Yambo – L’allevatore di dinosauri

Prologo

Un tempo – qualche miliardo di anni fa – noi non esistevamo. L’uomo non era ancora apparso sulla scena del mondo, e tanto meno la donna, per cui la terra aveva un aspetto molto malinconico: gli alberghi erano deserti, nessuno frequentava i teatri di varietà, le spiagge di mare, anche nell’infuriare della canicola, non accoglievano il più scalcinato bagnante, i futuri lidi di Venezia, Viareggio, Rimini, Riccione, le non ancora fondate terme di Montecatini e di Salsomaggiore, aspettavano invano chi volesse profittare delle loro grandi virtù curative. Basti dire che il Casinò di Montecarlo non aveva ancora incassato uno scudo!
E allora, quali bestie, in mancanza dell’uomo, popolavano, a quei tempi, la terra? I rettili. Rettili immensi, naturalmente: rettili alti come case, coperti di squame, di punte, di bitorzoli, armati di unghie e di zanne, orribili e buffi a vedersi; rettili erbivori, carnivori, acquatici, terrestri; ora provvisti di lunghi colli di serpente, ora di corazze ossee come le tartarughe; vivevano nelle grandi foreste dell’età secondaria, o nei laghi e nei mari, mangiandosi a vicenda, tranquillamente, senza pensare affatto che un giorno le loro ossa avrebbero costituito il più divertente rompicapo per gli scienziati ricercatori e restauratori di fossili. Poveri rettili! Credevano, forse, di aver conquistato il dominio assoluto della terra. Si vedevano così giganteschi, si sentivano così irresistibili! Avevano nomi altisonanti e paurosi: uno si chiamava atlantosauro, un altro ittiosauro, un terzo brontosauro, un quarto iguanodonte; come avrebbero potuto pensare che un giorno, nonostante la magnificenza del nome, sarebbero scomparsi dalla faccia del mondo?
Eppure! Ci piange il cuore a pensarci. Un improvviso, spaventevole cataclisma si portò via, a un tratto, i milioni di rettili che ornavano la superficie terrestre. Quando spuntò l’alba del primo gennaio dell’anno… (impossibile segnare la cifra) il regno dei rettili era ormai liquidato.
Dove erano finiti?
Mistero.
Perché sono spariti?
Mistero.
Ma è possibile che qualche esemplare di questi infelici rappresentanti di un regno distrutto viva ancora?
Può darsi che un disgraziato atlantosauro allunghi ancora il suo collo grinzoso sotto il sole dei tropici o in qualche isola del Pacifico? Non viveva forse fino a pochi anni or sono, nella Nuova Zelanda, l’ultimo rappresentante di una gigantesca razza di uccelli, il dinornis, le cui uova erano grosse come teste di elefante?
Insomma: è ammissibile l’ipotesi che un qualsiasi rettile antidiluviano viva sempre la sua pigra vita, nascosto in una remota e incognita caverna, nel mezzo di una qualche regione deserta del globo: il Tibet o il centro dell’Africa, il Mato Grosso o le terre inesplorate del Sud?
Rispondete: è ammissibile, questa ipotesi, o no?
Se voi non avete il coraggio di rispondere, risponderò io per voi, con una storia che certamente turberà i vostri sonni. I fantasmi di quel mondo scomparso, gli ultimi esemplari di razze animali che oltrepassano i confini dell’incubo, entreranno, mostruosi e schiaccianti, nella frivola vita di cui ci sentiamo orgogliosamente gli attori, sorvoleranno le nostre città, rientreranno, infine, nell’oscurità della favola dalla quale li ha evocati l’autore.

I
L’UOMO CHE VENIVA DA LONTANO

Il fatto si svolse nei termini precisi che or ora vi esporrò: soltanto, non posso dirvi il paese dove il fatto avvenne, perché mi tirerei addosso una casa del diavolo. Passerei anche per un mancatore di parola, perché a suo tempo per carpire il terribile segreto mi lasciai sfuggire la promessa solenne del silenzio. È vero che in tutti i modi io, ora, raccontando le cose come andarono, tradisco la promessa: ma siccome non scriverò mai il vero nome del paese che fu teatro del dramma e nemmeno quello dei personaggi principali dell'”azione”, nessuno stimerà conveniente, per il semplice gusto di additar me alla riprovazione degli uomini onesti, di rivelare gli autentici eroi dello “scandalo antidiluviano”.
Insomma, in questo modo salvo la dignità altrui e anche un po’ le mie spalle: e posso seguitare a girare il mondo a fronte alta, come un galantuomo qualunque.
Dunque, mettiamo che il paese si chiamasse la Roccalbegna, ma non è: siamo sempre nell’Amiata, ma non dalla parte di Maremma, e dove le “dramatis personae” fossero press’a poco queste:
1. Romeo Gualandi, sindaco di Roccalbegna (non è Roccalbegna; vorrei dirvelo, ma non posso, c’è di mezzo la promessa), chimico farmacista, naturalista, cacciatore all’aspetto, lettore dei più noiosi giornali della penisola, ricercatore di pietre filosofali a tempo perso, un po’ triste, un po’ timido, un po’ vano, un po’ grinzo, ma provvisto di una corona di bei capelli color stoppa a riflessi d’argento, che gli conferiva un aspetto di filosofo ispirato (egli doveva la nomina a sindaco semplicemente alla corona di capelli color stoppa a riflessi argentei: se ne son viste delle peggiori in politica), era inoltre sposo riamato di:
2. Flavia Gualandi, detta la “sindachessa”, di età incerta; ammirevole avanzo di statua etrusca un po’ imbastardita nelle linee del naso e del mento, ma sempre degna di elogio per l’eleganza della persona e per il taglio indovinatissimo degli occhi, che somigliavano a quelli indimenticabili della Gorgonide scolpita e dipinta nel soffitto dell’ipogeo dei Volumni: donna, in sostanza, più piacevole a vedersi che a udirsi, ma che aveva saputo, con gli anni e le astuzie più grossolane, conquistare l’animo indeciso e fluttuante di Romeo e dominarlo in un modo eccezionalissimo.
3. Il canonico Lorenzo Pelanda, amico e frequentatore di casa Gualandi.
4. L’amico d’infanzia di Romeo, Michele Orcagna, ex pittore, ex baritono, ex giornalista, presentemente viaggiatore senza mèta fissa: quarantacinque anni bene spesi, viso abbronzato, vivacissimo, voce possente, gesto largo e complicato, scatti di nervi, risate a sproposito, mancanza assoluta di riguardi e di educazione elementare.
5. “Bubi”, il negro del bacino dello Tchad, personaggio misterioso in apparenza, insignificante in sostanza, al servizio di Michele.
6. “Crostino”, il giovane gorilla delle foreste del centro africano: malato di nostalgia e forse di tisi incipiente, tipo romantico, molto quotato alla borsa degli animali di Amburgo.
7. La principessa Nazli: tipo di fanciulla arabo-egiziana, ricchissima, vivacissima, stranissima, in continua guerra col senso comune.
8. Lo zio di Nazli, gran barba di profeta, idee millenarie, costumi misteriosi, ma illibati.
9. “Piri-Piri” l’eroe: animale delle età preistoriche, ingombrante e insopportabile.
10. Il popolo della Roccalbegna: personaggio multiforme e multanime, sospettoso, chiacchierone, ingombrante – specie la domenica e le feste comandate – ma necessario per costituire il “coro” alla greca di un poema eroicomico come il presente.
Dopo questi rapidi cenni spiegativi, possiamo cominciare la narrazione…
Un momento.
Debbo accennare ai luoghi.
Il paese (non è Roccalbegna: ma gli somiglia, ed è proprio alle falde del Monte Amiata) è costruito quasi in piano, con belle strade diritte, larghe, ben lastricate… (vedete che non può essere Roccalbegna?).
Intorno è un digradare di contrafforti boscosi, di insenature, di poggi, oltre i quali si indovina la chiara dolcezza della campagna senese, tutta pervasa di misticismo e di amore. Il sindaco abita fuori del paese, in cima a una collinetta, che tutti chiamano “Schiantacore” perché c’è una salita da metter paura.
Ma in questo modo Romeo può invigilare i suoi amministrati senza dover temere la vigilanza di nessuno. Al tempo dei rossi, anzi, ci fu un tentativo di rovesciamento politico per colpa della salita di “Schiantacore”.
— Perché il sindaco si ostina a vivere in cima al poggio? – sbraitavano i più sfegatati caporioni “bolscevichi” – perché vuol dominare il popolo!… ma è tempo di finirla colle tirannie! Venga giù in paese anche lui, se non vuole che al suo posto si metta lo Squarci, il valoroso spaccapietre che conosce meglio i nostri bisogni, ecc. ecc..
Romeo ricevette con le lacrime agli occhi una deputazione di “rossi”; e disse loro pianamente, con una grazia ineffabile:
— Ma che importa a loro se io abito qui alla “Lodola”? Io qui non faccio niente di male…
Proprio, lui non faceva niente di male e niente di bene: sfogliava i libri di storia naturale e guardava le mosche nel microscopio: ma più per curiosità che per acre desiderio di studio. Le vicende politiche di quei giorni gli erano assolutamente ignote, perché nei giornali non leggeva mai gli articoli di fondo.
— Ma non lo sa – gli disse il bolscevico più violento, il terribile “Cicche” garzone del droghiere Bucalossi – non lo sa, che tra poco c’è la rivoluzione? Che la ci sta a fare, in villa? La venga giù, sarà meglio!
A questo punto scappò fuori la signora Flavia, armata con una doppietta da caccia carica a pallini:
— Se non vi levate dintorno, vi impallino tutti quanti, sciaborditi, fannulloni, leccapiatti!… Via, mondezza!
A quell’uscita, la deputazione rossa còlta alla sprovvista dovette adunarsi per deliberare. E deliberò… di discendere in paese provvisoriamente, per aspettare la rivoluzione e prendere le opportune vendette contro “gli infami borghesi della ‘Lodola'”.
Ma poi vennero i fascisti coi loro argomenti sbrigativi, e l’ottimo Gualandi, tranquillizzato, seguitò a guardar le mosche e le formiche nel microscopio, e a non far niente di male né di bene come sindaco…
Una sera d’ottobre – il sole era andato giù in una coltre di vapori sanguigni – Romeo disse alla moglie:
— Questa sera succede il finimondo. Io me ne intendo.
— Ma se non ne infili mai una, col tempo! – protestò la signora Flavia.
— Lasciami dire – oppose dolcemente il sindaco naturalista – bisognerebbe preparare la camera dei forestieri…
— Perché?
— Perché stasera tocca la “scopa” col canonico: e siccome non potrà tornare alla Pieve, per via del tempo…
— Tu sogni! è un tempo magnifico!
— Ci sarà tempesta.
A questo punto, in fondo alle valli lontane, verso il Fiora, parve rotolare il rombo cupo del tuono.
— Te l’ho detto? – gridò Romeo, trionfante. – Tempesta sicura!
— Avremo una notte di paradiso.
* * *
— C’è di molto alla casa del sindaco? – domandò Michele Orcagna, che era sceso dalla sua “tre litri e mezzo” (motore spinto) e cercava di raccapezzarsi, nelle prime ore del crepuscolo.
Il ragazzo interrogato levò gli occhietti vispi sul bel viaggiatore, tutto vestito di cuoio, e penò un poco a rispondere.
— Se mi ci porta anche me, le fo fare la strada buona… C’è di molta salita…
Giù, nelle svolte della via che conduce al Fiora, rombava un’altra automobile.
— Questo è il camion con la roba – spiegò Michele, offrendo macchinalmente una sigaretta al monello. – Fumi?
— Il babbo non vòle, ma ora tanto non mi vede… – e il bimbo arricciò il visetto in una smorfia comica – ci ha un cerino, scusi?
– Ecco. Bisogna aspettare il camion e poi andremo su alla villa del sindaco… Come si chiama?
— Il sindaco?
— No, la villa!
— Si chiama la “Lodola” perché le cambiò il nome la signora Flavia, ma prima si chiamava “La Paura”, e nessuno ci voleva stare perché ci si sentiva…
Michele si mise a ridere.
— Che sciocchezza! ci credi tu, buacciòlo?
— Io no, perché sono un ragazzo moderno. Ma il nonno dice che è vero e che anche lui, quand’era giovine, volle passare la notte nella villa che era abbandonata, si sa, in quei tempi, e non poté dormire per i gran lamenti e il gran strusciare di catene…
La sagoma gigantesca di un camion carico di casse e di sacchi apparve nell’ombra.
— Andiamo, pispolino! – gridò subito Michele in vettura – monta dietro il seggiolino! Andiamo a svegliare gli spiriti dormenti alla “Lodola”!
E la macchina fragorosa si avventò su la salita di “Schiantacore”…
* * *
Dalla finestra del salotto da pranzo, il sindaco Gualandi spiava sempre il cielo, nella speranza di vedere accendersi un baleno e di poter dire all’ostinata consorte:
— Lo vedi, che ho ragione io? che c’è la burrasca?
Ma invece del lampo, al bravo signor Romeo parve a un tratto di risentire il tuono. Ed era un brontolio continuo, che si avvicinava, si avvicinava, e diveniva sempre più vibrante, più sonoro…
— È il finimondo, sì o no? – e Romeo si voltò trionfante a guardare la signora Flavia che disponeva alcuni piatti su la tavola.
— Il finimondo? perché il finimondo?…
— La burrasca…
— E dàgli, ma non senti che sono due automobili?
Romeo Gualandi aguzzò le pupille per guardare meglio la straduccia che saliva alla “Lodola”. E infatti, tra il lusco e il brusco, egli intravvide la “tre litri e mezzo” di Michele Orcagna sbucare da una stretta voltata e precipitarsi verso il piazzale della villa.
— Flavia! – disse il sindaco di Roccalbegna con un tremito nella voce – si è fermata un’automobile qui sotto…
— Qualche visita? – e anche la signora Flavia atteggiò il viso a meraviglia.
— Ma… chi vuoi che…? Noi non conosciamo quasi nessuno…
Proprio allora, fu un gran picchiare al portone, e tutti i vetri ne tremarono: e i cani della casa del fattore cominciarono ad abbaiare come disperati, rabbiosi per essere stati destati nel primo sonno.
Romeo si affacciò alla finestra e domandò con voce timida:
— Chi è?
— Amici – rispose Michele Orcagna smettendo di picchiare. – Vorrei vedere il signor Gualandi…
— Sono io…
— Sei tu! … Io sono Michele Orcagna… mi conosci? Già, non puoi riconoscermi al buio… Sono venuto a farti visita…
Ora si sentiva l’affannoso battito del motore del camion che arrancava su per la china.
— Un’altra automobile! – balbettò confuso il signor Romeo, e volse un’occhiata supplichevole alla signora Flavia. – Sai… è un amico d’infanzia… quel Michele Orcagna… di cui ti ho sempre parlato…
La signora Flavia levò le braccia al cielo.
— Ma come! a quest’ora? Viene a farti visita? Ma è impazzito questo tuo amico? Oppure è un villan rifatto…
— Piano, ti prego…
— Piano un corno. Sta a vedere che la nostra casa è diventata l’albergo dei tuoi amici!
Michele Orcagna aveva riacchiappato l’anello della porta e si era rimesso a battere con violenza sbraitando:
— Ohè!… apri o non apri? Ho fame e ho sonno!
— Non fa mica complimenti, eh? – mormorò la signora Flavia nauseata. – È un tanghero. Già, se è un tuo amico…
Romeo, tutto curvo e mortificato traversò il salotto per scendere ad aprire all’amico.
Arrivato su l’uscio, tentò un’ultima raccomandazione.
— Ti prego, Flavia… non mi far fare brutte figure… è un amico… un caro amico.
— Va’ all’inferno te e lui!
Romeo Gualandi andò ad incontrare Michele con la morte nel cuore e un falso sorriso sulle labbra.
* * *
— Oh! finalmente!… ci voleva tanto, amico mio? – e Michele serrò più volte tra le braccia poderose, l’esile e sospiroso Romeo. – Scommetto che non avresti mai pensato…?
— Ah! no di certo – disse il sindaco ricambiando con timidezza gli abbracci dell’amico – non avrei mai potuto figurarmi… che… son tant’anni che non ho più notizie di te…
— Come tant’anni? L’ultima volta ti scrissi dalla Cina…
— Nel ‘900…
— Già. Son passati… perbacco, come vola il tempo! Senti, io mi trattengo da te: hai dove collocare le macchine?
— C’è la rimessa.
— Ma il camion è grande… e poi è molto carico… basta, lo lasceremo qui sul piazzale… Bubi?…
Un’ombra nera come la notte si avanzò verso il sindaco che allibì a quella inaspettata apparizione.
— Questo è Bubi, il mio domestico particolare… L’ho portato con me dal Congo… un bravo ragazzo, sai!… prima era un po’ cannibale… ma non molto… eh! eh! Gli piaceva la carne umana, a questo brigantaccio!
I denti bianchissimi di Bubi, lampeggiarono minacciosi nell’oscurità.
— Beh, non ne parliamo più. Ora è un servitore prezioso. È anche il mio chauffeur. Piange tutte le volte che schiaccia un cane: perché è un nobile cuore, sai!… Bubi, bisogna scaricare quelle casse. E poi pensa a Crostino… Sai che Crostino si secca a viaggiare in camion…
Romeo Gualandi ascoltava l’amico come trasognato, e non osava guardare i denti di Bubi.
— Dunque… oh! – gridò alla fine Michele Orcagna – ti muovi? Andiamo a cena?
— Ah! sei venuto a cena?
— Diavolo! credi che abbia percorso metà dello stivale per venire a morir di fame da te?
— Ma si può sapere di dove vieni, benedetto figliuolo?
— Dal paese delle Chimere e dei Mostri, dal centro dell’Africa…
— Eh! allora avrai farne di certo… – e queste parole il buon Romeo le disse distrattamente, pensando solo alla battaglia che avrebbe dovuto sostenere con la signora Flavia. – Vieni… in qualche modo ci accomoderemo.
* * *
— Lo sai che la Cleofe è dovuta andare alla Pieve? – ruggì dall’alto delle scale la signora Flavia.
— Sì, cara, lo so… – fece Romeo con estrema umiltà – è andata alla Pieve e per questo il signor Michele dovrà adattarsi… sai… è Michele… quel caro amico Michele…
— Tanto piacere.
Proprio in quel punto Michele si drizzò davanti alla signora Flavia e la signora Flavia dovette rassegnarsi ad abbozzare qualche cenno di saluto e di invito, ma aveva un diavolo per capello, proprio. Brontolò con un sorriso che pareva una maledizione:
— Dovrà scusarci… se … capirà… si vive in campagna… bisognerà che ella si adatti… non c’è quasi nulla… la sera, da noi non viene mai nessuno, per fortuna… cioè, capisce… io intendo dire di certe persone… e poi, le donne di servizio…
Michele interruppe quelle parole con una gran risata.
— Ma è tutto questo!… e per questo siete rimasti lì avviliti e confusi, come se vi stesse sul collo una gran disgrazia! ah! ah!… ma abbiamo Bubi, per fortuna… Signora, i miei complimenti… Bubi!
Bubi apparve su le scale, silenzioso e improvviso, come un “babau”.
— Bubi, bisogna tirar fuori quelle scatole di conserve… sai?… pesci, crostacei, carni, selvaggina, frutta, antipasto, dolci… e bottiglie… molte bottiglie!…
Poi aggiunse a mo’ di spiegazione:
— Io viaggio sempre… e a furia di viaggiare, ho acquistato la virtù della previdenza… Rimedieremo una cena possibile, e voi, signora, darete al simposio improvvisato quella grazia e quella freschezza che purtroppo le scatole di conserve alimentari non hanno più…
La signora Flavia divenne rossa; il complimento, nonostante fosse molto forzato, non le dispiacque.
— Se il signore vuol passare… avrà certo bisogno di rinfrescarsi…
La sua voce aveva perduto ogni asprezza, tanto che Romeo, un po’ stupito, fissò la moglie e poi l’amico, come per cercare le ragioni di quell’improvviso mutamento.
Era un bell’uomo, Michele Orcagna, malgrado i suoi quarantacinque anni suonati… e forse ribattuti. Grande, robusto, ancora elastico e vivace nelle mosse, ben provvisto di capelli castani, appena macchiati di grigio, con un viso espressivo, un po’ duro, ma ben squadrato, con un paio d’occhi azzurro chiari, nei quali parevano accendersi scintille e bagliori, egli poteva a buon diritto considerarsi ancora come un campione della categoria degli “uomini vittoriosi”.
Per questo, forse, dopo che si fu lavato in fretta nella “camera dei forestieri” Michele entrò da conquistatore nel salotto da pranzo e affrontando risolutamente la signora Flavia ordinò in tono reciso:
— Bisogna mangiare. Muoio di fame.
E la signora Flavia, docilmente, scostò una sedia dalla tavola e disse con un fil di voce:
— Se vuole accomodarsi, signor Michele…

II
UNA SCENA STRAORDINARIA

Avevano appena cominciato a gustare gli antipasti, serviti da Bubi con molta dignità, quando Michele diede un gran pugno su la tavola, facendo traballare piatti e bicchieri, e urlò selvaggiamente:
— Ho dimenticato Scricciolo. È una cosa inverosimile! Se lo sarà mangiato Crostino!
La signora Flavia guardò sbigottita Romeo, il quale, di rimando, guardò Michele, con timida aria interrogativa.
— Scricciolo… – spiegò Michele rapidamente – non conoscete Scricciolo? È un bambino… Sì, un bambino, qui, del paese…
— Ah! deve essere il figliolo del magnano… sai Golia… quello che ci ha il merlo che fischia “Giovinezza”…
— Mi ha fatto da guida fin qui e io l’ho dimenticato nell’automobile… Bubi, va’ a vedere se è sempre vivo…
Bubi scomparve in silenzio.
— Crostino è un buon figliuolo… – continuò Michele Orcagna, senza badare ai gesti di stupore dei suoi ospiti – ma è un po’ nervoso, patisce di nostalgia… non si sa spiegare, naturalmente, ma io lo capisco bene… oh! se lo capisco! e poi è geloso dei bambini. Perché mi vuole un gran bene, un bene incredibile. Ma è malizioso, astuto, falso. Mi fa rabbia la sua falsità!… Se arriva ad acciuffare il braccio di una persona che non gli è gradita, “trac!” è capace di troncarlo come una cannuccia di penna. È un brigante, un demonio. Direte: e allora perché te lo trascini dietro? Me lo trascino dietro perché l’ho strappato io, dalle braccia di sua madre… già, di sua madre morente… Avevo sostenuto una lotta terribile col padre… un pezzo d’accidente alto quasi due metri, con due spalle gigantesche… una cosa informe e spaventosa… Per l’ira si batteva i pugni sul petto enorme e lo faceva rimbombare come un tamburo. Aveva la maschera livida e stirata dal furore: digrignava i denti con uno scricchiolio sinistro. Dovetti ucciderlo, e quando si gettò in terra rantolando, mi lanciò un’occhiata che mi parve di implorazione… Poco più distante, come ho detto, agonizzava la compagna del mostro, che avevo colpito con una fucilata nel ventre. Le tolsi dalle braccia il piccino e per addolcire gli ultimi istanti dei due abitatori dei boschi mi diedi a cullare quel brutto rospo e lo accarezzai. Sì, giunsi a superare il disgusto e lo baciai sul cranio… Provo ancora la nausea di quel bacio. Ma dovevo fare così: ci sono sacrifici necessari anche nelle foreste equatoriali. I due gorilla morirono, stavo per dire benedicendomi!… no, non riesco a spiegarmi bene, questa sera… morirono, insomma, serenamente, dopo avermi perdonato… Eh, non sorridete, cari miei. Io son certo che quei due gorilla pensando che io avrei avuto cura del loro piccino, perdonarono la mia crudeltà di uomo civile… Povere bestie!… Permettete: bisogna che ci beva sopra… Quando rammento i genitori di Crostino… sì, dico, provo una specie di uggiolina in fondo allo stomaco…
A Michele Orcagna, infatti, luccicavano gli occhi. Ma lo strano personaggio affogò la commozione in un bicchiere di vinetto aspro e frizzante. E, poco dopo vedendo entrare Bubi che si trascinava dietro Crostino, il quale teneva per mano Scricciolo, uscì in una clamorosa risata.
L’entrata del negro, del gorilla e del bambino avrebbe ridestato l’allegria nel più malinconico uomo della terra: ma la signora Flavia e Romeo non erano più in grado di valutare esattamente l’importanza spirituale degli avvenimenti che si svolgevano sotto i loro occhi spauriti. Michele Orcagna li aveva come avvolti in una atmosfera di meraviglia e di vago sgomento. Così quando videro sedersi a tavola il ragazzo e la scimmia antropomorfa non ebbero neppure la forza di commentare il fatto con qualche vaga parola illustrativa. Romeo tentò di sorridere e la signora Flavia di nascondere la propria confusione asciugandosi la fronte col tovagliolo: cosa che non aveva fatto mai, neanche quando era bambina.
Dei due nuovi commensali, il più risoluto e aggressivo era Crostino, il quale si era impadronito di un vassoio di tonno e aveva cominciato a diluviare. Scricciolo invece, rosso rosso, teneva il nasino sul piatto e non si arrischiava di acchiappare una ciambellina che era lì, sotto i suoi occhi…
Bubi dovette riempirgli il piatto di acciughe e mettergli in mano la ciambellina. Solo quando ebbe anche un incoraggiamento verbale da parte di Michele Orcagna, Scricciolo cominciò, lento lento, a sgranocchiare qualche cosa.
Tratto tratto Crostino smetteva di mangiare e alzava gli occhietti vispi sulla signora Flavia; ma subito li riabbassava, confuso, perché si sentiva sorvegliato dal padrone. Il giuoco però si ripeteva: e allora Michele uscì in escandescenze tremende. Si alzò e sbattendo un piatto per terra urlò:
— Ma insomma, la finisci di guardare la signora, brutto animalaccio del diavolo? E pure lo sai che non voglio certi scherzi!… Non mi conosci più? Non lo sai che ti prendo per il collo e ti strozzo, brigante? Ti strozzo, ti strozzo!…
La scimmia, impaurita, illividiva e mostrava i denti aguzzi lasciando ricadere dagli angoli della bocca due ruscelletti di saliva.
Ma insomma, la finisci di guardare la signora,
brutto animalaccio del diavolo?…
Ma Michele non si calmò: tutt’altro; a forza di pugni ruppe altri piatti e spezzò lo schienale della propria sedia. Il gorilla, atterrito, emetteva certi urli che parevano i fischi di una locomotiva: all’improvviso, attraversando la tavola di un balzo andò ad arrampicarsi sopra la credenza: e il suo passaggio fu segnato da una rovina immensa di cristalli e di stoviglie.
Dinanzi a tutto quello spicinìo, Michele Orcagna riacquistò la padronanza su se stesso e, volgendosi agli ospiti, disse in tono quasi tranquillo:
— Scusate… miei cari… un momento di rabbia… Io ero venuto qui da voi con le migliori intenzioni… ero anzi così felice di poter passare con voi qualche ora… Ma quel lurido idiota mi ha fatto uscire dai gangheri… io lo conosco… quando guarda così è segno che medita qualche brutto tiro… e bisogna dargli subito una lezione… è un gesuita: finge, finge… Ma a me non la dà a bere! Scendi, sudicia bestia, scendi! e vieni a finir di mangiare… Quanto ai danni, signora Flavia… io non so come farmi perdonare da voi di averli prodotti… ma vi prometto che riparerò… oh! riparerò certamente…
La signora Flavia abbozzò una smorfia di consenso, e Romeo si strinse nelle spalle. Che potevano dire, oramai? D’altra parte Michele Orcagna non lasciò loro il tempo di riflettere. Bevve un altro bicchiere di vino e mugolò:
— Quando si son passati tanti anni nei luoghi più selvaggi del mondo… in fondo alle cupe boscaglie africane, in continua lotta con la morte in agguato dall’alto degli alberi, sul margine dei fiumi, nelle nebbie pestilenziali delle paludi… quando ci si è rassegnati a non parlare più l’idioma degli uomini civili, ma a regolare la propria vita col cammino del sole, a conoscere soltanto il grande linguaggio della foresta brulicante di esseri ignoti e mostruosi, e le voci della notte che non ha dolcezze né riposi… quando si è sofferto come me l’implacabile febbre equatoriale popolata di spettri orrendi, e lo spasimo delle lunghe marce sotto le fiamme del cielo, con la gola arsa di sete… sì, dico… allora si possono capire e scusare certe stranezze, vero? Ma qui non si mangia. Bubi, servi i pasticci di selvaggina… sono ottimi… E tu, scimmia d’inferno, scendi!…
Crostino, mogio mogio, si calò dalla credenza e tornò a sedersi a tavola. E questa volta tenne ostinatamente e ipocritamente gli occhi fissi nel piatto.
Quando furono alla frutta, il sindaco di Roccalbegna prese un po’ di ardimento e domandò all’ospite, con una discreta disinvoltura:
— Senti, Michelino: ma come mai ti venne in mente di lasciare la Cina dove stavi tanto bene, per… andare a cacciar le scimmie in Africa?
Michele Orcagna tornò ad aggrottare le ciglia, e si dette a battere il tamburo con le dita sul piatto: segno di tempesta, ben conosciuto dai suoi familiari, perché Bubi cominciò a stralunare gli occhi e Crostino a digrignare i denti.
— Vedi – mormorò il terribile esploratore, dopo un lungo silenzio – se un altro mi avesse domandato una cosa simile, parola d’onore, sarebbe finita male…
La signora Flavia credette opportuno di lanciare una ciambella di salvataggio al marito.
— Creda, signor Michele: il mio Romeo non voleva offenderla… ha chiesto, così per fare… come si chiedono tante cose… perché lei volle lasciare la Cina… Del resto, è vero, se invece di occuparsi di cose che non lo riguardano pensasse ai fatti suoi!… – e a questo punto si rivolse a Romeo, che avrebbe voluto cacciarsi sotto la tavola – la colpa è tua, di certo. Per te o la Cina, o l’Africa non è uguale? Anche un mese fa tu avesti una questione col segretario comunale per via che s’era iscritto al Fascio, mentre prima cantava sempre “Bandiera rossa la trionferà” e tu volevi sapere, grullo, come aveva fatto a cambiare idea così di secco in secco! Scusi sa, signor Michele, lo compatisca…
Michele Orcagna scosse la capigliatura grigia come una criniera, e poi disse:
— No, no. Romeo non c’entra. Lui può domandarmi quello che vuole. Sono io invece, che… Io, che quando ricordo!… ma ora mi spiegherò in due parole. Bubi, dammi da bere.
Bubi vuotò nel capace bicchiere del padrone il fondo di un fiasco e Michele, dopo avere centellinato il buon vino, fece questo singolare racconto:
— Tornai dalla Cina nel ‘910. Poiché nel nostro paese, per chi non voleva passare il tempo a visitare le esposizioni di Roma e di Torino, non c’era da far nulla, mi arruolai volontario e presi parte alla guerra di Libia. La nostra “prima guerra” dopo il Settanta! Una guerra condotta con criteri esclusivamente politici… Se non ci fossero stati a illustrarla i Canti d’Oltremare di Gabriele D’Annunzio… basta, lasciamola lì… A Tripoli conobbi la principessa Nazli… una creatura meravigliosa, proprio meravigliosa… certi occhi più oscuri della notte… certi capelli!… sottile, sottile e pieghevole come una serpicina. Aveva un sorriso ambiguo, ma su le prime non me ne accorsi. Il vecchio zio – ella era orfana – aveva congiurato contro l’ultimo kedive Abbas II, ed era fuggito da moltissimi anni dall’Egitto per non aver fastidi: ma anche a Tripoli aveva acquistato fama di uomo bizzarro e misterioso, dedito agli studi di occultismo e alle pratiche più straordinarie della gaia scienza, possessore di favolosi tesori nascosti chi sa dove, custode geloso di segreti spaventevoli, e tante altre cose che non vi dico per non farvi ridere. Il tesoro cui teneva maggiormente era Nazli: questo sì. Nazli aveva il potere di ricondurre il sorriso su le sue labbra grinzose come la pergamena antica.
Poiché Nazli mi vedeva di buon occhio e si intratteneva volentieri con me a giocare a dama, anche il vecchio congiurato si compiacque di avermi come amico e mi accolse senza diffidenza nella sua casa. Terminata la guerra, io dissi a Nazli quello che gli uomini di cuore e di onore dicono alle donne che amano: “Volete diventare mia moglie?”. Nazli mi rispose con una risata. Rideva sempre, Nazli: anche quando io le rivelavo, sommessamente, tutta la dolcezza della mia anima. Una notte eravamo sulla terrazza della casa e sopra il nostro capo era un divino palpitare di stelle.
…sopra il nostro capo era un divino palpitare di stelle.
Le chiesi, balbettando per la commozione: “Ma dunque, Nazli, voi non mi amate? Vi dilettate a burlarvi di me?”. Nazli smise di sorridere e i suoi occhi balenarono nell’ombra. “No, io vi amo, Michele. E pure non so. C’è qualcosa che mi allontana talvolta da voi… Io ho come il ricordo di avvenimenti lontani, nei quali voi avete avuto una parte non lieta. Ma questi avvenimenti non si sono mai svolti dinanzi ai miei occhi, intendetemi bene… ne ho come un pallido riflesso nella memoria… Lasciatemi libera di sognare e di ridere, Michele. Io non potrei mai rendervi felice. Una mia remotissima antenata, mi dice lo zio, fu principessa al tempo della reggenza della regina Hatason, della diciottesima dinastia dei Faraoni. E fu rapita da uno schiavo negro e condotta attraverso il deserto, e poi chi sa, abbandonata in fondo a qualche tenebrosa foresta popolata di mostri. Tuttavia ella riuscì a tornare su le rive del Nilo, e, moribonda, ebbe ancora la somma fortuna di poter baciare il suo fidanzato, Ramsete, e di confidargli che lontano lontano, presso le rive di un torbido lago, era seppellito il suo cuore… Una strana leggenda, vero, mio buon amico? Io sono un po’ come quella povera principessa della leggenda. Ho lasciato il mio cuore in un abisso remoto “che voi non riuscireste mai a scoprire…”. Restiamo così, buoni amici, Michele: ve ne scongiuro. Sono tanto sincera in questo momento: mi sembra che dalla vòlta cadano ad una ad una le stelle su di me come gocce luminose e scendano fino dentro la mia anima. No, no, Michele, “io non ho più cuore”. Il mio affetto per voi è nato per un impulso spirituale… Vi dico che non ho più cuore! Vogliamo ridere insieme di questa pazzia?”.
E Nazli ricominciò a ridere in modo che per poco non ebbi la tentazione di strozzarla. Il giorno dopo lasciai Tripoli, e cominciai un lungo viaggio nell’interno. Credevo in tal modo di stordirmi e di dimenticare! Ma ero un imbecille. Sì, perché dopo un anno di vita bestiale, trascorso nel centro del continente, e dopo aver fatto alcune scoperte non inutili per la scienza, compii la suprema viltà: abbandonai i miei lavori e i miei studi, lasciai i miei negri e i miei scimpanzè e tornai a Tripoli…
Ma Nazli non c’era più.
* * *
Michele si tacque un poco. Romeo e la signora Flavia lo guardavano con grande curiosità e aspettavano ansiosi il seguito del racconto: invece Bubi, Scricciolo e Crostino dopo avere spolverato tutti i dolciumi dalla tavola, s’erano messi a dormire; perché loro, delle avventure di Michele e della signorina Nazli non si dilettavano punto. L’ospite non badò a quella mancanza di riguardo e quando volle, seguitò il suo dire così:
— Ebbi notizia di quella stranissima ragazza nel ‘914, durante un mio viaggio in Tunisia. Un capo di carovane mi disse di averla incontrata nel basso Sudan, insieme con un esercito di turisti inglesi. Andava forse alla ricerca del suo cuore? In ogni modo, fui preso dall’impeto pazzo di correre su le sue tracce e partii per il basso Sudan… E la ritrovai. La ritrovai – immaginate! – dopo un’interminabile alternanza di speranze e di delusioni: la ritrovai in mezzo ad uno stuolo di arabi armati fino ai denti, bella e fiera sul suo cammello, con un atteggiamento di scorridrice selvaggia, che le stava a meraviglia. Quando mi vide, esclamò semplicemente: “Michele!” ed io pensai “adesso ride!”. Invece non rise: ma non mi disse niente che potesse compensarmi delle mie angosce e delle mie fatiche. Davvero ella aveva perduto il cuore in qualche introvabile nascondiglio della terra africana! Che avrei dovuto fare? Seguirla? Certamente. Così feci. Ma quando mi parve di aver riconquistato un po’ della sua amicizia, quando sembrò che ella stesse per confidarmi un suo caro segreto… dovetti lasciarla. Era scoppiata la guerra…
Già, la guerra. Bisognava bene che facessi il mio dovere… Prima fui sul Carso: ma alla battaglia dell’Hermada venni ferito gravemente. Ebbi una lunga licenza e tornai in Libia, e qui seguitai a prestar servizio nelle truppe coloniali. Anche in Libia non si stava bene, sapete!… Ma io speravo… Già, speravo di “incontrarla ancora”. Era una speranza pazza. Che volete? Gli italiani potevano dirsi assediati in Tripoli e nelle poche città della costa che ci erano rimaste. Come ammettere che la principessa Nazli e il suo inverosimile zio volessero traversare le linee nemiche per venire a dividere il pericolo e i disagi con noi?
Alla fine, in una imboscata presso Tripoli, fui fatto prigioniero e condotto al Garian. Come riuscii a fuggire dal Castello ve lo racconterò un’altra volta. Accennerò soltanto che la mia fuga fu agevolata da alcuni arabi misteriosi, che mi condussero, nel cuore della notte, sopra un poggio deserto. E lì… mi aspettava Nazli.

