Wu Ming 1 – New Thing

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A Stefano Roveri,

dieci anni dopo.

Alla memoria di Kwame Ture

Port-of-Spain, Trinidad 1941- Conakry, Guinea 1998

Prologo. 12 aprile 1967

Il coro prova nell’aula di una scuola elementare. Niente audizioni, chiunque può venire. Sa cantare? Canterà. È stonato? Può ascoltare, bere caffè, guardare i disegni dei bimbi alle pareti.

Stasera ce n’è di gente nuova. Presentazioni, strette di mano. Questa è l’aula di mio figlio. Il bidello è mio cugino. In bagno c’è la scritta che ho fatto a sette anni con un chiodo.

Anita ha un sorriso per tutti, ascolta le voci, divide le persone in tre gruppi poi le fa sedere in cerchio. Sulla lavagna, il testo di uno spiritual.

Anita canta i primi versi, provando l’intonazione su un pianoforte verticale. Insegna le parti, fa cantare una sezione alla volta. La prendi troppo bassa o troppo alta, voci che si rompono, colpi di tosse, risate. Anita spiega i rudimenti: “seconda voce”, “chiamata e risposta”… Passano di mano tazze di caffè.

E ora tutti insieme. Un ragazzo siede al piano, Anita canta.

I feel like, I feel like, Lord

I feel like my time ain’t long1

Il coro risponde e prosegue. Ti avventuri nella tradizione con impaccio, segui a ritroso vecchie impronte nel fango. Non ti aspetti il vitello grasso, ti accontenti di caffè, biscotti, una serata in compagnia. L’attenzione è divisa tra il respiro, la lavagna e le mani di Anita che dirige.

Mind out, my brother, how you walk de cross,

I feel like my time ain’t long

Yo’ foot might slip an’ yo’ soul git los’

I feel like my time ain’t long2

Disperso l’ultimo riverbero, qualcuno esclama “Wow!”, c’è chi salta sulla sedia, chi batte le mani. Anita è sorpresa: niente male. Facciamola ancora.

Mezz’ora e già canti senza troppe sbavature. Pausa, sigarette, altro caffè. Niente alcolici. Bedford-Stuyvesant, Brooklyn. Terza sera di prove, il coro non ha ancora un nome.

Anita ha vent’anni e si sta per sposare.

1.

2.

0. Se ti dimentichi

Il traduttore cleptomane: gioielli, candelabri e oggetti di valore sparivano dal testo che stava traducendo.

JEAN BAUDRILLARD

ROWDY-DOW Nell’appartamento di sopra viveva una signora bianca sui sessanta, un po’ fuori di testa, separata dal marito. Ex-insegnante, mi pare fosse. Gran sbalzi d’umore, ce l’aveva con mezzo condominio per i motivi piú del cazzo. I martedí mattina veniva un dominicano a farle le pulizie, un bordello che non ti dico, pestava i piedi e non bastasse cantava. Niente di male a canticchiare, ma quello latrava a squarciagola, in spagnolo. Quando spostava i mobili sembrava il riot di Harlem del ’64. Passava lo straccio che pareva volesse farci il buco, nel pavimento. L’aspirapolvere gridava tipo algerino torturato con gli elettrodi. Questo prima delle otto del mattino, che io magari ero tornato alle quattro dopo aver suonato chissà dove. Mi svegliavo con le palpitazioni. Una volta, mi è addirittura caduto in faccia un velo d’intonaco del soffitto.

La prima volta telefono alla vecchia per lamentarmi, le chiedo se non è possibile far venire il domestico piú tardi, già due ore dopo sarebbe un’altra cosa. Mi risponde gentile, dice che non si può ma informerà il tipo e “vedrà che la settimana prossima farà meno rumore”.

La settimana dopo non cambia un cazzo: mi sveglio alle sette e tre quarti col bum! bum! bum! tipo tamburi di Chano Pozo, mia moglie è già fuori di casa e il coglione è di sopra che canta. Batto col manico di scopa, ma non serve. Mi vesto e salgo, suono alla porta.

Senza aprirmi, il coglione urla: – La señora no está en la casa.

E io: – Sono quello del piano di sotto, apri un istante, uomo, devo spiegarti una cosa…

E lui: – La señora no está en la casa.

Capisco che non serve a niente e torno giú col sangue agli occhi. Piú tardi, ri-telefono alla signora, che si ri-scusa e mi ri-assicura che etc. etc.

Terzo martedí solita solfa, e la señora no está en la casa. Terza telefonata, e che mi risponde la tipa? Allora cosa dovrebbe dire lei, faccio rumore anch’io quando chiudo la finestra di notte, che diritto ho di lamentarmi etc. etc. La mia cazzo di finestra la sveglia nel cuore della notte e non riesce piú a prendere sonno.

Quarto martedí, intercetto il tipo che ha appena finito i mestieri, sulla tromba delle scale. Gli pianto l’indice sullo sterno e gli dico: – Amigo, c’è modo e modo di fare le cose, cerca di fare piú piano e fai a meno di cantare, in questo palazzo si sente tutto e io lavoro di notte.

Lui mi guarda e mi fa: – Vale, vale, ah’m sorry, – poi fa per andarsene ma io aggiungo, ed è lí che sbaglio: – Io sono un musicista e làsciatelo dire, sei stonato da far piangere il cuore, entiendes? Sembri un coyote che s’arrampica sul filo spinato.

Quello mi pianta in faccia uno sguardo da killer e mi fa: – No es asunto tuyo.

La settimana dopo, ferito nell’orgoglio latino, fa trambusto peggio del solito e canta a pieni polmoni: – Tilín, tilín, tilán / oye que bonito es el tilín / de mis campanitas de cristál…

Visto che non ho voglia di fare a pacche, compro un paio di tappi per le orecchie, però medito vendetta.

Ricordati bene questi due particolari: martedí mattina, tappi per le orecchie. Se ti dimentichi, non capisci che c’entra questa cosa con tutto il resto.

1. L’UOMO DEI FANTASMI

Bomba atomica esplosa non ricordi quando. Fall-out: dolore dappertutto, non sai dove è cominciato, non sai dove finirà.

La stazione è ancora lontana ma c’è tempo, tempo, tanto che non sai che fartene. Mangi dolciumi. Ti guasti i denti. Sudi, ginocchia contro petto, mani stringono caviglie, sudi e soffri.

Il tempo che rimane non è molto eppure è troppo.

Bomba scoppiata non ricordi quando. Meno di un anno fa, piú di vent’anni prima, piú o meno la notte dei tempi.

In tour: Hiroshima e Nagasaki, luglio ’66.

Pensavo: diversi modi di morire. Andarsene una cellula alla volta è come essere in due posti. È un travaso.

Invece, cancellàti dalla faccia della Terra, pelle che si stacca e prende il volo, corpo che si disfa. Corpo che smette di essere te. Se mai lo è stato.

Non trovo la vena. Porta socchiusa e mi schiaffeggio il braccio. Mi vedessi da fuori penserei: “Guardalo, l’idiota”. Ma non mi vedo da fuori. Sono fuori di me, ma sono cieco. Che anno è, dove sto suonando. Ottobre del ’50 in un albergo di L.A. L’ago entra e perdo i sensi. Perdo senso. Se un uomo può farcela a Los Angeles può farcela ovunque. Se riesci a farti con la roba di fuori New York, puoi farti di qualunque cosa.

Dicono che vedi la vita scorrere. Non ricordo niente. Forse una pioggia torrenziale, pioggia di note, tutte le note che circondano la nota, quella lunga, e insieme fanno un accordo, il suono dell’universo.

Ero quasi riuscito a trovarlo a Parigi, suonavo le note sopra e sotto la nota, cercavo e cercavo, tutte le note insieme, ma fu molto tempo dopo. C’ero quasi, non m’importava che il pubblico capisse, poi qualcuno mi lanciò un biglietto tra i piedi.

Si tu perçois l’univers tout entier comme une fantasmagorie, une joie ineffable surgira en toi.

Non so il francese.

Ora sono nel ’50, vado giú nella fossa che è la mia testa, dove non si può scandagliare, dall’oblò vedo scendere le note e… uno schiaffo, due schiaffi, tre.

Se un uomo può farcela a Los Angeles può farcela ovunque.

Io ce la faccio, mi riànimano. Poi…

Dizzy mi licenzia.

Miles mi licenzia.

Dio mi licenzia.

Guadagnarmi la riassunzione. Tornare pulito.

C’è ancora tanto da suonare, da dire. Ma sto perdendo il treno. Ho atteso l’ultimo momento prima di andare alla stazione. E tutto il tuo amore è invano.

Non mi buco da dieci anni. Il karma è un macellaio, ti taglia in quattro e ti appende a un gancio.

Non riesco a fare due cose alla volta. Suonare e stare in piedi. Fatico a pensare. Fatico a parlare.

Non so piú fare due cose alla volta. Faticare a pensare e pensare. Faticare a parlare e parlare.

Non so come riempire le ore che rimangono. Mi sfuggono dal pugno. Esercitarsi non ha piú senso. L’ho fatto otto, dieci ore al giorno, fin da quand’ero ragazzino.

Alice. John jr. Ravi. Oran.

Non voglio vedervi scivolare tra le dita.

Dita. Non riescono a star ferme.

2. Non puoi odiare le radici senza odiare l’albero

Entra nel centro del suono spontaneo che vibra di sé stesso come nel suono continuo di una cascata oppure, mettendo le dita nelle orecchie, intendi il suono dei suoni e raggiungi Brahman, l’immensità.

Vijnanabhairava Tantra, 38

GREEN MAN Monk e Trane al Five Spot. Era il ’57. Le serate piú belle della mia vita. Quell’anno tenevo il mondo appeso a un filo, come dice la canzone, e stavo seduto su un arcobaleno. Il mio lavoro mi piaceva, mi ero appena sposato, stavo già a Brooklyn ma di sera prendevo la metro per il Village o la Lower East Side. Cominciava il “disgelo”, dopo anni di musica liscia, liscia da sciacquarsi le palle. Io venivo dal Sud, cresciuto a cori di chiesa e Rhythm & Blues, mi piacevano quei sassofonisti vestiti di rosso che partivano con l’assolo, si chinavano all’indietro che quasi si sdraiavano e facevano muggire lo strumento, muuuuuuuu, lo facevano ragliare, braaaaaaa, anche tre o quattro battute di fila, un suono lungo e rauco e denso che lo sentivi nel basso ventre. Lo honking. Figurarsi se potevo digerirlo, il cool. Ancora ancora il “nonetto” di Miles, ma Lennie Tristano, la roba della West Coast, Chet Baker… Dave Brubeck! Roba da bianchi, non vedevo l’ora che finisse.

ROWDY-DOW Alla fine degli anni Cinquanta arrivò la new thing, che per noi fu la liberazione dei suoni. Lo chiamavano anche “free jazz”, titolo di quell’album di Ornette Coleman, ma le etichette eran roba da bianchi. Noi criticavamo pure la parola “jazz”, per noi era “la musica”, punto. Ornette arriva in città col suo sax di plastica, e di fianco a lui Don Cherry con quella tromba ridicola, una Conn del 1889 che pare finita sotto un treno, i tasti sempre sul punto di schizzare via.

Già da un po’ tipi come Cecil Taylor facevano casino, ma fu il quartetto di Ornette al Five Spot a sturarci le orecchie. Sembrava una rissa tra cani, anzi, gli istanti che precedono una rissa tra cani, li senti da dietro l’angolo e t’immagini la scena, i padroni che tirano i guinzagli e chiamano i cani, e questi due che azzannano l’aria, cercano di avventarsi l’uno sull’altro, strattonano, ringhiano, latrano, sbavano, e le voci dei padroni che ordinano di smetterla, fanno lavorare i bicipiti, parlano ai cani manco fossero cristiani ma in fondo non ci credono, recitano, la verità è che sono fieri della forza e dei coglioni delle loro bestie, ridono sotto i baffi…

GREEN MAN Dopo il cool vennero i nuovi boppers, quelli “duri”, e loro non avevano problemi, lo facevano lo honking, anche Trane, che il Rhythm & Blues l’aveva suonato. I muggiti di Trane spazzarono via il jazz fighetto della West Coast, gente come Stan Getz, Shorty Rogers… Per me quello è il suono della Creazione. È primordiale. Se Dio c’è, me lo figuro come uno honker vecchia maniera, tipo Bull Moose Jackson, Eddie Chamblee, Jim Conley, Wild Bill Moore… Ne sono certo, ha un completo bianco splendente e suona un sax tenore.

ROWDY-DOW Anzi, è probabile che lo facciano apposta, che passino vicino a un altro cane ogni volta che è possibile, per divertirsi. Ecco com’era la nuova musica all’inizio: il sax di Ornette e la tromba di Don Cherry erano i cani, loro tenevano la musica al guinzaglio ma lasciavano che i latrati la invadessero, la trasformassero da cima a fondo. Se facevi attenzione, là dentro ci sentivi il bop, sentivi Bird e Diz, Monk e Miles, e piú indietro sentivi Duke, e Satchmo e Jelly Roll con tutta Basin Street, e pure Buddy Bolden, che nessuno l’ha mai sentito suonare, e gli spirituals, il gospel delle chiese battiste, il blues del Delta, il patto col diavolo di Robert Johnson, gli schizzi di saliva dall’armonica di Sonny Boy… Ancora piú indietro e ancora piú dentro sentivi la schiavitú, qualcosa di interrotto, l’ultima rullata di tamburo prima che il tuo antenato fosse preso e caricato su una nave, sentivi i neri incazzati…

BLOOD WILL TELL Incazzati lo erano di sicuro: il palco del Five Spot era proprio di fronte al cesso, quasi sempre intasato. Difficile ignorare il tanfo di merda, man.

GREEN MAN Il ’57, l’anno del “risveglio spirituale” di Trane. Miles lo caccia dal gruppo perché è fatto e imbambolato tutto il tempo. Trane decide di darsi una regolata: smette di bucarsi da un momento all’altro, si fa il “tacchino freddo” a Philadelphia chiuso a chiave in una stanza. Poi trasferisce la famiglia a New York, incide con Monk e comincia a suonare con lui al Five Spot. Le prime sere fatica, è ancora messo male, ma pian piano migliora, migliora ancora e alla fine, cazzo… Alla fine è indescrivibile.

Monk era Michelangelo, scolpiva l’aria, toglieva tutto ciò che non somigliava alla musica che aveva in testa. Quegli accordi che non capivi cos’erano, le note che sembravano giocare a nascondino e sbucare da dietro il pianoforte per sorprendersi a vicenda, e Trane capiva, con gli assolo terminava le sculture, faceva spuntare un braccio, una gamba. Una specie di sonar, le note rimbalzavano su oggetti invisibili e ne rivelavano i contorni. La sera mi perdevo in quei miraggi, dormivo al massimo tre ore per notte ma stavo da dio, mi mettevo a lavorare e non perdevo un colpo, cazzo, il mondo appeso a un filo.

Facevo il giardiniere. Mi occupavo della manutenzione di parchi e giardini a Brooklyn, lavoravo anche al Green-Wood Cemetery. Mentre curavo le siepi del Prospect Park o potavo rami al camposanto, canticchiavo Mysterioso, e tra le foglie i parocchetti monaci cantavano con me.

ROWDY-DOW Dentro la nostra musica c’erano troppe cose per un solo paio d’orecchie. Il mare che separa dall’Africa, conchiglia sull’orecchio e sentirla là in fondo, l’Africa, e i cats in the street diventano leoni, pantere, ghepardi che mangiano il jazz dei bianchi, carogna con la gola squarciata riversa nella savana. Cecil Taylor, grosso macaco, pestava il pianoforte con le quattro mani. Albert Ayler, tromba d’aria che investiva un funerale di New Orleans. Quando ci si buttò Trane i cats lo seguirono e lui si spinse avanti, e spinse tutto piú avanti.

LET’S-PLAY-A-GAME Ho cambiato nome tante volte. Sono stato “Africano” e “negro”, che in spagnolo vuol dire “nero”. Poi sono stato “di colore”. Negli anni Venti sono tornato “negro” ma ci ho messo la maiuscola. “Negro”. Però i bianchi non lo pronunciavano “nee-grow” ma “nigrah”, cosí somigliava troppo a “nigger” e dovevo aspettare la seconda sillaba per capire se mi stavano insultando. Del resto, “nigger” era una storpiatura di “negro”. Come lo traducono “nigger” in italiano? “Negro”. E “negro” come lo traducono? Lo vedi che è un gran casino? A metà degli anni Sessanta sono diventato “nero”: “Say it loud, I’m black and I’m proud!” In spagnolo lo ero sempre stato, ma in inglese faceva la differenza. Accettare il nero della pelle e dei capelli, superare il complesso d’inferiorità: “Nero è bello”. Delle volte, però, mi chiamavo “Afroamericano” o “Africano Americano”. I bianchi non lo sapevano piú, come dovevano chiamarmi. A parte “nigger”, è chiaro. Neanche i fratelli, manco loro sapevano bene come chiamarsi: i vecchi erano “di colore”, quelli di mezza età o del ceto medio erano “Negri”, i piú giovani e militanti erano “neri” o “Afromericani”. Nel frattempo, però, tra di noi abbiamo continuato a chiamarci “nigger”, anzi “nigga”, ma non è come quando lo dice un bianco. O meglio, a volte sí e a volte no. È un gran casino, uomo, te l’ho detto.

Oggi c’è chi mi chiama “Africano della diaspora”, o “Africano” e basta. Dopo quattrocento anni, il cerchio si è chiuso.

GREEN MAN Trane suonava ogni nota di un blues come se Dio la portasse in palmo di mano, e pensa che i critici bianchi – e i critici erano tutti bianchi – lo definivano “anti-jazz”. Insieme a Miles s’era già lanciato nelle improvvisazioni modali, alla Kind of Blue, improvvisavano liberi dalle solite progressioni di accordi, liberi, poi Trane formò il quartetto “classico”: lui al sax, McCoy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso, Elvin Jones alla batteria. La piú grande macchina da palco che ho mai visto in azione. Alla fine scavalcò le note, dal suo sax venivano fuori nitriti ululati squittíi muggiti barriti guaiti, Madre Natura si scrollava di dosso la musica dei bianchi con le loro carinerie di merda. La nostra musica era i versi dei babbuini e delle bertucce, era il gibbone che urla appeso al ramo. Il jazz libero.

LET’S-PLAY-A-GAME Il nero americano si vergognava dell’Africa. L’Africa era lo sfondo dei film di Tarzan, la terra dei “selvaggi”. Tarzan si tuffava nel fiume e usciva che era ancora pettinato. La mia gente l’avevano strappata all’Africa con la forza, non la conosceva piú, la odiava senza saperne niente. Come diceva Malcolm: “non puoi odiare le radici senza odiare l’albero”. Ci volle qualche decennio per cambiare le cose. Marcus Garvey piantò il seme predicando il ritorno in Africa. Dagli anni Trenta sempre piú neri si convertirono all’Islam, religione “piú africana”. Nel jazz entrarono sempre piú richiami all’Africa, finché non si sviluppò il nazionalismo nero. Intanto l’immagine dell’Africa cambiava da cosí a cosí, una rivoluzione dietro l’altra, il gigante si risvegliava e si scrollava di dosso l’Europa. I capi dei nuovi stati africani: Jomo Kenyatta, Ahmed Sékou Touré, Kwame Nkrumah… L’Africa, terra di martiri come Lumumba, rivoluzionari come Mandela… I neri americani lessero I dannati della terra di Fanon. Diceva: solo la rivolta e la violenza guariscono l’anima del colonizzato, ed era della nostra anima che parlava.

La vedi la copertina di “Life” appesa dietro lo scrittoio? È del ’60. La foto fu scattata a Leopoldville, Congo Belga. Re Baldovino in solenne processione, vestito di immacolato bianco su una decapottabile nera. Uno studente africano si fa avanti e gli strappa di mano la spada cerimoniale. Se mai un’immagine ha avuto valore simbolico…

IL DIRETTORE Gli omicidi del Figlio di Whiteman. Se ne occupò Sonia, Sonia Langmut. Nel ’67 aveva ventitre o ventiquattro anni. Non saprei dirti come rintracciarla. Non so nemmeno se è viva. Quell’estate si licenziò dal giornale e partí verso l’Ovest. Non la rividi mai piú. Un anno dopo, un nostro inviato alla Convention dei Democratici a Chicago disse di averla vista in un picchetto di donne di fronte all’Hilton, e poi in mezzo agli scontri di fianco a Abbie Hoffman, Jerry Rubin e altri leader della protesta. Ma forse è meglio cominciare dall’inizio.

GREEN MAN Il giardinaggio è sempre stato la mia passione, sono cresciuto con l’amore per le piante, conosco ogni foglia del Brooklyn Botanic Garden, ci porto sempre i parenti in visita dalla Georgia. Tra i jazzisti e jazzofili neri il mio era un lavoro strano, ma per me jazz e giardinaggio erano un tutt’uno, perfetta armonia. Al Prospect Park, vicino allo zoo, sentivo richiami d’ogni specie d’uccello e mammifero. Orchestrazioni in forma libera, improvvisazioni collettive di amadriadi macachi fringuelli pellicani, vento tra le foglie e zac! di cesoie, voci di pic-nic e traffico lontano. Cercavo di isolare ogni suono e ricondurlo alla fonte. Avevo l’orecchio fino, se diventavo ingegnere del suono non avevo niente da invidiare a Van Gelder. Piú avanti negli anni, quando tipi come Albert Ayler dicevano di voler andare oltre le note per concentrarsi sui suoni, capivo bene cosa intendevano. Ayler e la sua donna, alla fine degli anni Sessanta, andavano a suonare al Prospect Park. Un pomeriggio la polizia li fece smettere perché facevano troppo baccano. Per poco non li arrestavano. Io la scena non la vidi, all’epoca ero già in prigione.

BLOOD WILL TELL Sonia Langmut? Certo, la conoscevo.

ROWDY-DOW Pensa a quello che succedeva intorno, pensa al Potere Nero, a Malcolm, Muhammad Ali, Stokely Carmichael, Huey P. Newton e le Pantere. Eravamo come loro, dissotterravamo asce di guerra di secoli prima, asce di guerra timbriche, tonali e ritmiche. Se il Potere nero avesse vinto, se sbirri e federali non avessero ammazzato i fratelli uno per uno, e se i ragazzi dei ghetti non fossero stati rimpinzati di eroina…

BLOOD WILL TELL Sonia era una ragazzona bianca di upstate New York, cresciuta dalle parti di Albany. Genitori tedeschi scappati dal nazismo. Socialisti, mi pare. Non l’avresti definita “bella”, ma aveva capelli rossi e occhi verde scuro. Lentiggini dappertutto. Insomma, la notavi. Scriveva di musica sul “Brooklynite”, rimbalzava da un club all’altro ed era immersa nella new thing. Quando mi intervistava, faceva domande tipo: “Che rapporto c’è tra il tuo modo di improvvisare e la scrittura automatica dei surrealisti francesi?” o altre che cominciavano cosí: “Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, il giovane Marx scrive che…” Però era molto simpatica e aveva un gran cervello. L’ultima volta la vidi al funerale di Trane. Quell’estate lasciò la città.

Da piú di trent’anni, ogni tanto incontro qualcuno che ha incontrato qualcun altro che all’epoca l’ha vista nella tale o nella tal’altra comune, o a una famosa manifestazione. In ogni caso, non so dov’è adesso. Non so neanche dirti se è viva. Temo dovrai spostarti parecchio a Ovest se vuoi tentare di rintracciarla.

ROWDY-DOW Ci si misero tutti a soffocare la nuova musica prima che potesse diventare altro. Fred Hampton delle Pantere di Chicago fu ammazzato nel suo letto, gli sbirri gli spararono mentre dormiva. Ricordo una foto della stanza: per terra c’era la copertina di un LP imbrattata di sangue e materia grigia. Out To Lunch di Eric Dolphy. Pensai: le Pantere ascoltano la nostra musica. Siamo tutti una cosa sola. La cosa nuova.

IL DIRETTORE Sonia la incontrai nel ’64, proprio a una serata del quartetto di Trane. Non ricordo se era il Birdland o il Vanguard. Non poteva non attirare l’attenzione: una ragazza sola in un locale alle ore piccole, non bellissima, aria un po’ hippie, seduta accanto alla batteria di Elvin Jones con in grembo un registratore a bobine, marca europea…

BLOOD WILL TELL Butoba MT5, fabbricazione tedesca. Il famoso Butoba di Sonia Langmut.

IL DIRETTORE Batteva il ritmo col piede, canticchiava le note dell’assolo di Trane una frazione di secondo dopo che uscivano dal sax. Era uno di quei pezzi “Trane & Elvin”, solo sax e batteria. Trane non la sentiva, perso nell’assolo. Credo che nessun altro la sentisse, a parte me e Jimmy Garrison, che ogni tanto la guardava, sorrideva e scuoteva la testa. Chiacchierammo un po’ al bar e le diedi il mio biglietto da visita.

Qualche tempo dopo, quando già lavorava per il giornale, mi fece ascoltare quel nastro. Si sentiva quasi solo Elvin che spargeva olio di gomito, e Sonia che canticchiava gli assoli. Che te ne pare di una che va ai concerti del John Coltrane Quartet per registrare se stessa? E non sbagliava una nota!

THUMBTACK Hai presente Fear and Loathing in Las Vegas, la parte della conferenza federale sulle droghe? A un certo punto c’è una pausa, il Dr. Duke e il suo avvocato prendono in mezzo uno sbirro di provincia, uno dell’Est, gli raccontano quant’è dura per le forze dell’ordine a Los Angeles e gli propinano una storia di crimini satanici, gente che beve sangue umano come fosse latte. Gli spiegano che l’unico modo per contrastare le sette di pazzoidi è decapitare i prigionieri, la polizia di L.A. ha cominciato a farlo ufficiosamente. Lo sbirro dell’Est è sempre piú sconvolto, il Dr. Duke racconta dell’irruzione nella fattoria di Manson nella Death Valley: degli adepti sono riusciti a fuggire e sono scomparsi fra le dune, nudi come vermi e armati fino ai denti. Prima o poi si rifaranno vivi. Lo sbirro di provincia commenta: – Non pensavo che le cose fossero tanto sfuggite di mano in questo Paese…

Ecco, anni prima di leggere quelle righe di Hunter S. Thompson, noi già lo pensavamo. Il governo, o chi per loro, decapitava ufficiosamente. È quello che successe al Black Panther Party, e non solo a loro.

HEAVY LEGS Dopo un po’ vennero fuori, a New York e Chicago, musicisti neri che volevano compiacere i critici bianchi, nelle interviste citavano Stockhausen, Webern, Varése, Schoenberg e altri crucchi che non mi ricordo il nome. Anche Ornette, tutte le sue chiacchiere incomprensibili, la “musica armolodica”, pure lui ha composto sinfonie, sonate, quella roba là. Voleva essere preso “sul serio”. Se c’è gente che ha suonato per gli intellettuali bianchi, sono proprio quelli del free. Un bel po’ di quella roba era merda, a un certo punto tutti pensavano di poter improvvisare per ore, niente beat, niente linea di basso, niente saper suonare, e si sentivano dei grandi, davvero radicali, come i bimbi che petano e ruttano per fare arrabbiare la mamma. Quella roba ha dato una mazzata al jazz. Gli impresari non volevano piú saperne e i fratelli quei dischi non li compravano, perché avrebbero dovuto? Se vuoi sentire gente che s’incazza e strombazza, puoi metterti alla finestra all’ora di punta.

A Boston le sommosse dopo l’omicidio del dottor King scemarono perché i fratelli volevano vedere James Brown alla tivú. Avessero trasmesso Cecil Taylor, chi l’avrebbe cagato?

THUMBTACK Nel settembre del ’69 J. Edgar Hoover dichiara al New York Times che le Pantere Nere sono “la piú grande minaccia alla sicurezza interna del Paese”. Già da un anno l’Fbi ha sguinzagliato i cani del “Cointelpro” nella guerra psicologica contro il movimento nero. “Cointelpro” vuol dire “Counterintelligence Program”, l’avevano messo su negli anni ’50 per neutralizzare il partito comunista, poi l’hanno usato contro la Nuova Sinistra e il movimento per i diritti civili.

Gli uomini del Cointelpro usano ogni sporco trucco per sabotare, screditare e distruggere il Black Panther Party e altre organizzazioni afroamericane: provocano, infiltrano agenti, producono falsi volantini e falsi giornali, inventano calunnie sui leader delle Pantere, amplificano ogni scazzo interno, addirittura ammazzano o fanno ammazzare membri del partito. Mica me l’invento io: tutto nero su bianco, si sa da trent’anni.

W.CH. Non c’era solo il Cointelpro: ogni dipartimento di polizia aveva il suo ramo operazioni speciali, che infiltrava e sabotava in collaborazione, in concorrenza o all’insaputa dei federali. La sezione newyorkese delle Pantere era infiltrata dal Boss, il Bureau of Special Services del Nypd.

THUMBTACK Nel ’71 la stampa mette le mani su documenti trafugati in una sede Fbi della Pennsylvania, e scopre l’esistenza del Cointelpro. Nel ’76 una commissione d’inchiesta del Senato conclude che l’Fbi ha impiegato, cito pari pari, “tecniche intollerabili in una società libera”, si è “impegnato in tattiche illegali” e ha “risposto a problemi sociali che hanno radici profonde fomentando la violenza e il conflitto”. Bene, e adesso? Hoover sta già marcendo all’inferno ma qualche funzionario pagherà, no? Qualcuno verrà incriminato, c’è chi darà le dimissioni, insomma, sanzioni di qualche tipo, no?

Per un cazzo. Non succede niente. Tutti i culi sono salvi e restano dov’erano, Dio benedica l’America.

Pensiamo a quanto si è scritto e si continua a scrivere su una minchiata come il Watergate. In fin dei conti, cazzo aveva fatto lo staff di Nixon? Aveva spiato i Democratici e scherzato un po’ in campagna elettorale. Robetta, rispetto a quel che ha fatto il governo ai dissidenti. L’Fbi ha reso pubblica solo una piccola parte del materiale, il resto è ancora top secret per “questioni di sicurezza nazionale”. Su tutte le porcherie un rapporto completo non l’avremo mai, ma quello che si sa fa già venire il vomito. Chi può dire che dietro gli omicidi del Figlio di Whiteman non ci fosse la longa manus del Cointelpro, degli sbirri o di qualche altro ramo dell’intelligence?

Oggi in America c’è un Cointelpro dietro ogni angolo, sanno anche il colore della tua merda, quella di ieri e quella di stamattina.

Questa storia va ben oltre il free jazz.

3. Reperti, 4-18 aprile 1967

“The Brooklynite”, martedí 4 aprile 1967:

MUSICISTA JAZZ UCCISO A SANGUE FREDDO A CROWN HEIGHTS

LA POLIZIA: “BUIO FITTO SUL MOVENTE”

Garry Belden

Crown Heights, Brooklyn. La comunità di musicisti di New York City è sconvolta per il brutale omicidio del giovane jazzista nero Tyrone Jackson (noto col nome d’arte di “Ekundayo”), e per il ferimento della sua accompagnatrice.

Jackson, un negro di 24 anni, era sassofonista del gruppo di jazz Afro-Blue 8. È stato ucciso in Brooklyn Avenue con un colpo di pistola alla testa, intorno alle nove di domenica sera. Procedeva in automobile con la signorina Julia Mey, 21 anni, studentessa alla Columbia University, quando a un semaforo li ha avvicinati un estraneo. Senza dire una parola, l’uomo ha sparato a Jackson a sangue freddo. Miss Mey è uscita di corsa dall’auto, l’aggressore ha fatto fuoco ferendola a un braccio, ma ha rinunciato all’inseguimento. Giunta in St. John’s Place, Miss Mey è riuscita ad attirare l’attenzione di passanti che hanno avvisato la polizia. L’assassino ha lasciato la scena del delitto senza rubare niente.

L’aggressore, di razza sconosciuta, indossava un giaccone di pelle, un berretto degli Yankees e aveva il volto coperto da un fazzoletto scuro. “Sul movente del crimine è buio fitto”, ha dichiarato il capitano di polizia Albert D. Rizzi, che si occupa del caso per il 71° Distretto del Nypd.

Ieri sera, i membri superstiti degli Afro-Blue 8 si sono detti “stravolti dal dolore”: “Siamo senza parole”, hanno dichiarato, “Ekundayo era sempre pieno di speranze, ci faceva passare il malumore e ci faceva ridere anche delle cose piú stupide. In lingua Yoruba “Ekundayo” significa “la tristezza diventa gioia”. Di lui non si può dire niente di brutto. Aveva un cuore d’oro. Ci mancherà, e non lo dimenticheremo mai. È nostro fratello”. La band e i familiari di Jackson hanno ricevuto molte telefonate e telegrammi da colleghi e amici in tutti gli States.

“Pare che intorno alle otto Miss Mey abbia telefonato al padre per salutarlo. L’aggressione è avvenuta mezz’ora dopo”, ha dichiarato il capitano Rizzi.

Julia Mey è figlia dell’ex-direttore della “Newark Evening Voice” Calvin D. Mey, ora in pensione e residente a Burlington, Vermont.

Tyrone Jackson era figlio unico, viveva da solo nei pressi del Prospect Park e per un breve periodo aveva frequentato il Brooklyn Conservatory of Music.

(con la collaborazione di Sonia Langmut)

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“The Gotham Chronicler”, martedí 18 aprile 1967

PIANISTA DI COLORE UCCISO DI FRONTE AL LOWDOWN CLUB

DURANTE UNA PAUSA DELLA SUA ESIBIZIONE

John Vignola

Lower East Side, Manhattan. Un pianista jazz di 31 anni è morto domenica sera dopo essere stato accoltellato da uno sconosciuto di fronte al Lowdown Club, nel quale si stava esibendo. Bill Vanneau era uscito dal locale su Delancey Street poco prima delle 11 p.m. per fumare un sigaro, quando un uomo lo ha avvicinato e lo ha accoltellato alla schiena per poi allontanarsi.

“Tre o quattro minuti dopo che era uscito è rientrato barcollando”, ha detto il contrabbassista Gaetano Gallucci, del gruppo di Vanneau. “Ha camminato per altri due o tre metri poi è caduto a terra”.

Un’ambulanza ha portato Vanneau al Beekman Downtown Hospital, ma il musicista era già morto dissanguato.

I detective del Nypd non hanno un movente per l’omicidio.

“L’aggressione è stata molto rapida”, ha dichiarato il detective Philip Rosakis del 7° distretto del Nypd. “A quanto pare, i due non si sono scambiati nemmeno una parola”.

La moglie di Vanneau, Angela, pensa che lo sconosciuto abbia aggredito suo marito per motivi razziali, attirato dalla vistosa acconciatura e dall’abbigliamento in stile africano. “Portava sempre dashiki”, ha dichiarato, riferendosi alle camicie variopinte in voga tra i musicisti e i militanti neri.

“In questo momento, ogni ipotesi potrebbe essere valida”, ha dichiarato Rosakis.

Mrs. Angela Vanneau sostiene di aver capito che era successo qualcosa di grave quando agenti del Nypd si sono presentati a casa sua nel cuore della notte dicendole di seguirla al commissariato, senza spiegarle il motivo. Sulle prime non ha potuto contattare i detective, ma piú tardi un medico legale le ha dato la tragica notizia.

Bill e Angela Vanneau si erano conosciuti dieci anni fa, quando Angela lavorava in una gelateria dell’East Village. Bill Vanneau era “una persona di buon cuore”. La moglie racconta che negli ultimi anni aveva partecipato a molti concerti di beneficenza per organizzazioni dei diritti civili come il Core o lo Sncc (“Snick”).

Il Collective Improv Combo, fondato da Vanneau nel 1964, ha suonato in diversi locali e rassegne di New York City e dell’East Coast, e ha inciso due album per l’etichetta d’avanguardia Search!, Strabismus (1965) e Thimblerig (1966).

Vanneau si esibiva al Lowdown tutti i week-end e si stava preparando a suonare al festival di Newport, RI, che si svolgerà alla fine di giugno.

A detta di alcuni testimoni, l’aggressore di Vanneau era un uomo bianco non molto alto e vestito di scuro.

4. L’UOMO DEI FANTASMI

Bomba atomica esplosa non ricordi quando.

Sí, lo ricordi. Sei agosto del ’45. Un mese prima ti arruolavi in Marina. Fall-out: dolore dappertutto, non sai dove è cominciato, non sai dove finirà.

Morte dappertutto intorno a me, ovunque morte. Là è dove vado io. Non sarà come trovarsi in California senza un penny, Eric non mi presterà i soldi per tornare a New York. Eric è morto in Europa. Dove vado è piú lontano di Los Angeles, e anche dell’Europa.

Ha senso continuare, mentre tutto è morte e brucia?

Brucia, come la sigaretta che si consuma e ustiona le dita mentre a bocca aperta guardo Bird che suona.

Dicembre del ’47. Bird: – Se la tiri su col naso, sei ancora rispettabile. Se te la fai in vena, sei un pezzente, e lo sa il mondo intero.

“Probabile conseguenza di epatite asintomatica mai curata, causata da utilizzo di un ago infetto”.

Dio sa se mi sono controllato. Mai rubato, quasi mai chiesto soldi in prestito, eppure…

Elaine. Naima. Alice.

Elaine. Non posso darle la colpa, è colpa mia. Mai rubato, quasi mai chiesto soldi in prestito, ma stare con Elaine… Si è allontanata, dietro di lei una scia di siringhe sporche.

Naima mi ha salvato la vita.

Alice mi accompagna alla stazione.

Morte dappertutto intorno a me, ovunque morte. Là è dove vado io.

Morte per le strade. Ekundayo, morto. Vanneau, morto. Kwesi Gant, morto. Diversi modi di morire, in un secondo il corpo smette di essere te.

Non so come riempire le ore che rimangono. Le ore con cui sono rimasto. Mi sfuggono dal pugno.

Sei un pezzente e lo sa il mondo intero.

5. Cos’è che volete? Potere nero!

L’uomo bianco è capace di rintracciare una persona scomparsa in Cina. Mandano la Cia fino in Cina, per trovare qualcuno. Mandano l’Fbi dappertutto, per trovare qualcuno. Ma non riescono a trovare nessuno se il criminale è bianco e la vittima è nera. Non aspettiamo piú che sia l’Fbi a cercare i criminali che sparano e trattano la nostra gente con brutalità. Troviamoli voi e io. E vi dico che è facile farlo.

MALCOLM X, 28 giugno 1964

ROWDY-DOW Noi del nuovo jazz non suonavamo quasi piú nei locali, la nostra musica non stimolava i clienti a bere, a consumare. Non andava bene nemmeno come sottofondo, era musica che dovevi concentrarti, stare attento.

Sí, c’era il Village Vanguard, ma era un locale di lusso per fighetti, e c’era Slug’s, sulla Lower East Side, e poco distante c’era il Lowdown. Ma per dirti com’era: ogni tanto da Slug’s suonava l’Arkestra di Sun Ra. Il palco era piccolissimo e stracolmo di tamburi, tra il pubblico quasi tutti musicisti, Cannonball Adderley, Elvin Jones, Larry De Tommasis… Pharoah Sanders era lí tutte le sere: per assorbire meglio la musica di Sun Ra si era fatto assumere come cameriere. Questo era prima che diventasse uno dei pupilli di Trane. Comunque, dicevo: delle volte l’Arkestra suonava al buio completo, vedevi solo le braci di sigaretta riflesse sui brillantini dei costumi. Quindi sí, gente ce n’era, ma per un proprietario di club non era la condizione ideale.

Nel ’67 già si suonava nei circoli culturali, come Trane da Olatunji, o negli appartamenti privati, negli studentati. Uno come Cecil Taylor rimase dieci anni senza suonare in un locale. Ornette, che qualche offerta la riceveva, in posti del genere non voleva piú lavorarci.

THUMBTACK Per capire ‘sta vicenda del Figlio di Whiteman bisogna ricordare com’era il ’67. Muhammad Ali si rifiuta di andare in Vietnam e gli tolgono la licenza. Il dottor King va alla Riverside Church, a Harlem, e fa il suo famoso discorso contro la guerra. Denuncia le frottole del governo, dice che non si può piú tacere, gli USA ammazzano con cinismo, la guerra non è solo contro il popolo vietnamita ma anche contro gli americani poveri, i ragazzi neri sono mandati al massacro, e se l’anima dell’America verrà avvelenata, sul referto dell’autopsia ci sarà scritto “Vietnam”.

LET’S-PLAY-A-GAME Una presa di posizione importante, ma Malcolm c’era arrivato già da un pezzo. Nel ’64 aveva dato solidarietà ai Vietcong e dichiarato: “La completa disfatta degli Stati Uniti nel Vietnam del Sud è solo questione di tempo”.

THUMBTACK In California Huey P. Newton e Bobby Seale hanno appena fondato il Black Panther Party, col programma in dieci punti che parla di istruzione, occupazione e alloggi decenti, esenzione dei neri dal servizio militare, autodifesa contro la brutalità della polizia etc. Nel punto 10 si chiede un referendum controllato dall’Onu, per decidere se la “colonia nera” deve far parte degli States o separarsi. A fine aprile fanno uscire il primo numero del loro giornale, il “Black Panther Party: Black Community News Service”.

