Wu Ming – 54

“È consentita la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori purché non a scopo commerciale”.

A Gilberto Centi.

Non c’è nessun “dopoguerra”.
Gli stolti chiamavano “pace” il semplice allontanarsi del fronte.
Gli stolti difendevano la pace sostenendo il braccio armato del denaro.
Oltre la prima duna gli scontri proseguivano. Zanne di animali chimerici affondate nelle carni, il Cielo pieno d’acciaio e fumi, intere culture estirpate dalla Terra.
Gli stolti combattevano i nemici di oggi foraggiando quelli di domani.
Gli stolti gonfiavano il petto, parlavano di “libertà”, “democrazia”, “qui da noi”, mangiando i frutti di razzie e saccheggi.
Difendevano la civiltà da ombre cinesi di dinosauri.
Difendevano il pianeta da simulacri di asteroidi.
Difendevano l’ombra cinese di una civiltà.
Difendevano un simulacro di pianeta.

Antefatti.

I. Fronte jugoslavo, primavera 1943

SOLDATI ITALIANI!

Il popolo sloveno ha cominciato una lotta inesorabile contro gli occupatori. Molti dei vostri camerati sono già caduti in questa lotta. E cadrete sempre giorno per giorno, notte per notte, finché sarete strumenti nelle mani dei nostri oppressori. finché l’ultimo pezzo della terra slovena non sarà liberato.
I vostri potentati ve la dànno a bere che il popolo sloveno vi ami, che vi assalgano soltanto “pochissimi comunisti”. Questa è una insolente bugia. Nella lotta contro gli occupatori andiamo tutti gli Sloveni d’accordo. Sotto la guida del Comitato nazionale sloveno liberatore tutto il nostro popolo si è organizzato in un solo invincibile Fronte liberatore.

SOLDATI ITALIANI!

I vostri superiori vi nascondono in che disperata situazione Mussolini ha gettato “l’Impero italiano”, avendolo venduto a Hitler. Vi nascondono che Abissinia, per la quale Mussolini aveva fatto versare tanto sangue italiano, non è piú nelle mani italiane. Vi nascondono la situazione senza uscita per le truppe italiane in tutte le colonie italiane in Africa. Vi nascondono le perdite che hanno subito le truppe italiane nei Balcani, che la Serbia occidentale, il Montenegro, la maggior parte della Bosnia ed Erzegovina, Lika e parti della Dalmazia sono già terre libere. Vi nascondono le terribili perdite e i supplizi che devono sopportare le truppe italiane sul fronte russo dalle schiaccianti armi russe e dall’insopportabile inverno russo. Vi nascondono i disordini che nascono nelle città italiane per la penuria sempre piú grande di viveri, per il continuo bombardamento dell’aviazione inglese, per la crescente scontentezza del popolo italiano con la politica del guerraffondaio Mussolini che lancia l’Italia nell’abisso.

SOLDATI ITALIANI!

Capite anche voi, quello che sempre piú capisce il popolo italiano a casa sua, che Hitler vi spinge a tutti i fronti: in Africa, nei Balcani, in Francia e in Urss affinché non potrete far resistenza a casa vostra, quando egli assalirà l’Italia “alleata” appunto come ha assalito l'”alleata Jugoslavia”. Capite anche voi quello che deve oggi capire ogni cieco, che all’Italia associata con la Germania toccherà una terribile sconfitta sul mare, sulla terra e in cielo dalle forze unite di Russia, d’Inghilterra e di tutti i popoli del mondo che amano la libertà.
Capite, soldati italiani, che l’unica salvezza per voi e per tutto il popolo italiano è nel volgere le vostre armi contro quelli che hanno cagionato per voi e per noi solo disgrazia, contro la cricca fascista di Mussolini! Non vi è mica utile il pretesto che anche voi condaniate la bestialità di Hitler e di Mussolini, che anche voi desideriate la fine del fascismo e della guerra. Dovete con azioni dar prova del vostro amore della libertà e della pace, del vostro odio contro i vostri e nostri oppressori, se no vi spetta, come loro, la rovina.

SOLDATI ITALIANI!

Il Partito comunista della Slovenia vi chiama:
Non adempiere agli ordini dei vostri superiori, non sparare, sugli Sloveni, non perseguitare i partigiani, ma arrendetevi a essi, non impedire la nostra lotta liberatrice!
Assalite e disarmate la milizia fascista, gli agenti dell’Ovra e tutti quelli che vi spingono a lottare contro il popolo sloveno!
Distruggete la forza armata italiana, magazzini di armi e di viveri in quanto non potrete consegnarli ai partigiani, distruggete i mezzi di trasporto dell’esercito italiano, camion, motocicli, cavalli, strade, ferrovie ecc!
Rifiutatevi agli invii delle armate italiane al fronte russo che vi moriranno per il pazzo Hitler e i suoi trabanti! Chiedete di ritornare a casa vostra!
Disertate dall’esercito italiano, il nostro popolo ve ne aiuterà volentieri! Consegnate le armi e le munizioni ai partigiani e alla Difesa popolare!
Andate con le unità partigiane slovene e aiutate con le armi in mano ad abbreviare l’assurda macellazione di guerra, per potere al piú presto ritornare a casa vostra, alle vostre madri, mogli e bambini poveri e abbandonati, e per istituire lí una vera sovranita popolare
EVIVA LA COMUNE LOTTA DI TUTTI I POPOLI CONTRO LE BARBARIE FASCISTE!
EVIVA L’SSSR E IL SUO INVINCIBILE ESERCITO ROSSO. DIFENSORE POTENTISSIMO DELLA LIBERTA E DEL PROGRESSO!
EVIVA STALIN, IL CAPO DEI POPOLI E DEI LAVORATORI DI TUTTI I PAESI!
EVIVA IL PARTITO COMUNISTA DELLA JUGOSLAVIA!

MORTE AL FASCISMO – LIBERTÀ AL POPOLO!!

Comitato centrale
del Partito comunista della Slovenia

***

Sul muro scrostato qualcuno aveva scritto SMRT FAŠIZMU con la vernice rossa.
Li avevano messi in fila lí davanti.
Dalle facce non trapelava niente. Chiuse, assenti. Come le finestre del villaggio.
Il capitano strillò l’ordine alla compagnia. I militari italiani si schierarono, fucili in spalla. Quasi tutti riservisti. L’ufficiale era il piú giovane, baffi ben curati e bustina di stoffa grigia inclinata sulla fronte.
I condannati alzarono gli occhi per guardare in faccia i carnefici. Essere certi che fossero uomini come loro. Erano abituati alla morte, anche alla propria, assuefatti da migliaia di generazioni trascorse.
Dall’altra parte occhi bassi, sensazioni riflesse allo specchio.
Le due file si fronteggiarono immobili, come statue abbandonate sul prato.
Uno dei condannati strofinò un piede sulla gamba, gesto automatico e grottesco.
Il capitano si girò verso le case e ordinò all’interprete di avvicinarsi.
– Gli abitanti di questo villaggio hanno dato asilo ai ribelli comunisti! Gli stessi che ieri notte hanno vilmente assassinato due soldati italiani!
L’interprete tradusse.
– Eravate avvertiti! Chiunque offra asilo ai banditi, chiunque offra loro protezione e alloggio è colpevole di collaborazionismo e pagherà con la vita!
L’ufficiale lasciò ancora che l’interprete traducesse.
– Oggi dieci abitanti di questo villaggio verranno fucilati. Che questo serva di esempio a chiunque intenda aiutare i banditi che infestano queste montagne!
Quando l’interprete ebbe finito, il capitano rimase fermo, gli stivali di cuoio piantati nel fango, quasi aspettasse una risposta dal grappolo di case mute.
Non un segno di vita. Anche l’aria era ferma.
Urlò: – Compagnia! Spall’arm!
Un movimento scomposto percorse la fila dei soldati, come se solo alcuni avessero recepito l’ordine e gli altri si fossero mossi di conseguenza. Un fucile scivolò di mano.
– Ordine, diavolo porco! Ordine!
In quel momento tre soldati si scambiarono un cenno d’intesa e girarono i moschetti. Uno alla testa del capitano, gli altri due sui commilitoni.
– Fermi tutti! Qui non spara nessuno.
Il capitano sbiancò: – Capponi, che cazzo stai facendo? Farina! Piras! Vi mando alla Corte marziale!
Gli altri soldati guardavano esterrefatti. Alzate di spalle, sconcerto.
– Capitano, buttate a terra la pistola.
– Questa è diserzione, siete pazzi!
– Buttate la pistola o Farina vi spara.
L’ufficiale rimase immobile, l’arma puntata alla tempia, i denti stretti di rabbia. La velocità dei pensieri gli opprimeva il cervello.
– Capitano, se buttate via la pistola vi lasciamo andare.
L’altro parlò sibilando: – Capponi, io l’ho sempre saputo che eri una merda di comunista. E cosa credi di fare? Eh? E voi altri, che cazzo fate lí impalati? Volete essere fucilati anche voi?
Nessuno rispose. Gli sguardi si incrociarono senza trovare appiglio. Niente che suggerisse il da farsi. Sapevano solo che se avessero disarmato i compagni, avrebbero dovuto fucilarli con gli altri.
La fila sbandò, rimasero un po’ scostati, incerti su cosa sarebbe successo.
Gli uomini contro il muro tenevano gli occhi sbarrati sulla scena.
– Via la pistola.
La mascella dell’ufficiale era talmente serrata che non riuscí piú a dire niente. Tolse l’arma dalla fondina e la lasciò cadere.
Capponi la raccolse e la infilò alla cintura.
– Potete andare, – si rivolse ai condannati. – E anche voi.
Fece un gesto con la mano e quelli, increduli, uno dopo l’altro, si misero a correre verso la montagna.
– Ascoltatemi bene tutti quanti. Chi vuole venire con noi, io, Farina e Piras andiamo su a cercare i ribelli. Voi fate come volete, ma come ha detto il capitano, se vi beccano i nostri, può darsi che vi fucilano, perché siete stati a guardare. E avete fatto bene, perché ammazzare ‘sta gente è roba da carogne.
I tre recuperarono gli zaini e li misero in spalla.
– Oh, un momento Romagna, tu ci hai messi dentro ‘sta situazione, tu ce devi tira’ fori.
– No, romano. In ‘sta situazione ti ci ha messo il Cavalier Benito Mussolini. Adesso ognuno decide per sé.
– E no’ antri ‘n do’ annamo?
Farina gli passò accanto con una cassetta di munizioni raccolta nel camion su cui erano arrivati: – Venite su anche voi.
– Dai banditi? Ma quelli ce sparano!
Capponi scosse la testa: – Te non ti preoccupare, che non ci sparano. Venite dietro me.
– Eh, nun te preoccupa’, dice, – si avviò verso il camion imprecando.
– Cosa fai? Vai con loro? – chiese uno degli altri.
Il romano alzò le spalle: – E qui che ce sto a fa’? – indicò il capitano. – De quello mica me fido. Bene che va ce mette ar gabbio. Capace pure che ce fa fucila’. Poi a me nun m’è mai stato simpatico.
Raccolse lo zaino. – Se me vedesse mi’ moje… Li mortacci tua, de tu’ padre e tu’… – mentre si voltava colse un movimento rapido, il capitano che strappava qualcosa dalla cintura dell’interprete.
– Ahò!!!
Vittorio Capponi fece fuoco per primo e il capitano volò lungo disteso, il cranio spaccato. Un oggetto scuro rotolò al suo fianco.
– È ‘na bomba a mano!
Si buttarono tutti a terra, le mani sulla testa, il fiato sospeso.
Non accadde nulla.
Dopo un po’ qualcuno riaprí gli occhi.
Poi allungò il collo.
Alla fine azzardò ad avvicinarsi.
Rimasero tutti fermi, come incantati, a contemplare il punto in cui giaceva il corpo dell’ufficiale, e che avrebbe potuto risucchiare le loro vite.
Qualcuno ringraziò la Madonna del Carmine che le armi del Duce facessero schifo.
Qualcun altro sputò.
L’interprete rimase seduto con le braccia dritte in alto: – No spara, taliani! No spara, me inozente! – ma nessuno gli prestò attenzione.
Farina fece cenno a Capponi di muoversi: – Dài, Romagna, andiamo via.
I tre imboccarono il sentiero in salita di buon passo, il sardo in testa ad aprire la pista.
Il romano, senza convinzione, li seguí, incespicando e voltandosi piú volte a spiare il cadavere, quasi si aspettasse di vederlo rialzarsi.
Gli altri non dissero niente. Gesti sconsolati. Infine uno alla volta raccolsero gli zaini e si incamminarono in fila indiana dietro i primi.

Il. Territorio libero di Trieste, 5 novembre 1953

L’architetto e poeta Carlo Alberto Rizzi uscí di casa alle dieci del mattino. La barba nera perfettamente in ordine, slanciato e fiero come posasse per un monumento equestre, guardò intorno per un istante, aggiustò il tricolore infagottato sotto il montgomery e finalmente s’incamminò verso S. Antonio Nuovo, dove di lí a poco si sarebbero radunati gli studenti.
Il vento portava un vociare lontano, urla e canti. La città manifestava contro i soprusi del generale Winterton, per la restituzione all’Italia di Trieste e di tutte le terre irredente. I cortei erano stati organizzati la sera prima, staffette corse di casa in casa sfidando il controllo degli angloamericani che occupavano la città da ormai nove anni.
Nove anni, durante i quali Rizzi aveva spedito lettere ai giornali, inoltrato petizioni alle autorità, declamato infuocati poemi patriottici nei teatri e nei caffè.
Rizzi, quarantasei anni, si definiva “uno di quei liberali di cui s’è perso lo stampo”, e soffriva per la sorte toccata alla sua città, occupata dai Tedeschi nel ’43, da Tito nel ’45 e dagli angloamericani poco dopo.
Le grandi potenze non volevano che i popoli della Venezia Giulia, d’Istria e di Dalmazia scegliessero liberamente il proprio destino, italiani tra gli italiani. Trieste era diventata un limbo, chiamato con sprezzo del ridicolo “Territorio libero”. Né di qua né di là, né carne né pesce: la città e i territori a Nord assegnati al Governo militare alleato e denominati “zona A”; a Sud dei confini comunali, la “zona B”, amministrata dalla Jugoslavia. L’umiliante imposizione era sancita dal cosiddetto “Trattato di pace” del ’47. Ma la pace di chi?
Le strade di Trieste erano pattugliate dalla polizia civile del Gma, il cui nucleo mobile era soprannominato la “Quinta colonna di Tito” per la violenza con cui reprimeva le manifestazioni degli Italiani. Quanto alla zona B, Tito usava il pugno di ferro per cancellare ogni traccia d’identità italica.
Era tempo di riconquistare la dignità perduta. Forse proprio quel 5 novembre sarebbe stato il giorno della verità.
Insonne, incapace di interrompere le proprie rimuginazioni, aveva guardato l’alba dalla finestra della camera da letto.
L’8 ottobre s’era quasi riaccesa la speranza, con la promessa di restituire all’Italia la zona A. Ma il 3 novembre, trentesimosesto anniversario della liberazione di Trieste, il generale John Winterton aveva vietato qualunque dimostrazione patriottica e commemorativa. Nonostante il divieto, il sindaco Bartoli aveva issato il tricolore sul tetto del municipio. Winterton l’aveva fatto ammainare e sequestrare, rifiutandosi poi di restituirlo al Comune.
Il 4 novembre, anniversario della vittoria nella Grande guerra, Rizzi era andato alla manifestazione di Redipuglia, primo paese al di là della “frontiera”. Al cimitero militare, una grande folla commemorava la liberazione dal giogo austriaco inneggiando a quella dal giogo slavo. Gli occhi di Rizzi si erano inumiditi nel vedere le delegazioni delle città irredente: Zara, Cherso, Lussino, Isola… Indimenticabile. La sera, tornati in treno a Trieste, uomini e donne non erano rincasati alla spicciolata, ma erano sfilati per le strade in piccoli cortei, poi confluiti in una grande manifestazione spontanea. In piazza dell’Unità ormai piú di mille persone si erano fermate tra il palazzo municipale e il Caffè degli specchi. Dal portone della Prefettura era uscito un ufficiale inglese della polizia civile, che aveva aggredito e malmenato l’alfiere del corteo, strappandogli di mano il tricolore. Proprio in quel momento era arrivato il nucleo mobile, impermeabili neri e moschetti, che aveva caricato i dimostranti. Questi ultimi, Rizzi incluso, si erano difesi sfasciando le seggiole e i tavolini del caffè, usandone le gambe come mazze. Durante il parapiglia, Rizzi era miracolosamente riuscito a recuperare il tricolore dell’alfiere, che ora recava con sé, ripiegato tra giacca e cappotto.
I tumulti erano proseguiti di fronte al monumento a Verdi in piazza San Giovanni, piazza Goldoni e viale XX Settembre, dove la folla aveva assaltato un cinematografo riservato agli ufficiali inglesi. In mezzo a tanta confusione, una camionetta della polizia s’era scontrata con un filobus: dieci poliziotti feriti.
In via delle Torri, dove si riasfaltava la strada, i dimostranti avevano tentato di ergere una barricata usando transenne e un rullo compressore. A una sassaiola gli agenti avevano risposto sparando in aria, poi dieci jeep avevano sfondato il blocco ed erano sopraggiunti furgoni carichi di agenti.
Gli scontri s’erano estesi fino ai portici di Chiozza.
In tutto erano rimaste ferite venti persone. Sedici arresti.
Gli studenti, e non solo loro, avevano deciso di scendere in piazza la mattina dopo. Tutti i cortei sarebbero confluiti sotto il comando di polizia.

