonchinar cavò degno di forca.

Nato questo impudente nel villano

clima d’Ibernia, ognor di nebbia sporca,

già da tre anni sullo stil toscano

facea l’amore in Francia. Indi ella corca

morto per terra milordo Aliface

e il temerario suo cugin Borace,

VI. e Bartonaro che i fratei fe’ becchi,

e Midarblù che il padre ha rinnegato,

e dopo tutti questi altri parecchi.

Dietro il suo esempio non v’ha franco armato

che dieci angli nell’asta non istecchi.

Morte li segue, e le chiome arruffato

li precorre il Terrore, e par che giugna

un dio tra lor che pugni in quella pugna.

VII. Fra quei di guerra orribili litigi

Fra’ Capocchio gridava: – Ella è pulcella:

tremate, Angli, fuggite; è san Dionigi

che l’armi somministra alla donzella.

È pulcella, vi dico, e fa prodigi;

né voi scampo v’avete incontro ad ella.

Presto in ginocchio, merde d’Albione;

dimandate la sua benedizione. –

VIII. Il fier Talboddo a tal ragionamento

facendo per gran collera la bava,

fa prendere quel frate corpulento

quando meno il buon uom se l’aspettava.

Lo legano ben bene, ed ei contento

senza scomporsi a gridar seguitava:

– Io son martire, Inglesi; a me credete,

ella è pulcella e vincerà: vedrete. –

IX. L’uom che credulo è fatto da natura,

nel cor d’argilla a tutto dà ricetto;

ma par che la sorpresa e la paura

più pronto abbian l’accesso entro il suo petto.

Fe’ il parlar di Capocchio per ventura

sovra il cor de’ soldati assai più effetto

che il ferir dell’amazzone e de’ suoi

compagni di prodezza arditi eroi.

X. Quel vecchio istinto che ne fa dar fede

ai prodigi, l’error che ne desvia,

il gelato timor che tutto crede,

féro a gli Angli girar la fantasia:

quella gente, che a nullo in ardir cede,

conoscea poco allor filosofia;

milordi assai gl’ingegni avean duri, irti:

non son che ai nostri tempi i begli spirti.

XI. Il gran Sandò con cuor sicuro: – Amici

di Francia domatori, iva gridando,

marciate a dritta: – e tosto gl’infelici

voltano a manca e fuggon bestemmiando.

Tal nel piano che l’onde irrigatrici

dell’Eufrate fecondano, allorquando

l’orgoglio uman la torre di Babelle

per alta bizzarria spinse alle stelle,

XII. non comportando Iddio cotal vicino,

fe’ cento lingue d’una lingua sola.

Se qualcuno di lor chiedea del vino,

gli si portava il gesso o la cazzola;

ed invece di pane, il pentolino:

sì che tutti confusa la parola,

e beffati da Dio si separaro,

ed imperfetta l’opera lasciaro.

XIII. La fama di sì gran combattimento

d’Orlean vola all’assediate mura.

Vi vola a tiro d’ala e in un momento

di Giovanna vi conta la bravura.

Sapete che i Francesi un foco, un vento

son nell’armi e cuor vòti di paura:

son pazzi, che, d’onor pieni e di vaglia,

come alla danza vanno alla battaglia.

XIV. Già Dunoè, splendor d’ogni bastardo,

cui preso avrìa per Marte il tempo antico,

e Santriglia e Trimuglio ed il gagliardo

Riccamonte con altri ch’io non dico,

dalle porte si lancian come dardo,

cacciar credendo in fuga l’inimico,

e gridando con tutti i lor polmoni:

– Dove son, dove son questi poltroni? –

XV. Né quei son lungi; ché Talbò, guerriero

di grandissimo cor, presso alle porte

contro l’impeto franco avea primiero

messa in agguato più d’una coorte.

Da più giorni giurato avea quel fiero,

e giurato d’un tuon solenne e forte

per san Giorgio ed Amor, che avrìa pie’ posto

nelle assediate mura a tutto costo.

XVI. Diviso è in due. L’affezion che sente

per lui del buon Louvet l’alta mogliera,

lo sprona; ed ei, d’amor, di gloria ardente,

far sua la donna e la cittade spera.

Appena fatto avea la nostra gente

un cento passi, che la forte schiera

di Talbò le fu sopra alla sicura;

ma i Franchi non mostràr punto paura.

XVII. O campi d’Orlean, chiaro e ristretto

teatro della dura aspra battaglia,

il sangue di che foste orrido letto,

di cento verni v’ingrassò la paglia.

Mai la valle fatal di Malpiachetto,

mai di Zama l’arena o di Farsaglia,

per tante stragi al mondo sì famose,

vider prove più ardite e generose.

XVIII. Visto avreste le lance ai disperati

scontri spezzarsi in cento schegge e cento;

gli scudieri e i cavalli rovesciati

e ridrizzati in piedi in un momento;

foco i ferri gittar da ferri urtati,

e duplicar la luce e lo spavento,

e volar d’ogni parte e cader rasi

spalle, braccia, pie’, gambe e menti e nasi.

XIX. Dal più puro de’ cieli alto splendore

gli angeli della morte e della guerra,

il fier Michele e lo sterminatore,

che in man la pèste e la procella afferra,

e de’ Persi il fatal flagellatore

inchinati tenean gli occhi alla terra,

riguardando attentissimi la rea

pugna ostinata, che terror mettea.

XX. Prese allora Michel la gran bilancia

in che de’ mondi Iddio pesa il destino,

e i destini e gli eroi d’Anglia e di Francia

pesò con man sicura il serafino.

I cavalieri della franca lancia

pesati tutti a peso di zecchino

trovaronsi calanti, e di Talbò

con gran fracasso il fato traboccò.

XXI. Ma lassù così gli era stabilito.

Riccamonte alle chiappe in un istante

d’un colpo d’asta si trovò ferito;

Santriglia nella coscia, ed il galante

La Hiro in sito… ah, non vo’ dir qual sito;

ben compiango la sua gentile amante.

Trimuglio, già cascato entro un fossaccio,

uscirne non poté che rotto un braccio.

XXII. Bisognò dunque alla città tornarsi

storpiati tutti quanti e porsi in letto.

Così puniti ei fur perché beffarsi

osàr di San Dionigi benedetto.

Come poi piace a Dio, da Dio suol darsi

giustizia e grazia. Già Chesnel l’ha detto,

né in ciò v’ha dubbio. Or Dio, che castigò

quei buffoni, il Bastardo eccettuò.

XXIII. Mentre tutti ritiransi in barella,

concio ognuno d’assai brutta ferita,

bestemmiando Giovanna e la sua stella,

Dunoè non ha sgraffio per la vita.

Urta gl’Inglesi a guisa di procella,

fracassa, apre le file, anima ardita,

e spinge, dove la Pulcella abbatte

ciò che incontra, e ognun volta le culatte.

XXIV. Quai due gonfi torrenti, dall’estreme

selvose cime dei monti cadendo,

de’ villani terror, mescono insieme

l’onda e la furia con fracasso orrendo

e van de’ campi a seppellir la speme,

tali, e con urto ancora più tremendo,

Giovanna e Dunoè nel forte entraro

della battaglia e combattean del paro.

XXV. E così bene adoperàr le mani,

sì bruscamente sgominàr gl’Inglesi,

che in breve dai compagni andàr lontani

finché gli ebbe la notte ambo sorpresi.

La buona coppia pei sanguigni piani

più non vedendo inglesi né francesi,

in fondo a un bosco del silenzio sede,

– Viva Francia! – gridando, arresta il piede.

XXVI. Cercan la via di Cinzia al bel sereno;

vanno e vengono: cure indarno sparse:

alfin, di fame cascanti non meno

che i lor corsieri e stanchi d’aggirarse,

bestemmiano il destin, ché non avièno,

dopo aver vinto, un letto ove posarse.

Tale in balìa dell’onde erra e del vento

senza bussola e vela un bastimento.

XXVII. Ma ecco trapassar per la foresta,

venuto per salvarli, un cagnoletto

che s’accosta schiattisce e fa lor festa,

dimenando la coda, alto il musetto.

Precorre e volge ad or ad or la testa,

dir sembrando in suo muto dialetto:

– Qua qua, signor, il passo mio seguìte,

ché buona avrete l’osteria. Venite. –

XXVIII. Ebbero i nostri eroi tosto palese

ciò che il cane venìa significando,

e seguìr lieti l’animal cortese,

per la gloria di Francia Iddio pregando.

E l’un coll’altro su lor belle imprese

complimenti si fean di quando in quando.

Lascivo intanto e involontario il guardo

torceva alla Pulcella il buon Bastardo.

XXIX. Ma perché avea già noto il cavaliero

che il franco fato in quel giojel s’accoglie,

e che tutto e per sempre ito è l’impero,

se avanti un anno questo fior si coglie,

spegne i desiri con miglior pensiero,

preponendo la patria alle sue voglie:

la strada rotta e mal sicura intanto

fa spesso zoppicar l’asino santo.

XXX. Dunoè, tutto garbo, l’eroina

con la diritta in sella sostenea:

ella, stesa di dietro la mancina,

la man pudica dell’eroe stringea

facendogli l’occhietto, e sì vicina

questa bocca con quella si tenea,

che spesso si toccàr, desiderose

parlar più presso delle patrie cose.

XXXI. Già dire intesi che quel capo folle

del duodecimo Carlo, che l’amore

vinse e i monarchi, in corte non ti volle,

o Conismara, delle belle onore.

Carlo ebbe téma d’esser vinto: ei molle

sentì contro i tuoi vezzi il regal core,

e quindi gli evitò: ma d’amor tocco

tener Giovanna e non le fare il fiocco,

XXXII. aver fame e sedersi a tanto desco,

né dente untar, vittoria è assai più bella.

Il nostro Dunoè, per san Francesco,

qui somiglia a Roberto d’Arbrisella,

a quel gran santo, che di carne fresco,

fra due suore dormìa dentro una cella,

e quattro tonde chiappe accarezzava

e quattro tette, né giammai peccava.

XXXIII. Sul far dell’alba alla presenza fùro

d’un palagio assai bello e smisurato.

Di bianchissimo marmo è tutto il muro:

sovra un dorico e lungo colonnato

posa un terrazzo di diaspro puro:

porcellana è il cancello, onde abbagliato

l’occhio v’è sì, che a’ due guerrieri avviso

era proprio d’entrar nel paradiso.

XXXIV. Il cane abbaja, e venti e più trombette

si fan sentire, e quaranta staffieri

con trine d’oro e lucide brachette

vengono a offrir servigio ai cavalieri.

Cortese nel palazzo gl’intromette

una coppia di giovani scudieri,

e in bagni d’oro onestamente belle

li guidano per man più damigelle.

XXXV. Poi lavati asciugati ed a banchetto

regal serviti d’esquisite dapi,

fra lini di battista in aureo letto

fino alla sera la dormìr da papi.

Uopo è dir che il signor di sì bel tetto,

tetto ben degno di cesarei capi,

d’un genio era figliuol di quei superni

che son dell’aria abitatori eterni.

XXXVI. Di quei genii vo’ dir che al nostro frale

incarnano talor la pellegrina

lor grandezza infinita. Or questo tale

folletto, la sottil carne divina

incorporando alla carne mortale

di certa suora Alì benedettina,

n’ebbe il signor Ermafrodito, al padre

similissimo figlio ed alla madre.

XXXVII. Era ancor mago di poter tremendo.

Or giusto il giorno che il figliuol compìa

il terzo lustro, il genitor, venendo

dalla lucida sua stella natìa,

– Figlio, gli disse, io ti son padre e scendo

qui per vederti. Or tu parla, desìa,

forma vóti a tuo senno, e in un momento,

poiché lo posso, ti farò contento. –

XXXVIII. Il figliuol, ch’era nato salacissimo

e degno in tutto di sua bella origine,

– Ben sento, disse, che il mio seme è altissimo,

poiché in me d’ogni brama ho la tentigine.

Io dunque tutta in grado perfettissimo

satisfar del piacer vo’ la prurigine.

Sazia di voluttà, padre, il cuor mio:

come femmina e maschio amar vogl’io.

XXXIX. Voglio la notte il sesso femminino,

e il mascolino in fin che il giorno dura. –

Cui l’incubo: – Sia tale il tuo destino. –

D’indi in poi la deforme creatura

tutto in pienezza il dritto pellegrino

si gioisce di sua doppia natura.

Tal fatto un altro in mente me ne pone

del confidente degli dèi Platone.

XI. Di limo eletto, ei dice, Iddio compose

i primi padri e li creò perfetti;

e perché in lor l’un sesso e l’altro pose

in egual modo, Andrògini fur detti.

Poi narra che ciascuno in tutte cose

a sé bastava ne’ suoi doppi affetti.

Ma Ermafrodito aveva nel concubito

un vantaggio: il perché lo dico subito.

XLI. Dar diletto a sé stesso ella è una sorte

nulla affatto divina al mio parere;

meglio è il darlo al suo prossimo, e alle corte,

darselo in due gli è il massimo godere.

Lo chiamava la gente di sua corte

or Venere or Amore, e a più potere

gli cercava per tutto verginelle,

e gagliardi garzoni e vedovelle.

XLII. Ma che pro, se scordossi quel folletto

chiedere un dono di maggior sostanza,

un dono senza cui langue imperfetto

ogni piacere, un don che gli altri avanza:

quello di farsi amar? Dio benedetto,

per punirne l’estrema petulanza,

fe’ sì brutto costui, che al paragone

Samuele Bernardi era un adone.

XLIII. Mai non fu da’ suoi sguardi un cuor ferito:

dar magnifiche feste invan solea,

musiche e pranzi di gusto squisito;

madrigali talvolta anche scrivea.

Come poscia la notte a qualche ardito

l’orgoglio femminil sottomettea,

ed una qualche bella il dì ghermiva,

tutti allora i suoi vóti il ciel tradiva.

XLIV. Sprezzi, onte, villanie d’ogni maniera

riceve per amplessi, e invan ne freme:

sentir gli fea del ciel l’ira severa

che grandezza e piacer non vanno insieme.

– Che? (dicea) la più vile cameriera

lungo steso il suo vago al sen si preme,

la sua contessa ha ognor pronto un abate,

e nel convento la sua suora un frate;

XLV. ed io, ricco, sovran, genio di razza,

il solo mi son io infra i viventi

d’un ben privo in che tutto il mondo sguazza? –

Allor giurò per li quattro elementi

ogni garzon punire, ogni ragazza

che per lui freddi avrebbe i sentimenti,

e far strazio di tutti i cori ingrati,

massimamente poi degli spietati.

XLVI. Con grandezza regal qualunque arriva

lieto raccoglie; ed in Gerusalemme

de’ Sabei la regina e la captiva

Talestri nelle persiche maremme

cotanta a lor beltà copia votiva

non videro giammai d’oro e di gemme,

quant’egli ne profónde a’ suoi galanti,

donzelle, abati e cavalieri erranti.

XLVII. Ma se di core alcun ritroso e duro,

avaro gli si fea di compiacenza,

se resisteva alquanto, era sicuro

d’esser vivo impalato in sua presenza.

Madama Ermafrodito il dì già scuro,

quattro uscieri mandò con insistenza

una preghiera a far per suo riguardo

al nostro amabilissimo Bastardo.

XLVIII. La preghiera dicea che il paladino

verso la mezzanotte si degnasse

di madama passar nel mezzanino,

mentre Giovanna in compagnia cenasse

sovrana della mensa e del festino.

Il nostro Dunoè pregar non fasse,

e scende profumato al gabinetto

ove a cenar lo attende altro banchetto.

XLIX. Simil banchetto di lussuria ardente

die’ Cleopatra al vincitor latino,

e a lui che, contro Augusto in mar perdente,

l’oblìo cercò del suo dolor nel vino.

Un tal ne vidi io pur superbamente

imbandirsi da un buon benedettino,

che, a’ suoi grassi rival l’orgoglio emunto,

fu re chercuto di Clervaldo assunto.

L. Né diverso fumar vede il tranquillo

nevoso Olimpo degli dèi le cene,

se Omero ascolti e lui che d’asfodillo

in Ascra coronàr l’alme Camene,

quando in tazze di lucido berillo

il gran padre de’ numi alle terrene

amanti, a Giuno ancor moleste e schive,

porge il nèttare eterno e le fa dive.

LI. Fumano i piatti sopra le divine

mense operate dalle care e belle

man di Talìa d’Aglaja e d’Eufrosine,

tutte d’amor compagne e sue sorelle.

Leggiadrissime dee, che le reine

son del bello, si sa; dee fra le stelle

nomate Grazie, cotanto storpiate

dai pedanti scrittor di nostra etate.

LII. Versano l’immortal dolce licore

Ebe e il fanciul, che, in Ida un dì rapito,

or diventa in segreto il rapitore.

Ma dove deviò l’estro smarrito?

Corso è in cielo a trovar al mio lettore

con che fasto madama Ermafrodito

col gran Bastardo la sua cena fece,

fra le nov’ore in punto e fra le diece.

LIII. Madama ha un carro d’ornamenti addosso,

di diamanti un diluvio in su la testa;

le braccia quadre, il collo rancio e grosso

son di perle e rubini una tempesta,

che la fan brutta, orrenda a più non posso.

Levan la mensa, ed ella a ciò che resta

affretta Dunoè, che, poveraccio,

la prima volta si sentì di ghiaccio.

LIV. Cortese essendo, almen di gentilezza

voluto avrìa pagar l’albergatrice;

e vista della vacca la bruttezza,

– Io n’avrò maggior gloria – fra sé dice.

Ma non l’ebbe per Dio, ch’ogni prodezza

può qualche volta aver fine infelice.

Benché delusa nella dolce brama,

pur n’ebbe alquanto di pietà madama.

LV. E paga in suo segreto e lusingata

dei grandi sforzi che il campion facea,

gli ebbe come per fatto valutata

l’onesta e buona intenzion che avea.

– Diman l’opra verrà più fortunata;

soffrite, andate, mio signor, dicea:

fate sì che l’amor vinca il rispetto,

e pronto siate a servir meglio in letto. –

LVI. Già del giorno la bella alba foriera,

le rosee porte d’oriente aprìa:

lettor mio, ti sovvenga che quest’era

l’ora in che il sesso femminil sparìa

dal campo di madama, e la versiera

nel signor cavalier si convertìa:

così, cangiato ed arso di novella

fiamma, al letto volò della Pulcella.

LVII. Ne tira le cortine, e fra le tette

senza riguardo alcun ficca la mano;

le appicca un bacio inverecondo, e mette

in rischio il suo pudor, mostro villano.

Più s’agita, più brutte ha le basette.

Giovanna, accesa di furor cristiano,

col braccio tutto nervo a pugno chiuso,

forte gli affibbia uno sgrugnon sul muso.

LVIII. Tal ne’ lieti miei campi una mirai

delle puledre mie sovra un pratello,

tigrata i peli inegualmente gai,

di pie’ leggero e di garetto snello,

malamente cacciar con calci assai

dall’amorosa groppa un asinello,

che in quell’amplesso suo rozzo e sgarbato

ergea l’orecchie e si tenea beato.

LIX. Ma in ciò, mi scusi, fe’ Giovanna errore,

che rispetto al padron dovea di casa.

Ben le parti pigliar vo’ del padrone,

ché non è tal virtù dal mio cor rasa;

ma se talor la voglia d’un signore,

soprattutto d’un genio, è persuasa

di darci un bacio, non mi par stia bene

menar di schiaffi e rivoltar le rene.

LX. Era il figlio d’Alì brutto a non dire;

pur di coraggio non avea sì pazzo

visto mai donna, da pigliarsi ardire

di beffarlo fin dentro al suo palazzo.

Grida; e pronti al suo cenno ecco venire

guardie, paggi, lacchè tutti in un mazzo;

e gli conta un di lor che la Pulcella

non è poi tanto a Dunoè rubella.

LXI. Oh calunnia! oh di corte atro veleno,

maldicenza, bugie, serpi inumani,

schizzerete voi sempre il tòsco in seno

a gli amanti siccome ai cortigiani?

Per doppia onta il crudel d’ira ripieno

vuol subita vendetta; onde a quei cani

rivolto grida: – Cotestor pigliate,

di mia clemenza indegni, e gl’impalate. –

LXII. La canaglia obbedisce, e in un momento

del rio supplizio gli apparecchi ammanna.

Ed ecco la speranza e l’ornamento

della lor patria, Dunoè e Giovanna,

irne a morir per strano avvenimento

degli anni sull’april! Sorte tiranna!

Legan nudo il Bastardo onde a sedere

metterlo con un palo entro il messere.

LXIII. E nel medesmo punto ecco dai zaffi

la fiera donna a un altro palo addutta,

ove di morte orribile i suoi schiaffi

verran puniti e sua beltà distrutta.

Con man profane e unghiate come raffi

le tolgon la camicia, e nuda tutta

vien frustata in passando e flagellata,

finché ai crudeli impalator l’han data.

LXIV. Alla lor furia in preda con intera

rassegnazion la morte iva aspettando

il buon Bastardo, e con umil preghiera

Miserere mei Deus va masticando.

Ma con occhiata imperiosa e fiera

quei ribaldi atterrìa di quando in quando,

e il tremendo girar di sue pupille

dicea palesamente: – Eccomi Achille. –

LXV. Ma come l’eroina ebbe pur vista

vendicatrice del gran giglio aurato,

preparata a subir morte sì trista,

l’incostanza e il rigor piange del fato.

Guarda le belle membra e si contrista,

poi di morte riguarda l’apparato,

e di nobile pianto inonda i rai,

di pianto che per sé non versò mai.

LXVI. La pietade mescendo alla fierezza,

Giovanna che non sa che sia terrore,

il Bastardo guatò con languidezza;

sospirò per lui solo in suo gran core.

La lor nuda beltà, la giovinezza

a lor dispetto gli accendea d’amore;

sì bel sì dolce sì gentil desire

non li tradì che in punto di morire.

LXVII. L’anfibio intanto aligero animale,

giunta al vecchio rancor la gelosia,

con orrendo ragliar dava il segnale

alla ciurma che ancor non si spedìa

d’impalar quella coppia disleale;

ma in quel punto una voce che atterrìa,

pari a tuon che da nube si disserra,

fe’ d’intorno tremar l’aria e la terra.

LXVIII. Grida la voce orribile: – Fermate,

non mettete a costor quel palo dietro;

fermatevi, per Dio, non impalate. –

A questo grido i littor dànno indietro:

guardano e miran sulla porta un frate

incappucciato, smisurato e tetro,

cinto le reni d’un grosso cordone,

e conobbero il padre Grisbordone.

LXIX. Qual veltro di gentil nare sicura

ch’entro il bosco vicin nell’odorato

ha ricevuta la sottil pastura

che un capriol da lungi ha tramandato,

lieve lo insegue per la macchia oscura

senza vederlo e dall’odor guidato;

salta fossi e boscaglie e via s’inselva

non disviato d’alcun’altra belva;

LXX. tal di santo Francesco il forte figlio

sul dorso al suo balordo mulattiero,

sempre correndo e fermo in suo consiglio,

della Pulcella avea trito il sentiero.

In arrivando, con feroce piglio

grida: – Seme d’Alì, per lo severo

fiume di Stige, pel dimon tuo padre,

pel salterio di suora Alì tua madre,

LXXI. pel nostro sire Belzebù, la testa

salva a costei che de’ miei vóti è segno.

Guardami, io son che prego, io che la festa

per due senza ribasso a pagar vegno.

Se questo ingrato cavalier, se questa

donzella meritato hanno il tuo sdegno,

io sconterò per lor la tua ragione.

Tu sai qual è la mia riputazione.

LXXII. Questo raro mio mulo inoltre vedi

di portarmi ben degno: io lo ti dono.

Egli è il tuo caso, e tu dirai, mel credi,

che frate e mul sola una cosa ei sono.

Licenzia questi sgherri, e mi concedi

sciolta Giovanna, ché il contratto è buono.

Costei che il cor ne tolse ad ambeduo,

danne in mercede, ed il guadagno è tuo. –

LXXIII. Alle infami parole inorridita

fremea Giovanna. Del suo cor l’altezza,

la sua verginità sì custodita,

l’onor suo, la sua fe’ cui tanto apprezza,

le stavano sul cuor più che la vita;

e la grazia di Dio, che ogn’alma spezza,

sommo dono del ciel, nel suo pensiere

facea lo stesso Dunoè tacere.

LXXIV. Col ciglio in pianto, con la mente al cielo,

dei nudi fianchi vergognando e muta,

delle lagrime sue fa a gli occhi un velo:

nulla vede, né crede esser veduta.

Dunoè disperato, arso di zelo,

– E che? – (dicea) quest’anima perduta,

questa forca sfratata nella ragna

avrà Giovanna, e fia che Francia piagna?

LXXV. Questo mago l’avrà, mentr’io modesto

e discreto il mio amor chiuso tenea? –

Mentre parla, del frate il prego onesto

del genio i cinque sensi e il cuor movea.

S’ammollì, parve pago, e – Al fin di questo

giorno statevi pronti, egli dicea;

pronto il tuo mulo e tu. Cedo, perdóno

a questi due francesi, e vostri sono. –

LXXVI. Possedea quel frataccio il pastorale

di Giacobbe e l’anel di Salomone

e il suo sterno e la verga spiritale

d’un mago consiglier di Faraone:

avea la scopa ancor sopra la quale

di Saulle la strega a cavalcione

presentossi, allorquando al malaccorto

veder fece in Endòr l’ombra d’un morto.

LXXVII. Grisbordon, che d’incanto anch’esso è mastro,

fa un cerchio in terra e poca polve prende;

al mulo sprizza il culo, ed al grand’astro

vòlto, borbotta le parole orrende,

le parole cioè che Zoroastro

ai suoi Persi insegnava: alle tremende

voci, con lingua di demonio lette,

rizzossi il mulo su due piedi e stette.

LXXVIII. Oh mirando poter! Corta si feo

la giubba e tondo il suo bislungo muso;

l’unghia in cinque si fesse e si perdeo

l’orecchio sotto la berretta chiuso.

Così quel grande imperator caldeo,

di cui l’orgoglio fu da Dio confuso,

stato sett’anni bue, d’erba nudrito

uom rivenne, ma nulla convertito.

LXXIX. Dall’azzurro del ciel mirando stava

Dionigi intanto con paterni rai

di Giovanna il rio caso, e divisava,

desideroso di finirla omai,

di piombar costaggiù. Ma si trovava

egli medesmo in imbarazzo assai,

imperocché s’avea tirato addosso

nel suo viaggio un affar grande e grosso.

LXXX. San Giorgio suo rival, che in paradiso

è il divo protettor dell’Inghilterra,

ai santi si dolea che all’improvviso

fosse disceso san Dionigi in terra,

e che senza permesso e senza avviso

già vi facesse ai suoi Breton la guerra.

Di parlar in parlar ruppero tutte

convenienze e vennero alle brutte.

LXXXI. Suole aver, benché santo, un santo inglese

nel carattere proprio un non so che

d’isolano e di fier: del suo paese

ognun tien sempre qualche cosa in sé.

Il paradiso invan ne fa le spese,

e tutto che riluce oro non è,

né il rozzo accento di provincia addutto

alla corte, neppur s’oblia del tutto.

LXXXII. Ma gli è tempo, lettor, dar posa al canto;

far m’è d’uopo un assai lungo viaggio.

La lena manca, e il fine di cotanto

affar distintamente a contar aggio;

dir come il nodo sviluppossi, e quanto

di Giovanna operò l’alto coraggio,

tutto insomma che accadde in questa guerra

nell’inferno, nel cielo e sulla terra.

NOTE AL CANTO QUARTO

Ottava XVII, v. 5:

Si videro nella battaglia di Malplaquet ventottomila settecento uomini stesi non già, come dice uno storico, su la terra, ma nel fango e nel sangue; tanti almeno ne furon contati dal Marchese di Crèvecoeur, ajutante di campo del Maresciallo di Villars, incaricato di far seppellire i morti. (V. il Secolo di Luigi XIV, anno 1709).

Ottava XIX, v. 5:

Sembra che il nostro autore dia il nome di Persiani ai soldati di Sennacherib (ch’erano assiri), perché i Persiani dominarono per lungo tempo l’Assiria: quel che è certo, si è che l’Angiolo del Signore levò dal mondo egli solo centottantacinquemila soldati dell’esercito di Sennacherib, il quale era tanto insolente da marciare contro a Gerusalemme.

Ottava XXII, v. 6:

Allusione alle opinioni manifestate nelle opere del Quesnel, prete dell’Oratorio.

Ottava XXXI, v. 4:

Aurora Konismare, amica del re di Polonia Augusto, e madre del celebre conte di Sassonia.

Ottava XXXII, v. 3-4:

Roberto d’Arbrissel, fondatore del bell’ordine di Fontevrauld. Egli convertì, nel 1100, tutte in un colpo, con un solo sermone, quante donne di partito erano nella città di Rouen. Si condannò poi a un nuovo genere di martirio, e questo fu di giacere tutte le sante notti fra due giovani religiose a fin d’ingannare il diavolo, che verosimilmente non si stette dal rendergli la pariglia. Pare che non gli garbasse la legge salica, perocch’e’ volle che una donna fosse abate generale dei frati e delle monache dell’ordine.

Ottava XXXIX, v. 8:

Secondo Platone, l’uomo fu creato con ambedue i sessi. In questa forma Adamo si fece vedere alla devota Bourignon e al suo direttore spirituale Abbadie.

Ottava XLII, v. 8:

Samuele Bernard era un uomo ridicolo per la sua vanità. Non c’era cosa che, adulandolo, non si ottenesse da lui. Durante la guerra di successione, richiesto dal Desmaret di un imprestito, rispose con un bel no. Fattolo allora chiamare a Marly, Luigi XIV ordinò che gliene facessero vedere tutte le bellezze; e condotto in parte dove il re sarebbe passato, questi gli rivolse qualche parola. Il dopo pranzo disse al Desmaret: – Signore, quand’anco io dovessi perdere ogni cosa, dite pure al re che quanto io posseggo, è tutto a sua disposizione.

Ottava LXXVIII, v. 5:

Nebucadnetzar, o Nabucodonosor.

Ottava LXXX, v. 1-2:

Si badi di non confondere Giorgio, patrono d’Inghilterra, e cavaliere dell’ordine della Giarrettiera, con un san Giorgio frate, stato ucciso per aver sollevato il popolo contro l’imperatore Zenone. Il nostro san Giorgio è quello di Cappadocia, colonnello al servizio di Diocleziano, martirizzato, dicesi, in Persia, in una città nominata Diospoli.

CANTO QUINTO

ARGOMENTO.

Giusto di Dio giudizio al cupo inferno

il reverendo Grisbordon condanna,

perché sfiorar tentò con onta e scherno

il pulcellaggio della gran Giovanna.

Ivi cotto egli trova a foco eterno

tal che il mondo ha per santo, e assai s’inganna.

Del suo strano morir conta la guisa,

e i diavoli crepar fa dalle risa.

I. Cari amici, viviamo da cristiani:

questo, crediate a me, questo è il partito

a cui uopo è recarci. Co’ profani

son visso anch’io nel bel tempo fiorito:

sempre in tresca ed in frega come cani;

mai ne’ luoghi ove Cristo è riverito;

balli, cene, baldracche a tutte l’ore,

burlandoci de’ servi del Signore.

II. Ma che succede? Oimé! Morte fatale,

col suo naso schiacciato e col falcione,

a visitar se n’ viene al capezzale

questi buffoni senza religione.

La febbre ardente con passo ineguale

dell’inferno ond’è nata, apre il portone,

mettendo lo scompiglio in sul più bello

ne’ lor miseri capi, e addio cervello.

III. Una guardia e un notajo accanto al letto

vengono a dirgli: Andiam, uopo è partire.

Ove bramate, signor mio diletto,

che il beccamorto v’abbia a seppellire?

Un pentimento allor tardo, imperfetto

s’ode dai labbri moribondi uscire;

l’un chiama san Martino a fior di bocca,

questi ha san Rocco, e quei santa Mitocca.

IV. Si raglian salmi in barbaro latino,

si mena l’aspersorio, e tutto invano.

Appiè del letto l’infernal mastino

ringhia, digrigna i denti in modo strano;

poi, come prende l’alma il suo cammino,

nel passar te l’acchiappa l’inumano,

e te la porta in fondo dell’inferno,

degno albergo degli empii in sempiterno.

V. Tempo è, lettor, di dir che Satanasso,

l’imperador della gente perduta,

diede un giorno una festa di gran chiasso,

una festa laggiù non più veduta.

Casa Pluto per gioja era in fracasso;

di dannati avea fatto ampia recluta,

e all’arrivo degli ospiti novelli

votavano i demonii orci e tinelli.

VI. Eravi un papa, un cardinal gran bue,

un re del norte, dodici curati,

quattordici canonici con due

consiglier, tre intendenti e venti frati,

tutti di fresco giunti di quassue

ed all’eterne brage condannati.

Il re cornuto della mandra nera

cinto da’ Pari fa ridente céra.

VII. Mentre ciascun del nèttare possente

d’inferno s’imbriaca e gozzoviglia,

gorgheggiando e stroppiando allegramente

canzonette che uscian dalla bottiglia,

ecco alla porta un gran rumor si sente,

un tumulto, un gridar per meraviglia:

– Ben venuto! voi qui? siete voi stesso?

Sissignori, correte; è desso, è desso!

VIII. Egli è il grande emissario, il nostro caro

fedelissimo amico Grisbordone.

Entrate, fate largo, entrate, o caro,

scaldatevi qui, padre Grisbordone. –

E qui amplessi a diluvio, e tutti: – O caro,

o carissimo padre Grisbordone,

il dottor di Lucifero, il papasso

dell’inferno, il figliuol di Satanasso! –

IX. Così gridando, ognun gli dà di piglio,

lo baciucchia, lo gongola, lo pesta,

e sel porta in un battere di ciglio

sempre baciato al luogo della festa.

Satana s’alza e dice: – Inclito figlio

del diavolo, mia gloria manifesta,

l’ornamento, la perla, il fior più bello

dei campioni da tresca e da bordello,

X. non isperava io certo, o mio vicario,

sì presto riveder la tua sembianza.

Fra’ mortali tu mi eri necessario,

onde ben popolar la nostra stanza;

per te la Francia n’era un seminario:

or perdo nel vederti ogni speranza;

ma fatta sia la volontà del fato:

bevi, amico, e mi siedi al destro lato. –

XI. Pieno di santo orrore il francescano

s’inginocchia e gli bacia lo sperone.

Poi s’alza e tristo il guardo invia lontano

in quella vasta accesa regione,

di delitti e di pene ampio oceàno,

spaventosa di morte atra prigione,

eterna reggia dello spirto brutto,

immenso abisso che inghiottisce il tutto;

XII. tomba alfine in cui giace seppellita

la veneranda e dotta antichitate,

e con essa l’amor che al tutto è vita,

il sapere la grazia e la beltate,

e quella turba d’anime infinita

figlie del ciel pel diavolo create.

Tu sai, lettor, che in quell’ardente foco

i re migliori co’ tiranni han loco.

XIII. Sai che la Chiesa all’infernal rovello

mette Antonino e Tito, amor del mondo,

e Trajano, de’ prìncipi modello,

con Marco Aurelio di saper profondo,

e parimente i due Caton, flagello

di qualunque è malvagio, e il verecondo

Scipione, che, signor del proprio core,

di Cartago e d’amor fu vincitore.

XIV. Voi pur vi state ad arrostir laggiù,

sapiente Platon, divino Omero,

e tu, facondo Cicerone, e tu,

Socrate, figlio dell’eterno vero

e martire di Dio della virtù

nella Grecia profana, e tu, severo

giusto Aristide, e tu, probo Solone,

morti, oimé, tutti senza confessione.

XV. Ma ciò che Grisbordon fe’ più stupire,

fu il veder nella caldaja orrenda

certi santoni e certi re bollire

di cui s’orna la storia e la leggenda.

Fra i primi che poté l’occhio scoprire,

fu del re Clodoveo la reverenda

faccia. A tal nome io veggio il lettor mio

esclamar stupefatto: – Poffar Dio!

XVI. Come può star che un re sì grande e buono,

che a’ suoi soggetti con accorto avviso

aprir sicuro un dì seppe dal trono

il cammino del santo paradiso,

alla salvezza di che a noi fe’ dono,

aver poi debba ogni sentier preciso?

Chi crederìa che un primo re cristiano

sia dannato laggiù come un pagano? –

XVII. Ma ricordarsi debbe il mio lettore

ch’esser dall’acqua salutar lavato

non basta mica, se corrotto è il core:

or questo Clodoveo, tutto impastato

di peccati e di vizi, era un umore

sanguinario, bisbetico e spietato,

né san Remigio avea ranno e sapone

pel bucato d’un re così briccone.

XVIII. Fra color che del mondo ebber domìno,

chiuso in quel bujo con eterna offesa

scorgevasi il famoso Costantino.

– E fia ver? (grida il frate con sorpresa)

oh rigida giustizia, oh rio destino!

che? l’eroe fondator di santa Chiesa,

l’eroe ch’espulse i falsi dèi dal mondo,

è piombato con essi in questo fondo? –

XIX. Allor dolente in cotai detti amari

proruppe Costantin: – Di Giove e Delo

il culto io spensi e su’ lor santi altari

fui prodigo d’incenso al Dio del cielo;

ma me guardai, non esso, e a’ miei preclari

fatti fu spron l’orgoglio e non lo zelo:

gli altar, che santi a tutti gli occhi sono,

a me non fùro che sgabello al trono.

XX. Ambizion, lussuria, ira, mollezza

eran miei numi e avean miei vóti a gara.

L’oro, il sangue, gl’intrighi e la scaltrezza

de’ cristiani e la lor sete avara

fondàr la mia fortuna e la grandezza,

questa real grandezza un dì sì cara:

fu per lei che con perfida ferita

sino al suocero mio tolsi la vita.

XXI. Vil, crudel, sospettoso e ne’ più rei

piacer sepolto e nel sangue e nel vino,

ebbro d’amor, di gelosia, mi fei

della sposa e del figlio l’assassino.

Stupir più dunque, o Grisbordon, non déi

se dannato con te è Costantino:

venti re, come lui divini a Roma,

qui bruciata per sempre avran la chioma. –

XXII. Va innanzi il frate, e in quei lugùbri ardori

vede ognor cose arcane e ognor più belle;

predicator, casisti, monsignori,

monaci d’ogni lingua e monachelle,

e di tutte le corti i confessori

coi direttori delle nostre belle,

tutta gente chiercuta e ben nudrita,

ch’ebbe il suo paradiso in questa vita.

XXIII. Ecco vede nel fondo d’una cella

un fraton mezzo bianco e mezzo nero,

col crin ritondo a foggia di scodella

e una faccia crudel da masnadiero.

Attentamente rimirando in quella

bestia pezzata di sembiante fiero,

ride un riso maligno il francescano,

e disse dentro sé: – Questi è Gusmano. –

XXIV. Indi grida: – Chi sei? – L’ombra, siccome

un egro che patisca il morbo splenico,

la man ponendo sulle rase chiome,

rispose: – Ah! figlio, io sono san Domenico! –

A queste voci, a questo augusto nome

Grisbordon sbalordito, in atto scenico

cinque o sei passi rincular si vede;

fassi il segno di croce e appena il crede.

XXV. – Come? poscia ripiglia: voi, quell’arca

di santità, dottor così eminente,

promotor della fede e patriarca,

voi che a Dio convertiste tanta gente,

voi quaggiù come un empio eresiarca!

or qui certo la grazia è deficiente.

Povero mondo, povera virtù!

come sei corbellata colassù

XXVI. Or andate a cantar le litanie

di tutti i santi a suon di campanello! –

Disse: e a lui con parole afflitte e pie

replicò lo Spagnol bianco e morello:

– Non badiam de’ mortali alle follie;

che n’importa, se perso hanno il cervello?

che giova andar di là santificati,

se qui siamo arrostiti e sconsacrati?

XXVII. Tal che in inferno scaldasi la zampa,

lassù ha cappella e va privilegiato,

e tal che il papa ha messo in questa vampa,

si gode su nel ciel salvo e beato.

Quanto a me, l’opre mie fur della stampa

d’un gran furfante, e, se qui son dannato,

a dirla schietta, mi sta ben, ché offesi

crudelmente quei poveri Albigesi.

XXVIII. Mandato venni a edificarli, ed io

senza pietà gli strussi e ne fui boja;

arrostir feci gl’innocenti, e or Dio

fa qui arrostir del pari a me le cuoia. –

Una lingua di ferro, o lettor mio,

sempre parlante non potrìa la loja

dei santoni ridir che ad ogni passo

si riscontrano a casa Satanasso.

XXIX. Quando al prode figliol di san Francesco

tutti ebbe fatti quella cólta gente

gli onori dell’albergo diavolesco,

tutti quanti gridàr concordemente:

– Conta, conta, perdio, chi fresco fresco

t’ha qui condotto, o Grisbordon valente;

narrane per qual caso impreveduto

il tuo feroce spirto è qui venuto. –

XXX. – Volontieri, diss’egli: eccomi qua

a contarvi la mia strana ventura;

vi prevengo che questa vi parrà

da principio, o signori, un’impostura;

ma impostor non son io; mentir non sa

chi deposta ha la carne in sepoltura.

Era lassù, il sapete, in missione

per l’onor vostro insieme e del cordone.

XXXI. La più galante impresa io consumava,

che mai fatt’abbia alcun fratesco ingegno.

Il mio buon mulattier che bestia brava!

che pezzo d’uomo! che rival condegno!

Saldo nel suo dover già sorpassava

d’Ermafrodito i vóti oltre ogni segno,

e avea col mostro femminino anch’io

fatto, non fo per dir, l’obbligo mio.

XXXII. Pago costui del nostro alto coraggio,

Giovanna ne lasciò secondo il patto;

questa Giovanna alfin, questo selvaggio

ribelle topo è nelle branche al gatto.

Già si sfiora il famoso pulcellaggio;

si dibatte la schiva, io la dibatto,

il mulattier la tiene a pancia in su,

e il folletto ne ride che non più.

XXXIII. Ma credereste or voi quel che v’ho a dire?

L’aria si fende, e dall’empiro, a cui

non potremo, miei cari, unqua salire

(e sapete il perché) né io né vui,

oh funesto portento! ecco venire

l’orecchiuto animal che i fatti sui

disse a Balamo un dì quando Balamo

andò per maledire il Dio d’Abramo.

XXXIV. Terribile somaro! In dosso avea

di velluto una sella, e dai lucenti

aurei staffili dell’arcion pendea

una gran scimitarra a due taglienti:

ogni spalla una grande ala movea

con che volava e superava i vènti.

Grida Giovanna allor: – Beato Iddio,

che mi manda dal ciel l’asino mio! –

XXXV. Mi gelò quel parlar. L’asin tremendo

tosto le quattro sue ginocchia abbassa

dinanzi a Dunoè, quasi dicendo:

– Monta! – ed alza la testa e il codon squassa.

Dunoè monta, e l’animal, prendendo

sui nostri capi il vol, passa e ripassa,

e dall’alto col ferro il cavaliero

piomba su me meschin come sparviero.

XXXVI. Caro Satana mio, quando tu festi,

se la storia è fedel, guerra al Signore,

guerra senza giudizio, e non temesti

punto de’ tuoni suoi l’alto fragore,

così tu pure, o mio gran re, vedesti

l’arcangelo del ciel vendicatore

piombarti addosso e col brando pulito

tagliarti a suon di busse il pan pentito.

XXXVII. La mia vita a salvar dunque costretto

corsi a gl’incanti dell’usato stile;

il nero sopracciglio e il duro aspetto

tosto lasciai di francescan virile;

presi i modi, l’andar, le chiome, il petto

di fresca donzelletta: un vel sottile

come d’Aracne l’ondeggiante bava,

mostrava un sen nascente e nol mostrava.

XXXVIII. Tutta l’arte che donna usar mai sa,

tutta m’ebbi: un guardar di verginetta,

con quella natural semplicità

che sempre inganna, sempre i cuori alletta;

una cert’aria poi di voluttà

che farìa di Zenon pazza la setta:

un sasso, un orso insomma avrei conquiso,

perché scaltri eran gli atti e bello il viso.

XXXIX. Vinto infatti ne parve il paladino.

A ghermirmi la morte era già presta;

il terribile brando damaschino

l’invitto eroe già m’alza sulla testa,

già il colpo è a mezzo, e Grisbordon meschino

dicea fra sé: – Finita ecco la festa! –

quando, nel punto di darmi il mio spaccio,

mi guarda, si commove e ferma il braccio.

XL. Impietrava Medusa i riguardanti,

nel guerriero fec’io diverso effetto;

intenerito dalle man tremanti,

lasciò cader la spada il poveretto,

che, nell’alma confuso e nei sembianti,

d’amor tremava a un tempo e di rispetto.

Chi vincitor creduto non m’avrìa?

ma il peggio udite dell’istoria mia.

XLI. Il mulattier, che il bel corpo virile

a sé tratto tenea della Pulcella,

vedendomi sì vaga e sì gentile,

di pronta si scaldò fiamma novella.

Io non credea che fosse, oimé, quel vile

capace di bramar cosa sì bella.

Incostante un villano? Eppure, o dèi,

lasciò Giovanna e mi preferse a lei.

XLII. Mi preferse a Giovanna; oh mia funesta

beltà! Ma sciolta si vid’ella a pena,

che la spada impugnò con la man presta,

a Dunoè caduta in sulla rena.

Mentre l’infido mulattier s’appresta

a farmi villania, dietro la schiena

con un colpo rovescio la superba

la testa mi tagliò come un fil d’erba.

XLIII. D’indi in poi più novelle di nessuno,

né di Giovanna, né di quel malnato

mulattier, né degli altri, che ciascuno

cento volte poss’essere impalato;

possa il cielo spedirli ad uno ad uno

per mio piacer de’ diavoli al mercato. –

Così sdegnoso Grisbordon parlava,

e l’inferno dal ridere crepava.

NOTE AL CANTO QUINTO

Ottava XXIII, v. 8:

Gusmano, domenicano: seguace di san Domenico di Guzman.

CANTO SESTO

ARGOMENTO

Del bel Monroso e de la bella Agnese

si racconta il primier tenero sguardo,

e quanta fu del giovinetto inglese

la modestia il pudor, quanto il riguardo.

