Anna Vertua Gentile – Il romanzo d’una signorina perbene

Seduta a la piccola, elegante scrivania, presso l’ampia finestra aperta, Lucia, con la penna sospesa su ‘l foglio, guardava fuori i rami dell’ippocastano, che scossi dall’aria degli ultimi giorni di marzo, ondeggiavano nell’azzurro le grosse umide gemme, scintillanti al sole come bottoni di color roseo dorato.
I passeri, lieti della promessa del verde, del folto, volavano da un ramo a l’altro ciangottandosi a distanza, desideri, speranze, amorose impazienze.
Giù nel giardino, che cingeva intorno la villetta, Wise, il Terranova, con le zampe anteriori poggiate su lo sporto del muricciolo che sosteneva la cancellata, abbaiava a scatti, con il suo cupo vocione da forte, agli operai uscenti dalla fabbrica lì a pochi passi, per il pasto di mezzogiorno.

“Cara, cara, cara!

“Hai fatto male, malissimo, mille volte male a lasciarmi qui sola soletta, con papà che è fuori tutto il giorno e gran parte della notte, e con la zia della quale tu sai, s’io possa far conto. Oh quella tua fierezza! quel tuo orgogliaccio!”
. . . . . . . . . . . . . . . .
Sopra il foglio erano scritte appena queste poche righe.
Invece di continuare la lettera, Lucia, sempre con la penna sospesa, guardava fuori.
Si sentivano i passi pesanti degli operai su l’acciottolato, le loro voci, qualche risata di fanciullo, l’abbaiare del cane, forse aizzato.
Tutto ad un tratto, a l’abbaiare successe il guaito pietoso del cane, che riconosce un amico e implora la solita carezza.
Lucia scattò da sedere e si fece a la finestra in tempo, per vedere uno dei giovani ingegneri della fabbrica, passare la mano attraverso le stecche del cancello e posarla su la testa di Wise, che scodinzolava festoso.
Alzando gli occhi, il giovine vide la signorina, si toccò il cappello ritirando la mano dall’inferriata e si incamminò in coda agli operai.
Lucia lo stette a vedere mentre egli si allontanava a passo svelto, diritto su l’alta, elegante persona.
Quando svoltò, ella tornò a la scrivania, riprese la penna e si diede a scrivere in fretta, con foga un po’ convulsa.
…. “L’orgoglio, mia cara, per quanto ci sia chi lo porta a’ sette cieli, e ne faccia quasi una virtù, per me è una passionaccia volgare, che scaturisce, ingrossata da altre passioncelle minori, da una sorgente tutt’altro che nobile; dall’egoismo. No, no, non mi fare gli occhiacci e nè pure non sorridere con compatimento. L’orgoglio, io sento, che è come l’ho definito; e non può essere altrimenti, poi che la definizione me l’ha fatta fare l’esperienza, che è quella maestra infallibile che tutti sanno. Sicuro; chi è orgoglioso è egoista. Perchè…. perchè, per esempio, rende uno capace di sacrificare l’affetto, l’amicizia, per fino la pace d’una persona, al dubbio immaginario di non essere utile, di non compensare chi è felice di averlo con sè; che anzi gliene è riconoscente come d’un favore.
E questa è una frecciata che se la pigli chi se la merita. Vorrei lanciarne un’altra agli orgogliosi che ci tengono tanto al loro io coronato d’uno stemma di conte, che credono, per fermo, di recare un’offesa a sè stessi abbassando gli occhi fino a chi arriva fresco fresco dal volgo, sia costui coperto di diamanti e lui in abito sdruscito. La mia freccia in questo caso, dovrebbe essere ancora più acuta e pungente dell’altra, perchè questo genere d’orgoglio è peggiore e meno perdonabile del primo, che è però quello che mi fa soffrire, mentre dell’altro, non mi curo punto.
Avevo promesso a me stessa di non scriverti per un pezzo, magari di non più scriverti affatto. Ma…. promesse di gente che crede di poter agire senza consultare il sentimento; gente che ama e perdona; anzi, lecca la mano che lo ha colpito, ne più nè meno come Wise, il cane buono affezionato e fedele, che non è orgoglioso lui, e per questo agisce lealmente verso sè stesso, facendo quello che gli suggerisce il cuore, il quale è sempre il miglior consigliere.
Oh se tu ti fossi lasciata guidare dal cuore, ora non avresti il rimorso (poichè io penso che lo devi avere e ti deve anche tormentare) di avere abbandonata una povera ragazzona che ti voleva un gran bene e che aveva tanto, tanto bisogno del tuo affetto e del tuo senno!… Che cosa sarebbe importato a te, se in te avesse parlato forte il cuore, che in casa fosse piombata come un bolide inaspettato, la sorella di papà?… Non ti saresti certo sforzata di persuaderli, con ragionamenti pazzi, che ormai, poichè in casa c’era una signora capace di reggere la famiglia e di badare a me, il tuo ufficio di governante, anzi di amica, diventava inutile; che non era della tua dignità di rimanere a farsi retribuire (brutta parola che non ho inghiottita nè inghiottirò mai) la parte di padrona e di maestra fino allora esercitata.
Ma il cuore non ha manco susurrato una parola tanto spadroneggiava l’orgoglio in quel momento. E così, in ossequio del tiranno, che ti andava cantando inni bugiardi in favore della famosa dignità, così, come se niente fosse, hai fatto una vittima. Sì, una vittima; e ti prego di non prendere la cosa in celia, poi che non ci fu mai vittima più vittima di me, che mi tocca di sentirmi isolata in casa mia, fra il babbo sempre fuori e la zia che non mi capisce e che io non capisco.
Le ricordi le chiacchierate che si facevano insieme?.. Le letture in comune? le belle ore di raccoglimento nel salottino, a ricamare, a far musica?… C’era proprio bisogno che tu mi educassi il gusto alle cose belle, che dessi alla mia intelligenza desideri non comuni, all’anima mia aspirazioni elevate, per poi piantarmi qui a rappresentare la parte della incompresa infastidita!
Meglio era tirarmi su senza tante delicature morali, come la zia per esempio, che si piace e si compiace dei gingilli, si interessa dei romanzi a grande intreccio, sta a balzello de’ fatti altrui, giudica il prossimo, biasima, condanna e passa il tempo ozieggiando affannosamente.
Ma… le recriminazioni non giovano a nulla, pur troppo!… Tu mi hai lasciata; hai voluto, hai potuto lasciarmi, dopo otto anni che si viveva insieme, e si era come sorelle; mi hai lasciata e… pazienza!… Avessi almeno il conforto di sapere che ti trovi bene costì, in collegio; che le tue scolare li amano; che le maestre e la direttrice ti tengono in quel conto che meriti. Me lo scriverai?… Me la dirai la verità?… poi che per non affliggermi, saresti capace di farmi vedere lucciole per lanterne, tu!…
Qui le serate sono lunghe eterne. Il papà, subito dopo pranzo, va fuori, e non torna che tardissimo; mai prima delle due. La zia discorre con le sorelle Zolli, che sono venute ad abitare il villino vicino al nostro; e tu sai che sorta di conversazione esilarante sia quella!… Io leggo, vado in giardino, adesso che l’aria è tiepida, e mi intrattengo con Wise. Se no, faccio un po’ di musica, per me sola. La maggiore parte delle volte però mi ritiro alle ore ventuna e finisco la serata in camera.
Di rado capita in casa qualche impiegato della fabbrica; di rarissimo l’ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo si degna di varcare la soglia del nostro salotto di parvenus. Ma si capisce lontano un miglio che lo fa per dovere; pare su le spine; dice cose insulse risguardanti il tempo, il caldo, il freddo e se ne va dopo una visita brevissima.
La zia dice che è un giovine simpatico; un perfetto gentiluomo! Io per me lo trovo orgoglioso; e ne’ suoi atti e nelle sue parole mi par di vedere e di sentire un non so che di nobile che si degna. Ma si degni o no, a me che mi fa?..
Non ti ho detto, che fra una quindicina di giorni, papà dà una festa di ballo per celebrare le sue nozze d’argento con la fabbrica di stecche d’ombrelli e di chiavette per aprire le scatole di sardine, che hanno fatto la sua fortuna!…
Papà ha ordinato a Parigi la mia toeletta. Che idee ci hanno, in generale, questi nostri ricchi industriali, cominciando dal mio papà!.. Lavorano in Italia e per l’Italia, che vorrebbero grande nella industria nazionale, e quando si tratta del lusso della loro casa e delle toelette delle loro signore, ricorrono all’estero, diffidando del gusto del paese, quasi disdegnandolo.
Che peccato che tu non sia qui per il famoso festone, che deve essere di quelli di cui i giornali si interessano! Per certo avresti avuto anche tu una toeletta di rango francese, e così cammuffate, seguendo la moda della giornata, che esige vecchi balli risorti e rinnovati da un battesimo straniero, parole, biascicate in lingue d’oltre alpi e d’oltre mare, atti a l’americana e giù di lì, si avrebbe forse avuto tutte due il sommo piacere di essere giudicate signorine perfette e forse anche la gloria di leggere il nostro nome nei giornali con tanto di descrizione e di lode!
Ma basta per oggi. Ciao carissima; ciao egoistona, che per amore del tuo cattivo orgoglio, hai avuto il coraggio di abbandonare la povera
LUCIA.”

Finito di scrivere, Lucia, piegò il foglio in due, lo chiuse nella busta e fece l’indirizzo, quando il fischio acuto e prolungato della fabbrica, richiamò gli operai al lavoro.
“Già le tredici! – disse meravigliata.
E alzatasi, con la lettera in mano, che voleva fosse impostata subito, socchiuse le gelosie e stette a vedere gli operai tornare frettolosi a la fabbrica. Di questi, alcuni sdraiati bocconi lungo il marciapiede, si alzavano stiracchiandosi e sbadigliando; si davano una scrollatina e via; altri finivano d’ingollare la loro polenta o il pane con lo scarso companatico; un ragazzetto cantava a tutto spiano; due fanciulli si rincorrevano vociando.
In breve la fabbrica ebbe inghiottita tutta quella gente, e per la via deserta, di quella parte di città tuttora spopolata, tornò il silenzio.
Lucia, sempre dietro le gelosie socchiuse, voleva persuadersi che fosse interessante lo spettacolo della via polverosa battuta dal sole abbagliante e che i rari passeri che volavano dalle piante del giardino a beccuzzare le briciole sparse su l’acciottolato, fossero meritevoli di particolare attenzione.
Ma l’interesse e l’attenzione furono tosto assorbiti da una persona che si andava avvicinando; la persona dell’ingegnere Del Pozzo, il Conte Anton Mario Del Pozzo, l’orgoglioso che quando favoriva in casa aveva l’aria di degnarsi.
Era un bel giovine il Conte Del Pozzo; alto, diritto, bruno pallido, con i capelli neri a spazzola, i baffi arricciati in punta.
Il babbo di Lucia lo stimava assai; gli operai dello stabilimento gli volevano bene e l’obbedivano come altrettanti agnelli. Tutti lo portavano ai sette cieli.
“Credo ch’egli sia dotato d’un certo fascino! – pensava Lucia – E il fascino ha da essere tutto ne’ suoi occhi strani!
Certi occhi grandi, di un colore fra il grigio e il verdastro, d’uno sguardo profondo, dolce e melanconico ad un tempo; certi occhi che non si potevano dimenticare.
No; non si potevano dimenticare; di questo Lucia era convinta e persuasa. Il fascino egli lo doveva avere davvero negli occhi!…
Ma possedessero pure, quegli occhi, tutta la potenza affascinatrice che si volesse, a lei non avrebbero certo fatto nè caldo nè freddo.
Dovette convenire, arrossendo con un segreto inesplicabile(1) rincrescimento, che il giovine ingegnere non l’aveva mai guardata in modo da far supporre in lui delle idee da affascinatore.
Si erano trovati così di rado insieme!… Ed anche quelle poche volte, egli, al di là del saluto rispettoso e di poche parole quasi d’obbligo, non aveva mai fatto nulla, manco con un’occhiata, per esprimere il benchè minimo desiderio di stare con lei.
Il suo fascino, se pure è vero che ce l’abbia, egli non pensa certo di usarlo con te! – le mormorò dentro una voce. – E – continuò la voce – faresti bene a non occuparti di lui, e lasciarlo in pace, poi che egli non si cura di te!
Lucia rispose a quella voce con una spallucciata. Ella si curava di lui?… Era matto da legare chi lo credeva. Ed era una voce pettegola e falsa quella che le andava blaterando simili scioccherie.
“Ho proprio bisogno che lui si occupi di me! – pensò.
E ricordò, con un sorriso, i vagheggini che le giravano intorno facendole la ruota come piccioni innamorati! O non era già stata chiesta in sposa dall’avvocato Stolzi e dal capitano Fralli?… Non dipendeva che da lei rispondere di sì. Ma lei aveva invece risposto decisivamente di no. E il figlio del ricco banchiere Svarzi, il signor Aldo, non la seccava con la sua assiduità?… Ah quanto la seccava!… La seccavano tutti, ecco. Bastava che qualcuno le si mettesse intorno con l’aria di farle la corte, perchè dentro l’anima le sorgesse il fastidio, quasi la ribellione. Non voleva saperne di matrimonio nè di spasimanti lei. Non aveva che diciott’anni in fin de’ conti. Maritarsi per maritarsi come facevano parecchie fanciulle, ella non lo avrebbe fatto mai e poi mai. E chi le faceva gli occhi di triglia le dava noia.
Non sposerò che uno che io senta di amare davvero e molto! – concluse.
“Che se quell’uno per me non ci sarà, ebbene! resterò nubile, nubile, nubile, come tante altre e come la Lena, che non ha voluto sposare il farmacista che le voleva bene e adesso ha trent’anni suonati!
A proposito di Lena si ricordò della lettera che aveva in mano e che le premeva d’impostare presto.
Uscì dalla cameretta, scese lo scalone e entrò come una folata di vento nel salottino di compagnia.
Sedute vicine l’una a l’altra, zia Marta e le sorelle Zolli, nel cantuccio favorito, presso l’uscio a vetri che dava in giardino, chiaccheravano animatamente.
Si spaurirono a l’entrata improvvisa della fanciulla e troncarono la conversazione.
“Zia – disse Lucia, dopo aver salutato e mettendosi il cappello in testa davanti a la specchiera:
“Esco un momento con Adele per impostare questa lettera!
“Con Adele? – fece la zia stringendo le labbra che sparirono nelle crespe sottili, e socchiudendo gli occhi.
Le sorelle Zolli guardarono Lucia in aria scandolezzata.
Un vivo rossore si diffuse su’l volto della fanciulla, mentre si avanzò fin verso le tre signore, fissandole in atto di chi vuole e aspetta una spiegazione.
“Vai con chi vuoi, ma non con Adele! – fece la zia.
“Perchè? – chiese la fanciulla con voce un po’ rauca.
“Adele è una scostumata! – spiegò zia Marta.
“Fa a l’amore! – saltò su la signora Aurora, la maggiore delle sorelle Zolli.
“Non è bene che una signorina a modo si faccia vedere intorno con lei! – soggiunse l’altra sorella Zolli; la signora Rosetta.
“Fa a l’amore con il cocchiere! – informò zia Marta.
“È tutto qui? – chiese freddamente Lucia.
“Converrà licenziarla! – mormorò la zia, seccata dal tono freddo della nipote.
Di rossa, Lucia si fece smorta. “Come?… licenziare Adele, la sua antica bambinaia, che aveva conosciuto e voluto bene a la povera mamma!… una brava e onesta ragazza?… Licenziarla perchè amava ed era riamata?
“Ma… zia – disse, balbettando un poco, – ti ho sentita ieri parlare dell’amore fra la signorina Cromi e il tenente Poggi e ti intenerivi come di cosa nobile e gentile!
Zia Marta si dimenò su la seggiola mormorando: “quello è un altro par di maniche!
Un altro par di maniche?… E perché?… La signorina Cromi avrebbe sposato il tenente Poggi, come Adele avrebbe sposato il cocchiere!… E se non era disonesto l’amore fra una signorina ed un ufficiale, non lo doveva neppure essere quello fra due bravi giovani che lavoravano per vivere. Differenze, Lucia non ne vedeva. E zia Marta aveva troppo criterio per pensare che una persona giovine e affettuosa, per la ragione che aveva l’onore di servirla, dovesse rinunciare al proprio avvenire e soffocare il proprio sentimento. Parlare di licenziamento era cosa ingiusta e crudele. Ella stessa, Lucia, avrebbe fatto in maniera che Adele sposasse presto il cocchiere. Le voleva bene lei, la stimava; nessuno mai le avrebbe fatto del male; se la prendeva sotto la sua protezione, se la prendeva!
Qui Lucia, che aveva parlato un po’ vibratamente, nauseata da quella ingiustizia, da quei pregiudizi, da quell’egoismo, s’inchinò con freddo rispetto dinanzi alle tre signore e uscì chiamando Adele ad alta voce.
Dopo un momento, zia Marta e le sue amiche videro al di là del tendone che l’aria sollevava, la signorina Lucia, che trotterellava spedita a la volta del centro della città, insieme con la cameriera.
“Ecco il frutto dell’educazione d’oggi!… lamentò la signora Marta. – Mio fratello che lascia fare; quella signora Lena che si è piaciuta di svegliare nell’anima, della sua allieva il fatale spirito dell’indipendenza e la forza di volontà, che si ribella a tutto e a tutti, e di nutrirla di certe teorie strambe, da vero fin de siècle.
La signora Aurora, con un sospirone, approvò le parole dell’amica.
E sua sorella gemette: “Il mondo s’è cambiato!… Dio sa che cosa ci si prepara!… Non c’è più sommissione, non c’è più rispetto, non c’è più differenza fra gente e gente!… Anche le persone per bene si danno al socialismo!
E susurrò a fior di labbra queste parole che la terrorizzavano!
* * *
Finito di desinare, il signor Pippo Ferretti, il ricco industriale, come di solito, fece la sua toeletta della sera, e prima di uscire salutò la sorella e baciò in fronte la figliuola, che lo accompagnò fino all’ingresso della portineria; un amore di casetta svizzera.
“Non ti annoi troppo a restar qui con la zia? – le chiese il babbo.
Era la domanda che egli le faceva ogni sera, quasi a sgravio della propria coscienza, certo di sentirsi rispondere di no, certissimo della bugia generosa che era in quel no. Ma tranquillava la propria coscienza e scusava sè stesso, dicendosi, che dopo una giornata di lavoro, un uomo ha pur diritto a qualche ora di svago, a un po’ di libertà, al soddisfacimento di qualche desiderio; e poi riposava nella convinzione, che sua figlia sarebbe stata incapace di imporre a lui un sacrificio; che anzi un sacrificio suo non l’avrebbe voluto a nessun costo, che le avrebbe guastato ogni piacere solo il supporto. Del resto, qualche volta, egli la conduceva a teatro insieme con la zia, la sua figliuola; in casa si ricevevano spesso gli amici la sera, e non di rado si davano serate e trattenimenti.
“Non ti annoi troppo a restar sola con la zia? – ripetè ancora quella sera il signor Pippo.
Lucia gli rispose come di solito, sorridendo e aggiustandogli nell’occhiello del soprabito chiaro, la cardenia profumata.
“Sei un papà ancora giovine e bello!.. bada! – gli disse minacciandolo con la manina.
Egli rise ringalluzzito, e arrossendo lievemente; baciò un’altra volta la figliuola e uscì.
Il signor Pippo Ferretti era davvero un bell’uomo; di media statura, ben piantato, con i baffi tutt’ora biondi e i capelli appena brizzolati su le tempia, portava su ‘l volto dai lineamenti regolari, l’espressione dell’uomo soddisfatto di sè.
Lucia amava e stimava il suo papà; l’uomo che aveva voluto ed era riuscito; il povero figliuolo d’un barcaiuolo del lago di Como, che, a forza di stenti, era riuscito a studiare, a metter su fabbrica, a farsi brillante strada nella vita!… Una cosa però la urtava in lui; ed era la smania dello sfoggio, della pompa, che la povera mamma, figlia d’un avvocato con pochi mezzi, gli aveva parecchie volte rimproverato; lei, che amava la vita semplice, intima; che riponeva ogni felicità nell’affetto, nella famiglia. Oh come Lucia la ricordava la sua povera mamma, che le era morta quando ella non era ancora entrata ne’ dieci anni… Una signora piuttosto piccola, bruna, dal soave sorriso; Adele, diceva di lei che era una santa; e Bortolo il vecchio servitore, che l’aveva vista nascere e l’aveva seguita sposa nella nuova casa, non ne poteva parlare senza che le lagrime gli inumidissero gli occhi.
La sua povera mamma era contraria a l’idea di quel villino civettuolo e costoso; ella abborriva da tutto ciò che potesse attirare l’attenzione; era una aristocratica del sentimento.
E in quel villino ove era venuta a malincuore, era poi morta dopo soli due anni, povera cara!.. E ora giaceva seppellita nel cimitero del villaggio ove era nata e cresciuta, lungo la spiaggia Ligure. Era morta in piena coscienza di sè, rassegnata, tranquilla, dopo che Lena, la figliuola d’una sua amica d’infanzia, era accorsa al suo appello promettendole che avrebbe fatto da madre a la sua piccola Lucia.
“Ah Lena!… hai mancato a la tua promessa, per orgoglio! – mormorò a l’aria fosca della sera la fanciulla, che dopo la partenza del padre, si era fermata in giardino, ritta contro il muriciuolo, le dita intrecciate nell’inferriata del cancello, lo sguardo vagante.
Poteva star lì finchè voleva. La zia, dopo pranzo, appisolava per un’ora e più; e non c’era sugo stare a vederla ciondolare il capo e lasciarlo piombare su ‘l petto con un russare faticoso di persona ben rimpinza di cibi succolenti. No; non c’era sugo.
Era meglio star lì a respirare una boccata d’aria, a veder passare ogni tanto qualche persona, a conversare con Wise.
“Non è vero Wise? che è meglio star qui con te, che mi capisci e mi vuoi bene?… Buon Wise!…
Bravo Wise!
“Bub! bub!
Il cane rispondeva abbaiando, scodinzolando, lambendo la mano della padroncina, dell’amica. Le si strofinava intorno quasi a farle intendere che le voleva bene davvero; oh quanto!
“Wise! buon Wise!… tu mi vuoi bene, lo so! e te ne voglio anch’io, sai, molto!… È così difficile essere voluti bene davvero!… così difficile!… così difficile!
“Bub! bub!
L’abbaiare finiva in un guaito, quasi in un gemito. Si sarebbe detto che la bestia fedele e intelligente leggesse nel cuore della fanciulla.
L’aria si andava raffittendo. I fiori della robinia mandavano effluvi dolcissimi; si sentiva, a distanza, il brusio della città; ogni tanto il tram elettrico, correndo veloce su le rotaie, passava rapido dinanzi a la cancellata del giardino.
Lucia s’era messa a sedere su lo sporto del muricciuolo e pensava a testa china. Che cosa importava a lei d’essere ricca, figlia unica, quasi un’ereditiera?.. Suo padre le era tolto, dagli affari lungo la giornata, la sera, dagli svaghi; in casa non ci aveva che la zia, una buona donna irta di pregiudizi, che non destava in lei nè poteva sentire nessuna simpatia per lei. Lena l’aveva lasciata. Chi le voleva bene davvero, erano, Bortolo, Adele e Wise. Del resto nessuno le era affezionato.
Ella non credeva per certo alle dichiarazioni dei vagheggini!… Era troppo ricca per lasciarsi andare a prestar fede a dei giovinotti che le volevano far intendere di amarla, lei, proprio, lei!
“Wise! povero Wise! – esclamò, in uno slancio di riconoscenza per la buona bestia che l’amava per sé stessa.
Ma Wise rispose, dal lato opposto del giardino, con un guaito, senza accorrere.
Lucia, insospettita, aguzzò gli occhi, si alzò e vide, fermo davanti al cane, al di là del cancello, l’alta figura dell’ingegnere Del Pozzo.
“Wise! – chiamò ancora la fanciulla.
L’ingegnere si mosse; una voce suonò nell’aria sommessamente:
“Buona sera, signorina!
“Buona sera! – rispose Lucia, quasi suo malgrado. E stette in ascolto finchè i passi dell’ingegnere si perdettero in distanza, dalla parte della fabbrica.
“Come mai il signor Conte Anton Mario Del Pozzo passeggia a quest’ora da queste parti e perchè è andato verso la fabbrica, che deve essere chiusa?
Entrò nel salotto, che la zia, finito di appisolare, già conversava con le sorelle Zolli, venute da un poco.
Salutò; passò subito nel salottino attiguo, si mise al piano sfogliando un album di musica classica.
Suonava sotto voce, interpretando la musica secondo la disposizione d’animo del momento, cercando e trovando una muta simpatia fra sè stessa e il suono.
Finì per dare un’espressione melanconica, a un pensiero brioso; e l’originalità della cosa, le diede impressioni strane; come d’un fiore divelto prima della fioritura; come d’un insetto alato morente nell’acqua in piena gioia di sole; come di gorgheggio d’uccello violentemente troncato da sparo crudele.
“Lucia!.. ci appresti il thè? – chiese la zia ad un tratto.
Lucia lasciò il piano, chiuse l’album, ritornò in salotto.
Apprestò il thè al piccolo tavolo; offerse chicche, biscotti, liquori, crema, vini; recò le tazze fumanti e profumate alle tre signore; stette a vederle sorbire la delicata bevanda, gustare le leccornie; e invidiò loro il volgare piacere.
“Poter godere delle piccole, sciocche cose! – andava pensando – piacersi delle ghiottonerie! occuparsi e divertirsi di insulsaggini!… Beato chi è fatto così, e non si affanna a correr dietro a un ideale, che fugge e fugge lusingando e attraendo con una fiamma bugiarda; fuoco fatuo.
A un punto entrò Bortolo con il viso smorto. Pregava la signorina che gli desse qualche cosa di spiritoso per un povero fanciullo operaio che s’era fatto male a la fabbrica quel giorno stesso e che, dopo la medicazione del chirurgo, peggiorava a vista.
“Papà sapeva? – chiese con ansia Lucia togliendo dall’armadio una bottiglia di cognac e consegnandola a Bortolo, che accennò di sì con il capo.
“E anche tu, zia? – chiese la fanciulla.
Dio buono!… Certo che la zia sapeva. Ma non c’era ragione di affannarsi a quel modo; disgrazie ne capitano ogni giorno; e, si sa… a chi la tocca la tocca!
La zia parlava non smettendo di mangiare e offrendo chicche alle amiche, che si rimpinzavano.
Come si poteva ingollar leccornie a quel modo, quando lì, a pochi passi di distanza, un poverino, lavorando nella fabbrica che dava la ricchezza a la casa, soffriva forse acerbamente, forse anche lottava con la morte?
Come mai aveva potuto, il suo papà, che sapeva che per certo aveva veduto, fare come di solito la sua elegante toeletta, scherzare con lei, uscire per lo svago d’ogni sera, forse dimenticare il triste caso in un salotto allegro o fra amici gaudenti?
Un’ambascia, fatta di pietà per il poverino malato e di disgusto per l’indifferenza del padre, della zia, e di quelle insipide zitellone, gonfiò il cuore della povera fanciulla.
“Vado con Bortolo – finì per dire – voglio vedere anch’io!
E si incamminò, non badando alle rimostranze della zia, che trovava eccessivo quello zelo caritatevole, che temeva un’emozione troppo violenta per la nipote, in quell’ora di dopo pranzo; che si doleva di non poterla accompagnare, perchè troppo sensibile, incapace di sostenere la vista d’un sofferente.
“Bene, bene! fece Lucia – non darti pensiero per me; vado con Bortolo.
E uscì così com’era; a capo scoperto. Per andare a la fabbrica non c’era che da attraversare il giardino, che dava, in un cortiletto di comunicazione interna fra la casa e l’ufficina.
“S’è fatto male assai? – chiese, camminando frettolosa, al servitore.
“Assai! – rispose questi. – È difficile che se la cavi!… povero fanciullo!
Al buon uomo, tremava il pianto in gola, parlando.
Il malato giaceva in una camera presso la portineria, nel letto sempre pronto ad accogliere chi si fosse fatto male, che non era cosa straordinaria, o chi fosse assalito da improvvisa sofferenza.
Giaceva supino sui guanciali candidi, la testa bruna abbandonata, gli occhi semichiusi, il respiro affannoso; su la rimboccatura, le povere mani nere di polvere di carbone, stavano inerti. Insieme con il respiro ansimante, dal petto del poverino usciva un lamento continuo che straziava.
La fiammella del gaz abbassata, spandeva una luce smorta, rischiarando l’agonizzante con riflessi foschi, strani, paurosi.
Bortolo porse la bottiglia a un vecchio signore ritto a fianco del letto. Un altro signore si staccò dal fondo della camera e porse a questi un cucchiaio. Bisognava sollevare un poco il capo al poverino per fargli inghiottire qualche sorso.
Lucia si fece innanzi, tutta pallida ma senza tremiti, passò un braccio sotto al guanciale e lo alzò delicatamente; il povero fanciullo gemette più forte. Il cognac fu inghiottito a fatica. Lucia riabbassò il guanciale, su cui il malato girò lentamente il capo posandolo su una guancia; cessò il gemito, parve assopito. Parve morto a la fanciulla, che si rizzò presa da subito, invincibile sgomento e levò lo sguardo spaurito in cerca di conforto. Si incontrò in due occhi chiari, che la fissavano con intensità melanconica.
“Morto?… – chiesero le labbra della fanciulla, senza mettere suono.
No; gli occhi chiari risposero negativamente. Ma in quel no erano il dolore, quasi il rammarico. Così fosse!… dicevano quegli occhi. La morte sola può togliere il disgraziato a lo spasimo.
Un fremito corse nei sangue di Lucia. Si inginocchiò di fianco al letto, chinò le labbra su la manica nera del morente. Quale tenerezza di pianto, quale religioso rispetto le inspirava, quella disgraziata vittima del lavoro!… Perchè succedono quei casi dolorosi?… Perchè non si era ancora trovata la maniera di farli evitare, di impedirli?… Perchè Iddio permetteva che accadessero?…
Il sentimento di superba investigazione fu tosto soffocato nella preghiera.
“Signore!… fate che cessi di soffrire! – sospirò in un singhiozzo represso.
“Signore! chiamatelo in Paradiso con voi!
Levò il capo, colpita da un improvviso lamento, lungo, spasmodico; scattò ritta.
Il malato in un supremo sforzo, si era tirato su a sedere su ‘l letto, e guardava nel vuoto con gli occhi sbarrati, vitrei. Aperse le braccia come se le stendesse a qualcuno e mormorò il nome di Teresa. Poi si lasciò andare su ‘l guanciale, supino, la bocca aperta, inanimato.
Lucia si sentì vacillare; le girava la testa; nel cervello sentiva un ronzio doloroso; non scerneva più le persone; più non si raccapezzava.
Qualcuno le offerse il braccio, la strascinò via, le fece sorseggiare del cognac.
Sentì salire un groppo a la gola e scoppiò in pianto.
“Coraggio! – le sussurrò presso una voce commossa e carezzevole. – Iddio ha voluto così; non si può andar contro a’ suoi voleri!
Chi le parlava?… chi era con lei e la guidava a casa attraversando il cortile?
Levò gli occhi su ‘l volto pallido del suo compagno; l’ingegnere Del Pozzo.
Ah! egli non l’aveva lasciato il povero fanciullo che s’era fatto male a la fabbrica!… Non era fuggito dal povero moribondo!… Non era andato a distrarsi dopo la giornata di lavoro!… Non aveva avuto riguardi per la propria sensibilità!…
Avevano attraversato il cortile; erano entrati in giardino. Ai piedi della scalea, che dava su la porta d’entrata del villino, Lucia si arrestò; porse tutte due le mani a l’ingegnere e gli disse in un soffio: “Grazie!”
“Coraggio! – le ripetè lui, stringendole le mani.
Che espressione soave, che espressione pietosa avevano in quel momento, quegli occhi chiari!.. Oh sì sì!.. essi dovevano possedere un fascino; ma era un fascino buono, che comanda carità, che chiede il bene!
“Grazie! – tornò a dirgli Lucia mentre egli ritoccava il cappello in segno di saluto. E soggiunse: “Si informi della famiglia di quel poverino, e, me ne sappia dire qualche cosa!..
A sommo della scala si rivolse: “Torna là? – chiese subitamente.
“Sì! – rispose l’ingegnere avviandosi.
In salotto, la zia e le sorelle Zolli giuocavano a scopa.
“E così? – chiesero in coro senza smettere il giuoco.
“È morto! – rispose cupamente Lucia.
“Ha finito di penare! – disse la zia buttando una carta.
“È al riparo dai pericoli! – fece la signora Aurora.
“Dio lo accolga! – esclamò la signora Rosetta.
“Scopa!
Zia Marta, con moto rapido, raccolse le carte vincitrici con un sorriso di soddisfazione e segnò il punto.
“Io vado a letto! – disse Lucia uscendo – Felice notte!
“Felice notte! – risposero tutte tre insieme le giuocatrici!
“Scopa!
La signora Marta era fortunata quella sera.
Lucia l’udì annunciare ancora due volte la vincita, mentre ella saliva lo scalone per ritirarsi in camera con le sue emozioni, i suoi sentimenti.