Ad un certo punto Bobby Seale guida un manipolo di pantere armate nella sede del parlamento della California. È un’azione simbolica contro il Mulford Bill, un disegno di legge che di fatto limita il diritto dei neri a portare armi da fuoco. Il governatore è Ronald Reagan, che non riposi in pace. Reagan è sul prato di fronte al palazzo con un gruppo di duecento scolari (“duecento futuri razzisti”, dirà Bobby Seale). Vede arrivare quei trenta negri con fucili, baschi, occhiali neri e giacche di pelle, e per poco non si caga addosso. Dopo il blitz, Bobby e Huey vengono arrestati.

Arriva l’estate e scoppiano sommosse nei ghetti neri di tutto il paese: Boston, Tampa, Cincinnati, Buffalo. Cairo, Illinois. Durham, North Carolina. Memphis, Tennessee. Cambridge, Maryland.

A Newark piú di venti morti, millecinquecento feriti, quasi altrettanti arresti, e Amiri Baraka, il poeta, viene arrestato per aver istigato le violenze.

A Detroit piú di quaranta morti, duemila feriti, cinquemila arresti, millequattrocento incendi. H. Rap Brown viene arrestato con l’accusa di aver incitato i riots.

A ottobre Huey P. Newton è arrestato di nuovo, con l’accusa di avere ucciso un agente di polizia. La campagna per farlo uscire di galera durerà anni. Aggiungi lo shock per la morte di John Coltrane, Che Guevara, Otis Redding…

In mezzo a tutto il casino, a Brooklyn il Figlio di Whiteman ammazza quelli del jazz d’avanguardia, una musica, guarda un po’ la coincidenza, legata al radicalismo nero.

ROWDY-DOW Importante quanto l’arrivo di Ornette a New York fu la Rivoluzione d’Ottobre. Mica quella in Russia, eh. Quella al Cellar Café, sulla West 96th Street. Ottobre del ’64. “The October Revolution in Jazz”, un festival di sei giorni organizzato da Bill Dixon. Ci suonò un sacco di gente, compreso il Sottoscritto. C’erano Cecil Taylor, Trane, Ornette… Il Cellar non era tanto piú grande dello Slug’s, il massimo della capienza era una sessantina di persone, ma in quelle sere era pieno come un uovo di quaglia con dentro un pulcino di struzzo, centocinquanta persone, forse duecento, strette come denti di balena. Bill l’aveva organizzato per presentare alla città il nuovo jazz e protestare perché i musicisti non avevano dove suonare. Fondò pure una specie di sindacato, il Jazz Composers Guild, ma non andò granché bene. Qualche posto dove suonare lo trovammo, tipo il Contemporary Center, che era due piani sopra il Village Vanguard, o la Judson Hall, che era di fronte alla Carnegie Hall, ma la maggior parte delle volte suonavamo nei loft e negli studi degli artisti.

BLOOD WILL TELL In giro si vedono poche foto di Trane che sorride, ma è perché aveva i denti guasti e preferiva non mostrarli. Tra amici sorrideva senza problemi. I sassofonisti della “seconda ondata” andavano a trovarlo in Columbus Avenue, Upper West Side, dove viveva con la famiglia. Per noi era la memoria musicale nera protesa verso il nuovo. Lo ha detto bene l’Art Ensemble of Chicago: Ancient to the future. Pendevamo dalle sue labbra, anzi, dalla campana del suo sax, perché Trane parlava con lo strumento, la cultura nera ha sempre parlato e tramandato con la musica. Non è lui che lo ha detto? “Vorrei fare uscire un album senza note di copertina, solo i titoli delle canzoni e i nomi dei musicisti. Lasciamo che la musica parli da sola”, o qualcosa del genere. Ma usava anche le parole: discuteva di come Art Tatum suonava il piano, o della musica di Sun Ra, che lo aveva aiutato dal punto di vista spirituale.

A volte in quella casa ci incontrai anche Sonia, sempre col suo Butoba. Faceva ascoltare a Trane roba registrata in qualche loft, poi gli chiedeva di commentare e a volte prendeva appunti su un taccuino rosso, ma che mi risulti quegli appunti non li ha mai usati, non ho mai letto sue interviste a Trane o articoli su di lui.

ROWDY-DOW Ekundayo lo conoscevo abbastanza bene, suonava un contralto Selmer MK6, aveva una buona tecnica. Gli Afro-Blue 8 non han fatto in tempo a incidere nessun disco, ma qualche anno dopo girava un bootleg dove improvvisavano con Don Cherry, Bill Dixon e altri “veterani” della nostra musica, stampato dal nastro di una serata in un loft di Manhattan.

JULIA MEY “Nigger lover” era l’insulto piú frequente, giú in Mississippi. Era anche il meno volgare. Non dimenticherò mai la volta che un bambino, avrà avuto dieci anni, mi gridò: “Troia, ti piacciono i cazzi dei negri, eh?”

Già a quell’età, aveva il volto deformato dall’odio.

ROWDY-DOW Quella domenica Ekundayo e Julia erano venuti a trovare me e mia moglie, a Crown Heights. Fu un incontro un po’ teso perché, senza dirmi niente, era passato a trovarmi anche mio fratello Marcus, che stava nel Fruit of Islam. Si era convertito in riformatorio, nel ’60. Per Marcus i bianchi erano tutti diavoli, figurarsi che poteva pensare di una coppia interrazziale. Non disse niente, rimase lí con un’espressione ostile, ma non riuscí a scalfire il buonumore di Ekundayo.

Verso le otto e mezzo Julia chiese se poteva fare un’interurbana a carico del destinatario. Chiamò suo padre per augurargli buon compleanno o qualcosa del genere, poi uscirono. Il tizio li assalí mentre tornavano a casa, sulla Lower East Side.

JULIA MEY Mio padre era un liberal che tendeva al radicale. Iscritto all’American Civil Liberties Union, amici in tutte le associazioni per i diritti civili: Naacp, Core, Sclc… Aveva incontrato e intervistato il dottor King. La “Newark Evening Voice” fu l’unico giornale mainstream a non irradiare soddisfazione dopo la morte di Malcolm X, anzi, mio padre criticò il New York Times per quel che aveva scritto su Malcolm, cioè che se l’era cercata.

Mia madre morí di cancro allo stomaco nel ’62, a 43 anni. Gli ultimi giorni di agonia mio padre li passò accanto al suo letto, senza mai chiudere occhio. Non l’avevo mai visto piangere, prima. Aveva lavorato tutta la vita con la prospettiva di trasferirsi all’aria pura e passare la vecchiaia con lei. Quando andò in pensione nel ’66, decise di trasferirsi da solo. Non poteva rimanere a Newark: ogni scorcio, ogni tratto di marciapiede gli ricordava mia madre. Lei era pittrice, aveva dedicato quadri al boicottaggio degli autobus segregati a Montgomery, al linciaggio di Emmett Till, cose di questo genere. Quand’ero piccola, in casa mia si ascoltavano l’orchestra di Count Basie, Billie Holiday, Leadbelly. Il mio destino era segnato, diciamo cosí.

ROWDY-DOW All’epoca Crown Heights era un quartiere di jazzisti: oltre a me ci vivevano Cal Massey, Cecil Payne, Cedar Walton, Joey Hubbard, Jimmy Spaulding… E Plotinus Franklin. La musica era importante per la comunità e alcuni di noi erano molto attivi nella vita del quartiere. Alla St. Gregory’s School Hall ci fu un concerto di beneficenza per un nuovo campo da gioco, un’idea di Cal. La lista dei partecipanti fa ancora impressione: Rahsaan Roland Kirk con Elvin Jones, McCoy Tyner col suo nuovo gruppo, Andrew Cyrille, Cedar Walton, e in cima alla locandina lui, John Coltrane. La seconda e ultima volta che Trane fece dal vivo A Love Supreme.

Il nome “Crown Heights” fa venire in mente i tumulti del ’91, gli scontri tra neri ed ebrei, ma nei Sixties la situazione era diversa. Anche oggi la situazione è cambiata, si è stabilizzata, ma questo posto ha passato brutti quarti d’ora.

JULIA MEY A diciotto anni, di mia spontanea volontà, cominciai a impegnarmi nel movimento dei diritti civili, iniziato già da qualche anno. Nel ’64 presi parte al Mississippi Freedom Summer Project. Insieme a tanti altri volontari, bianchi e neri, spiegavamo alle comunità nere piú povere come registrare il proprio diritto di voto. Aprivamo scuole per i bambini, organizzavamo le persone. Dissi a mio padre che m’ero offerta volontaria, lui si preoccupò ma al contrario di altri genitori non provò mai a farmi cambiare idea. Anzi, venne a trovarmi al corso d’addestramento a Washington, chiacchierò con alcuni leader dello Sncc, come Stokely Carmichael e Bob Moses, e prima di ripartire salutò e incoraggiò tutti quanti.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Se ero un griot cominciavo cosí: “Vi canterò di Kwame Ture, venuto al mondo col nome di Stokely Standiford Churchill Carmichael figlio di Adolphus e nipote di Joseph, che cambiò nome in onore di due leoni.”

JULIA MEY Laggiú rischiavamo la morte ogni giorno, per mano della polizia, del Klan, del White Citizens Council… Non che ci fosse tanta differenza, anzi, sovente erano le stesse persone. Ho sempre invidiato chi riesce a far coincidere il proprio lavoro e il proprio hobby.

Furono battesimi del fuoco: insulti, manganellate, tentativi di linciaggio… Ma è il giugno del ’66 il vero spartiacque della mia vita: la “Marcia contro la paura”, da Memphis, Tennesse, a Jackson, Mississippi. Duecento miglia coi militanti neri che mordevano il freno, non si accontentavano piú della non-violenza. La marcia era pacifica ma protetta dai Deacons for Defense and Justice, con le armi ben visibili. Sono sicura che questo salvò delle vite. Nemmeno il dottor King ebbe niente da obiettare alla presenza dei Deacons. Durante la marcia Stokely lanciò lo slogan “Black Power”.

LET’S-PLAY-A-GAME Willie Ricks lo faceva ripetere alla folla:

– Cos’è che volete?

– Potere nero!

– Cos’è che volete?

– Potere nero!

– Cos’è che volete?

– Potere nero! Potere nero! Potere nero!

JULIA MEY “Potere nero” voleva dire autodeterminazione, ad esempio il diritto dei neri a governare le comunità in cui erano maggioranza. Nel Sud c’erano contee in cui i bianchi erano appena il dieci per cento degli abitanti ma nessun nero aveva il diritto di voto. La parola giusta è “apartheid”. “Black Power” era anche uno slogan polemico verso i liberals che dettavano la linea al movimento, predicavano docilità e rispondere “Sí, badrone”, ma i media lo spacciarono per uno slogan “anti-bianchi”, ne distorsero il messaggio, cominciarono ad accusare lo Sncc di “razzismo al contrario”. Si inventarono dissidi tra Stokely e il dottor King, che invece rispettava lo Sncc. Il dottor King criticava lo slogan ma non la sostanza, e non condannò mai Stokely o l’organizzazione.

LET’S-PLAY-A-GAME Il dottor King diceva che non ha molto senso strillare “Potere nero”. Chi vuole il potere non lo dice, men che meno lo urla per strada col pugno alzato. È poco furbo, mette in allarme gli avversari. Chi vuole il potere di solito dice di volere qualcos’altro. Cosí Carmichael trascorse mesi spiegando a tutti il significato dello slogan. Il dottor King era già morto, ma credo gli avrebbe detto: “Stokely, se è necessario spiegarlo non è un granché, come slogan.”

JULIA MEY I reportage sulla marcia sembravano scandalosi perfino a noi, abituati a ogni tipo di fandonia. A sentire i cronisti, i militanti dello Sncc avevano allontanato dalla marcia i volontari bianchi, chiamandoli con epiteti sgradevoli come “whiteys”, “honkies”, “paddies”, “ofays”… Come mai ero ancora lí, allora?

Alla fine della marcia, l’aria intorno a noi era fetida. Il movimento dei diritti civili era finito, cominciava un periodo molto piú difficile. Tornai al Nord con un groppo alla gola. Un anno dopo incontrai Ekundayo, e mi innamorai. Sono sempre stata brava a infilarmi in situazioni difficili.

LET’S-PLAY-A-GAME Sulla comunicazione politica il dottor King aveva ragione, ma fu ucciso prima di vedere le conseguenze culturali dello slogan e del lavoro di Stokely. “Black power” riassumeva in due parole un processo durato anni: la riscoperta dell’Africa, un’Africa della mente, l’essere neri, che non era tanto il colore della pelle, ma l’esperienza che teneva insieme la comunità. Nell’anno che era portavoce nazionale dello Sncc, Stokely attraversò il Paese in lungo e in largo, parlando tutti i giorni, anche piú volte al giorno. Assemblee, conferenze, programmi alla radio e alla tv, ogni volta spiegava il significato dello slogan, se ne fregava degli attacchi e ripeteva quelle due paroline, “Black” e “Power”, acido nitrico e glicerina, e bombardava il pubblico con l’aggettivo: black, black, black, black, ovunque andavi Stokely diceva “black”. Alla fine di quell’anno, la parola “Negro” apparteneva al passato.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Nel ’67 Stokely aveva venticinque anni ed era il nero piú odiato dall’America bianca, secondo solo a Muhammad Ali. Lo accusavano di odiare i bianchi, di essere razzista, ma lui era cresciuto in un quartiere di italiani, s’era diplomato in una high school bianca, aveva fatto lavoro politico con attivisti bianchi. “Potere nero” significava organizzare le nostre comunità, non distruggere quelle altrui. Stokely diceva sempre: “Costruire la propria casa non significa buttare giú quella dall’altra parte della strada”.

W.CH. La guerra sporca dei federali cominciò in quel periodo, anche se operazioni di spionaggio, sabotaggio e terrorismo psicologico erano in corso da anni. Nel ’56 il Mississippi aveva messo su la Sovereignty Commission, per spiare e diffamare il movimento dei diritti civili, difendersi dalle “ingerenze” del governo federale e conservare il regime di segregazione. Ma a metà degli anni Sessanta certe cose appartenevano al passato. Lo scontro si spostava nelle metropoli del Nord e della West Coast. A New York il Boss stava già infiltrando le organizzazioni nere piú “moderne”. Una delle guardie del corpo di Malcolm X era un infiltrato del Boss, un certo Eugene Roberts. Piú tardi entrò nel Bpp e fu tra i responsabili della montatura contro “i 21 di New York”. Testimoniò anche al processo. Comunque, la maggior parte del lavoro sporco era svolto dai federali. Studiando i documenti si è calcolato che quasi il dieci per cento dei membri del Partito erano agenti in camuffa, spesso ignari l’uno dell’altro, intenti a spiarsi a vicenda.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Il numero di attivisti neri uccisi dai razzisti era già alto prima che ci si mettesse l’Fbi, e Stokely era il prossimo, in cima alla lista. Eravamo tutti preoccupati che non arrivasse ai trent’anni. In compenso, era uno dei neri piú amati dalla sua gente. Nelle contee del Mississippi dove lo Sncc aveva fondato il Freedom Democratic Party, e in Alabama dov’era nato il simbolo della pantera nera, c’era chi l’avrebbe sfamato con l’ultimo tozzo di pane, avrebbe ricevuto la pallottola che gli era destinata, si sarebbe strappato un braccio e l’avrebbe usato come clava per difenderlo.

Non so quanto ne fosse consapevole, ma Stokely aveva una galassia di buone stelle, angeli custodi sparsi per il mondo che si mossero per sottrarlo al pericolo. Nella primavera del ’67 gli organizzarono un tour mondiale. Londra, Cuba, la Cina, Il Vietnam in guerra, l’Algeria post-coloniale, infine la Guinea dove sarebbe andato a vivere.

Da quei paesi continuava a denunciare l’oppressione dei neri negli Stati Uniti, facendo impazzire di rabbia i nostri media. La Cia cercò piú volte di catturarlo e riportarlo in patria, o almeno di rubargli il passaporto. Esiste un discorso di Fidel Castro in difesa di Stokely. La Guinea inoltrò agli Usa una protesta diplomatica ufficiale per le intimidazioni da parte di membri dell’ambasciata americana. Kwame Nkrumah lo prese come segretario.

Per questo, durante i delitti del Figlio di Whiteman, Stokely non era nei paraggi. Ma di lui se ne parlava, se ne parlava eccome.

JULIA MEY Quando gli omicidi furono collegati, mio padre decise di fermarsi a New York. Non era piú soltanto il mio stato di shock, la morte di Ekundayo, la ferita, stare vicino a sua figlia… Chiamalo fiuto di giornalista, chiamala noia di pensionato, chiamalo spirito civico da vecchio radicale, resta il fatto che c’era una storia. Prese posizione, criticò la polizia, contattò vecchi colleghi, amici nella Naacp… Ci mise il cuore. Il cuore lo metteva sempre.

6. Reperti, 25-27 aprile 1967

“The Brooklynite”, martedí 25 aprile 1967:

JAZZISTA VENTIDUENNE UCCISO A COLPI D’ARMA DA FUOCO

È IL TERZO MUSICISTA NEGRO UCCISO QUESTO MESE

DAVID GANT SI STAVA RECANDO A UN CONCERTO DI JOHN COLTRANE.

IL MONDO DEL JAZZ SI INTERROGA.

I LEADERS DELLA COMUNITÀ: “È UNA COSPIRAZIONE RAZZISTA”.

Garry Belden e Sonia Langmut

Bedford-Stuyvesant. Il percussionista e batterista jazz David “Kwesi” Gant, ventitre anni, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco domenica alle 4 p. m., di fronte a casa sua. Gant era appena uscito, diretto alla metropolitana per recarsi a un concerto del sassofonista John Coltrane all’Olatunji Center di Harlem. Appena messo piede sul marciapiede, è stato freddato da uno o piú sconosciuti che sparavano da un’auto in corsa. Secondo alcuni testimoni era una Ford Mustang Coupé di colore beige. Nessuno ha fatto in tempo a trascrivere la targa. Gant è stato soccorso dalla moglie Anita e dai vicini, ed è morto sull’ambulanza che lo portava al St. Mary’s Hospital.

Gant, sposato da appena una settimana, era in attesa dell’uscita del suo primo album, Fear The Drum, per l’etichetta Esp. Nonostante la giovane età era considerato un innovatore delle percussioni e della batteria, che suonava con un set di martelletti di varie lunghezze e dimensioni. Si era ribattezzato “Kwesi”, che nella lingua Akan del Ghana significa “Nato di domenica”. Per colmo d’ironia, è morto lo stesso giorno.

Nelle ultime settimane Brooklyn e la Lower East Side sono state teatro di ben tre omicidi di musicisti afro-americani. Gant è il terzo a essere assassinato in circostanze misteriose, dopo il sassofonista Tyrone “Ekundayo” Jackson, ucciso a Crown Heights il 2 aprile scorso, e il pianista Bill Vanneau, pugnalato in Delancey Street il 16 aprile.

Le modalità e le armi dei tre omicidi sono diverse: Ekundayo è stato ucciso di sera da uno sconosciuto avvicinatosi a piedi alla sua auto con un revolver Smith & Wesson .38 special modello 64. Anche Vanneau è stato attaccato di sera da uno sconosciuto a piedi, ma con un’arma da taglio (secondo il coroner potrebbe trattarsi di un paio di cesoie); la pistola che ha ferito a morte Kwesi Gant in pieno giorno non è stata ancora identificata.

Ad ogni buon conto, il fatto che i tre musicisti fossero negri, che tutti gli omicidi siano avvenuti di domenica e che in due casi su tre (Ekundayo e Vanneau) i testimoni abbiano parlato di un uomo bianco vestito di scuro, fa pensare a un collegamento.

A pensarla cosí sono i familiari e gli amici delle vittime, frustrati dagli scarsi progressi nelle indagini. L’avvocato Ward W. Wilson, che rappresenta Mrs. Angela Vanneau, vedova del pianista, ha dichiarato al nostro giornale: “Salta agli occhi che i tre omicidi sono collegati, c’è già abbastanza per ipotizzare che il movente sia di natura razziale o addirittura politica. Tutte e tre le vittime erano, ciascuno a suo modo, giovani e brillanti leader della comunità afro-americana, eppure il Nypd continua a trattare i casi come se fossero separati. L’inchiesta su ciascun omicidio è seguita da un diverso distretto. Cosa aspettano a unificare le indagini sotto la guida di un’unica squadra?”.

Gli fa eco Calvin D. Mey, giornalista in pensione e padre di Julia Mey, la giovane rimasta ferita durante l’aggressione a Ekundayo: “Se le vittime fossero state bianche, le indagini sarebbero già state unificate.” Calvin D. Mey vive in Vermont ma è sceso a New York City per stare vicino alla figlia, che è sotto shock e ha avuto un braccio spezzato da una pallottola. “Può darsi sia all’opera un’organizzazione razzista, forse una scheggia impazzita di gruppi come la John Birch Society o il Partito Nazista Americano.”. Mr. Mey resterà a New York City finché la figlia non si sarà rimessa dalla frattura e dallo shock.

Il capitano Albert D. Rizzi, del 71° distretto del Nypd, si è difeso dalle accuse di negligenza: “Stiamo facendo il possibile, ma gli indizi sono davvero pochi”.

Da Harlem, il reverendo Alphonse Bradley della Holy Spirit and Fire Baptist Church ha dichiarato che i negri potrebbero organizzare ronde di autodifesa nei quartieri dove gli assassini hanno colpito, “per contrastare il terrore razzista”. H. Rap Brown, portavoce nazionale dello Student National Coordinating Committee, ha affermato che “i fratelli devono difendersi dagli agguati del nuovo fascismo americano”. In un incendiario comunicato, il poeta nero LeRoi Jones ha dichiarato: “non lasceremo che il sangue nero scorra per le strade da solo, ne verseremo un po’ di bianco per fargli compagnia”.

Questa catena di omicidi arriva in un momento delicato per la comunità nera degli Stati Uniti: molti giovani ritengono ormai inadeguate le tattiche non-violente del movimento dei diritti civili, e adottano le posizioni dello scomparso Malcolm X, secondo cui i neri devono difendersi con le armi dagli attacchi razzisti. Proprio grazie a queste affermazioni il Black Panther Party for Self-Defense, nato in California lo scorso anno, sta facendo proseliti nel resto del Paese.

Esistono dei precedenti: nel 1957, per iniziativa dell’ex-marine Robert F. Williams, la comunità negra di Monroe, North Carolina, si armò per rispondere colpo su colpo alle aggressioni del Ku Klux Klan. Williams raccontò quell’esperienza nel suo libro Negroes With Guns, pubblicato nel 1962. Nel frattempo, in seguito ad accuse che avrebbero potuto trascinarlo in carcere, l’autore era fuggito a Cuba, dove risiede tuttora. Qualche anno dopo, in Louisiana e Mississippi, si formarono i Deacons for Defense and Justice, il cui scopo era proteggere dagli attacchi razzisti gli attivisti dei diritti civili.

Nella giornata di ieri il sindaco John Lindsay ha diramato un appello alla calma, invitando “i nostri concittadini afroamericani a tenere duro”. Il sindaco ha aggiunto: “Non c’è niente che non si possa superare con uno sforzo comune tra autorità e cittadini”.

Tra i numerosi telegrammi di cordoglio ricevuti dai familiari di Gant, è giunto anche quello di John Coltrane, informato dell’accaduto al termine del suo concerto ad Harlem. Il funerale si svolgerà domani pomeriggio alla Concord Baptist Church of Christ. Saranno presenti le piú importanti personalità del jazz e della comunità afro-americana. Suoneranno il trombettista Bill Dixon e il sassofonista Pharoah Sanders. Mr. Coltrane non ci sarà, a causa di un lieve malore.

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“Amsterdam News”, giovedí 27 aprile 1967:

IL REVERENDO BRADLEY TIENE UN SERMONE “DELLE ARIDE OSSA” PER FERMARE LA PAURA

Joshua T. Davies

Detto e fatto. Dopo averlo annunciato con manifestini e messaggi radiofonici, ieri sera il reverendo Alphonse Bradley ha tenuto un sermone “delle aride ossa” nel piazzale della Holy Spirit and Fire Baptist Church, a Harlem, di fronte a piú di cinquecento persone. In piedi sul retro di un pick-up piuttosto malconcio, illuminato da fiaccole tenute alte dai fedeli, il controverso predicatore ha tuonato contro l’angoscia che si è impadronita della comunità afro-americana di New York City dopo gli omicidi delle ultime settimane.

Il reverendo Bradley, il cui stile sbraitato e carico di elettricità s’inserisce nella tradizione dei soul jerkers battisti, è nativo di Brooklyn ed è sotto i riflettori dal 1963, quando, insieme ad altri pastori delle chiese nere di Brooklyn, organizzò un sit-in di fronte al cantiere del Downstate Medical Center. Il fine era denunciare la discriminazione contro neri e ispanici nell’assumere tecnici e muratori. All’epoca Bradley era l’assistente del reverendo Tobias Horton alla Lighthouse Missionary Baptist Church. Si trasferí ad Harlem nel 1964, subito dopo i tumulti di luglio, per fondare la propria chiesa, richiamandosi alla frase di Giovanni Battista: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Non sono pochi a definire Bradley “un pericoloso demagogo” e un “seminazizzania”. Di certo è il pastore nero piú propenso all’azione diretta militante.

Nella tradizione delle chiese nere, il tipo di sermone scelto dal reverendo serve a invitare la comunità a restare unita e non cedere allo sconforto. Un sermone “dry bones” si sviluppa a partire da Ezechiele 37, 1-28, in cui il Signore conduce il profeta in una valle piena di cumuli d’ossa. Le ossa cominciano a muoversi, si riaccostano e ricongiungono, carne e nervi le ricoprono, fino a formare una legione di uomini morti. Quei morti sono il popolo d’Israele diviso e senza speranza durante la cattività babilonese. Il Signore dice a Ezechiele di annunciare agli Israeliti una nuova alleanza di pace: “Ecco, io prenderò gli Israeliti dalle genti fra le quali sono andati e li radunerò da ogni parte e li ricondurrò nel loro paese: farò di loro un solo popolo nella mia terra… Li stabilirò e li moltiplicherò, e porrò il mio santuario in mezzo a loro per sempre”.

Suscitando l’entusiasmo dei fedeli, in special modo delle donne, il reverendo Bradley ha raccontato la storia di Ezechiele, dando al profeta il linguaggio di un soul brother della strada, e ha proseguito spiegando le allegorie: “il regno del Nord” e “il regno del Sud” sono Harlem e Brooklyn; le ossa si ricongiungono nel paradosso e nella paura, perché solo la paura della morte sembra in grado di riunire la gente nera.

A questo punto Bradley ha diretto il crescendo con abilità, dando completo sfoggio del suo stile, con un sapiente uso di pause e ripetizioni, cambi di volume e di registro, saltando sull’ammortizzato pick-up come fosse una pedana elastica. Questa unità nell’angoscia è un’unità tra ossa aride, ha spiegato. “Non vogliamo essere cadaveri ambulanti, già condannati dalla struttura del potere bianco. Dice il Signore Dio: ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe. La vera unità è nella lotta, la resurrezione delle ossa aride è nell’organizzazione”.

Giunto al culmine dello sforzo vocale e fisico, il predicatore è balzato giú, ha strappato una fiaccola di mano a un ragazzo e l’ha scagliata in mezzo alla folla, che si è aperta come il Mar Rosso. “Questo fuoco non vi brucerà, fratelli e sorelle. Questo è il fuoco che illumina il cammino delle ronde di autodifesa. Perché se non pensiamo noi a difenderci, di sicuro non ci penserà Nabucodonosor”. Nel caso la metafora non fosse abbastanza chiara, evocando il sovrano babilonese Bradley ha indicato il lato opposto del piazzale, dove stazionavano tre vetture del NYPD, dopodiché, madido di sudore, ha salutato i fedeli e il coro della Holy Spirit and Fire ha intonato l’inno Dem Bones.

7. Il coro, 26 aprile 1967

Stasera non si prova, l’aula è vuota.

Non c’è Anita ad accogliere chi vuol cantare. Non c’è Anita ad accogliere chi è di ritorno. La casa dei padri e delle madri ha il portone sbarrato.

Anita è avvolta in una cappa di lacrime e calmanti, dentro un soffice buco incolore.

Al funerale, Anita ha ringraziato i musicisti, implorato i giornalisti di lasciarla in pace, abbracciato i ragazzi del coro. Il singhiozzo è rimasto fino a sera, acidità risaliva l’esofago a ogni singulto.

Lascia squillare il telefono dieci, venti volte. Si alza e risponde.

Anita nello studio di un avvocato. Anita a colloquio con la polizia.

Anita ha perso il marito, gli teneva la mano e lo ha sentito sprofondare. Ha perso i sensi nell’ambulanza. L’odore dei sali è rimasto per ore tra labbra e narici.

Anita mangia sola. Scatolette. Non c’è Kwesi a tamburellare con le posate su bottiglie e bicchieri. Non c’è Kwesi, sposo di soli sette giorni. Non c’è il mio amore in questa casa che non posso piú permettermi.

Sull’uscio di ogni stanza vuota, Anita non ha piú baricentro.

Mercoledí andrà al coro. Stare cosí è peggio che morire. Telefona al ragazzo che suona il piano. Gli chiede di chiamare tutti.

Tempo di tornare a cantare.

Altho’ you see me goin’ ‘long so

Oh, yes, Lord:

I have my trials here below

Oh, yes, Lord.3

8. Love me, I’m a liberal

Il Municipio deve protendersi verso la cittadinanza, il cui unico contatto personale con l’amministrazione è spesso un poliziotto, un ispettore agli alloggi o un conducente d’ambulanza. La diffusa estraneità – quando non la profonda alienazione – che caratterizza il rapporto tra un’amministrazione e i suoi cittadini può essere superata dando modo alla gente di far sentire la propria voce, forte e diretta, nella gestione della città.

JOHN V. LINDSAY, sindaco di New York, Saturday Review, 8 gennaio 1966

LET’S-PLAY-A-GAME Alphonse Bradley aveva senso dello spettacolo, si vede in ogni dettaglio. Nonostante la retorica da pezze al culo, la Holy Spirit and Fire non era sprovvista di mezzi. Bradley poteva farci montare un palco, in quel piazzale, o parlare dal pulpito. Usare il retro di un pick-up fu una scelta retorica, dava l’idea di un evento eccezionale e improvvisato, anche se il sermone era annunciato da giorni. Voleva proiettare l’immagine di un uomo che tiene le chiappe in strada, vicino all’animo dei lavoratori e dei diseredati. Non che questo fosse falso: Bradley era di famiglia povera. A Bed-Stuy, negli anni Quaranta e Cinquanta, era molto difficile parlare di middle class nera. Solo che lo faceva notare in ogni modo e insisteva tanto che pure le cose autentiche finivano per sembrare posticce.

GREEN MAN Il cimitero era ed è spettacolare. Decine di migliaia di alberi: querce abeti pini larici salici magnolie meli cipressi e gli uccelli, centinaia di specie. Metà degli anni Sessanta c’erano anche le strolaghe minori. Quando sono uscito di prigione non c’erano piú, e non le ho mai piú viste. Chissà dove sono andate. È successa la stessa cosa alle gazze. Andate. Eric Dolphy, andato. Ekundayo, andato. Bill Vanneau, andato. Kwesi Gant, andato. John Coltrane, andato. Albert Ayler, andato. Cosa resta?

Resta Manhattan vista da Battle Hill, il punto piú alto di Brooklyn.

Era bello lavorare al Green-Wood. Passavo davanti alla tomba dei fratelli Brooks e pensavo ai soldi messi da parte per rifarmi il guardaroba. Delle volte mia moglie mi rimproverava, come quando compravo un completo nuovo, una camicia, delle scarpe, e io le rispondevo: – Piccola, ce l’hai presente come si veste Miles Davis? Ti faccio mancare qualcosa? Non mi sembra che ce la passiamo tanto male.

Passavo davanti alla tomba di Henry Ward Beecher, il predicatore abolizionista, e pensavo che anche tra i bianchi c’erano brave persone, anche se ne conoscevo poche. Ero al lavoro il giorno del funerale di Albert Anastasia, il capomafia. Certe facce losche… Alcune le ho riviste a Riker’s Island qualche anno dopo.

Il Green-Wood, Prospect Park e l’orto botanico sono i tre posti di Brooklyn dove si respira come in campagna. Non si vorrebbe mai andare via. Non t’immagini quante volte m’è capitato di far uscire gente rimasta nel cimitero dopo la chiusura.

Oggi al Green-Wood c’è sepolta mia moglie. In linea d’aria, sta a metà tra la tomba di Jean-Michel Basquiat e quella di Samuel Morse. Vicino a lei hanno sepolto un pompiere morto alle Twin Towers… Di cosa stavamo parlando?

IL DIRETTORE Il “Brooklynite” era un giornale popolare ma non rozzo. Non era il “Village Voice” ma nemmeno il “New York Post”. Partimmo come settimanale nel ’60, l’anno dopo facemmo il salto a quotidiano. Vendevamo centocinquantamila copie. La proprietaria era della famiglia piú antica di Brooklyn, figurati che discendeva da Lady Deborah Moody, pioniera inglese dal sangue blu, filantropa e utopista. Nel diciassettesimo secolo arrivò qui e fondò Gravesend, unica città dove c’era piena libertà di culto.

Questa sua discendente, Mrs. Winifred Asquith, finanziò l’operazione. Era vedova di un milionario, ricca sfondata ma molto alla mano. Parlava con l’accento di Brooklyn e aveva nostalgia del vecchio “Eagle”, che non usciva piú dal ’55.

Il “Brooklynite” riprese rubriche che stavano sull'”Eagle”, e conquistò subito i lettori. Riprendemmo la vecchia strategia di nominare il maggior numero possibile di abitanti e pubblicare le foto, cosí amici e parenti compravano il giornale per mostrarlo in giro. Se un tale accoppava sua moglie, mandavamo un fotoreporter a raccogliere i pareri dell’intero vicinato.

Ma Il “Brooklynite” non era una replica dell'”Eagle”: i tempi erano cambiati, il Paese era in ebollizione e il giornale rifletteva quel clima, parlando in un linguaggio comprensibile del movimento per i diritti civili, dell’avanguardia, degli hippies… Facevamo le pulci al sindaco e al Nypd.

Un bell’esperimento. Finí nel ’73, per difficoltà economiche. La signora Asquith era morta, i suoi eredi vivevano a Beverly Hills e se ne fregavano di Brooklyn e del giornale. Sonia, lei, se n’era già andata da un pezzo.

W.CH. La documentazione sul Cointelpro è un lungo racconto del terrore. Il Black Panther Party, il Socialist Workers Party e altri gruppi e individui, compreso il dottor King, furono oggetto di persecuzione, quando non di vero e proprio annientamento. Operazioni programmate nei minimi dettagli, eseguite con perfidia da persone disturbate e paranoiche, razziste, sessuofobe. Molti agenti attivi nella “guerra sporca” venivano dal Sud e pensavano che il vero americanismo fosse quello del Klan. Per loro, il fatto che neri e indiani si organizzassero era mostruoso e inconcepibile, una cosa contronatura, come la sodomia. La descrizione calza a pennello anche al loro capo supremo J. Edgar Hoover.

IL DIRETTORE Sonia non era una cronista di nera. Fino a quel momento aveva scritto recensioni di concerti, articoli sui vérnissages delle mostre, cose del genere. La sera che Ekundayo fu ammazzato, Sonia era al Lowdown, dove suonava il gruppo di Bill Vanneau. Come sempre, aveva il registratore. Verso la fine del primo set qualcuno le dà la notizia, sentita alla radio. Sonia voleva bene a Ekundayo. Tutti volevano bene a quel ragazzo. La prima cosa che fa è telefonarmi al giornale, voce rotta, una parola ogni cinque secondi. All’inizio nemmeno la riconosco, non l’ho mai sentita cosí. Le dico che passo a prenderla.

Strappo le ultime news dalla telescrivente, scendo in strada e prendo un taxi. Quando arrivo è la pausa tra i due set, Sonia si è un po’ ripresa ed è di fronte al locale insieme a Vanneau. Lei ha il registratore a tracolla, lui fuma il sigaro. Gli leggo i dispacci e Vanneau mi sorprende con una frase perentoria: – È un omicidio razzista, man.

Sonia si scuote, sgrana gli occhi e mi fa: – Bill ha ragione, Grande Capo.

Non sono passate tre ore dal delitto, le notizie sono vaghe, a New York ci sono tre omicidi al giorno, e questi hanno già una teoria? Vanneau dice che un’aggressione di quel tipo a una coppia interrazziale non può che avere un movente razzista. Dice che la guerra razziale può scoppiare in ogni momento, e i jazzisti sono i bersagli piú prevedibili perché sono “i guerrieri della cultura nera”. Sto per dire che mi sembra un’idiozia, ma Sonia fa: – Aspettate un momento, – accende il registratore e chiede a Vanneau di ripetere. Vanneau non fa una piega, ripete le frasi davanti al microfono mentre io lo guardo perplesso, poi spegne il sigaro, ci saluta e rientra per il secondo set. Io e Sonia fermiamo un altro taxi. Le chiedo se vuole tornare a casa, e lei risponde: – No, andiamo là.

– Là dove?

– Dove l’hanno ucciso.

Il corpo e l’auto non c’erano piú e stavano togliendo le transenne. Resisteva qualche capannello di abitanti del quartiere. Garry Belden, il nostro capocronista di nera, era tornato al giornale per scrivere il pezzo. Rimanemmo lí un quarto d’ora, poi prendemmo due taxi diversi, io diretto al giornale, lei chissà dove.

Due settimane dopo, sempre di domenica, arriva la telefonata della morte di Vanneau, accoltellato proprio di fronte al locale! Rimango allibito. Mando Belden al 7° distretto del Nypd. Poco dopo, senza che ci siamo sentiti, entra Sonia. Non dice niente, posa il registratore sulla mia scrivania e lo accende. La voce di Vanneau che annuncia la guerra razziale. Sonia mi fissa interrogativa.

– Va bene, – le dico.

LET’S-PLAY-A-GAME Facciamo un gioco: io ti descrivo un quartiere povero, un ghetto dove ci sono miseria, droga e violenza ma i bimbi delle elementari fanno la prima colazione gratis, con ex-delinquenti che ogni mattina si svegliano alle sei per prepararla. Le nonne di quei bimbi, se devono andare in qualche posto, tipo fare la spesa, e hanno paura a uscire di casa da sole, telefonano a quella che tutti i giornali descrivono come una pericolosa gang, o addirittura un gruppo di terroristi che attenta alla sicurezza della nazione, mi segui? Questi mandano qualcuno che scorta la nonnetta, la aiuta e magari le paga la spesa. E non è un servizio solo per anziani: c’è un programma che si chiama “People’s Free Food Program”, che dà da mangiare a chi fa la fame: decine di migliaia di sacchi di alimenti. Sempre in quel quartiere è diffusa una certa forma di anemia, molti non sanno nemmeno che ce l’hanno. Bene, possono farsi il test gratis in una clinica popolare… messa su da chi? Dai soliti pericolosi soggetti. Questi ultimi hanno anche una piccola fabbrica di scarpe, ci lavorano ex-galeotti divenuti ciabattini in galera. Le scarpe vengono distribuite gratis a chi non le ha. C’è un programma cosí anche per gli indumenti. Se ti si guasta il cesso o l’impianto elettrico e non hai un centesimo, i “terroristi” ti mandano gratis uno che fa l’idraulico o l’elettricista. Alcuni di loro si mettono agli incroci pericolosi privi di semaforo e… dirigono il traffico, difficile da credere, vero? Per non parlare dell’assistenza legale gratuita ai giovani del ghetto, del programma di consulenza e assistenza a chi vuole iscriversi ai registri elettorali, delle colonie estive per bambini… Ah, dimenticavo il programma di trasporto gratuito per genitori e parenti di detenuti: noleggiando corriere, i brutti ceffi di cui sopra si preoccupano che possa ricevere visite anche chi sconta la pena lontano da casa e ha una famiglia povera.

Non è un sogno a occhi aperti. Molte di queste cose succedevano nel ghetto nero di Oakland, California, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, e le altre in diverse città dove c’era il Black Panther Party. Si chiamavano “Community Survival Programs”.

W.CH. L’Fbi ha ammesso di aver compiuto duecentonovantacinque azioni di destabilizzazione tra il ’67 e il ’71. Duecentotrentatrè erano dirette contro il Bpp.