Della Fama all’alpestre alto paese

sul volante ronzin giunge il Bastardo.

Di Dorotea qui ascolta il caso strano,

e perch’arsa non sia, vola a Milano.

I. Lasciam d’inferno il golfo, ove l’immondo

Grisbordon col demonio arde in eterno;

torniamo all’aria, riveggiamo il mondo,

questo mondo ch’è bene un altro inferno.

Qui l’innocenza è messa nel profondo,

l’uom retto e buono del malvagio è scherno;

spirto, gusto e le belle arti smarrite,

del par che la virtù, son via fuggite.

II. Tien luogo d’ogni merto una venale

politica che strisciasi per terra.

Dei devoti il crudel zelo infernale

contro il sapere l’ignoranza sferra.

L’interesse, vil re d’ogni mortale,

per cui sol si fa pace e si fa guerra,

tristo e pensoso ad uno scrigno accanto

vende al più forte del men forte il pianto.

III. O miseri mortali! a che correte

di turpi colpe ad insozzarvi i cuori?

insensati, che ancora non sapete

asperger di dolcezza i vostri errori!

Nei falli almeno più ragion mettete;

siate almen fortunati peccatori;

e poiché pur dannarvi alfin vi tocca,

dannatevi col mèle in su la bocca.

IV. Ciò fece Agnese, ed altro a questa bella

rimproverar non puoi che l’abbandono

a cui diessi la cara pazzerella

nei trasporti d’amor: ma le perdono,

e spero che del pari alla donzella

perdonato avrà Dio, ch’è tanto buono.

Vergin non è ogni santo, ed al Signore

pentirsi è la virtù del peccatore.

V. Quando, a serbar l’onore immaculato,

la gran guerriera col celeste brando

decollò Grisbordone, il mostro alato

che Dunoè per l’aria iva portando,

un pensier concepì scomunicato,

e fu di portar via di contrabbando

il cavaliero non astuzia fina,

e involarlo di posta all’eroina.

VI. E a tanto ardire che lo spinse? Amore,

sì, d’Amor la gran forza e la nascente

segreta invidia che gli prese il core.

Saprai dopo, lettor, minutamente

l’inverecondo e temerario ardore

che all’arcadico eroe scalda la mente.

Di volarsene adunque in Lombardia

fu del santo animal la fantasia.

VII. E Dionigi egli stesso al suo somiero

in segreto ispirò questa scappata.

– E perché, mi dirai, questo pensiero? –

Perché il Santo nell’anima turbata

dell’asino leggeva e del guerriero.

Ambo d’un foco ardean, che subissata

la comun causa avrebbe e posta in lutto

Francia, Giovanna, la sua gloria e tutto.

VIII. Vide ei dunque con savio accorgimento

che sol l’assenza e il tempo l’amorosa

lor piaga avrìa lavato. A un altro intento

mirava il nostro santo in questa cosa.

Mirava, lo vedrai, se badi attento,

a dar effetto a certa opra pietosa.

Tien la lingua, o lettore, e senza tanti

discorsi adora ciò che fanno i santi.

IX. L’asino adunque dionigian qual dardo

a volo si dispicca, e la sua strada

verso il Rodano prende. Il gran Bastardo

gli è sopra e sembra che sul vento vada.

Dall’alto abbassa all’eroina il guardo,

che, tutta nuda, con la fiera spada

fulminando, s’aprìa largo cammino,

calda di strage e di furor divino.

X. Ermafrodito invan tenta fermarla,

ed i folletti suoi, che d’aria han l’epe,

manda di qua di là per rintracciarla.

Ella ne ride e lor dà il pan col pepe.

A un villanel mi piace assomigliarla,

che, visto un alvear dentro una siepe,

mentre mal cauto accostasi e vagheggia

l’arte ammirando della cerea reggia,

XI. d’ogni parte le pecchie allo stordito

s’avventano ronzando, e sul mostaccio

una nube gli fanno, e quale al dito,

qual s’attacca all’orecchio e quale al braccio.

Fugge di qua e di là ratto il ferito,

e ad ambe mani, per uscir d’impaccio,

dissipa, uccide a centinaja e strugge

la volante canaglia, e via poi fugge.

XII. Tal dei folletti trasvolanti e sciocchi

si sbarazza l’intrepida donzella.

Tremante allor si getta a’ suoi ginocchi

il mulattier, che avea la cacarella

per lo timor che il caso non gli tocchi

di Grisbordone; e grida: – O gran Pulcella,

O Pulcella una volta amica mia,

da me tanto servita in scuderia,

XIII. qual furia è questa che t’offusca i lumi?

La vita per pietà! Deh non si dica

che gli onori han cangiato i tuoi costumi;

vedi che piango e son vivo a fatica. –

E Giovanna: – Facchino, invan presumi

che in sì vil sangue la mia man pudica

imbrattar voglia questo acciar divino:

ti sia fatta la grazia, malandrino.

XIV. A vegetar prosiegui a patto espresso,

che mi serva di sella e di vettura

la tua schienaccia in questo punto istesso:

tu meritarti un tanto onor procura.

Tornarti in mulo a me non è concesso,

ma nulla càlmi della tua figura:

mulo od uom che tu sia, basta che sotto

sia gagliarda la groppa e buono il trotto.

XV. Altri s’è tolto il mio ronzino, ed io

in te pretendo averlo ritrovato.

Dunque sotto. – Sì disse, e non restìo

curvò la bestia il capoccion pelato.

Su l’una e l’altra man, come vuol Dio,

comincia il suo trottar lo sventurato,

e di siffatto corridore in groppa

contro i più forti in campo ella galoppa.

XVI. Quanto al genio, ei giurò deluso amante

di sempre tormentar quanti francesi

nella sua terra avrian messo le piante,

e per l’opposto favorir gl’Inglesi.

Quindi un castel di gusto stravagante

un laberinto insidioso, u’, presi

gli eroi di Francia, avrìa la sua vendetta,

ei si fe’ costruire in tutta fretta.

XVII. Ma d’Agnese che fu? Di questa bella

sovvienvi il caso rio, quando impudico

l’abbracciò nuda il gran Sandò, mentr’ella

piangendo accusa il suo destin nemico?

Udiste come l’amorosa sella

lasciò quel crudo e corse all’armi; or dico

seguitando che Agnese al suo partire

uscì d’imbroglio, o almen le parve uscire.

XVIII. Tutta stordita ancor del suo periglio,

ella giurò che in simile tagliuola

più non cadrebbe; al re dell’aureo giglio

giurò d’amar lui sol, ch’ama lei sola.

Di rispettar giurò nel suo consiglio

questi teneri nodi; die’ parola

di morir prima che mancar di fede;

ma giurar nulla déssi, a chi ben vede.

XIX. Mentre in quella tremenda barabuffa,

che d’un campo sorpreso è ognor compagna,

altri corre, altri fugge, altri s’azzuffa,

e va di sangue un rio per la campagna;

e il valletto di campo, eroe di truffa,

che nel rischio comun solo guadagna,

de’ suoi le tende in sicurtà saccheggia,

perché il nemico averne util non deggia;

XX. per mezzo ai gridi, al fumo ed alla polve,

Agnese, che ancor nuda esser s’avvede,

porre del gran Sandò la si risolve

nella deserta guardaroba il piede:

sospettosa d’intorno il guardo volve,

ed abiti e camicie e scarpe vede:

tremante, zitta zitta, in fretta in fretta,

tutto prende, perfino la berretta.

XXI. Fortuna amica inoltre una cavalla

le mostra, che castagna avea la pezza,

e a Sandò coll’arcion già su la spalla

dovea menarsi, ed era una bellezza.

Vecchio e prode beone, un uom di stalla

dormendo la tenea per la cavezza.

Agnese se ne vien pian piano e piglia

di mano al mozzo, che dormìa, la briglia.

XXII. Poi, trovata una panca alla ventura,

vi posa il piede e monta, e in sella sta.

Sprona, e, di gaudio ingombra e di paura,

verso la selva galoppando va.

Bonel la siegue a pie’ per la pianura,

bestemmiando la sua rotondità

e quel leggiadro viaggiar, la guerra,

Agnese, Amor, la corte e l’Inghilterra.

XXIII. Monroso, di Sandò paggio diletto,

che da certa ambasciata allor tornava,

vedendo da lontan verso un boschetto

la poledra che forte galoppava,

e di Sandò il mantello ed il berretto,

mal divinando come il fatto stava,

credette fosse il suo padron che via

dal campo mezzo nudo si fuggìa.

XXIV. Di sì strana avventura spaventato,

frusta il cavallo e grida: – Ove fuggite,

o mio caro padron? che cosa è stato?

forse Carlo v’ha vinto? Oimé, sentite,

fermatevi, ch’io vo’ venirvi a lato

dappertutto, e morir, se voi morite. –

Dice e vola; ed il vento a più potere

porta lui, il cavallo e le preghiere.

XXV. La bella Agnese, che inseguir si sente,

corre a gran rischio fra boscaglie e rubi;

e più si fugge, più l’inglese ardente

la segue pria che il bosco gliela rubi.

Inciampò la cavalla, e la fuggente

un grido mise che ferì le nubi.

Capitombola stesa in sul terreno,

e il paggio la raggiunse in un baleno.

XXVI. Ma stupido restò, quando la lieve

aperta vesta a gli occhi suoi scoprìo

due cosce, opra d’Amore, un sen di neve,

insomma una beltà degna di Dio.

Tale il tuo senso, Adon, stato esser deve,

quando in fondo ad un bosco a te s’offrìo

sull’imbrunir del dì la dea che mise

nel suo letto divin Marte ed Anchise.

XXVII. Ben Venere più ornata avea la testa,

e una cavalla al suol non versò mica

l’immortal sua persona alla foresta,

priva di fiato e morta di fatica.

Berretto non avea né tutta pesta

la neve del bel cul; ma, il ver si dica,

vista nuda costei, avrìa sospese

Adon le brame tra Ciprigna e Agnese.

XXVIII. Un foco al paggio corse per la vita,

di timor mescolato e di rispetto.

Alza da terra Agnese tramortita,

e trepidando la raccoglie al petto.

– Siete forse, le dice, oh Dio, ferita? –

Ella il guardo in lui fissa languidetto,

indi con voce timida, indecisa,

sospirando, risponde in questa guisa:

XXIX. – O chiunque tu sia che qui fra l’arme

m’insegui, se non hai malvagio il core,

rispetta i mali miei, non oltraggiarme,

giovin stranier, conservami l’onore.

Tu m’assisti, tu salvami. – E qui parme

che dir oltre vietàr pianto e dolore:

declinò mesta il volto e fe’ a sé stessa

d’esser fida al suo re nuova promessa.

XXX. Monroso un pezzo tacque, e poi d’un tuono

soavissimo: – O bella e riverita

de’ cuor sovrana, ei disse, io tuo già sono,

tua questa man, quest’alma e questa vita,

e tutto il sangue mio. Questo sol dono

deh fammi, ch’io ti porga alcun’aita.

Se il tuo bel labbro il tuo desìo mi dice,

altra mercé non chieggo, e son felice. –

XXXI. Una boccetta allor d’acqua odorosa

trasse, tremante ne bagnò alla bella

le parti fatte di ligustro e rosa

che la caduta avea péste e la sella.

Rossa Agnese si fa, ma non sdegnosa,

né temeraria quella mano appella;

lo guata con piacer, ne sa perché,

sempre giurando serbar fede al re.

XXXII. Ciò fatto, il paggio le dicea: – Signora,

irne al borgo vicin vi si consiglia.

Prendiam questo stradello, e in men d’un’ora

v’arriverem, ché lungi è poche miglia.

Nessuna soldatesca ivi dimora;

ho soldi, e troverem cuffia, faldiglia,

e tutto che vorrai, viso dolcissimo,

degno proprio d’un re cristianissimo.

XXXIII. Piacque il saggio consiglio. Era Monroso

sì sommesso, sì tenero, ed avea

un garbo, un volto tanto grazioso,

e sì ben di piacer l’arte sapea,

che a seguirlo con pie’ volonteroso

subitamente ognun persuadea.

Qualche censor qui forse romperà

il fil della mia storia e mi dirà:

XXXIV. – Com’è possibil mai ch’uno stordito,

ch’un giovinastro d’Albion, ch’un paggio

fosse al fianco d’Agnese sì pulito,

sì riservato, rispettoso e saggio? –

La censura è davver da scimunito.

Quel paggio amava e non avea coraggio.

La voluttà far suole audace un core,

ma umil lo rende e timoroso amore.

XXXV. Verso quel borgo adunque cammin fanno

amendue di conserva, e per la via

di bei fatti d’amor parlando vanno,

d’ardite imprese di cavalleria

e di vecchi romanzi, che ne dànno

precetti di creanza e cortesia.

Di quando in quando accostasi e le tocca

il bianco braccio con la rosea bocca.

XXXVI. E lo fa di tal grazia e tal rispetto,

che modo di sottrarsi ella non vede;

ma nulla più: l’ornato giovinetto

«brama assai, poco spera e nulla chiede».

Nel borgo appena entrati, il bel paggetto

por le fa stanca in un albergo il piede.

Ivi Agnese fra due bianche lenzuola

modestamente si riposa e sola.

XXXVII. Corre intanto Monroso a rinvenire

cibo, cuffia, calzar, scarpe e sottana

per degnamente e con onor servire

questa già del suo cor beltà sovrana.

O tu cui l’alma godono abbellire

amore ed onestade, ov’è l’umana

saggezza che qui possa, almo garzone,

venir di tua virtude al paragone?

XXXVIII. Nell’albergo medesmo era venuto

di Sandò, per dir tutto, un cappellano.

Un cappellan gli è muso risoluto

più assai che un paggio; ricordarlo è vano.

D’Agnese e di Monroso avea saputo

il cammin quel ribaldo; e che lontano

non più di quattro passi era il bel viso

ch’un di quelli parea del paradiso.

XXXIX. Dall’infame desìo punto il mal servo

di Dio, nel sangue avendo una fucina,

e schiodando bestemmie, entra protervo,

chiude la porta, tira la cortina,

briaco di lussuria e dritto il nervo.

Ma mentre qui l’affar così cammina,

uopo è dirti, lettor, tutto che fe’

sul quadrupede uccello Dunoè.

XL. Là dove l’Alpe con le bianche spalle

rompe le nubi e in ciel mette la testa,

verso il famoso scoglio ove Anniballe

aprì la porta a Roma sì funesta,

che serene ha le cime e nella valle

vede il tuono formarsi e la tempesta,

siede un palagio aperto a tutti i vènti,

di bellissimi marmi trasparenti.

XLI. Non ha tetto né imposta né vetrata:

a qualsiasi persona ivi condutta

aperto è sempre, e dentro intonacata

di fidi specchi la parete è tutta;

sì che al vivo in passar rappresentata

v’è qualunque sembianza o bella o brutta;

o giovane la gota, o grinza e vecchia,

ognuna in quelli come vuol si specchia.

XLII. Mille strade fan capo al vago albergo

onde a mirarsi ognun sì bene attende;

ma tutte rischi e abissi, e tai che il mergo

non varcherebbe quelle rupi orrende.

Tal v’ha spesso che giunge all’arduo tergo

di quell’Olimpo, e ‘l come non comprende;

ciascun v’accorre, e mentre uno s’inalza,

cento romponsi il collo per la balza.

XLIII. Reina altera della reggia immensa

è quell’antica linguacciuta diva

che nome ha Fama, e cui talvolta incensa

l’alma ancor più modesta e la più schiva.

Il saggio dice che a costei non pensa,

ch’odia il grido e l’onor che ne deriva,

che la lode è il velen della ragione;

ma mènte il saggio, e parla da buffone.

XLIV. Qui tien la Fama adunque la sua sede:

le fan corte re, duchi, imperadori,

frati, pedanti, gente che si crede

toccar le stelle e mena alti romori:

pregano tutti, e gridano al suo piede:

– O Fama, o eccelsa dea che nulla ignori

e tutto narri che si dice e fa,

parla un poco di noi, per carità! –

XLV. Per appagar l’audace voglia e sciocca,

la dea loquace ognor due trombe ha pronte:

l’una, applicata alla sua larga bocca,

le belle imprese degli eroi fa conte;

l’altra, giacché pur dirvela mi tocca,

la se l’adatta al culo, e dal suo monte

con lo squillo di questa annunzia il muglio

degli scritti moderni e il guazzabuglio;

XLVI. di quei libri, vo’ dir, che menzognera

venal penna schizzò, vo’ dir di quella

d’ascrei lombrìci momentanea schiera

che a vicenda si schiaccia e si flagella;

libri nati il mattin, morti la sera,

che nel silenzio di fratesca cella

la polve e ‘l roditor tarlo divora;

essi, e con essi i privilegi ancora.

XLVII. Vil mandra di scrittor devoti al boja,

Guyon, Freronne, Labaumel, Nonnotto,

de’ buoni ingegni eterno strazio e noja;

e quella schiuma dello stuol bigotto,

quel Savatier, che sotto false cuoja

vende la penna per buscar lo scotto;

gente da gogna, ma superbi e fieri

mercatanti di fumo e vituperi.

XLVIII. E nondimen con questa mercanzia

osan portarsi della Fama in traccia,

e tumidi arroganti a quella iddia

carca di fango presentar la faccia.

A forti colpi di staffil la ria

turba dal santo luogo ella discaccia;

e appena è dato a quello stuol villano

di veder della diva il deretano.

XLIX. Gentile Dunoè, qui trasportato

dal tuo ronzino ti vedevi, e in questa

superba reggia il tuo nome laudato

trombarsi udivi dalla tromba onesta;

in quei lucidi spegli figurato

ti contemplasti; e che gaudio, che festa

non fu la tua, dipinte in quelle terse

lastre mirando tue virtù diverse!

L. Gli aspri assedii non pure ed i conflitti,

e quelle imprese che rumor fan tanto;

ma più rare virtù, dico gli afflitti

a cui tergesti generoso il pianto,

onde vai benedetto; e i derelitti

orfani tolti al ladro artiglio e santo

dei devoti tutori, e nell’infetto

sen delle corti il galantuom protetto.

LI. Contemplando in tal guisa il paladino

l’istoria di sue gesta, si godea

della sua gloria, e l’asino divino

di specchiarsi egli pur si compiacea;

tronfio come un pavone, il buon ronzino

da specchio a specchio in gravità correa:

quando improvviso da profonda nube

l’una udissi squillar delle due tube.

LII. E lo squillo dicea: – Per inumano

decreto tra le fiamme oggi si muore

la bella Dorotea dentro Milano.

Piangete, o cuori che intendete amore. –

– Che ascolto! – disse Dunoè; qual mano

segnò sentenza di cotanto orrore?

Giusto cielo! chi dunque è questa bella?

perché vuolsi bruciarla? e che fec’ella?

LIII. Se brutta, poco mal; ma sulle brage

arrostire una giovine bellezza,

sono cose, per Dio, troppo malvage;

e in Milano son matti da cavezza. –

Mentre va col pensiero in queste ambage,

la tromba replicò: – Se la prodezza

d’un cavalier cortese non t’ajuta,

povera Dorotea, tu sei perduta! –

LIV. A questo grido nel Bastardo sorge

di soccorrer la donna alto desire:

perché, dovunque occasion si porge

di far palese il generoso ardire,

vendicando un oltraggio, ei non iscorge

che il dover degli eroi. Senz’altro dire,

– Qua, disse al suo corsier, vola veloce

ove ti chiama dell’onor la voce. –

LV. Tosto l’asino aprì le sue grand’ale:

un cherubin va meno a precipizio.

Già la città si mostra ove il ferale

rogo s’appresta per lo rio supplizio:

trecento sgherri, timida e brutale

canaglia, ingorda ognor di malefizio,

fan largo, divietando all’affollato

popolazzo l’entrar nello steccato.

LVI. Dappertutto le dame alla finestra

attendon l’ora col pianto alle ciglia:

l’arcivesco, stipato a manca e a destra

dalla chiercuta sua negra famiglia,

dal balcone qua e là l’occhio balestra

in aria d’uom che niente se ne piglia.

Fra quattro arcieri intanto ecco in catene

nuda in camicia Dorotea se n’ viene.

LVII. Disperazion, confusione, affanno,

che il cor di mezzo al petto omai le han tolto,

su’ begli occhi una nugola le fanno

d’amaro pianto che le copre il volto.

Vede il rogo feral traverso il panno

delle lagrime sue: lo vede, e, sciolto

ogni freno al dolor che la ferìa,

fra i singulti al parlar schiude la via.

LVIII. – O caro amante, o tu che nel cor mio

anche in questo terribile momento… –

Né dir oltre poté; l’onda del rio

dolor sul labbro soffocò l’accento.

Cadde, e cadendo balbettar s’udio

il nome dell’amante; e immoto e spento

ogni color, parea giglio reciso:

ma il pallore era bello in su quel viso.

LIX. Un certo mascalzon, denominato

Sacrogorgone, un vile che l’Orlando

era dell’arcivescovo, impugnato

un coltellaccio ch’egli avea per brando,

di ferro il capo e d’impudenza armato,

verso il rogo s’avanza, alto gridando:

– Signori, udite; io giuro a Dio che rea

e degna di quel foco è Dorotea.

LX. Avvi alcun che ne prenda la difesa?

avvi alcun che pugnar voglia per lei?

Se v’ha chi porsi ardisca a questa impresa,

venga innanzi e si mostri a gli occhi miei:

con un colpo di questo alla distesa

darògli un tasto nel memento mei. –

In così dir, levando il coltellaccio,

fieramente cammina e fa il bravaccio.

LXI. Torcea gli occhi e la bocca sozza e nera,

sì che al feroce aspetto ognun fremea,

ed in Milano cavalier non era

che fosse oso pugnar per Dorotea.

Sacrogorgon pigliava aria più fiera:

piangevan tutti, e niun gli rispondea:

e il nostro monsignor reverendissimo

dal balcone al briccon dicea: – Bravissimo. –

LXII. A Dunoè, che in aria sulla piazza

pendea librato, di costui l’ardire

parve una cosa stravagante e pazza:

dall’altra parte il pianto ed il martire

di Dorotea rendea quella ragazza

sì commovente e bella in sul morire,

che il cavaliero a prima vista ha scorto

ch’ella è innocente e che si muore a torto.

LXIII. Salta a terra, ed in suono alto di sdegno,

– Son io, gli grida, faccia d’impiccato,

che qui col mio coraggio a provar vegno

che di costei gli è falso ogni reato;

che un mentitore, uno spavaldo degno

di mille forche, un partigian sfacciato

di delitti tu sei. Ma Dorotea

pria dir mi debbe di che vuolsi rea.

LXIV. Vo’ saper sue vicende, e per qual dura

legge in Milano abbruciansi le belle. –

Disse: e il popolo applaude, e di sicura

speme e di gioja un grido alza alle stelle.

Sacrogorgon si muore di paura;

pur simula baldanza. Anche la pelle

di monsignor s’increspa, ed il mentito

volto mal cela il cor già sbigottito.

LXV. Rivolse allor magnanimo e gentile

l’eroe la voce a Dorotea, che i rai

china, e sospira, e in doloroso stile

il tenor conta de’ sofferti guai.

L’asino asceso in cima al campanile

parea del caso intenerito assai;

e il Milanese a benedir si mette

Dio, cui prende pietà delle tosette.

NOTE AL CANTO SESTO

Ottava XVI, v. 6-8:

V. il c. XVII.

Ottava XXIII, v. 1:

È quel medesimo paggio su le cui parti deretane Giovanna avea disegnato tre fiordalisi.

Ottava XXV, v. 4:

Rubo, rovo.

Ottava XXXVI, v. 4:

Verso del Tasso (Gerus., c. II, ott. 16).

Ottava XLVII, v. 2:

Fréron, La Beaumelle, Nonotte.

Ivi, v. 5:

Vedi intorno al Sabatier, detto qui Savatier per ischerno, e intorno pure a tutti quelli altri signori, il testo e le note del XVIII canto.

CANTO SETTIMO

ARGOMENTO.

Del suo furtivo ed infelice amore

l’aspro successo Dorotea racconta,

e come, acceso di nefando ardore,

lo zio prelato le volea far onta.

Poi come in man del crudo inquisitore

la die’ l’infame. Ciò sentendo, monta

in furia Dunoè, che l’insolente

sbirraglia uccide e salva l’innocente.

I. Quando fui nell’april degli anni miei

abbandonato dalla donna mia,

morir dalla tristezza io mi credei,

e d’amor detestai la frenesia;

ma con lingua indiscreta unqua colei

non offesi che l’alma mi rapìa,

né mai di farla dolorosa il nero

disegno mi passò per lo pensiero.

II. Non è mio stile un cor porre in tormento:

e, se benigno io sono alle infedeli,

con più ragion voi fate indi argomento

che più rispetto i’ porto alle crudeli.

Uom che, spinto da falso sentimento,

a vendicarsi d’una donna aneli

cui soggiogar non seppe e farla amante,

fa il peggio che mai far possa un birbante.

III. Se un bel volto che t’abbia il cor ferito,

ugual non sente l’amoroso ardore,

giogo cerca più dolce: amor schernito

per tutto trova medicina al core.

Bevi spesso: anche questo è buon partito.

Fosse piaciuto a Dio che monsignore,

pria che furia d’amor crudo il facesse,

questo consiglio seguitato avesse!

IV. All’afflitta donzella il gran Bastardo

già speranza e coraggio avea renduto;

ma il fallo, di che rea qualche bugiardo

l’ha fatta, non ancora egli ha saputo.

– Oh tu, diss’ella, ed abbassò lo sguardo,

angel divino, che, dal ciel venuto,

qui ti recasti alla difesa mia,

tu ben sai se innocente o rea mi sia. –

V. Dunoè le rispose: – Uomo son io,

qui da strana portato alta ventura

a preservar da sì crudele e rio

scempio una tanto bella creatura.

Non lègge in cor mortale altri che Dio:

eppur vi credo virtuosa e pura.

Vostre sventure non ho mai sentite,

né le saprò, se voi non me le dite. –

VI. Tergendo Dorotea le lagrimose

stille correnti da’ begli occhi suoi,

disse: – Amor solo in tal pena mi pose.

Il bel Trimuglio conoscete voi? –

– È il mio amico miglior, l’altro rispose,

ed anima più bella han pochi eroi:

non ha re Carlo più fedel guerriero,

né il nimico un nimico così fiero.

VII. Fra quanti cavalier son prodi in arme,

null’altro più rispetto ed amor merta. –

– Gli è ver, diss’ella. È un anno, e un secol parme,

ch’egli in Milano mi lasciò deserta.

Qui amommi, ahi lassa!, e qui giurò d’amarme

costantissimamente: ed io son certa

ch’egli m’ha fido il suo gran cor serbato,

ch’ei m’ama ancora, perché troppo è amato. –

VIII. – Dubbio o sospetto di quell’alma amante

nessun vi prenda, o nobile donzella,

rispose Dunoè: vi sia garante

della sua fedeltà l’esser sì bella.

Ben lo conosco; egli è, qual io, costante

nell’amor del suo re, come di quella

ch’egli una volta del suo amor fe’ dea. –

– Ah vel credo, signor, – l’altra dicea.

IX. Oh fortunato il dì ch’io lo mirai,

che dinanzi a me venne il giovanetto,

più bel, più buono, più gentil d’assai

d’ogni mortal nel garbo e nell’aspetto!

Signor del mio pensiero io lo creai,

e l’amava anche pria che l’intelletto

aver potesse conoscenza intera

se fatta io n’era amante, oppur non era.

X. Fu (con gioja il ricordo) ad un convito

dell’Arcivesco, che l’eroe garzone,

più fervido d’amor che d’appetito,

mi fe’… mi fe’ la sua dichiarazione.

Un foco m’infiammò non più sentito:

persi il parlar, la vista e la ragione:

dei perigli d’amor nulla i’ sapea,

né mangiar dal contento più potea.

XI. Il giorno dopo a visitar mi venne,

ma fu visita breve e lesta lesta.

Mentre ei partiva, il cor mettea le penne

per seguitarlo, e gli dicea: T’arresta!

Il dì dopo più a lungo si trattenne

da solo a sola, ma con guisa onesta.

Il premio di due baci il giorno appresso

da’ miei labbri rapir gli fu concesso.

XII. Il giorno dopo più vantaggio ei prese,

e di farmi sua sposa mi giurò.

Il giorno dopo più la cosa estese…

Il giorno dopo alfin m’ingravidò.

Ahi perché l’error mio vi fo palese,

quando chi voi vi siate ancor non so?

Poiché le mie sventure udir volete,

piacciavi, degno eroe, dirmi chi siete. –

XIII. Allor, per puro d’obbedir desìo,

senza vantar sue gesta, il cavaliero

le fe’ risposta: – Dunoè son io;

ed aggiunger di più non fa mestiero. –

– Dio, riprese la donna, o giusto Dio,

che il mio prego esaudisti, e sarà vero

che tua bontà spedisca a darmi ajuto

il braccio d’un eroe così temuto?

XIV. Generoso, magnanimo Bastardo,

nobilissimo core, alma sublime,

la vostra cortesia, s’io ben riguardo,

palese il vostro nascimento esprime:

misera amor m’ha fatta, ed un gagliardo

figlio d’amor mie pene ecco redime.

Giusto è il cielo, e l’afflitta alma smarrita

apre l’ali alla speme a tanta aita.

XV. Dovete, cavalier, dunque sapere

che dopo alquanti mesi irne alla guerra

fu costretto il mio sposo: un tal mestiere

sia maledetto e tutta l’Inghilterra!

Ei la voce ascoltò del suo dovere;

io restai disperata in questa terra.

Uno stato sì rio, certo, o signore,

voi conoscete, e che ne costa al core.

XVI. Questo crudo dover tutte egli solo

fa le nostre sventure: io lo provai

lagrimando, e nel cor chiusi il mio duolo,

morendo senza lamentarmi mai.

Pegno d’amore, ond’io pur mi consolo,

lasciommi il suo ritratto, in che trovai,

ingannando la sua crudele assenza,

mille volte trovai la sua presenza.

XVII. Un braccialetto inoltre lavorato

de’ suoi crin biondi mi lasciò con esso;

un dolcissimo scritto, che vergato

fu dal dito d’Amor, d’Amore istesso.

Era questo, o signore, un attestato

della giurata fede, un segno espresso

de’ suoi teneri e sacri sentimenti,

concepito nei termini seguenti:

XVIII. – Io giuro per l’amor, pel sovrumano

piacer che l’alma ancor m’incanta e bea,

di presto ritornarmene a Milano

a sposar la mia cara Dorotea. –

Così partissi, e corse in Orleano

il valore a portar che l’accendea.

Ahi lassa! e dentro quella ròcca ancora,

ove onor lo chiamò, forse dimora.

XIX. Oh i miei mali ei sapesse, e il prezzo orrendo

che qui raccolgo de’ miei casti amori!

Oh il sapesse!… Ma no! meglio, il comprendo,

gli è meglio, o giusto ciel, che tutto ignori.

Ei dunque fe’ partenza; ed io, fuggendo

della città i sospetti ed i romori,

cercai ne’ campi un queto ermo ritiro

al mio stato conforme e al mio martiro.

XX. Orfana, sola, e libera nel mio

gran duolo, ascosa a tutti gli occhi, al mondo,

seppellii nel mistero e nell’oblio

i pianti e i segni del mio sen fecondo.

Ma la nipote, per mio mal, son io

dell’Arcivesco. – Ed un sospir profondo

trasse dal cor la donna a questi accenti,

i singhiozzi doppiando ed i lamenti.

XXI. Poi, tutta in pianto, al ciel volgendo il ciglio,

– Dell’amor mio furtivo, soggiungea,

in quel segreto solitario esiglio

già dato in luce il dolce frutto avea.

Del mio duol consolandomi col figlio,

dell’amante il ritorno ivi attendea,

quando il diavol, cred’io, mise nel core

uno strano capriccio a monsignore.

XXII. Gli mise in capo di veder la mesta

nipote in fondo a una campagna, e quale

vita vi mena; e per la mia foresta

dimenticò il palazzo episcopale.

La mia poca beltà gli die’ alla testa;

questo caro del ciel dono fatale,

questa beltà, che or tanto maledico,

mortalmente ferì quell’impudico.

XXIII. Spiegossi: e chi può dir la mia sorpresa?

Del dover di suo stato io gli parlai,

dei legami del sangue; e che l’impresa

era piena d’orror gli dimostrai,

e oltraggiosa a natura ed alla Chiesa

sovra ogni modo: in somma, adoperai

tutti argomenti; ma parlai col sordo,

e fu vano ogni prego, ogni ricordo.

XXIV. Di speranze chimeriche pasciuto,

si lusingava che il mio cor ritroso

amor non conoscesse, e prevenuto

non l’avesse alcun senso affettuoso.

Quindi il trionfo fu da lui tenuto

il più facile e men pericoloso;

quindi di brame ributtanti e impure

e di noje m’oppresse e di premure.

XXV. Un giorno, oimé, che, in preda al mio cordoglio,

quella dolce promessa in man tenea,

di lagrime bagnando il caro foglio,

mi fu sopra il crudel, mentre leggea;

e, con rabbia strappando e con orgoglio

lo scritto che i miei casi contenea,

lesse, e vide in quel foglio (oh Dio!) fatale

la mia fiamma segreta e il suo rivale.

XXVI. E vinto da furor, da gelosia

e da lussuria in lui fatta più fiera,

sempre sull’erta, sempre sulla spia,

scoprì ben tosto che già madre io m’era.

Certo uscito in quel punto altri sarìa

d’ogni sperar; ma il prete, anima nera,

più appetenza ne prese e più coraggio,

tutto su me sentendo il suo vantaggio.

XXVII. – Bravissima! (dicea) dunque voi fate

con me solo la saggia e la ritrosa?

ed interi i favor vostri serbate

al tristo che v’ha fatto quella cosa?

e oppormi appresso resistenza osate?

Finiamola, madama vergognosa.

Poiché non merti l’amor mio, fraschetta,

renditi, o trema della mia vendetta. –

XXVIII. A’ suoi ginocchi io mi gettai tremante,

Dio chiamando, e piangendo, meschinella.

Ei, d’amore e di rabbia delirante,

in quello stato mi trovò più bella:

mi riversa sul letto e petulante

già mi stende, già m’alza la gonnella;

ma soccorso gridai: del resto…. oh Dio,

soffrir tal onta da un prelato e zio?

XXIX. Tutto allora l’amor volge in disdegno,

e di pugni mi pesta il viso afflitto.

Corre gente allo strepito, e l’indegno

giunge al primo più grave altro delitto:

– Cristiani, egli gridò con tale un segno

di raccapriccio e d’uom tutto sconfitto,

la mia nipote è un’empia; ed io per unico

zelo dal ciel la scarto e la scomunico.

XXX. Sappiate che un eretico, un dannato

subornator, consenziente lei,

l’onor le ha tolto, e ‘l figlio di lor nato

è frutto d’adulterio in facie Dei.

Or dunque Dio ne stermini il peccato

nella madre e nel figlio, e, poiché i rei

han già incorsa la mia maledizione,

sien tradotti alla Santa Inquisizione. –

XXXI. Disse, e al vento non fu sparsa la voce

né la minaccia. L’inumano il piede

mette appena in città, che del feroce

inquisitore in potestà mi cede.

Mi pigliano, mi gettano veloce

in loco che di sol raggio non vede,

sotterraneo profondo, ove mio solo

amarissimo cibo è ‘l pianto e ‘l duolo.

XXXII. Scorsi tre giorni, traggonmi da quella

stanza di morte e tomba dei viventi,

ma per morir nell’età mia più bella

fra queste fiamme incesa e fra i tormenti.

Questo è il letto di morte che m’appella:

qui spirar mi conviene, e qui di venti,

di venti anni, signor, mi fia rapita,

senza voi, coll’onore ancor la vita.

XXXIII. Più d’un guerriero a mia difesa estrema

avrìa chiesto l’agon; ma tutto invola

dai cuor l’ardire dello zio la téma,

e ognun di chiesa agghiaccia alla parola.

Che da gente sperar che fugge e trema

d’una chierca alla vista e d’una stola?

Ma un cor francese di terrore è spoglio,

e sfiderebbe un papa in Campidoglio. –

XXXIV. Sprone acuto all’onor del cavaliero

fu questo ragionar dell’innocente.

Dell’accusata il volto lusinghiero,

l’orror del vile che la fea dolente,

tutto a un tempo assalendo il suo pensiero,

d’ira lo fanno e di pietà fremente:

già di vincer sicuro, onde far prova

del suo valore, loco ei più non trova.

XXXV. Ma stupito restò, quando una stiva

vide intorno di sgherri, che di dietro

nobilissimamente l’investiva,

mentre un chierco in sottana da feretro

ed in quadrato berrettin s’udiva

gridare in cupo lamentevol metro:

– Da parte della Chiesa e del piissimo

nostro degno pastor reverendissimo,

XXXVI. per la gloria divina si notifica

a qualunque devoto e buon cattolico

qualmente il forestier, che si qualifica

campion di Dorotea, mostro diabolico,

danniamo al foco, stante la verifica

ch’egli è mago, pagano, anticattolico:

perciò tosto si bruci ed esso e il ciuccio.

Firmato: il padre inquisitor Copuccio. –

XXXVII. Oh in veste di prelato empio Busiri!

del tuo mestier ben degno è l’artifizio.

Questo campion tu temi, e quindi il tiri

nell’artiglio, se il puoi, del Santo Uffizio.

Così col pianto di giustizia aspiri

a celar il tuo nero malefizio,

opprimendo chi può squarciarne il velo:

ma, se il mondo è minchion, veggente è il cielo.

XXXVIII. Dal Sant’Uffizio accorre, non mai tarda

ai delitti, la ciurma, e già si crede

il nostro eroe ghermir: ma la codarda

due passi avanza e tre ne retrocede;

poi di nuovo s’avanza, e poi sogguarda,

fassi il segno di croce, e ferma il piede.

Sacrogorgon lor duce – Andiam, gridava,

o si prenda o si muoja! – e poi scappava.

XXXIX. Tutti intanto i canonici in roccetto

sulla piazza coi chierci s’indirizzano.

Un tiene l’aspersorio, uno il secchietto

dell’acqua salsa con la qual si sprizzano

in giro all’assemblea la fronte e il petto.

Strapazzano il demonio e l’esorcizzano,

e tremando il prelato bacchettone

trincia a tutti la sua benedizione.

XL. Saltò la mosca a Dunoè, mirando

che per un messo del tartareo regno

costor l’han preso; e ‘l formidabil brando

con fierezza impugnato e con disdegno,

ed un rosario nella manca alzando

(sacro amuleto e manifesto segno

ch’ei Cristo adora), – Nel nome di Dio

a me, disse, a me tosto, asino mio! –

XLI. Scende la bestia, e Dunoè la monta

superbamente, e in men che non si volta

una palma di man, la torma affronta

di quei furfanti temeraria e stolta.

Ad un la lancia nello sterno ponta;

ad un l’orecchio, ad un la spalla è tolta:

quei l’osso atlante ha rotto, e a questi, oh caso!

cader si vede la mascella e ‘l naso.

XLII. Altri muore, altri langue, ed altri piglia

la fuga orando, e per qual via non mira.

Seconda il fier somaro a meraviglia

del Paladino l’ardimento e l’ira:

in mezzo alla crudel strage vermiglia

vola, morde, spetezza e calci tira,

e col pie’ vincitor calpesta quella

d’atterriti facchini atra procella.

XLIII. Sacrogorgon con gli altri anch’ei si mesce

e a calata visiera alto tarocca;

ma poi rincula, ché morir gl’incresce.

Dunoè lo raggiunge e gliel’accocca,

nel pube gliel’accocca: il ferro gli esce

sanguinoso pel cul: l’empio trabocca:

e il popolazzo, che cader l’ha scorto,

grida: – Lodato Iddio, quel birbo è morto! –

XLIV. Lo scellerato ancor si dibattea

con palpitante cor sopra l’arena,

quando l’eroe gli disse: – Anima rea,

il diavolo laggiù t’aspetta a cena.

Confessa che un mitrato da galea,

uno spergiuro, un ladro, una cancrena

di vizi è l’Arcivescovo: confessa

che sua nipote è l’innocenza istessa;

XLV. ch’ella è fedele al suo fedele amante,

e che uno sciocco, un mascalzon tu sei. –

– Sì signor, sì signor, sono un furfante,

sono uno sciocco, è chiaro, ha ragion Lei:

la sua spada provollo già bastante… –

E dir non poté mente, e corse a’ rei

nel foco eterno. Così da poltrone

morì l’altiero e fier Sacrogorgone.

XLVI. Nel punto che l’infame masnadiero

a Belzebù rendea l’alma sprezzata,

ecco in piazza arrivare uno scudiero

portante lancia d’oro e la celata.

Due postiglioni gli facean sentiero

con livrea che di giallo è ricamata:

sicuro indizio che lontan non era

un qualche cavalier di prima sfera.

XLVII. A quella vista Dorotea rapita

d’amor, di meraviglia: – E non m’inganno?

che sia desso, gran Dio? ch’abbia sentita

il ciel pietade del mio lungo affanno…?

ch’io sia dagli occhi e dal desìo tradita? –

Così parla la bella. Intanto stanno

i Milanesi, curiosi e buoni,

a guardar lo scudiero e i postiglioni.

XLVIII. Ma tu, caro lettor, non ti vergogni

quel popolo imitar leggero e vano,

che sì con gli occhi della mente agogni

veder che dopo avvenne entro Milano?

Lo scopo è questo del lavor cui, d’ogni

tuo ben desideroso, ho posta mano?

Pensa a Carlo, lettor, pensa alla dura

oste che stringe d’Orlean le mura.

XLIX. Pensa all’invitta amazzone donzella

vendicatrice della Fiordiligi,

che, a centauro simìl, senza gonnella,

senza cuffia se n’ corre, e fa prodigi,

più che nel suo valor, modesta e bella,

in Dio sperando e nel suo buon Dionigi,

che per Francia salvar par che la voglia

contro san Giorgio, e in ciel le carte imbroglia.

L. Soprattutto, o lettor, dell’avvenente

tenera Agnese ricordar ti déi,

e lo spirto aver pieno, il cor, la mente

della dolcezza di quegli occhi bei.

Chiunque gentilezza ed amor sente,

parmi che debba dilettarsi in lei.

Ov’è l’alma sì dura e sì malnata

che d’Agnese non resti innamorata?

LI. E il prodigio, a dir ver, con che dal foco

tolse il ciel Dorotea, gli è caso raro:

ma se l’oggetto a cui nel cor dài loco,

che sospiri ti costa e pianto amaro,

casca in braccio ad un prete, o sembra un poco

per un paggio languir fiorito e caro,

il caso è forse più comun: l’evento

non ha bisogno di verun portento.

LII. Gli è sol per questo che mi aggradan tanto

quelle avventure che van via senz’arte,

il cui successo al ver s’appone in quanto

dalla via natural non si diparte:

perché son uomo io pure, e aver mi vanto

nell’umane follie la mia gran parte:

amai pur io nei dì che aprile infiora,

e il palpito del cor m’è dolce ancora.

CANTO OTTAVO

ARGOMENTO.

Viaggia di Loreto al santo ostello

con Dorotea Trimuglio. All’osteria

Rosamora ei ritrova ed Arondello

che superbo gli dice villanìa.

Mentre fanno fra lor fiero duello,

le due belle un ladron portasi via.

Fan pace per seguirla i due lor drudi;

ma stramazzano al suol feriti e nudi.

I. Egli è pur saggio interessante ed atto

questo libro a formar lo spirto e il core:

della virtù qui vedi ad ogni tratto

il trionfo sul vizio e sull’errore;

qui l’ordin, qui l’onor de’ forti intatto,

e il regal dritto e il femminil pudore;

e un giardin che t’incanta e nel suo bello

sempre si varia che non par più quello.

II. Dappertutto vi regna la modestia,

castità, de’ bei fiori il fior più grato,

simile al giglio che la bianca testa

alza vergine al ciel che l’ha piantato.

Figli miei, figlie mie, leggete questa

morale elementar che Dio n’ha dato

per le mani del nostro gran dottore

don Tritemo, del suo tempo splendore.

III. Di Giovanna e d’Agnese l’avventura

per suo tèma pigliò questo erudito;

ed io l’ammiro, e stimo assai ventura

l’aver sempre altamente preferito

sì castigata ed utile lettura

a quei romanzi di gusto scipito,

che, di vuoto cervel languenti aborti,

veggonsi nati tutto l’anno e morti.

IV. Di Giovanna al contrario la verace

famosa istoria trionfar vedrai

dell’invidia e del tempo: il ver mi piace,

e il solo vero non perisce mai.

Ma di questa eroina (abbilo in pace),

lettor, le imprese in altro tempo udrai,

ch’or Dunoè con Dorotea mi chiama

e quel Trimuglio che cotanto ell’ama.

V. Grandi sono i lor dritti al canto mio,

e schietto io debbo confessar che tu

n’hai del par di saper quale n’uscìo

da questo amor bell’opra di virtù.

Presso Orlean ricorderai, cred’io,

che Trimuglio, l’onor del Poitù,

pugnando con valor pel suo sovrano,

fino alla gola andò dentro un pantano.

VI. I suoi scudier con infinito stento

dalla gora tiràr di quel fossaccio

l’eroe contuso in cento parti e in cento,

un gomito dirotto e svolto un braccio.

Per le mura assediate a salvamento

portando lo venian brutto il mostaccio;

ma Talbò, che le cose antivedea,

precisi i passi d’Orleano avea.

VII. Per timor di sorpresa a Tursi addutto

fu il paladin per torte vie segrete;

città che il fato non iniquo in tutto

serbò fedele al re, come sapete.

Un veneziano ciurmador, condutto

lì dal caso, con sagge arti discrete

il braccio gli rimise che s’imperna

nell’ómero ed il moto ne governa.

VIII. Lo scudier, ch’era destro in avvertenza,

gli avvertì che in quel punto ei non potea

di Carlo ricondursi alla presenza,

perché il nemico ogni sentier chiudea.

Ma il cavalier, che viver non può senza

la sua diletta e bella Dorotea,

per uscir della noja in che languisce,

di cercar la sua donna statuisce.