*
* *

Alcuni giorni dopo quella triste sera, il babbo tornando a casa per la colazione, consegnò a Lucia una lettera non suggellata.
“È dell’ingegnere del Pozzo – disse, – pregò me che te la consegnassi.
Un’ondata calda corse a la fronte della fanciulla. Prese la lettera, l’aperse, lesse ad alta vece:
“Gentile Signorina,
“Il povero fanciullo ch’Ella ha veduto morire, non aveva altri al mondo che una sorella, la quale gli faceva da madre. Essa ha vent’anni ed abita in un abbaino su ‘l Corso di Porta Nuova N…. Lavora da sarta.
“Con rispetto. Le porgo i miei doveri.
“ANTON MARIO DEL POZZO.”
“Va bene! – disse Lucia piegando la lettera, mentre uno strano senso di incresciosità le sconvolgeva il cuore. Trovava quelle righe troppo cerimoniose, troppo fredde, dopo che tutti due avevano passato un’ora al letto del morente, risentendo le medesime impressioni, soffrendo le medesime ansie. Le pareva ch’egli avrebbe potuto aggiungere almeno una, una sola parola un po’ gentile nel darle l’informazione di cui ella lo aveva incaricato. Sentì eccessiva la delicatezza del giovine che aveva voluto consegnare la lettera, aperta al suo babbo.
“Va bene! – tornò a dire. – E se tu, papà, lo permetti, andrò con Adele a vedere la sorella del povero fanciullo e le porterò i miei risparmi.
Vide negli occhi della zia lampeggiare la disapprovazione per quel passo imprudente, quasi ardito. Una signorina che andava in un abbaino!.. che si metteva a contatto con una ragazza sconosciuta; una sartina; forse peggio; e vi andava con Adele, che ella, se avesse potuto, avrebbe licenziata volentieri.
Questo, Lucia lesse negli occhi della zia e fece una impercettibile spallucciata.
Il papà, lui, acconsentiva; altro!.. anzi toglieva dal portafoglio alcuni biglietti di Banca e li dava a la figliuola. Il povero ragazzo operaio era morto lavorando in fabbrica; era un dovere pensare, provvedere a chi lasciava.
Lucia rispose al suo papà buttandogli le braccia al collo. Come era contenta di quel tratto di generosità, lei che aveva tanto sofferto per la sua indifferenza il giorno della disgrazia del povero fanciullo!..
Dunque anche suo padre aveva cuore caritatevole e generoso, malgrado le apparenze, che lo facevano parere insensibile, freddo, amante delle abitudini, della quiete morale!… No; no; il suo papà non era, come la zia, incapace di vedere un palmo in là del proprio orizzonte; lui non dimenticava, per quanto spesso sembrasse, d’essere stato povero; d’aver passato l’infanzia, l’adolescenza e parte della giovinezza nelle ristrettezze non di rado dolorose; insieme con la fortuna, egli non aveva accolto certi pregiudizi ridicoli e crudeli!…
In fatti, quando aveva saputo dell’amore di Adele, aveva interrogato il cocchiere per veder chiaro nella cosa e per interesse della giovine, che era in casa da parecchi anni. Il cocchiere, un onesto giovanotto, aveva subito confessato il suo affetto e dette le sue buone intenzioni; ed egli, il babbo, aveva stabilito il tempo delle nozze, aggiungendo che una volta marito e moglie, se volevano, avrebbero potuto continuare a servire in casa. Alle osservazioni della sorella, a’ suoi atti scandolezzati, un po’ ridendo, un po’ su ‘l serio, aveva bellamente fatto capire, che era sua intenzione fosse fatto così, e che così si sarebbe fatto.
Lucia ingollò in fretta la colazione, nella impazienza di uscire, di andare dalla povera fanciulla, che aveva così barbaramente perduto l’unico fratello.
Indossò un vestito scuro, modestissimo; in testa mise un cappello di paglia nera senza ornamenti; e così semplice e nella semplicità più che mai elegante e graziosa, si incamminò con Adele.
La giornata, era smagliante di sereno; l’aria calda e piena di effluvi odorosi.
Presero per un viale del parco, che avrebbero attraversato per sboccare su ‘l corso Garibaldi, e di là, infilare i bastioni fino a Porta Nuova.
Il babbo aveva proposto di ordinare la carrozza. Ma Lucia non aveva voluto; la delicatezza che le aveva suggerito di vestire modestamente, la faceva rifuggire da ogni apparenza di lusso. Recare soccorso e conforto al povero, in toeletta sfoggiata e in carrozza, le sarebbe sembrato brutto, meschino, quasi vile.
Il sole abbagliante indorava il parco dalle piante tutt’ora in arbusto; senz’ombra.
Su l’erba de’ prati, le prime farfalle volavano in avida ricerca dei fiori.
I passeri, gli usignuoli, qualche cincia, volavano da una pianta a l’altra, in gran faccende per la costruzione del nido; da un boschetto veniva il gorgheggio della capinera; ogni tanto un volo di rondini segnava una mobile striscia nera nell’aria d’oro e un garrito prolungato diceva la gioia del ritorno.
Lucia e Adele, con l’ombrellino aperto, trotterellavano via svelte e leggiere chiacchierando con la confidenza benevola e rispettosamente affettuosa, che sempre è fra una padroncina buona e giusta, e una domestica riconoscente e affezionata.
Adele diceva della sospettosa sorveglianza, dei rimproveri, dalle continue stoccate della signora Marta, che pareva si imbattesse nel diavolo ogni volta che vedeva lei o il cocchiere, e che mandava saette dagli occhi quando li sorprendeva insieme a scambiarsi due parole, da gente che si vuol bene.
“È pure stata maritata anche lei! – soggiungeva. – E se fu maritata è segno che ha voluto bene a suo marito, anche prima che fosse suo marito. O in certi casi, essere poveri o ricchi non è lo stesso?…
Lucia dava ragione a Adele senza però dare apertamente torto a la zia. Oh tutt’altro!… La povera donna bisognava compatirla; era in là con gli anni; aveva sofferto per la lunga malattia del marito.
“Ed ha un cervellino da coniglio, poveretta! – finiva fra sé.
Al vecchio Tivoli, si imbatterono nell’ingegnere del Pozzo, che vedendo Lucia, fece un leggero atto di sorpresa e salutò cerimoniosamente facendo di cappello.
Quell’improvviso, inaspettato incontro, fece dare un tuffo nel sangue della fanciulla. Emozione della quale rise tosto in cuor suo. Che sciocca era a commuoversi d’una cosa così naturale!… Proprio una sciocca che ella stessa non riusciva a capire.
Arrivarono lungo i bastioni di Porta Garibaldi. Gli ippocastani erano già coperti di foglie d’un color verde tenero; foglie di poco sbocciate dalle gemme. Di sotto il viale, dal suolo ricamato di ombre fantastiche e mobili, la gente camminava frettolosa e allietata dall’aria primaverile.
Giunsero presto su ‘l corso di Porta Nuova, a la casa additata.
La giovine sarta a la quale era morto il fratello nella fabbrica ove lavorava, era in casa.
“Scala a destra, seconda corte, abbaino numero otto! – informò il portinaio, dal deschetto, non smettendo di battere il cuoio d’una suola di scarpa.
Attraversarono la prima corte; entrarono nella seconda. Lucia si mise per la prima nella scaletta ripida e scura; e su, su, su, seguita da Adele che cominciava a ansimare. A l’ultimo pianerottolo, infilò un’altra scaletta serrata fra i muri, finchè giunse nello stretto corridoio dove mettevano gli usci numerizzati degli abbaini.
In uno di questi, aperto, una vecchia si cullava su le ginocchia un bimbo in fasce, cantandogli il ninna nanna con voce roca.
Da un altro, insieme con un piagnucolare di fanciullo, veniva un odore tignoso di merluzzo fritto.
In un terzo, chiuso, si rideva vociando.
L’abbaino numero otto, era l’ultimo ed aveva l’uscio aperto sbarrato.
Lucia e Adele si arrestarono un momento su la soglia.
Seduta a un tavolino ingombro di matassine e rocchetti e cuscinetti per aghi e spilli e forbici e ritagli di stoffa, una giovine donna, baciata dal sole che pioveva un suo raggio dal finestrino, in alto, staccando una tinta d’oro dai suoi capelli biondi e copiosi, era intenta al lavoro.
Levò gli occhi cerchiati d’azzurro come Lucia chiese il permesso d’entrare; si alzò premurosamente, stette in attesa di sapere il perchè della visita.
Lucia si spiegò.
A le parole della signorina, il volto pallido e soave della giovine bionda, prese poco a poco un’espressione dura; la bocca le si atteggiò a disdegnosa amarezza; gli occhi turchini si fecero torbidi.
Con i pugni serrati su’l tavolino, il busto sporgente innanzi, aveva l’aria d’una creatura offesa, che si ribella a soprusi e prepotenze.
“L’hanno lasciato morire senza chiamarmi!… – sibilò con accento cupo.
E soggiunse tosto in un gemito: “Per i poveri non c’è pietà!.. Oh il mio Cecchino! il mio Cecchino!
Con rapidità dolorosa, mutò espressione; gli occhi le si empirono di lagrime; la bocca, quasi ancora infantile, tremò nel pianto, e i singhiozzi le uscirono dal petto ansante, che ella comprimeva con le mani incrociate.
Pallida di sorpresa e di dolore, Lucia si fece presso a la povera giovine, e l’accarezzò mormorandole parole di conforto.
Il suo povero fratellino ella l’aveva visto morire, nè gli erano mancate le cure più affettuose. Non si era potuto mandar a chiamare lei, per la ragione che, certo, non si sapeva quale e dove fosse la famiglia del poveretto; ed anche, forse, perchè la disgrazia era stata troppo repentina. E lei, poverina, certe brutte cose non le doveva pensare, non le doveva dire!
La giovine scrollava la testa non smettendo di piangere. Ah non doveva pensarle, non doveva dirle certe cose?… La signorina parlava a quel modo perchè ella non sapeva nulla della vita grama!…  Lei, a vent’anni, ne aveva già passate tante!… La ricca casa commerciale ove il suo povero padre aveva lavorato per tanti anni, onestamente, quando egli moriva, aveva pensato a’ suoi figliuoli, orfani e poveri?…
Lei faceva l’ultimo anno a la Scuola Normale quando suo padre moriva; e suo fratello andava alle tecniche.
La miseria aveva obbligato l’una e l’altro a troncare gli studi per il pane. Ella si diede al mestiere della sarta per far presto a guadagnare e il fratellino entrò nella fabbrica maledetta dove doveva morire!…
Lavorando tutti due, non sempre riuscivano a sfamarsi, a pagare a tempo l’affitto dell’abbaino. E….. e…..
Parlando le si erano essiccate le lagrime; non le restava che un ansimare faticoso e un triste lampo negli occhi, che fisava in volto a Lucia.
“Quando si ha fame e non si vuol veder penare una persona cara – continuò stillando le parole – quando si ha fame e non si vuol morire nè rubare, sa lei su che via si mette una ragazza giovine e non brutta?…. Lo sa?… Lo sa?
Adele prese per una mano Lucia. La voleva condur via, adesso che capiva. Le scottava la terra di sotto i piedi; le pareva impossibile che la padroncina non prendesse l’uscio, non precipitasse in fuga giù dalle scale.
Ma Lucia non aveva nessuna intenzione di prendere l’uscio nè di precipitare giù dalle scale. Guardava in vece con profonda pietà la giovine che aveva finito per chinare il capo su’l petto, arrossendo fino al collo.
Poi fattosele presso, le stese la mano che la giovine non prese, accennando di no con la testa.
“Perchè?… perchè? – disse Lucia con voce un po’ tremante – siete in collera con me, che non vi ho fatto nulla di male, che anzi vorrei farvi del bene?
No; non era certo la collera che faceva agire così la povera fanciulla. Lucia lo capì dallo sguardo umido che ella le levò in volto. Era tutt’altro che collera; era un sentimento delicato, un senso di avvilimento morale, da anima punto volgare.
Lucia si fece coraggio. Levò l’involto dal portafoglio e lo pose timidamente su’l tavolino.
“Sono cinquecento lire! – balbettò, mentre il rossore le correva su’l volto bello e gentile. – Ve le manda il mio papà e vi prega di accettare in memoria di vostro fratello. E io…. vi prego di ricordarvi di me!… Vi lascio il mio biglietto di visita.
A le parole di Lucia, la giovine aveva sussultato. Afferrò l’involto; con mano tremante lo aperse; guardò i biglietti, li contò rapidamente; poi, in uno slancio subitaneo, si buttò ai piedi di Lucia esclamando nelle lagrime: “Grazie! grazie!… il povero Cecchino ha pregato per me!… mi ha mandato un angelo del Signore!.. Grazie! grazie!.. Adesso potrò essere accettata in convento!.. Ci volevano cinquecento lire; ci sono!
Le baciava le mani, le baciava il vestito in una foga di riconoscenza.
Ora anche Adele piangeva; più non si sentiva scottare il suolo di sotto i piedi; capiva che la signorina aveva fatto bene a non fuggire come un’appestata, quella povera creatura.
Lucia fece alzare la poverina, e baciandola, la pregò che la tenesse informata di quanto avrebbe fatto.
“Faccio subito le pratiche per entrare in convento! – mormorò  la giovine con il fiato mozzo dall’emozione.
E disse che quello era sempre stato il suo desiderio, dopo che le era morto il padre; e che dal giorno che anche il suo povero fratello era andato in Paradiso, essendo libera, s’era prefissa di lavorare giorno e notte a lo scopo di raggranellare i danari necessari per essere accettata come novizia.
“Adesso i denari ci sono!… Cecchino ha pregato per me!… Corro oggi stesso al convento!… Grazie! grazie! grazie!
Baciò ancora le mani di Lucia, accompagnandola fino in fondo al corridoio, a capo della scala.
“Tenetemi informata e ricorrete a me per qualunque cosa! – le ripetè Lucia, salutandola.
E scese le scale con una grande commozione in cuore e nell’anima un vivo senso di gratitudine verso Dio.
“Oh sì! sì!… a monaca! in un convento!… meglio, meglio, poverina! – andava dicendo fra sé. – A curare gli infermi, a servire il Signore nella pietà, dopo tante amarezze, tanto dolore, tanto avvilimento!
Passando dinanzi la chiesuola delle Fate-bene-sorelle, vi entrò.
Davanti a l’immagine della Madonna era acceso un cero; su’l gradino dell’altare maggiore, un vecchio pregava intensamente, con la testa canuta nelle mani.
Lucia si inginocchiò in un banco, e invocò il Signore per la sorella del povero Cecchino, per i disgraziati, tutti, spinti dalla povertà, dall’abbandono, a azioni indegne; per i molti fortunati in continua ribellione contro le leggi di natura e il volere di Dio, che impongono interessamento per gli infelici, pietà, generosità.
“Ah Signore! fate che la ricchezza non mi offuschi il sentimento, che non mi stacchi da voi e da chi soffre!
Si alzò e uscì preceduta da Adele, lasciando il vecchio immobile nella stessa posizione.
“Quel pover uomo deve avere qualche persona malata in questo ospedale! – osservò Adele. – Forse la vecchia moglie! forse una figliuola!… Quante miserie, Madonna!
Nel cuore della buona Adele era entrata la tristezza che accascia e fa pensare a disgrazie possibili per sè stessi.
La vista della sventura, staccava, per così dire, lo spirito di Lucia da sè medesima, per innalzarlo al di sopra delle cose terrene, nobilitato dal dolore!