III
LA PRINCIPESSA CAPRICCIOSA

In quel punto si sentì suonare il campanello di strada.
— Sta’ a vedere che è la principessa! – gridò Michele, il quale ormai si era assuefatto a creder possibili le cose più assurde. Ma Romeo, con molto garbo, spiegò che doveva essere semplicemente la domestica, la Cleofe, la quale aveva preso un giorno di permesso per andare a trovare il nonno malato d’itterizia, a Saturnia. Dopo aver brontolato alquanto su gli insopportabili costumi delle donne di servizio in genere e della Cleofe in particolare, la signora Flavia andò ad aprire. Era proprio la Cleofe. Ma insieme con lei era arrivato anche don Lorenzo Pelanda, per la consueta partita a scopone con il sindaco.
Dopo la presentazione – Bubi e Crostino si erano svegliati, e anche loro vollero conoscere don Lorenzo – furono stappate certe bottiglie di vecchio vino di Montalcino, e cortesemente Michele fu sollecitato a riprendere il filo della piacevolissima narrazione.
Michele, che evidentemente ci teneva a sollevarsi lo stomaco da certi ricordi strani e penosi, ricominciò in questi termini:
— Dunque, la principessa Nazli, che aveva favorito la mia fuga, mi condusse in un antico castello arabo mezzo diroccato, mezzo sepolto nella sabbia, nel fondo di una valletta: e là dopo avermi costretto ad abbracciare e a baciare il suo misterioso zio – vi assicuro che non è un uomo piacevole, lo zio di Nazli! – mi offrì una lauta cena e mi disse con schietta cortesia:
“Voi non avrete più niente da temere dalle mehalle del Garian. Gli arabi del Garian sono amici miei. Ma non vi consiglio di uscire dal castello. Potreste incontrare qualche gruppo di ribelli nomadi… Ricadreste, forse, prigioniero. Gli italiani non godono di una grande simpatia in questa regione: ve ne sarete accorto. Ebbene, rimanete qui”.
Protestai subito:
“Io debbo tornare fra i miei compagni. Sono soldato. È il mio dovere”.
Nazli si strinse nelle spalle.
“A me non importa niente del vostro dovere. Rimanete qui… ben guardato, fino a nuovo ordine!”
“Ancora prigioniero, dunque?”
La principessa si mise a ridere.
“Sì: mio prigioniero questa volta! Ma un prigioniero cui saranno usati i maggiori riguardi…”
* * *
— Quella notte non dormii. Se vi dicessi che il pensiero di non poter correre a Tripoli, per riprendere coraggiosamente il mio posto nelle file dell’esercito coloniale mi assillasse in modo atroce, mentirei come un greco. Il mio rammarico era temperato dalla gioia di sapermi prigioniero della principessa Nazli, della mia bella e incomprensibile principessa…
Così, pensando a lei, alle sue grazie, alle sue stranezze, al suo fascino, ai suoi capelli, al suo straordinario sorriso, non potei dormire, e l’alba mi sorprese seduto su la stuoia, nel mezzo della mia cameretta scialbata a calce. Un domestico arabo entrò dalla terrazza col primo raggio di sole, mi salutò cerimoniosamente e depose ai miei piedi una sontuosa colazione. Il mio trattamento di prigioniero cominciava sotto piacevoli auspici. Mangiai abbondantemente e dopo essermi lavato e ravviato alla meglio uscii in cerca di Nazli. La trovai su l’angolo dell’ampia terrazza del castello, intenta a guardare il cielo che avvampava di luce. Non si mosse per salutarmi. Le presi leggermente la mano. Per molto tempo ella la lasciò inerte, entro la mia, che non osava di stringerla. Balbettai qualche sciocca parola di convenienza: “Come state? È una mattina incantevole… amate la luce?”, ma ella tacque ostinatamente, ferocemente.
Da ultimo quando, scoraggiatissimo, stavo per ritornare lemme lemme nella mia stanza, ella proruppe in questa domanda: “Mi volete dunque bene, Michele?”
Con due salti alquanto grotteschi fui ancora vicino a quella indiavolata ragazza.
“Se vi voglio bene, Nazli!” esclamai con le fiamme al viso. “Se vi voglio bene! Ma come debbo dirvelo? In qual modo debbo provarvi che sono sincero, terribilmente sincero? Voi mi avete fatto soffrire… Nazli, ma…”
“Sì” e qui Nazli aggrottò le ciglia e le pinne rosate del suo nasino ebbero fremiti felini “io amo di far soffrire, perché sono cattiva. Ho nelle vene, forse, la crudeltà atavica della razza. Io sarei capace di ripetere il gesto di Nitakrit, la bella dalle guance di rosa. Nitakrit volle un giorno vendicarsi di coloro che avevano ucciso suo marito, il grande e glorioso Menthesouphis. Fece scavare una immensa sala sotterranea e per inaugurarla convitò a un sontuoso banchetto i regicidi e i loro complici. Poi, per mezzo di un profondo canale, fatto anch’esso scavare nascostamente, allagò la sala con le acque del Nilo. E tutti i commensali affogarono… Capite? Tutti. Nitakrit, poi, per sfuggire a sua volta alla vendetta dei familiari delle sue vittime, si uccise… Che donna, vero, Michele?”
“Straordinaria” approvai, senza molta convinzione.
“Ebbene. Io sarei capace di ripetere il suo gesto!”
Subito il viso di Nazli si spianò; i suoi occhi e la sua bocca tornarono a sorridere.
“Andiamo dallo zio Pansiris… Egli solo capisce le mie bizzarrie… Forse egli potrà dirvi il modo di conquistare il mio spirito. Io non lo so. Anch’io vi voglio bene, Michele, ve lo dissi l’altra volta… rammentate?… Non vorrete neppure voi mettere in dubbio la mia sincerità. Ma c’è qualche cosa in me che mi spinge a fuggirvi, come un nemico. E quando vi sono lontana… ecco, allora, Michele, allora… io penso tanto a voi!…”
Per la commozione e l’entusiasmo mi salirono le lacrime agli occhi.
“Oh! Nazli! mia divina Nazli! permettete che io mi inginocchi dinanzi a voi… che vi ripeta il mio amore…”
Ella mi interruppe con uno dei suoi nervosissimi scoppi di risa.
“No… no… non mi ripetete niente… Piuttosto, andiamo a consultare lo zio!…”
Scendemmo, io rassegnato e lei festante nella sala terrena dove, tra i mucchi di stuoie e di tappeti, sonnecchiava il vecchio cospiratore egiziano.
Quando ci vide si scosse: ci salutò gravemente e ci chiese il motivo di quella visita mattutina.
Nazli gli spiegò, brevemente:
“Zio Pansiris, tu che conosci tutti i segreti dell’anima, perché non studi il mio? Io amo questo italiano, tu lo sai. Ma sono costretta a fuggirlo, a farlo soffrire. Zio, leggimi nel cuore”.
Il vecchio scosse il capo e mormorò alcune parole che si persero nell’immensa barba. Poi si alzò, e ci preparò il caffè. Era un uomo compíto, lo zio Pansiris.
Quando ebbe preparato la gustosa bevanda, parve raccogliere le idee.
“Chi sa!…” fece a un tratto, scuotendosi. E andò a uno stipo da cui trasse una grande barca di legno prezioso, nel cui centro sorgeva una cabina chiusa a un lato da due usciolini di avorio.
Posò la barca sopra un mucchio di tappeti, e si accoccolò dietro lo strano oggetto, indicando a noi, col gesto di osservare con raccoglimento quello che stava per accadere.
Di schianto, gli usciolini della cabina si spalancarono e lasciarono vedere la minuscola scena di un teatrino di marionette. Nel centro della scena una figurina articolata, presso un albero, levava le braccia al cielo e si agitava piuttosto comicamente. Il vecchio Pansiris, che era intento a inspiegabili manipolazioni, cominciò a recitare con voce lenta e nasale queste parole:
“Il sangue di Isis, le lacrime di Isis, gli incantesimi di Isis sono gli amuleti che proteggono il Dio immobile e trionfano degli spiriti del male…”.
Accanto alla figura di donna, disteso nel fondo, stava un altro pupo che faceva il morto. Non potei reggere alla tentazione di domandare a Nazli qualche chiarimento su quel curiosissimo gioco: ma Nazli mi sussurrò, sdegnatissima:
“Taci! non vedi? È il dramma sacro di Osiris ucciso da Sit, e di Isis che ricerca il cadavere dello sposo nel Nilo… è il mistero della risurrezione del Dio… Ma non sai dunque nulla, tu?”.
Giunsi le mani supplichevoli dinanzi a Nazli per implorare il perdono: cosa che del resto mi venne subito silenziosamente concessa, con una piccola stretta di mano e un sorriso. Intanto il vecchio seguitò la rappresentazione delle marionette sacre. Apparvero altre figure che contribuirono alle scene degli onori funebri resi da Iside al suo sposo. Questi preliminari dovevano preparare il grande evento della risurrezione di Iside. Il fantoccio morto compiva un viaggio attraverso i mondi sconosciuti. Cominciava la guardia dei Geni infernali, i quali cantavano per bocca dello zio di Nazli:
“Vegliate, o voi che siete nella nostra ora, vegliate o voi che siete nella notte. Oh! fate buona guardia sul Dio nella sua persona nuova, quando la bara si aprirà. Egli avrà rivestita la forma del sol levante, all’orizzonte orientale del cielo. La sua immagine sarà la fenice, egli risorgerà della sua stessa esistenza e abbatterà i nemici di Ra…”.
Durante questa seconda parte della rappresentazione, le marionette che simboleggiavano la ricomparsa della luce si rialzavano dal fondo della barca finché all’ultimo versetto sorgeva lo sparviero, ossia il genio Horus.
Ma sul finire della lunga vicenda lo zio di Nazli ebbe un sussulto e per poco non rovesciò la preziosa barca con tutte le sue mirabili marionette.
“Nazli, Nazli” egli mugolò, strappandosi i peli della barba gialliccia “la figura di Isis è stata aperta… le hanno strappato il piccolo cuore di corallo che aveva nel petto… intendi? E io che conservo così gelosamente questi preziosi amuleti del tempo della sapiente regina Hatason, la sublime viaggiatrice!… È terribile, Nazli!… Il cuore di Isis rubato!… Infamia! Orrore!…”
Il venerando cospiratore si rotolò qualche tempo su le stuoie, mugolando e soffiando come un vecchio gatto. Si fermò solo quando Nazli parlò, serenamente.
“Zio, voi non sapete quando il cuore della dea Iside scomparve. Forse è cosa remota. Ma ricordate di avere esaminato prima d’ora l’interno della figurina?”
Lo zio Pansiris rifletté alquanto.
“No… Non ricordo…”
“E se fosse un avvertimento, zio?”
“Un avvertimento?”
“Non ricordate la leggenda dell’infelice principessa Khelmis, figlia della regina Hatason? Non fu trovata nella sua tomba questa barca? La principessa morì poiché le avevano rubato il cuore…”
“È vero… la leggenda dice così…”
“Anch’io, purtroppo, come Khelmis, sento di non aver cuore!…”
E la povera Nazli si distese, desolatamente, sulle stuoie a fianco dello zio Pansiris. Ma di lì a cinque minuti rideva come una folle.
“Non è possibile, non è possibile!” strillava “che sciocchezze! Non mi ascoltate, Michele!… io non so quello che mi dico!…”
“Eppure esistono misteri che si debbono penetrare” sentenziò lugubremente il vecchio, raccogliendo le sue marionette e chiudendole nella barca “non dovresti parlarne troppo, Nazli, della leggenda di Khelmis.
Noi viviamo sotto funeste influenze, piccina mia. Io credo che il tuo destino sia legato al destino di altre illustri principesse della tua razza. Credo che l’uomo che potesse ritrovare il cuore di Khelmis, ad esempio, ti renderebbe la gioia e la serenità. Ma forse l’unico mezzo per ritrovare il cuore di Khelmis, è svanito. Il petto di Iside è vuoto! No, no, non ricerchiamo più oltre. Sarebbe, forse, un sacrilegio”.
E il vecchio, dopo aver chiuso nello stipo la barca della rappresentazione sacra, si diede, alacremente, a preparare un altro caffè…
Quella sera stessa io chiamai Nazli nella terrazza tutta bagnata di luna e le domandai risolutamente:
“Ditemi, principessa: se io riuscissi a compiere il miracolo… se vi riportassi davvero, un giorno o l’altro, il cuore della principessa Khelmis, acconsentireste a diventare mia moglie?”
“Credo di sì, Michele,” sussurrò Nazli, abbandonando le sue piccole mani nelle mie.
Fu quello un momento di dolcezza infinita. Ma lo superai rapidamente, per mostrare alla fanciulla il mio risoluto eroismo:
“Vi giuro, Nazli, che d’ora innanzi tutta la mia vita sarà dedicata alla più bella delle imprese: quella… di ritrovarvi il cuore!…”
“Sì, Michele,” concluse Nazli, con un sorriso ambiguo “ma, per carità… non ritornate troppo vecchio!…”.
Il giorno dopo, nel cuor della notte, fuggii dal castello per ritornare a Tripoli. Il viaggio fu lungo e tormentoso, ma riuscii a passare attraverso le file dei ribelli. Di lì a breve si seppe che la guerra con l’Austria era finita vittoriosamente per noi. Ebbi una lunga licenza, e ne approfittai per cominciare le mie straordinarie ricerche.
Un anno dopo, cercavo ancora.
Due anni dopo, cercavo ancora!
E intanto, forse, Nazli rideva di me.

IV
COME CONOBBI IL PLESIOSAURO

Michele Orcagna continuò:
— Non volli tuttavia darmi per vinto. E l’anno scorso, sempre per seguire le tracce ideali della principessa Nazli, io mi addentrai con la sola compagnia del fedele Bubi, nelle foreste dell’Africa centrale. Avevo oltrepassato la zona desertica che fascia il lago Tchad, e lasciato le vie esplorate dai corrispondenti dei grandi giornali moderni, non escluso Marco Appelius, il quale sembra dormisse su le rive dei fiumi frequentate dai coccodrilli. Non starò a descrivervi gli orrori e la magnificenza della foresta vergine.
— Per carità – interruppe don Lorenzo con un gesto eloquente – ormai le foreste vergini le conoscono tutti!…
— …Perfettamente. Non vi descriverò nulla di quello che avrete già letto nei giornali illustrati dei viaggi. Vi dirò solo che, dopo un faticoso cammino di molti giorni attraverso i boschi, mi parve bello e opportuno fermarmi qualche tempo nelle vicinanze di un piccolo lago, fiancheggiato di rocce rossigne, che pareva un occhio azzurro fra le palpebre di un Ciclope. Per non complicare la nostra fermata con faticosi lavori, rinunciammo a fabbricarci, Bubi ed io, una capanna e ci limitammo a stendere due amache tra i rami più eccelsi di un immenso baobab, da cui si dominava un tratto della foresta e il piccolo lago di cristallo nel cerchio delle rupi rogge. Si è molto parlato, nei libri di avventure, delle intollerabili noie sofferte dai viaggiatori durante le brevi notti equatoriali: le punzecchiature infernali delle zanzare e di altri insetti non meno fastidiosi, gli urli feroci degli animali da preda, i crepitii degli alberi in disfacimento, i rombi degli uragani che si succedono a intervalli più o meno regolari… Tutte storie. Nella foresta vergine si dorme benissimo: quando si ha sonno, beninteso. Solo certi cinematografi delle grandi città offrono una quiete e un riposo di spirito così assoluti. Basta spalmarsi le parti del corpo esposte all’aria con un po’ di vaselina, e tapparsi le orecchie con due batuffoli di ovatta. Poi non c’è bisogno d’altro. Anche il pensiero di sentir fremere a qualche metro sotto di voi la misteriosa vita della foresta africana, vi può aiutare nel sonno. Sul vostro corpo sfavillano le costellazioni estreme dell’uno e dell’altro emisfero. Voi dominate col vostro sonno lo spazio e l’ignoto.
Se qualche nottola sfiora con le sue ali di guttaperca il vostro naso vi illudete che una fantastica Urì sventoli per voi il suo leggero scettro di piume. Tutt’al più, all’alba, quando tutto il cielo diventa color limone può capitarvi sul naso una grossa noce, o un’enorme banana. Ma sareste sciocchi a dimostrare il vostro malumore, perché provochereste un vero bombardamento vegetale. Le scimmie sono animali tanto dispettosi!
— Signor Michele – interruppe a questo punto don Lorenzo – noi non dormiremo mai fra i rami dei baobab, e perciò non avremo mai motivo di seguire i vostri consigli…
— Avete torto, don Lorenzo – ribatté l’esploratore. – Voi non potete prevedere le vicende della vita… Si può sempre finire i propri giorni tra i rami di un albero… specie in questi tempi di caro-affitti… Basta, lasciamo andare. Il fatto è che noi trascorrevamo una lieta esistenza, io e Bubi, sul nostro osservatorio naturale. Io mi dilettavo alla caccia degli elefanti. Non riuscivo mai ad atterrarne uno, ma mi divertivo a sparare alcune fucilate sul loro corpo rigonfio e a vederli fuggire disordinatamente tra le ramaglie del bosco. Spesso i cacciatori si contentano di questi modesti spettacoli. Avrei potuto, è vero, far provvista di denti d’avorio, dato che i signori elefanti fossero stati tanto gentili da offrirmeli, ma a chi avrei venduto questi denti? Dove? Come avrei potuto trasportarli? E se, nella migliore delle ipotesi, fossi arrivato a un mercato internazionale, carico di denti di elefante, non avrei corso il rischio di essere accusato dai mercanti ebrei come spacciatore di falsi denti… in celluloide? Dunque, niente caccia sul serio. Passavo il tempo a sparare innocue fucilate e a sonnecchiare. Fortunatamente non avevo portato meco nessun libro di Guido da Verona e nemmeno di Pitigrilli. Un giorno però la mia tranquilla vita arborea fu turbata da un incidente. Bubi, che era sceso fino al lago, tornò al nido in preda a una strana commozione.
“Padrone bianco, bisogna andare a piantare le amache in un altro luogo…”
“Perché?”
“Perché il lago è abitato dagli spiriti maligni!…”
Mi cacciai a ridere, come potrete facilmente comprendere, e coprii di villanie affettuose il mio povero Bubi. Il quale finì per stringersi nelle spalle e brontolare:
“Padrone bianco si arrabbia, padrone bianco non vuol lasciare baobab vicino al lago, ma padrone bianco ha torto!…”
Che avreste fatto voialtri?
— Io sarei subito scappato via – proruppe impetuosamente il sindaco di Roccalbegna, ma non aggiunse altro perché la signora Flavia lo avvolse d’uno sguardo pieno di commiserazione.
— Eh! tu… sfido!
Michele Orcagna continuò:
— Non mi mossi dal baobab perché ci stavo benissimo. L’unica mancanza da deplorarsi era quella dell’ascensore: ma per il resto, credetemi, ci si viveva d’incanto. Sicché, il giorno dopo discesi sulle rive del laghetto. Povero laghetto calunniato! Pareva tranquillo tranquillo, e le sue acque azzurre lampeggiavano al sole.
“Ma non vedi, imbecille, che è un lago come tutti gli altri?” gridai rivolgendomi a Bubi.
Bubi crollò il capo.
“Padrone bianco finirà col dar ragione al povero Bubi”
Io, per dimostrare la mia sprezzante superiorità sugli uomini neri, cominciai a spogliarmi.
“Padrone bianco, che cosa fai?” gemeva Bubi, diventando color cenere per lo spavento.
“Non vedi?” ripetevo fischiettando un’arietta della ‘Danza delle libellule’ “mi spoglio per fare un bagno… e approfitto dell’assenza delle guardie comunali, per non mettermi le mutandine…”.
Un altro gemito di Bubi, un’altra risata mia e subito, essendo rimasto in costume adamitico, mi rivoltai su la sponda e scivolai nelle acque tranquille del lago.
Ma qui avvenne il fatto inconcepibile. Appena mi fui tuffato, qualche cosa di ruvido, di scaglioso, mi percosse il dorso, e poco dopo, sospinto da una forza straordinaria, mi sentii lanciato come un proietto nell’aria… Bubi seguì con l’occhio vigile la traiettoria del mio corpo e andò ad aspettarmi proprio nel punto in cui dovevo cadere.
“Padroncino bianco, che cosa ti avevo detto? Gli spiriti maligni abitano il fondo del lago. Noi dobbiamo fuggire di qui. Dobbiamo levare le nostre amache dal baobab…”
Non volli mostrare di cedere all’uomo di razza inferiore, e lì per lì misi insieme alcune parole senza senso:
“No… no… perché dovremmo fuggire? Per le tue sciocchezze? Si sta tanto bene, qui… Sì, non dico… Il lago non è molto adatto per i bagni… ma che cosa significa questo? Siamo forse venuti a fare i bagni?”.
Verso il tramonto dopo un’inutile caccia all’okapi nel folto del bosco, noi tornavamo al baobab. Eravamo stanchi morti e la fame ci attanagliava le viscere. Quand’ecco, proprio mentre costeggiavamo la riva del laghetto, sorgere dalle acque un grosso muso di lucertola e poi un lunghissimo collo serpentino, che oscillò e schioccò nell’aria come una frusta gigantesca. Bubi, inchiodato sul posto dal terrore, mugolava:
“Vedi, padroncino? È il padrone del lago! Lo spirito maligno!”
Aveva ragione il povero Bubi, sì o no?
Non volli diminuire la mia dignità di uomo bianco dinanzi al povero negro. E sussurrai, con la gola stretta dal terrore:
“No… Bubi… Non c’è niente di strano… Non nego che quel collo sia un po’ esagerato… e anche quella testa… ma…”
D’improvviso, la luce si fece viva nel mio cervello.
“Il plesiosauro!” gridai. “È un plesiosauro! Ah! Ma allora è un’altra cosa… sicuro… un rettile anfibio del periodo siluriano… ma come diamine campa ancora?”
Bubi non seppe rispondermi. Si era tappato gli occhi con le mani e tremava visibilmente. Quell’angoscia dell’uomo primitivo mi richiamò alla realtà della vita. Presi dolcemente per le spalle il mio servo e lo sospinsi verso il baobab, mentre gli mormoravo all’orecchio spiegazioni scientifiche di nessuna utilità pratica per il suo spirito vacuo.
…ecco sorgere dalle acque un grosso muso di lucertola e poi un lunghissimo collo serpentino…
“Sì… un plesiosauro… un animale che visse alcune migliaia di secoli or sono… e che ora dovrebbe essere sparito dalla faccia della terra… ma e per questo? C’è bisogno di disperarsi? E se tu ti incontrassi con un brontosauro, con un atlantosauro, che erano animalacci alti come una casa a quattro piani? Oh! se mi dici che è una scoperta interessante, siamo d’accordo. Ma non c’è ragione di tremare e di gemere come tu fai. Forse questo è un avanzo di terreno secondario, scampato alle vicende geologiche del pianeta. Non ti avvilire, figliuolo mio! Al mondo, c’è di peggio. Ammetto anche che se questo plesiosauro scappa di qui e comincia a far razza, chissà! con i coccodrilli, ci sarà da temere l’invasione di una nuova razza di rettili spaventosi. No, no; non bisogna esagerare nemmeno questo terrore. Se non è scappato fino adesso di qui, perché dovrebbe scappare domani?… Coraggio, Bubi: pensa che proprio al tuo padrone, a Michele Orcagna, è spettato l’onore di veder vivo un plesiosauro”.
Bubi non palesava nessun entusiasmo. Le mie parole non arrivavano al suo cuore. Seguitava a crollare il capo e a mugolare. Pianse e sospirò tutta la notte. All’alba levai le amache e con immensa gioia di Bubi ripresi il cammino verso il lago Tchad.
A Tombuctu mi incontrai con un vecchio ebreo tedesco camuffato da mercante algerino. E poiché ero assillato dal desiderio di far denari, gli vendetti il segreto del plesiosauro.
“Potremo catturarlo…” gli dissi “e poi portarlo in giro per il mondo… sai… il fenomeno vivente… Anche a mettere un’entrata di venti lire, siamo sicuri di incassare miliardi”.
All’ebreo piacque l’idea e così potei subito avere un’anticipazione di cento monete d’oro. Ci mettemmo subito in viaggio malgrado le proteste e i lamenti di Bubi, ma per quanto cercassimo nella foresta, non ci riuscì più di ritrovare il laghetto misterioso!
L’ebreo dopo un mese di ricerche inutili mi impose di restituirgli le cento monete d’oro.
Gli offrii in cambio un pacchetto di sigarette Macedonia alquanto ammuffite…
* * *
— Al mercante ebreo l’offerta del pacchetto di Macedonia piacque pochissimo. Forse anche perché egli fumava la pipa. In ogni modo egli ebbe la deplorevole idea di amareggiarmi il soggiorno nella foresta equatoriale.
Eravamo da poco ritornati da una delle solite inutili cacce agli elefanti e ci eravamo stesi nelle nostre amache, Bubi ed io, fra i rami di una gigantesca sequoia, cominciando a pregustare le delizie di una siesta, quando ci sentimmo arrivare addosso una grandinata di sassi.
Credendo che si trattasse di un improvviso assalto delle scimmie che popolavano i più alti rami degli alberi, brandii il fucile. Ma Bubi mi indicò il suolo del bosco, mormorando con la sua flemma abituale:
“Padrone, non fate bum! inutilmente. Scimmie non gettano mai sassi. Uomini, sì. Guardate lì sotto: ombre nere”.
Guardai e vidi infatti alcune ombre umane che si curvavano a terra frettolose per raccogliere le pietre e tirarle su di noi. Sparai un colpo in aria, poi cominciai ad urlare come uno spiritato. E una voce sottile, la voce dell’implacabile mercante ebreo scivolò di sotto i rami e salì fino a me, tra un sasso e l’altro.
“Io sono Mohamed, il povero venditore di Algeri, che tu hai incontrato per sua sventura a Tombuctu…”
“La finisci, sì o no, di lapidarmi? So bene che è un costume ebraico. Ma qui siamo nel centro dell’Africa…”
“Desidero parlamentare con te” e la vocetta dell’ebreo si fece flebile e quasi supplichevole.
“Parla. Che cosa vuoi?”
“Non posso risponderti per ora. Non voglio avere questioni personali con te. Mi sono limitato a citarti presso il tribunale del re Magongo…”
“Non conosco questo re. D’altra parte t’avverto che non ammetto che i re costituzionali: io sono liberale di destra…”
“Ma il re Magongo è il sovrano di queste terre” insisté dolcemente l’ebreo. “È possente ed è giusto. Egli ti accoglierà con ogni riguardo”.
“E se non volessi conoscerlo?”
“Discendi, ti prego… Il re ti aspetta per il pranzo d’onore…”
“Mi dispiace. La cucina di questi paesi mi produce la nausea. Sarà per un’altra volta…”
“Discendi, buon italiano!…”
“Ma se non volessi discendere?”
“Sarebbe molto spiacevole per noi il dovere accendere un gran fuoco intorno al tronco del tuo albero…”
Bubi mi sussurrò:
“Non ostinarti, padrone. Scendiamo. Porta con te buon fucile, buone pistole, io buon coltello. Meglio fingere obbedienza”.
“Potevi almeno aspettare che avessimo finito la siesta” brontolai caricandomi la cintura di cartucce “ma se tu conoscessi le regole della buona creanza non faresti il finto mercante di tappeti algerini a Tombuctu… ti perdono”.
Scivolai fino a terra e mi trovai dinanzi il degno ebreo che sogghignava per la estrema soddisfazione.
“Andiamo, buon italiano… la strada non è lunga… e poi, siamo ben guardati”.
Tra il folto delle ramaglie vidi scaturire alcune maschere nere, su le quali biancheggiava un riso bestiale. Bubi mi dette nel gomito, per consigliarmi ancora, tacitamente, la prudenza.
“Vi ringrazio del gentile pensiero, mio caro Salomone” dissi un po’ a denti stretti. “Anche la scorta d’onore?… Ma io vi ricompenserò a dovere non dubitate!”
“Andiamo?”
I negri si mossero aprendoci con le zagaglie il sentiero del bosco, e noi movemmo i passi dietro di loro.
Il dispetto mi soffocava e avrei volentieri appiccicato all’ebreo tedesco alcuni schiaffi; ma mi trattenni per non dar dispiacere a Bubi che mi raccomandava con gli occhi la calma e la moderazione.
* * *
— Prima dell’imbrunire giungemmo a un villaggio di poche capanne, sulle rive di un fiumiciattolo. Subito fummo introdotti nella capanna più vasta, dove il gran re Magongo, un vecchio negro affetto da idropisia, ci attendeva con la sua corte, composta di uno stregone, di due guerrieri irti di denti di rinoceronte, e di due donne orribilmente obese.
Non vi descriverò minutamente il re Magongo. Certe osservazioni di carattere etnografico saranno un giorno raccolte in un grosso volume che pubblicherò alla fine dei miei viaggi e che dedicherò all’on. Giovanni Gentile. Basti dirvi che il re Magongo portava in capo una gigantesca scatola di conserva di pomodoro e vestiva un meraviglioso manto fatto di vecchi giornali europei illustrati a colori. I familiari del monarca erano tutti abbigliati con questo sistema bizzarro ed economico; solo avevano in più alcuni ornamenti vari, fatti di scatole di sardine usate, di bicchieri rotti, di gusci di tartarughe e di zucche disseccate.
Non mi dilungo di più per non cadere nella prolissità tanto rimproverata ai narratori di avventure africane.
Appena mi vide il re Magongo abbozzò una specie di sorriso, e mi indicò una stuoia perché mi sedessi.
“Vuoi accettare il giudizio del mio tribunale?” domandò il monarca negro in un francese spaventevole “io ti prometto giustizia. Dopo ceneremo insieme e faremo festa”.
“Io non ho chiesto nessun giudizio” dichiarai “è questo noioso ebreo che vuole ad ogni costo litigare con me… non so bene su quale argomento…”
“Sì che lo sai, buon italiano” interruppe il falso mercante algerino. “Tu mi hai promesso il plesiosauro”.
“Ebbene?”
“Ebbene, hai mancato alla tua parola. Hai ingannato il povero mercante che logora la sua vita nel lavoro, e gli hai fatto sborsare cento monete d’oro, tutto il poco danaro accumulato in trent’anni di fatiche e di stenti… L’hai condotto fin qui, e poi l’hai burlato. Forse perché siamo sotto l’equatore debbono restare impuniti certi delitti? La giustizia divina può svolgersi in ogni luogo. Tu sorridi perché sei un infedele. Ma io ti giuro per Allah…”
“Perché invochi un dio che non è il tuo?” gridai furibondo “io non ti debbo nessuna spiegazione. Mi fai schifo…”
“Almeno, rendimi le cento monete…” sussurrò l’ebreo un po’ intimidito.
“Tu mi devi mille napoleoni per avermi disturbato nei miei studi e avermi intentato una lite temeraria. Ma non voglio mostrarmi più esoso di te: mi contenterò di cinquecento napoleoni…”.
Magongo che, per ascoltare e meditare meglio i nostri discorsi, si era sdraiato sopra una stuoia, cominciava ad appisolarsi.
Il mercante volse l’occhio volpino al re:
“Re dell’Ubanghi! gran re!” disse disperatamente “tu devi decidere… a te spetta il giudizio!… io voglio le mie cento monete da questo onorabilissimo viaggiatore, oppure la consegna del plesiosauro!”
Il re Magongo si scosse un poco.
“Il plesiosauro?” ripeté con voce fatta rauca dal sonno “ma che rob’è questo plesiosauro?”
“Un animale immenso, maestà, che dovrebbe vivere in un certo laghetto… Io avrei preso l’animale e l’avrei portato in giro nelle fiere guadagnandomi onoratamente un tozzo di pane. In Europa c’è molta curiosità per certe sciocchezze. Un tale ha fatto fortuna con una vecchia foca che giocava alle bocce. Una ragazza tedesca, una certa Teresina, ha guadagnato tesori mostrando le sue gambe che misuravano due metri di circonferenza. Io volevo tentare di strappar la vita col plesiosauro. Ma questo buon italiano, che rispetto e onoro, mi ha truffato. Mi ha preso cento monete d’oro con la scusa di cedermi l’animale straordinario e poi si è beffato del misero venditore algerino…”.
Il re Magongo udì questa lamentosa storia? Non credo. Fatto è che quando l’ebreo ebbe finito, Magongo emise un grande sbadiglio e si addormentò: né ci fu più possibile di svegliarlo.
Ci rassegnammo a rimandare al giorno dopo il seguito della lite: e intanto accettammo la cena che i familiari del re ci servirono su le stuoie. Non mi chiedete, vi scongiuro, come fosse composta quella cena. Accennerò solo che v’era di tutto: uova di formiche, cavallette arrosto, scorpioni in umido, frittelle di fango: di tutto, eccetto che un semplice indizio di roba commestibile. Nonostante, Bubi si ingozzò di uova di formiche e quel maledetto ebreo, tanto per non buttar via niente, piluccò le frittelle di fango e gli scorpioni.
Poi dormimmo alla meglio, sulle stuoie popolate di insetti.
* * *
— La mattina dopo, a brùzzico, il gran re Magongo ci destò con un grido terribile.
“È vero! I cattivi geni del lago! li ho sognati questa notte. È necessario liberare il paese dai mostri che chiedono vittime ad ogni calar di luna! Ma in qual modo?”
“Anche tu, sai?…” chiesi al re Magongo che per la commozione pareva più gonfio e più idropico del solito “sai dei mostri?”
“Sì… nel lago rosso… Hanno il collo simile a un serpente… Ho paura! Bisogna chiamare Popò lo stregone!..”
“Hai visto, noiosissimo ebreo?” dissi, volgendomi al falso Mohamed, che pareva alquanto confuso “hai visto che non ti ho ingannato?”
“Rispettabile italiano, tu dammi il plesiosauro ed io ti bacerò le scarpe…”
“Paga i cinquecento napoleoni!”
“Tu vuoi rovinarmi!”
“O cinquecento napoleoni, o niente plesiosauro”.
L’ebreo aveva le lacrime agli occhi:
“Ebbene” sussurrò “se tu mi darai l’animale, io vedrò di rimediare la somma…”.
Pregai il re Magongo di cederci qualche ora lo stregone Popò per guidarci fino al laghetto. Lo stregone Popò, tremante di paura, acconsentì a indicarci la via fino a una svolta del fiume: ma poi ci consigliò di tornare indietro: e fu solo dopo che lo ebbi minacciato di fucilazione provvisoria che egli acconsentì a muovere qualche altro passo, sotto certe rupi che si innalzavano a picco fra la foresta e il corso d’acqua.
“Andate… fino al livello del fiume…” ci disse Popò battendo i denti e schiumando per l’orrore “troverete l’imboccatura di una grotta… di lì passerete più facilmente fino alle rive del lago maledetto… Io non posso… non posso… ho già rischiato due volte la vita… Ho invocato tutte le forze della foresta, del cielo, della terra, ma è stato inutile… Voi morirete certamente, incauti stranieri… Ma in ogni modo, meglio voi che io …”.
E cadde fra le erbe, rotolandosi e piangendo come un bambino. Tanta vigliaccheria mi commosse profondamente. Presi a calci l’infelice stregone e lo obbligai a rialzarsi. Poi, con altre pedate non meno vigorose, lo spinsi su la via del villaggio.
“E voi,” domandai a Bubi e al finto Mohamed “avete paura?”
“Sì!” risposero risolutamente i due uomini. “Allora, aspettatemi qui”.
E io solo mi avventurai nella grotta che dopo breve cammino divenne ampia ed altissima.
Avevo fatto due o trecento passi nella penombra, quando vidi sorgere improvvisamente dinanzi a me qualche cosa di immenso, di bizzarro, di inconcepibile. Una bestia orrida e gigantesca, che riempiva tutta la cavità della grotta…
Possibile che in quel luogo vivessero ancora i mostri apocalittici delle prime età? Quello era un sauriano, senza alcun dubbio: un atlantosauro, un rettile lungo almeno trentacinque metri, alto dieci o dodici, un colosso terribile e ripugnante.
“Bisognerà tornare in questo luogo con una preparazione migliore” pensai, risoluto a battere in ritirata.
Proprio in quel punto, udii un gemito sommesso, e mi sentii prendere le mani da due altre mani fredde e nervose.
Due occhi fosforescenti mi fissavano nell’oscurità!
Gli occhi di Crostino!