IX. Fra mille rischi adunque al bel paese

de’ Lombardi se n’ corse. Di Milano

giunto alle porte il nostro poitese,

lo cinge, l’urta, il preme una gran mano

di popolo imbecille e discortese,

che con stupido sguardo e pie’ villano

corre in città dai campi più vicini:

preti, frati, borghesi, contadini,

X. madre, figlie, ragazze; ed un fracasso,

un concorso, un subbuglio disonesto:

ognuno a gara precipita il passo:

e si cade, e si grida: – Facciam presto;

non avrem tutti i dì sì bello spasso. –

Dimanda il paladin: – Che vuol dir questo? –

e narrangli del rogo che la pia

lombarda gente a contemplar venìa.

XI. – Ciel! la mia Dorotea? – Dir questi accenti,

dar di sprone e partir fu un punto solo.

Il cavallo par ch’abbia al piede i vènti,

né l’occhio può veder se tocchi il suolo:

vola sopra la testa a quelle genti,

come sopra le frasche un calenzuolo,

e in quattro salti, o in meno, per dir vero,

trasporta nella piazza il cavaliero.

XII. Vede egli qui l’intrepido Bastardo

che lo stuol tutto di quei mostri ha spento,

e la sua Dorotea, che appena il guardo

osa levar nel suo desolamento.

Il nostro eloquentissimo piccardo

don Tritemo, con tutto il suo talento,

darne mai non poté giusto natura

di sì tenero quadro la pittura.

XIII. Lo stupor dico e il gaudio a cui s’aprìa

quella bell’alma nel veder l’amante.

E qual pennello colorir potrìa

mosse d’affetto così dolci e tante?

il dolor che nel volto le morìa,

il giubilo che inonda il cor tremante,

la vergogna e il pudor che a poco a poco

dànno all’ardente tenerezza il loco?

XIV. Ebbro d’amor Trimuglio lunga pezza

tiensela in braccio, dolce peso e caro,

stanca, languente e in mezzo alla dolcezza

molle i rai tuttavia di pianto amaro.

Abbraccia ei quindi e bacia di allegrezza

or l’amante or l’amico ora il somaro,

mentre tutto il bel sesso alle ringhiere

batte le palme e piange di piacere.

XV. Per mezzo al rogo, che atterrato e spento

nuota nel sangue, il resto della corte

episcopal fuggìa per lo spavento;

sopra quella ruina il grande e forte

Bastardo sembra Alcide al portamento,

che, incatenato Cerbero e la Morte,

rimette Alceste al suo dolente sposo,

benché fosse in segreto un po’ geloso.

XVI. Dorotea tra onorata e nobil gente

in lettiga s’addusse al proprio tetto,

dai due guerrier guidata. Il dì seguente

il generoso Dunoè soletto

a veder si recò cortesemente

l’amante coppia che si stava in letto,

e disse: – Amici, inutile qui fia

ai piacer vostri la presenza mia.

XVII. Al suo fianco Giovanna mi rappella

e al fianco del mio re: forza è partire.

Io sento che mal debbe la Pulcella

del suo ronzin la perdita soffrire.

San Dionigi, non conto bagattella,

m’è comparso nel meglio del dormire,

m’è comparso stanotte, e visto ho lui

tutto d’un pezzo come veggo or vui.

XVIII. Per servir dama e rege, al mio valore

ei die’ la santa sua cavalcatura.

Servita ho Dorotea, grazie al Signore;

or vo’ Carlo servir con egual cura.

Voi godetevi lieti il vostro amore;

io pel mio prence e per le patrie mura

vado a morir. Vi lascio; il tempo affretta;

l’onor mi chiama, e l’asino m’aspetta. –

XIX. – Io vi seguo a cavallo in sull’istante, –

Trimuglio ripigliò. – Lo bramo anch’io,

soggiunge tosto la sua bella amante:

antico m’arde di veder desìo

la feconda d’eroi corte galante,

e Carlo e la Giovanna, a cui fe’ Dio

dono di tanto ardire, e la cortese

arbitra del suo re tenera Agnese.

XX. Certa io son che voi due senza discorsi,

o miei cari guerrier, mi condurreste

pur del mondo alla fin. Ma quando io corsi

rischio d’esser qui cotta, e lo vedeste,

segreto un vóto alla Madonna io porsi,

che, se per suo favor dalle funeste

fiamme alfin salva mi foss’io rimasa,

visitata n’avrei la santa casa.

XXI. La gran madre di Dio l’ardente e casta

mia prece intese dall’eteree sfere,

e il valor vostro, a cui non si contrasta,

scender qui fece sul divin somiere.

Voi mi toglieste alla feral catasta,

per voi vivo, e il mio vóto ho da tenere;

altrimenti la vergine Maria

tutta ragion di castigarmi avrìa. –

XXII. – Il vostro ragionare è giusto e saggio,

le rispose Trimuglio; assai m’aggrada;

e per me questo pio peregrinaggio

fassi sacro dover, sebbene ho spada.

Permettete ch’io pur sia del viaggio;

amo Loreto e vi farò la strada.

Voi levatevi, amico, alle stellate

pianure, e al campo di Blois volate.

XXIII. Dentro un mese colà v’arriverò

con madonna. E tu vieni, alma beltà,

a sciorre il vóto. Un altro io qui ne fo,

che de’ begli occhi tuoi degno sarà.

Per tutto a lancia e spada io proverò

a chiunque dinanzi mi verrà

che niuna al paragon donna o donzella

fra le più chiare è così saggia e bella. –

XXIV. Chinò i begli occhi, e a quel parlar divenne

tutta vermiglia Dorotea. Leggero

ponta i piedi frattanto e sulle penne

ratto s’inalza il volator somiero,

e porta in men che non si dice un’enne,

del Rodano alle fonti il cavaliero.

Verso Ancona Trimuglio in via si pone

con la dama, amendue col lor bordone.

XXV. Copre il capo un cappel da pellegrino

guarnito di conchiglie benedette;

pende al fianco il rosario che d’òr fino

frammischiate di perle ha le pallette.

Lo recita sovente il paladino,

e, com’egli dice ave, ella vi mette

un sospiro in risposta, ed – Io t’adoro –

è il ritornello degli oremus loro.

XXVI. Passano Parma e la città del Potta,

Bologna, Urbino, e accolti in liete fronti

dentro alteri castelli, allorché annotta,

sono da duchi, cardinali e conti.

Per tutto il Paladin, senza che rotta

fosse mai l’asta, o ch’altri se n’adonti,

provò che il mondo beltà non avea

più saggia e più gentil di Dorotea.

XXVII. Niuno osò contraddir l’affermativa

di sì grand’uom; tanto erano garbati

del paese i signor, tanto appariva

aver costumi a cortesia formati.

Alfine, del Muson giunti alla riva,

su la via che conduce a Recanati,

i nostri peregrini da lontano

vider la Santa Casa a manca mano.

XXVIII. Queste son le famose e sacre mura

di Nazarette, al Papa e al ciel sì care,

cui gli angeli di Dio che l’hanno in cura,

fecero un dì per l’aria alto volare,

simiglianti a una nave che sicura

fende col soffio di buon vento il mare.

A Loreto fermàr gli angeli il volo,

e il sacro muro si piantò nel suolo.

XXIX. Da sé stesso piantossi e prese fondo;

poi quanto aver di raro e di pregiato

e di bello può l’arte in quadro e in tondo,

tutto vi s’impiegò per farlo ornato

mercé i papi, padron veri del mondo

e vicarii di Dio, com’è provato.

I nostri amanti di cavallo scesi

contriti si gettaro al suol prostesi.

XXX. Quindi il suo vóto ognun sciolse con pia

offerta di bei doni, a larghe mani

benignamente accolti da Maria

e da’ suoi reverendi cerretani.

Si recàr per lo pranzo all’osteria;

e fu qui che trovàr dei più balzani

cervelli il fiore, un duro e brusco inglese,

che a niun pensiero mai facea le spese.

XXXI. Venuto per ispasso a dar di naso

in Loreto era il tomo ch’io vi dico,

di quelle storie nulla persuaso,

e tutto il resto non curante un fico;

perfetto inglese, che viaggia a caso,

il moderno comprando per antico,

che tutti guarda come un barbassoro,

e i santi ha in tasca e le reliquie loro.

XXXII. Mortal nemico de’ Francesi, avea

nome costui Cristoforo Arondello:

pien di noja l’Italia trascorrea

senza mai rider né cavar cappello.

Un’amica poi seco conducea,

ancor più irosa e rustica; un cervello

che poco parla, ma, per vero dire,

fatta sul tornio, e bella da stupire;

XXXIII. in letto agnella, a tavola serpente,

e, secondo che mette il suo lunario,

mansueta, stizzosa ed insolente;

alfin, di Dorotea tutto il contrario.

Trimuglio, che sapeva intero a mente

delle buone creanze il dizionario,

con molta grazia ad amendue fe’ tosto

un complimento, a cui non fu risposto.

XXXIV. Poi parlò della Vergine Maria,

poi raccontò siccome avea già fatto

a san Dionigi un vóto in Lombardia,

di sostener dovunque a brando tratto

di sua donna l’onor la leggiadria;

poi soggiunse a quel fiero: – Io non ribatto

della vostra i gran pregi, e credo ch’ella

soprattutto sia saggia al par che bella:

XXXV. credo inoltre (sebben la vereconda

d’un solo detto ancor non ci consola)

ch’ella di spirto e d’accortezza abbonda:

ma Dorotea di merto la sorvola.

Nol negate; del resto, irne seconda

la può senz’onta sulla mia parola. –

Il truce inglese, alla favella onesta,

dai piedi lo squadrò fino alla testa.

XXXVI. – Per Dio, poi disse, non m’importa un’acca

il tuo vóto a Dionigi; e, se mi frulla,

m’importa meno se giovenca o vacca

o saggia o pazza sia la tua fanciulla.

Ciascun deve del ben a cui s’attacca,

ir pago e non si dar vanto di nulla.

Ma, poiché tu qui vuoi con impudenza

sovra un inglese aver la preferenza,

XXXVII. voglio insegnarti, pazzo scimunito,

il tuo dover: ti mostrerò di botto

ch’ogni inglese in tai casi a qual più ardito

siasi francese fa pagar lo scotto;

che la mia donna, in viso e colorito,

sen, braccia e cosce, e quanto ella tien sotto,

anche in senno ed onor, senza jattanza,

questa zingara tua di molto avanza.

XXXVIII. Ancor ti proverò che il mio sovrano

(del qual, ti giuro, non fo stima alcuna),

quando voglia davver metterci mano,

abbasserà di Francia la fortuna,

e quel tuo re tre volte cristiano,

e l’eroina sua panciuta e bruna. –

– Or ben, riprese il buon Trimuglio, usciamo

tosto di questo loco, e combattiamo.

XXXIX Sostener mi lusingo a vostre spese

il mio re la mia patria e la mia dama.

Ma, perché vuolsi ognora esser cortese

e villania tra noi non die’ mai fama,

del modo di finir nostre contese

lascio la scelta a tutta vostra brama:

a pie’, a cavallo, tutt’uno mi fia:

la vostra scelta sarà scelta mia. –

XL. – A pie’, per Cristo, a pie’, disse il Bretone:

non vo’ che parta meco la fatica

e l’onor della palma uno stallone!

A casa l’elmo, a casa la lorica.

Queste son armi tutte da poltrone:

fa troppo caldo, e battersi all’antica

non è caso. Alle corte, senz’arnesi

e nudo voglio sostener la tèsi.

XLI. Le due belle cagion di nostra lite

meglio dei colpi giudicar potranno. –

– Ben volentieri, – dignitoso e mite

rispose il buon Francese al fier Britanno.

Ma Dorotea, le rie disfide udite,

misera di timor trema e d’affanno,

benché, a dirla, in vedersi essa l’oggetto

del duello, in suo cor gode un pochetto.

XLII. Teme che d’Arondello una stoccata

non fóri e squarci al suo gagliardo Achille

la finissima cute, e desolata

il bacia e lava di dolenti stille.

All’inglese l’inglese imperturbata

porge ardir con secure alte pupille:

non conobbe mai lagrime il suo ciglio,

né il cor fiero esultò che nel periglio.

XLIII. I suoi graditi passatempi ognora

fur le zuffe dei galli in Inghilterra:

avea nome Giuditta Rosamora,

di Cambridge e Bristòl cara alla terra.

In campo chiuso e mozza ogni dimora,

ecco i nostri guerrier pronti alla guerra,

di rischiar lieti, in generosa lite,

alla patria e all’onor le proprie vite.

XLIV. La persona in profilo, alta la testa,

il ferro dritto, il braccio teso e il piede,

ciascun la spada incrocia, e con tempesta

in terza e in quarta fulminar si vede;

or si rannicchia, or s’alza, ora s’arresta,

or si copre, or si mostra, or cresce, or cede,

para e salta e fa finte; e si dàn bòtte

belle a vedersi, or scarse ora ridotte.

XLV. Tale in queta talor notte serena,

che veder chiaro in ciel lascia le stelle,

quando di Sirio il sol l’ire disfrena

e al celeste Lion scalda la pelle,

tutto d’intorno l’orizzon’ balena

di mille sottilissime fiammelle

che fan barbaglio e, appena passa un lampo,

ratto un altro lo segue e riga il campo.

XLVI. Drizza Trimuglio un colpo di bravura

del superbo Cristoforo alla barba,

poi salta indietro e in guardia s’assicura:

Cristoforo, a cui poco il colpo garba,

risponde in terza, e, stretta la misura,

un altro all’avversario ne rimbarba;

lo ferisce alla coscia, e di sanguigne

stille il candido avorio gli dipigne.

XLVII. Mentre ognun più s’infuria e farsi uccidere

vuol nobilmente onde acquistar la stima

della sua donna, e per tal via decidere

qual debba di bellezze andar la prima,

un bandito del papa ecco a dividere

vien nel più bello quella calda scrima,

con la sua truppa entrato in quei cantoni

sol per farvi le sue devozioni.

XLVIII. Martinguerra il furfante era nomato,

ladro al chiaro e all’oscuro, e prode al ballo

di corsal, ma devoto e a dire usato

il rosario ogni giorno senza fallo,

onde mai non peccar. Vede nel prato

le due belle, e con lor più d’un cavallo

con bellissime selle, e cinque o sei

muli carichi d’oro e d’agnusdei.

XLIX. Li vide, e tosto non si vider piue:

e le donne e i cavalli e i muli attrappa

lesto lesto il ribaldo, e, delle sue

prede esultando, come lampo scappa.

Seguian lor pugna tuttavolta i due

combattenti, e ciascun si fóra e strappa

coll’impugnate fulminanti lame,

e tutto per onor di quelle dame.

L. Fu Trimuglio che avvidesi primiero

della sua dolce Dorotea sparita:

correr vede lontano il suo scudiero,

e riman come cosa stupidita.

La sua spada, il suo braccio, il suo pensiero

pèrdon subito e moto e forza e vita:

Arondello è di sasso, e come allocchi

restano tutt’e due con tanto d’occhi.

LI. Stati un pezzo co’ bracci ciondoloni,

l’un contro l’altro con aperta bocca,

– Oh oh! (disse il Breton) Dio mi perdoni,

n’han rubate le donne; e noi qui sciocca-

mente ci diamo orrendi stramazzoni.

Corriam dietro al ladron che ce l’accocca;

racquistiamle; e, trovate che l’avremo,

pe’ lor begli occhi all’arme torneremo. –

LII. Piacque l’avviso, differìr la festa

da buoni amici di lor donne in traccia.

Ma, fatta poca strada alla foresta,

l’un grida: – Oimé la coscia! oimé le braccia! –

– Oimé il petto! quell’altro, oimé la testa! –

e mancar vedi sulla smorta faccia

quello spirto animal che, i vasi in noi

irrigando del cor, forma gli eroi.

LIII. L’ardor che gli accendea, perduto elli hanno

col sangue che pugnando s’è consunto:

rotti, deboli, entrambi per l’affanno

cascano a terra ad un medesmo punto,

e rossa l’erba di lor sangue fanno.

Intanto gli scudier, perché raggiunto

sia Martinguerra, con veloci piante

n’inseguono la pésta e vanno avante.

LIV. Così que’ nostri eroi senza vestito,

senza valletto, e più senza quattrini,

stesi a terra e di tutto a mal partito,

all’ultim’ora si credean vicini;

quando a ventura nel deserto lito

passò una vecchia, e, visti i due tapini

nudi, secchi, arrabbiati, avvicinosse,

e di lor stato a pietà si commosse.

LV. Alla sua casa sopra una barella

portar gli fece, e con ristorativi

lor fe’ tosto tornar fiorita e bella

la carne e i sensi vigorosi e vivi.

Oprar potea la buona vecchierella

questo raro prodigio, perché quivi

ella avea quell’odor, con buon rispetto,

che odor fra noi di santità vien detto.

LVI. Né beata, né santa avvi per tutto

il devoto paese anconitano

in cui la grazia del Signor con frutto

si palesi più chiaro e sovrumano.

Predice il tempo buono e il tempo brutto;

con olii e preci vi rimanda sano

d’ogni ferita, s’è leggera, e il core

spesso converte ancor del peccatore.

LVII. Le contaro i lor casi i due guerrieri

E la pregàr che il suo consiglio aprisse.

Raccolse la vegliarda i suoi pensieri,

la Madonna invocando, e così disse:

– Ite in pace ed amate, o cavalieri,

le vostre donne ognor, ma senza risse;

non vogliate ammazzarvi a lor cagione,

e amatele con santa intenzione.

LVIII. So dirvi intanto che in un brutto affare

or si stan elle. La lor sorte ria

compiango e voi; perciò d’uopo è trovare

tosto abiti e cavalli e tornar via.

Ma badate il sentier non isbagliare.

Il ciel si degna per la bocca mia

farvi aperto saper che per trovarle

non altro s’ha da far che seguitarle. –

LIX. Trimuglio del discorso fu incantato.

– Credo al suo profetar, disse l’Inglese:

il ladro seguirem, poiché trovato

avrem buoni cavalli e buon arnese. –

– Il tutto vi sarà somministrato,

la vecchia replicò, con poche spese.

Per vostra sorte è qui un figliuol d’Abramo

fatto per far servizi, e ve lo chiamo. –

LX. Chiamato comparì questo portento

d’onestà, questo fior de’ sprepuziati,

e gentilmente al quaranta per cento

duemila scudi a lor ebbe prestati,

giusta gli us che nel vecchio testamento

al popol santo da Mosè fur dati;

e il ritratto profitto fu diviso

fra quella santa vecchia e il circonciso.

NOTE AL CANTO OTTAVO

Ottava 11, v. 8:

Don Tritemo è il Turpino del Voltaire. V. Il principio del c. XV.

CANTO NONO

ARGOMENTO.

L’ardita Rosamora a Martinguerra,

tremando Dorotea, taglia la testa:

Trimuglio ed Arondel cercan per terra

e per mare in balìa della tempesta

le rapite lor donne. I lidi afferra

della Provenza quella coppia e questa,

e a tutti quattro avvien sul balzo arcano

di Maddalena un dolce caso e strano.

I. Due guerrier, che a cavallo od alla scrima

siansi portate aspre percosse e crude

col brando o tronco di ferrata cima,

le membra armate di lorica, o nude,

l’uno ha per l’altro una segreta stima,

e ciascun d’essi esalta la virtude

e i colpi mastri del rival suo degno,

soprattutto passato ogni disdegno.

II. Ma se dopo il duel qualche sciagura,

qualche rio sconcio avvien, qualche accidente

ch’entrambi li percota, ell’è sicura

che il disastro gli unisce immantinente.

Madre dell’amicizia è la sventura,

e due miseri eroi subitamente

son due fratelli. Il caso iniquo e fello

di Trimuglio lo dica e d’Arondello.

III. Questo Arondello da natura tenne

un’alma rozza, indifferente, altera;

ma per Trimuglio allor molle divenne

quel cor che prima tutto di bronzo era.

E il buon Trimuglio, che allacciato venne

da’ bei modi che formano la vera

amistade, seguì l’impulso in questo

del suo tenero cuor franco ed onesto.

IV. – Oh quanto mi conforta, egli dicea,

dolce amico, la vostra cortesia!

La mia bella e diletta Dorotea

mi fu dai ladri, oimé, portata via!

Ma rintracciar colei che il cor mi bea,

m’aiterà la vostra gagliardìa;

ed io, per porvi in braccio a Rosamora,

contento affronterò la morte ancora. –

V. Partìrsi adunque di conserva, e tosto

i due novelli amici innamorati

drizzaronsi a Livorno, sul deposto

d’un falso avviso, e si trovàr gabbati.

E il rubator tenea cammino opposto;

sì che, mentre colà da disperati

correan gli amanti, il tristo senza pena

la ricca preda assesta e via la mena.

VI. Fuor di strada la mena in sicurezza

dentro squallida ròcca al mar vicina:

casa d’orror, di lutto e di tristezza

fra Gaeta sepolta e Terracina.

L’insolenza v’alberga e la schifezza,

l’indecenza la gola e la rapina

e la fervida ebbrezza co’ suoi figli,

le discordie le risse e li scompigli.

VII. L’impudicizia sporca e violenta,

che le fiamme d’amor spegne più tènere,

e tutti in breve i vizi che fomenta

ne’ cor vili il furor di Bacco e Venere,

ivi fanno veder cosa diventa,

a sé stesso lasciato, l’uman genere.

Di Dio stupenda immagine perfetta,

ecco come l’han fatta, poveretta!

VIII. Giunto in quella biscazza, lo sfrontato

corsar si mette al desco, e le due belle

senza riguardi fa sedersi a lato:

ei siede in mezzo e mangia a crepapelle.

Cionca alla lor salute, e avvinazzato

dice loro così: – Madamigelle,

convenite fra voi chi dée venire

stanotte di voi due meco a dormire.

IX. Quanto a me, per me tutto è indifferente,

tutto si aggiusta e fa lo stesso effetto:

sia bionda o bruna o bassa od eminente,

in Cristo creda o creda in Maometto,

francese o inglese, non mi cal niente.

Stiamo allegri e beviamo. – A questo detto

sulle guance montò di Dorotea

un rossor che più bella la rendea.

X. Singhiozza, e sui begli occhi all’infelice

densa una nebbia di dolor s’aggrava,

donde pioggia di lagrime si elice

che il bel naso le riga e il mento lava;

il mento dove Amor le fea, si dice,

una pozzetta un dì ch’ei carezzava

quell’angelico volto: or vi concludo

ch’ella è sepolta in duol profondo e crudo.

XI. Ma l’inglese Giuditta in suo pensiero

si raccolse un momento, e, riguardando

l’empio corsaro, con sembiante altero

certo moto di testa accompagnando,

– Vo’, diss’ella, aver io l’onor primiero

di passar questa notte al suo comando.

Vedrem che puote nel letto alle prese

con un bandito una donzella inglese. –

XII. A questo dire il bravo Martinguerra

d’un gran bacio l’imbratta e la sparnazza.

– Viva, ei grida, le donne d’Inghilterra! –

poi la ribacia e vòta una gran tazza,

ne vòta un’altra, e incanna, e beve, e sferra

canzonacce e bestemmie, e poi sghignazza,

e villano, con man lubrica e rea,

Rosamora tasteggia e Dorotea.

XIII. Piange questa, ma l’altra né sembiante

cangia né loco e lasciagli far tutto,

finché, già tartagliando e barcollante,

s’alza, gli occhi di sangue e di vin brutto;

e con un gesto da corsar galante,

– State ai patti, – le dice, e caccia un rutto.

Così con lo splendor di Bacco in testa

alla pugna di Venere s’appresta.

XIV. Ma Dorotea confusa e stupefatta

dice all’inglese: – E voi, mia cara, in letto

oserete la voglia impura e matta

consumar di quel porco meledetto?

vi par che una beltà di questa fatta

debba abbassarsi al suo brutal diletto? –

– Io pretendo cavargli un’altra sete,

risponde Rosamora, e lo vedrete.

XV. La mia gloria il mio volto e l’adorato

mio fido amante vendicar vogl’io:

due braccia nerborute il ciel m’ha dato

per sua grazia, e Giuditta è il nome mio.

Aspettatemi qui senza trar fiato,

lasciate fare, ma pregate Iddio. –

Parte, ciò detto, e va con capo altero

a coricarsi accanto al masnadiero.

XVI. Già la notte d’un velo atro copriva

le marce travi di quel rio covile:

de’ malandrin la turba digeriva

la crapula, sdrajati entro il cortile.

Soletta in quell’orror la si moriva

dalla paura Dorotea gentile,

e il corsaro annegato avea i pensieri

nel vapore de’ piatti e de’ bicchieri.

XVII. Di sonno più che d’amor vinto, abbraccia

e con stupida man palpa la fiera

Giuditta, che profónde alla bestiaccia

di mentite carezze una miniera.

Ne’ fili dell’amore alfin l’allaccia

stanco de’ vani sforzi, di maniera

che, pria che venga all’atto nelle forme,

sbadiglia il crudo, volta il capo e dorme.

XVIII. Al capezzal pendea l’orrido brando

onde altrui sì temuto era il ladrone.

Rosamora lo snuda, ed invocando

Giael, Giuditta, Dèbora e Simone,

Simone Barion, quell’ammirando

d’orecchie tagliator, la manca pone

stretta all’ispido crin dell’animale,

che ronfar si sentia come un majale.

XIX. Gli solleva la testa, che pesava

qual se fosse di piombo o travertino,

e con la destra valorosa e brava,

ziffe, il capo recise al malandrino.

Il gran tronco, che largo zampillava,

tutto il letto allagò di sangue e vino,

e di sangue zampilli e di vernaccia

all’eroina imporporàr la faccia.

XX. Salta allor la magnanima dal letto,

e, stretta in man la testa sanguinosa,

se n’ vola a Dorotea, che a quell’aspetto

le cade in braccio come morta cosa.

Alfin riprese i sensi e l’intelletto:

– Oh! giusto Iddio, che donna coraggiosa!

oh che impresa! che colpo! che periglio!

ove s’ha da fuggir? Cielo, consiglio!

XXI. Se qualcuno risvegliasi in quest’ora,

siamo uccise senz’altro. – Dite piano,

dite piano, rispose Rosamora,

fate coraggio, datemi la mano:

la mia mission non è finita ancora. –

L’altra fa cuor, ma trema in modo strano.

In traccia loro intanto dappertutto

li due amanti correan, ma senza frutto.

XXII. Cerche per terra invan lor donne avendo,

per mar cercarle s’avvisàr dolenti.

Salpan dunque da Genova, correndo

a chiederne notizia ai quattro vènti;

e i quattro vènti, a mo’ di saliscendo,

or portanli a’ bei lidi obbedienti

al buon padre del popolo cristiano,

che umil tiene del ciel le chiavi in mano,

XXIII. or nel fondo dell’Adria, ove con Teti

si sposa il vecchio Doge in berrettino,

or di Napoli ai lidi ameni e lieti,

u’ Sincero a Maron troppo è vicino.

Questi dèi gonfiagote irrequieti,

che non son più d’astreo seme divino,

sulla turbata liquida pianura

gli sbalzano a capriccio e alla ventura.

XXIV. Gli sbalzano allo scoglio infame e reo,

ove inghiottiva ed or più non inghiotte

Cariddi il mare, e dal latrar scilleo

non son più l’aure spaventate e rotte.

Gli sbalzan dove sotto Etna Tifeo

più non gitta dal sen piogge dirotte

di cenere di foco e fumo immondo.

Tanto cangia il cangiar degli anni il mondo!

XXV. Di là procede quella coppia errante

a salutar la fonte d’Aretusa,

che più non mena a quella dell’amante

l’onde di canne or tutta circonfusa;

poi la costa scoprìr dall’ignorante

mussulmano tiranno oppressa e chiusa,

or nido di ladron, ma illustre riva

ove Cartago ed Agostin fioriva.

XXVI. Della vaga Provenza alle dilette

beate sponde il vento alfin li posa:

sponde liete d’olivi, ove al ciel mette

le sue torri Marsiglia, opra famosa,

e bella ancor d’antiche alme dilette

dalla Jonia venute. Oh gloriosa

città, libera un dì, libera e greca;

or di questo splendore e di quel cieca!

XXVII. Meglio t’è star de’ regi alla catena,

che, siccome san tutti, è una dolcezza.

Ma de’ bei colli tuoi ricca è l’arena

d’un tesor che più giova e più s’apprezza.

Conosce ognun la bella Maddalena

che, ad amor dato il fior di giovinezza,

la rosa che appassia diede al Signore,

e la sua vanità pianse di core;

XXVIII. e, lasciato il Giordan, venne in Provenza,

ove nell’antro sacro a Massimino

le chiappe si frustò per penitenza.

Da quel momento un balsamo divino

empì quell’aria di soave olenza.

Più d’una putta e più d’un libertino

monta lo scoglio e fa d’amor l’abjura,

che spirto è detto di malizia impura.

XXIX. Fama è che un dì la penitente ebrea,

sentendosi morir, chiese una grazia

a santo Massimin, che dirigea

quella bell’alma già del mondo sazia.

– Ottenetemi, padre, ella dicea,

che, se allo scoglio mio mai per disgrazia

vien qualche amante coppia ad abboccarse

con voglia (che so io?) di sollazzarse,

XXX. m’ottenete da Dio ch’estinto pèra

l’impuro foco d’amendue nel petto,

e che una forte avversion sincera

sia de’ cuori cangiati il solo affetto. –

Così parlò la santa avventuriera.

La prece il confessor trasse ad effetto,

e quel luogo d’allor santificato

l’odio vi desta dell’oggetto amato.

XXXI. Poiché i due paladini ebber Marsiglia

visto sino a far stanca la persona,

e rada e porto e ogn’altra maraviglia

di che loro l’orecchio ognor s’introna,

v’ha chi veder la balza li consiglia

San Balsamo nomata, di cui suona

tanto la fama e tanto il frate ciancia,

e che tutta d’onor empie la Francia.

XXXII. Curioso desìo spinge l’inglese,

divozion Trimuglio. I paladini,

salendo il sasso, videro prostese

persone assai dal basso, sui gradini

vicino al tempio a dir le preci intese,

e due donzelle in mezzo ai pellegrini,

sdegnosa l’una e in pie’, ma inginocchiata

con le man giunte l’altra ed inchinata.

XXXIII. Oh dolce vista! oh inopinato istante!

Riconoscon lor donne i due felici.

Eccoli dunque al fatal tempio innante

giunti in un peccatori e peccatrici.

Con brevi detti d’Arondel l’amante

narra in che modi le sue mani ultrici,

soccorrendo al pudor, stesero a terra

coll’ajuto del cielo Martinguerra.

XXXIV. Com’ebbe antiveggenza al tempo stesso

di pigliarsi un borsotto di gran pondo,

che al morto appartenea, fatto riflesso

che il denaro non serve all’altro mondo.

Così, il mal chiuso muro nel più spesso

bujo varcando del recinto immondo,

col ferro in pugno, alla vicina riva

la compagna menò che sbigottiva.

XXXV. Poi come in un caicco si raccolse,

e il capitan destando e i marinari,

nel tranquillo Tirreno il legno sciolse

presto presto, pagati assai denari.

Così del vento, che a guidar li tolse,

il capriccio, o più presto il ciel, che i vari

casi pel meglio ne dispon, li mena

tutti quattro dinanzi a Maddalena.

XXXVI. Oh virtù sovrumana, oh gran portento!

A ogni motto che il labbro proferisce

di Giuditta, ogni dolce sentimento

nel gran cor dell’amante intepidisce.

Che disgusto, Gesù, che increscimento!

e quant’odio in un tratto ribadisce

il più tenero amor! Ma vi so dire

ch’ella gli rende pane da bollire.

XXXVII. E quel Trimuglio, a cui già Dorotea

del sol più bella un dì solea parere,

or la ritrova sucida e babbea,

storta, sgarbata, e voltale il messere.

Ella il re de’ minchioni in lui scorgea,

l’odia lo schifa e più nol può vedere:

e Maddalena da una nube, a questa

conversion, mettea lieta la testa.

XXXVIII. Ma Maddalena, oimé, restò gabbata;

ché il ciel, gli è vero, gli accordò l’effetto

che qualunque persona innamorata

a capitar venisse al suo ricetto,

la cagion di sue fiamme avrìa scordata

finché stésse in quel luogo benedetto;

ma questa santa nelle sue dimande

un punto omise d’importanza grande.

XXXIX. Dico il patto che in nuovo amor non fòra

il guarito amadore unqua caduto:

e Massimino, benché santo, allora

questo caso non ebbe preveduto.

Fu perciò che l’infida Rosamora

corse in braccio a Trimuglio, e il suo liuto

Arondello accordò con Dorotea,

che con dolce tenor gli rispondea.

XL. Anzi vuolsi (e pretendelo di fatto

don Tritemo, scrittor sempre verace)

che Maddalena, visto quel baratto,

ne sorrise dal cielo e si die’ pace.

E ben creder si puote un cotal fatto,

giustificarlo ancor: la virtù piace;

pur, malgrado il suo impero, a parlar giusto,

mai del primo mestier si perde il gusto.

XLI. Di San Balsamo appena si partiro

i quattro amanti, che cessò l’incanto,

il qual non operava che nel giro

e nello speco dello scoglio santo.

Appiè del monte Trimuglio, deliro

dell’odio avuto a Dorotea cotanto,

alla beltà di lei resa la stima,

la ritrovò più tenera che prima.

XLII. Più di prima le feo carezze e festa;

ed ella, in preda al duolo che l’accora,

ogni suo fallo ad espiar fu presta

nei cari amplessi dell’eroe che adora.

Anche Arondello, toltasi di testa

ogni stizza, riprese Rosamora:

tutti amor come prima; e Maddalena

(dir lo posso) gli assolse senza pena.

XLIII. Con le lor donne in groppa frettolosi

a Orleano avviàrsi i cavalieri,

di vendicar la patria desiosi

e raggiunger ciascuno i suoi guerrieri.

Buoni amanti e nemici generosi,

fean viaggio siccome amici veri,

senza di nuovo perigliar la pelle

pel re loro, e neppur per le lor belle.

NOTE AL CANTO NONO

Ottava XXIII, v. 4:

Il testo: Où Sannazzar est trop pres de Virgile.

Ottava XXVIII, v. 2:

La Rocca di san Massimino è vicinissima a Marsiglia, su la strada che mena alla Sainte-Baume.

CANTO DECIMO

ARGOMENTO.

In poter d’un lascivo cappellano

a mal partito Agnese la si vede.

La salva il bel Monroso, e non invano

alle sue fiamme refrigerio chiede.

Turba il loro gioir stuolo villano

d’armati inglesi. Di fuggir succede

alla bella infedel, che in un convento

del suo pudor fa nuovo esperimento.

I. Che? un prefazio inchiodato ad ogni canto?

La morale mi stucca. Una novella

semplicemente detta e senza vanto,

nuda vera succinta è assai più bella.

Poco studio, assai grazia: ecco l’incanto,

che la bocca alla critica suggella.

Dunque alla buona. Di gentil pittura

la cornice più bella è la natura.

II. Pria diciam di re Carlo, che galoppa

verso Orlean, di gaudio enfiando e speme

i suoi fieri campioni, e l’ancor zoppa

sorte di Francia rassicura insieme.

Non parla che di guerra, e gli par troppa

ogni tardanza, e allegramente preme;

ma sospira in segreto piano piano,

perché dalla sua bella va lontano.

III. Aver lasciato Agnese, aver potuto

d’un sol momento farne dipartita,

fu tratto di virtù non più veduto,

un lasciar la metà della sua vita.

Come alle stanze sue si fu renduto,

ed alquanto la furia fu svanita

del dimon della gloria, al mesto core

venne a dir sua ragion quello d’amore.

IV. Perorò con più forza e fu vincente.

Il buon prence ascoltò tutto distratto

il modesto cianciar della sua gente;

indi in camera sua si chiuse affatto.

Qui con trepida mano e cuor dolente

scrisse un foglio d’amor, che tratto tratto

bagnò di pianto. Oimé, che ad asciugarlo

non v’era il suo Bonel! Povero Carlo!

V. Portator della lettra fu spedito

un ordinario gentiluom balocco.

Dopo un’ora (oh rio caso!) ecco stordito

riede col foglio in mano il nostro allocco.

Da mortale paura il re colpito,

– Perché torni? gridò, che rechi, o sciocco?

il mio biglietto?… – Ah Sire, in voce fioca

risponde il messo, è fatto il becco all’oca.

VI. Tutto è perduto; armatevi, o mio Sire,

di virtù, perché brutta è la novella.

Oimé gl’Inglesi, oimé, non lo so dire,

gl’Inglesi han preso Agnese e la Pulcella. –

A questi incauti accenti tramortire,

cader si vede il re senza favella;

ed all’uso de’ sensi non rinviene

che per sentir più intense le sue pene.

VII. Chi a tal colpo non perde il sentimento,

non è certo costui vero amadore.

Il re l’era, e siffatto avvenimento

lo trafiggea di rabbia e di dolore.

Ne’ suoi fidi fu vano ogni argomento

per l’angoscia quetar del regal core.

Carlo n’ebbe a impazzir. Suo padre, oimé!

per molto meno il suo cervel perdé.

VIII. – Ah toglimi, dicea, sorte briccona,

e Giovanna e i miei duchi; poco male;

toglimi tutta quanta la Sorbona,

anche il mio direttor spirituale:

mi si tolga quel poco di corona,

che mi ha lasciato il mio destin fatale:

Breton crudele, toglimi più ancora,

ma lasciami colei che m’innamora.

IX. Oh monarca infelice! oh amor scortese!

Or ché sto qui la sorte a maledire?

a strapparmi i capegli? Oh cara Agnese!

Io l’ho perduta e converrà morire.

Io l’ho perduta, ahi lasso! e qualche inglese,

mentr’io piango, sta forse a insolentire,

a soggiogar beltà sì delicata,

che sol pe’ baci de’ Francesi è nata.

X. Dunque altra bocca a’ tuoi be’ labbri, o stelle!

rapir tanta dolcezza ora potrìa?

altra man carezzar membra sì belle?

un altro…? Oh ciel, che pena è questa mia!

E chi sa che tu pur tenera a quelle

tenerezze in quel bieco atto non sia?

Chi sa non faccia il tuo temperamento

al tuo misero amante un tradimento? –

XI. Più soffrir non potendo un tanto affanno

il re dolente, né sì rei timori,

va tosto a consultar sul proprio danno

sorbonisti, indovin, maghi, dottori,

ebrei, domenicani, e quanti sanno

l’alfabeto, e lor dice: – Uopo è, signori,

dirmi se Agnese è ancor fedel, se gira

a me la mente e sol per me sospira.

XII. Non m’ingannate, tutto dite, e nulla

tacciasi al vostro re sul suo destino. –

Ed essi, ben pagati, erba trastulla

tosto in greco gli dànno ed in latino.

Un di Carlo su e giù volta la brulla

mano, e attento la scruta, altro indovino

un quadrato disegna, e prende augurio

da Venere quell’altro e da Mercurio.

XIII. Un altro scartabella il suo saltero

ed in segreto brontolando va;

questi guarda nel fondo ad un bicchiero,

e questi un cerchio nella terra fa;

perocché sempre a questo modo il vero

fu solita cercar l’antichità:

sudano, fanno; alfin, la bocca aprendo,

concludon tutti, Iddio benedicendo,

XIV. che può Sua Maestà dormir sicura;

che a lui solo fra tutti il ciel concede

per favor sommo un’amica che pura

e immacolata serbagli la fede;

che Agnese è saggia e gli amator non cura.

Ma, oimé! la cosa va d’un altro piede;

ama Agnese e già fatta è la frittata.

Or credete alla gente letterata!

XV. Quel terribile, duro e ben complesso

cappellan che di sopra io già v’ho detto,

còlto il punto propizio e pretermesso

d’Agnese il pianto e i gridi, il maledetto,

del suo bel corpo avea preso possesso:

e un piacer ne rapìa turpe, imperfetto,

una villana voluttà, che vòta

di dolcezza ad Amor non fu mai nota.

XVI. E chi vorrìa per vero fra le braccia

una bella tenersi che si lagna,

che disvia dalla vostra la sua faccia,

e i lin non d’altro che di pianto bagna?

Un galantuom va d’altri gusti in traccia;

e felice è sol quando alla compagna

rende il preso piacer: ma un nerboruto

cappellano non va tanto al minuto.

XVII. Punge egli il suo ronzon, che va dirotto

e fa la strada come bestia pazza,

senza punto informarsi se di sotto

sente gusto o nol senta la ragazza.

L’amabil paggio intanto, che condotto

a cercar frettoloso erasi in piazza

di che la dea servir che l’ha captivo,

arriva alfin; ma è tardo, oimé! l’arrivo.

XVIII. Entra e vede il ghiotton, che, furioso

per diabolico foco sessuale,

divora la sua preda, ed affannoso

dimenasi nel suo gaudio brutale.

A quella vista, ahi vista! il bel Monroso

tira il ferro e s’avventa all’animale,

la cui furia villana e disonesta

cede al bisogno di salvar la testa.

XIX. Salta dal letto, e, preso alla ventura

un nodoso baston, tronco di faggio,

fa risposta all’offese, e con bravura

si spinge sotto e aggrappasi col paggio.

L’uno e l’altro è campion senza paura.

Monroso è d’amor pieno e di coraggio,

e il fiero cappellan sembra una furia,

che di rabbia muggisce e di lussuria.

XX. Tali i queti cultor delle capanne,

di bella pace e d’innocenza ostello,

veggon lupo talor che con le zanne

strazia nel bosco un innocente agnello.

Mentre il crudele con bramose canne

stassi il sangue a succhiar del meschinello,

se un can di corta orecchia ed occhi ardenti

gli soprarriva digrignando i denti,

XXI. il vorace animal, tosto che il mira,

dalla spumante bocca cader lassa

la vittima innocente, e con grand’ira

corre al can, che l’assalta e lo scardassa.

Morso il lupo rimorde e a strozzar tira

l’altier nimico che d’ardir lo passa,

mentre il povero agnello, che già muore,

fa vóti a Dio pel cane, e ben di cuore.

XXII. Tale il robusto cappellan, che univa

a molta forza un cor feroce in petto,

si dibattea fremendo, e si schermiva

dall’amoroso ardente giovinetto;

mentre Agnese tremante e semiviva

premio del vincitor resta nel letto.

L’oste e l’ostessa intanto e una lor figlia

salgono a quel rumor con la famiglia.

XXIII. Si frappongon di mezzo, ed a quel brutto

ribaldo prete fan trovar le scale;

ognun difende il paggio: dappertutto

gioventù, leggiadria sempre prevale.

Da solo a sola adunque ecco ridutto

Monroso con Agnese. Il suo rivale,

audace nella sua disfatta istessa,

senza scomporsi, va a cantar la messa.

XXIV. Ma la povera Agnese, per acuta

doglia fuor di sé stessa, e vergognosa

che un uom di sagrestia l’abbia polluta,

e più ancor che un bel paggio in quella cosa

l’abbia con onta soggiacer veduta,

piange, e guardarlo in volto più non osa:

desia che pronta la morte fin pogna

alla sua vita ed alla sua vergogna.

XXV. Per tutti accenti, nel crudel suo stato,

– Ah, signor, ammazzatemi, – dicea.

– Voi, mia vita, morir? L’ultimo fato

rapirvi a me? – Monroso rispondea.

– E cagion ne sarìa quell’impiccato!

Ah crediate che, ancor che foste rea,

viver fa d’uopo e prender pazienza

tocca a voi forse il farne penitenza?

XXVI. Del vostro cor gli è vano ogni rimorso,

divina Agnese. E non vedete quanto

error sarebbe dell’altrui trascorso

scontar la pena? Raffrenate il pianto. –

S’eloquente non era il suo discorso,

era il suo sguardo. Un dolce foco intanto

istillava alla bella intenerita

qualche desir di conservar la vita.

XXVII. Pranzar convenne; perocché, malgrado

i nostri guai (n’ho fatto esperienza),

noi poveri mortali amiam di rado

darci, quantunque afflitti, all’astinenza.

Anche nell’ira un bel mangiare è a grado.

Quei vati il san tenuti in reverenza,

il buon Virgilio, io dico, ed il ciarliero

pur ne’ suoi sogni venerato Omero.

XXVIII. Ne’ suoi conflitti ognor qualche banchetto

egli suole introdur, qualche festino.

La bella Agnese adunque a canto al letto

testa a testa pranzò col suo paggino.

Da principio ciascun vergognosetto

fissi gli occhi tenea sul suo tondino;

poi l’uno e l’altro arditi si guatarono;

poi l’uno e l’altro alfin si vagheggiarono.

XXIX. Sapete che degli anni in sul bel fiore,

quando salute brilla per la vita,

un buon pranzo destar vi fa nel core

de’ dolci affetti la semenza ardita.

Cede l’alma al bisogno dell’amore,

dalle punte dolcissime ferita

d’un benigno calor che vi tormenta.

La carne è frale e il diavolo vi tenta.

XXX. Monroso nell’ardor che lo saetta,

poiché propizia e tentatrice è l’ora,

della mesta sua bella al pie’ si getta:

– O caro volto; o tu cui l’alma adora!

pietà d’un cuor che t’ama e ti rispetta,

o per l’affanno converrà ch’io muora.

Negherai tu, mia vita, all’amor mio

ciò che un barbaro a forza ti rapìo?

XXXI. Ah se un delitto lui beato rese,

a un virtuoso amor che non dovrai?

Ei parla; odil, per Dio, – disse ad Agnese.

Questo argomento trovò sorte assai,

e il peso ne sentì, ma si difese

anche un’altr’ora, ognor chinando i rai;

e differì la sua felicità

per por d’accordo amore ed onestà.

XXXII. Sa che più vale un po’ di resistenza

che troppa compiacenza. Alfine i dritti

godé il paggio d’amor, la quintessenza

del vero ben con tutti i suoi profitti.

Degl’Inglesi la gloria e la potenza

non si stendea che sopra i re sconfitti.

Prese Enrico la Francia e serva félla;

di Monroso la sorte era più bella.

XXXIII. Ma la gioja è pur corta e ingannatrice!

ogni bene è pur cosa fuggitiva!

Appena cominciato ha quel felice

giovinetto a gustar la pura e diva

voluttà de’ suoi sensi inondatrice,

che un picchetto d’inglesi soprarriva.