***

Per via di lavori in corso, la strada di fronte alla chiesa era tutta squarciata. Sul lato dei dimostranti c’erano carriole, sacchi di ghiaia, qualche piccone e un cumulo di pezzi di selciato. Sul piazzale sbucavano due vie, via XXX Ottobre e via Dante. All’angolo di via XXX Ottobre c’era la Questura, pericolosamente vicina.
Tra i duecento temerari circondati dal nucleo mobile, c’erano liceali, goliardi, qualche vecchio irredentista e svariati cittadini apolitici. C’erano anche ex fascisti, ma, diamine, non erano italiani anche loro?
Il nucleo mobile era schierato con jeep protette da reti metalliche, autoblindo, almeno trecento agenti con elmetto d’acciaio, manganello e moschetto, tascapane pieno di lattine lacrimogene. Avevano un aspetto minaccioso, ma… era o non era il momento della verità? Rizzi sventolava il tricolore e urlava a squarciagola.
A un certo punto, dallo schieramento si staccò uno dei comandanti, che si avvicinò alla folla e si fermò proprio di fronte a Rizzi, fissandolo dritto negli occhi e agitando un frustino. Non poteva esserci alcun dubbio, era lo stesso provocatore della sera prima. Pallido come un cencio, un’espressione piú fredda della bora di dicembre. Calò il silenzio. Senza abbassare lo sguardo, Rizzi s’appoggiò il drappo sulle spalle. Con una pronuncia orribile, l’uomo disse:
– Questaw ay l’unicaw ave’ timeyn-taw, non ce nay sawano altwey: disp’ detevi e taw’ nate a casa!
Rizzi gli diede una manata sullo sterno, facendolo cadere all’indietro. Gli agenti non riuscirono ad attaccare subito, perché i dimostranti li bloccarono con una salva di pietre e manciate di ghiaia. Fu visto anche volare un piccone, che mancò di pochi centimetri il cofano di una jeep. Poi la carica partí, e l’urto fu durissimo.
Rizzi si trovò a correre tra calci, pugni, bastonate, colpi con le casse dei moschetti, “Son of a bitch!” (ma non sapeva che significasse), “Can d’un Dio!” (questo era chiaro), ingiurie in sloveno e svariati zampilli rossi. Con altre persone riuscí a entrare in chiesa e a chiudere il portale. Erano piú di una trentina, ansimanti.
C’era anche Enrico Pinamonti, magro e occhialuto, insegnante di ginnasio con idee anarcoidi. Che ci faceva lí? Rizzi lo conosceva appena, non erano mai andati oltre il buongiorno e buonasera, e ora erano compagni d’assedio.
– Buongiorno, Pinamonti.
– Salve, Rizzi. Lo vedremo, se sarà un buon giorno. Potrebbe anche esserlo.
Fuori proseguivano strepito, urla, sirene, colpi contro il portale. Trafelato, arrivò il parroco.
– Ma che sta succedendo?
Gli rispose un uomo di mezza età, con un fazzoletto tricolore al collo:
– Questa non è la casa del Signore, padre? Dovete darci asilo, quelli là fuori sono peggio dei tedeschi e dei titini messi assieme!
Il sacerdote si avvicinò al portone, e gridò:
– Ascoltatemi, sono il parroco. Questo è territorio della Santa sede, consacrato a S. Antonio Taumaturgo. È la casa di Dio. Sfondando questo portale, fareste di voi stessi dei profanatori. Cessate le ostilità, parlerò io con le persone qui dentro, e le convincerò a uscire, senza ulteriori violenze!
– Col cazzo che vado fora se quei là no’ i va via! – disse un giovanotto zazzeruto.
– Se proprio se devi ciapar lignade, mi voio anche darghene! – disse un altro afferrando un lungo candelabro di bronzo e impugnandolo a mo’ di picca.
– Cosa fai? Mettilo subito giú! Com’è che non sei rimasto là fuori, se eri cosí baldanzoso? – strillò il sacerdote. Intanto, fuori non si sentiva piú niente…
…Proprio in quel momento il portale venne spalancato dall’urto di una grossa autopompa, il cui getto travolse subito gli assediati, aprendo la strada a una carica ancor piú violenta. Nel vedere la chiesa allagata, il prete divenne paonazzo, e se non fosse stato un religioso avrebbe certamente bestemmiato. Cominciò a gridare:
– Dov’è il vostro capo? Voglio subito parlare col vostro superiore! Immediatamente!
Nessuno lo ascoltava, era già cominciato il massacro. A un paio di studenti fracassarono il cranio coi calci dei moschetti. Il sangue si mescolò all’acqua. Il ragazzo che non si rassegnava a prenderle senza darle fece roteare in aria il candelabro, poi calò un fendente sulla spalla di un poliziotto, ne colpí un altro allo stomaco, infine venne sopraffatto da almeno sette agenti, gettato al suolo e preso a calci finché non smise di muoversi.
Tutti gli assediati furono arrestati e trascinati via. Tutti meno Rizzi e Pinamonti.

Un istante prima che la polizia facesse irruzione, l’architetto e il professore s’erano nascosti in un confessionale. Per un pelo erano scampati al pestaggio e all’arresto. Rimasero in sagrestia a parlare di quanto avvenuto, mentre il sacerdote andava a protestare al Comando di polizia, dicendo che la chiesa era stata profanata e che, cascasse il mondo, lui l’avrebbe riconsacrata quel pomeriggio stesso, di fronte ai fedeli e alla cittadinanza tutta.
– Bello vispo, per essere un prete! – osservò Pinamonti, poi guardò Rizzi e aggiunse: – Non era niente male quello sganassone che avete tirato al comandante.
– Non era uno sganassone, era una spinta, – precisò Rizzi, che s’era di nuovo incupito.
Dopo quasi un minuto di silenzio, Rizzi sospirò e declamò a bassa voce:
– Povera Patria, piegata dagli abusi di potere / di gente infame che non sa cos’è il pudore.
– Ah già, voi siete poeta. Grazioso, ma io non sono sceso in piazza per la “patria”, per quanto possa sembrarvi strano. Io sono internazionalista, non credo alle patrie.
– Difatti mi chiedevo per quale motivo foste…
– Non posso restare estraneo a una contestazione della violenza poliziesca. Per il resto, non sono né irredentista né filoslavo, né tantomeno sto con Togliatti, che su Tito cambia idea ogni giorno, a seconda delle direttive di Mosca.
– Temo di non capirvi. Dunque con chi state? – disse Rizzi strizzando un po’ gli occhi e carezzandosi la barba.
– Intendo dire che, si finisca di qua o di là, bisognerà comunque lottare contro i propri padroni, sloveni e italiani, tutti insieme.
– Ma dunque cosa vi auspicate per Trieste? – domandò Rizzi, incuriosito dall’inusuale punto di vista.
– Prima di tutto, che se ne vada Winterton con tutta la banda. Dopodiché sostenere la fraternità internazionalista tra lavoratori di lingua italiana e slava, e respingere ogni rivendicazione razziale e patriottica. Se ne sono già dette fin troppe, di pericolose fesserie sul suolo e sul sangue, prima e durante la guerra. So bene che voi non siete d’accordo.
– Come potrei esserlo? Voi paragonate i deliri del Führer sulla purezza ariana al legittimo desiderio di riunificare le genti italiane in un unico paese! Io sono un vecchio liberale, e sono sempre stato antifascista. Non è certo colpa mia se parole come “patria” sono state insozzate dall’uso che ne hanno fatto i demagoghi. Chiedetelo ai cittadini di Pola o di Zara se non vogliono liberarsi dal giogo di Tito! Ci sono famiglie smembrate, c’è una diaspora… – La voce gli si strozzò in gola, e Pinamonti ne approfittò:
– Lasciamola perdere, la Bibbia! Parole come “diaspora” non fanno che inasprire una contesa artificiale. I rancori allontanano popoli che invece dovrebbero lottare insieme contro chi li sfrutta. Caro Rizzi, io non dubito della vostra onestà, ma la patria che volete riunificare è quella della borghesia, dei democristiani e dei padroni, che ieri erano tutti fascisti, poi si sono riverniciati di democrazia, e non è che la polizia italiana si comporti meglio di quella del Gma, anzi. Voi pensate che sarebbe un progresso per noi triestini se i manganellatori fossero agli ordini di Roma anziché del Gma? È molto irragionevole. E anzi vi dico che proprio grazie a tali irragionevolezze il Gma amministra al meglio la repressione.
– Come sarebbe a dire? – lo interruppe Rizzi. Voleva capire fin dove poteva spingersi l’acrobatico ragionare di Pinamonti.
– Trieste è divisa tra una maggioranza italiana irredentista, una minoranza slovena e una minoranza italiana “indipendentista”: una buona ragione per immettere nella polizia italiani di altre provincie, sloveni e triestini indipendentisti. In tal modo, agenti italiani reprimono le manifestazioni filoslave, mentre slavi e indipendentisti, come è successo poc’anzi, bastonano gli italiani. È proprio l’odio di razza, che voi chiamate “patriottismo”, il carburante della macchina del Gma, e forse di qualunque altra macchina statale.
– Ma voi cosa siete, un anarchico? In che specie di formazione militate?
Pinamonti mise la mano sotto il cappotto, ne estrasse un giornale ripiegato e lo passò a Rizzi. Era un quindicinale, si chiamava “Il programma comunista”. Rizzi lo sfogliò e leggiucchiò per qualche minuto soffermandosi sul resoconto di una riunione del Partito comunista internazionalista, che Rizzi non aveva mai sentito nominare, svoltasi proprio a Trieste durante l’estate.
– Cos’è mai questo Partito comunista internazionalista? Ne siete membro?
– Non proprio, ma hanno idee molto simili alle mie. Non stanno né con Mosca né con Belgrado, odiano Stalin e ritengono che la Russia sia un paese capitalista.
– Bizzarro. Chi ne è il capo?
– Non c’è un capo, ma l’esponente piú prestigioso è quell’Amadeo Bordiga che nel ’21 fondò il Pci e ne venne espulso qualche anno piú tardi.
– Mi pare di averlo sentito nominare. A ogni modo, caro il mio Pinamonti, io c’ero, quando la Quarta armata di Tito sparò sulla folla italiana, il 5 maggio del ’45. Voi fate belle analisi, ma quando si tratta di vita o di morte, bisogna schierarsi, e io credo che Istria, Fiume e Dalmazia preferiscano stare con noi, che parliamo la loro lingua, piuttosto che con briganti che si esprimono a grugniti e buttano la gente nelle foibe. Voi continuate a pensarla come vi pare, e io continuerò a usare le parole che preferisco, “Patria” inclusa.
Pinamonti rimase in silenzio per qualche secondo, poi alzando le spalle disse:
– Caro Rizzi, anche voi fate come volete, ma siccome siete una brava persona voglio avvertirvi che a fare i patrioti, qui e oggi, la si prende comunque nel culo.
E su questa nota greve si concluse il dibattito.

***

Alle quattro del pomeriggio, le campane di S. Antonio richiamarono la folla. Il parroco riconsacrava la chiesa insanguinata. La scalinata e le strade circostanti erano gremite di gente, l’atmosfera era tesa, già si radunavano le jeep della polizia. Dopo mezz’ora, il parroco uscí in processione e, portando alta la croce, cominciò a benedire le mura esterne. Silenzio. Gli uomini si tolsero il cappello. Tutti si segnarono.
Rizzi e Pinamonti, confusi tra la folla, osservavano gli inglesi, le loro espressioni di disprezzo, le dita che tamburellavano sulle armi. Il solito ufficiale – secondo alcuni, un tale “maggiore Williams” – intimò di sciogliere “l’assembramento”. Di nuovo partí la gragnuola di pietre, coi fedeli che cercavano di porvi fine e il parroco che tentava di proseguire la funzione. Da una via laterale, raffiche di mitra, in aria… poi ad altezza d’uomo!
Il panico: nel fuggi fuggi generale, i feriti venivano caricati a spalla ma la polizia bloccava e picchiava i soccorritori. Sui gradini tutti poterono vedere grosse macchie di sangue. Parroco e fedeli scapparono in chiesa, ma l’inseguimento durò fin sotto l’altare, gli idranti inondarono la navata, si sentí urlare:”Ghe xe dei morti! Ghe xe dei morti!” e “Dio can, i vol coparne, tiréghe de tutto”.
Rizzi perse di vista Pinamonti, poi perse il tricolore, infine si prese una pallottola in zona perianale, che gli attraversò la natica destra e uscí sfiorando appena l’attaccatura del femore. Pinamonti se la cavò con una manganellata alla tempia e qualche calcio alle reni.
Morí un ragazzo di sedici anni, colpito al cuore. Si chiamava Pierino Addobbati, si disse che era figlio di un medico esule da Zara. Tutti ricordarono il suo nastrino tricolore all’occhiello imbevuto di sangue. Morí anche Antonio Zavadil, cameriere marittimo di sessant’anni, un oriundo ceco naturalizzato triestino. Ci furono dodici feriti gravi, e una quarantina di arrestati. La polizia devastò le sedi del Msi e della società sportiva “La fiamma”, per far credere di aver represso una manifestazione neofascista.
I corrispondenti italiani dei giornali britannici, nei loro pezzi, parlarono di “azioni teppistiche” di “gangster neofascisti”.
Da Roma, il presidente del Consiglio Pella esortò i Triestini a “conservare la calma dei forti”.
L’indomani fu proclamato lo sciopero generale. La tensione crebbe finché, verso le dieci del mattino, non ripresero gli scontri e le sparatorie. All’angolo tra via Mazzini e via Milano, dimostranti rovesciarono e incendiarono una jeep della polizia. Sedi di associazioni slovene e indipendentiste vennero invase e devastate. Qualcuno lanciò una bomba a mano contro la Prefettura. In via del Teatro la polizia aprí il fuoco anche sulle persone affacciate alle finestre. Quel 6 novembre, la polizia uccise altre quattro persone, ferendone trenta.
Quando Rizzi lo venne a sapere, se ne stava a pancia in giú su un letto d’ospedale, umiliato e affranto, e piú che alla patria pensava al proprio deretano.
Quel Pinamonti, o era un profeta, o portava scalogna.

III. Intorno al mondo, 25 dicembre 1953

Sostanza che rilassa cuore e sfintere, nettare che placa ribellioni nei muscoli, storie di fate raccontate a ossa e articolazioni. Frutto acerbo di Papaver somniferum. Mano di turco, mano di laotiano, mano di birmano. Polso fermo, lama che incide, lattice che tocca l’aria e si rapprende. Poltiglia marrone che appiccica le dita. Filamenti e polpastrelli, bimbi che giocano con resina di pino.

Chandu, oppio preparato. Pani che riempiono casse che riempiono autocarri che raggiungono aerei o navi in attesa. Doganieri compiacenti, occhi chiusi di eserciti e stati, investimenti tramite banche. Un chilo d’oppio diventa cento grammi di morfina che diventano centoventi di eroina pura che si mescola a talco, polvere di gesso, chissà cos’altro.
Per ogni dollaro speso in oppio se ne guadagnano cinquemila.

Merce che ogni mercante sogna, additivo bramato da ogni sistema circolatorio.
Rotte incrociate. Dalla Turchia alla Sicilia attraverso Bulgaria e Jugoslavia. Dalla Sicilia a Marsiglia. Dall’Indocina a Marsiglia sulle navi dei Legionari. Da Marsiglia alla Sicilia.
Dal Mediterraneo all’America.

“The French Connection”.

La cravatta stringe il braccio. Ago infilato di fretta nell’incavo del gomito squarcia la vena, ben visibile sotto la pelle scura. Schizzo di plasma, eritrociti, leucociti, inutili trombociti sbalzati nel mondo esterno. L’imprecazione chiama in causa il Creatore. Nessuno la sente.
A parte il Creatore.
E le blatte, da dietro i battiscopa.
Ma il Creatore chi lo sa se esiste davvero. E le blatte non hanno orecchie.
Corpo: involucro di tremiti e sussulti, nemmeno un muscolo che faccia il suo dovere senza lamentarsi. Sangue di morto in piedi, odore di gengivite acuta, sudore freddo.
Il musicista preme un fazzoletto sul buco. Sospira. Lega la cravatta intorno all’altro braccio. Difficile premere lo stantuffo della siringa. La mano che usi di meno sembra appartenere a un altro. Il cervello non sa dirigerla. Calma, calma, respira e riprova.
Ecco, nessun problema. Siero caldo inizia la corsa.
Euforia e benessere, un pollice dopo l’altro.
Slega la cravatta comprata da Brooks Brothers.
Silenzioso peto di beatitudine. Sorriso. Buon Natale.

