Andrea da Barberini – Prodezze d’Orlando bambino

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E
SSENDO lo re Carlo alla città di Sutri, tenne sempre magna corte; ed era sempre di consuetudine che tutta la vivanda che avanzava alla tavola di Carlo si dava per l’amor di Dio a’ poveri. Intervenne che la prima mattina n’avanzò, perché vi furono pochi poveri; ma egli andò la nominanza nelle ville, e l’altra mattina v’erano molti poveri. E in quella mattina venne Orlandino alla città, e vedendo tanta gente armata e disarmata, cominciossi a maravigliare, e domandò certi che egli conosceva che gente era questa, e fugli detto: – Egli è venuto uno grande signore, chiamato Carlo Magno, ed è re di Franza ed è fatto imperadore di Roma. – Orlandino domandò che cosa era imperadore: fugli detto come lo imperadore era difenditore della fede cristiana, e che tutti i signori dovevano ubidire al papa e a lui e per bene della cristiana fede e per riposo delle province del mondo e delle città e de’ popoli. Apresso, vedendo Orlandino l’arme in dosso a quelli cavalieri armati, le guatava e diceva: – O Iddio, quando sarò io grande, ch’io possa anch’io portare quelle arme! – E andando acattando per una vicinanza, gli fu detto ch’egli andasse alla corte, ché vi si dava, pane e vino e carne. Ed egli n’andò alla corte, e giunse sì tardi, che la carità era data. Ed egli vide uno briccone che aveva auto roba per quattro. Disse Orlandino: – Tu non dei avere tanta roba, e io non n’ho auto niente. – Rispose il briccone: – Se tu non hai auto, abbiti il danno; fussi venuto a buon’ora, come feci io. – Disse Orlandino: – Perché io venga tardi, tu non debbi avere la parte mia; e però che tu n’hai troppa, dammene una parte. – Disse il briccone: – Io la gitterei inanzi a uno cane. – Orlandino s’adirò e gittossigli a dosso e gittollo in terra e torsegli mezza la roba. Intorno a loro era fatto uno cerchio di gentili uomini e contigiani, e facevano le maggiori risa del mondo, vedendo uno sì pitetto valletto battere uno sì grande briccone; e confortavano Orlandino ch’egli lo battesse; e poi gli feciono dare del pane e del vino e carne assai. E tornò a Berta e dissegli ch’egli era una gran gente a Sutri, “e dicono ch’egli è Carlo Magno di Franza”. Quando Berta l’udì, tutta tremava di paura, e diceva a Orlandino: – Figlio mio, non vi andate più a quella corte. – Ed egli disse: – O come, madre? Eglino vi vanno altri poveri, perché non volete ch’io vi vada? – Ed ella disse: – Temo che quello Carlo non ti faccia male. – Ed egli rispuose: – Io non ho paura di cotesto. – E la sera tornò alla corte; e quando vedeva alcuno di quelli bricconi che n’avevano più che di ragione, e Orlandino glie le toglieva e davala a’ poveri bisognosi o a’ fanciulli che non ne potevano avere. E molti cortigiani lo amavano, e quelli bricconi gli volevano male di morte.