Montan le scale, gettan l’uscio a terra

ed entrano facendo un serraserra.

XXXIV. A gli amanti di gaudio ebbri e d’amore

questa burla avea fatto il cappellano.

Tosto Agnese svenuta di terrore

col paggio è presa dallo stuol villano.

Si menano a Sandò. Nel suo furore

oh chi sa che farà quell’inumano!

Quella tenera coppia ne temea

la vendetta, e ben d’onde ella n’avea.

XXXV. Sapean, miseri, a prova che costui

un’anima di cane avea nel seno:

quindi confusi e tremanti ambidui

tu li vedi i bei rai chini al terreno.

A lei l’ambascia il cor divora, a lui

disperanza, dispetto; e nondimeno

si guatano sottocchi, vergognosi

d’essersi fatti insieme avventurosi.

XXXVI. Che diranno a Sandò? Buona fortuna

volle che questa soldatesca inglese,

nell’ora che la notte e il ciel s’imbruna,

venne a scontrarsi in un drappel francese:

venti guerrier che al lume della luna

van facendo la ronda pel paese,

per aver, se si può, qualche novella

tanto d’Agnese che de la Pulcella.

XXXVII. Quando due galli o due mastini a vista,

o scontransi due amanti a naso a naso,

quando trova un austero giansenista

un gesuita di malizia vaso,

quando un fier luterano o calvinista

in un prete roman s’abbatte a caso,

appiccasi una zuffa immantinente

a colpi d’asta, o penna, o grifo, o dente.

XXXVIII. Tali i franchi guerrier, visti i bretoni,

piomban come falcon leggero e presto:

ma gl’inglesi non fur vili o poltroni;

quindi rendono acerbo per agresto.

Il cavallo d’Agnese era de’ buoni;

svelto e giovin com’ella, e però lesto

gira ruota s’impenna, e su la sella

Agnese a rischio di cascar saltella.

XXXIX. Al rumor delle spade, più feroce

divien la bestia e il fren spumante allenta:

con la timida mano e con la voce

Agnese indarno governarla tenta.

Prende quella il galoppo e va veloce;

questa pur ritenerla s’argomenta:

ma troppo fiacchi ha i polsi, e al matto ubino

forza è alfin che rimetta il suo destino.

XL. Non può il paggio in quel rio combattimento

veder che sia di lei. Vola il corsiero,

e, fatte già sei miglia come vento,

in un queto vallon prende il sentiero,

e si ferma alla porta d’un convento.

Sorge un bosco daccanto al monastero;

presso al bosco un ruscel con lunghi errori

volge i liquidi argenti in mezzo ai fiori.

XLI. Un monticel sorgeva più lontano

a cui l’autunno il verde dosso indora

di quel dolce gentil frutto sovrano

di che dotar Noè ci volle allora

che, a riparar l’assorto germe umano,

alfin dal suo gran cofano uscì fuora,

e, stanco di ber l’acqua, fece il vino

con artifizio tutto pellegrino.

XLII. Il dolce fiato dell’aurette, il riso

di Pomona e di Flora empion di mille

dolci fragranze quel novello Eliso,

che rapisce e non sazia le pupille.

De’ nostri primi padri il paradiso

convalli più ridenti e più tranquille

giammai non ebbe, né giammai natura

più bella apparve, più feconda e pura.

XLIII. L’aria che in questo spira ermo ricetto,

all’agitato cor porta la calma,

e, le cure placando in mezzo al petto,

l’amor dello star solo infonde all’alma.

La bella Agnese in riva al ruscelletto

tra’ fior posò la travagliata salma,

e, i begli occhi fissando in quel convento,

sentì quetar de’ sensi il turbamento.

XLIV. Un convento era questo, o lettor mio,

di monachelle. – Oh sacri amici orrori,

Agnese disse, nel cui seno Iddio

de’ beneficii suoi versa i tesori!

Qui l’innocenza, qui la pace; ed io

della grazia del ciel che tocca i cuori,

vengo qui forse a posta ora spedita

per piangervi l’error della mia vita.

XLV. Stuol di sagge e pudiche verginelle,

tutte del buon Gesù spose felici,

fanno intorno odorose di lor belle

angeliche virtù queste pendici;

ed io perdo i miei giorni in bagattelle

d’amor, famosa fra le peccatrici. –

Così parlando Agnese ad alta voce,

al sommo del porton vide una croce.

XLVI. Con profonda umiltà dinanzi al segno,

che l’uom redense dall’eterno danno,

prostrossi, ed adorando il santo legno

compunta un poco, e il cor pieno d’affanno,

di confessarsi già facea disegno.

Devozione e amore non distanno

che d’un sol passo, essendo questa e quello

o di cor debolezza o di cervello.

XLVII. Da due giorni in città la veneranda

abbadessa era gita a parlamento

coll’avvocato, perché meglio intenda

a sostener le cause del convento,

in suo luogo lasciando suor Faccenda

madre vicaria di quel santo armento.

Questa in gran fretta al parlatorio scese

e fece aprir per introdurre Agnese.

XLVIII. – Entrate, disse, amabil pellegrina;

qual protettor, qual sorte avventurosa

a pie’ de’ nostri altari oggi incammina

questa al mondo beltà sì perigliosa?

Siete forse una santa, una divina

angelica sostanza in carne ascosa,

che al ciel s’invola per venir quaggiù

a consolar le spose di Gesù? –

XLIX. – Troppo onor, madre mia, disse il bel viso:

io non son che una povera terrena,

e, se giammai mi tocca il paradiso,

non istarò che a canto a Maddalena:

tanto è il mio corpo di peccati intriso.

Il destin, che a capriccio suo mi mena,

l’Angel Custode ed il cavallo mio

m’han qui condotto, e il come lo sa Dio.

L. Da gran rimorso ho l’anima ferita:

nella colpa indurito il cor mi porto:

amo il ben, ma la traccia io n’ho smarrita;

ed or la trovo in questo santo porto.

Sento la grazia che a venir m’invita

qui per salute mia. – Tacque, e conforto

die’ suor Faccenda con parlar prudente

ma soave alla bella penitente.

LI. Poi, la grazia di Dio magnificata,

menando Agnese in cella ne venìa:

pulita cella e bene illuminata,

che di fragranze peregrine olìa,

con un soffice letto: insomma, ornata

dalle mani d’Amor la si dirìa.

Loda Agnese in suo cuor la Provvidenza,

e un zucchero le par la penitenza.

LII. Terminata la cena (giacché mai

ne’ miei versi non hassi a preterire

questo bel punto interessante assai),

suor Faccenda così le prese a dire:

– La notte avanza, o cara, e l’ora omai,

lo sapete, s’appressa in che venire

suol dell’inferno l’incubo vagante

ne’ sacri luoghi per tentar le sante.

LIII. Uopo è far dunque un’opra che ne giovi:

dormiamo insieme, acciò, se il diavol fia

che n’ordisca una trama, in due ne trovi,

e in campo contro due men forte sia. –

Par che la donna la proposta approvi:

ponsi in letto, e far crede opera pia.

Santa si crede e d’ogni fallo assolta;

ma l’insegue il destin pur questa volta.

LIV. Narrar poss’io, lettor, senza rossore

suor Faccenda chi fosse? Io non vi metto

né sal né olio, e vado con candore.

Suor Faccenda era un caro giovinetto

ch’avea d’Alcide il nerbo ed il vigore

e in un d’Adone il grazioso aspetto.

Di ventun anno e mezzo, come latte

bianco è di carni rugiadose intatte.

LV. L’Abbadessa da saggia se n’avea

fatto il suo vago da non molto, ed ella,

anzi egli suora baccellier pascea

là dentro la gentil sua pecorella.

Tal nella reggia un dì licomedea

Achille ascoso in femminil gonnella,

bear dai dolci baci si sentìa

della tenera sua Deidamìa.

LVI. Appena dunque in letto si trovò

con la suora la nostra penitente,

che nuova e strana in lei che l’abbracciò,

mutazion sentì farsi repente.

Certo ch’ella in tal cambio guadagnò.

Che far dovea? lagnarsi, chiamar gente?

metter sossopra il monaster! Ciò fòra

uno scandalo, massime in quell’ora.

LVII. A pazienza rassegnarsi, e mute

tener le labbra è tutto che può fare,

e in queste occasioni imprevedute

rade volte s’ha tempo da pensare.

Come di suor Faccenda un po’ sbattute

si fur le forze in quel giocondo affare

(però che dàlli dàlli, alfin convenne

pigliar pur fiato ed abbassar le penne),

LVIII. non senza contrizion la bella Agnese

seco medesma fa questo riflesso:

Dunque d’esser onesta invan mi prese

finor la voglia e tutto il cor v’ho messo?

Dunque in vano (e lo provo alle mie spese)

fatto ho quel che può fare il nostro sesso?

Concluse adunque che per esser casta

la buona volontà sempre non basta.

CANTO UNDECIMO

ARGOMENTO

Nelle spose di Cristo un’empia schiera

fa sacrilego stupro. In loro aita

scende Dionigi, e la fatal guerriera

di tanto oltraggio alla vendetta incita.

Fra due santi rivali arde una fiera

lite, e ciascun ne porta una ferita.

Gabriel le devote ire compone.

L’Eroina Vartonno a morte pone.

I. Senza inutil esordio vi vo’ dire

che i nostri due claustrali innamorati,

quando il sol cominciava ad apparire,

ambedue sazi de’ piacer vietati,

tranquillamente alfin diersi a dormire

l’un contro l’altro stesi, abbandonati;

ma nel colmo di quella dolce ebbrezza

ecco un fracasso, che il lor sonno spezza.

II. Con la falce di guerra ecco la Morte,

che orribilmente d’ognintorno vaga,

e il lor destarsi illumina, e alle porte

del convento il terren di sangue allaga.

Quella coorte inglese alla coorte

de’ Francesi già data avea la paga:

fugge questa a traverso per lo piano

e quella le va dietro, il ferro in mano,

III, uccidendo e gridando: – Mascalzoni,

o rendetene Agnese, o qui la pelle

ne lascerete, pezzi di poltroni: –

ma niun di questi ne sapea novelle.

Collin, vecchio pastor di quei cantoni,

disse loro: – Il portento de le belle

jer, signori, pascendo io qui l’armento,

vidi entrar verso sera in quel convento. –

IV. – Questa è Agnese, per Dio; questa è sicura-

mente Agnese, gridàr con alte voci.

Amici entriam, ché certa è la cattura. –

Poi, come nell’ovil lupi feroci,

saltano dentro a quelle sacre mura,

senza rispetto ai santi ed alle croci;

ed eccoli frugar di cella in cella

il dormitorio tutto e la cappella.

V. Suor Orsola, suor Marta e suor Agnese,

perché fuggite e al ciel le mani alzate?

Voi mi parete, dal terror comprese,

altrettante colombe sgomentate.

Senza voce, tremanti ed indifese

accorrete all’altare e l’abbracciate;

santo temuto asilo, onde vi faccia

casto riparo dalle oscene braccia.

VI. Tenera inerme greggia, invan tu chiami

il celeste tuo sposo in tal periglio.

Al suo cospetto, all’ara sua gl’infami

spiegan su te lo scellerato artiglio.

Né v’ha cosa sì pia che li richiami

dal profanare il virginal tuo giglio,

e quella pura intemerata fede

che tu giurasti di quell’ara al piede.

VII. So ben che v’ha, lettori, assai bricconi,

gente senza pudor, gente molesta

alle spose di Dio, sciocchi buffoni,

che, senza un’oncia di cervello in testa,

ardiscono insultar, Dio gli perdoni,

alle fanciulle a cui s’alza la vesta.

Lasciateli cantar, sorelle care:

dura cosa co’ matti aver da fare.

VIII. Non san qual sia dolor per tenerelle

timorose beltà, per delicati

cuori, qual Dio li fece alle sue ancelle,

cader fra l’ugne di crudi soldati,

e da questi empii sulle guance belle

ricever baci furiosi ingrati,

e vederli di strage ancor fumanti

piombarvi addosso bestemmiando i santi,

IX. e miste l’onte col piacer, sbuffando,

coglier d’amore con ferocia il frutto.

Taccio l’orribil fiato abbominando,

l’ispida barba, il corpo sozzo e brutto,

una manaccia ria che accarezzando

sembra dar morte; sì che, preso tutto,

veder demonii ti sarebbe avviso

che a gli angeli fan stupro in paradiso.

X. Già trionfa il delitto, e, inverecondi

volgendo gli occhi, imporpora le gote

delle caste beltà. Suora Rebondi,

vaso di senno e fior delle devote,

del fier Sipunc, oimé, nei furibondi

amplessi è già caduta, e invan si scuote:

Barclay duro e Varton il mariuolo

fan di suora Amadonna un piatto solo.

XI. Pianti, preghi, bestemmie, ira e tumulto

e spinte d’ogni parte e ria tenzone.

Ecco in fuggendo che riceve insulto

suor Faccenda da Barde e da Parsone.

Era ad entrambi gli aspiranti occulto

che la madre Faccenda era garzone.

Né tu, Agnese gentile, in quella stretta

tutta sei per andartene negletta.

XII. Imperocché l’immobile tuo fato,

dolce fato ad un tempo e maledetto,

gli è giurar sempre di non far peccato,

e di sempre peccare a tuo dispetto.

Il capo di quegli empii, uomo spietato,

audace vincitor ti stringe al petto,

e riverenti in mezzo al lor furore

gli cedono i soldati un tanto onore.

XIII. Ma ne’ consigli suoi tremendi e cupi

il giustissimo Iddio talvolta ai nostri

mali un termine pon. Mentre quei lupi,

quei d’Albione abbominandi mostri

la sua santa Sionne empiean di strupi,

il buon Dionigi dagli eterei chiostri,

all’innocenza amico ed alla Francia,

non si grattava, si suol dir, la pancia.

XIV. San Dionigi bel bello e con prudenza,

quale a un santo convien, si seppe tòrre

ai sospetti inquieti, all’avvertenza

del fier san Giorgio, che i Francesi abborre.

Scese adunque dal ciel con diligenza;

ma non si volle a cavalcion riporre

del consueto suo diurno raggio,

ché palese avrìa fatto il suo viaggio.

XV. Corse ratto a trovare il simulato

Dio del mistero, Dio prudente e fino,

nemico del rumor, che in ogni lato

vola e di notte suol far suo cammino.

Ei favorisce (e certo è gran peccato)

il birbante sovente e l’assassino,

ma scorta il saggio, e un dì scortava Amore;

vive in corte ed in chiesa a tutte l’ore.

XVI. Ei prima in una nube il Santo ascose;

indi prese la via dove è più raro

l’uman vestigio; al labbro il dito pose,

parlando basso e camminando al paro.

Giunti presso a Blois per tenebrose

strade, i divini pellegrin trovaro

la Pulcella che in groppa al mulattiero

battea soletta un picciolo sentiero.

XVII. Nudo aveva il bel corpo ed al Signore

venìa pregando la fatal donzella

di farle alfin trovar quel traditore

che l’arnese le tolse e la gonnella.

Videla appena il santo protettore,

che benigno le disse: – O mia Pulcella,

o Vergine serbata alla difesa

di fanciulle, di regi e della Chiesa;

XVIII. vieni al soccorso del pudor ridotto

dal furor pazzo a gli ultimi perigli;

vieni, e il tuo braccio, ch’è dal ciel condotto,

braccio vendicator degli aurei gigli,

salvi le figlie mie. Vedi là sotto

quel convento? Là dentro fra li artigli

di brutal gente a quelle caste monache

senza timor di Dio s’alzan le tonache.

XIX. Vieni, vola. – Sì disse, e al monastero

la guerriera magnanima galoppa.

San Dionigi, facendo da scudiero,

a gran colpi di frusta sulla groppa,

arri, arri, affrettava il mulattiero.

Ecco ella giunge e piomba sulla coppa

a quei ribaldi, che con rabbia infame

van sparnazzando quelle sante dame.

XX. Verso lei, nuda dalla fronte al piede,

un lascivo breton volta la testa

all’improvviso, e, tosto che la vede,

a satisfare il suo desir s’appresta.

Si credette costui di buona fede

ch’ella venìa per esser della festa;

le corre incontro, e sul bel corpo nudo

va provocando la lussuria il crudo.

XXI. Ella gli cala sul naso un fendente;

cade il ribaldo bestemmiando, e appresso

quella parola profferir si sente

tanto cara ai Francesi ed al bel sesso:

energica parola ed eloquente

consacrata al piacere, e cui sì spesso

il profan vulgo con la bocca indegna

è solito scoccar quando si sdegna.

XXII. Il sanguinoso corpo calpestando,

gridava l’eroina a quei furfanti:

– Fermatevi, crudeli, un sì nefando

lavor cessate, non tirate avanti.

Temete Iddio, profani, e questo brando. –

Ma parmi che sien sordi i lavoranti

tutti in quella grand’opra affaccendati,

e sopra le lor suore appollajati.

XXIII. Tal d’asini uno stuolo i fior nell’orto

diserta e del padron sprezza le grida.

Visto il brutto lavor, di pio trasporto

e d’orror piena l’alma a Dio sì fida,

freme Giovanna, ed il pregar suo pòrto

al buon Dionigi, che di sé l’affida,

di dosso in dosso il fatal brando mena,

di nuca in nuca e via di schiena in schiena.

XXIV. Col divin ferro li macella, e l’uno,

mentre vuol cominciar, fende per dritto;

spedisce l’altro all’aer morto e bruno,

mentre il sozzo finìa dolce delitto.

Miete insomma que’ rei, sì che ciascuno

sulla monaca sua resta trafitto,

e nel mezzo al piacer l’alma perdendo,

passa all’inferno di piacer morendo.

XXV. Isacco Varton, anima dannata,

la cui lubrica rabbia aveva in quella

felicissimamente consumata

opera altrui sì turpe, a lui sì bella,

il solo fu costui che, abbandonata

la sua suora gentil, sceso di sella

e dritto in pie’, ripresa l’armatura,

Giovanna attese in altra positura.

XXVI. Tu divo protettor del franco regno,

tu sì grande e sì buon, tu che la fiera

tenzon vedesti, piacciati al mio ingegno

questa istoria ridir famosa e vera.

Contami, tu che il sai, ciò che di degno

fe’ combattendo allor l’alta guerriera.

Fremé da prima, e poscia: – Oh Santo mio,

stupefatta gridò, che mai vegg’io!

XXVII. O mio caro Dionigi, e non è quella

la celeste lorica e il corsaletto

e tutta l’armatura ornata e bella

che tu mi désti e mi ponesti al petto?

Or com’è che quest’arme il dosso abbella

di quel dannato inglese? Il maledetto

ha la mia cotta ancora e il mio cimiero. –

Così disse Giovanna, e disse il vero:

XXVIII. perocché, quando la divina Agnese

la gonna barattò nell’osteria,

quest’armatura di nascosto prese,

già v’è noto in qual modo, e fuggì via.

Sandò poscia le tolse un tale arnese,

quando nuda la tenne in sua balìa:

Isacco Varton suo scudiero appresso

tolse quell’arme, e ne adornò sé stesso.

XXIX. O Giovanna, o splendor dell’eroine,

tu combattesti allor per l’oltraggiato

tuo monarca, per l’armi tue divine,

per l’onor di Dionigi e pel macchiato

pudore delle sue benedettine.

E già l’ardita cento colpi ha dato

alla propria corazza ed all’elmetto,

in cui tremola vago un pennacchietto.

XXX. Nella calda fucina in Mongibello

di Vulcano i garzon guerci ed ignudi

sotto più tardo e più leggèr martello

risonar fanno le gementi incudi,

quando al maggior di Pluto alto fratello,

signor de’ tuoni mormoranti e rudi,

preparano del ciel le colubrine,

che spaventano i topi e le galline.

XXXI. Rinculò stupefatto il fiero inglese,

vedendosi assalir da quell’irata

vispa brunetta, e al cor rimorso il prese

di ferirla sì nuda e delicata.

Tremar la spada nella man s’intese:

si difende e combatte in ritirata,

e, i tesori ammirando e la bellezza

della nemica, i colpi ne disprezza.

XXXII. Del paradiso in sen Giorgio frattanto

più non veggendo il confratel Dionigi,

sospettò sceso l’avversario santo

ad ajutar quaggiù la Fiordiligi.

Gira torbido il guardo in ogni canto,

e, di lui non trovando in ciel vestigi,

al suo bravo destrier, di che favella

la leggenda, fa tosto impor la sella.

XXXIII. Venne il destriero, e Giorgio paladino,

coll’asta in pugno e lo spadone a lato,

l’orrendo trascorrea spazio azzurrino,

che invan l’umano ardire ha misurato.

Passa i cieli diversi, e da vicino

vede i fulgidi globi che Renato,

sublime sognator, raggira e volve

nella sua fina vorticosa polve.

XXXIV. Ne’ vortici vo’ dir che mai provarse

non potero, e che poi ratti spariro,

quando più illustre sognator comparse

Neuton, che tutto conquistò l’empiro,

e quei soli costrinse a rotearse

a traverso il gran vòto in altro giro,

dalla lor propria gravità sospinti,

e in eterna armonia nel corso avvinti.

XXXV. Giorgio il varca e là piomba furibondo

dove il rival già tiensi vincitore.

Tal nella muta oscurità del mondo

diffonde una cometa atro splendore,

che in sua lunga carriera il rubicondo

crin si dislaccia e il vulgo empie d’orrore:

ne trema il papa e afflitto il contadino

teme in quell’anno carestia di vino.

XXXVI. Come Giorgio da lungi ebbe veduto

il sir Dionigi, dispettoso e fiero

scosse l’asta e drizzògli per saluto

queste parole sullo stil d’Omero:

– O Dionigi, Dionigi, o di perduto

popol sostegno, beccalite fiero,

dunque furtivo tu discendi in terra

a scannarmi gli eroi dell’Inghilterra?

XXXVII. Credi tu di mutar le vie del fato

col tuo ronzino e il tuo femmineo fusto?

Né temi ch’io rivegga, o sciagurato,

a te, a tua figlia il pel col mazzafrusto?

Quel capaccio, che un dì ti fu tagliato

e poi rimesso così mal sul busto,

in faccia alla tua chiesa tel vogl’io

dal collo torto dispiccar per Dio,

XXXVIII. ed in Parigi col tuo teschio in mano

rimandarti al sobborgo ov’hai la festa,

o de’ baggiani protettor baggiano,

di nuovo a ribaciar la propria testa. –

Levò le palme al cielo in atto umano

Dionigi, e disse con favella onesta:

– O gran Giorgio, o possente mio fratello,

sarai dunque tu sempre un zolfanello?

XXXIX. Dal momento che il ciel coabitiamo,

altro che fele il pio tuo cor non serra;

e ti pare stia ben, santi che siamo,

santi incappati o festeggiati in terra,

noi che le genti edificar dobbiamo,

diffamarci l’un l’altro e farci guerra?

Vuoi tu della discordia alzar la face

fin nel soggiorno dell’eterna pace?

XL. E fino a quando i santi albionesi

porteranno l’inferno in paradiso?

Oh sempre duri e temerari inglesi,

sul cui labbro giammai non brilla il riso,

gelosi e sempre all’altrui danno intesi,

il cielo anch’esso, già per voi diviso,

gli è stufo omai di vostra prepotenza,

né più vuol santi di cotal semenza.

XLI. Dunque, o devoto brontolone, o tristo

avvocato di popolo inumano,

sii più discreto, e lasciami per Cristo

dar soccorso alla Francia e al mio sovrano. –

Fremer d’ira a quel dir Giorgio fu visto,

e l’ira raddoppiò forza alla mano,

rosso nel volto come un peperone,

perché Dionigi avea per un poltrone.

XLII. Indi sovr’esso scagliasi feroce,

come sopra un piccion falco spietato.

Rinculò l’assalito, e ad alta voce

il suo fido chiamò ronzino alato.

– Vieni, sostegno mio, vieni veloce,

salva, grida, i miei dì. – Dimenticato,

così parlando, il buon Dionigi avea

che patir morte un santo non potea.

XLIII. Tornava dall’Italia appunto in quella

il quadrupede uccello benedetto,

e perché venne, in semplice favella

istorico succinto, io l’ho già detto.

Giunto, presenta al suo signor la sella;

e quei d’un salto vi si lancia netto,

e il santo deretano ha tocco appena

le groppe, che rinasce al cor la lena.

XLIV. Destramente raccolto ha giù di terra

d’un morto inglese la spadaccia, e, questa

terribile rotando, incalza e serra

Giorgio, e senza dar posa lo tempesta.

Giorgio pieno di rabbia gli disserra

ruinoso tre colpi sulla testa;

ma l’altro, che al suo capo avea gran cura,

tutti gli para con assai bravura.

XLV. E una furia di bòtte disperate

al cavallo dirizza e al cavaliero:

le spade insieme orribilmente urtate

gettan lampi, e il conflitto è ognor più fiero.

Van le crude percosse e le stoccate

al collare alla nuca ed al cimiero

all’aureòla e al delicato sito

ov’è l’usbergo al pettignone unito.

XLVI. La vittoria pendea, quando intonò

l’asino un raglio orribile e feroce:

tremonne il cielo, e l’eco replicò

dai cupi boschi la tremenda voce.

Impallidì san Giorgio. Allor cavò

san Dionigi una finta, e via veloce

d’un rovescio recise, oh strano caso!

netto al gran santo d’Albione il naso.

XLVII. La sanguinosa punta rotolando

cade sopra l’arcion. Giorgio, che perso

non ha col naso il cor, tosto è col brando

l’onor del volto a vendicar converso.

Giusta il bell’uso inglese sagratando,

e tirando a Dionigi di traverso,

la parte gli tagliò che Pietro un dì

cader fe’ a Malco un certo giovedì.

XLVIII. A spettacolo tale, a la sonora

terribil voce del santo ronzino,

tutto si scosse il ciel. Le porte allora

si spalancàr del tetto adamantino,

e degli archi stelliferi uscir fuora

si vide Gabriel nunzio divino,

che, librato sull’ale in mezzo ai lampi,

dolcemente fendea gli eterei campi.

XLIX. In man la verga avea che sì famoso

fe’ sul Nilo Mosè, quando il mar truce,

a’ suoi cenni sospeso e rispettoso,

eserciti sommerse in un col duce.

– Che veggo io qui? (gridò l’angelo iroso)

due gran santi, due figli della luce,

d’un Dio di pace consiglier divini,

si dànno a dosso come due facchini?

L. Ah! lasciate ai mortali il ferro e l’ire!

abbandonate alla lor trista sorte

i villani lor corpi, per patire

nati dal fango e fatti per la morte.

Ma voi cui pure il ciel gode nutrire

del suo nèttare, voi dalle ritorte

della misera carne già sottratti,

siete stanchi del ciel? siete voi matti?

LI. Oh cielo! un naso ed un’orecchia! Oimé,

di Dio la grazia e la misericordia

v’avea formati tutti e due, perché

predicaste la pace e la concordia,

e voi da pazzi per non so quai re

seminate la guerra e la discordia.

Orsù, del cielo la rinunzia fate,

o tosto il capo al mio voler piegate.

LII. Nel fodero quei ferri, e raccendete

nel vostro cor la carità sopita:

Giorgio, a voi, quell’orecchia raccogliete;

raccoglietela, dico, e sia finita.

E voi, signor Dionigi, sù prendete

quel naso con le vostre sante dita.

Via da bravi, al suo posto naturale

sia rimessa ogni cosa tale e quale. –

LIII. Allora con modestia il buon Dionigi

rimise immantinente il naso a Giorgio,

e Giorgio rese pure a san Dionigi

l’orecchia che gli avea tronca san Giorgio.

Dettosi poi da Giorgio e da Dionigi

un oremus gentil, Dionigi e Giorgio

più non serbàr nel corpo e nella faccia

della recente zuffa alcuna traccia.

LIV. E fibre e sangue e carne e tuttoquanto

consolidossi a segno, che rimaso

non fu vestigio all’uno e all’altro santo

di tronca orecchia e di tagliato naso.

Tanto la ciccia ben nutrita e tanto

puro i santi han l’umore in ogni vaso.

Poi Gabriele in tuon di presidente:

– Qua, datevi un amplesso allegramente, –

LV. disse: e baciò Dionigi il suo rivale

sinceramente e senza fiele in core.

Ma Giorgio, umor feroce e bestiale,

l’avversario abbracciò da traditore,

giurando di poi dargli il pan col sale,

e sfogar meglio altrove il suo rancore.

L’angelo bello dopo questo abbraccio

prese entrambi i miei santi sotto il braccio,

LVI. e con aria benigna e graziosa

li ricondusse alla celeste sede,

ove di dolce ambrosia rugiadosa

piena una tazza a tracannar lor diede.

Più d’un lettore a questa sanguinosa

battaglia forse non darà gran fede;

ma non videro un dì di Troja i fiumi

scendere armati dall’Olimpo i numi?

LVII. E non vide Miltòn per le campagne

del paradiso gli angeli rivali

trincerarsi per valli e per montagne

e ferir con le spade e coi pugnali?

e, ciò di che il buon senso ancora piagne,

colubrine adoprar, bombe e mortali?

Se con quest’armi Satana e Michele

decisero del ciel l’alte querele,

LVIII. a più forte ragion Giorgio potea

e il buon Dionigi per soverchio zelo

venir tra loro a zuffa iniqua e rea,

tagliarsi il naso e scardassarsi il pelo.

Ma per tornare a noi, se si vedea

restituirsi la concordia in cielo,

givan le cose assai diverse in terra,

maledetto soggiorno della guerra.

LIX. Carlo ansante correa per ogni strada

cercando Agnese, e col suo nome in bocca

sempre a gli occhi ha di pianto una rugiada.

Giovanna in questo fulminando tocca

con la vittrice sanguinosa spada

il superbo Vartonne, e gliel’incocca

verso l’enorme orribile strumento,

con che l’iniquo profanò il convento.

LX. Vacilla il crudo e fuor delle tremanti

pugna gli fugge il brando derelitto:

cade e qui spira, rinnegando i santi.

Delle suore più vecchie il gregge afflitto,

mirando il cavalier steso davanti

alla guerriera, a mezza via trafitto,

sclamavano: – Gesù ne sia lodato,

che il peccator percote ov’ha peccato! –

LXI. Suor Rebondi, che stata in sacristia

era sotto quell’empio, al suo Signore

grazie molte col labbro riferìa,

piangendo il traditor dentro del core.

Con la coda dell’occhio ella venìa

misurando per terra il peccatore,

e con voce dicea caritatevole:

– Oimé, oimé, nessun fu più colpevole. –

NOTE AL CANTO UNDECIMO

Ottava XXXIII, v. 6-8:

Allusione ai vortici del Descartes, e alla stia materia sottile: fantasie ridicole, che furon di moda per tanto tempo. Non si sa perché l’autor nostro dia l’epiteto di sognatore al Newton, che ha dimostrato l’esistenza del vuoto; ma la ragione è forse questa, che il suddetto Newton sospetta uno spirito supremamente elastico esser la causa della gravitazione.

Ottava LVII, v. 1-6:

Nel quinto canto del Paradiso perduto.

CANTO DODICESIMO

ARGOMENTO.

La gran Giovanna e Agnese di Sorello

ospiti sono d’un gentil barone.

Muore il fier cappellano in un duello

impertinente e senza confessione.

Carlo e la compagnia giunge al castello:

con Agnese si corca il bel garzone,

che, scoverto da Carlo, è in gran periglio,

ma gli salvano il cul tre fior di giglio.

I. Avea giurato di lasciar da parte

la morale e cantar netto e sincero

senza tanti preamboli e senz’arte.

Ma che non puote Amore? Egli è ciarliero,

e l’inegual mia penna sulle carte

coll’affilato suo becco leggero

scarabocchiando va velocemente

ciò ch’egli spira al mio cervello ardente.

II. Giovani donne, o vedove, o donzelle,

o spose, che d’amor serve già siete,

e vibrate le sue dolci facelle

ne’ nostri petti e al par le ricevete,

rispondetemi un poco, o donne belle,

allorquando due amanti, supponete

giovani entrambi e di sembianti cari,

di talento, di grazia e merto pari,

III. del pari alle dolcezze alme di Venere

vi fanno invito ed irritando allettano

le vostre fibre sitibonde e tènere,

che or quinci or quindi refrigerio aspettano

all’incendio che par vi sciolga in cenere;

non è egli ver che in grande affar vi gettano?

Il vostro caso è quello, in due parole,

d’un certo ciuccio illustre nelle scuole.

IV. Fùro esposte da pranzo al poveretto

due misure di biada in tutto eguali,

equidistanti e d’uno stesso aspetto!

L’asino, attratto da due brame eguali,

dritto gli orecchi, immobile, interdetto,

nel giusto mezzo di due forze eguali,

per legge d’equilibrio e per timore

di scer male, di fame alfin si muore.

V. Questa filosofia non imitate,

e tutti e due, piuttosto, a un tempo istesso

consolate gli amanti, ed accordate

della vostra bontà pieno il possesso.

Come l’asino insomma non rischiate

la vostra vita per onor del sesso.

Ma ripigliam dell’opra il fil primiero,

e facciamo ritorno al monastero.

VI. Al sanguinoso monastero, io dico,

consternato e polluto, ove sì fiera

vendetta fece dello stuol pudico

delle spose di Dio l’alta guerriera.

A pochi passi è un bel castello antico,

del Ligeri propinquo alla riviera,

con ponti levatoj e torricelle

e le sue caditoje in cima a quelle.

VII. Scorre a piede un canal che trasparente

di sotto a quattrocento getti d’arco

gira intorno ed abbraccia vagamente

il grosso muro che difende il parco.

Un vegliardo baron, da quella gente

detto Cuttandro, in cortesia non parco,

di quel beato albergo era padrone,

sicuro e aperto a tutte le persone.

VIII. Uom di tenera pasta, in quelle mura

tutti egli accoglie e dice a tutti: – Entrate. –

Angli o franchi gli mandi la ventura,

voi l’amico di tutti in lui trovate.

Fosse a piedi, a cavallo od in vettura,

fosse principe, o turco, o prete, o frate,

tutti van colmi delle grazie sue:

ma bisognava entrarvi a due a due.

IX. Ogni barone ha qualche fantasia;

e questi avea per sempre risoluto

che in numer pari, e non mai caffo, sia

al suo castel ciascuno ricevuto.

Tal era di quell’uom la bizzarria.

Quando a coppia si giunge, il benvenuto

dicesi a tutti; ma colui meschino,

cui soletto colà porta il cammino!

X. O cenar malamente, o forza è attendere

che un altro il numer che prescritto fue,

felicemente venga intero a rendere;

numer perfetto che di due fa due.

Giovanna, giunta alfin l’armi a riprendere

che le fur tolte e sulle membra sue

risonarle facendo e chiacchierando,

vi trasse Agnese, già la notte instando.

XI. Quel cappellan, che l’inseguìa dappresso,

quel bollente di vizi empio vasello,

giunse sbuffando ed anelando anch’esso

alquanto dopo all’ospital castello.

Qual lupo che s’avea fra’ denti messo,

ma non tutto ingozzato un grosso agnello,

bramoso di finir la sua pastura,

dà l’assalto all’ovile a notte oscura;

XII. tale, tutto lussuria per la vita,

quel ladron tonsurato e discortese

giva cercando della sua smarrita

gioja gli avanzi con pupille accese;

della gioja che allor gli fu rapita

che fra l’ugne tenea la dolce Agnese.

Suona, grida; al rumor corre il portiero,

e vede solo il nostro cavaliero.

XIII. Le due mobili travi, a cui pendente

da due catene è il tremolante piano

del ponte levatojo, immantinente

alzano, e il ponte se ne va lontano.

A quella vista bestemmiò furente,

chi mai? s’intende: il porco cappellano.

Segue con gli occhi il ponticel veloce,

alza le mani e resta senza voce.

XIV. Tale un gatto alla caccia d’un augello,

che alcun nell’uccelliera rinchius’abbia,

passa le zampe a traverso il cancello,

che rende vana del crudel la rabbia;

gira il gatto e rigira, e il poverello,

che si rannicchia in fondo della gabbia,

segue coll’occhio, e invan col pie’ lavora.

Ma restò il prete più confuso ancora.

XV. Ecco vede arrivar fra le vicine

fronzute piante appunto in quel momento

un leggiadro garzon biondo il bel crine,

nero le ciglia, franco il portamento,

le grazie sulle guance porporine,

vivido il guardo e corto il pelo al mento,

almo di gioventù florido raggio.

– O questi è Amore, o certo il mio bel paggio. –

XVI. Era infatti Monroso, che cercato

dell’amor suo nascente avea l’obbietto

tutto quel giorno. Essendo capitato

quindi al convento, il vago giovinetto

a quelle sante suore era sembrato

più bello ancor nel garbo e nell’aspetto

dell’angel Gabriel, che dolce in viso

per benedirle vien dal paradiso.

XVII. Come vider beltà sì lusinghiera,

di rossor tutte in volto s’infiammarono,

fra sé dicendo: – Ah perché qui non era,

quando, mio buon Gesù, ci violarono? –

Poi gli fecero in cerchio un tiritera

che non finiva: alfin, come ascoltarono

ch’ei cerca Agnese, subito gli diero

il cavallo miglior del monastero.

XVIII. Ed oltre questo una sicura guida

onde a castel Cuttandro arrivar sano.

Giunt’egli al capo della via che guida

sopra il ponte, ritrova il cappellano.

Pien di giubilo e d’ira, – Oh sei tu, grida,

sei tu di Belzebù prete villano?

Per la salute mia, per la mia vaga,

i tuoi misfatti adesso avran la paga. –

XIX. Senza fargli risposta, il maledetto

prende con mano dal furor condotta

una pistola e toccane il grilletto:

cade il cane, fa foco e va la botta:

vola il piombo scagliato, e senza effetto

sibilando fuggì per l’aria rotta,

ché tremante la man di rabbia e d’ira

mal segnata da lungi avea la mira.

XX. Mirò più giusto il paggio, e più sicura

drizzò la palla nella fronte ardita,

in quella fronte spaventosa e dura,

su cui l’anima infame era scolpita.

Trabocca il prete sulla sabbia impura.

Il paggio, che lo vede uscir di vita,

sentì destarsi allor dolce nel core

la pietà che sublima il vincitore.

XXI. – Ah muori, disse, almen da battezzato,

se vivesti da cane, e a Dio, morendo,

chiedi perdono d’ogni tuo peccato,

digli contrito in manus tuas commendo. –

– No, rispose il pretaccio, io son dannato:

vado al diavolo: addio. – Così dicendo,

chiuse i lumi, e piombò l’anima ria

dell’inferno a ingrossar la compagnia.

XXII. Mentre così quel mostro impenitente

nel foco eterno ad arrostir andava,

il buon re Carlo, a cui l’augusta mente

la tristezza d’amor più sempre aggrava,

giva cercando sospirosamente

la sua vagante Agnese, e passeggiava,

per calmar l’amoroso suo dolore,

lungo il fiume con esso il confessore.

XXIII. Qui m’è d’uopo, lettor, farti avvisato:

quello per un teologo s’intende,

che un giovane monarca innamorato

per etichetta in direttor si prende.

Egli è un certo animal tutto impastato

d’indulgenza, un buon uom, che le faccende

del cor dirige, e che del mal, del bene

la fallace bilancia in man si tiene;

XXIV. e la fa dalla parte ove più vuole

inclinar dolcemente, e al ciel vi mena

per amabili vie piene di fole,

lasciandovi peccar senza dar pena.

Composto gli occhi i gesti e le parole,

tutto osserva, e con arte a sé incatena

il padron la padrona il favorito,

sempre accorto e gentil, sempre compìto.

XXV. Il direttor che Carlo confessava,

del buon santo Domenico era figlio,

e padre Bonifazio si nomava;

uom dabben, da servizi e da consiglio.

Egli adunque al suo re così parlava

devoto il tuono, affettuoso il ciglio:

– Ah vi compiango! La parte animale

prende il disopra, e il caso è assai fatale.

XXVI. Amar Agnese, questo veramente

gli è peccato, mio re: ma la divina

misericordia il passa, e assai frequente

fra i gran santi fu già di Palestina.

Abram, quel padre d’ogni buon credente,

si tenne Agàr sua serva in concubina:

ella avea due begli occhi, onde gelosa

a ragion ne fu Sara e disdegnosa.

XXVII. Due sorelle sposò Giacobbe il giusto,

ed ogni patriarca ha conosciuto

degli amorosi cangiamenti il gusto.

Il santo Booz anch’esso ha ricevuto

nel vecchio letto, vecchierel robusto,

la vecchia e buona Ruth, dopo mietuto.

Senza contar la vaga Bersabea,

il buon Davidde un gran serraglio avea:

XXVIII. un serraglio di belve a suo piacere,

che il suo figlio Assalon, ch’era una fina

pelle da concia, egregio in quel mestiere,

ripassò tutte quante una mattina.

Salomone v’è noto: il suo sapere

riputato venìa cosa divina;

e il più saggio dei re, con tutto questo,

fu dei re il più galante anco nel resto.

XXIX. Se voi fate altrettanto, ed or si spazia

fra i diletti la vostra giovinezza,

delle rose d’amore ancor non sazia,

calmatevi; il suo tempo ha la saggezza.

Giovin si pecca e vecchio s’ottien grazia. –

– Cazzo! (rispose Carlo con vivezza)

queste parole le son belle e buone:

ma ben lungi son io da Salomone.

XXX. Quanto l’invidio, oimé, quanto non debbe

i miei mali irritar la sua fortuna!

Pe’ suoi reali passatempi egli ebbe

trecento belle; io non ne ho che una.

Ahi, non l’ho più! – Così dicendo, crebbe

del cor l’angoscia, e l’umor che s’aduna

nelle palpebre, corsegli veloce

sul regio naso e gli troncò la voce.

XXXI. Mentre piange così lungo la riva,

dentro un rozzo mantel, con un tarlato

collare al collo, un grosso ventre arriva

sovra un caval di trotto abbandonato.

Era Bonel, lui stesso: ognun che viva

nelle pene d’amor, sa quanto è grato,

dopo l’amato oggetto, il rivedere

il confidente d’ogni suo pensiere.

XXXII. Il re, prendendo e riprendendo lena,

con accenti di gaudio tremebondi

grida a Bonel: – Qual Dio mi ti rimena?

che fa Agnese? ove son gli occhi giocondi?

quali spiagge il suo sguardo rasserena?

ove trovarla? Di’, parla, rispondi. –

Alle inchieste che Carlo infilza a josa,

tutto conta Bonel cosa per cosa.

XXXIII. Conta come l’avean messo in guarnello;

come servito avea nella cucina;

come a Sandò scappato era bel bello

per prodigio con fuga clandestina,

mentre coll’armi si facea macello;

come per tutto la beltà divina

si gìa cercando; alfin contò benissimo

ciò che sapea, ma non sapea nientissimo.

XXXIV. Egli ignorava il fatto disonesto

del brutal cappellano, il rispettoso

amor del paggio amato; anche l’incesto

del santo monaster gli era nascoso.

Dopo aver di quel dubbio e poi di questo

preso e ripreso il filo doloroso,

maladetta la sorte e gl’inimici,

si trovàr più che prima ambo infelici.

XXXV. Era la notte, e il solco rilucente

di Boote era giunto al suo finire,

quando il buon Bonifazio umilemente

al re pensoso così prese a dire:

– L’ora è tarda: vi prego aver presente

che, prence o frate, ogni mortale, o Sire,

s’ha giudizio, cercar debbe a quest’ora

per cenare e dormir qualche dimora. –

XXXVI. Non fe’ risposta il re, tutto allo strazio

abbandonato dell’interna cura;

ma curvò il collo, e a mo’ di Bonifazio

a galoppar si die’ per la pianura.

Bonello, Carlo e il prete in poco spazio

si trovàr del castel sotto le mura;

del castel di Cuttandro, ove il bel paggio

sbatte i pensieri della luna al raggio.

XXXVII. Egli avea del dannato suo rivale

l’abbominevol corpo maledetto

strascinato e sepolto entro il canale;

né già del suo cammin perdea l’obbietto.

Ma sospiroso il suo dolor mortale

va divorando nell’occulto petto,

fiso il guardo sul ponte discortese,

che lo divide dalla cara Agnese.

XXXVIII. Ma come della luna al raggio amico

vide quei tre, la speme al cor rinacque.

Con un garbo e una grazia che non dico,

presentossi, ma il nome e il suo amor tacque.

Il suo dire, il suo volto almo e pudico

ispirò tenerezza e al prence piacque,

e Bonifazio carezzò il bel viso

con la man con lo sguardo e col sorriso.

XXXIX. Fatto il numero pari, ecco uscir fuori

le scorrenti due travi, ecco abbassato

il mobil ponte. I quattro corridori

fan gemere del ponte il tavolato.

Il panciuto Bonel tutto in sudori

va dritto alla cucina, appena entrato.

Pensa alla cena, e il frate ivi presente

grazie ne rende a Dio devotamente.

XL. Prende Carlo altro none, e, pria che posto

siasi Cuttandro in letto, a lui s’invia.

Complimentollo il buon barone, e tosto

al suo quarto il menò con cortesia.

Qui star solo alcun poco ha il re disposto,

per gioir della sua malinconia

e per piangere Agnese. Ah non sapea

come vicini que’ begli occhi avea!

LXI. Ben lo seppe Monroso. Egli al suo scopo

chiacchierar fece accortamente un paggio,

dir dove Agnese si riposa, e all’uopo

tutto osserva con occhio attento e saggio.

Quale un gatto talor che apposta il topo

con avide pupille al suo passaggio,

va piano piano, e la terra non sente

l’impressione dell’orme mute e lente;

XLII. poi, come il vede, addosso gli si caccia;

così Monroso avanzasi tentone

verso la bella, e innanzi invia le braccia,

tutto in punta di piedi, alto il tallone.

Agnese, Agnese, egli entra; alza la faccia.

Men veloce la paglia al paragone

vola all’ambra, e men pronto il ferro invita

con dolce simpatia la calamita.

XLIII. Il bel Monroso in arrivar si getta

alla sponda del letto a due ginocchi,

ove fra bianchi lini in sé ristretta

Agnese al sonno avea chiusi i begli occhi.

