Tullia d’Aragona – Amore ad ora ad or battendo l’ale

Amore ad ora ad or battendo l’ale dal grave incarco leva il mio pensero, e nel conduce per erto sentero a gir in parte, ove uom per sè non sale. E quivi ne l’oggetto alto e immortale gli dimostra l’esempio vivo e vero, onde discese il nostro spirto altero a dover informar cosa mortale. L’anima • Leggi tutto »



Tullia d’Aragona – Alma del vero bel chiara sembianza

Alma del vero bel chiara sembianza, a cui non può far schermo nè riparo così gentil e cristallina stanza che non mostri di fuor l’altero e raro splender, che sol ne da ferma speranza del ben, ch’unqua non fura il tempo avaro: deh! fa, se morta m’hai, ch’in te rinnovi acciò di doppia morte il • Leggi tutto »


Tullia d’Aragona – Signor nel cui divino alto valore

Signor nel cui divino alto valore tanto si gloria l’una Gallia altera, e l’altra tutta mesta e afflitta spera por fin a l’aspro suo grave dolore, poscia che voi tornando, il suo splendore torna e fa bella Roma: ecco la sparsa chioma, ella v’accoglie lieta, e manda fore, voci gioconde a asciuga gli occhi molli, • Leggi tutto »



Gaetano Carlo Chelli – Rimembranze d’estate

Agosto volge al suo termine. S’addensa sulle montagne del Nord una nube bruna, pesante, minacciosa, nel cui seno è un cupo brontolio di voci arcane. Ferve là dentro una battaglia elettrica, che guizza in lampeggiamenti capricciosi, dapprima insensibili e poi sempre più fiammeggianti e visibili. Gli elementi del fulmine stanno aggruppandosi, condensandosi. Una strana calma • Leggi tutto »


Gaetano Carlo Chelli – Il segreto del cuore

I Caro Roberto, non perdo un minuto a risponderti. La consolazione che desti alla Lisa ed a me, ci fa tuoi debitori di una gratitudine senza limiti. Se sfortuna volle che un bambino non nascesse da noi, la nostra vita non sarà priva per questo della consolazione di avere una figlia, e in quell’affetto che • Leggi tutto »


Gaetano Carlo Chelli – Per un fiore!

I Lettrici gentili, voi non conoscete Giorgio Alviti. Se lo conosceste, io credo che nel fondo del vostro cuore, si troverebbe un palpito arcano di simpatia verso l’eroe sfortunato del nostro racconto. Bello, giovane, allegro, spiritoso e ricco, ecco le sue doti. Convenite che le medesime riassumono molti elementi necessarii a rendere amabile un uomo. • Leggi tutto »


Grazia Deledda – Il padre

Ritto sovra un ciglione erboso, quasi sull’orlo dello stradale, Jorgj Preda, soprannominato Tiligherta, aspettava da più di un quarto d’ora la sua piccola innamorata, Nania, la figlia del cantoniere. Facevano all’amore da una ventina di giorni, cioè da appena si erano conosciuti. Nania passava sullo stradale ogni giorno, verso le due, andando al ruscello per • Leggi tutto »


Grazia Deledda – In sartu (Nell’ovile)

Zio Nanneddu Fenu aveva l’ovile dalla parte di Tresnuraghes, cioè quasi due ore distante da Nuoro, in una bella tanca dove l’erba durava fresca sino al mese di giugno. Ogni due o tre giorni la moglie o la figlia, la simpatica Manzèla [6], si recavano a piedi, da Nuoro all’ovile di zio Nanneddu, per godersi • Leggi tutto »


Grazia Deledda – La dama bianca

Vicino ad uno dei più pittoreschi villaggi del Nuorese, noi abbiamo un podere coltivato da una famiglia dello stesso villaggio. Il capo di questa famiglia, già vecchio, ma ancora forte e vigoroso, – strano tipo di sardo con una soave e bianca testa di santo, degna del Perugino, – viene ogni tanto a Nuoro per • Leggi tutto »