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El dì seguente Carlo soprastette al mangiare più che non soleva, e’ poveri stavano a’ spettare; e Orlandino v’era venuto e aspettava; ed essendo a cerchio con molti, udiva parlare della grande degnità che era quella dello imperadore; e fra l’altre cose fu uno che disse: – Quando l’imperadore è posto a tavola, el primo tagliere della carne che gli è posto inanzi, se uno povero lo togliesse con la carne, così come egli giugne in tavola, nessuno non gliene direbbe nulla per degnità dello ‘mperio. – Quando Orlandino sentì questo, si stette cheto, e quando sentì sonare gli stormenti, n’andò su per la scala. El portinaio non lo voleva lasciare passare per entrare in sala, e cominciarono a fare quistione, tanto che Orlandino gli ruppe il capo; e’ baroni se ne risono e dissono villania al portinaio, e fu dimesso uno altro portinaio. E Orlandino si mise in uno canto della sala, e quando lo re Carlo venne per desinare, Orlandino molto lo guatò, e ogni cosa che si faceva, guatava; ed era dinanzi a Carlo molta moltitudine di gentili uomini. E quando egli vidde la vivanda, e Orlandino vidde fare la credenza, si fece inanzi e tolse la prima tazza, ch’era stata posta dinanzi a Carlo, dove era drento capponi e altra carne assai. La tazza era d’ariento dorata, che pareva d’oro, e nel fondo era l’arme di Carlo: e quando Oriandino prese la tazza, el gentile uomo, che serviva di coltello dinanzi a Carlo, volle dare a Orlandino; ma Carlo, vedendo l’ardire d’Orlandino, disse al servidore: – Non fare: lascialo andare. – Ed ebbe Carlo tanto piacere, che rise di voglia quando Orlandino tolse la tazza, perché si versò Orlandino alquanto di brodo in sul petto di quello che era nella tazza. E partito Orlandino, Carlo disse: – Deh vedete quanto ardire ha auto questo valletto! Ed è ancora sì pitetto infante! – E ridendone co’ baroni, fu detto a Carlo le quistioni ch’egli aveva fatte con certi bricconi, e come egli aveva rotta la testa al portinaio, e come egli toglieva la roba a certi bricconi e davala a’ poveri che non si potevano fare inanzi. Disse il re Carlo: – Per certo egli debbe essere figliuolo di qualche gentile uomo; – e dimandava alcuno della città di cui egli era figliuolo; e non glielo sappiendo dire, uno buono uomo di Sutri disse: – Santa corona, egli è circa a dodici anni che ci arrivò uno soldato, che aveva aspetto, cioè apparenza, d’uno uomo da bene, con una sua femina ch’era gravida; e stettesi in questa terra e la donna partorì questo fanciullo in una grotta, la quale è qui presso, ed è circa di sei anni che quello soldato non ci s’è veduto: o egli se n’andò per disperazione, o egli è morto. Ma questo fanciullo è sempre ito acattando, e alcuna volta ci viene la madre con lui. – E disse molto de’ giuochi che aveva fatti co’ fanciulli, e come gli avevano fatto una veste bianca e vermiglia a quartieri. Orlandino si tornò con la tazza e con la carne alla madre, la quale come vidde l’arme di Carlo, subito la riconobbe e disse: – Donde hai tu auta questa roba? – Rispose Orlandino la novella che aveva udito. Berta, per mettergli paura, cominciò a dire che s’egli vi tornasse, che quello Carlo lo farebbe pigliare e mettere in prigione, e che egli lo farebbe impiccare per ladro; e ch’egli non vi tornasse. Ed egli disse: – Io non vi tornerò più. – E per quello giorno non tornò alla città.

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Per, lo diletto ch’ebbe lo re Carlo d’Orlandino quando tolse la tazza ridendo comandò che ogni volta fusse lasciato entrare. E l’altra mattina Orlandino tornò a la città; e andò acattando, e non gli era data limosina; ognuno gli diceva: – Vanne alla corte. – E andò alla corte. E quando fu il tempo, entrò in su la sala; e fuvvi dinanzi che Carlo si ponesse a tavola, e posesi in uno canto della sala; e molti lo guatavano e dicevano infra loro: – Egli s’avezza a furare. – L’altro dicea: – Egli è gaglioffo di nidio. – Alcuno diceva: – Egli sarà ancora “impendu” per la gola. – Ognuno diceva la sua; e quando venne la vivanda, fece come aveva fatto il dì dinanzi e gli tolse la tazza. E fino barone nel fuggire si gli parò dinanzi; egli gli dié d’urto per modo che cadde, ed egli ne portò la tazza con la carne. Vedendo Carlo il grande ardire e la grande forza del fanciullo, disse, presente la baronia: – Per certo che questo fanciullo debbe essere figliuolo di qualche povero gentile uomo, e non è meno che grande fatto questo segno. – E poi disse: – Stanotte m’apparì una strana visione. Io sognai che noi stavamo in campo contro a molti animali, e pareva di avere perduta la battaglia della mia gente, e uno dragone venne meco alle mani e in tutto mi disarmò, in tanto che per suo cibo mi voleva divorare. E uno lioncello usciva d’una grotta, che era in un bosco, e uccise quello dragone e liberommi; e tornava con vettoria dalla mia gente. – Per queste parole fu tra’ baroni uno grande mormoramento. Molti dicevano: – Parole d’imperio e sogno d’imperadore non sono sanza grande sentenzia. – E con queste parole Carlo si levò da tavola e andossene in camera; e mandò per lo duca Namo e per Salamone e per lo valente Uggieri Danese, poi ch’ebbe mangiato.