Né la forza né il tempo in quella fretta

ebbe alcun di far motto: appena tocchi,

prese foco la miccia, e un bacio ardente

unì l’avide bocche immantinente.

XLIV. Corse l’alma del labbro alle vivaci

rose e i begli occhi un dolce foco accese.

Le lingue loro si parlàr nei baci,

e solo il cor quell’eloquenza intese.

Muto linguaggio dei desiri audaci,

dolce preludio di più dolci imprese,

tregua un momento a musica sì bella;

date tempo al maestro di cappella.

XLV. Con sollecita mano Agnese intende

a dispogliar Monroso, a gettar via

l’incomodo vestir che le faccende

imbarazza d’amore e le disvia;

travestimento che natura offende,

che nell’età dell’oro era pazzia,

e cui principalmente abborre e sdegna

un dio ch’è nudo e d’andar nudo insegna.

XLVI. Oh Agnese! oh vista che rapisce il core!

è questa Flora e il volator marito?

è questa Psiche che carezza Amore?

o piuttosto la dea del pafio lito,

che in braccio del garzon languisce e muore,

dagli arabici tronchi partorito,

mentre Marte fra’ Sciti il carro aggira

e in un di rabbia e gelosia sospira?

XLVII. Il Marte intanto della Francia Carlo

nel fondo del castel sospira anch’esso

con Bonello, e, d’amor punto dal tarlo,

mangia poco e mal bee, cotanto è oppresso.

Un vecchio camerier, per allegrarlo,

senza farsi pregar, senza permesso,

ciarlone di mestier, con gran franchezza

narra a sua regia taciturna altezza

XLVIII. qualmente due beltà, l’una virile,

d’aspetto militar, nero capello,

l’altra azzurra i be’ rai, fresca, gentile,

dormivano ambedue dentro il castello.

Scosso il re, sulla coppia femminile

fa tosto i suoi sospetti, e dal donzello

si fa ben dire e ben ridire ancora

i tratti di colei che l’innamora;

XLIX. la rosea bocca, il crin, gli occhi, il pudico

portamento e il parlar che l’incatena.

– È dessa, è dessa, è l’idol mio, ti dico;

certo ne sono: al diavolo la cena.

Addio, Bonel; le corro in braccio, amico. –

Ciò detto, vola, ed in uscendo mena

un fracasso grandissimo. Ne nasca

che che si vuole, un re tutti ci ha in tasca.

L. – Agnese, ei grida, Agnese; – e il caro nome

d’Agnese ripeté tanto, che schietto

l’udì l’amante coppia, e se le chiome

non si rizzàr, tremò per altro il letto.

Come uscir d’imbarazzo? Udite, il come

l’ha tosto immaginato il pio paggetto.

Avea la stanza un grande armadio, e in quello

un picciolo oratorio e un altarello,

LI. ove a dir messa, se si vuol, talvolta

per venti soldi un cappuccin s’affretta.

Sopra il davanti in ben acconcia vòlta

s’apre una nicchia che il suo santo aspetta.

Questa sempre ai devoti occhi n’è tolta

da una sdrucita verde cortinetta.

Che fa Monroso? Come l’estro il piglia,

si caccia nella nicchia e s’accoviglia.

LII. Prende il posto del santo, e nudo nato

tiensi tremante in cor dietro le tele.

Vola re Carlo, e salta, appena entrato,

d’Agnese al collo e al gaudio apre le vele;

poi piagnendo usar crede il fortunato

dritto, cui gode ogni amator fedele,

principalmente un re. Freme a tai note

il santo ascoso e con rumor si scuote.

LIII. S’accosta il prence e tasta, e un corpo fresco

sente e s’arresta gridando: – Maria,

Satanasso, Gesù, santo Francesco! –

mezzo spavento e mezzo gelosia;

poi tira e tutta dell’altar sul desco

fa cader la cortina che coprìa

quella celeste amabile figura,

che a suo piacer formò l’alma natura.

LIV. Il bianco dorso, che il pudor volgea,

ai risguardanti, presentar si vede

ciò che senza pudor sottomettea

Cesare ne’ begli anni a Nicomede;

ciò che nel vago Efestion piacea

tanto al famoso di Filippo erede;

ciò che Adriano in ciel mise dappoi.

Quanto deboli, o Dio, sono gli eroi!

LV. Se il mio lettore il fil non ha smarrito

di questa istoria, rammentar dovrìa

che Giovanna nel campo ostil col dito

da Dionigi diretto, a bizzarria,

tre bei fiori di giglio, in sul tornito

cul di Monroso disegnati avìa:

a quel culo, a quei gigli, a quel blasone

Carlo orando si prostra ginocchione.

LVI. Crede che il nero Belzebù gli ordisce

qualche malizia, qualche tradimento.

Cade Agnese in delirio e tramortisce

di rossor, di rimorso e di spavento.

Le tasta Carlo il polso e si smarrisce,

ché la trova già fuor di sentimento.

Grida: – Ajuto, soccorso alla donzella!

il demonio è nel corpo alla mia bella. –

LVII. A quei gridi turbato e brancolando,

di Carlo il confessor lascia la cena;

Bonel v’accorre ansando, traballando;

salta in piedi Giovanna, e surta appena,

con la terribil destra impugna il brando,

e va dove rumor tanto si mena:

Cuttandro in questa saporitamente

se la dormiva e non sentiva niente.

NOTE AL CANTO DODICESIMO

Ottava VI, v. 8:

Caditoje (orig. mâchicoulis) son certe aperture lasciate fra i merli, dalle quali si può tirare sopra i nemici, mentre sono nei fossi.

Ottava XIX, v. 2-3:

Le pistole non furono inventate che molto tempo dopo a Pistoja.

Ottava LI, v. 1-2:

In quel tempo non v’erano i frati cappuccini. Ma l’anacronismo non toglie nulla alla poesia.

CANTO TREDICESIMO

ARGOMENTO.

Trimuglio e Dorotea, Carlo ed Agnese,

Giovanna e il gran Bastardo in compagnia

stanno rincontro d’uno stuolo inglese

che a lor traversa a gran noja la via.

Giovanna con Sandò viene alle prese,

coglie il Prete una strana fantasia:

Sandò sfiorar l’Amazzone procaccia,

ma la salva il nodetto alla legaccia.

I. Era l’alma stagion che il dio di Delo

delle mèssi i bei dì sul carro adduce,

quando, allungando delle notti il velo,

torna i giorni a menar dell’aurea luce,

e lentamente trascorrendo il cielo,

ritroso all’equator si riconduce,

vago di contemplar quanto più puote

il mio bel clima dall’eteree ruote.

II. Corre allor la tua festa, o Precursore

santo Giovanni, de’ Giovanni il primo,

che gridavi al deserto ascoltatore:

– Lasciate, o genti, de’ peccati il limo;

preparate le strade del Signore. –

Ti son servo, o gran Santo, e assai ti stimo,

e te stimo del par, Gianni secondo,

che viaggiasti della luna al mondo.

III. Deh, s’egli è vero, Apostolo divino,

ch’ivi Astolfo assumesti allor che rese

il cervello ad Orlando paladino,

rendi a me pure il mio, spirto cortese.

Tu proteggesti il grande e pellegrino

cantor che un dì la corte ferrarese

rallegrò con le tante (ah fosser mie!)

leggiadrissime sue coglionerie.

IV. Se al libero parlar désti perdono

ch’ei ti drizzò ne’ lieti versi sui,

anche a me di tua grazia oggi fa’ dono,

ché certo n’ho bisogno io più di lui.

Sai che i cervelli de’ mortali or sono

manco discreti e più balordi e bui

che nol fùro a’ bei giorni in che la stella

d’Ariosto facea l’Italia bella.

V. Tu dal biasmo mi salva e dalla rogna

dei censor gravi del mio stil leggero.

Se uno scherzo talor che par menzogna,

di riso adorna il mio lavor severo,

so poi serio tornar quando bisogna;

ma seccar non vorrei, per dirti il vero.

Tu mi assisti e presenta umili e schietti

al tuo compar Dionigi i miei rispetti.

VI. Al rumor che narrai, già la Pulcella

in sembianti accorrea tremendi e fieri,

quando, affacciata ad una finestrella,

vide arrivar cavalli e cavalieri:

leggiadra schiera, e seco una donzella

d’amabili sembianze, e assai scudieri,

che tenean nelle mani in vaga mostra

della guerra il corredo e della giostra.

VII. Cento scudi tenean su cui leggera

ripercoteva il tremolante lume

la queta delle notti alma corriera,

e cento elmetti d’òr carchi di piume,

e cento lance di ferrata e fiera

punta guarnite, e nastri di costume,

che di vario color trastullo ai vènti

dalle acute pendean cime lucenti.

VIII. Ciò vedendo, per fermo ebbe Giovanna

che questa è truppa di breton che audace

ha sorpreso il castello: ma s’inganna

goffamente Giovanna, con sua pace.

Nella guerra il veder nostro s’appanna,

come in ogni altro obbietto, e mi dispiace

che, in ciò peccando l’eroina spesse

volte, Dionigi mai non la corrèsse.

IX. Non fu dunque nimica compagnia

che preso allor Castel Cuttandro avea,

ma Dunoè che di Milan venìa,

quel grande Dunoè di cui sapea

la Pulcella sì ben la leggiadrìa.

È Trimuglio con esso e Dorotea,

tutta amor, tutta gaudio, e nol nasconde:

e certamente che ne avea ben donde.

X. Ella viaggia col suo caro amante,

col caro amante, di cui tempra il core

tenerezza sì pura, e cui costante

governa l’onestà, punge l’amore.

Ella ne segue con onor le piante,

né più téma ha del padre inquisitore.

Due a due, giusta l’uso, il buon drappello

penetrato la notte era in castello.

XI. Lieta Giovanna di cotal ventura,

lor vola incontro avvolta nella maglia.

Il buon re, che la vede e si figura

ch’ella scenda in quel punto alla battaglia,

piglia lo scudo anch’esso e l’armatura,

e dietro a quella con ardir si scaglia,

e nell’error che inganna il suo coraggio,

lascia di nuovo con Agnese il paggio.

XII. Felice paggio, e più felice assai

che il più grande de’ regi e il più cristiano!

Quai grazie al Santo allor rese non hai

di cui sopra l’altare empiesti il vano?

Rivestirti convenne, e sopra i gai

lisci avori del tuo bel deretano

rassettar prontamente le tue vaghe

nido d’amore avventurose braghe.

XIII. Con la tenera mano timorosa

ti stava intorno ad aitarti Agnese,

e la man si smarriva ed amorosa

errò sovente e il suo lavor riprese.

Quai baci della bocca in su la rosa

non raccolse nell’ora e quai non rese?

I begli occhi parean, mentre finìa,

pur dire: – Un’altra volta, anima mia. –

XIV. Monroso al parco scese zitto e quieto,

e il padre Bonifacio dal terrazzo

sospirò santamente in suo segreto,

passar veggendo così bel ragazzo.

Ché, sebben sulla carne avesse il veto,

pur dentro si sentìa qualche imbarazzo.

Agnese dal suo canto a meraviglia

compose il volto il favellar le ciglia.

XV. Venne quindi al re Carlo il confessore,

lo consolò, l’assicurò con dire

che nella nicchia un angel del Signore

era sceso dal ciel per avvertire

che il poter degl’Inglesi è all’ultim’ore,

che tra poco dovea tutto finire,

e che tutta dell’armi avrìa la gloria

il re Carlo ottenuta e la vittoria.

XVI. Era credulo il re, quindi ingojata

l’ha subito. Giovanna l’eloquenza

del reverendo appoggia, ed ispirata,

– Di Dio, grida, accettiam l’alta assistenza.

Gran re, venite, raggiungiam l’armata,

che a ragion duolsi della nostra assenza. –

– Venite, o Prence, – replicò veloce

Dunoè con Trimuglio ad alta voce.

XVII. E qui gli eroi la bella milanese

presentaro al buon re, che trasse il guanto;

e il bacio d’amistà gli porse Agnese

con quel bocchin, che tenterebbe un santo.

Alfin l’illustre compagnia francese

del castello partissi. Il cielo intanto,

che le bizzarre passion vedea

di questo mondo sublunar, ridea.

XVIII. Ridea, pei campi camminar mirando

questo d’amanti eroi scelto squadrone.

Presso ad Agnese il re va galoppando,

ed ella, ch’esser fida ognor dispone,

gli presenta la man di quando in quando,

stringe quella del re con passione;

e intanto (oh colmo di fralezza umana!)

va Monroso adocchiando alla lontana.

XIX. Il padre confessor vien loro appresso,

salmeggiando e dicendo l’ordinario

di chi viaggia, e s’interrompe spesso

fra cause tante di pensier contrario.

E distratto volgea l’occhio sovr’esso

Carlo, Agnese, il bel paggio e il suo breviario,

mentre Trimuglio, che d’amor si bea,

caracolla d’intorno a Dorotea.

XX. Ebbra di tenerezza, ella il suo dio

lo chiama, e quasi ad ogni detto scocca:

– Mio salvator, mia vita, idolo mio, –

con gli altri nomi che amor pone in bocca.

– Con voi, l’altro dicea, con voi vogl’io

viver dopo la guerra alla mia ròcca,

sol vivere con voi per cui mi moro:

quando verrà quest’ora, o mio tesoro? –

XXI. Dappresso ne venìa quella guerriera,

quel sostegno del trono, amor del cielo,

Giovanna in giubba e gonnellin di vera

amazzone, senz’arco e senza tèlo.

Ricco d’oro e di piume orna l’altera

sua fronte un cappellin che verde ha il pelo.

Tale in mostra ne vien l’alta donzella

sul fiero suo ronzin, rozza ma bella.

XXII. Or di trotto cammina, ora di passo,

or chiacchiera con questo, ora con quello:

sopra tutto col re gode far chiasso

e s’ingalluzza come un pavoncello;

pure talvolta sospirando basso

pel grande Dunoè d’armi fratello.

L’avea visto un dì nudo, e questa idea

in tumulto il suo cuor sempre tenea.

XXIII. Con la barba Bonel da patriarca,

sbuffando di sudor, chiude il cammino.

Oh d’un grande grandissimo monarca

servidor senza prezzo e pellegrino!

Ei pensa a tutto, ei due gran muli incarca

con due barili di nettareo vino,

di presciutti, salsicce e poltarelle,

di cappon cotti e crudi e mortadelle.

XXIV. Eran già lunge, allor che per la via

Sandò, cercando Agnese ed il suo paggio,

i nostri prodi ad incontrar venìa

in fondo a un bosco in non so qual passaggio.

Stuol di fieri bretoni lo seguìa

pari in numero a quello ed in coraggio

dell’amoroso re; ma veramente

d’una specie alcun poco differente.

XXV. Belle tette, begli occhi eran con Dio

tra i franchi, e nulla tra i breton di questo.

– Oh, oh, diss’egli minaccioso e rio

Messieurs galanti, che di cuor detesto,

voi dunque avete tre donzelle, ed io,

io Sandò neppur una? Animo, lesto,

quattro colpi, e vediam chi meglio adopra

lo stocco e l’asta e sa restar di sopra.

XXVI. Qualunque fra di voi più baldo ha il core,

facciasi avanti ed entri nella lizza,

e delle tre si tenga il vincitore

la donzella che più gli ghiribizza. –

Punto il re da quel dir, che poco odore

avea di verecondia, arse di stizza:

vuol punirlo, s’avanza e l’asta prende,

ma lo ferma il Bastardo e gliel contende.

XXVII. – Deh non mi fate della grazia niego

ch’io vendichi voi, disse, e queste dame! –

Corse Trimuglio e fa il medesmo priego;

ognun di quell’impresa ha le sue brame.

Bonel, sempre paciero, un suo ripiego

propon, che dell’onor di quel cartame

arbitra sia la sorte, onde gli esempi

de’ guerrieri seguir de’ prischi tempi.

XXVIII. E ciò vediam noi farsi anche in alcuna

repubblica moderna, ove talora

si lasciano del dado alla fortuna

(e ciò va meglio) i primi posti ancora.

E se in libro sì bel lice qualcuna

gente citar d’ogni sospetto fuora,

vi dirò che in tal modo ebbe Mattia

il loco che lasciò l’anima ria.

XXIX. Tien Bonello tremando il bossolotto;

teme per Carlo, squassa i dadi e tira.

Dionigi, che a un balcon s’era condotto

del ciel, con paterni occhi il tutto mira;

e l’Eroina e l’animal che ha sotto,

contemplando di là, conduce e gira

nell’urna il caso; ed ecco uscir, siccome

piacque a Dionigi, di Giovanna il nome.

XXX. Nomar te fece, o gran guerriera; e questo

onde farti obbliar l’infame e brutto

scherzo del grande francescan rubesto,

che quasi il tuo bel fiore ebbe distrutto.

Lieta allor la donzella presto presto

corre al re, corre all’armi, e casta in tutto,

modestamente va verso un buscione

a slacciarsi il corpetto ed il giubbone.

XXXI. E riveste l’arnese e il sacro brando,

che già pronto le tiene uno scudiero:

poi monta il suo ronzin, l’asta squassando,

serra il ginocchio e sprona in atto fiero,

l’undicimila vergini invocando,

del santo pulcellaggio onor primiero.

Sandò, che nulla in Cristo ha fede, o poca,

vien superbo all’assalto e nulla invoca.

XXXII. Pari entrambi di furia e di bravura,

ecco Giovanni con Giovanna in campo.

I corsieri in ferrata bardatura

partono, punti dallo spron, qual lampo.

Urtansi, e urtata sulla testa dura

l’armatura si spezza e getta un vampo,

e al sangue del cavallo e del somaro

si mesce il lampo del rotante acciaro.

XXXIII. All’orribile scontro le gementi

rupi d’intorno rimbombaro e i liti.

N’andàr sossopra i corridori ardenti

con otto zampe all’aria, e sbalorditi,

uscìr netti d’arcione i combattenti,

e sulle groppe caddero storditi.

Credé morti ciascuno i due corsieri,

e tremò per entrambi i cavalieri.

XXXIV. Ma risorgono ratti e si riattaccano,

quai due vesciche ch’a due corde pendono,

tese ad eguali estremità, e si staccano

in una curva, e a un tempo istesso scendono.

I grossi corpi s’urtano, s’ammaccano,

e ripercossi con rimbombo ascendono

per la medesma via, moltiplicato

il lor peso dal moto accelerato.

XXXV. Ma de’ Francesi l’Eroina in dosso

sì forti non avea le carni sue,

sì muscolosi i nervi e duro l’osso

come il grande Sandò, che avea del bue.

Disquilibrossi adunque, e il corpo mosso

fuor del suo centro in un momento fue,

ché l’asino le fece una corvetta,

e tutta lunga e stesa al suol la getta.

XXXVI. Cade l’alta guerriera in mezzo al prato

sul suo bel dosso e sulle cosce bella,

nella forma e nel modo appropriato

che cader debbe sempre ogni donzella.

Crede Sandò aver posto in quello stato

o Carlo o Dunoè, quindi di sella

smonta per tosto contentar la vista

più da vicino sulla sua conquista.

XXXVII. Slaccia l’elmo e una testa fuor ne tira

ove un pajo di grandi occhi languisce;

slaccia i cordoni dell’usbergo e mira,

oh vista che rallegra e sbalordisce!

due gran tette in cui l’anima sospira,

mezzo rotonde, separate e lisce,

con due vermigli bottoncelli in vetta,

pari a quei della rosa verginetta.

XXXVIII. Fama è che allor quel crudo ad alta voce

la prima volta benedisse Iddio.

– La gran Pulcella è mia, grida il feroce,

e l’Inghilterra vendicar degg’io.

Questa fiera beltà, che sì le nuoce,

abbattiamo, e fia doppio il merto mio.

Poi san Dionigi facciami il dottore;

risponderan per me Marte ed Amore. –

XXXIX. – Ah spingete, Milord, bravo, spingete,

gridava il suo scudier, ch’era un uom saggio;

questo servigio al re vostro rendete,

assodatene il trono, via, coraggio.

Così frate Capocchio scornerete,

il qual dice che questo pulcellaggio

è il famoso Palladio de’ Trojani,

è l’ancile dal ciel sceso ai Romani.

XL. Dice che questo all’angle squadre è morte,

e vittoria de’ Franchi alle bandiere;

che questo è l’orifiamma; onde, alle corte,

pigliatelo, e staremo indi a vedere. –

– Sì, rispose, il milordo, e avronne in sorte

due gran beni, la gloria ed il piacere. –

Giovanna intanto ad un parlar sì pazzo

di raccapriccio trema e di quel cazzo.

XLI. Né, potendo far meglio, al ciel si volta,

e mille vóti al suo Dionigi estolle.

Ma il grande Dunoè, che l’empio ascolta,

d’orror freme e di sdegno avvampa e bolle.

E il carco d’impedir l’impura e stolta

vittoria di quel rio sopra sé tolle:

ma come farlo? Ovunque onor s’estima,

dée la legge dell’armi esser la prima.

XLII. Co’ piedi all’erta e il capo al suol supino,

basso l’orecchio e scorticato il muso,

languidamente il celestial ronzino

guarda Sandò con mesto occhio confuso.

Ei nudriva nell’animo asinino

per Giovanna un amor discreto e chiuso,

sentimenti gentili e d’onor pieni,

noti ben poco a gli asini terreni.

XLIII. D’altra parte, di Carlo il confessore

grinza il pelo al parlar del crudo inglese.

Pel real penitente è il suo timore:

teme che a sostener l’onor francese,

onor che tanto ponsi in disonore,

ei non faccia altrettanto con Agnese,

e che Trimuglio, nella stessa idea,

non l’imiti egli pur con Dorotea.

XLIV. Quindi a pie’ d’una quercia in orazione

a meditar si mise, in sé ristretto,

la natura, gli effetti e la cagione

del dolce fallo che lussuria è detto.

E immerso nella sua meditazione

il buon servo di Dio, nell’intelletto

una stupenda vision gli piobbe,

molto simile al sogno di Giacobbe.

XLV. Questo santo e felice menzognero

guantopeloso, che con voglie ghiotte,

da circonciso consumato e vero,

vendé sì care le lenticchie cotte,

questo vecchio Giacobbe, oh gran mistero!

vide verso l’Eufrate una tal notte

mille montoni in fretta saltellare

sulle lor mogli che lasciavan fare;

XLVI. vide cose più belle il nostro frate;

vide allo stesso lavorìo giocondo

correr gli eroi della futura etate.

Vide l’amiche che i padron del mondo

traggono avvinte appiè della beltate,

altre di nero crine, altre di biondo.

Stassi ognuna col vago e la ricigne

de’ bei lacci che Pafo ordisce e strigne.

XLVII. Tale al tornar di Zefiro e di Flora,

quando raccende primavera i cuori,

gli augelletti al garrir della fresc’òra

movon le foglie co’ lor dolci amori;

dalla sua cuna il vermicel vien fuora,

si bacian le farfalle in cima ai fiori,

e i lion vanno sotto l’ombre spesse

mansueti a coprir le lionesse.

XLVIII. Francesco primo primamente ei vede,

il prode e fido cavalier, che obblìa

con le catene che d’Etamp gli diede,

quelle che ritrovò, vinto, a Pavia;

poi Carlo quinto di due belle al piede,

che ad un tempo l’alloro al mirto unìa.

Quai regi, oh giusto ciel! Mestier sì bello

porta a questo la gotta, e peggio a quello.

XLIX. Presso alla dolce Poitiers si mira

scherzar la voluttà col viso amico,

quando teneramente ella sospira

svenuta in braccio del secondo Enrico:

di Carlo nono il successor delira

d’un altro gusto, per un paggio, io dico,

cui ridendo prepone alla sua bella,

senza badar del regno alla procella.

L. Ecco il sesto Alessandro, ecco il buon servo

dei servi del Signor, ch’alto scompiglia

tutta la terra: vedesi il protervo

in cento aspetti offrire maraviglia.

Senza tiara e caldo dentro il nervo,

nella Vanozza ei pianta una famiglia.

Poi miri il santo padre un po’ più basso

con Lucrezia sua figlia andar nel chiasso.

LI. O decimo Leon, prence de’ ghiotti!

o Paol terzo! in così dolci imprese

voi siete d’ogni re più esperti e dotti:

ma voi cedete al grande Bearnese,

al gran vendicator degli Ugonotti,

cento volte più chiaro e più palese

per Gabriella sua, che per vent’anni

d’illustri fatti e di guerrieri affanni.

LII. Ecco il grande Luigi, invitto e molle

del secol di portenti arrecatore.

Vedi la corte sua superba e folle,

ove Amor di tutt’arti è precettore.

Amor le mura di Versaglia estolle;

malgrado del furor di Marte, Amore

a gli occhi dell’attonito Parigi

alza un trono di fiori al gran Luigi.

LIII. Al più bel de’ monarchi Amor per mano

guida la calda turba desiosa

de le belle rivali. Offre al sovrano

la Mancini d’amor la prima rosa;

poi la dolce Vallier, la Montespano,

tenera quella e questa ambiziosa:

l’una ha tutte al piacer le fibre intente,

vende l’altra il piacer, ma non lo sente.

LIV. Ecco i giorni beati, ecco l’impero

delle Grazie, cioè della Reggenza.

La Follìa con sonaglio e pie’ leggero

scorre la Francia, e seco è la Licenza.

Niuno si degna d’esser santo, ovvero

tutto fassi, fuorché la penitenza.

Il buon Reggente il regno del bordello

dona a Parigi dal suo regio ostello.

LV. E tu rispondi a quel segnal diletto

dal sen di Lussemburgo, o peregrina

stella di corte, tu cui, piena il petto

della dolce di Bacco aura divina,

Amor conduce dalle mense al letto….

Ma zitto, o Musa, e non osar meschina

di quest’ultima età pinger la scena,

bella, gli è ver, ma di perigli piena.

LVI. Perché l’arca fatal del Testamento

è questo tempo: chi toccarla ardìa,

dal ciel punito per altrui spavento,

tosto morto cadea d’apoplessia.

Tacerò; ma se fossi oso, o portento

di grazia, di candor, di cortesia,

o bella de le belle, al par vezzosa

d’Agnese, ma più fida e generosa;

LVII. se al tuo ginocchio carnosetto osassi

quell’incenso offerir devotamente

che a Venere si dée; se rivelassi

tutta quanta d’amor l’arte possente;

se di quel caro nodo alfin cantassi;

se dicessi… ma no, non dirò niente.

Troppo basso è il mio dir, tu troppo bella,

graziosa, gentil, dolce Tornella.

LVIII. Qui finalmente il reverendo estatico

vide tutto ciò ch’io veder non oso.

Con avido ma casto occhio ipostatico

contemplò lo spettacolo amoroso

de le belle dei re, di quel simpatico

favor vietato; e allora sospiroso,

– Oimé, disse, se i grandi della terra

a due a due fan questa eterna guerra,

LIX, se questo è fato universal, degg’io

dolermi che Sandò slarghi le penne

sulla brunetta sua? Dunque di Dio

la volontà sia fatta. Amen, amenne. –

Disse, e, credendo di goder l’uom pio

di ciò che vede, dal piacer si svenne.

Ma che a ruina quel breton mettesse

Giovanna e Francia, il ciel non lo concesse.

LX. La malìa del nodetto alla legaccia

tu conosci, o lettor. Questo è un dannato

rimedio, di che un santo non s’impaccia,

se non che quando il caso è disperato.

Questo al povero amante il foco agghiaccia,

sì che stupido, floscio, assiderato,

si maciulla il meschin senza godere,

consumato sull’orlo del piacere.

LXI. Tale in campo scoperto un fior talora,

quando il sol più cocente alto cammina,

ristringe le sue foglie e si scolora,

e su l’arido stelo il capo inchina.

Mentre dall’aure e dalle piogge implora

e la vita e il color, la contadina,

che morto il vede e con la testa bassa,

reclina il guardo disprezzante e passa.

LXII. Per tal modo Dionigi ebbe deluso

del fiero inglese la brutal conquista.

Giovanna al vinto vincitor confuso

scappa, e, mentr’ei li perde, i sensi acquista.

Quindi, gridò tremenda oltre uman uso:

– Ve’ che invitto non sei qual sembri in vista;

vedi che in sì gran pugna, anima sciocca,

Dio t’abbandona, e il tuo caval trabocca.

LXIII. Saprò nell’altra vendicarmi un giorno;

Dionigi il vuole e me ne fa sicura.

Or te con tutti i tuoi guerrieri intorno

invito d’Orlean sotto le mura. –

Cui l’altro: – E tu colà, bel viso adorno,

pulcella o no, m’avrai per tua sciagura.

Il forte Giorgio sarà meco, ed io

riparar ti prometto il torto mio. –

NOTE AL CANTO TREDICESIMO

Ottava XXVIII, v. 1-4:

Gli esempi del gettare le sorti son frequentissimi in Omero. Parimente li Ebrei solevano indovinare gettando le sorti. È detto che il decidere chi dovesse entrare nel posto di Giuda fu rimesso alla sorte; e dice il Voltaire che, al suo tempo, a Venezia, a Genova e in altri paesi, si faceva lo stesso di alcune cariche.

Ivi, v. 8:

Cfr. Dante, Inf., XIX, 96.

Ottava XXX, v. 7:

Buscione, macchia, cespuglio.

Ottava XLV, v. 1-4:

L’A. allude manifestamente all’artifizio a cui ricorse Giacobbe quando si finse Esaù. La parola guantopeloso sta a significare i guanti di pelle e di pelo coi quali si coprì le mani.

Ottava XLVIII, v. 3:

Anna di Pisseleu, duchessa di Étampes.

Ottava XLIX, v. 1:

Diana di Poitiers, duchessa di Valentinois.

Ivi, v. 5-6:

Enrico III e i suoi bagascioni.

Ottava LI, v. 7:

La famosa Gabriella d’Estrées, duchessa di Beaufort.

Ottava LIII, v. 3-4:

Il testo dice: de Mazarin la nièce. Fu poi moglie del contestabile Colonna.

Ottava LX, v. 1-2:

Un tempo si stringevano i calzoni con un legacciolo; e d’un uomo a cui non fosse riuscito di far quell’uffizio, dicevasi che quel legacciolo gli si era annodato. È stato sempre creduto che gl’incantatori possano impedire la consumazione del matrimonio; il che si diceva far un nodo alla legaccia. I legaccioli passaron di moda sotto Luigi XIV, cominciandosi allora a mettere i bottoni alle brache.

CANTO QUATTORDICESIMO

ARGOMENTO.

Per virtù del pacifico Bonello

ogni rivale ostilità si cessa.

Dorotea tutta sola in un sacello

entra, e v’ascolta la seconda messa.

Sandò dietro le tiene, e nel più bello

ch’ella stassi raccolta e genuflessa,

le palpa il culo; ma col suo morire

sconta al Bastardo il temerario ardire.

I. Divina voluttà, Venere bella,

degli uomini piacere e degli dèi,

che, di natura in un madre e sorella,

l’ombre eterne fugando, il ciel ricrei;

che col dolce seren della tua stella

tutte cose create informi e bèi,

le rinnovi, le nutri, ed il sentire

e il desiar ne doni ed il gioire;

II. o diva d’Epicuro, o tu che, quando

stringi Marte al tuo seno e Giove in trono,

all’uno involi col sorriso il brando,

col guardo all’altro la saetta e il tuono;

che, l’aria, il ciel, la terra e il mar temprando,

spargi i piaceri, che tuoi figli sono;

scendi, o Dea de’ bei giorni, o Dea de’ cuori,

dalle Grazie seguìta e dagli Amori.

III. Scendi sul tuo bel carro, a cui fan velo

di lor fresc’ali le lascive aurette,

mentre, lievi baciandosi pel cielo,

traggonlo le colombe amorosette;

vieni, e col riso che dissolve il gelo

de’ crudi verni e fa fiorir l’erbette,

d’amor raccendi l’universo e poni

le sue tempeste in calma e le tenzoni.

IV. Apri il labbro rosato, e alla tua voce

le discordie, i sospetti e le querele,

la noja, più di lor dura e feroce,

e l’invidia dal losco occhio crudele,

sian d’Averno respinte entro la foce

a pascersi laggiù di pianto e fele,

le mani avvinte di catena eterna;

e tu sola quaggiù l’alme governa.

V. E sì tra lor le stringi e le consiglia,

che alfin di tutto l’uman germe errante

una sola si formi ampia famiglia

che amando viva e si propaghi amante.

Divisione dell’Averno è figlia.

Strugga il foco le leggi e vane e tante

che l’orgoglio creò, segue il timore:

una sola ne regga, e sia d’amore.

VI. Guida intanto, o gran Dea, guida in sicuro

re Carlo che difende il suo paese;

salva al suo fianco e ognor fedele e puro

il cor gli serba de la bella Agnese.

Per questi amanti, o Diva, io ti scongiuro,

per Giovanna non già, che non intese

tue sante leggi ancora. Ell’è pulcella:

tocca a Dionigi il vigilar sovr’ella.

VII. Ti raccomando ancor con efficace

umil prego Trimuglio e Dorotea.

Nel lor tenero cor serba la pace;

e ch’ella dall’amante in cui si bea

non si parta giammai: fa’ che le brace

non rivegga mai più con che volea

purificarla il padre inquisitore

onde dar gusto al cielo e a monsignore.

VIII. E tu, Como, ricolma d’ogni pro

il mio caro Bonello: egli n’è degno,

perché seppe tra Carlo e tra Sandò

indur la pace e un amical convegno.

Egli ottenne (sì ben s’adoperò)

che, queto tramendue l’odio, lo sdegno,

e l’una e l’altra schiera andar potesse

col Ligeri fra mezzo ove volesse.

IX. Ai Bretoni die’ poi l’uomo compìto,

secondo i gusti ed i costumi inglesi,

un roastbeef che di burro era condito,

dei plumpuddings, dei vini bordelesi;

l’altre vivande di sapor squisito

son per le… per le belle e pei marchesi;

gl’intingoli vo’ dir piccanti e fini,

e le starne dai piedi porporini.

X. Dopo aver vuote assai bottiglie, adunque,

lunghesso il fiume s’avviò l’Inglese,

giurando che le sue ragioni, ovunque

ritrovasse Giovanna, avrìa riprese.

Intanto ripigliò per un qualunque

bisogno il paggio, con dolor d’Agnese;

e Giovanna, rimesso il cor gagliardo,

tornò di nuovo accanto al buon Bastardo.

XI. Dalla sua torma Carlo accompagnato,

Agnese in testa, Bonifazio in coda,

già d’un tratto di lega ha rimontato

la fiorita del fiume amena proda.

Qui la Loira in letto delicato

con rumor più tranquillo avvien che s’oda

volgere l’onda, e l’onda in sé smarrita

bacia la riva che a restar l’invita.

XII. Di tremoli battelli e di consonte

tavole vecchie fatto a discrezione,

unisce l’una e l’altra riva un ponte,

e una cappella al suo sboccar s’oppone.

Era giorno di festa: umìl la fronte

un eremita in zoccolo e cordone,

con rauca monacal voce nasuta,

storpia una messa, ed un fanciul l’ajuta.

XIII. Carlo co’ suoi di buon mattin l’avea

già nel castello di Cuttandro udita;

ma due n’ascolta sempre Dorotea,

due per lo meno, se non è impedita:

e ciò dal giorno praticar solea

che, a vendicarla, la Bontà infinita

dell’invitto Bastardo il braccio elesse,

e l’innocenza e l’amor suo protesse.

XIV. Si rassetta, discende, entra in cappella,

segna in tre spruzzi d’acqua santa il viso,

s’inginocchia e le man giunge la bella

con gli occhi al suolo, il core al paradiso.

Il romito, voltandosi vers’ella,

fuor di sé stesso e còlto all’improvviso,

dir volle: Orate, fratres; ma gli uscìo

l’intelletto, e gridò: – Bella, per Dio! –

XV. Nella stessa cappella entra frattanto

Sandò per passatempo e non per zelo.

Con la test’alta nel passarle accanto

saluta la beltà ch’è assòrta in cielo:

passa e ripassa, e a spregio d’ogni santo,

perché sul core avea tanto di pelo,

dietro a lei s’inginocchia e, vedi il mostro!

fischia invece di dire il paternostro.

XVI. Col cuor contrito e al suo signor levato,

con un’aria che proprio ti rapìa,

operando la grazia, al suol prostrato

tenea la bella il volto e non sentìa.

Stando così col suo bel culo alzato,

il malaccorto gonnellin scoprìa

le bellissime gambe, a cui die’ Amore

il contorno e la neve il suo candore.

XVII. Credo ch’altre sì bianche e sì ben fatte

mai non vide Atteone alla fontana.

Sandò, che in ciel non ha le idee distratte,

arse allor d’una voglia assai profana.

Sotto il bel velo che coprìa quel latte,

latte incarnato, la sua man villana

insinuando viene, e all’impudico

del santo luogo non importa un fico.

XVIII. Guardimi Dio, lettor, d’inferocire

il tuo pensiero verecondo e il guardo.

Il mio pennello è casto, e il grande ardire

non osa colorir di quel gagliardo.

Ma Trimuglio, che visto ha disparire

lei che d’amore al cor gli fisse il dardo,

va verso la cappella; Amor gli è duce:

e sin dove quel Dio non ci conduce?

XIX. Nel momento che il nostro reverendo

col Dominus vobiscum si volgea,

entra e vede Sandò, che insolentendo

sopra il più bel dei culi si tenea,

mentre, smarrita e il ciel di gridi empiendo,

la devota beltà si contorcea.

Ecco quattro figure in cui provarsi

i migliori pennelli e scapricciarsi.

XX. Grida irato Trimuglio ad alta voce:

– Tu dunque ardisci, cavalier scortese,

profanator vigliacco della croce,

l’infamia tua portar sin nelle chiese? –

Rassettando i calzoni e con feroce

dispregio uscendo, replicò l’inglese:

– A te che importa? E a che mi rompi l’ano?

Sei tu di questa chiesa il sagrestano? –

XXI. – Molto di più, rispose l’altro allora:

l’amato amante di costei mi chiamo;

e l’onor di colei che m’innamora,

vendicar soglio, e a te provarlo or bramo. –

E a lui l’inglese: – Tu potresti ancora

rischiarvi il tuo, coglion: ci conosciamo:

son Giovanni Sandò, se non lo sai,

che squadra i culi e il suo non mostra mai. –

XXII. Il buon francese e il derisor bretone

i cavalli da giostra apprestar féro:

l’asta e lo scudo e questo e quel campione

riceve dalle man dello scudiero:

salta in sella, e la lizza a tutto sprone

passa, ripassa disdegnoso e fiero:

di Dorotea le grida, i pianti, i preghi

non fan che alcuno di quei due si pieghi.

XXIII. Le dice il suo fedel: – Dolce mia vita,

a vendicarvi io volo od a morire; –

ma la buona intenzione è qui tradita,

ché né questo né quello ha da seguire.

Già in due parti al nemico avea ferita

spezzata la corazza, e con ardire

già la palma cogliea, quando il cavallo

cade e un calcio gli trae da fracassallo.

XXIV. Lo coglie in testa, rompegli l’elmetto,

e gli fa nella fronte una gran piaga.

Accorre l’eremita benedetto,

e visto che di sangue il suolo allaga,

lo tien per morto: con pietoso affetto

In manus tuas gli grida, e non s’appaga,

ché lo vuol confessar. Ma chi frattanto

dirà di Dorotea la doglia e il pianto?

XXV. Come in lui senza moto il guardo affisse,

disperanza le chiuse il varco al grido;

e quando alfin poté parlar, che disse?

– Dunque, ben mio, tu muori ed io t’uccido?

Mai momento non fu che dipartisse

me dal tuo fianco; un sol momento, o fido,

potei lasciarti e nol doveva: or quella

che mi manda in ruina, è una cappella.

XXVI. Ho tradito l’amore e il mio compagno

per ascoltar due messe ogni mattina:

questo di mia pietà, questo è il guadagno. –

Così parla piagnendo e si tapina.

Sandò ride nel mezzo a questo lagno;

indi, vòlto al caduto e alla meschina:

– Voi, francese mio bel, fior de’ campioni,

e voi, devota mia, siete prigioni.

XXVII. Tal dell’armi è la legge, ed è mestiere

rispettarla dovunque si duella.

Ebbi Agnese un momento in mio potere,

poi mi posi di sotto la Pulcella.

Feci mal, lo confesso, il mio dovere,

e ne arrossisco: ma con voi, mia bella,

emenderò i miei torti, e il vostro amato

ne dirà dopo il suo parer sensato. –

XXVIII. All’orrende parole un terror cupo

gelò a gli amanti il sangue e all’eremita:

tale in fondo di cavo atro dirupo

sanguinosa rimansi e sbalordita

la pastorella che veduto ha il lupo

al suo cane fedel toglier la vita,

e già l’armento, che la téma agghiaccia,

d’ogni parte sbranato o fuor di traccia.

XXIX. Ma il giustissimo cielo invendicati

più non sofferse così grandi eccessi

e tanti di Sandò gravi peccati;

gli adulterii, gli stupri così spessi,

l’empietà, le bestemmie, i violati

tanti ragazzi, alfin tutti fur messi

sulla stadera dell’empirea corte

e pesati dall’angel della morte.

XXX. Il grande Dunoè dall’altra riva

già vista avea la pugna; al suol caduto

Trimuglio, e la donzella semiviva

che in braccio lo si tien mezzo svenuto,

l’eremita che l’alma fuggitiva

raccomanda, e Sandò che pettoruto

al cavallo fa far la capriola:

a quella vista sprona, corre, vola.

XXXI. Varcato appena ha il ponte e nel cospetto

giunto appena è l’eroe di quell’altero

(solean gl’Inglesi allor senza rispetto

chiamar le cose pel lor nome vero),

che un figlio di puttana tondo e netto

il timpano percote al cavaliero.

– Sì, lo son, rispos’ei feroce in atto;

e ne ringrazio il conio che m’ha fatto.

XXXII. Tal fu Romolo, Bacco, Ercol, Perseo

che dai furfanti liberàr la terra;

ed è con questa intenzione, o reo,

che in lor nome ti sfido e ti fo guerra.

Va’, ricòrdati ciò che un giorno feo

un bastardo normanno all’Inghilterra.

O bastardi di Giove, or voi guidate

i miei colpi e con voi me vendicate. –

XXXIII. Questa preghiera, a dirla schiettamente,

poco a un guerrier cristiano convenìa;

ma il nostro eroe sapea perfettamente

fin da fanciullo la mitologia

e assai poco di Bibbia, anzi niente.

Sì dicendo, con grande gagliardìa

i denti dello spron nei generosi

fianchi del suo cavallo ha già nascosi.

XXXIV. E la grand’asta nell’usbergo aurato

drizza al nemico e gli rintrona il petto:

spezza una parte del collar ferrato

onde l’elmo si lega al corsaletto.

Gli rispose d’un colpo disperato

l’intrepido Breton; ma del perfetto

scudo la piastra lo riceve in pieno;

striscia il ferro e devìa com’un baleno.

XXXV. Furiosi passando, i due guerrieri

gittano l’armi e ad afferrar si vanno:

si serrano a vicenda i petti alteri;

cresce l’ira le forze, e cresce il danno.

S’involano di sotto i due corsieri,

e liberati dall’illustre affanno,

van quinci e quindi trascorrendo i prati

con allegro nitrito e colli alzati.

XXXVI. Qual divelti per forza di tremuoto

due gran scogli talor dalla montagna,

con orrendo fracasso ed egual moto

piombano l’un sull’altro alla campagna;

rimbomba la vallea; da lungi immoto

li guarda l’arator; l’aria si lagna;

tal cadono que’ forti avvinti insieme,

risonando nell’armi, e il suol ne geme.

XXXVII. Così quando del Xanto in su la sponda

Marte a difesa de’ Trojan scendea,

e Pallade a rincontro furibonda

in favor degli Achei l’asta movea,

la terra tutta traballava, e l’onda

d’Acheronte al fragor torba si fea,

cadde a Pluto lo scettro, e mesta e truce

temé l’ombra infernal l’eterea luce.

XXXVIII. Surti in piedi gli eroi, con igneo sguardo

l’un l’altro affisa e il suo rival misura:

traggono i brandi, e il martellar gagliardo

de’ gran colpi fracassa ogni armatura.

Già dell’Inglese il sangue e del Bastardo

tinge l’armi in vermiglio e la verzura:

i risguardanti pallidi e frequenti

fanno un cerchio d’intorno ai combattenti.

XXXIX. Con tesi colli, immote ciglia e senza

parlar, son osi di trar fiato appena.

Lo stupor di tant’occhi e la presenza

della gloria il desìo cresce e la lena;

sicché privi tuttor d’ogni temenza

sì franco il brando e l’uno e l’altro mena,

che nella pugna memoranda e cruda

non par che pugni ancor, ma che preluda.

XL. Ettore, Achille e tutti i riveriti

figli de’ numi e, più di loro orrendi,

i granatieri dai mustacchi arditi

e i lion, più di questi ancor tremendi,

son men crudi, men fieri e inviperiti.

Se nol credi, lettor, non te n’intendi.

Ma per finirla, il mio bastardo Marte,

poiché forza non val, ricorre all’arte.

XLI. Sul nemico andar lascia un rovescione

che via gli porta il brando: indi l’afferra

per lo braccio e gli fa tale un gambone,

che lo distende sulla dura terra.

Il buon Sandò, cadendo stramazzone,

tragge seco il Bastardo e a lui si serra.

Giù ruina il Francese e si devolve

sull’Inglese nel sangue e nella polve.

XLII. E spinto da virtù, che in cor gentile

quando arride il destin sorge più bella,

il ginocchio sul petto ampio e virile

dell’avversario con vigor puntella,

e – Renditi – dicea: l’altro, che vile

mai né l’atto mostrò né la favella,

– Sì, gli risponde disdegnoso; mira

qual mi ti rendo: – ed uno stil fuor tira.

XLIII. E steso indietro il braccio nerboruto,

con la più forza che potea, vibrollo

bestemmiando il Breton becco fottuto

del generoso vincitore al collo.

Vietò la maglia per divino ajuto

di quel colpo l’effetto e deviollo.

Grida allor Dunoè: – Fellone audace,

tu vuoi dunque morir? Me ne dispiace. –

XLIV. Del sanguinoso acciar, così dicendo,

la punta poco scrupolosa o umana

immerge nella strozza a quel tremendo,

e ne spiccia di sangue una fontana.