Il gradino piú basso è la disinformazione: il Cointelpro scrive articoli pieni di falsità e calunnie e li fa pubblicare sui giornali di tutto il Paese, firmati da columnists al soldo del Bureau. Fotocopie di quei pezzi vengono spedite senza mittente alle chiese che appoggiano i programmi comunitari del Partito, ai bianchi progressisti che li finanziano, alle università dove è in programma una conferenza di qualche Pantera. Le spedizioni proseguono finché i destinatari non sospendono i rapporti col Bpp o annullano le iniziative. Con questo sistema il Cointelpro impone anche ricostruzioni false di episodi cruciali, come l’assassinio a sangue freddo di Fred Hampton e Mark Clark da parte degli sbirri di Chicago.

Sul secondo gradino ci stanno forme di sabotaggio piú elaborate: sui memo interni del Cointelpro si leggono proposte di avvelenamento dei cibi destinati al programma di colazioni, o di contaminazione dei pacchi del giornale del Bpp con sostanze puzzolenti o irritanti. Una tipica modalità di sabotaggio è impedire, tramite la diffamazione e l’impiego di agenti provocatori, le coalizioni tra il Bpp e altri gruppi radicali. Anzi, le rivalità vengono inasprite o addirittura create a tavolino, fino a farle degenerare in scontri a fuoco, come succede a Los Angeles tra le Pantere e gli United Slaves di Maulana Karenga. Nella guerra tra i due gruppi cadono diversi militanti del Bpp, come Alprentice “Bunchy” Carter e John Huggins, uccisi nel ’69 da tre membri degli Us poi identificati come agenti Fbi.

Qui siamo già sul terzo gradino, il massiccio impiego di infiltrati che a volte hanno licenza di torturare e uccidere. C’è il caso di George Sams, che a New Haven, Connecticut, si auto-incarica di ripulire il Partito dalle spie, accusa un ragazzo di nome Alex Rackley, lo fa incatenare a un letto e lo tortura per una settimana versandogli addosso acqua bollente, dopodiché insieme ad altri lo uccide e getta il corpo in un fiume. Poche settimane dopo, diversi membri del Bpp, tra cui alcuni dirigenti nazionali e perfino Bobby Seale, vengono accusati dell’omicidio di Rackley. Si scopre che Sams è persona con problemi mentali, già ricoverato in ospedale psichiatrico, in seguito usato dall’Fbi per infiltrarsi prima nello Sncc e poi nelle Pantere.

I gruppi radicali neri erano tanto infiltrati da diverse agenzie che a volte i provocatori si provocavano a vicenda, e anche peggio: nel ’69, a Los Angeles, un tale John Stark, infiltrato nel gruppo di Karenga, uccide una Pantera di nome Al Holt, non sapendo che era anche lui a libro paga del Bureau.

ROWDY-DOW Nella nostra musica si faceva la fame. Appena arrivato a New York, Pharoah dormiva nella metropolitana. Rashied Ali dormiva nei parchi e quando finiva i soldi tornava a Philadelphia. Prima o poi, tutti quanti abbiamo dovuto impegnare lo strumento. E la casa? Certi appartamenti erano cosí freddi e umidi che preferivi stare per strada. Si viveva in vere latrine, coi topi e gli insetti. Un mio amico che stava a Harlem ci scherzava: – Spero che arrivi la rivoluzione, cosí mi trasferisco downtown.

Per qualche anno mi ha mantenuto mia moglie, maestra elementare a Bed-Stuy. All’inizio mi vergognavo, ma lei ha insistito e lo sai, non puoi far cambiare idea a una sorella.

Nel periodo che ci siamo trasferiti a Crown Heights, lavoravo quando e dove capitava. Per due sere mi sono ritrovato a suonare nell’orchestrina di un crooner di mezza tacca. Joey Cafariello, si chiamava. Cantava “i grandi confidenziali del passato” per coppie di mezza età, in un club midtown. Smoking, farfallino, sorriso improponibile: sembrava il fratello ritardato di Dean Martin.

Non era piú l’epoca d’oro, ma di cantanti italiani ce n’erano ancora parecchi: Vincent Vasi, Tony Compagno, Lou Canova, Tommy Santercole, Jimmy Cappuano, Freddie Martellone…

Nella band ero l’unico nero. Toccava fare Begin The Beguine, Pennies from Heaven, roba del genere. Quello che odiavo di piú era che il tipo mi chiamava “boy” e mi dava sempre pacche sulle spalle. Fece anche di peggio durante la prima serata: dopo il mio assolo in You Make Me Feel So Young, questo stronzo si avvicina, mi dà un buffetto sul mento e dice a quel pubblico di honkies: – È bravo il ragazzo, non è vero? Un bell’applauso per il nostro Sidney Poitier!

Quella notte, per l’incazzo non riesco a dormire. La sera dopo, nel bel mezzo di Shadow of your smile, parto con un’improvvisazione libera che fa cadere la mascella a tutti: spetazzate, versi di animali, fischio di locomotiva, non la finisco piú. Mi sbatte fuori la security. Se c’era mio fratello Marcus avrebbe sfasciato il locale. In una circostanza molto simile, un mio collega si ficcò due dita in gola e vomitò nel sax del leader di un’orchestra di rumba. Mentre faceva l’assolo.

LET’S-PLAY-A-GAME Senti qui: “Il nostro programma di sopravvivenza è come un kit di pronto soccorso, di quelli che usi quando il tuo aereo è precipitato e stai su un canotto in mezzo all’oceano. Ti servono un po’ di cose per resistere finché non tocchi terra”. Questo è Huey P. Newton, in un discorso del ’70.

E poi c’è l’apologo raccontato da Fred Hampton, su per giú con queste parole…

I porci chiedono al negro: – Appoggi il comunismo?

– Nossignore, mi fa paura.

– Appoggi il socialismo?

– Nossignore, mi fa paura.

– Appoggi il programma di colazioni gratuite delle Pantere nere?

– Sissignore, danno da mangiare a mio figlio.

– E non lo sai che quel programma è comunista?

Il negro si gratta la testa, ci pensa su poi fa: – Può darsi che non so bene cosa sono il comunismo e il socialismo, ma una cosa la so, pezzo di merda: se ti azzardi a toccare quel programma, ti faccio saltare dal collo quella brutta testa di cazzo!

L’Fbi sapeva bene che il Bpp prendeva piede nelle comunità nere grazie ai “kit di pronto soccorso”, non è un caso se cominciò a sabotare proprio quelli.

Poi lanciò un attacco frontale al Partito. A un certo punto, l’intero comitato centrale stava in galera.

THUMBTACK C’è un memorandum del Cointelpro che porta l’intestazione “Black Nationalist – Hate Groups – Racial Intelligence” e il soggetto: “Violence-Prone Negro artists”. È datato “New York City, 4 dicembre 1967” e i numeri segnati sui margini indicano che Hoover lo lesse e lo approvò. Il testo è quasi illeggibile, pieno di cancellature, inoltre rimanda ad altri documenti non disponibili, ma alcuni frammenti di frase sono significativi, ecco:

xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx artisti della cosiddetta ‘avanguardia’ xxxxxxxxxxxxxxxxxxxx alcuni atti esemplari non necessariamente compiuti nell’ambito del programma xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx a New York la circolazione delle voci xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx Si è ritenuto non ci fosse piú bisogno di impiegare nostro personale in ulteriori azioni xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx.

Nei faldoni a disposizione degli studiosi, questo foglio non è collegato a nient’altro. È probabile l’abbiano de-segretato per sbaglio.

ANGELA VANNEAU Per un po’ di tempo rimasi ospite da alcuni parenti ad Harlem. Loro conoscevano il reverendo Bradley, e me lo presentarono. La sua parrocchia fece una sottoscrizione per pagarmi l’avvocato Wilson, che riposi in pace.

Al funerale di Bill si avvicina questa ragazza bianca, alta, capelli rossi, una grossa borsa a tracolla. Mi allunga un biglietto con scritto “Sonia Langmut” e un numero di telefono, e mi dice: – Signora Vanneau, vorrei farle sentire una registrazione, è la voce di suo marito e credo sia importante, – poi se ne va. Qualcuno mi dice che è una critica musicale, o qualcosa del genere, e conosceva Bill.

Due giorni dopo Sonia salí ad Harlem. La ricevemmo io, il reverendo Bradley e l’avvocato Wilson. Sul nastro c’era mio marito. Stesso marciapiede, stesso punto in cui sarebbe morto due settimane dopo. Bill commentava l’omicidio di Ekundayo e parlava di un movente razziale. Non poteva sapere che avrebbe fatto la stessa fine.

Grazie a un presentimento e a quella specie di lugubre coincidenza, Sonia fu la prima a collegare tra loro i due omicidi, e quelli che seguirono.

JULIA MEY Sonia Langmut fece ascoltare la registrazione a mio padre, e gli elencò le analogie tra i due casi: due jazzisti dell’avanguardia nera uccisi di domenica da un uomo bianco vestito di scuro. Non so se mio padre o il suo avvocato, comunque qualcuno parlò col capitano Rizzi del Nypd, che non prestò grande attenzione… almeno fino al terzo omicidio, quando il “Brooklynite” cominciò a battere il tamburo.

ANGELA VANNEAU L’avvocato Wilson parlò col tenente Rosakis, ma quello gli rispose che le analogie erano troppo vaghe, i due casi potevano essere collegati ma anche no, in fin dei conti uno era a Brooklyn e l’altro a Manhattan, e comunque col clima che c’era bisognava stare attenti prima di dire che il movente era razziale o che c’era in giro un maniaco assassino tipo strangolatore di Boston. In soldoni, disse che senza indizi piú concreti poteva fare ben poco.

IL DIRETTORE Misi Sonia a seguire il caso e raccogliere pareri. Dovetti calmare Belden dicendogli che anche lui avrebbe seguito il caso, ma tenendo i contatti con la polizia, mentre Sonia, che nella comunità jazz conosceva quasi tutti, avrebbe fatto il controcanto. A lei dissi che non poteva costruire un’inchiesta solo sull’intuito femminile e una coincidenza. Il “Brooklynite” era un giornale serio, mica un tabloid. Inoltre, visto che non aveva mai scritto di nera, Belden avrebbe rivisto i suoi pezzi prima della consegna. I piú spinosi, o i piú importanti, li avrebbero scritti e firmati insieme. Lo scopo non era solo limitare i voli di fantasia e le sbandate complottiste: Belden era un veterano del giornale, stimato nell’ambiente del Nypd. Sonia invece era giovane e sconosciuta agli sbirri. Belden poteva farle da scudo umano. Sonia sbuffò un poco, ma ammise che avevo ragione.

GARRY BELDEN Avevo trentacinque anni, moglie e due figlie. No, una. L’altra è nata nel ’68. Johnson non mi piaceva ma votavo democratico. Ero un nostalgico di JFK, e come me ce n’erano tanti. Se si parla di musica, nel ’67 ero un pezzo d’antiquariato: ascoltavo Pete Seeger e Peter, Paul & Mary. Quella canzone di Phil Ochs dove prendeva in giro i liberals, com’è che si chiamava? Love Me, I’m A Liberal. Ecco, a tratti sembra l’abbia scritta per me.

Non sopportavo certo radicalismo nero. Quand’era morto Malcolm X, avevo detto che in fondo se l’era cercata, proprio come nella canzone: “He got what he ask’d for this time”. Però ero già contro la guerra in Vietnam. Qualche anno dopo mi spostai piú a sinistra, feci la campagna per McGovern. Comunque si può dire: con Sonia non c’entravo proprio niente. Ma mi sono divertito. Chissà dov’è finita… No, mai piú vista. Ho sentito delle voci, come tutti. Ah, la mia secondogenita… te l’ho detto come si chiama?

Si chiama Sonia.

THUMBTACK Per capire se e fino a che punto i federali abbiano avuto a che fare coi crimini del Figlio di Whiteman, andrebbero de-segretati gli archivi del Nypd e quello che l’Fbi continua a tenere in freezer, sempre che non l’abbia già infilato nel tritacarta. Pensaci, oggi è tutto elettronico. Se gli storici del futuro vorranno scoprire le porcherie fatte dal governo, non potranno seguire le scie di scartoffie. Click, e in un istante cancelli tutto. È il progresso.

GARRY BELDEN Sonia scrisse il pezzo sulla morte di Gant, che era anche un riepilogo della vicenda, infilandoci dentro un sacco di cose che io tagliai. C’era un intero paragrafo sulla storia della registrazione, della profezia di Vanneau etc. Le dissi: – È roba da tabloid, – e zac!, via tutto. Era molto piú lunga la parte sull’autodifesa nera, Robert F. Williams e i Deacons for Defense and Justice. Avevano un sacco di spazio H. Rap Brown, LeRoi Jones e il reverendo Bradley. Dissi a Sonia che il “Brooklynite” non era “The Militant”, che quello doveva essere un pezzo di nera e io con gli sbirri dovevo averci a che fare tutti i giorni. Rileggendolo, si vede che era il primo passo di una collaborazione tra due persone diversissime: è discontinuo, indeciso… Ma le cose migliorarono.

JULIA MEY Dopo la morte di Kwesi Gant, per il Nypd fu sempre piú difficile gestirsi la faccenda. Arrivavano critiche da ogni parte: mio padre, le comunità nere, il “Brooklynite” che amplificava i dissensi… Poi arrivarono i federali, la stampa nazionale, i capi carismatici del movement… Diventò un circo a tre piste. Alla buon’ora l’Nypd unificò le indagini e creò una squadra interdistrettuale.

Io ero ospite/degente in una grande casa dell’Upper West Side, proprietà di amici di famiglia. Rannicchiata col braccio al collo in un angolo del mio mondo, che s’era rimpicciolito all’improvviso. Vedevo solo mio padre, i medici e pochissimi amici. Voci, slogan e fanfare mi arrivavano da molto lontano.

LET’S-PLAY-A-GAME Per anni ho sentito gente dire, e scrivere: “Il governo ha esagerato, è vero, ma le Pantere erano pericolose, andavano fermate”. Di solito si trattava degli stessi che avevano trangugiato la diarrea di Hoover versata nell’imbuto dei media. Certi liberal bianchi passarono tutti gli anni Sessanta a mettere in guardia i “buoni” dai “cattivi”. Come durante la schiavitú: evitare che i “negri domestici” venissero a contatto coi “negri dei campi”. La frase che ripetevano piú spesso? “Io ho marciato a Selma con Martin Luther King”.

HEAVY LEGS Se tutti quelli che dicono di aver marciato a Selma l’avessero fatto davvero, la coda del corteo sarebbe ancora per strada.

9. La fantasia ha gli scarponi

Certo, le grandi cose si fanno per bruschi salti. E le scoperte che contano spezzano sempre il filo della continuità.

SONIA LANGMUT

D.E.M. Il “Fondo “Brooklynite”/Langmut”: i tuoi neuroni friggeranno e scoppieranno come popcorn. Ci ho trascorso mesi, in quella saletta, cercando di ricomporre il puzzle: ho ascoltato centinaia di ore di registrazioni, riempito cinquanta quaderni di appunti, tentato montaggi e ricombinazioni. Mi sono ucciso gli occhi sui diari di Sonia. Ho proposto all’ascolto di vecchi amici di Sonia selezioni di suoni misteriosi e voci di sconosciuti. Neanche loro hanno saputo dirmi di che si trattava.

Prima di lasciare New York, Sonia stivò su un furgone i nastri e una cassa di taccuini, e portò tutto all’archivio del giornale. Il personale era in pausa pranzo, c’era solo Walt, l’usciere. Walt riferí che Sonia era entrata insieme a “uno di quei negri con le giacche di pelle”, e in due-tre viaggi avevano trasportato le casse nel corridoio, di fronte all’ingresso degli archivi. Dopodiché, puff!, scomparve. Nessuno l’ha piú vista.

Quando quelli dell’archivio rientrarono, videro questo po’ po’ di roba, quattordici casse di bobine e una di taccuini pieni di sproloqui. In cima, una lettera indirizzata a nessuno.

Un giorno qualcuno saprà forzare questo scrigno. Non posso farlo per voi, né ho il diritto di fermare il convoglio per lasciarvi istruzioni. Il tempo è ora, il convoglio parte. Il Paese cambia sotto i nostri piedi, ma la fantasia ha gli scarponi. Grazie di tutto. Sonia.

Va da sé che i tipi non ci capirono niente. Chiamarono il Direttore, che si grattò la testa mezza pelata poi chiamò Belden. Un po’ di gente scosse la testa, qualcuno cacciò lí un’ipotesi, ma tanto per chiacchierare. Un’altra azione eccentrica di Sonia, non c’era da perderci troppo tempo. E poi, chi se l’immaginava che non sarebbe piú tornata? L’atteggiamento era: “Quando si rifà viva, questa me la deve proprio spiegare”. Qualcuno ascoltò qualche nastro, cercò di capire che c’era scritto nei taccuini e si arrese molto presto. Le casse furono impilate in uno stanzone e ci restarono finché il giornale non chiuse, nei primi anni Settanta. L’archivio fu smembrato: un po’ di cose, come le foto, tornarono a chi deteneva i diritti, il resto fu donato alla biblioteca. Va dato atto all’amministrazione di aver conservato quel materiale, che nemmeno i donatori sapevano dire cos’era.

10. Reperti, 16-21 maggio 1967

“The Brooklynite”, martedí 16 maggio 1967:

QUARTO OMICIDIO NELLA COMUNITÀ JAZZ DI NEW YORK CITY,

I CITTADINI PREMONO SUL NYPD.

IL POSSIBILE ASSASSINO HA GIÀ UN NOMIGNOLO: IL “FIGLIO DI WHITEMAN”.

Sonia Langmut

Crown Heights, Brooklyn. Per la quarta volta a New York City – la seconda in questo quartiere – gli amanti della musica jazz piangono un membro della loro comunità assassinato da ignoti. Domenica scorsa è toccato al contrabassista Montgomery Burckhardt, 26 anni. Anche questo omicidio, come quelli di Tyrone “Ekundayo” Jackson, Bill Vanneau e David “Kwesi” Gant, è avvenuto di domenica.

Burckhardt, a differenza delle altre vittime, è stato ucciso all’interno di casa sua, di fronte alla stazione della metropolitana di Kingston Avenue. Burckhardt viveva al pianterreno, l’assassino è entrato in casa a un orario imprecisato tra le nove di sera e mezzanotte, forzando una finestra e sorprendendo Burckhardt sotto la doccia. Il musicista ha opposto resistenza, ma è morto dopo aver subito ferite profonde da arma da taglio. Le ferite sono compatibili con quelle trovate sul cadavere del pianista Bill Vanneau, ucciso un mese fa di fronte al Lowdown Club di Delancey Street, Lower East Side. Secondo gli inquirenti, potrebbe trattarsi di grandi forbici o cesoie per siepi.

La redazione musicale del “Brooklynite” si era occupata di Burckhardt due mesi fa, intervistandolo dopo un suo concerto al Prospect Park con il gruppo Langsynble, progetto di libera improvvisazione con strumenti poco o per niente usati nel jazz, come la cornamusa scozzese e lo shakuhachi giapponese. Proprio in Giappone, a Osaka, Burckhardt aveva trascorso gli anni dal 1959 al 1961. Dopo il suo ritorno s’era impegnato nel movimento dei diritti civili, a tal punto da essersi guadagnato il nomignolo “Montgomery Boycott”.

L’opinione pubblica non ha piú dubbi sul fatto che i quattro omicidi siano collegati. Un sondaggio telefonico condotto ieri tra duemila abbonati al nostro giornale ha dato i seguenti risultati: il 64% del campione è convinto che gli omicidi siano opera della stessa persona o delle stesse persone. Scomposto il dato, risulta il 52% pensa che gli omicidi abbiano un movente razziale o politico, il 24% che si tratti dell’opera di uno psicopatico, il 19% non esclude la cospirazione governativa, il 5% preferisce non formulare ipotesi.

Nelle comunità del nuovo jazz di New York City l’assassino ha già un nomignolo scherzoso, il “Figlio di Whiteman”. Il riferimento potrebbe essere al direttore d’orchestra Paul Whiteman, che negli anni Venti salí alla ribalta nazionale con il titolo di “Re del Jazz”, suonando una versione edulcorata della musica nata tra i neri di New Orleans. Ai jazzmen neri è sempre parso ironico che il primo “monarca” della musica afroamericana, anziché Louis Armstrong, Duke Ellington o Sidney Bechet, sia stato un bianco con un cognome tanto pleonastico. Definirlo, ancorché in modo indiretto, “padre” dell’assassino che sta massacrando musicisti neri è forse una manifestazione di amaro sarcasmo, ennesimo indizio di uno scollamento tra le razze e le culture nell’America contemporanea.

Da molte parti salgono di tono le critiche al Nypd, fin dai primi giorni accusato di aver “preso sottogamba” gli omicidi. Alle voci dei musicisti, dei leader delle comunità nere e dei familiari delle vittime si aggiungono ora quelle dello scrittore Norman Mailer e della deputata all’assemblea statale Shirley Chisholm.

In occasione di un meeting contro la guerra in Vietnam e di solidarietà ai renitenti alla leva, il noto romanziere ha definito la condotta della polizia di New York “al limite dell’omicidio colposo” e ha collegato “i due modi di eliminare i neri americani: mandandoli in missione suicida nella giungla o lasciandoli nel ghetto alla mercè del primo psicopatico che si crede un giustiziere”.

L’onorevole Chisholm ha messo in guardia le autorità di New York, dicendo che nei quartieri neri la paura e il prolungato stato di tensione potrebbero anche “dar luogo a una nuova sommossa, stavolta non a causa della brutalità della polizia ma del suo lassismo”.

Il “Brooklynite” ha intervistato il capitano Albert D. Rizzi del Nypd, capo dell’appena costituitasi squadra interdistrettuale che indaga sul Figlio di Whiteman. “È un nomignolo stupido e fuori luogo,” ha detto Rizzi, “e questa non è una barzelletta. Per ora non vi è alcuna prova che questi omicidi abbiano un movente razziale”. Quando gli abbiamo mostrato i risultati del sondaggio telefonico, Rizzi li ha definiti “parto della fantasia popolare”, aggiungendo che “certe iniziative da parte della stampa non facilitano il lavoro ai miei uomini, anzi, aumentano la pressione su di loro e rendono piú difficili le indagini”.

Rizzi si è rifiutato di divulgare ipotesi investigative, ma ha dichiarato che “la polizia sta scandagliando le vite dei quattro musicisti per trovare elementi, esperienze e conoscenze comuni che possano condurci su una pista”. Impresa ardua, dato che le vittime, per via della loro professione, conoscevano e frequentavano decine di locali e loft, e centinaia di persone tra colleghi, critici e ammiratori.

I funerali di Montgomery Burckhardt sono previsti per domattina presso la chiesa di St. Gregory the Great. Sarà presente anche il sindaco John V. Lindsay e da Harlem arriverà il chiacchierato reverendo Alphonse Bradley.

***

“The Brooklynite”, giovedí 18 maggio 1967:

ESISTE DAVVERO IL “FIGLIO DI WHITEMAN”?

INTERVISTA A UNO DEI LEADER DELLA CAMPAGNA CIVICA, IN ESCLUSIVA PER IL “BROOKLYNITE”

Garry Belden

Chi è e cosa vuole, se esiste davvero, il “Figlio di Whiteman”, come è ormai conosciuto l’assassino di musicisti neri che turba il sonno degli abitanti di Brooklyn? Lo abbiamo chiesto a Calvin D. Mey, l’uomo che nelle ultime settimane è diventato un vero grattacapo per la polizia di New York […]

“Non voglio rubare il mestiere agli inquirenti, ma è innegabile, vi sono state negligenze. Il rifiuto da parte del Nypd di prendere in considerazione certe analogie e ricorrenze ha addirittura fatto pensare alla volontà di coprire qualcuno o qualcosa. Da qui il fiorire di teorie del complotto, basta leggere i risultati del vostro sondaggio, ascoltare le radio, le conversazioni in metropolitana o negli uffici durante il coffee break […] Allo stato attuale nessuno può dire con certezza se gli omicidi siano davvero collegati, e se il colpevole sia una persona sola o un gruppo, però è un dato di fatto, le vittime erano tutte nere e appartenenti a un certo mondo ‘underground’, alcune attive nel movimento dei diritti civili […] Nel Paese è in atto un duro scontro sociale, quasi una guerra tra razze […] Non conosco il reverendo Bradley né le altre persone che mi nomina, non posso dire se siano o meno demagoghi o provocatori, so solo che hanno fatto sentire la loro voce in un momento importante, il Nypd dovrebbe ringraziarli anziché rilasciare dichiarazioni irritate […] Io sono solo un padre preoccupato. Il compagno di mia figlia è stato ammazzato come un cane, mia figlia è rimasta ferita ed è tuttora in stato di shock. […] No, non conosco il programma del Black Panther Party […] Rischiamo di spostare l’attenzione dall’assassino alla polizia, al momento ciò che conta è trovare l’assassino. La polizia si è mossa a rilento, comunque ora si è mossa, ed è sotto pubblico scrutinio […] Certo, un giornale vicino alla comunità può fare molto, credo che ora sia importante evitare reazioni di isteria collettiva […] Sí, credo che un buon giornalista investigativo potrebbe rendere piú chiari certi aspetti […]”

***

“The Brooklynite”, domenica 21 maggio 1967:

IL “FIGLIO DI WHITEMAN” ENTRA NEL FOLKLORE DI BROOKLYN

“È UN MODO PER BATTERE LA PAURA”, DICE LUSTRASCARPE ESPERTO DI GIOCHI VERBALI.

Sonia Langmut

Bedford-Stuyvesant. A nemmeno due mesi dalla sua comparsa, l’assassino di musicisti soprannominato il “Figlio di Whiteman” sembra avere già preso posto nella cultura orale delle comunità nere. I fatti di questa primavera di sangue lasciano il loro strascico nelle filastrocche e canzoncine dei bambini, negli scambi rituali di insulti e nelle gare di abilità verbale conosciute come “playing the dozens”, “sounding” o “signifying”. Alcuni giochi consistono nell’inventare forbite scurrilità sulla madre dell’avversario, altri nell’insultare quest’ultimo o descrivere in rime improvvisate la propria superiorità su di lui.

Per un intero pomeriggio Bill Sayler, 37 anni, proprietario di un piccolo negozio di lustrascarpe in Nostrand Avenue, ha guidato il “Brooklynite” in una bizzarra spedizione antropologica. Mr. Sayler è nato a Brooklyn e da ragazzo giocava alle dozens: “Ero bravissimo, sono sempre tornato a casa vincitore. I ragazzini di oggi ci giocano di fianco al mio negozio tutti i pomeriggi e nelle ultime settimane ho sentito che il Figlio di Whiteman compariva sempre piú spesso. Credo sia un modo di far vedere che non abbiamo paura di lui. Anche questo è black power, no?”.

Sicura del fatto che la presenza di una giornalista bianca avrebbe inibito le capacità espressive degli adolescenti di Bed-Stuy, mi sono appostata nel bagno sul retro del negozio, la cui finestrella è a meno di due metri dal punto in cui si giocano le dozens. Nel giro di due ore ho sentito tali e tante oscenità sulle madri di quei ragazzini da avere le orecchie in fiamme. In diversi casi veniva chiamato in causa il Figlio di Whiteman.

Chiuso il negozio, Mr. Sayler mi ha accompagnata in un giro del quartiere, a incontrare i personaggi piú “hip”. Alcuni hanno preferito non parlare con una giornalista, altri hanno risposto con entusiasmo alle domande, snocciolando le ultime battute e barzellette che riguardano in un modo o nell’altro il “Figlio di Whiteman”. Il piú disposto a collaborare è stato James Macon, meglio noto come “Sweet Blood”, elegante personaggio dalla professione indefinibile che trascorre gran parte delle sue giornate nel negozio di barbiere di Jitterbuggin’ Joe al 1499 di Fulton Street.

I principî di decenza a cui si conforma il nostro giornale impediscono di riportare tutte le elaborate ingiurie che ho sentito, ma è possibile fare qualche esempio.

Nelle dozens, il “figlio di Whiteman” viene usato come pietra di paragone dell’appetito sessuale della madre altrui, grazie alle due diverse accezioni (letterale e figurata) del verbo “f—“: “tua madre f—- i negri piú del figlio di Whiteman”.

Piú complesso il discorso per quanto riguarda il signifying: come in gran parte della cultura afro-americana, vi si trovano immagini di velocità, ritmo e armonia nei movimenti: il protagonista si definisce “swinger” o “hustler”, espressioni che rimandano a un muoversi tanto energico quanto disinvolto. Abbondano metafore animali (“cat”) o anatomiche (“hip”) che richiamano a movimenti sinuosi. Nelle composizioni semi-improvvisate che ho sentito, proprio grazie a queste caratteristiche il giovane protagonista affronta e sconfigge il figlio di Whiteman (descritto, al pari di tutti i bianchi, come lento e rigido e con “un palo piantato in c—“). O meglio, è l’assassino ad affrontare il giovane nero, il quale il piú delle volte lo sconfigge ignorandolo, mostrandosi cool e impenetrabile.

Nel vernacolo afro-americano l’uomo bianco è chiamato in vari modi: “The Man”, “Mr. Charlie” (“Charlene” se è una donna), “Chuck”, “honky”, “cracker”, “whitey”, “ofay”, “blue-eyed devil”, “gray” e tante altre definizioni. Nel signifying, il “Figlio di Whiteman” diventa l’incarnazione di tutti i tratti negativi contenuti in queste definizioni: si crede piú forte di quel che è, è “grigio” ma ha satanici occhi azzurri e il collo rosso come un picchio (“peckerwood” è un’altra espressione dispregiativa riservata ai bianchi). Il fatto che per lui vengano scomodate tutte queste espressioni è l’ennesima prova di quanto la comunità sia persuasa, se non del movente, quantomeno del contesto razziale degli omicidi. […]

***

ESEMPI DI SIGNIFYING E DOZEN

DALLE REGISTRAZIONI DI SONIA LANGMUT DEL 19 MAGGIO 1967

(FONDO “BROOKLYNITE”/LANGMUT

C/O BROOKLYN PUBLIC LIBRARY):

Sono cattivo, super-cattivo,

e cazzuto, baby, c-a-z-z-u-t-o,

non sono Chuck con un palo piantato in culo.

Sono cool ma ho lo sguardo che cuoce i crackers,

scotta il collo da picchio del Figlio di Whiteman.

Buco del culo radioattivo,

cago col fungo atomico.

Ho lo sguardo che abbronza i grigi,

frigge Whitey, incenerisce gli zii Tom,

cammino per la strada e provoco incidenti.

Diavolo-dagli-occhi-blu vuole uccidere i fratelli

perché a loro gli tira e lui nemmeno se lo trova,

se si presenta nel quartiere mandàtelo da me,

lo fotto nel culo e lo ingràvido col lanciafiamme,

darà alla luce un bello stronzo che urlerà:

“Potere nero!”.

***

Ho girato tutto il giorno con tua madre sulla nerchia

Sí, tua madre è una maiala e non ne aveva mai abbastanza

Diceva che tuo padre è senza dubbio un cazzomoscio

Cantava gli alleluia e benedetto sia il tarello.

L’ho lasciata in un vicolo ridotta a poltiglia,

forse è ancora là con la patonza che cola.

Se non sono scivolato sull’asfalto

se non sono scivolato sull’asfalto

ho detto: se non sono scivolato sull’asfalto

è solo perché ho una terza gamba.

Tua madre fotte negri piú del Figlio di Whiteman

corre dietro ai negri piú di quanto faccia il Klan

inghiotte piú negri della giungla del Vietnam

e wham! bam! Thank you ma’am.

***

ESTRATTI DALLA REGISTRAZIONE AL NEGOZIO DI BARBIERE

DI JITTERBUGGIN’ JOE, BEDFORD-STUYVESANT, 19 MAGGIO 1967

(FONDO “BROOKLYNITE”/LANGMUT

C/O BROOKLYN PUBLIC LIBRARY):

SWEET BLOOD. Ehi, che ci fa una ragazza d’oro in mezzo alla giungla con un bacherozzo gigante a tracolla?

CLIENTE 1. Vedrai che qui ne trova un bel po’, a fargli compagnia. Son belli grossi anche i nostri…

SONIA LANGMUT. Sono una giornalista del “Brooklynite”, mi chiamo Sonia Langmut.

Cliente 1. Ooooh, senti senti…

JITTERBUGGIN’ JOE. È un onore, Miss. Benvenuta nel piú antico negozio di barbiere di Bed-Stuy…

CLIENTE 2. Caschi male, pelle rosa, qui non legge nessuno.

CLIENTE 1. Che fa il tuo giornale, figliola, un servizio sui peggio cacatoi del ghetto?

JITTERBUGGIN’ JOE. Moderate i termini, per la miseria! C’è una signorina!

CLIENTE 1. Joe, mostrale l’orecchio che hai mozzato l’altro giorno. Ce l’hai ancora?

SWEET BLOOD. Fratelli non siate ingiusti: sono ben sei settimane che nessun cliente di Joe muore di tetano.

BILL SAYLER. L’ho portata qui perché vuole sentire le ultime freddure sul Figlio di Whiteman, ha già registrato Li’l Moe e i due figli di Break Chops che giocavano alle dozens di fianco al mio negozio.

JITTERBUGGIN’ JOE. Ai lettori del “Brooklynite” interessa quella spazzatura?

SONIA. Beh, certe cose non le possiamo pubblicare, però ci interessa vedere come la comunità nera reagisce a quello che sta succedendo…

CLIENTE 2. Reagisce sparando merda, come sempre.

JITTERBUGGIN’ JOE. Beh, qui abbiamo un vero esperto, di quel tipo di “reazione”…

BILL SAYLER. Sweet Blood ha il miglior rap del quartiere e conosce tutte le storie.

SWEET BLOOD. Questo lo ha detto lui, non io. È il mio agente, gli dò il dieci per cento.

CLIENTE 1. Il dieci per cento di un cazzo.

CLIENTE 2. E ci fa pure la cresta.

BILL SAYLER. Blood è il miglior sounder e signifyer di Bed-Stuy, ora che il Numero 1 vive ad Harlem…

JITTERBUGGIN’ JOE. Sapesse le cose che si sentono qui dentro… Blood, com’era quella che dicevi quando c’era Danny Hot Wire?

SWEET BLOOD. Qui nel quartiere si sente la mancanza di Bradley, quello ne inventava a nastro, era una telescrivente alla metedrina, adesso quando parla sembra dica sul serio, ma resta un grande merdaiolo..

SONIA. Quel Bradley? Il reverendo Alphonse Bradley?

CLIENTE 1. Un vero uomo di fede, eh?

SWEET BLOOD. Siamo cresciuti insieme, io e lui. Un vero campione di dozens, il migliore di tutti noi. Ha inventato alcune rime che ancora si tramandano. Sono sicuro che ci gioca ancora. È diventato un pastore perché gli piacciono le pecorelle nere, oh, sí. Gli piace pascolarle, tosarle e soprattutto portarle a dormire. Gli agnellini invece li sparge in giro, anche sui prati qui intorno ce n’è qualcuno che gli somiglia.

JITTERBUGGIN’ JOE. Suvvía, Blood, è un uomo di chiesa! Un po’ di rispetto!

CLIENTE 1. E Jitterbuggin’ Joe è un barbiere.

CLIENTE 2. E i bianchi sanno cucinare il gumbo.

[…]

SWEET BLOOD. Sono veloce, sono pronto, sono lo stile fatto persona, batti un ciglio e corro un miglio, spengo la luce e sono in strada prima di sentire il click. Cago dal tetto e corro giú, prendo la mazza, colpisco al volo la merda e batto un home run, sono peggio di un fucile a pompa. Piove merda funky sulla strada dello honky, “Dio Onnipotente!”, grida Whitey! Walter Cronkite dice che va tutto bene, ma a Charlene serve un ombrello sulla Upper East Side. L’Uomo chiama gli spaccateste, arrivano en masse, nessun cane di sbirro morde il mio dolce culo nero. Arriva il Figlio di Whiteman, a lui non piace il jazz. Dito sul grilletto, vuole uccidere un negro. Batte le ciglia e sono già lontano, fa un passo e per me è già il giorno dopo, prende la mira in aprile e per me è già maggio, fa fuoco in maggio e per me è giugno, gli ficco la berta in culo e gli sparo le cervella sulla luna! [applausi]

CLIENTE 1. Digliela come va detta, fratello!

11. Il coro, 17 maggio 1967

Ezekiel connected dem dry bones,

Ezekiel connected dem dry bones,

Ezekiel connected dem dry bones,

I hear the word of the Lord!4

Questa sera c’è meno gente.

L’osso del dito del piede unito all’osso del piede.

Chi tendesse l’orecchio distinguerebbe le voci, la grana, il tremolío.

L’osso del piede unito all’osso della caviglia.

Non è un coro. Un coro è incendio, queste sono fiammelle che ondeggiano agli spifferi.

L’osso della caviglia unito all’osso della gamba.

Anita ha la mente altrove, e il cuore. A dispetto di quel che si canta, tutto è disgiunto e il Signore è taciturno.

L’osso della gamba unito all’osso del ginocchio.

Tre giorni fa una nuova morte, nuovo spiffero, e il pensiero è una fiammella.

Chi entrasse nell’aula senza conoscere la canzone, si sforzerebbe di capire di che parla. Sembra una filastrocca per insegnare ai bambini. Piedi, gambe, ginocchia, cosce, fianchi, schiena, spalle, collo, testa.

Troppi pezzi abbozzati e nessuno portato a compimento, pensa Anita.

Troppi abiti imbastiti e nessuno cucito.

Your shoulder bone connected to your neck bone,

Your neck bone connected to your head bone,

I hear the word of the Lord!5

12. L’uomo dei fantasmi

Morte dappertutto intorno a me, ovunque morte. Là è dove vado io.

Lei lo sa. Non so come l’ha capito, non so dove l’ha sentito ma lo sa. Il sangue nel mio fiato è stato solo una conferma.

Ha insistito. Domande, e silenzio, e risposte.

Posso capire, dice. Ha bisogno del mio aiuto, dice.

Sto morendo, dico. Niente piú assoli per me, niente piú amore per me, niente piú tempo, niente piú niente per me. Il fegato è merdosa poltiglia che ha denti piú buoni dei miei, e morde e mi divora. Riesco ancora a stare in piedi ma è dolore dappertutto dentro me.

Piango. Perché sei venuta, amica mia? Che posso dirti di importante, io che non ho quasi mai parlato con parole?

Posso aiutarla, dice. Sono l’oracolo, dice. “In un certo senso”, dice.

Non afferro, amica mia. Non so come l’hai capito, non so dove l’hai sentito, non so cosa dovrei dirti. Ho solo lacrime e odoro di morte ma parlami. Raccontami del mondo là fuori, della morte, la morte che non è questa morte. Sarò il tuo confidente, e se ho un ricordo che può aiutarti te lo donerò perché non muoia con me, anche se non ho quasi mai parlato con parole.

Mi reincarnerò nel tuo Butoba, forse. Registrerò e suonerò il mondo, e la musica che verrà dopo. Parliamo di ciò che vuoi finché mi rimane voce.

13. Come ai vecchi tempi con le viscere degli animali

“Se l’America esce dalla guerra in Vietnam domani, oso dire che quella violenza sarà diretta all’interno, contro l’America nera. Questa è la situazione e abbiamo la responsabilità di informare la popolazione nera che l’America si sta preparando a fare la parte della Germania. E se l’America sceglie di recitare il nazismo, i neri non faranno la parte degli ebrei”

H. RAP BROWN, intervista al “National Guardian”, 25 giugno 1966

GREEN MAN Certi alberi del Green-Wood avevano un nome, gliel’avevo dato io, e i colleghi avevano preso l’abitudine: “Hai potato Luke?”, “Mi siedo un attimo all’ombra di Matthew” etc. Matthew, Mark, Luke e John erano un filare di quattro ippocastani. Una grande quercia si chiamava “The Mighty One”, abbreviato in “Mighty”. L’acero piú bello lo chiamavamo “Sweetie”. Un ciliegio proveniente dal Giappone lo chiamavamo “Hirohito Notwithstanding”, abbreviato in “H.N.”: “H.N. comincia a buttare le gemme”.

IL DIRETTORE Perché Sonia registrava sempre tutto? Bella domanda. A pensarci bene, non so neanche con che soldi comprasse bobine e batterie. Quella macchina consumava piú batterie che il sottoscritto tazze di caffè. E non era nemmeno leggera da portare in giro.

Durante le prime settimane al “Brooklynite” i colleghi erano perplessi, ma a lei sembrava tanto normale che nessuno le fece domande. Pian piano tutti si abituarono, e si sarebbero sorpresi di vederla senza quell’aggeggio acceso, ma non è mai successo. Comunque, io e Garry avevamo una teoria, e credo che i fatti l’abbiano confermata almeno in parte: utilizzava il Butoba a scopo divinatorio. Aspettava di avere un’illuminazione, allora lo accendeva, registrava quel che le succedeva intorno, e riascoltando interpretava, traeva segni, segni di qualunque tipo, annusava l’aria del momento e otteneva… responsi, come ai vecchi tempi con le viscere degli animali.