V
LA STORIA DI CROSTINO

A questo punto don Lorenzo dopo aver bevuto un gran bicchiere di vino in onore di Michele Orcagna volle fare una piccola dichiarazione formale per mettere a posto la propria coscienza.
— L’illustre viaggiatore che ci ha narrato or ora la storia della scoperta di un plesiosauro, nientemeno, e di un brontosauro, è uomo la cui fede non può essere messa in dubbio. Tuttavia… le Sacre Scritture… non accennano affatto alla possibilità di una creazione di mostri antecedente agli animali che vissero col primo uomo e che, come sapete, scamparono con lui dal Diluvio. Senza voler negare le scoperte della scienza geologica e paleontologica, io, come uomo di religione, debbo necessariamente confinarle nel limite delle supposizioni o delle deduzioni arrischiate. Per noi sacerdoti la teoria delle evoluzioni è un blasfema. Ora… non se ne abbia a male l’illustre e intrepido signor Michele Orcagna! Ma… forse… egli… nella commozione, nella confusione suscitate dal pericolo… avrà scambiato… che so io… il corpo di un serpente boa per il collo del cosidetto plesiosauro… o una gigantesca giraffa con l’altro… animale favoloso… come si chiama?… l’atlantosauro…
Tutti si aspettavano che Michele Orcagna desse in escandescenze. Lo stesso don Lorenzo, mentre parlava, sentiva una voce intima che lo ammoniva:
— Ora ti arriverà una bottiglia nella testa, ché con quel diavolo non si scherza!
Invece niente.
Michele Orcagna si limitò a chiamare a sé Crostino, a lisciargli un poco la schiena vellosa, sussurrandogli qualche parola confidenziale:
— Hai sentito, eh? mettono in dubbio le mie parole… se tu sapessi parlare, la storia del tuo salvamento potresti farla molto meglio di me… e mi serviresti da testimone…
Romeo Gualandi, ispirato da alcune occhiate della signora Flavia, intervenne per rimediare alla malefatta del parroco.
— No, caro Michele… don Lorenzo non vuol dire precisamente che… vedi… egli è un sacerdote, devi comprendere… ma…
Michele Orcagna sbottò in una delle sue fragorose risate.
— Ma che importa! So ben io il modo di convincere don Lorenzo! La prova fa credere i ciechi…
Don Lorenzo interruppe flebilmente:
— Io non ho affatto dubitato delle sue parole… Dio guardi! Se mai, ho accennato alla probabilità che i suoi nervi, troppo tesi nelle difficili prove così valorosamente superate…
* * *
— Che ore sono? – disse Michele, guardando l’orologio e seguitando a ridere. – Le una… benissimo! In un quarto d’ora vi racconto anche la storia di Crostino… poi andremo a letto… riposeremo tranquilli e domani… chi sa! avremo dimenticato i mostri dell’età secondaria. Ma qualche cosa, fra non molto ve li ricorderà… e allora don Lorenzo ai capitoli della fede dovrà aggiungere anche questo… eh! eh! Sicuro. Crostino, vattene. Bubi conduci a dormire questo brigante. Dunque, come dissi dianzi, io mi trovai nella caverna che precedeva il laghetto, dove avevo veduto il plesiosauro… o il boa, come vorrebbe don Lorenzo, a tu per tu con un atlantosauro lungo almeno, dalla punta del muso alla coda, trenta o trentacinque metri. Ma tra me e l’orribile rettile un’ombra si drizzò improvvisa: quella di Crostino. Il povero figliuolo, come seppi dopo, era fuggito dal nido familiare, forse per sfuggire a qualche punizione paterna, ed era venuto a baloccarsi nella grotta. Anche Crostino – questo nome gliel’ho messo naturalmente io più tardi, per ironia – anche Crostino dunque, s’era veduto apparire dinanzi, a un tratto, il tremendo abitatore dell’antro. Crostino è astuto e anche forte, ma è vile. Avrebbe potuto fuggire e non vi riuscì. Il terrore lo teneva inchiodato al suolo. Ecco perché, indietreggiando per uscire dalla caverna, incontrai il piccolo gorilla che subito mi tese le mani, come a un amico. Egli sperò che io lo avrei protetto dalla minaccia orrenda di quel mostro immane. Capirete… tra scimmia e uomo… c’è una specie di parentela… Insomma, Crostino, nel porgermi le sue estremità anteriori, mi affidò in certo modo il compito di salvarlo… Mentre pensavo a trascinar meco quel monello mezzo morto di paura mi accorsi, con spiegabile inquietudine, che l’atlantosauro dopo aver sfiorato con la minuscola testa la vòlta della grotta, dirigeva il collo interminabile verso di noi… Lì per lì, confuso e commosso anch’io, come bene ha detto il nostro don Lorenzo, non seppi compiere l’unico atto possibile: quello di balzare verso l’uscita della caverna. Mi appigliai invece al partito peggiore. Mi tolsi di spalla il fucile e sparai uno, due colpi. L’atlantosauro sussultò: vidi il suo corpo gigantesco scuotersi, e la vasta pelle rugosa incresparsi in piccole ondate; superando l’orrore e l’inspiegabile esitazione, volsi le spalle per fuggire: ma troppo tardi, perché il rettile con una mossa rapidissima aveva girato intorno alle pareti della grotta tagliandomi la via dell’uscita!
A questo punto pensai che ero un solenne imbecille. Perché non proseguire la corsa davanti a me? Se la grotta conduceva al lago io avrei potuto salvarmi ugualmente. Presi per un braccio Crostino, che mugolava e digrignava i denti in modo disgustoso, e mi spinsi risolutamente verso la parte più tenebrosa del sotterraneo. Quanto durò quel viaggio? Non saprei dirvelo. Forse pochi minuti. Forse un’ora. Ero nelle tenebre folte e non capivo più niente: sentivo un intollerabile zufolìo nelle orecchie e mi pareva, tratto tratto, che l’alito caldo dell’atlantosauro soffiasse nel mio collo… Vi assicuro che un altro, al mio posto, avrebbe provato il mio stesso sgomento. Alla fine, ecco un po’ di chiarore. La galleria si allarga, si illumina. Una svolta, ed eccoci, ansanti, sfiniti, dinanzi allo spiazzo di rocce rossastre nel cui centro occhieggiava il piccolo lago. Ma proprio in quel punto del lago un altro mostro stillante acqua usciva e muoveva verso di noi: il plesiosauro!…
* * *
— Certo il lurido animalaccio ci aveva veduti, perché il suo collo serpentiforme si allungava nella nostra direzione e le grandi pupille vitree, circondate di una specie di aureola ossea, si fissavano su noi con espressione indescrivibile di stupida ferocia.
“Ora è finita davvero!” pensai.
Ma intanto giravo gli occhi intorno a me nell’assurda speranza di trovare una qualsiasi difesa o un rifugio. Proprio all’entrata del sotterraneo, all’altezza di un uomo, si apriva un crepaccio… Crostino, che seguiva ansioso i miei atti vide anch’esso il crepaccio. Con un salto meraviglioso, vi giunse: ma non seppe tenersi bene, e cadde. Io mi ero già arrampicato su la parete di roccia; vidi rotolare il piccolo gorilla, e nel tempo stesso sopraggiungere, soffiando e ruggendo, l’atlantosauro… ebbi un’ispirazione: tesi il fucile a Crostino, questi vi si attaccò disperatamente; allora, raccogliendo le mie forze, trassi a me il povero animale… Fu una cosa rapidissima: ma a me parve enormemente lunga.
L’atlantosauro sfiorò col sottile muso equino la schiena del gorilla.
Intanto il plesiosauro avanzava… I due grugni si scontrarono. Fu un cozzo singolare. I due bruti stupiti rimasero un certo tempo, muso contro muso, a fissarsi scioccamente. Noi potevamo adesso contemplare la scena con qualche serenità. Perché evidentemente le due orride bestie antidiluviane ci avevano già dimenticati. Il loro pigro cervello minuscolo non doveva suggerire che movimenti primordiali e istintivi. Si erano urtati il grugno: questo fatto era bastato per fermare ogni loro movimento: adesso si guardavano ma probabilmente aspettavano che il centro della loro sensibilità ricevesse dal curioso incidente una qualsiasi impressione di terrore o di rabbia.
Io approfittai della tregua per scaricare cinque o sei volte il mio fucile su quei corpi abominevoli: e questo forse accelerò la battaglia. Il plesiosauro, forse colpito dolorosamente al collo, avventò un morso feroce al muso dell’atlantosauro. Questi si drizzò un poco su le zampe posteriori a modo del kanguro, e si precipitò su l’avversario con tutto il peso della sua massa enorme. Il plesiosauro sparì sotto il corpo dell’atlantosauro, ma di lì a poco vidi scaturire il suo collo flessuoso di sotto il ventre del rettile gigantesco e quel collo orribile era rosso di sangue. Fu una lotta silenziosa, atroce, lunghissima. Alla forza prepotente dell’atlantosauro il plesiosauro opponeva la sua agilità e la sua vigoria nell’attacco. Egli riusciva a mordere più profondamente e più lungamente il corpo del nemico. Questa odiosa scena che non riesco a descrivere tanto è l’orrore e il ribrezzo che mi prendono solo nel ricordarla, si protrasse fino a sera. Nell’ombra violacea del tramonto, i due rettili colossali agitavano ancora convulsamente le loro membra viscide. Poi, a poco a poco, rallentarono i loro movimenti; furono appena percorsi da qualche fremito: si fermarono. Erano morti? Prudentemente, io e Crostino non scendemmo fino a che il sole non apparve ancora all’orizzonte. La notte trascorse ben dolorosamente per noi, rannicchiati nell’angusto crepaccio, alle prese con le formiche, con le zanzare e con la fame… ma i mostri erano sotto di noi e benché non dessero più alcun segno di vita, ci incutevano sempre un senso di misterioso sgomento. Capirete, non son cose troppo comuni, vero? All’alba, mi feci coraggio. Poiché i mostri erano ancora rigidi e immobili, mi lasciai scivolare fino a terra. Crostino mi imitò. Dopo aver dato un’occhiata a quell’ammasso di carni e di pelli lacerate, mi avviai risolutamente verso il luogo dove avevo lasciato l’ebreo Mohamed e Bubi. Li trovai che stavano infilando in certe bacchettine alcune cavallette e si preparavano ad arrostirle ad un fuoco di erbe secche.
* * *
— Bubi, appena mi vide, sia detto in suo onore, uscì in grandi esclamazioni di gioia. L’altro invece continuò a infilare le cavallette con una flemma irritante.
“Andiamo” dissi, vibrando un vigoroso calcio nella schiena del finto arabo “venite ad aiutarmi a spellare il plesiosauro”.
“Come!” gridò l’ebreo buttando via le cavallette “tu hai ammazzato il plesiosauro?…”
“Io no. È stato l’atlantosauro. Io non ci ho colpa. Si sono scontrati…”
“Ma tu mi avevi promesso di darmelo vivo!”
“Ebbene, te lo darò morto. Anzi, ti darò la sua pelle e il suo scheletro. Potrai sempre rivenderlo vantaggiosamente in qualche Museo…”
“Questi non sono i patti! Tu dovevi darmi vivo il plesiosauro!”
“La finisci, Assalonne?”
“La finirò, generoso italiano, quando mi avrai pagato i danni dell’affare mancato!’
“Io ti prenderò a pugni e a calci: ecco! Sei un volgarissimo furfante…”
“Il valoroso giovane italiano può coprire di invettive il povero Mohamed e Mohamed si prostrerà umilmente ai suoi piedi: ma questo non gl’impedirà di citare il nobilissimo giovane italiano dinanzi al tribunale per chiedergli il risarcimento dei danni. La legge è la legge”.
“Riprenderemo questo discorso più tardi. Intanto andiamo a spellare l’atlantosauro e il suo collega”.
Mi avvidi che Crostino, mentre noi parlavamo, si allontanava cautamente. Allora lo chiamai. Ma quello scimunito cominciò a scappare verso la foresta. Lo inseguii per puntiglio. Perché mi dispiaceva che Crostino si palesasse tanto presto per un animale volgare e ingrato. Lo inseguii, dimenticando Bubi, l’ebreo, il plesiosauro, l’atlantosauro. Io sono un uomo puntiglioso e ostinato. Ma dovetti mettere a dura prova le mie qualità di corridore dei boschi equatoriali!… Crostino abitava proprio nel folto della foresta. A un tratto, vidi scaturire da un cespuglio un vecchio gorilla con la barba grigia, seguito da un’altra scimmia antropomorfa di sesso femminile. Intuii che quei due selvaggi abitatori dei boschi erano il padre e la madre di Crostino. Volli andar loro incontro come un amico. Mi accolsero invece come un nemico. Mi assalirono. Dovetti difendermi e… come ebbi occasione di dirvi dianzi, uccisi i gorilla: resi orfano Crostino. E fui costretto a prenderlo con me. Io sono puntiglioso, ostinato, ma sono anche un uomo di cuore.
Quando tornai alla caverna tenendo per mano Crostino che sospirava e gemeva – povera bestia! – trovai l’ebreo e Bubi intenti al lavoro di scuoiamento dei mostri.

VI
IL MOSTRO CHE AVEVA INGHIOTTITO UN CUORE

Dopo un breve riposo Michele ripigliò la narrazione in questi termini:
— È necessario, ora, che don Lorenzo mi ascolti con molta serenità, per modificare le sue prevenzioni a mio riguardo.
— Ma io… – interruppe flebilmente il parroco; e si chetò subito quando vide che Michele Orcagna aggrottava un poco le ciglia.
— Dunque – riprese con voce sorda l’esploratore – Bubi e l’ebreo scuoiavano i rettili giganteschi. Io frattanto cercavo di tranquillizzare il povero Crostino che aveva ancora dinanzi agli occhi la spaventosa battaglia svoltasi nelle foreste. Gli regalai una scatola di conserva di mele, un fiaschetto da tramviere, un vecchio libro di Guglielmo Ferrero, una collezione di francobolli e, finalmente, uno specchietto. Questo regalo ebbe la magica virtù di rasserenare il muso alquanto grinzoso e malinconico di Crostino.
Si specchiò, fece alcune smorfie spaventose, poi cominciò a mugolare di soddisfazione e venne a strofinarsi vicino a me. Da quel momento diventammo amici. Che cosa abbia trovato di bello quel ridicolo mostriciattolo nel mio specchio da due lire e sessanta centesimi, non so. Certo che egli mi volle molto bene dopo che ebbe guardato più volte il proprio grugno sulla superficie dello specchio.
Gli avevo salvato la vita, come sapete: ma questo fatto non era bastato a commuoverlo. Per arrivare al suo cuore, avevo dovuto sollecitare la sua vanità. Che ne dite, don Lorenzo? È una cosa umiliante. Ma insomma, Crostino è un gorilla: e non si possono pretendere da un gorilla le virtù di una signorina iscritta nell’Esercito della Salute. La stupidissima bestia volle specchiarsi a lungo prima di inghiottire il contenuto della scatola di conserva: da ultimo pretese di frugare nella mia bisaccia per trovarci qualche altra leccornia dimenticata. Ripescò non so come un pezzo di sapone per la barba e lo mangiò ingordamente: poi ritornò a specchiarsi facendo le smorfie più ignobili e più volgari.
Ero sul punto di somministrare al lurido bruto una prima vigorosa lezione sui doveri degli animali ben educati: ma d’un tratto sentii urlare Bubi:
“Padrone, padrone. Un sasso nel corpo del coccodrillo!..”.
Per Bubi il plesiosauro era un coccodrillo.
Più tardi ho cercato di dimostrargli il suo errore e di avviarlo allo studio dei primi elementi della paleontologia. Ma è stata fatica sprecata.
Bubi e Crostino, come educazione e come intelligenza, si equivalgono.
Dunque, Bubi mi chiamava. Vincendo la mia naturale ripugnanza mi accostai a lui che pareva nuotare in un ammasso di carni, di pelli, di ossa, di viscere, e gli domandai:
“Un sasso? Dov’è questo sasso?”
Il finto Mohamed uscì da una specie di grotta che si era scavata nel ventre dell’atlantosauro e sbraitò: “Un momento! Voglio vedere io!…”
“E tu, che c’entri, Salomone?”
L’ebreo riprese il tono umile e strisciante:
“No… carissimo giovine italiano… Non ti sdegnare… io dico semplicemente che tu mi hai venduto la pelle degli animali e tutto quello che è contenuto nella pelle…”
“Non è vero”.
“Mio degnissimo padrone, il povero Mohamed non sa mentire. Egli ha accettato le pelli degli animali che tu gli avevi venduto ‘vivi’ solo per dimostrarti il suo spirito conciliativo. Tu lo hai rovinato. L’hai precipitato nella più triste miseria. Eppure, il povero Mohamed ha taciuto: ha accettato in cambio di oro sonante – la sola sua fortuna! – un paio di pellacce da cui usciranno, sì e no, dieci o dodici paia di stivali. Ebbene! io dico che anche il contenuto delle pelli mi appartiene!”
“No!”
“Sì, illustre giovine bianco, splendore della mia vita! Io sarò costretto a citarti dinanzi al tribunale e vedremo se il tuo povero schiavo Mohamed ha torto o ha ragione…”
“Ma qui si tratta di un sasso nello stomaco del plesiosauro!”
“Non importa, il sasso è mio!…”
“Bubi dammi il sasso”.
“Giovine bianco, luce degli occhi miei, tu mi costringi a rinnovare una citazione ai tuoi danni dinanzi al tribunale più vicino…”.
Bubi mi porse il sasso ed io glielo strappai dalle mani con stizza, mentre il noiosissimo ebreo dava in smanie e strillava come una scimmia rossa.
* * *
— Non era, quel sasso, una cosa molto comune. Poteva essere lungo un palmo e mezzo e largo un palmo: aveva la forma di una scatola rettangolare e nonostante fosse consumato dal tempo e corroso dagli acidi dello stomaco del plesiosauro, mostrava, ai lati, tracce di geroglifici e di misteriose incisioni.
“Ah! Tu lo osservi con troppa attenzione!” mugolò improvvisamente il finto Mohamed. “Voglio vederlo anch’io!… Forse è uno scrigno; forse racchiude qualche gioiello… Voglio vederlo!… Tu mi inganni!… Aiuto!”.
Poiché l’ebreo urlava in modo intollerabile, Crostino, annoiato, gli saltò accanto e gli consegnò, silenziosamente ma ruvidamente, un paio di schiaffi. Allora il finto venditore di tappeti si limitò a levare le braccia scarne al cielo, per invocare la giustizia divina.
Prima che il sole sparisse all’orizzonte e le tenebre ci avvolgessero, volli esaminare con attenzione lo strano oggetto che Bubi aveva trovato nello stomaco del plesiosauro. Mi avvicinai alla riva del laghetto, dove ancora indugiava la chiarità del giorno, appoggiai il sasso alle sporgenze di una rupe e cominciai a raschiarlo con il mio coltello da caccia.
I segni e i geroglifici apparivano sempre più netti e profondi. Quando la corteccia di terra e di detriti vegetali che aderiva alla superficie fu tolta, vidi anche una sottile fessura intorno alle pareti minori del sasso rettangolare.
Era quello, dunque, veramente uno scrigno? Avevo già osservato con giusta meraviglia come le incisioni del sasso rappresentassero, senza alcun dubbio, geroglifici e disegni egiziani. Ma adesso la meraviglia si mutava quasi in sgomento. Che cosa stavo per scoprire, mio Dio? Introdussi la lama del mio coltello nella fessura tra i fianchi della pietra, feci leva con violenza e… ruppi il coltello. Allora ne presi un altro, che si ruppe pure. Poi ne ruppi un terzo. Per non rimanere senza armi da taglio fui costretto a servirmi di una accetta dalla lama eccezionalmente robusta. Uno sforzo… e questa volta si ruppe un angolo del coperchio. Ma lo scrigno di pietra si aprì… ed io gettai avidamente il mio sguardo nell’interno. Maledizione! Dentro la scatola di sasso era un altro scrigno di metallo.
E la notte calava…
Proprio mentre le ombre notturne si addensavano intorno a me, un debole chiarore tremò su le acque del piccolo lago. La luna si levava, gialla e gigantesca, di là dagli alberi.
Allora, quietamente, con uno sciaguattìo ritmico e lento, un enorme animale uscì dalla superficie del lago e venne verso la riva. Avanzava come un grosso battello, remigando con le larghe zampe fatte a mo’ di pale, e allungava l’orribile muso da coccodrillo verso la luna. Che cosa era quello? Un ittiosauro? Un labirintodonte? Bisognava in ogni modo che il nuovo bestione dell’età secondaria non approdasse vicino a me.
Francamente, ne avevo abbastanza di animali antidiluviani. Ed ecco, sul mio capo, un bizzarro batter d’ali e un crocchiare di mascelle: e una ventata avvolgermi di frescura. Alzo gli occhi… Immaginate! Nel tersissimo cielo equatoriale passava il più inconcepibile dei mostri apocalittici; una sorta di pipistrello gigantesco, con le ali di velluto nero, la coda lunghissima, e un grifo… oh, che grifo! Lungo, enorme, provvisto di una doppia fila di denti aguzzi, e sostenuti da un collo di anitra!… Una cosa inaudita, atta ad ispirare ilarità, ribrezzo, sgomento, stupore… E quell’ibrido impasto di rettile, di uccello, di mammifero, di dragone, si avviava quietamente verso una roccia che si levava come un pinnacolo presso le sponde del lago…
Non volli tentare altre avventure. Ripresi la mia scatola di pietra e ritornai nella caverna, dove l’ebreo e Bubi avevano acceso un buon fuoco per tener lontane le zanzare e le belve.
* * *
— Ma come il sonno fu tardo e penoso quella notte! Ai primi bagliori dell’alba balzai all’aperto e ricominciai febbrilmente il lavoro intorno allo scrigno misterioso. Ormai ero come ossessionato. Mi pareva che dentro lo scrigno dovesse esser chiuso il più importante segreto del mondo, e che dalla scoperta di quel segreto potessero nascere le mie più grandi fortune… Follia, certamente. Ma avrei voluto veder voialtri, laggiù, sotto l’equatore, presso le rive del lago che serviva da abbeveratoio a tutti i mostri del periodo carbonifero, dopo aver lottato con un plesiosauro e con un atlantosauro, dopo aver seguito il volo di uno pterodattilo, dopo aver preso un gorilla come figlio adottivo… sì, dico, avrei voluto veder voi altri e sapere se i vostri cervelli dopo tante scosse, sarebbero stati ancora in condizioni di prestar servizio!
Dopo qualche ora di fatiche inenarrabili, riuscii ad aprire lo scrigno di metallo. Ma ahimé!… ne conteneva un altro! Uno scrigno d’argento.
Nuovo lavoro, nuovi assilli, mentre l’ebreo si lamentava e Crostino gli riempiva la faccia di schiaffi! Purtroppo, lo scrigno d’argento ne conteneva un altro d’oro. Ma questo fu l’ultimo. E quando lo aprii, e ne estrassi trionfalmente il contenuto, una intensa commozione mi serrò la gola. L’oggetto racchiuso nell’ultimo dei quattro scrigni, era soltanto un cuore! Un piccolo cuore umano, disseccato, imbalsamato, dipinto ancora di vermiglio… Il cuore della principessa egiziana, dell’antenata della principessa Nazli!… Sì, proprio quello di cui parlava la leggenda.
“Hanno seppellito il mio cuore, lontano lontano, presso le rive di un torbido lago, oltre una foresta popolata di mostri…” così aveva detto la povera principessa Ramses2. E io avevo ritrovato quel cuore! Nel ventre di un plesiosauro, dove forse giaceva da migliaia d’anni, poiché probabilmente, quegli immondi rettili avevano un’esistenza immensamente lunga. A dire il vero, ripensandoci a mente fredda, dovetti convenire che quella scoperta, per quanto singolare e avventurosa, non era molto poetica: non aveva per lo meno quell’eleganza esteriore che di solito si accompagna alla conclusione delle leggende di passione e di morte. Il cuore della principessa Khelmis tornava alla luce dopo sette o ottomila anni in modo bizzarro, ma volgaruccio. Lì per lì non feci queste sensate riflessioni, naturalmente. Mi parve davvero di aver conquistato, con quel tesoro, la felicità.
E tutto infervorato in quest’idea, non posi tempo in mezzo: raccolsi le mie armi, i miei bagagli e ripresi la via del nord attraverso la grande foresta equatoriale. L’ebreo protestava: un bel giorno per liberarmi di quella odiosa compagnia, lo legai sopra un ramo di un baobab a quindici metri da terra e lo lasciai a piangere su le sventure umane. Forse sarà ancora laggiù… E forse sarà riuscito a trarre vantaggio anche da quell’incomoda posizione… Sapete: un ebreo… non c’è da meravigliarsi.
Un piccolo cuore umano, disseccato, imbalsamato,
dipinto ancora di vermiglio…
* * *
— Insomma, dopo qualche mese di viaggio, ritornai a Tripoli. Volevo rintracciare ad ogni costo la principessa Nazli e il suo inverosimile zio.
Ma Nazli non era a Tripoli. Seppi, dopo molto cercare e interrogare, che si trovava a Cirene. Andai a Cirene. Da Cirene corsi a Bengasi. Finalmente l’incontrai ritornando a Tripoli. Nazli è una brava ragazza che non sta mai ferma. Non la consiglierei come fidanzata ad un uomo cui dispiacesse il viaggiare o facesse semplicemente male il mare. Non vi dirò come mi ricevette Nazli. Come se mi avesse visto il giorno prima! Mi tese le belle mani, mi sorrise, mi offrì il caffè. Poi mi domandò quando me ne sarei andato.
Allora feci esplodere la bomba.
“Nazli” le dissi traendo di sotto il cofanetto d’oro “io ti porto il cuore della tua antenata… di Khelmis… quel cuore che fu seppellito nel lago tenebroso… lontano, lontano… e dove anche tu hai seppellito il tuo!… Nazli! guarda!…”
La giovane aprì il cofanetto, osservò il prezioso contenuto, arrossì, mostrò di commuoversi. Finalmente!…
“Michele…” ella cominciò con voce grave. “Michele, vi ringrazio…” Ma a questo punto scoppiò a ridere.
“Non è questo il cuore che dovevate portarmi! Avete sbagliato! Dovevate riportarmi ‘il mio!’ Il ‘mio’ intendete?”.
Ci separammo come due nemici. Io le dissi una quantità di cose amare. La pazienza dell’uomo ha pure i suoi limiti, non vi pare? Ella mi disse che non la seccassi più, e che tornassi a spellare i plesiosauri. Bella gratitudine, eh? Insomma me n’andai da Tripoli col veleno nell’anima e il cuore raggrinzito della principessa egiziana in tasca. Dicono che porti fortuna. Sarà. Poi ve lo farò vedere.
Mentre gli ospiti allibiti guardavano Michele Orcagna senza avere il fiato di pronunciare parola, questi sorrise e strizzando gli occhi mormorò:
— Prima di lasciare il lago… mandai Crostino sul pinnacolo roccioso dove avevo visto fermarsi lo pterodattilo… e Crostino mi portò, tutto trionfante, un uovo! Sì, un uovo di pterodattilo! Forse quel demonio di scimmia doveva averne bevuto qualcuno… perché quando tornò dal pinnacolo aveva il muso sporco di giallo… Ma insomma io posseggo un uovo di pterodattilo! e te lo voglio regalare, amico Romeo. Anche tu devi avere un ricordo dei miei viaggi! Alla signora Flavia il cuore della principessa egiziana: a te l’uovo più raro del mondo, l’uovo che racchiude il germe di un rettile uccello. Io son fatto così: sono generoso, voglio che tutti siano felici intorno a me!…
E il gran viaggiatore attese placidamente che i suoi ospiti, compreso don Lorenzo, gli si buttassero fra le braccia per ringraziarlo e per benedirlo.
Ma poiché nessuno si mosse, egli si alzò e, soffocando elegantemente uno sbadiglio, propose:
— Se andassimo a dormire? Sono piuttosto stanco…
La proposta, naturalmente, fu accolta con sincero entusiasmo. E di lì a poco Michele russava nel suo letto, beatamente.
Ma il sindaco della Roccalbegna sognò tutto il resto della notte i mostri più inverosimili e la signora Flavia ebbe l’impressione, sul far del giorno, di veder apparire di là dai vetri della sua camera, la figura satanica di Crostino.