Sandò, morendo e invan si dibattendo,

dicea fra’ denti: Figlio di puttana.

Il cor, più d’ogni core audace e forte,

conservò la sua tempra insino a morte.

XLV. Gli occhi, la fronte orribilmente oscura,

il gesto pieno di minaccia e scherno

l’avversario parean senza paura

cercar per anco, e disfidar l’Eterno.

L’anima formidabile ed impura

corse sdegnosa a strapazzar l’inferno.

Tal morì come visse il fiero Inglese;

e un bastardo fu quel che lo distese.

XLVI. Non già volle pigliarsi il buon guerriero

del nemico la spoglia sanguinosa,

ch’egli disdegna così vil mestiero

che troppo Grecia amò, troppo famosa.

Tutto volge a Trimuglio il suo pensiero:

lo trasporta con cura affettuosa;

e per due volte la sua propria aita

di Dorotea così salva la vita.

XLVII. Con la pietosa man quella dolente,

cammin facendo, tuttavia sostiene

il suo tenero amante, e dolcemente

lo stringe e tutte ne vorrìa le pene.

Ei rinviene a quei tócchi, e più non sente

che d’amor le ferite ed il suo bene.

Dolce la guarda, e in quello sguardo il core

esultando, ripiglia il suo vigore.

XLVIII. Allor di mezzo al duolo in quel bel viso

la gioja apparve, che parea già morta;

e tosto il lampo d’un gentil sorriso

tronca il suo pianto, e la speranza è sórta.

Tal veggiamo sovente all’improvviso

un bel raggio di sol che ne conforta

spezzar la nube, e dar vita e colori

con le sue dolci temperanze ai fiori.

XLIX. Carlo, Agnese, Giovanna con gran festa

abbraccian tutti a gara il fortunato

Dunoè, che, vincente in ogni gesta,

e l’amore e la Francia ha vendicato.

Soprattutto ammiràr l’aria modesta,

l’umil favella dell’eroe lodato.

È bella cosa, ma di pochi adesso,

l’esser grande e modesto a un tempo istesso.

L. D’una tacita invidia il tarlo sente

Giovanna intanto, e col destin l’ha molto

che l’onor di dar morte al miscredente

alla vergin sua mano avea ritolto.

Sempre quel doppio oltraggio ha nella mente

che ver’ Cuttandro le fe’ rosso il volto,

quando, alla pugna da Sandò sfidata,

ne fu abbattuta e quasi spulcellata.

NOTE AL CANTO QUATTORDICESIMO

Ottava XXXII, v. 5-6:

Guglielmo il conquistatore, bastardo di un duca di Normandia e figliuolo, si dice, di una poco di buono.

CANTO QUINDICESIMO

ARGOMENTO.

L’animoso Bastardo occupa un forte

vicino ad Orleano, e ne gavazza

l’assediata città; ma il fier Bedforte

volge in tristezza la letizia pazza.

Talbò, cadute d’Orlean le porte,

co’ suoi v’irrompe; e già venìa la piazza

del nemico in poter, s’era più tardo

l’ajuto di Giovanna e del Bastardo.

I. Censor maligni, vo’ parlarvi netto,

vi sprezzo tutti quanti e v’ho in scarsella,

perché meglio di voi so il mio difetto.

In questa istoria veramente bella,

scritta in lettere d’oro tutto pretto

nel tempio dove nulla si cancella,

avrei voluto anch’io non metter cose

che severe, sublimi e strepitose.

II. Avrei voluto coronar per mano

di Giovanna, d’Agnese e dell’Onore

il mio re valoroso entro Orleano.

Mi duol che mi fe’ perdere molt’ore

un mulattiero, un paggio, un cappellano,

di Grisbordone il lubrico furore,

e più d’ogni altro avvenimento tale

che certo al mio lavor fece un gran male.

III. Ma Tritemo gli ha scritti, e questo è il caso;

io li trascrivo e non aggiungo niente.

Se il mio lettor n’è poco persuaso

e ne vuol giudicar severamente,

se a certi passi gli si grifa il naso,

ci potrà, se il vorrà, liberamente

di questo libro rader la metà:

ma che rispetti almen la verità.

IV. O santa Verità, vergine pura,

quando fia che qual dée t’onori il mondo?

Diva che solo d’emendarci hai cura,

perché godi abitar d’un pozzo il fondo?

Quando uscirai dalla tua reggia oscura?

Quando vedremo in istil franco e tondo

netto da fele gli scrittori a noi

l’alte imprese narrar de’ nostri eroi?

V. Ben fu dell’Ariosto alta prudenza

il citar l’arcivescovo Turpino;

testimonio siffatto ogni credenza

acquista al suo gentil libro divino.

Ma ritorniamo a Carlo, che, non senza

grande affanno di cuor sul suo destino,

con la sua bella e ornata compagnia

vien calpestando d’Orlean la via.

VI. Sullo stil d’ogni re, che nella rea

sorte diventa mansueto e umano,

e bestia nella buona, egli chiedea

consiglio a Dunoè, presol per mano.

Poi, tutto immerso nella dolce idea

che l’idol suo lo segua da lontano

con Bonifazio, s’abbandona a questa

speranza e vòlta ad or ad or la testa.

VII. Ed Agnese col guardo ricercando,

si ferma e aguzza le pupille accese:

e quando Dunoè, d’armi parlando,

dice: – Orleano, – il re risponde: – Agnese. –

Ma il prudente Bastardo, il qual pensando

la salute va sol del suo paese,

sull’imbrunir scoperse un piccol forte

trascurato dal duca di Bedforte.

VIII. Questo forte era presso all’assediata

città: quindi fu preso e ben munito

da Dunoè, che dell’inglese armata

vi trovò tutto un magazzin fornito.

Il Dio dell’armi e quello a cui fidata

la presidenza fu d’ogni convito,

aveano a gara empiuto il magazzino,

l’un di cannoni e l’altro di buon vino.

IX. Tutto di guerra l’apparecchio e tutto

quel della mensa, per felice azzardo,

raccolti si trovaro in quel ridutto.

Per Bonel che conquista e pel Bastardo!

A sì gran nuova si depose il lutto

dentro Orleano, e il popolo non tardo

corse in chiesa con cuor riconoscente

a ringraziarne Iddio devotamente.

X. Si cantò pria dinanzi al magistrato

un bel Te Deum sul tuon del calabrone:

poi si diede un gran pranzo, ove invitato

fu il vescovo col clero in rocchettone,

il giudice, il prefetto, ogni soldato

di grado e di maggior reputazione:

e fecer tutti al fiasco una tal guerra,

che co’ bicchieri in mano andarno in terra.

XI. Poi la sera spararno sopra il fiume

un bellissimo foco d’artifizio.

L’ombre notturne convertite in lume,

del popolo le grida e il precipizio,

il cannon, che tuonava oltre il costume,

diede al nemico manifesto indizio

che il re Carlo, a’ suoi sudditi renduto,

tutto ha trovato alfin che avea perduto.

XII. Ma i cantici di gloria e d’allegrezza

poco duràr, ché il nome di Bedforte

presto li volse in grida di tristezza:

– All’erta, ai muri, alla breccia, alla morte! –

Profittava il nemico dell’ebbrezza

di nostre genti, che, nel vino assòrte,

lodavano il lor prence e fean tresconi

a rumor di bottiglie e di cannoni.

XIII. Sotto una porta i Breton posti avièno

due salsiccion non già di sanguinaccio,

né di quei che Bonel, cervello ameno,

inventò per un certo intingolaccio;

ma salsiccioni di cotal ripieno,

che scoppia, si dilata, e fa uno straccio

di tutto che riscontra, ed empie il cielo

di lampi e di fragor, l’alme di gelo.

XIV. L’omicida infernal crudo istromento

contenea nel suo ventre cavernoso

quel foco che diabolico talento

dentro minuta polvere ha nascoso.

Al lampo della miccia in un momento

s’infiamma la materia, e coll’esploso

fulmine urta fracassa, e come augelli

fa volar spranghe arpioni e chiavistelli.

XV. Per l’atterrata porta entro si getta

fulminando Talbò; furore, amore,

desìo di gloria, orgoglio, ira, vendetta,

tutto gli caccia il diavolo nel core.

Del morion gli vedi in su la vetta

brillar da lungi in tremulo splendore

la cifra di Louvet, la cui mogliera

punge sempre d’amor quell’alma altera.

XVI. Sovra i muri abbattuti e insanguinati

pretende il crudo accarezzar la dama:

onde, vòlto al valor de’ suoi soldati,

– Andiam, guerrieri generosi, esclama:

portiamo il ferro il foco in tutti i lati:

l’odor delle cantine a sé vi chiama.

Votiamle, togliam l’oro a que’ furfanti,

e facciamoli becchi tutti quanti. –

XVII. Cesare, che accendea coll’eloquente

fulminar della voce e dei pensieri

d’onor l’alme e d’ardir, più bravamente

non parlò mai nel campo a’ suoi guerrieri.

Sopra il terreno che la porta ardente

di fumo involse in densi globi e neri,

di gran pietre e di zolle era un bastione

da La Hiro costrutto e da Potone.

XVIII. Un parapetto coronato e forte

di ben disposta artiglieria, dall’alto

vi potea del terribile Bedforte

respingere la furia e il primo assalto.

Con La Hiro e Poton presti alla morte

il popolo s’affolla a quello spalto.

Tuona il cannone, e fassi larga piazza;

quando tace, si sente: – Ammazza, ammazza. –

XIX. – Scale – allor grida l’inimico e riede;

e scale al muro d’ogni parte innalza:

monta il soldato, e sul piuolo il piede,

la spada in pugno, il suo compagno incalza.

Ma il valor di que’ duo punto non cede;

cresce il cor nel periglio e si rialza.

Tutto la lor prudenza avea previsto,

e l’accortezza a tutto ha già provvisto.

XX. L’olio bollente, l’infocata pece,

un bosco di puntoni e larghe falci

che, qual deesi, alla morte il fabbro fece

per portar teste e non virgulti e tralci,

e bombarde al cui fulmine non lece

oppor riparo, e tutto ciò che valci

l’arte, il saper, la traversìa, la dura

necessità, l’ardore e la paura;

XXI. tutto in uso fu messo e ben oprato

in quel giorno di strage e di macello.

Altri muore trafitto, altri lessato,

a questi vola un braccio, il capo a quello.

I miseri Bretoni in ogni lato

fanno a mucchi di sangue atro ruscello.

E caggion come le mature spiche

sotto l’avide falci in valli apriche.

XXII. Ma l’assalto rinforza, e più son spenti,

più ne torna di vivi a far periglio.

Le rie teste dell’idra rinascenti

non fér di Giove pauroso il figlio.

Così tra il ferro e il foco e quei bollenti

rivi l’inglese, più tremendo il ciglio,

dopo la sua caduta in sù si caccia,

e il numero che il preme, alto minaccia.

XXIII. Ma fiero apparve allor sulla muraglia

Riccamonte, de’ suoi speranza e luce.

Cinquecento plebei, gente di vaglia

e tutta scelta, seco egli conduce.

Senonché per lo vin che gli travaglia

e nei rossi mostacci ancor traluce,

barcollando venian: ma ciò che fa?

Il vino il cor non toglie, anzi lo dà.

XXIV. Gridava Riccamonte: – Poveretti,

non avete più porta da fuggire:

ma vi son io, vi basti; – in questi detti

vola e va l’inimico ad assalire.

Già forzati del muro i parapetti,

Talbò s’è fatto un varco e può salire.

Già con rabbia tremenda e man sicura

porta intorno la morte e la paura.

XXV. Avanzar fa veloce il suo soldato

con stentoreo polmon Louvet gridando.

Louvet lo sente e tiensene onorato,

e tutti, a coro pieno replicando,

gridan Louvet, Louvet con quanto han fiato,

ciò che voglia Talbò sempre ignorando.

Sciocco mortale! Oh come bene apprendi

a ripetere ciò che non intendi!

XXVI. Carlo nel suo fortin rinchiuso e muto,

cinto d’altri nimici e fuor di tiro,

marciar non può all’attacco, e per acuto

altissimo dolor quasi è deliro.

– Oimé, dicea, non poter dare ajuto

a’ miei francesi che perir là miro!

Cantato han messa pel ritorno mio!

Sonate han tutte le campane! Oh Dio!

XXVII. Stavo sul punto di salvarli, e il duro

destin qui tienmi con le mani in mano. –

– No, Giovanna gridò; tra questo muro

mettete l’inimico e tra Orleano.

Mostratevi, venite, e con sicuro

colpo i vostri salvate, o mio sovrano.

Siam pochi, ma voi mille ne valete. –

– E che, il re disse, coglionar sapete?

XXVIII. Io vaglio poco, ma mertar mi piace

de’ miei la stima, e in un la vostra e quella

dell’inimico. – Così parla, e audace

sprona, e seco ha il Bastardo e la Pulcella.

Precede l’orifiamma, e vien seguace

l’altra sua gente in ordinanza bella,

urlando tutti: – L’Inghilterra muoja!

Viva il Re, san Dionigi e Montegioja! –

XXIX. Coll’invitto Bastardo e l’eroina

degl’Inglesi alle spalle il re se n’ venne

col rumor che dai monti onde ruina

del Danubio e del Ren l’onda perenne,

piomba l’altera degli augei reina,

con ugne adunche ed allungate penne,

sovra un avido branco di falconi

che allo strazio attendean degli aghironi.

XXX. Ma l’anglicano ardir, come l’acciaro

che castigato sull’incude attinse

miglior la tempra, parer fece amaro

ai Francesi l’assalto e li respinse.

Allor più crudo e più di sangue avaro

ciaschedun come vento oltre li spinse;

quindi i fieri Breton, quinci i famosi

di Clodion nepoti generosi.

XXXI. Come l’uno coll’altro si fu stretto,

fermi qual rupe che col fianco nudo

frange del brusco mar l’ira e il dispetto,

opposer piede a piede e scudo a scudo,

mano a mano, occhio ad occhio e petto a petto.

Bestemmiando s’afferrano, e con crudo

spettacolo cader vedi indistinto

sul vivo il morto, il vincitor sul vinto.

XXXII. Oh perché non poss’io con alte e rare

rime cantar l’imprese che sentite!

Dato è solo ad Omero il raccontare

le grandi degli eroi gesta infinite,

d’amplificarle e poi le replicare,

e poi sommarne i colpi e le ferite,

e poi d’Ettorre alle gran zuffe ognora

aggiunger zuffe ed altre zuffe ancora.

XXXIII. Ma lasciamo, per Dio, lettore, omai

di parlar d’ira e di cantar di morte,

oggetti dolorosi; alziamo i rai,

leviam lo spirto alla celeste corte.

Ivi l’alta di Dio contemplerai

sapienza profonda che la sorte

dell’universo ordisce e ne governa

le tempeste e le furie in calma eterna.

XXXIV. Spettacolo sì bello assai più fia

degno del guardo di chi sano ha il core,

che la cruda di morte beccherìa

sol piena di bestemmie e di dolore.

Queste battaglie, per sentenza mia,

tutte sorelle e d’un egual colore,

a lungo andar vi fanno venir male,

e vi seccan la parte genitale.

CANTO SEDICESIMO

ARGOMENTO.

Di Giorgio e Dionigi alle contese

mette accordo san Pietro, ed in un’oda

cantata in concistoro il santo inglese

la vendetta di Dio racconta e loda:

l’altro esalta l’amor. Sono alle prese

gli eserciti nemici, e par non goda

della lieta fortuna il regio amante,

se pria non trova la sua bella errante.

I. Aprite alla mia voce il vostro arcano,

o palagi del cielo adamantini,

e voi, che v’adombrate il deretano

con sei grand’ale, ardenti cherubini,

numi impiumati, la cui santa mano

dei popoli e dei re guida i destini,

voi che, quando le vostre ali stendete,

di tutti i cieli lo splendor vincete;

II. Deh, se prego mortal fino all’altezza

de’ vostri troni di salire è degno,

soccorrete benigni alla fralezza

di mie pupille e del mio corto ingegno;

lasciatemi veder nella grandezza

della materia che trattando vegno,

ciò che in Sancta sanctorum or si fa,

e scusate la mia curiosità.

III. Questa bella preghiera non è mia,

ma del saggio Tritemo. Alzarsi a tanto

il mio sguardo profan non oserìa,

né sarà mai sì temerario il canto

d’apostrofar l’eccelsa gerarchia

che fa corte lassù de’ santi al Santo.

Ma veggiamo, lettor, senza alcun velo

che fan san Giorgio e san Dionigi in cielo.

IV. Questi santi rivali ad ispiarsi

scambievolmente i fatti lor si stavano.

Tutto vedean, ma non potean mischiarsi

nelle pugne celesti e cabalavano.

Questo è tutto che fassi, e che può farsi,

quando s’è in corte. Quindi se n’andavano

l’un dopo l’altro tutti i giorni a fare

la lor corte a san Pietro e ad intrigare.

V. Questo gran portinajo e pescatore,

di cui vicario è il papa, si tenea

sotto due chiavi a diverso colore

e la vita e la morte, e gli piacea

pescar non triglie e scardove al Signore,

come fece nel mar di Galilea,

ma le sorti mortali. Or dunque un dì

ai due santi nel ciel parlò così:

VI. – V’è noto, amici, il manifesto torto

che ricevetti dal Maestro, quando

a Malco rappiccar mi fe’ nell’orto

la tolta orecchia: ho in mente il suo comando.

Rimetter mi fe’ l’arme, e corto corto

del dritto mi privò di portar brando.

Ma immagino una via, se non vi spiace,

di terminar le vostre liti in pace.

VII. Voi, Dionigi, adunate in paradiso

i santi di che Francia è gloriosa:

voi, Giorgio, date subito l’avviso

a quei della vostr’isola famosa.

Ogni parte componga all’improvviso

un inno in versi, e non già un’ode in prosa.

Ha torto Houdart: nel ciel, che il bello agogna,

parlar la lingua degli dèi bisogna.

VIII. Faccia un’ode pindarica, dich’io,

con strofe ed antistrofe, nella quale

dal poeta s’esalti il merto mio,

i dritti miei, la primazìa papale,

di cui si sa che m’ha investito Iddio,

ed ogni altro tributo episcopale.

Indi si cerchi un mastro di cappella

che in musica la metta, e che sia bella.

IX. So che laggiù si pèrdon le giornate,

per far due rime, che alla fin del gioco

non mertano che gli urli e le sassate:

la cosa va più lesta in questo loco.

Andate, dunque, amici, esercitate

il vostro ingegno, date all’estro il foco.

Chi meglio tratterà questo soggetto,

farà il destin del suo partito. Ho detto. –

X. Così dal trono suo cinto di rai

parlò san Pietro, l’infallibil saggio,

e ciò disse in due detti, a dire assai.

Il laconismo è degli dèi linguaggio.

I celesti rivali, allegri e gai,

subito radunaro al gran paraggio

tutti i santi di Francia e d’Inghilterra

che sono stati begl’ingegni in terra.

XI. A tavola rotonda immantinente,

perché del pari ognun vi si distingua,

Dionigi fe’ seder primieramente

il così detto autor del Pange lingua,

san Fortunato, un santo da niente;

poi san Prospero, un santo la cui lingua

d’epiteti è condita, benché trista

sia la sintassi ed egli giansenista.

XII. Quindi Gregorio, il gran Gregorio, a cui

la patria di Bonel lieta s’inchina.

Poi san Bernardo, che ne’ tempi sui

non ebbe ugual per senno, per dottrina,

né per belle antitèsi; e dopo lui

di santi da consiglio una dozzina.

Il far opra che piaccia e altrui sia cara,

senza prender parere, è cosa rara.

XIII. San Giorgio, nel veder tanto pensiero

che affaccendato il suo rival si piglia,

lo va guardando con sorriso altero,

e far tutto l’opposto si consiglia:

scorre coll’occhio il paradiso intero,

e vede un santo della sua famiglia,

certo Agostin, predicator bretone;

s’accosta, e il suo desir così gli espone:

XIV. – Buon uomo, disse Giorgio: io son soldato,

non poeta, ed i versi ho in quel servizio.

So maneggiar la spada, e al suol troncato

mandarti un busto, un braccio, un occipizio:

tu sai far versi; ebben, vate garbato,

fammi un’ode, ma fàlla con giudizio,

e sostieni l’onor del tuo paese.

Val tre francesi in gamba un solo inglese.

XV. Sa la Gujenna e il pian di Normandia

come la spada il nostro braccio adopra:

visto han spesso il Maese e Piccardia

questi messieurs di sotto, e noi di sopra.

Se per ferire abbiam più leggiadria,

in fatto d’inni, e d’odi, e tale altr’opra

ove si tratta di pensar, mi credi

che al par di loro abbiam la testa in piedi.

XVI. Dunque lesto, Agostin, vatti a schermire

in versi, e diamo a Londra i primi onori

nell’arte di ben fare e di ben dire.

Dionigi ammassa certi rimatori

che tutti insiem non valgono due lire.

Lavora solo co’ tuoi vecchi autori;

sù, prendi la tua cetra, e fa’ vedere

ch’hai tutta la sua arcadia nel messere. –

XVII. Agostino, con umile rispetto,

lo ringraziò di questa commissione,

e, presa l’aria d’un autor protetto,

pensieroso s’acquatta in un cantone.

Fe’ lo stesso Dionigi, e ognun soletto

in due minuti fe’ la sua canzone.

Come tutto fu fatto, se n’andaro

lieti al trono del grande portinaro.

XVIII. Allora i folgoranti serafini

con le lor teste prive di persona,

tutti gonfi le gote, e i cherubini

fecer due file intorno a Bariona.

Si nicchiaro di sopra gli angiolini

sospesi sulle alette: indi in corona

tutti i santi si posero a sedere

sui gradini per dirne il lor parere.

XIX. Die’ principio Agostin. Cantava i tanti

prodigi che induràr d’Egitto i cuori;

il gran Mosè, ne’ suoi divini incanti

pareggiato dai maghi imitatori;

del Nilo le propizie onde, spumanti

orribilmente di sanguigni umori;

il serpe che nel fango atro si striscia

cangiato in verga, e poi la verga in biscia;

XX. il dì converso in notte, e dilagati

campi e città di mosche e di pidocchi;

gli uomini fino all’osso divorati

dalla rogna, col fulmine sugli occhi;

e tutti i primogeniti scannati

dall’angelo di Dio, che sì gli ha tocchi

perché son figli di ribelli: e tutto

l’Egitto messo orribilmente a lutto.

XXI. Quindi il popol di Dio, che ride e canta

e ruba del padron l’argenteria,

e che per questa ruberìa sì santa

del ciel la grazia a meritar venìa;

questo popolo istesso per quaranta

anni vagante per deserta via;

ventimila Giudei tutti al macello

inviati, e per chi? per un vitello.

XXII. D’altrettanti ancor fatti una tonnina,

perché un di lor facea l’opra d’amore;

poscia quel santo Aoddo, che assassina

il suo monarca in nome del Signore;

Samuel, che un coltello da cucina

sull’altar piglia, e con divin furore

fa in minuzzoli Agag, perché lo sciocco

il prepuzio portava ancor non tocco.

XXIII. Poi di Betulia la gentil puttana,

ed il buon Basa che ammazzò Nadad;

Acab morto di morte empia e villana,

perché scannar non volle Benabad;

e Joas ammazzato alla sultana

da Josabad figliuolo d’Atrobad;

finalmente Atalìa, senza difesa,

senza creanza macellata in chiesa.

XXIV. Fu lunghetta la trista litania;

ma venian sì bei fatti ad intrecciarsi

di quei grand’estri così cari in pria.

Vi si vedeva il sole stemperarsi;

la luna in polve, il mare che fuggìa;

del mondo i perni tremebondi ed arsi;

Dio che si sveglia nel suo sdegno, e trombe,

sangue, ruine, terremoti e tombe.

XXV. Miri intanto di latte i ruscelletti

volger fra verdi clivi onde argentine;

le colline ballar come i capretti,

ed i capretti come le colline.

Cantò quindi il buon vate in aurei detti

lo sdegno del Signor, che le divine

stragi minaccia al vincitor caldeo,

lasciando servo il suo diletto ebreo.

XXVI. Ma benché servo, a pie’ sicuro e secchi

passa i fiumi ed il mar, fracassa i denti

agl’irati lioni, e fra gli stecchi

col nudo illeso pie’ schiaccia i serpenti;

parla al Nilo, ed il Nil, ch’ha buoni orecchi,

ritira i coccodrilli obbedienti;

comanda al basilisco, al leviatano,

e l’uno e l’altro leccagli la mano.

XXVII. Qui die’ fine Agostino. Il suo focoso

pindarico furor levar fe’ un presto

ciarlìo fra’ santi, un mormorar dubbioso,

di poco incontro indizio manifesto.

Surse allora Dionigi, e rispettoso

abbassò gli occhi e poi gli alzò modesto;

salutò l’uditorio, e abbarbagliato

parve dai raggi del divin senato.

XXVIII. Con finissima grazia il suo rossore

dir pareva a qualunque era presente:

– Incoraggiate il vostro ammiratore. –

Inchinò per tre volte umilemente

i consiglieri e il sommo pescatore,

ch’era dell’accademia il presidente;

poi soave cantò con grande effetto

l’inno che segue in tenero falsetto:

XXIX. – O Pietro, o Pietro, o tu su la cui pietra

Cristo fondò la chiesa militante,

portinajo del ciel, da cui s’impetra

l’ingresso nella chiesa trionfante,

dottor divino, santo padre et cœtra,

signor dei re prostrati alle tue piante,

scudo de’ nostri re cristianissimi,

stendi su loro i tuoi favor santissimi.

XXX. I lor dritti son puri, e sono i tuoi;

laggiù il papa è padron delle corone.

Questo è certo; e se giusta i desir tuoi

il tuo locotenente ne dispone,

ei nol fa che in tuo nome, d’onde poi

si conclude che tu ne sei padrone.

Oimé, oimé, che il nostro parlamento

bandito ha Carlo ed io morir mi sento!

XXXI. Senza vergogna, senza carità,

han messo in trono con crudel consiglio

un rampollo stranier, l’eredità

involando del padre al proprio figlio.

Divino portinajo, abbi pietà

di dieci anni di lagrime e d’esiglio;

vinca la tua bontà tanto strapazzo;

dacci le chiavi del real palazzo. –

XXXII. Così prelude il Santo, e poi s’acqueta,

con la coda dell’occhio andando al viso

di Pietro, ed affettando aria inquieta.

Pietro gli fe’ veder con un sorriso

la compiacenza del suo cor segreta;

e rincorando con favor deciso

gli spirti oppressi dell’accorto vate,

disse: – Va ben, Dionigi, seguitate. –

XXXIII. Rosso nel volto come verginetta,

gli rispose Dionigi con prudenza:

– Il mio nemico ha questa schiera eletta

saputo dilettar con eloquenza.

Egli ha cantato il Dio della vendetta,

io benedir vo’ il Dio della clemenza.

L’odiar, lo veggo, non sta male a Dio;

ma l’amor gli sta meglio, a parer mio. –

XXXIV. Allor con voce più sicura e ardita

in bei versi cantò quel buon pastore

che in traccia della pecora smarrita,

la ponsi in dosso e la porrìa sul core;

l’affittuario liberal che invita

e paga il tardo suo lavoratore,

come il più pronto, acciò che diligente

ritorni al suo lavoro il dì seguente;

XXXV. Lui che dà con tre pesci e cinque pani

a cinquemila bocche e pranzo e cena;

il buon profeta che in sembianti umani

l’adultera perdona e Maddalena,

e permette che balsami profani

sulle sacre sue piante a mano piena

sparga la bella e le rasciughi e tocchi,

gentilmente prostrata a’ suoi ginocchi.

XXXVI. Maddalena è d’Agnese ombra e figura;

né fu sì destro e delicato il giro,

ché l’assemblea sentillo, e all’avventura

d’Agnese perdonò con un sospiro.

Piacque in somma quest’ode oltre misura;

tutti i vóti pel premio in lei s’uniro.

San Giorgio bassò l’ali, ed Agostino

prese gatton gattone il suo cammino.

XXXVII. Ne rise il cielo, e lo seguì con tante

fischiate ed urli, che a Parigi in mezzo

n’ebbe appena di più certo pedante,

secco come Tersite e tutto lezzo,

vil delatore, ipocrita, arrogante,

che fu d’odio pagato e di disprezzo,

quando osò con plebee parole audaci

diffamar le bell’arti e’ suoi seguaci.

XXXVIII. Pietro intanto fe’ dono al vincitore

di due begli agnusdei, che a suol prostrato

san Dionigi baciò tutto pudore.

Quindi con un decreto sbardellato,

dato sotto l’anel del pescatore

e dai dodici apostoli firmato,

s’ordinò che in quel dì vinti gl’Inglesi

sian da Carlo in persona e dai Francesi.

XXXIX. In quel punto Giovanna alzando il viso,

vide dentro una nube il suo ronzino,

come un sol che traverso un interciso

nugolo mostra il suo volto divino.

– Il mio ciuccio, ella grida, è in paradiso:

per noi sia Dio; di gloria ecco il cammino. –

Così parla, e Bedfor, veduto in cielo

quel gran prodigio, diventò di gelo.

XL. E ben lesse lassù con atterrito

sguardo che già san Giorgio abbandonollo.

Tutto il campo nemico sbigottito,

come alla vista del falchetto il pollo,

veder credendo esercito infinito,

dalla città discende a rompicollo;

e rinfrancati i nostri, a più non posso,

vedendoli fuggir, gli dànno addosso.

XLI. Carlo che, più lontan, da tutti i canti

cinto è di stragi e di pugnar non resta,

sforza tutti i ripari, e passa avanti

fino al centro con furia e con tempesta.

Assediati a vicenda gli assedianti,

assaliti, scannati in coda, in testa,

cadono in folla a pie’ delle lor fosse,

di feriti e d’estinti ingombre e rosse.

XLII. Fu a questo che ti trasse avversa sorte,

a questo di mortali atro macello,

a far periglio di tua forza, o forte

duro inglese, Cristoforo Arondello.

Il tuo spregio de’ rischi e della morte

rende l’altero tuo valor più bello.

L’accigliato campione esaminava

come in Francia si pugna, e non parlava.

XLIII. Detto avresti al suo grave alto sembiante

ch’egli è là per sollazzo e per diletto.

La fida al fianco Rosamora amante

coperto ha, come lui, di ferro il petto,

a un bel paggio o scudiero simigliante.

La corazza è d’acciar, d’oro l’elmetto,

cui di vario color la penna ombreggia

d’un pappagallo e all’aura tremoleggia.

XLIV. Così vestìa, perché, da quel momento

che decollò nel letto Martinguerra,

di nulla più la fiera ebbe talento

che dell’orrido gioco della guerra.

Pallade sembra al guardo, al portamento,

che gitta l’ago e la conocchia in terra,

volando alla battaglia, o la sorella

di Rinaldo, o piuttosto la Pulcella.

XLV. Favellava d’amore all’adorato

viaggiator, che sostenuto e duro

godea sentire di sentirsi amato,

allor che verso il cavalier securo

un demonio a gli amanti inimicato

Poton trasse e La Hiro e quell’impuro

Riccamonte, che ognor bestemmia il cielo

ed ha sul core un palmo e più di pelo.

XLVI. Poton, mirando il fier contegno e franco

dell’inglese, si spicca, e in un baleno

l’asta incontro gli abbassa che dal fianco

uscì pel dosso, sì lo colse in pieno:

cade Arondello e moribondo e bianco

fe’ del freddo suo fianco atro il terreno;

e per la polve l’asta sanguinosa

con lui si volve nel suo sangue ascosa.

XLVII. Allo spettacol rio sul suo fedele

non traboccò l’innamorata inglese,

non l’aria empiè di grida e di querele,

non fece all’aureo crine onte ed offese,

non chiamò iniquo il fato, il ciel crudele,

non die’ un sospiro; ma gridar s’intese:

– Vendetta; – e contro l’uccisor che bada

a raccor la sua lancia, alza la spada.

XLVIII. E col braccio possente, onde spedita

dal vecchio busto separato avea

la grigia d’un ladron testa bandita,

tronca a Poton la man tremenda e rea;

recisi i nervi delle cinque dita,

si spense la virtù che li movea,

né quel moto poté mai più rivivere.

Da quel giorno Poton finì di scrivere.

XLIX. Ma il bel La Hiro disdegnoso in faccia

sopraggiunge in quel punto, e al feritore

del gran Potone fulminando caccia

tale una punta che gli passa il core.

L’elmo dorato nel cader si slaccia,

e una fonte discopre ove d’amore

le divine quadrella erano ascose

fra un commisto gentil di gigli e rose.

L. Le lunghe trecce in terra abbandonate,

i suoi grand’occhi nella morte erranti,

tutto scopre a La Hiro una beltate

di celesti ammirabili sembianti.

Nel veder quelle membra un dì formate

solo al piacere, or smorte e agonizzanti,

sospira, piange l’uccisore, e grida:

– Stelle! io sono un crudel femminicida,

LI. anzi un ussaro più che un cavaliero.

Uccidere una dama! mi coglioni?

Sono un infante, un vile, un masnadiero. –

Ma Riccamonte, il prence de’ buffoni,

– Amico, disse, tu dài troppo impero

a’ tuoi sciocchi rimorsi, e non ragioni.

È donna inglese; poco male; ed ella

come Giovanna alfin non è zitella. –

LII. In questi accenti sì profani, il caso

porta una freccia che fischiando il fère:

allora gli saltò la mosca al naso,

e diede in mezzo alle nemiche schiere.

Rompe la folla che l’inonda, e raso

lascia il campo d’armati e di bandiere.

Lui, La Hiro, Poton e tutta quanta

la canaglia francese dell’ottanta

LIII. ferir, cadere, rincalzar, fuggire

vedi per tutto: un monte orrendo e scuro

s’alza di morti, e i morti fanno all’ire

de’ combattenti impedimento e muro

nella mischia crudel, che inorridire

facea qualunque ha cor più saldo e duro.

Dicea Carlo al Bastardo alla scapata:

– Dimmi, di grazia, dov’è dunque andata. –

LIV. – Chi? – risponde il Bastardo: e il re riprese:

– Non sai tu nulla che di lei ne sia? –

– Ma chi? – quell’altro replicar s’intese.

E il re di nuovo: – Oimé! sparita è via

jer sera avanti che destin cortese

ci mettesse del forte in signoria;

e noi v’entrammo, tu lo sai, senz’ella. –

– Si troverà, – rispose la Pulcella.

LV. – Cielo, disse il buon re, fa’ che mi resti

fedele, e tu che sai quanto m’adora,

tu tienvi sopra la tua mano. – E in questi

bei detti avanza combattendo ognora.

Coprì la notte intanto de’ suoi mesti

veli la terra, e terminò per ora

questo bel corso tutto singolare

d’alte imprese che il re volea pur fare.

LVI. Nell’uscir della gran carneficina,

intende che s’è visto in sul mattino

andar verso la selva lì vicina

qualche cosa di gener femminino;

un sopratodos, statura divina,

visetto bambolesco, occhio turchino,

pelle fina, bel viso e bianca mano,

ciarlando con un buon domenicano;

LVII. che più d’uno scudier vago ed ardito,

d’oro d’acciar di nastri ricoperto,

quelle dame leggiadre avea seguìto;

che la truppa diresse il passo incerto

verso un certo palazzo in certo sito;

che mai questo palazzo in quel deserto

s’è visto in prima, e che girando il tondo

non v’ha palazzo più bizzarro al mondo.

LVIII. Il re, che di tai cose ebbe a stordire,

disse a Bonel: – Chi m’ama, ha da seguirmi.

Domattina sull’alba vo’ partire

e in braccio all’idol mio restituirmi,

se non crepo. – Sì disse, e andò a dormire:

ma dormì poco; e non ne vo’ stupirmi.

Vegliava tuttavia, quando uscì fuora

Fosforo in cielo ad annunziar l’aurora.

LIX. Mentre del sole la vermiglia ancella

le aurate briglie al bel destrier mettea,

Bonel, Carlo, il Bastardo e la Pulcella,

per trovarne il castel che s’inchiedea,

montano tutti allegramente in sella.

– Veggiam prima il mio ben, Carlo dicea;

raggiungerem ben tosto il campo inglese:

quel che più preme, è il viver con Agnese. –

NOTE AL CANTO SEDICESIMO

Ottava VII, v. 7:

Il Lamotte-Houdard, poeta un po’ arido, ma che scrisse parecchie buone cose, disgraziatamente avea fatto nel 1730 alcune odi in prosa; il che prova ancora che questo poema fu composto verso quel tempo.

Ottava XI, v. 4-5:

Fortunato, vescovo di Poitiers, poeta, supposto autore del Pange lingua.

Ottava XI, v. 6-8:

San Prospero, autore d’un poema intorno alla grazia, vissuto nel quinto secolo.

Ottava XII, v. 1-2:

Gregorio di Tours, il primo che abbia scritto una storia di Francia, tutta piena di miracoli.

Ivi, v. 3-5:

San Bernardo, borgognone, nato nel 1091, monaco di Citeaux, poi abate di Clairvaux; ebbe parte in tutti i negozii pubblici del suo tempo, né operò meno di quanto scrivesse. Versi non si trova che ne abbia fatti molti. Quanto al primeggiare nell’antitesi, è verissimo che si dilettò di cotesta figura: disse, p. e., di Abelardo: Leonem invasimus, incidimus in draconem.

Ottava XIII, v. 7:

Santo Austino, o Agostino, frate, che si crede il fondatore della primaziale di Cantorbery, o Kenterbury.

Ottava XXI, v. 1-2:

Li Ebrei si fecero prestare, come tutti sanno, i vasi degli Egiziani, e presero il volo.

Ottava XXII:

Fineo fece tagliare a pezzi ventiquattromila suoi fratelli, perché uno di essi giaceva con una madianita. – Aod, o Eod, assassinò il re Eglon, ma con la mano sinistra. – Samuele ridusse in tanti pezzetti il re Agag, a cui Saul aveva concesso di potersi riscattare.

Ottava XXIII:

Basa, re d’Israele, assassinò Nadad, o Nabab, e successe al medesimo. – Achab aveva accettato un grosso compenso da Benhadad, re di Siria, come Saul n’accettò uno da Agag, e fu ucciso per aver perdonato. – Benhadad vinto mandò ambasciatori ad Achab per domandargli la vita. «S’egli vive, rispose loro Achab, oramai è mio fratello». Questa risposta che, umanamente parlando, è d’una semplicità commovente e sublime, tirò addosso ad Achab la collera del cielo, e sopra tutto quella dei profeti (Re, I, 20).

Ottava XXVI, v. 7:

Animali molto famosi, ma non mai esistiti.

CANTO DICIASSETTESIMO

ARGOMENTO.

D’Ermafrodito al magico castello

giunge il re con Agnese ed altri eroi,

ove ciascun di lor perde il cervello

né più scerne le pecore da’ buoi.

Ma Bonifazio e il consiglier Bonello

sopra vi fanno gli esorcismi suoi;

sciolta è l’incantagione in un momento,

e si muta il castello in un convento.

I. Oh quanti sono incantatori al mondo,

per non dir delle tante incantatrici!

Io t’ho passato, o bel tempo giocondo

delle fralezze e degli error felici,

primavera de’ pazzi; ma fecondo

è di maghi ogni tempo, o cari amici,

d’ingannatori e seduttor possenti,

d’ostro e di gloria, come dèi lucenti.

II. Pria vi portano in ciel, poscia crudeli

vi cacciano nel fango, ove bevete

veleno e morte. O voi che ognor fedeli

alla nuda virtù vi mantenete,

di questi maghi non toccate i peli,

e, se bisogno pur d’incanto avete,

da una donnetta fatevi incantare,

e i re vadano a farsi buggerare.

III. Il bel castello ov’è prigione Agnese,

Ermafrodito il fece in pochi istanti,

per vendicarsi il rio d’ogni francese,

de le belle, degli asini e dei santi,

il cui pudore, le cui sagge imprese

avean delusi i suoi tremendi incanti.

Chiunque entrava in quella rea magione,

degli amici perdea la cognizione;

IV. perdea lo spirto, la memoria, ‘l senso,

così che Lete, nèttare d’inferno,

e il vino che ci lascia il senno offenso,

fan meno di chi bee strano governo.

Sotto i grand’archi d’un loggiato immenso,

guazzabuglio d’antico e di moderno,

passeggia colà dentro senza posa

una larva bizzarra e luminosa.

V. Ha il pie’ leggero, ha l’ali di farfalla,

vivo il gesto, smarrito il portamento;

le strepita sul petto e sulla spalla

un gran manto di talco oro ed argento;

ride e piange, e poi ride e canta e balla,

sempre l’occhio ed il corpo in movimento,

sempre vario il pensier: se si desìa

saperne il nome, il nome è Fantasia.

VI. Non già la bella dea che in Grecia e in Roma,

dell’arti ispiratrice, alme corone

d’eterni fior depose in su la chioma

di Virgilio, d’Omero e di Nasone;

ma quella cui cacciaro inutil soma

fuor di casa il buon senso e la ragione,

quella stordita che cotanti ispira

del nostro tempo ed il cervel n’aggira.

VII. Questa insipida diva già servì

di scorta in Francia ne’ lor dotti affanni

a Moine, Desmarets e Scuderì;

or serve nell’Italia al gobbo Gianni;

dètta i nostri romanzi, tutto dì

all’opera presiede, e già molt’anni

sedette in trono di vesciche piene

nel pulpito, nel fòro e su le scene.

VIII. Le siede al fianco e ben propinquo al cuore,

l’Anfanamento, che giammai non tace,

detto un giorno il serafico dottore,

l’angelico, il profondo, il perspicace;

fantastico sottil commentatore

e strano creator della loquace

confusion, che un vescovo poeta

fe’ partorir Maria Verme-da-seta.

IX. L’equivoco d’intorno le svolazza,

il losco enimma, il frizzo a doppio senso,

che dà vita allo sciocco e il saggio ammazza;

il ghiribizzo, il sogno, il controsenso,

lo sbaglio, la bugia, tutta la razza

degli assurdi, che va fino all’immenso;

e ronzano qual fanno intorno ai tufi

di vecchio muro i pipistrelli e i gufi.

X. Or, come io vi dicea, gli è di tal sorta

del palazzo l’incanto maledetto,

che qualunque là dentro il passo porta,

finché stavvi, riman senza intelletto.

Appena Agnese con la bella scorta

vi mise il pie’, che vi provò l’effetto,

perocché Bonifazio in un istante

le par, che cosa? il suo fedele amante.

XI. Dico che Agnese pel suo re lo prende:

– Oh mia dolce speranza, oh mio campione!

Il giusto cielo al mio desir ti rende

hai tu vinto e disfatto il fier bretone?

qualche ferita il tuo bel corpo offende?

Ah lasciami levarti il panzerone! –

Con la tenera man così dicendo,

toglier tenta la cappa al reverendo.

XII. E con un vezzo che Amor poco intese,

gli si abbandona in braccio, ed allungato

l’eburneo collo, con pupille accese,

gli cerca un bacio che fu tolto e dato.

Che sgomento fu il tuo, divina Agnese,

quando, invece d’un mento delicato,

tu non trovasti che una barba incolta,

lunga, pungente, dura, ispida e folta?

XIII. Il frate, che di lei tutt’altro crede,

né la conosce, fugge via veloce.

Ella meschina, che sprezzar si vede,

gli va dietro, e piangendo alza la voce.

Mentre amendue così dàn fretta al piede,

l’un facendosi il segno della croce,

l’altra bagnando di pianto le gote,

un doloroso grido li percote.

XIV. Una donzella d’amorose e care

sembianze abbraccia con terror le piante

d’un cavalier che in atto è di vibrare

crudo il ferro nel seno alla tremante.

In quel barbaro, oh Dio, chi ravvisare

porìa Trimuglio, quel perfetto amante,

che altrove avrìa di cor, non che ferita,

ma salva Dorotea con la sua vita?

XV. Presa il miser l’avea per Tirconello;

error crudele! E nondimen lontano

ben è quel volto delicato e bello

di punto assomigliar quell’inumano.

Ella cerca il suo eroe, cerca di quello

cui diede eternamente il cor, la mano;

e a lui stesso parlando, l’infelice,

senza poterlo ravvisar, gli dice:

XVI. – Signor, per caso avreste voi veduto

un cavaliero che il mio cor si tiene?

Con meco in questo loco egli è venuto;

più nol ritrovo, oimé! dov’è il mio bene?

dove Trimuglio mio s’è mai perduto?

che fa dunque il crudel? perché non viene? –

E Trimuglio, a sì tènere querele,

non conosce, il meschin, la sua fedele.

XVII. Anzi pargli sentir quel crudo inglese

che vien per farlo della vita casso.

Si pon col ferro in man sulle difese,

e verso Dorotea misura il passo.

– Ti farò cangiar tuono, o discortese

duro isolan, dicea, fiero gradasso,

sacco di birra: pàrti d’esser grugno

da farmi venir freddo al sol di giugno?

XVIII. da minacciare un uom della mia sorte?

me, sacrédieu, nepote a quei famosi

eroi del Poitù, che tanti a morte

spinsero d’Albion figli sdegnosi,

e braccio avean del tuo molto più forte

e più di te fur grandi e generosi?

Ma che non tira la tua man la spada?

qual terror dunque il tuo vil core agghiada?

XIX. O fier nel dire e nell’oprar poltrone,

sol buono in parlamento a far la rana,

cervo inglese, Tersite d’Albione,

lesto, due botte, e fuori durindana;

o ti vado a marchiar con un bastone

quella fronte d’ogn’altra più villana,

ed applicarti sulla larga groppa

lo staffile finché faccia la stoppa. –

XX. Al parlar che da bestia egli facea,

pallida, lagrimosa e spaventata,

– Non sono inglese, grida Dorotea.

La cosa è ben diversa: oh sventurata!

in che rischio son io! Di che son rea?

perché sono da voi sì maltrattata?

che v’ho fatt’io, signor? siate cortese:

non m’uccidete: ah no, non sono inglese.

XXI. Sono una donna dall’amor condotta

dell’adorato mio Trimuglio in traccia,

e che vinta d’affanno qui dirotta-

mente piangendo i ginocchi v’abbraccia. –

Così con voce trepida interrotta

parlava Dorotea; ma fiero in faccia

non l’udiva Trimuglio, e delirando

già la prendea pel collo e alzava il brando.