*
* *

“Cara Lena,
Papà può essere contento della festa data in onore delle sue nozze d’argento con la fabbrica.
Fu un vero festone; uno sfoggio di bellezza, di sfarzo, di uomini eminenti; sopra tutto, un godimento generale e completo.
Il giardino, illuminato da lampadine elettriche nascoste fra i rami delle piante, era pittoresco, bellissimo. Le sale addobbate con gusto squisito; il buffet sceltissimo, scintillante di cristalli preziosi e argenteria all’ultima moda.
Zia Marta e le sorelle Zolli, tutte tre in velluto nero, con ornamenti argentei per essere d’accordo con la circostanza, facevano gli onori di casa. E facevano bene; quello è il loro posto. Ricevere, sorridere a tempo, parlare a tempo, inchinarsi, porgere la mano in quel dato modo; sputare complimenti, sentirsene dire, far mostra di pensare quello che si dice, di credere a quanto si ascolta.
Io, nel mio vestito parigino di un color rosa pallido, la scollatura quadrata, un dito di manica, una vera meraviglia di semplicità e di eleganza, sembravo un vero e stupido figurino della moda.
Arrossii vedendomi riflessa nella specchiera prima di scendere in salotto. Quasi non mi riconoscevo in quella giovine donna dai capelli scuri e la carnagione bianca, così elegante nell’artistica semplicità!
Mi pareva d’essermi mascherata; non ritrovava più me stessa; e un vago senso di malcontento mi scendeva nell’anima. Fui sgarbata con Adele, che mi girava intorno ammirata.
Bisogna però dire che Adele avesse qualche ragione di ammirarmi.
In salotto tutti mi guardavano; feci furore; come dice zia Marta.
Furore o no, a dirti il vero, io mi sono divertita pochino; e tutte le volte che potevo senza dare nell’occhio, guizzare dai salotti in giardino, lo facevo volentieri, per gustare un momento di solitudine, per ritrovarmi con me stessa.
Oh! gran sfortuna, mia cara, avere l’anima fatta in maniera, che i complimenti vi scivolano sopra senza lasciarvi traccia, anzi recandovi una spiacevole sensazione di freddo!… Gran sfortuna non credere alle paroline melate, alle occhiate, come si dice, assassine; e vedere, là, nettamente, come bersaglio a vivaci colori, la mira cui tendono i molti vagheggini, complimentosi fino a l’insolenza, corteggiatori fino a l’offesa, che hanno l’aria di averti in conto di bambola senza intelligenza nè sentimento, e così sciocca da essere lusingata dalle loro litanie di menzogne, colpita e tocca da svenevolezze ridicole e oltraggianti!
Non mi dare dell’esagerata nè della pessimista; non mi allungare il broncio, non prepararmi un predicozzo; che, tanto queste mie idee, che si elevano al di sopra delle meschinerie, tu sai bene, da chi le ho sorbite a poco a poco, quasi senza avvedermene.
Bada però, per onore del vero, che non tutti i giovinotti della festa mostrarono d’avermi in così poco conto da farmi la ruota intorno come altrettanti tacchini. Ce n’erano parecchi che mi trattavano con la riguardosa cortesia del vero gentiluomo, che non vuol compromettere la propria dignità vagheggiando troppo apertamente l’unica figliuola d’un uomo ricco; una ereditiera. Ci fu anzi anche un gentiluomo, che mi stette addirittura, a la larga, non invitandomi manco una volta al ballo, non scambiando con me mai una parola. Cosa un po’ eccessiva, per uno che con me aveva assistito negli ultimi momenti un fanciullo moribondo e che si era interessato per darmi l’indirizzo della sorella del poverino. Ci sono circostanze nella vita, che, io penso, dovrebbero, per così dire, avvicinare gli animi, e che fanno correre un fremito di simpatia innocente e nobile nei cuori. Non lo credi anche tu?… Ma queste circostanze non riescono a liquefare nemmeno la prima superficie di certe nature di ghiaccio!…
Tu hai capito che voglio dire dell’ingegnere Del Pozzo; il conte Anton Mario Del Pozzo; il quale, per certo, è venuto a la festa per un riguardo verso papà; forse è venuto a malincuore, facendo un sacrificio!
Ballò pochissimo e sempre con signore; con signorine mai. Elegante nel vestito di ballo, con quell’aria signorile che lo distingue, egli passò la maggior parte della notte solo, a guardarsi in tondo, ritto nello sguancio di qualche finestra.
Di là io sorpresi spesse volte i suoi occhi chiari e strani, fissi su me con qualche insistenza. Una volta non ritolse lo sguardo mentre io lo guardava; e mi sentii subitamente arrossire. Così serrata nel vestito di gala, ammirata, corteggiata, gli devo aver data una ben meschina idea di me. Questo era il pensiero che mi faceva montare le vampe a la fronte. Non avrei voluto parere vana e fatua a lui, che ha l’aria di essere un uomo superiore, di degnarsi quando deve comportarsi come gli altri!…
Una volta mi sembrò che fosse diretto a invitarmi per un waltzer. Ma il signor Aldo Svarzi fu più pronto di lui ed egli si inchinò dinanzi a una signora che mi sedeva presso. Quel signor Svarzi, mi ha fatto una stizza!… Ero desiderosa di fare almeno qualche giro con lui, per sentire che cosa avrebbe detto; se ricordava il momento passato al letto del povero Cecchino, se voleva sapere della sorella di lui.
Mentre si ballava un minuetto, accaldata e inuggita, io trovai modo di guizzare in giardino e di sedere su una panchina presso la cancellata. La soave musica di Boccherini arrivava a me attenuata dalla distanza. Il giardino rischiarato dalle lampadine elettriche, pareva avvolto nel chiarore dalla luna. Ero lì da alcuni minuti, quando udii un bisbiglio, un brusío sommosso, al di là del cancello. Mi alzai incuriosita.
Con la faccia appiccicata al cancello, erano al di là del giardino, parecchie persone, che guardavano dentro ammirate e si bisbigliavano le loro meraviglie. Povera gente, che si faceva un godimento del piacere, del lusso degli altri!…
Risentii l’impressione che ho sempre provata vedendo alle vetrate dei caffè, i fanciulli poveri guardare dentro i fortunati, seduti davanti ai tavolini imbanditi, rimpinzarsi di leccornie.
Mi vergognai del mio vestito elegante e costoso, del lusso sfacciato della casa, quella sera aperta a la curiosità di tutti.
Volli rientrare.
A pochi passi da me, con il dorso poggiato al tronco d’una pianta, il signor Del Pozzo, con le braccia incrociate sul petto, guardava al di là dell’inferriata. Al fruscio de’ miei passi su la sabbia, si rivolse, mi salutò con un leggero cenno del capo e restò là senza muoversi. Forse risentiva gli stessi sentimenti che commuovevano me stessa!
Papà durante tutta la festa, credo non si sia mai ricordato di me.
La bellezza fulgida della vedova signora Rabbi, sai!… la superba bionda altezzosa che tu non potevi soffrire, deve avergli fatto girare il capo. Fatt’è che egli era tutto per lei e lei tutta per lui solo. Gongolante, orgoglioso, egli la faceva ballare, custodiva il suo ventaglio, era il segretario del suo carnet. Non aveva occhi e attenzioni che per lei, che si lasciava corteggiare con grazia altera, da regina usa agli omaggi, da dea che impone adorazione.
Nel vestito di raso color turchino smorto, scollata fino all’indecenza, le magnifiche braccia nude, scintillante di pietre preziose, con uno strascico da sovrana, la signora Rabbi era bella davvero; per certo la più bella di tutte; la regina della festa, come si suol dire.
Ti ho scritto una letterona che non finisce più. E bada che ho dormito poco. Dalle cinque alle dieci. Ci ho ancora gli occhi imbambolati. Papà e la zia dormono ancora e chi sa quando si alzeranno. Scommetto che il signor Del Pozzo è già levato e fuori; forse a la fabbrica come di solito. Ciao, ciao, carissima; non dimenticarmi.

LUCIA.”

*
* *

Nel salottino d’angolo, con due porte a vetri aperte su ‘l giardino, nella penombra dei tendoni abbassati, Lucia leggeva Fogazzaro nel Piccolo Mondo Antico; lo leggeva per la quarta volta e adesso le piaceva ancora più di prima come accade delle cose per davvero belle e care che più si conoscono e più si amano.
Era al punto in cui la povera Ombretta, tratta dall’acqua, giaceva morente; punto sublime di naturalezza, che bisogna piangere leggendo.
E Lucia commossa, si sentiva inumidire gli occhi, quando su l’uscio del salottino comparve Adele ad annunciare una visita.
“È la sorella del povero Cecchino! – disse, introducendo una giovine donna piccoletta, aggraziata tutta in nero, con un fitto velo su ‘l cappello. Lucia scattò dalla poltroncina e strinse le mani a la giovine facendosela sedere presso.
“Sono venuta a ringraziarla prima di entrare in convento! – disse la giovine con accento commosso. – Ci vado domani, e sono così contenta!… È Cecchino che ha pregato per me!… E lei è l’angelo del Signore mandato in mio soccorso!
Le afferrò la mano e se l’accostò a le labbra, baciandola.
Presa a l’imprevista, Lucia, già un po’ eccitata dalla lettura, non potè frenare un singhiozzo.
Sorpresa, la giovine alzò il velo scoprendo un viso bianco, soave, e commossa, con gli occhi velati, uscì a parlare a frasi tronche, l’accento concitato. Oh ell’era davvero un angelo!… Ella capiva; ella non sentiva disprezzo ma pietà!… sì, sì; bisognava essere passati per molti guai; bisognava aver percorsa una via ben penosa, ben irta di spine, per giungere a non desiderare altro che il convento, a vent’anni!… E lei lo desiderava tanto!… Sentiva proprio nell’anima la voce di Dio che la chiamava!
“Dio – disse con certa solennità – è grande e buono; accoglie e conforta chi ha errato per necessità, per abbandono di tutti!
“Sa, signorina? – soggiunse cambiando tono, con una nota amara nella voce. – Prima di cedere….. di cadere….. le ho tentate tutte. Mi sono offerta come bambinaia, come cameriera, come operaia!… Nessuno mi ha accettata! E il povero Cecchino aveva fame e io non potevo più frequentare la sartoria perchè non avevo scarpe nè vestito!… C’è più indulgenza, c’è maggiore generosità nei conventi!… E la vita dell’infermiera è la via della abnegazione e della pietà!… È la via del Paradiso ove è Cecchino e dove io lo raggiungerò… Che il Signore la benedica, signorina!
In così dire, si era alzata per congedarsi.
Lucia frugò in fretta in un tiretto del tavolino e ne tolse una crocetta d’oro appesa a una minuta catenella pure d’oro.
La passò al collo della giovine, e baciandola, le disse: “In ricordo di me; e quando ci sarà la vestizione, fatemi avvertita!
La giovine baciò la crocetta prima di nasconderla in seno, abbassò il velo su ‘l volto, salutò intenerita, e uscì.
“È più felice di me! – esclamò Lucia sedendo al piano e suonando la musica aperta su ‘l leggio; una marcia funebre di Chopin, che era tutta un singhiozzo.
Più felice di lei?… Perché?… Che cosa le mancava a lei?… Aveva ella forse sofferto la fame, l’ingiustizia, l’abbandono?.. Nel suo cuore era forse lo schianto per la morte di un unico fratello, travolto da una cinghia brutale?.. Perchè le usciva quell’esclamazione a lei, ricca, amata, ricercata?
Il perchè lo dicevano a l’anima sua le note di Chopin. Nessun altro al mondo doveva, poteva saperlo!… Fatto è ch’ella non si sentiva punto, punto felice; tutt’altro!.. e che nel fondo del cuore invidiava melanconicamente a la sorte della sorella di Cecchino.
Zia Marta venne in quel punto a cercarla. Che cosa faceva lì rinchiusa per delle ore che ella era costretta a inuggirsi nella solitudine?… Che gusto era il suo di suonare roba da mortorio e di suonare per suo conto, quando nessuno la poteva sentire nè applaudire?
Lucia stentò a non rispondere con qualche vivacità. O non poteva suonare quello che meglio le piaceva?… E poi, che cosa le importava a lei, di essere sentita? applaudita? suonava per proprio conto, lei, per sentire il linguaggio dell’anima sua che si traduceva nella interpretazione dei suoni.
Ma….. tanto la zia, certe cose non le poteva capire; e non metteva conto contrariarla.
Chiuse il piano e seguì di là la zia, che si rimise al telaio: ricamava, da mesi, un cuscino da divano, a tinte scialbe, autunnali, stanche; tinte che sopprimono la primavera e la giovinezza; gusti da gente che più non sente la serena poesia dei colori smaglianti; che più non ha occhi, nè desideri, nè aspirazioni che per le cose e i sentimenti sbiaditi, nati vecchi.
Lucia si buttò in una poltroncina a sdraio e prese dal tavolino lì presso un libro nuovo, uno degli ultimi usciti e mandato a casa giusto quello stesso giorno dall’editore.
Ella leggeva tutto adesso che Lena non era più lì a sceglierle i libri convenienti. E siccome a casa ne venivano a pacchi, ella aveva da sbizzarrirsi a sua voglia.
Buono però, che in quel ginepraio di letture svariatissime e non sempre morali, Lucia non smarriva mai il suo retto buon senso.
Natura positiva più tosto che immaginosa, ella rilevava subito la falsità dei caratteri, l’esagerazione delle passioni, e non ne rimaneva turbata. Leggendo, aveva imparato a farsi questa domanda: “Nella vita che io conosco succede davvero così?”
E siccome nella vita che ella conosceva, non succedeva così, ella tirava via a leggere come di panzane, di cose a fatto fantasiose. Così che le letture, per quanto disordinate, non toccavano nè alteravano per nulla la tranquillità della sua anima.
“Se tu leggi, è come se non fossi qui! – uscì a dire zia Marta, dopo un poco.
Lucia chiuse il libro e prese in mano il lavoro, mettendosi di fronte a la zia, che la vedesse, che conversasse a sua voglia.
Oh la zia aveva sempre voglia di chiacchierare!.. Quel giorno poi sentiva un vero bisogno, quasi il dovere di conversare intimamente con la nipote, la quale pareva non si accorgesse di nulla, non sospettasse manco per ombra la sorpresa che le si andava preparando. Oh una sgradevole sorpresa, prima di tutto per lei, povera signora che ormai aveva preso le redini della casa e le piaceva di reggerle; poi per quella fanciulla, che… che… Dio sa se si sarebbe adattata, se avrebbe sopportato in santa pace, l’avvenimento ormai da tutti previsto!.. Era strano, come mai Lucia, con la sua intelligenza, con la sua finezza, non si fosse fino allora accorta di nulla!.. E proprio, non si era accorta di nulla; tanto che, toccava a lei a illuminarla. Ciò ch’ella aveva pensato di fare già parecchie volte senza riuscir mai.
Per non entrare in campo lì per lì, come una bomba, zia Marta prese l’aire di lontano, cominciando con chiedere notizie della signora Lena, informandosi del tempo che aveva lasciata la casa per entrare in collegio.
“È andata via che sarà giusto un anno! – rispose Lucia con un sospiro di rincrescimento.
“Ed è andata via perchè sono venuta io; come, probabilmente, a me toccherà di andarmene per lasciare il posto a un’altra.
Lucia levò gli occhi dal lavoro e li fisò in volto a la zia con sorpresa e interrogazione.
“Il tuo papà è ancora giovine, lo sai!
“Ha cinquant’anni! – rispose Lucia pronunciando quel numero con serietà rispettosa, come se avesse detto ottant’anni.
“Cinquant’anni non sono molti per un uomo; non sono moltissimi nè pure per una donna; e…
“E… che cosa?
Lucia cominciava a risentire una vaga inquietudine.
“E… insomma: a quell’età, un uomo ben conservato e in ottima posizione, può avere ancora qualche capriccio, e qualcuna anche lo può risentire per lui!
“Ah!.. La signora Rabbi! – saltò su Lucia, comprendendo lì per lì.
Era scattata ritta, e tutta pallida, mormorò: “Papà è innamorato della signora Rabbi e la vuole sposare!
Zia Marta volle persuaderla, che nulla era ancora definitivamente deciso; che fino allora non si trattava che di induzioni, di dicerie.
Papà non aveva ancora manifestate a lei le sue intenzioni; e l’avrebbe fatto, se avesse davvero preso una decisione; se non altro per un riguardo a la sorella maggiore. Per riguardo ed anche per lasciarle il tempo necessario di affittare un piccolo appartamento ove vivere sola, poichè per certo, ella non avrebbe voluto vivere con la cognata. E lei, Lucia, la figliuola fino allora unicamente amata, pensava forse di star lì una volta che suo padre si fosse riammogliato?
“Non potrei lasciare la casa di mio padre per la ragione ch’egli facesse ciò che è in suo diritto di fare! – rispose un po’ seccamente la fanciulla.
Ma soggiunse tosto, riaddolcendo l’accento: “In ogni modo, ti ringrazio zia, d’avermi aperti gli occhi. Mi abituerò poco a poco a l’idea di non avere più il babbo unicamente per me e di vivere con una matrigna.
L’idea della matrigna, rievocò nel suo cuore l’immagine della mamma che vi stava scolpita; si sentì bollire dentro la commozione e per non farsi vedere a piangere, uscì per riparare nella solitudine e nella libertà della sua camera.
Wise, cui la signora Marta, proibiva di entrare in salotto, da l’anticamera, ove era accucciato, seguì la padroncina, e come la vide buttarsi su ‘l piccolo divano e quivi dare nello schianto, con un guaito espressivo, sedette su le zampe di dietro e le pose in grembo il bel testone fissandola con gli occhi mesti.
Oh l’amico delle ore di sconforto!… l’unico amico ormai, poichè Lena più non era lì.
Lo accarezzò dicendogli in un bisbiglio, fra il docciare dei lagrimoni, l’amarezza, la pena della sua anima. Papà, il suo papà, la lasciava!… Oh sì, sì, la lasciava!.. La signora Rabbi era troppo, troppo bella e attraente per non staccare il suo babbo da qualunque altro affetto, da qualunque altra cura!… Già, era da qualche tempo, ch’egli più non aveva per lei, la sua unica figliuola, l’affezione esclusiva, le premure di prima!…
La vera causa del cambiamento, adesso la conosceva. Fra lei e il suo papà era sorta l’alta, altera figura d’una donna ancora giovine e bellissima. La rivide, con il pensiero, come l’aveva veduta la sera del ballo; superba nel vestito di raso di colore turchino pallido, con la scollatura ardita, le braccia completamente nude, scintillante di pietre preziose che le adornavano il collo candido e i capelli d’un biondo caldo, a riflessi metallici.
Il suo papà non l’aveva lasciata un momento durante tutta la festa. Come mai ella non aveva indovinato nulla?… Ora li rivedeva insieme, ballare le quadriglie, recare confusione nella grande chaine nei movimenti a gauche e a droite.
Li rivedeva passeggiare per le sale fra un ballo e l’altro, andare insieme al buffet, sedere sempre vicini.
“Che stupida sono stata a non accorgermi di nulla! – disse a mezza voce.
E al cane, che guaì al suono di quelle parole, soggiunse, non smettendo di accarezzarlo: “Non è vero, Wise, che sono stata una stupida?
Il cane gemette fregando il muso contro le sue ginocchia: “No, non stupida! – pareva volesse dire – ma troppo ingenua, troppo fidente, troppo…. occupata d’altro!
Occupata d’altro!… Anche dall’anima sua sorgeva questa voce come un’accusa. In fatti, la notte del ballo, ell’era stata occupata ben d’altro che di suo padre!… Si sentì arrossire; un’onda di sconforto le sconvolse il cuore.
Pensò con un sentimento di biasimo a Lena che l’aveva lasciata proprio quando ella avrebbe avuto tanto bisogno d’averla vicina; alzò gli occhi al ritratto della mamma, che pendeva dalla parete. Oh se ci fosse stata la sua mamma!… Ella le avrebbe letto in cuore; con la simpatia dell’affetto vero e profondo, l’avrebbe aiutata a veder chiaro nei propri sentimenti, l’avrebbe almeno confortata.
In vece non aveva nessuno; nessuno che si occupasse seriamente, amorosamente di lei. Si sentiva sola in mezzo al lusso di quella casa che era la sua; le mancavano d’intorno l’affetto, la confidenza.
Dopo la mamma, nessuno l’aveva amata con la tenerezza che rende capaci di qualche sacrificio. Lena l’aveva abbandonata piuttosto di infliggere un’immaginaria offesa al suo orgoglio. In quanto al suo papà, sarebbe stato una pazzia crederlo capace di sacrificare la passione per quella signora, a l’unica figlia che più non aveva che lui!
“Wise! povero Wise! tu solo mi vuoi bene davvero! – sospirò, chinandosi su la testa del cane, che finì per posarle in grembo anche le zampe anteriori.
Pensò con un sorriso ironico, alle dichiarazioni amorose dei vagheggini che le stavano intorno; ricordò con una spallucciata che voleva dire incredulità e indifferenza, i loro sguardi espressivi, le strette di mano, le paroline buttate là in un susurro. E sorrise fra le lagrime a la bestia fedele: “Tu solo mi vuoi bene davvero, povero Wise!
Ma questa persuasione di non essere amata che dal cane fedele, le fece correre nel sangue un fremito di rivolta, come quando uno si sente vittima d’un’ingiustizia.
“Che cosa importa essere o non essere amati? – mormorò con un tristo bagliore negli occhi. – Tutto sta nell’adattarsi al proprio destino!… Il mio è forse quello di stordirmi nei divertimenti; di godere; di destare invidia e gelosia. Voglio fare anch’io come molte altre!… Guazzare nel lusso, nello sfarzo, nei piaceri!…
Si era alzata e si teneva ritta dinanzi al ritratto della mamma. Era la luce del crepuscolo, erano i suoi occhi, che le facevano(2) trovare su ‘l volto dolcissimo della madre, una espressione di dolore e di rimprovero insieme?… Quei begli occhi neri, grandi, vellutati, la fissavano con uno sguardo che le scendeva in cuore, commovendola, scacciandone ogni proposito folle, riempiendola di un desiderio puro e santo.
“Perchè non pensi a Dio?… perchè non innalzi il tuo sentimento a lui, come fece la sorella del povero Cecchino?
Questo dicevano gli occhi belli; questo pareva mormorare quella bocca mesta, da creatura pensosa.
Lucia si buttò in ginocchio dinanzi al ritratto, e giungendo le mani, promise a la mamma sua, che non si sarebbe smarrita nell’isolamento doloroso in cui tutti la lasciavano, che non avrebbe cercato conforto in cose indegne di lei che era figlia di una santa; che avrebbe innalzati cuore e mente là ove ella era e guardava e benediva a la sua figliuola!…
“Te lo prometto, mamma! te lo prometto! – mormorò a mani giunte.
Uscì di camera con l’animo alleggerito, e al cane che le scodinzolava intorno festoso, fece segno che la precedesse per lo scalone.
Passò dinanzi a la camera del babbo, aperta. Vi entrò come faceva spesso, per vedere se tutto era in ordine.
Su la piccola scrivania, messa d’angolo, fra due finestre, vide, per la prima volta, in ricca cornice, la fotografia della signora Rabbi, in toeletta di ballo. Sussultò: un livido guizzo di gelosia per sè e per la mamma morta, le alterò l’anima. Ma fu un attimo. Ritornò tosto in pace con sè, con tutti! Poi che aveva dimenticato la soave compagna della sua giovinezza, la madre della sua unica figliuola, il suo papà aveva diritto di riammogliarsi quando e con chi voleva.
Giù, in salotto, zia Marta aveva una visita. C’era il signor Aldo Svarzi, che, da un poco, capitava spesso e si intratteneva a lungo con la signora Marta, che era amica di sua madre.
A la vista di Lucia, il giovine si alzò, inchinandosi con atto inappuntabile, da persona che si fa un dovere di seguire l’ultima moda.
“Stava a punto per mandarti a chiamare! – le disse la zia – Dove sei stata fino adesso, che sei sgusciata via tutt’a un tratto?… Il signor Aldo desiderava salutarti!
Che lo desiderasse non c’era dubbio. Glielo si leggeva in volto; lo attestava il suo sorriso fatuo.
Lucia si disse riconoscente a la gentilezza del signor Svarzi. Solo le spiaceva di non poter godere della sua compagnia; doveva uscire subito subito.
La zia volle porre un ostacolo a quell’uscita che contrariava i suoi disegni e disse che Adele non avrebbe potuto accompagnarla.
“Esco con Wise! – rispose la fanciulla, salutando con garbo che tradiva una certa impazienza.
Il giorno era agli ultimi bagliori; ma in casa non si pranzava mai prima delle venti. Aveva tempo di fare un giro nel parco. Sentiva bisogno d’una boccata d’aria aperta, di sgranchirsi in mezzo al verde, di ritrovarsi fuori, sola con i propri sentimenti.
Wise, felice, si lasciò adattare la musaruola lambendo la mano della padroncina. E tutti due infilarono il viale che si apriva subito al di là del giardino della villetta.
Le piante frusciavano le vette nel rosso tramonto; i passeri cinguettavano rumorosamente appollaiandosi; alcune balie con i bimbi in collo o a mano rincasavano; le mammine in ritardo si affrettavano al ritorno con i piccini saltellanti.
Su una panchina, a sedere con le mani su le ginocchia e il capo supino, un vecchio dal barbone bianco, guardava nel vuoto.
Wise gli corse dinanzi abbaiando. Il povero guardò, stese timidamente la mano a la signorina, che gli diede la moneta del suo borsellino.
“Grazie! pregherò per lei! – piagnucolò il vecchio, sorpreso a la carità di quelle monete, fra cui erano due venti centesimi di nikel.
“Sì, pregate! – gli rispose Lucia salutandolo del capo.
Dalla Chiesa del Corpus Domine, al di là di Porta Sempione, venivano i rintocchi dell’Ave Maria, che si diffondevano nell’aria come un invito a pensare al cielo.
Il fischio della fabbrica sibilò la sua nota acuta. Era finita la giornata di lavoro; gli operai tornavano alle loro case; in famiglia.
Lucia si rivolse a guardare. Primo ad uscire fu un signore alto e svelto, che prese frettolosamente a camminare a quella volta. Ella lo riconobbe e si sentì arrossire mentre infilava un viottoletto, fra i prati. Lo riconobbe anche Wise, che non svoltò, ma gli corse incontro abbaiando festoso.
“Wise! qua! – ordinò Lucia rivolgendosi.
E vide, a due passi, l’ingegnere Del Pozzo, che la guardava, forse un po’ stupito di trovarla a quell’ora, lì sola con il cane. Si era fermato e l’avvolgeva del suo sguardo profondo, pieno di misteriosa espressione; quello sguardo che la fanciulla non poteva sostenere senza sentirsi stranamente commossa.
“Buona sera! – la salutò toccandosi il cappello.
“Buona sera! – balbettò Lucia.
E si rivolse per tirar via nel viottolo.
Il cane seguì per un piccolo tratto l’ingegnere abbaiando e saltellando; poi tornò presso la padroncina.
“Non voglio levar gli occhi per un poco; fin che egli non abbia scantonato – pensava intanto Lucia.
Ma proprio in quel momento, come attratta da forza ignota, superiore a la sua volontà, i suoi occhi si rivolsero e si incontrarono in quelli del giovine che pure in quel punto si era voltato.
“Che proprio si tratti di fascino? – pensò la fanciulla, sentendosi scottare la faccia e il collo da una vampata, che veniva da malcontento di sé, da ribellione impotente contro la propria volontà.
Al rosso tramonto era successo il bagliore mesto della prima sera. Dai prati si sollevava un vapore tenue, d’un bianco cenerognolo; le piante, scosse dalla brezza, frusciavano le vette nella semi-luce; il parco si andava facendo sempre più deserto; il brusio della città, arrivava attutito dalla distanza.
Lucia affrettò il passo verso casa. Al grande, doloroso turbamento recato a l’anima sua dalla inaspettata notizia del matrimonio del padre, era successa una mite rassegnazione, e una indefinibile soave speranza, che strappava il suo sentimento dalle angosce per innalzarlo su su, presso la mamma sua, che lo custodisse e lo proteggesse come una cosa pura e santa.