Prima parte
Šipan

Capitolo 1
Napoli, Ippodromo di Agnano, domenica 3 gennaio 1954

Magione uscí per primo al tondino, accompagnato dall’artiere che indossava i colori azzurro e oro della scuderia. Cominciò a girare, scrollando il collo, quasi a sciogliere la tensione. Quattro anni di purosangue fulvo, muso sottile e affilato, nel ’53 aveva avuto una buona stagione, molti piazzamenti e due vittorie. Dietro di lui, gli artieri introdussero gli altri animali, superbi, un metro e ottanta al garrese, il fiato che si perdeva nell’aria pungente del pomeriggio. Giuseppe Marano accarezzò il collo della sua Ninfa, favorita assoluta, anche se sapeva di essere lui il piú nervoso dei due. Lanciò un’occhiata interrogativa agli spettatori, poi completò il giro controllando le finiture per l’ennesima volta. La cavalla sbuffò a pochi passi da Lario: i maschi non le andavano a genio. Poi Verdi, Augusta e Redipuglia, molto belli anche loro, ma nomi buoni tutt’al piú per un piazzamento, se non fosse che Augusta, sul terreno pesante, poteva fare bene. Fino al giorno precedente, prima del cielo terso di quella domenica invernale, su Napoli aveva piovuto e la pista era ancora allentata. Monte Allegro, il piú nervoso del gruppo, arrivò sbuffando e tirando le briglie, senza badare alla voce dell’allenatore, che parve sussurrargli qualcosa per calmarlo. Niente di nuovo: Monte Allegro era di quelle bestie difficili da controllare, che divorano i primi mille metri e crollano sul finale.
In tribuna, Salvatore Lucania accese una sigaretta e osservò il vento portarsi via la prima boccata di fumo. Si era dovuto togliere i guanti e adesso quasi se ne pentiva: il freddo era intenso. Si voltò verso il Cavalier De Dominicis e disse: – Ma questa non era la città d’o sole? Minchia, fa un freddo che pare di stare a New York!
Il Cavaliere rise, subito seguito dal capannello di gente che li circondava. Lucania si strinse nel cappotto di cammello e continuò a fumare.
I due cronisti lo avvicinarono taccuino in mano.
– Signor Lucania, dicono che Eduardo è interessato al film sulla vostra vita. Lo avete incontrato?
– De Filippo? No. Ottima persona, grande artista, ma non glielo lasciano fare, quel film, ve lo dico io.
– E, dite, chi scegliereste per interpretarvi sullo schermo?
Lucania si aggiustò gli occhiali. – Cary Grant, of course. Tra gli italiani mi piace Amedeo Nazzari.
Fu un’occhiata truce ed esplicita a convincere la carta stampata a non insistere oltre. Responsabile di quello sguardo era Stefano Zollo, collo da bove stretto nella cravatta sottile, affiancato da Victor Trimane, a evitare che l’andirivieni di persone infastidisse il capo.
– I cavalli entrano in pista, – annunciò lo speaker dagli altoparlanti.
I fantini, già in sella per il riscaldamento, fecero sgambare i cavalli per saggiare la pista. Ninfa pareva una principessa bianca in mezzo ai mori. Marano si assicurò il frustino al polso e calcò il berretto sulla fronte. Lario sentí odore di femmina e scrollò la testa. Poi passarono Verdi e Magione, seguiti da Augusta e Redipuglia. Per ultimo Monte Allegro: il morello teneva la testa alta, i denti in vista, e Cabras, il fantino sardo, faticava a tenerlo buono, continuava a parlargli e carezzarlo, senza grande successo.
Saverio Spagnuolo attese che il ragazzino tornasse con le quote dei picchetti. Lo vide sfrecciare nella sua direzione e avvicinarglisi con un bisbiglio: – Save’, Ninfa sta a mezzo.
Spagnuolo annuí e si rivolse al tizio che lo aveva avvicinato: – Compare, Ninfa è favoritissima, te la posso dare a settanta per cento, non di piú. Ma ci sono pure gli altri cavalli se li volete, e là le quote sono alte.
Quello gli strinse la mano passandogli le banconote arrotolate: – Tu mi vuoi fare fesso. Il settanta per cento va bene. Ninfa vincente.
– A disposizione. Statti buono.
L’allibratore clandestino adocchiò ancora i cavalli che sgambavano sulla pista e ricordò gli ordini: tenere basse le quote finché si poteva.
Graffiò il taccuino con pochi geroglifici convenzionali e se lo ficcò in tasca. Poi spedí di nuovo il ragazzino ai picchetti.
– Fatemi ventimila su Ninfa a quattro quinti.
– Settanta per cento.
– Pure con la pista lenta? – obiettò lo scommettitore per convincerlo ad alzare la quota.
– Settanta per cento, un affare. Se non vi sta bene, il picchetto ve lo paga a mezzo.
Spagnuolo afferrò la mazzetta e contò veloce, scarabocchiò ancora qualcosa e ne strappò una striscia.
– Cinquemila su Ninfa.
Il giudice di gara diede il segnale di avviare i cavalli alle gabbie. Magione dentro per primo, seguito da Augusta. Marano trattenne Ninfa finché non entrò anche Lario. Monte Allegro girava ancora al largo creando qualche problema al fantino. Il nervosismo contagiò anche Verdi e Redipuglia, che iniziarono a sbuffare e strattonare le briglie.
Gennaro Iovene richiuse la valigetta con gli strumenti veterinari e si avviò all’uscita delle scuderie. La luce intensa lo abbagliò appena fu all’esterno. Ebbe un attimo di esitazione poi prese per il vialetto lungo la destra, verso le piste, vedendo in lontananza i cavalli entrare nelle gabbie. L’uomo col cappotto nero, mani nelle tasche, dava le spalle al circuito. Iovene si limitò a un cenno del capo, e quando quello si accese una sigaretta seppe che il segnale era giunto a destinazione.
Proseguí senza voltarsi, sentendo crescere il fragore del pubblico.
– I cavalli sono in partenza. Un minuto alla chiusura delle scommesse al totalizzatore, – rimbombarono gli altoparlanti.
Marano tenne Ninfa ben stretta. La femmina puntò il muso oltre il cancelletto. Gli altri erano già tutti dentro, eccetto Monte Allegro, che continuava a opporre resistenza. Con poderosi colpi sui fianchi, e l’aiuto di un paio di inservienti, Cabras riuscí a farlo entrare.
Cassazione scalpitava quasi quanto il morello che era entrato per ultimo. Continuava a soffiarsi il naso nervoso. Accanto a lui, anche Kociss non si sentiva tranquillo, con tutti quei soldi nelle tasche. Erano piú di quanti ne avesse mai contati in vent’anni di vita. Fecero un cenno a quelli che li aspettavano davanti ai picchetti, passandogli i soldi con un movimento istantaneo. Partirono tutti e quattro all’unisono, infilandosi tra la gente che assediava i banchi degli allibratori. Kociss allungò il mazzo di banconote: – Centomila su Monte Allegro!
L’allibratore allungò il collo: – Cosa?
Piú forte. – Centomila su Monte Allegro!
La stessa scena si ripeté agli altri tre banchi. Gli allibratori si voltarono in un unico movimento per riscrivere la quota sulle lavagnette. Da sette a due e mezzo. Era andata.
Kociss sfrecciò come un fulmine al totalizzatore, dentro l’edificio coperto, spintonando alcuni scommettitori, raggiunse la ricevitoria all’ultimo secondo disponibile: – Centomila sul numero sei, Monte Allegro.
La cassiera non batté ciglio ed emise la ricevuta. Al totalizzatore la quota di Monte Allegro scese da centottanta lire a poco piú di novanta.
Kociss sorrise a Cassazione – Iamm’.
I cancelletti si aprirono con un unico clangore metallico riversando gli animali sulla pista.
– Partiti!! – tuonò lo speaker.
Saverio Spagnuolo se li vide sfrecciare davanti. Serrò le banconote stropicciate nelle tasche e pregò sua madre in cielo che tutto filasse liscio.
Magione prese subito un paio di lunghezze, all’ingresso della curva. Marano lo lasciò andare tenendo Ninfa un po’ discosta, sulla sua scia. Subito dietro Verdi, con ai fianchi Redipuglia a precedere Lario e Augusta, Monte Allegro lungo lo steccato.
Iovene si fermò pochi metri prima del cancello. Si disse che era la curiosità di vedere la corsa, ma sapeva benissimo che era paura. Paura che qualcosa andasse storto. In ogni momento aveva la sensazione che la valigetta scivolasse dalla mano sudata o che qualcuno gliela potesse strappare. La siringa lí dentro valeva duecentocinquantamila lire. Deglutí.
Ai mille metri Ninfa cominciò la sua progressione, incalzando Magione, che procedeva in testa lungo lo steccato, fino ad affiancarlo. Augusta e Lario cominciarono a perdere metri, non trovando terreno galoppabile. Cabras mantenne Monte Allegro lungo la corda, accorciando la distanza dai primi e superando Verdi all’interno. Marano si voltò per controllare la situazione, e vide il morello guadagnare terreno fino a piazzarsi in coda a Magione. L’unica cosa che riuscí a pensare, giunti a quattrocento metri dal palo, fu: NON ANCORA.
Kociss e Cassazione erano piazzati sul traguardo, trattenendo il respiro.
A duecento metri dall’arrivo, Ninfa, lanciandosi in avanti, scartò leggermente a sinistra, già piú di una lunghezza di vantaggio su Magione. Cabras fulmineo infilò il muso di Monte Allegro nel varco che si era aperto. Marano capí che quello era il momento, agitò i gomiti come per chiedere il massimo alla cavalla, ma di fatto ne trattenne lo slancio. Vide Monte Allegro spuntargli ai fianchi e mettergli il muso davanti fino a stamparlo sul palo per un’incollatura.
Salvatore Lucania accolse la volata finale con un sorriso contenuto, mentre tutti, intorno, e anche giú in basso, nel parterre, impazzivano di rabbia e incredulità. Monte Allegro primo, seguito da Ninfa, Magione e Redipuglia.
Il Cavalier De Dominicis applaudí: – Complimenti, Don Salvatore, avete vinto un’altra volta.
Lucania annuí serafico: – Che volete, io sono sempre piaciuto. Anche alla fortuna!
Il capannello assiepato intorno a loro applaudí e rise all’unisono.
Stefano Zollo rimase impassibile, muovendosi solo quando Lucania decise che era venuto il momento di scendere.
Ritirata la montagna di soldi, Kociss e Cassazione sentirono l’agitazione scemare e si rilassarono in una risata che per parecchi secondi impedí loro di parlare. Quando ebbero raggiunto il gruppo tornarono seri. Zollo prese i mazzi di banconote e fece segno di sparire, ma il capo intervenne: – Ma no, perché, sono bravi guaglioni, è cosí che si dice, vero? Bravi guaglioni! Facciamogli un bel regalo, Steve, che se lo sono meritato!
Il guardaspalle allungò un po’ di soldi ai due giovani, tenendo d’occhio il boss fino a quando non smise di annuire.
I due galoppini guardarono le banconote senza trovare il coraggio di stringerle. Cinquemila lire. A testa. Zollo disse: – Sparite.
Schizzarono via, entusiasti dei soldi e del fatto che il grande capo li avesse degnati di attenzione.
Mentre il Cavaliere si congedava con ripetuti inchini, Zollo allungò la busta all’uomo col cappotto nero, sibilando: – Ognuno la sua parte.
In quell’istante volò lo schiaffo. Zollo lo percepí con la coda dell’occhio, sciarpa bianca e cappello. Un uomo giovane, meno di trent’anni, ben vestito, aveva allungato la mano sul viso del capo. Non uno schiaffo forte, ma un gesto di sfida, uno sfregio. Si girò per afferrarlo, per disintegrare quel pazzo coglione, ma don Salvatore Lucania, conosciuto in tutto il mondo come Charles “Lucky” Luciano, lo fulminò con lo sguardo: non reagire.
Rimase immobile, gli occhi in faccia al coglione che scherzava col fuoco. Si stampò quei volti nella mente. Erano in due e avevano pure il coraggio di fissare Luciano dritto negli occhi, prima che il codazzo di accompagnatori li respingesse fuori portata.
Lucky Luciano stirò un sorriso. Il sorriso che Zollo conosceva bene, quello con cui poteva invitarti al tuo funerale: – Don’t worry, cose di carusi, senza importanza! Imparare a perdere è cosa che si acquista con la vecchiaia, amici. Si vede che alla fortuna piacciono di piú i vecchi pensionati come me!
Parole che sciolsero solo in parte la tensione.
Zollo strinse i denti, mentre guadagnavano l’uscita.

Capitolo 2
Bologna, Zona S. Donato, 4 gennaio

Un freddo cosí solo i piú vecchi lo ricordano, roba di molto prima della guerra, quando tanti di noi erano appena nati. In tutti i bar di Bologna è il termometro a tenere banco. Discussioni lunghe, per non dir litigi, sull’inverno piú freddo del secolo, come se parlarne intorno alla stufa tenesse lontani i brividi e l’influenza.
Al bar Aurora, fino all’altro giorno, la maggior parte di noi sosteneva che, nonostante tutto, i primi di febbraio del ’32 erano stati i piú freddi a memoria d’uomo. Poi ieri il “Carlino” ha scritto che a Bologna tredici gradi sotto zero non li faceva da settant’anni. Lí per lí, qualcuno ha provato a opporsi, che il “Carlino”, si sa, quando non ha le notizie se le inventa, poi su “L’Unità” non diceva niente di simile, e dalla stanzetta del biliardo qualcuno ha urlato che gliela venissero mica a raccontare a lui, quella storia, che nel ’32 gli era morta la scrofa di freddo, e quello voleva dire che faceva almeno quindici sotto zero.
Alla fine la questione l’ha risolta Garibaldi, che è uno dei piú vecchi e con i suoi settantacinque anni non è ancora rimbambito.
– Tredici gradi, me lo ricordo bene, avevo sí e no sette anni. Si diceva “Un freddo da Morti”, per via della Morte dei tarocchi, al tragg’, il tredici. E se a Bortolotti c’è morta la scrofa nel ’32, è perché lui prima della guerra stava a Vergato, e lí lo san tutti che è piú freddo che in città.
Sul freddo quindi, s’è raggiunto un verdetto, e allora da un paio di giorni i discorsi si concentrano sulla neve, perché parlarne significa giudicare il lavoro degli spalatori, e quindi l’amministrazione comunale. E lí c’è poco da esser comunisti o che, lo vediam tutti che le strade fanno pena, e allora qualcuno cerca il modo di dir la sua senza dar la colpa al sindaco Dozza. Perché in fondo a nessuno piace darla vinta ai reazionari del “Carlino”, che tutti i giorni escono con le foto di una qualche strada e sopra i titoloni scandalizzati.
– Ve lo dico io, che c’ho ancora la memoria buona, – fa la Gaggia, mentre sistema le quindici carte. – L’inverno del ’27 è stato ben peggio, che mi ricordo i portici che parevano gallerie, con la neve ammucchiata da un lato che arrivava fin su alle volte.
Garibaldi scuote la testa, chiude le carte e butta giú l’ultimo goccio di grappa. Poi alza lo sguardo e il bicchiere vuoto verso Capponi, di là dal banco, troppo occupato a litigare con il fratello per badargli.
– Lascia stare la memoria, – si scalda Bottone. – È che nel ’27 c’era ancora qualcuno che la spalava, la neve. Te prova a farla su tutta, in via Saragozza, e sta’ a vedere che solo con quella ci fai il portico di San Luca anche sull’altro lato della strada!
Picchia la mano sul tavolo di fronte a Walterún, che non si decide a scartare: – Dài mò, bello, che a ‘sto giro ve le suoniamo.
E infatti, appena il pugliese poggia sul tavolo le due carte, la Gaggia, compagno di Bottone, scoperchia quattro regine e parte con ventotto punti d’accusa.
– Guarda che ci vuol del coraggio! – dice Bottone mentre taglia il gioco a danari. – Te dimmi cosa c’entra il sindaco con la neve per strada. No, fammi capire, li sceglie lui quelli che devon spalare?
La Gaggia fa per parlare, ma Bottone è a scatto libero: – No, perché qua sembra che sia solo gente del Partito. Invece lo san tutti che a spalare ci van dei gran vagabondi, tutti buoni da friggere, che non han voglia di fare un bel niente, – si concentra sulla giocata, poi riattacca. – Cosa si meravigliano a fare? C’è piú qualcuno che fa bene il suo mestiere, a ‘sto mondo? No, siam quasi tutti in pensione noialtri onesti, cinquemila lire al mese e ringraziare, e c’è quelli che ne prendon mezzo milione per star lí a scaldar la sedia -. Il tono si alza, la voce trema, gli occhi chiari si spalancano. – Son fortunati che siam vecchi, Dio bono, – qui, come sempre, il dito comincia a picchiare sul tavolo, – che se io c’avessi un bottone, che se lo spingo faccio partire una bombina atomica, che li fa fuori tutti quanti quelli lí, forse ci andrebbe di mezzo qualche innocente, ma io lo schiaccerei lo stesso, te lo garantisco, – sta quasi urlando, lancia sul tavolo il re di coppe e se lo fa soffiare da Garibaldi con un Moretto.
Al tarocchino, Bottone è uno dei migliori del bar. Lo sappiamo tutti che è quasi impossibile che sbagli gioco, l’unica è sperare che gli vengano i nervi, perché se parte con il discorso della bomba atomica e del bottone, è facile che butti via la mano. E quel discorso lo fa almeno una volta al giorno, sugli argomenti piú diversi, col dito che picchia sul tavolo e il fungo atomico a cancellare le ingiustizie. Ecco perché Gualandi Rino è per tutti Bottone.
Sulla neve, l’unico che non dice la sua è Walterún. Un po’ perché ha bisogno di concentrarsi sulle carte, che non è proprio un campione, ma soprattutto perché ha vissuto diciassett’anni a Manfredonia, vicino a Bari, poi trenta a Milano come operaio ed è venuto qui soltanto da dodici anni. Il suo parere conta cosí, tanto per parlare, che di quanta neve c’era in piazza del Duomo, nel ’28, ci interessa solo per curiosità. Poi, bisogna dire che i suoi racconti su Milano non sono sempre chiari, come quello di lui da giovane che attraversa la borgata in bicicletta per andare a lavorare e gli altri ragazzi lo salutano urlando “Walterún, Walterún” e noi pensiamo che voglia dire qualcosa come Walterone, perché Walter Santagata ha due spalle cosí e sarà alto almeno uno e ottanta. Però, quando lo racconta, al nostro Walterún gli viene come un’amarezza, e noi non capiamo se è la nostalgia o qualcosa d’altro.
A ogni modo il tempo, sia quello passato che la temperatura, è argomento da vecchi, quelli che al bar Aurora ci stanno come in una seconda casa: tarocchino e chiacchiere. Quelli che lavorano ancora, invece, stanno nella stanza del biliardo, a parlare di sport e di donne. Ma non è tanto importante di cosa si discute, o chi lo fa, basta rispettare sempre la Regola: non si parla sottovoce, se devi bisbigliare in un angolo vai a confessarti dal prete, non vieni qui, che non interessa a nessuno. Qui si parla a tre, a quattro, a volte il bar intero, perché ci sono questioni come il ciclismo o la politica che scaldano gli animi e fanno alzar la voce. E le volte che uno se la lega al dito, e non si fa vedere per un po’, sono rare, ce le ricordiamo tutte, e pure di quelle, ancor piú rare, che qualcuno un po’ ciucco alza le mani, vola qualche spintone, qualche schiaffo e i piú sobri devono mettersi in mezzo. Come quella volta, nel ’48, che Stalin ha buttato fuori Tito dal Cominform, e siam rimasti tutti quanti qui a discutere, con la serranda mezza giú, fino a che non ha fatto giorno.
I piú giovani, invece, non parlano mai di niente. Fan finta di capitare per caso, di passaggio, e per questo non tolgono mai il cappotto, anche quando non vanno da nessuna parte. Oddio, qualcuno sí, i filuzzi ad esempio arrivano che sembrano usciti da un film americano, con l’impermeabile e la sigaretta fumata senza mani, e sembra che devono ordinare un whisky, e invece è sempre Fernet o Sambuca. Loro sí dopo vanno in balera, e alcuni hanno anche dei numeri, roba da far vergognare Fredastèr. Ci piace che passino di qui a farsi un cicchetto, prima di andare a ballare, perché ci sentiamo un po’ tutti come quegli omini con gli asciugamani sulle spalle che massaggiano i pugili prima dell’incontro. Perché Robespierre Capponi, per tutti Pierre, è il miglior ballerino della Sezione, del quartiere, e forse anche di Bologna. E Nicola gli scanchera dietro, quando la mattina non riesce ad alzarsi perché è tornato tardi, però lo sa anche lui che noialtri siamo orgogliosi di avere il re della filuzzi che ci serve da bere, di averlo nel nostro bar.
Nicola Capponi, per noi sempre e solo Capponi, con quella voce da orco, è meglio non farlo incazzare. Quando viene l’ora di chiudere, gracchia qualcosa, tira fuori la segatura e comincia a ribaltar le sedie. Allora anche quelli che sono rimasti fino a tardi si alzano e vanno verso casa, ma quasi con dispiacere, e vien da pensare che se non fosse che si deve chiudere, resteremmo lí sempre.