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Quando Carlo fu nella camera co’ tre baroni, disse loro: – Signori e fratelli miei, per certo questo segno che m’è parito in questa città di questo fanciullo non è sanza grande misterio, imperò che la visione fatta in questa notte in parte s’accorda con questo fanciullo. Voi sapete, secondo Lucano, che a Cesare apparì in visione ch’egli usava con la sua madre, e al re Filippo di Macedonia apparì il dragone in visione usare con la sua Olipiades, che significò il grande Alessandro; a Costantino apparì in visione san Piero e san Pagolo: e queste visione sono assai volte grande dimostrazione del tempo futuro e per questo io mi specchio nella visione che uno lioncello usciva d’una tomba ch’era in uno bosco e questo fanciullo abita in una spilonca in uno bosco; noi non sappiamo nel futuro quello che possa divenire. Io vi priego che tutti a tre domattina sanza altra compagnia voi andiate drieto a questo fanciullo, quando ne porterà la tazza con la carne, e sappiate dove va e chi egli è, pure che il segreto non venga in altra persona: e però non voglio che meniate altra persona con voi. – E così promissono di fare. E fu da capo ordinato a’ portinai che Orlandino fusse lasciato andare in sala; e ‘l duca Namo, Salamone e Uggieri ordinarono che tre loro famigli stessino a piè della scala con tre ronzini sellati e in punto per potere montare a cavallo. E la mattina andorno inanzi a Carlo con gli sproni in piè e le spade ataccate agli arcioni de’ ronzini, e niuna persona non poteva immaginare il fatto. Orlandino tornò con la tazza e con la carne alla madre, e quand’ella vidde questa altra tazza, cominciò a piangere e disse: – O figliuolo mio, ben sarai cagione della mia morte; e’ non mi vale il pregare te, che tu non vada più alla corte. O figliuolo mio, perché ti diletti tu di farmi morire? Che se quello Carlo mi truova, egli m’ucciderà. – Orlandino le promisse di non vi tornare più, e stettesi tutto quanto quel dì con la madre sua, e l’altra mattina insino all’ora di terza. E poi si partì per venire a Sutri, e la madre cominciò a piagnere e pregarlo che non andasse alla corte. Ed egli disse: – Madre, io non vi andrò. – E venuto drento alla terra e andando per la città, e, non trovate limosine, e ognuno diceva: – Va alla corte. – Ed egli, non avendo auto limosina, se ne venne alla corte. E molti gaglioffi quando lo viddono, lo bestemmiavano e portavangli grande invidia. E quando sonarono gli stormenti, Orlandino se n’andò in su la sala, e nascondevasi tra le persone.

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Giunto Orlandino in su la sala dinanzi a Carlo, erano e’ tre sopradetti in sala, cioè Namo, Salamone e Uggieri, e la vivanda fu portata in due grandi piattelli, come era ordinato. E Orlandino corse e prese uno de’ piattelli; e quando lo prese, Carlo gli fece uno brutto e spaventoso viso, e fece uno grande roncare di gola, credendo fargli paura. Orlandino lasciò il piattello, e prese Carlo per la barba, e disse: – Che hai? – E fu più scura la guatatura che fe’ Orlandino in verso Carlo, che quella che fe’ Carlo inverso lui. E lasciato Carlo, tolse il piattello e cominciò a fuggire. El duca Namo prese una coppa d’oro, che Carlo aveva dinanzi, ch’era piena di vino, e disse: – Tieni, valletto, che voi “aviate da boyre”. – E questo fece Namo, perché egli non corresse. Orlandino la prese e smontò le scale e fuggiva, ma per la coppa che era piena di vino non poteva correre, ché ‘l vino si versava. Namo co’ compagni montarono a cavallo e andavangli drieto; e vedendo Orlandino ch’el vino non lo lasciava andare, gìttò il vino e cominciò a correre; e i tre baroni studiavano il passo. E Carlo rimase in sala alquanto turbato per l’atto che Orlandino aveva tatto, e sì per la visione che gli era apparita in sogno, dicendo: – Questi sono de’ segni che apparirono a Cesare e al re Filippo di Macedonia ed a Alessandro presso alla loro morte, – rammentando l’uccella che fe’ l’uovo in grembo al re Filippo e ‘l messo che portò la lettera a Iulio Cesare imperadore.

