AFRICA/ETIOPIA – Violenza in Tigray, il Vicario Apostolico di Hosanna: urge cercare pace e sicurezza

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Addis Abeba – “Sono profondamente addolorato per tutto quello che sta avvenendo nella regione del Tigray e nelle regioni accanto Amhara e Afar, anche se un in tutto il Paese si stanno registrando disordini da almeno un anno, ora degenerati in modo drammatico”, dice all’Agenzia Fides il Vescovo Seyoum Fransua Noel, Vicario Apostolico di Hosanna e direttore Nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Etiopia. “Quando c’è un conflitto, le vittime sono i poveri, è necessario che ci sia un dialogo tra le parti per ristabilire un equilibrio sociale. La guerra è inutile, la gente sta soffrendo molto, occorre cercare la pace e la sicurezza” nota il Vicario Apostolico di Hosanna”. Il Vescovo lancia un appello alla preghiera: “È necessario pregare, avere un dialogo con Dio, la vera pace viene solo da Dio, chiedo a tutti di pregare per questa situazione”.
Come confermano fonti di Fides, la situazione in Etiopia è drammatica: a un anno dallo scoppio della guerra in Tigray, il caos regna sovrano e la leadership del primo ministro Abyi sembra appesa a un filo.
Il grande paese africano, fino a qualche mese fa era considerato un modello. Sede dell’Unione Africana, centro di stabilità politica in un’area tra le più “calde” al mondo, era nazione con un’economia in forte crescita e un leader insignito nel 2019 del premio Nobel per la Pace per aver facilitato cooperazione internazionale, la riconciliazione con la vicina Eritrea e avviato importanti riforme. Ora, secondo gli osservatori, in soli 12 mesi questo orizzonte sembra smarrito. Il 3 novembre 2020, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray , dopo aver celebrato una tornata elettorale senza l’autorizzazione di Addis Abeba, chiudeva ogni comunicazione con il resto del paese e prendeva controllo sulla regione ,dopo aver conquistato armi e strutture militari. Il Primo Ministro Abiy, leader di etnia Oromo , e leader di confessione cristiana pentecostale in un Paese a stragrande maggioranza cristiano ortodosso, ha inviato immediatamente inviato truppe dando il via a una escalation militare, ignorando le voci interne ed esterne che gli consigliavano di ricorrere a mezzi dialogici.
Gradualmente, l’area settentrionale del Paese, è sprofondata in una grave crisi umanitaria: migliaia di morti tra i militari dei due fronti e, soprattutto, tra la popolazione inerme; stragi, carneficine, stupri di massa, saccheggi e mutilazioni su innocenti; 5,2 milioni di abitanti sono in stato di drammatica necessità alimentare mentre gli sfollati interni ammontano a 2,1 milioni . Il conflitto, nel frattempo, si è esteso alle regioni dell’Afar e dell’Amhara.
Per l’economia del Paese, la guerra ha significato un tracollo. Le spese militari sono salite a oe 500 milioni di dollari in un anno e si è registrata la fuga degli investitori – che fino a tutto il 2019 guardavano all’Etiopia come meta ideale. L’abbandono di terreni, pascoli e bestiame in tante zone colpite dalla guerra e le ricorrenti carestie, hao creato una situazione di povertà e, mentre la crescita economica dal 10-11% del tempo pre-conflitto è calata al 2% del 2021.
Intanto il Tplf ha conquistato Dessie e Kombolcha, due città a soli 400 km da Addis Abeba e annunciato anche l’imminente presa di Kemise. L’Esercito di Liberazione Oromo , alleato del Tplf da agosto, ha dichiarato che la presa della capitale è «questione di mesi, se non di settimane».
Il Primo Ministro Abiy ha chiamato i suoi concittadini alla rivolta contro il “nemico traditore del popolo” e ad armarsi per ricacciarlo indietro. Le voci, riportate dalla stampa locale, su un possibile ricorso a più miti atteggiamenti e a tavoli negoziali, attendono riscontri. Di recente il Primo Ministro ha detto in un nota ufficiale: “La colpa è tutta del Tplf: sono stati i terroristi tigrini a premere il grilletto della guerra”.