UNDERCOVER Di quale accusa devo rispondere? Di che mi devo giustificare? Stammi a sentire, ti diranno un mare di cazzate. I fatti te li dò io, puoi verificarli, poi dimmi se c’entrano qualcosa ‘ste teorie da psicopatici. Io non vengo dall’Area 51, non ho a che fare con gli extraterresti, ti parlo di cose terra-terra perché l’unica cosa che ho fatto, cazzo, ho servito il mio Paese. Ho passato trentadue anni in polizia, dal ’39 al ’71, con la pausa della guerra e incarichi nell’Oss e nella Cia. Addestrato a organizzare incursioni dietro le linee nemiche. Paracadutato due volte in Italia, per stabilire contatti con la Resistenza. La Cia mi ha richiamato per la Corea. Sono rimasto nell’Agenzia tre anni e mezzo, addestravo il personale per Stay Behind, la rete di resistenza in caso di invasione sovietica dell’Europa. Nel ’55 sono tornato al dipartimento col grado di capitano e sono passato subito alla “Squadra Rossa”, come veniva chiamato il Boss, Bureau of Special Services. Sono andato in pensione poco tempo dopo il flop del processo ai Panther 21. La pubblica accusa e il giudice Murtagh fecero cosí tanti errori, nell’inchiesta e nel processo, che la giuria mandò assolti tutti quanti senza pensarci due volte. La figura di merda la fecero i nostri sei agenti infiltrati tra le Pantere. Quei ragazzi si erano comportati in modo ineccepibile, non meritavano d’esser messi alla gogna. Ma quel processo non c’entra un cazzo con le cose che mi hai chiesto. Tu vuoi sapere del Figlio di Whiteman, roba di tre anni prima. Bene, stammi a sentire: chiunque, dopo quasi quarant’anni, continui a insinuare che il Boss c’entrava qualcosa con quei delitti, ecco, quello è una gigantesca testa di cazzo. Portamelo qua davanti, e vediamo se ha il coraggio di ripeterle, ‘ste fregnacce. A ottant’anni e passa, posso ancora fare ingoiare dei denti al primo stronzo che si crede furbo.

GREEN MAN Una notte feci un sogno: qualcuno scopriva al Prospect Park una specie di lemuri super-intelligenti, che comunicavano con la telepatia. Queste proscimmie chiedevano di incontrare il presidente Johnson, per un negoziato di pace tra la loro specie e la nostra. In realtà il “negoziato” era una partita di backgammon. La posta in gioco era la proprietà del parco, che per i lemuri era il centro del mondo. Siccome L.B.J. ignorava le loro richieste, i lemuri organizzavano un attentato dimostrativo: concentrandosi tutti assieme, facevano partire una grande onda telepatica che colpiva il pilota dell’aereo su cui viaggiavano Otis Redding e i Bar-Kays. L’aereo precipitava in un lago, e Otis moriva con tutta la band. Mi svegliai chiedendomi: – Ma che cazzo…?

Un sogno strano e niente piú, se l’avessi fatto dopo la morte di Otis. Ma, lo giuro su Dio, io l’ho fatto piú di un anno prima, nell’estate del ’66. Quell’aereo precipitò nel lago Monona, in Wisconsin nel dicembre del ’67. Ancora oggi, se vedo dei lemuri alla tv o sulle riviste, mi ritrovo a pensare: – Cristo santo…

UNDERCOVER Quando ci entrai, il Boss aveva appena cambiato nome, per la quarta volta in dieci anni e per l’ottava dalla sua nascita, nel ’12. S’era chiamato Radical Bureau, Neutrality Squad, Radical Squad, Bureau of Criminal Alien Investigation, Public Relations Squad, Bureau of Special Services and Investigations, infine si tolse la parola Investigations. La “squadra rossa” veniva ristrutturata a seconda dei nemici da combattere: nei primi anni erano gli anarchici italiani che tiravano bombe; durante la prima guerra mondiale, gli agenti segreti del Kaiser; negli anni Venti e Trenta, bolscevichi e agitatori sindacali; dopo Pearl Harbor, le spie naziste; negli anni Cinquanta in teoria erano i comunisti, ma l’Fbi ci andava giú cosí pesante che a noi non rimaneva niente. Negli anni Sessanta l’obiettivo erano la Nuova Sinistra e i nazionalisti neri. Eravamo bravissimi a infiltrarci in questi ultimi. Lo sapevi che una delle guardie del corpo di Malcolm X era un nostro agente? C’era anche quando Malcolm fu ucciso, gli fece la respirazione bocca-a-bocca. Piú tardi entrò nelle Pantere, era uno di quei ragazzi che testimoniarono al processo-flop.

Entrare nei gruppi neri era facile, bastava non avere fretta. Un nostro agente di colore andava a vivere in un quartiere nero, come Harlem o Bed-Stuy. Cominciava a farsi vedere, giocava a basket nei campetti, partecipava alla vita del quartiere, insomma si metteva in mostra. Dopo un po’, erano i gruppi neri a chiedergli di entrare. Lo facemmo con la Nation of Islam, il Core, l’Oaauu e soprattutto il Black Panther Party. Quelli erano pazzi pericolosi, andavano in giro armati fino ai denti, nei loro appartamenti tenevano casse di dinamite, progettavano di far saltare in aria i commissariati… Dovevamo pure fermarli prima che passassero all’azione!

W. CH. Cazzate. Quelli il Black Panther Party di New York lo hanno addirittura fondato. Gli sbirri c’erano dentro fin dall’inizio, nell’aprile del ’68.

Gli infiltrati, per essere credibili, finivano per essere i piú infuocati di tutti: procuravano armi, tenevano lezioni di “guerriglia urbana”, assecondavano i discorsi piú estremisti, si ammazzavano di canne e altro, addirittura spacciavano. Curioso modo di combattere il crimine, no? Ancora peggio faceva l’Fbi a livello nazionale, visto che i suoi infiltrati e informatori hanno ucciso e torturato.

UNDERCOVER Qualcuno dovrebbe spiegarmi che c’entra tutto questo con il Figlio di Whiteman. Le fesserie su un coinvolgimento diretto del Nypd le misero in giro certi predicatori dementi, come Alphonse Bradley, che si è impiccato qualche anno dopo, o qualche radicale figlio di papà, ma sono rimaste, appunto, fesserie.

Noi sbirri di New York avevamo tutti contro, a cominciare dal sindaco Lindsay, quel tanghero, quella specie di fotomodello che voleva farsi i cazzi nostri, dico io, che ne sapeva uno cosí di com’è fare lo sbirro? Il peggior sindaco che New York abbia mai avuto: invitava in municipio i teppisti delle gang, si faceva fotografare con gli arruffapopolo, Bradley compreso. Su a Harlem regalò una sede ai Five Percenters, una banda di fanatici. Non perdeva occasione per criticare la polizia, per un pelo non ci infilava in culo quella cazzo di commissione civile di controllo, per raccogliere i reclami contro di noi e metterci nei casini. Non c’è riuscito però ha inviato un segnale: se nemmeno il sindaco si fida della polizia, perché dovreste fidarvi voi neri, voi portoricani etc.? Ai ragazzi gli toccava lavorare in un clima di sfiducia totale, tra un riot e l’altro, gli studenti che bruciavano la bandiera e le cartoline-precetto, i fricchettoni che giravano nudi nei parchi, il Figlio di Whiteman…

Il problema è che i federali prima, e quelli del Watergate poi, sparsero davvero un mucchio di letame. Noi ci siamo sempre mossi nei limiti della legge, il Cointelpro no, e la gente non fa troppe distinzioni, le teorie del complotto sono come palle di neve, poi mettici l’11 Settembre, il Patriot Act, le balle sulla guerra in Iraq, Guantanamo, le torture… Ci vuole poco a trovare verosimile l’idea che il governo federale o la polizia di New York andassero in giro a scannare musicisti. Ma dico io, a che pro? Perché cazzo avremmo dovuto farlo?

GARRY BELDEN Sonia aveva bisogno di qualcuno che riascoltasse insieme a lei. Non era solo la ricerca di un parere, era un rituale: doveva rendere qualcun altro partecipe. Durante l’inchiesta si trattava di me, del Direttore e di una terza persona di cui ignoro l’identità, che chiamava “l’uomo dei fantasmi”.

Dopo il terzultimo omicidio, quello del ponte, Sonia cominciò a riportarmi le intuizioni e le sensazioni di questa persona, che diventò una specie di guida, di consigliere spirituale. Inutile chiederle chi era, era fatta cosí, dovevi accettare le sue stranezze. Certo doveva essere uno importante, quando Sonia si riferiva a lui le brillavano gli occhi. Sulle prime il Direttore pensava che il tizio non esistesse nemmeno, che fosse una specie di amico immaginario, ma io non lo credevo, e dopo un po’ smise di pensarlo anche lui. Bisognava vedere lo sguardo, il tono rispettoso con cui lei ne parlava. Ad ogni modo, chiunque fosse, ci prendeva: gli ultimi due delitti li previde quasi nei dettagli.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Mentre il fratello Stokely faceva il giro del mondo, la stampa americana lo trasformava in un demonio, un Satana negro, la personificazione dell’antiamericanismo e del “tradimento”. Ma fammi il piacere, questo Paese non ci aveva mai dato un cazzo, ci gassava e bastonava nei ghetti poi ci mandava a crepare in Vietnam, e se un nero lo dice, e spiega che gli Stati Uniti rubano la ricchezza del pianeta, quello è un traditore?

L’unica cosa di cui non tentarono d’incolpare Stokely era di essere il Figlio di Whiteman. Per quello c’aveva l’alibi, era a pranzo con Ho Chi Mihn.

In Guinea incontra Kwame Nkrumah, l’ex-presidente del Ghana, deposto da un golpe appoggiato dagli Usa. Nkrumah non è solo un esule di rango, Sékou Touré lo ha nominato co-presidente del Paese. Nkrumah ha studiato in America, conosce bene le lotte dei fratelli di qui, è un panafricanista e per lui sono tutte battaglie del popolo africano, sul continente e nella diaspora atlantica. Beh, per farla corta, Nkrumah chiede a Stokely di diventare il suo assistente. Stokely, che nel frattempo si è messo con Miriam Makeba ed è in pieno trip africano, accetta, ma prima vuole tornare negli Usa per finire del lavoro. Tutti gli africani della diaspora che incontra gli dicono: – Brother, is you crazy? Se torni, chissà che ti fanno! L’uomo bianco vuole il tuo culo! – ma lui ha deciso che torna, non può lasciare a metà i suoi progetti. Appena atterrato al Jfk, gli sequestrano il passaporto. Lui se lo aspettava, ha già chiamato i suoi avvocati, è disposto a fare il diavolo a quattro per riaverlo.

GARRY BELDEN Capocronista di nera da dieci anni, le stazioni di polizia le avevo bazzicate un bel po’, e pure gli uffici del procuratore di Brooklyn. I ragazzi mi avevano sempre trattato con cortesia. Per loro il giornale era un po’ troppo liberal, avevamo anche appoggiato Lindsay nel referendum sul controllo della polizia, però era il giornale di Brooklyn, erede del “Brooklyn Eagle”, ci trovavano notizie sui loro quartieri, le foto dei vicini e degli amici, le nascite e le morti, i numeri del lotto, l’oroscopo, per non parlare di quando facevano un arresto o una retata. Il capitano del 61° Distretto teneva incorniciato sopra la scrivania un mio articolo su una sua operazione antidroga. Arriva Sonia, e l’atteggiamento cambia di un bel po’:

– Garry, com’è che ti sei messo a scrivere con quella hippie comunista di merda?

– Che mi significano tutte ‘ste stronzate sulla polizia di Brooklyn?

– Puttana troia, perfino mia moglie mi guarda come se avessi ammazzato qualcuno! Anche Rizzi era furioso, definí il sondaggio telefonico “vomito secco di verme”, qualunque cosa volesse dire. Accusava il “Brooklynite” di aizzare l’opinione pubblica contro la polizia.

In realtà noi tentavamo di tracciare un confine, distinguere tra la legittima critica ai riflessi lenti della polizia di Brooklyn e le dicerie che si diffondevano a macchia d’olio, non solo nella comunità nere. Tieni presente che all’epoca non sapevo niente di operazioni sporche, del programma anti-neri del Cointelpro etc. Sapevo bene che c’erano problemi di razzismo e brutalità nelle forze dell’ordine, ma che ci fosse una “squadra segreta” in giro a freddare musicisti neri mi sembrava un’enormità.

Tre anni piú tardi, dopo l’uccisione di Hampton e Clark a Chicago, le rivelazioni sul ruolo del Boss nel caso dei Panther 21 e quelle sul Cointelpro a livello nazionale, capii molte cose. Però dire che il Figlio di Whiteman era in realtà una squadra di poliziotti giustizieri, era e rimane un’idiozia.

HEAVY LEGS C’è un rischio, quello di leggere gli anni Sessanta in America soltanto alla luce di infiltrazioni e provocazioni. In questo modo si diventa paranoici. Detto questo, non è nemmeno possibile leggere quell’epoca, anzi, nessuna epoca, senza le infiltrazioni e le provocazioni. Bisogna camminare sulle fune.

GARRY BELDEN Se il Boss teneva un dossier su Sonia? È probabile, e chissà che c’era scritto sopra.

Se c’è mai stato un contatto diretto tra Sonia e l’Nypd, senza di me a fare da transenna?

Una sera, di fronte al portone di casa sua, due tizi cercarono di intimidirla, ma come fai a intimidire una persona che appena attacchi a parlare accende il registratore e ti sventola un microfono sotto il naso?

Sono due energumeni scesi da una Corvette, le dicono: – Ehi, reporter, – e lei: – Un attimo soltanto, – e click!, accende il registratore. Quelli, che una frazione di secondo prima pareva dovessero spaccare il mondo, cominciano a balbettare e a guardarsi perplessi. E Sonia: – Non c’è niente da temere, è solo un registratore, – poi sai che fa? Comincia a elencare le caratteristiche tecniche dell’aggeggio: – Fabbricazione tedesca, due motori, due velocità (3 e 3/4 e 1 e 7/8 pollici al secondo), due comparti per due serie di quattro batterie… – e tutta quella roba. Gli energumeni si guardano intorno, qualche passante li osserva mentre fa pisciare il cane… Uno dei due fa segno all’altro, dietro-front, risalgono in macchina e via.

Il giorno dopo, in redazione, Sonia me li descrisse. Secondo me erano Harris e Vitiello, del 71°. Comunque, non si è piú ripetuto niente del genere.

BLOOD WILL TELL Casa di Sonia era… dove? Ah, sí: a Williamsburg. No, non ci sono mai stato. So che viveva sola. Certo, adesso ricordo, me ne parlò Plotinus Franklin, il critico. Lui sí, c’era stato. Credo che Sonia e lui avessero una storia, o meglio, l’avevano avuta. All’epoca dei delitti di sicuro era già finita. Casa di Sonia. Piena zeppa di bobine, e libri. Non so chi altri ci sia stato, non me la vedo a ricevere visite, anzi, a fatica me la vedo con una casa. Era sempre in giro, la incontravi ovunque.

GARRY BELDEN No, mai stato a casa sua. Comunque, credo stesse a Fort Greene, non a Williamsburg.

IL DIRETTORE A casa di Sonia? No, non mi pare proprio. Però, se non sbaglio, non era Fort Greene. Mi sembra di averla sentita dire che stava a Bronswille, e aggiungere: “Come Emma Goldman”. Sai chi era Emma Goldman? Vecchie storie di anarchici. Inizio secolo.

ROWDY-DOW Nessuno sapeva che Trane stava morendo. Da Olatunji aveva suonato con un’energia sovrumana, lo attraversava un uragano di suono, sembrava non sarebbe morto mai. Ci ho anche suonato, col “quartetto esteso”, quando con loro c’era Pharoah. Era il periodo che se ti presentavi con lo strumento, Trane ti faceva sedere con loro e quando arrivava il tuo momento facevi l’assolo. Lo sai che fu il primo a chiedere e ottenere royalties per i musicisti che usava in studio? Comunque, la sorpresa piú grande l’ha fatta quando si è presentato al nostro rent party a Crown Heights. Non è che ci servissero i soldi per l’affitto, a me e mia moglie, ma volevamo pagare tutte in una volta le ultime tre rate della macchina, una Buick di seconda mano. La macchina mi serviva per quando trovavo ingaggi nel New Jersey o in Connecticut. I ragazzi che mi accompagnavano erano tutti appiedati, e anche piú squattrinati di me, cosí decidiamo di dare una festa e raccogliere donazioni. Verso le undici di sera suona il campanello, guardo giú in strada e all’inizio non lo riconosco, gli chiedo: – Ehi, fratello, chi sei? – e lui: – Buonasera, Rowdy-Dow. Sono John.

E io: – John chi?

E lui: – John Coltrane, – e io quasi cado oltre il davanzale, per la miseria, chi se l’aspettava? Mia moglie non ci poteva credere, se l’è coccolato per ore, e non è stata la sola. Trane si è ingozzato di pasticcini e fette di crostata, ha trangugiato coca cola, parlava poco ma ascoltava le persone con la cortesia e il rispetto che tutti ci ricordiamo. Se n’è andato all’una lasciando sul tavolo venti dollari.

14. L’uomo dei fantasmi

Che posso dirti d’importante, io che non ho quasi mai parlato con parole?

Non nel tempo che mi resta ma in quello che davo al mondo suonavo e suonavo e suonavo, e nelle pause suonavo ancora, suonavo il flauto in un angolo della stanza.

Le mattinate giapponesi, poco dopo l’alba, suonavo il violino.

Ho ancora i tuoi nastri. Fino a poco tempo fa li ascoltavo, ci improvvisavo sopra, ma adesso, non ho piú fiato adesso.

Sono stato il primo a partire, eppure sono ancora in viaggio, e sono qui a parlarti. C’è chi non sapeva di dover partire, ed è già arrivato senza mai essere in viaggio. Che triste sorte. Scusami, non mi faccio capire… Fatico a rimanere concentrato. Medito, prego, mi faccio domande.

Ho sempre cercato le risposte. Mi hai visto alla conferenza di Malcolm X, e stavo cercando. Mi hai visto circondato da tamburi e campanacci, e stavo cercando. Mi hai visto piegato sul palco con le labbra ferite al cinquantesimo minuto di assolo.

Anche tu cerchi, isoli i suoni del mondo, li ascolti e prendi quel che ti fa andare avanti. Quello che faceva andare avanti me: spingermi oltre l’ultimo avamposto del bop.

Ogni sera andavo a prendere Ornette al Five Spot, lo pagavo per darmi lezioni, insegnarmi ad andare piú in là. Piú in là. Dare il mio contributo. Un uomo lo riconosci dal contributo che dà. Eric Dolphy. Pharoah Sanders. Albert Ayler. Questa è la rivoluzione che abbiamo visto e abbiamo fatto. I nastri che registri nei loft e nei teatrini contengono le mappe del nuovo mondo, ma qualcuno uccide gli esploratori. Qualcosa, se si parla di me. Tanti progetti, ed eccoli interrotti da un qualcosa. Viaggi in Africa e India, spazi per la comunità, per i bambini…

Utilizzo di un ago infetto.

Dieci anni fa.

Epatite asintomatica.

Mai curata.

No, le mie mani non tremano. È che non posso fare a meno di muoverle.

Le ho mosse per tutta la vita.

Miles pestato da un poliziotto bianco di fronte al locale dove suonavamo.

Cecil Taylor aggredito da teppisti che per poco gli spaccavano le dita.

Vedi, siamo sempre stati all’erta. Là fuori c’è odio. Lo sapevamo. Un odio che va oltre noi.

Il qualcuno che cerchi…

I primi due li ha uccisi per strada. Il terzo lo ha ucciso sull’uscio di casa. Il quarto ha dovuto sorprenderlo nudo e inerme, nella doccia. E adesso?

Sarà sempre piú difficile. I professionisti, se escono di casa, si spostano in gruppo, o armati, o entrambe le cose. Ma il tuo qualcuno non odia i musicisti. Odia la musica. Odia chi la suona. Non è necessario essere un professionista. Chiunque suoni la nostra musica è in pericolo. Chiunque la suoni in pubblico. E se ucciderà chi suona, nessuno suonerà piú se non in casa propria. E se nessuno suonerà, dovrà cercare un’altra vittima. Non odia i musicisti, odia la musica. Non è nemmeno necessario suonarla.

Basta averci a che fare.

15. Anno sabbatico

Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura.

GIOVANBATTISTA VICO

D.E.M. Metà anni Ottanta uscí il mio libro illustrato sulla storia del giornalismo a Brooklyn. Una veduta a volo d’uccello, copriva due secoli, e soltanto un capitolo era dedicato al “Brooklynite”, ma lavorandoci mi ero imbattuto nel personaggio di Sonia. All’epoca era già un mistero dove fosse finita, e tutti mi dicevano quanto fosse strana. Cosí pensai: “Scrivo un’inchiesta su di lei!”. L’idea era: mi prendo un anno sabbatico dal college, intervisto quelli che l’hanno conosciuta, cerco di raccapezzarmi tra i nastri e i diari che ha lasciato, poi vado all’Ovest e la cerco.

In realtà mi lasciai inghiottire dal mistero nel mistero, cosa ci fosse in quei nastri, quale fosse il significato. Il mio errore fu cominciare ad ascoltarli troppo presto, prima di avere una buona quantità di dati e testimonianze. Cercai di fare entrambe le cose in parallelo, e presto si sovrapposero: agli intervistati chiedevo delucidazioni su quel che avevo sentito dai nastri, ma avevo le idee confuse e mica potevo pretendere che tutti ascoltassero insieme a me, cosí le interviste diventarono sempre piú strane e sempre meno utili. Dopo sei mesi avevo molti piú dubbi di quando avevo iniziato. A malincuore, rinunciai al progetto. Fu un grande disappunto, rimasi depresso per parecchio tempo. Ci ho messo piú di un anno prima di farmi venire l’idea per un nuovo libro. Vedi, io vengo da una famiglia di ricercatori cocciuti e topi d’archivio, fra il ’36 e il ’38 mio nonno lavorò al Federal Writers’ Project, sotto la guida di John A. Lomax. Intervistarono centinaia di ex-schiavi neri e ne trascrissero i racconti, una documentazione indispensabile, la base di tutti gli studi successivi sulla cultura afroamericana. Ma il “Fondo “Brooklynite”/Langmut” ha sconfitto me e il mio retaggio.

16. Reperti, 1-9 giugno 1967

“The Brooklynite”, giovedí 1 giugno 1967:

UCCISO DAL FIGLIO DI WHITEMAN IL MUSICISTA DILETTANTE RIPESCATO DALL’EAST RIVER?

Garry Belden

Brooklyn. L’autopsia sul corpo del giovane Lindani McWhorter, diciannove anni, il cui corpo è stato ripescato dall’East River all’alba di martedí, ha rivelato una ferita da arma da taglio in zona inguinale, non sufficiente a causare la morte, che è infatti sopraggiunta per annegamento. Il ragazzo è stato identificato dalla sorella Tanisha.

A imitazione del suo idolo Sonny Rollins, McWhorter trascorreva pomeriggi e serate esercitandosi al sassofono sul passaggio pedonale del Williamsburg Bridge. Secondo molte testimonianze, si trovava lí anche domenica dopo il tramonto. È probabile che, col favore del primo buio, sia stato colpito e gettato oltre il parapetto. Il corpo è rimasto in acqua per molte ore. Non vi è traccia del sax tenore, marca Buescher, modello Aristocrat, esemplare vecchio di quasi quarant’anni che Lindani aveva ereditato dal nonno materno.

Tutto lascia pensare che McWhorter sia la quinta vittima del presunto Figlio di Whiteman. “Per la prima volta è stato colpito un musicista dilettante anziché un professionista”, ha dichiarato il capitano Albert D. Rizzi, capo della squadra del Nypd che indaga sulle morti degli ultimi due mesi. “È uno sviluppo imprevisto. Starsene da soli la sera sul Willy B. è già una cosa rischiosa. Se a farlo è un negro che suona jazz, è un vero e proprio invito all’aggressione. La vittima era un perfetto sconosciuto, e deve avere sottovalutato il pericolo” […]

La morte di McWhorter non può che far salire la tensione nei quartieri neri di Brooklyn, peraltro già altissima. Nei prossimi giorni il capitano Rizzi, nel tentativo di scavalcare il “muro di Berlino di diffidenza tra polizia e neri”, terrà alcuni incontri pubblici a Bedford-Stuyvesant e Crown Heights, i quartieri piú colpiti dal Figlio di Whiteman. “È un gesto di buona volontà e grande raziocinio”, ha commentato Mr. Calvin D. Mey, che l’opinione pubblica ha eletto rappresentante della propria preoccupazione. “Rizzi non otterrà un bel niente perché non può capire i fratelli e le sorelle”, è stato il contrappunto del reverendo Alphonse Bradley della Holy Spirit and Fire Baptist Church, il quale ha aggiunto: “Il muro di Berlino di diffidenza non cadrebbe nemmeno con gli squilli delle trombe di Gerico”.

***

“The Brooklynite”, mercoledí 7 giugno 1967:

MISTERIOSA TELEFONATA ALLA REDAZIONE DEL “BROOKLYNITE”.

È IL FIGLIO DI WHITEMAN? FORSE ELEMENTI UTILI A IDENTIFICARE LA PROSSIMA VITTIMA.

Garry Belden e Sonia Langmut

Una chiamata anonima giunta ieri mattina al centralino del nostro giornale potrebbe contenere elementi utili a individuare e proteggere la prossima vittima del “figlio di Whiteman”.

Da quando sono iniziati i nostri reportage sugli omicidi, il “Brooklynite” riceve fino a trenta telefonate al giorno sull’argomento. Si tratta di cittadini, non soltanto di colore, che vogliono dare informazioni, comunicare preoccupazioni e sospetti o anche soltanto commentare i nostri articoli. Secondo una fonte autorevole, il fatto che chi ha dei sospetti chiami il “Brooklynite” anziché il Nypd è una delle questioni che il capitano Albert D. Rizzi intende affrontare stasera all’incontro pubblico con la cittadinanza di Bedford-Stuyvesant […].

Un buon trenta per cento di queste chiamate è opera di mitomani, fanatici di complotti e membri di gruppi estremisti politici o religiosi. Tra questi ultimi, abbiamo avuto il dubbio onore di entrare in contatto con la Real Church of the Mother Plane (nata da uno scisma in seno ai musulmani neri) che vede negli omicidi l’intervento di proscimmie extraterrestri e l’avverarsi di antiche profezie, e con la Christian Anti-Communist Crusade, secondo cui dietro gli omicidi vi sarebbe una resa di conti tra maoisti e trotzkisti.

Una signora di Bensonhurst ha chiesto se fosse o meno legale pubblicare un annuncio per chiedere al Figlio di Whiteman di fecondarla, per mettere al mondo un “nipote di Whiteman”.

In questo marasma, spicca una chiamata ricevuta alle 9.30 a. m. di ieri e raccolta dal nostro collega Dave Dahlke. Con la voce ridotta a poco piú di un sussurro, un uomo con accento e sintassi straniera ha detto: “Va avanti da troppo tempo e diventa troppo pericoloso, ma non posso fermarmi. Ci ho provato, ma lui non mi permette. Per un attimo volevo buttarmi giú anch’io, ma non sono riuscito. Volevo rimanere, fare che loro mi prendevano, invece ho preso il sassofono e andato via [sic]. Con me non funzionava: ci soffiavo dentro ma non usciva niente, cosí l’ho lasciato in un posto dove la sorella lo trova… Ora il prossimo. Io gliel’ho detto: “Quello non suona, non suona!” ma lui fa che è come se suona [sic]. Stavolta è anche piú pericoloso, perché lui è pericoloso, se non colpisco prima, lui colpisce me e mi fa male, forse mi uccide.”

A quel punto l’anonimo ha riagganciato. Una copia della registrazione della telefonata è stata consegnata ai detective della “task force anti-Whiteman” del Nypd. Secondo una fonte confidenziale, l’anonimo era a conoscenza di un particolare non ancora reso pubblico: sabato mattina anonimi hanno lasciato un sassofono nell’androne del condominio di Crown Heights in cui vive la sorella di Lindani McWhorter, ucciso sul Williamsburg Bridge due domeniche fa. Tanisha McWhorter ha riconosciuto il vecchio strumento del nonno materno, che Lindani stava suonando sul ponte prima di essere aggredito. Il Buescher Aristocrat è stato pulito con un prodotto lucidante e non reca impronte digitali.

Una copia della registrazione è stata consegnata al prof. Donald F. Betts, esperto di linguistica e fonematica, allo scopo di riconoscere l’accento, cosa non facile, dal momento che la persona cercava di contraffarlo e parlava a voce molto bassa.

Si fa strada l’ipotesi che il Figlio di Whiteman possa non essere una sola persona, ma almeno due: il mandante (“Lui”) e l’esecutore (in evidente crisi psicologica, impaurito e desideroso di farsi fermare).

In ogni caso, ci sarebbero elementi per identificare e forse proteggere la prossima vittima: si tratterebbe non di un musicista ma di una persona che ha a che fare con la musica (“è come se suona”) ed è in grado di difendersi da un’aggressione. È ancora poco per circoscrivere il potenziale target, essendo molto alto il numero di persone robuste nell’ambiente musicale di una città di milioni di abitanti: amici e parenti di musicisti, organizzatori e impresari, proprietari di etichette discografiche e tecnici di studio, giornalisti e critici. Ma per la task-force di Rizzi è già qualcosa. […]

***

“The Gotham Chronicler”, venerdí 9 giugno 1967:

SPETTACOLARE FLOP L’INCONTRO TRA IL CAPITANO RIZZI E LA GENTE DI BED-STUY

Frank Williams Powell6

Il capitano Albert D. Rizzi della “task-force anti-Whiteman” non può certo compiacersi di quanto accaduto mercoledí sera alla sala conferenze della Seventy-Two Presbyterian Church. Di rado si è vista una simile commedia degli equivoci. Nelle intenzioni di Rizzi, l’incontro pubblico tra il Nypd e la comunità afro-americana serviva a ottenere la fiducia di quest’ultima, sempre piú impaurita dagli omicidi del Figlio di Whiteman. Dopo il suo exploit, si può dire che la sfiducia alberghi in ogni cuore.

“Un pubblico nero si comporta in modo molto diverso da un pubblico bianco”, ha spiegato al termine dell’assemblea Mr. Delmer Sagonte, un frequentatore della chiesa. “Se un oratore bianco non lo sa, scambia i commenti per interruzioni e il rumoreggiare per maleducazione, diventa sempre piú nervoso e trasmette nervosismo agli spettatori. Le faccio un esempio: a una riunione di neri, è normale che molti spettatori non guardino chi sta parlando. Non è affatto un segno di disattenzione, anzi: è un modo di verificare le reazioni di altri spettatori a quel che viene detto. Se chi parla non conosce quest’abitudine, pensa che buona parte del pubblico non lo stia ascoltando, e comincia a preoccuparsi, a confondersi, a ripetersi.”

Dopo che il reverendo Gilroy ha fatto i convenevoli e gli ha dato la parola, Rizzi ha commesso almeno cinque errori gravi.

Errore n.1: durante i convenevoli e nei primi venti minuti di relazione (un riassunto delle imprese del Figlio di Whiteman), il capitano ha pensato che il brusío e gli scambi di occhiate tra gli spettatori fossero manifestazioni di ostilità o sfiducia.

Per questo motivo, Errore n.2, Rizzi ha alzato il tono e indirizzato frasi di rimprovero alla comunità nera, descritta come “poco disposta a collaborare e ad ascoltare quanto ha da dire la polizia”, “ancora troppo diffidente nonostante i progressi compiuti dal Paese nel campo dei diritti civili e dell’integrazione razziale” e “troppo incline a volare sulle ali dell’immaginazione e diffondere dicerie”. Molti spettatori hanno incrociato le braccia, mantenendo per parecchi minuti la schiena diritta, un’espressione accigliata e lo sguardo fisso nel vuoto. Altri si sono scambiati occhiate e cenni del capo che indicavano disapprovazione. Altri ancora hanno tenuto gli occhi chiusi, le labbra tese e le mani sulle cosce fino al momento delle domande. Nondimeno, tutti ascoltavano.

Rizzi ha commesso l’Errore n.3, alzando la voce fino a ottenere un tono stridulo, facendo sembrare la sua relazione, anche nei punti piú innocenti, un dito puntato contro una comunità già esasperata.

A quel punto un ragazzo ha urlato: “Dítelo, che il Figlio di Whiteman è uno di voi porci!”, e un altro ha risposto con lo slogan delle sommosse nere: “Brucia, baby, brucia!”. Qualche spettatore ha applaudito. Entrambi i ragazzi sono stati allontanati dai volontari della chiesa. Si era raggiunto un accordo sul fatto che non sarebbe stata la polizia a mantenere la sicurezza nella sala, ma a quel punto diversi spettatori che non frequentano la Seventy-Two Presbyterian, già irritati dal modo di argomentare di Rizzi, hanno scambiato i volontari per poliziotti in borghese ed espresso a gran voce la loro protesta: “Ecco la brutalità degli sbirri!”, “Ti sei portato dietro gli zii Tom?”, “Vieni fin qui ad accusarci poi vuoi chiuderci la bocca?”

A quel punto Rizzi, che non aveva piú il polso di quanto succedeva in sala, ha commesso l’Errore n.4, non spiegando subito che nel servizio d’ordine di sala non c’erano agenti di polizia. Ha balbettato per qualche secondo finché non è intervenuto il reverendo Gilroy spiegando l’equivoco e cercando di placare gli animi. In questo modo Rizzi, visto come un simbolo della “struttura del potere bianco”, ha ceduto l’autorità a un pilastro della comunità nera, dando un segnale di debolezza.

Al momento del question time una grassa signora, il cui stato di ubriachezza era palese, si è trascinata fino al microfono e ha esordito: “Cinquantadue anni fa…”, spiegando per dieci minuti che la sua nascita coincideva con l’affondamento del Lusitania, circostanza che avrebbe influenzato tutta la sua vita. Nessuno ha interrotto la donna. Errore n.5, il capitano si è piú volte portato le mani al volto e si è guardato intorno nervoso, sbuffando. Un segnale di disprezzo per il modo di comunicare afro-americano. Il reverendo Gilroy ha ringraziato la signora del Lusitania e ha chiesto se in sala ci fossero domande per il capitano.

Il secondo a intervenire è stato un giovane robusto, che ha fatto un elenco di tutto ciò che non va a Bedford-Stuyvesant, partendo dai topi nelle case per arrivare alla brutalità poliziesca, e infine concludere: “E poi in questo quartiere ci sono troppi zii Tom!”. L’affermazione è stata salutata da un lungo applauso. Sempre piú disorientato, Rizzi si è avvicinato al microfono e ha chiesto: “Qual era la domanda, se c’era?”, provocando uno scoppio di ilarità […]

***

ESTRATTI DALL’INTERVISTA DI SONIA LANGMUT

AL “REVERENDO” MAHAMID ZUWARAH

DELLA REAL CHURCH OF THE MOTHER PLANE, 6 GIUGNO 1967

(FONDO “BROOKLYNITE”/LANGMUT

C/O BROOKLYN PUBLIC LIBRARY)

ZUWARAH. L’Aereo Madre fu lanciato in orbita il 3 gennaio del 1930 e la sua missione non coincide con quella descritta dagli apòstati attendisti della pretesa Nation of Islam. Già oggi, e non nel Giorno del Giudizio, l’Aereo Madre sta operando per difendere le genti dell’Africa, dell’Asia e della colonia interna americano-babilonese. Solo che i fratelli e le sorelle lassú in orbita devono andarci cauti. I radar dell’uomo bianco non possono trovare l’Aereo Madre perché usa antichi e impenetrabili sistemi di occultamento, ma c’è sempre un rischio, quindi ci vuole discrezione… Per questo hanno mandato quaggiú nella Babilonia americana i lemuri, li hanno mandati a Prospect Park, che è il centro del pianeta…

LANGMUT.Vuole dire che nel cuore di Brooklyn in questo momento ci sono dei mammiferi che secondo gli zoologi esistono solo in Madagascar?

ZUWARAH. Sí, e conducono durissimi attacchi psichici contro gli apostati e gli attendisti in seno alla colonia interna americano-babilonese…

LANGMUT. In cosa consistono questi “attacchi psichici”?

ZUWARAH. Prima dovrei spiegarti perché la pretesa Nation of Islam è uno pseudo-culto di traditori ed eretici, nemici della vera religione. So che quello che sto per dire ti offenderà, in quanto donna bianca, ma è giusto che anche voi honkies sappiate quali sono le vostre origini… Voi siete stati creati in laboratorio da un intelligentissimo e malvagio uomo nero, Yacub, vergogna della sua stirpe. Seimilacinquecentosettanta anni fa, Yacub viveva nel paradiso terrestre, insieme a tutti gli altri uomini e donne nere, ma cominciò a fare orribili esperimenti genetici, e la sua comunità lo esiliò piú a Ovest, nel mare Egeo, sull’isola di Patmos. Fu lí che Yacub creò la stirpe dell’uomo bianco.

LANGMUT. Ma questo che c’entra coi lemuri e col Figlio di Whiteman?

ZUWARAH. C’entra, perché quello che voi chiamate “figlio di Whiteman” non è affatto figlio dell’uomo bianco, ma è il risultato di un contro-esperimento benigno e piú recente, che ha compensato almeno in parte i danni fatti da Yacub… L’uomo nero ha due geni, uno forte e uno debole. Quello forte è chiamato “gene scuro”, quello debole “gene chiaro”…

LANGMUT. Lei ha qualche prova a sostegno di quanto sta affermando?

ZUWARAH. È scritto nella Bibbia, anche se in forma allegorica. Per i suoi esperimenti, Yacub aveva a disposizione 59.999 seguaci, esiliati insieme a lui. Cominciò a farli incrociare, selezionando via via esemplari in cui era dominante il gene chiaro. Incrociando tra loro questi ultimi, ottenne esemplari dalla pelle sempre piú chiara, dai geni deboli e di intelligenza limitata, perché il loro cervello pesava soltanto centottanta grammi. Erano però spregiudicati e privi di morale, si abbassavano a sfogare i piú bassi istinti. Presto furono la maggioranza della popolazione dell’isola. Dopo la morte di Yacub, su Patmos non c’era piú un solo uomo nero. Quando l’isola non potè piú contenere gli uomini bianchi, molti di questi emigrarono in Europa. Il resto è una triste storia. Le armate dei bianchi attaccarono addirittura il paradiso terrestre. Questo accadde grossomodo cinquemila anni fa. Prima della rovina, dal paradiso terrestre decollò l’Aereo Madre, a cui fu affidata la redenzione delle razze di colore…

LANGMUT. Non ha detto che l’Aereo Madre è in orbita dal 1930?

ZUWARAH. Infatti, ma prima ha vagato nel cosmo per millenni. Sull’Aereo Madre, i fratelli e le sorelle fecero l’esperimento contrario a quello di Yacub, selezionando uomini e donne sempre piú forti e longevi, tanto da diventare quasi immortali. Nello spazio, questi super-umani conobbero altre specie, tra cui una razza superiore i cui animali domestici erano intelligentissimi, dotati di poteri psicocinetici e in tutto e per tutto identici ai nostri lemuri. Gli alieni donarono alcuni di questi animali all’equipaggio dell’Aereo Madre, che li addomesticò e ne fece gli “arcangeli”, i propri emissari sulla Terra. Uno di questi lemuri, Gabriele, fondò l’unica e vera religione…

LANGMUT. Mi sfugge il legame con la Nation of Islam e con tutto il resto…

ZUWARAH. Il finto nero Elijah Poole, che si fa chiamare Elijah Muhammad, è un traditore perché si attribuisce un ruolo semi-divino, da Profeta, quando l’unico Profeta è l’innominabile incoronato dall’arcangelo Gabriele, e il Profeta non si può rappresentare nelle sue fattezze mentre Elijah si lascia fotografare e filmare e ci sono suoi ritratti in ogni sede della pretesa Nation of Islam. L’Aereo Madre ha mandato sulla Terra gli arcangeli per risistemare le cose. Coi loro poteri telecinetici disturbano le riunioni della pretesa Nation of Islam, fanno cadere i ritratti del finto nero Poole dalle pareti… Quello che voi chiamate il “figlio di Whiteman” è in realtà l’angelo sterminatore, il lemure-principe, colui che compie la necessaria opera di pulizia…

LANGMUT. Tuttavia, nessuna delle vittime del Figlio di Whiteman aderiva alla Nation of Islam…

ZUWARAH. Questo è quello che sostiene l’uomo bianco, noi della Real Church of the Mother Plane abbiamo altre informazioni.

LANGMUT. Poco fa, parlava di “attendismo” e del ruolo dell’Aereo Madre…

ZUWARAH. Il finto nero Poole insegna che, una settimana prima del giorno del giudizio, l’Aereo Madre darà indicazioni agli uomini giusti su come e dove nascondersi, poi farà partire millecinquecento aerei che bombarderanno il pianeta finché non resteranno vivi solo i giusti. L’America brucerà in un lago di fuoco per 390 anni e si raffredderà solo dopo 610 anni. I neri costruiranno la nuova civiltà. Ma gli arcangeli ci hanno detto che è una menzogna: “Libertà ora!”, dicono loro. Perché aspettare migliaia di anni per porre fine alla cattività americano-babilonese? […]

17. No Schmaltz

Questo governo razzista, con le sue nozioni da Superman e le politiche da fumetto… Noi lo sappiamo bene, Superman non ha mai salvato nessun nero!

