Antonio Abati – Delle Frascherie di Antonio Abati fasci tre

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L’ABATI
AL LIBRO

Già spunta la tua luce, o Libro. Sorgi homai, e stimola le sonnacchiose pigritie al camino. Affretta i passi; che se ‘l tuo Viaggio tende a gloriosa meta, potresti giugner di notte; perché alla Gloria non mai, che nell’Occidente s’arriva.
Non badare a raffazzonarti molto, per che il Pellegrinaggio non vuol pompe: e molto meno devi haverle tu, che premendo vie non segnate da humano vestigio, sei certo, che non ti mancheranno sterponi; che ti sferzino, pruni, che ti pungano. Oh quanti Libri son’hoggi, che peregrinano con la Giornea d’un bel titolo, fra gl’incassati arnesi, non hanno poi habito da mutar comparsa, e vestmento, che grossolano non sia.
Sù, che ameresti di haver teco Compagni, da confabulare in cammino; ma non ti verrà fatto. Molti però dormono; perché non hanno pellegrini gl’ingegni, altri usciranno tardi, perché il viaggio loro è più corto del tuo, & altri precorsero i tuoi movimenti al notturno raggio; perché si vergognano d’esser visti, e godono di peregrinare alla cieca. Non ti curar di questi: già che la luce delle loro Stampe è come quella d’una Prigione segreta a i Rei, che più vale a pigliar aria, ch’a farsi vedere.
Non saria gran fatto in questo tuo caminar solitario, che urtassi nei Malandrini non ti stupir dell’incontro: perché i Ladronecci hanno per lo più origine dalle carestie, e chi non ha robba, va a rubba. Preparati di haver a pagare chi ti fa ingiuria, e ti assicura intanto, che avverrà a i Ladri come alla Cornacchia di Esopo, che spogliata, dalle rapite pene, mosse il riso a i pennuti, o come quell’Asino, che sbraveggiando sotto la maschera di un Cuoio, che suo non era, fu deriso dalla volpe, che lo riconobbe al ragghiare.
Spero, che ti converrà far transito per molte Città, o in queste troverai, se ben cerchi qualche dotto, e nobil huomo, che che non povero di spirito t’offrirà patrocinij, & hospitij. I miei Padroni, & Amici son pochi; ma son tali, che per honorarmi, son sicuro, che ti raccoglieranno, pellegrino, ti compatiranno inesperto, ti ripareranno lacero, ti ristoreranno stanco.
Ti rammento, che tu hai gran sembianza di cattivo, perché hai teco un Mondo di cose, e nel Mondo è hoggi poco di buono, e però non t’insuperbire, s’alcuno t’inalzasse alle stelle, dicendoti, che l’intelligenza de’ tuoi versi è Phebo, o che nelle trafitture de’ Vitij ti porti da Marte, più tosto, se vuoi lode di celeste Natura, in queste tre cose professala. A quei Personaggi, che ponno compartirti splendore, balena i tuoi lumi. A quegli Amici, che sono trombatori del tuo honorato talento, tuona le loro glorie. A quei Giganti, che per soprafarti, ardiscono d’inalzarsi, che non è dato loro il giugnere, e fulmina le tue Satire.
Nel vagare fra ingegni stranieri, e barbari, compatisci quei molti, che non intenderanno i tuoi detti, soffri quei moltissimi, che diranno non haver tu l’intendimento loro, considera che non senza cagione t’ho fatto io ragionare a gli Efesij.
Se piacci ad uno in qualche cosa, dì, che per lui ti movesti, se gli dispiacci in molte, dì, che passi a veder altri, se lo stomichi in tutti, dì, coraggiosamente, che anch’egli in tutte le parti ti fa nausea. Sempre la tua Fede sarà più autentica della sua, perché è di scritto, e son teco Testimonij che la confermano.
Se tu conseguissi mai accoglienza sul benevolo labro di qualche Grande, fanne conto, perché,
principibus placuisse viris non ultima laus est. Hor.
Né temere, che alcuni d’essi habbia parentelle in Asia, per imprender a tuo danno la difesa di quegli Asiarchi, di cui mormorando vai. I nostri personaggi d’Europa; e d’Italia son veri, e di non mentite lodi son degni; onde non cureranno, che in Arte tu finga censure in quegli Asiatici, che non furono mai in Natura.
Ti sei sfigurato in Idea un Corpo fantastico di vitio, e come tale, ti ponesti a notomizarlo in tutt’i gradi di persone, per insegnar altrui a conoscer, da qual parte può contaminarsi il tutto di un Microcosmo.
Tu non isvisceri i corpi de’ viventi, perché questi non son capaci di taglio; e le Notomie si fanno sempre ne’ membri di sentimento privi; ond’è impossibile, che si maravigliano i Savij, che tu laceri in astratto i piccioli e mezzani, e’ grandi: mentre si sa, che i Notomisti non si fermano su l’osservationi d’un’anguinaglia, e di una milza, ma ricercano etiandio le vene che hanno connessione col capo, e col cuore, e più quelle alle volte, che i muscoli delle estremità s’incidono. I vitij censurati ne gli huomini son come FRASCHE recise in Campagna, che quanto più sono di legna grosse, più durano, lo sterpar i Fuscelli minuti, che poco s’ergono, è un far provisioni da plebeo, e un ammassar materia, atta solo a recar una luce momentanea al tuo camino.
Sarà alcuno, che vedendoti fra varie Sarcine di prose, e di versi con l’inscrittioni dirette ad altri, crederà, che tu sia più tosto il Vetturale, che il Padrone di essi; ma va pur sicuro; perch’io farò correr voce, ove passi, che le prose, e i versi Italiani, c’hai teco benché convoiati dai tuoi Dicitori; o condotti da Autori Anonimi, son però tutti tuoi Carriaggi, e Bagaglio.
Havrò anche cura, di far noto, che ti vengono dietro altri FASCI di robbe, già che in questa Condotta, in cui i Fagotti paion molti, le some son tre sole. È vero, ch’io non possiedo Stabili in questo Mondo; ma son però in concetto appresso gli Amici, d’haver del Mobile assai.
Preparati intanto per la Robba nuova, che trasporti hora, d’haver a pagare un buon Pedaggio a’ Censori; benché a dir il vero, potrebb’essere, che vi risparmiassi quest’interesse; poiché te le vedrai dai loro critici rimescolamenti lacerata in guisa, che havrà più cera di usata, e di logora.
Nel resto non ti mancheranno gravi sopracigli, copiati dalla fronte di Catone, che ti terranno in conto d’un Fantaccino, vedendoti viaggiare alle volte con lo stil pedestre. Deridili, e t’assicura, che s’essi di cavalacare professano, è forza c’habbiano dello Stivale più che tu non hai.
T’annuncio per ultimo, che a molti; finché sei giovane, sarai gradito, ma col tempo potresti esser esposto fra i Rivendugli delle Piazze, cioè morto, come tutto polve; od imbalsamato, come unto dalle mani del Vulgo; non ti rammaricare, perché questi mali, o simili pronosticò anche un Horatio al suo Libro.
Charus eris Romae, donec te deferat aetas,
Contrectatus ubi manibu sordescere vulgi
Caeperis, aut tineas paces taciturnus inertes,
Aut fugies Uticam, aut unctus mitteris Ilerdam.
Due cose puoi sperar di buono, che se non vivrai immortale, forse morrai incorruttibile, perché non ti mancano Sali; e se avverrà mai, ch’altri Libri compariscano più di te ornati alla luce, forse niuno d’essi sarà di te più necessario alla correttione d’un’Età corrotta.
Inchinati al merito di quel Personaggio, a cui sacrasti le tue speranze, prima di farti conoscere, e da cui traesti guiderdoni, prima d’offerirgli i tributi. In questo Secolo vanno anche al rovescio i Pianeti; onde potrebb’essere, che tu conseguissi un giorno dal suo Marte quelle beneficenze, che non assaggiasti mai da un Giove. Vanne in buon’hora. Vivi lieto, e già che sei parto d’una Testa, sforzati d’haver cervello.
Addio Figlio.