*
* *

Il signor Pippo Ferretti non tardò molto ad annunciare in famiglia il suo matrimonio con la signora Rabbi; la bellissima e gentile signora, che si era degnata di concedergli la sua mano.
Il buon uomo era così felice, che non dubitava punto di rendere anche gli altri felicissimi con la fausta notizia. Tanto è vero, che disse la cosa senza titubanze, anzi con certi guizzi di gioia negli occhi e certi sorrisi beati, che dicevano chiaro e tondo come egli non avesse sentimento che per accogliere la sua contentezza.
Finì con raccomandare a la sorella e a la figliuola, che si trovassero pronte il domani per la tal’ora, ch’egli aveva promesso a la signora Rabbi di condurgliele per la prima visita doverosa.
Lucia, alla comunicazione fatta con tanta leggerezza, anzi con un piacere esclusivo che non ammetteva manco l’ombra d’un riguardo, manco un piccolo slancio di tenerezza per lei, si sentì a tutta prima, serrare il cuore come in una morsa. Ma fece violenza a sè stessa per nascondere la mortificazione e il dolore, ed ebbe la forza di sorridere dicendo quasi scherzosamente che quella non era per lei una novità. Cosa questa che aumentò il buon umore del babbo, il quale la chiamò birichina, furbetta, che capiva le cose a volo. E si fregava le mani rivolgendosi a la sorella, la quale, egli scommetteva, con i suoi anni e la sua esperienza, non doveva essersi accorta di nulla. Per questo la notizia l’aveva sbalordita che se ne stava lì come una statua senza trovare una parola da dirgli.
Infatti, la signora Marta, che non si aspettava così presto lo scoppio della bomba, come diceva lei, era davvero restata lì come intontita, e con gli occhi e l’atteggiamento della bocca, mostrava tutt’altro che esultanza.
Ma il signor Pippo Ferretti non era certo in condizione d’animo da avvertire i sentimenti altrui. E quel giorno, durante tutto il tempo del pranzo, parlò continuamente lui, in una smania di dire e dire della bellezza a specialmente delle virtù della sposa.
Uscendo subito dopo la solita toeletta, tornò a ripetere la raccomandazione, che per il domani a la tal’ora, si trovassero tutte due pronte per la visita.
Come le altre sere, Lucia accompagnò il babbo fino su la soglia della portineria e stette a vederlo allontanarsi svelto e ringiovanito dalla felicità.
Un senso di profonda, invincibile melanconia, turbò per un momento l’animo della fanciulla.
“Nel suo cuore – pensò – adesso il sentimento più forte non è certo il paterno!… Oh mamma! – sospirò alzando gli occhi al cielo stellato.
E riparò nell’affetto della morta.
In quel momento lo squillo del campanello annunciò visite.
“Le sorelle Zolli, per certo! – disse fra sè Lucia, con un senso di noia.
Ma dietro le due ombre, quella sera ce n’era un’altra; ed era quella d’un uomo.
Un guizzo di speranza attraversò il cuore della fanciulla; ma fu un rapido guizzo. La lampada pendente dal tettuccio della scala, illuminò, subito dopo le figure allampanate delle sorelle Zolli, la persona di Aldo Svarzi.
“Cosa viene a far qui così spesso da un poco in qua, quel biondone scipito? – si trovò a chiedersi Lucia, con un aggrottamento delle ciglia che traduceva l’apparire d’un dubbio fastidioso, in sè stessa.
Ma al senso fastidioso, rispose con indifferenza. Venisse! che cosa importava a lei?
Dal salotto, aperto a l’aria tepida di primavera, venivano le voci sommesse della zia, delle signore Zolli e del signor Svarzi; voci monotone, senza intonazione, senza varietà d’accento, da gente che parla per dire; che non dice per esprimere sentimenti e pensieri.
Entrò anche lei, chiamata dalla convenienza. Come di solito, fu accolta dal signor Aldo con atto e sorriso di piacere. Ella stese la mano che fu tosto serrata con effusione e s’inchinò davanti alle sorelle Zolli.
Prima che avesse il tempo di mettersi a sedere, la zia la pregò che facesse un po’ di musica.
Lucia si arrese tosto all’invito. La musica l’avrebbe dispensata dalla noia di quella conversazione sbiadita. Passò nel salottino attiguo a quello e il signor Svarzi la seguì. Zia Marta voleva sentire il suono del piano a qualche distanza.
“È un suono smorzato che riesce più soave! – diceva.
Fatt’è che Lucia si trovò nel salottino sola con Aldo Svarzi; cosa che la seccò, ma a la quale non avrebbe potuto mettere rimedio senza usare uno sgarbo.
Aperse su ‘l leggio la prima musica che le capitò sotto mano; un pezzo brillante, che ella suonò con foga un po’ stizzosa, sentendosi addosso lo sguardo del giovine.
Perchè egli la guardava così intensamente?… Che cosa voleva da lei quel signore?…
Gli ultimi accordi del pezzo staccarono suoni aspri, stizziti.
“Brava! – disse dal salotto zia Marta, che non capiva che la musica fragorosa.
“Benissimo! – fecero in coro le sorelle Zolli.
“Perfettamente eseguito! – esclamò Svarzi, aprendo su ‘l leggio un altra musica tolta a caso; e la musica era una suonata di Beethowen.
“Questa non piacerà che a me! – pensò Lucia con un senso di piacere per la certezza di non essere capita dagli altri, che la seccavano.
“Questa musica – disse poi a Svarzi – è come un pallido chiarore di luna su una landa deserta; cosa che non commuove tutti!
E attaccò la musica sublime con raro sentimento di interpretazione, dilettando l’animo suo, dimenticando, dimenticandosi.
Il signor Svarzi stava attento a voltare le pagine e, ogni tanto si lasciava sfuggire un’esclamazione di lode.
Ma Lucia non gli badava e tirava via a suonare per sé stessa.
Ad un tratto la colpì una voce di là nel salotto. Smorzò il suono e tese l’orecchio. Quella voce ella la conosceva. Arrossì di dispetto. Doveva star lì a strimpellare con quello spilungone dietro, che aveva l’aria d’essere autorizzato a farle la corte!.. Ebbe voglia di chiudere il piano, di lanciare un’insolenza allo Svarzi, di scappare da tutto e da tutti, di correre a chiudersi in camera!
Troncò il pezzo a mezzo, si alzò è passò di là seguita dal signor Aldo.
L’ingegnere Del Pozzo, già ritto, stava per congedarsi.
Lucia vide i suoi occhi chiari fissarsi su lei con muta sorpresa, quasi con interrogazione; le parve di indovinare un rimprovero in quello sguardo; si sentì offesa, si irrigidì, rispose freddamente, quasi altezzosamente all’ingegnere, e appena lui partito, salutò la compagnia dicendosi stanca e si ritirò.
La perseguitava quello sguardo di sorpresa e di muta interrogazione. Che diritto aveva lui, il conte Anton Mario Del Pozzo, di meravigliarsi? di chiedere?.. Non era forse padrona lei di fare quanto meglio le piaceva?.. Gli doveva aver fatto senso quello scoprire ch’ella era stata di là a fare della musica, tutta sola con il signor Svarzi: questo gli doveva aver fatto senso; si capiva. Ma perché?.. Che cosa mai si poteva egli figurare?.. Che male c’era, in fin de’ conti, a stare per una mezz’ora a suonare il piano in un salottino attiguo a quello ove era sua zia, in compagnia d’un giovinotto?… “Perchè è addetto alla fabbrica e papà lo chiama il suo braccio destro, si crede forse autorizzato a fare a me da angelo custode?
“Io voglio e posso fare quello che meglio mi piace; e se quello che piace a me non va a genio a vossignoria, à chacun son goût, signor conte Anton Mario del Pozzo! – pensò sdegnosamente.
In fin de’ conti se ella era andata di là a suonare con il signor Svarzi, era stato tutto per la politica della zia; che lei s’era subito seccata vedendosi seguita dal giovine; aveva sentita l’irregolarità della cosa.
E quella irregolarità era saltata subito agli occhi dell’ingegnere.
“Avrà pensato che mi lascio corteggiare da quel gommeux! – disse arrossendo. – Mi avrà trovata leggera e vana come molte altre; e questa forse non era l’opinione che aveva prima di me.
A questo pensiero le scese in cuore un’angoscia amara; e insieme con l’angoscia, un sentimento di dispetto verso lo Svarzi e verso la zia, che se egli frequentava ormai la casa con troppa assiduità, la colpa era tutta sua, che lo riceveva sempre con festa e lo invitava a tornare presto, a venire di sovente, come un amico intimo. Ed egli non se lo lasciava dire due volte. Ormai veniva quasi tutti i giorni e faceva delle visitone. La gente non poteva certo pensare ch’egli venisse per la zia; avrebbe pensato quello che era passato nella mente dell’ingegnere del Pozzo.
“Se ci fosse stata Lena, ciò non sarebbe avvenuto! – mormorò.
“Se ci fosse stata la mamma, le cose sarebbero andate diversamente! – disse in un sospiro.
Si era spogliata; e avvolta nella vestaglia leggera, respirava l’aria fresca della notte a la finestra aperta.
Con gli occhi fissi ai mille lumi lontani che lucevano fantasticamente attraverso le fronde del platano, ricordò che il domani avrebbe dovuto andare a far visita a la signora Rabbi.
“Papà è certo da lei, adesso! – pensò. – È là che deve passare le lunghe serate; e quando egli è là, non ricorda certo nè me, nè la povera mamma!
La signora Rabbi sarebbe venuta in casa presto, per certo; e con lei sarebbero entrati nel villino un lusso maggiore, il movimento, le feste, bisognava rinunciare alle abitudini semplici e tranquille; a la quiete. La casa sarebbe stata messa sossopra; tutto avrebbe dovuto ubbidire ai gusti, forse ai capricci della nuova padrona.
E lei? che sarebbe stato di lei?..
Già si sentiva un inciampo fra suo padre e la sposa: lei, una ragazzona di diciott’anni, che più non si poteva trattare da bimba, davanti a la quale si avrebbero dovuto usare dei riguardi!..
Sarebbe stata ottima cosa per suo padre e la sposa ch’ella lasciasse libero il posto andando a marito.
Sicuro! un bel matrimonio avrebbe accomodato tutto. Pur certo suo padre vi doveva pensare; e forse anche la sposa. Forse tutti due sapevano dell’assiduità dello Svarzi; forse questi già conosceva le loro intenzioni; erano tutti d’accordo contro di lei.
“Scommetto che quanto prima il signor Aldo mi fa la sua brava dichiarazione!… Dirà che mi ama, che mi adora; che gli è bastato di vedermi la prima volta perchè, pim pum!… il suo cuore fosse colpito, ferito per sempre!… Dirà, che ha bisogno di me più dell’aria che respira, più del pane che lo nutre!… che se io non rispondessi al suo amore, guai! guai! guai!
“Stupido! – mormorò a l’aria scura che la glicine in fiore profumava.
Le parve davvero di vederselo dinnanzi in atteggiamento buffo da innamorato, di sentire le sue esagerate espressioni; e ripetè: Stupido!
Oh! suo padre e la signora Rabbi potevano bene desiderarlo un matrimonio che li liberasse di lei; potevano bene vagheggiare per genero il ricco figlio del banchiere Svarzi!.. Ella non si sentiva di sacrificare il proprio sentimento; questo no. Se non la volevano in casa, sarebbe andata via; ma maritarsi per non esser loro d’imbarazzo, questo no e poi no!..
Già, avrebbero dovuto rassegnarsi; ella non aveva nessuna intenzione di prendere marito; nessuna. Tant’è vero che i giovinotti che l’avevano fino allora corteggiata, non le avevano inspirato manco il più tenue sentimento.
“La via del matrimonio dev’esser quella dell’amore! – bisbigliò. – Due che uniscono le loro esistenze spinti dall’amore, sono nobili; due che si sposano aspettando l’amore dal matrimonio sono calcolatori volgari e tristi.
“E se io non potrò unire la mia esistenza con quella d’una persona che mi amasse ed io amassi, resterò zitella! – concluse ritirandosi dalla finestra e chiudendo i vetri.