VII
IL DELITTO DI CROSTINO

La mattina dopo il memorando arrivo di Michele alla villa della ‘Lodola’, Don Lorenzo arrivò, secondo il solito, per prendere il caffè e latte gratis e per impartire alcune lezioni di morale cristiana alla signora Flavia. Erano circa le otto di mattina: l’aia dinanzi alla villetta era tutta bionda di sole e i passeri strillavano a squarciagola nel folto degli alberi. Ma la villa taceva.
Don Lorenzo pigiò il bottone del campanello elettrico, una, due, tre, dieci volte.
Niente. Un canino uggiolò un poco dietro il pollaio, ma poi si chetò. E tutto fu silenzio.
— Diamine – borbottò Don Lorenzo – o che siano tutti addormentati? A quest’ora? Già, questa notte s’è fatto tardi…
Raccattò un ciottolino di terra e lo lanciò contro le imposte della stanza del sindaco.
— Oh! sor Romeo! Levatevi, egli è l’ora!…
Si sentì un certo tramestìo nella stanza del sindaco e poi un’imposta si aprì lasciando apparire il naso del sor Romeo.
— Toh! o che siete voi, don Lorenzo? Avete furia stamani, eh! Vi siete levato a brùzzico…
— Ma che brùzzico, che sono le nove tra poco!… Voi, piuttosto, vi siete dimenticato di mettere i piedi fuori del letto!…
— Allora, la colpa è della Flavia. Tutte le mattine alle sette mi sveglia lei col caffè…
— Se voi aspettate il caffè della sora Flavia, potete ributtarvi sul letto. Secondo me, fino a mezzogiorno…
— Mezzogiorno? Ma se ci ho il consiglio alle dieci! Aspettatemi, m’infilo i calzoni e vengo…
Poiché il sindaco berciava, chiamando la signora Flavia e la Cleofe, a poco a poco tutti si svegliarono nella villa: la domestica, Michele Orcagna, Scricciolo, il servo Bubi… e tutti si affacciarono alle rispettive finestre…
— Che è successo? – domandò Michele, ficcando gli occhi addosso al prete.
— Nulla… che vuole che sia successo, Dio benedetto? – e don Lorenzo, che in fondo non poteva soffrire i modi dell’esploratore, cominciò a passeggiare per l’aia a gran passi. – Aspetto il signor Romeo!… Non è permesso aspettare il signor Romeo?
Fortunatamente il sindaco della Roccalbegna comparve molto presto su la porta dell’orto ed evitò in tal modo un battibecco fra l’immenso esploratore e il suo cordiale nemico.
— Avete visto la Flavia? – domandò, fra uno sbadiglio e l’altro, il signor Romeo.
— La signora Flavia? – ripeté sorridendo don Lorenzo. – Ma la signora dorme la grossa, a quest’ora…
Romeo Gualandi sbarrò tanto d’occhi.
— No, che non dorme. Almeno, nella sua stanza.
— E dove volete che sia andata?
Romeo si batté le mani su la fronte.
— Ora ho capito. È andata alla conigliera. La conigliera è la sua passione. Durante la guerra le misero in testa che l’allevamento dei conigli era un dovere delle massaie patriottiche ed economiche. Le dissero che per tirare su un coniglio non ci voleva nulla. Un po’ d’erba… un po’ di avena… Centesimi. E il dottore le assicurò che le carni del coniglio sono migliori di quelle del pollo. Più nutrienti, di certo. Io non potei mai fare il paragone perché il coniglio non mi va. Ma mi accorsi che per tirar su a modo un coniglio, a forza di crusca, d’erba, di cavolo, di grano, di avena, ci volevano almeno settanta o ottanta lire. Poi cominciarono le malattie. In un mese se ne andarono via cinquanta, che ci costavano un patrimonio. Dieci ce ne mangiò il gatto, cinque se li presero i soldati. Ma tant’è: la Flavia ci si è affezionata, e guai a toccarglieli!… Di certo è laggiù, in fondo all’orto, dai conigli…
Discorrendo, il sindaco e don Lorenzo arrivarono al fondo dell’orto, alla chiudenda degli olivi, dietro la quale si stendevano in doppia fila le capannucce dei roditori.
I conigli c’erano, ma la signora Flavia no.
E il signor Romeo cominciò ad essere un po’ turbato.
— O dove s’è ficcata?
— Nel pollaio… – sussurrò don Lorenzo.
— Ma che! nel pollaio non ci va mai… perché dice che i polli, se non sono in tegame, o in padella, non le piacciono… Flavia! o Flavia!…
Lemme lemme, fumando una sigaretta turca, apparve dietro i filari delle viti spoglie di grappoli Michele Orcagna.
— Dov’è la signora? – domandò con molta buona grazia, lanciando in aria nuvolette di fumo e di profumo.
— Non c’è – disse il signor Romeo stringendosi nelle spalle.
— Non c’è! Come, non c’è?
— Non c’è, non c’è. In che modo debbo dirlo? Non c’è, è sparita. È strano, perché non ha fatto mai così…
In quel mentre arrivarono uno dopo l’altro, la domestica del signor Gualandi, il servo di Michele e il figliolo del magnano di Roccalbegna, detto Scricciolo.
— Avete visto la signora Flavia? – domandò in tono imperioso Michele Orcagna.
I tre scossero il capo negativamente.
— Insomma dov’è?
— Non c’è nella villa – dichiarò con un fil di voce la domestica.
— Interroghiamo il fattore – suggerì il sindaco.
* * *
E passarono tutti in fila indiana dall’orto nel podere, e chiamarono con gran voce il fattore. Ma neanche il fattore aveva visto la signora Flavia… Una certa inquietudine cominciò a infiltrarsi nell’anima di quelle oneste persone.
— Oh! Dio! – berciò a un tratto la Cleofe, donna inconsiderata e impetuosa, scoppiando in singhiozzi – che sia successa una disgrazia?
— Va’ all’inferno! – gridò il sindaco – sempre a fare il barbagianni. Anche l’altra notte, ci svegliò per dirci che aveva sentito passeggiare in cantina qualcuno carico di catene!… Ma si può dir di peggio! Finiscila, brutta grulla!
— Non parliamo di disgrazie – disse don Lorenzo – ragioniamo invece con tranquillità… Nella villa pericoli non ce ne sono… Ma di questi giorni succedono certi fatti… Non che io creda… no, il cielo me ne guardi! Tuttavia… sapete bene… avete letto i giornali di Roma?… Chi sa!… Un rapimento…
Seguì un gran silenzio. Poi il sindaco di Roccalbegna cominciò a sforzarsi di piangere. Storse la bocca, strizzò gli occhi e finalmente riuscì, Dio sa con quali stenti, a far scaturire una lacrima.
— Un rapimento? – mugolò – mia moglie rapita! No, via… don Lorenzo… non lo dica neanche per chiasso… Chi vuole che si sia preso l’incarico di rapire mia moglie? Povera donna! Non dava noia a nessuno… – e qui il sor Romeo aggiunse mentalmente: – eccetto che a me.
Il tono di don Lorenzo diventò misterioso:
— Son tempi tristi… caro signor Romeo… voi siete sindaco… capite? Alle volte, una vendetta politica…
Qui la domestica credette opportuno di scoppiare nuovamente in singhiozzi disperati.
— Povera la mia signora! L’hanno assassinata!
— La finisci, sì o no? – ruggì il sindaco stringendo i pugni e simulando un’ira che non provava. – Assassinata! imbecille!… stupida! Che si dicono certe cose?
— Bisognerà avvertire subito il maresciallo… – disse don Lorenzo. – Se volete corro io in paese…
— Sì… forse è meglio – bisbigliò il signor Romeo dopo essere stato alquanto sopra di sé – mi faccia il piacere… vada lei… faccia attaccare il bagher qui dal fattore…
La domestica non poté trattenere un altro scoppio di pianto. Ma dovette smetter subito perché Michele Orcagna levando le braccia in aria, ordinò a tutti di chetarsi. E rimase un po’ ad ascoltare, a orecchio teso.
— Non sentite nulla? – domandò di lì a poco.
Il prete e il sindaco scossero il capo sospirando desolatamente. – Non importa… io sì… Crostino ha la tosse!…
E Michele Orcagna si lanciò a corsa disperata giù per un viottolo che conduceva in una macchia di castagni.
— Crostino ha la tosse? – domandò don Lorenzo al sindaco. – Che c’entra Crostino?
Romeo Gualandi si strinse nelle spalle.
— Che vuol che sappia, io?
* * *
Si avviarono giù per la viottola: ma arrivati a mezzo sentirono le urla di Michele Orcagna che pareva còlto da un accesso di frenesia feroce.
— Ah!… brutto maledetto! Ah! luridissimo animale! Canaglia, brigante, ladro!… Ti schiaccerò la testa a pugni, mostro schifoso! Scendi giù… Scendi giù… carogna!…
Romeo Gualandi e don Lorenzo si precipitarono verso il luogo ove si era fermato Michele, il quale, evidentemente in preda a un furore tremendo ballava come un burattino e avventava i pugni in aria, come se avesse voluto colpire un nemico invisibile. Ma il nemico c’era, il nemico era Crostino, il giovane gorilla che Michele Orcagna aveva adottato in condizioni tanto drammatiche, nel fondo di una foresta africana!… Crostino se ne stava adesso dolcemente accoccolato in una inforcatura dei rami di un enorme castagno: e tossiva per la commozione e per la gioia. Perché aveva accanto a sé… orribile a dirsi! la signora Flavia, l’infelice signora Flavia, pallida, spaurita, con i capelli scarmigliati, le vesti stracciate… E Crostino, l’odioso Crostino, spingeva il suo ardimento fino ad offrirle, con mossa odiosamente sdolcinata, un fico! un piccolo fico, l’ultimo fico della stagione, strappato a un venerando albero dell’orto… Lo spettacolo era ripugnante e tragico a un tempo. Michele Orcagna levò di tasca la sua pistola e mirò, freddamente, il ventre di Crostino.
…aveva accanto a sé… orribile a dirsi! la signora Flavia, l’infelice signora Flavia, pallida, spaurita…
— O scendi, o tiro! – avvertì il grande esploratore con voce fatta metallica dall’impazienza.
Crostino discese piano piano e venne a strisciare umilmente ai piedi di Michele.
Allora, aiutata dal fattore e da Romeo, anche la povera signora Flavia poté discendere dall’albero.
Subito tutti le furono intorno e l’affollarono di domande curiose. Ma ella se la cavò con poche parole:
— Dormivo… quando all’alba, ho sentito aprirsi la finestra… e ho veduto entrare nella stanza quella scimmiaccia… È stato un attimo. Volevo resistere, chiamare gente. Non m’è stato possibile. Con un salto mi ha agguantata, mi ha caricata su le spalle e portata fuori… È un animalaccio furbo! Temendo che potessi gridare mi ha chiuso la bocca con quella sua manaccia indecente! Poi mi ha trascinata ai piedi di quell’albero e ha voluto per forza che mangiassi due marroni d’India!… Alla fine mi ha sollevata fin su l’albero… E mi ha imposto una cosa orrenda! una cosa che non potrò mai dimenticare nella vita!!… quella di grattargli la testa!… Che umiliazione, gente mia!… In compenso voleva darmi un fico. Per fortuna siete venuti voialtri!…
Michele Orcagna, dopo aver tirato un violentissimo calcio a Crostino che cominciò a mugolare e a frignare come un bambino, si volse agli ospiti e disse dolcemente:
— Ero venuto per trascorrere con voi qualche giorno. Mi sorrideva il pensiero di vivere per un po’ di tempo, dopo tante avventure tristi e pericolose, la vostra quieta vita familiare. Crostino, col suo atto ignobile di brigante imbecille, mi toglie la possibilità di gustare questa gioia. Dovrei ucciderlo. Ma ho sempre il cuore oppresso dal rimorso di avere ucciso i suoi genitori… là, in quella foresta remota… nel fondo dell’Africa equatoriale. Voi mi comprendete. Vi chiedo perdono per lui. È un luridissimo bruto: una scimmia abominevole. Sarò costretto, per non sfigurare per lui, a vivere nei paesi più remoti e meno civili. Posso io entrare in una città – sia pure nell’ultima delle città di provincia – con questo mascalzone accanto? Ditelo voi. No: non è possibile. Mi rassegno. Me ne vado. Riprendo il mio viaggio. A te, Romeo, lascio l’uovo dello pterodattilo; alla signora Flavia il cuore della principessa egiziana: tutti i miei tesori per ricordo! Addio!
Romeo voleva dire qualche parola di convenienza, ma non ne ebbe la forza. Don Lorenzo storse la bocca. La signora Flavia sospirò. Soltanto Scricciolo disse:
— Non vada via, ora c’è la caccia dei tordi!…
Michele Orcagna sorrise. Carezzò la testolina ricciuta di Scricciolo, tirò un altro calcio a Crostino e riprese, con passi lenti e solenni, la via della villa.
Prima dell’ora di colazione rimontò con Crostino nella sua automobile e partì, mentre Bubi si preparava a seguirlo a bordo del gigantesco camion. La breve parentesi avventurosa e fantastica si chiuse, per gli abitatori della villa della ‘Lodola’…
Almeno, così credettero il sindaco Romeo e la signora Flavia.
Ma dimenticavano che Michele aveva lasciato loro l’uovo di pterodattilo e il cuore mummificato!
E che ormai in paese tutti sapevano del rapimento! Ci aveva pensato quella birba di Scricciolo a diffondere la notizia. Una sciocchezza, vero? ma intanto, quando il giorno dopo la signora Flavia passò per il paese, le comari ammiccarono e gli uomini risero sotto i baffi. Non accade tutti i giorni alla Roccalbegna (veramente quel paese non è la Roccalbegna: ma ormai si è convenuto di chiamarlo così!) non accade tutti i giorni, ripeto, che la signora del sindaco sia rapita da un gorilla.

VIII
L’UOVO, LA DONNA E LO SCIENZIATO

Il sindaco di Roccalbegna, Romeo Gualandi, era, come avemmo occasione di dire altra volta, un dilettante di biologia e di scienze fisico-chimiche.
Questa sua pacifica tendenza agli studi e ai complicati problemi che affliggono il cervello dei sapienti, gli aveva procurato molti dispiaceri in famiglia. La signora Flavia, donna soprattutto romantica, aborriva le sinistre esperienze del laboratorio e le formule brutali della scienza investigatrice. Da questo aborrimento nascevano le inquietudini e i dissidi. Ella affermava solennemente che se avesse saputo quand’era ragazza di dover sposare un alchimista e un astrologo – espressioni letterali della signora Flavia – si sarebbe piuttosto buttata giù da qualche greppo del Monte Amiata.
Il signor Romeo rispondeva con calma, si difendeva: ma soffriva crudelmente di questa spiccata fobia antiscientifica della sua dolce signora, e a volte, quando la sua fenomenale pazienza stava per cedere allo sdegno, egli prorompeva in frasi di questo genere:
— Ma è possibile che mia moglie non senta il fascino sublime della chimica biologica?
Queste e simili espressioni raddoppiavano il furore della signora Flavia.
— Te la darei io sul groppone, vedi, la chimica biologica! Faresti meglio a mettere la tassa di soggiorno sui forestieri, per ricordare alla gente, almeno, che tu sei il sindaco!…
Invano Romeo protestava che la tassa di soggiorno alla Roccalbegna era inapplicabile perché mancava il materiale tassabile, cioè il forestiero. La signora Flavia era capace di ribattere:
— E allora, perché non fai fabbricare un teatro? D’inverno non si sa mai come passar le serate, e anche la moglie del farmacista dice che è una vergogna, e che tu non fai nulla per rimettere la Roccalbegna sul cammino della civiltà.
Romeo, sospirando, chiedeva un po’ di aiuto al buon senso.
— Ma Flavia, rifletti un poco… un paese di montanari come la Roccalbegna non può trovarsi sul cammino del progresso… anche perché non può camminare.
La filosofia stoica del sindaco, spesso, riusciva vincitrice nell’aspra battaglia, ma quelle erano vittorie di Pirro. Il povero Romeo tornava fra i suoi lambicchi e le sue storte con l’animo avvelenato. La scienza non gli sembrava più tanto bella e la quiete del suo caro laboratorio gli pareva minacciosa come il silenzio dei sepolcreti etruschi. Ah! quella benedetta signora Flavia! Era inutile: leggeva troppi romanzi, troppi romanzi… Così si gonfiava il cervello e non lasciava più beneavere nessuno…
Qualche giorno dopo la partenza di Michele Orcagna, il grande esploratore, dalla villa, Romeo si ricordò dell’uovo di pterodattilo. Come sapete, Michele aveva lasciato agli ospiti, per suo gradito ricordo, un uovo di pterodattilo e il cuore mummificato di una principessa egiziana. Il cuore era stato chiuso in una cassetta e messo nella stanza di sbratto e l’uovo aveva avuto un posto d’onore nel salotto da pranzo, perché era bello, così liscio liscio, così perfetto di forme, così ben colorito di giallo e di macchioline verdi…
Ma Romeo, quella mattina, fu còlto da uno scrupolo scientifico.
— Lasciare… come soprammobile… nel salotto da pranzo… un ovo antidiluviano… un ovo di pterodattilo, di animale che non era né rettile né uccello, ma che aveva i denti come i coccodrilli, le ali come le nottole, e covava le ova come le galline? Ma è roba dell’altro mondo. Che cosa direbbero i professori di paleontologia della mia ignoranza, della mia trascuratezza, se io lasciassi ancora… fra i servizi di porcellana e le bottiglie quest’ovo straordinario?
E il buon Romeo commosso e scandalizzato dai suoi stessi rimproveri agguantò con molta precauzione l’uovo di pterodattilo e se lo portò nel laboratorio. E qui entrò purtroppo in ballo la scienza biologica.
Perché Romeo ebbe, improvvisamente, l’idea che l’uovo fosse ancora… vivo.
— Michele Orcagna ha detto che Crostino tolse dal nido quest’ovo, dopo essersi bevuto gli altri. Nel nido covava la femmina dello pterodattilo. Se covava è segno che il suo istinto di madre le imponeva di covare. Dunque non solo quest’ovo era fresco pochi mesi fa, ma era anche in condizione di schiudersi. Il germe dell’ovo è proprio morto? Si crede comunemente che la vitalità dei primi animali che abitarono la terra fosse singolarmente tenace… chi sa!
Un bel sorriso illuminò la faccia ossuta di Romeo.
— Se provassi a mettere in una macchina incubatrice quest’ovo?
Pronunciando queste parole Romeo ebbe quasi orrore della propria audacia e si guardò intorno, per la paura di esser stato ascoltato.
— Un uovo di pterodattilo… come un uovo di gallina… in una incubatrice? No, no, impossibile. Cioè: non esageriamo. Impossibile no. Tutto sta a vedere se il germe sia vivo ancora. E che io sappia indovinare il grado di calore necessario allo sviluppo del germe e alla nascita del pulcino. Quale sarà stata la temperatura dei rettili del periodo terziario e cretaceo? Senza dubbio altissima… molti dei nostri uccelli hanno una temperatura di 39 e 40 gradi… Chi sa! i sauriani dell’età carbonifera avranno avuto 45, 50 gradi di temperatura… Eccetto che non fossero animali a sangue freddo… È possibile. I rettili moderni sono appunto animali a sangue freddo. In tal caso basterebbe un calore moderatissimo… No, non è vero. Le uova dei coccodrilli si schiudono al sole…
Le riflessioni e i dubbi scientifici durarono a lungo: tanto a lungo che a poco a poco la luce del giorno disparve dal laboratorio e Romeo rimase ad almanaccare nelle tenebre fitte.
* * *
Fu sorpreso in quel buio, con l’uovo in mano e il naso in aria, dalla signora Flavia, che dopo aver girato la chiavetta della luce elettrica balzò nel laboratorio come una tigre urlando:
— Ma che fai? La minestra è diventata una pappa!… Possibile che tu non ricordi neanche di mangiare?…
Romeo sospirò, depose l’uovo sul banco e mogio mogio seguì l’inferocita signora nel salotto da pranzo. Questo silenzio e questa rassegnazione fecero stupire e stizzire la sora Flavia che riprese con violenza progressivamente accelerata l’offensiva contro lo sposo.
Romeo Gualandi tuffò il naso nel piatto e tacque ancora, tacque sempre. In realtà egli era lontano: la sua fantasia vagava nei dintorni di quel misterioso laghetto, nel centro della foresta equatoriale, dove Michele aveva conosciuto il plesiosauro: e rievocava le strane forme della vita primordiale: e si tuffava insieme con l’ittiosauro nelle acque profonde del lago, o si trascinava sulle sponde con l’iguanodonte, o frullava nell’aria cheta, insieme col gruppo degli pterodattili, animali orrendi e buffi, che dovevano aver messo a dura prova la bizzarria creatrice della natura.
La signora Flavia dopo un certo tempo si alzò da tavola, gonfia d’ira e di vergogna. I torrenti di parole, le invettive, le vociferazioni non avevano potuto scuotere, nemmeno per un attimo, il sindaco di Roccalbegna. Era stato come tirare migliaia di pallottole di carta contro l’elmetto di un soldato.
— Non c’è neanche soddisfazione a… discutere con te! – brontolò alla fine esausta, la signora Flavia. – Sembri un pezzo di legno!… –. E andò a letto invocando ad altissima voce la protezione del cielo contro un uomo tanto insensibile e tanto infame, che le rendeva la vita un inferno, che non si curava di lei, che non la poteva vedere, che aspettava con ansia la sua morte, ecc… ecc…
Il buon Romeo non la sentì neanche. Prima di andarsene a letto si stropicciò le mani, e con accenno di soddisfazione, mormorò a sé stesso:
— Forse hai ragione tu… in quel modo… si potrà vedere…
E tornò a chiudersi nel laboratorio.
Quindici giorni dopo – sfidando altri numerosissimi e gravissimi litigi con la signora Flavia – egli riuscì a mettere insieme una macchina di sua invenzione che classificò tra gli apparecchi speciali per l’incubazione delle uova di rettili anti-diluviani. Non faremo il torto al lettore di spiegargli troppo minutamente la macchina. Una grossa campana di vetro, una specie di grande termoforo, un distributore d’aria calda regolabile, un filtro per l’assorbimento del gas acido carbonico; il tutto congegnato con discreto senso pratico: questo, press’a poco, era l’apparecchio del signor Romeo, che meriterebbe, sinceramente, di essere riscattato dal nostro Governo e regalato a qualche Museo di Scienze naturali, non foss’altro come curiosità.
Il signor Gualandi, nella sera memorabile del 28 ottobre 1924, collocò nella campana di vetro l’uovo di pterodattilo, mise i contatti della macchina termica, e andò a cena. Si sentiva commosso e soddisfatto. Sperava! Che cosa? Non osava dirselo chiaramente: la formula della speranza era come seppellita nel segreto del suo cuore. Chissà!… Se davvero l’uovo si fosse dischiuso… Già. Ma bisognava che nessuno sapesse. Specie la signora Flavia, altrimenti, guai!
* * *
Nel salotto da pranzo, invece della tumultuosa consorte, notò il placido don Lorenzo che lo salutò piuttosto freddamente.
— Buona sera, don Lorenzo… avete visto la Flavia?
— La signora Flavia – corresse con voce lugubre don Lorenzo, – mi ha incaricato di dirvi che non verrà a cena.
— O dove è andata?
— Si è ritirata in camera.
— Si sentiva male?
…collocò nella campana di vetro l’uovo di pterodattilo, mise i contatti della macchina termica, e andò a cena.
— Sì.
Romeo fissò don Lorenzo con aria interrogativa.
Il parroco credette opportuno di cambiar tono e ne assunse uno profondamente patetico.
— Signor Romeo, io vi voglio bene…
— Anch’io…
— Vi ho voluto bene fin da quando eravate giovinetto e tutti dicevano che eravate un discolo…
— Perché andavo a Siena in bicicletta tutte le settimane!
— Capirete… andare a Siena in bicicletta, tutte le settimane, non è una cosa tanto semplice… Sapete com’è fatta la gente nei paesi. Si comincia a mormorare, a ricamarci sopra e aggiungine una oggi, mettine un’altra domani, uno si trova addosso una fama di scavezzacollo senza che nemmeno se ne avveda. Ma ora è acqua passata. Mi permettete di parlarvi così, col cuore su la palma della mano?
— Ma figuratevi, don Lorenzo… Soltanto ecco, io ho un appetito, e… la minestra si raffredda… Se volete favorire anche voi… So che la minestra di magro vi va… a fagiolo…
— Gradirò tanto per farvi piacere. Ma statemi a sentire; la signora Flavia vuole chiamare un avvocato. È un affar serio.
— Un avvocato? E per farne che?
— Per commettergli una causa.
— Una causa?
— Contro di voi, per separazione, intendete, figliuolo mio? Separazione legale. Una cosa da fare inorridire. Sarebbe uno scandalo. Uno scandalo grosso!
Romeo lasciò cadere il cucchiaio nella minestra.
— Mia moglie vuole la separazione? Con l’avvocato? Ma perché, dico io!
— Perché dice che con voi la vita è diventata impossibile. Chiederà la separazione per… per… come si dice? Per incompatibilità di carattere.
— Ma se io sto sempre zitto! Se non le do il minimo motivo… Lei, piuttosto… lei non mi lascia mai respirare! E brontola, e brontola, peggio di una macchina per trebbiare il grano! Io non fo niente di male: lavoro…
— Ecco il punto! – gridò don Lorenzo, puntando il dito contro Romeo – voi lavorate! E dove?
— Come? Dove? Dove voglio. Nel mio laboratorio.
— Benissimo, la vostra franchezza mi piace. Bravo! Soltanto non dovete lavorare nel… laboratorio. Ci state troppe ore del giorno, vi ci chiudete troppo… Dovete convenire che non è una cosa naturale…
Il buon Romeo arrossì fino alla punta delle orecchie.
— Ma che cosa può importare a mia moglie… – cominciò a fior di labbra. E subito don Lorenzo riprese con energia:
— Una brava, una degna compagna non può permettere che il proprio marito si chiuda tutti i giorni in un laboratorio. Ci deve essere qualche cosa sotto, dice lei. E questo penso anch’io: ci deve essere qualche cosa sotto. Con me voi potete confidarvi, caro signor Romeo… Voi covate qualche cosa! Parlate, siate franco… Vedrò io di accomodare tutto per il meglio…
Romeo diede in una risata nervosa, poi riempì un bicchiere di vino e lo alzò fino alle sue pupille, per guardare il lampadario attraverso quel gran rubino liquido. Alla fine bisbigliò, in tono di mistero e di promessa:
— È vero, qualche cosa sta covando nel laboratorio, per ora non posso parlare. Ma di qui a pochi giorni… saprete tutto! Sarà una gran meraviglia per voi, per Flavia. Ma bisognerà tenere segreta la faccenda… eh, sì! per via che in paese sono troppi gli ignoranti… Chissà che cosa direbbero… Don Lorenzo, vi assicuro che ci sarà da divertirsi, da ridere, da pensare.

IX
LA NASCITA DI UN PULCINO
CHE AVEVA SEDICI MILIONI DI ANNI

Dopo cena, Romeo Gualandi disse risolutamente a don Lorenzo:
— Voi siete uomo tale da mantenere un segreto. Fate conto ch’io mi confessi a voi. Voglio che sappiate tutto!
Don Lorenzo, per non compromettersi troppo, bisbigliò:
— Voi siete libero di fare quello che vi suggerisce il cuore. Io non vi voglio forzare… Qui non si tratta di confessione, capite? Ho parlato per il vostro bene, per il desiderio di vedervi in buona pace con la signora Flavia. Pensate che la vita è breve: le ore passano, purtroppo, inesorabili: e ricordate che vulnerant omnes ultima necat.
Il sindaco della Roccalbegna scosse il capo, e la sua gran capigliatura di stoppa si agitò come la vetta di un olmo scosso dal vento.
— No… no… sono io, io, intendete? che ho bisogno di confidarmi con voi, che ho bisogno di offrirvi un po’ del mio segreto… Forse, quando saprete quello che so io… mi comprenderete e mi aiuterete a scongiurare la catastrofe. Voi vi adoprerete a placare mia moglie. Pensate, don Lorenzo, che io lavoro per il bene dell’umanità!
Don Lorenzo fissò sbigottito Romeo Gualandi.
— Badate, – mormorò poi flebilmente, – non vi fate prendere da certe esaltazioni pericolose. Anche i comunisti, Dio ci liberi! dicono di lavorare per il bene dell’umanità…
— Venite con me, don Lorenzo! – gridò eroicamente il sindaco, alzandosi – venite e giudicate!
— Dove andiamo?
— Nel laboratorio!…
Don Lorenzo si levò a malincuore perché aveva lasciato una bottiglia a mezzo e, sospirando, seguì i passi dell’ospite.
Quando furono dinanzi alla porta del laboratorio, Romeo fece una domanda suprema al vecchio prete.
— Don Lorenzo! Giuratemi che custodirete il segreto a costo della vita!
— Allora, – balbettò don Lorenzo – non ne potrò parlare con vostra moglie?
— No!… Voi le parlerete… ma senza spiegarle nulla… Le direte che io merito la sua confidenza, il suo affetto… Le direte… Insomma, le direte quello che vi piacerà, ma non accennerete al mistero!
— Farò come volete, figliuolo! Siete stato sempre un tipo così strano!… Basta… Pur di vedervi contento…
— Giurate?
— Ma sì, giuro!
Entrarono.
Romeo girò la chiavetta della luce e con un gesto ampio indicò la grossa campana che serviva da incubatrice all’uovo di pterodattilo.
— Ecco, don Lorenzo – egli disse con voce grave – e adesso… giudicatemi!
Don Lorenzo si accostò con molta diffidenza alla macchina misteriosa: guardò a lungo; e non riuscendo a raccapezzare niente, domandò al sindaco:
— L’avete fabbricato voi?
Romeo Gualandi, offeso, puntò gli occhietti cerulei nel volto del prete.
— Io? L’ho fabbricato io? Ma mi credete un mistificatore? Questo è un uovo, un uovo naturale, come quello dal quale siamo nati io e voi. Un uovo più grande degli altri; ma un vero, un autentico uovo…
— …di struzzo!
— Di struzzo? don Lorenzo, e io sarei stato così imbecille da dedicare il mio tempo e sacrificare la pace della mia famiglia a un volgarissimo uovo di struzzo? Don Lorenzo, sentitemi bene: questo è un uovo di pterodattilo: un uovo di rettile del tempo secondario! E se io riesco a farlo schiudere, divento l’uomo più famoso del mondo! Marconi dovrà ripiegare in buon ordine. Io avrò regalato alla scienza l’esemplare vivo di un animale vissuto centomila secoli or sono! Mi intendete, don Lorenzo!… Mi fanno una statua in ogni piazza, e il Governo dovrà creare per me un nuovo ministero che io naturalmente presiederò: il ministero degli animali antidiluviani…
Don Lorenzo levò le mani verso il soffitto.
— Gesù! che cosa mi tocca sentire! anche voi!… voi, povero il mio figliuolo! Quel pazzo stravagante di viaggiatore vi ha attaccato il suo male! Via, via… rientrate in voi stesso… levate quell’uovo di gesso dalla campana di vetro… è certamente un uovo di gesso… Quel signore…. come si chiama? Michele… Michele… beh, quello lì … ha voluto farvi uno scherzo… è tanto strambo, pover’uomo! Chi sa come ride a quest’ora!
Romeo Gualandi, senza badare alle chiacchiere del prete, si avvicinò alla macchina, guardò il termometro, e mise un contatto che accendeva certe lampade collocate di fianco all’uovo. L’esame parve confortarlo perché, subito dopo, con voce tremante, ma con accento soddisfatto egli fece la seguente solenne dichiarazione:
— Ho veduto l’involucro dell’embrione che sta indubbiamente sviluppandosi!… ho veduto l’allantoide! Ho indovinato, dunque, il grado di temperatura necessario alla incubazione e allo sviluppo di questo uovo meraviglioso, di quest’uovo unico e impareggiabile. Se anche il piccolo pterodattilo non nascerà vitale avremo almeno il suo pulcino… e anche questo basterà a sbalordire gli scienziati delle cinque parti del mondo!… Don Lorenzo, dite a mia moglie che tra poco ella sarà costretta ad andare gloriosa di me!…
Don Lorenzo si turava le orecchie per non sentire.
— Figliuolo, figliuolo, voi peccate di superbia! Dovreste cospargervi il capo di cenere e chieder perdono a Dio!… Ma che vi pare!… Ostinarvi a ripetere le manipolazioni eresiarche dei maghi del Medio Evo… Andiamo via, Romeo… rientrate in voi stesso!… per l’amor del cielo…
Ma quella sera il mite Romeo era in vena di fare l’uomo terribile. Stendendo la mano verso don Lorenzo urlò minacciosamente:
— Vi porterò a casa il piccolo pterodattilo e rideremo insieme! Perché dovrete arrendervi all’evidenza, come ben disse Michele Orcagna! Io vi proverò che gli animali antidiluviani sono esistiti davvero!… ma serberemo per noi il glorioso mistero. La folla non deve saper niente. Niente! Questi villanacci ignoranti ci prenderebbero per due stregoni. Silenzio!
Don Lorenzo a piccoli passi retrocedette fino all’uscio del laboratorio: ma quando fu sul limitare, con un salto precipitò in giardino e l’attraversò a salti, borbottando convulsamente:
— È pazzo! è pazzo!
* * *
Manco a dirlo, Romeo trascorse la notte sopra una poltrona, accanto alla macchina incubatrice.
E da quella notte, per passare il tempo e calmar le smanie, il brav’uomo cominciò a scrivere alcuni appunti intorno allo svolgimento dello straordinario fenomeno. Ci crederemmo i più volgari, i più perversi degli scrittori italiani se defraudassimo il nostro pubblico di questi importantissimi documenti umani, che riproducono al vivo le ansie e il travaglio del sindaco di Roccalbegna, dilettante a tempo perso di scienze fisiche e biologiche. I documenti, d’altra parte, non occuperanno un grande spazio.
3 novembre, notte
Ammessa – e come non ammetterla, ormai? – l’esistenza di animali dell’epoca secondaria in un angolo inesplorato dell’Africa, io debbo attendere con tranquilla certezza lo sviluppo dell’uovo di pterodattilo.
Ho elevato la temperatura nell’interno della campana incubatrice. Siamo a cinquanta gradi. Quando penso che alcuni scienziati racchiudono i limiti della vitalità tra lo zero gradi e i quarantacinque gradi! E con questo appunto scientifico pretendono di dimostrare che in Marte non ci sono abitanti, perché la temperatura di quel pianeta deve mantenersi costantemente sotto zero! Come se le esperienze di Raul Pictet non avessero dimostrato che certi pesci gelati in un blocco di ghiaccio a 15 gradi possono, se riscaldati progressivamente, ritornare alla vita! E che le rane resistono a una temperatura di 28 gradi, i millepiedi di 50, le lumache di 120, i batteri di 200… Qui, poi, si tratta di 50 gradi. Ho sperato l’uovo!… Che emozione! L’allantoide si gonfia…
4 novembre, notte
L’allantoide seguita a gonfiarsi. Come mia moglie, del resto, perché questa sera, incontrandomi di sfuggita nello studio mi ha tirato nella testa un romanzo di Virgilio Brocchi. Avesse almeno scelto un altro autore! Ma Virgilio Brocchi non scrive mai meno di 500 pagine…
Ho un bernoccolo sul naso. Ma che m’importa? A me basta di seguire lo sviluppo del mio capolavoro.
5 novembre
Nulla di nuovo. Mi pare che l’allantoide tenda a diminuire. Comincia il periodo di regressione. Sono il più felice degli uomini.
6 novembre
Ho ricevuto un severo richiamo dal Prefetto di Grosseto perché non ho festeggiato degnamente in paese il giorno della Vittoria. È vero, sono un funzionario colpevole. Sono un marito colpevole. Sono tutto quello che si vuole. Ma il mio uovo! ah, il mio uovo… Io non ho più doveri verso la patria, verso mia moglie, verso il mondo. Ho un solo dovere! Vigilare, come l’antica vestale vigilava il fuoco sacro, l’uovo sacro della scienza!
7 novembre
Forse è vero. In addietro sono stato anche troppo meticoloso. Ho cercato sempre il pelo nell’uovo. Ma ora… ora, no! Io nell’uovo non cerco più il pelo. Cerco lo pterodattilo!
8 novembre
Ho diminuito la temperatura. Quarantacinque gradi. Credo che l’embrione sarà soddisfatto di questa piccola delicata attenzione. Ah! perché non posso sprigionare io un calore di almeno quaranta gradi? Io stesso mi assegnerei l’onore di covare l’uovo primordiale…
9 novembre
Se non nasce il pulcino, muoio io!
10 novembre
Nulla.
11, 12, 13, 14 novembre
Sempre nulla. Ma quanti giorni d’incubazione saranno necessari, mio Dio?
15 novembre
Mia moglie mi ha citato dinanzi al tribunale di Grosseto. Comincia la serie delle sventure. Fortunatamente, l’allantoide seguita a rimpicciolire.
16, 17, 18 novembre
Fuori nevica. La prima neve! La prima neve! Gli altri anni, andavo a caccia per prendere qualche raffreddore di passaggio. Ora no. Il mio posto è qui, vicino al mio uovo. Io cadrò, se sarà necessario, a fianco dell’uovo: ma nessuno potrà accusarmi di esser fuggito!
19 novembre
L’uovo è sempre impassibile. Pare un uovo di gesso, come disse quella sera don Lorenzo…
20 novembre
E se fosse un uovo di gesso? E allora, l’allantoide?
21 novembre
Michele, Michele! Se fu fossi qui!…
22 novembre
Mi è parso di vedere entrare nel laboratorio, orrendo e silenzioso, un diplodoco, confratello del brontosauro. Quando finirà questa tortura? Il diplodoco si è accostato a me, come se mi volesse divorare… Mi sono destato… Ho rivisto l’uovo… ma sono stanco. Molto stanco.
23 novembre
Seguita a nevicare. L’uovo seguita a far… l’uovo. Io seguito a guardare. Fino a quando?
24 novembre
Sono, ormai, ventisette giorni che…
25 novembre
…ventotto giorni!
26 novembre
Domani, se non succede nulla, darò fuoco al laboratorio.
27 novembre
Questa sera, entrando, ho provato uno spasimo. Mi pareva che l’uovo… si agitasse!
28 novembre, ore 22, 10
Vittoria! Vittoria! L’uovo si è screpolato. Ho vinto. Sono il più grand’uomo del secolo XX e forse anche del secolo XXI.
* * *
L’uovo, infatti, il 28 novembre alle 11 e un quarto di sera si schiuse. Romeo Gualandi non poté resistere a tanta gioia. Dopo aver alzato la campana di vetro e aver deposto con trepida cautela l’uovo nel mezzo di un enorme mucchio di cotone idrofilo, si abbandonò, come un corpo morto, su l’impiantito del laboratorio. E lì rimase, fino al giorno dopo. Ma quando ripigliò i sensi, quale spettacolo si offerse alla sua vista!
Proprio in cima alla montagna di cotone, si drizzava un animale indescrivibile, una specie di pipistrello con la testa enorme e gli occhi spropositati, e questo animale goffo e spaventoso, poco più grande di un pollo, allungava il collo esile e tentava di agitare due ali sottili e trasparenti come due fogli di caucciù…
— È proprio lui… lo riconosco!… – balbettò il povero Romeo, che aveva perduto il cervello. – Com’è bello! Che tesoro! Bisogna che non muoia! La mia gloria è legata alla sua vita. Io stesso lo nutrirò… io sarò… la sua seconda madre!
E nuovamente, il sindaco di Roccalbegna svenne mentre il piccolo pterodattilo batteva le ali tremante e allargava il tremendo becco per invocare il cibo.