Capitolo 3
Base alleata di Agnano, Napoli, 6 gennaio

Lo avevano portato lí poco prima di Natale. Un regalo per la truppa, il pezzo forte per il nuovo circolo ricreativo. Poi Merry Christmas, Happy New Year, ritorni in famiglia, vacanze: i lavori erano stati sospesi e l’avevano lasciato lí, a far compagnia a due poltrone, un tavolo, il vecchio juke-box e la foto del presidente appesa al muro.
Che razza di situazione! L’inattività era davvero snervante. Dubbi e ipocondrie assalivano la fiducia in se stessi. Sarò ancora capace di fare bene il mio lavoro? Riusciranno a farmi funzionare anche qui, cosí lontano da casa? Tornerò a far ridere la gente, a interessarla con le notizie, a commuoverla? McGuffin non aveva risposte. Si consolava ripensando alle glorie passate e ogni tanto, per non lasciar morire la speranza, sbirciava fuori dalla porta in attesa che qualcuno si prendesse cura di lui.
Finito di assemblare il 16 febbraio 1953 nelle fabbriche della McGuffin Electric, presso Pittsburgh, Pennsylvania, era stato uno dei primi modelli Deluxe sfornati dall’azienda. A fine mese la famiglia Bainton lo aveva acquistato in un negozio di elettrodomestici di Baltimora. Fin dai primi vagiti, McGuffin si era dimostrato un televisore fuori dal comune. Il 5 marzo, dopo nemmeno un mese di vita, aveva esaltato il padrone di casa con la sensazionale notizia della morte di Iosif Visarionovic Džugašvili, meglio noto come Stalin. Grazie allo schermo a luminosità fisiologica, nessuno della famiglia si era stancato gli occhi seguendo l’interminabile diretta della sentenza contro Ethel e Julius Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dell’Unione Sovietica e condannati a morte. Sul cinescopio rettangolare da diciassette pollici, anche nonna Margareth, un’ultraottantenne mezza cieca, era riuscita a distinguere le poche immagini della firma dell’armistizio a Pan Mun Jon, in Corea. Era il 27 luglio. Nemmeno un mese dopo, McGuffin aveva annunciato che Mosca possedeva bombe termonucleari sul genere di quelle sganciate a Hiroshima e Nagasaki. Era stato il suo ultimo scoop. Da allora, piú niente. Lo avevano spento in una sera di metà agosto per non riaccenderlo mai piú.
Rivenduto per il semplice fatto che non si adattava ai mobili svedesi del nuovo salotto, passato di mano, finito su una nave insieme ad alcuni immigrati italiani che tornavano a casa per le feste, barattato con un motociclo “Paperino” nel giro di un paio di giorni, era arrivato alla base militare la vigilia di Natale. Di lí, non si era piú mosso. Non si erano nemmeno presi la briga di attaccarlo alla corrente.
La luce fioca di una bicicletta scivolò con un bagliore sullo schermo vuoto di McGuffin. Un ragazzo giovane, di certo non un militare, procedeva lento sotto i lampioni, guardandosi intorno con aria furtiva. La bici non era di quelle normali: sopra la ruota davanti, sul portapacchi, stava agganciato un bancale bello largo, di legno.
La luce si affievolí fino a spegnersi. Dallo spiraglio della porta, McGuffin riusciva a inquadrare due braccia e un manubrio. Captò nell’aria una strana elettricità. Sentí qualcosa smuoverlo dentro, nonostante avesse la spina staccata. Il ragazzo. La bici. Il bancale. Una via di fuga da quel posto buio, in cui tutti sembravano averlo dimenticato. Ma come faceva ad attirare la sua attenzione? Per quanto fosse un modello Deluxe non lo avevano progettato per accendersi da solo. Poi la spina era staccata, impossibile uscire dal letargo.
Lo spiraglio della porta si allargò cigolando e la faccia del ragazzo si sporse dentro.
“Prendimi con te! Portami via!” avrebbe voluto urlare McGuffin.
Ma il ragazzo sembrava non aver bisogno di incitamenti.

Capitolo 4
Bologna, 7 gennaio

Lo specchio era troppo piccolo perché Pierre riuscisse a vedersi tutto intero. Ma i movimenti ormai erano automatici: poteva farsi il nodo alla cravatta a occhi chiusi, curare al centimetro il risvolto dei pantaloni, controllare che lo spacco posteriore della giacca fosse bene in piega e i bottoni lucidati.
Strinse i lacci delle scarpe buone, non gli piaceva doversi fermare nel bel mezzo del ballo per allacciarsi le stringhe. Quando succedeva si sentiva ridicolo e vulnerabile.

Anche quel mercoledí, Sticleina arrivò per primo. Si fermò un attimo sulla soglia, scrutò la sala con sguardo intenso, aspirò una lunga e pensosa boccata di fumo poi criccò fuori la cicca chiudendosi la porta alle spalle, un attimo prima che Garibaldi sbottasse: – Chiudi ben quell’uscio che entra il freddo!
Capponi guardò in cagnesco l’amico del fratello, mentre armava la macchina dell’espresso per servirgli il solito caffè corretto.
– Dove si va stasera, bello? – chiese la Gaggia dal tavolo vicino alla stufa.
– Al Pratello, direi.
– Ah, c’è della pastura in quel ballatoio lí?
Sticleina rispose con falso rammarico: – Sí, ma quelli del Pratello non te le lasciano toccare, le loro donne. È meglio dire che andiamo là perché suona il Trio Bonora.
– Una volta di queste mi portate con voi, eh? Son sicuro che farei ancora la mia figura.
– Sí, una bella figura di merda, – si affrettò a commentare Walterún, facendo la presa col Bégato.

Pierre si contemplò a lungo: scrutò gli occhi scuri, gli occhi di sua madre, uguali a quelli della fotografia in abito da sposa che teneva sul comodino; l’arco delle sopracciglia, il naso dritto, le guance magre. Da sopra la credenza sfilò la foto di Cary Grant e la incastrò tra il muro e lo specchio. Fece un passo indietro e cercò di assumere la stessa indescrivibile espressione.

Una ventata d’aria gelida attraversò il locale, e lo sbattere della porta segnalò l’arrivo di Gigi, l’umarein ed gamma, che raggiunse il bancone una piroetta dopo l’altra, andando quasi a sdraiarsi su Sticleina, con le braccia tese sopra la testa.
– Capponi, portami un amaro, va’ là, – chiese mentre gli applausi si attenuavano.
– Allora, – fece Sticleina offrendosi allo sguardo del nuovo arrivato, – non noti niente di speciale?
Gigi aggrottò le sopracciglia per scrutare meglio l’amico. – Mo soccia! – allungò le dita a toccare il cappotto. – Te l’ha portato la Befana?
– È cammello, comprato a Milano. Naturalmente l’ho preso a rate.
– Va’ là, beato te che stai ancora coi tuoi, che altrimenti certe cose te le scorderesti.
Sticleina portò una sigaretta alle labbra e allungò il pacchetto a Gigi. Tirò una boccata con fare pensoso e soffiò via il fumo quasi a fatica.
– Veramente non so se resterò a casa ancora per molto.
– Cosa vuol dire?
– Mio padre vuole che mi sposo. Dice che non ci si può tirare dietro una ragazza per tanto tempo.
– Be’, e tua madre cosa dice?
– Dice che dovrei finire la scuola da infermiere. Che altrimenti non ho prospettive, e una donna ha bisogno di sicurezze, prima di tutto.
Gigi sfruttò lo specchio oltre il bancone, quello con la scritta “Martini”, per controllare che i capelli imbrillantinati fossero ben lisci lungo le tempie, stirati e lucidi fino ai piccoli ricci dietro la nuca.
– I vecchi dicono sempre che per noi è tutto piú facile, ma mi pare che le cose siano ben complicate lo stesso. Se stai con una ragazza, dopo un po’ la devi sposare. Se la vuoi sposare, devi avere un buono stipendio, e allora bisogna che aspetti a sposarti. Come devi fare?

Il sorrisetto di Cary Grant era formale ed elegante e allo stesso tempo naturale. Quel sorriso era una contraddizione. Pierre si sforzava di imitarlo, ma proprio per questo non ci riusciva. Se la cavava già meglio con la camminata e anche il modo di tenere le mani in tasca era quasi perfetto.

Brando arrivò mentre l’orologio della chiesa batteva gli ultimi rintocchi.
– Be’, allora, non siete ancora pronti?
– E Pierre che ci sta mettendo una vita.
– Muoviti, Pierre, che sei bello lo stesso!

Tirò la giacca verso il basso, perché gli cadesse perfetta sulle spalle e fece spuntare i polsini bianchi della camicia, un centimetro, non di piú, sennò era da campagnoli.
Uscí già in posa dal retro del bar e se li ritrovò davanti, affiancati come i tre moschettieri. Perché cosí li vedeva, come nel libro di Dumas: Athos, Porthos e Aramis. E lui era D’Artagnan, il guascone, il migliore.
– Andiamo?
– Hai del coraggio! Stiamo aspettando solo te! – sbottò Brando.
Gigi gli fece una pernacchia: – Andiamo sí, è già tardi.
Pierre incrociò lo sguardo di suo fratello Nicola, durissimo come sempre, come ogni volta che andava a ballare. Lo vide diventare rosso e tenersi la rabbia dentro. Quello sguardo non gli concedeva piú di un paio di minuti d’autonomia, per salutare tutti, e lui aveva intenzione di usarli fino all’ultimo secondo. Girò attorno al bancone e attraversò il locale lentamente, elegante e dinoccolato. Si fermò al tavolo del tarocchino: – Ciao, Bottone, io vado. Non vincere troppo.
– Ciao, disgraziato.
Salutò la Gaggia e Walterún, e attese lo sguardo di Garibaldi, come una benedizione prima di avviarsi all’arena.
Bortolotti, Melega e gli altri delle boccette si accontentarono di un cenno che li incluse tutti.
La faccia di Nicola ormai era paonazza, stava per scoppiare: era ora di levare le tende. Lo vide strofinare il bancone sempre piú in fretta e decise che la provocazione poteva bastare.
– Andiamo!
Uscirono tutti e quattro in fila, tirati a lucido per la festa, pronti a qualsiasi impresa, come eroi che scendono nell’agone per far impallidire tutti.
Un attimo dopo si ritrovarono in sella, sulla strada, coi cappotti rimboccati sotto il sedere per non farli finire in mezzo alle ruote. Ognuno aveva un dettaglio di particolare eleganza: Brando il cappello, Gigi i guanti di pelle, Sticleina l’orologio del padre con la catenella e Pierre una sciarpa bianca di mohair.
Mazzoni Gigi pedalava in testa dritto e spavaldo, petto in fuori, la riga a destra, il mento quadrato. Di giorno faceva il metalmeccanico in fabbrica, sempre coperto di olio nero e con un odore di macchina che ti raggiungeva da lontano. Ma alla sera era un’altra persona: la destrezza nel ballo, le mosse sciolte e fulminee, gli avevano procurato il nome d’arte di “Umarein ed gamma”, l’omino di gomma.
Dietro veniva Branca Giuseppe, barbiere, che quando era arrivato al cinema Il selvaggio tutti l’avevano soprannominato “Brando”, per la somiglianza, appena accennata, con l’attore. Lui ovviamente ne andava fiero e da quel giorno il confidenziale “Pippo” era andato a farsi benedire, lasciando il posto a quell’altisonante “Brando”, che faceva colpo sulle ragazze e guai a chiamarlo in un altro modo.
Subito davanti a Pierre pedalava Bianchi Aristide, il piú timido, che per lui era Aramis. A tutte diceva che faceva l’infermiere, in realtà era ancora inserviente al Sant’Orsola. Secco secco, di rado toglieva le mani dalle tasche, però aveva una sua eleganza e mentre camminava per le strade del quartiere la sua sagoma era inconfondibile. Per questo lo chiamavano “Sticleina”, stecchino.
Poi c’era lui, Capponi Piero detto “Robespierre”. Suo padre Vittorio aveva dovuto chiamarlo Piero perché durante il fascismo i nomi stranieri non erano ammessi. Ma fin da piccolo per tutti lui era stato Robespierre e quello era il suo vero nome, perché i nomi veri sono quelli che ti scegli e che preferisci, non quelli che stanno sui documenti. Alla fine era diventato “Pierre”, piú semplice e con quel tocco esotico che piaceva. Aveva ventidue anni, otto meno di suo fratello, ma potevano essercene il doppio tra di loro, per quanto erano diversi.
Invece con Brando, Gigi e Sticleina era piú di un’amicizia. Era un’alleanza negli intenti, rafforzata dalla consuetudine. Loro quattro erano una squadra, i migliori ballerini del quartiere, e far mangiare la polvere a tutti gli altri era quasi una missione, come combattere i soldati di Richelieu e fargli vedere che contro i filuzzi del bar Aurora non ce n’era per nessuno.
In quel momento, mentre filavano verso il Pratello, si sentivano invulnerabili e uniti. Proprio come i moschettieri.
Moschettieri comunisti, s’intende.