BOBBY SEALE, tribunale statale di Chicago, 27 ottobre 1969

TANISHA MCWORTHER Io e Lindani siamo nati gemelli siamesi, la mia spalla destra attaccata alla sua sinistra. Ci hanno separati pochi giorni dopo la nascita. Tutto quello che si dice dei gemelli, del loro collegamento “speciale”, la telepatia… Non saprei, ho sentito tante storie ma credo che certe coincidenze d’umore siano dovute all’essere cresciuti insieme. Le amiche mi raccontavano di persone che provavano dolore se il loro gemello aveva un incidente a mille miglia di distanza, io sorridevo e alzavo le spalle, non m’era mai capitato niente di simile. Poi ci fu la notte del sogno. La notte che morí mio fratello, anzi, io non lo sapevo ma era già morto.

Sognai che Lindani era al Prospect Park e parlava con strani animaletti sui rami degli alberi, cioè, non è che parlava, comunicava in qualche modo con loro. Sembravano scimmiette con la testa da procione. Mentre si rivolgevano a lui, nello stesso momento guardavano un western. O meglio, non lo guardavano, ma lo vedevano. Ciascuno di loro leggeva nel pensiero degli altri: bastava che uno si appostasse sul cornicione di un palazzo e guardasse un televisore attraverso la finestra di un appartamento, e tutti potevano seguire il film. Vera Cruz, con Gary Cooper e Burt Lancaster. Gli animali ripetevano a mio fratello le battute degli attori. A un certo punto, in una scena di sparatoria, si eccitavano e con la forza del pensiero, senza volerlo, facevano sparare la pistola di un poliziotto di passaggio. Di rimbalzo, la pallottola colpiva e uccideva Lindani.

Mi svegliai con un terribile prurito intorno alla cicatrice sulla spalla. Uno sfogo cutaneo rosso scuro, che rimase per settimane. Lo chiamavo il mio “segno di lutto”.

IL DIRETTORE Non credo che Rizzi avesse pregiudizi razziali, ma nel suo background non c’era niente che potesse aiutarlo a capire i neri, per quanto si sforzasse. Figurarsi se poteva prevedere le mosse del Figlio di Whiteman, o capire le conseguenze degli omicidi sulla psiche della gente di colore.

Mi dispiacque per il flop di Bed-Stuy. In fin dei conti era una persona sensibile, scriveva poesie, aveva fatto stampare, pagando, una raccolta di versi intitolata The Chromatic Closet. Aveva piú o meno la mia età, trentasette-trentotto anni. Eravamo entrambi veterani della Corea.

Fin dall’inizio fu molto duro col giornale, e sospettoso, sempre con la guardia alta. Aveva una bizzarra idea della libertà di cronaca e pensava che il nostro scopo fosse rimestare nel torbido per chissà quali fini politici. A suo dire volevamo aizzare i lettori contro la polizia, o addirittura sostituirci a quest’ultima. In realtà, noi non avevamo piani nascosti, ci limitavamo a informare il pubblico. Andava fuori dai gangheri quando i lettori in possesso di informazioni, o che credevano di esserne in possesso, telefonavano a noi invece che alla “task-force anti-Whiteman”, ma quello era l’effetto di una profonda sfiducia nei confronti del Nypd. Non una sfiducia contingente, ma una sfiducia storica, sedimentata nel corso di decenni, strato dopo strato. Non l’avevamo costruito noi, il “Muro di Berlino”, come non lo aveva costruito Rizzi. Il primo mattone, l’establishment lo aveva posato secoli prima. Uno degli ultimi era stato l’assassinio di Malcolm X. Piú tardi ci fu il processo ai Panther 21. Molti di noi si resero conto che il muro era anche piú alto di come lo immaginavamo, e presidiato da un crescente numero di guardie armate.

Non ti dico come rimase Rizzi quando a chiamare il giornale fu l’assassino in persona! Prima ancora di entrare in quella sala era già di umore nero. Al suo posto, il sindaco Lindsay non si sarebbe scomposto, non avrebbe perso né calma né lucidità.

TANISHA MCWORTHER La Vera Chiesa dell’Aereo Madre non mi pare di averla mai sentita nominare. Può darsi fosse una suggestione, forse avevo letto o sentito quei discorsi da qualche parte, senza farci caso… Magari dalla radio accesa, mentre facevo qualcosa…

GARRY BELDEN Sonia andò a intervistare quel pagliaccio, tanto per vedere, ma la sua merda puzzava troppo, non era pubblicabile. Col clima che c’era, poi… Col passare dei giorni, sempre piú pazzoidi presero di mira il centralino del “Brooklynite”: un tale chiamò almeno dieci volte, sostenendo che era tutta una storia di satanismo e la “D” nei secondi nomi di Calvin Mey e Albert Rizzi stava per “Diavolo”. Li chiamava sempre cosí: “Calvin Diavolo Mey” e “Albert Diavolo Rizzi”.

IL DIRETTORE Il nostro modo di seguire il caso era molto diverso da quello delle altre testate. Il “Post”, il “Daily News”, il “Chronicler”, su su fino al Ney York Times, nessuno era in ammollo negli eventi quanto noi, perché nessuno aveva un’identità brooklynese, una voce brooklynese. È come dire “poifect” al posto di “perfect”, o “tooawk” al posto di “talk”. Io sono nato a “Greenpernt”, non è una cosa che puoi simulare. Un giornale può avere un corrispondente o addirittura una redazione a Brooklyn, ma resta un giornale di Manhattan. Noi invece ci ritenevamo gli eredi dell'”Eagle”, il giornale su cui aveva scritto Walt Whitman. Non importava che Sonia fosse del Nord dello stato: era una giornalista del “Brooklynite” e come tale apparteneva a Brooklyn. Anzi, a “Bwookn”.

ROWDY-DOW Eravamo tre volte sfigati: discriminati perché neri, sfruttati in quanto artisti, marginali per scelta. Lo sai che si prova quando sei separato dal tuo strumento perché l’hai impegnato al monte di pietà? Un musicista senza strumento è ancora un musicista? Ripeto, si faceva la fame, non lo dico tanto per dire. Nel ’66 Andrew Hill pubblicò un annuncio su “Down Beat”: chiedeva ai lettori un gesto “in autentico spirito di fratellanza”, cioè spedirgli un dollaro a testa perché non aveva da mangiare. Ed era uno dei migliori pianisti in circolazione! Archie Shepp dichiarò di non essere mai riuscito a lavorare per una settimana di fila se non all’estero. Eric Dolphy i critici lo massacrarono, specialmente quelli di “Down Beat”, senza pietà, nessuna voglia di capire cosa stesse facendo, poi è morto in bolletta e la rivista l’ha messo nella sua “Hall of Fame”. Ma è una storia vecchia quanto il jazz: i bianchi hanno fatto film sulla vita di Benny Goodman, o di Gene Krupa, ma niente su Duke Ellington o Count Basie.

Dice: ma nel jazz qualche soldo girava, chi se lo intascava? È presto detto: gente come i fratelli Termini, i proprietari del Five Spot. Nel ’66 si mettevano in tasca fra i tremila e i quattromila dollari a sera. Dollari di allora, mica di adesso. Per darti l’idea, un tavolo al Five Spot piú tre consumazioni veniva sette dollari e cinquanta. Oggi che ci prendi a Manhattan, con sette dollari e cinquanta? Un caffè shakerato e un muffin del giorno prima.

Cosí i musicisti si incazzarono e radicalizzarono. Era nell’ordine delle cose. Per farti un esempio, in quel periodo al Village Theater ci fu un concerto per finanziare Stokely Carmichael e lo Sncc. Suonarono Jackie McLean, Marion Brown, Archie Shepp… e il qui presente Rowdy-Dow. Sarò anche stato l’ultima ruota del carro, ma facevo parte del convoglio.

BLOOD WILL TELL Ce ne sarebbero di aneddoti e curiosità su Plotinus Franklin, basti dire che fu uno dei pochissimi, forse addirittura il solo al di fuori della cerchia familiare, a sapere della malattia di Trane. Scrisse pure il “coccodrillo”, tra l’altro un pezzo bello lungo, da pubblicare sul domenicale del “Gotham Chronicler”. Il punto è che lui morí prima di Trane, e si creò un bel paradosso: il giornale mica poteva pubblicare il ricordo di un morto scritto da uno che era ancora piú morto. Alla fine tagliarono i riferimenti espliciti al decesso e lo presentarono come un “saggio inedito del compianto Plotinus Franklin”, o qualcosa del genere.

Franklin incensava la new thing, cercava di darle visibilità, ma aveva scelto un modo strano. Nelle recensioni dei concerti poteva descrivere per venti righe dettagli marginali, a scapito della musica. In un articolo si soffermò per due capoversi su come Don Cherry ringraziava il pubblico facendo schioccare la lingua. Anche queste cose fanno parte dell’evento, musica e giornalismo hanno bisogno di un po’ di colore, ma dedicare mezzo articolo a una stronzata del genere… Una volta mi chiese quanti cappelli possedevo, che gli serviva per un articolo, e io: – Nigga, you crazy.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Nei mesi che trascorse negli Usa, Stokely diventò dirigente onorario delle Pantere, sposò Miriam Makeba, si sbattè per riavere il passaporto e cercò di organizzare le comunità nere di Washington D.C. Poi venne ucciso il dottor King. Nel Paese scoppiarono piú di cento rivolte, la situazione era ormai fuori controllo, organizzare la nostra gente era quasi impossibile. Da un giorno all’altro i ghetti si riempirono di tossici, l’eroina dilagava. Stokely, dal canto suo, passò brutti momenti: il Cointelpro pedinava e sorvegliava lui e Miriam, e faceva di tutto per distruggere la reputazione di entrambi. Un’intera tournée di Miriam saltò senza spiegazioni dopo che l’Fbi disse ai promoters due paroline. Il Cointelpro sparse nel movement, soprattutto tra le Pantere, la falsa voce che Stokely era un infiltrato della Cia. Alla fine, prima che qualcuno gli facesse saltare le cervella per un qualunque motivo, Stokely riebbe il passaporto. Lui e Miriam tornarono in Guinea per un pelo.

W.CH. Questo è un memorandum Fbi del 10 luglio 1968:

“[…] creare l’impressione che CARMICHAEL sia un informatore della Cia. Un metodo per ottenere il suddetto risultato sarebbe depositare nell’autovettura di un amico intimo nazionalista nero la copia-carbone di un rapporto alla Cia, in apparenza scritto da CARMICHAEL. Il foglio andrebbe sistemato in modo da essere trovato subito. Si spera che una volta letto il rapporto aiuti a diffondere sfiducia tra CARMICHAEL e la comunità nera. Si suggerisce di utilizzare copia-carbone per indicare che CARMICHAEL ha consegnato l’originale alla Cia tenendo la copia. Si suggerisce altresí di informare un certo numero di criminali fidati e informatori razziali che “abbiamo saputo da fonti affidabili che CARMICHAEL è un agente Cia”. Si spera che questi informatori spargano la voce in diverse grandi comunità nere del Paese.”

BLOOD WILL TELL Franklin aveva quarant’anni. Era nato a Lowndes County, Alabama, e salito a New York ai tempi del be-bop. Uno tra i pochissimi critici neri. Quando andavi in giro con lui, ti raccontava un sacco di aneddoti d’infanzia, brandelli di superstizione, tipo che se ti prude l’orecchio destro vuol dire che qualcuno sta parlando bene di te, se cammini nel sonno è Dio che ti porta a compiere una buona azione, e cosí via. Starlo ad ascoltare era come ricevere cartoline dalla piantagione. Una sera ero a cena con lui e parlavamo del povero Montgomery Boycott. Franklin ci andava in palestra insieme, lo aveva incontrato la sera prima che morisse. A sentire lui, Monty si grattava il naso di continuo e “si sa che se ti prude il naso presto riceverai visite”. Sí, bell’aneddoto, però Monty era allergico al polline, e la palestra era proprio di fianco al Prospect Park.

GREEN MAN Metà anni Sessanta, almeno per quanto riguardava il mio matrimonio, l’arcobaleno sotto le chiappe non c’era piú. A casa erano continui litigi per questioni di soldi. Figli non ne avevamo quindi le bocche da sfamare erano solo due, e l’affitto non era tanto alto, ma mia moglie non lavorava, in piú era incazzosa e s’era alienata con diverse amiche. Stava in casa e s’inacidiva, trovava sempre pretesti per litigare, hai voglia a dirle di venire con me ai concerti, diceva che della musica che ascoltavo io non ci capiva niente, già dopo qualche anno non sapevo piú che inventarmi per farla contenta. Mi rinfacciava ogni piccola spesa per me stesso, tipo i dischi, le rate dell’impianto stereo, qualche camicia, e io: – Ma perché non ti cerchi un cazzo di lavoro?

Aveva provato a fare la cameriera e la donna delle pulizie, perché con gli studi che aveva di piú non poteva trovare, ma riusciva sempre a litigare col padrone e farsi licenziare, piú invecchiava e piú diventava incazzosa, a sentire lei tutti i bianchi le stavano addosso, le facevano proposte oscene o le mettevano le mani sul culo, io dicevo: – Se è successo davvero, hai fatto bene a levare le tende, – e lei: – Come sarebbe a dire “se è successo”? – e di nuovo a litigare.

Sí, perché io dei dubbi li avevo: ok, quelli ci provano sempre, ma mia moglie negli ultimi anni non è che si tenesse tanto bene, insomma, non era proprio… Ecco, le era venuto un culone di quelli che ai bianchi non piacciono… A essere sinceri, secondo me non aveva nessuna intenzione di lavorare, e non solo: faceva di tutto perché la situazione rimanesse com’era, cosí poteva rompermi il cazzo.

BLOOD WILL TELL Per anni i critici avevano scritto cose che non stavano né in cielo né in terra, ma nel ’65 Trane era ormai tanto grande da convertire anche i piú acerrimi nemici. D’un tratto vedevano passare il carrozzone e temevano di non riuscire ad aggrapparsi. Con A Love Supreme prese uno sbrozzo di premi, sconquassò il mondo del jazz. Album dell’anno e tenorsassofonista dell’anno secondo i lettori di “Down Beat”. Disco dell’anno, miglior tenorsassofonista e secondo miglior polistrumentista secondo i giornalisti. Jazzista dell’anno, album dell’anno, miglior composizione jazz e miglior tenorsassofonista secondo i lettori di “Jazz”. Composizione jazz dell’anno e album jazz dell’anno secondo i giornalisti.

Sul “Chronicler”, Franklin lo candidò anche al primo posto tra i “maratoneti del jazz”, perché poteva suonare dieci ore di fila, e tra i musicisti mangiatori di gelati.

GREEN MAN Il lavoro, gli alberi, la musica non bastavano piú a distrarmi. Rimpiangevo la vita da scapolo, i miei vent’anni, appena arrivato dal Sud in piena esplosione del be-bop. Il primo lavoro da giardiniere in una villa di Brooklyn Heights. I lunghi viaggi in metropolitana con destinazione Harlem, per ficcarmi all’Apollo Theater e vedermi ore di jazz e R&B. A volte entravo al pomeriggio, vedevo prima un B-movie, poi la band, e uscivo in tempo per l’ultimo treno.

JULIA MEY La temperatura si stava scaldando, in ogni ghetto covava una sommossa. Nei giorni di McCarthy mio padre era considerato un “rosso”, ma in quelli del Black Power e delle Pantere, ormai era un moderato, si trovava a disagio.

Incontrò piú volte Sonia Langmut e Garry Belden, per farsi aggiornare. Con Belden si rapportava senza problemi, da collega a collega. Lei invece era un enigma. Mio padre non capiva metà delle cose che Sonia diceva e faceva, però si fidava di lei, era stata la prima a collegare gli omicidi.

Quanto a me, lo stato di shock era quasi superato, il braccio era a posto, mi preparavo a tornare al mondo. Ascoltavo la radio e contemplavo quel che succedeva oltre la vetrata del grande soggiorno, auto che passavano, persone che passeggiavano nel parco, sui rami scoiattoli e passeri, piú in alto scie di aeroplani.

Una delle ultime notti di isolamento, non ricordo che stazione fosse. Era un programma di jazz, anzi, non proprio di jazz, era un talk show notturno, atmosfera intima, con musica, ospiti in studio e telefonate di ascoltatori.

Il tema era il Figlio di Whiteman. Mi sembrava di origliare, col bicchiere appoggiato al muro, la conversazione in una stanza di paranoici. Chiamavano mitomani, detective improvvisati, pazzoidi… Il conduttore era molto ironico, liquidava le telefonate piú melodrammatiche e fingeva di dare corda a chi esponeva le teorie piú assurde. Ricordo di aver pensato: “E se una di queste voci fosse quella del Figlio di Whiteman, che prende tutti quanti per i fondelli?”. Mi colpirono le telefonate di alcune persone che sostenevano di essere state aggredite, picchiate, addirittura ferite per via della psicosi sugli omicidi. Era successo davvero o erano altri mitomani? Alcuni piangevano, o sembrava che piangessero. Uno disse: – Non è possibile che i fratelli si lincino tra loro. In studio c’era un giornalista del “Gotham Chronicler”, e gli scappò un commento tipo: – Il Figlio di Whiteman sta plasmando i brooklynesi a propria immagine e somiglianza.

Il mondo in cui mi preparavo a tornare.

ROWDY-DOW Il giovedí sera fino alle ore piccole, sulla Wccb, c’era No Schmaltz, condotto da Dave Mickiewitz, uno dei pochi a mettere la nuova musica. C’era un ospite diverso a ogni puntata, anzi, era piú che un ospite, perché conduceva insieme a Dave. Commentavano i dischi, chiacchieravano e ricevevano telefonate dagli ascoltatori. Ero stato ospite anch’io, e se non sbaglio anche Sonia Langmut, con un po’ delle sue registrazioni.

BLOOD WILL TELL Era un programma molto ascoltato. Anch’io sono stato ospite. Anche Sonia, e pure Plotinus. Io ci andai qualche mese prima della morte di Ekundayo e tutti gli altri, lo ricordo bene, non si parlò del Figlio di Whiteman perché ancora non esisteva. Sonia ci andò prima di me. Plotinus non saprei, però so che c’era stato anche lui.

ANGELA VANNEAU Bill ascoltava sempre il programma di Mickiewitz, fu anche ospite in una puntata.

BLOOD WILL TELL Vedi, questo è Wccb On The Air, il libro che la radio fece nel ’75 per il suo decennale. Ecco l’elenco degli ospiti di No Schmaltz dal ’66 al ’69, quando Mickiewitz morí di overdose e nessuno prese il suo posto. Guarda qui: Archie Shepp, Bill Dixon, Larry De Tommasis, Bill Vanneau, Giuseppi Logan, Rowdy-Dow, Milford Graves, Kwesi Gant, Monty Burckhardt, una sfilza di nomi che non finisce piú. Ecco: Vanneau, Gant, Burckhardt e Franklin. Quasi tutte le vittime del Figlio di Whiteman avevano partecipato a No Schmaltz.

ROWDY-DOW Quella sera l’ospite era un giornalista del “Gotham Chronicler”, il tizio che s’occupava del Figlio di Whiteman. Vinola, si chiamava, o Vinoli. La puntata era dedicata agli omicidi. Sembrava che tutti gli scocomerati di Brooklyn si fossero dati appuntamento su quella frequenza. Una tipa diceva che voleva avere un figlio dal Figlio di Whiteman, un altro che sospettava del benzinaio sotto casa sua, altri che a muovere i fili era quello sbirro, Rizzi. Con certa gente Vinola, o Viniola, cercava pure di ragionarci, invece Dave li prendeva tutti per il culo, anzi, ai piú matti gli caricava la molla, con domande che li facevano sbroccare sempre di piú. Si divertiva un mondo. In effetti si rideva, ma per non pensarci troppo, sennò c’era da metter mano al rasoio.

A un certo punto arriva una telefonata che mi fa tendere le orecchie: una voce familiare, non riesco a ricordare dove l’ho sentita. Accento strano, ma a Brooklyn ne senti tutti i giorni. Sono concentrato sulla voce e per una decina di secondi mi perdo quello che dice, poi Dave lo interrompe e gli chiede chi è e da dove chiama. Il tale risponde che chiama da Crown Heights. Alzo il volume. Riprende a parlare ma Dave lo ferma, irritato: – Frena, amico, intanto dicci come ti chiami.

Quello sta zitto un secondo poi risponde: – Augustus Rodney Dowland, – che è il mio cazzo di nome, per la puttana! Faccio un salto sulla sedia e sbotto: – Motherfucker!

Sto per chiamare e smentire, ma Dave mi precede, gli risponde tipo: – Amico, non dire scemenze, credi che siamo appena scesi dalla nave? Quello è il nome di un musicista, Rowdy-Dow, e la tua non è la voce di Rowdy-Dow. Qui siamo tolleranti, ma non puoi, ripeto, non puoi spacciarti per qualcun altro, e nemmeno scaricare su altri la responsabilità delle fregnacce che dici.

Finisce che il tipo riaggancia, e io resto lí a domandarmi chi cazzo può essere, perché mi ha tirato in ballo e cos’ha detto mentre non ascoltavo.

Mentre va un pezzo di Miles telefono anch’io e mi passano Dave. Gli domando: – Ehi, mah man, che cazzo ha detto quello che si spacciava per me? Mi pareva di conoscerla, la voce, – e Dave: – Ha detto che uno dei miei ospiti sta per morire di morte violenta, e sarà anche colpa mia. ‘Sto menagramo di merda! Ma perché ha usato il tuo nome?

18. L’uomo dei fantasmi

Non nel tempo che mi resta ma in quello che davo al mondo suonavo e suonavo e suonavo, e nelle pause suonavo ancora, suonavo il flauto in un angolo della stanza.

(Il flauto di Eric. Il dono di sua madre.)

Poi andammo in Giappone. Alice, Jimmy, Pharoah, Rashied e io.

Poco dopo l’alba suonavo il violino.

Hiroshima. Nagasaki.

Mi portarono al memoriale della bomba. Dove tutto cominciò a essere spazzato via. L’orlo del momento in cui il mondo bruciò. Bagliore bianco, l’ultima cosa vista. Pelle che si stacca e prende il volo, corpo che si disfa, smette di essere te, se mai lo è stato.

Chiusi gli occhi e giunsi le mani in preghiera. Mi fotografarono.

Sul giornale, scrissero che chiedevo perdono per i crimini del mio Paese.

(Perdono, per Naima e i due bimbi morti prima di nascere? Perdono, per chi si è sentito tradito? Perdono, per quello che si è perso? Per la fretta… o per l’esitazione? One day married, next day free / Broken hearts for you and me / It’s a sin for you to get / a Mexican divorce… Perdono… per quello che mi scivola tra le dita?)

(Questo cos’è?

Un uomo che muore

o un flashback di acido?)

Ci trovammo in Giappone.

All’aeroporto srotolarono il tappeto rosso. Rashied non credeva ai propri occhi.

In America nessuno di noi era mai stato accolto cosí, trattato da uomo, rispettato.

Dico Giappone, ma “Giappone” è ovunque si è felici.

Elvin non era piú nella band, ma in Giappone ha conosciuto sua moglie.

Art Blakey sorvola il Pacifico piú volte all’anno.

Monty Burckhardt è stato in Giappone due-tre anni, ed è tornato cintura nera. Qui a New York andava nello stesso dojo di Plotinus Franklin, lo conosci?

Scusami, amica mia. Non so piú tener ferme le mani e il pensiero.

“Stavolta è anche piú pericoloso, perché lui è pericoloso.”

Qualcuno che gira armato? Un forzuto?

“Se non colpisco prima, lui colpisce me e mi fa male, forse mi uccide.”

Un critico armato? Un promoter che sa difendersi?

“Devo colpire lui dove lui non aspetta.”

Burckhardt è stato ucciso in casa sua, colto di sorpresa.

Si è difeso ma in quelle condizioni non poteva…

Altrimenti l’avrebbe…

Perché Burckhardt era…

Pensiamo la stessa cosa, amica mia.

19. Appunti presi all’istante

Che canzone cantassero le Sirene, o quale nome prese Achille quando si nascose tra le donne, sono domande imbarazzanti, ma non al di là di ogni congettura.

SIR THOMAS BROWNE

D.E.M. Devi capire che l’unico “sistema di catalogazione” era un’etichetta appiccicata su ciascuna bobina, con luogo, giorno, mese e nient’altro, nemmeno l’ora e l’anno. Niente nomi di chi parlava, niente argomento della registrazione. Soltanto: “Harlem, 20 aprile” o “Prospect Park, 4 maggio” e cosí via. Ci sono lunghi elenchi di nomi e cognomi, a volte durano mezz’ora. Personaggi famosi e sconosciuti. Forse esercizi di mnemotecnica, o di meditazione. Per ogni giornata ci sono almeno sei-sette nastri, tutti con la stessa etichetta, nessun modo di capire l’ordine senza ascoltarli tutti. Immagino che a Sonia bastasse ascoltare i primi secondi di ciascun nastro per riprendere il flusso, ma, se ho capito qualcosa del suo metodo e le sue ragioni, è probabile che siano pochi i nastri ascoltati piú di una volta. Con molta fatica sono riuscito a mettere in ordine un buon quaranta per cento dei nastri, quelli della primavera 1967, subito prima della partenza, ma ci sono ancora dei buchi. C’è almeno una bobina mancante.

I nastri erano ben conservati ma molto vecchi, alcuni rovinati, le registrazioni piene di rumori. Sono riuscito a copiarne un po’ su cassette, all’epoca c’erano quelle. Oggi, quel che è rimasto sarebbe da digitalizzare al piú presto.

Quanto ai diari: appunti su libri letti, lunghi flussi di coscienza senza punteggiatura, bozze di lettere a destinatari mai nominati, riflessioni sull’imminente “partenza per Brahman”di un certo “T”… I riferimenti ai nastri sono molti ma criptici, tipo: “Cfr. 03/02 Bed-Stuy “. Un intero taccuino sembra scritto in una sola serata: se ho capito bene, sono appunti presi all’istante su telefonate a una trasmissione radiofonica.

Io sono stato dove tu stai per entrare.

20. Economia politica dei tappi per le orecchie

C’era gente che diceva che quando un negro moriva andava in Africa. È una bella bugia. Come fa un morto ad andare in Africa?

MIGUEL BARNET, Biografía de un cimarrón

GARRY BELDEN La sera prima che morisse il ragazzo del ponte, Sonia mi disse che secondo l’uomo dei fantasmi la prossima vittima sarebbe stata un musicista dilettante. Lindani fu ripescato dall’East River e iniziai a provare un forte rispetto per lo sconosciuto. Ricordo di aver detto a Sonia: – Devi spremerlo come un limone!

Lei mi rispose che non lo avrebbe incontrato per qualche giorno, perché stava male. Neanche quella volta insistetti per farmi dire chi era. Mi armai di pazienza e aspettai il prossimo contatto. Poi ci furono la telefonata al giornale, la storia del sassofono ritrovato, le frasi sibilline… Ogni giorno chiedevo a Sonia: – L’hai sentito l’uomo dei fantasmi?

E lei: – Forse domani. Non voglio disturbarlo, ha problemi di salute.

Lo sai che nei taccuini di Sonia ci sono queste bozze di lettere a un certo “T.”? Forse è lui l’uomo dei fantasmi.

SONIA/FONDO B-BPL Diversi modi di morire, mi hai detto, e io pensavo ad Auschwitz e al bombardamento di Dresda, ai parenti di mia madre morti sotto le macerie, ai compagni di scuola di mio padre morti nei campi di sterminio. Morire un poco alla volta, nell’agonia, morire nell’attimo che separa lampo e tuono. C’è chi dice che Auschwitz fu l’annientamento, e Hiroshima la lotta contro l’annientamento. Al cimitero di Green-Wood c’è un ciliegio importato dal Giappone, i giardinieri lo chiamano con un nomignolo: “Nonostante Hirohito”. Nonostante Hirohito, i giapponesi erano esseri umani. A Hiroshima e Nagasaki, come a Dresda, c’erano i civili. Parenti della madre di qualcuno. Compagni di scuola del padre di qualcuno. Il Giappone si stava già arrendendo. C’era una tecnologia da sperimentare. Come a Bikini: i bimbi dell’atollo accanto videro avvicinarsi una nube, risero, pensarono fosse un gioco, finché non bruciò la pelle, e caddero capelli e denti. Diversi modi di morire: te ne vai prima del tuono, te ne vai col bagliore, ma quelli dell’atollo accanto se ne vanno poco a poco, chiedendo acqua, borbottando asciutte maledizioni. Dicono che siamo la “generazione della bomba”, i primi a essere cresciuti sapendo che tutto, io, noi, tu, voi, essi, tutto può essere cancellato in un istante. Mi dicevi della tua preghiera sul luogo dell’esplosione, e quello che scrissero i giornali: chiedere perdono per conto di questo Paese. Ma il Paese cambia sotto i nostri piedi. Ho sentito il discorso del dottor King. Il referto dell’autopsia di questo Paese sarà un lungo rotolo di carta da calcolatore, come i dattiloscritti di Kerouac. Ci sarà scritto “Wounded Knee”, “Hawaii”, “Filippine”, “Hiroshima”, “Guatemala”, “Ghana”, “Santo Domingo”, “Vietnam” e chissà cos’altro…

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Per fortuna Stokely e Miriam tornarono in Africa da vivi, non da morti come volevano certe leggende diffuse tra gli schiavi.

La Guinea indipendente era la base operativa di tutte le guerriglie dell’Africa nera. C’erano gli angolani, i mozambicani, quelli della Guinea-Bissau e Capo Verde, i sudafricani dell’African National Congress. Tutti i movimenti di liberazione nazionale prendevano il volo da Conakry. Stokely cambiò nome, si chiamò “Kwame Ture”, in omaggio a Kwame Nkrumah e Sékou Touré. L’acqua in cui si immerse per il secondo battesimo fu la cultura africana. Entrò nell’All-African People’s Revolutionary Party e si occupò dei rapporti tra i movimenti africani del Continente e quelli nella Diaspora. Non si fermò mai un secondo.

LET’S-PLAY-A-GAME Sékou Touré era un mito panafricano. Nel ’58 la Francia del generale De Gaulle decise di fare un bel gesto, pubbliche relazioni, farsi vedere aperti e magnanimi. Siccome il generale Giap li aveva umiliati in Indocina e poi s’erano impantanati in Algeria, dovevano usare il guanto di velluto, o piuttosto far finta di usarlo. In Africa avevano un bel po’ di colonie che, siccome ai bianchi piacciono gli eufemismi, si chiamavano “territori associati alla Comunità francese africana”. De Gaulle propose a ciascuna colonia di scegliere fra tre opzioni: lasciare le cose com’erano, diventare territorio francese a tutti gli effetti oppure la scelta piú estrema: l’indipendenza completa, ma rinunciando a qualunque aiuto economico dall’ex-Impero. La terza carta la tenevano nel mazzo solo per farsi belli, pensavano: tanto non la sceglie nessuno. Quando la piccola Guinea fu l’unica a sferrare il cazzotto, la Francia restò a bocca aperta, dondolò e ciondolò come un pugile colto di sorpresa. Oh, sí! “Grazie tante, badrone, ma noi vogliamo l’indipendenza!”. Che la chiesa dica aamen!

Superati i primi giorni di shock, i francesi reagirono con rabbia. Lasciando il paese, i funzionari francesi si portarono via tutto: soldi pubblici, riserve auree, mobili, schedari coi documenti, persino le piantine della rete elettrica, telefonica e fognaria. Si portarono via anche le lampadine e i telefoni.

SONIA/FONDO B-BPL I cavi corrono insieme, s’incrociano e divergono, s’intrecciano e scavalcano, s’intralciano e si stendono e si stagliano, trespoli per corvi, contro il cielo, traforano la terra e proseguono, trampolini o staccionate per topi e scarafaggi, fili per talpe su cui stendere il bucato. Dentro di essi voci s’inseguono, si sfidano o s’ignorano, un cavo si stacca dal mucchio a ogni metro ed entra in una casa, talora la voce s’intrufola in un mixer, arrampica un’antenna e prende il volo, che ne è di quella voce quando arriva fino a me? Le voci di chi chiama la radio sono ombre, miraggi della notte, proiezioni disturbate, pellicole che bruciano. Consumate dal loro farsi elettriche, arrivano a me stanche per il viaggio. Sto ascoltandole da un’ora, l’uomo affannato, l’uomo che si lascia morire, l’uomo che sfotte, la donna che a stento esiste, l’uomo che vive quand’è al telefono, e alla voce affida l’ultima speranza di non impazzire.

L’uomo nelle sabbie mobili s’aggrappa a un ramo, quest’uomo s’aggrappa al telefono. La voce mi arriva stremata sfibrata sfiancata ma viva. A me? La voce arriva a me? È per me, sa che lo ascolto, che posso capire qualcosa? Sono io il suo ramo, o è lui il mio? In quanti lo stiamo ascoltando?

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Quando i francesi se ne andarono, la Guinea non aveva neanche una moneta nazionale, non poteva pagare i dipendenti statali né comprare niente. Fu il Ghana di Kwame Nkrumah ad aiutare la Guinea, con un prestito di dieci milioni di sterline. Per questo, quando Nkrumah fu deposto da un golpe diretto dalla Cia, Sékou Tourè lo accolse a Conakry e lo nominò “co-presidente”.

Nkrumah morí nel ’72. La rivoluzione guineana perse uno dei suoi due padri. Kwame pianse l’uomo che l’aveva convinto a trasferirsi in Africa, e del quale aveva preso il nome.

Dodici anni dopo morí anche Sékou Touré, in un ospedale di Cleveland.

Nel frattempo Kwame e Miriam avevano divorziato, lui si era risposato, era diventato padre, e continuava a non fermarsi, a organizzare, prendere contatti, fare discorsi, scrivere saggi.

Un’ala golpista dell’esercito approfittò della morte di Touré per prendere il potere. Arrestarono anche Kwame, ma una mobilitazione internazionale li costrinse a rilasciarlo. Decise di rimanere in Guinea, per organizzare l’opposizione al nuovo regime. Quel fratello aveva rischiato la morte per mano del Klan, dei nazisti americani e degli sgherri del Cointelpro. Prima di mettere radici in Africa aveva passato tutta la vita in territorio nemico, sotto il fuoco dell’infamia, della calunnia, dell’odio razziale. Figuriamoci se poteva spaventarlo una giunta militare di scalzacani!

HEAVY LEGS Di scelte come quella di Carmichael critico l’idea di fondo, cioè che esistano regimi “buoni” e che si possa essere rivoluzionari montando sulle spalle dei loro capi di stato.

SONIA/FONDO B-BPL Dave Mickiewitz. Son of Whiteman. Albert D. Rizzi. John V. Lindsay. John F. Kennedy. Lee Harvey Oswald. Jack Ruby. Ruby Tuesday. Mardi Gras. Leaves of Grass. Walt Whitman. Walt Disney. Donald Duck. Carl Barks. Karl Marx. John Reed. Emma Goldman. Golda Meir. Moshe Dayan. Robert Moses. Robert F. Kennedy. Jimmy Hoffa. Sam Giancana. Uncle Sam. Uncle Scrooge. Di nuovo Walt Disney. Walter PPK. James Bond. Ian Fleming. Alexander Fleming. Louis Pasteur. Louis L’Amour. Elmore Leonard. Leonard Bernstein. Eduard Bernstein. Karl Kautsky. Vladimir Ilich Lenin. Vladimir Nabokov. Smurov.

GREEN MAN Arrivò il ’67 e i problemi coniugali interferivano con tutto, non riuscivo piú a concentrarmi. Lasciai andare in vacca la mia vita. La primavera dietro l’angolo, la città piena di belle tipe e io vita sessuale zero? Non esiste. Cominciai a intortare ai concerti, di solito bianche mezze hippie, un po’ intellettuali. E da lí via a bere, farmi le canne che non me le facevo piú da anni, delle volte prendevo l’acido, se c’era fumavo pure l’oppio. Passavo le notti nei motel o in qualche appartamento al Village poi all’alba tornavo a Brooklyn a lavorare. Quando andavo a casa, con mia moglie erano solo scazzi, scazzi pesanti, di quelli coi piatti che volano.

È lí che comincio ad avere allucinazioni. Niente lemuri, però un giorno vedo un ometto spuntare da dietro il tronco di Mighty e mi fa: – Seguimi.

Io lo seguo, intorno non c’è nessuno. Mi porta di fronte a un roveto in fiamme, che brucia ma non si consuma. E dal roveto arriva una voce: – Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale stai è terra santa! – e l’ometto sghignazza, sghignazza sempre piú forte, e io penso: – Cazzo, uomo, tu ti devi far curare, che ti sta capitando?

Faccio come nei sogni, mi dò un pizzicotto e non sento niente. Apro gli occhi ed è tutto scomparso, sono lí in piedi come un cazzone di fronte a un normalissimo roveto. Guardo per terra e vedo una banconota, non sono dollari, è roba straniera. La raccolgo, sopra c’è la scritta “Repubblica italiana”, un’aquila, una tipa di profilo con un grosso naso. Cinquecento lire. Sul retro c’è una scritta fatta con la biro: “NATELLA”. La mostro a un mio collega e lui mi fa: – Niente di strano, stamattina hanno sotterrato uno di quei guappi di Bensonhurst, c’erano anche parenti dalla madrepatria, il biglietto sarà caduto a qualcuno. È inutile che lo vai a cambiare, i soldi italiani valgono meno del piscio.

– Ma secondo te che significa “Natella”?

– Cazzo vuoi che ne sappia? Sembra un cognome, forse qualcuno doveva prendere un appunto e non aveva altra carta dove scriverlo.

Sí, di sicuro aveva ragione, ma, non so perché, continuavo a pensare a quelle lire, mi chiedevo chi poteva essere ‘sto Natella etc. Insomma, avevo trovato la banconota subito dopo un flashback di acido e mi ci ero intrippato sopra. Dopodiché, non riuscivo piú a trovare le mie cesoie. Non le aveva prese nessuno dei ragazzi. Ho dovuto farmene prestare un paio.

ROWDY-DOW Un martedí mattina, all’ora che si svegliano le galline, mi rigiro in un dormiveglia tormentato e incazzoso perché la sera prima non ho trovato i tappi, ecco due cose che mi perseguitano, i calzini spaiati e i tappi per le orecchie. Non riesco mai ad appaiare i calzini, ce la metto tutta eppure niente, li arrotolo quando me li tolgo ma in un momento imprecisato tra quando li arrotolo e quando li tolgo dall’asciugatrice ne perdo sempre qualcuno e dopo due-tre volte mi tocca comprare altre paia. Stesso problema coi tappi di cera per le orecchie, anzi, lí ce n’è pure un altro, di problemi: quando ti abitui non puoi piú dormire senza, ho cominciato a metterli il lunedí notte, poi anche le altre notti, cosí per anni ho dormito coi tappi finché con l’età non ne ho piú avuto bisogno ché ormai ero sordo di mio. Il secondo problema, non so se capita anche agli altri, è che ti svegli e ce n’hai uno solo e l’altro chissà dove cazzo è finito, disfi il letto ma non lo trovi, oppure ti cadono per terra tutti e due, li calpesti e li schiacci, o scivolano sotto un mobile e li ritrovi neri di polvere, insomma tocca sempre ricomprarne, e se mi dimenticavo dovevo farne un paio di fortuna col cotone del pronto soccorso o la carta igienica bagnata e, per tornare a dov’ero rimasto, m’era successo proprio la notte prima. Insomma, mi rigiro in questo dormiveglia incazzoso con un orecchio pieno di carta igienica e l’altro scoperto, e dal soffitto arriva il trambusto del dominicano. Sto meditando di salire a ucciderlo, sogno di ficcargli l’aspirapolvere su per il culo, poi a un certo punto smette, silenzio. Silenzio completo.

Mi riaddormento di un sonno leggero, ma dopo un po’, non so quanto tempo, mi risveglio sentendolo parlare. La voce si sente bene, il soffitto è di carta velina. Sta facendo una telefonata, riesco a capire: “troppo pericoloso”, “piú pericoloso”, “lui è pericoloso”. Se è di me che parli, stronzo, manco te l’immagini quanto sono pericoloso. Mi riaddormento, ma mi sveglio ancora una volta: sopra stanno litigando. Guardo la sveglia: le dieci e mezza. La padrona e il dominicano si prendono a male parole, lei gli dà del delinquente, lui risponde: – No es verdad! Io malato! – sento oggetti che cadono, altri strilli, poi la porta che sbatte, qualcuno scende le scale di corsa.