XXII. In questa il frate, che da Agnese scappa,

correndo inciampa e in mezzo a lor trabocca:

vuol ciuffarlo Trimuglio, e niente attrappa,

ché il capo è raso e giù con lui trabocca.

Giunge Agnese, che il mento al frate acchiappa,

e gridando ella pur su lui trabocca;

e sotto Agnese ed a Trimuglio e al frate

come stia Dorotea, vel figurate.

XXIII. Nel calor di conflitto così bello,

Carlo, coi tre che già v’ho detto avante,

entra feroce nel fatal castello

per rintracciarvi la sua fida amante.

Oh meraviglia! oh rio poter novello!

appena han poste sul terren le piante,

sotto il portico appena sono entrati,

eccoli tutti pazzi diventati.

XXIV. Tale a Parigi in gran paludamento

pieni il quadrato berrettin di buona

provvista d’argomenti, a passo lento

i dottori se n’ vanno alla Sorbona,

teologica tana, a la qual drento

la confusion, la disputa in persona

han stabilita la lor sacra sede,

ove mai di ragion non entra il piede.

XXV. A questa tana i nostri reverendi

giunsero in fila, e d’esser saggi han cera;

ché per tali in lor casa tu li prendi,

e per gente di garbo e di maniera.

Non rissosi, non strani, e sottintendi

che pur qualcuno ha la sua testa intera

veracemente. Ma che arriva a un tratto?

Quando son su que’ banchi, ognuno è matto.

XXVI. Ebbro di tutta la sua gioja antica,

con occhi molli e tremoli d’ardore

e un palpito di cor che l’affatica,

s’udìa dir Carlo languendo d’amore:

– O cara Agnese, o mia bella pudica,

mio paradiso, cor di questo core,

mio tutto! oh quante volte io t’ho perduta!

eccoti alfine a’ vóti miei renduta!

XXVII. Oh! parlami d’amor, dolce mia dea;

io ti veggo, io ti stringo: oh che fiorita

buona cera che l’occhio e il cor ricrea!

Ma dov’è il tuo sottil taglio di vita?

quel che tutto una volta i’ mi potea

chiuder nel cerchio delle dieci dita?

quali chiappe, qual ventre, e qual grassezza!

ecco il frutto di nostra tenerezza.

XXVIII. Agnese è incinta, ed aprirà con Dio

presto ad un vago bastardel la porta,

che per noi pugnerà. Ch’anzi vogl’io

(poiché l’amor paterno mi trasporta)

questo frutto novel, ch’è frutto mio,

tosto innestar sull’albero che il porta.

Sì mi comanda Amor che in sull’istante

io vada incontro a questa cara amante. –

XXIX. E il buon Carlo a chi mai questo amoroso

discorso nobilissimo tenea?

e qual era il gentil corpo vezzoso

che con tenero amplesso si stringea?

Era Bonel sbuffante e polveroso,

Bonel che tutto in acqua si struggea.

Altr’uomo al mondo in tutta la sua vita

non sentissi così l’alma smarrita.

XXX. Punto dal gran desìo teneramente,

lo incalza il re con man determinata;

lo riversa, e Bonel pesantemente

casca sopra la truppa ammonticchiata.

Sotto tanta ruina quella gente

si sentì tutta ammaccata, schiacciata:

urla, grida, e alcun poco il gran dolore

fa riprendere i sensi al confessore.

XXXI. Ei di modo giacea, che gli servia

di coltre Agnese e Dorotea di letto.

S’alza, mena le gambe e trotta via;

Bonello il segue tutto ansante il petto.

Trimuglio, che ciò vede, in fantasia

si caccia che Bonel senza rispetto

via gli porti la bella; onde veloce

lo insegue e corre, e grida ad alta voce:

XXXII. – Rendimi l’amor mio, brutto ladrone;

férmati, aspetta, senti due parole. –

Sì dicendo, gli affibbia in sul groppone

un colpo che l’avrìa disteso al sole,

se non portava un grosso panzerone,

dentro il quale parea quella gran mole

che del fabbro sonar fa la fucina

sotto il martello che percote e affina.

XXXIII. Il colpo nol ferì; ma la paura

gli fece nelle gambe aver più fretta.

Giovanna, che pur tutta ha l’armatura,

visto Bonel che trotta e non aspetta,

visti i colpi che l’altro gli misura,

corre dietro a Trimuglio, e lo rassetta

con quella paga ond’egli guiderdona

del real confidente la persona.

XXXIV. Ma il grande Dunoè, che ognor da quella

del suo Trimuglio ha l’anima indivisa,

non pate ch’altri il tocchi: la sua stella

è di pugnar per esso, e lo ravvisa;

ma prende per un anglo la Pulcella,

e tosto se la striglia nella guisa

ch’ella striglia quell’altro che strigliava

Bonel, che a stento tuttavia scappava.

XXXV. Il buon re Carlo, sempre delirante,

sempre vede in Bonel la bella Agnese.

Che stato per un re, per un amante,

degli amanti il più fido il più cortese!

Contro un’armata, e non sarìa tremante,

ne piglierebbe ei solo le difese;

perciò quei crudi rapitori affronta,

i guerrier che a Bonel fan danno ed onta.

XXXVI. Mena il brando al Bastardo, e quei voltato

gli rappicca un fendente con furore

sulla real visiera: oh sventurato,

se sapessi che questo è il tuo signore!

In orror di te stesso e disperato

di rossor ne morresti e di dolore.

In quel punto Giovanna a lui si scaglia,

lo rabbuffa, e più seria è la battaglia.

XXXVII. Ma Dunoè, che nulla se n’affanna,

la sua bella ad un tempo e il suo re suona,

e alla manca e alla destra una tal manna

piove di colpi, che le teste introna.

Ferma, Bastardo mio, ferma, Giovanna!

Quando saprete, oimé, chi vi bastona

e cui battete allegramente, oh quanti

i rimorsi saran, saranno i pianti!

XXXVIII. Trimuglio intanto con pesante braccio

va tastando Giovanna di gran botta,

or le spezza la schiena, ora il mostaccio.

Bonel tien altro stile, altra condotta,

sendo il meno turbato il suo capaccio:

egli riceve, ma non rende, e trotta,

trotta sempre, ed il frate lo precede

con egual téma al cor, più fretta al piede.

XXXIX. Così ciascun rabbioso, inviperito

l’un contro l’altro or batte, or è battuto,

e assalitore a un tempo ed assalito,

urla, grida, né sosta alcun minuto.

Agnese piange, Dorotea ferito

ognor si crede il petto e grida ajuto;

e Bonifazio tutto contrizione

mena sempre su e giù la processione.

XL. Il rio padron dell’incantato loco

alla finestra finalmente vide:

Ermafrodito, che l’orrendo gioco

contempla allegro de’ Francesi e ride

con le mani sui fianchi, e manca poco

che non ne scoppi. Il padre allor s’avvide

che un palazzo sì strano e di tal conio

era senz’altro un’opra del demonio.

XLI. Per miracolo sommo ei conservava

un resto di cervel quanto una mica;

la gran chierca e il cappuccio che portava,

gli avean servito al senno di lorica.

Gli sovvien che Bonel seco recava,

giusta la saggia costumanza antica,

garofano, moscado, pepe e sale,

come il frate facea del breviale.

XLII. Prende sale e messale, e a una fontana

corre a far l’esorcismo: a capo chino

mormora seco una devota e strana

mescolanza di greco e di latino.

Poi, presa d’acqua una scodella sana,

se ne va presto presto, e pian pianino

versa sopra la nuca il benedetto

licor possente all’infernal folletto.

XLIII. Men fatale ai dannati fu già presso

i pagan l’onda dello stigio lago.

Scintillò la sua pelle, e un buio e spesso

nugolo avvolse col palagio il mago.

Lo stuol de’ nostri combattenti, anch’esso

chiuso in quella di fumo atra vorago,

givan ancor cercando all’ombra in seno,

quando sparve l’incanto in un baleno.

XLIV. Non più baruffe, non più error, da poi

che l’un coll’altro a ravvisarsi è giunto:

ogni cervello ne’ discorsi suoi

allo stato primier tosto è rassunto.

Così rese un sol punto ai nostri eroi

il poco senno che lor tolse un punto;

perché in noi la saggezza e la follia

vanno e vengono ognor per una via.

XLV. Fu bel vederli allor tutti in miscuglio

chiedersi scusa delle lor pazzie,

e fare ai pie’ del frate un guazzabuglio

di grazie, di Te Deum, di litanie.

Ma del reale amante e di Trimuglio

chi l’estasi può dire e l’allegrie?

Non s’udia che – Mia vita, mio tesoro,

sei tu? Son io. Che gioia! Io manco, io mòro! –

XLVI. E qui baci a migliaia, e abbracciamenti

e dimande e risposte a più potere

senz’ordine verun, ché troppo lenti

i lor detti correan dietro al pensiere.

Il frate con paterni occhi clementi

li guata e fa lontan le sue preghiere,

mentre Giovanna e Dunoè soletti

si spiegan con modestia i loro affetti.

XLVII. L’orecchiuto animal che li guardava,

roso d’indivia, allor con gran tempesta

die’ fiato e tuono alla tremenda ottava

del suo gozzo a cornetta, alta la testa.

Tutto si scosse a quel fragor; tremava

inorridita la natura; e in questa

il magico palagio e le sue cento

cadder porte di bronzo in un momento.

XLVIII. Tale il popol di Dio, quando soggetti

teneasi il sole il mare e la natura,

vide al suono di trombe e clarinetti

di Gerico cader le salde mura,

e spezzate le torri e gli alti tetti

nella polve adeguarsi alla pianura.

Ma non è più quel tempo, ed or si pratica

con dispendio infinito un’altra tatica.

XLIX. Il palazzo fu poscia ristorato,

e, dove pria di colpe era sì nero,

ben lustrato purgato e consacrato,

divenne un ampio e santo monastero.

Il gran salone in chiesa fu cangiato,

e il gabinetto, dove il menzognero

nei peccati sepolto avea dormito,

venne in bel santuario convertito.

L. Ma l’ordine di Dio, che ognor dispone

le cose tutte col miglior destino,

non permise veruna innovazione

nella sala da pranzo e da festino.

Se non che si chiamò da refezione

Refettorio, cavato dal latino,

ove si loda Dio con cuor verace

tracannando e mangiando in santa pace.

LI. Giovanna intanto, col pensier rivolta

ad Orleano a Remme ed al Signore,

disse al Bastardo: – Allegri; il cielo ascolta

l’alto nostro disegno e il nostro amore.

Tutto andrà ben, crediate; questa volta

fatto ha l’ultimo sforzo il tentatore.

L’ispirata Giovanna sì dicea,

e un grosso granchio in così dir prendea.

NOTE AL CANTO DICIASSETTESIMO

Ottava I, v. 1-2:

Cfr. Ariosto, Orlando fur., VIII, 1.

Ottava VII, v. 1-4:

Scudéri, autore dell’Alarico, poema epico; Lemoine, gesuita, autore del San Luigi, o Luisiade, poema epico; Desmarets Saint-Sorlin, autore del Clodoveo, poema epico. Il gobbo Gianni, aggiunto dal traduttore, non è altri che il Gianni improvvisatore e suo particolare nemico (v. specialmente Mascheroniana, I, 196-8).

Ottava VIII, v. 5-8:

Dice l’orig.: Et créateur de la confusion Qui depuis peu fit Marie Alacoque. Verso il 1730 si faceva un gran discorrere di Maria Alacoque, della quale scrisse la storia il Languet, allora vescovo di Soissons. Siccome coque de ver-à-soie significa bozzolo, il Monti chiama Maria Alacoque Maria Verme-da-seta.

CANTO DICIOTTESIMO

ARGOMENTO.

Gazzettieri dannati alla galera

il drappello real salva per via.

De’ compagni e di sé contezza intera

dà Freron, capo di cotal genìa.

Il re gli assolve; e giunta omai la sera,

fermasi la brigata all’osteria:

ma i galeotti, mentre ognun riposa,

vi fanno il repulisti d’ogni cosa.

I. Come leggo la storia dell’umano

germe, non trovo in tutto quanto il mondo

né profeta, né eroe, né buon cristiano,

né persona d’onore e di cor mondo,

che alfin non caschi de’ furfanti in mano,

o de’ gelosi, o dello spirto immondo.

Lo dica il mio buon re, che a tutte l’ore

fu co’ mali provato e col dolore.

II. Prima egli ebbe una mala educazione

fin da fanciullo; poi perseguitollo

nella sua giovinezza il Borgognone;

poi de’ suoi dritti il genitor privollo:

quindi a Gonessa senza discrezione

il Parlamento, suo tutor, citollo;

e il povero pupillo i suoi be’ gigli

rapir si vide da’ britanni artigli.

III. Andò ramingo e ognor come un bandito

senza pranzo sovente e senza messa;

rare assai volte nel medesmo sito

una stanza da sol gli fu concessa;

fu dall’amico e dallo zio tradito,

dalla sua bella e dalla madre istessa;

e se dir tradimento non volete,

dite abbandono, ché lo stesso avrete.

IV. Per colmo d’infortunio un paggio inglese

lo fe’ cornuto, e il diavolo disciolse

a’ danni suoi quel mago discortese

ermafrodito, che il cervel gli tolse.

Insomma, si trovò sempre alle prese

con la sventura ed ogni male il colse:

ma il bonissimo re lo sopportò

con pazienza, e Dio gli perdonò.

V. De’ nostri amanti il nobile drappello

si dileguava dal castel funesto,

ove il demonio avea guasto il cervello

del re, d’Agnese e di Bonel col resto:

e costeggiando ne venìa bel bello

il bosco d’Orleàn, mentre del mesto

Titon la sposa uscìa del letto, e intorno

rubicondo spargea per l’ombre il giorno.

VI. Ed ecco comparir certi gagliardi

in corto casacchin, torto berretto,

che aver parean di gigli e leopardi

ricamato e diviso il corsaletto.

– Alto! – il re disse, ed affissò gli sguardi

sullo stuol che venìa serrato e stretto

per la foresta; e con altier sembiante,

Giovanna e Dunoè si féro avante.

VII. Stendendo Agnese al re le bianche braccia,

– Oh! fuggiamo, nettiam, – dirgli s’udìa.

Giovanna, che frattanto oltre si caccia,

vede un branco d’afflitti che venìa

legato a coppia e sì confuso in faccia,

che alzar gli occhi da terra non ardìa.

– Questi son cavalier, diss’ella, e noi

liberarli dobbiam, se siamo eroi.

VIII. Animo, Dunoè: sappian le genti

chi sei tu, chi son io. – Con questi sproni

poser le lance in resta, e violenti

sulle guardie piombàr di quei baroni.

Al fiero aspetto di tai duo valenti,

e più pur anco del somaro ai tuoni,

quel tremendo drappel senza dimora

come lepre fuggissi, e fugge ancora.

IX. Lieta della vittoria, i prigionieri

la gran Pulcella salutò cortese.

– Ringraziate il re vostro, o cavalieri,

che pel mio braccio a libertà vi rese.

Prostratevi, seguite i suoi guerrieri,

e vendichiamci del superbo inglese. –

Ma muti i cavalier con faccia incerta

chinaron gli occhi alla gentil profferta.

X. Tu chiedi impaziente, o mio lettore,

chi sien codesti cavalieri erranti

di cui vuolsi spronar l’alto valore.

Questi gran cavalieri eran birbanti

inviati al mestier di rematore

sulle vaste di Teti onde sonanti:

giusta mercede delle lor sant’opre,

come l’abito avvisa che li copre.

XI. Sospirando in vederli, il re clemente

disse: – Di quei meschini il cor mi prostra

l’indegna vista. E che? già l’insolente

anglo in mia casa da padron si mostra?

e i capiatur spedisce? e solamente,

solamente per lui si paternostra?

e i poveri vassalli a suo piacere

da Parigi mi manda alle galere?

XII. Indi, tutto pietoso e intenerito,

avvicinossi al caporion che in testa

della fila venìa. Nessun bandito

ebbe faccia giammai più disonesta.

Ispida barba, aguzzo mento ardito,

occhio obliquo, che tutta manifesta

l’anima falsa, astuto ciglio e roggio,

dell’impostura e della fraude alloggio.

XIII. De’ rimorsi lo sprezzo e l’arroganza

porta dipinta sulla fronte arcigna,

e delle leggi la dimenticanza,

e l’insulto che morde e poi sogghigna:

alla bocca ha la schiuma, e con baldanza

pronto il dente a ferir sempre digrigna.

Tal era il sicofante, e peggio ancora,

che al re de’ Franchi presentossi allora.

XIV. Mesto, devoto, umìl, mortificato,

abbassa il guardo, ricompone e liscia

del suo volto, che par d’un appiccato,

la rea sembianza, e innanzi al re si striscia.

Tale un cane impudente ed affamato,

visto il padron, s’accosta e fa la biscia;

lo lusinga, lo lecca, allunga il gozzo,

e agnel diventa per buscarsi il tozzo.

XV. O somiglia piuttosto a Satanasso,

qual lo spinge ai fanciulli il padre Chiappa,

che d’inferno scappando a codon basso,

e nascoso l’unghion che l’alme attrappa,

si ficca in un convento e prende il passo,

la rasa nuca, il volto, il tuon, la cappa

d’un fresco anacoreta, onde la sera

tentar meglio suor Rosa e suor Sincera.

XVI. Dal viso traditor Carlo tradito,

pietà sentinne, e affabilmente, come

dèttagli il cuor, si volge a quel proscritto:

– Dimmi, povero diavolo, il tuo nome,

il tuo mestiero, e di che rio punito,

in abito succinto, in corte chiome,

del tribunal ti manda la clemenza

galeotto sul mar della Provenza. –

XVII. – Clementissimo re (dolente e tristo

gli rispose colui), nantese io sono,

e mi chiamo Freron: di Gesù Cristo

seguace ardente, e di cuor puro e buono.

Portar cappuccio un tempo già fui visto,

e n’ho i costumi ancor, non vi cogliono;

ed ho sempre con grande accuratezza

atteso de’ ragazzi alla salvezza.

XVIII. Consacrai la mia vita alla virtute;

d’ingegno lavorai presso ad un certo

cimiter di Parigi, e fur vendute

ben care le mie stanze al buon Lamberto.

Son l’opre mie per tutto conosciute,

soprattutto alla piazza di Malperto.

Sì, quello è loco, o mio monarca, dove

mi fu resa giustizia più che altrove.

XIX. Gl’indevoti talvolta rinfacciato

mi han qualche truffa, qualche effervescenza

del cappuccio e del mondo. Egli è provato

che fu pura del pubblico insolenza.

Io me ne beffo, o Sire, e sto posato

sul sentirmi illibata la coscienza. –

Così parlava il pio Frerone, e Carlo

restò molto commosso ad ascoltarlo.

XX. Poi – Non temer, gli disse, e ti consola.

Ma dimmi un poco, amico mio: codesti

che van teco a Marsiglia in camiciuola,

sono come sei tu probi ed onesti? –

– Ah, riprese Freron, su la parola

di cristiano, vi fo di tutti questi

sicurtà piena senza compromesso.

Noi siam tutti, o mio re, d’un conio stesso.

XXI. Guyon, che m’è d’accanto, ogni riguardo

merta, che che se n’ dica, e merta amore:

niente pazzo imbroglion, niente bugiardo,

giammai birbo, giammai calunniatore.

Questo è Chaumeix, degnatelo d’un guardo:

sotto quel vile aspetto ei porta un core

pien di santa arroganza, e si farìa

martire per la sua filosofia.

XXII. Ecco Gauchat, che insacca i più valenti

rabbini sovra il testo e sulla glosa.

Quell’avvocato là senza clienti,

che al ciel posposto ha il fòro e si riposa,

è Sabatier, che il mèle ha insino ai denti,

bell’ingegno, buon prete, alma pietosa.

Gli è ben ver che tradito ha il suo padrone;

ma per tre soldi e senza intenzione.

XXIII. S’è venduto, ma scevro di vergogna,

al migliore oblator sopra la Senna,

trafficando, com’io, qualche menzogna.

È questo un mal che passi la cotenna?

De’ suoi talenti vivere bisogna:

dateci pane e vi darem la penna.

Siamo in un tempo che i più scelti allori

del Cimiter van tutti a gli scrittori.

XXIV. De’ vostri figli gloriosi il frutto

desta l’invidia, ed ecco degli eroi,

de’ begl’ingegni il fato, e soprattutto

de’ divoti di Dio come siam noi.

Si sa che la virtù sta sempre in lutto;

e chi sallo, mio re, meglio di voi? –

Così parlando, il galantuom mettea

le mani in croce e di pietà piangea.

XXV. Finiva il santo le parole sue,

quando Carlo osservò due torcicolli,

i quali s’ascondean con amendue

le palme i volti da segnar coi bolli.

– E chi son, dimandò, chi son quei due

remator verecondi? – ed accennolli.

– Ah, mio re, con sottil voce puttana

rispose lo scrittor da settimana,

XXVI. eccovi i più prudenti ed onorati

di quanti andiamo a respirar sul mare.

L’uno è Fantin, la perla dei curati,

umil col grande e dolce col vulgare.

Compatendo ogni sorta di peccati,

fu indulgente co’ vivi, e per celare

la sua misericordia, ei confessava

i moribondi e poi li rubacchiava.

XXVII. L’altro è il nostro Grizel, quel saggio e pio

direttor di devote e non curante

dei lor favori, ma non già restìo

ad appropriarsi il fidato contante.

E tutto questo per l’amor di Dio.

Alma di voglie immaculate e sante,

avea l’oro in dispregio, ma temea

che non cadesse in man profana e rea.

XXVIII. Ultimo dello stuol mirate omai

il mio caro Beaumelle, il mio sostegno.

Di dieci cani il cui latrar comprai,

egli è il più vile, ma il più fido e degno.

Se non che sì distratto il troverai,

e sì tutto sommerso coll’ingegno

nell’opre sue cristiane, che per sui

prende talvolta i borsellini altrui.

XXIX. Del resto, ei scrive con giudizio e sa

come vana purtroppo e perigliosa

per gli sciocchi è talor la verità

e alle deboli teste insidiosa;

che inganna il suo splendor; che se ne fa

un abuso crudel; per la qual cosa

il nostro saggio, che la teme assai,

ha risoluto di non dirla mai.

XXX. Per me la dico a voi, ed a qualunque

verrà dopo di voi; dico e protesto

che voi siete un eroe. Salvate adunque

dagli empii, o sire, l’infelice onesto.

La calunnia ci opprime, e noi comunque

il favor vostro meritiam, per questo

vendetta e paga e libertà, ché noi,

Freron ve ‘l giura, scriverem per voi. –

XXXI. E qui sopra due piedi schiccherò

contro gl’Inglesi un discorso posato

per la salica legge, e dimostrò

che la sua penna salverìa lo Stato

senza l’armi adoprar. Carlo ammirò

la sua dottrina, e con sembiante grato

e con segni di gran compassione

gli sicurò di sua protezione.

XXXII. Presente Agnese a quel parlar doglioso,

sentiasi tutta alla pietade inchina.

Femmina innamorata ha un cuor pietoso

più che femmina saggia ed eroina.

– Mio re, diss’ella, il giorno è avventuroso

per questa gente povera e tapina.

Poi che il mio prence contemplar le lice,

deh spezzate i suoi ceppi, e sia felice.

XXXIII. Volto di grazia è il vostro. Un bello in vero

ardir gli è questo dei dottor, che dànno

sentenze in nome di padron straniero,

quando voi sol lo siete, ed ei lo sanno.

Eroi sol nati a por sul bianco il nero,

che fan chiamarsi, colgali il malanno,

del nostro re tutori, e, malandrini,

non ne son che i tiranni e gli assassini.

XXXIV. Lasciato han nudo il lor pupillo i mostri;

hanno citata la real persona

ad comparendum, e sugli occhi nostri

n’han devoluta al figlio la corona.

Questa gente dabbene ai piedi vostri

còlta è d’ugual sentenza buggerona:

vendicatela; i torti son comuni,

pari l’esiglio e pari gl’infortuni. –

XXXV. Mosse il re quel discorso: il suo cuor tenne

sempre a clemenza, natural suo morbo.

Giovanna d’altra parte al re sostenne

che impiccarli era d’uopo e darli al corbo;

che i Freroni, gli augelli di tai penne,

non eran buoni che a guarire un sorbo.

Ma il gran Bastardo, più profondo e saggio,

tenne da buon guerrier questo linguaggio:

XXXVI. – Penuria di soldati abbiam sovente;

v’è bisogno di braccia e gambe e schiene:

costoro han tutto, e noi continuamente

nel mestier nostro in forca andar conviene.

Arroliamli, vediam se a questa gente

più che un remo un moschetto starà bene.

Sporcàr finora inette carte e futili;

servano Marte, e non saran più inutili. –

XXXVII. Piacque a Carlo l’avviso. Il pio drappello

cadde a’ suoi piedi e li bagnò di pianto.

Il re co’ suoi fermossi al primo ostello

fino alla sera per cenarvi. Intanto

Agnese, tutta cuor, presso Bonello

fe’ che la truppa al remo tolta, alquanto

sotto lo sporto, il grifo ugner potesse;

e del desco gli avanzi ei le concesse.

XXXVIII. Terminata la cena in festa e in chiasso,

con Agnese andò Carlo a riposarsi.

La mattina restàr tutti di sasso,

che senza manti e brache ritrovàrsi.

Agnese cerca invano il suo balasso,

invan le perle, e sta per disperarsi,

ch’anche il ritratto già sparito vede

del suo reale amante, e appena il crede.

XXXIX. Bonello tesorier, che custodìa

il picciolo borsiglio, tutto l’oro

del suo padron, non sa dov’ito sia

d’un re sì grande il povero tesoro.

Camicie, tovaglioli, argenteria,

abiti, calze e quanto avean con loro,

fino alle cose del valor d’un pavolo,

tutto è spazzato, e se le porta il diavolo.

XL. Quella truppa di ladri, capitano

il venerando gazzettier mantese,

con sollecito zelo e pronta mano,

coprendo il bujo l’onorate imprese,

tolto avea l’imbarazzo al re cristiano

del suo lieve equipaggio. Ella pretese

che, secondo Platone, un buon soldato

deve andar senza lusso e scaricato.

XLI. Fatto il suo repulisti, zitto zitto

per segreti stradelli il malandrino

stuolo nettando, se n’andò diritto

alla bisca e divise il suo bottino.

E giù pose di subito in iscritto

un trattato morale e pellegrino

sullo spregio de’ beni e de’ piaceri,

condito di bellissimi pensieri.

XLII. Vi si provò che l’uom dell’uomo è nato

fratello, egual, che dée senza lamento

partirsi il bene e il mal che Dio n’ha dato

e vivere in comune più contento.

Libro sì santo fu di poi stampato

ed arricchito d’un dotto commento

per governar lo spirito ed il core,

col prefazio e l’avviso al leggitore.

XLIII. La real casa intanto in piagnisteo

cercar fa i ladri dappertutto, e invano.

Così fur visti un giorno il buon Fineo

principe della Tracia e il pio trojano

l’uno e l’altro restar muto e babbeo,

quando le brutte arpìe col ventre vano,

appunto a mezzodì dall’antro uscite,

le regie divoràr mense imbandite.

XLIV. Agnese e Dorotea, l’una tremante,

l’altra in pianto, non san di che coprirsi.

Il tesorier Bonel, ciò non ostante,

le fa ridere a forza di stizzirsi.

– Oimé, gridava, in tante pugne e tante

mai tanto non ho perso! è da morirsi!

M’han tolto tutto i birbi: il mio padrone,

quando ci penso, è troppo buon coglione.

LXV. Eccovi il frutto della sua clemenza;

ecco ciò che co’ dotti si guadagna. –

Agnese, ch’è una busta d’indulgenza

sempre discreta, né giammai si lagna,

dicea: – Pazienza, o mio Bonel, pazienza;

tostate pel signor questa castagna;

né vi faccia odiar tale avventura

i letterati e la letteratura.

LXVI. Perch’io conosco più d’uno scrittore

che far sa il bene senza dirlo, e netto

porta del pari che la mano il core,

la virtù ne’ suoi scritti, e più nel petto.

Frutto è il pubblico ben del suo sudore,

e mescolando l’utile al diletto,

del suo dolce parlar spande la piena,

molce gli orecchi e l’anima incatena.

XLVII. Se calabroni v’hanno, ossia Freroni,

v’han pur le pecchie. – E questo che n’importa?

Bonel riprese; o pecchie o calabroni,

pranzar bisogna, e la mia borsa è morta. –

Lo consolano allor gli altri baroni;

ognun si sforza e sé medesmo esorta,

da veri eroi che il callo al mal fatt’hanno,

a por riparo come puossi al danno.

XLVIII. Senza indugiar, per taciti sentieri

inverso la città vanno al castello,

ove trovàr già Carlo e i suoi guerrieri

sicuro asilo ed armi e buon tinello.

Fanno mezzo equipaggio i cavalieri;

prendon le donne un semplice guarnello;

e vi giungono alfin come Dio vuole,

con un pie’ mezzo scalzo e l’altro al sole.

NOTE AL CANTO DICIOTTESIMO

Ottava II, v. 2-3:

Il Duca di Borgogna, che assassinò il Duca d’Orléans. Ma il buon Carlo gli rese pan per focaccia al ponte di Montereau.

Ivi, v. 5-6:

Gonesse, villaggio vicino a Parigi.

Ottava III, v. 5-6:

La sua propria madre Isabella di Baviera fu quella che lo perseguitò più di tutti. A lei si dové il trattato di Troyes, che diede la corona di Francia al suo genero Enrico V, re d’Inghilterra.

Ottava VI, v. 3:

Sono le armi d’Inghilterra.

Ottava XV, v. 1-2:

Chi sia questo padre Chiappa di cui non è cenno nell’originale, non sappiamo; ma senza dubbio il Monti ha voluto deridere qualche ecclesiastico suo contemporaneo di poco cervello.

Ottava XVII, v. 2-3:

Elia Caterino Fréron, nemico fierissimo del Voltaire, e generalmente di tutti li enciclopedisti, prima frate e poi giornalista, nacque a Quimper nel 1719, e morí a Parigi nel 1776. Diede alle stampe niente meno che dugencinquanta volumi di opere diverse, che nessuno piú legge. Bastava il nome di questo folliculaire (VOLTAIRE, Candido) per fare andar su le furie il filosofo di Férney.

Ottava XXI, v. 1-2:

Guyon, altro nemico degli enciclopedisti, e in particolar modo del Voltaire, nacque a Lous-le-Saunier nel 1699 e morí a Parigi nel 1761. Scrisse, con stile degno del titolo (VOLTAIRE, Secolo di Luigi XIV), una Storia del basso impero, una Storia delle Amazzoni antiche e moderne, una Storia dell’Indie e non so quante altre storie. Nell’Oracolo dei nuovi filosofi si diede a mordere furiosamente il Voltaire, soprannominandolo Anticristo. Combatté in difesa della sua fede con successo non troppo felice e con armi, a volte, assai riprovevoli, ma certo con zelo e coraggio.

Ivi, v. 5:

Abramo Giuseppe Chaumeix nacque a Chanteau, vicino ad Orléans. Mostrò più ardore che senno nel combattere la filosofia e i filosofi; molti dei quali, segnatamente il Morellet e il Voltaire, lo rimbeccarono aspramente e non cessarono mai di metterlo in derisione. Disgustato de’ suoi Francesi, andò ad abitare in Russia; dove Caterina, quantunque amica degli enciclopedisti, gli fece ottima accoglienza. L’opera sua principale è intitolata: Pregiudizi legittimi contro l’Enciclopedia, e saggio di confutazione di questo dizionario, con l’esame critico del Libro dello Spirito. Morì a Mosca nel 1790, lasciando presso gli uomini imparziali fama di onesto più che d’ingegnoso e di dotto.

Ottava XXII, v. 1-2:

Gabriele Gauchat, nato in Borgogna nel 1709, morto nel 1774 o nel 1779, scrisse varie opere di non molto valore in sostegno della religione.

Ivi, v. 3-6:

Spregevole uomo fu questo Sabatier, detto Sabatier di Castres, nato nel 1742, morto a Parigi nel 1817. Scrisse da giovane una commedia, un poema e parecchi racconti assai licenziosi. Dapprima si accostò ai filosofi, che lo accolsero nelle loro file con qualche sospetto; ma, sentendosi troppo fiacche le penne a volar alto, e non contento dei terzi né dei secondi onori, mutò improvvisamente bandiera, e cominciò a inveire contro il Voltaire, che, oltre a rispondergli da sé come sapeva rispondere il Voltaire a chi poco o molto lo stuzzicasse, gli scatenò contro tutta la muta degli enciclopedisti. Il ministro De Vergennes lo chiama a Versailles, gli assegna una pensione annua di lire dodicimila e gli dà a istruire i suoi figli. Ma ecco la rivoluzione, ecco che bisogna scappare e andarsene a fare il birbante ora qua ora là. Sperò invano in Napoleone. Caduto il Bonaparte e ritornati in Francia li antichi padroni, anche al Sabatier parve tempo di rimpatriare: e ottenne una pensioncina di duemila lire vita natural durante.

Ottava XXV, v. 7-8:

Il Fréron dava allora alle stampe un foglio tutte le settimane, e in quel foglio buttava là qualche volta delle piccole bugie, delle piccole calunnie e delle piccole ingiurie, per cagion delle quali fu condannato alla galera.

Ottava XXVI, v. 3-4;

Vous vous ressouvenez du bon curé Fantin,

Qui, prêchant, confessant les dames de Versailles,

Caressait tour-à-tour et volait ses ouailles;…

(VOLTAIRE, Poesie).

Antonio Fantin des Odoards, storico e pubblicista (1738-1820), fu di quelli ecclesiastici che, venuta la rivoluzione, ne accettarono i principii. Ma come uomo d’opinioni assai moderate, dové durante il terrore starsene nascosto per un bel pezzo, se volle scamparla. Passata la burrasca, ottenne dal pontefice Pio VII d’essere sciolto da’ suoi vóti e non tardò ad ammogliarsi. Quanto all’azione turpissima attribuitagli dal Voltaire, non se ne trova cenno in altri libri.

Ottava XXVII, v. 1:

L’ab. Giuseppe Grizel (m. 1787), autore d’opere ascetiche e direttore spirituale di donne d’alta condizione.

Ottava XXVIII, v. 1-2:

Lorenzo Angleviel de la Beaumelle, nato a Vallerangue nel 1726, morto a Parigi nel 1773, insegnò qualche tempo lingua e letteratura francese a Copenhagen, dove stette fino al 1751; nel quale anno il suo cattivo genio lo condusse a Berlino. Poco avanti vi era giunto il Voltaire, accolto da Federigo come il più gran monarca del mondo. La Beaumelle, che non era il re di Prussia, avrebbe avuto la pretensione di trattare da pari a pari con un uomo di cui lo stesso Federigo scriveva: – Ci vorranno dei secoli prima che la natura produca un altro Voltaire. – Ma, accortosi a più d’un segno di aver fatto male i suoi conti, maligno e invidioso com’era, credé vendicarsi punzecchiando il Voltaire in un libro intitolato I miei pensieri. Sopraffatto e umiliato dal suo potente avversario, il La Beaumelle dové andarsene da Berlino, e, dopo aver peregrinato un buon pezzo per varie città della Germania, si ricondusse a Parigi nella speranza di miglior fortuna. Ma il nuovo suo libro Note sul secolo di Luigi XIV gli tirò addosso altri nemici e persecuzioni infinite: e fu due volte imprigionato nella Bastiglia, e bandito da Parigi. Sul principio del 1770 il La Beaumelle ottenne non solo che gli fosse revocato il bando, ma anche una pensione e un onorevole impiego nella biblioteca reale.

CANTO DICIANNOVESIMO

ARGOMENTO.

Trimuglio e Dorotea lungo un ruscello

còlti son nella dolce opra d’amore.

Combatte il cavalier con Tirconello;

uccisa è Dorotea (funesto errore!)

dal vago suo, che, fatto al sen puntello

del proprio acciaro, si trafigge il core.

Tirconel s’incappuccia, e grida e pianti

levano i nostri sugli uccisi amanti.

I. O ria germana della Morte, o Guerra,

diritto dei ladron nomati eroi,

che di sangue e di pianto empi la terra,

fatta un deserto dai delitti tuoi,

ben se’ tu cruda ognor; ma se disserra

teco Amor anco gl’infortunii suoi,

ove trovar pupilla che non pianga,

ove un cor che resista e non si franga?

II. Un tenero amator che un sangue versa

cui comprerebbe col suo sangue istesso,

che la sua spada delirando ha immersa

nel sen medesmo da’ suoi baci impresso,

che spenti ha gli occhi dove Amor sommersa

ha la sua face, e par che spiri anch’esso,

più spezza il cor che mille e mille vite

compre da regi ed a morir spedite.

III. Carlo, accerchiato da real drappello,

la fatal sua ragion ripresa avea,

dono infelice, e nondimen sì bello,

che in cerca di battaglie andar lo fea.

Camminando venian verso il castello

che di Marte il crudel treno chiudea,

lance, dardi, cannon fusi all’inferno,

per far dell’uomo così rio governo.

IV. Già da lungi apparian le torreggianti

cime del forte; e a trotto violento

quella schiera correa, Carlo davanti,

di speranze ripieno e d’ardimento.

Ma Trimuglio, l’onor dei fidi amanti,

l’onor del Poitù, seguìa più lento:

ragionando d’amore, il cavaliero

uscì di strada, e tenne altro sentiero.

V. Giunse a una valle, ove, fra molli erbette

che un’onda irriga cristallina e pura,

un bosco di cipressi alza le vette

che a piramide forma la natura,

salde contro lo sdegno e le vendette

di cento verni. Una spelonca oscura,

nel suo mezzo, con queta ombra romita

le Najadi e i Silvani al rezzo invita.

VI. Un ruscello per tacito cammino

giù cadendo vi fa più d’un zampillo,

e vi nutre uno strato tenerino

di melissa tessuto e di serpillo;

e la giunchiglia intorno e il gelsomino,

la pallida viola e l’asfodillo

dir sembrano alla ninfa ed al pastore:

Entra e riposa; il letto è qui d’amore.

VII. Sentì Trimuglio al cor quella favella:

il tempo, il loco, dell’aurette il fiato,

l’amor, la giovinezza, e più la bella,

de’ suoi desiri il foco han già destato.

Smontano entrambi, e posano su quella

gentil verdura l’un dell’altro a lato,

poi colgono de’ baci e poi de’ fiori,

de’ nuovi baci ancora e nuovi ardori.

VIII. Il dio dell’armi e Venere a diletto

vagando per lo ciel mai non miraro

del lor guardo divin più degno obbietto,

né più dolce spettacolo e più caro:

mezzo ascose nei boschi, a tanto affetto

fecer plauso le Ninfe e sospiraro;

e le colombe e i passeri loquaci

preser l’esempio e raddoppiaro i baci.

IX. Sorgea nel bosco istesso una chiesetta,

ospizio della morte atro e ferale,

ove l’antivigilia in arca eletta

aveano di Sandò sepolto il frale.

Tre preti in cotta feano strazio in fretta

di De profundis, mentre al funerale

Tirconello assistea per affezione

verso il defunto e non per devozione.

X. Stato egli era a Sandò nella milizia

fratello d’arme, e avea com’esso il core

fiero, superbo e lordo di nequizia,

né conoscea di lacrime e d’amore;

e un avanzo serbando d’amicizia

per Giovanni Sandò, nel suo furore

giurò che la vendetta ne farà,

ma per collera più che pietà.

XI. Visti dal finestrino al praticello

pascere i due destrier, quell’arrogante

lascia i divini uffizi, e nel più bello

converte verso lor ratte le piante.

Alzan questi le groppe a Tirconello,

e riedono alla grotta ove l’amante

coppia a’ suoi dolci furti s’abbandona,

tutta a sé sola, e non vedea persona.

XII. Tirconello, la cui mente feroce

del prossimo il piacer non può patire,

fe’ un ringhio a quella vista, e ad alta voce

gridò: – Profani, olà, ch’è questo ardire?

Nell’impuro desìo che il cor vi cuoce,

così venite, o vili, a insolentire

degli eroi sulla tomba? È questo il loco

da baciarsi e dar sfogo al vostro foco?

XIII. Feccia di corte infame, allor che spento

cade un inglese, ad un bel modo in vero

tu festeggi sì raro avvenimento!

Parlo teco, villano cavaliero:

sei tu la cui vil mano a tradimento

ha messo a morte così gran guerriero?

Tu guardi la tua donna e non rispondi?

Segno che ti conosci e ti confondi. –

XIV. – Non son io, non fu mia sì bella gloria,

disse Trimuglio: Iddio guida il valore

e a suo senno dispon della vittoria.

Pugnai seco qual debbe un uom d’onore:

ma i giorni di Sandò spense e la boria

una man più felice: ed io, signore,

potrei qui forse l’arroganza adesso

di tal altro punir nel modo istesso. –

XV. Come vento che pria con fresche penne

increspa sussurrando al mar la faccia,

poi sorge e mugge e rompe sàrte e antenne

e di spavento i naviganti agghiaccia:

tal, poiché l’ire e quindi e quinci venne

e li orgogli a scaldar quella minaccia,

si sfidàr fieramente, e a rio duello

discesero Trimuglio e Tirconello.

XVI. Son senz’elmo amendue, senza lorica:

Trimuglio avea tra’ fiori alla verzura

gittato accanto alla sua dolce amica

spada, asta, usbergo e tutta l’armatura,

per comodo maggiore: il ver si dica,

tutta questa pesante vestitura

a che serve in amor? Quanto all’Inglese,

ei sempre andar solea sotto l’arnese:

XVII. ma per raro accidente avea lasciato

quel dì ne la cappella il suo cimiero,

il suo lucente panzeron dorato

e i braccialetti in man d’uno scudiero.

Non ha che un largo cinto a cui legato

pende il brando. Lo trasse il cavaliero:

e adirato Trimuglio come lampo

raccoglie il suo da terra, e salta in campo.

XVIII. E – Aspetta, grida, aspetta, inglese mostro,

e vedrai che si merta un mascalzone

che, fingendo di dire il paternostro,

vien d’amore a turbar la funzione. –

Dice e incalza. Fu tale il caso vostro,

Paride e Menelao, quando Ilione

venir vi vide a rio duel, presente

la bella greca infida e indifferente.

XIX. Ma non già tal fu Dorotea, che il cielo,

l’antro, il bosco di grida empiendo viene.

D’amor la fiamma e della téma il gelo

sì forte mai non le agitàr le vene.

– Qui dunque, dove l’ombra prestò il velo

a’ miei diletti, perderò il mio bene?

Ferma, Trimuglio mio! qui l’ire appaga,

barbaro Inglese, e questo seno impiaga. –

XX. Corre, così dicendo, e con ardenti

sguardi le braccia e ‘l bianco petto ardito

fra le spade interpon dei combattenti.

Già del suo caro il seno era ferito,

né lievemente. Ma qual fiamma ai vènti,

dalla piaga Trimuglio infellonito,

sul nimico si scaglia, e tanta è l’ira,

che starsi in mezzo Dorotea non mira.

XXI. Oh colpo! oh al suo signor brando infedele!

qual sarà l’alma che ben senta amore,

e il pianto a’ versi miei neghi crudele?

Ah dolor che va sopra ogni dolore!

Degli amanti il più bello, il più fedele

della sua donna, ahimé, trafitto ha il core,

quel cor che l’adorava: ella spirante

cade, e chiama cadendo il caro amante.

XXII. Già l’occupa la morte; già vien meno

del cor la forza, e al guardo il dì s’oscura:

ella del sole all’ultimo baleno

i pesanti occhi riaprir procura,

e, con debile man toccando il seno

del suo Trimuglio, eterno amor gli giura:

poi dell’ultimo spirto fa richiamo,

e muore in queste voci: – Io t’amo, io t’amo. –

XXIII. Né già Trimuglio la sentì, ché cinto

di morte in braccio a Dorotea si stava;

e, tutto quanto del suo sangue tinto,

non udìa, non vedea, non favellava.

L’orrendo e pio spettacolo, il cor vinto,

agghiacciato d’orror, l’altro mirava

con attonite luci, in tutto casso

di movimento e indifferente a un sasso.

XXIV. Tal è fama che Atlante, al quale invano

chiese il figlio di Giove ospizio e tetto,

rupe divenne, quando all’inumano

della Gorgon fu móstro il sacro aspetto.

Ma la dolce pietà, che di sua mano

natura pose in fondo all’uman petto

onde li orgogli temperarne e l’ire,

a quell’alma crudel si fe’ sentire.

XXV. Soccorrendo l’esangue Dorotea,

pon mente a due ritratti in miniatura

che la meschina in ogni tempo avea

seco serbati con attenta cura.

L’uno è Trimuglio, e al guardo lo dicea

l’occhio azzurro e la chioma biondoscura;

fiero e dolce è il suo viso, e in un felice

misto la grazia coll’ardir s’addice.

XXVI. – Volto non v’ha d’amor più degno al mondo, –

disse il Breton col guardo a quel ritratto:

ma qual rimase allor che nel secondo

sé medesmo mirò tratto per tratto?

Mira, stupisce, e in sé cogitabondo

si ricorda che, avendo un tempo fatto

un viaggio a Milano, avea d’amore

punto alla bella Carminetta il core.

XXVII. E che di là facendo dipartita

dopo alcun mese, e lei lasciando piena,

diede all’amante dama, onde addolcita

di quel duro partir fosse la pena,

questo ritratto, che la man perita

del Bellino dipinse in pergamena.

Ella, ohimé, poi di Dorotea fu madre,

e Tirconello, ahi Tirconello, è il padre!

XXVIII. Egli era freddo, altero, indifferente,

ma di cuor buono in fondo e generoso.

Quando in alme siffatte entra il pungente

strale del duolo, va più dentro ascoso

che in anima vulgar, troppo al torrente

esposta degli affetti. Più ritroso

s’infoca il ferro che la canna lieve,

ma forte in quello, e mite in questa e breve.

