Era Egideargo un Cavaliero di sì placidi, & amorosi costumi, di sì ameno, e disciplinato ingegno, che da chiunque conversava seco poteva ragionevolmente appellarsi con quell’attributo di Tito: La delitia dell’human genere. Il suo amico era alieno dal nudrir rancori, dal meditar vendette; e se pur un necessario risentimento ad una di queste passioni traheva, reputava; come quell’Agricola di Tacito(), più honorato il vendicarsi, che il portar odio. Ambiva i beni di Fortuna, per occasioni da collocar in altrui i beneficij; stimava beneficio un’inchiesta da recar altrui le fortune. Era in somma una incomparabile Idea dell’Amicitia in quel secolo. Col giovare, sapeva obligar gl’ingrati; con l’amare, disciplinar i maligni; e con tutti il suo generoso animo non di fumosa, ma di chiara gloria era colmo.
Eletto al succedente Discorso Egideargo da gl’Inviti del giudicioso Stamperme, ornò i suoi avversarij sentimenti s’una scaltra, & aspettata eloquenza; e così a favellar s’espose.
È più atto d’humanità, a mio credere, il deridere le mondane miserie, che il deplorarle. Se niuna cosa è più convenevole ad un Savio d’un grand’animo, tale non può additarsi quello, che dalle mestitie è debilitato, e confuso. V’è forse alcuno fra noi, che ambitioso d’apparir sensitivo; nell’altrui duello, ami d’accompagnare i communi danni con la pompa delle sue fievolezze; Et in un tempo in cui non è meno necessario il patire, che immedicabile il male, tenti di palesare le sue privationi, e di solennizare la vanità de’ suoi voti con le lagrime? Troppo infermi havremo gli occhi, se alla vista dell’altrui lippitudine piangono; e mali interpreti saremo de’ beneficij del Cielo, se querelandoci d’esso, non compensiamo la presente perdita di quanto tolse col passato godimento di quanto diede. Contra Fortuna dobbiamo ridendo mostrar le fronti intrepide, e non additar la codardia co’ singhiozzi. Non può meglio il Savio dominar le stelle che in negar di sentir offese dall’influenze, che in disprezzar ridendo i suoi colpi. Se le vere lagrime non cagiono mai senza le fisse apprensioni di chi le sgorga, chi è quello, che piangendo non s’abbandoni, e meditando solo le sue perdite, non trascuri i ripari? E non dirassi stolto colui, che dal suo hospitio bandito, ami meglio di lagrime l’esiglio, che d’ire investigando i ricovri? I voleri del Cielo, i capricci de gli huomini ne scemarono gli agi, nol nego; ma soridendo possiamo sollevarci da quei mali, che in noi dalle concepute mestitie derivano, non saremo di noi stessi Tiranni a disanimarci, od a negare un salutifero coraggio alle nostr’alme? E s’egli è vero, che a’ mali porta per lo più il tempo le vicissitudini del miglioramento, chi n’assicura, ch’estenuati dalle nostre arbitrarie mestitie possiamo haver agio di riveder cambiate le scene, e migliorati gli atti alla Vita? È pur meglio licentiar vivendo il dolore, che nudrirci in seno alle sue licentiose frodi, perché n’uccidano. Il tempo del piangere termina ne’ suoi stessi principij, cioè nell’età di fanciullo. Chi ne i progressi della vita il ripiglia, altro non fa che rimbambire, per invecchiar più tosto. Non v’è cosa più nemica della natura ch’un dolor lungo; poiché per esso gli attributi di natura s’abbreviano.