Nel pomeriggio, mentre esco per andare alle prove, incontro sul portone un mio dirimpettaio. Mi fermo un minuto a parlare, e quello mi fa: – Lo sai che la signora Thaddeus ha licenziato il suo domestico perché rubava? Prendi questo e prendi quell’altro, le aveva svuotato mezza casa! Lui si è difeso, ha detto che è piú forte di lui, non può farne a meno. Un cleptomane, insomma.

Avviando la Buick, penso tra me e me: speriamo che quello nuovo faccia meno casino.

GREEN MAN Mia moglie l’ho accoppata quando ha gettato dalla finestra i miei dischi. Era un mercoledí, tornavo a casa dal parco e già a due isolati di distanza ho visto pezzi di vinile sul marciapiede, poi copertine: We Insist!, Kind of Blue, Crescent, ma che cazzo…? Intendiamoci, ormai le palle me le aveva fatte girare tipo Indianapolis, ero già lí lí per ammazzarla prima di quello sclero, ma quando ho cominciato a capire cos’era successo… Aveva buttato in strada anche i miei vestiti, le camicie, i completi a quattro bottoni, tutta roba che s’erano già fregati i passanti. Mi sono detto: “Calmo, stai calmo…”, mi sono fermato, ho chiuso gli occhi. Quando li ho riaperti, da dietro l’angolo è spuntato l’ometto dell’altra volta. Mi è venuto incontro e sorrideva. – È tempo, – mi ha detto. Ho sospirato, ho chiuso e riaperto gli occhi. L’ometto non c’era piú.

ROWDY-DOW Succede che il giorno dopo compro il “Brooklynite”… e ci ritrovo pari pari la telefonata del cleptomane.

Non ci sono dubbi: c’è scritto “una chiamata ricevuta alle 9.30 a. m. di ieri”, accento straniero, ci sono le frasi che mi ricordavo… Motherfucker! I got’cha! Dice pure che ha rubato il sax dell’ultima vittima, e certo, è cleptomane! Cristo…

È un attimo, mi viene in mente No Schmaltz, il tizio che ha usato il mio nome, la voce, ecco perché mi era familiare. Ha detto: “Augustus Rodney Dowland”, ha detto che un ospite di No Schmaltz sarebbe morto… Vuoi vedere che la prossima vittima…? Qui dice: “lui è pericoloso”, certo, sa che sono incazzato con lui… Certo, dice anche altre frasi poco chiare, ma si capisce, quello è un pazzo, se non fosse fuori di testa non sarebbe il Fi…

SONIA/FONDO B-BPL A chi viene offerto il ramo? Chi lo offre? A chi arriva la voce?

ROWDY-DOW Mi chiedo perché ce l’ha tanto coi fratelli, non è mica un bianco in fin dei conti. Nah, il cervello non è lui, è impossibile. Fa solo il lavoro sporco, dietro c’è qualcun altro, o qualcos’altro. E adesso che faccio? Lo dico agli sbirri? Fossi matto, mica mi fido di quelli. Chiamo anch’io il giornale? Come no, cosí mi confondo tra i matti.

No, cazzo, mi arrangio da solo. Come Robert F. Williams. Come i Deacons. Come diceva Malcolm: “Osserva le leggi, rispetta tutti, sii pacifico, ma se qualcuno ti mette le mani addosso fai in modo che non te le metta mai piú”. Devo scoprire come si chiama e dove abita. Sorvegliarlo. Capirci qualcosa. Incastrarlo. Metterlo in condizione di non nuocere, chiamare il “Brooklynite” e poi gli sbirri. Lo devo fare, e non solo per me, ma per tutti i fratelli, e per il mio amico Ekundayo.

Ecco, quelli erano i miei pensieri, appoggiato all’auto col giornale in mano, nella giornata che mi ha cambiato la vita.

A un certo punto sento un gran rumore e un passante dice: – Che succede?

Alzo gli occhi e vedo dei dischi sparsi sul marciapiede. Alla finestra di uno stabile una tipa urla frasi incomprensibili e butta giú album, singoli, 78 giri, i dischi rotolano fuori dalle copertine, finiscono in mezzo alla strada, vengono sbriciolati dalle auto. Vedo che c’è anche il mio album, Rowdy-Dow and the Jass Pundits, e mentre salgo in macchina penso: Brooklyn è fuori controllo.

GREEN MAN Ho ucciso mia moglie con una padella, colpendola di taglio sulla tempia, con tutta la forza che avevo. Morta sul colpo. Ho messo la padella nell’acquaio e il corpo su una poltrona. In bagno mi sono spogliato per fare la doccia. Sul fondo di una tasca dei calzoni da lavoro c’era la banconota italiana, l’ho appoggiata sul bordo del lavandino.

Mezz’ora di doccia ed ero un uomo nuovo. Le sei e tre quarti. Lo stereo sfasciato, dischi non ce n’erano piú, ma la radio funzionava. Lo speaker della Wccb ha annunciato Mysterioso di Monk.

Non avevo un avvocato e non sapevo chi chiamare. Tornato in bagno per pisciare ho visto le cinquecento lire con la scritta “Natella”. Ho avuto un’intuizione: quali sono i nomi utili a un italiano, nomi da appuntarsi in fretta sul primo pezzo di cartastraccia? Ho preso l’elenco del telefono: Natella Alfonso, Natella Alfredo, Natella Andrew, Natella Anthony… Natella & Natella, 285 Avenue U, Bensonhurst.

Le sette. È tardi ma mi dico: proviamoci. Risponde una voce femminile: – Studio legale, – e io: – Hello, ho appena ucciso mia moglie e non ho un avvocato.

21. Messaggero degli dei

Mi piace la gente che ama il suo Paese, crede in esso e spera di vivere fino all’anno 2000, quando il reddito medio per famiglia sarà di quindicimila dollari l’anno, quando attraversemo gli oceani volando sull’acqua e sott’acqua con i nostri carichi, quando un nuovo mondo ci si aprirà davanti nel campo delle imprese spaziali. Oh, è una prospettiva cosí bella e piena di speranza che ho messo i medici a cercare di controllare le malattie del cuore e il cancro e tutte quelle cose che uccidono gli uomini in giovane età. Voglio essere presente nell’anno 2000 per godermela, e so che se ci sarò me la godrò davvero.

LYNDON B. JOHNSON, Butte, Montana, 12 ottobre 1964

D.E.M. Ti ho chiamato perché è successa una cosa. Anzi, diverse cose, e importanti. Ho fatto un sogno. Ho trovato la Stele di Rosetta del Fondo “Brooklynite”/Langmut. O meglio, non l’ho trovata: mi è stata offerta. Non dormo da due giorni, da quando mi ha visitato Hermes, messaggero degli dei. Certo è piú lento di una volta: quasi quarant’anni per arrivare da Vancouver, e mentre viaggiava l’America è cambiata, ma l’importante è che sia arrivato e mi abbia portato due cd pieni di voci.

L’hai già sentita l’intervista di Sonia al tizio della Real Church of the Mother Plane? Quella storia degli angeli che in realtà sono lemuri di altri pianeti, mandati sulla Terra dall’Aereo Madre. La prima volta che l’ho sentita, non avevo idea di che fosse un lemure. Mia sorella è abbonata al National Geographic e mi ha fatto vedere delle foto. Scimmie con teste da procione e dita lunghissime.

L’intervista al pazzoide mi fece impressione, e per qualche tempo sognai quelle bestie, sempre la stessa scena: ero al Prospect Park, loro stavano sugli alberi e comunicavamo con la telepatia. Mi facevano domande su Lyndon B. Johnson, che chiamavano “il Presidente”. Io rispondevo che LBJ era morto di un attacco di cuore nel ’73, e il presidente adesso era Ronald Reagan. Loro commentavano che era impossibile, perché Ronald Reagan era un attore di western scadenti. Erano tutti esperti di western, li ricevevano nel cervello per via telepatica. Io rispondevo che Reagan aveva abbandonato il cinema da molto tempo, adesso eravamo negli anni Ottanta ed era il presidente degli Stati Uniti d’America. I lemuri sghignazzavano, uno di loro mi mostrava una bobina e mi diceva: – No, amico, sei ancora negli anni Sessanta, non tornerai nel tuo decennio finché non avrai trovato questa!

A quel punto mi svegliavo.

Era il nastro mancante del Fondo “Brooklynite”/Langmut. Un “buco” tra i nastri del giugno ’67, il periodo della morte del Figlio di Whiteman. Il tassello mancante.

Da parecchio tempo non pensavo ai nastri di Sonia, ma dopo la tua visita si sono riaperti la via nella mia testa, e i lemuri li hanno seguiti. È come diceva Napoleone: dove passa una capra passa anche un uomo, e dove passa un uomo passa anche un battaglione.

Tre notti fa ho sognato i lemuri, dopo quasi vent’anni dall’ultima volta. La stessa scena: ero al Prospect Park, loro stavano sui rami. Mi facevano domande sul “presidente Johnson”. Gli rispondevo che eravamo in un nuovo secolo, anzi, in un nuovo millennio, e LBJ era un ricordo remoto. Ribattevano: – C’è un presidente texano e gli Stati Uniti stanno facendo una guerra in Asia.

E io: – Non è lo stesso presidente e non è la stessa guerra.

E loro: – Forse non è lo stesso presidente, ma di sicuro è la stessa guerra.

No, dicevo, adesso eravamo nel ventunesimo secolo. Uno di loro mi mostrava la bobina, me la lanciava e diceva: – Adesso sí.

La mattina ho ricevuto un pacchetto senza mittente, con francobolli canadesi e timbri di Vancouver. Conteneva due cd masterizzati in casa e un biglietto con una sola frase: “…vivono in casa come in un sepolcro”.

Seneca. La chiusura di una delle Epistole a Lucilio: “Coloro che stanno appartati e nell’inerzia vivono in casa come in un sepolcro. Sul marmo della soglia, al posto del nome, sarebbe lecito scrivere: anticiparono la propria morte”.

I cd contengono tre ore di registrazioni: la voce di Sonia e di altre due persone. Una parla a lungo ma non si capisce quasi niente, piú che altro bofonchia. L’altra dice solo due frasi, ma chiare.

È il nastro mancante.

22. Alvarez, Gonzalez, Gutierrez

You worry because you’re hurrying

And hurry because you’re worrying.

Don’t happy, be worried.

BENJAMIN ZEPHANIAH, De Rong Song

SONIA/PRIMO CD Il prossimo sarà Plotinus. T. non ha avuto bisogno di dirlo, il pensiero si era gonfiato come un palloncino il Quattro Luglio. Se mi sfugge di mano salirà in alto, troppo in alto, rimpicciolirà nel blu del cielo e lo perderò. Restare concentrata. Non devo torturarmi di domande. Se ho ragione devo agire, se ho torto non succede niente.

Plotinus è dentro la nuova musica anche se non suona: “è come se suona”. Conosce le arti marziali, sa difendersi. “È pericoloso”. Anche Monty Boycott sapeva difendersi. Si allenava nello stesso dojo di Plotinus. Monty sapeva difendersi, era necessario coglierlo di sorpresa.

In casa sua.

Avvertire Plotinus prima che sia tardi. Prima di domenica. Dopodomani. Venerdí sera a New York. Avvertire Plotinus, andare a casa sua, prima che esca con la voglia di tuffarsi in un gomitolo di strade e nelle fauci di locali pieni di fumo, magari per non riemergerne fino a domenica, quando forse…

Plotinus lo farà, si tufferà, non è tipo da chiudersi in casa, si sente sicuro come un… E se invece fosse all’erta? Se anche lui avesse letto il giornale, sentito la voce alla radio, colto qualcuno dei suoi presagi da profondo Sud?

“Se uscendo di casa senti prurito sotto l’ascella destra significa che il Figlio di Whiteman vuole ucciderti”.

Il Figlio di Whiteman? Forse metà del Figlio di Whiteman. Forse il complice del Figlio di Whiteman. Il complice o un complice? Difficile fare due piú due se è l’uno che diventa due. Chi c’è dietro? Quali forze?

Plotinus ha partecipato a No Schmaltz. La voce ha detto: un ospite della trasmissione morirà e sarà anche colpa di Dave. Colpa di Dave perché l’ha invitato. Ha invitato anche Monty. Ha invitato anche Ekundayo. Bill Vanneau. Kwesi Gant. È cosí che sceglie le vittime? È proprio lui a sceglierle? Non devo torturarmi di domande.

Anch’io sono stata ospite di Dave. La voce sapeva che ero in ascolto? Mi ha dato l’indizio per farsi trovare? Mi ha chiesto di farlo catturare e smettere?

Perché ha dato il nome di Rowdy-Dow? Forse un messaggio anche per lui? E se fosse la prossima vittima? No, Rowdy-Dow suona. È stato ospite di No Schmaltz, ma non è un non-musicista. E se tutti avessimo capito male? Se la voce fosse solo uno dei tanti mitomani, e le sue fossero frasi sconnesse? Forse ci sta prendendo per i fondelli?

Non devo torturarmi di domande.

ROWDY-DOW Nel tardo pomeriggio, non ricordo che ora era, torno a casa e suono alla porta del dirimpettaio, quello che la mattina mi aveva detto del cleptomane. Gli chiedo se ricorda il nome del tipo. Mi risponde di no.

– Prova a fare uno sforzo, uomo, mi serve quel nome ed è meglio se non lo chiedo alla Thaddeus, siamo in pessimi rapporti.

– Te lo giuro, non mi ricordo, è uno di quei nomi spagnoli tipo Alvarez, Gonzalez, Gutierrez, ma non mi ricordo. Perché ti serve?

Io taglio corto, è una storia troppo lunga e gli faccio: – Vabbe’, mi toccherà chiederlo a lei.

– È inutile, – mi fa – la signora Thaddeus è partita dopo pranzo per il New Jersey, è andata a trovare sua sorella. Torna venerdí pomeriggio.

– Cazzo! Ma sei sicuro di non ricordartelo, ‘sto nome?

– Te l’ho detto, è uno di quei nomi spagnoli, tipo Rodriguez, Fernandez, Henriquez… Allora salgo due piani e provo con la dirimpettaia della Thaddeus, una vecchia con un braccio solo. Mi apre la porta e le chiedo: – Signora, non è che per caso si ricorda il nome del domestico della signora Thaddeus?

E lei: – Mah, sa, è uno di quei cognomi spagnoli: Dominguez, Lopez, Suarez… Forse se lo ricorda il signor Jackson del primo piano, lui parla un po’ di spagnolo.

Questo Jackson lavorava in un negozio di animali e non era ancora tornato a casa. Dopo un’oretta, mi presento da lui: – Buonasera, signor Jackson, forse le sembrerà una domanda strana, ma si ricorda come si chiama il domestico della signora Thaddeus?

E lui: – Ah! Aspetti, ce l’ho sulla punta della lingua… Sa, è uno di quei cognomi spagnoli, come Martinez, Jimenez, Sanchez… Accidenti, non mi viene. Ma perché me lo chiede? Insomma, dopo aver fatto il pieno di cognomi spagnoli, mi rassegno ad aspettare due giorni. Pessimo modo di passare all’azione.

23. Lonnie’s Lament

La violenza è americana come la torta di ciliegie.

H. RAP BROWN

ROWDY-DOWA fottere quegli altri è stata l’abitudine, il figlio di troia sapeva dove trovarli, come si spostavano e tutto il resto. Io voglio essere imprevedibile. Tempo addietro un intellettuale del Village, un certo Lazzarato, mi ha venduto un completo borgogna, non l’ho ancora messo e questa è l’occasione giusta, poi ho un pork-pie hat bianco, insomma, roba diversa da quella che indosso di solito. In un monte di pietà compro una pistoletta da donna, un gingillo ridicolo ma se ti becco fa male e sta nella tasca della giacca, non c’è bisogno di fondina.

Nei due giorni che seguono esco di casa passando dai tetti, scendo una scala antincendio, percorro un vicolo e sbuco dall’altra parte del block. Mi dileguo fermando il primo taxi e la Buick rimane sotto casa. Coi ragazzi non proviamo nella solita sala ma nel retro di un baraccio di Bed-Stuy. Al ritorno, stesso tragitto. Con una scusa che non ricordo mando mia moglie dai cognati. Dormo solo, con alcuni accorgimenti: porta bloccata con una sedia, e se qualcuno apre la finestra una cordicella fa cadere un vaso dal comò, io mi sveglio, sotto il cuscino c’è la pistola e al posto di mia moglie una mazza da baseball.

Alla buon’ora, venerdí pomeriggio la signora Thaddeus torna dal New Jersey. Convinco il dirimpettaio a salire con una scusa e, parlando del piú e del meno, farsi dire qualcosa sul tipo, il nome, un recapito…

Si chiama Héctor Ramirez. A New York da poco piú di un anno. Vive da solo a Williamsburg.

È Venerdí 9 giugno. Domenica io e Cornelius, il trombettista della band, dobbiamo andare da Slug’s per una jam-session con i Langsymble, il gruppo del povero Monty Boycott. Sospetto che il tipo voglia seccarmi di fronte a Slug’s, un po’ quello che è successo a Bill Vanneau. Ho tempo di rintracciarlo, capire se ho ragione, decidere il da farsi.

SONIA/SECONDO CD Alba del 10 giugno, registro e non so se qualcuno ascolterà. Non posso dire a nessuno cos’è successo stanotte, ma devo mettere ordine nei pensieri. L’appartamento di Plotinus aveva l’uscio socchiuso. Pianerottolo silenzioso, un filo di luce tenue. Dentro, qualcuno ansimava, gemeva… o piangeva… borbottava qualcosa. Non era Plotinus.

Sono rimasta ferma un minuto, come un gufo tra le rovine del castello d’ipotesi eretto e abbattuto strada facendo. È tardi, è tardi e hai solo un Butoba, non una Colt, non una Smith & Wesson, non una luger. Solo un registratore, l’arma della critica.

Se lí dentro c’è il Figlio di Whiteman, l’arma della critica non può sostituire la critica delle armi. La forza materiale va abbattuta con la forza materiale.

Ho il registratore e posso usare solo quello.

Il modo di formulare un problema è già la sua soluzione.

La critica dell’inadeguatezza è già la risposta all’inadeguatezza.

Insomma, o la va o la spacca.

Accendere, il nastro gira, respiro profondo e aprire la porta.

Cigolío, poi silenzio. Nell’atrio: nessuno.

Sulla sinistra, porta del bagno chiusa. Sulla destra, porta del soggiorno spalancata.

Ancora due passi.

Uno.

Due.

ROWDY-DOW Nel tardo pomeriggio di venerdí arrivo a Williamsburg dopo aver cambiato due taxi, che non si sa mai, e trovo lo stabile in cui abita Ramirez.

E adesso? Per fare un appostamento non so neanche da dove si comincia.

Meglio prendere il toro per le corna, azzardare una mossa. Suono al campanello dell’ultimo piano: “Sono l’operaio della ditta tal dei tali, devo riparare la luce dell’androne che s’è fulminata”. Mi aprono.

Quattro piani, dodici appartamenti, niente targhette sulle porte. Mi gratto la testa, ma già al primo piano capita una cosa che mi riempie di eccitazione, mi ride anche il culo: da dietro una porta, qualcuno canta. È la sua voce. Quella canzone la massacrava facendo le pulizie dalla Thaddeus: “Reir, Reir, Reir / lindas campanitas de cristál / que alégran mis horas de dolor…”

Guardo l’orologio: le sei. C’è un sacco di tempo. Se esce posso seguirlo, forse scopro qualcosa che mi serve ad anticipare le sue mosse. Stringo la pistola nella tasca: i ruoli si invertono, pezzo di merda.

M’infilo in una caffetteria all’angolo, siedo al tavolo piú vicino alla vetrata in modo da tenere d’occhio il portone. Se Ramirez esce, mi incollo alla sua ombra.

Io però un pedinamento non l’ho mai fatto. Quanta distanza devo lasciare tra lui e me? E se si gira? Meglio stare dall’altra parte della strada. E se prende la metro? Come faccio a stare nello stesso vagone senza che mi veda? Beh, è venerdí sera e la metro sarà piena di gente.

E se entra qui dentro per un caffè, un drink di inizio serata? Cazzo, questo per lui è il bar sotto casa, forse rimanere qui è un errore? Ma qual è l’alternativa? Mica posso appostarmi in mezzo alla strada.

E se non esce? Che faccio? Non posso mica stare qui finché chiude!

Rowdy-Dow, sei negato per queste cose. Meglio se lasci perdere e chiami gli sbirri, o il “Brooklynite”. Nei film la fanno facile, i bianchi, invece è un casino.

SONIA/SECONDO CD Mi sono chinata e ho chiesto perdono a Plotinus. Me ne fregavo della prudenza, del raziocinio, piangevo e singhiozzavo e cercavo di dire qualcosa… Muscoli del collo troppo tesi, tiravo su col naso, il mondo era un posto brutto in cui arrivavi sempre tardi, cercavo di dirlo a Plotinus, di chiedergli scusa ma non riuscivo, ed ero tanto folle da dare le spalle al carnefice, che però piangeva come me e si lamentava, faccia e mani piene di sangue, si tamponava la bocca con un lembo di camicia e parlava ma capivo soltanto “Lo hiento nusho”, e “hegnohita Lanhut”, cosí mi chiamava e cercava di chiedermi scusa mentre io cercavo di chiedere scusa a Plotinus, in ginocchio sui cocci come per una penitenza. La testa schiacciata sotto il televisore. Moquette zuppa di sangue, vasi e soprammobili in mille pezzi.

Quando mi sono alzata, ignara di quanto tempo era trascorso, sotto il ginocchio destro non c’erano solo cocci, ma anche un incisivo. Suo fratello stava poco piú in là, con frammenti di altri denti. Pronuncia deturpata, l’uomo ripeteva che gli dispiaceva. Naso rotto, mento livido e gonfio, bocca… esplosa. Denti davanti volati via e labbro superiore quasi tranciato, ridotto a polpa sanguinolenta. Plotinus doveva averlo colpito in pieno, forse piú di una volta, con un calcio dal basso in alto. Un vero miracolo che l’osso del naso non si fosse conficcato nel cervello, che il collo non si fosse spezzato, che l’uomo non fosse svenuto e soffocato nel suo sangue. Il dolore doveva essere lancinante, un’unica mareggiata di dolore dalle tempie alle scapole.

Conciato com’era, e conciata com’ero io, ho faticato a riconoscere la voce.

Ti ho sentito alla radio, gli ho detto. Ha annuito. Gli ho allungato un fazzoletto pulito per tamponarsi naso e bocca. Mi ha ringraziato, almeno credo, poi mi ha detto il nome, ma non l’ho capito. Lo ha ripetuto invano, si è arreso e mi ha mostrato il passaporto.

Solo in quel momento si è accorto, e a me è tornato in mente, che il Butoba era in funzione. Le bobine giravano e c’era la promessa di un racconto, ma era una promessa già tradita. Sentivo le vibrazioni dell’arrivare tardi, del capire a metà, dell’io so che tu sai che io so ma c’è sempre qualcosa che manca. Ci siamo scambiati un’occhiata, io e l’assassino, complici di un attimo triste.

ROWDY-DOW La radio del bar era sintonizzata sulla Wccb, l’orologio faceva le sei, ero alla terza tazza di caffè e mi facevo domande sul pedinare la gente. Tenevo d’occhio il portone, il naso a pochi pollici dalla vetrata, ascoltando Lonnie’s Lament di Trane col vecchio quartetto, un pezzo che mi ha sempre ipnotizzato.

A un certo punto un’ombra. Alzo lo sguardo: in piedi di fronte al vetro Ramirez mi fissa. In un cantone del cervello si forma il pensiero: a quei bianchi tipo Marlowe o Sam Spade ‘ste cose non capitano mai.

Mi alzo, esco e lo affronto?

Rimango seduto e faccio finta di niente, tipo che c’è di strano, uno non può bersi un caffè a Williamsburg?

Se scegli questa linea non devi cagarlo piú di tanto, lui per te non è niente.

Ma è troppo tardi, ci stiamo già squadrando.

Non ha un’espressione ostile, e nemmeno sorpresa, come fosse la cosa piú normale vedermi sotto casa sua. Mentre si allontana riparto con le domande: che faccio? Lo raggiungo e lo inchiodo? Poi vedo che infila il portone. Cazzo, e se sta rientrando solo adesso? Forse quello che cantava era un altro. Gli spics, quando gorgheggiano, sembrano tutti uguali.

Mi ha visto per caso o mi stava pedinando?

Basta caffè, sono cosí nervoso che a ogni mossa mi dò scacco matto.

Seconda cosa: parlarne con qualcuno.

Con chi?

SONIA/SECONDO CD Le nove. Ho chiuso l’ingresso, ricostruito i miei movimenti: non avevo toccato niente. A parte il dente urtato col ginocchio, la scena era come l’avevo trovata. Asciugate le lacrime, calmato il singhiozzo che non m’ero accorta di avere, mi è tornato un po’ di raziocinio: inerme, senza copertura, sola con un pluriomicida. Héctor seduto in poltrona, mani sui braccioli, camicia incollata al petto, volto squarciato, in attesa di parlare e sanguinare a morte. Aveva tentato in tutti i modi di farsi fermare, dare indizi sulle prossime mosse, ora stava per spiegarmi perché. Mi servivano un po’ di tempo, un po’ di stomaco e un piccolo bluff. Improvvisare. Sono tornata all’ingresso e l’ho socchiuso, senza catenella. Mi sono affacciata alla finestra che dava sulla strada e ho agitato un braccio come per rispondere a un saluto, poi gli ho detto: non sono venuta da sola. Giú in strada c’è una macchina con due uomini del reverendo Alphonse Bradley. Non puoi scappare. Siamo al primo piano, se vedo che hai brutte intenzioni basta un cenno e non ci mettono niente a salire, la porta è aperta e finiranno il lavoro cominciato dal mio amico Plotinus. Ora, dimmi, Héctor: perché?

Ho registrato tutto. Parlava, o meglio, farfugliava, gorgogliava e sputava sangue, s’interrompeva per tamponarsi il naso. Si confondeva, scivolava sempre piú spesso nello spagnolo. Si ripeteva. Scoppiava a piangere. Ascoltarlo era una fatica di Sisifo: mi sembrava di avere afferrato il senso, poi una frase cambiava il quadro. Ho fatto appello a tutta la mia lucidità.

Al termine di una notte che ha ucciso tre volte, ho in grembo un nastro pieno di mugugni disperati.

24. Il racconto di Ramirez

“Che ne avrà a dire essa, la severa COSCIENZA,

quello spettro sul mio cammino?”

WILLIAM CHAMBERLAYNE, Pharonnida

Mi chiamo Héctor Ramirez Delgado e tengo vergogna a dire il mio nome perché è come sporcare il registratore, Héctor Ramirez Delgado ha fatto cose brutte, ha ammazzato persone, se racconto tutto quello stiamo qua due giorni però io mi muore prima. Sono nato en San Francisco de Macorís, un pequeño pueblito en República Dominicana, da una famiglia povera però non troppo. Sono a New York un anno fa e quando [incomprensibile]. L’altra persona che tiene il mio stesso nome, Héctor Ramirez Delgado, la conosco da quand’ero un bambino, alla scuola. Il primo giorno la maestra fa l’appello e quando dice “Ramirez Delgado” rispondiamo in due, e abbiamo pure lo stesso primo nome! Io rimango di merda: perché non l’ho mai visto prima se la città non è grande?

Quell’altro Héctor mi diceva sempre contro, se io dice bianco lui dice nero, se io dice nero lui dice bianco, insomma gli stavo proprio sul cazzo, e era un violento, e parlava sempre a voce troppo alta, e delle volte anche fuori da scuola perché ci chiamavamo uguale davano la colpa a me per cose che faceva lui. Mi ricordo che… no, se dico anche quello non c’è tempo di dire le altre cose.

Insomma, l’altro Héctor non riuscivo piú a levarmelo di addosso, anche quando sono cresciuto piú grande, dove andavo io c’era anche lui e sempre c’era confusione, anche perché eravamo somiglianti, se andavo a ballare il merengue lui era già là che disturbava le donne e litigava sulla politica, urlava che il dictadór Trujillo era un bandido cosí il padrone del locale lo faceva buttare fuori altrimenti la polizia chiudeva, delle volte mi confondevano con lui e era sempre difficile spiegare che noi eravamo somiglianti e ci chiamavamo uguale. Questo quando avevo diciotto, diciannove anni, poi sono andato nella capitál, Santo Domingo, donde conducía el taxi per i turisti e i soldati americani. Trujillo había sido matado e c’erano comunisti in tutta l’isola. Una sera un soldato mi guarda male e mi dice: – Pues, no te recuerdas de mi?

Cosí scopro che anche l’altro Héctor è nella capitál e también guida il taxi! L’altro Héctor tiene que ser un comunista porque llama a los norteamericanos “imperialistas” e habla bien de Cuba e de Fidel Castro, e ese yanqui… ese soldado no creía que éramos dos personas diferentes, mirava la licenza sul cruscotto e diceva: – Pues, tu nombre es Héctor Ramirez Delgado, y tienes la misma cara del otro!

Un día incontro l’altro Héctor, per dirgli che sono stanco di essere scambiato per lui, però quello comincia sbraitare che è stanco di essere scambiato per me, che lui non è un ladro e devo smettere di rubare. Gli dico che non so di cosa parla, lui mi guarda e mi fa: – Conoce tu mismo, cabrón! Esto es el secreto!

Era come se fino a quel momento dormivo e mi sono svegliato, come quando ti ipnotizzano poi fanno snap! con le dita e non ti ricordi cos’è che stavi facendo prima. Sono tornato alla mia camera, e era piena di cose, piccole cose stupide, come bamboline, maracas, portacenere, bussole, libri… Ero un criptomane, así se dice en latín. Per molti anni ho tentato di guarire da solo, perché non ho denaro per andare da uno strizzatore di cervelli. Posso smettere di rubare per dei mesi, però poi comincio ancora. Entonces io ce l’avevo con l’altro Héctor perché per colpa sua mi credevano un comunista, e lui ce l’aveva con me perché per colpa mia lo credevano un ladro, e neanche un ladro serio: un ladro di cazzate.

Arriva l’anno ’65, avevo ventiquattro anni quando i marines norteamericani occupano il mio paese per fermare i comunisti. Io mi passo bastante bene, mi rendo utile a un certo coronél, procuro las putas, las drogas e cuando [incomprensibile] e è stato quel coronél che mi ha fatto avere la carta verde per rimanere aquí negli Estados Unidos, dove sono arrivato un anno fa e comincio a fare le pulizie.

A quel punto incontro un cantante que se llama Joey Cafariello.

***

Però no, prima che incontro Joey ci sono altre cose importanti, io sono venuto qui con la carta verde grazie al coronél che però intanto si è morto di colpo di cuore. En muy poco tiempo, grazie a un amico di mio cugino Pablo ho trovato un appartamento che non costa molto en Williamsburg, e avevo dinero para un mes e poco más, però un amigo del coronél teneva una compagnia di taxi e stava disposto a darme lavoro, tenevo que rendir el examen para poder conducir el taxi, però en realidad non tenevo la patente, porqué había aprendido a conducir sin ayuda, da solo, e en Santo Domingo avevo sempre conducido el taxi con una patente falsa. Una reproduzione muy mala però pagavo per [incomprensibile] entonces l’ho mostrata al amigo del coronél che mi ha preso per il culo, nella rimessa todos se burlaron de mi. Perdone, sono stanco e fatico a parlare inglese e la mia bocca è rotta…

Allora tenevo verguenza e non volevo piú conducir el taxi en Nueva York. El amigo de Pablo, mi primo, me dijo che la sua sposa aveva cambiato lavoro e prima faceva le pulizie in Crown Heights e le signore cercavano una persona. En mi país gli uomini non fanno la limpieza, le faccende di casa, però tenevo che pagare l’affitto, e cosí ho empezado a trabajar.

Dopo un mese, forse due, en la tarde, estoy al supermercado e un tipo mi dice: – Ehi, non ti ricordi di me? – e mi dice il nome di un night club dove non sono mai stato, en Manhattan, però lui está seguro de conocerme e capisco: también el otro Héctor Ramirez Delgado está en Nueva York, ese hijo de puta no deja de romper las pelotas!

Sono andato al locale che diceva il tipo, dove suonavano la pachanga e quella nuova musica, il boogaloo. Lí l’ho incontrato, in fondo alla sala, vestito bene, intorno a lui stavano altre persone che ridevano, poi mi ha visto. Gli ho domandato che cazzo faceva qui en los Estados Unidos e lui mi ha guardato e mi dice: – Y tu? Tu que haces acá? – come se è normale che lui sta vestito bene in un locale di un paese imperialista, però anche se la cosa dava fastidio eravamo compatrioti, anzi, compaesani, cosí mi ha offerto da bere. Mi ha chiesto che lavoro facevo e io gli ho detto che facevo le pulizie e lui mi ha guardato con disprezzo perché es un trabajo de mujer, allora io gli ho chiesto che lavoro faceva lui, e mi guarda e mi fa: – Business. Mi occupo di business.

E io: – Business? Ma non eri un comunista? – e lui mi ride nella faccia e dice: – Todo se transforma, tío, esto es el país de las oportunidades, land of freedom, home of the brave! Entonces yo le pregunto si hay un puesto para mi, cosí non devo piú fare le pulizie, e poi teniamo lo stesso nome e la stessa faccia, somos como hermanos, però lui mi fa: – No es posible. Se qui dentro lavoro io, non puoi lavorare tu. Conoce tu mismo! – e io non capisco, e non capisco bene qual è il suo lavoro, e lui non me l’ha mai detto e poi [incomprensibile].

Però Héctor mi ha presentato Joey Cafariello, che era un cantante italiano, non so come o donde se conocéron, però mi sembrava che se Héctor non era piú un comunista, Cafariello ci entrava in un qualche modo porqué Cafariello era un fascista peor que Trujillo, teneva en el bolsillo una fotografia de Mussolini. Héctor diceva che Cafariello poteva offrire del lavoro per noi.

– Noi?

– Sí, hombre, nosotros.

Ese Cafariello era matto, un loco peligroso, un desequilibrado. Yo creo que era un caso de personalidades múltiples pero quien sabe, yo no soy un doctór…

Sono andato a tre o quattro incontri, sempre in posti diversi, delle volte c’ero solo io e delle altre c’era anche Héctor, però ci sono stati incontri che c’era solo Héctor e habláron de mi, non so cos’è che dicevano.

Quando c’ero io Cafariello non ha mai detto qual era il lavoro ma solo ha fatto tante domande e rispondeva sempre che tutto quello che dicevo era interessante e fascinante, non so perché. Parlavamo in una mescola di spagnolo e inglese e Cafariello andava dall’inglese al napoletano perché diceva che somiglia allo spagnolo, quizás…

Questi incontri erano prima della Navidad dell’anno passato. Alla fine ha detto che aveva una missione per noi due, e non era una missione gratis, lui pagherà bene, anche se il grosso del denaro arriverà dopo l’atto finale, ma quale questo atto finale lui non l’ha mai detto.

Io gli ho chiesto che missione era, e lui dice: fermare il declino de la civilización occidental. Una tontería, però Héctor diceva che aveva ragione e tutti e due insieme insistevano e mi hanno convinto, è come quando ti ipnotizzano e dopo del tempo fanno snap! con le dita, però io ho sentito snap! solo dopo dei mesi, e ho capito cosa stavo facendo.

25. Prosegue il racconto di Ramirez

Un tempo, per sfuggire a un incubo, ci si svegliava

Oggi si corregge il sogno al montaggio.

JEAN BAUDRILLARD

Cafariello diceva che in America ci stava una guerra e bisognava combatterla con acciones ejemplares, diceva che se bisognava decidere tra fascismo e caos gli americani onesti decidevano il fascismo.

Io gli ho chiesto chi erano gli americani onesti e che cos’era il caos.

Lui ha detto che gli americani onesti erano quelli che trabajaban, che tenevano famiglia, che di sera andavano a sentire una bella orchestra e fare quattro salti, che gli piaceva Sinatra e Tommy Dorsey, e invece il caos erano i comunisti, i capelloni, quelli con la barba che caricavano la molla ai negri, quelli che suonavano musica che era solo rumore e no se comprendía nada e cosí sporcavano tutto e facevano danni ai lavoratori e ai bravi musicisti, e per questo ci voleva il fascismo.

Allora io gli ho chiesto che cos’era il fascismo che diceva lui, che io non ero sicuro di aver capito.

Lui ha detto che il fascismo era l’ordine, che le cose e le persone stavano al suo posto e i treni arrivavano in orario.

Io ho detto che prendevo la metropolitana tutti i giorni e non arrivavo mai in ritardo, allora porqué necesitamos del fascismo?

Lui ha detto che il fascismo serviva per fermare quelli come John Coltrane o i Mothers of Invention che stavano distruggendo la musica e impedivano ai cittadini onesti di divertirsi di sera dopo che avevano trabajado todo el día. Ha detto che Coltrane era merda rossa, come quando caghi e si rompono las hemorroides.

Entonces ho capito che non c’entrava tanto la politica, ni el fin del mundo, ma che lui era peligroso, un cantante che [incomprensibile], però l’altro Héctor me ha preguntado se volevo hacer la limpieza toda la vida y dijo che uno non veniva negli Estados Unidos per essere il pezzente, poi [incomprensibile].

Tenevamo che escuchar insieme la trasmissione No Schmaltz, con todos los huéspedes e la musica loca, gallos que cantan, puercos que gruñen… Cafariello ascoltava con la faccia roja de furia e rabia e decideva si la persona teneva que ser matada, diceva cose come che questi comunisti stavano matando il jazz, preguntava: donde están las buenas orquestas de una vez, donde se acabaron los cantantes, en la nueva musica no se canta… Teneva i pugni tanto chiusi che erano tutti bianchi. Héctor e yo studiavamo como se poteva matar la persona. Cafariello teneva amigos, e amigos de amigos, e ha procurato una pistola, una Smith & Wesson, e una vez ha procurato un coche robado, una Ford Mustang Coupé. La unica vez que ho conducido un coche en Nueva York. Yo stavo al volante e Héctor tiró.

Porqué el domingo? En realidad es un caso, ti giuro, una serie de coincidencias, erano andati male dei piani, non teneva importanza el día, infatti stasera è venerdí. È come quando [incomprensibile].

***

Questa cosa della missione se volvió en una tortura, mi faceva stare male e adesso rubavo di nuovo, la criptomania era tornata poco antes de la muerte del señor Ekundayo, una mattina a un funerale del amigo de un amigo di Joey, che era là a dare l’ultimo saluto, e Héctor e io stavamo là per las ultimas instrucciones. Joey escribió el nombre de un abogado sobre un pedazo de papél e dijo che se qualcosa andava storto dovevo chiamare ese abogado e ottenevo la enfermidad mental, che poi Joey tenía amigos che potevano farmi scappare dal manicomio criminale. Io l’ho guardato e ho detto: – Io non sono matto, sei tu il fuori di testa, non io.

Lui e l’altro Héctor si sono dati un’occhiata e se riéron, non so perché.

Mentre andavo fuori del cimitero ho visto un paio di forbici da giardiniere e l’ho preso. ho cominciato ancora a rubare, e rubavo sempre piú e l’altro giorno una delle signore mi ha licenziato.

El otro motivo perché dico che era una tortura è che Héctor e io tenevamo che dividere i compensi, cinquecento dollari a testa per ogni vittima, che metà la mandavo alla mia famiglia a San Francisco de Macorís, però Héctor sperperava la sua parte in ron, putas y apuestas, donne e scommesse, poi diventava sempre piú incazzoso, si vede che sotto sotto anche per lui la missione era una tortura. Nei night urlava come ai tempi della sala da ballo quando avevamo diciotto anni, toccava il culo alle donne, urlava, procurava risse, e alla fine lo hanno cacciato via. Cosí se Joey non era a New York dovevo prestargli io del dinero, lui me ne ridava un po’ quando Joey ci pagava però poi me ne chiedeva ancora e diceva che dopo l’atto finale avremo el dinero serio e allora mi ridarà todo lo que me debe. Ha anche perso la pistola che ci aveva dato Joey, e mi ha accusato di averla rubata io perché sono un criptomane, ma in casa mia non c’era e ricordo bene che la teneva, l’ha persa lui da qualche parte.

Hay un tercer motivo perché dico che era una tortura: a forza de escuchar la radio mi sono accorto che la nueva música no era tan mala, e nemmeno le idee che stavano detrás della musica. Yo no soy un negro pero tampóco soy un blanco y comprendo lo que se pasa con el racismo en esto pinche país…

Una volta c’era una dimostrazione contra la guerra en Vietnam, centomila persone en marcha da Central Park al palacio de las Naciones Unidas. Yo stavo in macchina con Cafariello, il traffico era bloccato per far passare los Yippies e Joey diceva che se poteva li uccideva tutti, tutti, se comandava lui la polizia sparava altezza d’uomo nella folla. Poche settimane dopo c’era la dimostrazione a favore della guerra e contra los Yippies, però Cafariello era contra anche de ellos, diceva che le dimostrazioni non servono a niente e che l’unico metodo per fermare la feccia era quello che stavamo facendo noi. Un loco, un loco completo. Y parecía enamorado de la muerte, dopo la primera vez ci ha dato altri appuntamenti al cementerio, le gustaba mucho aquel lugar.