X
IN CHE MODO PIRI-PIRI LASCIÒ IL NIDO

Romeo uscì dal laboratorio col cuore in tumulto. Era felice e commosso, ma era anche sbalordito. Mai, neanche quando la signora Flavia, molti anni prima – era un amore di ragazza, veh! – gli aveva consegnato con molti riguardi il primo bacio di fidanzamento, egli aveva provato una gioia tanto profonda e tanto complicata. Perché adesso cominciavano i guai. Egli, sì, poteva ritenersi un trionfatore. Aveva lottato contro le oscure forze della natura e del senso comune: aveva sfidato i pericoli più grandi, non escluso quello di una battaglia in piena regola, con la diletta compagna dei suoi giorni. Era riuscito a vincere le difficoltà più spaventevoli, senza il soccorso morale e materiale di nessuno, e il mirabile frutto delle sue intelligenti fatiche era là, nel misterioso padiglione ingombro di macchine e di vecchi scartafacci. Ma Romeo sentiva che la vera, la grande guerra cominciava allora. Egli aveva fatto nascere l’orrendo pulcino dalle ali di pipistrello: ma con quella nascita inverosimile egli aveva firmato una solenne rinuncia a vivere quietamente e inutilmente, come vive la maggior parte degli uomini. Perché adesso bisognava che il pulcino vivesse, crescesse, divenisse adulto! Ecco, ormai, il formidabile còmpito che Romeo Gualandi, sindaco di Roccalbegna, si era imposto con la sublime incoscienza degli uomini di studio. Poiché, diversamente, che cosa avrebbe dovuto fare? Lasciare che quel campione meraviglioso e raccapricciante della fauna secondaria si spegnesse? E non si sarebbe scagliata contro di lui tutta la scienza ufficiale dell’universo, cui avrebbero seguito le società per la protezione degli animali, con a capo il venerando Luigi Luzzatti che lo avrebbe denunciato certamente “al pubblico obrobrio e abominio per incuria e crudeltà contro un povero augelletto inoffensivo, per quanto antidiluviano”?
Forse egli si sarebbe sottratto a tante sventure, pubblicando una memoria su lo svolgimento del singolarissimo fenomeno e affidando le sorti del giovane pterodattilo alle cure materne della scienza. Ma intanto? Il piccolo mostro poteva morire!… E dato che non morisse, come comportarsi con la terribile signora Flavia, con i colleghi del Consiglio comunale, con lo stesso on. Mussolini, Presidente del Consiglio?
Se la scienza avesse rifiutato di prendere sul serio la sua memoria? Se la stampa avesse iniziato una campagna antigovernativa per denunciare alla pubblica opinione le stranezze e le follie di un sindaco di parte fascista? Egli già immaginava le frasi dei giornali di opposizione: “Si tenta di atterrire le buone popolazioni ingenue e fedeli delle nostre montagne con straordinarie leggende di mostri e di chimere, proprio come un tempo usavano i torvi frati del lontano medioevo, per affermare il loro dominio sulle anime. Nel Mille si minacciava il finimondo. Oggi si minacciano le invasioni di animali antidiluviani. È tempo di finirla con queste sciagurate manovre che non possono condurre se non alla rivolta armata. Noi difenderemo il nostro popolo da così gravi insidie spirituali, ecc. ecc.”.
Mentre queste idee, che riportiamo brevemente, per non annoiare troppo i lettori, si avvicendavano nel cervello di Romeo, la signora Flavia, lenta lenta, scendeva di casa e traversava il giardino con passo drammatico per preparare degnamente un incontro con lo sposo sospetto. Romeo si accorse di Flavia, quando era troppo tardi per sfuggirla: e allora si preparò coraggiosamente a respingere il primo attacco.
— Don Lorenzo mi ha detto che voi mi volete parlare – sibilò la signora Flavia, quando si trovò a due passi dal marito.
Romeo tentò di guadagnar tempo.
— Io? Lo ha detto don Lorenzo? Ma no, cara, qui c’è un piccolo equivoco. Io…
In quel punto un grido acuto, lacerante, simile al fischio di una sirena mescolato col pianto di un ippopotamo, ruppe la quiete dell’ora. Il sindaco allibì. La signora Flavia si portò le mani al viso, desolatamente.
— Hai sentito?… Hanno scannato qualcuno!
— Ma no, Flavia – balbettò Romeo tremando come una vette – no… non devi esagerare… qui non si scanna nessuno… sarà stata un’automobile che…
— Un’automobile? Nel tuo laboratorio?
— Che c’entra nel mio laboratorio?
— Il grido è partito di lì…
Il povero Romeo abbozzò un sorriso cadaverico:
— Ah! tu dici che il grido?… ma via! ma come puoi pensare, che?… Ah! ah!…
— Non far lo strullo. Ti dico che qualcuno ha gridato lì dentro.
— Come sarei contento di dimostrarti che sei in errore, mia cara Flavia! Ma no, non voglio abbassarmi fino a questo. Tu devi credere alle mie parole…
Nemmeno a farlo apposta, un secondo strido, più acuto, più lacerante, più spaventevole dell’altro, parve traforare il tetto del laboratorio e salire verso il grigio cielo invernale.
La signora Flavia rispose con un terzo grido, cui fece seguire queste vociferazioni varie:
— Aiuto! all’assassino!… Cleofe!… corri a chiamare i carabinieri!…
— Taci! – ripigliò Romeo, stringendo i pugni – vuoi rovinarmi? È lui che ha fame! Capisci?…
La signora Flavia guardò il marito facendo tanto d’occhi.
— Lui? chi lui?
— Mi giuri il segreto?
— Ma sì… ma dimmi…
— Giuri?
— Giuro.
— Così mi sono provveduto di due giuramenti – pensò Romeo e prendendo la mano della moglie camminò risoluto, verso la porta del laboratorio.
— Ho paura – confessò improvvisamente la signora Flavia.
— Anch’io ho paura – disse con una certa nobiltà Romeo – ma l’uomo, e tanto meno la donna, non debbono vivere di sola paura. Anche Napoleone era un vile, ma questo non gli impedì di conquistare l’Europa e morire a Sant’Elena sotto le cure degli inglesi. Vieni, e giudica. Dio mi è testimonio che io avrei fatto di tutto per impedire, almeno così presto, questa dolorosa spiegazione!
Ma quando Romeo ficcò la chiave nella porta dell’uscio la signora Flavia colpita da un accesso di terrore, simile a quello da cui era stato afflitto don Lorenzo, si svincolò dalla stretta del marito e fuggì rapidamente verso la villa.
* * *
Il sindaco restò un po’ in forse, poi stringendosi nelle spalle, si allontanò anch’egli dal padiglione, dirigendosi verso la conigliera.
— Sarà erbivoro, insettivoro, o carnivoro? – borbottava l’infelice, tormentandosi con le dita adunche la folta capigliatura – ecco il problema!
Per non sbagliare, agguantò un coniglio cui tirò il collo, poi raccolse una bracciata di foglie, e da ultimo entrò nel pollaio e si empì le tasche di uova.
— Se è insettivoro sono rovinato: dove li trovo, d’inverno, tanti insetti da nutrire quel demonio? ma forse le ova di gallina gli piaceranno…
Tornò al laboratorio anche più turbato di dianzi. Il problema dell’alimentazione del mostro si presentava improvviso in tutta la sua tremenda realtà. Se davvero lo pterodattilo avesse rifiutato le uova, le erbe o la carne, che cosa poteva fare Romeo, malgrado tutta la sua buona volontà? Sì: egli possedeva una sterminata collezione di lepidotteri e di coleotteri che era stata l’orgoglio della sua giovinezza: ma dato che il mostro avesse accettato di cibarsi di quegli insetti aridi, disseccati, quanto tempo sarebbe durata quella provvista? Un paio di giorni al massimo. E poi?
Entrò. Lo pterodattilo, disceso dalla collina di cotone, muoveva i suoi passi goffi ed incerti nel mezzo della sala. Aveva sempre la bocca spalancata per la vaga speranza che il cibo dovesse cadergli provvidenzialmente nell’esofago. Con febbrile prestezza Romeo cacciò in quella voragine un mucchio di foglie. Il mostro chiuse il becco, facendo orribili sforzi per inghiottire: ma di lì a poco sputò le foglie con evidente disprezzo. No: le foglie non potevano costituire il suo cibo ordinario. Allora Romeo ruppe alcune uova e ne rovesciò il contenuto nella bocca del feroce pulcino. Le uova scivolarono giù per quella gola a imbuto e non riapparvero, fortunatamente. Ma l’animale, poco soddisfatto, cacciò uno dei suoi gridi lugubri che avrebbero agghiacciato di orrore l’uomo più coraggioso del mondo. Romeo, armato di un coltelluccio, spellò con furia nervosa il coniglio, lo tagliò a pezzetti, e così caldo e sanguinolento, lo scaraventò tra le fauci dello pterodattilo.
Il mostro assaporò, inghiottì, batté le ali di pipistrello in segno di allegrezza. Dunque il coniglio gli piaceva! Romeo uscì dal laboratorio, andò a prendere altri due conigli – figurarsi poi gli strilli della signora Flavia! – e tornò a ingozzare l’animalaccio preistorico, che pareva insaziabile.
Alla fine del terzo coniglio, avendo il gozzo pieno fino a scoppiare, lo pterodattilo si accoccolò in terra, chiuse gli enormi occhi globiformi e cominciò a russare.
E Romeo, tranquillizzato, esultante, se ne andò in punta di piedi, perché quel tesoro non dovesse destarsi. Salì in casa, si ripulì, e con animo rasserenato discese nel salotto da pranzo.
Ma qui incontrò don Lorenzo, torvo, accigliato, minaccioso. Un don Lorenzo che non aveva visto mai!
— Mi avete costretto a leggere uno di quei libri perniciosi che tentano di confutare la verità delle Sacre Carte. Come si chiama? la paleo… palon…
— …paleontologia! – dichiarò dolcemente Romeo, rassegnato ad un nuovo combattimento.
— Sicuro. La paleontologia. Ecco qua – e don Lorenzo trasse di tasca un piccolo libro e lo sfogliò cercando. – Rettili… Rettili… ah! ecco! “I rettili terrestri fossili prendono generalmente il nome di dinosauri, cioè serpi-rettili, e davvero tali appaiono i loro scheletri ai nostri occhi per le forme bizzarre e per le armi naturali di cui sono forniti… Ve ne erano di piccole dimensioni – come quelle di un cane press’a poco – e altri che arrivavano ai venticinque, ai trenta metri di lunghezza. Esempio lo ‘atlantosauro’. Alcuni di essi erano feroci carnivori, come si può giudicare dalla loro dentatura, altri per quanto protetti da forti corazze ossee, erano mansueti erbivori…”. Ma questo poco importa. Vediamo più avanti. “Prima che comparissero nella storia della vita gli uccelli, fecero una relativa breve comparsa gli pterodattili, cioè a diti alati; un po’ simili ai pipistrelli per quanto questi siano mammiferi ed abbiano le ali sostenute da quattro diti allungati e aperti a ventaglio, mentre nello pterodattilo uno solo era il dito che sosteneva il lembo superiore dell’ala e gli altri restavano liberi a modo di artigli. Sul principio gli pterodattili furono piccoli di statura, ma presto arrivarono a otto metri ad ali aperte. La loro pelle doveva esser nuda come quella degli anfibi. Erano animali mostruosi per la grossezza della testa in rapporto col resto del corpo e le loro ossa rivelano cavità analoghe a quelle degli uccelli, che li rendevano specialmente adatti al volo. Certe specie erano prive di coda, altre la possedevano molto lunga, terminata da un’espansione membranacea, di forma lanceolata, che probabilmente era utile anch’essa nel volo come timone…”.
— Tutto questo lo so a memoria! – interruppe con rassegnazione Romeo. – Se voleste sedere a tavola con me… don Lorenzo…
— Eh! no! c’è altro!
— Allora, sentiamo.
— I rettili, tra i quali questo famoso pterodattilo, vissero – così dice questo infernale libriccino – nell’èra mesozoica, ossia secondaria, e specialmente nel periodo…
— …Triassico, giurassico, cretaceo…
— Aspettate. Dopo l’èra secondaria – dice il libro – venne l’èra….
— Neozoica o terziaria.
— E scomparvero i grandi rettili…
— Certamente. Nel periodo eocenico comparvero i mammiferi placentati, nell’oligocenico i pachidermi, nel miocenico i mastodonti, nel pliocenico i rinoceronti, le scimmie antropomorfe e forse l’uomo…
— Non dite eresie! Ora sapete che cosa afferma questo libro? Che per il periodo arcaico, cioè quando si formarono gli strati di rocce prive di fossili, occorsero cinquantadue milioni di anni! Un’enormità. Ma andiamo avanti! Per l’èra paleozoica – quella dei vostri pterodattili! – undici milioni di anni. Per l’èra neozoica due milioni di anni, per la quaternaria, antropozoica attuale, centomila anni! Ergo… ascoltatemi bene! Ammesso che il libro dica il vero…
— Ma don Lorenzo, scusate: la paleontologia è una scienza, capite? Una vera scienza, come la geologia, la geografia, la fisica, l’astronomia…
— Basta. Ammettiamo dunque che il libro blasfemo dica il vero. Gli pterodactili sparirono alla fine dell’età mesozoica. Sapete quanti secoli sarebbero passati da allora? Ventunmila secoli! Lasciamo andare che tutto questo è in palese contrasto con i libri sacri: ma come potete farci credere, voi e il vostro viaggiatore e addomesticatore di scimmie, che uno pterodattilo possa vivere oggi, due milioni e centomila anni dopo la fine della sua razza?
— Appunto – disse il sindaco – ecco il problema. Forse per speciali condizioni di clima, di terreno, di ambiente, chi sa, pochi campioni della fauna secondaria avranno potuto vivere e perpetuarsi anche dopo la scomparsa dei grandi sauriani che popolarono la terra nell’età secondaria… Sapete bene, don Lorenzo, che la scienza non ha ancora svelato tutti i misteri del globo… È fama che nelle isole della Nuova Zelanda si trovino ancora alcuni esemplari del famoso uccello antidiluviano, il dinornis… una specie di struzzo alto cinque metri!… Si dice anche che nelle remote solitudini della Siberia viva sempre il mammouth… che nelle solitudini dell’America meridionale, in Patagonia, errino tuttavia il megaterio e il gliptodonte.
— Basta, caro Romeo. Voi non mi potete raggirare coi vostri discorsi.
— Don Lorenzo!
— O voi siete vittima di qualche stregoneria o siete complice di un inganno terribile. In un caso o nell’altro io ho il dovere di tentare ogni mezzo per salvarvi…
— Per carità, don Lorenzo, non fate scandali!
— Ecco la vostra vittima!… – proruppe don Lorenzo indicando la signora Flavia che entrava silenziosa e lacrimante nel salotto. – Ella è disposta a perdonarvi… Ma che la storia del dattilografo… come si chiama? dello pterodattilo sia finita per sempre!…
— Ma insomma, – domandò Romeo, guardando con le pupille sbarrate ora il parroco ora la consorte – insomma, secondo voialtri, che cosa dovrei fare?
— Liberarvi di quel mostro apocalittico! – sentenziò don Lorenzo.
— Ammazzarlo?… – e il sindaco di Roccalbegna si resse alla tavola per non cadere.
— Sì, Romeo… così tutto sarà finito… e allora… – qui la signora Flavia non riuscendo a conchiudere il discorso scoppiò in singhiozzi.
— Ammazzare quel sublime testimonio del nostro passato? Annientare la prova vivente della trasformazione organica, dello sviluppo storico delle faune animali? Ma sarebbe un delitto. Il più grande delitto dell’età moderna! Non ci pensate.
— Coraggio, signora Flavia! – esclamò don Lorenzo con accento ispirato. – Egli è immerso nel suo errore… ma noi… noi lo salveremo!
— E io – promise a se stesso Romeo – veglierò il mio pterodattilo!
* * *
Mangio, leggo, scrivo, dormo qui. È una cosa affliggente ma necessaria.
A questo punto riportiamo altri foglietti del libriccino di note personali del valoroso e sfortunato dilettante di scienze fisiobiologiche.
La nostra penna non saprebbe mai riprodurre con la dovuta efficacia e con la necessaria brevità le trepidanze e i timori di Romeo Gualandi, minacciato in quanto egli aveva di più caro e di più prezioso su la terra: il suo pulcino millenario!…
5 dicembre
Sono diversi giorni che vivo nel laboratorio, mangiando gli avanzi dei conigli che il mio pterodattilo rifiuta. Mangio, leggo, scrivo, dormo qui. È una cosa affliggente ma necessaria. Ogni notte sento scalpiccii sospetti nel giardino. C’è aria di congiura qui intorno. Ma la mia costanza vincerà ogni insidia. Il mio pterodattilo ingrossa: è una bellezza! Che appetito ha! Quando gli dò il cibo, lo chiamo come si chiamano le galline: Piri Piri…
12 dicembre
Ogni giorno ricevo la posta di sotto l’uscio. La Cleofe dopo aver fatto scivolare quei fogli inutili nel laboratorio mi domanda: – Che è sempre malato, signor padrone? – Io rispondo: – Sempre! – E quando guarirà? – Quando guariranno gli altri! – Ha bisogno di nulla? – Sì, portami due conigli!
La Cleofe si allontana borbottando: – È uscito di cervello! È uscito di cervello! – La solita! E tutti i giorni è così. L’uccello rettile ingrandisce a vista d’occhio. A proposito: l’ho chiamato definitivamente Piri-Piri…
23 dicembre
Si avvicina il Natale. Oggi ho ricevuto la seconda citazione dell’avvocato di mia moglie. Tra poco si discuterà la causa di separazione. Io rimarrò solo! Cioè, solo no. Avrò il mio pterodattilo… E la gloria…
1 gennaio
Che feste squallide! Che freddo! Davvero la scienza alle volte impone ben duri sacrifici! Ma l’uccello-rettile progredisce… Oggi ha tentato il primo volo. Ha sbattuto di qua, di là, starnazzando, soffiando, facendo un chiasso del diavolo. Mi ha rotto tutti i lambicchi sullo scaffale. Che cara bestiola! La luce del giorno le dà fastidio. Di notte soltanto i suoi occhi si allargano e risplendono.
10 gennaio
Sto scrivendo la memoria intorno allo pterodattilo. Quando l’avrò terminata la spedirò al Ministero dell’Istruzione Pubblica e a tutte le Società scientifiche del mondo. Inviterò qui un gruppo di scienziati. Così, quando avrò consegnato il rettile-uccello a un Comitato responsabile, io tornerò libero cittadino… uscirò di qui…
15 gennaio
Che farò? Darò le dimissioni dall’ufficio di sindaco! Tutto per il mio pterodattilo, che è già alto un metro e trenta centimetri. Stupendo! Bravo Piri-Piri!
31 gennaio: mezzogiorno
Sciagura! Questa notte il rettile-uccello era inquieto. Mugolava, sbatteva le ali. Ad un tratto ha cominciato a svolazzare per il laboratorio, come per sgranchirsi le ali… Poi… – mentre scrivo queste parole mi si annebbia la vista! – è andato diritto contro il finestrone… ha picchiato una, due volte… ed è successo il finimondo. Tutti i vetri in terra, insieme coi telai della finestra.
Che rovina! Che fracasso!… Sono stato avvolto in una nube di frammenti di vetri, di sassi, di calcina, di schegge di legno. Quando ho potuto riavermi, l’uccello-rettile era sparito!…
È volato via!…
Si è perduto nella notte con le sue vaste ali di pipistrello!…
Che cosa posso sperare, ormai?
2 febbraio
L’hanno veduto. La notte scorsa. Stava appollaiato su le rovine del Castellaccio, quel brigante! Il fattore Giansanti e Zuccadiaccia, il segretario del Comune, venivano su in paese: saranno state le dieci e mezzo o le undici. All’altezza del Cimitero han sentito uno strido che veniva su i poggi. Han guardato in alto, verso le rovine. E han visto… Hanno visto Piri-Piri!
La Provvidenza mi assista!

XI
LA TRILOGIA DRAMMATICA DI
PIRI-PIRI, BUZZINO E SCRICCIOLO

Passarono giorni dolorosissimi per l’incauto sindaco della Roccalbegna. L’infernale Piri-Piri sembrava troppo soddisfatto della propria libertà per ritornare all’angusto asilo del laboratorio: e intanto l’infelice Romeo si sentiva limare il cuore, un po’ per la delusione di vedersi trattato così da quella bestiaccia ingrata, un po’ per il timore che avessero da succedere guai e danni irreparabili: perché un animale simile, abbandonato ai propri istinti, poteva mettere a soqquadro mezzo mondo. Già correva voce che avesse sbranato una pecora alla fattoria della Triana. Si diceva anche che avesse menato strage in certi pollai e in certe conigliere dalla parte di Arcidosso. Per ora, nessuno era venuto a reclamare; ma c’era da aspettarsi da un momento all’altro qualche spaventosa novità. Romeo non poteva nemmeno trovar conforto nell’affetto coniugale, perché la signora Flavia ormai s’era incaponita nell’idea di non aver più nessun rapporto con lo sciaguratissimo consorte fintantoché quell’atroce animale antidiluviano non fosse levato di mezzo. Nonostante i buoni uffici del medico del paese, di don Lorenzo e del farmacista, ella aveva mantenuto il suo atteggiamento ostile, e aveva anzi confermato presso il Tribunale di Grosseto il proposito di volersi separare da Romeo.
— Tanto – ripeteva sempre la donna inesorabile – a una scelta deve venire quel… – e qui un aggettivo scarsamente lusinghiero per il sindaco consorte. – O lo pterodattilo o me!
Romeo si sentiva andar via di cervello. Certo, la risposta degli scienziati italiani doveva essere per strada. Sarebbero venuti, avrebbero preso in consegna il prezioso animale, e il sindaco di Roccalbegna avrebbe potuto ricominciare a vivere. Ma se Piri-Piri, il maledetto Piri-Piri, avesse continuato nei suoi ignobili propositi di latitanza? Che cosa avrebbe consegnato l’incauto Romeo ai rigidi custodi della scienza, discesi apposta dall’Olimpo per godersi lo spettacolo del mostro inverosimile? Egli, l’integerrimo Romeo, sarebbe passato per un volgarissimo truffatore, per un fabbricante di mostri ipotetici a scopo di lucro. Ah! esser passato accanto alla notorietà, aver sfiorata la fortuna, aver salutato da vicino l’ombra venerata di Darwin e poi… dover cadere miseramente, vergognosamente, come un corridore olimpionico che, giunto buon primo quasi al traguardo, avesse sdrucciolato in una luridissima buccia di cocomero!… Per Romeo la buccia di cocomero era la fuga di Piri-Piri. Agguantato Piri-Piri egli era salvo!
Il suo fattore, un giorno, cercò di consolarlo:
— Via, sia bonino, sor Romeo! la non deve mica buttarsi giù a quel modo. C’è rimedio a tutto nel mondo. Anch’io quando persi la mia povera moglie, bonanima, avrei buttato l’anima al diavolo! Ero diventato secco spento: e la gente diceva che davo nel tisico. Ma poi trovai la Clotilde che per fortuna somigliava alla mia povera moglie come due gocce d’acqua, meno che la Clotilde l’è bruna e la mi’ povera moglie l’era bionda. Questa, sia detto in un buon momento, è grassa impallata e quell’altra pareva un sacco di mestoli.
A parte questo, si somigliavano da scambiarle. Insomma la presi e me ne son trovato bene. Ho messo al mondo altri cinque figliuoli, e se la mi campa, chissà! insomma è questione di farsi coraggio. Se gli è scappato quel coso… sì, quel pipistrello… o che bisogno c’è di arrabbiarsi tanto? Se ne fabbrichi un altro, benedett’Iddio! uno più, uno meno…
Romeo miagolò tra un sospiro e l’altro: — Tu parli bene perché non te ne intendi. Ma quella bestia lì valeva un tesoro. E valeva un tesoro perché era unica… capisci? Unica in tutto il mondo!…
— ‘Gnamo! – fece il fattore poco convinto.
— Ti giuro che è così.
— Gua’… se lo dice lei… Ma la mi’ nonna mi raccontava sempre la storia di un certo vampiro con le ali come le nottole, che girava per le campagne nelle sere senza luna per succhiare il sangue ai ragazzi…
— Son fiabe, coteste!
— O senta, veh! vuole che glielo acchiappi io, quel coso? Mi metterò a fargli la posta e se mi riesce di vederlo, lo impallino quant’è vero la Madonna…
Romeo, di pallido che era, diventò verde.
— Impallinarlo? – balbettò – sei matto! ti proibisco, sai? ti proibisco di fargli male… Bisogna che lo riabbia, sì, ma vivo… vivo e sano…
Il fattore si grattò la zucca sodo sodo.
— O aspetti – disse dopo matura riflessione. – C’è lo Scricciolo che ha imparato a pigliar le bestie col laccio… sa… come fanno quei guardiani delle bandite giù nelle maremme… Egli è un costume che importarono certi cavallai che venivan dalle Americhe… Lo Scricciolo è un diavolo! L’altro giorno quando andavo al mercato a Santa Fiora, o che non gli saltò in mente di buttare il laccio al collo del mi’ ciuco? Povera bestia: quando si sentì il collo nel cappio cominciò a ragliare come fosse stato di maggio, e intanto mi sbirciava come a dire: “Se non mi aiuti te son fritto!”. Hanno più giudizio di noi le bestie, davvero, davverone!
— Manda a chiamare Scricciolo – ordinò risoluto il sindaco.
Nelle tenebre che gli fasciavano il cervello era filtrato un barlume di speranza. Tanto che appena ebbe parlato con il ragazzo, e gli ebbe spiegato il suo desiderio, si sentì allargare il cuore. Perché Scricciolo, fin dalle prime parole, mostrò di aver capito e di esser disposto a tentare l’avventura.
Però Scricciolo fece i patti avanti.
— Voglio una bella corda di canapa lunga almeno dieci metri.
— Ma sì, figliolo! – singhiozzava Romeo – avrai dieci, cinquanta, cento metri di canapa… quanta canapa vuoi…
— E poi, se riesco ad agguantare quell’uccellaccio, voglio un paio di scarpe nove!
— Avrai le scarpe nove e un biglietto di cento lire! Sei contento?
Scricciolo scosse il capo in segno di approvazione.
— Con cento lire, si diventa ricchi. Io le darò al mi’ babbo, così chiude bottega e si compra l’automobile come hanno fatto quei venditori di pelli di pecora dopo la guerra. Allora, sor Romeo, la mi dia la corda e lasci fare a me…
* * *
Scricciolo prese la corda, si fece dare dal fattore un pane appena sfornato e un sacchetto pieno di noci: e così si avviò, vispo e saltellante, verso la montagna. Perché aveva sentito dire che il mostro fosse rifugiato tra certi greppi sotto Santa Fiora, passato di poco le miniere del mercurio.
Prima dell’imbrunire trovò una ragazza che badava a un gregge, proprio su la vetta di un poggio, sparso di vecchie rovine.
Scricciolo conosceva di vista la ragazza e le domandò notizie del ‘pipistrello’. Ormai in quei luoghi, lo pterodattilo si chiamava così.
— L’ho visto sarà mezz’ora – disse la guardiana delle pecore con aria sbigottita – svolazzava basso, proprio su quel ciglio… e faceva un rumore!… Io gli ho buttato contro un sasso e poi il randello… tanto per spaventarlo… ed è scappato via… ma sto sempre con la paura che abbia a ricomparire… Io gliel’ho detto alla massara: se i cacciatori non ammazzano quell’animalaccio, io non esco più con le pecore. Una sera o l’altra succede qualche malanno…
— Zitta! – disse Scricciolo – mi par di sentire uno sbatter d’ali…
Il cane da guardia delle pecore che aveva al fianco un altro canino cucciolo, cominciò a ringhiare. Il cucciolino, sentendo ringhiare il babbo, tentò addirittura di abbaiare e si spinse innanzi coraggiosamente, fin verso la cima del poggio.
— Buzzino, vien qua! – chiamava la ragazza, che aveva già raccolto le pecore in una valletta a bacìo, dove era tant’erba, ma tutta strinata dal gelo. Le pecore non la brucavano volentieri, quell’erba ghiaccia; e si lamentavano, perché non potevano capire quale capriccio fosse preso alla loro guardiana di ficcarle in quel luogo tanto tristo, oscuro e battuto dai venti rabbiosi della montagna.
Invece, su le rovine in cima al poggio, il sole d’inverno metteva ancora la sua leggera vernice d’oro pallido. Le pecore volevano rivedere il sole. Ma la ragazza le minacciava col randello… crudele, quel giorno, la padroncina! Perché? Il perché forse, lo capirono più tardi.
Intanto un episodio drammatico si svolgeva in cima alla collinetta. Piri-Piri, l’ingratissimo Piri-Piri, s’era posato su un mucchio di sassi e girava intorno la testa perché la luce gli dava noia, mentre le sue larghe ali membranose vibravano come due immensi ventagli. Anche lo pterodattilo aveva freddo? Forse sì. Egli proveniva da una razza di animali adatti ai calori torridi del periodo secondario. Ma il suo organismo non sembrava aver troppo sofferto della bassa temperatura dell’inverno etrusco. Tremava un poco, a fior di pelle, ma sembrava vivacissimo e fiero. Era cresciuto straordinariamente in quei pochi giorni di vita libera.
Stando appollaiato come un’enorme gallina, era sempre più alto di un uomo normale, e le sue ali spiegate non dovevano misurare meno di sei metri di larghezza. Un piccolo aeroplano, insomma.
Improvvisamente, l’attenzione del mostro si fermò sopra Buzzino, il minuscolo e valoroso Buzzino, che gli muoveva incontro, abbaiando, e tremando tutto per la stizza.
Egli è che Buzzino non aveva mai visto una bestia di quel genere.
Nella sua breve esistenza aveva conosciuto di già molti animali curiosi: le tartarughe, le donnole, le faine, le volpi, i conigli, le galline, i piccioni, senza contare i suoi di famiglia. Ma un colosso strano e ridicolo come quello lì, no… Buzzino si sentiva morso dalla curiosità e dall’indignazione. Gli sarebbe piaciuto studiare da vicino il mostro, ma avrebbe gradito di più che, spaventato dai suoi latrati furibondi, avesse preso il volo…
Invano il padre, fatto prudente per l’età e la grave esperienza, lo chiamava a sé, dietro un riparo di macerie. Buzzino non voleva, non poteva ascoltare. Buzzino voleva conoscere a fondo la misteriosa bestia che non si degnava, nemmeno per educazione, di fingere una certa paura per i suoi abbaiamenti. Buzzino seguitava ad avanzare, a ringhiare, a latrare e a tremare.
* * *
Ma la tragedia avvenne in un attimo. Lo pterodattilo allungò l’esile collo e la testa gigantesca verso Buzzino… Un piccolo colpo. I latrati del cucciolo si mutarono in guaiti. Ahi! Il piccino era stato preso tra le fauci dell’animale immondo ed assurdo.
Allora, vincendo lo sgomento, il cane padre si gettò avanti abbaiando. E accorse anche, tutta scarmigliata e piangente, la guardiana delle pecore: – Povero il mi’ Buzzino!… Buzzino!… aiuto!
Lo pterodattilo cui il minuscolo cervello poteva fornire soltanto sensazioni tarde ed istintive, non riuscendo a raccapezzarsi di quel clamoroso sopraggiungere di nuovi nemici, stette in forse se dovesse prendere il volo o prepararsi alla difesa: e intanto dimenticò di inghiottire Buzzino. Ma di lì a poco dovette aprire le mascelle di coccodrillo e risputarlo fuori, un po’ spiaccicato e cincischiato, ma vivo: perché la gola gli si era stretta d’un tratto, nel nodo formidabile di una corda, che Scricciolo tirava, dall’alto di un muro, proprio sul ciglio della collinetta.
Scricciolo aveva lanciato il suo laccio ed era riuscito meravigliosamente in quel tiro maestro. Adesso bisognava mandare qualcuno a chiamare gente alla Roccalbegna. Scricciolo sarebbe rimasto a fare la guardia alla preda.
La ragazza che aveva raccolto tra le sue braccia Buzzino e se lo coccolava come un bimbo, coprendolo di baci e di carezze, promise dopo qualche esitazione di andar lei, alla Rocca. Solo prima voleva riportar le pecore alla masseria. La strada era lunga, ma forse il capoccia avrebbe consentito di attaccare il bagher e di andare insieme con lei dal sindaco di Roccalbegna.
— Ma ci vorrà tempo – mormorò la bimba, guardando Scricciolo con occhio compassionevole – tra poco sarà buio. E a far bene bene, torneremo qui a notte alta.
— Vai, vai – disse Scricciolo mentre attorcigliava la corda intorno a un grosso macigno – tanto il prigioniero non scappa di certo!…
— Ma avrai freddo…
— Mi metterò a ballare sotto le stelle. Fortuna, egli è tempo buono…
La ragazza se ne andò con le pecore, e il bambino restò sul greppo a far la sentinella allo pterodattilo. Di tanto in tanto per levarsi la ruggine dai denti sgretolava qualche noce e piluccava qualche raspo d’uva passa. E come vide apparire le prime stelle cantò:
Fiorin fiorello
Tutte le bestie ballano un gran ballo
Ed io faccio la guardia al pipistrello…