L’ingresso alla sala del Pratello costava trecento lire, ma Pierre e i suoi amici entravano gratis, perché c’era gente che veniva apposta per vederli, quando si spargeva la voce di dove avrebbero ballato.
Con il Trio Bonora c’era una buona intesa. I musicisti sapevano quali erano i pezzi preferiti dai ballerini e glieli suonavano volentieri. Il primo era sempre una mazurka, non troppo veloce, per scaldarsi. Pierre attaccò in coppia con Brando, e a Sticleina toccò volteggiare con Gigi.
La mazurka riempí la pista, comprese le donne, che di solito non reggevano i tempi vorticosi di quelle danze. Al secondo e terzo giro, il ritmo cominciò ad aumentare. L’organetto di Nino Bonora, sostenuto da contrabbasso e chitarra, pareva non doversi fermare piú. Al sesto pezzo in scaletta, rimasero in pista solo i moschettieri del bar Aurora. Dai tavoli si alzavano grida di incoraggiamento e applausi per le evoluzioni piú complicate. Sticleina, accentuando il suo ballare “da donna”, si mise a sculettare.
Terminato il pezzo, il chitarrista Aroldo Trigari si avvicinò al microfono per annunciare:
– Tenetevi forte adesso, questa polka è un vero terremoto!
Bonora attaccò su un tempo velocissimo e i quattro filuzzi seguirono la musica ognuno per sé, incrociandosi e ricombinando le coppie a ogni giro. Infilarono quattro figurazioni diverse una dietro l’altra, e alla quinta tutta la sala ebbe un unico respiro, le ragazze stavano aggrappate ai tavoli per paura di essere ribaltate tanta era l’energia con cui Robespierre Capponi eseguiva il famoso frullone a chinino, un modo di ballare in cui rivaleggiavano soltanto lui e Neri Raffaele, detto Felino, del Borgo San Carlo.
Il terremoto polka era l’ultimo pezzo della prima sessione. Dopo quello, l’orchestra attaccò un valzer molto tranquillo. La parte centrale della serata, per gli appassionati, era piú vicina al liscio romagnolo che alla vera filuzzi. Tuttavia nessuno si lamentava, perché era l’occasione di invitare a ballare qualche bella fanciulla, e la maggior parte della gente andava lí per quello.
– Andiamo all’attacco? – chiese Gigi, sistemando la cravatta dopo tutto quel ballare.
Pierre si asciugò la fronte con il fazzoletto. – Fammi almeno prender fiato. Beviamo un bicchiere, poi vediamo.
– Te sta’ pur lí, allora. Noi andiamo in avanscoperta.
Gigi e gli altri sapevano bene che gli occhi neri di Capponi piacevano a piú di una ragazza e preferivano precederlo nella scelta della ballerina.
– Ballate, signorina? – si inchinò Sticleina davanti a una moretta prosperosa, con fare da conquistatore navigato.
– Sai ballare anche da uomo?
– Certo, e non solo quello.
Pierre restò al bancone per almeno tre o quattro giri a sorseggiare un vermouth. Sapeva bene che c’era una ragazza che aspettava soltanto lui. Anche adesso, mentre ballava con un tizio, gli faceva gli occhi dolci a ogni giravolta. Tra l’altro, era quella che si muoveva meglio di tutte. Pierre pensò che doveva essere brava anche alla filuzzi. Finito il ballo, fece cascare la sigaretta e la schiacciò sotto la scarpa. Attraversò la pista come piazza Maggiore una domenica mattina, tenendo la mano nella tasca dei pantaloni, sotto la giacca, piú Cary Grant che mai. Arrivato di fronte alla ragazza, le offrí il braccio e la invitò con lo sguardo e il sorriso appena accennato.
Dopo la prima piroetta chiese: – Come ti chiami?
– Bernardi Agnese.
– Stai qui nel Pratello?
– Sí, qua vicino.
A Pierre tornò in mente la regola. Se invitavi a ballare una ragazza di un altro quartiere, dopo il primo giro la dovevi mollare, e lasciarla stare per il resto della serata. Al secondo ballo era già “provarci”.
Cosí, quando la musica si interruppe, Pierre fece per congedarsi. Proprio in quel momento, per mossa studiata o per caso, alla ragazza si sfilò una scarpa. Appoggiandosi al suo cavaliere per sistemarla, Bernardi Agnese, questa volta sí, dette proprio l’impressione di metterci piú del necessario. L’orchestra partí mentre erano ancora avvinghiati, un pezzo veloce che presagiva il gran finale filuzziano. La ragazza del Pratello cominciò a muoversi a tempo di musica e Pierre, dopo una prima esitazione, scordò la regola e prese a dimenarsi anche lui. Salti, strisciate, evoluzioni e piroette: la coppia spiccava tra tutte per tempismo e agilità. Tutto intorno il brusio cresceva. Lei sorrideva, era carina, e se la cavava davvero bene anche sul ritmo piú veloce. Pierre la mise alla prova e lei rispose a tono. Si ritrovarono al terzo ballo senza accorgersene, per il puro piacere di ballare. Per lui era l’occasione di provare i ritmi piú rapidi con una ragazza invece che col solito Brando. Con tutta l’amicizia del mondo, era un’altra cosa.
Poi, oltre la musica, una voce maschile spiccò tra le altre, rompendo la magia della danza: – Adesso basta, io gli spacco la faccia!
Pur concentrato sul ritmo, Pierre percepí che qualcosa non andava, che il brusio montante non era solo di ammirazione e che la frase appena risuonata non prometteva nulla di buono. Sfruttò una piroetta per girarsi a guardare. Un tipo tarchiato si liberava proprio in quel momento dalla stretta di due persone e gli veniva incontro con aria minacciosa. Il re della filuzzi prolungò il volteggio di un giro e mezzo, e gli finí proprio addosso, sfruttando l’effetto sorpresa e la rincorsa per rovesciarlo a terra. Le cose precipitarono. Brando si prese un pugno sull’occhio senza vedere chi glielo mollava, Gigi incravattò da dietro un bassettino, mentre Sticleina era già per terra a strattonarsi con uno molto piú grosso di lui. Immancabili, alcuni pacieri cercavano di calmare gli animi, di mettersi in mezzo, di trattenere i piú agitati.
– Dài, ragazzi, che non è il caso!
– Va’ là, siam qua tutti per divertirci.
– Bòna, Pirein, che Pompetti chiama i pulismani!
Gli spintoni e le botte non durarono piú di dieci minuti, il tempo sufficiente, per i piú agitati, a dare e ricevere almeno un cazzotto, necessario invece, per i tranquilli, a convincere i moschettieri del bar Aurora a prendere la via di casa e quelli del Pratello a mettersi buoni.

– Te ne dovevano dare di piú.
Nicola aveva sempre avuto il sonno leggero. Forse era quel qualcosa che lo rodeva dentro a tenerlo sul chi vive. Forse la guerra. Dalla soglia della stanza lo guardava con disprezzo e commiserazione.
Pierre sprofondò ancora di piú nella poltrona, allentando la cravatta: – Invece mi sa tanto che non ci riprovano. Figli di puttana.
Col fazzoletto tamponò la ferita sulla bocca.
– Se c’era nostra madre te le dava lei, altroché. Sempre dietro a far a botte per un pelo di figa.
Pierre era troppo stanco per discutere, ma tutte le volte che si imponeva di tacere la rabbia aveva il sopravvento: – Lascia stare nostra madre, capito!?
– Fare quest’ora di notte, con la bocca spaccata, e domani mezzo morto dietro il banco. Se zia Iolanda non mi raccomandava di starti dietro, ti davo un bel calcio nel culo e tanti saluti.
– E lascia stare anche zia Iolanda, va’!
La voce roca di Nicola si caricò di disgusto: – Si son rotte la schiena per tirarci su e vedi un po’ adesso che bella soddisfazione. Quasi è meglio che è morta, la mamma!
Pierre scattò: – Sta’ zitto! Cosa vuoi sapere tu? Cosa cazzo vuoi parlare sempre? Sempre a giudicare, sempre a blaterare. Mi piace la figa, sí, e allora? Mi piace ballare e sono bravo e tutti mi ammirano, sai?, mi guardano. E non sono soddisfazioni queste? Ma guardati te, sempre dietro al bar, sempre incazzato. Sembra che hai novant’anni!
– Il bar ci dà da mangiare, bello, e se non ti va di lavorare, aria. Vai via, pedalare, vai dal babbo in Jugoslavia, che te lo dànno là un bel lavoro, a spaccare dei sassi! Va’ là che ti faceva bene un po’ di militare, a te, altro che soffio al cuore! Nella testa ce l’hai, il soffio!
– Ma va’ a cagare. Cosa vuoi che vada dal babbo, è da marzo che non si fa sentire, non sappiamo neanche se è ancora al mondo! Ma te te ne fotti, vero? Te devi lavorare, sei uno serio, te…
Nicola scomparve nel buio della camera da letto e Pierre rimase lí seduto, quasi sdraiato sulla poltrona. Era indolenzito e stanco e non sentiva piú il lato destro della bocca. Lo prese una gran tristezza, come ogni volta dopo un litigio col fratello. Non lo odiava, lo sapeva che non era cattivo di suo. Secondo zia Iolanda aveva paura di voler bene alle persone, paura che poi se ne andassero. Comunque, quand’era ragazzino, Nicola gli sembrava un eroe, uno di cui vantarsi con gli altri: – Mio fratello era nella Trentaseiesima -. Si ricordava ancora che quando i tedeschi gli avevano sparato lui aveva pianto di rabbia e di orgoglio. Avevano dovuto operarlo e da allora i chiodi nella gamba erano diventati il marchio indelebile della guerra. Man mano che lui cresceva erano nati i contrasti. Pierre sentiva che finché non se ne fosse andato di casa, quel conflitto non si sarebbe risolto.
Cosí se ne stava lí in poltrona, a premersi il fazzoletto sulla bocca e pensare dove sarebbe potuto andare, senza una lira, senza passaporto, e con una conoscenza del mondo che andava da Modena a Marina di Ravenna.

Capitolo 5

Dichiarazione resa il 08/01/1954 al commissario di P. S. Pasquale Cinquegrana in merito alla scomparsa di un costoso apparecchio televisivo di marca americana dalla base militare delle Forze alleate di Agnano, Napoli.

Mi chiamo Pagano Salvatore, nato a Napoli il giorno 21 Luglio del ’34. Mia madre di nome faceva Carmela, ma tutti la conoscevano Nennella, in particolar modo ai Vergini. Il rione, dico. Il Rione Vergini.
Mio padre non so, e non dico altro.
A me però gli amici, i cavallari di Agnano e altri amici ancora, mi conoscono Kociss. Vabbe’, pure Totore ‘a Maronna, ma di piú Kociss. Non avete capito? Kociss, con la kappa, vabbe’ che nelle lettere nostre non ci sta, mentre in quelle americane e straniere sí. La kappa, dico. Come, non lo conoscete il grande calciatore ungherese? Kociss!
Faccio il calciatore io? No, ma che significa, numero uno perché io il pallone lo so giocare davvero, anche se c’ho quasi vent’anni, se ero piú fortunato potevo pure riuscire, ma non importa, perché questa cosa del nome l’ho avuta per un fatto che col pallone non c’entra, oddio, c’entra, ma è un’altra cosa. Insomma, tenete presente quella grande squadra che è l’Ungheria, che quest’anno ucciderà tutti nella Coppa del mondo che si gioca in Svizzera? Insomma dentro l’Ungheria ci stanno certi giocatori e ce n’è uno che fa certi gol con la testa, come vi devo dire, preciso. Una sentenza. Lui e Puskas segnano reti a carretta, un finimondo. E questo qua li fa quasi tutti con la testa, mai visto. Kociss.
Ecco, dovete sapere che, insomma, certi amici e altri amici ancora, voi lo sapete come sono gli amici, pazzéano, insomma mi chiamano cosí, per il fatto che loro dicono che quando faccio discussione con qualche malamente che non sa campare, cosa che non succede quasi mai, sia chiaro, ecco insomma, quella rara volta che succede e che poi chi sei tu, chi sono io, poi escono fuori le mamme dalle bocche e chi si è visto si è visto, voi mi capite, ecco insomma loro dicono che io li colpisco con la testa, ma sarà stato una volta, due al massimo, lo sapete gli amici come sono, e loro dicono che li addormento, e cosí mi hanno dato quel nome là. Ma non era importante questo, scusate, perché prima di tutto vi devo dire che con questo santanna di guaio di televisore io proprio non c’entro.

Capitolo 6
Palm Springs, California 18 gennaio

Affilare la lama sulla coramella fissata alla parete, sciogliere il sapone nella ciotola con l’acqua calda, togliere le setole caduche dal pennello in pelo di tasso, insaponarsi il viso, passare il rasoio, rallentare in prossimità della fossetta sul mento, rimuovere i residui di sapone con la pezzuola calda, ispezionarsi il viso alla ricerca di peli superstiti. Cary si radeva con la destra, apprezzando ogni istante di quella liturgia mattutina, a cui seguiva la vestizione sacrale: abito e camicia commissionati a Quintino di Beverly Hills, cravatta intonata col calzino, niente reggicalze perché i calzini di Cary non osavano scendere alla caviglia, Derby o Full-Brogues ai piedi.
Archie, che era mancino, si sfiorò le guance col palmo della sinistra chiuso a conchiglia. Due giorni senza radersi e senza alcuna voglia di farlo. La peluria brizzolata, ispida, scomoda.
Indugiando in quella posa, sentí contro il labbro inferiore ciò che restava di uno dei vecchi calli d’acrobata, cunetta quasi trentennale di tessuto secco e bianchiccio.
Ogni settimana le manicure piallavano e limavano, spargevano unguenti, ammorbidivano le mani di Cary, mani che ogni donna dell’universo mondo avrebbe voluto sotto la sottana o intente a sbottonarle la blusa, ma il tessuto calloso riprendeva a escrescere, souvenir della vita precedente, il passato di Archibald Alexander Leach.
Mani sul pavimento in centinaia di capriole, attrito sulle funi di mille volteggi, bagagli trasportati da una città all’altra, centinaia di teatrini e music halls, truccarsi, saltare. Bob Pender’s Nippy Nine Burlesque Rehearsal. Funamboli, clown e prestidigitatori, ogni sera e matinée di fronte alla classe lavoratrice del Regno.
Pender diceva: “Su, ragazzo, te la devi guadagnare la pagnotta. Non basta saper camminare sulle mani, per fare il teatro!”
Dalle quinte, mentre sul palco s’esibiva lo straordinario mago Devant, Archie s’incantava a guardare gli occhi del pubblico piú giovane, vibranti nel riverbero delle lampade. Archie leggeva quegli occhi, la sorpresa, il sogno, la temporanea fuga da una vita di merda e lavoro. Occhi di giovani già traditi dal proprio avvenire ma pronti a reagire con un’alzata di spalle e un chissenefotte, fasciati nel vestito buono un po’ liso, non rigidi né ingessati, sfrontati e sogghignanti in coda per i biglietti, di nuovo bambini di fronte ai saltimbanchi e ai trucchi di un illusionista.
Gli occhi del ragazzino di Bristol che, un fatidico pomeriggio d’agosto del 1910, era rimasto ipnotizzato dalle pantomime e acrobazie di Bob e Doris Pender, tanto da volerli seguire, essere attore, allontanarsi da un padre evasivo e dal vuoto di una madre scomparsa. Teatro Empire-and-Hippodrome, si spengono le luci…

L’inglese con le pezze al culo aveva solcato l’Atlantico per compiere un’impresa titanica: inerpicarsi sulla montagna piú alta dando l’impressione di affrontare una misera collinetta, anzi un dosso, un gradino, muovi un piede dietro l’altro senza nemmeno darti la pena di pensare.
Cary Grant.
Quant’era rimasto attonito, alla fine degli anni Trenta, l’uomo del nuovo secolo! Lo stupore s’accompagnava alla consapevolezza: chi non aveva mai desiderato quella perfezione, strappare all’iperuranio l’Idea di “Cary Grant”, donarla al mondo perché il mondo cambiasse, e infine perdersi nel mondo trasformato, perdersi per non riemergere piú? La scoperta di uno stile e l’utopia di un mondo dove coltivarlo.
Nel mentre, faceva carriera e proseliti un imbrattatele austriaco i cui discorsi centravano il cuore del Volk “a colpi di maglio”, e un lontano clangore di armi preannunciava il peggio, lo scontro di due mondi.
Contro il mondo di Cary Grant, l’Imbrattatele aveva perso con disonore, in una pozza di sangue e feci.
D’accordo, merito anche dell’inverno russo, ma una cosa era certa: L’Uomo Nuovo, almeno per il momento, non avrebbe avuto le braghe infilate in stivali di cuoio alti due piedi, per marciare al passo dell’oca.
L’Uomo Nuovo, semmai, si sarebbe rispecchiato in Cary Grant, perfetto prototipo di Homo Atlanticus: civile, ma non noioso; moderato, ma progressista; ricco, certo, magari ricchissimo, ma non arido né tantomeno imbolsito.
Persino alcuni tra i piú acerrimi nemici del capitalismo, dell’America, di Hollywood, erano disposti a concedere che, certo, un conto era il bambino e un altro l’acqua sporca.
Cary Grant, nato proletario, e per giunta con un nome ridicolo, aveva sfidato la sorte con l’ardore dei migliori esponenti della sua classe. Si era negato in quanto proletario, e ora faceva sognare milioni di persone. Ciò che era stato ottenuto da un individuo, a maggior ragione sarebbe stato ottenuto da tutto il resto della classe operaia.
Cary Grant era la dimostrazione che il progresso esisteva e andava nella direzione giusta almeno fin dall’Uomo di Cro-Magnon. Il socialismo avrebbe coronato tale impressionante serie di risultati con la giustizia sociale, l’armonia tra gli esseri umani e la liberazione d’ogni energia creativa. Nella società senza classi, tutti avrebbero potuto essere Cary Grant.
Be’, non proprio. Questo è quanto avrebbero potuto raccontarsi pochi intellettuali. Né ai proletari né ai borghesi fregava granché del materialismo storico. Semplicemente, ammiravano Cary Grant e volevano essere come lui.

Quel giorno Archie Leach faceva cinquant’anni. Gli ultimi due erano stati i peggiori.
E quant’erano stati duri per Cary! Tre flop consecutivi al botteghino. La decisione di ritirarsi dalle scene. Una vacanza in estremo Oriente insieme a Betsy, che non lo aveva ritemprato a sufficienza. La sfiancante ricerca di palliativi, lo yoga, nuove letture, la perenne intossicazione da self-improvement ma senza il momento della verità, senza l’ingresso sul set. Un difficile rapporto con Archie, che usava il suo stesso corpo e tornava a reclamarlo nei periodi di crisi e disorientamento. Un difficile rapporto con Elsie, ricomparsa a sorpresa quindici anni prima.
Quanto a Betsy, lei era innamorata pazza, faceva del proprio meglio per tirarlo su, lo aveva ipnotizzato perché smettesse di fumare, decisamente la miglior moglie che avesse avuto. Ma non bastava. Non bastava mai.
Dopo un anno e mezzo che gli era parso interminabile, affiorava cauto il desiderio di tornare a recitare, lanciare sguardi complici agli spettatori, poter di nuovo improvvisare quelle superbe battute. Ma il desiderio doveva combattere con gli effetti di una lunga depressione, con l’assenza di copioni interessanti e soprattutto con il disgusto di Archie per le scorribande di Joe McCarthy e dei suoi tirapiedi. Senso di colpa e d’imbarazzo per la propria indifferenza, per non aver protestato, difeso il mondo libero come quindici anni prima, contro i tedeschi.
Per Archie, gli americani erano ormai i tedeschi di se stessi. Chaplin in esilio. I migliori scrittori sulla lista nera.
Cary non era certo un radicale, figurarsi un comunista, ma come sopportare tutte quelle intrusioni nella privacy della gente, nelle loro idee politiche, “siete mai stato iscritto al tale partito, al tale sindacato, al tale circolo…?” Che gli era preso a tutti? Uno sapeva o non sapeva fare il proprio lavoro, era o non era un bravo sceneggiatore, o regista, o attore. Se le battute divertivano, se le scene d’amore appassionavano, se la storia aveva un capo e una coda, e possibilmente il primo davanti alla seconda, allora nient’altro contava.