Lí ho deciso: vaffanculo Joey e vaffanculo Héctor, io mi fermo. Ma non riuscivo, non potevo, mancava un otro snap! con le dita, el primero mi ha fatto cambiare idea pero el segundo doveva servire a fermarmi, e allora cerco qualcuno che fa lo snap! per me, che mi ferma. E chi mi ferma? Forse No Schmaltz mi ferma. Forse il “Brooklynite” mi ferma.

La noche que he telefonado alla radio Joey non c’era, cantava a una festa di compleanno a Little Italy, e non c’era neanche Héctor, negli ultimi tempi lo vedevo solo nei sopralluoghi per la missione poi non lo vedevo piú, meglio cosí. Per quello ho potuto chiamare No Schmaltz, volevo fare che capivate, tu e anche le vittime di dopo…

Joey era sempre piú desequilibrado, e sempre piú rabbioso, visto che non era piú cosí facile trovare vittime. Una sera siamo passati su Willy B. e abbiamo visto el muchacho, el muchacho che suonava il sax, e Joey ha deciso de matarlo, io ho detto di no e lui si è arrabbiato di piú e… in quel momento se pasó una cosa muy strana, che Joey si è girato verso Héctor per fare due contro uno e costringermi, e solo in quel momento si è accorto che Héctor non c’era y è rimasto male.

Io non volevo matar el muchacho pero poi Héctor è tornato e tutti e due mi hanno tirato scemo cosí siamo andati, ed è stata la volta piú dolorosa, ho pianto tutta la notte.

Matar persone che non fossero poveri disgraziati come el muchacho del ponte era difficile. Toccava a Franklin, e dopo a Rowdy-Dow. Poi Joey è andato fuori della città per pochi giorni, per cantare su una nave da crociera che andava alle Bahamas, a Nassau doveva prendere l’aereo e tornare a New York, Héctor non si faceva vivo da giorni e yo ho provato a dare il segnale importante, ho telefonato al giornale. Volevo che qualcuno mi fermava perché da solo non mi riuscivo. Stasera prima di venire qui ho visto Rowdy-Dow nel bar della mia strada e ho pensato: “Ahora mi picchia, mi ferma, oppure mi segue e dopo mi ferma”, però l’ho guardato troppo e lui ha guardato me e ho pensato, cazzo, non cosí, ma ormai avevo sbagliato. Dovevo tornare a casa a prepararmi per venire qui, sono uscito e lui non c’era piú, ho pensato: “Allora è Sonia Langmut, mi troverà Sonia Langmut”… e sei riuscita, ma il mondo è un posto brutto dove arrivi sempre troppo tardi, il secondo snap! è stato quando il tuo amico era già morto. Sono entrato dalla finestra del bagno, avevo le cesoie, volevo prenderlo alle spalle, ma lui si è accorto mi ha massacrato, adesso credo che mi muore. Héctor starà contento, ya basta scambiarlo per me e basta anche scambiarmi per lui, no mas confusión…

26. Schizoanalisi

Le citazioni sono utili nei periodi di ignoranza o di credenze oscurantiste. Le allusioni senza virgolette ad altri testi che si sa essere molto celebri (come se ne trovano nella poesia cinese classica, in Shakespeare o in Lautréamont) vanno invece tenute per tempi piú ricchi di teste in grado di riconoscere la frase precedente e la distanza introdotta dal nuovo utilizzo. Oggi che l’ironia stessa non viene sempre compresa, si rischierebbe di vedersi attribuita la formula, che d’altronde potrebbe essere riprodotta frettolosamente, in modo erroneo.

SONIA LANGMUT

ROWDY-DOW L’unica persona che mi viene in mente è mio fratello Marcus. Gli telefono da una cabina, gli dico che devo parlargli di una questione grave. Mi dice di raggiungerlo a casa sua, a Bed-Stuy, cosí prendo l’ennesimo taxi. Quando mi vede arrivare mi fa:

– Come ti sei conciato? Che ci fai travestito da intellettuale francese? Quel completo viola è orrendo!

– A parte che non è viola ma borgogna, comunque lascia stare, devo dirti una cosa importante, sta succedendo qualcosa di serio.

Gli racconto tutta la storia, man mano che parlo gli sorge il sole in faccia, e alla fine ha gli occhi sgranati e uno strano sogghigno. Non sta nella pelle: – Augie, qui bisogna passare all’azione!

– Piano, piano… – gli dico io, – La situazione non è mica tanto chiara…

Dopo un po’ Marcus sputa il rospo: – Sarebbe una grande affermazione della Nation of Islam se un membro del Frutto contribuisse a fermare quest’assassino di fratelli, sarebbe la prova della nostra efficienza e preparazione, anche il Molto Onorevole Elijah Muhammad ne sarebbe felice.

– Ah, t’ho sgamato, vuoi fare la buona azione, farti appuntare la medaglietta, guarda che non siamo in un campeggio dei boy scout, qui c’è gente che viene scannata!

Insomma, litighiamo come quando avevamo dodici anni io e dieci lui, tutte le volte che siamo da soli abbiamo la regressione. Ad ogni modo, la questione è: come lo ribecchiamo Ramirez?

– Forse è il caso di coinvolgerlo subito, il “Brooklynite”, – dico io.

Marcus mi guarda con commiserazione: – Vuoi affidarti ai liberali bianchi? Non lo sai che un liberale bianco è per tre parti merda e per il resto esitazione?

Alla fine decidiamo di contattare subito Sonia Langmut e fare un accordo. Le daremo le notizie solo a condizione di essere della partita, qualunque cosa significhi, e che venga dato risalto ai musulmani neri e ai loro meriti, che poi non si sa bene quali siano.

– Ok, ma come la troviamo Sonia Langmut? – mi chiede Marcus – È venerdí sera, di certo non è al giornale, e nemmeno a casa.

– Tra un po’ sarà in giro per locali. Io la incrocio spesso, so quali sono i posti: Slug’s, Lowdown, Vanguard, Five Spot, Tip Top Club, Cedar Cafè… Andiamo a prendere la macchina e la cerchiamo.

Cosí andiamo a Crown Heights e prendiamo la Buick.

Non facciamo neanche cinquanta metri che vedo Sonia Langmut! Sto per frenare di colpo ma mi trattengo, dico a Marcus: – È lei.

– Lei chi?

– Sonia Langmut, e chi sennò? Sta camminando sul marciapiede, dall’altra parte della strada.

– Allah è grande, – mi fa lui.

“E noi abbiamo culo”, penso io.

– Dài, fermiamo la tipa e spieghiamole la situazione, – dice Marcus.

Ma qualcosa mi dice che è meglio non farlo. Alla fine dell’isolato faccio un’inversione a U e cerco di seguire Sonia senza farmi notare, tenendomi un bel po’ indietro. A un certo punto gira in Morgue Street e mi viene l’illuminazione: sta andando da Plotinus Franklin. Sí, lo stabile è quello.

Facciamo appena in tempo a vederla entrare e parcheggiamo di fronte, sull’altro lato della via. Rimaniamo appostati, pensando a che fare. A quel punto torniamo a fare discorsi senza senso, è cosí tra fratelli cresciuti insieme: io sono un jazzista quasi semi-famoso, lui è un serioso militante in completo nero e cravatta, ma in quella macchina siamo di nuovo adolescenti.

A un certo punto Marcus si sbottona la giacca e mi mostra un pistolone, non so come ho fatto a non notare una fondina del genere, a pensarci la giacca gli cadeva male.

– Questa sí è una berta seria, mica quella pistolina da finocchio che c’hai tu. Smith & Wesson .38 special modello 64.

– Dove l’hai presa? Ce l’ha in dotazione il Fruit of Islam?

– Macché, l’ho trovata per terra, sulla 5th Avenue, vicino all’ingresso del cimitero. Sarà stato due mesi fa, una delle prime sere che si usciva senza cappotto…

– Forse l’ha persa il guardiano…

– Le guardie giurate non limano i numeri di matricola. No, fratello, questa è una berta che ustiona le mani.

– Cazzo, e non potevi lasciarla dov’era? Pensa se ci fermavano gli sbirri!

Stiamo litigando su questa pistola, quando alzando lo sguardo vedo Sonia affacciata a una finestra: – Ehi, Marcus, guarda là…

Sonia ci fa un cenno con la mano. Restiamo di sale.

– Non sta mica dicendo a noi… – azzarda Marcus.

– Tu vedi qualcun altro qui? È chiaro che dice a noi.

– Ma se non sa nemmeno che siamo qui!

– Ma sí, deve aver visto che le stavamo dietro, e adesso vuole che andiamo su.

– E cosa vuole, secondo te, farci una pompa? Non poteva vedere che la seguivamo, non si è mai girata!

Nel dubbio, non ci muoviamo. Restiamo a discutere per un altro po’… finché non passa una macchina degli sbirri. I due agenti di pattuglia ci fissano.

– Cazzo, proprio adesso…

– Siamo nella merda.

L’auto di pattuglia accosta, uno dei due scende e si avvicina minaccioso.

Oltre a una pistola coi numeri limati, in macchina c’è un sacchetto di maria e Marcus ha un astuccio di cuoio con dentro certi ferretti che poi ti dico…

L’agente è un picchio grasso coi baffetti che mastica chewing gum. Si avvicina dal mio lato, si china e ci punta in faccia una torcia: – Buonasera, signori, che fate di bello qui fermi?

– Niente di speciale, agente. Sono Rodney “Rowdy-Dow” Dowland, forse mi ha sentito nominare, sono il leader dei Jass Pundits. Questo è mio fratello Marcus. Aspettiamo di salire dal nostro amico Plotinus Franklin, sa, il giornalista del “Chronicler”, per un’intervista.

– E cos’è che aspettate?

– Siamo in leggero anticipo cosí stavamo facendo quattro chiacchiere, sa, è una bella serata e cosí…

Per fortuna lo sbirro decide di non perquisirci. Mi chiede la patente, già che ci sono gli mostro la tessera del sindacato musicisti. Verifica se la macchina è mia, poi bofonchia qualcosa, risale in macchina, ripartono. Sospiro di sollievo, all’unisono.

Ci è andata bene, ma se tornano che gli diciamo? Meglio salire davvero. Andiamo dal “nostro amico Franklin” e vediamo come butta.

SONIA/SECONDO CD Seduta per terra, in un angolo del soggiorno, col Butoba in grembo, stanca e perplessa, intenta a interrogarmi su quel che ho appena sentito, mi chiedo se l’ho capita bene, una storia narrata da uno schizofrenico privo di un labbro e di un’arcata dentaria che non parla bene l’inglese e ricorre spesso allo spagnolo, lingua che conosco in modo superficiale. Il nastro mi restituirà la stessa incertezza, non può fare altro. Héctor ansima in poltrona, sul bracciolo un bicchiere d’acqua arrossata, volto tamponato da un asciugamano. Di fronte a lui, il corpo di Plotinus. Non morirai, ho detto a Héctor. Chiamerò il direttore del mio giornale, un’ambulanza e l’avvocato Wilson. Devi costituirti. Faremo in modo che la cosa sia pubblica, cosí la polizia non potrà maltrattarti. Racconterai tutto e andranno ad arrestare Joey.

Sguardo indeciso, mi ha chiesto: y que va a pasar con el otro Héctor?

Credo di averlo guardato con compassione. È una faccenda un po’ piú complicata, ti prometto che ne parleremo con calma. Adesso vai a lavarti la faccia, cerca un’aspirina, qualcosa per calmarti il dolore… Io intanto faccio qualche telefonata.

Héctor si è alzato, ha indugiato un secondo e poi: ah, ecco, io sono venuto qui con le cesoie. Non ho potuto usarle, il tuo amico era un duro, me ha pegado dos patadas en el labio… È meglio che le cesoie le dò a te, e le ha raccolte dal pavimento, di fianco alla poltrona.

ROWDY-DOW La porta è aperta, entriamo, il soggiorno è illuminato…

Un cadavere, Sonia per terra con le spalle al muro, il tizio è tutto imbrattato di sangue e ha in mano delle cesoie.

– È Ramirez! – urlo a Marcus – È l’assassino!

Marcus estrae la pistola e la punta, Sonia alza un braccio, apre la bocca come per urlare “No!” ma non riesce a dire niente, Marcus se ne accorge, tentenna, Ramirez urla, fa il gesto di scagliare le forbici, mi accorgo che ho in mano la pistola da borsa, lo sparo è un piccolo pop!

Centro Ramirez in un occhio, che esplode come un uovo tenuto in freezer. Cade sull’altro corpo. Su Plotinus Franklin.

Sonia ha gli occhi spalancati e la mano premuta sulla bocca.

Marcus si gira verso di me, sbalordito.

L’appartamento è un bagno di sangue.

Click!

Sonia ha spento il registratore.

SONIA/SECONDO CD Due cadaveri e una storia inverosimile, se non incomprensibile. Ho faticato a spiegarla: un immigrato cleptomane con disturbi della personalità è succube di un cantante da crociera reazionario, che ne manipola la psiche e lo manda a uccidere musicisti d’avanguardia. Il movente è la salvezza dell’America. All’immigrato la cosa ripugna, e cerca in tutti i modi di lasciare indizi per farsi catturare. Nel far questo, senza saperlo, domina e soffoca la personalità cattiva.

Héctor stava vincendo. Da solo, con le proprie forze, senza “strizzatori di cervelli”. Stava vincendo e non lo saprà mai. Povero schizofrenico indifeso ucciso per sbaglio…

Se questa storia sembra strana a noi, figurarsi agli sbirri, ha detto Rowdy-Dow. Prova a pensarci: il jazzista Rowdy-Dow, insieme al fratello, si trovava sulla scena del delitto perché cercava Sonia Langmut. La cercava perché Ramirez, che era il sicario del Figlio di Whiteman, faceva le pulizie nel suo stabile, lui ha sentito per caso una telefonata e ha scoperto di essere la prossima vittima, o una delle prossime vittime. Rowdy-Dow ha ucciso Ramirez per legittima difesa, anche se nel frattempo Sonia Langmut l’aveva convinto a costituirsi. Non solo: viene fuori che Rowdy-Dow conosceva Joey Cafariello, alias il Figlio di Whiteman. Anzi, una volta ha suonato nella sua orchestrina.

Una hippie bianca, un musulmano nero e un musicista del Black Power. Due omicidi e una teoria senza senso. Non ci penseranno un secondo prima di sbatterci dentro.

Aveva ragione. Stavolta c’eravamo noi, nelle sabbie mobili. L’unico modo per uscirne era trovare Cafariello, metterlo alle strette, costringerlo a confessare. Trovarlo subito. Porre fine alla storia del Figlio di Whiteman.

27. L’uomo dei fantasmi

Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.

Ti avverto là fuori, amica mia, a braccare o farti braccare dalla morte, la morte che non è questa morte.

Ben poco tempo fa, l’elettricità di queste notti l’inseguivo sul tapis roulant, trasformando in accordo ogni sinapsi della città.

Ben poco tempo fa, mi orientavo a New York contando i fuochi fatui, la città era passato e futuro, il suono evocava gli spettri e li faceva muovere, serpenti incantati usciti da una cesta.

Ora il futuro s’inarca sul passato, la notte è attesa dell’alba, la vita è attesa di morte.

Ma la morte, la morte che è questa morte, questa morte è attesa di vita, perciò giungo le mani.

La mente trafora la montagna del dolore per trovare l’orizzonte.

Ti avverto là fuori, armata solo di voci, forse sola, o con un compagno di ventura, ti fai strada nel tumulto dei corpi di stasera, nomadi dell’entertainment.

Chiudo gli occhi, giungo le mani in preghiera.

La mente è con te, amica mia, pensiero trafora il dolore e, diretto all’orizzonte, t’avvolge.

Il corpo, sacco che è pasto di tarme…

Tempo di affidarlo a qualcuno.

28. Don’t call me nigger, whitey

E cosí via e via e via per strade entro case

stanze entro case

cose entro stanze

e fessure entro la piana

ad incontrare mani

alfine vaste, cosí vaste

(lo scatto della porta – colori avvolgenti entro me)

ALBERT D. RIZZI, The Chromatic Closet

SONIA/SECONDO CD Venerdí sera a New York è saette di luce da un locale all’altro, traiettorie abituali, musiche si accalcano, artisti contendono l’attenzione, i musical di Broadway, pop, jazz, folk, R&B, latin, taxi pieni e taxi vuoti, persone spinte in mezzo all’agorà da nuove ondate, o cacciate nelle nicchie da rinculi del tempo. Venerdí sera a New York è affrontare la metro tirati e profumati, è l’unico immenso marciapiede su cui camminare diretti verso i cinema, i teatri, la cena di mezzanotte o una pizza, un hot-dog, un qualcosa prima dei quattro salti. New York, meta di pellegrinaggio laico da tutta l’East Coast, nuova Santiago de Compostela, Lourdes della chiesa dell’elettricità.

Sera di un venerdí di giugno a New York, profumo di fiori da chissà dove, la gente esce e non pensa a scippatori, drogati, stupratori, assassini, e va a scippare un po’ di vita, inebriarsi di primavera, fare l’amore, a parte noi, noi in pieno vortice a fiutare l’usta del Figlio di Whiteman.

Dov’era Joey Cafariello? Héctor non l’aveva detto. Era a New York o su qualche nave diretta alle Bahamas? In quale locale si era esibito di recente? Dove stava cantando di mondi appesi a un filo e amori che scaldano d’inverno, brillantini e raggi di luna, Aprile che suona il violino e io-dico-eether-tu-dici-ither?

ROWDY-DOW Ho suonato con Cafariello a fine ’64, o inizio ’65. Quel locale si chiamava Hoity-Toity, ma non esiste piú.

Dobbiamo trovarlo al piú presto o siamo nella merda. È il suo vero nome o il nome d’arte? Sonia telefona al “Brooklynite”, ma non c’è piú nessuno degli spettacoli. Io e Marcus facciamo diverse chiamate al centralino: a New York City non c’è un Joseph Cafariello ma ci vivono svariati Joseph Cafarelli, Caffarelli, Cafarello, Cafarella e Cafarelle, diventiamo quasi matti a fare lo spelling. Sonia controlla l’elenco di Brooklyn e trova anche due Joseph Cafaro e un Joseph Cafari. Potrebbe essere chiunque di questi, o nessuno. Sempre ammesso che viva nei confini municipali, che il nome d’arte c’entri qualcosa col nome vero, che il suo numero sia sull’elenco etc. No, cosí non si cava un ragno dal buco. Nei film la fanno davvero troppo facile. Chi può darci una dritta?

Idea. Il tizio che suonava il basso con Bill Vanneau. Un italiano che ha lavorato nelle orchestrine piú scalcagnate e si è fatto un bel po’ di crociere. Una volta gli ho chiesto com’era suonare per quel genere di pubblico, e lui mi ha risposto: – Agghiacciante.

– Sonia, che fine ha fatto l’Improv Combo di Bill Vanneau? Te lo ricordi il nome del bassista?

– Gallucci. Tano Gallucci. Il gruppo si è sciolto, lui è passato al basso elettrico, suona con altri tipi italiani che fanno una specie di boogaloo. Si chiamano Oops, The Wops!

– Forse Gallucci sa qualcosa di Cafariello, ha quel tipo di background. Sai dove suonano?

– Al Palm Gardens Ballroom.

SONIA/SECONDO CD Chiusa a chiave la porta ci siamo spostati da Rowdy-Dow. Telefonata al club, sottofondo di musica danzereccia, una versione latin di Josephine, Please No Lean on da Bell. Marcus: come fanno dei neri a ballare merda del genere? Rowdy-Dow ha lasciato un messaggio: alla fine del set, chiama questo numero. Venti minuti dopo, o mezz’ora, lo squillo ha interrotto un conciliabolo su come far confessare Cafariello: abbiamo le armi, abbiamo il Butoba, quindi…

Gallucci era un pesante accento di Brooklyn, del tipo I livuh at Wunnuh Sixty-Sevenuh Union Street.

Hello, Tano, sono Sonia Langmut del “Brooklynite”, ti ricordi di me?

Che domande, certo che sí.

So che è uno strano orario ma sto finendo un articolo sugli ultimi crooners italiani e so che hai suonato con qualcuno di loro, volevo sapere con quali.

Una volta anche con Tony Bennett.

Sí, però di Tony Bennett si sanno un sacco di cose, noi ci concentriamo sui crooner meno famosi, quelli locali, come Freddie Martellone…

Ha suonato un po’ con tutti: Martellone… Vasi… Cafariello…

Il nome si è espanso nell’orecchio fino a riempirmi la testa, avrei voluto dire: bingo!

In archivio non abbiamo molto materiale su Cafariello e non sappiamo come contattarlo.

Io non lo vedo da anni, ci ho messo poco a scazzarmi con lui. Quello stronzo è a destra di Goldwater, in piú è insopportabile, ci gode a prendere per i fondelli la gente. Anche la moglie lo ha mollato, è tornata in Italia con le due figlie. Comunque credo viva ancora a Bay Ridge. È una traversa di Fort Hamilton Parkway, non ricordo quale, però il numero è sull’elenco, col vero cognome, che è Cafaro, o Cafari.

L’ho ringraziato dell’informazione poi… Un brutto colpo la morte di Bill, vero?

Eh, beh… Mi ha… mi ha cambiato la vita. Senti, Sonia, so che ti stai sbattendo molto su questa storia del Figlio di Whiteman, e so che Angela ti stima. Ne ho parlato coi ragazzi del vecchio combo e ti ringrazio anche a nome loro. Spero che lo troviate, quel figlio di troia.

Lo stiamo trovando, ho pensato. Anche grazie a te.

ROWDY-DOW Prima di muoverci, ci sinceriamo che il telefono di Cafariello squilli a vuoto. La moglie lo ha lasciato, ma potrebbe avere una domestica, o convivere con un’altra tipa. Venti squilli, nessuna risposta. Riproviamo dopo cinque minuti: stesso risultato. Andiamo.

Arriviamo a Bay Ridge che manca un quarto all’una. Parcheggiamo di fronte a un ristorante che si chiama Louise’s, all’incrocio tra Fort Hamilton e la 92esima.

– Come entriamo? – chiede Sonia, seduta dietro.

– Tu come sei entrata nello stabile di Franklin? – chiede Marcus.

Esita un po’: – Avevo la chiave…

Io e Marcus ci scambiamo un’occhiata imbarazzata.

– …e lui aveva quella di casa mia. Abbiamo avuto una storia, tempo fa.

Sto per dire che mi dispiace, che non sapevo, ma stavolta è lei a fare una domanda:

– Adesso che ci penso… Voi come avete fatto a entrare?

– Il battente non si era chiuso.

Silenzio. Pensiamo tutti la stessa cosa: se il portone si fosse chiuso, non saremmo nella merda fino ai lobi delle orecchie, Ramirez sarebbe ancora vivo e la polizia in cerca di Cafariello.

– E adesso invece? – chiede Sonia.

Marcus sogghigna: – Un’adolescenza randagia può essere di grande aiuto.

Prima di finire in riformatorio, Marcus faceva i furti negli appartamenti, poteva entrare in qualunque casa. Dopo si è convertito ed è diventato serio come la morte, ma non ha dimenticato certi trucchi, né ha buttato via certi attrezzi.

SONIA/SECONDO CD Casa di Cafariello era in Bakken Street, una stradina tranquilla. Inferriata con siepe, cortile, villetta in uno stile che intendeva ricordare l’Art Nouveau, riuscendoci a stento. Mattoni e stucco, infissi in legno scuro, sembrava la Behrens House di Darmstadt schiacciata dalla mano di un gigante. Niente cane da guardia. Marcus ha indicato qualcosa, un filo elettrico molto ben nascosto: l’antifurto. E quindi? Lo tagliamo. Con cosa? Con queste. Solo in quel momento ho visto che aveva le cesoie di Héctor. Sei impazzito? Stai tranquilla, viso pallido, male che vada le riportiamo in Morgue Street, pulisco il manico, le rimetto in mano a Ramirez.

Tre minuti dopo eravamo nell’atrio, poi in un salone. Abbiamo acceso le luci.

Divani e poltrone di pelle, angolo bar con molte bottiglie, pareti grevi di foto incorniciate.

Foto di Primo Carnera con autografo. George Lincoln Rockwell con autografo. Joe McCarthy e Roy Cohn. Corneliu Codreanu. Mussolini mani sui fianchi e petto in fuori. Mussolini agita il pugno con aria minacciosa. Mussolini stringe la mano a Hitler. Mussolini a petto nudo con in mano una roncola. Foto con didascalie: “Italo Balbo e la sua squadra nel 1921”. “Italo Balbo a Chicago nel 1933”. “Discorso di Italo Balbo al Madison Square Garden, 21 luglio 1933”. Foto di Balbo con autografo. La copertina di Time del 28 ottobre 1935: “Bruno, Benito e Vittorio Mussolini”. La locandina di Jud Süß.

Su un’altra parete: Sinatra col Rat Pack. Paul Whiteman. Glenn Miller e il suo trombone. Woody Herman. Benny Goodman. Cafariello che canta. Cafariello abbraccia Tony Bennett. Foto di Perry Como con autografo.

Le parole di Héctor: un loco peligroso.

Un desequilibrado.

ROWDY-DOW Stiamo guardando ‘sta sfilata di facce di cazzo quando sentiamo dei passi al piano di sopra. Qualcuno sta correndo. Il cuore dà di matto e picchia contro le costole, come uno che si è svegliato con la camicia di forza e si lancia contro il muro imbottito.

– Cazzo, ma non doveva esserci nessuno… – Io e Marcus portiamo le mani alle pistole, ma in cima alle scale compare Cafariello in vestaglia, ha un fucile e ce lo punta addosso. Alziamo le mani.

– Chi cazzo siete? Che volete? Come siete entrati?

Nessuna risposta. Senza abbassare l’arma, si mette un paio di occhiali.

Scruta Sonia per qualche istante, gli cade la mascella: – Non ci posso credere…

Poi scruta me, la fronte aggrottata: – Ditemi che non è vero…

Scende le scale. Seguo lo sguardo di Marcus: Cafariello porta le ciabatte.

– Augustus Rodney Dowland.

– Ciao, Joey.

– Che onore ricevere in casa mia un cosí pregevole musicista. Qual buon vento? Non ci vediamo da… due anni? Tre? L’ultima volta ti stavano dando un calcio in culo sull’uscio dell’Hoity-Toity. E lei, – prosegue girandosi verso Sonia – è l’intrepida giornalista del “Brooklynite” Sonia Langmut, cosí giovane e già un mito della night life newyorkese… Invece quest’altro nigger non lo conosco, chi è?

– Non chiamarmi “nigger”, – dice Marcus, calmo.

– Perché, sennò cosa mi fai, nigger? E se ti chiamo spade, o jig, o coon, o…?

– Ramirez si è costituito, – lo interrompe Sonia – sappiamo chi sei, e lo sa anche la polizia.

Joey tace un secondo, poi risponde: – Ah sí? E come mai non c’è, la polizia? Dov’è?

– Sta arrivando, – dico io.

Sorride: – E allora voi che ci fate qui? Noooo, secondo me la polizia non sa proprio un cazzo.

Silenzio.

– Ramirez… Prima o poi avrebbe ceduto, il povero bastardo, lo sapevo. Temo di aver tirato troppo la corda. Che fine ha fatto?

Nessuna risposta.

– Capisco, – riprende Joey – mi toccherà trovare un altro schiavetto. Peccato, lui era proprio perfetto. Com’è che si dice? “In tre si è già una folla”! – e ride.

– Perché proprio lui? – domanda Sonia.

– E chi altri? Dove lo trovavo un paria piú paria, un matto piú matto di lui, uno che basta metterlo in conflitto con sé stesso e fa tutto quello che vuoi? Dopo due o tre volte che lo incontravo, mi sono accorto che non era una persona sola, ma due. Uno aveva le palle, gli piaceva sentirmi raccontare del Duce, della gloriosa marcia su Roma, della trasvolata oceanica di Italo Balbo… L’altro invece era un debole, un vile, uno che viveva alla giornata e faceva le pulizie, un lavoro da mammoletta… Ho fatto in modo che il forte dominasse il debole e insieme si dedicassero all’impresa. Un puro microcosmo fascista, un intero sistema sociale contenuto in un solo cervello. Un’arma da scagliare contro la feccia come voi, quelli che inquinano la cultura dell’America…

– L’America ha combattuto contro il fascismo – m’inserisco io.

– Sí, ed è questa la causa del suo declino. L’alleanza col Führer, il Duce e l’Imperatore avrebbe reso grande questo Paese, niente lobbies giudaiche, niente piagnistei liberali, niente folk-singers e hippies, niente Guerra Fredda… Insieme avremmo sconfitto il comunismo già nel ’41!

– Joey, hai le idee confuse, e nemmeno poco, – ribatto – Sono stati i giapponesi ad attaccare per primi. Pearl Harbour non ti dice niente?

– Infatti, – lo incalza Marcus – e in ogni caso, tu non sei un cantante di jazz? Anche se voi honkies lo avete annacquato, il jazz è una musica afroamericana, che cazzo c’entra col fascismo?

Joey scuote il capo: – Povero idiota, con la testa piena di cazzate sul Potere nero… L’Italia fascista aveva colonie in Africa, e i negri erano felici di far parte dell’Impero, di essere anche loro figli del Duce… A proposito, uno dei figli del Duce è un pianista jazz, non lo sapevi? Il jazz delle grandi orchestre è una delle piú pure espressioni del fascismo: le forze primeve, le spinte vitalistiche, la potenza della natura, la capacità di improvvisare, tutto viene incanalato e organizzato e arrangiato in un’utopia di ordine e bellezza, che riflette i desideri e gli ideali di una società onesta, dedita al lavoro, la società che voi della “new thing”, coi vostri Coltrane e Coleman, volete distruggere. Senza il rigore, senza la disciplina, il jazz è solo anarchia, roba da selvaggi…

SONIA/SECONDO CD Un’occhiata rapida e ho capito: incalzarlo, toccare ogni piaga della sua anima, distrarlo e poi…

ROWDY-DOW – Perché hai appeso la foto di Sinatra? Sinatra appoggiava Kennedy, che era per l’integrazione.

Joey si gira di scatto verso Sonia, questa domanda non se l’aspettava.

– Non m’importa la sua politica soggettiva… La sua voce, il suo personaggio, la sua militanza in alcune delle migliori orchestre di questo Paese, ciò è oggettivamente fascista. Un giorno capirà e abbraccerà la nostra causa.

– E quel fighetto di Benny Goodman? – s’infila Marcus – Non è ebreo? Cos’è che dicevi poco fa delle lobbies giudaiche?

Joey alza la voce, i polsi gli tremano: – Benny Goodman è un eroe trionfante della bellezza, lo swing ha reso grande questo Paese!

Tocca a me: – Le carriere di tutti i bianchi su quel muro non valgono lo sporco sotto le unghie dei piedi di Duke.

– Come osi? – sbraita. Ha troppa voglia di vincere la discussione per ricordarsi che dobbiamo morire. – Duke Ellington è uno splendido compositore e band leader, ma lo è perché, proprio come i suoi fratelli abissini sudditi dell’Italia fascista, ha accettato di mettersi al servizio di una Causa piú alta, quella della melodia riconoscibile, dell’armonia perfetta, della bellezza comprensibile…

– Per come la vedo io, – riparte Marcus, mentre comincia ad abbassare le mani – i tuoi eroi hanno rubato tutto a noi neri, la nostra musica, il nostro ritmo, le nostre parole, e ci hanno fatto i soldi. Voi bianchi non avete mai avuto una sola idea, senza di noi non sareste niente.

– La fai troppo semplice! – nella foga, Joey abbassa un po’ il fucile – Nel jazz non c’è solo la musica dei negri, altrimenti ci sarebbe il jazz anche in Africa! Per fare il jazz ci vuole l’influsso europeo, già a New Orleans dentro il jazz c’era la musica europea, le marce militari francesi, le danze irlandesi, melodie suonate con strumenti europei! Se fosse come dici tu, nel jazz ci sarebbero solo tamburi!

– E il blues? – lo interroga Sonia – Scala pentatonica e blue notes sono di origine africana.

La canna è ormai puntata verso terra: – Io non ho detto che l’Africa non c’è, ho detto che è il retaggio della civiltà europea, occidentale, bianca, a permettere di modellare il materiale grezzo che l’Africa fornisce e…

Marcus si lancia in avanti, afferra il fucile e cerca di strapparglielo di mano. Cafariello resiste, punta i piedi ma gli parte una ciabatta, scivola, il fucile spara un colpo. Glenn Miller è colpito in piena fronte. Io e Sonia ci gettiamo su Cafariello, la colluttazione dura una decina di secondi. Finalmente smette di opporre resistenza. La giacca del mio completo borgogna ha una tasca strappata.

Il fucile ce l’ha Marcus: – Mani in alto, whitey. O preferisci che ti chiami honky, cracker, ofay… Dago?

Joey si mette quieto. Si alza, due passi all’indietro, s’affloscia su una poltrona accanto al mobile-bar.

– E adesso? – chiede.

– Adesso mi concedi una bella intervista in esclusiva per il “Brooklynite”, – risponde Sonia e indica il registratore.

– Dopodiché, chiamiamo gli sbirri – aggiungo io, poi mi viene in mente una cosa: – Di’, Joey, noi pensavamo che la casa fosse vuota. Abbiamo telefonato e non rispondeva nessuno…

– Ero molto stanco e sono andato a letto coi tappi nelle orecchie.

– Tappi di cera? – gli chiedo io, e Sonia mi lancia un’occhiata tipo: che cazzo di domande fai?

– Sí.

– Fammi indovinare: mentre dormivi uno dei tappi è scivolato via, forse tutti e due, cosí ci hai sentiti entrare.

Joey mi guarda sbigottito.

– Capita sempre anche a me. Scivolano via. Altrimenti non sarei qui, ma è una storia troppo lunga…

– Scusate se interrompo una conversazione tanto interessante, – dice Marcus schiarendosi la gola – ma ho bisogno di parlarvi.

Sempre tenendo di mira Cafariello, si avvicina a me e Sonia e parla a voce bassa: – Anche cosí, non sarà facile spiegare la situazione. A pensarci bene, noi siamo accusabili di scasso e violazione di domicilio, siamo due radicali neri che tengono sotto minaccia armata un bianco in casa sua, nel cuore della notte…

– È vero, ma con l’aiuto di Garry e dell’avvocato possiamo far capire che le circostanze…

Bang!

Lo sparo rimbomba nel salone, ci giriamo di scatto, Cafariello si è sparato in bocca. Il corpo è accasciato su un bracciolo, dal retro del cranio si alza uno zampillo di sangue, una specie di piccolo, timido geyser.

– Ma che cazzo…

– Con cosa si è sparato?

Mi avvicino: sul pavimento, tra i piedi di Joey, c’è la mia pistoletta da borsa. Non mi ero accorto che l’avesse presa. Già, era nella tasca che adesso non è piú una tasca, solo un lembo di stoffa che penzola come la testa del crooner morto.

– Siamo nella merda, – concludo.

Marcus si gratta il mento, si guarda intorno poi fa una cosa che lí per lí mi sembra assurda e invece è un colpo di genio: controlla il foro nel cranio, prende la sua pistola, la infila in bocca a Joey e spara. La pallottola slabbra il foro d’uscita e manda in frantumi una bottiglia di scotch. Brandelli di carne e materia grigia sul petto nudo di Mussolini.

Marcus pulisce il calcio con un fazzoletto, poi mette l’arma in mano a Joey. Sonia e io lo guardiamo imbambolati mentre toglie dal muro la foto di Glenn Miller, estrae il proiettile dall’intonaco e copre il buco spostando una delle foto di Joey.

– Tutto questo, fucile compreso, lo gettiamo nella spazzatura lontano da qui. Joseph Cafaro, in arte Joey Cafariello, solo come un cane, una mediocre carriera di crooner alle spalle, si è alzato dal letto e ha deciso di ammazzarsi tra le foto dei suoi eroi. Raccogli il tuo giocattolino, Augie. Dobbiamo limare i numeri, portarlo in Morgue Street e preparare un’altra messinscena, se non vogliamo finire male.

Addio, Figlio di Whiteman.

SONIA/SECONDO CD Non possono essersi uccisi a vicenda, ha fatto notare Rowdy-Dow. Franklin ha la faccia sotto un televisore e Ramirez ha una pallottola nel cervello. Sono entrambi morti sul colpo. Beh, ha detto Marcus, Franklin può aver premuto il grilletto una frazione di secondo prima di beccarsi il televisore in testa, e aver colpito Ramirez all’occhio. O viceversa: quando Ramirez è stato colpito, aveva appena calato il televisore. E poi, insomma, che s’inventino qualcosa gli sbirri, l’importante è che noi tre ne siamo fuori. Però ci sono due agenti di pattuglia che possono testimoniare che c’eravamo, ha aggiunto Rowdy-Dow. No, possono testimoniare di averci visti giú in strada, nulla di piú. Noi siamo saliti, abbiamo suonato il campanello ma non ci ha aperto nessuno e ce ne siamo andati. Non sappiamo niente. Il resto quadra: Ramirez era il Figlio di Whiteman, è stato lui a telefonare alla radio e al giornale etc. etc. La polizia troverà qualche testimone che dirà di averlo visto sui luoghi dei delitti, e qui finisce la storia dei misteriosi omicidi: l’assassino ucciso dall’ultima vittima in un appartamento di Morgue Street.

Io stavo pensando al racconto di Poe, e ho detto: Rizzi non è Dupin e nessuno penserà a cercare un orango.

Mi hanno fissata senza capire.

Prima di uscire ho rivolto un ultimo pensiero a Plotinus: non lascerò marcire qui dentro le tue membra straziate.

ROWDY-DOW Adesso sai com’è andata davvero. Ho riempito i buchi e ti ringrazio: cercando le parole per raccontare questa storia, mi sono lasciato trasportare e per un po’ sono tornato giovane. La sento ancora, la scarica di quella notte lungo la schiena, in giro con mio fratello, cercando di affrontare il mondo.

Mi manca, Marcus. È morto nell’80, investito da un’auto. Aveva lasciato i Black muslims prima ancora della morte di Elijah Muhammad. S’era addirittura sposato una bianca.

Volevi sapere dell’effetto degli omicidi sulla comunità della new thing, ora sai anche dell’effetto della comunità sugli omicidi. Siamo stati bravi a incasinare le cose: quasi quarant’anni dopo c’è ancora chi si rompe la testa per capire che è successo.

Anche i miei buchi sono stati riempiti: quando mi hai chiesto di Trane e ti ho raccontato di lui, nessuno dei due sapeva quant’era coinvolto nella cosa.

Che ci farai con questa verità? Cercherai la vecchia ragazza per scoprire che ha fatto dopo?

Per me non è tanto importante: è passato tanto tempo, sono vecchio e mezzo sordo. Mia moglie è morta due anni fa. Figli non ne ho. La nuova musica è diventata vecchia, il movement non c’è piú.

Il racconto di un vecchio solo e dimenticato. Due pezzi di plastica con dentro delle voci. Una busta gialla che viene dal Canada.

Piccoli pezzi di verità.

29. Reperti, 3-18 luglio 1967

“The Brooklynite”, lunedí 3 luglio 1967:

È DAVVERO MORTO IL FIGLIO DI WHITEMAN?

TROPPE OMBRE SULLE MORTI DI CROWN HEIGHTS E BAY RIDGE

Garry Belden

Chi volesse ricapitolare gli ultimi sviluppi del caso del Figlio di Whiteman, si troverebbe di fronte a un paradosso: il mistero della primavera di sangue pare essersi infittito con la scoperta del presunto colpevole.

Secondo il capitano del NYPD Albert D. Rizzi, l’uomo che ha terrorizzato Brooklyn era Héctor Ramirez Delgado, cittadino della Repubblica Dominicana.

Il 6 giugno, il nostro giornale riceve una telefonata anonima, in cui un uomo con accento straniero fornisce indizi sulla prossima vittima: una persona legata al mondo del jazz pur non essendo un musicista, un soggetto “pericoloso” perché in grado di difendersi.

L’8 giugno il professor Donald F. Betts, specializzato in linguistica e fonematica, si dice sicuro che il parlante sia un ispanofono del Centroamerica o del Caribe.

La mattina del 10 giugno il cadavere di Delgado viene rinvenuto accanto a quello di Plotinus Franklin, critico jazz del “Gotham Chronicler”, nell’appartamento di quest’ultimo in Morgue Street. A trovare i corpi è la nostra collega del “Brooklynite” Sonia Langmut, legata a Franklin da una lunga amicizia.

I decessi risalgono alla sera prima. I due sembrano essersi tolti la vita a vicenda al termine di una dura colluttazione. Plotinus Franklin praticava il karate e si è difeso dall’aggressione, arrivando a sfigurare Delgado. “Non aveva piú la faccia,” commenta un assistente del medico legale.