Grazia Deledda – Romanzo minimo

Su, in alto, sullo sfondo azzurrino delle montagne calcaree, sotto il cielo fresco di una dolcezza profonda da cielo di paesaggio fiammingo che mi ricorda i quadri più noti di Van-Haanen, la nostra casa verde dominava il villaggio: col suo tetto aguzzo su l’elegante cornicione bianco, le finestre gotiche al secondo piano e il verone • Leggi tutto »


Grazia Deledda – Ancora magie

Zio Salvatore, il nostro vecchio fattore, cominciò: – Figlioli miei, io non sono stato sempre agricoltore: ero nato per diventare qualcosa di grande, prete almeno, ma i casi e l’estrema povertà della mia buona mamma, non lo permisero. Tuttavia durante la mia fanciullezza feci il sagrestano nella nostra chiesetta di San Giuliano, e solo allorché, • Leggi tutto »


Grazia Deledda – Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col • Leggi tutto »


Grazia Deledda – Di notte

Potevano essere le undici quando la piccola Gabina si svegliò nel gran letto di legno della stanza di sopra, ove dormiva sempre con la sua mamma che le voleva tanto bene. Ma quella notte la mamma non le stava allato. Perché dunque non c’era? Per quanto Gabina stendesse le sue manine da tutte le parti • Leggi tutto »



Giovanni Boccaccio – Alibech diviene romita, a cui Rustico monaco insegna rimettere il diavolo in inferno; poi, quindi tolta, diventa moglie di Neerbale

Dioneo, che diligentemente la novella della reina ascoltata avea, sentendo che finita era e che a lui solo restava il dire, senza comandamento aspettare, sorridendo cominciò a dire. Graziose donne, voi non udiste forse mai dire come il diavolo si rimetta in inferno; e per ciò, senza partirmi guari dallo effetto che voi tutto questo • Leggi tutto »


Giovanni Boccaccio – Giletta di Nerbona guerisce il re di Francia d’una fistola; domanda per marito Beltramo di Rossiglione, il quale, contra sua voglia sposatala, a Firenze se ne va per isdegno, dove vagheggiando una giovane, in persona di lei Giletta giacque con lui ed ebbene due figliuoli; per che egli poi, avutola cara, per moglie la tenne

Restava, non volendo il suo privilegio rompere a Dioneo, solamente a dire alla reina, con ciò fosse cosa che già finita fosse la novella di Lauretta. Per la qual cosa essa, senza aspettar d’essere sollicitata da’ suoi, così tutta vaga cominciò a parlare. Chi dirà novella omai che bella paia, avendo quella di Lauretta udita? • Leggi tutto »


Giovanni Boccaccio – Ferondo, mangiata certa polvere, è sotterrato per morto; e dall’abate, che la moglie di lui si gode, tratto della sepoltura, è messo in prigione e fattogli credere che egli è in purgatoro; e poi risuscitato, per suo nutrica un figliuolo dello abate nella moglie di lui generato

Venuta era la fine della lunga novella d’Emilia, non per ciò dispiaciuta ad alcuno per la sua lunghezza, ma da tutti tenuto che brievemente narrata fosse stata, avendo rispetto alla quantità e alla varietà de’ casi in essa raccontati; per che la reina, alla Lauretta con un sol cenno mostrato il suo disio, le diè • Leggi tutto »


Giovanni Boccaccio – Tedaldo, turbato con una sua donna, si parte di Firenze; tornavi in forma di peregrino dopo alcun tempo; parla con la donna e falla del suo error conoscente, e libera il ma ito di lei da morte, che lui gli era provato che aveva ucciso, e co’ fratelli il pacefica; e poi saviamente colla sua donna si gode

Già si taceva Fiammetta lodata da tutti, quando la reina, per non perder tempo, prestamente ad Emilia commise il ragionare; la qual cominciò. A me piace nella nostra città ritornare, donde alle due passate piacque di dipartirsi, e come uno nostro cittadino la sua donna perduta racquistasse mostrarvi. Fu adunque in Firenze un nobile giovane, • Leggi tutto »