XII
PIRI-PIRI METTE IL MONDO
A SOQQUADRO

Nella notte giunsero i rinforzi: e giunsero a proposito perché Scricciolo si era sgranocchiato tutte le noci e aveva piluccato tutta l’uva secca: e dondolava dal sonno. Il terribile Piri-Piri aveva passato il tempo a tentare di spiccare il volo: ad ogni tentativo corrispondeva, è vero, un inesorabile strattone al collo e la bestiaccia si sentiva soffocare; ma la sua suprema stupidaggine le impediva di capire quale fosse il motivo che la teneva inchiodata al suolo, e perciò a intervalli regolari ritentava la prova. Avrebbe seguitato fino alla morte. Fortunatamente arrivarono in tempo il sindaco di Roccalbegna, il fattore della ‘Lodola’ e un contadino, muniti di conigli spellati e di tele di sacco.
E dopo aver rimpinzato di conigli lo pterodattilo, riuscirono, dopo molto danno e molti sforzi, a infagottargli il muso perché non mordesse e a trascinarlo fino al bagher. Per alzarlo sul carrozzino ci volle il ben di Dio: pesava come un bove, quel terremoto, e poi si dibatteva e allungava le ali enormi con certi colpi secchi che parevano frustate; Romeo ebbe il viso pesto dai colpi di zampa, e il fattore si sentì dare un colpo d’ala nelle reni che gli parve un colpo di trave; ma da ultimo, dài, picchia, mena, spingi, issa, Piri-Piri fu schiaffato nel bagher, legato al mantice e la comitiva poté riprendere la strada del paese.
Naturalmente gli uomini andavano a piedi e lo pterodattilo in carrozza; e quello era davvero uno spettacolo così buffo e così dilettevole da levare la malinconia a un morto. Peccato che in quell’ora le vie della montagna fossero deserte!
Arrivati presso il paese, il fattore domandò al sindaco se si dovesse portare ‘la bestia’ alla ‘Lodola’. Ma Romeo, che aveva riflettuto per la strada, dette ordine di salire fino alla Casaccia, che era al confine del suo podere, su un poggio che dominava la Rocca. Così fecero. Dinanzi alla Casaccia – una specie di fattoria diroccata e abbandonata, della quale era rimasto in piedi solo un angolo – lo pterodattilo fu scaraventato fuori dal carrozzino e trascinato con corde fino alla scala.
— Che si deve salire di sopra? – brontolò il fattore, soffiando per la fatica. – Bisognerà chiamare qualcuno in paese perché io son stracco morto.
— No!… No!… – disse Romeo in tono supplichevole – per adesso, mettiamolo nel sottoscala… poi si vedrà… Anzi, mi raccomando non dite nulla a nessuno, neanche alla Flavia…
— Ma lei, sor padrone, rimane quassù?
— Vuoi che lasci solo Piri-Piri?
— Io non voglio nulla… ma ecco… a stare in questa topaia c’è da farsi venire tre polmoniti il giorno… non lo sente che sizza?
— Ho portato con me il fornello a spirito e la macchina per fare i ponci… Giusto, datemi quell’involto… e quelle coperte… e anche il pacco dei conigli e degli scoiattoli spellati… Mi accomoderò un angolino nella stanza di sopra e ci starò divinamente. Del resto, fra poco, verrà la Commissione degli scienziati per prendere in consegna Piri-Piri… ed io potrò tornare in casa…
— La badi, sor padrone, se io fossi ne’ su’ panni, chiuderei la bestia nel sottoscala e scenderei a ficcarmi nel letto con un paio di bottiglie calde ai piedi. Così lei farebbe una bella sudata e quel coso… come lo chiama? Piri-Piri? Già, dicevo, Piri-Piri intanto digerirebbe i conigli in santa pace…
— Andate a rimetter il bagher e non vi occupate d’altro – ordinò secco secco Romeo, per tagliar corto. – Soprattutto, mi raccomando di non far chiacchiere inutili…
— E io, sor Romeo? – domandò sbadigliando Scricciolo – che ho da rimanere con lei a farle compagnia?
— Appunto! dimenticavo – e Romeo andò vicino al fanale del bagher e levò di tasca il portafogli. – Eccoti le cento lire… ma anche a te… sbarazzino, raccomando il silenzio!…
— Grazie, sor Romeo – fece Scricciolo, intascando il bel foglio nuovo nuovo, – ora son ricco! Ma però mi dispiace di lasciarlo così tutto solo… di notte…
— Di che vuoi che abbia paura?
— Con quell’animalaccio là… io non istarei tranquillo. Se vedesse! A volte guarda in un certo modo… se il buio è più fitto gli si accendono gli occhi…
Romeo tentò di ridere.
— Smettila, buacciòlo! E poi, non vedi che comincia a baluginare il giorno?
Infatti l’aria sbiancava, e per i monti si levava un ventaccio gelido che spazzava le cime, mugolando come un’anima in pena.
— Andate, andate! – insistette Romeo, spartanamente. – Lasciatemi pure senza scrupoli. La solitudine mi è necessaria…
Il fattore, il contadino e Scricciolo, benché a malincuore, finirono per andarsene. E Romeo entrò nella stamberga per comporsi un giaciglio alla meno peggio. Cascava dal sonno, ma non poté dormire a causa di Piri-Piri che, secondo le sue consuetudini di animale notturno, faceva un chiasso d’inferno. Solo quando fu giorno alto lo pterodattilo si acquietò e cominciò il suo letargo quotidiano. Ma Romeo non aveva più sonno. Allora si fece un ponce bollente e scrisse alcune note nel suo libriccino.
Egli sperava che gli scienziati venissero presto a toglierlo da quella incomoda condizione di vita. Ma l’ingenuo cultore di scienze chimico-fisiologiche ignorava che al Ministero della Pubblica Istruzione non c’è mai troppa fretta. Il ministro aveva ricevuto, sì, la sua memoria, ma dopo matura riflessione, per non compromettersi troppo, aveva nominato una Commissione, la quale dopo aver preso visione della memoria di Romeo Gualandi, avrebbe passato la pratica all’Ufficio competente, il quale, a sua volta, avrebbe nominato una Commissione che… ecc. ecc.. Prima che uno scienziato ufficiale qualsiasi fosse arrivato alla Roccalbegna per conoscere de visu lo pterodattilo sarebbero occorsi almeno cinque o sei anni.
Ma Romeo ignorava – e sperava…
* * *
Quel giorno venne a tenergli compagnia Scricciolo, molto serio perché avendo trovato un passerotto tramortito dal freddo, voleva mettere in opera tutti i mezzi e tutte le cure più acconce per costringere la povera bestiolina a campare. Romeo accolse con simpatia il piccolo amico e dopo avergli offerto il ponce che era divenuto ormai la sua specialità gli fornì una quantità di assiomi scientifici intorno al metodo più sicuro per richiamare in vita i passerotti assiderati.
Quella notte, Scricciolo e Romeo dormirono uno accanto all’altro, sotto la stessa coperta alla Casaccia. Inutile dire che lo pterodattilo ebbe una larga provvigione di conigli e di scoiattoli, cosa che non gli impedì di strillare e di starnazzare fino all’alba.
Ed ecco, poco dopo l’alba, un clamore di voci sotto la Casaccia.
— Signor sindaco!…
— Fuori il signor Romeo!
— È tempo di finirla!…
— È una vergogna!
Romeo si infilò il pastrano e uscì dalla stamberga mormorando: — Sta’ a vedere, che sono arrivati quelli di Roma!…
Si sporse fuori dal poggetto su cui era stata fabbricata la Casaccia ed ebbe una delle sue consuete delusioni. Altro che quelli di Roma! Lì sotto erano adunati i maggiorenti del paese: il farmacista Schianti, il magnano Golia, il droghiere Bucalossi, il medico condotto, il carabiniere, il milite nazionale, don Lorenzo e la moglie del bidello delle scuole.
E tutti appena lo videro, ruppero in grida di indignazione.
— Che cosa volete? – domandò Romeo – Non capisco niente!
Vi fu un breve conciliabolo fra i maggiorenti: poi il medico Sballi, che era anche consigliere comunale e capo della Sezione fascista locale, prese la parola:
— Noi invitiamo il signor Romeo Gualandi, sindaco di Roccalbegna, a spiegare chiaramente il suo contegno. Egli fugge e si nasconde come un delinquente, mentre il paese è sotto l’incubo di avvenimenti misteriosi e straordinari. E i più gravi problemi, quelli che si collegano con la rinascita civile e spirituale di Roccalbegna, rimangono insoluti tra le scartoffie del Municipio. Si dice che vi siano un Consiglio comunale, una Amministrazione civile, un Sindaco di Roccalbegna, ma in verità non abbiamo più alcuna traccia di queste nobili istituzioni. Noi siamo abbandonati come i rottami di un naufragio, nei gorghi del disordine e dell’incertezza. Gli animi cominciano ad agitarsi. I nemici della nazione, che lavorano nell’ombra, rialzano il capo. È questo che vogliamo? Così assolviamo il còmpito che ci venne affidato? Senza contare che ora conviene rispondere agli immondi attacchi dei nostri avversari! Il “Padule Settimanale” di Grosseto pubblica in neretto questa interrogazione:
“Che cosa succede a Roccalbegna? Il sindaco Gualandi è diventato allevatore di mostri?”.
E noi dobbiamo permettere che a Grosseto il nostro sindaco sia chiamato un ‘allevatore di mostri’?
— Non esageriamo – interruppe Romeo, che cominciava a veder girare ogni cosa intorno a sé – non esageriamo… io non ho mai allevato nessun mostro…
— Romeo, confessate – mugolò dolcemente don Lorenzo, – confessate di aver fatto nascere il vampiro… Credete, tutto può accomodarsi…
— Ma che vampiro! – proruppe il sindaco – non confondiamo lo pterodattilo, animale incomparabile vissuto nell’epoca secondaria, con il leggendario vampiro!…
— Voi, piuttosto, non ci confondete con chiacchiere – strillò il farmacista Schianti. – Intanto in paese c’è un fermento da non dirsi! Le donne non voglion più mandare i bambini alla scuola. I contadini vengono a raccontarci ogni giorno storie di stragi di pollai e di conigliere. Non si è più sicuri né in paese né su le montagne…
— E intanto – incalzò il dottore – i bolscevichi e i massoni approfittano di questo smarrimento, di questo panico, per speculare contro di noi! Dicono che l’animale è un trucco politico per far paura ai gonzi!
— Proprio come avevo previsto! – sospirò Romeo Gualandi. E dopo una lunga pausa dichiarò solennemente: – Signori! Oggi stesso svelerò al paese il mio segreto. Purtroppo gli avvenimenti hanno superato la mia volontà. Oggi, nella piazza di Roccalbegna, parlerò…
* * *
Infatti, il giorno stesso, avendo lasciato Scricciolo a guardia dello pterodattilo, Romeo discese in paese e parlò ai suoi concittadini spiegando coi termini più semplici e più facili il singolare avvenimento che aveva certamente una grande importanza scientifica, ma non poteva in alcun modo turbare la politica nazionale. Al medico condotto che negava violentemente la possibilità dell’esistenza di un vero animale antidiluviano, il sindaco oppose ragioni apparentemente irrefutabili: disse che anche oggi vivono in libertà animali delle epoche primordiali e portò come esempio lo sfenodonte, un rettile più antico del dinosauro, che ancora sbadiglia al sole in una isoletta al largo della costa est della Nuova Zelanda.
— Signori! Oggi stesso svelerò al paese il mio segreto.
Lo sfenodonte vive ormai da otto milioni di anni e non accenna a sparire…
Inutile dire che questa storia dello sfenodonte non convinse nessuno. Mentre parlava, Romeo vide traversare la folla e venire verso di lui il suo fattore, che agitava in aria un telegramma.
— Ecco gli scienziati di Roma! – pensò il bravo figliuolo, mentre il viso gli si illuminava di gioia.
Prese il telegramma, lo lesse e per poco non cadde dalla tavola su cui era salito per parlare al pubblico. Il telegramma diceva così:
Presidente Consiglio invita Sindaco Roccalbegna venire Roma chiarire gravi incidenti verificatisi paese, sfruttati opposizione in strane leggende degne medioevo.
Firmato: Il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Un grido uscì dal fondo dell’anima dell’onesto Romeo: un grido di dolore e di amarezza: – Accidenti a Piri-Piri!
Ma subito dopo egli si riprese: – No: Piri-Piri è innocente. È troppo antidiluviano per sapere certe cose…

XIII
LO ‘SCANDALO MAREMMANO’

Il segretario politico del partito fascista della provincia di Grosseto arrivò quel giorno stesso alla Roccalbegna. Anch’egli aveva ricevuto un telegramma dal Governo centrale che lo invitava a far luce sul misterioso avvenimento. L’incontro col sindaco fu piuttosto brusco.
— I momenti che attraversiamo non consentono debolezze – cominciò subito il segretario del Fascio corrugando le folte sopracciglia. – Posso capire fino a un certo punto la megalomania arrivista di qualche elemento irresponsabile del partito. Ma voi siete un alto funzionario dello Stato. Voi avete enormi responsabilità delle quali dovete rispondere dinanzi al Paese…
Investito a quel modo il povero Romeo seppe soltanto balbettare qualche parola di scusa che non servì nemmeno ad attenuare l’indignazione del segretario politico.
— Insomma! – gridò questi battendo il piede… su un piede del sindaco, che emise un urlo di spasimo – oh!… scusate…! insomma, qui bisogna uscirne. Non possiamo tenere il paese in condizioni pericolose di tensione spirituale… mi capite, non è vero? Dunque, questa notte, andremo a Roma. Diremo tutto al Presidente. Quello che egli deciderà, noi faremo. È giusto!?
— È giusto – bisbigliò Romeo, smarritamente – ma… alla fin fine… anche il signor Presidente dovrà capire… che la Scienza… le conquiste della Scienza… i grandi problemi scientifici…
— Voi mi parlate di Scienza, e io vi parlo di Patria! – rimbeccò tenacemente il segretario politico. – È grave. Porterò al Consiglio il vostro caso e prenderemo energici provvedimenti contro di voi. Intanto, pensiamo al nostro dovere, che è uno solo: obbedire ai comandi del Duce. Questa notte partiremo.
— Ebbene, sì – gridò Romeo riacquistando a un tratto un po’ di energia. – Sì!… verrò a Roma! ma non solo. Trasporterò meco la prova della mia innocenza!…
E il degno uomo lasciò il segretario per risalire alla Casaccia, seguito da un gruppo di operai del Club Sindacale Amiatino, tutti giovani bizzarri, di fede incerta, che facevano le boccacce quando vedevano don Lorenzo e durante le commemorazioni patriottiche andavano a fare bisboccia nei castagneti, per non compromettersi troppo. L’avvenire, si sa, non lo indovina nessuno; e loro volevano essere sempre pronti a seguire la corrente più veloce e più grossa, per non trovarsi mai nel partito dei pochi.
Dunque, questi operai, carichi di grosse tavole di abete e armati di seghe e di martelli, arrivarono alla Casaccia insieme col sindaco e si diedero subito, secondo i suoi ordini, a costruire una specie di enorme gabbia, nella quale doveva essere chiuso Piri-Piri.
Sì!… perché Romeo non avrebbe abbandonato Piri-Piri, nemmeno se gli avessero offerto di far la pace colla signora Flavia. Piri-Piri era legato alla sua sorte. Piri-Piri doveva morire con lui!
Ormai non era più questione di serbare il segreto. Tutti sapevano la tremenda storia. Tanto valeva combattere a visiera alzata, ad armi scoperte. Egli sarebbe partito dalla Roccalbegna col suo pterodattilo: in tal modo avrebbe risolto il problema che lo angustiava. Avrebbe dimostrato all’on. Mussolini la grandiosità e la bellezza della sua impresa scientifico-preistorica: avrebbe facilmente fatto cadere la debole impalcatura dello ‘scandalo maremmano’, che già allagava le prime pagine dei giornali di opposizione: e si sarebbe liberato dal tremendo e adorabile mostro, affidandolo alle cure provvisorie del Ministro della Pubblica istruzione.
Forse, al suo ritorno in paese, avrebbe veduto la fine del dramma lacrimevole: sua moglie gli avrebbe aperte le braccia, don Lorenzo si sarebbe riconciliato con lui, i suoi bravi compaesani, mettendo da parte le diffidenze e le ostilità superstiziose, lo avrebbero accolto con rinnovato affetto, anzi, con entusiasmo, riconoscendo finalmente in lui il più glorioso figlio del Monte Amiata – dopo il compianto straccione filosofo Davide Lazzaretti, – il vero martire della scienza paleontologica, l’autentico e unico fabbricante di animali antidiluviani!!…
* * *
Mentre l’immensa gabbia che conteneva lo pterodattilo veniva fatta scivolare a balzelloni giù per la china che conduceva al paese, Romeo sorrideva, sognando il suo immancabile trionfo. Egli avrebbe fatto il contrario dei consoli romani vinti: dopo la Rupe Tarpea, il Campidoglio!…
Scricciolo, che gli saltellava al fianco, tratto tratto levava gli occhietti su di lui e domandava, supplichevole: – Ma tornerà presto, vero?
Alla fine, un po’ infastidito, Romeo rispose: — Tornerò, senza dubbio: ma per confondere i miei nemici!…
— E tornerà con lo pterodattilo?
— No…! cioè… non so. In ogni modo, non dubitare… mi ricorderò di te… tu sei un bravo ragazzo…
— Perché ecco… io volevo… – e qui Scricciolo si fermò.
— Avanti, su: che cosa vuoi?
— Ecco, io volevo che lei scrivesse a quel signore della scimmia perché mi prendesse con lui e mi portasse nel paese dove si trovano quelle bestie con le ali e il becco coi denti. Se avessi anch’io un Piri-Piri, creda, diventerei a dir poco miliardario…
— E come?
— Andrei girando il mondo con un baraccone e farei vedere la bestia: a due soldi ogni persona, in un paio d’anni ci sarebbe da fare le montagne di quattrini…
Romeo voleva ridere a quest’uscita del ragazzo: ma il riso gli restò in gola perché, d’improvviso, in fondo allo stradellino che sboccava nella via maestra vide un gruppo di uomini in attitudine minacciosa.
— Un’altra!… – borbottò, sospirando. – Certo ce l’hanno con me. Ma quando sarà finita?
Si accostò agli uomini che lo guardavano tentennando il capo e iniziò la conversazione in termini cordiali.
— Buonasera, cari amici. Che si fa di bello, a quest’ora? Uno del gruppo parlò per tutti:
— Lei è il sindaco, vero?
— Già… io sono il sindaco… Romeo Gualandi…
— Noi si viene da Scansano. Creda, a Scansano non si scherza. È tempo di farla finita: giusto ieri la moglie del maniscalco ha partorito un bambino con le ali, Dio ci salvi, di pipistrello. L’è una settimana che le donne e i bambini stanno chiusi nei locali delle scuole e tutti reclamano un rifugio sotterraneo, come quando c’erano gli aeroplani austriaci. Noi si domanda a lei se le pare lecito e umano di seminare lo spavento e la rovina nelle povere famiglie innocenti…
Un altro personaggio si fece largo nel gruppo e porse al sindaco atterrito un voluminoso pacco di carte bollate:
— Io, vede? sono un usciere della Pretura di Grosseto… Debbo notificarle trentacinque citazioni per danni diretti e indiretti a trentacinque famiglie di qui intorno!
— Ma è una congiura… – fece Romeo, girando intorno gli sguardi sbigottiti – io sono un galantuomo… ho fatto sempre il mio dovere di sindaco e di scienziato… non capisco…
— Voi avete provocato il danno – sentenziò un terzo personaggio – e voi riparate. Ammazzate quella infamissima bestiaccia!
— Voi siete matti! – e Romeo indicò la gabbia che barcollando scendeva la china – ammazzare… lo pterodattilo! Anche mia moglie mi disse la stessa cosa e io preferii allontanarmi da lei. Io sto lavorando per la scienza e per la gloria della regione! Voi non sapete…!
In quel momento giunse opportunamente il segretario del partito fascista.
— Signor sindaco, il camion per andare alla nostra stazione è pronto… È meglio avvantaggiarsi perché con queste stradacce…
— Bisogna collocare sul camion anche quella gabbia – dichiarò Romeo: – desidero portare, come ho detto dianzi, all’on. Presidente la prova della mia innocenza!
Il gruppo degli scansanesi emetteva un brontolìo che ricordava quello del tuono lontano.
— Che cosa vogliono questi borghesi? – domandò il segretario rivolto a Romeo.
E Romeo, intravedendo la salvezza, gridò: — Vorrebbero ammazzare Piri-Piri per impedire che il Presidente possa farsi un’idea precisa dei fatti!… Io ho cercato di persuaderli, ma…
— Ho capito. Sono avversari del regime! Silenzio! Via tutti!…
E l’incidente fu chiuso.
* * *
Caricata la gabbia sul camion, Romeo e il segretario lasciarono la Roccalbegna discendendo la strada che da Saturnia conduce fin sotto Manciano attraverso i poggi selvosi, poi in mezzo ai macereti e alle stoppie fino all’Albegna.
Giunsero alla stazione a notte alta; fortunatamente verso la marina il cielo si era schiarito e la luna aveva illuminato la pessima strada, sconvolta dalle carrarecce e traversata dai torrentelli di fango. Ma alla stazione nacque un’altra difficoltà.
Gli impiegati non volevano prendersi la responsabilità di spedire a bagaglio un animalaccio di quel genere, non classificato in nessun regolamento ferroviario.
Il segretario del Fascio dovette minacciare gravi sanzioni contro tutti gli impiegati, compreso il facchino, benché non avesse detto niente. Così anche questo ostacolo fu abbattuto.
Il treno doveva passare dall’Albarese alle 11,37 senza fermarsi. Era un diretto. Fu messo un segnale di fermata, naturalmente sotto la responsabilità del segretario. Alle 12,45 con soli sessanta minuti di ritardo arrivò il treno. I viaggiatori in quell’ora dormivano: se no, a veder caricare nel bagagliaio un animale dell’età secondaria, sia pure dentro una gabbia di legno, avrebbero fatto l’ira di Dio. La cosa invece si svolse relativamente bene: solo il capotreno stese un rapporto contro l’abusiva spedizione di uno pterodattilo sopra un diretto che non doveva fermare all’Albarese, e il macchinista volle assolutamente che il rettile inghiottisse in sua presenza un gatto morto che aveva trovato vicino alla locomotiva.
Alle 1,50 con appena centroventitré minuti di ritardo il diretto partì alla volta di Roma.
Ma prima di arrivare alla stazione di Orbetello, Romeo, che spiava la campagna dal finestrino, vide passare un’ombra dinanzi alla luna. Si sporse dal finestrino. Eterni numi! Lo pterodattilo volava alto nell’azzurro!… Fuggiva, fuggiva, lo sciaguratissimo animale!… Ed ecco, improvvisamente, un colpo di fucile. Qualcuno aveva tirato contro il rettile volante. Romeo non sentì, non vide più nulla. Si gettò rovescio sul divano della carrozza, mormorando disperatamente: — Ora è finito davvero! Ora davvero… non lo vedrò più!
Il segretario ruggì: — Io scendo a Orbetello. Bisogna ordinare subito un inseguimento con gli idrovolanti. Voi presentatevi al Presidente e dite che…
Ma Romeo non lo ascoltava. Gli pareva che mille ventilatori gli girassero vertiginosamente nel cranio e glielo vuotassero del cervello. Avrebbe voluto piangere, ma non poteva.
Gli pareva di morire: invece si addormentava.
E intanto, il mostro dei tempi secondari batteva le larghe ali di vampiro su le onde del Tirreno, imbrillantate dalla luna.
Si sporse dal finestrino. Eterni numi!
Lo pterodattilo volava alto nell’azzurro!…

XIV
PIRI-PIRI A MONTECITORIO!

Quando Romeo Gualandi, ancora trasognato, discese alla stazione di Roma e uscì in Piazza dei Cinquecento, dovette rimanere molti minuti a naso in aria per raccapezzarsi. Dov’era? Che cosa era successo? Vide, finalmente, passare su l’orizzonte due larghe ipotetiche ali di pipistrello. Ricordò Piri-Piri, la ragione del suo viaggio, i suoi dolori… E ricordò anche di non aver più la valigia, che conteneva il suo unico vestito nero, decorato della croce di cavaliere e di alcune medaglie più o meno commemorative.
— Non ho più valigia! – gridò a un tratto fissando il viso ironico di un facchino – e come faccio?…
— E a me che me ne importa? – mugolò il facchino, facendo le più curiose smorfie del mondo.
— E come mi presento a Sua Eccellenza? – seguitò Romeo, grattandosi disperatamente la collottola. – Sono rovinato!…
In quel tragico momento, l’integerrimo sindaco scienziato corse il rischio di essere travolto da un’automobile di piazza. Allora egli ebbe un’ispirazione: – Meglio sopra, che sotto!
E fece fermare il taxi.
— Dove? – chiese il conduttore, gettando un’occhiata sospettosa a quel miserabile viandante.
— A Palazzo Chigi! – rispose Romeo, mentre si gettava nel fondo della carrozza.
Il conduttore ebbe un attimo di esitazione.
— E se è un matto?…
La filosofia soccorse in buon punto il bravo automobilista.
— Se è un matto, vuol dire che da Palazzo Chigi lo porterò alla Longara, e là mi pagheranno la corsa di certo!…
Ma arrivato a Palazzo Chigi egli ebbe un foglio di cinquanta lire dallo sventuratissimo Romeo, che subito saltò come un capriolo dalla carrozza al portone.
L’automobilista, persona sostanzialmente onesta, gli gridò dietro: — E il resto?
Il sindaco di Roccalbegna si voltò furibondo: — Come? Vuoi anche il resto? Non ti bastano cinquanta lire, brigante? Un milite si parò dinanzi all’inferocito Romeo.
— Che cosa vuole lei?
— Voglio parlare con Sua Eccellenza.
— Chi?
— Io.
— Ma chi è lei?
— Io sono il sindaco della Roccalbegna.
Il milite chiamò un graduato.
— Sindaco… della… Roccalbegna? – ripeté questi – mai sentito nominare.
— Io devo parlare col Presidente! – sbraitò ancora Romeo. – Avete capito?…
Il graduato chiamò un superiore.
Seguì un breve conciliabolo. Poi lo sciagurato Romeo dovette subire un interrogatorio spiccio e drammatico.
— Chi siete? Il Sindaco?…
— Romeo Gualandi…
— Che cosa venite a fare qui?
— Debbo parlare con Sua Eccellenza.
— A quest’ora?
— E perché ad un’altra?
— Non cominciamo coi soliti giuochi di parole. Abbiamo capito. Ragazzi, frugate questo signore…
— Un momento… perché?
— Che cosa sono queste carte?
— La storia dello pterodattilo…
— Come? La storia?… Via, via, non perdiamo tempo!
— Dobbiamo telefonare al Comando?
— Sì… no… un momento… Attenti! ecco il Presidente!…
Sua Eccellenza Benito Mussolini passò rapidissimo: ma avendo veduto con la coda dell’occhio la figura singolare di Romeo, egli arrestò di schianto lo slancio sul primo gradino delle scale e si voltò a guardare l’incognito, curiosamente.
— Eccellenza – esclamò allora il sindaco di Roccalbegna – io vengo dal monte Amiata… sono Romeo Gualandi, sapete? quello dello pterodattilo…
L’on. Mussolini aggrottò le ciglia:
— Lo pterodattilo? Che c’entra?
— Ma sì… c’entra… – spiegò angosciosamente Romeo – lo ‘scandalo maremmano’… Vostra Eccellenza sa bene…
— Ah! voi! – disse il presidente crollando il capo nervosamente – proprio voi! sì… infatti… è tempo di chiarire questo mistero… Salite. Vi riceverò subito. Non sono cose da prendersi alla leggera… Vi aspetto.
L’on. Mussolini vertiginosamente arrivò nel suo ufficio. E Romeo, un quarto d’ora dopo, lo raggiunse.
Il presidente masticava con impazienza rabbiosa il gambo di un garofano bianco.
— Eccellenza – cominciò Romeo – lei mi scuserà, spero, se oso di presentarmi vestito così dimesso: ma la valigia…
— Basta, non parliamo di valige. Parliamo di quello che interessa il paese. Il paese prima di tutto. Insomma anche voi credete giusto, umano, di turbarmi nel mio lavoro? Non sapete che non passo un minuto in pace? Anche voi adesso! Un sindaco montanaro! Dovreste almeno avere… lo ‘spirito elevato’…
Il presidente si compiacque con se stesso del motto e addolcì alquanto l’espressione della fisionomia, ma Romeo non seppe cogliere il buon momento. Borbottò una specie di tiritera, che non aveva né capo né coda: e nella quale entravano in parti uguali pterodattili, plesiosauri, brontosauri, scimmie, negri dell’Africa centrale, cuori di principesse egiziane, coccodrilli, mogli insopportabili, cacce agli elefanti, incubatrici e via discorrendo.
Per un poco l’on. Mussolini pazientò, poi cominciò a stralunare gli occhi e da ultimo esplose:
— Spero che la faremo finita, vero? Credete che io non legga il vostro pensiero? Voi, sindaco di parte fascista, avete mancato al vostro dovere prestandovi alle manovre degli avversari del Governo. E adesso tentate di abbozzare un romanzo-salvataggio. No: vi dico in modo chiaro e inequivocabile. No. Il tempo è venuto per tutti di prendere le rispettive responsabilità. Questa faccenda del pelodattero… no… come lo chiamate?
— …Pterodattilo, Eccellenza, un animale dell’età secondaria… una meraviglia. Lo chiamavo Piri-Piri!
— Piri-Piri? – domandò stupito Sua Eccellenza.
— Sì … quando nacque era così grazioso… con quelle alucce di pipistrellino…
— E intanto – qui l’on. Mussolini ingrossò ancora la voce – intanto, col vostro pipistrello, avete spaventato l’universo! E i miei nemici dicono che anche questo complotto zoologico-fantastico è stato architettato da me! Dunque, la faccenda del rettile deve finire!… Ecco tutto.
— È finita! – sospirò dolorosamente Romeo.
— Come?
— Piri-Piri è fuggito!…
— Ma come? Di dove?
— Dal bagagliaio… Speravo di portarglielo qui, sano e salvo, perché anche lei potesse ammirarlo… So che lei ama tanto le bestie…
L’on. Mussolini sussultò:
— Io amo le bestie?…
— Non andava al Giardino Zoologico a salutare la sua leonessa… Italia?… quando era piccina? L’ho letto su i giornali…
— È vero – ammise Sua Eccellenza, – ma prima di tutto un leone non è un animale inverosimile, non drago, non pipistrello, non mostro dell’età primordiale. In secondo luogo, io non credo alla vostra storia. Voi, cercate di nascondere con una ridicola invenzione il vostro equivoco atteggiamento…
Il colloquio prendeva un tono pericoloso. Come avrebbe potuto difendersi Romeo, se la prova della sua innocenza gli era sfuggita? Ma il Cielo, qualche volta, protegge anche gli innocenti. E proprio nel punto che il Presidente del Consiglio si preparava a un definitivo formidabile assalto contro l’incauto sindaco della Roccalbegna, un usciere recò un dispaccio, il telefono trillò. Benito Mussolini corse al ricevitore e, a mano a mano che ascoltava la comunicazione, il suo viso si stendeva, il suo sguardo diveniva più dolce.
Finalmente egli disse in tono tranquillo:
— Il Segretario dei Fasci di Grosseto avverte che il vostro pterodattilo è stato ferito da un aviatore proprio sul lago di Orbetello. Sta bene. Ho piacere di aver la prova della vostra sincerità. In fondo voi avete contribuito con la vostra paziente indagine scientifica a dar vita e sostanza a quel che, fino adesso, costituiva una paziente ricostruzione teorica del passato. Bravo! Voi siete un sindaco veramente fascista. Ma oggi, alla Camera, che cosa risponderò a quei signori dell’opposizione?
— Riferirete il fonogramma del fascio grossetano – suggerì timidamente Romeo.
— E sia. Tenteremo. Voi meritate un segno della mia particolare amicizia.
L’on. Mussolini firmò una fotografia, la consegnò al buon Romeo, e gli disse:
— Ripassate questa notte, verso le due. Parleremo dell’avvenire del Monte Amiata…
Quel giorno, però, alla Camera, successero cose inaudite. Il capo dell’opposizione svolse la sua interpellanza su lo scandalo maremmano. Riportiamo, dai giornali del tempo, un riassunto della memorabile seduta.
L’on. Amendola: — On. colleghi, io non vorrei, Dio mi è testimone, volgere al Presidente del Consiglio che non ci è amico questa nuova rampogna. Corrono difficili tempi e il dovere di ogni cittadino è quello di non creare imbarazzi al governo. Ma come possiamo impedire al nostro sdegno di erompere, quando intere popolazioni che gemono sotto il regime del terrore più spaventoso, volgono verso di noi il loro grido di dolore…
On. Giunta: — Speculatori!…
On. Amendola (calmo): — Qui non si tratta di speculazioni. Noi portiamo dei fatti, non scriviamo commedie…
On. De Collibus: — Il commediografo ce l’avete però…
On. Bracco (alzandosi): — Io ho scritto, è vero, qualche modesto lavoretto che ha avuto l’onore di esser tradotto in Germania e in altri paesi, ma l’Italia…
On. Casertano (Presidente della Camera): — Signori, non usciamo dall’argomento.
On. Amendola (segni di attenzione): — Si è parlato di un rettile volante, di uno pterodattilo, di un animale delle età scomparse, ma ognuno vede la debolezza, la puerilità di simile leggenda. La realtà è ben altra. Che cosa vuole, in sostanza S.E. Mussolini, Governatore del Terrore? Tenere avvinte le popolazioni con qualunque mezzo materiale e spirituale. Ecco, per gli ingenui montanari dell’Amiata, il mostro apocalittico! Ecco lo pterodattilo!… E così si conduce ciecamente, alla rovina, un popolo di trentanove milioni di abitanti, che ha un passato di grandezza e di civiltà! (Due o tre applausi all’estrema sinistra. Mormorii tempestosi al centro. Urli a destra).
On. Farinacci: — On. Amendola, voi meritereste la forca!
On. Turati: — Esagerato!
On. Giunta: — Traditore, finiscila o ti faccio mangiare la barba!…
Si susseguono urli ed epiteti vari, lanciati contro la sparuta schiera degli oppositori:
— Canaglie! – Venduti! – Mangiatori di gatti morti! – Vigliacchi ecc. ecc..
A questo punto l’on. Giunta marcia contro i banchi semivuoti dell’Opposizione seguito dall’on. Farinacci, armato di una mitragliatrice tascabile e dall’on. Meriano, che ha risoluto oggi di farsi notare da S.E. on. Mussolini.
Per sedare il tumulto si alza l’on. Mussolini e fa queste brevi dichiarazioni:
Le dichiarazioni dell’On. Mussolini
— Onorevoli deputati: il mezzo più spiccio di rispondere alle provocazioni degli avversari, sarebbe quello di non rispondere. Potrei, se volessi, tagliar corto alle parole dei miei avversari con un colpo netto di forbici. Qui si tratta, semplicemente, di un fatto naturale, per quanto soprannaturale. Chi in buona fede vorrà far carico al Governo nazionale, se, tre mesi or sono, in un paese della montagna maremmana, è nato uno pterodattilo?
Voci: — Fuori lo pterodattilo!
On. Mussolini: — Lo pterodattilo esiste e il valente scienziato che l’ha allevato potrà, se vorrete, darvi maggiori ragguagli. Vi dirò che egli ha chiamato questo strano animale, uccello o rettile che sia, col vezzeggiativo di Piri-Piri!…
Una voce dalla tribuna della Stampa: — Fuori Piri-Piri.
Altre voci: — Fuori l’uccello rettile!…
Il pandemonio è al colmo. Le invettive e le urla si incrociano in tutti i settori della Camera. E d’improvviso accade l’imprevedibile. Da una tribuna riservata, dove poco prima era salito un gruppo di fascisti trascinando una specie di enorme sacco partì una voce squillante che annunciò:
— Volete lo pterodattilo? O pigliatevelo, signori oppositori!…
Subito un gigantesco pipistrello si librò battendo le ali interminabili nell’aula di Montecitorio. E in meno di dieci secondi l’aula fu deserta… Solo una voce lamentosa invocava, dalla tribuna riservata:
— Piri-Piri… piccino mio!
Era la voce di Romeo Gualandi.