Da almeno un anno, Archie era tornato a rimuginare su Frances Farmer, del cui destino riteneva colpevoli tutti quanti, anche Cary, e soprattutto Cliff.
Dopo qualche settimana, Frances era tornata a visitarli. Avevano con lei strazianti colloqui, dai quali uscivano devastati. No, non la Frances del ’54, sfiancata dal manicomio. Era la Frances del ’37, la nuova attrice bellissima e selvaggia, la ragazza che non credeva in Dio ed era stata in Russia.
– Sai, Cary, io non ti capisco. Tutto quello che fai, come ti muovi, come parli con quell’accento che non è né inglese né americano… Lo vedo, lavori duro sul tuo personaggio… No, non il personaggio di questo film, parlo di un personaggio che interpreterai tutti i giorni per il resto della tua vita. Sento che ci sei quasi ma… è una cosa che non mi convince, sai?
Parlava cosí durante le pause caffè di The Toast of New York, si rivolgeva a Cary ma parlava ad Archie, bozzolo pronto a schiudersi.
– Se lo aspettano anche da me, immagino, se lo aspetta mia madre, se lo aspetta Hollywood ma… Non ce la faccio. Perché non essere semplicemente se stessi?
Povera ragazza di Seattle. L’avevano fatta a pezzettini, tutti insieme: i produttori, i politicanti, la polizia, la stampa scandalistica, gli strizzacervelli… e naturalmente Cliff. Il grande drammaturgo Clifford Odets, amicone di Cary, intellettuale del cazzo. L’aveva sedotta coi paroloni, le giuste cause (purché lontane da casa e con McCarthy ancora da venire), il busto di Lenin sul comodino, citazioni da libri. L’aveva sedotta e scacciata, abbandonata alle vendette di Hollywood, alle rubriche di pettegolezzi di Edda Hopper e Louella Parsons, a una madre carogna che l’avrebbe fatta internare.
In manicomio, proprio come Elsie.
Archie non si dava pace, e faceva sentire colpevole Cary.
Uguale a diciassette anni prima, gli stessi capelli biondi, le sopracciglia rasate, il corpo non ancora violato, avvolta in una specie di sudario. Tornava a loro sorridente, ma rammentando che non avevano detto una sola parola contro i suoi persecutori.

Capitolo 7
Bar Aurora, 19 gennaio

– È che in Italia non decidono gli italiani, ecco cos’è, te lo dico io. Che se dipende da me, sai dove li mando gli Alleati… C’è un bel da dire che nel ’48 abbiam perso le elezioni. Per forza, con tutti i soldi che gli americani hanno dato alla Dc e tutti i terroni che vanno dietro i preti. Quelli là in bassitalia preferiscono cosí. È cosí che sono abituati: tirare a campare, vero Walterún? Dillo te, che ci sei nato e cresciuto.
Walterún scruta le carte perplesso senza badare alla domanda di Melega. Quando si parla di politica Walterún non interviene quasi mai, tanto che qualcuno è arrivato a dubitare della sua provata fede. Sono solo maldicenze, è chiaro, però è vero che è difficile sapere come la pensa su un sacco di questioni importanti, come Trieste italiana, la Germania o l’arrivo della televisione.
Oggi è Trieste a tenere banco, o meglio, è Mauro Melega, a boccette il migliore di tutto il bar, che parla col solito tono troppo alto e costringe tutti ad ascoltarlo, anche se qualcuno magari vorrebbe pensare ai fatti suoi. Poi si sa come succede: si comincia col piú e col meno e si arriva a parlare urbietorbi anche delle cose gravi, e alla fine non sai piú da dove eri partito.
– Tutti democristiani per convenienza, i terroni, perché si sa che gli americani e i preti un regalo ogni tanto te lo fanno sempre: che sia la cioccolata o un paio di scarpe, è sempre lo stesso: ringraziare e zitti. Gli americani e il Vaticano comandano in Italia, tutto purché non si vada al governo noialtri, che poi siamo gli unici che sanno cosa è meglio per l’Italia. Siamo sempre noi che dobbiamo fare per tutti. Guarda bene che casino hanno fatto a Trieste alla fine dell’anno. Dànno contro agli americani e agli inglesi, li vogliono cacciare via, e c’hanno ragione, poveretti, mica puoi stare con lo straniero in casa per tutta la vita. Ma gli Alleati hanno paura che Tito si prenda Trieste e non si fidano degli italiani. Morale della favola: sono dieci anni che non mollano. E i triestini se lo prendono in quel posto.
Walterún alza la testa dalla briscola e allunga il collo: – Ma mi spieghi ancora quella storia di Tito, che ogni tanto me la dimentico. Com’è che è un fascista? Voglio dire, è un comunista, ma fascista, vero?
Melega sospira, con la faccia che fa quando vuole dire “Il solito terrone ignorante”: – Allora ascolta bene, che poi non te lo dico piú. Mica tutti quelli che dicono di esser comunisti sono comunisti davvero. E sennò avremmo già vinto in tutto il mondo! Tito ad esempio fa il filo agli americani, fa la puttana, vuole andare con tutti. Vuole fare il socialismo ma per i fatti suoi, come gli va bene a lui, non vuole ascoltare nessuno, men che meno i russi, che la rivoluzione l’han fatta prima di lui. Ma dico io, se c’è uno che ha fatto bene le cose prima di te, sarà pur meglio dargli retta, no? Vuol dire che c’ha piú esperienza! Ma gli slavi son brutta gente, non ti puoi mai fidare, zingari, tutti quanti, peggio dei terroni. Solo noi, ci siamo solo noialtri a far da sentinelle, che non ce lo mettano in quel posto.
Poi, siccome deve tirare il boccino, Melega si piega sul biliardo e per un po’ sta zitto, concentrato sul gioco, e dando le spalle alla porta non si accorge che intanto è entrato Benfenati, della Sezione, per la solita visita. E non appena ha preso il punto, vorrebbe continuare il discorso, e soprattutto le offese per zingari, terroni e vagabondi, se non fosse che Bortolotti riesce a salvarlo: – C’è Benfenati, Mauro, – dice ad alta voce, – perché non lo chiediamo a lui di spiegarci questa cosa di Tito?
Melega per poco non si morde la lingua, sgrana gli occhi come fa chi ha passato un pericolo, caccia la testa di qua e saluta il nuovo arrivato. Deve dire grazie a Bortolotti se ha evitato una sgridata, e noi anche, che altrimenti la lezione su Gramsci e la questione meridionale non ce la toglieva nessuno. Perché Benfenati non è mica una cattiva persona, anzi, tutt’altro, e pure un gran bravo compagno, sicuro, però ha il difetto che di qualunque cosa si parli, lui si deve inserire e spiegarti cosa ne pensa il Partito. Che su questioni come il fascismo di Tito va pure bene, per carità, ci interessa a tutti, ma altre volte si fa giusto per chiacchierare e lui niente, parte lo stesso con la lezioncina, che si parli di calcio o del divorzio di qualche attore. E c’è chi dice che lo fa per carattere, che vuoi essere sempre il primo della classe, mentre altri giurano che è il Partito a insegnargli cosí, “l’attivismo comincia in famiglia, sul posto di lavoro, al bar… ” O qualcosa di simile.
-… e nel dopoguerra Tito faceva addirittura pedinare i tecnici russi, che gli venivano a dare una mano nella ricostruzione, capito? Bella solidarietà internazionale dei lavoratori! Altroché, quello è un nazionalista, tratta l’Unione Sovietica come un qualsiasi altro stato borghese, e in piú è arrogante, ambizioso, presuntuoso, tipico dei trotzkisti controrivoluzionari.
Bottone annuisce convinto, che quel Tito gli pare proprio un gaglioffo, mentre Garibaldi, come al solito, si mette a fare il bastian contrario:
– Be’, insomma, stringi stringi, te vuoi dire che i comunisti jugoslavi son diventati fascisti perché Tito e Stalin non si stavano simpatici, è cosí?
– Ma no, Garibaldi, cosa mi fai dire! Ci sono motivi ideologici seri, altroché -. Tira fuori le mani e aggancia l’indice di una al pollice dell’altra: – Primo, nel Pc jugoslavo non c’è discussione, guai a chi critica, non si eleggono i dirigenti, c’è un controllo poliziesco dei militanti e un vero e proprio dispotismo turco. Secondo, – gli indici si scontrano a formare una croce, – Tito dice che i contadini sono la base piú solida dello stato jugoslavo, alla faccia di Lenin e del proletariato egemone. Intanto, nelle campagne, non fa niente di marxista, e un giorno lascia che la piccola azienda privata generi capitalismo, il giorno dopo fa il demagogo, alé, vuol spazzare via tutti i contadini ricchi, nazionalizzare la terra, cosí, tutto d’un colpo. Terzo, – tutta la mano afferra il dito medio, – vuol portare dalla sua i comunisti del Territorio libero di Trieste, se non fosse che là c’è uno come il compagno Vidali che…
– Eh, Vidali, Vidali… – tanto per cambiare Stefanelli, che gioca in coppia con il Barone, contro Melega e Bortolotti, scuote la testa, che sembra sempre voler dire qualcosa come “Ah, sapeste” o “Poveri ingenui”, ma nessuno in realtà capisce cosa voglia dire.
Melega gira intorno al tavolo, prende la mira e lancia la boccia. Si capisce che vorrebbe parlare, ma finché c’è Benfenati non si azzarda. E infatti, appena quello saluta tutti e si dirige verso casa, ce lo vediamo comparire nella sala grande col dito puntato e lo sguardo da cow-boy: – Guarda che per me basta che Togliatti lo dice chiaro: via! E io parto. Tiro fuori lo Sten e comincio a farli secchi uno alla volta. Si fa tutt’un fascio: democristiani, americani, jugoslavi, poi fuoco! Che in un’altra maniera non la capiscono!
Il vocione di Garibaldi arriva dal tavolo delle carte: – Non t’è bastata l’ultima guerra? Ne vuoi fare dell’altra?
Melega si gira verso di lui e agita l’indice in aria, come una sciabola: – Non far mica tanto il pacifista con me, Garibaldi, che lo so quanti ne hai ammazzati di fascisti in Spagna. E qua è stato lo stesso: se noi comunisti non prendevamo le armi nel ’43 e non ne ammazzavamo un bel po’ di fascisti e di tedeschi a quest’ora parlavamo tutti inglese! È che non ci hanno lasciato fare filetto, perché non era il suo tempo. Be’, sai cosa ti dico? Sono proprio fortunati che non era il suo tempo!
– ‘Scolta, – gli dà di gomito Bortolotti, un po’ seccato, – vedi ben di tirare ‘sta boccia che sono stufo di aspettare.
– Arrivo, arrivo.
Melega si volta a studiare il biliardo, e subito Walterún allunga il collo verso Garibaldi e parla piano, per non farsi sentire nell’altra stanza: – Oh, Garibaldi, non è per dire, sarà che sono vecchio, ma davvero Tito è comunista fascista? No, perché io ho sempre pensato che o sei comunista o sei fascista. Allora com’è ‘sta storia…
– Zitto e gioca, che m’avete bell’e rotto i maroni con tutti ‘sti discorsi.

Capitolo 8
Napoli, 21 gennaio

Non c’era da fidarsi, e basta.
Portare via in fretta i camion da quell’inferno di carretti e “creature”, vera e propria orda di cani famelici e randagi, di grida incomprensibili che volano da una parte all’altra e di puzza di grasso, mista a quella dolciastra della frutta marcia. Sistemare il carico e via, senza indugi, niente fermate, lui davanti e Palmo al seguito, anche dodici ore di fila. Un posto cosí, con le storie della guerra, la sua guerra, non c’entrava niente. O meglio c’entrava, eh sí, eccome se c’entrava, bastava girare lo sguardo, tutti i segni della Flotta, tutti quei militari, ma in un altro modo, che doveva ancora capire. Gli avevano detto che era come Calcutta, e lui aveva annuito. Ma chi l’aveva mai vista, Calcutta? Certo non Ettore, che comunque di casini, merda e fucilate era certo di averne visti abbastanza, ma questa Calcutta del Mezzogiorno, Napoli, gli faceva effetto, e Palmo lo preoccupava, quanta cazzo di gente c’era a girare là intorno? Andare via rapidi, sorridenti e amichevoli, ma rapidi. Non aveva nemmeno delle caramelle o del cioccolato, che ne so. Tutti quei bambini che saltavano, gridavano, correvano indemoniati su quei carretti di legno con sotto rotelle di ferro inchiodate alla meglio, gli davano l’ansia, una cosa sottile, come il male che si era portato via parte della sua famiglia e molti compagni, che nemmeno il Thompson ben riposto sotto il sedile di guida riusciva a placare.
Sigarette americane, accendisigari a gas liquido a retrocarica Ronson, whisky di varie marche, e orologi patacca con cui le mezze calzette della via Emilia avrebbero alleggerito i portafogli di tanti gonzi. Quello era il carico di Ettore a Napoli, ricoperto da balle di paglia e tela di sacco in quantità. Era la prima volta che viaggiavano con due mezzi, grossi telonati, eredità bellica, che facevano piú fumo del vulcano là di fronte.
Non bisognava distrarsi.
L’uomo che tutti, deferenti e assoggettati, chiamavano Vic, dirigeva quel caos pressoché immobile, dentro un doppiopetto blu scuro che lo rendeva ancora piú tarchiato, un cubo di basalto con i capelli tirati indietro dalla brillantina e il ciuffo sporgente. Tra non molto, Vic gli avrebbe fatto un cenno col capo e si sarebbero mossi, lui davanti e Palmo dietro, verso l’uscita del porto.
Diede un colpo di clacson in mezzo al frastuono e per un momento vide l’espressione poco intelligente di Palmo scuotersi, un momento solo, prima di spostare il faccione fuori dal finestrino.
– Quando ci dànno il via, stammi attaccato al culo e non ti fermare, mai! – disse Ettore, a voce alta, con Palmo che annuiva poco convinto.
Dopo lunghi minuti e altre due cicche, l’uomo che tutti chiamavano Vic sollevò finalmente il braccio destro, e con tre secchi movimenti della mano segnalò che il carico era completo, di fare inversione e avviarsi lungo la strada interna che costeggiava le banchine, verso l’uscita. Poche centinaia di metri percorse in colonna, a passo d’uomo, dietro altri camion, carri trainati da cavalli smagriti, donne che offrivano acqua fresca, frutta e cibi fritti di ogni genere. Poi le piccole scimmie, sporche e pestifere, che continuavano a saltare e a girare là intorno.
All’imbocco della via Marina, la lunga strada adiacente al porto che doveva portarli fuori città, il caos raggiunse il culmine, per via del passaggio del tram, con fuggi fuggi di carretti e cavalli, e quando si aprí il varco, Ettore ci andò dentro deciso facendosi largo verso la strada sgombra.
Dietro di lui, il rumore dei freni del camion di Palmo e le grida impazzite gli annunciarono la merda che temeva.
Il ragazzino si contorceva sotto le ruote posteriori, o meglio tra le ruote e il carretto su cui veniva trainato dai compari, urlando come un forsennato, mentre un altro si aggrappava al parabrezza, gridando anche lui: – L’accis’! L’accis’! – e subito gente si accalcava intorno.
Quando vide Palmo, paonazzo, scendere dal mezzo imbracciando il fucile capí che era fatta.
– Dio cristo, Palmo! Stai lí, non scendere, Palmo! Per Dio!
Ma Palmo era già sceso e da quel momento tutto durò pochi secondi: i ragazzini fanno rotolare a gambe all’aria Palmo, quello di non piú di dodici anni salta al volante, altri tre o quattro col carico, e il vuoto improvviso alle spalle del camion, che gli permette una rapida inversione e la fuga, nonostante i colpi sparati in aria da Ettore, furibondo.
Una delle scimmie della banda non era riuscita a scappare. Si dimenava, mentre Palmo tornava bestemmiando verso il camion, il fucile in mano e la peste stretta al braccio.
Ettore non aveva potuto che guardare, a meno di quindici metri di distanza. Fosse sceso, avrebbe perso anche il suo camion.
– Sei un cretino, Palmo, – disse non appena quello fu salito col serpente che si divincolava e urlava: – Lassam’! Lassam’!
Ettore gli mollò un manrovescio. Smise.
– E adesso cosa facciamo? – chiese Palmo, che ansimava, agitato.
– Torniamo indietro, alle banchine, ad ammazzare qualcuno e a farci ammazzate.
Nessuna delle due cose era nelle intenzioni di Ettore, ma era incazzato, l’aveva detto per fare paura a Palmo e a quel piccolo figlio di puttana. Gli avevano fottuto il camion, dio cristo! Cosa gli raccontava a Bianco?

– I’m sorry, goombah. Questi carusi qua sono indemoniati, these fuckin’ brats, diavoli sono…
– Senti, americano, io senza il camion e il carico non vado via, e lo so che non finisco bene e il mio socio neppure, però prima ci divertiamo anche noi.
– Ascolta, amico. Adesso vedo cosa posso fare. Però qua non fai puttanate. Metti via le armi e dici al tuo socio di lasciare il caruso, che tanto non vi serve a niente, che come questo ce ne stanno anche troppi qua. Sennò viene la Military Police.
Ettore lo guardò torvo: – Credi che non lo so che qua la polizia vede quello che vuole vedere? Voglio il camion. Senza il camion qua succede un macello.
Victor Trimane sbuffò un paio di volte, troubles every fuckin’ day. Si aggiustò la cravatta, lanciò un’occhiata intorno, e fece cenno a uno tra i tanti lí in giro.
Scambiò poche battute con un tipo piccolo e magro che gesticolava a piú non posso, e prima faceva di no con la testa, poi, rassegnato, parve convincersi. Mentre quello si allontanava, Vic disse ad alta voce: – Diglielo, che dopo arriviamo io e Steve Cemento. Diglielo, Antonio, e fai presto!
Tornò verso Ettore con un sorriso stirato.
– Amico, vedi che adesso risolviamo tutto. Tu aspetta qua e non fare sciocchezze.
Poi si avvicinò a Palmo, liberò il bambino dalla presa e lo spedí via con un calcio nel culo.
Ettore si accese un’altra sigaretta, doveva aspettare e sperare che gli andasse bene, che non li stessero prendendo in giro, lui e quell’imbecille di socio che si ritrovava.
Palmo stava affianco a lui, muto e rosso in faccia, fremeva e ancora non aveva mollato il fucile.
Ettore gli allungò una sigaretta: – Fumati questa e metti via il ferro, veloce.