*
* *

Oh quella signora Rabbi vestita di raso rosso a ricche guarnizioni di pizzi antichi, scintillante di diamanti, che ne aveva nei capelli, nelle dita, nei braccialetti, alle orecchie!… quella signora Rabbi rigogliosa, che le si vedevano le forme ardite disotto le veste troppa attillata!… quella signora Rabbi dal sorriso sfacciato, che metteva in mostra due file di denti forti e bianchissimi, veduta da vicino, sentita al tu per tu, che impressione volgare aveva fatto a Lucia!
Impressione volgare lei e volgarissima i suoi salotti, fino a l’ultimo, piccolo gabinetto ove ella riceveva gli amici. Tre stanze di fila messe con lusso sfoggiato; una mostra ricchissima e pesante di tende e tendoni, di mobili costosi, di ninnoli costosissimi; un ammasso di roba di valore, che pareva volesse dire ai visitatori: “Qui ogni oggetto costa un occhio!.. guardatevi bene in torno; imitate se potete; se no, invidiate!
Lucia non avrebbe voluto per certo imitare e nè pure invidiò. Si era più tosto sentita sconvolta e dal lusso sfacciato e dalle arie della signora, che pareva una regina su ‘l trono, e si sarebbe detto, volesse onorare d’un sorriso, far andare in solluchero con una parola.
Zia Marta, del numero delle persone che sono facilmente afferrate nelle spire della brillante superficialità altrui e più vi sono strette serrate dentro e più sono liete, fu subito acciecata e conquistata dal fare della signora Rabbi.
Ma Lucia invece si sentì irrigidire in una diffidenza inesplicabile, e, fu correttissima, ma fredda. Così che suo padre ebbe più d’una volta a saettarla degli occhi per tenerla su l’avviso e imporle la sua volontà.
Oh non c’era bisogno che egli imponesse la propria volontà a la povera fanciulla!.. Ella obbediva e avrebbe sempre ubbedito suo padre. Ma se qualche volta la serrava a la gola un nodo amaro, bisognava compatirla, bisognava!.. Se davanti a quella signora così bella e in mezzo al fasto, ella pensava a la sua povera mamma, modesta, semplice, dal sorriso soave e la parola mite e timida, bisognava capirla e compatirla!… E leggerle in cuore con occhio indulgente l’impressione dolorosa per il confronto ch’ella faceva naturalmente, quasi involontariamente, fra la mamma morta e quella rigogliosa e orgogliosa donna, che ne doveva prendere il posto!
Quando, uscendo dal salotto, con il suo papà e la zia, la signora Rabbi la baciò in fronte, la povera fanciulla si sentì impallidire, e a pena fuori, si trovò a fregarsi la fronte al posto del bacio, quasi a cancellarne la traccia.
Lucia aveva sentito che la sua presenza sarebbe stata importuna in casa in quel momento, che a provvedere, a bastare a tutto, meglio sarebbe riuscita la zia. Là ove ella avrebbe incontrati continui urti a la sua suscettività, a’ suoi ricordi, la zia avrebbe trovato distrazioni e piaceri. E propose di anticipare la sua solita andata in Riviera, nel paesuccio ove era nata la sua mamma, nella modesta casetta che era sua proprietà e ove ogni anno passava qualche mese di vacanza.
“Verranno con me Adele e Bortolo! pensò.
Nè l’una nè l’altro si fecero pregare a dir di sì; tanto più Adele, che doveva sposarsi in autunno ed era anche lei della spiaggia, di un paesello vicino a quello della signorina; lì sarebbe venuto il fidanzato dopo le nozze del padrone, perchè aveva pensato di lasciare il servizio per rizzare una piccola bottega.
Pippo Ferretti trovò giusta e assennata l’idea della figliuola di anticipare la partenza; e, in cuore, si compiacque di quella decisione che lo liberava da mille preoccupazioni e lo lasciava perfettamente libero di darsi, senza restrizioni, a la felicità. Oh il povero signor Pippo sentiva di essere spadroneggiato da una passione violenta; sentiva, che pur troppo, a quella passione sarebbe stato capace di sacrificare ogni cosa, anche i riguardi dovuti a l’unica figliuola!.. E quella decisione lo sgravava d’un peso, destandogli in petto un sentimento di riconoscenza verso Lucia, che capiva e si ritirava per non essergli d’inciampo, a lui, suo padre!
La sera prima del giorno della partenza, Lucia faceva il baule con l’aiuto di Adele.
Adele pensava a la biancheria, ai vestiti; lei, sceglieva i libri e la musica che avrebbe suonato su ‘l vecchio piano della povera mamma.
In quei preparativi, Lucia non poteva difendersi da un senso di tristezza. A la spiaggia, nella casetta piena per lei di ricordi, dove aveva passate tante belle stagioni con la mamma, nella semplicità così cara a la poveretta, ella vi andava volentieri. Lo lasciava volentieri il villino, nel quale erano già cominciati i cambiamenti, i miglioramenti; che già aveva aperta le porte a sfoggio nuovo, come se il vecchio non fosse bastato. Si sentiva quasi obbligata a togliersi di lì; sentiva l’impazienza di suo padre, che con bei ragionamenti persuasivi, era riuscito a farle anticipare la partenza di qualche giorno. Le pareva quasi di essere scacciata!
Giù nel salotto erano visite. Le sorelle Zolli, il signor Svarzi e altri.
Lucia stava per scrivere un biglietto di saluto a la sorella del povero Cecchino, già in convento, quando venne Bortolo a pregarla in nome della zia, che scendesse. Gli amici desideravano salutarla.
Ubbidì a malincuore. Sarebbe stata più volentieri lì a scrivere il suo biglietto.
Entrò in salotto con aria abbattuta, il volto pallido. Ma ebbe tosto ad arrossire incontrando gli occhi dell’ingegnere del Pozzo, che pareva spiassero la sua entrata. Senza darsi una ragione di quello che faceva, dimenticando ogni regola di saper vivere, che impone di salutare le signore prima degli uomini, ella si trovò a stendere la mano a l’ingegnere, che gliela serrò in una stretta quasi affettuosa, lui che di solito, non le sfiorava che la punta delle dita.
Quella insolita stretta, commosse così fortemente la fanciulla, che si smarrì e sentì corrersi le lagrime agli occhi.
“La signorina parte domani?  – chiese l’ingegnere, con voce un po’ rauca, osando una domanda, strana in lui, sempre così freddamente riguardoso.
Lucia capì ch’egli voleva impedire agli altri di notare il suo turbamento e lo ringraziò dello sguardo.
Aldo Svarzi e gli altri che erano raccolti in salotto, furono tosto in torno a la signorina, con parole di rammarico e di rimprovero. Aveva cuore di scappare prima del tempo!.. di lasciare Milano e gli amici in quella stagione!.. Quella era una cattiveria bella e buona, ecco.
Lucia si sforzava di rispondere a tono; di scherzare. Ma vi riusciva male!
Si sentiva seguita dallo sguardo del signor Del Pozzo e non voleva assolutamente parere tale da piacersi delle insulsaggini e da gradire gli omaggi; non voleva ch’egli si facesse di lei un concetto meschino.
“Ha capito lo stato del mio animo e ne ha pietà! – pensava. – Vorrei che questa pietà gli restasse in cuore non offuscata dall’idea che io mi possa consolare con i vagheggini insulsi e confortarmi delle loro menzognere espressioni!
Ultimo a partire quella sera fu l’ingegnere Del Pozzo, che salutando Lucia, trovò modo di susurrarle: “In qualunque circostanza, si ricordi ch’io sono a’ suoi ordini!
E la lasciò con un ultimo sguardo de’ suoi occhi chiari e parlanti.

*
* *

I raggi di sole tingono di luce rosata l’azzurro smagliante del cielo, battono sul mare, guizzano fra il verde degli aranceti e degli oleandri.
Dalla montagna, insieme con una dolcissima armonia di colori, spira una brezza che pare un susurro, una carezza, e vola ad increspare la marina liscia e calma.
La rada è bella. Un contorno di alture lontane che la nebbia avvolge in un velo azzurrino; una striscia di terra verde, fiorita, che si sdraia su l’acqua con mollezza; e paeselli e casuccie e ville accucciati fra i pini e gli oliveti; e aranci e viti e allori; più in là la montagna ripida, a picco su ‘l mare, rude e selvaggia, si direbbe messa a contrasto di quell’eterno sorriso.
Fra due scogli un po’ fuori del paese è una casetta tutto bianca, graziosa e bizzarra come il capriccio di una fanciulla. Ha, su ‘l davanti un ampio terrazzo che guarda il mare; dietro ed ai fianchi una striscia di terreno coltivato a gelsomini, rose, gaggie; tutto un profumo.
Sotto il terrazzo della graziosa casetta, dove l’acqua scorre su la sabbiolina con un fruscio che pare un sommesso riso di gioia, Lucia in costume di bagno, se ne sta sdraiata al sole, con il capo riparato dal cappellone a larghe tese.
Lucia aveva sperato di fare come di solito in quell’angolo delizioso, una vita ritirata e tranquilla. E visse infatti a suo modo per un mese e più.
Ma poi, che è che non è, lungo la spiaggia, a pena al di là dello scoglio che chiudeva a destra l’insenatura ove stava la sua piccola casa, a un tale saltò il ticchio di aprire uno stabilimento di bagni, che fu rizzato lì per lì, tutto in legno con salotto di lettura, salotto di ballo, terrazze, una meraviglia. E via réclames sopra, réclames per tutta Italia, nelle grandi città, nei piccoli centri! La novità del sito attrasse i curiosi e gli annoiati del solito posto. Lo stabilimento nuovo divenne di moda, il paese, le villette circostanti furono prese d’assalto; l’angolo tranquillo si mutò in un luogo di convegno dove si vedeva raccolto il fiore dell’eleganza.
Da Milano erano venute alcune famiglie; fra queste una amica di casa Ferretti; la vedova signora Marri con tre figliuole tutte giovani fatte. Queste invasero tosto il nido tranquillo di Lucia e le impedirono di vivere a suo modo. Erano lì, spinte dall’ozio della spiaggia, tre, quattro volte il giorno. Erano lì durante le ore dei bagni, avendo trovato modo di dare la scalata a lo scoglio; e venivano a prendere l’amica che andasse con loro, nuotasse con loro, aiutasse a far bella la spiaggia dello stabilimento.
Anche quel giorno la fanciulla, che se la godeva lì soletta, assorta nei pensieri che in quell’aria azzurra dorata in mezzo agli acri profumi delle alghe, prendevano insensibilmente tinte rosee di speranza, fu disturbata nella sua quiete, nella sua solitudine.
“Lucia!
“Bella fantasiosa!
“Su, su!.. Lo stabilimento è oggi al colmo dell’eleganza!
Le tre sorelle, già arrampicate su lo scoglio, saltarono così dicendo, a terra una dopo l’altra, leggiadre nel costume di bagno, con le scarpette ai piedi, i capelli svolazzanti di sotto il cappellone di paglia.
Lucia stentava a togliersi dalla sua posizione; non si decideva a rinunciare a la sua quiete.
“Su pigrona!
“Sai?… C’è il bell’ufficiale, che pare ci abbia la tarantola; gira, guarda, non sta fermo un momento.
Il bell’ufficiale, era un tenente d’artiglieria, che fin dalla prima s’era messo a fare una corte rispettosa a Lucia.
“Che cosa importa a me dell’ufficiale? – rimbeccò la fanciulla aggrottando gli occhi e alzandosi.
Era bella nel costume nero listato di bianco, con le braccia nude, la scollatura modesta che scopriva il collo bianco e gentile.
Non potè a meno di seguire le tre giovani. Ma appena passato lo scoglio, propose di tuffarsi per il nuoto. Entrarono nell’acqua insieme e via a nuotare.
Si spingevano innanzi, innanzi; troppo,
“È un imprudenza – osservavano le signore.
“Ci possono essere i pesci cani!
“Non si sa mai; una indisposizione improvvisa, un crampo!
La signora Marri, che allargava le sue ali materne anche su Lucia, ritta su ‘l limite estremo della spiaggia, su la sabbia umida, si smaniava a sventolare il fazzoletto, a chiamare.
“Tornate indietro!… A riva! a riva!… Oh Madonna, che ragazze arrischiate!… Indietro! indietro!
Qualche giovinotto faceva mostra di impietosirsi di quelle ansie materne, si tuffava nell’acqua, nuotava con foga per raggiungere le imprudenti e consigliarle al ritorno. Spesso erano parecchi i caritatevoli giovanotti, che per tranquillare la madre nuotavano a la volta delle figliuole. Ed allora il ritorno era gaio e festoso.
Ma quando le signorine uscivano sgocciolanti dal mare, i rimproveri fioccavano fitti.
Non riuscivano però a mortificarle, specie le tre sorelle, che rimbeccavano gentilmente la mamma, dandole della paurosa, dell’esagerata, che guastava loro il piacere non lasciandole godere in pace. E non di rado finivano con allungarle il muso.
Lucia, non appena fuori dell’acqua, si avvolgeva, nell’accappatoio, che Adele, la quale l’accompagnava sempre, le buttava prontamente su le spalle, e entrava subito in cabina a vestirsi.
Ella non aveva l’abitudine di gingillare su la spiaggia drappeggiata nel bianco mantello come facevano le amiche e quasi tutte le signore e signorine, le quali passeggiando o in molli atteggiamenti sdraiate su la sabbia, flirteggiavano con il terzo e il quarto nella confidenza favorita dal bizzarro costume.
Ella, sempre con Adele, si vestiva subito dopo il bagno e uscita dalla cabina, non si fermava a la spiaggia che il tempo necessario a non parere scortese; poi, via al suo nido, al di là dello scoglio.
Sì che, i giovinotti non avevano il tempo di farle la corte e se ne dovevano stare con il desiderio di avvicinarla, di parlarle, di sentirla parlare.
Il giovine ufficiale d’artiglieria, si faceva notare da tutti per il modo con cui la seguiva degli occhi, senza osare di accostarsele.
Ella aveva un contegno tale, senza essere nè seria nè impettita, che nessuno, neanche dei più arditi, avrebbe osato scherzare e ridere con lei, come facevano con le altre signorine.
“È una superbiosa! – si mormorava.
“È una poseuse! – osservavano le signore.
Ma tutti sapevano di lei, che oltre ad essere bella era anche ricca, una ereditiera; cosa che faceva perdonare a la superbia e trovar naturale la posa.
Poi che veramente, fra tutta la vivace elegante schiera di signore e signorine della spiaggia, Lucia, alta e snella, dal viso fine animato da due magnifici occhioni scuri, era certo quella che maggiormente colpiva e attirava.
Non sfoggiava; tutt’altro. Vestiva sempre abiti lisci di percale a colori smorti; in testa usava un cappellone a larghe tese, quasi sguernito. Semplicità che si criticava, come una posa anche quella.
Un giorno corse per lo stabilimento un guizzo di curiosità, a l’approdare d’un elegantissimo cutter, dal quale uscì un giovine alto e biondo seguito da sei marinai in costume bianco con fusciacca turchina.
Erano corsi tutti a vedere, ad ammirare la leggiera imbarcazione; gli uomini in mutandine da bagno; le signore e le signorine, chi ancora vestite, chi avvolte negli accappatoi.
Il giovine signore, che si indovinava proprietario del cutter, si arrestò un momento a guardarsi in torno; poi, con passi affrettati andò ad inchinarsi dinanzi a la signora Marri. Dopo alcune parole scambiate rapidamente, questa si alzò dal sedile e si fece su la riva additando le fanciulle che nuotavano.
Adele, lì presso, con l’accappatoio su ‘l braccio, guardò con qualche sorpresa il signore, che non a pena l’ebbe riconosciuta, le si fermò dinanzi.
“Riverisco signor Svarzi! – fece la cameriera timidamente.
Il signor Svarzi strizzava gli occhietti miopi di sotto le lenti, per vedere Lucia, che nuotava tra i flutti gorgoglianti, mentre su ‘l capo scoperto, il sole le ingemmava, delle sue iridi variopinte, la chioma bruna sparsa di goccioline, e i cavalloni parevano accarezzarla.
“Signorina Lucia! – gridò il giovine facendo delle mani ale a la bocca.
“Lucia! vieni! – gridò a sua volta la signora Marri.
La fanciulla si avanzò agilissima finchè toccò terra. E come si rizzò e vide il giovine, si rabbruscò in volto, salutandolo freddamente mentre si snodava i capelli che le si sciolsero intorno scintillanti e lunghissimi. Adele la avvolse subito nell’accappatoio e la seguì in cabina, dalla quale uscì prestissimo, stretta nella vesticciuola azzurra, il cappello in mano, tutta fresca e rosea; un vero amore.
Ma era un amore rabbuiato. Porse la destra al giovine, che si chinò a baciarla con evidente emozione; disse sotto voce alcune parole che parvero un rimprovero a giudicare dall’espressione del volto del giovine, e con la cameriera, lasciò la spiaggia.
Il signor Svarzi chiamò i marinari, salutò la signora Marri e le signorine e saltò nel cutter che si staccò e prese il largo.

*
* *

Il sole, al tramonto, si perdeva su la marina, in lontananza, in una nebbia di fuoco e l’aria spirava fresca e profumata dalle gaggie in fiore.
Lucia, ritta dinanzi al parapetto del terrazzo, rileggeva la lettera ricevuta poco prima da zia Marta. Era una lettera impressionante. Diceva del gran lusso introdotto nella villetta; diceva dello spreco pazzo di denari che gli sposi facevano nel loro viaggio.
“Il tuo povero papà ha perduto la testa – si sfogava la zia – spende e spande che neanche un Nabab. Il ragioniere capo della casa è impensierito; venne a confidarmi le sue ansie come a la persona più intima del padrone. A la fabbrica non so come procedano le cose. Ma mi hanno detto che furono licenziati parecchi operai, e limitati i lavori. L’ingegnere Del Pozzo sorveglia, lavora, non lascia la fabbrica che a notte fatta per rientrare il mattino prestissimo. Ma anche lui mi pare preoccupato; ed è un continuo spedire e ricevere telegrammi fra la casa e il tuo papà. Vorrei sbagliarmi, ma fiuto nell’aria qualche tempesta. Sono venuta a sapere che la signora Rabbi era ingolfata nei debiti, e che lui, lo sposo, li dovette pagare prima di sposarla. È una sposa, è un amore che costano cari al povero uomo. Ma egli scrive biglietti smaglianti di felicità. La passione lo ricinge intorno d’una fascia di luce vivissima che lo abbaglia ed accieca.
Ma io mi chiedo: “Come andrà a finire tutto ciò?… Adesso sono a Parigi, e fanno vita larga; poi andranno a Londra, quindi a Berlino e in fine a Pietroburgo; dovunque, dove la bellezza della sposa possa essere ammirata, e invidiata la fortuna del marito. Ma per tirar via a menare una vita compagna, non bastano certo le rendite d’un industriale a pena due volte milionario. Io comincio a preoccuparmi della cosa, te lo confesso. E tu non ci pensi?… Tu, parte interessata, lascierai correre l’acqua senza frapporre un ritegno?…”
A questo punto della lettera, Lucia alzò le spalle. Che ritegno poteva mai frapporre lei?… Aveva ella diritto di fare osservazioni a suo padre?… Poteva forse intromettersi in cose tanto delicate, senza parere presuntuosa, ardita, magari spinta da sordide intenzioni d’interesse?… Si sentì scottare la faccia a questa idea, che la offendeva nella sua delicatezza. No, non poteva; no, non voleva; sopra tutto, non voleva. E poi sua zia per certo esagerava. Possibile che suo padre fosse acciecato a quel punto?… Lui che aveva fatto la sua fortuna a forza di onesta accortezza, di economia, di ordine?… Possibile che la passione, per quanta forte, gli facesse dimenticare i suoi doveri verso di lei, l’unica figliola, e verso la società della quale s’era meritato la stima?… che gli offuscasse nell’anima il sentimento della dignità, lo isolasse per così dire, da tutto e tutti assorbendolo completamente?… No; ciò non poteva essere; per quanto bella, per quanto affascinante, una donna non può staccare un gentiluomo da suoi più legittimi, più santi doveri!… La zia doveva per certo esagerare, povera donna!
Chiuse il foglio, poggiò i gomiti su lo sporto della terrazza, riposò sentimento e pensiero nella maestosa solennità dello spettacolo che le si stendeva dinanzi; il mare, giù giù baciato dal cielo, in un caldo, rosso fremito d’esultanza; nulla di terreno fra lei e la grandiosità; nessun ostacolo fra la sua anima e l’idea di Dio. Godette un momento di felice astrazione; visse alcuni minuti della sublime vita dello spirito.
Ma fu un attimo; fu la rapida gioia concessa di rado alle creature davvero buone e nobili.
Fra lei e la solitudine sublime, si frappose, come freccia scagliata da dispettoso disturbatore, un’elegante leggiera imbarcazione; un cutter dalla bandiera bianca e turchina, i marinai in costume bianco con fusciacca turchina, il cutter del signor Aldo Svarzi.
Il rossore corse a la fronte di Lucia che si ritrasse bruscamente.
Quel signor Svarzi ormai si faceva ardito troppo. Non c’era giorno che non passasse nel suo cutter; e passava lambendo quasi la riva; e dinanzi a la casetta, spesso si fermava lasciando l’imbarcazione dondolarsi su l’onda.
Non mancava mai di comparire allo stabilimento nell’ora che ella vi andava strascinata dalle insistenze delle sorelle Marri; e lì mostrava pubblicamente, con affettazione quasi, di non occuparsi che di lei. Ed era un incrociarsi di occhiate bieche fra lui e l’ufficiale d’artiglieria, una scena muta che destava l’interesse degli oziosi, che dava luogo a supposizioni, a pettegolezzi d’ogni maniera.
Lucia ne era urtata, quasi offesa; sopra tutto inasprita. Le guastavano la solitudine, le rapivano la dolce quiete del suo angolo tranquillo. Perchè?… perchè?… non era dunque possibile vivere a proprio modo?… La libertà di passare i giorni nel soave silenzio seguendo abitudini care, non era dunque concessa a lei, figlia del facoltoso industriale, salutata e ammirata come ereditiera?…
“Che cosa conta essere ricchi, se con i denari non si può avere quanto si desidera? – sospirò, mettendosi a sedere nel salottino aperto su ‘l terrazzo.
Le caddero gli occhi su la lettera della zia, posata sopra il tavolino.
“Sono io ancora ricca? – chiese a sè stessa, ricordando quanto la zia scriveva.
“Il signor Aldo Svarzi si arresterebbe a dondolarsi nel suo cutter davanti a la mia casuccia, se io più non fossi la ricchissima signorina Ferretti?…
Sorrise fra sè e sè guardando al di là della finestra aperta, al punto dove il cutter galleggiava.
Entrò Adele a dirle che era ora di desinare; la minestra era già in tavola.
Dopo pranzo aveva fissato di andare a Pruneto, una fattoria a mezza costa della collina, che le apparteneva da parte della sua povera mamma. La famiglia degli affittaiuoli erano gente di casa; nati e cresciuti lì a la dipendenza degli stessi padroni. Volevano molto bene a la signorina, e quando li andava a visitare era una festa.
Sarebbe andata anche al Camposanto, a visitare la tomba della mamma, della mamma cara, della quale tutta l’anima sua sentiva in quel momento, un imperioso bisogno. Oh se ci fosse stata lei, quella gentile, quella santa creatura!…
Stavano per andarsene tutti tre, poichè Bortolo era della compagnia, quando suonò il campanello e Adele annunciò con qualche ansia e stupore il signor Aldo Svarzi.
Lucia si senti dare un tuffo nel sangue.
Egli osava venirle in casa mentre sapeva ch’ell’era sola con la cameriera e il servitore!… Quello era un passo ardito, anzi sfacciato. O con chi credeva d’aver a che fare?… Impazziva forse per dimenticare così le più elementari regole di convenienza?… O pure… o pure…
Ricordò quanto la zia diceva nella sua lettera. Una supposizione ingiuriosa le sferzò il sangue; diventò pallida fino alle labbra e disse forte a Adele: “Di’ al signor Svarzi che sono sola e… e… non posso…
Il resto le fu strozzato in gola dalla improvvisa comparsa dei signor Svarzi su la soglia. Non era più il giovine che si piegava in due dinanzi a lei e le si mostrava rispettoso, quasi impacciato. Un sorriso fatuo dava al suo volto scialbo un’espressione nuova e strana; negli occhi gli guizzavano lampi da conquistatore fortunato.
“La signorina non vorrà proibire a un vecchio amico di venirle a porgere in casa i proprï omaggi! – disse fissandola arditamente e sorridendo sempre del suo sorriso brutto.
Lucia se ne stava muta di sorpresa e di collera guardando il giovine con occhi aperti, sbarrati, torbidi. Aveva posato una mano su la tavola quasi per sostenersi; il tremito le agitava le labbra impedendole di parlare. Oh la sua supposizione!… adesso le si andava mutando in certezza e l’anima sua ne restava sconvolta e sgomenta.
“Sua zia mi aveva autorizzato di venire a porgerle i miei omaggi! – disse Svarzi, un po’ scosso da quel contegno.
“Grazie! – rispose Lucia in un susurro.
E chiedendo scusa al signore, non trovò altro da dire se non che ella stava per uscire con Adele e Bortolo e non poteva fermarsi.
Il giovine Svarzi si fece contro lo stipite per lasciarla passare e la seguì senza nulla dire.
Fuori, Lucia, dopo alcuni passi si arrestò di stianto. Il signor Svarzi le si era messo di fianco e camminava di pari passo con lei. La voleva accompagnare; a lasciarlo fare, l’avrebbe seguila.
“Sfacciato… antipatico! – mormorò in petto la fanciulla, guardandolo negli occhi con muta interrogazione, atteggiando la bocca a disprezzo e disdegno.
“Perchè mi segue?… con qual diritto? – chiedeva l’espressione tutta del suo volto. Ma le labbra non emettevano suono, serrate dalla collera.
Stava per tornare indietro piantando lì su i due piedi il giovine signore, quando un improvviso chiacchericcio e un fruscio di passi, le fece volgere il capo a l’imboccatura d’un viottolo lì presso.
“Le signorine Marri! – disse Adele, che camminava avanti con Bortolo.
In fatti, le tre sorelle accompagnate dalla madre, apparvero tosto, ridenti e leggiadre nella loro fresca toeletta della sera.
Una vampa scottante salì al cervello di Lucia, mentre il signor Svarzi scambiava i saluti. Che cosa avrebbero pensato quelle signorine, che cosa avrebbe creduto la signora Marri, sorprendendola lì con il signore, ritti l’uno di fronte a l’altra come se li avesse chiamati un comune desiderio, forse la simpatia?…
Continuarono insieme il cammino. Ormai Lucia non avrebbe potuto tornare indietro senza parere scortese, peggio senza forse avvalorare il sospetto.
Ah! l’odioso sospetto ella lo indovinava negli occhi delle amiche, nella mal celata disapprovazione della loro mamma!… E non aveva torto la signora Marri di trovare inconveniente quell’apparente ritrovo fra lei e il giovine Svarzi. Da quando in qua, in fatti, una signorina per bene, che vive a la spiaggia sola con le persone di servizio, consente che un giovanotto l’accompagni nelle passeggiate e peggio nelle passeggiate serali?…
Turbata e eccitata da questi pensieri, Lucia prese a braccetto Olga, l’ultima delle sorelle Marri e s’incamminò con essa.
Il signor Svarzi si pose fra la signora Marri e le altre due signorine e prese a chiacchierare del più e del meno, scioccamente, secondo l’abitudine sua, da persona che non dice il proprio sentimento nè il proprio pensiero, ma ripete ciò che gli altri sentirono e pensarono, o meglio, blatera di superficialità e di insulsaggini, da molti battezzate con il pomposo nome di spirito.
Presero per il viottolo del poggio fra due filari di piante. Nell’afa calda e rosata del giorno agli ultimi bagliori, stagnavano i profumi troppo dolci e acuti dei mille fiori de’ giardini. I contadini rincasavano con gli attrezzi in ispalla; una donna scalza, dalle gonnelle succinte, al di là delle piante, si spingeva innanzi due vaccherelle che si arrestavano ogni poco a pascere l’erba, a guardare con gli occhioni innocenti, a muggire ogni tanto.
Non si poteva arrivare fino a Pruneto; era troppo tardi. Ci sarebbero andati Adele e Bortolo. La signora Marri si sentiva un po’ stanca; propose di riposare lì mettendosi a sedere sopra un tronco d’albero disteso per stagionare.
Olga e Lucia sedettero nel prato, al di là del filare, su un mucchio di terra vestito d’erba. Olga ciangottava a l’amica le sue confidenze, le sue speranze di fanciulla smaniosa di accasarsi, di avere un nido proprio, un nido morbidamente imbottito dove crogiolarsi riscaldata da un affetto immaginoso, dove sbizzarrirsi a suo piacere, a sua volontà. Oh non dovere più assoggettare la propria volontà, anzi dominare su l’altrui!… era questo il sogno più ridente, più vagheggiato di Olga.
Le altre due sorelle Marri, Corinna e Irma, a braccetto, presero per un senteruolo che guidava a un punto ove si poteva godere la vista del mare.
Il signor Svarzi rimase con la signora Marri.
Dal suo posto Lucia li sentiva discorrere con qualche vivacità. Certe parole che l’aria le portò nette e precise, la colpirono, svegliarono la sua curiosità, acuirono la sua attenzione.
Mentre Olga diceva con accento non interrotto, ella non pensava ad altro che ad afferrare qualche frase della conversazione fra la signora Marri e lo Svarzi.
E colse al volo una parte del dialogo.
“Quel povero Ferretti! – compiangeva la signora.
“Pazzo! pazzo da legare! – rispondeva il signore.
“La sua disgrazia è quella donna!… lui è da compiangere!
“Ma se lo sapeva che ella aveva già ruinato il primo marito, che era piena di debiti, che era una creatura pericolosa! Lo sapeva e l’ha sposata!… non è una pazzia questa?
“La ruina è proprio completa?
“Completa!
“O e la fabbrica?
“Si sta costituendo una società d’azionisti.
“E quella povera signora Marta?
“Mah!… vivrà della sua pensione di vedova!
“E Lucia!
Nè l’uno nè l’altra si erano accorti, che Lucia la quale si era alzata alle prime parole del dialogo, stava loro dietro le spalle. Si rivolsero sorpresi a sentirla dire con voce un po’ rauca e tremante:
“Io dubitavo. – Il signore – e additava con una piega sprezzante intorno a la bocca, lo Svarzi – mi ha dato la certezza della disgrazia. Si è tolto la maschera fino adesso usata davanti a l’ereditiera; si è mostrato qual’è!.. Anch’io mi mostro qual sono, signore, senza il ritegno della convenienza. Ricca o povera, i miei sentimenti furono e sono i medesimi a suo riguardo. La prego di non inuggirmi, di non offendermi con il suo ardire tutt’altro che da gentiluomo!
S’inchinò dinanzi a la signora Marri, salutò Olga e sali con passo svelto per a la volta di Pruneto.
Aveva le mani fredde, le correvano dei brividi lungo il dorso, il cuore le batteva fino a la fontanella della gola; un fremito acre le serpeggiava nel sangue.
“Stupido… vigliacco! – badava a mormorare fra sè e sè. – Mi ha creduta così volgare di accettare i suoi omaggi ora che sono povera!… ha approfittato di questo momento doloroso per perseguitarmi con la sua insistenza, forse per compromettermi!.. Antipatico! – disse forte a gli ultimi bagliori del giorno, che andava morendo in un languore di luce, fra il zizzìo degli insetti, l’ultimo pigolare degli uccelli appollaiati, il lontano scroscio dell’onda, i mille profumi!
Arrivò a la fattoria ansimante e stravolta.
A l’accoglienza festosa degli affittaiuoli, a le premurose sollecitudini di Adele e Bortolo, rispose dando nel pianto; un pianto convulso, tutto singhiozzi e lagrimoni abbondanti; da bambina.