XV
L’AUTOMOBILE NERA

Quel che accadde in Roma, dopo la clamorosa entrata di Piri-Piri nell’aula di Montecitorio, non si può descrivere. La folla che si addensava nello stretto corridoio del Corso Umberto, e sotto l’angusta galleria, trovò finalmente un diversivo alla placida noia pomeridiana. Vide correre di qua, di là, all’impensata, due o trecento deputati con le vesti in disordine, i capelli al vento, il viso contratto dalla meraviglia e dal terrore, e credette su le prime ad una rivoluzione improvvisata quanto imprevista: ma poi, raccogliendo le voci disperate degli onorevoli, capì che si trattava di tutt’altro. Montecitorio era stato invaso, sì, ma non da un esercito nemico, fortunatamente. I vagabondi delle ore crepuscolari afferrarono una parola: pterodattilo. Che cos’era, poi, lo pterodattilo? La folla non sapeva niente di paleontologia. Toccò a uno studente universitario di arrampicarsi su un fanale e tenere una concitata conferenza intorno agli animali antidiluviani in generale e agli pterodattili in particolare.
Dopo la concione, la folla, sbigottita e commossa, marciò, divisa in varie colonne, verso il Parlamento con il lodevole scopo di cacciarne l’animale intruso, e di troncarne l’immonda profanazione. Ma alcuni soldati fermarono lo slancio generoso dei cittadini, dichiarando che, ormai, ‘la bestiaccia’ era andata chi sa dove. Aveva sfondato – nientemeno! – la cupola a vetrate della nuova aula ed era volata via, verso porta del Popolo. Era già stato disposto telegraficamente un servizio d’inseguimento con gli aeroplani di Centocelle. Queste notizie acquietarono l’ira della folla ma non spensero la sua ardente curiosità. Tutti avrebbero voluto vedere lo pterodattilo. Le donne erano le più esigenti e facinorose.
— Andiamo al Popolo, andiamo a vedere il pipistrello!
Gli uomini ragionevoli e più pigri, mugolavano:
— Bastasse, andare al Popolo! ma a quest’ora quell’animale sarà almeno almeno a Viterbo!
I giornali si pubblicarono con mezz’ora di ritardo. La “Tribuna” riuscì a battere il “Giornale d’Italia” di sette minuti, e uscì con una vecchia caricatura di don Sturzo sotto cui era scritto: “ecco il vero pterodattilo dell’età secondaria!”. In un editoriale molto sensato, il direttore invitava il pubblico alla calma, per non dare pretesti ai nemici del Governo di profittare dell’incidente. Il “Giornale d’Italia”, senza nascondere il proprio malumore contro il Governo, il quale avrebbe dovuto, secondo lui, provvedere a impedire uno scandalo simile, rifaceva con molta dottrina e con vivacità la storia degli animali delle epoche preistoriche. Gli altri periodici, su per giù, dicevano le stesse cose: eccetto il “Tevere”, foglio particolarmente devoto al Presidente del Consiglio, che definiva l’avvenimento straordinario “una vera e assoluta vittoria del Ministero, contro gli oppositori che gli rimproveravano ogni giorno di non saper compiere qualche miracolo!”.
Gli animi cominciarono a scaldarsi.
I primi incidenti avvennero in Piazza Venezia, tra fascisti e oppositori.
Gli oppositori piagnucolavano:
— Dopo il manganello, lo pterodattilo, quando la finirete?
E i fascisti:
— Vigliacchi! avete paura anche dei fossili!
E giù botte da orbi. Un tram fu rovesciato. In via Nazionale dovettero intervenire i carabinieri. Furono eseguiti più di mille arresti che, naturalmente, non furono mantenuti. Capirete: mantenere mille persone! Con questo caro-viveri! Ma insomma, il chiasso ci fu, e si estese anche alla periferia della città. A San Lorenzo accaddero tafferugli gravi, che vennero poi troncati dall’arrivo opportuno di due autoblindate.
Nei teatri, manco a dirlo, accaddero manifestazioni di ogni genere. Al ‘Salone Margherita’, mentre cantava la Fougez, apparve, entrato Dio sa come, un pipistrello. Non fu più possibile continuare lo spettacolo. Gli spettatori cominciarono a gridare:
— Lo pterodattilo! ecco lo pterodattilo!
E la gentile canzonettista, nonostante avesse rinnovato proprio quella sera un magnifico vestito di penne di casoaro, dovette rientrare tra le quinte.
Seguì una scena di confusione e di terrore e, purtroppo, mentre la gente si precipitava alle uscite, vi furono non pochi contusi.
Intanto, che cos’era avvenuto di Romeo Gualandi, l’innocente causa di tutti quei disordini?
Egli si era recato – con quale animo, potete immaginarvelo! – da Sua Eccellenza, che aveva rifiutato di riceverlo.
Alla persona che si era assunta l’incarico di annunciare il sindaco di Roccalbegna, il Presidente con la sua rude impulsività romagnola, aveva gridato:
— Se lo vedo, guai!
Tuttavia, Romeo era rimasto in anticamera, aspettando l’uscita di Sua Eccellenza, per aver l’occasione di buttarsi ai suoi piedi e proclamare ancora una volta la sua innocenza, la sua devozione, il suo lealismo…
Ma l’attesa fu vana. Il Presidente del Consiglio non uscì dalla stanza neanche a giorno chiaro. Aveva trascorso la notte a lavorare con i suoi collaboratori, e adesso riposava, sopra un divano.
Contristato, avvilito, il povero Romeo si recò al proprio albergo, dove trovò una folla di giornalisti, di fotografi e di curiosi che lo aspettavano. Dovette subire una mezza dozzina di piccole interviste e passare per venti o trenta fotografi, prima di salire nella propria camera.
Ma mentre, esausto, si spogliava per gettarsi sul letto, udì un picchiar discreto all’uscio della camera. Pensò che, forse, il Presidente, riconoscendo di essere stato troppo severo, aveva mandato a richiamarlo…
E, incautamente, aprì l’uscio della camera.
* * *
Una signora su i quarant’anni, alta, magra, ossuta, con due enormi occhiali sul naso, si precipitò verso di lui tendendogli le lunghissime mani sparse di nodi e di corde.
— Signor Gualandi! – esclamò la visitatrice, con uno spiccato accento inglese – Yes!… io non posso sbagliare… Direttore aver dato numero vostra camera: quarantasette! Finalmente! Non avere chiuso occhio tutta la notte! Very well! Storia straordinaria pterodattilo! Magnifica! Beautiful! Io viaggiatrice, corrispondente Daily Telegraph… Possiamo parlare?
Romeo Gualandi chinò la testa, con un sublime atto di rassegnazione. E per la millesima volta dovette raccontare la storia di Piri-Piri.
Alla fine del racconto, la signora domandò seccamente: — Dove si trova, adesso, Piri-Piri?
Romeo allargò le braccia.
— Magari, lo sapessi, signora!
— Bisogna ritrovarlo.
— Il Governo ha provveduto con gli aeroplani…
Una signora su i quarant’anni, alta, magra, ossuta, con due enormi occhiali sul naso, si precipitò verso di lui…
— No, andremo io e voi – affermò la miss, con forza. – Io e voi ritroveremo lo pterodattilo. Yes. Animale straordinario deve appartenere all’Inghilterra. Ho risoluto: io ho disponibile aeroplani, aviatori, tutto. Andiamo!…
Romeo Gualandi ascoltava, al colmo dello stupore. Ma quando la terribile signora ebbe detto ‘andiamo’ egli rispose con voce irritata:
— No, miss. Lo pterodattilo è nato in Italia e rimarrà qui. Non ci mancherebbe altro che noi dovessimo perdere l’unico campione di una razza spenta da ventimila secoli…
— Io vi offro duemila sterline.
— Vi dico di no, miss.
— Quattromila!
— Né quattromila, né centomila!…
La signora non si diede per vinta.
— Yes. Se non volete vendere questo animale, fatene un altro per l’Inghilterra. Io ve lo compro!
— Un altro! un altro pterodattilo! e l’uovo chi me lo dà?
La signora si alzò, rigidamente, e mosse per andarsene. Su la soglia della camera, si voltò a salutare l’infelice Romeo, e disse, con studiata lentezza:
— Voi dovete trovare l’uovo, dovete fare il nuovo pterodattilo. Yes, io aspetterò. Non lascerete Roma se prima non avrete steso con me regolare contratto. Io pronta anticipare mille sterline. Intesi? A rivederci, mister!
E la donna tremenda scomparve.
La sera stessa Romeo decise di fuggire da Roma come un volgare delinquente. Pensò di noleggiare un’automobile e di farsi condurre a Bolsena.
Di lì, con le corriere automobilistiche, sarebbe potuto tornare a casa abbastanza facilmente, dopo aver fatto perdere le sue tracce ai curiosi, ai seccatori, e alla signora inglese.
Il disegno parve ottimo allo sconsiderato Romeo, tanto che volle metterlo subito in esecuzione. Trovò l’automobile, contrattò con il conduttore il prezzo del lungo viaggio, e dopo essersi bene assicurato che, intorno a lui, nessuno lo spiasse, montò nella carrozza e partì.
Al piazzale di ponte Milvio però il conduttore fermò ad un tratto la macchina e disse al suo passeggero che doveva fermarsi per mangiare un boccone e rifornirsi d’olio. Romeo, a malincuore, accondiscese al desiderio del conduttore, e, non avendo appetito, per ingannare il tempo si diede a passeggiare intorno al piazzale e nei viali adiacenti.
D’improvviso, una grande automobile nera sbucò da un viale e si fermò a brevissima distanza da Romeo. Questi voleva allontanarsi, ma una voce dall’interno dell’automobile lo chiamò.
— Signor Gualandi!…
Romeo allibì. La voce della signora inglese. Avrebbe voluto fuggire. Non poté. Due braccia robuste lo afferrarono e lo scaraventarono come un sacco di cenci nella carrozza. Lo sportello si chiuse, il conduttore salì presso il volante, e l’automobile misteriosa si lanciò con la velocità di un proiettile nel buio folto della campagna.

XVI
LA PRINCIPESSA NAZLI CHIEDE
OSPITALITÀ

Quel giorno la signora Flavia spiò ansiosamente l’arrivo di Stinchi, il postino: perché le notizie che correvano in paese e che erano arrivate un po’ frammentarie e confuse fino alla ‘Lodola’ non erano tali da tranquillizzarla sul conto del disgraziato consorte. Si diceva, nientemeno, che Roma era messa in stato d’assedio per colpa di quel famigerato pterodattilo! E che intere legioni battevano la campagna intorno alla capitale per catturare il mostro e il suo autore! E poi tante e tante altre cose terribili e strane, assurde e catastrofiche…
Ma la signora Flavia sperava che in tutte queste voci ci fosse molta esagerazione. Aspettava anzi qualche chiarimento, qualche parola di conforto da Romeo: perché non poteva immaginarsi che egli si trovasse in condizioni da non poter scrivere, almeno un rigo solo! Eran quattro lunghi giorni che aspettava: ma adesso, ecco, sì, adesso, qualche cosa le diceva che l’inspiegabile silenzio stava per finire, che ella avrebbe, finalmente, saputo la verità…
Ecco Stinchi, il quale infila la viottola dell’orto, e sale lemme lemme l’erta della villa.
La signora Flavia si mette subito a strillare:
— Stinchi, Stinchi, c’è niente per me?
— Sissignora – risponde Stinchi – ci son due lettere per lei e una quantità di scartafacci per il signor sindaco.
— Fa’ presto allora, tu sia benedetto!…
Come Stinchi fu alla porta della villa la signora Flavia, che era discesa, gli si avventò addosso, gli strappò di mano le lettere e gli scartafacci, e saltò in casa gridando:
— Andate giù dal fattore, Stinchi, e fatevi dare un fiasco di vino…
— Un fiasco di vinooo? – fece Stinchi sbarrando gli occhi – o che è bell’e arrivato il Natale?…
— È sua, è sua! – badava a ripetere tutta allegra la signora Flavia, guardando e riguardando la busta di una delle lettere – meno male… pover’omo… perché se scrive… è segno che non è morto!…
Strappò la busta, lesse avidamente e… rimase di stucco. La breve lettera di Romeo diceva precisamente così:
Sono quasi prigioniero di una miss inglese che vuole comprare a forza il mio pterodattilo. Ma non cederò, mi offrisse tutte le ricchezze del mondo! Tanto più che quel brigante è fuggito. Lo riagguanterò, sai! Questa notte parto. Il cielo mi protegga!… Non maledirmi, Flavia. Piuttosto compiangimi. Quando ritornerò? Forse domani, forse domani l’altro, forse tra un anno, forse mai. Credimi, nonostante tutto, il tuo affezionato ed infelice sposo.
Romeo Gualandi
P.S. Ti prego di sospendere fino al mio arrivo gli atti della nostra separazione…
Alla signora Flavia spuntarono le lacrime agli occhi. Pover’uomo! anche in mezzo a tanti guai, si ricordava!.. Dunque le voleva sempre bene! In fondo, la colpa del dissidio era tutta di quell’uccellaccio. Uh! Un buon colpo di moschetto!… Magari! Chi sa! a volte, la provvidenza risolve con un avvenimento semplicissimo le situazioni più complicate.
Del resto, don Lorenzo l’aveva già consigliata di sospendere gli atti: fin dal primo giorno della partenza di Romeo per la capitale. Perché anche il buon sacerdote sperava in qualche fatto nuovo, imprevisto, che servisse a ricondurre, finalmente, la pace e la concordia nella villa della ‘Lodola’.
Dopo aver pianto e sospirato in abbondanza, la signora Flavia volle leggere l’altra lettera, indirizzata a suo marito. La sopraccarta era scritta con una calligrafia grande, nervosa, ed era coperta di bolli e di timbri esteri.
Il contenuto valeva esteticamente l’esterno. Poche parole francesi scritte con inchiostro rosso, illustrate da misteriosi geroglifici in oro e azzurro.
Je sais que Michel Orcagna a été chez-vouz. Il reviendra, peut-être.
Arrêtez-le! Je veux le revoir. Absolument. Il doit me rendre le coeur de la princesse. Au revoir.
Nazli
Su le prime, la signora Flavia, non capì nulla. Poi ricordò vagamente le storie che aveva raccontato quel terribile viaggiatore, amico delle scimmie e di tutti i mostri della creazione.
— Deve essere quella principessa che voleva il cuore dell’antenata – brontolò a un tratto la moglie del sindaco, facendo una pallina della lettera – quella pazza! Ora è proprio il momento di pensare a lei!… E poi, giusto… se rammento che tutti questi guai sono accaduti per via dell’ovo lasciato da quel signore…
* * *
Un rombo di automobile, giù, dinanzi alla villa. Poi molte voci discordi. Poi uno scalpiccìo veloce su la ghiaia del giardino. La signora Flavia, lasciando in tronco il suo monologo, si buttò di sfascio sopra una poltrona.
— Romeo!
Sbiancava tutta, la povera donna, mentre tendeva le braccia smaniose verso l’uscio.
Ma Romeo non apparve. Apparve invece impetuosa, rumorosa, invadente, una signora, tutta avvolta di veli e di sciarpe.
— Madame Gualandi?— domandò con accento intraducibile, facendosi dinanzi a donna Flavia sbigottita.
Poiché costei non rispondeva, la signora insisté, a precipizio:
— Siete voi, madame Gualandi? Io sono la principessa Nazli. Avete ricevuto la mia lettera da Singapore? Ci siamo intrattenuti per strada… Bisogna – intendete? – che io riveda Michele. Sono stata cattiva con lui. Ma ora sono pentita. Voglio rivederlo. Vous comprenez, n’est-ce pas?
La signora Flavia accennò prima di sì, poi di no.
— Vous ne comprenez pas? sì? allora! Michele? Michele non c’è?
La principessa rapidamente si sciolse dai veli e dalle sciarpe e si gettò anche lei sopra la poltrona, esclamando:
— Ebbene! aspetterò qui.
Donna Flavia guardò la strana visitatrice.
Era una bellissima giovane, bruna, snella, con gli occhi immensi, velati di lunghe ciglia brune che avevano palpiti di farfalla. Ma la fronte della principessa era solcata da una gran ruga che la sciupava. E quella ruga, sempre contratta, significava ostinazione, audacia, orgoglio: ossia tre qualità che, messe insieme, bastano a trasformare una donna in un cataclisma a getto continuo.
— Signorina! – balbettò finalmente la moglie di Romeo Gualandi, quando vide che l’altra era ben risoluta a non muoversi – e se non venisse?
La principessa inarcò le ciglia lunghissime.
— Se non venisse? – ripeté – non è possibile. Un giorno o l’altro verrà.
— Il signor Michele sa che lei è venuta qui?…
— No. Ci vedemmo di sfuggita, un paio di mesi or sono… al Cairo. Mi raccontò il suo viaggio in Italia, la sua visita al suo amico d’infanzia… Mi disse anche del cuore della principessa. Io avrei dovuto rispondergli:
“Caro! la prova è finita! Sono pronta a diventare vostra moglie!”. Così sarebbe finito tutto… che ne dite, madame?
— Oh! certo… sarebbe stato meglio…
— Sì… anche mio zio Pausiris era contento! Ma io ho qualche cosa di strano in fondo all’anima… Non appena mi viene un impeto buono, gentile, subito questo qualche cosa mi impedisce di dargli libero sfogo… e allora apparisco cattiva, aspra, beffarda… È una gran disgrazia, vero?
— Bisognerebbe emendarsi…
— Potere! Ma io non posso. C’è un diavolino, ecco, un diavolino stizzoso che mi balla nel cuore. Voi non potete capire! Io avrei voluto dirgli: “Caro Michele, bravo!” invece gli ho detto: “Non mi importa niente di voi, delle vostre chiacchiere…”. E lo piantai in asso e me ne andai… in Egitto…
— E lui?
La principessa si strinse nelle spalle.
— Non so. Ma ora io sono pentita. Lo aspetto qui.
— Ma scusi – mormorò atterrita la signora Flavia – può darsi che il signor Michele, trattato a quel modo, abbia deciso di continuare i suoi viaggi…
— Tanto meglio.
— …Un anno, due anni…
— Dieci anni! Che m’importa? Io lo aspetterò qui.
— E se non ritornasse più?
— Io l’aspetterò fino alla morte. Poi, non so…
— Qui sola?
— È venuto anche lo zio…
— Anche lo zio!!!…
— Sì, con i servi… arriveranno con le altre automobili.
La signora Flavia svenne…
* * *
Prima di sera la ‘Lodola’ veniva regolarmente occupata dalla leggiadra principessa Nazli, dallo zio e dal loro seguito: una trentina di robusti africani d’ambo i sessi, carichi di bagagli e di tende. E dinanzi agli occhi sbarrati di donna Flavia, di don Lorenzo, del fattore e di altri familiari, gli ospiti inattesi lavorarono a stender tappeti, a preparare giacigli, a sciorinare panni, ad appiccicar lampade, ad allestire una specie di trono con pelli e stoffe preziose, dinanzi al quale veniva drizzata una mensa carica di vasellami d’oro e d’argento.
Quando i lavori furon terminati, Nazli indicò alla signora Flavia il trono e le disse, semplicemente:
— Voi potrete sedere accanto a me, madama: perché spero che accetterete questa sera di prender parte alla nostra cena…
La signora Flavia, dopo aver scambiato una lunga occhiata con don Lorenzo, sospirò:
— Grazie: non ho fame… sarà per un’altra volta…
Il giorno dopo, le chiacchiere del paese arrivavano a sfondare l’azzurro del cielo.
XVII
IL MOSTRO CONTESO
All’alba, l’automobile nera si fermò presso il lago di Bolsena.
E una rauca voce femminile sussurrò all’orecchio di Romeo Gualandi:
— Voi date vostra sacra parola d’onore di non fuggire e io vi permetto di scendere a chiedere notizie del grande uccello antidiluviano…
Il sindaco di Roccalbegna si chiuse in uno sdegnoso riserbo. Scendere a patti colla sua rapitrice, sì, gli ripugnava. D’altra parte… scendere dall’automobile gli premeva ugualmente, perché aveva una grandissima fame. E poi, era torturato dalla curiosità di sapere qualche notizia del suo Piri-Piri… Volle tuttavia mettere alla prova le buone disposizioni della formidabile inglese ostentando una fiera resistenza.
Così la rapitrice dovette ripetere quattro volte la sua domanda allettatrice per avere, alla fine, una vaga risposta.
— Voi non avete nessun diritto di permettermi di scendere…
La virago britannica ruggì:
— Vi offro un… come si può chiamare? Vi offro un armistizio! Voi dovete cercare il vostro animale!
— Sì, signora. È vero.
— Ebbene, io metto a vostra disposizione tutti i mezzi necessari… tutti!… yes! beautiful! per conseguire il vostro scopo…
— Bene, signora: voi potrete in tal modo cancellare l’odioso atto…
— No, no, niente odioso, niente atto. Il vostro pterodattilo può volare verso il mare…
— Certo.
— O nell’interno del paese…
— Anche questo è possibile.
— In tal caso, occorreranno automobili, motoscafi…
— Ne convengo.
— Forse, anche aeroplani…
— Ah! sì… anche aeroplani…
— Yes! io vi offro tutto questo.
— Capisco: voi desiderate che io, dimenticando l’offesa mortale, vi ringrazi…
— No, no, non questo. Desidero che voi possiate riprendere l’animale…
— E poi?
— E poi, io cercherò di riprenderlo a voi…
— Io mi difenderò, signora! Mi rivolgerò alle leggi del mio paese…
— All right! – concluse la inesorabile femmina e ripeté: – Promettete di non fuggire.
— Prometto…
— Allora, siete libero di scendere.
Romeo discese. L’alba tingeva di giallo ogni cosa: le acque del lago, la terra, gli alberi, i volti degli uomini. Tanto che egli dovette, sulle prime, strizzare gli occhi, abbagliati da tanto splendore. Poi cominciarono le ricerche.
Un povero villano, che andava verso il lago per pescare, non capì le domande ansiose di Romeo e si allontanò brontolando una quantità di male parole contro i forestieri, contro i signori, contro le automobili, macchine maledette e via di questo tono. Un secondo villano, mezzo inebetito, finì per chiedere l’elemosina. Solo una donna, grossa femmina color di rame come una Cibele antica, che veniva giù da un viottolo armata di una gran falce lucente, si fermò per prestare benevolo ascolto ai discorsi del padre di Piri-Piri. A mano a mano che Romeo parlava, la Cibele si faceva scura in viso, e da ultimo con voce bassa e metallica, proruppe:
— Che? Quell’uccellaccio che ieri sera volava sul lago… è roba vostra? Non ve ne vergognate? Ha spaventato tutto il paese… e poi voleva ghermire la Rosetta, la figliola de Toto… certi strilli!… Le donne han cominciato a tirar sassi… e poi son venuti gli uomini, con gli schioppi. Dicono che Beppe guercio gli abbia sfondato un’ala.
— Un’ala? Gli ha sfondato un’ala?
— Magari l’avesse ammazzato! Figuratevi che anche poc’anzi l’ho visto svolazzare laggiù verso San Lorenzo.
Romeo si volse al conduttore dell’automobile e gli gridò, affannosamente:
— Verso San Lorenzo… presto, per amore del cielo!…
E saltò a fianco della virago inglese, che appariva anche più commossa di lui.
Poco prima di San Lorenzo Nuovo dovette fermarsi perché la strada era chiusa da una siepe di cacciatori e di contadini che guardavano in alto e gesticolavano come pazzi.
Romeo si sporse per chiedere notizie. Il mostro era stato veduto. Aveva rapito due pecore di un gregge… gli avevano sparato contro, ma inutilmente… Quell’uccello, quel demonio era salito tanto alto, tanto alto… ed era sparito laggiù verso Pitigliano.
Ecco il dolente Romeo e la virago inglese a Pitigliano: ma poco prima del loro arrivo, la bestia apocalittica aveva ripreso il volo verso il mare.
* * *
Alla foce dell’Albegna, Romeo Gualandi ebbe il colpo di grazia. Alcuni carbonai che andavano verso Marciano affermarono anch’essi di aver veduto l’inqualificabile uccello volare a bassa quota lungo la spiaggia. Ma un cacciatore proprio vicino alla vecchia torre dei doganieri gli aveva sparato contro: e l’uccello, spaventato, aveva preso la fuga verso l’alto mare…
— È finita – pianse il povero biologo, guardando pietosamente la virago. – Non lo vedremo più…
— Perché? – chiese freddamente l’inglese – noi possiamo inseguirlo come abbiamo fatto finora. Very well! Sul mare, è più facile…
— Avete un piroscafo a vostra disposizione?…
La tremenda femmina accennò di sì col capo e aggiunse, con accento di orgoglio:
— Piroscafo, motoscafo, sommergibile, idroplano… tutto quello che può essere utile in simili casi… Io viaggio molto. Durante la guerra, facevo il servizio di spionaggio per il mio paese. Lloyd George mi ama molto. Anche Chamberlain. Anche il Re. Tutti mi amano, in Inghilterra. Solo voi non mi amate, lo so. Ma quando la questione dello pterodattilo… pterodattilo, yes, sarà risolta, allora… allora!…
La donna sorrise, mettendo in mostra la minacciosa chiostra dei denti.
Romeo, con un brivido di orrore domandò evasivamente:
— E… il piroscafo… il motoscafo… dove sono?
— In Inghilterra. Ma qui vicino ho il mio idroplano… Qui… a Orbetello…
Romeo seguitò a cadere dalle nuvole.
— Un idroplano… a Orbetello?
— Yes! e uno a Civitavecchia… Ieri ordinai ai miei aviatori di Londra di tenersi pronti, lungo le spiagge di Toscana…
— Stupendo! – fece il sindaco della Roccalbegna, vinto da un senso di ammirazione sincera. E per poco non si inginocchiò dinanzi alla feroce miss con i denti di cavallo…
Ma il tempo stringeva. Bisognava, ad ogni costo, ritrovare il fuggitivo. E tuttavia, prima di aver ritrovato l’idroplano, in un hangar presso Orbetello, occorse un’ora: una lunga ora. Dove era giunto, intanto, l’ingrato pterodattilo? Il suo volo era inuguale e goffo, ma abbastanza rapido…
L’idroplano si alzò ad altissima quota, per poter dominare un immenso spazio. La miss girava in ogni senso un gigantesco cannocchiale da marina: ma di tanto in tanto si lasciava sfuggire qualche brontolìo di malcontento. Ella non vedeva nulla purtroppo. E Romeo Gualandi seguitava a sospirare.
A metà del giorno la miss interruppe le sue osservazioni e fece colazione imponendo al prigioniero di imitarla. Erano nel bel mezzo del Mediterraneo, sotto un arco di cristallo divinamente azzurro. Giù, su le onde, passavano le navi che parevano insetti acquatici, disegnando nella gran superficie tersa gli arabeschi d’argento delle scie.
Lentamente, a larghi giri concentrici, l’idroplano discendeva a breve altezza, risaliva avvitando la sua enorme elica nel cielo. E l’aviatore tenendo con una mano la ruota del comando ingoiava silenziosamente e dignitosamente biscotti e panini ripieni. La virago beveva certo grog infernale da una enorme bottiglia di metallo: e Romeo Gualandi, che a fatica aveva piluccato un biscottino con i canditi, inghiottiva saliva e lacrime.
Di un tratto, egli, che teneva i malinconici occhi volti verso il basso, ebbe un sussulto:
— Eccolo! eccolo! – urlò sporgendosi fuori dalla carlinga. Anche la virago si sporse.
— Dove? – domandò con voce alquanto commossa.
— Laggiù… sul pomo dell’albero di quella nave…
— Finalmente!… – ed ella si armò del suo poderoso cannocchiale – eccolo!… Molto bene! Adesso bisogna catturarlo!
— Non mi sembra troppo facile…
— Yes… facilissimo! Walter, scendete presso quella nave…
L’aviatore, dopo avere ingoiato un gran cannello di cioccolata, scivolò con ammirevole maestria verso l’acqua e con alcune sapienti mosse di timone si accostò al piroscafo indicato. Ora l’onesto Piri-Piri appariva nettamente come un ammasso di cenci sudici, sul pomo dell’albero. La lunga testa lucertolare tagliata dalla fitta sega dei denti, dominava il corpo informe e si disegnava in nero su la limpidezza del cielo. Evidentemente l’uccello primordiale era stanco; perché, all’avvicinarsi dell’idroplano, non si scosse neppure.
Quando il velivolo ebbe toccato la superficie del mare, la miss rivolse la sua voce stentorea al comandante del piroscafo. E un dialogo straordinario si svolse tra il ponte di comando della nave e la carlinga dell’idroplano.
Ora l’onesto Piri-Piri appariva nettamente come un ammasso di cenci sudici, sul pomo dell’albero.
— Siete naufraghi? – domandò il capitano, un uomo alto come un palo, sbarbato, coi capelli rossi – avete bisogno di aiuto?
— Che nave è questa?
— Questa non è una nave.
— E che cos’è?
— È uno yacht. Si chiama Abramo Lincoln. Appartiene a mister James Flessing, il Re delle Aringhe.
— Americano, dunque?
— Yes.
— All right! Io sono inglese! Miss Jane Castbell, di Edimburgo…
— Volete essere rimorchiata?
— No, io voglio riprendere l’uccello che si è posato sul pomo dell’albero…
— L’uccello vi appartiene?
A questo punto credette opportuno intervenire Romeo:
— L’animale appartiene a me: e vi prego…
Il capitano del Lincoln scosse il capo:
— Dolentissimo, signori: l’uccello si è posato sul nostro albero. È un animale molto strano. Ma si trova su territorio americano. Cercheremo di catturarlo e lo porteremo a Nuova York. Tutto quello che è a bordo appartiene a mister Flessing. Yes. Dolentissimo…
— Ma l’animale ci appartiene!… – scattò inviperita la miss.
— Voi potrete risolvere la questione con mister James, a Nuova York…
— Riflettete alla responsabilità…
— Nessuna responsabilità, signora: a bordo comando io… Già molti abili marinai, armati di lacci, si arrampicavano sui sartiami per accalappiare il mostro preistorico.
La virago inglese ebbe una crisi di nervi che spaventò enormemente il buon Romeo. Alla fine, ella chiese disperatamente al capitano del Lincoln:
— Rifiuterete anche di riceverci a bordo perché noi possiamo rivedere il nostro pterodattilo?
Il capitano esitò alquanto prima di rispondere. Poi disse:
— Potrei ricevervi a bordo solo nel caso che voi foste naufraghi…
— Ebbene, noi siamo naufraghi!
— Prima avete detto di no…
— E ora ci siamo accorti che i tiranti di direzione non agiscono più… rischiamo di andare alla deriva…
— Yes! allora se siete molto in pericolo, io vi salvo…
Fu gettata una oscillante scaletta fuori bordo, e la miss e Romeo poterono, come Dio volle, salire a bordo.
Proprio allora le grida festose dei marinai annunziarono la cattura di Piri-Piri.
Ma Romeo si sentì stringere la gola per lo sdegno e il dolore. Il suo diletto Piri-Piri, ormai, apparteneva al Re delle Aringhe!…

XVIII
PIRI-PIRI DIVENTA UN ORSO

Una notte, ormai l’Abramo Lincoln navigava in pieno Atlantico, Romeo Gualandi fu destato nel meglio del sonno da alcuni colpettini discreti bussati alla porta della sua cabina.
Si infilò alla rovescia un paio di calzoni e aprì. Nel vano aperto verso il cielo fiorito di stelle apparve la terribile figura della miss inglese, i cui occhi lustravano come quelli di certi animali da preda.
— Andiamo… – sussurrò ella rapidamente – bisogna lasciare lo yacht… armatevi perché il capitano, se ci scopre… ordinerà di metterci ai ferri… e noi dovremo difenderci… e impedire a costo della vita che quei marinai ci tocchino…
Romeo non riusciva a raccapezzarci.
— Ma… lo pterodattilo lo lasciamo qui?
— No… lo portiamo con noi…
— Dove?
— Yes… lo portiamo nel canotto… io ho comprato i guardiani dell’animale… e anche il canotto… Presto, venite…
L’integerrimo sindaco della Roccalbegna sudava freddo.
Finì alla meglio di vestirsi e scivolò nel ponte come un’ombra, dietro la virago che gli accennava risolutamente la ringhiera, come per avvertirlo che si sarebbero dovuti buttare in mare.
Alla ringhiera, infatti, era legata una scala di corda. La miss impose a Romeo, con energici cenni, di scendere per primo. L’innocuo scienziato non aveva mai compiuto un esercizio ginnastico in vita sua: e l’idea di dover scendere per quella scaletta oscillante, fino alle onde che sciaguattavano là in basso, orlate di spume candide, gli metteva orrore. Ma la donna, per troncare le sue incertezze lo afferrò per le ascelle e lo alzò come se fosse stato un burattino e lo passò fuori della ringhiera. Romeo allora, chiamando a raccolta tutti i santi del paradiso, agguantò le corde della scaletta e discese, chiudendo gli occhi… Quanto durò quella tortura? Un secolo. Il povero Romeo ebbe modo di riveder tutta la sua vita fin da quando era piccino e faceva disperare la mamma perché tornava di scuola con il berretto pieno di farfalle, di scarafaggi, di lucertole, acchiappati lungo le strade. Rivolse anche un mesto saluto alla sua Flavia. Buona donna, in fondo. Non aveva saputo capirlo: aveva odiato le sue innocenti manie e l’aveva afflitto con certe maniere autoritarie, che egli non meritava: ma, in fin dei conti, era sempre stata una compagna fedele, laboriosa, accorta. Povera Flavia! Non l’avrebbe riveduta più…
A questo punto Romeo si sentì tirare le gambe. Era arrivato! Un marinaio lo agguantava per depositarlo sopra la panca di un canotto a motore. Salvo! Almeno per il momento. Mentre si accoccolava su la panca egli vide a poppa del canotto una enorme cassa: e il cuore gli batté forte.
Piri-Piri era lì… vicino a lui! Ma non era più suo! O meglio, era suo, ma avrebbe dovuto contenderlo agli adunchi artigli della miss: avrebbe dovuto, per riconquistare il diritto a proclamarsi proprietario e… autore del mostro antidiluviano, lottare ferocemente, tremendamente, con quella inverosimile femmina che gli incuteva spavento e disgusto insieme… Eccola, la virago: la sua grande persona sorge fra lui e la cassa: poi si piega, si accorcia, siede, dopo aver ordinato al marinaio di allontanarsi.
— Dove andremo? – bisbigliò Romeo che pigliava le pispole per il freddo.
— Verso la costa d’Europa… Yes! incontreremo, domani, un battello sulla nostra rotta. All right!
Il canotto si allontanò dalla nave quietamente, e si perdette nella immensità della notte e del mare.
Al primo baluginare dell’alba, però, Romeo che non aveva chiuso occhio per la grande ansietà, volle avvicinarsi alla cassa per riguardare il suo amatissimo mostro…
Il canotto si allontanò dalla nave quietamente,
e si perdette nella immensità della notte e del mare.
Ma ebbe appena gettato uno sguardo attraverso i grossi murali che costituivano la prigione della bestia, che un urlo angoscioso gli scaturì dalla gola e si diffuse per l’ampia distesa dell’Oceano.
— Non è Piri-Piri!…
La virago sobbalzò.
— Che cosa accade?
— Succede… – e qui l’infelice sindaco di Roccalbegna scoppiò in un pianto dirotto – che… abbiamo sbagliato…
— Chi? come sbagliato?…
— In questa cassa non c’è il mio uccello preistorico…
— Yes! questa è la cassa…
— Ma dentro c’è un orso!…
— Un orso!!!
Neanche la miss inglese, per quanto gagliarda, poté reggere a quel formidabile colpo. Pianse un poco, stralunò gli occhi, agitò le braccia in aria e svenne.
* * *
Più tardi, il fatto, molto semplice, fu spiegato dagli stessi marinai dell’Abramo Lincoln. La gabbia che conteneva lo pterodattilo era stata messa nella stiva accanto a un’altra gabbia che conteneva un magnifico orso siberiano. Il Re delle Aringhe, che si vantava di possedere il più vasto e ben fornito giardino zoologico degli Stati Uniti, aveva mandato apposta in Europa il suo yacht, per prendere ad Amburgo un orso che gli intenditori avevano stimato il più grande orso del mondo. Per la fretta, per la confusione, i marinai comprati dall’inglese erano caduti in un deplorevole errore: avevano scambiato le gabbie.
Ostinarsi a portare in Europa un orso in luogo di uno pterodattilo sarebbe stato ridicolo. La miss, superato il naturale sbalordimento, risolvette di precedere l’Abramo Lincoln a Nuova York per abboccarsi con il Re delle Aringhe.
— Non c’è da disperarsi! – esclamò improvvisamente, rivolta al sindaco della Roccalbegna – Noi riprenderemo il nostro animale! Bisogna solo arrivare in America prima dello yacht…
— Con questo canotto? – domandò storditamente Romeo.
La miss si strinse nelle spalle.
— No! Bisogna aspettare una nave… Poi salire a bordo… Poi radiotelegrafare a Londra… Capite?… Un altro idroplano… verrà a prenderci… Yes! Io possiedo molte macchine… Andremo avanti! Sempre avanti! Forward!
— Dio ci salvi! – conchiuse tristemente il disgraziato biologo.
E qualche istante dopo a bordo del canotto che si dondolava su le onde quiete dell’Atlantico, la miss, Romeo e i tre marinai americani fecero colazione.
E poiché l’orso nella sua cassa mugolava annusando nell’aria l’odore del cibo, Romeo spinse la sua generosità fino ad offrire al placido ghiottone quel che spettava a lui di diritto: un gran pezzo di schiacciata, un pacco di biscotti, una scatola di carne in conserva e un ananasso in giulebbe…
Quando, verso sera, fu avvistata una nave che faceva rotta verso la costa americana, il degno scienziato interrogò la miss intorno alla sorte riservata al povero orso.
— Lo porteremo con noi… per aria?
Ella fece una smorfia di scherno.
— Un orso… sopra un idroplano? E perché non un elefante? un ippopotamo?
— Lo lascerete… qui?
— Lo consegneremo, come deposito, al capitano della nave –. Romeo parve rasserenarsi.
Ma due giorni dopo, allorché l’idroplano venne da Londra per trasportarli a Nuova York, egli mormorò, tra i sospiri:
— Vedrete che quell’orso ci darà qualche grossa noia…
La miss non si degnò neanche di rispondergli.
Ma ella dovette accorgersi della giustezza dei presentimenti di Romeo non appena si trovò dinanzi al Re delle Aringhe che era un uomo più ruvido, più imperioso, più ostinato e più forte di lei.
Egli non volle ascoltare nulla. Prevenuto telegraficamente dal capitano dell’Abramo Lincoln di quel che era successo, mister Flessing aveva già steso il suo piano di azione, non molto complicato, a dire il vero.
— Voi avete due sole vie d’uscita – egli spiegò ai suoi ospiti: – O mi rendete il canotto con l’orso, o io vi faccio arrestare…
La miss voleva insistere su la questione dello pterodattilo. Ma l’altro, cocciuto, ripetè:
— O il canotto con l’orso o la prigione…
E Romeo e la terribile virago inglese, non avendo né il canotto né l’orso, finirono in prigione. Invano la miss offrì una somma favolosa come indennizzo. Bisognò aspettare che la pigra nave che portava l’orso e il canotto a rimorchio arrivasse a Nuova York. Frattanto il velocissimo yacht del Re delle Aringhe aveva sbarcato l’ottava meraviglia del mondo: e tutta Nuova York stupefatta e commossa aveva assistito al solenne trasporto del grande uccello primordiale che andava ad arricchire il Giardino Zoologico del più fortunato miliardario dell’Unione,
Da quel giorno, le azioni del Re delle Aringhe salirono al cielo. I suoi miliardi si moltiplicarono. Gli altri miliardari erano schiacciati.
Egli solo, James Flessing, era riuscito a sbalordire l’America. Egli solo aveva offerto agli occhi dei suoi concittadini la vista di uno pterodattilo!
Il Re del Petrolio e il Re del Lucido per le scarpe tentarono di riguadagnare il favore del pubblico promettendo sul New York Herald di trovare e di regalare al Museo della Metropoli un dinosauro… Ma nessuno abboccò. E il Re delle Aringhe espresse argutamente il proprio pensiero in proposito, il giorno dopo, facendo girare per Nuova York lo pterodattilo incatenato sopra un carro trionfale che portava la seguente scritta in lettere immense: “Meglio uno pterodattilo oggi che un dinosauro domani…”.
Tutta l’America fu scossa da un grande impeto di giocondità.