Secondo la ricostruzione della polizia, il critico sarebbe riuscito a far fuoco con una piccola pistola da borsetta, centrando Delgado all’occhio sinistro e uccidendolo sul colpo, una frazione di secondo prima di essere colpito dal televisore che gli ha spaccato la testa. Dinamica definita “bizzarra” dallo stesso capitano Rizzi.

Di fianco al corpo di Delgado, la scientifica trova un paio di cesoie da giardinaggio, arma impropria compatibile con le ferite inferte a tre vittime del Figlio di Whiteman: il pianista Bill Vanneau, il contrabbassista Montgomery Burckhardt e il sassofonista dilettante Lindani McWhorter.

Poche ore dopo il ritrovamento dei cadaveri, il capitano Rizzi dichiara: “Tutti gli elementi in nostro possesso portano a una sola conclusione: Delgado era il Figlio di Whiteman. Non abbiamo ancora il movente, ma lo stiamo cercando e lo troveremo”.

In molti nutrono perplessità sulla ricostruzione degli inquirenti, e il novero dei dubbiosi si arricchisce il 12 giugno, quando una donna delle pulizie scopre il cadavere del cantante Joey Cafariello nella sua villa di Bay Ridge. Cafariello si è sparato in bocca. Il corpo è in avanzato stato di decomposizione, secondo il coroner il suicidio è avvenuto circa cinquanta ore prima, cioè poco dopo le morti di Franklin e Delgado.

La quantità di immagini e memorabilia fascisti presenti nella casa di Bakken Street non manca di stupire gli inquirenti. Altrettanto strano è il fatto che il revolver usato dal crooner, uno Smith & Wesson .38 special modello 64, abbia i numeri di matricola limati. Tale espediente è in uso nel mondo criminale per nascondere provenienza e proprietà dell’arma. Ma la vera sorpresa è appena dietro l’angolo: una perizia dimostra che la pistola è la stessa utilizzata dal “Figlio di Whiteman” per uccidere due delle sue vittime, il sassofonista Tyrone Jackson a.k.a. Ekundayo e il batterista David Kwesi Gant.

Ciò stabilisce un collegamento difficile da spiegare. In seguito trapela la notizia che anche la pistola usata da Franklin per abbattere il suo carnefice ha i numeri di matricola limati. Dopo queste scoperte, interpelliamo il capitano Rizzi, che si trincera dietro un “no comment”. L’intera “squadra anti-Whiteman” del NYPD sceglie il silenzio-stampa.

Piú si pone mente a quel che è successo, piú l’intero caso sembra un garbuglio destinato a rimanere tale.

Va ricordato che, nella telefonata anonima del 6 giugno, l’uomo misterioso faceva riferimento a sopraggiunti scrupoli di coscienza e all’esistenza di un mandante o un complice (“Lui”).

Forse, se si vuole capire cosa c’entri il Figlio di Whiteman con il suicidio di un cantante caduto nel dimenticatoio, bisognerebbe ripartire dall’iconografia razzista che arredava la casa di Cafariello e da tre frasi dette a mezza voce dal misterioso telefonista: “Va avanti da troppo tempo e diventa troppo pericoloso, ma non posso fermarmi. Ci ho provato, ma lui non mi permette. Per un attimo volevo buttarmi giú anch’io [dal Williamsburg Bridge. N.d.R.], ma non sono riuscito”.

Ad ogni modo, la soluzione del mistero sembra ancora lontana.

A compensare questo stato di incertezza c’è il fatto che non si sono piú verificate uccisioni di musicisti. Ieri, durante la sua visita trionfale nel quartiere di Bedford-Stuyvesant, il sindaco John V. Lindsay ha parlato di “fine dell’incubo”. “Speriamo abbia ragione”, ha commentato Calvin D. Mey. Speranza che tutti condividiamo.

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“The Gotham Chronicler”, mercoledí 19 luglio 1967:

La redazione musicale del “Chronicler” si unisce al dolore della famiglia di John William Coltrane, impareggiabile musicista scomparso all’età di quarant’anni. Coltrane lascia la moglie Alice e tre figli piccoli: John Jr. (3 anni) Ravi (2 anni) e Oranyan Olabisi, nato il 19 marzo scorso.Viveva a Dix Hills, Huntington, Long Island.

Il pensiero è corso subito al nostro collega e amico Plotinus Franklin, vittima di un barbaro assassinio, e al saggio su Coltrane che ci aveva regalato poco prima di lasciarci. Ne pubblichiamo un significativo estratto, come sentito omaggio a due grandi e coraggiosi innovatori del jazz e del suo linguaggio.

IL TRENO CHE CI PORTÒ OLTRE

Plotinus Franklin

La prima volta che incontrai John Coltrane era il tempo in cui l’hard bop cominciava a mostrare la corda, quella con cui si sarebbe impiccato. Trane mi sembrò la personificazione di un fiume coi baffetti, l’East River abbottonato in un completo un po’ liso e appesantito di sudore. Simpatizzammo di fronte a due tazze di cioccolata calda. Parlammo di Lester Young e di Bird. Trascorsi quasi l’intera notte con lui, su e giú per il Village, riempiendomi di quella voce morbida e quel sorriso che scaldava il cuore. Mi raccontò delle Hawaii, dove aveva passato un anno quand’era nella Marina. Parlammo del mio nome di battesimo, lo stesso di un filosofo egiziano del III° secolo dopo Cristo, di cui Trane ripetè alcuni pensieri: “Bisogna che i tuoi occhi si rendano simili all’oggetto da vedere, e gli siano pari, perché solo cosí potranno fermarsi a contemplarlo. Mai un occhio vedrà il Sole senza essere divenuto simile al Sole, né un’anima contemplerà la bellezza senza essere divenuta bella. Che ciascun essere divenga simile a Dio e bello, se vuol contemplare Dio e la bellezza.”

Per contemplare la bellezza della musica di John Coltrane, occorreva rendersi simili a lui. Per questo lui era noi, e noi eravamo lui.

Piú tardi egli abbracciò la nuova musica, le cui basi aveva contribuito a gettare. Ci raggiunse dove alcuni di noi si erano accampati, estremo avanposto, lembo di territorio incuneato tra lo scherno e gli sputi dei benpensanti e della totalità dei miei colleghi. Averlo con noi sollevò il morale, perché portò pura gioia dove prima c’era collera e “schiaffi al gusto del pubblico”. Portò la gioia, ma fu bersaglio di tiri al piattello con le armi della viltà e dell’ingiuria. Subí assalti sempre piú violenti eppure non lo vedemmo mai vacillare.

Noi eravamo la “nuova cosa”, tuttavia non eravamo il futuro ma la volontà di non perdere il presente. In quel tempo presente proseguito a oltranza, notte dietro notte per una manciata d’anni, c’era quel vuoto di potere ottenuto intorno, quel vuoto in cui consisteva la nostra avanguardia. Nel corto raggio di ogni nostra azione c’era la comunità, non l’anticipo di essa, non la promessa di una comunità, bensí la comunità piena, l’intera applicazione del termine. Noi siamo stati comunità, non litigiosa ma divergente, contagiosa e militante, concentrata eppure sparsa. Non l’abbiamo mancata, la comunità. L’abbiamo vissuta e bruciata, ora la cenere è fredda, di noi non resta che la caricatura, l’immagine del partito del rumore.

Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo fece con Euridice, sua sposa prigioniera della morte, precedendola verso l’uscita dagli inferi. Perché Euridice è il nome di chi cerca e trova dike, la giustizia. La giustizia non va seguita, va preceduta. È l’unico modo per uscire con essa dall’inferno.

30. Il coro, mercoledí 21 giugno 1967

De win’ blows eas’ an’ de win’ blows wes’

It blows like de judg-a-ment day

An’ ev’ry po’ soul dat nevah did pray

Will be glad to pray dat day.7

Comincia l’estate, le finestre sono aperte.

Chi passa di fronte alla scuola sente i ragazzi cantare, distingue parole e voci, si ferma rapito ad ascoltare le storie.

Daniele nella fossa dei leoni, Giosuè nella battaglia di Gerico, Ezechiele sulla distesa di ossa, Sansone impugna la mascella d’asino.

Anita non è il vuoto lasciato da Kwesi, non è i piedi sull’orlo del niente.

È le mani, mani che spronano, dirigono, interrompono.

Mani, il sangue torna a scaldarle, cingono la fiammella perché i venti non la spengano.

Anita è giovane, non rimarrà sola, verrà aiutata e aiuterà. Anche un gabbiano cieco trova chi lo nutre, anche un passero privo di un’ala sa di poter dare qualcosa in cambio.

Avrà una casa, un lavoro, un uomo. Il suo saluto troverà sempre risposta.

Per quanto il fardello sia pesante, non si perderà d’animo.

La croce lascia schegge nella spalla, ma non perderà coraggio.

Niente la trascinerà via.

31. Dance and join the ancestors

Sing a song for the children going down

Remember the ones you knew

Remember how we danced

and remember what we sang

in America

so many years ago

PAUL KANTNER & GRACE SLICK, Diana, 1971

BLOOD WILL TELL Il funerale di Trane fu alla St. Peter’s Lutheran Church. Suonarono il gruppo di Albert Ayler e quello di Ornette. Ayler fece Truth is Marching in, ma non era vero, con Trane se ne andava una buona parte di verità. Tutto suonò piú falso, dopo. La morte del griot ebbe conseguenze terribili. Perdemmo l’equilibrio, sbandammo, ci perdemmo nei vicoli, nelle nicchie, nell’inconseguenza. Non eravamo l’avanguardia di niente e di nessuno. Quando i cacciatori di teste si scatenarono in lungo e in largo per il Paese, noi ci affidammo a sogni d’oppio, divinità vendute al supermarket, canti di sirene che distoglievano dalla lotta. I fortunati trovarono una vita in Europa, alcuni scelsero l’Africa, come Stokely Carmichael. C’è chi tornò da dov’era venuto, di qualunque posto si trattasse. Compagni e amici scomparvero, piú tardi ne rividi le teste, esposte su picche alle conferenze-stampa di Hoover.

C’era anche Sonia, al funerale. Dev’essersi sentita circondata dalla morte, dopo settimane di esequie, dopo aver trovato il corpo di Plotinus. Forse lei lo ha capito prima e meglio di altri: quell’estremo saluto non era solo per Trane. Era il funerale delle nostre illusioni. Per continuare a vivere, non solo a vegetare, servivano nuove ali, fatte di cera piú resistente al calore del sole. Una sfida piú alta. Può darsi sia questo il motivo della sua scomparsa.

Come già era capitato ad altri, presto ci si ricordò di noi solo durante i ritorni del rimosso. Un tempo erano sporadici, ma si fanno piú frequenti. La tua inchiesta sul Figlio di Whiteman è una di quelle occasioni. Non sprecarla.

THUMBTACK Albert Ayler morí nel 1970 e alcuni giornali titolarono: “Il ritorno del Figlio di Whiteman?”. Lo ripescarono dall’East River un giorno di fine novembre, tre settimane dopo la sua scomparsa. Non fu fatta l’autopsia, un medico stabilí che era morto annegato, la polizia archiviò il caso come morte accidentale. Eppure c’erano molte analogie con l’omicidio di Lindani McWhorter. Il corpo era gonfio e sfatto, solo l’esame approfondito da parte di un patologo avrebbe potuto rivelare ferite da taglio o buchi di proiettili. Ci rimangono solo echi, rimandi, un pugno di teorie. C’è chi ha accusato gli sbirri di New York, chi l’Fbi, chi il fratello e la compagna di Ayler, chi la mafia per debiti di droga, benché Ayler non si facesse. Chi sposa la tesi dell’incidente, chi quella del suicidio, chi parla del colpo di coda del Figlio di Whiteman, chi fa una sintesi di tutte le teorie: i mandanti erano l’Fbi e l’Nypd in combutta con la mafia, l’esecutore era il Figlio di Whiteman, tutto questo con la complicità o l’indifferenza di persone vicine alla vittima. Non so che dirti, tranne che ci sono due punti fermi: Ayler fu l’ultimo grande guerriero della new thing, e questa storia del Figlio di Whiteman rimane poco chiara.

HEAVY LEGS Cazzate. Cosa c’è di poco chiaro? Il Figlio d Whiteman era un poveraccio, uno sfigato appena sbarcato a New York, altro che Cointelpro, squadroni della morte, Ku Klux Klan, extraterrestri… La montagna di quei complotti partorí un piccolo sorcio, ma nessuno ammise di aver preso cantonate, ancora oggi un sacco di gente continua a delirare e immaginare chissà cosa.

ANGELA VANNEAU Qualcuno mi disse: “L’importante è che quel figlio di puttana sia morto, ben gli sta”, ma io pensavo: non c’è soddisfazione. Non si può barattare una vita con un’altra. La morte dell’assassino non riporta in vita la vittima. Alla radio sentii un prete parlare di perdono, e pensai: non è questo il punto. Né perdono né maledizione. Non dipendeva da me. Non ero la giustizia, né il custode della sorte dell’assassino. Ero una donna a cui era toccato in sorte di perdere il proprio uomo. In me non c’era niente di speciale, nulla che mi conferisse una particolare autorità morale. Niente occhio per occhio: non ero guercia, ero sola. Sola, e dovevo ricominciare a vivere senza Bill. Dissi queste cose al reverendo Bradley e all’avvocato Wilson. Entrambi ne rimasero colpiti. Mi fecero conoscere alcune persone, parenti di vittime del crimine. Fu cosí che cominciai a occuparmi di carcere e seguire progetti educativi a Riker’s Island.

W.CH. Oggi è molto in voga dire che negli States non esiste piú un problema razziale, che è un modo per dire “problema nero”. Al Sud non ci sono piú due linciaggi al mese, come tra il ’25 e il ’50. L’Encyclopaedia Britannica non scrive piú che i negri sono “parenti degli antropoidi piú che dell’Homo Sapiens”. Nessun bianco ha piú il coraggio di chiamare un nero “nigger”, anzi, per essere messi in croce basta pronunciare una parola che somigli a “nigger”, anche se ha tutt’altro significato, come quell’assessore di Washington che s’è dovuto dimettere per avere detto “niggardly”, poco usato sinonimo di spilorcio, in una discussione che coi rapporti razziali non c’entrava niente. C’è una festa nazionale dedicata al dottor King, ok, sempre le solite cose. Basta vedere Condoleeza Rice per capire di che bel progresso stiamo parlando. La “correttezza politica”, le concessioni formali, l’esistenza di una middle class nera da mostrare nelle sit-com, e dietro la cortina fumogena la nostra gente sta peggio di prima.

GIT-ON-THE-GOOD-FOOT Quando scoprirono il tumore alla prostata, Kwame accettò il verdetto e disse: – Quel che mi resta da vivere appartiene alla mia gente, continuerò a lavorare e organizzare finché avrò la forza di muovere la lingua.

Combattè la metastasi come aveva combattuto il razzismo. Dentro quel tribuno su sedia a rotelle c’era lo spirito dello Stokely di trent’anni prima, anche piú fiero di allora. Ripeteva: – Il cancro tira fuori il meglio di una persona.

Contese gli anni al male senza farsi assediare, anzi, contrattaccando, riconquistando terreno, piantando la bandiera della vita su ogni collinetta, celebrando il buon esito di ogni sortita. Lo circondava l’amore della comunità, medici e guaritori lo curavano gratis. Diceva: – Se ti sacrifichi per le persone, le persone si sacrificheranno per te.

Strappò alla morte tre anni. Quando il momento si avvicinò tornò a Conakry, tra le braccia di Madre Africa. L’ultima riunione la fece la sera prima di morire, talmente debilitato da non poter rimanere seduto. Lo appoggiammo a una pila di cuscini, parlò, ascoltò, sorrise, toccò a lui consolare noialtri. Ci salutò dicendo: – Siate sempre pronti, e quando arriverà il momento non dovrete prepararvi.

Nostro fratello Kwame ci lasciò il 15 novembre 1998.

Dopo il funerale, chissà come, mi tornò alla mente un aneddoto. Me l’aveva raccontato Stokely, riemergeva dalle nebbie di un’altra America, un altro mondo, ormai quasi un altro secolo.

La notizia della morte di John Coltrane gli era giunta mentre era a Londra, per una conferenza sui movimenti di liberazione. Prima di cominciare il suo discorso, fece alzare in piedi gli spettatori e chiese un minuto di silenzio per quel grande artista nero e guerriero culturale. Nessuno se l’aspettava, era una conferenza molto politica nell’accezione piú stretta, piena di intellettuali seriosi, e che c’entrava il jazz con la rivoluzione? Eppure tutti rimasero in piedi e in silenzio.

Quei due fratelli avevano molto in comune. Due vite dedicate allo spingersi avanti, sempre piú avanti. Ed erano instancabili. Solo il cancro riuscí a fermarli, ma non potè impedir loro di muoversi fino all’ultimo minuto, l’ultimo secondo prima di danzare e raggiungere gli antenati.

GREEN MAN In prigione a Riker’s Island, come Leadbelly. Là dentro ho conosciuto la vedova di Bill Vanneau: partecipava a programmi per il reinserimento dei detenuti. Sono uscito nel ’78 e ci siamo messi insieme.

Niente matrimonio, stavolta. Quando ci stanchiamo, ognuno va per la sua strada. Oddío, è una cosa abbastanza improbabile, dato sto con lei da piú di venticinque anni…

È l’ironia del destino: se Vanneau non fosse morto, Angela non avrebbe deciso di occuparsi di carcere e detenuti, io non l’avrei conosciuta, non mi sarei innamorato di lei, e lei di me. Il Figlio di Whiteman ha ucciso Vanneau con cesoie da giardinaggio, come quelle che usavo io. Le mie sono scomparse il giorno che ho visto l’ometto e il roveto ardente. Chissà, forse erano proprio le stesse.

Tutto qui. Fine della storia. Mi hai dedicato fin troppo tempo, giovanotto. Sono solo uno dei tanti che ascoltavano quel genere di musica e frequentavano quel tipo di locali. Non ho fatto niente di speciale.

Sono uno che potava le siepi al cimitero.

LET’S-PLAY-A-GAME Il reverendo Bradley si è impiccato nel ’79. Distrutto dalla storia con una che aveva vent’anni meno di lui, disorientato dai cambiamenti, aveva chiuso la Holy Spirit and Fire per tornare a Bed-Stuy. Viveva in un monolocale e passava le giornate a chiacchierare in un negozio di barbiere, insieme a ritrovati amici d’infanzia.

Proprio non lo so cosa succede alle persone: ti svegli in un giorno che sembra come tutti gli altri, e forse un’azione insignificante, come prendere in mano un bicchiere o ravviarti i capelli di fronte allo specchio, rivela che hai superato un limite, hai messo la punta del piede oltre un solco tracciato nella sabbia, un solco che solo tu puoi vedere. Aver superato quel limite ti rende impossibile continuare, cosí raggiungi il parco a passo di danza, getti la corda oltre un ramo, infili la testa nel cappio, e chissà se è vero che raggiungi i tuoi antenati.

Il pagliaccio della Real Church of the Mother Plane? Non si fa piú chiamare “Mahamid Zuwarah”. È un deputato repubblicano all’assemblea statale. Uno di quelli che vede terroristi dietro ogni angolo e l’ha menata a tutti con la “guerra preventiva”. A conti fatti, non è che sia cambiato molto.

JULIA MEY Mio padre è morto d’infarto nell’87, a Burlington, mentre spalava la neve sul suo vialetto. Io vivo a San Francisco, ho tre figli adulti e cinque nipoti. Non indovinerai mai chi vive nella mia stessa strada: il capitano della polizia in pensione Albert D. Rizzi. Ha piú di ottant’anni. Lo incontro ai giardini pubblici dove porto i nipotini. Sta scrivendo un libro sul Figlio di Whiteman, con la sua versione dei fatti. L’ho incontrato non molto tempo fa, gli ho chiesto come procedeva.

– A ritmo spedito. Voglio finirlo e vederlo pubblicato prima di tirare le cuoia.

Quella storia gli è rimasta in gola, non va né su né giú.

IL DIRETTORE Qualche anno dopo, nell’autunno del ’71, ero in vacanza in Italia con mia moglie e i due bambini. Durante la tappa fiorentina, passeggiavamo in Piazza della Signoria e a un certo punto mi apparve Eldridge Cleaver, ministro dell’informazione del Black Panther Party, all’epoca già latitante e accolto dal governo algerino come rifugiato politico. Dico che mi apparve perché era vestito di pelle da capo a piedi ed era l’unico nero in tutta la piazza, impossibile non notarlo. Anche lui mi riconobbe, l’avevo intervistato nel ’69. Lo presentai a mia moglie, sottilmente eccitata all’idea di conoscere il nemico pubblico n.1, o quasi. Michael ed Evelyn avevano sette e cinque anni, la loro reazione fu: – Ma allora anche in Italia ci sono i neri!

Eldridge rise e disse: – Ancora no, ma presto arriveranno a frotte.

A Firenze aveva seguito una conferenza sulla Palestina, organizzata da un gruppo di estrema sinistra. Un’ora dopo sarebbe partito per Roma, dove avrebbe preso l’aereo per Algeri. Mi disse che i suoi libri erano stati tradotti in italiano e pubblicati da un editore importante. Alla conferenza era rimasto sorpreso che tanta gente lo conoscesse. Politicamente eravamo molto lontani, ma ci scambiammo auguri di buona fortuna e una robusta stretta di mano. L’avessi incontrato prima, lo avrei intervistato sul suo esilio, le lotte intestine nel BPP e tanti altri argomenti. Dapprima me ne rammaricai, poi mi tornò in mente che ero in vacanza, che diamine.

Mentre si allontanava con quel suo passo fiero, un gruppetto di giovani italiani lo salutò col pugno chiuso e urlò: – Power to the people, compagno!

Rispose alzando il pugno e li chiamò “fratelli”. Mi dava le spalle, ma immaginai un sogghigno compiaciuto.

– Allora è qui che si sposta il fronte, – pensai.

D.E.M. Sonia è là fuori nel grande ovunque.

Qualcuno ha brindato con lei il giorno dell’impeachment di Nixon. Qualcuno ha visto la sua tomba in New Mexico. Sam Peckinpah s è sbronzato con lei a Durango, durante le riprese di Pat Garrett & Billy the Kid. Vive in Irlanda, è in prigione in Perú, non si è mai mossa da New York. C’è chi azzarda non sia mai esistita.

Puoi cercarla, trovarla… Legare zavorra al suo nome, imbrigliare le storie in un reticolo di rughe. Non te lo impedirà, è stanca, lo dice l’epistola a Lucilio.

Oppure puoi lasciarla libera, leggenda spinta dal vento, sorella dei cespugli del deserto: li vedi rotolare e raccogliere polvere, ossicini, cartacce, insetti morti…

Nessuno sa dove vadano a finire.

Sono come libri che raccontano distanze.

Titoli di coda

Cos’è?

L’idea di fondo mi è venuta nel 2000 leggendo Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk, poderosa opera di Legs McNeil e Gillian McCain (Grove Press, New York 1996). Piú tardi ho letto altri due libri scritti in quel modo: We Got The Neutron Bomb: The Untold Story of L.A. Punk, di Marc Spitz e Brendan Mullen (Three Rivers Press, New York 2001 – grazie a Pito per avermelo consigliato) e Gauleses Irredutiveis: Causos e Atitudes do Rock Gaúcho , di Alisson Ávila, Cristiano Bastos e Eduardo Müller (SagraLuzzatto, Porto Alegre 2001 – grazie ai tre autori per avermi accolto, ospitato, accompagnato in giro per la loro città e avermi fatto conoscere la scena rock’n’roll del Rio Grande do Sul).

Sono opere che discendono dal New Journalism americano nato nei Sixties. I loro autori simulano un “sottrarsi”, uno spegnere la propria voce. In realtà diventano registi, si esprimono attraverso il montaggio, in modo piú esplicito e diretto di quanto accada in letteratura (dove pure il montaggio esiste ed è fondamentale).

Se il metodo di interrogazione delle fonti è quello della storia orale (che anche in Italia ha gloriosa tradizione, presente fecondo e lunga influenza sulla letteratura), il metodo di composizione e le strategie narrative imitano il linguaggio del documentario e della videoinchiesta.

Scrivere una specie di romanzo imitando quest’imitazione, vedere fin dov’era possibile spingersi prima che lo “specifico letterario” reclamasse a gran voce i propri diritti. Era questa la sfida.

Luoghi

Brooklyn è un luogo della mente, paesaggio mitologico su cui ho gettato uno sguardo europeo, da straniero destinato a oscillare tra iperrealismo dei dettagli e pura invenzione traiettoriale e toponomastica. A Crown Heights, che io sappia, non c’è nessuna “Morgue Street”. A Bay Ridge non c’è nessuna “Bakken Street” con villini finto-Liberty. Il “Brooklynite” non è mai esistito. Mi sono preso piccole licenze anche coi nomi e le ubicazioni di alcune chiese, case e fermate della metro.

Hanno contribuito a definire questo luogo della mente gli amici che mi hanno ospitato a New York e altrove negli Usa durante i miei sopralluoghi, tutti precedenti l’11 Settembre 2001. Ignazio Moresco mi ha ospitato a “Willamsboigh”. Siri N. Wilson mi ha ospitato a “Greenpernt” e un anno e mezzo dopo mi ha portato in pellegrinaggio al CBGB’s, pochi giorni dopo la morte di Joey Ramone. Andrea Casadio mi ha ospitato a Manhattan, sulla Upper West Side, senza avermi mai visto prima. Vittorio Marchi e Jim Fleming mi hanno fatto da ciceroni. Laura Fantone mi ha ospitato dall’altra parte del parco, sulla Upper East Side e mi ha fornito l’occasione per un viaggio verso Nord, breve ma intenso. Mia, sia benedetto il suo adescamento, mi ha attirato piú a Ovest, forse sulle tracce di Sonia Langmut.

La Brooklyn raccontata in New Thing, oltre che di queste visite e della lettura di libri, è il risultato dell’uso massiccio di Internet e di Google.

Repressione

Tutte le notizie relative al Cointelpro, al Boss e alla “strategia della tensione” contro i movimenti neri e la nuova sinistra sono vere, a parte lo stralcio di memorandum sui “musicisti negri inclini alla violenza” riportato al cap. 8, che è inventato di sana pianta.

Da anni Ward Churchill e Jim Vander Wall studiano la guerra sporca del governo Usa contro i dissidenti interni. Insieme hanno scritto libri come The Cointelpro Papers: Documents from the FBI’s Secret Wars against Domestic Dissent e Agents of Repression: The FBI’s Secret Wars against the Black Panther Party and the American Indian Movement (pubblicati da South End Press).

Al momento in cui scrivo queste note, su Internet c’è molto materiale: sul sito www.cointel.org, oltre ai documenti Fbi trafugati in Pennsylvania nel 1971 e quelli resi pubblici grazie al Freedom of Information Act, si può leggere il rapporto finale della Commissione Church sulle attività d’intelligence e i diritti degli americani.

Ecco il testo originale del memorandum su Stokely Carmichael riportato al cap. 17:

“It is suggested that consideration be given to convey the impression that carmichael is a CIA informant. One method of accomplishing the above would be to have a carbon copy of informant report reportedly written by carmichael to the Cia carefully deposited in the automobile of a close Black Nationalist friend. The report should be so placed that it will be readily seen. It is hoped that when the informant report is read it will help promote distrust between carmichael and the Black Community. It is suggested that carbon copy of report be used to indicate that carmichael turned original copy into Cia and kept carbon copy for himself. It is also suggested that we inform a certain percentage of reliable criminal and racial informants that “we heard from reliable sources that carmichael is a Cia agent”. It is hoped that these informants would spread the rumor in various large Negro communities across the land.”

Negro, nero, nigger

Scrivendo in italiano, non ho potuto evitare i corti circuiti terminologici. Ho scelto di renderli espliciti. In italiano è impossibile rendere le sfumature tra “black”, “negro”, “Negro” e “nigger” senza usare i termini americani. Il primo inghippo sta nel fatto che “negro” e “Negro” (termini oggi desueti e scorretti ma un tempo perfettamente accettabili) sono omografi – anche se non omofoni – del nostro “negro” che, secondo inghippo, in italiano ha ormai valenza dispregiativa ed è utilizzato come traduzione di “nigger”. La responsabilità è soprattutto dei doppiatori cinematografici che l’hanno sovrapposto a “nigger” per ragioni di sincronia labiale. La condanna politically correct di questa parola è dunque molto recente, testimonianza del nostro voler essere more kingly than the king e americanizzarci anche sfidando il ridicolo. In altre lingue romanze, compresi i dialetti gallo-italici, non esistono parole per sostituire i vari “negro”, “négher”, “négar”, “naigher”, i quali non hanno altro significato che “nero”, aggettivo sostantivato che gli stessi africani (del Continente e della Diaspora) usano per descriversi. Infatti, derivano tutti dal latino nigru(m), che significa semplicemente “nero”.

L’episodio relativo alla parola “niggardly”, a cui si accenna nell’ultimo capitolo, è un esempio di quali mostri possa generare quel sonno della ragione noto come “political correctness”, che s’impunta sul’utilizzo di certe parole per non dover affrontare le relazioni sociali che il linguaggio esprime.

Il 15 gennaio 1999 David Howard, collaboratore (bianco) del sindaco (nero) di Washington Dc, nel bel mezzo di una riunione su problemi di bilancio pronunciò la frase: “I will have to be niggardly with this fund because it’s not going to be a lot of money” [Dovrò fare lo spilorcio con questi fondi perché non si tratterà di una gran somma].

“Niggardly” è un aggettivo un po’ aulico, di origine germanica, la cui somiglianza con “nigger” (che è di origine latina) è puramente casuale. Tra i tanti pregiudizi nei confronti degli afroamericani, non ve n’è uno legato alla loro presunta tirchieria, semmai l’opposto.

Ciononostante, un assistente nero di Howard s’inalberò, non accettò spiegazioni e comunicò la cosa ai gruppi anti-discriminazione, che montarono una campagna anti-Howard. Secondo costoro, se tra i tanti sinonimi di “avaro” esistenti nel vocabolario Howard aveva scelto proprio quello somigliante a “nigger”, qualche motivo losco o allusione maligna doveva pur esserci. Dopo undici giorni di isteria e pubblica riprovazione, Howard diede le dimissioni e il sindaco Anthony Williams le accettò, decisione che innescò una campagna d’opinione di segno opposto. Calato il clamore, il “colpevole” tornò al suo incarico.

Spettri e doppelgänger

La causa e le circostanze della morte di Albert Ayler rimangono misteriose. Nel 1997 la Série Noire di Gallimard ha pubblicato una raccolta di racconti intitolata Les Treize Morts de Albert Ayler, in cui tredici autori di polars facevano altrettante ipotesi su come andarono le cose.

La sottotrama dei lemuri telepatici di Prospect Park è nata nel 2002, durante un gioco d’improvvisazione narrativa tra me e Wu Ming 5, una sera sotto i portici di via Mascarella a Bologna, di fronte al luogo in cui fu adagiato il cadavere di Francesco Lorusso, venticinquenne ucciso dalle forze dell’ordine l’11 marzo 1977.

In due momenti cruciali del suo impazzire, a Green Man compare un ometto. In uno dei due episodi, l’ometto conduce Green Man presso un roveto ardente (Esodo 3, 2-6).

Nel raccontare la loro improvvisa conversione al cristianesimo, diversi ex-schiavi afroamericani intervistati negli anni Trenta, cresciuti e vissuti in diversi Stati e mai entrati in contatto l’uno con l’altro, descrissero l’apparizione di un “little man”. Ecco un esempio:

“Avevo paura di cadere nel pozzo profondo, mi sembrava di non meritare compassione, ero una piccola immagine e il mio corpo era in piedi di fianco a me. Mentre ero lí è arrivato un ometto, si è fermato davanti a me e mi ha detto: ‘Non lo sai che là dentro sarai divorata’, poi mi prese tra le sue braccia e abbiamo imboccato un sentiero stretto e bianco, non piú largo della tela di un ragno. Ho visto tre diavoli, uno molto grande, l’altro piú piccolo […]”.

Secondo George P. Ravick, il “little man” sarebbe una reminiscenza di Elegba, o Legba, dio degli Yoruba che agisce come messaggero degli dei e interviene nella vita degli uomini, per tenere in collegamento realtà terrena e mondo divino (Cfr. Ravick, op. cit. in bibliografia).

Io ne ho fatto un personaggio piú simile all’uomo misterioso di Lost Highway di David Lynch (interpretato da Robert Blake).

Casomai, sono molto piú vicini a Elegba i lemuri di Prospect Park.

Il racconto di Ramirez è un omaggio a Edgar Allan Poe sulla falsariga del suo racconto William Wilson, aperto dagli stessi due versi di Chamberlayn che compaiono in exergo.

In New Thing c’è anche un riferimento a The Eye di Vladimir Nabokov, che tratta lo stesso tema del doppio.

Il “coccodrillo” di Trane scritto da Plotinus Franklin inizia come Le feu Alfred Jarry di Guillaume Apollinaire e culmina nello “spiazzamento” di un brano di Erri De Luca (la terza delle “Lettere ad Angelo Bolaffi sull’anno Sessantottesimo del Millenovecento”, oggi raccolte in: Erri De Luca, Lettere da una città bruciata, Dante & Descartes, Napoli 2002).

La frase attribuita a Sonia in exergo al cap. 9 è tratta da Operai e capitale di Mario Tronti.

La frase attribuita a Sonia in exergo al cap. 26 è tratta da Panégyrique di Guy Debord.

In altri punti, Sonia cita Mao Zedong (“l’Uno diventa Due”) il Karl Marx di Per la critica della filosofia del diritto di Hegel e il Toni Negri de Il dominio e il sabotaggio.

Quando, dopo le sommosse di Watts del 1965, lo staff del governatore Brown si recò alla Westiminster Presbyterian Church per ascoltare le lamentele dei cittadini del quartiere, una donna anziana vistosamente sbronza intervenne affermando di essere nata il giorno dell’affondamento del Normandie, circostanza che a suo dire aveva esercitato un influsso su tutta la sua vita (cfr. Conot, cit. in bibliografia). Ho sostituito al Normandie il Lusitania e spostato l’episodio a Bedford-Stuyvesant nel 1967.

Debiti

Negli scrausi telefilm di Tarzan trasmessi su Canale 5 nei tardi pomeriggi dei profondi anni Ottanta, Ron Ely si tuffava nel fiume e ne usciva ancora pettinato. Fu mio cugino Mingo a farmelo notare.

I riferimenti biografici a Kwame Ture / Stokely Carmichael sono tratti dall’autobiografia scritta con Ekweme Michael Thelwell (cfr. Bibliografia), uno dei libri piú belli che abbia mai letto.

La poesia attribuita ad Albert D. Rizzi è dell’amico Alberto Rizzi, tratta dalla sua raccolta L’armadio cromatico (Archivio della memoria, Rovigo 2000).

Nel 1994 Rizzi ebbe un’idea geniale e contribuí alla sua realizzazione, facendo decollare il Luther Blissett Project, del quale è un eroe misconosciuto. Da allora, abbiamo deciso di rendergli omaggio, inserendolo in tutti i romanzi. In Q (199) è Adalberto Rizzi, alias l’invasato Frate Pioppo. In Asce di guerra (2000) è Alberto Rizzi, tenente dei carabinieri che denuncia le torture inflitte da un suo sottoposto. In 54 (2002) è Carlo Alberto Rizzi, architetto e poeta triestino. In Guerra agli umani (2004) è Gilberto Rizzi, cacciatore ligio ai regolamenti e nemico del bracconaggio. In New Thing è il capitano Albert D. Rizzi.

Del cast di New Thing fanno parte anche John Vignola, Tommaso De Lorenzis, Gaetano Gallucci, Maurizio Lazzarato, Federico Martelloni e Andrea Natella.

Per i capitoli del coro mi sono ispirato alle serate trascorse presso la Scuola popolare di musica “Ivan Ilich”, assistendo alle prove dell’ “hard coro” di canto sociale e anticlericale “De’ Marchi”. Un sentito ringraziamento a Francesca Esposito e a tutte le ugole d’oro.

New Thing è stato scritto a dispetto delle obsolete leggi sul copyright e la proprietà intellettuale, e contro una marea montante di operazioni repressive anti-“pirateria”. Non avrei potuto scrivere il libro senza la sistematica violazione delle leggi di cui sopra, il cui unico fine residuo è recintare lo scibile umano, sbarrando l’accesso alle moltitudini.

I programmi peer-to-peer mi hanno permesso di scaricare canzoni, film e documentari pochi istanti dopo averne appreso o ricordato l’esistenza, e reperire le registrazioni dei discorsi di Malcolm X, Martin Luther King, Angela Davis, Ward Churchill, Howard Zinn e altri. Grazie al file sharing ho trovato senza difficoltà gli spettacoli di Richard Pryor, veri e propri corsi di spoken soul. Ringrazio di cuore chi ogni giorno rende possibile tutto questo, animando la nuova economia condividuale. Fin dalla sua nascita, il collettivo Wu Ming dà un contributo alla lotta, grazie alla clausola ispirata al copyleft che appare in tutti i nostri libri. Questi ultimi sono scaricabili gratuitamente dal nostro sito, www.wumingfoundation.com.

“Se voi che possedete le cose necessarie alla gente riusciste a capire, potreste salvarvi. Se riusciste a separare le cause dagli effetti, sapere che Paine, Marx, Jefferson e Lenin erano effetti, non cause, potreste sopravvivere. Ma non potete capirlo, perché l’atto del possedere vi congela per sempre nell’Io, e vi esclude per sempre dal Noi.” John Steinbeck, The Grapes of Wrath (traduzione mia).

Ringraziamenti

Wu Ming 2, 3, 4 e 5, per il sostegno, i consigli, la complicità. I get by with a little help from my friends.

Annamaria Cattaneo, per la scintilla iniziale e ciò che è seguito.

Guido Chiesa, Emidio Clementi, Loredana Lipperini e Monica Mazzitelli per aver letto e commentato la penultima stesura del libro.

Alberto Lofoco, per i libri che mi ha prestato e per tutto il resto.

Gli Switters (Gianni Gebbia, Francesco Cusa, Vincenzo Vasi), che hanno cominciato a musicare questo libro prima ancora che fosse finito, e Francesca Scarinci, per aver reso possibile la cosa.

Jesus Manuel Pérez Triana per la consulenza sull’onomastica spagnola.

Bibí e Bibò (a.k.a. Salman e Renato, a.k.a. Paolo Repetti e Severino Cesari), per tutto quello che fanno, e quello che lasciano fare.

Angela Tranfo, per lo sbattimento e lo spingersi oltre i limiti.

Valentina Pattavina, per i corpo-a-corpo coi nemici sui campi di battaglia della lingua.

Il comandante Roberto Santachiara, che mi protegge e mi consiglia.

Chiara, per il buon vicinato e per aver messo al mondo Sofia.

I miei coinquilini Francesca e Gianni, per la pazienza.

Mio fratello, per alcuni consigli in materia di prosodia e per essere “al zarvèll dadré”.

Il resto della mia famiglia, per avermi insegnato l’italiano (e il dialetto).

Claudia, che amo e che mi ama.

Tutti quelli i cui nomi, ora come ora, non mi vengono in mente.

Iniziato nell’autunno 2001.

Terminato il 30 aprile 2004, giorno del mio 34esimo compleanno.

Ultimo labor limae: 6 luglio 2004

Bibliografia ruminata prima e durante la stesura di New Thing (2000-2004)

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BERTELLA FARNETTI, PAOLO, Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party, ShaKe, Milano 1995

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CARMICHAEL, STOKELY (with EKWEME MICHAEL THELWELL), Ready For Revolution. The Life and Struggles of Stokely Carmichael, New York, Scribner 2003).

CARTOSIO, BRUNO, Senza illusioni. I neri degli Stati Uniti dagli anni Sessanta alla rivolta di Los Angeles, ShaKe, Milano 1995

CERCHIARI, LUCA, Civiltà musicale afro-americana. Alle origini del jazz, del samba e dei canti spirituali, Mondadori, Milano 1999

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ZIMROTH, PETER L., Perversions of Justice: The Prosecution and Acquittal of the Panther 21, New York, The Viking Press 1974

1 “Sento, o Signore, sento / sento che il mio tempo è quasi finito”.

2 “Fai attenzione, fratello, a come porti la croce / (Sento che il mio tempo è quasi finito) / Il piede potrebbe scivolare e l’anima smarrirsi / (Sento che il mio tempo è quasi finito).

3 Anche se mi vedi tirare avanti / Oh, sí, Signore / Ho le mie tribolazioni quaggiú / Oh, sí, Signore.

4 Ezechiele congiunse quelle aride ossa (3 volte) / Sento la parola del Signore.

5 L’osso della spalla unito all’osso del collo / L’osso del collo unito all’osso della testa / Sento la parola del Signore.

6 antropologo, autore del saggio Negro Speech and Communication in White America, New York, 1964

7 Il vento soffia a Est, il vento soffia a Ovest / soffia come nel giorno del giudizio / e ogni povera anima che non ha mai pregato / sarà lieta di pregare quel giorno.

da: www.liberliber.it