*
* *

La giornata era bigia, oppressa da nuvoloni spessi e pieni. Il vento di mare soffiava forte. Sopra i monti cominciò presto a tuonare e balenare; caddero i primi goccioloni a strappare al suolo il caldo odore di terra bagnata; seguì uno scroscio; quindi una pioggerella insistente che scendeva a righe sottili fra la funebre tenda di nuvoloni che copriva i colli e la spiaggia.
Lucia, ritta contro lo stipite dell’uscio a vetri che dava su ‘l terrazzo, vagava con gli occhi nell’aria annebbiata dalla piova, mentre in cuore le scendeva un senso di abbattimento. L’abbattimento pieno di tristezza che viene dal pensiero.
Pensava a suo padre, che da che la aveva lasciata, solo una volta le si era fatto vivo con un breve telegramma; a suo padre che l’aveva abbandonata, che la dimenticava, la sacrificava a la passione sfrenata per quella signora… sua moglie… la donna che aveva preso il posto dell’altra, la buona, la santa!.. Tutto sacrificava a quella creatura; le memorie, gli affetti, la sostanza raggranellata a forza di economia e di attività, perfino l’avvenire dell’unica figliuola! Il suo avvenire!… Certo non sarebbe stato ora quello dell’ereditiera!… Di questo era sicura. Glielo aveva detto la ritirata prudente dell’ufficiale di artiglieria; glielo aveva mostrato la condotta dello Svarzi, lo sfacciato che la perseguitava apertamente della sua volgare passione, adesso che la sapeva povera e senza difesa.
Il vento soffiava l’acqua a sbuffi verso la casa; la pioggia spruzzava in volto a la fanciulla, che non si muoveva, perduta in un obblio di pensieri.
Quel giorno aveva ricevuto due lettere; una della sorella del povero Cecchino, che le annunciava la sua vestizione con parole di commovente riconoscenza; l’altra di Lena, la quale le rispondeva piangendo con lei e confortandola nello stesso tempo a sopportare con dignitosa forza la sventura, a nobilmente rassegnarsi al volere di Dio. Certo la ruina del padre le doveva recare preoccupazione e schianti d’ogni maniera, poi che ella era una ottima figliuola che amava il suo papà e non poteva a meno di soffrire delle sue sofferenze. Oh le sofferenze dovevano, pur troppo, seguire presto la vita di continuo delirio che ora lo traeva a sicuro precipizio, il povero uomo!.. Ma lei, Lucia, era al sicuro della povertà; ella sapeva e voleva assicurarla. Quella casetta lì della spiaggia, la fattoria di Pruneto e un’altra più lontana, erano roba sua, che le veniva di sua madre e che nessuno avrebbe potuto toccare.
Certo non era la ricchezza; ma era la vita sicura; era un’agiatezza modesta.
“Se al papà mancherà il pane, io lo potrò soccorrere! – pensò ricordando le parole della lettera. – Starà qui con me; finirà nella quiete!
La dolce prospettiva le fu offuscata dinanzi dalla bellissima, altera figura della signora Rabbi, che le si rizzò nel pensiero. “E lei?… e sua moglie?.. la matrigna?…
Sorrise figurandosi quella signora, usa a la ricchezza, a lo sfarzo, lì nella casetta modesta, darsi attorno per le faccenduole domestiche. Fissò gli occhi verso l’orizzonte, dove ormai le nuvole diafane e a strappi scoprivano qualche lembo di azzurro, e disse scuotendo il capo: “La signora Rabbi qui a far vita ritirata, a far vita da borghesuccia economa!…
Era cessata la piova. Le nuvole, battute dal vento, si staccavano, assumevano forme svariatamente capricciose, correvano innalzandosi di sopra l’acqua, si impicciolivano nella corsa, sfumavano a distanza. Il sole tornò a sfolgorare su la spiaggia deserta, su ‘l mare che veniva a la riva con l’onda grossa e sbuffante e si scioglieva su la ghiaia fremendo in un lieto scrosciare di spuma.
Lucia uscì su ‘l terrazzo; si dimenticò un istante nella contemplazione delle cose; le cose belle e sublimi, che staccano l’anima dalle miserie della terra per innalzarla su su al grandioso, a la potenza sovrana.
Fra lei e il grandioso e la potenza sovrana, non erano ostacoli di incresciosità, poichè la coscienza non le susurrava rimproveri, poichè nel suo passato non giacevano rammarichi. I disgusti, i dolori venivano dal di fuori; scrosci che acciaccano(3), non distruggono; o se abbattono e svellono, è per volere superiore; non è la morte prodotta da vile tarlo interno.
Apparve su ‘l mare, a poca distanza dalla riva, un burchiello da pescatore.
“È il vecchio Baciccia! – osservò Lucia.
Con voce fessa, il pescatore prese a cantarellare una nenia mentre vogava a fatica.
“Ha perduto il figlio, ha la moglie inferma, stenta la vita e canta! – pensò. – La sventura non gli ha offuscato in cuore la serenità dell’uomo onesto e pio.
Essere disgraziati è da tutti; non abbiosciarsi, saper sopportare con rassegnazione, pentirsi e riparare, è da pochi; è da buoni e forti! – susurrò.
Il pensiero le corse a Teresa, la sorella del povero Cecchino. La vide in convento, sorridente sotto la cuffia nera che le nascondeva i capelli d’oro, pietosa con gli infermi che avevano bisogno delle sue cure, lieta nell’idea di Dio.
C’era un gran silenzio intorno. L’aria calda e chiara pesava su ‘l terrazzo e su le piante sgocciolanti del giardinetto. Il mare non mandava alito. Dopo la breve collera, quasi lotta momentanea fra esso e il cielo, ora tremolava nella sua vampa azzurra.
Suonavano le ore al campanile della parrocchia. Quello squillo argentino riportò ad un tratto la fanciulla al tempo della sua infanzia, quando c’era la mamma, ancora non erano fabbricati il villino in città e la villa su ‘l lago, e lì si passava l’estate, nella intimità soave, nella onesta, cara semplicità di borghesi appena agiati.
La campana ripetè i due tocchi argentini. Era quella l’ora in cui, bambina, ella andava a la chiesa con la mamma per la perdonanza, come diceva lei. Le venne il desiderio di ritornare a la dolce abitudine; volle andare in chiesa. Entrò in salottino, mise il cappello e uscì.
La chiesa era vicina; a un cento di passi; vi si andava per una viuzza chiusa ai lati da due siepi di caprifoglio.
Gli scriccioli saltellavano tra le fronde, si cacciavano nel folto, sbucavano fuori pigolando.
Nel giardino del parroco, al di là della siepe, un usignuolo gorgheggiava. Alcune galline prataiuole, beccuzzavano starnazzando lungo la viuzza; una chioccia, accucciata a l’ombra della siepe, chioccolava ai pulcini raccolti sotto le ale, le sue prime lezioni di prudenza. Il verde, lavato dalla piova, spiccava fresco e luccicante. L’abbaiare di qualche cane, il muggire, in lontananza, di qualche vacca, qualche grido di fanciullo e lo scrosciare stanco dell’onda morta su la ghiaia, erano i soli suoni che rompessero il silenzio di quell’ora, in quel luogo.
I bagnanti quel giorno, come succedeva sempre nei dì di cattivo tempo che l’acqua era fredda e non si potevano far bagni, dovevano essere raccolti nei salotti dello stabilimento, a leggere, conversare, flirteggiare, far musica e magari quattro salti. A passeggiare non c’era pericolo che uscissero in quell’ora calda, con il suolo bagnato che i piedi si infangavano e bisognava camminare sollevando le sottane da terra.
Nella sicurezza di non incontrare nessuno, Lucia tirava via spigliata, lieta di trovarsi sola, di non essere seccata nella solitudine cara, necessaria al suo stato d’animo.
Davanti a la chiesa, il viottolo si apriva in una piazzetta folta di piante da cui pioveva la luce d’oro riempiendo il suolo ombreggiato, di allegre macchie tremolanti.
Presso il tronco d’una pianta, un fanciullo sgambucciato, vestito solo d’un paio di calzoncini e d’una camicia greggia, dormiva boccone, con la testa poggiata su le braccia incrociate.
Alcuni piccioni scesero frullando attraverso il fogliame e presero a beccuzzare. Un bel maschio dalle ali e il collo di un cupo azzurro metallico cangiante a la luce, con vezzosi movimenti girava intorno a una femmina bianca, tubando le sue lusinghe amorosa
Un gattone soriano accovacciato, con il muso fra le zampe anteriori, l’atteggiamento felino da predatore, spiava inutilmente il saltellare di alcuni passeri arditi e pronti al volo.
Alcune cicale stridevano al sole la loro canzone monotona; da oziose.
Lucia entrò nella chiesuola deserta, illuminata da una semi-luce rossastra. Si inginocchiò davanti a l’altare della Madonna, si raccolse nella preghiera. Nella fede e nell’amore, o piuttosto nell’amore credente, cercò conforto, cercò un sollievo al peso delle cure.
Ci sono momenti nella vita, in cui una provvidenziale chiaroveggenza dello spirito, inspira, per così dire, una inconscia diffidenza, quasi ripugnanza della gente e spinge verso la bontà, la potenza suprema e fa che solo nell’idea grandiosa ci si affidi e abbandoni.
Lucia, che soffriva crudamente della ruina del padre, che misurava le conseguenze di quei momenti di delirio, quasi pazzia, che presentiva l’avvilimento e lo schianto che ne dovevano essere la conseguenza, colpita nella tenerezza, nel rispetto figliale, si trovava in uno di questi momenti; non sperava nulla dagli uomini; anzi ne temeva le volgari, piccole passioni; diceva i suoi dolori a la Madonna; fidava in Dio.
Sempre inginocchiala, sempre fissa nella soave immagine che le sorrideva quasi a incoraggiarla, non sentì lo scricchiolio d’un passo, fuori, sulla ghiaia della piazzetta, non si accorse dello Svarzi. che dalla soglia della chiesuola la stava guardando con occhi intensi.
Si scosse e rivolse all’improvviso abbaiare d’un cane, e vide il giovine.
La dolcezza di quel momento di astrazione, le fuggì tosto dall’anima per lasciar luogo a un subito sentimento di sdegno, di mortificazione e ribellione insieme. Fino lì, fino in chiesa, la veniva a tormentare ed offendere quell’antipatico, quel vigliacco!… Si era davvero proposto di comprometterla, di farla andare su le bocche di tutti, forse di meritarle la disapprovazione, il disprezzo dei lontani!
Rivide improvvisamente l’espressione di muto rimprovero che aveva sorpreso su ‘l volto dell’ingegnere Del Pozzo quel giorno, a Milano, quando l’aveva veduta uscire dal salottino insieme con lo Svarzi. Un’onda, gonfia d’amarezza e sconforto, le riempì il cuore. “Forse – pensò – egli sa già; e crede che io accolga e gradisca gli omaggi di questo sfacciato; forse crede che mi lasci attirare dalle sue ricchezze, adesso che sono povera!
Una vampa le scottò il cervello a questo pensiero.
Con gli occhi accigliati e su la bocca una piega amara, si alzò ed uscì, passando dinanzi alla Svarzi senza neppure guardarlo.
Ma egli non si lasciò intimorire da quell’aria di sussiego e repulsione. La passionaccia ignobile che gli serpeggiava nel sangue, non soffriva certo delicature.
Le si pose di fianco; volle accompagnarla ad ogni costo, qualunque fossero la via, e gli scorciatoi che ella prendesse.
E l’accompagnò in silenzio, mentre ella, senza mai rivolgergli nè una parola, nè uno sguardo, camminava frettolosa verso casa.
Vi si trovò repentinamente di fronte dopo una brusca scantonata, ed ebbe a trasalire vedendo ritto su la porta, insieme con Bortolo e Adele, l’ingegnere Del Pozzo.
Un violento sussulto le fece tremare il cuore in petto leggendo subito negli occhi chiari dell’ingegnere una disgustosa sorpresa.
“Signorina! – disse l’ingegnere con voce un po’ velata, inchinandosele dinanzi con il cappello in mano. – Sua zia mi manda qui per parlarle di affari!… Se ha la cortesia di ricevermi, mi sbrigherò presto. Devo tosto ripartire per Milano.
Disse senza badare allo Svarzi, come non fosse stato lì. Lasciò passare la fanciulla, che entrò in casa tutta pallida e agitatissima, e la seguì.
Nel salottino, aperto su ‘l terrazzo al grandioso spettacolo del mare immenso, a la luce splendida, a l’aria profumata, seduti l’uno di fronte all’altra, Lucia con l’anima sconvolta da avvilimento e dolore, ascoltò per un quarto d’ora e più il conte Anton Mario Del Pozzo, che dignitosamente, freddamente, per incarico della signora Marta, la metteva al corrente degli affari della casa.

