> Anselmo Salimbeni e Angelica Montanini – Anselmo amando Angelica fece a Carlo suo fratello una gran cortesia, e simile Carlo ed Angelica a lui, e lui a loro; ciascuno a prova, per non essere ingrato, tante cortesie si fecero, che pendente rimane qual di quelle fosse maggiore. Della qual determinazione al leggitore sentenzia se n’addomanda | classicistranieri.com

Anselmo Salimbeni e Angelica Montanini – Anselmo amando Angelica fece a Carlo suo fratello una gran cortesia, e simile Carlo ed Angelica a lui, e lui a loro; ciascuno a prova, per non essere ingrato, tante cortesie si fecero, che pendente rimane qual di quelle fosse maggiore. Della qual determinazione al leggitore sentenzia se n’addomanda

E
RA nella magnifica città di Siena uno nobilissimo giovane di casa Salimbeni, il cui nome era Anselmo di missere Salimbene, bello del corpo, grazioso, ricchissimo, il quale era forte innamorato d’una nobile ed onesta fanciulla di casa Montanini, che Angelica aveva nome; la quale non aveva né padre né madre, ma solo uno suo fratello, che Carlo era chiamato. E così soletti vivendo, dimoravano con onestissimiì vita così povaretti, benché nobili fussero, che solo una possessione e una casa aveva al mondo; la quale possessione un gran cittadino, a cui molto s’affaceva, continuamente sollecitava d’averla, e più volte mille fiorini ne li fe’ profferire. Carlo, perch’era una loro antichità, vendare non la voleva; per la qual cosa quel cittadino odio secreto ne li portava. Avvenne che Carlo una quistione fece, ferendo un altro gran cittadino; di che, sentendolo questo cittadino suo nimico, sollecitò che Carlo in pecunia fusse condennato, solo perché la possessione vendare li convenisse. Carlo perciò, preso e messo in pregione, fu condennato
in mille fiorini da pagarli fra quindici dì; se non, li fusse tagliata la mano dritta; e così dolente Carlo in prigione dimorava. E deliberato, per non perdare la mano, cercava di vendare essa possessione. Quel cittadino fa allora del grosso, ed ottocento fiorini ne li fa profferire, e non più; e mentre ripara che altri non la compri, al ponto lo coglie, dove prima mille fiorini non li voleva dare. Carlo fra per non spropriare la sorella, e per non essere colto al ponto da colui, a Dio s’accomanda. Intanto Anselmo tornato di fuore, sentiti tutti questi casi, de’ quali molto si duole, e per acquistar grazia da loro, sentandosi ricchissimo, prese partito; e conchiudendo pagò la sua condennagione di mille fiorini, senza che Carlo niente ne sapesse, e trasselo di prigione. Carlo di ciò molto ringraziò Iddio e lui; e volendo sapere il modo aveva fatto, Anselmo li disse: Non pensar più là; tu se’ sbattuto. Carlo cercando, trovò come Anselmo aveva pagato per lui mille fiorini; e trovatolo, disse ad Anselmo: Tu m’hai in tal forma servito ch’io ti so’ più che ad altro uom vivente obbligato. E però piglia un notaio, ch’io ti voglio mettare in possessione del nostro, sì che tu sia ben pagato da noi. Anselmo non vuole niente; e non vi vale il pregare di Carlo per fargli il dovere. E questo veduto, Carlo fu in casa con Angelica, a cui tutto ‘l fatto contò, con dire che ‘l servigio voleva avere donato e non venduto. Or qui fra Angelica e Carlo molti ragionamenti furo di questa real cortesia d’Anselmo dicendo ciascuno: La ingratitudine mai non fu buona. Carlo, come gentile, mai non ha pace se non lo rimerita in qualche forma, parendogli in ciò che far potesse che grato li fusse, non dover errare. Ed in fine veduto che Anselmo molto amava Angelica sua sorella, e per lei aveva ricevuto da lui tal servigio, fra sé disse: O Carlo, sarai tu sì ingrato verso chi t’ha campato il taglio della mano, e pagato per te mille fiorini, e trattoti di prigione senza richiesta o pregaria, che vedendo tu poter lui servire non debbi aspettare sua richiesta? Non vedi tu che sete tu e Angelica obbligati di servir lui di ciò che è possibile? Veramente se lui non vuole denari né altro nostro avere, altro non c’è da pagarlo se non delle persone nostre; e lui so che ‘l desidera. E accennatone con certe parole Angelica, comprese ch’ella discreta e non ingrata era di tanto servigio. Ad Anselmo deliberato se n’andò, e