XXIX. Vede il fiero al suo pie’ morta la figlia,

la vede, la contempla; e alfin s’affaccia

il primo pianto in copia alle sue ciglia,

che dell’amata estinta empie la faccia.

Freme, bestemmia, e con furor si piglia

il cadavere caro infra le braccia;

e maledetto con la guerra il fato,

cade alfin senza voce e senza fiato.

XXX. Aprì gli occhi Trimuglio a quelle grida,

vide il dì, detestollo; e, in un baleno

ritirando il crudel ferro omicida

che trafiggeva l’adorato seno,

ne pianta l’elsa al suolo, al cor ne guida

la punta, vi si versa a corpo pieno,

e mortalmente ferito trabocca

sull’amata e le spira a fior di bocca.

XXXI. Al doloroso orribile lamento

che mandò Tirconel, corre una schiera

di scudieri, di preti, e di spavento

gli empì la vista lagrimosa e fiera.

Quelle tigri devote in tal momento

sentìr pietate anch’esse, e, se non era

l’aita lor, seguìto avrìa quel forte

l’anime innamorate oltre la morte.

XXXII. Di quel crudo accidente alfin avendo

l’orror calmato, e più severa e chiara

ne’ suoi discorsi la ragion sentendo,

fe’ di canne formar tosto una bara;

sovr’essa, incarco in un pietoso e orrendo,

posàr la coppia sventurata e cara:

e quindi al campo la portàr segreti,

la via bagnando del lor pianto, i preti.

XXXIII. Tirconello, che in tutto è violento,

prese tosto partito. Anima dura,

detestò dopo questo avvenimento

e moglie e figli e tutta la natura.

Licenzia i servi, cavalca un giumento

di Barberìa, e con pupilla oscura,

con petto afflitto e senza mai parlare,

vola a Parigi e da Parigi al mare.

XXXIV. Imbarcasi a Calais, va al suo paese;

e colà si fa frate di san Bruno,

il ciel mettendo, come il duol lo prese,

fra il mondo e sé, né più vedendo alcuno;

vide appena sé stesso, e non attese

che al cilicio alla frusta ed al digiuno.

Visse sempre in silenzio e in orazione,

ma senza gustar mai la devozione.

XXXV. Come re Carlo, Agnese e la Pulcella

vider passar la pompa dolorosa,

e quella coppia, un dì sì lieta e bella,

or di polve coperta e sanguinosa,

senza moto restàr, senza favella,

per lo spavento, quasi morta cosa:

poi la pietà del pianto i fonti aperse,

e tutti gli occhi in lagrime converse.

XXXVI. Si pianse meno in Troja Ettore estinto,

allor che Achille, vincitor modesto,

sì dolcemente il trasse, i piedi avvinto,

il capo penzolone e tutto pesto,

spingendo il carro d’un bel rosso tinto

sovra un monte di morti in modo onesto:

ivi si pianse men, perché la sposa

pur sopravvisse: e ciò fu qualche cosa.

XXXVII. La bella Agnese intanto al sen tremante

stringesi il re che le piangea sul petto,

e mesta gli dicea: – Mio caro amante,

forse noi pure un dì nel cataletto

sarem portati in modo somigliante

all’altro mondo. Oh tristo un cotal letto!

Ah che l’anima mia, come il mio seno,

sia per sempre alla vostra unita almeno! –

XXXVIII. A siffatto parlar, che al cor la vile

paura infonde e la tristezza molle,

Giovanna, preso il tuon fiero e maschile,

lingua verace d’un ardir che bolle,

disse: – Non è con musica sottile

di bei singhiozzi e piagnistei da folle,

che noi quest’ombre vendicar dovremo,

ma coll’armi: e diman le prenderemo.

XXXIX. Mirate, o re, mirate d’Orleano

gli assediati bastioni. I campi intorno

fuman di sangue che la vostra mano,

la vostra mano ha sparso l’altro giorno.

Armatevi, seguite il vostro piano;

ché il resto, vel dich’io, non vale un corno.

Questo è tutto che all’ombra insanguinata

di Trimuglio si debbe e dell’amata.

XL. Vinca un re valoroso e non sospiri,

se il suo dover conosce e non minchiona.

Lungi, Agnese gentil, lungi i deliri

d’un’alma troppo delicata e buona.

La bella Agnese al suo fedele ispiri

sensi più degni della sua corona. –

– Ah dite bene, Agnese rispondea,

ma lasciatemi piangere. – E piangea.

CANTO VENTESIMO

ARGOMENTO.

Un diavolo nel corpo entra al somaro,

che si presenta di Giovanna al letto,

e con temerità che non ha paro,

le favella d’amor. Pria con dispetto

ella ascolta l’audace; alfin discaro

più non le torna l’asinino affetto.

Ma san Dionigi, che lor veglia a lato,

la storna in tempo da sì gran peccato.

I. L’uomo e la donna è fragil cosa, e matto

chi alla virtù s’affida. Ella è un bel vaso,

ma di creta composto, che ad un tratto

si rompe, appena che vi accosti il naso.

Può racconciarsi, è ver, ma dopo il fatto

difficile è l’impresa e raro il caso;

e custodirlo poi con gelosia

senza macchiarlo è un sogno in fede mia.

II. Dico ch’è un sogno, e che nessun v’arriva.

Ne sia d’Eva il marito testimone,

e il buon vecchio, che Sodoma fuggiva,

e l’accecato povero Sansone,

e quel santo Davidde, e quella viva

fonte di sapienza Salomone,

e tu principalmente, o sesso amabile,

sesso dolce e gentil, ma sempre instabile.

III. Tanto il vecchio che il nuovo testamento,

tanto l’istoria che la poesia,

confermano il mio detto. Io senza stento,

devoto sesso, ti perdonerìa

i tuoi raggiri, i tuoi capricci e cento

dolci artifizi; ma in coscienza mia

certi casi vi son, donne mie care,

e certi gusti che non so scusare.

IV. Per esempio, vedute io v’ho sovente

con la bamboccia o la bertuccia in letto,

grassa, bigia, pelosa, impertinente,

ma carezzata più d’un giovinetto.

Me ne duole per voi sinceramente

e pei vostri bei corpi, e, a dirlo schietto,

credo più vi convegna un ciuccio alato

che un ciuccio in toga o un damerin sgarbato.

V. Donne adorate, a cui consacro i versi

di che la Musa m’onorò cortese,

per vostro bene è tempo da sapersi

l’error che di Giovanna al cor s’apprese,

e come un bel somaro per diversi

modi un momento la ragion le offese;

non son io, ma il dottor Tritemo istesso,

quel saggio abate, che vi parla adesso.

VI. Quel dannato figliuol di san Francesco,

il terribile padre Grisbordone,

arrostito, e bollito, e ognor più fresco,

bestemmiando cercava occasione

di vendicarsi e scuoter bene il pèsco

all’altera Giovanna, che al ghiottone

netto reciso con un colpo giusto

il tosato occipizio avea dal busto.

VII. Gridava a Belzebù: – Ma, padre mio,

tu dunque indurre in qualche gran peccato

questa Pulcella non potrai? Per Dio,

se ti scappa, tu sei disonorato. –

Così parlava borbottando il rio,

quando giunse rabbioso e inopinato

Ermafrodito al margo d’Acheronte

ancor coll’acqua benedetta in fronte.

VIII. Questo anfibio animal, per vendicarsi,

indrizzossi egli pure a Belzebù.

Eccoli dunque tutti e tre legarsi

contro una donna. Oimé, che per lo più

non occorre cotanto affaticarsi,

per sedur d’una donna la virtù!

Da qualche tempo tutti e tre sapeano

qual è il palladio che rapir doveano.

IX. Sapean che ascosa sotto il gonnellino

costei la chiave d’Orleàn tenea,

e che di Francia afflitta il gran destino

tutto da quel giojello dipendea.

Il diavolo fu sempre astuto e fino:

corse dunque a veder che si facea

dagl’Inglesi, e lo stato in cui pur era

di spirto e corpo la fatal guerriera.

X. Bonifazio, Bonel, Giovanna, Agnese,

l’asino, il Re, il Bastardo eran tornati

vèr’ la notte del forte alle difese,

aspettando rinforzi: gli assediati

riparavan la breccia; il campo inglese

tutti i suoi corpi avea già ritirati;

di quei di là ciascuno alle sue tende

fa la sua cena in fretta e sonno prende.

XI. Muse, tremate dello strano eccesso

che ai posteri narrar debbe il mio canto,

e voi, lettori, ne’ cui petti ha messo

di Dio la grazia un amor puro e santo,

imparate saggezza, e con sommesso

muto giudizio ringraziate intanto

Dionigi e Dunoè, se consumato

non fu del tutto così gran peccato.

XII. Io v’ho promesso di cantar gli amori

di questo nuovo Pègaso orecchiuto

che or sotto questo or quel fece stupori,

e fu di regi e di donzelle ajuto.

Sull’ale di celesti aurei colori,

portar l’avete in Lombardia veduto

il gran Bastardo: al par di lui famoso

ei ne tornò, ma ne tornò geloso.

XIII. Sapete che, portando l’Eroina,

sentì nel cor svegliarsi una scintilla

di quella elementar fiamma divina

che viva più che dolce arde e sfavilla;

che l’aria i monti i boschi e la marina

scorre, accende, feconda, e sempre brilla,

creatrice de’ mondi, anima e vita

universale eterna ed infinita.

XIV. Questo raggio divin, di che restato

è qualche saggio in questo esausto mondo,

del Sol fu tolto al carro ed innestato

nell’uom primiero con saper profondo.

Questo raggio dappoi s’è logorato,

invilito, smarrito, e il moribondo

di natura vigor nei nostri cuori

più non produce che imperfetti amori.

XV. Se vive tuttavia qualche fiammella

di questo foco, se ne resta ancora

qualche germe felice, entro la stella

nol cercar della Dea che Pafo adora;

non cercarlo in Urania e in tutta quella

filza di fole che la Grecia onora.

Corri in Arcadia e cercalo nel seno

del famoso corsier del buon Sileno.

XVI. Leggiadri cicisbei, che, incatenati

di fior, languite appiè del caro obbietto,

duchi, marchesi, monsignori, abati,

amanti in toga e militar corsetto,

genti di mondo, consiglieri e frati,

foste di quelli ancor del cordonetto

di san Francesco, non venite al paro

in materia d’amor col mio somaro.

XVII. L’asino d’oro, in tanto onor salito

per la sua metamorfosi famosa,

non s’avvicina al mio neppur d’un dito.

Ei non fu ch’uomo, e questo è poca cosa.

Tritemo, ingegno saggio e più erudito

del pedante Larchet, sì paurosa

ebbe la man, la mente a questo passo,

che veramente diventò di sasso.

XVIII. Mandar dovendo ad ogni età futura

di questo eccesso la memoria ingrata,

stentò co’ suoi tre diti a tener dura

sopra il foglio la penna spaventata.

Infatti gli cascò per la paura

quattro volte: ma l’anima turbata

alfin rassicurò, facendo mente

quanto il diavolo sia tristo e potente.

XIX. Questo rival di Dio, questo gran padre

del peccato, che fa la professione

di tentator, si sa con che leggiadre

arti dell’alme in signoria si pone;

si sa ch’egli la nostra cara madre

già sedusse una sera in un cantone

del giardino, ed in serpe convertito,

mangiar le fece il pomo proibito.

XX. Si vuol che peggio le facesse ancora.

Basta, la sciocca fu cacciata in bando

dal paradiso, e il diavol da quell’ora

ci va le mogli e i figli governando.

Il buon Tritemo, che il ver dice ognora,

n’ha visto più d’un caso memorando.

Ecco come il grand’uom, tutto decenza,

narra del santo ubino l’insolenza.

XXI. La paffuta Giovanna, a cui del volto

già rinfrescate il sonno avea le rose,

fra’ suoi lenzuoli nel pensier raccolto

di sua vita volgea le strane cose:

il giovin core, lusingato molto

più del dover di tante opre famose,

senza darne a Dionigi alcuna gloria,

ne concepì in segreto un po’ di boria.

XXII. Potete immaginar come scontento

restò il Santo di simile albagìa.

A punirla, pensò per un momento

lasciarla de’ suoi sensi alla balìa.

L’ama, e vuol che per proprio esperimento

sappia cosa in sé stessa ella si sia,

e che una donna in tutti i luoghi e l’ore

per ben condursi uop’ha d’un protettore.

XXIII. Poco dunque le manca che non cada

nell’orribile insidia che le tese

Satana. Quando si va fuor di strada,

più che non vuolsi ancor si fa paese.

Il tristo tentator, che a tutto bada,

prende il suo tempo: ei sempre bene il prese.

Pel cul si ficca del somaro e gli entra

destramente nel corpo e vi s’inventra.

XXIV. Gli forma e spirto e lingua e la rozzezza

gli addolcisce del tuon rauco e gagliardo.

Ogni grazia gl’insegna, ogni finezza

dell’arte di Nasone e di Bernardo.

L’asino illuminato la cavezza

rompe ad ogni pudor; senza riguardo

lascia la stalla e a pie’ del letto monta,

ove Giovanna le sue storie conta.

XXV. Bassa le orecchie, va pian piano, e poi

dolcemente s’accoscia accanto ad ella;

la loda di aver vinti i primi eroi,

d’esser invitta, e soprattutto bella!

Così il gran serpe il dì ch’Eva ne’ suoi

inganni fe’ cascar, la vanerella

prima adulò con voci lusinghiere.

Del lodar l’arte è l’arte del piacere.

XXVI. – Cielo! dove son io? che cosa sento?

gridò Giovanna stupefatta allora.

È questo il mio somaro? oh gran portento!

Per Dio ch’ei parla, e parla bene ancora! –

L’asino, componendo il portamento,

e stando ginocchion, senza dimora

le fece su lo stil del Massiglione

il seguente bellissimo sermone:

XXVII. – Giovanna d’Arco, quello che vedete,

non è prestigio. L’asino saputo

di Canaano in me riconoscete.

Pria dal vecchio Balam fui mantenuto.

Balamo fra i pagani era un gran prete,

io giudeo: il padron, senza il mio ajuto,

quel popol santo maledetto avrìa,

di che un mal grande nato ne sarìa.

XXVIII. Adonai mi fu grato, e diemmi in dono

a Enocco; Enocco immortal vita avea:

ebbi altrettanto, ed il padron mio buono

fece decreto che la Parca rea

rispettasse i miei dì, ch’eterno or sono.

Fece ancora di più: quanto io sapea

desiar, m’accordò senza contrasto:

ma comandommi, oimé! di viver casto.

XXIX. Per un somaro d’ogni dote adorno

qual divieto! Il pensier mi fa terrore.

Giovine sciolto in così bel soggiorno,

di tutto quanto io dunque era signore;

dritto avea di far tutto e notte e giorno,

tutto tutto, meschin! fuor che l’amore.

Obbedii meglio che il primier buon uomo,

che perdé frutto per mangiarsi il pomo.

XXX. Misi la briglia all’arroganza, al foco

della parte inferior, giunsi a domare

il mio temperamento a poco a poco,

e vergin vissi senza mai peccare.

Sapete come? In così santo loco

per mia sorte non v’erano somare.

Così passai, contento del mio stato,

più di mill’anni in dolce celibato.

XXXI. Quando Bacco portò tirsi ed allori

e buon vino sul Gange, a questo dio

servii di tromba, e gl’Indi adoratori

cantano ancor festosi il valor mio.

Di quanti lo seguìr duchi e signori,

i più nomati siam Sileno ed io.

E ad Apulejo chi fe’ tanto onore?

Il mio nome, i miei fasti, il mio valore.

XXXII. Quando alfine su in ciel Giorgio, quel santo

così nimico dell’onor francese,

quel Giorgio che la guerra ama soltanto,

cavalcar volle un bel leardo inglese;

quando Martin, famoso pel suo manto,

un superbo cavallo anch’ei si prese;

Dionigi, che quant’essi in ciel figura,

volle anch’egli la sua cavalcatura.

XXXIII. Mi scelse, mi chiamò, d’ali mi cinse.

Volai del cielo sulle vòlte aurate,

ove il can di san Rocco mi distinse,

e il porco caro a sant’Antonio abbate

in perfetta amistà meco si strinse,

celeste porco emblema d’ogni frate.

Con striglie d’oro il signor mio strigliommi,

e di nèttare e ambrosia ubbriacommi.

XXXIV. Ma di vita sì bella il paragone

non s’accosta, o Giovanna, alla dolcezza

che mi scorre la schiena e il pettignone,

quando contemplo in voi tanta vaghezza.

Il porco, il cane e Giorgio e il mio padrone

non vagliono la vostra alta bellezza.

Credete soprattutto che di quante

cariche il cielo m’onorò costante,

XXXV. la più cara e beata, e al mio disegno

e al mio cor più conforme, e di cui sono,

se non m’inganno, il più d’ogni altro degno,

è di portarvi sulla groppa in trono.

Quando per voi lasciai l’empireo regno,

io mi crebbi d’onor: ma che ragiono?

No che il cielo peranco io non lasciai;

ancor vi sono, egli è ne’ vostri rai. –

XXXVI. All’ardito parlar Giovanna in core

una giusta sentissi alta indignanza.

Dovrà un asino amar, dargli il suo fiore?

una tanta soffrir disonoranza,

dopo aver salvo il virginal suo fiore

dai mulattieri e dagli eroi di Franza?

dopo aver con la grazia che vien d’alto,

Sandò deluso in quello sconcio assalto?

XXXVII. Ma qual asino, oh Dio! Come vestita

di pregi ha l’alma e culta la favella!

Non val egli la capra favorita

d’un calabrese che di fior l’abbella?

– No, no, lunge, poi dice inorridita,

lunge la fantasia che mi martella! –

Tutti questi pensier facean tempesta

nel suo gran core e confondean la testa.

XXXVIII. Tal, quando guerreggiata è la marina

dal soffio boreal, dall’affricano,

vien battuta una nave che cammina

per Sumatra, Bengala o Ceilano;

or la vedi alle stelle andar vicina,

or gettarsi tra’ scogli, e l’oceano

per inghiottirla una vorago aprire,

su cui poi sembra dall’inferno uscire.

XXXIX. Il maligno fanciul, che gl’immortali

e gli uomini e i somari al par conquide,

coll’arco in man librandosi sull’ali,

guarda intanto Giovanna e dolce ride.

Ella infatti, allorché sì strane e tali

di sua beltà le conseguenze vide

sui rozzi sensi d’alma sì villana,

se n’ compiacea, né tanto alla lontana.

XL. Stende la grassa man verso l’amante

senza pensarvi, e tosto la ritira

rossa in volto, pentita e palpitante,

e poi si rassicura e poi sospira.

Gli dice alfin: – Bell’asino galante,

vana è la speme che nel cor vi gira:

è una chimera: pregovi d’avere

rispetto alla mia gloria e al mio dovere.

XLI. Troppo, oh troppo distanti son tra loro

le nostre specie; né approvar poss’io

codesta vostra tenerezza in foro

conscientiae. Adunque fate punto: addio. –

– L’amore eguaglia tutto, o mio tesoro,

l’asino replicò: forse in oblio

ponete il cigno a cui Leda fa festa

senza punto cessar d’essere onesta?

XLII. E di Minosse conoscete voi

la moglie? Anch’ella d’un bel toro ardea,

e pospose di Creta i primi eroi

a un amator che quattro piedi avea.

Ganimede, il più bel de’ tempi suoi,

d’un aquilon fu moglie. E che facea

quella Filira madre di Chirone?

Concedea le sue grazie a uno stallone. –

XLIII. Seguìa parlando, e il diavol, che primiero

la favola inventò, gli suggerìa

esempi così forti, che il somiero

uno de’ più gran dotti comparìa.

Mentre parla con tanto magistero,

il gran Bastardo, che vicin dormìa,

si sveglia, e stupefatto ascolta quella

stringente eloquentissima favella.

XLIV. Conoscer brama l’orator rivale,

entra improvviso, ed (oh portento!) vede

dei lunghi orecchi il portator brutale;

lo guarda, e il fissa, e a gli occhi suoi non crede.

Si confuse Giovanna, e restò quale

Venere allor che nella rete diede

del cornuto Vulcan, che tutta nuda

sotto Marte agli dèi mostrò la druda.

XLV. Ma Giovanna non cade, ché nascosto

la soccorre Dionigi, e al gran peccato

l’involò, la sostenne, sì che tosto

tornò in sé stessa col pensier sdegnato.

Tal da sonno talor còlto al suo posto

svegliasi al primo allarme un buon soldato,

frega gli occhi, in pie’ salta, armasi in fretta,

e sul nemico con gran cor si getta.

XLVI. Di Dèbora alla lancia, a cui non puote

regger forza infernal, stesa la mano,

nell’asino il demonio ella percuote.

Dunoè lo randella, e non fa piano.

Raglia il percosso, e alle tremende note

trema Nante e Blois, trema Orleano;

e sul medesmo tuono arditi e chiari

del Poitù rispondono i somari.

XLVII. Satana fugge, ma di sé vendetta,

e degl’Inglesi, in cor volge e travasa.

Vola dentro Orlean come saetta,

e dritto va del Presidente in casa.

Ivi in corpo alla moglie il rio si getta,

certo di governar quell’alma invasa.

Questo è antico possesso: ei già sapea

l’occulto mal che inferma la tenea.

XLVIII. Sa ch’arde per Talbò di fiamma impura:

quindi il Serpe vecchion segretamente

la dirige, l’incende, e s’assecura

ch’ella potrà dar tutto, e mano e mente,

a introdur d’Orleano entro le mura

l’adorato Talbò con la sua gente.

Facendo per gl’Inglesi, a cui s’è stretto,

sa che fa per sé stesso il maledetto!

NOTE AL CANTO VENTESIMO

Ottava XVII, v. 5-6:

Pietro Enrico Larcher, che soltanto nella Pulcella il Voltaire chiama Larchet, nato a Digione nel 1726, morto a Parigi nel 1812, coltivò le discipline storiche e filosofiche. Instigato da alcuni preti del collegio Mazarino (dov’egli pure insegnava), diede alle stampe, col titolo di Supplemento alla filosofia della storia, uno scritto in confutazione della Filosofia della storia del Voltaire; il quale gli rispose con l’opuscolo intitolato la Difesa di mio zio, che fa parte delle Miscellanee storiche.

Ottava XXIV, v. 3-4:

Il Bernard, autore dell’opera Castore e Polluce, e di alcune poesie leggère, scrisse, come Ovidio, un’Arte d’amare.

CANTO VENTUNESIMO

ARGOMENTO.

Si scoprono a vicenda il loro affetto

Giovanna e Dunoè; ma pur la cosa

pensano differir per buon rispetto.

La moglie di Louvet con amorosa

lettera invita il gran Talbò nel letto;

e preso è in Orleano. Alfin la rosa

fin qui non tocca Dunoè disfiora.

Grida Capocchio ch’è pulcella ancora.

I. Sa il mio lettor per sana esperienza

che il bel dio, che fanciul piangon le genti,

e i cui giochi son d’alta intelligenza,

ha due turcassi affatto differenti.

Nell’uno ha dardi, la cui punta è senza

duolo e periglio, e dolce entrar la senti:

cresce col tempo e lascia una ferita

che non uccide il cor, ma gli dà vita.

II. Son gli altri dardi un foco che divora,

che nel medesmo istante entra e consuma,

strugge i sensi al meschin che s’innamora,

e d’un vivo incarnato il volto alluma.

Una vita novella l’accalora,

d’un nuovo sangue il corpo avvampa e fuma.

Non riflette, non ode, e le pupille,

specchio dell’alma, gettano scintille.

III. L’onda, che al foco lentamente bolle

e dentro il vaso in modo strano e vago

corre, fugge, combatte, e alfin s’estolle

sugli orli, e casca, e al suol fa spuma e lago;

quest’onda, che s’infuria e che par folle,

non è che smorta ed imperfetta imago

di quel foco d’amor di ch’io ragiono,

quando accese talor l’alme ne sono.

IV. Scrittor profani, che l’onor la gloria

macchiato avete della mia Pulcella,

falsificando la sua casta istoria,

voi dite, o vili, che la gran donzella,

la ragion tenebrata e la memoria,

arse d’amor pel suo ronzino, e ch’ella

male assai combatté: questo è un espresso

villano insulto alla virtù del sesso.

V. Infami di bugie compilatori,

più rispetto alle dame, e più non dite

che Giovanna soggiacque: in questi errori

nessun dotto è caduto, e voi mentite,

voi confondete e fatti e tempi e amori,

e i portenti più bei prostituite.

Voi calunniate il mio ronzino, alfine,

e l’inclite sue gesta peregrine.

VI. Rispettatelo. Voi gli alti talenti

non possedete d’animal sì raro,

ben più lunghe le orecchie. In quei momenti,

se a Giovanna il suo amor non fu discaro,

s’ella mirò con paghi occhi contenti

del suo viso il poter sopra il somaro,

fu vanità, che al sesso si perdona,

fu amor proprio, non quel che sì mal suona.

VII. Per alfin porre in tutto il suo splendore

di Giovanna la gloria immaculata,

per provar che del nero tentatore

alla fina malizia inaspettata,

e ai trasporti dell’asino oratore

invitta e salda la bell’alma è stata;

sappiate, che Giovanna in quell’istante

già sospirava per un altro amante.

VIII. Egli era, come dissi in altro loco,

il gran Bastardo, e queste non son fole.

Si può talor per divertirsi un poco

d’un asino ascoltar quattro parole,

desiar di sentir così per gioco

dirsi talor: – Mia vita, o mio bel sole; –

ma tal capriccio innocente e leggero

non tradisce un amor casto e sincero.

IX. Gli è un fatto nell’istoria incontrastato

che questo gran Bastardo, eroe perfetto,

d’un’aurea freccia si sentì piagato

che Amor tirò dal suo turcasso eletto;

ma, signor di sé stesso ed elevato,

mai nel sen non ammise un basso affetto.

La prima legge che nel cor s’impresse,

fu del regno e del re l’alto interesse.

X. Ei sa che di Giovanna il pulcellaggio

è il palladio di Francia, e che sta sotto

a quel fior la vittoria; onde da saggio

digiuna e astiensi da boccon sì ghiotto:

pari a un bracco fedele e di coraggio,

che, benché molto dalla fame indótto,

pur, resistendo all’appetito, in bocca

tien la grassa pernice e non la tocca.

XI. Ma come vide che il divin somaro

avea fatta la sua dichiarazione,

parlò il Bastardo anch’esso, e parlò chiaro:

il tacer sempre è sempre da minchione.

Per altro è una pazzia che non ha paro,

alla patria anteporre la passione;

e Dunoè mi scusi, ché dovea

considerar che tutto si perdea.

XII. Giovanna, che ancor tutta è vergognosa

d’aver sofferta la proposta ardita

d’un orecchiuto, non parea ritrosa

a quella d’un eroe che dolce invita.

Amor spronava l’alma virtuosa

terribilmente: insomma era finita,

se il santo protettor, pietoso e saggio,

non spiccava dall’alto il suo bel raggio.

XIII. Quel raggio d’òr, già sua cavalcatura,

del suo nimbo divin parte più bella,

che portò la beata sua figura

quando in traccia fra noi d’una zitella

d’Orleano discese entro le mura,

questo raggio nel seno alla Pulcella

drittamente ferendo, ogni profano

vil sentimento ne mandò lontano.

XIV. – Bastardo mio, diss’ella, ah lo sapete,

non è tempo; è fatale il nostro amore.

Non guastiamo il destin: voi solo avete

la mia fede, e voi sol n’avrete il fiore:

ma col vostro gran braccio in pria dovete

cacciar di Francia l’anglo usurpatore.

Aspettiam questo, e allor, dolce mia speme,

sovra gli allori corcheremci insieme. –

XV. Il Bastardo calmossi ai saggi accenti

e rimise il poledro in scuderia:

ella n’accolse i puri sentimenti

con gran modestia, e poi, per garanzia,

trenta baci gli die’ casti e prudenti,

quai la sorella al suo fratel darìa.

L’uno e l’altra al desio la briglia pose,

e onestamente differìr le cose.

XVI. Ne fu pago Dionigi, e divisò

di dar l’ultimo effetto al suo gran piano.

Dovea la notte stessa il fier Talbò

per stratagemma entrare in Orleano.

Una simile impresa era però

straniera all’albagìa d’un anglicano.

Eran gl’Inglesi allor teste sensate,

ma più ardite d’assai che sdoganate.

XVII. Oh Amore! Oh potente debolezza!

tu fosti ancor lì lì per consegnare

al nimico breton questa fortezza

che ridotto l’aveva al disperare.

Ciò che né di Bedfort l’alta accortezza,

né il valor di Talbò potér mai fare,

tu l’imprendesti, Amor; tu opprimi e uccidi,

crudo e caro fanciullo, e poi sorridi.

XVIII. Se Amor nel corso de’ suoi fatti immensi

sfiorò a Giovanna il cor con innocente

dardo, ben altro poi ne’ cinque sensi

ne vibrò della nostra presidente.

Ei ferilla con un di quelli accensi

ferrei dardi che tolgono la mente.

Voi visto avete superar lo spalto

l’orrenda cannonata, il fiero assalto,

XIX. e le zuffe, e le molte uccisioni

che seguìr dentro e fuor con varii effetti,

quando il crudo Talbò co’ fier Bretoni,

atterrate le porte e i parapetti,

ruinar vide addosso a’ suoi campioni

dalle mura dagli argini e dai tetti

l’armi il foco la morte: tutto questo

già sentiste, lettori; udite il resto.

XX. Penetrava Talbò sulle calcate

teste nella città con franco passo,

fulminando e gridando: – Inglesi, entrate:

abbasso l’armi, cittadini, abbasso! –

Marte, che sotto le sue gran pedate

scoscende il mondo, fa minor fracasso

quando il braccio di morte esecutore

gli arma Bellona il Fato ed il Furore.

XXI. La Presidente nella casa avea

presso un muro dirùto un’apertura

da cui l’amante contemplar godea;

quell’elmo, quella testa alta e sicura,

quella destra, que’ lampi che mettea

dalle pupille, e tutta la figura

che par d’un nume: e n’era la carogna

di cervello spogliata e di vergogna.

XXII. Tale in altra stagion per una grata

madama Audon, guatando il commediante

celebrato Baron, tutta infiammata

ne divorava il signoril sembiante,

l’andamento, il gestir, la profumata

capigliatura e l’abito elegante,

e tra sé ne imitava i cari accenti,

tutti aperti ad amore i sentimenti.

XXIII. Era il demonio (ve ‘l ricorderete),

senza niente rendersi importuno,

già entrato in corpo alla Louvet: sapete

che il diavolo e l’amore egli è tutt’uno.

Or dunque, come quel che sempre ha sete

di nuocere, che fe’ l’angelo bruno?

Prese il volto e la cuffia di Sufona,

serva antica di casa e donzellona.

XXIV. Avea costei un sacco di virtù;

cameriera, massaja, atta per tre

a far gli affari, ad intrigar; di più

eccellente ruffiana, a segno che

spesso a un tempo allestia due rendez-vous,

uno per la padrona, uno per sé.

Sotto la costei forma il tentatore

alla bella parlò di tal tenore:

XXV. – La mia capacità, la mia sincera

affezion v’è nota: io vo’ servire

l’innocente amor vostro: ho la maniera

di farlo, e il desir vostro è il mio desire.

Mio cugino è di guardia questa sera

del soccorso alla porta. Ivi venire

può non veduto il vostro amante, senza

punto arrischiar la vostra convenienza.

XXVI. Scrivetegli, Madonna. Il mio cugino,

uom di senno, faravvi egregiamente

il vostro affar. – Sì disse, e a tavolino

corse senza indugiar la Presidente;

scrisse un biglietto tenero divino:

ogni parola al core ed alla mente

desire incendio e voluttà portava.

Qual maraviglia? Il diavolo dettava.

XXVII. Talbò, svelto del par che innamorato,

rescrisse che al proposto abboccamento

alla tal ora si sarìa trovato:

ma giurò che in quel dolce accampamento

per la via del piacer sarìa passato

alla gloria; e fe’ tal preparamento,

che non vi fosse dal letto d’amore

che un salto a quel di Marte e dell’onore.

XXVIII. Ti sovverrai, lettor, che san Dionigi

inviò fra’ Capocchio dal paese

della Sciocchezza a spargere i prestigi

del sogno e dell’error nel campo inglese:

ch’ivi fur sì felici i suoi servigi,

che frusta e ceppi vi buscò: cortese

Talbò lo sciolse appresso, ed ei cantava

l’officio, dicea messa e confessava.

XXIX. Talbò, che andar pel campo il lascia a zonzo

sulla parola, non avea sospetto

che un fra’ Bertoldo, un imbecille, un gonzo,

un escremento di san Benedetto,

a cui le chiappe di color di bronzo

fe’ far col nerbo, avrìa tanto intelletto

pur da ficcarla a un general valente:

ma il cielo la pensò diversamente.

XXX. Spesso beffarsi Iddio s’è compiaciuto

dei più gran capi ed ingannarne l’occhio:

per confondere, spesso, il più saputo

ne’ suoi giudizi, ei sceglie il più batocchio.

Un baleno di spirito venuto

dal paradiso illuminò Capocchio:

del suo duro cervel la densa massa

lieve divenne e meno oscura e crassa.

XXXI. Del subitano suo discernimento

stupisce il frate. Oh caso inconcepibile!

io penso, e Dio sa il come, io penso e sento.

Ma conosch’io quella virtù invisibile

che il pensiero mi dona e il sentimento?

che più o men rende il cervel sensibile?

Conosco io bene l’atomo diverso

che fa l’ingegno or dritto ora traverso?

XXXII. Qual fibra nel suo seno ha ricevuta

la fantasia d’Omero e di Marone;

e in qual germe venefico tessuta

fu poi quella di Gianni e di Frerone?

Spunta il giglio d’accanto alla cicuta;

e nel dito di Dio che la dispone,

ne sta la causa ai nostri raggi ascosa;

e più se n’ parla, più divien dubbiosa.

XXXIII. Non imitiam la lor garrulità,

e seguitiam Capocchio. Ei dunque acquista

primamente una gran curiosità,

e con profitto impiega la sua vista.

Vede verso la sera alla città

sfilar cuochi con tutta la provvista

d’un banchetto magnifico, capponi,

starne, fagian, tartufi, salsiccioni.

XXXIV. E boccioni, che in pance cesellate

fresco a ghiaccio chiudean l’almo licore,

il liquido rubin ch’alle beate

cantine di Citeaux donò il Signore.

Tutto questo in silenzio. Allora il frate

il sapere acquistò, non di dottore

della Sorbona, ma il saper leggiadro

di ben condursi in questo mondo ladro.

XXXV. In oltre diventò cauto, prudente,

accorto, saggio, parlator facondo,

gatta morta, che a tutto ponea mente

sottecchi, astuto, aggirator profondo,

cortigian consumato, e finalmente

il monaco più monaco del mondo.

Così i suoi pari in ogni tempo vanno

dalla cucina in corte a prender scanno.

XXXVI. Monarchi dei balordi e dei pezzenti,

torbidi in pace ed intriganti in guerra,

entran ne’ gabinetti de’ potenti,

e sconvolgono alfin tutta la terra,

or volpi, or lupi, or scimie, ora serpenti,

e tutto che di peggio il mondo serra.

Ben dunque fece il miscredente inglese,

se purgò di tal pèste il suo paese.

XXXVII. Prende Capocchio un piccolo sentiero

che al quartier regio per un bosco mena,

in sé volgendo questo gran mistero

di che tutta la testa avea ripiena.

A trovar corre il fratel bianco e nero

Bonifacio, che, mentre vien la cena,

stassi appunto nel suo pensier profondo

meditando i destin di questo mondo.

XXXVIII. L’invisibil catena egli misura

che lega i tempi, i fati e gli accidenti,

e la vita presente e la futura

e i più lievi e i più grandi avvenimenti.

Tutta in sua testa abbraccia la natura,

cause, effetti, armonie, sconvolgimenti.

Conclude alfin che un rendez-vous talora

perder può un regno e può salvarlo ancora.

XXXIX. Ricorda i gigli sovra il cul forbito

del paggio inglese; pensa che in ginocchio

già Carlo gli adorò; d’Ermafrodito

il caduto palazzo ha innanzi all’occhio.

Ciò di che maggiormente s’è stupito,

è lo spirto e il buon senso di Capocchio:

e da tutto risultagli che tutto

di questa guerra avrà Dionigi il frutto.

XL. Si fa Capocchio con gentil maniera

presentar ad Agnese in sul momento

dal confratello, e fatto, a pie’ com’era,

sovra la sua bellezza un complimento,

le narra che Talbò la stessa sera

ha preso un amoroso appuntamento

alla tal porta, dove il disperato

dall’amante Louvet era aspettato.

XLI. – Lo possiam, disse, corbellar tenendo

dietro all’incanto, e còrlo nel concubito,

come un dì còlto fu Sanson tremendo.

Bella Agnese, portatene al re subito. –

Ed ella: – Oimé, mio caro reverendo,

siete voi di parer, come ne dubito,

che il mio re possa amarmi eternamente? –

Le rispose Capocchio: – Io non so niente.

XLII. So ch’ei va per la strada dei dannati.

Quanto a me, come frate, lo condanno;

ma, come uom, l’assolvo: oh fortunati

quei che un giorno per voi si danneranno! –

– Siete il più furbo e il più gentil de’ frati: –

e tratto in un cantone il torcimanno,

– Per caso avreste voi, soggiunse Agnese,

visto il giovin Monroso al campo inglese? –

XLIII. Il frate, ch’era frate, e ancor di fresco

illuminato, subito rispose:

– L’ho veduto, ed è bel per san Francesco! –

Arrossì Agnese, chinò i rai, compose

il suo visetto, e l’animal fratesco

pria che facciansi l’ombre tenebrose,

alle stanze menò del suo sovrano,

cortesemente presolo per mano.

XLIV. E qui Capocchio tenne un sorprendente

discorso al suo buon re, che nulla intese.

Si raduna il Consiglio immantinente,

e v’assiste Giovanna in tutto arnese.

Siede in mezzo a gli eroi: discretamente,

con bella grazia intanto cuce Agnese;

e saggio ad or ad or dando ne viene

il suo parer, cui sempre il re s’attiene.

XLV. Profondamente ognun vi ragionò;

e si concluse alfin dopo gran lite

di fare alla Louvet e al gran Talbò

per le vie più segrete e più spedite

la burla che Vulcano praticò

un dì nel cielo a Marte e ad Afrodite.

Tutto il bisogno subito s’appresta

per tanta impresa, che vuol mano e testa.

XLVI. Il Bastardo fe’ prima una girata

alla lontana, e con isforzo d’arte

una marcia eseguì saggia e studiata

qual la farìa Scipione e Bonaparte.

Tra la città poi passa e tra l’armata,

e alfin giunge alla porta il nostro Marte

nel punto che Talbò con la sua dea

i primi frutti dell’amor cogliea,

XLVII. sempre sperando di non far che un passo

dal letto all’armi. Una legione intera

seguitarlo dovea senza fracasso;

l’ordine è dato, ed Orleano it’era.

Ma divenuta stupida e di sasso,

tutta dormìa pel campo la sua schiera:

l’uno all’altro appoggiato con la schiena,

o sbadigliando ancor moveasi appena.

XLVIII. Era questo torpor parte l’effetto

del soverchio vegghiar, parte l’incanto

del sermon di Capocchio, e già l’ho detto.

Oh prodigio! oh poter del nostro santo!

Giovanna e Dunoè, col fiore eletto

dei cavalier che li seguian, frattanto

sotto le mura d’Orlean venièno

costeggiando il nemico terrapieno.

XLIX. Sopra un magro caval di Barberia,

l’unico che in istalla ha il re di Francia,

Giovanna con gran cor batte la via,

squassando in man di Dèbora la lancia.

Sospeso al fianco il fatal brando avìa

che al superbo Oloferne die’ la mancia

tra capo e collo: allor con devozione

fe’ a Dionigi fra sé quest’orazione:

L. – O tu che un dì nella taverna oscura

di Doremigi alla mia debil mano

ti degnasti fidar quest’armatura,

reggi il mio braccio e fa’ che torni sano.

Perdonami se qualche idea non pura

i miei sensi offuscò, quando profano

il tuo celeste portator di sella

l’ardir si prese di trovarmi bella.

LI. Ti risovvenga che col braccio mio

tu castigasti, o caro protettore,

quello stuol di breton nefando e rio

che violò le spose del Signore,

cogliendo fiori consacrati a Dio.

Or si presenta un caso anco maggiore;

ma se mi manca la tua santa aita,

io non posso far nulla, ed è finita.

LII. Alla tua serva umìl la tua possente

forza deh presta; da’ nemici artigli

uopo è salvar la mia patria dolente

e vendicar di Carlo i sette gigli,

e con essi l’onor del Presidente.

In porto adunque netta da perigli

guida un’impresa sì onorata e pia:

ti guardi Iddio la testa, e così sia. –

LIII. L’udì Dionigi dall’eterno trono,

e il suo ronzino ne sentì la pésta:

sentilla e, l’ali con allegro suono

battendo, a lei se n’ vola alta la testa.

Inginocchiossi, dimandò perdono

della sua tenerezza disonesta:

– Io fui, io fui, le disse in quel momento,

dal demonio invasato, e me ne pento. –

LIV. E qui piange, e la prega a più non posso

di montarlo, né vuol ch’altri sì ardito

sia di portar la sua Giovanna in dosso.

Ved’ella ben che Dio gliel’ha spedito,

e non può non averne il cor commosso.

Dice adunque te absolvo al suo pentito;

poi lo frusta e l’esorta a far coraggio:

– Ma siate, aggiunse, più discreto e saggio. –

LV. L’asino il giura, e d’ardimento pieno,

e del suo carco altier, l’aria guadagna:

indi giù piomba a guisa di baleno,

di balen che la folgore accompagna.

Vola Giovanna, e sciolto all’ire il freno,

tutta di sangue inonda la campagna:

fère i colli nemici e ne dispaja

le teste che giù vanno a centinaja.

LVI. La luna, che crescente è quella notte,

dubbia la luce al suo ferir concede.

Attonito il Breton sente le bòtte,

alza lo sguardo, e il feritor non vede.

Fuggon per tutto sbalordite e rotte

l’avverse schiere, e con errante piede

cascano in man di Dunoè, di Carlo,

che quanto goda è vano il raccontarlo.

LVII. Gli venivano in bocca, sullo stile

di starnotti a cui dànno i can la caccia,

che poi cascan qua e là sotto il fucile:

dell’asino la voce i cori agghiaccia.

La guerriera dall’alto urta le file,

incalza e fende e serra e taglia e straccia:

pari è il Bastardo, e Carlo alla sicura

tira a quelli che fuggon di paura.

LVIII. Ebbro Talbò del piacer tolto e reso

con usura alla bella Presidente,

sovra il suo petto mollemente steso,

ecco alla porta rumor d’armi sente,

ne gode, e stima dentro sé che preso

è già Orlean, che quella è la sua gente:

s’applaude di sue trame e dice in core:

– Sei tu che prendi le fortezze, Amore. –

LIX. In così dolce speme il cavaliero

dà il bacio di congedo, e con baldanza

lascia il letto, si veste, e nel pensiero

d’ire i suoi prodi ad incontrar, s’avanza.

Ei seco non avea ch’uno scudiero

pien di fede, d’ardir, di vigilanza,

che pronta gli tenea l’asta e il mantello,

di sì galante eroe degno donzello.

LX. – Entrate, amici miei, vostro è Orleano; –

grida Talbò: ma la sua gioja è corta;

ché non gli amici, ma coll’asta in mano

fulminando Giovanna è sulla porta

con dugento de’ nostri. L’Anglicano

freme a tal vista e fa la guancia smorta.

Entrano i buon’ Francesi, e dal piacere

gridano: – Viva il re, presto, da bere!

LXI. Avanzate, correte, a me guasconi,

a me piccardi, sacrédieu, qua, gente!

Niente quartier, coraggio, ecco i Bretoni:

tira, ammazza, da bravo, egregiamente! –

Talbò, che l’avea fatta entro i calzoni,

tanta fu la sorpresa, finalmente

ricordossi ch’è inglese, ardir riprende,

e contrasta la porta e si difende.

LXII. Tal nella patria sua conversa in cenere,

tra le fiamme e le morti, combattea

lordo di sangue il pio figliuol di Venere,

e sopra il vinto il vincitor stendea.

Talbò, che tutto in ira ha l’uman genere,

pugna più furibondo anco d’Enea:

lo scudier lo seconda, e sostien solo

questo par di guerrier tutto uno stuolo.

LXIII. Or si slancia di fronte, or, schiena a schiena,

il torrente respinge inondatore.

Nei valorosi esausta alfin la lena,

cede ai Franchi un trofeo privo d’onore.

Talbò s’arrende, ma par vinto appena:

vinto è il vigor del corpo, e non del core.

E l’Eroina e il gran Bastardo a gara

onoràr la virtù d’alma sì rara.

LXIV. Quindi amendue n’andàr dal Presidente

a riportargli in guise accorte e buone

la sua bagascia, ch’egli lietamente

si ricevette senza sospicione.

Son casi in cui non sanno mai niente

i mariti di garbo: il buon caprone

ignorò sempre che la sua mogliera

fe’ la salvezza della Francia intera.

LXV. Con animi diversi in ciel frattanto

san Dionigi ridea, Giorgio fremea,

e l’asino intonava il fiero canto

che lo spavento de’ Breton crescea.

Il re Carlo, che dopo un sudor tanto

la gloria conseguì, qual si dovea,

di gran conquistator, da buon sovrano,

con Agnese dormì dentro Orleano.

LXVI. La stessa notte ancor la bellicosa

Giovanna, al cielo rimandato avendo

l’orecchiuto volante, ed amorosa

del giuramento suo le leggi empiendo,

in braccio a Dunoè finì la cosa;

mentre Capocchio, tuttavia correndo

misto ai soldati in questa parte e in quella,

ancor gridava: – Inglesi, ell’è pulcella! –

NOTE AL CANTO VENTUNESIMO

Ottava XXII, v. 1-4:

Il nome di madama Audon è sostituito a quello di una gran dama della Corte, che di fatto si era incapriccita del comico Baron.

Ottava XXXII, v. 4:

Terza frustata del Monti all’improvvisatore Gianni.