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Orlandino ne portò il piattello alla stanza dov’era Berta, e scendendo giù per lo viotto, entrò nella usata stanza. Quando Berta vidde la coppa, incominciò a piagnere e disse: – Oimè, figliuolo, tu m’hai disubidito! O donde hai tu auta questa coppa d’oro? Perché pure vorrai che io sia morta? – E Orlandino diceva com’egli aveva tolto il piattello, e quello che gli fece a Carlo: e uno che v’era dallato gli die’ questa coppa piena di vino e disse alla madre che non avesse paura di quello Carlo: – Ché io lo presi per la barba; e s’egli vi volesse far male, io gli darei del mio bastone. – E corse a pigliare una mazza che egli aveva nella grotta: e non faceva Orlandino conto se non di Carlo, e non degli altri, come fanno i fanciulli. In questo mezzo li tre baroni giunsono in su la grotta e smontaro; e ‘l duca Namo trasse la spada e andonne giù per lo viottolo. E giunto in su la cavata grotta, disse: – Chi sta qua drento? – Come Berta lo vide, subito lo riconobbe e fuggì in un canto della caverna. Orlandino volle pigliare il bastone, e la madre non lo lasciò fare e abracciollo. Orlandino diceva al duca: – Che venite voi a fare in questa nostra caverna? – E Berta gli dava nella bocca e diceva ch’egli stesse cheto. E ‘l duca andò più inanzi e disse: – Chi siete voi, che andate come bestie per le taverne de’ boschi e per le grotte? – E intanto giunse Salamone e Uggieri, e Berta gli conobbe tutti a tre. Allora ella cominciò uno dirotto pianto, vedendo non potere fuggire, ed eglino la guatavano, e da capo la domandarono chi ella era. Ed ella si gittò a’ piedi del duca Namo e facevagli croce delle braccia e gridò misericordia, e aveva in dosso uno vestimento di panno grosso tutto stracciato e rotto, e in più parte mostrava le carni, e nessuno non la riconoscea, e pure avevano pietà del suo piagnere. La domandarono – Donna, chi se’ tu? – Ed ella con grande vergogna disse: – Io sono la sventurata Berta, figliuola del re Pipino, sorella di re Carlo Magno, moglie del duca Milon d’Angrante; e questo è suo figliuolo e mio. – Quando e’ baroni sentirono queste parole, tutti s’inginocchiarono piangendo dinanzi da lei e dimandarono che era di Milon D’Angrante. Ed ella con coloro come egli s’era partito da lei come disperato, perché nulla persona non lo voleva recettare per la scomunica che egli aveva; e disse come ella partorì questo fanciullo in quella grotta, e perché egli ebbe nome Rooland, e come, quando Milon si partì, il fanciullo aveva cinque anni. Non v’era niuno di loro che non piagnesse dirottamente; ed ella gli pregava per l’amore di Dio che eglino non lo dicessino a Carlo; e Orlandino piagneva, perché vedeva piagnere la madre. Allora questi tre baroni si tirarono da parte e parlarono insieme e diliberarono al tutto d’aiutarla, e che Carlo le perdonasse per amore di questo garzonetto. E tutti a tre s’impalmorono d’essere suoi campioni e d’Orlandino e in loro difensione e così la confortorono. Tutti a tre in concordia ne vennono a Sutri; e domandati certi cittadini, e’ mandorono a Berta vestimenti reali, e mandaronvi delle maggiori donne di Sutri, e fu come reina adorna e rivestita. Orlandino la guatava come ismemorato, e diceva: – Madre, voi siete pure bella; deh non piangete! – e abracciavala. Gli uomini e le donne, che v’erano iti, si maravigliarono vedendo questa cosa. ll duca Namo e’ compagni se ne vennono inanzi allo imperadore. Orlandino non volle altra vestimenta che la sua a quartiere, quale ebbe dalla purità.

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Tornati e’ tre baroni dinanzi a Carlo, Namo, Salamone e Uggieri, trovarono che ancora era a tavola. Eglino si gli gittorono in terra ginocchioni dinanzi, e ‘l duca Namo parlò per tutti a tre, e disse: – Santo imperadore noi abbiamo fatto il tuo comandamento, e per merito di questo noi t’addimandiamo tutti a tre una grazia, la quale sarà di grande onore e utile della vostra corona. – Carlo si maravigliò, e guatava costoro nella faccia, e disse: – Dite vo’ da gabbo o da vero? – Salamone e Uggieri affermarono il vero, cioè il detto di Namo, e aggiunsono.: – Signore, noi siamo tuoi fedeli servidori, facci la grazia che noi t’addimandiamo liberamente. – Per mia fe’ – disse Carlo – che io ho tanta fidanza in voi, che nessuna cosa farò fuori della dimanda vostra. Io ‘mprometto sopra della testa mia e sopra questa corona (e toccossi la corona con mano) e sopra alla fede che io giurai al santo Apostolico di Roma, quando per vostra virtù mi misse la corona in testa, che quella grazia che voi addimanderete, se possibile sarà di poterla fare, e già la mettete per fatta, se voi mi domandassi bene la corona del reame di Franza e la mia cara donna Galeana. – E comandò che si levassino ritti; e quando furono levati, disse el duca Namo: – La grazia che voi ci avete fatta, si è che voi avete perdonato a Milon D’Angrante e a Berta, vostra sorella, ogni offesa e odio e mala voglienza che per lo passato fosse stata; e sappiate che quello povero valletto, che v’ha tre volte tolta la vivanda dinanzi, si è figliuolo del duca Milon e della vostra sorella; e di certo questo sarà el lioncello che voi sognasti che ancora vi caverà di grande pericolo. – Carlo tutto si cambiò nel viso, e poi tutto si ristrinse nelle spalle e disse: – Se io avessi creduto questo, non vi facevo la grazia, ma poi che io ve l’ho fatta io ve la rifermo. – E sospirò e disse: – Questo infante non sarà figliuolo di Milon, ma sarà mio; e così voglio ch’egli sia mio figliuolo. Ma voi m’avete ingannato: ma nondimeno sia fatto come voi volete. – Allora feciono questi tre baroni montare a cavallo tutta la baronia, e mandarono molti ronzini portanti per le donne ch’erano andate per lei, perché le facessino compagnia. La nominanza era già sparta.