trovatolo, li disse: O nobilissimo giovane, o tu ch’hai riparato alla mia disfazione ed all’onore di me e di mia sorella, eleggi, se di niente lei e io ti potiamo, di tanto servigio fattoci, meritare; dicendoti che ciò che c’è possibile di fare, che contenta ti sia, siamo disposti, per non essere ingrati di tanta cortesia. Anselmo pianamente con dolce voce rispose: Questa è picciola cosa a quel ch’io per te e per tua sorella farei: a me basta aver la grazia vostra. E altro Anselmo non rispondendo, Carlo li disse: Anselmo, io so che tu ami mia sorella; e per tua gentilezza sempre hai avuto riguardo al suo e mio onore, onestissimamente portandoti: e veramente so che per amor di lei tu mi hai fatto sì rilevato servigio; per la qual cosa ti siamo lei ed io obbligati in avere ed in persona. Tu non vuoi i tuoi denari; adunque piglia le persone. Me tu m’hai; ma io conosco non essere sofficiente a pagar tal debito. Adunque veggio che Angelica sia quella che paghi, e però stasera l’aspetta, che col borsello pieno e nuovo verrà a pagarti; e per onore di te e di lei, alle tre ore nel tuo studio cautamente te la condurrò, provedi pure che cupertamente si possi venire. In Anselmo di questa conclusione fu tanta la subita allegrezza, che quassi venne meno; e non potendo rispondere, fiso cogli occhi barrati Carlo nel viso guatava. Poi riavuti gli spiriti, lagrimando e con tremante voce appena rispose: Fratel mio, fa ciò che tu vuoi. E da lui partitosi, ogni uno provede a quel che ha da fare; Anselmo come essa possa cupertamente venire, e Carlo con Angelica, a cui tante ragioni assegnò, che ella vinta consentì al suo fratello di ciò che aveva promesso. E così poi alle tre ore con cauto provedimento nello studio con Anselmo Angelica condusse, dicendo a lei: Contali ora a tuo agio tutti i denari che ha avere da noi. E me lassolla, e partissi da loro, e a casa si ritornò. La gentilissima e graziosa accolta che ‘l nobilissimo Anselmo fece di lei, e i savi, ordinati e graziosi modi che Angelica tenne, furo tanto inestimabili, che io per non longo dire, a te, lettore, pensare li lasso, né credo che il quarto che furo, stimare tu li possi. Or dappoi di pari accordo condotto nel letto, l’allegrezza d’Anselmo nella penna rimanga. E gionto a quel punto di già tanto tempo desiderato, veduto non mancar niente dal canto di lei di cortesia, subito dalla discreta ragione il gentil giovane fu vinto; e così alquanto sopra di sé stato senza niente parlare, dopo uno amorevole sospiro, disse: O più che nissun’altra nobile e gentil fanciulla e graziosa, cui io tanto amo e desidero, inestimabile è questa tua cortesia d’essere tu qui in questa forma condotta, senza riguardo avere d’onor di mondo, né di tua solenne virginitade, solo per contentarmi, liberalmente la tua tanto degna persona a me volontariamente in tutto tu doni, graziosamente consentendo ch’io indegno pigli di tanto ricco tesoro, come se’ tu, corporale possessione; qui dimostri tu beni più amare il mio contento, che ‘l tuo proprio onore. Ora io che debbo fare? non debbo io amare più il tuo onore, che ‘l mio contento? Certo sì; e degnamente detto potrei essere ingrato seguitando l’appetito mio con tua vergogna; e però il freno d’onestà e discreta ragione vogliono ora che vinca la mia sfrenata e libidinosa vuluntà. E però sommamente ti prego che me indegno accetti per tuo sposo e marito, dove che Carlo tuo fratello, e gli altri parenti, tuoi sieno di ciò contenti; e facendosi questo, vie più accetto ci debbe essere che vergine sposa tu vada a marito, e così più t’accetto, che ora meretrice diventi. E se tu dicessi: Altri nol saprà che noi; tu sempre te ne vergogneresti. Di questa tua passione non voglio io essere cagione. Sicchè rivestiti; ch’io intendo al tuo cortesissimo fratello vergine rimenarti. A cui la savia e gentilesca fanciulla rispose: O nobilissimo giovane, or veggio bene che dove tu dici ch’io amo più te che me medesima, questo a te si può dire, e non a me; che sai bene ch’io non merito essere tua donna. Tu delle principali e nobili case d’Italia, figliuolo di famosissimo cavaliere, tu ricchissimo, tu virtudioso di scienza e di persona, tu bellissimo del corpo, tu grazioso e