Un’ora dopo, Antonio ricomparve alla guida del camion tra le urla e gli schiamazzi di una folla che non aveva mai smesso di commentare i fatti.
Ettore si sentí piú leggero, ma anche il camion lo era.
Davanti al cassone vuoto guardò Vic con aria interrogativa.
Quello alzò le spalle: – Che minchia devo fare, amico? Questi bestie sono. La miseria li rende bestie. Non riusciamo a dare un lavoro a tutti. Non ci lasciano lavorare nemmeno a noi. Senti a me, t’è andata bene. Il camion l’hai riavuto, e mi devi credere, è una fortuna, che qua hanno smontato le portaerei, si sono venduti le navi americane intere. Listen to me: un piccolo risarcimento ce lo metto io. Ti metto altre cinque casse di sigarette e una di whisky, per non lasciare il camion vuoto. E tu te ne torni a casa contento e con la benedizione di don Luciano. Ok, goombah?
Ettore si guardava la punta delle scarpe con la cicca arroventata tra le labbra. Doveva solo fare la parte, che gli veniva bene, perché infuriato era infuriato, ma non si poteva fare altro. Il camion, quello era fondamentale.
Alzò lo sguardo, tenendolo per qualche secondo negli occhi dell’americano. Fece un cenno a Palmo, che non smetteva di girare intorno al camion per controllare che fosse intero.
– Ce ne andiamo.
Tornavano a Bologna, da Bianco.

Capitolo 9
Bologna, 22 gennaio

Un villino fine Ottocento trasformato in condominio. Via San Mamolo, quartiere benestante ai piedi dei colli. Dietro il massiccio portone, odore di tabacco profumato al bourbon e note sbilenche di jazz giú per le scale.
Pierre salí di corsa e se lo trovò di fronte sul pianerottolo, alto e ancora slanciato, pipa stretta nelle labbra e sguardo assorto.
– Scusate il ritardo, professore, mio fratello non la smetteva piú.
– Non importa, Pierre, prendi fiato e intanto accomodati, che il tè si raffredda.
Renato Fanti fece strada nel corridoio. Lungo e stretto, oltre la porta a vetri sbucava nel salone. Quella sola stanza, con divano a fiori e mobili scuri, era grande all’incirca quanto l’intero appartamento dei fratelli Capponi. Pierre non smetteva di ammirarne l’arredamento elegante, le tende ricamate, la libreria fitta di volumi, il vecchio pianoforte a muro che nessuno suonava. Sul tavolo ovale, come ogni venerdí, teiera fumante e biscotti alle uvette.
– Questo è Darjeeling, uno dei migliori tè del mondo. Lo producono in India, a milleottocento metri d’altezza, – spiegò il professore. Ogni settimana, un tè diverso.
Pierre riempí le tazze e aggiunse una nuvola di latte, all’inglese. Prima della lezione c’era sempre tempo per le ultime notizie.
– Avete letto del processo a Djilas? Incredibile vero? Un mese fa diventa presidente del Parlamento jugoslavo, adesso lo destituiscono e lo cacciano dal Partito.
– Il giornale non lo leggo spesso, lo sai. Però ne ho sentito parlare molto, – e indicò dietro le spalle la vecchia, ingombrantissima radio. – Succedono cose strane in Jugoslavia, è vero. Tuo padre che ne dice?
– Mio padre… mio padre non dice niente. Djilas lo conosce, sapete? Ne avrebbe da dire, ma è quasi un anno che non ho notizie. Doveva scrivere per Natale, invece niente.
Fanti notò l’espressione di Pierre: – Un mese di ritardo può dipendere dalle Poste, no? La Jugoslavia sembra vicina, ma non si può mai dire. Per questo preferisco i piccioni.
– Ma, vedete, – rispose Pierre senza alzare lo sguardo, – è tutto un insieme di cose. L’ultima lettera è arrivata a marzo, poche righe soltanto, una brutta notizia… Poi dieci mesi di vuoto e adesso questa cosa di Djilas.
– Tuo padre stava dalla sua parte?
– Eh, sí, qualcosa del genere, anche se negli ultimi anni ce l’aveva un po’ con tutti. Diceva che l’avevano scaricato, che un italiano con incarichi importanti dava fastidio.
Il professore pressò il tabacco nella pipa. La fiamma dell’accendino ravvivò la brace e le labbra schioccarono in rapide boccate:
– Non credi che sarebbe tornato in Italia se le cose si fossero messe davvero male?
– Be’, vedete, qui da noi non è che va poi tanto meglio, anzi, per niente.
– Che vuoi dire?
– Sí, insomma, lui è un “traditore”, capite? Sul fronte jugoslavo, nel ’43, ha mollato l’esercito, ha ammazzato un ufficiale ed è andato nei partigiani. Qua in Italia lo mettono in galera. Se almeno aveva il Partito dalla sua, poteva scavarsi qualche anno, invece no, lui è un titofascista, come si dice, i compagni di qua lo lasciano dentro a marcire.
Il jazz terminò nel rumore della puntina sugli ultimi solchi vuoti. Fanti si alzò per girare il disco e con qualche indecisione l’orchestra di Count Basic attaccò di nuovo. Fuori s’era messo a nevicare.
– Quanto al Partito, – riprese il professore, – Togliatti e Tito faranno presto la pace, ora che Baffone non c’è piú. Questa storia di Djilas lo dimostra: Tito vuol tornare coi russi e molla per strada i critici dell’Unione Sovietica.
– Insomma: mio padre non sta mai dalla parte giusta, – commentò Pierre con mezzo sorriso. A fatica, deglutí l’ultimo sorso di tè. Sfilò dalla cartelletta i fogli e la stilo che gli aveva regalato Angela. Una leccata al dito, in cerca degli ultimi appunti.
– Ecco qua, we go to the cinema and after we have a drink, ho sottolineato after ma non mi ricordo perché.
– Perché è un errore: avresti dovuto dire and then we have a drink. Riscrivila giusta, cosí ti ricordi la differenza.
Renato Fanti conosceva l’inglese alla perfezione. Aveva vissuto a Londra per oltre dieci anni ed era tornato soltanto nel ’47, dopo che l’Italia era diventata Repubblica, a tre anni dalla morte della moglie. Adesso insegnava in un liceo scientifico, ma prima della guerra era stato professore di Letteratura all’Università di Bologna. Si erano conosciuti ai corsi serali. Pierre li aveva frequentati per ottenere la licenza media. Quel signore elegante e poco convenzionale lo aveva colpito subito. Conosceva il mondo, il cinema, la musica. Aveva interessi strani, quasi maniacali. Ed era la passione a farlo insegnare in un corso come quello. Non certo il bisogno. Per questo apprezzava in Robespierre la voglia di emergere, di conoscere, di abbracciare la vita.
Pierre ricordò di quando al corso Fanti aveva parlato di Un tram chiamato desiderio. Il suo stupore, nel vedere che qualcuno conosceva il film e il giorno che gli aveva offerto il biglietto per Rashomon. Poi l’idea delle lezioni d’inglese e la scoperta che il professore aveva perso la moglie proprio come lui la madre. Stessa malattia: tubercolosi.
In Sezione non approvavano la sua amicizia con il professore. Un antifascista, sicuro, allontanato dall’università per troppo amore della letteratura americana e troppo poco per la camicia nera. Però lo chiamavano borghese e qualunquista.
Certo, Fanti non era un compagno, e nemmeno apparteneva alla classe operaia. Non stava con Mosca, né tanto meno con gli imperialisti. Forse era anarchico, chissà, quasi sicuro non votava. In fatto di libri poi, non erano le presunte idee degli autori a spaventarlo, ed era un grande ammiratore di quel John Fante che su “Rinascita” dicevano fosse un mezzo nazista.
Finito Dos Passos, doveva farselo prestare.

Capitolo 10
Bologna, domenica 24 gennaio

Si sporse in avanti tra i sedili e indicò al tassista il viale alberato sulla destra.
I tronchi dei pioppi affondavano nel mucchio di neve ai lati della strada e le ruote dell’auto sollevavano schizzi di fango sui finestrini laterali. Angela si era messa di proposito le scarpe col tacco alto, sperando con quella scusa di convincere Ferruccio a rinunciare alla passeggiata.
L’usciere riconobbe la signora Montroni non appena la vide entrare e subito mandò a chiamare l’infermiere che si occupava del fratello.
Angela non amava troppo Villa Azzurra, ma almeno non era un manicomio. Dopo la guerra, i primi mesi del ’48, Ferruccio era stato ricoverato due settimane in ospedale psichiatrico. Il ricordo di quel posto le dava ancora i brividi. Urla, corpi rattrappiti in posizioni assurde, laghi di piscia sul pavimento, odori da rovesciare lo stomaco. Finché un giorno non era entrata nella camera del fratello e l’aveva trovato bloccato nel letto con le cinghie. C’erano voluti tre inservienti per riuscire a trattenerla e impedirle di slegarlo. Ancora un po’ e internavano anche lei, non la smetteva piú di piangere e gridare. Il giorno successivo aveva convinto il fidanzato, Odoacre, a firmare l’assunzione di responsabilità. Ferruccio era tornato a casa.
– Allora, come vanno le cose? – domandò Angela all’infermiere, come da copione. Lo chiedeva tutte le volte, anche se conosceva già la risposta. “Non c’è male, signora Montroni, facciamo progressi”.
-… fa un po’ fatica a dormire, si sveglia, vuole fare colazione alle tre del mattino, insiste per avere le sigarette, poi durante il giorno si mette tranquillo e non dà quasi problemi.
“Si mette tranquillo”. “Non dà problemi”. Il modo per dire che il nuovo calmante faceva effetto. A Villa Azzurra erano bravi, e il cognato del dottor Montroni, figurarsi, era trattato con tutti i riguardi. Anche Marco, l’infermiere, ottima persona, si vedeva che s’era affezionato a Ferruccio. Però non c’era niente da fare: lí dentro “stare bene” significava “non dare problemi”. Se suo fratello si alterava e dava uno schiaffo a qualcuno, allora stava male. Se rimaneva tutto il giorno in giardino, con tre gradi sotto zero, a fissare le nuvole, allora tutto a posto, stava bene.
– Se non è sul dondolo vicino al pozzo, lo troviamo sotto il cipresso, sulla solita sedia, – disse l’infermiere spalancando la porta a vetri che dava sul parco.
Un paio di vecchi sfidavano il freddo. Passeggiavano sul vialetto delle statue al braccio di figli o nipoti. Un’anziana signora con mezza faccia avvolta da bende si dedicava a improbabili lavori di giardinaggio, mentre due uomini sedevano a chiacchierare su una panca di pietra, sotto un cespuglio di tasso spolverato di neve. Passandogli accanto, Angela si accorse che ognuno parlava per conto suo.
– Ciao, ciao. Ce l’hai una sigaretta? – disse Ferruccio senza voltarsi, quando il crepitio di foglie secche lo avvertí dell’arrivo della sorella.
– Ciao, Fefe, – Angela lo abbracciò alle spalle e lo baciò sulla guancia. – Vieni, c’è il tassí che aspetta fuori.
– Andiamo a fare la passeggiata?
– Non ho le scarpe adatte, Fefe, bisogna almeno che passiamo da casa.
Un braccio frustò l’aria per allontanare la proposta: – No, no. Stiamo qui allora. Stiamo qui.
– Ma qui ci stai tutti i giorni, scusa, sempre chiuso qua dentro, – obiettò Angela, poi comprese il motivo delle resistenze del fratello. – Guarda che Odoacre non è a casa, doveva incontrarsi con un amico, è in giro.
– Ce l’hai una sigaretta? – domandò Ferruccio tirandosi in piedi e mimando con la mano il gesto di chi fuma. Angela gli allungò il pacchetto.
– Me lo posso tenere, vero?
Angela fece di sí con la testa, rassegnata. Ci voleva sempre un po’ di tempo prima che Ferruccio si lasciasse andare. Almeno un’oretta, poi si distraeva, lasciava perdere le sue fisse, smetteva di chiederti la sigaretta, o l’ora, o come mai eri andata a prenderlo. Dopo era come stare con una persona normale, a parte che qualche volta non rispondeva a tono e cambiava discorso all’improvviso.
Il tassista si era addormentato. Angela picchiò sul finestrino e quello sobbalzò come l’avessero svegliato nel cuore della notte. Alzò il palmo per scusarsi e si precipitò fuori per aprire la portiera.
– Gliel’ho detto, sa, a mia moglie, che non mi deve fare il fritto quando c’ho da lavorare, ma lei non la capisce. Prima o poi, finirà che faccio un incidente e allora, no, macché, cioè, si fa per dire, ci mancherebbe, quando guido poi sono sveglissimo, ma magari ecco, ci perdo dei clienti.
– Ce l’hai una sigaretta? – incalzò Ferruccio non appena fu a sedere.
– Una sigaretta? Ah, be’, certo, come no.
– Fefe, ma quale sigaretta? – intervenne Angela. – Te n’ho appena dato un pacchetto intero!
Ma quello aveva già allungato la Chesterfield oltre la spalla e Ferruccio se n’era impadronito con gesto fulmineo. Il bello era che non fumava. Tutti i lunedí, a Villa Azzurra, faceva il giro delle camerate e offriva sigarette ai malati, agli infermieri, ai dottori. Gli sorridevano tutti, lo ringraziavano, e lui si sentiva felice.
– Perché sei venuta a prendermi, oggi? – domandò ancora.
– Perché è domenica. Non vengo a prenderti tutte le domeniche?
– Sí, ma l’altra volta c’era anche la tua amica.
– Teresa? Non può mica venire tutte le volte.
– Ah no? Peccato, perché a me piace un sacco, la tua amica. Glielo devi dire. È gentile, sai? Per me tu puoi anche stare a casa, se hai da fare, mandi qua Teresa, andiamo al cinema, prendiamo una cioccolata, e io sto benissimo, proprio benissimo.
Stava quasi gridando, tutto eccitato dall’argomento. Angela si sarebbe pure dispiaciuta, di quel discorso, se non avesse saputo che Ferruccio lo faceva per un motivo preciso. E non era che preferisse Teresa a lei. In realtà, sapeva bene cosa c’era sotto, le domeniche che Angela lo affidava a Teresa. E siccome non aveva simpatia per il cognato, gli faceva piacere che la sorella si divertisse un po’.
– Allora glielo dici, eh?
– Che cosa?
– Che a me piace un sacco, la tua amica. Glielo devi dire.
– Va bene, Fefe, glielo dico senz’altro.
Restarono in silenzio qualche minuto. Un folto gruppo di persone chiacchierava di fronte alla chiesa dei Servi, mentre altri, sotto il portico, allungavano il passo verso la messa. I ragazzini giocavano a pallate di neve sotto i tigli scheletrici di piazza Aldrovandi, mentre i genitori prendevano d’assalto una pasticceria. Arrivato alle torri, il tassí svoltò a sinistra e imboccò via Castiglione.
La casa di Odoacre era oltre il torresotto, nel punto in cui la via si allargava, lasciando già intravedere il cassero della vecchia cinta muraria. Oltre quel limite, la strada si inerpicava sulle colline, rifugio per i piú ricchi, nelle ville lussuose, e per i fidanzati, chiusi dentro le auto o sdraiati nell’erba.
Angela pagò il prezzo della corsa e si affrettò verso il portone, mentre Ferruccio già bloccava la vicina del piano di sotto per farsi dare l’ennesima sigaretta.
Era uscito un po’ di sole e faceva meno freddo. Pensò che sí, magari poteva davvero cambiarsi le scarpe e portare il fratello ai Giardini Margherita. Una domenica senza fare due passi non lo metteva tanto di buon umore. E non perché avesse bisogno di camminare e prendere dell’aria, il parco di Villa Azzurra bastava e avanzava allo scopo. Ma senza una bella passeggiata in mezzo alla gente, come le metteva insieme Fefe quelle quaranta, cinquanta sigarette da offrire il lunedí?

Capitolo 11

Dichiarazione resa in data 25/01/1954 al commissario di P. S. Pasquale Cinquegrana da Pagano Salvatore di ignoto, sospettato del furto di un costoso apparecchio televisivo di marca americana dalla base militare delle Forze alleate di Agnano, Napoli.