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Andando la nominanza per la città di Sutri come Orlandino era figliuolo di Milon D’Angrante, e che Berta, madre di Orlandino, era sorella di Carlo, tutta la gente della città correva per vedere venire Berta e Orlandino. E andò per lei Bernardo di Chiaramonte, Amone di Dordona, Buovo D’Agrismonte, Namo, Salamone, Uggieri, Agnentino, il marchese Berlingheri, Grifone, Gano, Guglielmo e Ghinamo. Volevano vestire Orlandino di ricchi panni, ma egli non volle altro che la sua vesta a quartieri, ch’egli ebbe da’ fanciulli; e fu messo in su uno ronzino, e sempre, per paura di non perdere la madre, le andava a lato. E con grande onore tornarono a Sutri, e smontati al palazzo ov’era Carlo, furono menati in su la sala. Namo, Salamone e Uggieri la menarono dinanzi a Carlo, ed ella piagnendo si gli gittò ginocchioni a’ piedi, e Orlandino era in mezzo de’ tre baroni. Berta addimandò misericordia e perdonanza a Carlo. Carlo non poté temperare l’ira, ch’egli alzò il piè destro e dielle sì grande il calcio nel petto, ch’ella cadde rovescio. Allora Orlandino si gittò a dosso al siniscalco di Sala, che aveva uno bastone in mano, e per forza lo gittò in terra e tolsegli il bastone; e voleva correre a dosso a Carlo per dargli di quello bastone in su la testa, e appena che’ baroni lo potessero affrenare. El duca Namo, Salamone e Uggieri trassono le spade, e furono tratte più di cinquecento spade in su la sala; e se Berta non si fosse posta ginocchioni un’altra volta e disse: – O carissimo fratello; tu hai ragione; e come, piglia sopra di me ogni vendetta che ti piace, – la cosa sarebbe riuscita gran male per la promessa che aveva fatto Carlo a’ tre baroni. Berta, poi ch’ebbe detto: – Piglia di me ogni vendetta, – disse: – Fratello mio, almeno ti sia raccomandato questo garzonetto, e se possibile è, perdona me per suo amore. – Allora fu vinto Carlo, e incominciò a lagrimare, e vergognossi di quello che aveva fatto d’avere rotta la promessa fede, e che egli s’aveva lasciato vincere all’ira. Allora abracciò Berta e baciolla in fronte, e perdonolle. Per questo fu racchetato tutto ‘l romore e pacificato ogni cosa. Carlo perdonò a Milon d’Angrante, e fecionne i tre baroni cavare carta, e fu bene pubblicato per la città e fatto palese per tutta la corte e scritto Carlo al Pastore di Roma che facesse pubblicare che Milon D’Angrante era ribandito e ricomunicato; e facesi grande festa e allegrezza. Carlo accettò Orlandino per suo figliuolo adottivo, e appresso fece ordinare di partirsi da Sutri con la sua baronia, e ritornossi verso Franza con Berta e con Orlandino. E sempre Carlo voleva Orlandino dinanzi da sé; e tantò l’amò, che s’egli fusse figliuolo nato del suo corpo, non l’arebbe potuto più amare. E passò Toscana e Lombardia e l’Alpe e l’Appennino e giunse in Franza, dove si fece grande festa della sua tornata e della ritornata di Berta, e di Milon ch’era ribandito e ricomunicato.
(Dai Reali di Francia)

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