cortese; in te sono tutte le laudevoli parti che in uno giovane essere possano; e però meriti una donna di sangue reale, o di gran lignaggio, e non me vile povaretta. Piglia adonque di me quel che tu vuoi; non t’avvilire per onorarmi. Pur nondimanco i’ mi fido nella tua prudenzia, tenendo non poter errare. Ora qui per l’uno e per l’altro furo molto dolci parole dette; e conchiudendo, di grandissimo accordo amenduni a casa di Carlo si condussero, a cui tutte le conclusioni narrano, che insieme avevano composte. Carlo di ciò allegrissimo, quanto sa e può Anselmo di tanta cortesia ringrazia, e me secretamente il parentado composero, dicendo Anselmo: Acciocche da noi non paia questa cosa composta, e per onor di ciascuno (e’ si sa ch’io amo Angelica, e però nissuno sì meravigliarà ch’io la dimandi per donna) io parlarò a misser Cino Berarducci, nostro vicino e a me parente; e lui mettarò per mezzano a pregarti d’avere Angelica per donna: e tu risponderai quanto a te s’appartiene, e con onore conchiuderemo il parentado. E così rimasi d’accordo, si partiro. E la mattina seguente Anselmo fu con misser Berarduccio, a cui con bel modo disse: Voi sapete ch’io amo Angelica Montanini; io vi prego che voi v’adoperiate ch’io l’abbi per donna. Misser Cino, come savio e buon parente, forte lo riprese con molte ragioni, con profferirgli il miglior parentado di Siena; che elegga qual vuole, che onorato li sia, e lasci fare a lui. Anselmo, le parole rompendoli, disse: Mai altra donna non arò che lei; aggiungendo: Non s’usi qui avarizia di dote; che grazia di Dio, io ho il modo a tenerla onoratamente senza suoi danari. Io intendo contentarmi del capitale. Se voi lo volete fare, io l’ho caro, e pregovene sommamente, se non, io ci mettarò mezzano che mi vorrà servire senza tanti eccetti; conchiudendoli: Io non arò mai altra donna che lei. E se per ventura ad altri si maritasse, io ne farò tal dimostrazione, che dispiacerà a chi congionto mi sarà; sicché più ragioni non m’assegnate, che così ho fermamente deliberato. Misser Cino in fine veduto non poterlo stroppiare; e che ell’era pur nobile e ben nata, deliberò contentano; e colto il tempo a Carlo parò a questo effetto, il quale con buon modo ebbe con misser Cino buona conclusione, in forma che in pochi dì il parentado si conchiuse, ed in san Donato in pubblico si scuperse; ove il nobile Anselmo disse così: Io ringrazio l’altissimo Iddio di tanta grazia concedutami, che Carlo e tutti i suoi hanno consentito darmi la nobile Angelica per donna, la quale (notizia avendo delle sue innumerabili virtuti) ho sempre desiderato; e però, vedutomi indegno di tanto tesoro, non ho cercato, né voglio da lei alcuna dota; sola a me basta, e sonne contento; e veduto che lei assai più merita che me, però lei doto in ciò ch’i’ho al mondo; e così voi, ser Giuliano, siate rogato. E per la virtù e dolce aria di Carlo suo fratello, le quali a me sono molto care e grate, se lui di ciò si contenta, io l’accetto non pur per cognato, ma per fratello. E se esso vuole stare in casa in compagnia della sorella e di me, sì gli ammezzo ed accomuno ciò ch’io ho al mondo: e voltatosi a lui, disse: Se’ tu contento a quello ch’io dico? Carlo inteso, lo corse ad abbracciare, con dire: Siate, ser Giuliano, rogato che io son contentissimo a ciò che Anselmo vuole; aggiungendo volere anco ammezzare ciò che aveva di questo mondo. E veduto che lui mette più di me per ognun cento, io, come è dovere, m’obbligo essere suo fattore; e lui si dia buon tempo. E conchiudendo, le molte parole s’usano da ogni parte, il rogo si conchiuse, e liberamente s’affratellaro insieme. E conchiuso ogni cosa, in capo del mese con grandissimo onore e festa Angelica a casa per sua donna menò; ed in quella propria mattina entrano in tenuta della fratellanza i due nuovi fratelli Anselmo e Carlo; e delle nozze, e di quello durò la festa un mese intero: e così con grandissimo accordo ed amore vissero tutto ‘l tempo della vita loro tutti tre. Ora considerate tutte le nominate cortesie usate fra loro, resta da solvere e terminare quale fusse la maggiore e la più commendabile.
(Da Le Novelle, XIV)

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