*
* *

Come il conte Anton Mario del Pozzo se ne fu andato, impaziente di arrivare in tempo a la corsa, dopo di averle a pena sfiorato la mano ch’ella timidamente gli porgeva ringraziandolo, Lucia se ne stette con un gran freddo in cuore e un molesto formicolio nelle orecchie. Se ne stette a guardar fuori la veduta superba, senza vedere; perduta in uno smarrimento angoscioso. La richiamò a sè il fischio acuto del treno in partenza; il treno che portava a Milano il Del Pozzo. Ricordò le sue parole, l’espressione de’ suoi occhi, quasi severa, il saluto freddo, il freddissimo modo con cui le aveva preso la mano.
Si guardò le dita affusolate e bianche della destra, che risentivano il contatto della mano di lui, che fremevano del desiderio d’una stretta. Inconsapevolmente se le portò a le labbra, le baciò per compensarle della delusione che le aveva lasciate diacce; le baciò là ove egli le aveva appena toccate; e un vivo rossore le corse su ‘l volto melanconico.
Egli la credeva leggiera, non c’era dubbio. Peggio di leggiera, la doveva credere volgare e avida di ricchezza.
Oh quello Svarzi!
Nell’aria del salottino, risuonavano ancora certe frasi dell’ingegnere Del Pozzo.
Dopo di averle detto del fallimento di casa Ferretti, egli aveva subito soggiunto che a lei restava intatta la piccola sostanza di sua madre.
E poi che a quelle parole, che la ferivano nella generosità, come se ella avesse potuto consolarsi della disgrazia del padre con il pensiero della propria sicurezza, le lagrime le erano corse agli occhi, egli aveva avuto la crudeltà di confortarla, facendola sperare in un avvenire che l’avrebbe rimessa nella condizione di prima; avvenire bello, brillante quale anche sua zia, la signora Marta, sospirava per lei!
Oh come egli le leggeva male nel cuore, come calunniava il suo sentimento!… Credere ch’ella potesse affliggersi della povertà, agognare a un matrimonio ricco, dividere le aspirazioni, i desiderii di quella povera donnicciuola di sua zia!… No, no; egli non la conosceva punto; non aveva per lei nessuna amicizia, nessuna pietà.
Perchè, perchè dunque la sera prima della sua partenza per la spiaggia, l’aveva guardata con un lampo di tenerezza negli occhi, e le aveva stretto la mano quasi affettuosamente?
“In qualunque circostanza si ricordi ch’io sono a suoi ordini! – le aveva detto quella stessa sera, salutandola.
“Sì; se ci fosse bisogno, egli accorrerebbe ad una mia parola, questo lo sò! – diceva a sè stessa la povera fanciulla. – È cavaliere, è di carattere nobilissimo; non dimenticherà mai che mio padre gli volle bene e lo stimò. Ma… mi ha in conto d’una sciocca, d’una vanitosa! mi sprezza! mi disdegna forse!..
Su ‘l mare si andava avanzando una nave dalle bianche vele spiegate; vogavano al suo incontro barchette, cannotti, vaporini eleganti.
Dallo stabilimento vicino, venivano grida di piacere e scoppi di allegre risate insieme con il suono del pianoforte che qualcuno strimpellava.
Sempre seduta nella poltroncina con le braccia conserte e il dorso poggiato a la spalliera, Lucia guardava e sentiva con malata indifferenza.
Che mai importava a lei della gente, delle cose?.. Il suo mondo interiore era chiuso a tutto ciò che succedeva fuori di sè. Era come se le facoltà tutte le stessero imprigionate nell’anima. Nulla avrebbe potuto commuoverla. Per fino il senso del bello le giaceva dentro soffocato.
Dalla nave ormai vicina, scoppiò il rimbombo del cannone; una, due, tre volte.
Lucia, scossa nell’annichilimento, si tirò presso il tavolino, aperse la cartella, preparò un foglio di carta e scrisse d’un fiato:

Mia cara Lena,

Il fallimento è dichiarato. Casa Ferretti, venuta dal nulla, ritorna nel nulla. Se non fosse per il babbo, a me non importerebbe niente. Ma il pensiero di lui mi accora. Che cosa farà adesso che non ha più i mezzi di bruciare oro davanti al suo idolo?.. Che cosa farà l’idolo strappato a forza dal suo piedestallo?… È possibile che si acconci a la vita che dev’essere d’ora innanzi la sua, di moglie d’un impiegato?
La notizia ufficiale della ruina di casa Ferretti, è venuta a darmela il conte Anton Mario del Pozzo; lui stesso!.. E volle confortarmi con la certezza che a me non mancherà mai nulla, poi che mi resta intatta la modesta sostanza di mia madre; volle anche incoraggire le mie speranze parlandomi d’un avvenire brillante. Pensava certo a un ricco matrimonio; forse a quello dello Svarzi. Oh! il signor conte Anton Mario Del Pozzo è generoso quando si mette a consolare!.. È stato qui fra una corsa e l’altra; giusto il tempo di recare la notizia e di farla da consolatore; poi via, che pareva il suolo gli scottasse di sotto i piedi!..
Lo sposo di Adele fu licenziato dal villino insieme con le altre persone di servizio; così il matrimonio di Adele sarà anticipato. Ella andrà ad abitare un villaggio vicino a questo; la vedrò spesso. Con me resterà il vecchio Bortolo che mi ama, che è forse il solo essere su la terra che mi ami davvero. Una volta c’era anche Wise; ma ora è lontano. Dove sarà?.. Forse qualche amico di casa l’avrà preso con sè e gli farà la carità del nutrimento!.. Povera bestia affezionata e fedele!..
Sento squillare il campanello. Oh Dio! sono le sorelle Marri che vengono a prendermi!.. Mi tocca andare allo stabilimento, in mezzo a la gente chiassosa e lieta!.. Come rifiutarmi se non c’è mezzo di resistere alle insistenze di queste ragazzone?.. Coraggio, e via. E si scherzi e si rida e si ricevano gli omaggi degli oziosi e si accarezzi la speranza d’un avvenire brillante con l’accettare lo sfacciato omaggio del fatuo e ardito Svarzi. Ciao, cara; e te beata che vivi tranquilla in codesto collegio, via della società che dicono bella!

tua LUCIA.”

*
* *

Allo stabilmento, quel giorno, Lucia non era d’umore da tollerare le occhiate, i susurri, i sorrisetti con cui veniva ricevuta da che si sapeva del fallimento e più non si ammirava nè si invidiava in lei l’ereditiera.  Non volle sentirsi mortificata; non volle rinchiudersi nell’avvilimento. Per un inesplicabile senso di rivolta, quasi di sfida, volle invece apparire indifferente, anzi non curante. Era forse dignitoso che ella mostrasse le sue angustie a quella gente verso la quale non aveva nè vincoli nè simpatia?… La sua anima aveva forse bisogno della compassione, e magari del compatimento degli estranei?… Perchè non era più la ricca signorina Ferretti, perchè era anzi quasi povera, avrebbe dovuto tenersi in disparte, far pompa di inutile accasciamento, vergognarsi quasi?  Entrò a testa alta, bellissima nel vestito scuro, il volto animato da interno eccitamento, gli occhi sfolgoranti. Impose con il contegno, attirò con il fascino della bellezza, della grazia, della disinvoltura.  Allo Svarzi, che le fu tosto vicino, come di solito, parlò ridendo, celando l’ironia sotto la frase improntata a leggerezza, mascherando le punture, le piccole insolenze con la leggiadria dello spirito acuto e garbato.  Così insolitamente tollerato, lo Svarzi andava in solluchero; gli lucevano gli occhietti stupidi, si impettiva, rimbeccava con freddure, pavoneggiandosi. Diventò presto così melenso, così ridicolo, che Lucia ebbe voglia di mortificarlo in mezzo a tutti con una frase piccante. Ma si ricacciò in petto la frase insieme con la voglia; e per avere un momento di respiro, sedette al piano e attaccò con bravura, a memoria, un pezzo brillante.  Si fece un improvviso silenzio nel salotto. Tutti ascoltavano ammirati, strascinati da quella foga allegra, che metteva il brio nei cuori.  Ma ad un tratto la foga scemò, il brio morì in un brusco cambiamento d’espressione, in una interpretazione strana. Il pezzo pazzamente allegro diventò triste; quasi marcia funebre piena di singhiozzi, di gridi di dolore; il disfogo d’un’anima travagliata.  Molti s’erano fatti presso il pianoforte, sorpresi, commossi.  Con gli occhi aggrottati, il volto pallidissimo, Lucia adesso si isolava; l’anima sua si trasfondeva nei suoni; e nei suoni ella sentiva sè stessa con i suoi crucci, le sue care speranze infrante, il suo dolore.  Finì con un accordo che parve uno strappo. Si alzò come trasognata; allo Svarzi che la pregava di suonare ancora, rispose sgarbata, che ne aveva abbastanza. Salutò la signora Marri e le amiche frettolosamente, e guizzò via, inuggita della compagnia, smaniosa di solitudine.  A pochi passi dalla casa, Adele ed il suo fidanzato passeggiavano tenendosi per mano.  Come ella passò loro d’innanzi, il servitore di poco tempo prima lasciò la mano della sposa, si tolse il cappello, e, impettito, salutò con il solito rispetto. Adele le sorrise arrossendo un poco.  “Sono contenti! – pensò Lucia, ricambiando gentilmente il saluto – non fa bisogno di essere ricchi per amarsi ed essere felici!  “È però necessario che ci sia la stima! – soggiunse con un sospiro.  In vece di entrare in casa, si mise nel sentieruolo che saliva su ‘l poggio, e guidava, fra due filari di pini, al cimitero.  “Vado a trovare la povera mamma! – si rivolse a dire a Adele.  Il cimitero, piccolo, modesto, senza lusso d’ornamenti, con una sola cappella mortuaria che raccoglieva le ossa degli avi, dei nonni e della mamma di Lucia, qualche croce arruginita sorgente fra le erbe(4) alte, qualche angioletto di ferro dipinto indicante la tomba d’un bimbo, e cippi, alcuni spogli(5), sepolti nel verde, altri adorni di ghirlandine di fiori freschi o circondati da brevi aiuole coltivate, era messo di sghembo(6) su la costa del poggio(7), riparato dal sole che vi batteva in pieno da un folto di piante che si innalzavano lungo il muricciolo di cinta.  Lucia vi giunse in pochi minuti. Al cigolio del cancello di ferro, che stentava ad aprirsi, frullò dalla pianta vicina, una capinera, che andò a posarsi un istante sopra il tetto della cappella, poi spiegò il volo alto.  Il piccolo viale era ingombro di erba che conveniva acciaccare per percorrerlo. Nell’erba era un guizzare di lucertole, un rincorrersi d’insetti, un fremere di vita fra le tombe dei morti; un monotono, flebile suono di zizzio e stridio, e susurro, che rompeva il silenzio senza disturbarlo.  Lucia si guardava intorno; ricordava persone conosciute nei nomi scolpiti nei cippi e nelle croci. Quanti non erano morti dalla sua infanzia in poi!  Si fermò dinanzi a una colonnetta spezzata di marmo bianco, che portava il nome di “Anna Ladini.”  “Aveva vent’anni quando la tisi la distrusse! – pensò; e pregò per l’anima della fanciulla che aveva veduta fiorente di salute, forte al lavoro, felice.  Una bruna pietra orizzontale, ricinta da una siepe di mortella, segnava la tomba di Marina del fabbro, morta di dolore per l’abbandono del marito.  Una croce pendente indicava il posto ove riposavano le spoglie di Bista, l’affittaiuolo che era morto solo invocando i figli sparsi per il mondo.  Lì sotto un rosaio incolto, bianco di fiori, giaceva Carolina del fornaio, sua compagna d’infanzia, che il mare aveva buttata a riva annegata, dopo una tempesta.  Più in là, sotto un capannuccio coperto di madreselva, consumavano i resti di Rosa, la vedova che aveva lasciati orfani sei figli.  “Si soffre tanto, si passa per ogni sorta di pene, per poi finire così, al cimitero!… Che mette conto di affannarsi per una vita così breve?  Era entrata nella cappella, fredda in confronto dell’aria esterna, illuminata dalla luce rossastra che pioveva passando attraverso i vetri delle alte finestrette. Vi ora un odore morto di rinchiuso e di fiori appassiti.  Lucia si inginocchiò. Ma in vece di pregare come soleva, quel giorno si ritrovò a monologare senza avvedersene.  Dov’era lo spirito dei morti?… si staccava dalle persone che aveva amate in terra?… le dimenticava?… o pure vive con noi, d’una vita che i nostri sensi imperfetti non possono sentire?… vita confusa, misteriosa, che forse si rivela nelle nostre aspirazioni, nei vaneggiamenti, nei sogni!  Hanno i morti pietà delle nostre debolezze, dei nostri dolori?  O sono severi della severità di chi più non lotta con la materia e più non può comprendere la miseria delle creature?  Fra questo mondo e l’altro c’è un invisibile legame, o pure una inesorabile rottura?…  “Mamma!… mi sei tu vicina con lo spirito o io ti invoco in vano? – susurrò la fanciulla tremante di dubbio, con in cuore un immenso desiderio di fede, di protezione e conforto.  Si raccolse; volle scacciare da sè la superba titubanza, che la scoraggiava e desolava.  No; non era possibile, che dopo tanta tenerezza, la mamma sua l’avesse lasciata sola su la terra!…  Il suo spirito le stava vicino sempre; esso le susurrava al cuore suggerimenti buoni e santi; le dava la forza di sopportare il dolore e le delusioni, la confortava a sperare, la compativa.  “No, mamma!… fra te e me non è spezzato il vincolo d’amore!… non può essere!… Dio non lo permetterebbe!… stammi vicina, mamma! proteggimi, mamma!  Una tenerezza di pianto le strappava le lagrime mentre l’anima accoglieva un soave senso di fiducia e si chetava nella sicurezza dell’amore, della protezione materna.  Quando uscì dal cimitero, il sole s’era ritirato nel brusco tramonto, segnando una riga di fuoco giù, in lontananza, nel punto che il cielo pare si abbassi a congiungersi con il mare.  Quella sera a cena, non prese cibo; le ripugnava; sentiva la testa pesa; un gran desiderio di riposo.  Andò a letto che la sera non era ancora calata.  Si tirò su a sedere, lasciò andare la testa sui guanciali.  Gli ultimi bagliori staccavano spiccati i paesaggi, le scene, le figurette della vecchia, bizzarra tappezzeria.  Ogni paesaggio, ogni scena, ogni figuretta le ridestava nell’animo un ricordo; la tuffava nel passato. Quante volte, nella sua infanzia, ella non si era ritrovata ad animare con la fantasia le figure dai colori vivaci e dalle linee inverosimili e spesso ridicole che adornavano le pareti di quella cameretta! C’era una nevicata su la costa della montagna con una capannuccia quasi sepolta nella neve e due fanciulli a poca distanza, che le ricordava tutta una storia di miseria, di sventura, di eroismo; storia di poveri montanari sopraffatti da valanghe, lottanti con frane e gelo. C’era una nave nel mare burrascoso con passeggieri e marinai in atteggiamenti disperati, che le risvegliavano(8) in cuore l’antica pietà per i naufraghi immaginari; c’erano antri con bestie favolose, villaggi abbattuti da terremoto, graziosi angoli verdi con gente tranquillamente raccolta. Poveri sgorbi che per lei si animavano interessandole il sentimento e la fantasia. Era stata la mamma, che durante i lunghi giorni di piova o le brevi malattie della sua infanzia, l’aveva le tante e tante volte intrattenuta illustrando con semplici racconti e descrizioni le figure della vecchia tappezzeria. Il ricordo dell’affetto materno, caldo, previdente, ingegnoso, le faceva sentire più amaro il suo presente di fanciulla quasi abbandonata a sè stessa. Si commosse nella pietà di sè, fu presa d’inquietitudine, sentì che non poteva dormire, sgusciò dal letto e si fece a la finestra così com’era, avvolta nella lunga camicia da notte.
La notte era chiara, che ci si vedeva come di pieno giorno; le alte scogliere che stavano ai lati della casetta, fantastiche nel bagliore, si sarebbero dette immani mostri accucciati nell’onda. Il mare appena agitato dalle onde morte, pareva dormisse sotto le stelle. Nell’aria della notte limpida, si spandevano acutamente gli odori forti delle alghe, i soavi profumi delle gaggie, dei gelsomini, e magnolie e reseda.
Lucia si abbandonò al piacere di respirare liberamente l’aria profumata. Il riposo dello spettacolo che le si spiegava dinanzi, la calmò come un bagno fresco. L’agitazione silenziosa delle bestie che si svegliano durante la notte nascondendo al sole la loro oscura esistenza, le accarezzava l’orecchio di rumori indistinti.
Nel molle bagliore della notte, Lucia sentì corrersi nel sangue fremiti di speranza e di fiducia come se una affinità misteriosa l’unisse a quella poesia vivente.
Rimase a fantasticare senza saperlo, finchè l’aria si fece frizzante e fu costretta a chiudere i vetri ed a cacciarsi sotto le coltri.
Dormì poco. Verso oriente, l’orizzonte impallidiva nella luce smorta del mattino, quando ella si svegliò.
Un gallo buttò il suo canto nell’aria; un altro gli rispose a distanza; fu in breve un concerto di voci rauche e acute e nell’immensa vôlta del cielo, che andava insensibilmente biancheggiando, le stelle illanguidivano e sparivano.
Gli uccelli cominciarono a pipillare, poi a chiamarsi con pigolii, in fine a volare fra le piante e gli scogli con garriti e trilli e gorgheggi.
Dalla finestra di fianco al suo letto, Lucia stette a vedere le nuvole rosee che gettavano su ‘l mare una luce fantastica, finchè, lentamente, il sole, sfolgorante, grandioso, illuminò maestosamente il mare, i monti, in distanza; ogni cosa.
Lucia si alzò; si vestì e pensò che l’Autore di tanto cose sublimi, non avrebbe potuto permettere che nel suo cuore fosse spenta ogni luce di speranza.

*
* *

Zia Marta, nelle sue lettere piagnucolava. Aveva dovuto abbandonare il villino; s’era ridotta a vivere in tre stanzucce fuori porta; la pensione le bastava a pena per non morire di fame; era una vita misera.
Invidiava la nipote. Ella poteva vivere tranquilla o in qualche agiatezza. Peccato che la sua casa fosse perduta in quel villaggio ove durante l’inverno non si vedeva anima viva; se fosse stata in città l’avrebbe pregata di ospitarla; avrebbero fatto vita insieme. Di lasciare Milano, le sue abitudini cittadine, le sue amiche, ella non si sentiva il coraggio. E stava lì sola soletta, stancando il cervello per studiare il modo di fare economia, imponendosi privazioni, sacrifici d’ogni maniera.
Erano lettere gemebonde che infastidivano perchè inspirate dall’egoismo.
Lucia si proponeva di soccorrere la zia; si sarebbe ristretta. Per lei e Bortolo ci voleva così poco!
Pippo Ferretti, impiegato in una casa commerciale di Londra, scrisse una sola lettera a la figliuola, dopo il fallimento. Poche parole senza un’allusione a la disgrazia; si felicitava con la figlia, che, se non altro, non aveva bisogno di nessuno. La felicitazione mal celava una punta d’invidia, quasi un rimprovero.
“Se io morissi – pensava qualche volta la fanciulla – il poco che possiedo passerebbe a papà, e verrebbe, forse a stabilirsi qui con la moglie.
Si figurò la signora Rabbi nella modesta casetta e un senso amaro le sconvolse il cuore,
“Sarebbe spostata come una regina in un capanno! – disse: – Lo spirito della povera mamma, ne soffrirebbe. Se quella donna entrasse qui, i ricordi ne sarebbero offesi e si involerebbero. Ma… papà non avrebbe forse bisogno di lavorare a la dipendenza degli altri!
Poco a poco, il pensiero della sua agiatezza, per quanto modestissima, la turbò come una colpa, le riuscì incresciosa come un rimorso.
Si esagerò la condizione del padre, il suo avvilimento da persona usa a comandare, ora dipendente; misurò con il proprio sentimento il suo dolore d’uomo ruinato; ne rimase accasciata. “Se morissi – si trovò ancora a pensare – quel poco che possiedo passerebbe a lui e potrebbe vivere, se non altro, indipendente!
“Si duole di morire chi è circondato da affezioni! – continuò fra di sè. – Quando si è soli e non si è amati, a che cosa serve vivere?.. A che cosa serve?
La giornata ora smagliante di sereno; non una nuvola in cielo; il mare a pena increspato, l’aria biancastra, troppo piena di luce.
Nel suo costume di bagno, Lucia, seduta fra gli scogli, in una insenatura, a l’ombra, con i piedi nell’acqua, pensava.
“Papà non mi vuol più bene!.. Se, morissi non gli importerebbe nulla!
Le si gonfiò il cuore ricordando il tempo in cui suo padre l’adorava, non aveva occhi e cure che per lei, la sua unica figliuola; il tempo in cui la gente diceva che egli la viziava!
Come era felice allora!…. per certo avrebbe riso su la faccia a chi le avesse predetto che quella tenerezza esclusiva dovesse un giorno mutarsi in indifferenza.
“Quella donna gli ha cambiato il cuore! – mormorò – lo ha affascinato!
C’era dunque il fascino?… una potenza individuale, che attrae e incatena spogliando d’ogni volontà!… C’era dunque davvero il fascino?
Rivide con la fantasia, gli occhi chiari dell’ingegnere Del Pozzo; occhi che frugavano nell’anima commuovendo, destando sensazioni non mai provate.
Come erano dolci, affettuosi quegli occhi, là, a Milano, la sera prima della sua partenza per la spiaggia!
Come erano torbidi e severi il dì ch’egli era venuto a darle la notizia del fallimento!
E quella sera, al letto del povero Cecchino morente?
Nel cuore le si agitò la smania di rivederli quegli occhi chiari e luminosi; di sentirsene guardata,[**Nell’originale “guaridata”] fosse anche torbidamente, severamente come l’ultima volta. Ed era una smania che le faceva martellare il cuore in petto, premendole le lagrime.
Su ‘l mare in calma, nelle barchette, che si staccavano dalla riva dello stabilimento, spiccavano nella luce dorata, signore e signorine nei loro capricciosi costumi, con in testa gli ampi cappelloni bianchi, e i giovinetti, che lo accompagnavano, quale a cavalcione della prua, quale ritto in poppa, altri con il remo vogando.
Ed era un vociare festoso, uno scoppiettio di risatine squillanti, ogni tanto uno strillo di affettata paura.
Lucia ritirò i piedi dall’acqua; si rizzò. L’aveva scossa il timore di essere sorpresa dalle sorelle Marri e da esse obbligata a passare la scogliera, a recarsi allo stabilimento.
Al pensiero di ritrovarsi con la gente, specialmente con lo Svarzi, le saliva la nausea a la gola. Voleva essere sola; perchè non la lasciavano sola?….
Quel giorno poi non si sentiva punto bene. Aveva la testa greve; le correvano i gricciori per la vita, e nello stesso tempo, le scottavano le mani, il capo, tutto il resto del corpo. Era da un pezzo che provava un malessere strano; una debolezza a le gambe che le si piegavano sotto, frequenti capogiri, ripugnanza al cibo e un gran bisogno di starsene sdraiata o seduta senza far nulla.
Ora sentiva il desiderio di tuffarsi in acqua; un bagno l’avrebbe rinfrescata, le avrebbe ridata un po’ d’energia.
Si arrampicò su lo scoglio estremo, che sporgeva innanzi e dal quale si poteva saltare con sicurezza come da un trampolino.
Con i capelli raccolti in grosso nodo su la nuca, la testa scoperta, bella nel costume che ne delineava la persona snella e elegante, le braccia stese e le mani serrate palma a palma, stava per spiccare il salto, quando si sentì afferrata a la vita e si trovò fra le braccia dello Svarzi.
Un urlo di terrore e di ribrezzo insieme le sfuggì dal petto. Si divincolò con una stratta violenta e nel parossismo si lasciò andare nel vuoto.
All’urlo era accorso Bortolo; erano venuti nuotando vari bagnanti.
Dopo un istante la fanciulla precipitata in mare, riapparve, agitò una mano; sarebbe ripiombata a fondo se un nuotatore non l’avesse prontamente sostenuta e tratta a riva.
Bortolo e Adele se la presero fra le braccia, la portarono in casa di peso, come morta.
Lo Svarzi stesso recò la notizia allo stabilimento. Egli l’aveva veduta precipitare; non era stato in tempo di impedire la caduta.
La volgare menzogna lo salvava da rimproveri e disprezzo, lo rendeva interessante con i particolari del fatto.
La signora Marri e le figliuole corsero alla casetta; si informarono. Bortolo era stato per il medico. Nella camera della malata non erano che questi e Adele. Nessuno doveva entrare; era indispensabile la quiete.
Quel giorno a la spiaggia dello stabilimento, si fece un gran parlare di Lucia, di suo padre, della signora Rabbi, della passione dello industriale per lei, delle sue pazzie, della ruina.
L’invidia, covata a lungo, si disfogava in esagerazioni, in maldicenze. Non si risparmiava nè pure la fanciulla innocente, la vittima, che adesso là nel suo lettuccio, giaceva nell’incoscienza della febbre.
Lo Svarzi era sparito subito dopo il racconto del fatto. Forse una punta di rimorso l’aveva obbligato a fuggire quei luoghi, ad allontanarsi dalla fanciulla che gli aveva inspirato una passione trista ma così forte da resistere non solo a l’indifferenza, ma al disdegno.