D’accordo, ho capito. Voi dite che ci starebbe una persona che mi vide dalle parti della base. Agnano, dico. La base degli Alleati ad Agnano. Ma che significa? Può essersi pure sbagliato, voi lo sapete come succede quando fa buio, che credete di riconoscere un amico e invece è qualcuno che non c’entra. Ecco, cosí dev’essere andata. Cosa credete? C’è piú di una persona che vi può dire che stavo alla festa. Vi ho già parlato l’altra volta della festa, quella della Befana. All’orfanotrofio Santa Teresa. Certo, a distribuire i regali alle creature, come no? Lo potete chiedere a suor Giuliana, se volete, non era mica buio là, quella mi ha visto per bene in faccia, insomma, abbiamo pure parlato. E c’era anche suor Maddalena, pure a lei lo potete domandare. Non penserete che due suore vi vogliano mentire, quelle sono le spose di Cristo, voi le conoscete le suore, preghiere e opere buone, non sanno nemmeno cos’è una bugia, cioè, intendetemi, lo sanno, però pensano che se uno le dice la Madonna piange, davvero, cosí ci dicevano, lo sapete cosa succede se dite le bugie?
A me sono loro che m’hanno cresciuto. Le suore, dico. Suor Giuliana e suor Maddalena insieme. Potete controllare, fino all’età di tredici anni ho abitato presso la Casa del fanciullo di Santa Teresa, perché insomma, mia madre aveva danaro appena per campare, poveretta, e con il mestiere che faceva, non so se mi spiego, una creatura era un bel peso. Mio padre invece, non aggiungo altro. Fratelli, sorelle, magari ce n’ho pure parecchi, ma nessuno mi ha mai avvertito.
E già che ci siete, quando andate dalle suore, chiedetelo a loro, se sono un delinquente, come dite voi. Quelle non vi dicono mica le bugie, lo sapete. Salvatore Pagano? È ‘nu bravo guaglione, sí, sempre appresso ai cavalli, alle scommesse, ma che volete, quello deve campare. Perché a quelle, alle suore, nemmeno le scommesse piacciono assai. Che se uno scommette troppo fa piangere Santa Teresa. Cosí ci dicevano. Ogni peccato c’ha il suo santo che piange, e piú è grave il peccato piú il santo è importante. Ma scusate, vi stavo dicendo delle suore. Salvatore Pagano? Non ha mai rubato nulla, vi direbbero, a parte qualche caramella, e sí, vabbuo’, pure qualche sigaretta, e una volta, ma proprio una volta soltanto, una bottiglia di vino dalla cantina, ma un televisore, quello è troppo, e dove l’avrebbe messo un televisore? No, no, Totore è ‘nu bravo guaglione, cosí vi direbbero.
Che poi, guardate, per dimostrarvi che con voi voglio essere sincero fino in fondo, come in un confessionale, oltre le caramelle e le sigarette e la bottiglia di vino, quella volta, ma una volta soltanto, eh?, ci sta pure un altro fatto. E questo non credo le suore ve lo verrebbero a raccontare, perché insomma, anche loro, in questo caso, ci siamo capiti, no? E quella è proprio la cosa piú grossa che ho mai fatto, a fin di bene, sicuro, una cosa giusta, sissignore, che altrimenti le suore mica me lo lasciavano fare, abitavo ancora mezzo con loro, ai tempi. Sí, mezzo, insomma, a metà, un po’ e un po’, il giorno me ne stavo per conto mio e la sera tornavo da loro a dormire. Avevo tredici anni, allora.
Vi ho detto, no, che ci sono certi amici, ma pochi, e altri amici ancora che mi conoscono pure Totore ‘a Maronna? No, no, non v’inquietate, non sto cambiando discorso un’altra volta. Questo ha a che vedere con quella cosa grossa, ma giusta, che ho fatto tanto tempo fa, quella delle suore. Insomma, vi dicevo, mi chiamano cosí, Totore ‘a Maronna, per il fatto che io, non proprio da solo, anzi, con altre persone, ho fatto piangere la Madonna. Che c’entrano le bugie, scusate? Quello è un modo di dire. No, queste Madonne qua non le ho mica fatte chiagnere con le bugie. Quelle piangevano per davvero. Cioè, per davvero no, mica era un vero miracolo, era una bugia, però piangevano, eccome. Non avete capito? Ve lo spiego meglio: queste altre persone con cui stavo davano una mano ad altre persone ancora, persone importanti, pezzi grossi. Questi pezzi grossi andavano in moltissimi paesi intorno a Napoli, posti come Acerra, Marano, Afragola, parlavano delle loro cose, facevano propaganda, raccontavano i loro progetti. Mentre quelli se ne andavano, e la gente era ancora quasi tutta lí, sotto il palco, che questi pezzi grossi parlavano da sopra un palco, arrivavamo noi. Cioè quelle altre persone insieme con me. E io non è che dovevo fare molto, mi mandavano nella chiesa del paese, insieme con il parroco, che pure stava con noi, e a un certo momento io dovevo correre fuori, a fare il pazzo, a dire che avevo veduto la Madonna piangere, che era un miracolo, currite! che una vecchiarella che stava con me era svenuta dallo spavento. E c’erano delle volte che quelle altre persone che stavano con me avevano sistemato una pompetta d’acqua dentro la statuina della Madonna, e quella piangeva per davvero, cioè, non proprio davvero, non era un miracolo, ma insomma pareva che piangeva. Ma altre volte non c’era bisogno, bastava che quelli del paese vedevano questo guaglione e questa vecchiarella che dicevano sí, che la Madonna aveva pianto, l’avevano vista loro, proprio mentre quel pezzo grosso diceva che bisognava votare per lui, croce sulla croce, altrimenti altro che Madonna, altro che Italia, arrivavano quelli che se magnavano ‘e criature e… Non la volete sentire questa storia? Già la conoscete? Va bene, va bene, non dico piú niente, ve l’avevo detto che era una cosa grossa, che con voi volevo dire tutto, come in confessionale insomma, ma a me quella gente me l’hanno fatta conoscere le suore, e mi dissero che, insomma, c’erano bugie e bugie, e quella era una bugia a fin di bene, le avrete dette anche voi le bugie buone, questa era una di quelle, ed era cosí buona che a forza di dirla pare che abbiamo salvato l’Italia nel ’48, io e quelle altre persone… E vabbuo’, non v’interessa, l’avevo capito, la smetto subito, comunque è per quello che certi amici, ma pochi, e altri amici ancora mi chiamano Totore ‘a Maronna. A me Kociss mi piace assai di piú.
Ma se questa storia non la volete sentire, vi torno a dire che io con questo guaio di televisore americano non c’entro proprio. E questa della Madonna è la cosa piú grossa che ho mai combinato.
Le cinquemila lire, dite? Quali cinquemila lire? Le avevo in tasca? Be’, sí, certo, cinquemila lire, ma quelle sono mie. E vi pare che se avevo venduto a qualcuno un televisore americano mi facevo dare solo cinquemila lire? Quello ne vale venti volte tanto, almeno. Però a voi pare strano che uno come me va in giro con cinquemila lire in tasca. E vabbuo’, già ve lo dissi che neppure alle suore piace, però io scommetto ai cavalli, Santa Teresa mi perdoni, e le volte che vinco, ci guadagno qualcosa. Poi, sapete come succede, sono sempre all’ippodromo, e pulisci qua, porta questo di là, fai una puntata per il signore che vuole starsene comodo, pure cosí ci guadagno qualcosa. Ma cose da poco, quattro, cinquecento lire al massimo. Le cinquemila lire, quelle le ho proprio vinte. Al Gran premio di domenica, mi pare ne avevamo tre, ho puntato su Monte Allegro, tutti dicevano che avrebbe vinto Ninfa e invece ha vinto Monte Allegro. Sapete, Agnano è la mia seconda casa, anzi, forse pure la prima, e io i cavalli li conosco bene davvero, e Ninfa il giorno prima aveva fatto una brutta colica, mentre Monte Allegro stava in gran forma. Il totalizzatore lo dava a cento lire, potete controllare, e io ci ho scommesso tutti i miei risparmi, cinquecento lire, proprio cosí.
Una grande puntata, commissa’, mai visti tanti soldi in vita mia!

Capitolo 12
Palm Springs, California, 30 gennaio, pomeriggio

Sul sofà chippendale, proprio di fronte a Cary, c’era Sir Lewis Chester Kennington, alto funzionario dell’MI6, giunto da Londra pochi giorni prima. Di fianco a lui, Henry Raymond, soprintendente sul suolo americano della medesima struttura d’intelligence. Rigidi, nei loro perfetti abiti grigi. Lana pettinata, grey pinstripe, due bottoni, panciotto, probabilmente Anderson and Sheppard, e le camicie avevano l’inconfondibile taglio Turnball & Asser di Jermyn Street. Ai piedi, entrambi calzavano Oxford nere. Ma l’ensemble era indossato con poca personalità, tipico degli inglesi, che al bell’aspetto preferiscono la perfetta mimetizzazione tra le pareti degli uffici.
Sir Lewis, alto circa sei piedi, sulla sessantina. I capelli bianchi e pettinati all’indietro, baffetti neri, ben curati.
Raymond era forse di dieci anni piú giovane, e piú basso di tre-quattro pollici. Capelli rossi e sottili, scriminatura a destra. Entrambi avevano accenti affettati da rampolli dei ceti superiori, e occhi chiarissimi, di quelli che nel bianco e nero sembrano slavati e insinceri.
Cary aveva occhi scuri. Potevano “forare lo schermo” e comunicare qualsiasi emozione.
L’agente Fbi, biondo, di media corporatura, trent’anni e qualcosa, s’era presentato come “Bill Brown” ed era rimasto in piedi di fianco al caminetto in marmo. Giacca sportiva blu sbottonata, camicia magenta, cravatta con nodo storto, occhiali da sole (montatura troppo pesante per i suoi lineamenti). Aveva detto solo due parole, ma Cary aveva riconosciuto il “twang” della cadenza texana, lo stesso del suo amico Howard Hughes.
Versando un filo di latte nella tazza di tè, Sir Lewis disse: – Mr. Leach, vi sarete certo domandato cosa desideri da voi il governo di Sua Maestà.
Cary, cittadino americano dal 1942, annuí senza dire nulla. Negli ultimi giorni era stato troppo giú di corda per essere curioso. Nessuno lo aveva piú chiamato “Mr. Leach” da piú di vent’anni.
Sir Lewis, scegliendo il registro dell’adulazione, fece riferimento ai “passati servigi” resi a Sua Maestà, al patriottismo dimostrato durante la guerra, agli interessi della Corona.
– Il vostro aiuto fu preziosissimo, Mr. Leach. La gratitudine di Sua Maestà e di tutti noi va ben oltre l’onorificenza che vi fu tributata…
-… con svariati anni di ritardo, – concluse Cary. Aveva ricevuto la King’s Medal solo nel 1946, ufficialmente per aver donato alla madrepatria in guerra l’intero salario di The Philadelphia Story e Arsenic and Old Laces.
Raymond fu colto di sorpresa: – Prego?
Sir Lewis abbozzò: – Capirete che dovevamo aspettare qualche pretesto, una diversa motivazione per assegnarvi la King’s Medal senza scoprire il ruolo vostro e di altri preziosi informatori.
– Signori, non è mia intenzione fare inutili polemiche, sia chiaro. Non ne fui risentito allora, figurarsi nell’anno di grazia 1954, ma il mio amico e collaboratore Alexander Korda fu nominato baronetto nel 1941. Sbaglio, forse?
Chi stava parlando, Archie o Cary? La scintilla della rievocazione aveva riacceso la fiamma dell’orgoglio ferito, che portava con sé una risentita curiosità. Cosa voleva da lui l’MI6? Se erano lí, a casa sua, nel suo salotto, per chiedergli qualche favore, be’, allora avevano un bel coraggio!
– Mr. Leach, noi speriamo davvero che non mettiate in dubbio la profonda riconoscenza…
Stavolta Cary sbottò: – Signori, lasciamo perdere. La questione può essere riassunta in men che non si dica: io volevo arruolarmi già nel ’39, come fece David Niven, ma Lord Lothian mi disse che sarei stato piú utile a Hollywood, da dove avrei fatto rapporto sul filonazismo nell’industria cinematografica. Come no, nazisti ce n’erano un po’ dappertutto, persino la mia seconda moglie ne frequentava, addirittura il mio insegnante di spagnolo era una spia dell’Asse, per non parlare della dannata contessa di Frasso. Vi rendete conto di quanti rinfreschi interminabili con gente sgradevole mi sono dovuto sciroppare tra il ’39 e il ’43? Io ho fatto la mia parte, anche con il dannato Hoover e l’intero dannato Fbi che cercavano in tutti i modi di mettermi in imbarazzo, perché, che vuole mai quest’inglese sul nostro territorio? Non li sappiamo forse scovare da soli i nazi? Poi segnalo a Sir William Stephenson che Errol Flynn frequenta agenti tedeschi e, in quanto suddito britannico, è colpevole d’alto tradimento. Diamine, se lo segnalai! E che fa l’MI6? Niente. Anzi, per tutto il corso della guerra, Flynn fa l’eroe sullo schermo, e io mi devo beccare le frecciatine degli scribacchini di Londra, che mi dànno del vigliacco perché non mi sono arruolato come David Niven! Poi, a guerra finita, mi date la dannata medaglia e io, che tra l’altro sono già cittadino americano, dovrei andare in brodo di giuggiole, non è cosí?
Chi stava parlando, Archie o Cary?
– Un secondo, per favore, – lo interruppe Sir Lewis, col tono paziente ma irritante di un maestro elementare. – Rendiamoci conto di cos’avrebbe significato un’accusa a Mr. Flynn per alto tradimento o spionaggio: si sarebbe trattato di un processo lungo e tortuoso, esposto all’opera di disinformazione nemica, e chi sarebbe stato alla sbarra? Una popolare stella del cinema. Uno degli uomini piú amati dalle donne di tutto il mondo. Correvamo il rischio di trasformare Flynn in un martire.
– È vero, – proseguí Raymond. – Se mi si consente di fare un esempio piú… contemporaneo, la medesima cosa potrebbe succedere oggi ai sospettati di “attività antiamericane”. È rischioso fare tutti questi processi per identificare un pugno di bolscevichi. In Gran Bretagna prediligiamo tattiche piú sottili e meno rumorose, ma gli Stati Uniti sono un paese ancora cosí naïf e superficiale -. Poi si girò verso Brown e aggiunse: – Con rispetto parlando, s’intende.
Brown restò impassibile, non diede segno di aver capito una sola parola. Probabilmente, pensò Cary, non sapeva cosa fosse un “bolscevico”.
– Se invece avessimo lasciato Mr. Flynn a piede libero, come poi facemmo, – proseguí Sir Lewis, – la sua nota impulsività ci avrebbe presto o tardi fatto scoprire altri elementi della rete spionistica, e in effetti, i suoi incauti spostamenti nel Messico furono a dir poco rivelatori. Quanto alla vostra spiacevole esperienza con l’opinione pubblica britannica, Mr. Leach, poteva andarvi peggio. È nostro dovere, se necessario per la sicurezza e la prosperità della Corona, dare in pasto all’opinione pubblica i nostri agenti veri o presunti, per procurar loro un diversivo. Rammenterete che, per proteggere il lavoro d’intelligence del vostro amico Mr. Coward, mettemmo in giro la diceria che l’MI6 lo avesse sollevato dal suo incarico per mancanza di riservatezza. Era l’unico modo perché i tedeschi non tentassero infiltrazioni.
– Quanto a Flynn, – riprese Raymond, – c’erano altri modi per liberarsene, e non aggiungo altro.
Sir Lewis si girò verso Raymond con malcelata contrarietà. Quasi nello stesso istante, Raymond e Brown videro Cary Grant inarcare il sopracciglio sinistro in un’espressione di sorpresa già vista sul grande schermo. Nei pochi istanti di disagio che seguirono, Cary pensò velocemente. Come ho potuto non capirlo?
Nel 1942 Flynn era stato arrestato con l’accusa di violenza su minori, in riferimento a quattro episodi avvenuti sul suo panfilo, il Sirocco. Le due accusatrici, tali Betty e Peggy, non mostravano meno di ventitre anni, qualcuno le aveva deflorate ben prima di Flynn ed erano piú che consenzienti, ma durante il processo l’accusa le aveva fatte conciare da bambinette, coi calzetti corti e le treccine… Flynn era stato assolto, ma l’etichetta di stupratore gli era rimasta appiccicata addosso. Era iniziato il suo declino d’attore e di uomo, l’alcolismo, le droghe, l’autodistruzione.
Un’operazione dell’MI6.
Cary era disgustato: tattiche “piú sottili e meno rumorose”!
– Signori, non so cosa vogliate da me, ma credo che questa conversazione sia durata fin troppo e…
– Mr. Grant, – Sir Lewis gli mostrò le palme delle mani in segno di resa, ha ragione, ora-veniamo-al-punto. Niente piú “Mr. Leach”, finalmente. Avevano capito che serviva a ben poco toccare le corde della lealtà alla Corona. – Mr. Grant, i governi dell’Alleanza atlantica hanno bisogno del vostro aiuto per una delicata questione di rilevanza internazionale. Vi sembrerà paradossale, ma ci rivolgiamo a voi in quanto attore e in quanto… uomo elegante.
Raymond serrò le labbra, cercando di trattenere un sorriso. Il sopracciglio di Cary s’inarcò di nuovo (sarebbe rimasto in quella posizione per buona parte dell’ora successiva). Il viso di Raymond esplose in un’espressione ilare, come se le sue azioni della Union Pacific Railroad fossero appena salite di venti punti.

Capitolo 13
Tra Napoli e Caserta, 30 gennaio

Le scarpe lucide affondarono nel fango e dal basso salí l’odore di merda e stalla. Qualche recinto improvvisato piantato nella melma in mezzo alle sterpaglie, uomini che si aggiravano tra bufali e vacche, una ventina di auto posteggiate a poca distanza e il ronzare delle mosche spesso piú forte del muggito dei bovini. Il mercato del bestiame di Marcianise, vicino Caserta.
Zollo adocchiò la cabriolet del coglione. Solo un figlio di buona donna poteva venire in un posto come quello con un’auto di lusso. Zollo si complimentò con se stesso per aver lasciato la sua nel garage di casa. Trimane richiamò la sua attenzione su un tizio ben vestito, cappello, sciarpa e cappotto, in mezzo alla folla di allevatori e cafoni. Dal punto in cui erano non si distingueva il volto, ma era lui.
Scesero dalla collinetta dove si erano appostati, bestemmiando per la fanghiglia che arrivava a sporcare l’orlo dei pantaloni. Raggiunsero la sterrata che scendeva verso il paese. Qualche centinaio di metri piú sotto trovarono la Fiat 1900 presa in prestito per l’occasione. Entrarono. Trimane si accese una sigaretta.
Disse: – Be’, la vedi questa strada?
– Eh, la vedo.
– In Italia le strade non sono buone. Se non c’è fango, c’è polvere, se non polvere, buchi, se non buchi…
– Buchi sempre, Vic. And no highways.
Zollo sbirciò lo specchietto retrovisore per vedere se arrivava qualcuno. Voleva sbrigare la faccenda e tornare a Napoli. Il silenzio della campagna gli metteva addosso una strana agitazione.%