XIX
LA NAVE DEI MORTI

Quel che accadde dopo, Romeo Gualandi lo ricorda come in sogno. Uscito di prigione insieme con la ferocissima inglese, egli dovè prender parte a una specie di congiura per riconquistare lo pterodattilo: congiura affidata all’astuzia e alla forza di una comitiva di vecchi pellirosse del Far West che erano stati allora cacciati per indegnità da una delle innumerevoli società segrete del Ku-Klux-Klan.
I congiurati durante una notte fosca di tempesta, penetrarono nel giardino zoologico del Re delle Aringhe e, dopo aver cloroformizzato i guardiani, rapirono l’animale preistorico insieme con una rarissima collezione di scimmie antropomorfe che un emulo di Woronoff stava cercando per mare e per terra.
Frattanto una grave questione diplomatica si svolgeva tra gli uffici dell’Ambasciata italiana e inglese alla Casa Bianca. L’Italia aveva protestato contro l’Inghilterra per l’aperta violazione dei diritti di un cittadino italiano perpetrata da una cittadina inglese: l’Inghilterra aveva protestato contro il Governo americano per la violazione dei diritti di una cittadina inglese perpetrata da un cittadino dell’Unione.
Il Governo americano aveva, a sua volta, avanzato una nota di rammarico all’Italia e all’Inghilterra per la violazione dei diritti di un cittadino americano perpetrati da un suddito italiano e da una suddita inglese. I Governi europei avevano, di rimando, presentata altra nota di lagnanza per rivendicare i diritti dei loro rispettivi sudditi e a poco a poco mescolandosi il curioso incidente con la ben più grave questione dei debiti interalleati, si vide l’atmosfera intorbidarsi sopra l’Atlantico. Anche la Francia che non entrava direttamente nell’affare fu costretta a dir la sua, non foss’altro per difendere il franco rispetto al dollaro. L’Inghilterra, vista la mala parata, strinse il nodo delle relazioni amichevoli col Giappone che cominciò a mostrare i denti agli Americani, richiedendo un trattamento di favore per i commercianti giapponesi costretti a trafficare sulle coste americane. Di qui a riaccendere il vecchio litigio sugli armamenti navali degli Stati Uniti nel Pacifico c’era un passo solo.
Il re del Belgio per metter fine al conflitto intervenne proponendo alle parti di richiedere il giudizio della Società delle Nazioni: ma il Presidente dell’Unione rispose che l’America non aveva niente da spartire con la Società in parola, e che, pur rispettando le idee e i princìpi umanitari che la ispiravano non avrebbe mai accettato un suo qualsiasi giudizio sopra una vertenza che toccava direttamente gli interessi di un cittadino americano.
Questa fiera risposta che ribadiva il concetto ormai diffuso nel mondo civile della immensa utilità della Società delle Nazioni, gettò nello scompiglio i popoli di qua e di là dall’Atlantico.
I cantieri navali, le officine metallurgiche in Europa e in America ricominciarono i loro lavori febbrili, con grande vantaggio dei banchieri e degli speculatori internazionali.
Venne un giorno in cui il premier inglese in una memorabile seduta alla Camera dei Comuni ebbe a fare queste solenni dichiarazioni, confidate ormai alla storia:
“Sarebbe forse inopportuno il dire che i nostri rapporti con l’America siano diversi da quelli che ordinariamente intercorrono fra i nostri Governi. Si afferma che la nostra amicizia sembra traversare un periodo di stasi, mentre l’orizzonte è invaso dalla bruma tanto temuta dai navigatori del nord. Ma noi non abbiamo nessun motivo per giudicare che fra breve il sole non diraderà queste brume. Sarà bene tuttavia tenerci preparati al caso, davvero improbabile, che le nubi dovessero addensarsi. Ad ogni modo, noi terremo conto delle osservazioni dei signori deputati, senza nascondere che certi argomenti sono sempre meglio trattati e discussi in seno al Governo”.
Data la proverbiale cautela e la dignitosa riservatezza di tutti i discorsi politici inglesi, questo apparve se non decisivo, minaccioso anche ai più ostinati ottimisti delle cinque parti del mondo. Una guerra, una nuova guerra, era dunque alle viste.
E perché?
Perché seguendo l’impulso sconsiderato della propria passione scientifica, qualche mese avanti il sindaco di un paese dell’Amiata aveva avuto l’inesplicabile coraggio di far dischiudere un uovo di pterodattilo!
* * *
Il quale pterodattilo, adesso, si trovava nascosto nel capace ventre di una nave rapidissima, vicina a salpare, non appena completato il suo carico di scatole di salmone e di casse da morto. Molti trafficanti cinesi venuti a San Francisco come coolies, dopo aver fatto fortuna in terra americana ed essere morti in grazia di Budda, ritornavano così, dentro comode ed elegantissime bare, alla patria diletta.
Una popolazione di familiari e di servi dovevano accompagnare i morti nel Celeste Impero. Non sarebbe stato un viaggio molto gaio, quello: ma la spaventevole inglese non aveva trovato niente di meglio nel porto di San Francisco. Aspettare la partenza di un piroscafo postale mentre il Re delle Aringhe metteva a soqquadro l’America per ritrovare lo pterodattilo e i suoi custodi, sarebbe stata un’imperdonabile follia.
Noleggiare navi di trasporto lente e in cattivo arnese sarebbe stato anche peggio. La nave dei morti, nonostante il suo lugubre carico, aveva un bel nome: Butterfly, e poi le sue macchine a turbina modernissima promettevano la ragguardevole velocità di ventisette nodi l’ora.
Accadde però che sul punto di salpare, il Re delle Aringhe arrivasse tutto ansante sulla banchina: e guidato da una squadra di poliziotti dilettanti, egli si precipitasse a bordo.
Quel che seguì, Romeo Gualandi non riuscì mai a spiegare perché a scanso di dolorose complicazioni egli si era prudentemente ritirato e… sbarrato nella sua cabina. Fatto sta che la Butterfly, mentre la miss era alle prese col grande miliardario, levò l’ancora e uscì dal porto.
In alto mare le parti contendenti si abbandonarono ad un lavorio costoso e drammatico: quello di comprare il capitano e l’equipaggio della nave per conseguire, ciascuno per proprio conto, la vittoria finale. Il Re delle Aringhe offriva alcune decine di migliaia di dollari perché la nave tornasse indietro: la tremenda miss offriva migliaia di sterline perché la nave seguitasse la sua rotta. Il capitano della Butterfly, che era stato un accorto pirata nella sua fiorente e disonesta giovinezza si sentì, a poco a poco, riprendere dalla nostalgia del passato, e delle antiche consuetudini.
Quella fantasmagoria di dollari e di sterline gli metteva le vertigini. Già il Re delle Aringhe era arrivato a cinquantamila dollari e la miss a diecimila sterline. E l’antico pirata pensò, saggiamente, che da persone così cocciute c’era da ricavare un beneficio maggiore. Finse allora di essere colto da alcuni scrupoli di coscienza. L’americano schiumando per la rabbia offrì sessantamila dollari. Poiché la miss mezzo soffocata tentava invano di controbattere l’offerta, il Re delle Aringhe si credette sicuro del proprio trionfo. Il capitano della Butterfly, con grandi sospiri, fingendo di compiere un grave sacrificio, dette ordine ai suoi uomini di virare di bordo e di mettere nuovamente la prua su San Francisco. E intanto stese una regolare ricevuta di sessantamila dollari, mentre il Re delle Aringhe, a sua volta, firmava uno chéque per la somma convenuta… Ma a questo punto, sventuratamente, si guastarono le macchine della Butterfly. Cosa non grave, ma che richiedeva molte ore di lavoro. Durante la notte fu un martellare continuo nel ventre della nave e un succedersi di prove e di contro prove. All’alba, chiamato radiotelegraficamente venne un pontone da San Francisco con macchine, operai e utensili. E mentre il Re delle Aringhe cercava di acquietare la smania bevendo fiumi di birra forte, la virago inglese si dibatteva fra le crisi di rabbia, e Romeo Gualandi scriveva gli appunti di queste avventure straordinarie. Il lavoro continuò più accanito e più fervido: ma ci volle tutto il giorno, e parte della notte successiva, avanti che le turbine della Butterfly riprendessero il loro moto vertiginoso…
* * *
Prima del levar del sole, grazie alla divina provvidenza, la nave potè attraccare a una banchina del porto di San Francisco: e il capitano ossequioso indicò al Re delle Aringhe e ai suoi poliziotti la scaletta per discendere a terra. Il miliardario, insospettito domandò:
— Dov’è l’animale antidiluviano?
Il capitano si strinse nelle spalle. Il Re delle Aringhe insistè.
L’altro continuò a fare l’indiano. Allora il miliardario chiese di parlare con la sua competitrice, la gigantesca miss inglese.
Ma, per un caso inesplicabile, la miss non si trovava più a bordo, e neanche il suo compagno di viaggio italiano, e neanche lo pterodattilo.
— Ma dove li avete messi? – ruggiva il Re delle Aringhe, rivolto al capitano, il quale fingeva la più olimpica indifferenza.
— Mister – dichiarò alla fine l’ottimo pirata, levando dall’ampia tasca il cronometro d’oro – sono le cinque del mattino: voi potrete fino alle dieci frugare ogni ripostiglio della mia nave. Verificherete, dopo tanto lavoro, che io non ho nella stiva nessun animale antidiluviano: ma solo casse da morto. Alle dieci del mattino, con mio sommo dispiacere, sarò costretto a pregarvi di scendere a terra, poiché io riprenderò il mio viaggio…
Alle dieci, naturalmente, le ricerche minuziose ed accanite del Re delle Aringhe e dei suoi poliziotti non erano approdate a nulla. E il miliardario, pur minacciando tuoni e fulmini, dovette rassegnarsi a scendere. Alle dieci e dieci minuti, fischiando allegramente, la Butterfly ripigliava la sua rotta verso l’Asia. E prima di sera, in alto mare, passò vicino al pontone, che l’aspettava, dondolandosi su le acque chete: si fermò per far risalire a bordo… la miss inglese, Romeo Gualandi e lo pterodattilo, e continuò il viaggio senza altri incidenti. Il capitano, con quel piccolo stratagemma, aveva guadagnato sessantamila dollari dal Re delle Aringhe, e dodicimila sterline dalla miss!
— Se io non vi facevo scendere nel pontone con il vostro orrendo pellicano – spiegò poi l’integerrimo corsaro, per placare le ire della virago – voi avreste avuto tutte le noie possibili, perché il Re delle Aringhe non scherza. E certamente vi avrebbe ritolto il pellicano. Invece voi siete ‘spariti’ dalla mia nave, e io ho potuto dimostrare al signor Flessing che il pellicano esisteva solo nella sua fantasia.
— Yes! – fece la virago, aggrottando le ciglia – avete ingannato il Re delle Aringhe. Molto bene! Ma avete guadagnato ventiquattromila sterline…
— Incerti del mestiere! – e il buon pirata sorrise bonariamente – in compenso il vostro pellicano è salvo!
— Vi proibisco di chiamarlo pellicano! è un uccello straordinario che ha almeno duecento secoli!
— E non l’avete ancora fatto imbalsamare? – concluse il capitano uscendo in una gran risata.

XX
TUTTO PER PIRI-PIRI

Ma il viaggio su la nave carica di bare non si svolse troppo tranquillamente. A metà del viaggio, una terribile burrasca che terminò in un ciclone mise a dura prova le qualità nautiche della Butterfly e fece allibire di terrore tutti i passeggeri, i quali credettero ad un certo punto di dover morire tra i vortici spaventevoli del mare furibondo. Placata la tempesta degli elementi, si scatenò la tempesta degli uomini. I cinesi minacciarono una rivolta: perché essi dicevano che l’orrendo pericolo trascorso era stato soltanto un avvertimento degli Dei, sdegnati contro di loro, e che tra poco si sarebbero veduti più chiari e definitivi i segni della collera celeste. Il capitano non capiva. E i cinesi si spiegarono. Avveniva a bordo un infame sacrilegio: le ombre implacate dei mandarini morti si agitavano nella stiva, invocando la vendetta di Budda e di tutti i trecentotrenta milioni di dei della Cina. Perché nella stiva vicino alle sacre bare, i bianchi osavano tenere chiuso in una gabbia un grande spirito maligno sotto forma di uccello!
Il capitano si grattò furiosamente la zucca. Poi mandò a chiamare la virago inglese e lo scienziato italiano. Non c’era da scherzare. Se quei maledetti cinesi si intestavano, bisognava contentarli e buttare in mare il ‘pellicano’. Poiché diversamente, i cinesi eran capaci di buttare a mare loro. Eran più di cento, e tutti pezzi di diavoli nerboruti e svelti. L’equipaggio della Butterfly contava appena diciotto uomini, compreso il cuoco, che era il più pauroso e flebile cuoco delle cinque parti del mondo.
Invano la miss tentò di lottare, di difendere il suo pterodattilo. Il capitano, quando si trattava della pelle, non amava discutere.
— Mi dispiace – dichiarò, dopo una lunga discussione con i suoi passeggeri – ma se domattina questi ignobili cinesi non cambiano idea, io sarò costretto ad aprire la gabbia al ‘pellicano’.
— Voi non farete questo! – urlò la miss, al colmo del furore.
— Sì, farò questo e anche peggio, per evitare una tragedia a bordo!
Il giorno dopo, i cinesi mandarono una deputazione dal capitano per implorare la liberazione dello spirito maligno. Le bare durante la notte si erano aperte e ne erano usciti gli spiriti dei defunti, che avevano minacciato la distruzione della nave sacrilega. Non c’era da perder tempo…
E l’ottimo corsaro, dopo aver fatto chiudere in cabina la virago, diede ordine di issare la gabbia dello pterodattilo sul ponte, per poi dar la via al lugubre uccello.
Così, Piri-Piri fu libero.
Ma invece di fuggire per l’ampia distesa del mare, Piri-Piri lanciò un grido lacerante e spiccò il goffo volo verso una nave che appariva a breve distanza.
Il capitano della Butterfly respirò. I cinesi respirarono. Le ombre indignate dei mandarini rientrarono placidamente nelle loro casse. Lo spirito maligno aveva lasciato la nave!
* * *
Anche la miss e il travagliatissimo Romeo lasciarono la Butterfly e si fecero raccogliere a bordo del battello su cui si era posato Piri-Piri. Il battello batteva bandiera inglese e andava a Shangai.
A bordo, la miss inglese presentò a Romeo un conto di spese che ammontava a più di ventottomila sterline. Tutte spese, spiegò la virago, sostenute per Piri-Piri: viaggi, noleggi, riparazioni, mance, carte bollate, conti di albergo, ecc.. Romeo timidamente osservò che egli non aveva punto autorizzato quelle spese: che per evitarle, sarebbe bastato di non ostinarsi a volergli contendere la proprietà di Piri-Piri. Egli avrebbe ritrovato il suo pterodattilo con mezzi più economici, e lo avrebbe riportato sano e salvo a casa…
A Shangai, lo pterodattilo fuggì ancora. L’inseguimento si svolse lungo lo Yang-tze-kiang, sopra una giunca a vapore, con una serie di avvenimenti ora comici ora paurosi. Ma la bestia diabolica fu ripresa ad Hanku; e chiusa definitivamente in una gabbia di ferro.
Inutile narrare le difficoltà e i disagi di un viaggio, compiuto con mezzi di trasporto primordiali, fino nella penisola indiana. Romeo, quasi per uno sfogo dell’anima, inviava ad ogni fermata radiogrammi drammatici alla signora Flavia, supplicandola di pregare per lui, che traversava le ore più angosciose della sua vita…
Ma la serie delle avventure non si chiudeva. A Calcutta, mentre stava per imbarcarsi, insieme colla sua cordiale nemica, ebbe la straordinaria sorpresa di incontrare, sul molo… il grande esploratore Michele Orcagna, seguito da Bubi e da Crostino!
Michele Orcagna aveva compiuto un grande viaggio in Oceania e ora si preparava a una audace esplorazione nelle regioni malconosciute del Tibet. Voleva dimenticare il suo amore, a forza di fatiche e di colpi di sole. Ma purtroppo, l’immagine sorridente della principessa Nazli lo perseguitava ancora!
Immaginate come rimase quando Romeo Gualandi, dopo avergli sommariamente raccontato le sue disgrazie, gli fece leggere un telegramma della signora Flavia, arrivato proprio il giorno del suo arrivo a Calcutta:
Qui vita impossibile. Ritorna più presto che puoi: tutto perdonato. Necessaria tua presenza anche per convincere principessa Nazli rinunciare interminabile attesa viaggiatore Michele Orcagna… Amici compreso Don Lorenzo ti scongiurano abbandonare uccello malaugurio suo destino…
Michele lesse tre o quattro volte il radiogramma, impallidì, arrossì, poi si abbandonò fra le braccia del fedelissimo Bubi, che teneva sempre per mano l’incomparabile Crostino.
— La principessa… è in casa tua! – rantolò alla fine, fissando con occhi spiritati Romeo Gualandi – e non mi dicevi nulla!…
— Ma quando avrei dovuto dirtelo? – domandò il sindaco della Roccalbegna in tono patetico – se ti ho incontrato adesso…
— E mi aspetta! mi aspetta, la principessa! nella tua villa!
Michele parve riprendere a un tratto l’usata energia.
— Sta bene – disse, stirando le gambe come dovesse prepararsi ad una partita di boxe. – Si vede che la provvidenza ci ha fatti incontrare! Non perdiamo tempo… A rivederci!
— Ma dove vai?
— Chi sa?
Michele Orcagna si dileguò tra la folla, con il negro e la scimmia. E Romeo salì lemme lemme a bordo del piroscafo, mentre la virago inglese cominciava a dar segni di feroce impazienza.
Avrebbero dovuto salpare il giorno dopo per Porto Said e Alessandria, ma accadde che, nella notte, la gabbia di Piri-Piri sparì dalla stiva del battello; e la miss pazza di furore, impose allo sbigottito Romeo di scendere con lei e di cominciare subito le più appassionate e faticose ricerche.
Questa volta, anche Romeo rivolse un accidente di cuore al suo adorato Piri-Piri.
CONCLUSIONE
Prima che baluginasse il giorno, il farmacista Schianti, il droghiere Bucalossi, e il magnano Golia, provvisti di armi e di bagagli uscivano dalla Roccalbegna per andar verso la Triana a far strage di lepri e di starne. Dinanzi ai formidabili cacciatori saltellavano, uggiolando e latrando, tre cani che costituivano l’orgoglio cinegetico del paese. Far padella con quei cani eccezionali, era cosa impossibile. Almeno così diceva sempre il medico condotto che li aveva comprati ad una esposizione canina, ed ora li prestava via via ai cacciatori dilettanti purché questi promettessero di parteggiare con lui il loro bottino.
Il farmacista, il droghiere e il magnano, che era poi il babbo di Scricciolo, marciavano di buon passo, con il cuor leggero, fiduciosi nel fiuto infallibile e nella raffinata esperienza dei cani del dottore: e intanto cianciavano di pappardelle su la lepre, di arrosti di tordi, di salmì di beccacce ed altre cose da far venire l’acquolina in bocca.
— Per me, se da qualche forteto vedo sbucare il muso del cignale, gli tiro, quant’è vero Iddio! – e il magnano Golia, per dar forza al discorso, imbracciò il suo fucile.
Bisogna sapere che il fucile, o meglio l’archibugio del magnano era l’arma più straordinaria che si potesse immaginare: la enorme canna stava attaccata al calcio per un complicato sistema di fili di ferro e di piastrine di ottone: il congegno dello sparo simile a quelli delle armi da fuoco primitive, con l’acciarino e l’esca, aveva subìto inverosimili modificazioni, fino a conseguire l’aspetto di un tamburo per mitragliatrice… ma poiché le modificazioni a questa parte essenziale del fucile non erano terminate, il magnano seguitava a caricare l’arma dalla canna, per mezzo di un imbuto e di un palo di ferro. E ci metteva dentro ogni cosa: polvere, pallini, limatura di ferro, schegge di vetro, sassolini, stoppacci di canapo, cenci, cicche di sigaro toscano: tantoché gli amici, quel fucile, lo chiamavano elegantemente l’immondezzaio. Quando Golia imbracciava il fucile, tutti si allontanavano prudentemente: ché non c’era mai da sapere quel che potesse succedere. Prima di tutto il magnano sbagliava sempre la mira. E poi!… altro che colpi di fucile! appena egli aveva, con uno sforzo titanico, abbassato il cane dell’archibugio, una gran fiamma scaturiva dallo scodellino: e poi un tonfo orrendo squarciava le orecchie di tutti: e dalla bocca della terribile arma si scatenava un uragano!… Le erbe, le fronde, gli alberelli, tutto era falciato da quelle scariche micidiali. Tutto, eccetto la selvaggina.
Perché Golia si ostinasse a portare in giro quel mostruoso congegno di distruzione, nessuno poté mai spiegare: neanche lui. Forse egli era affezionato a quell’avanzo delle brutalità umane di altri tempi: forse credeva di potere, in tal modo, assumere un aspetto più caratteristico dinanzi ai suoi colleghi cacciatori: chissà! Certo, egli non avrebbe mai accettato di prender parte a una qualsiasi partita di caccia senza il suo inaudito trombone.
Quella mattina in specie, essendosi aperta una piccola gara di amor proprio fra il farmacista, il droghiere e lui, egli aveva ripulito e preparato la macchina devastatrice con cura insolita, e si era caricato di munizioni per almeno cento colpi: un sacco di materiali diversi, che egli teneva su le spalle, come uno zaino.
Potevano essere le sei: nel cielo chiaro passavano leggere nubi e veli rosati, che prendevano i bagliori biondi dell’aurora. A un tratto, nel traversare una macchia di noccioli selvatici, i tre cacciatori videro i cani come presi dal terrore, rotolarsi per la terra e poi acquattarsi tra l’erbe folte.
— Ci siamo – disse il farmacista Schianti con aria misteriosa fermandosi ad annusare l’aria.
— Ci siamo, dove? – domandò il droghiere Bucalossi.
— C’è la lepre!
— Macché lepre! quando mai i cani, sentendo la lepre fanno quei versi? No, no, per me deve essere qualche animalaccio grosso…
— Un lupo!… – e ad ogni buon conto, Golia cominciò a pestare la carica nel suo trombone.
— Un lupo… o un cignale… – brontolò, incerto, il droghiere – ma sarebbe meglio andar via…
— Fuggire? Per un lupo?!
— Caro Schianti, noi siam venuti a caccia di lepri e non di lupi!
— Io rimango: e giurammio se gli è un lupo, tanto meglio! Giusto con la pelle mi ci farò uno scendiletto…
— No… no! guardate! – e Golia indicò la cima di una quercia che si intravedeva di sopra alla macchia e che cominciava a dorarsi di sole.
— Che c’è? – domandarono insieme i due cacciatori aguzzando la vista.
— Un uccellaccio grosso grosso… lassù.
— Un uccellaccio…
— Sì … Ah! Dio benedetto! egli è quel maledettissimo animale… quello del sindaco…
— Come! – fece il farmacista – quel pe… quel te… quel dattilografo…
— Ma che dattilografo – rimbeccò il droghiere – perogàttilo!…
— Ma no! – qui il magnano assunse un’aria di importanza. – Lo so io… il mio figliolo ha passato tante ore a fargli la guardia! Si chiama: sierobàttilo!
— Ma non scappò or è l’anno e successe tutto quel putiferio?
— Si vede che ora è tornato…
Proprio a questo punto, qualche cosa frusciò fra i piedi del farmacista e andò a fermarsi nel mezzo di un cespuglio.
— Ecco la lepre! – bisbigliò Golia, imbracciando la colubrina preistorica.
— O che sparate voi? – domandò il droghiere, indietreggiando insieme col farmacista.
— L’ho vista io…
E lanciò la botta. Fu come una scarica di fuochi d’artificio, che distrusse in parte la macchia. Quando il fumo della bordata si dissipò, apparvero tra le erbe bruciate i brandelli sanguinosi di un cane.
— Acci… derba! – rantolò Golia – ho tirato troppo a destra…
— E avete ammazzato un cane… – disse severamente il farmacista – ora c’è da sentirlo il dottore…
Golia ricaricava febbrilmente il trombone.
— M’importa assai del dottore! Vedete? La lepre è laggiù, dietro quella siepe… vedo le orecchie.
— Per carità, Golia, fate a modino…
— Questa sera le pappardelle si mangiano, quant’è vero Iddio!
E Golia lanciò il secondo cataclisma sul mondo. Questa volta per cinque o sei minuti, tutto fu avvolto in un turbine di fumo e di polvere: anche i grandi alberi lontani, le querce e i castagni sul dorso dei poggi, vennero scossi da lunghi fremiti, come per il soffio della bufera.
Il farmacista e il droghiere che si erano buttati prudentemente in terra aprirono gli occhi dopo lungo tempo. E videro… orrore! un’altra parte della macchia rasa al suolo, un altro cane ucciso, e più in là, sopra un greppo, un asino sventrato.
Golia si grattò le orecchie.
— Ho mirato troppo alto… peccato! il colpo era buono!…
— Per carità – urlarono il farmacista e il droghiere, allibiti – smettetela Golia! qui si finisce in galera!…
— Chi ha paura, se ne vada – disse il magnano, ricaricando per la terza volta il suo cannone a mitraglia – la lepre è scappata laggiù… ma io la vedo!… È in quel fossetto… Mi sfida!… Canaglia! Ma tanto le pappardelle questa sera le mangio!
E dopo poco la terza catastrofe avvenne. Questo scoppio superò per il tragico orrore e per le spaventose conseguenze tutti gli altri. Parve che una parte della montagna si sgretolasse. Poi, tra le rovine, per le terre, si vide il terzo cane ridotto in brandelli, e oltre la macchia qualche cosa di gigantesco e di informe, che palpitava ancora… Lo pterodattilo!
La tempesta di fuoco non aveva risparmiato neanche l’ottava meraviglia del mondo, l’uccello dell’età secondaria, lo stupendo prodotto della scientifica febbre di Romeo Gualandi!
— Sempre troppo alto! – confessò allora Golia; ma prima che avesse tentato di ricaricare il trombone, il droghiere e il farmacista, riavutisi dallo sbigottimento, gli furon sopra e lo fermarono.
— Basta, giurammio! – urlò il droghiere Bucalossi – o che volete la fine del mondo?
Golia sospirò ma si arrese: e caricato lo strumento terribile in spalla consentì a seguire, mogio mogio, i suoi amici.
Così per la Roccalbegna si seppe della morte del mostro: e fu tanta e tale l’allegrezza che il ciuco e i cani passarono in seconda linea.
Ma la notizia salì per l’erta di ‘Schiantacore’ fino alla villa della ‘Lodola’ e arrivò, gelida e improvvisa, alle orecchie di Romeo Gualandi, tornato proprio in quei giorni dal suo gran viaggio intorno al mondo. Romeo, sotto la prima impressione, parve un uomo colpito da una mazzata nella testa. Intorno, la signora Flavia, don Lorenzo, Michele Orcagna, la principessa Nazli e perfino il suo barbuto zio, cominciarono una lunga teoria di voci gaudiose e consolatrici.
La signora Flavia: — Ora che l’uccellaccio è morto, ti perdono davvero e dimentico tutto!
La principessa Nazli: — Bisogna guarire di certe manìe. Vede: io ho ritrovato il cuore della mia antenata… nella soffitta della vostra casa, dimenticato dentro una scatola di pietra, come un oggetto inutile… E dopo averlo ritrovato, mi son detta che… fra un vecchio cuore mummificato e il cuore vivo, palpitante di un essere caro… non c’è paragone possibile… Così, gettando a mare tutte le mie stranezze, le mie ridicole esigenze, ho aspettato qui il ritorno di Michele… del mio amore! Anche lei, signor sindaco, faccia altrettanto. Butti a mare il ricordo dell’animale antidiluviano e si raccolga nell’affetto sereno e schietto della sua signora…
Romeo (come in sogno): — Sereno?… non troppo…
Michele: — Vedi, Romeo, io ho fatto l’impossibile per salvare quell’indiavolato uccello. L’ho sottratto alle cupidigie della miss inglese, togliendolo con l’aiuto di Bubi e di Crostino dalla stiva del piroscafo a Calcutta: l’ho portato qui, Dio sa con quante difficoltà, e proprio il giorno del tuo arrivo, ecco che lo pterodattilo riesce a fuggire dalla gabbia… Non ci vedi, in questo, una precisa disposizione del destino? Rassegnati! Tu sarai sempre il creatore del drago dell’età primordiale! La scienza dovrà a te una tra le più strane scoperte del secolo! La possibilità della vita negli uovi fossili! Contentati, vecchio mio!… Ora il paese è ritornato tranquillo, la tua signora ricomincia a sorriderti…
Don Lorenzo: — È stato come un brutto sogno! Ma pensate!… c’era persino, per aria, la minaccia di una guerra. E tutto per un animale… diabolico! Voi dovete accogliere anzi con giocondità la notizia che l’orribile bestia è morta! Che il popolo dell’Amiata torna a respirare! Voi dovete pensare alla salute del popolo. Salus populi suprema lex esto!
Michele: — E poi, pensa… ti faranno commendatore!
La Cleofe (singhiozzando): — Che si gira, sor padrone? Commendatore!
Ora, tra le lacrime, negli occhi grigi di Romeo brillava il riflesso di un sorriso…
— Rivederlo! – mormorò, finalmente, con dolcezza – rivederlo, per l’ultima volta! Non chiedo altro!
— È giusto – approvò Michele Orcagna, commosso. – Andremo a cercarlo.
* * *
Ma per quante ricerche fossero fatte, quel giorno, sul luogo dell’ecatombe provocata dallo spaventoso trombone di Golia, non fu possibile ritrovare la carogna dello pterodattilo. Piri-Piri, come il re di Roma leggendario, era sparito senza lasciare tracce di sé.
I maligni e gli scettici si servirono di questa strana scomparsa per avventare l’ipotesi che Piri-Piri non fosse esistito che nella ricca fantasia di Romeo Gualandi.
Ma l’illustre uomo sta ora scrivendo una memoria scientifica che, certo, sbalordirà il mondo e smentirà recisamente le ridicole menzogne dei suoi detrattori.
Don Lorenzo ha già promesso di correggere le bozze di stampa.
La commedia è per istrada.