*
* *

Il mare era sconvolto dalla tempesta. Non si facevano bagni quel pomeriggio; impossibile. Manco i più arrischiati avrebbero osato affrontare l’ira dei cavalloni, minacciosi sotto il cielo corrucciato e le ventate rabbiose.
I bagnanti, seccati, inuggiti, si erano raccolti nel salotto dello stabilimento, portati là dall’abitudine, dall’ozio, forse anche dalla smania delle emozioni.
Nel salotto erano crocchi, erano tavolini da giuoco, era musica.
Il pianoforte gemeva sotto le dita d’una signorina che strimpellava musica classica.
Degli uomini, chi fumava, chi sfogliava giornali, chi faceva dello spirito. Varie signore, con il ricamo in mano, facevano mostra di lavorare per il gusto di spettegolare parendo occupate; alcune leggevano; altre ancora passeggiavano.
Entrò ad un tratto, come un razzo, un giovanotto. Veniva da Genova ove si era recato il mattino. Aveva fatto il viaggio con una suora; una monachella giovanissima e bella, che aveva sempre snocciolato il rosario, senza mai badare a gli altri viaggiatori, rispondendo a monasillabi alle loro domande.
Era scesa lì, con lui. Egli aveva voluto vedere dove andasse e l’aveva seguita. Era andata nella casetta della signorina Ferretti.
“Oh!
“Ah!
“Che stia male davvero?
“Che si tratti proprio di cosa seria?
“Povera signorina!… così giovine e bella!
“Povera Lucia!
“E suo padre che non si lascia vedere?
“E sua zia?
“Conviene dire che l’abbiano abbandonata tutti se hanno avuto bisogno d’una suora che l’assista!
“L’ha abbandonata per fino lo Svarzi che pareva innamorato morto!
“Oh! in quanto a quello, era lei che lo teneva a la larga!
“Una signorina strana quella!
“Un po’ troppo altiera per la sua condizione presente!
“Quante non avrebbero accolti gli omaggi dello Svarzi! – osservò con un sorrisetto malizioso una signora attempata.
“Sfido io!… un giovine come lui, ricco e sciocco per di più!… figlio unico e un banchiere per padre. Una fortuna a questi lumi di luna, che pochi sono i giovani che si ammogliano! – disse un signore parlando con lo sigaro in bocca, fra una boccata e l’altra.
La signora Marri e le figliuole si mostrarono afflitte, lagnandosi però del medico e specialmente di Bortolo, che davano risposte evasive e non lasciavano passare nessuno, nemmeno esse, che erano intime di casa Ferretti e amiche della malata.
La signora che sedeva al piano, cessò di strimpellare e cedette il posto a un giovinotto che prese a suonare un walzer.
Fu come un invito al ballo. Si tirò in disparte la tavola di mezzo e le coppie cominciarono a danzare scacciando l’uggia del cattivo tempo, dimenticando la malata, che languiva lì, a pochi passi.
Languiva davvero poveretta! abbandonata su ‘l lettuccio bianco, i capelli sparsi su ‘l guanciale, il volto, dagli occhi chiusi, vampante di febbre. Era in quello stato pietoso da parecchi giorni, e già il medico, il vecchio medico di casa, che aveva conosciuti e visti morire i nonni materni della malata, cominciava a impensierirsi, a scuotere il capo.
Adele, che non sapeva più a qual santo votarsi, aveva scritto, di suo impulso, a la sorella del povero Cecchino, a la suora novizia, che già era pratica della cura dagli infermi, e che era subito accorsa.
Non a pena entrata, a la vista della Signorina così ridotta, che non pareva più lei e ansimava tanto penosamente che il petto le si sollevava di sotto le lenzuola, Teresa s’era buttata ginocchioni presso il letto, piangendo tacitamente. Abituata a la vista degli infermi, aveva subito capito che si trattava di male grave, gravissimo, e non era stata capace di vincere la commozione.
Ma si era subito fatta forza. Non era certo venuta lì per piangere, ben sì per prestare le sue cure a la buona, a la generosa fanciulla che aveva a lei facilitata la via della salvezza, che l’aveva compatita e confortata con le cortesi parole, con le prove di interessamento; che l’aveva intenerita baciandola, lei, la povera creatura che era stata spinta al male dall’abbandono e dal bisogno!..
Alzatasi, si diede subito in torno a provvedere, a ordinare, con quella tacita e tranquilla attività previdente, propria delle suore.
Quel giorno la malata stava peggio del solito; forse in causa della tempesta che infieriva. Certe ondate grosse, immense, che si rinfrangevano contro i muri della casa in uno scroscio pauroso; certe ventate rabbiose, che fischiavano minacce su tutti i toni e pareva volessero portar via la villetta!
Calò la sera prima del solito. Si dovette accendere la lucerna, che di sotto al paralume d’un verde cupo, spandeva per la camera una luce smorta.
Il medico se ne andò promettendo che sarebbe tornato il mattino dopo. Ora che c’era la suora poteva stare più tranquillo. Se ci fosse stato peggioramento, lo chiamassero.
A una cert’ora anche Adele, che moriva di stanchezza e di sonno, si ritirò a riposare nella stanzetta attigua.
Il vecchio Bortolo non volle a nessun costo lasciare la camera. Si adagiò nella poltrona; e vinto anche lui dalla fatica e dalle emozioni, in poco andare si addormentò.
Rimase sola con la malata, suor Teresa.
Nel silenzio della camera, giungeva il fragore della furia marina; certi ululati, e gemiti e urli; voci sovrumane di minaccia, scoppi di collera.
La luce della lampada illividiva la malata, a farla sembrare morta.
Suor Teresa tolse il rosario dalla cintola e prese a snocciolarlo, stando seduta al capezzale dell’inferma.
Pregava movendo a pena le labbra che mormoravano i Pater noster e le Ave Marie; mentre il cuore in lagrime, invocava Dio, la Madonna, i Santi tutti per il miglioramento, per la guarigione della malata.
Era la preghiera della riconoscenza schietta e affettuosa.
A una terribile raffica che scosse i vetri delle finestre e fece tremolare la fiammella della lucerna, Lucia si mosse e le uscì un lieve gemito dalle labbra semiaperte.
La suora si alzò, le fu subito vicina e le prese una mano, che, bruciava; poi cercò di addattarle su ‘l capo la vescica di ghiaccio. Ma la malata la respinse; con atto repentino, si tirò a sedere su ‘l letto, e ad occhi sbarrati, stendendo le braccia quasi a difesa, mormorò con voce alterata: “Via! via! via!… Ah vigliacco!… ah come l’odio!
Bortolo, svegliato di soprassalto, accorse al fianco, del letto; Adele fu lì in un salto.
“Via! via! via! – continuava l’inferma, agitandosi, con gli occhi smarriti nel vuoto.
A stento, la suora e Adele riuscirono a riadagiarla, a farle posare il capo su i guanciali sovrapposti.
Si calmò, rinchiuse gli occhi. Ma dopo un momento di silenzio, tornò a parlare, a frasi tronche, con voce gemebonda, come un lamento.
“Mi disprezza!… mi crede volgare!…
Parve esaurita; respirava con affanno; pareva assopita.
Una nuova ventata impetuosa la scosse ancora.
“Come sono severi quegli occhi chiari!… come sono pieni di rimprovero! – susurrava in un soffio.
Si portò lentamente la mano destra alle labbra.
“Gli ho steso la mano e l’ha toccata a pena!… non l’ha stretta!.. povera mano!
La baciò e la lasciò andare inerte.
Passò la notte nell’assopimento, rotto da delirio.
Una volta invocò il suo papà; un’altra volta chiamò Lena. Si agitò ancora cercando di tener lontano qualcuno e ripetendo la parola “vigliacco!” Ma l’idea fissa era quella degli occhi chiari, severi e pieni di rimprovero.
“Mi disprezza! – sospirava ogni tanto.
“Mamma!… tu sai che lo amo! – piagnuculò mentre suor Teresa le bagnava la fronte.
Quando il medico capitò, a l’alba, parve svegliarsi. Aperse gli occhi, lo guardò; forse lo riconobbe e disse con un filo di voce, che si sentiva a pena: “Se muoio, papà avrà il poco che ho!…
Al sorgere del sole, che mandava per le gelosie chiuse, la sua luce a strisce su ‘l pavimento, illuminando la camera mitamente, la povera fanciulla girò in torno gli occhi con coscienza di sè. Riconobbe Teresa e fece un atto di meraviglia. Si rivolse al medico, e additandola bisbigliò: “Sto male assai?
Il vecchio dottore le piegò sopra la testa canuta guardandola con pietà senza rispondere.
“Male?… proprio male? – ripetè la malata tentando di alzare il capo che subito ricadde su i guanciali.
“Vuol vedere sua zia? – le chiese il medico in risposta.
Lucia accennò di no con la testa.
“Il suo papà?
Una contrazione delle labbra che voleva essere un sorriso amaro, accompagnò il cenno negativo del capo.
“Non desidera vedere nessuno? – insistette il medico.
Con uno sforzo penoso la poveretta fissando intensamente il dottore, gli chiese: “Sto proprio, proprio male?… devo morire?
Il vecchio amico di casa chinò la testa senza rispondere.
“Se devo morire… proprio.. vorrei.. vorrei vedere… il signor Del Pozzo! – disse. E svenne.

*
* *

La notte era splendida; non ci mancava nulla; nè pure la luna che batteva la sua mite luce bianca su ‘l mare tranquillo.
La festa vagheggiata dai bagnanti non poteva a meno di riuscire splendida.
In fatti su l’acqua, a poca distanza dalla riva, perchè lo spettacolo fosse veduto e goduto da tutti, i vaporetti, le barche illuminate, spiccavano pittorescamente.
Si trattava d’una serenata in mare. Sopra un vapore era tutta un’orchestra formata dagli stessi bagnanti. Una signora suonava il piano, un’altra il mandolino, una terza la chitarra; completavano il resto dell’orchestra parecchi giovinotti dilettanti.
Lungo la spiaggia, e su per gli scogli, a gruppi, a capannelli, erano le persone accorse al fantastico spettacolo. Pochi i curiosi poveri, già a letto a riposare delle fatiche della giornata; moltissimi i signori e le signore in gran sfarzo.
E la musica si diffondeva per l’aria, soave come una carezza, eccitando gli animi a manifestazioni di simpatia, dando agli sguardi languide espressioni, alle mani desideri di strette amorose.
Le signorine Marri, in una barchetta illuminata da palloncini colorati, disposti a festoni, tutto intorno, godevano dello spettacolo, godevano della musica, e si lasciavano corteggiare con poetico abbandono.
Mai non avevano rivolti gli occhi a un punto conosciuto della spiaggia, a la casetta della scogliera, al tremolante fievole lume, che veniva da una di quelle finestre. Mai, in quella sera, il pensiero della povera amica malata, forse morente, era venuto a turbare il loro piacere.
Da tutta quella gente, che avevano ammirato, corteggiato e invidiata la bella signorina Ferretti, nella gioia di quell’ora, nell’estasi di quella musica, fra il mare luccicante al chiaro di luna e il cielo fitto di stelle, non si staccava un sentimento di mesta tenerezza per l’assente inferma. Nessuno pensava che i suoni soavi, dovessero in quel momento giungere là ove si celebrava una mesta, dolorosa funzione, ove si svolgeva una scena pietosa.
Lucia aveva voluto il prete, presto, subito, in tanto che si sentiva in sè.
E il prete aveva avuto tempo di confessarla e comunicarla, prima che si assopisse di nuovo.
“Ora posso andare dalla mamma! – aveva bisbigliato la poverina oppressa dalla lieve fatica, chiudendo gli occhi, ricadendo nell’assopimento.
E nell’assopimento sorrideva. Vedeva la mamma scendere dall’alto in mezzo a una luce d’oro; si sentiva chiamare a nome; un coro d’angeli la circondava facendole in torno una musica dolcissima, paradisiale. Oh come scendeva al cuore quella musica! quale calma metteva ne’ suoi poveri nervi eccitati!
“Lucia! Lucia!
Era una voce sommessa e piangente che la chiamava.
“Lucia! cara, povera fanciulla!
Chi le diceva cara?… chi la chiamava povera fanciulla?
Era la mamma? erano gli angeli in coro?
Che dolcezza in quella voce, che soavità in quel nome!
“Lucia! Lucia!
Una mano fresca e leggiera le si era posata su la fronte. Come le faceva bene il contatto di quella mano!
Ad un tratto, la musica cessò. Scoppiarono gli applausi dai vaporetti, dalle barche, dalla spiaggia; un battere di mani fragoroso, un gridar “bravi” a tutto spiano.
La malata si rabbruscò in volto, stendendo le braccia a la cara visione che le sfuggiva e che avrebbe voluto trattenere.
“No! No! – supplicò in un susurro.
E dopo un istante di abbattimento, tornò al delirio doloroso.
“Via! Via!… vigliacco!
Si agitava facendo l’atto di disvincolarsi, di fuggire.
Un braccio le passò delicatamente dietro il capo che si abbandonò sopra un petto palpitante. Parve tranquillarsi in quella posizione. Mormorò in un soffio: “Come sono severi quagli occhi chiari!.. come sono pieni di rimprovero!… Mi disprezza e io lo amo! lo amo!
“Lucia!
Era tanto strazio, tanta passione in questo grido dell’anima, che la malata aperse lentamente le palpebre e guardò.
Gli occhi chiari, aperti, spauriti, gonfi di lagrime, la fissavano con tenerezza, con passione; più non erano severi, più non esprimevano rimprovero.
La fanciulla sorrise, come in sogno, non staccando lo sguardo da quegli occhi, che la supplicavano di riposare, di dormire, imponendole una volontà che veniva dall’amore.
E cadde nel sonno; un sonno calmo e riparatore, che permise al prete di ritirarsi rassicurato, che fece strabiliare il vecchio medico.
I vaporetti, le barche, raccolte per la serenata, tornando a riva passarono dinanzi a la casetta dello scoglio.
La luce dei palloncini colorati entrò nella camera dell’inferma illuminandola fantasticamente.
Presso il letto, suor Teresa, inginocchiata, con la testa nelle mani, pregava.
Il medico, con il capo sporgente sopra la malata, ne spiava con ansia il respiro ormai regolare.
Presso lui un giovine signore, alto, bruno, dagli occhi chiari, stentava a vincere l’emozione, che gli faceva nodo a la gola.
Il vecchio Bortolo piangeva nello sguancio dell’ultima finestra; Adele, confortata dalla speranza, si dava in torno leggera a far ordine.
I vaporetti e le barche della serenata, toccando riva, diedero il saluto al mare, a la notte stellata, con una mesta barcarola suonata con maestria.
E la dolce musica fece sorridere la fanciulla addormentata, cullandola nel sogno d’amore che la rendeva felice.

*
* *

Ai primi bagliori del mattino, suor Teresa spense la lucernetta e si fece a la finestra di fondo, che il medico aveva ordinato fosse sempre aperta per lasciar entrare liberamente l’aria marina.
Dal mare fumava un tenue vapore bianco che si andava inalzando in forme capricciose nella luce rosea e si perdeva nel vuoto.
Su l’orizzonte, la luna e le ultime stelle, svanivano nella luce mattinale.
Il silenzio era rotto dallo scrosciare stanco dell’onda su la spiaggia.
Un usignuolo gorgheggiava a poca distanza, nel folto d’una pianta.
Suor Teresa con gli occhi sgranati guardava ammirata lo spettacolo che le si spiegava dinanzi. Mai, nella sua povera vita, aveva goduto di tali grandiose bellezze. L’immensità del mare le metteva in cuore la commozione; elevava il suo sentimento, la faceva pensare al povero Cecchino. Le pareva che là, attraverso lo spazio, fra acqua e cielo, il suo e lo spirito del fratello, meglio potessero congiungersi e comprendersi; le pareva che la preghiera di lì volasse al cielo più pura e fosse meglio accetta.
Ci sono momenti in cui l’idea di Dio, che popola i luoghi solitari, rimargina le cicatrici delle nostre sciagure e dei nostri disinganni, innalza, il sentimento con un fremito soavissimo.
Suor Teresa si prostrò davanti a la bellezza sublime della veduta che le stava davanti agli occhi; e, con uno slancio di riconoscenza, susurrò una fervida preghiera.
Che cosa sarebbe stato di lei se Dio non avesse avuto pietà della sua giovinezza abbandonata, se non le avesse mandato un angelo a trarla dalla via della perdizione, ad aprirle le porte dell’asilo sicuro e santo!… Forse Iddio aveva voluto con sè in Paradiso, il suo fratellino, per risparmiare a lui i dolori della vita, per accordare a lei la possibilità dell’espiazione!.. il Signore sa lui quello che fa, e fa sempre per il bene.
Con le mani giunte, il volto supino, gli occhi nell’aria d’un azzurro rosato, suor Teresa pregava.
Era tutto uno slancio di riconoscenza verso la bontà suprema; era una fervente invocazione per la guarigione e la felicità della malata; il suo angelo pietoso.
Si alzò di scatto a sentirsi chiamare a nome.
Lucia, con il capo staccato dai guanciali, le mani puntate su la rimboccatura, la guardava con i grandi occhi scuri cerchiati di livido.
“Suor Teresa!
Si riadagiò subito, affievolita dal lieve sforzo; rinchiuse gli occhi che male sostenevano la languida luce, e disse i suoi sentimenti a frasi spezzate; in un soffio.
Aveva desiderato, aveva sperato che Dio la prendesse con sè. Il suo papà avrebbe ereditato il poco che possedeva e non sarebbe stato costretto a lavorare sotto gli altri. Ma il Signore non la voleva. Sentiva che sarebbe guarita!…
“Mi farò suora anch’io! – soggiunse movendo a pena le labbra. – Papà avrà lo stesso il poco che ho, come se fossi morta!…
Il lieve bisbiglio la stancò. Volse la testa da un lato, vinta dal sonno.
Il sole sorgeva sfavillante e caldo; alcune voci in lontananza, i rintocchi della campana per la prima Messa, una cantilena di pescatore, dicevano il risveglio del villaggio, il ritorno a la solita vita della giornata.

*
* *

Un guaito pietoso, una carezza umida e calda su la mano sinistra, svegliarono Lucia dal lungo sonno tranquillo.
Si tirò a sedere su ‘l letto a fatica.
Un altro guaito, un’altra carezza, attrassero la sua attenzione.
“Wise! – esclamò in un sussulto – Wise!
Il cane, con le zampone poggiate su lo scrimolo del letto, guaiva dimenando la coda.
Lucia gli pose la mano sopra il collo. La povera bestia non potè frenare la gioia; abbaiò in segno di festa; un abbaiare che fini in un gemito, quasi espressione di piacere e dolore insieme.
“Wise! mio povero Wise!
Nella debolezza, sopra fatta dalla emozione, la fanciulla pianse tacitamente.
Il medico, dai piedi del letto le sorrideva; suor Teresa l’obbligò a prendere alcune cucchiaiate di cordiale. Poi con Adele, che era entrata in punta di piedi, le pose un altro guanciale di sotto il capo, le acconciò i capelli copiosi, sfuggenti in ciocche e riccioli, intorno al volto smagrito e pallido; e uscirono quindi tutte due in silenzio, lasciandola sola con il medico.
Meno una grande stanchezza, un affievolimento dei sensi, Lucia non sentiva alcun male. Le era entrata nell’animo una calma dolcissima; il suo sguardo si posava con compiacenza e tenerezza, su gli oggetti famigliari raccolti nella camera; accarezzava il cane con atto monotono e lento, risentiva inconsciamente il piacere di tornare a la vita, a la giovinezza.
Non pensava che aveva desiderato di morire. L’avvilimento e le pene sofferte le giacevano in petto illanguiditi; come se sopra vi fossero passati parecchi anni.
Un raggio di sole sfuggente da una stecca della gelosia, che segnò un striscia d’oro scintillante di polviscolo nel mezzo della camera, la fece sussultare ricordandole la bella luce aperta su la campagna verdeggiante, su ‘l mare immenso.
Il medico si era messo a sedere nella poltrona e la guardava con compiacenza, senza parlare.
Come era buono il vecchio medico!… Come erano buone suor Teresa e Adele!… E Bortolo?.. E Wise, il fedele Wise che era venuto a trovarla?
“C’è della gente buona! – pensava – Ce n’è molta di gente buona!
La fiducia serena le scendeva in cuore, riscaldandolo con la simpatia per le persone.
Ricordò il suo papà, zia Marta, i molti amici del tempo felice.
Nessuno era venuto; forse non avevano saputo della sua malattia; forse anche, sapendolo, non se ne erano interessati.
L’amarezza non la turbò a questo pensiero.
Suo padre ormai non aveva cuore e mente che per sua moglie; la signora Rabbi.
Manco un fremito di gelosia la fece sussultare a questa sicurezza.
“Quando sarò guarita mi farò suora come Teresa e papà avrà il poco che possiedo! – concluse.
Avrebbe compiuto quello che credeva suo dovere e la sua coscienza riposava in pace.
La fantasia le fece vedere a sè dinanzi la figura alta e bruna d’un giovine signore, che la guardava severamente, con muto rimprovero.
Il povero cuore prese a batterle in petto con violenza e le venne voglia di piangere, come un bambino, che si sente vittima dell’ingiustizia.
Nello stesso tempo il cane abbaiò staccandosi dal letto e balzando verso l’uscio
Che cosa aveva Wise?… Ella lo seguì dello sguardo, e stette sorpresa, quasi spaurita, con gli occhi grandi aperti.
Un giovine signore alto, bruno, pallido, era apparso su l’uscio, si avanzava, le veniva vicino, di fianco al suo letto; con voce tremante la chiamava a nome, come nel sogno, il suo ridente sogno.
“Lucia!
Le si chinò sopra; e sotto voce, avvolgendola del suo sguardo dolce e potente, le susurrò alcune parole, la baciò in fronte con rispetto.
Un grido fioco di gioia uscì dal petto della fanciulla che si abbandonò svenuta su i guanciali.
“Non è nulla! – disse il medico accorrendo. – È la felicità che deve guarirla del tutto.

*
* *

Nel salottino che dava su ‘l terrazzo inondato di sole, profumato dalle gaggie in fiore, Lucia ancora un po’ pallida, ancora molto debole, ma raggiante di gioia, scriveva a l’amica lontana.

“Lena mia!

“Ho veduto la morte da vicino. Ora sono guarita.
Quando caddi ammalata era tanto infelice da desiderare la fine. Adesso non ho parole per ringraziare Iddio della gioia che mi concede. L’ingegnere Del Pozzo mi amava quando lo credeva indifferente e disdegnoso. Mi ama e sarò sua moglie.
Moriva volentieri per lasciare a mio padre il poco che possiedo; volevo farmi monaca per cedergli tutto, quando sentii di guarire.
Mario Del Pozzo esige che sia soddisfatto il mio desiderio. Mio padre avrà quello che è mio di diritto.
Egli ama me. Ricca non mi avrebbe sposata per orgoglio; povera mi sposa per amore.
Oh Lena! come sono felice e come Dio fu buono con me!

“Tua LUCIA.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *