AMERICA/MESSICO – Ucciso un catechista indigeno, difensore dei diritti, inascoltate le denunce della diocesi sulle violenze crescenti nel Chiapas

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San Cristobal – “Con dolore abbiamo appreso dell’omicidio del nostro fratello Simón Pedro Pérez López, indigeno tzozil, catechista della parrocchia di Santa Catarina, a Pantelho, diocesi di San Cristóbal de las Casas, che è stato presidente dell’Organizzazione civica Abejas de Acteal, i cui membri hanno intrapreso una lotta pacifica nella ricerca della giustizia”. Così inizia il comunicato della diocesi di San Cristóbal de las Casas, nello stato del Chiapas, firmato dal Vescovo, Mons. Rodrigo Aguilar Martínez, dal Vescovo ausiliare, Mons. Luis Manuel Alfaro López, dal Cancelliere e dal Vicario di “Giustizia e Pace”.
Il massacro di Acteal, dal nome del piccolo villaggio indigeno nello stato del Chiapas, venne commesso il 22 dicembre 1997: un gruppo paramilitare uccise 45 persone, di etnia Tzotzil, per la maggior parte donne e bambini, mentre erano in chiesa.
Nel testo, pervenuto a Fides, che porta la data del 6 luglio 2021, si ricorda: “Nel contesto della spirale di violenza che stiamo vivendo nello Stato del Chiapas, il dolore del popoli Tsotsil, Tzeltal, Ch’ol, Totic, Tojolabal è una ferita aperta della diocesi, aggravata da innumerevoli testimonianze di abusi, ingiustizie e impunità, sfollamenti forzati, omicidi, omicidi politici, furti di terreni e di veicoli. La nostra memoria ci ricorda gli eventi accaduti prima del massacre di Acteal, che fatichiamo a dimenticare”.
La diocese rileva che diversi abitanti del comune di Pantelhó hanno denunciato di “aver subito minacce da diversi anni da parte di persone dell’autorità municipale, in collusione con la criminalità organizzata, nel municipio e in ae comunità del comune. Molti omicidi non hanno avuto giustizia”. Quindi richiama l’assassinio di quattro persone appartenenti ad un partito politico, avvenuto il 13 marzo 2021, e sottolinea che “dopo le elezioni del 6 giugno, la violenza e gli omidici in questo municipio sono aumentati”.
Dopo aver citato le analisi del continente latinoamericano e delle dinamiche che generano oppressione, terrore e morte, il testo denuncia: “Come diocesi, in diversi modi abbiamo avvertito le autorità comunali, statali e federali di queste situazioni e ci siamo fatti portavoce di tutte queste denunce e sofferenze, ma sembra che ci siano oscuri interessi che provocano l’omissione delle denunce, che vengono minimizzate, mentre si risponde con elargizioni e iniziative che non rispondono alla situazione di fondo. Assistiamo ancora, nel Chiapas, alla riattivazione delle forze che sono mutate da paramilitari a criminalità organizzata, alleate del narco-governo, che hanno invaso il nostro Stato per domare la resistenza dei popoli organizzati che difendono la loro autonomia”.
Questa situazione, prosegue il testo della diocesi, ci spinge a chiedere alle autorità governative di impedire che simili fatti si ripetano; che si protegga la popolazione, in particolare chi difende i diritti umani; che si informi dei progressi nei casi finora impuniti. Quindi lancia un appello agli autori “intellettuali e materiali” degli atti che causano terrore, crudeltà e morte, perché si pentano e cambino i loro atteggiamenti secondo il piano di Dio.
“Il sangue di Simón Pedro e di tutte le persone assassinate – conclude – possa essere il seme per la liberazione dei popoli, per risvegliare la coscienza di lottare per la pace, per costruire un future migliore per i bambini e le bambine indigene, che soffrono emarginazione, persecuzione e sfollamento. Il sangue grida pace, il sangue grida giustizia, ma non grida vendetta”.