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TITIANO ABANO
AL LIBRO

Libro, tu nasci adesso,
Non ti lagnar, se in teneri Natali
Provi maligni i mali.
Fa Natura i Bambin nascer infermi,
Genera Invidia ai nati Libri i Vermi.

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IL SIGNOR
LUIGI FICIENI
Al Libro.

Bel Cantor de l’Età, Parto secondo,
Nasci con l’arco in man sott’al mio guardo,
Per combattere, e trar l’otio codardo,
Incatenato al tuo Valor facondo.

Ma di palme sicuro io non circondo
La penna tua già trasformata in dardo,
Ché quaggiù dominando Astro infingardo,
Letto in Pindo sarai più che nel mondo.

Hoggi non s’erge al Ver balza di Paro,
L’ombra si fugge di pungente Alloro;
Né plettro, ch’ammaestri al mondo è caro.

Grato fia solo il tuo ferir canoro,
Al cupo sen de l’assettato Avaro:
Poiché ogni stral, che vibri, ha punta d’oro.

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LETTORE.

In questo Libro di finta Critica non mi cadde in mente di peccare contra la vera humanità d’alcuno: e però molto meno nella Divinità di quei Religiosi precetti, de’ quali osservator fui sempre. Ti protesto dunque, che le voci di Fato, Destino, Fortuna, Sorte, Dei, Idoli, e simili sono in queste carte puri termini di Poeta, e non impuri motivi d’animo Ethico.

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§ §
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Vidit D. Mauritius Girebaldi
Cler. Reg. S. Pauli, Penit. in
Metrop. Bonon. Pro Emi-
nentiss. Ac Reverendiss.
Card. Archiepisc. & Principe.

Imprimatur.

Fr. Ioannes Baptista Brusa
Ord. Præd. Sac. Theologiæ
Lector, & S. Officij Bono-
niae Provicarius.

DELLE
FRASCHERIE
FASCIO PRIMO.

Penava l’Asia in un secolo, che facea dubbio, s’era il tirannico, in cui regnava Caligola, o ‘l calamitoso, in cui egli(1) anhelava d’essere. I flagelli del Cielo crescevano di pari grado con l’humane ingordigie, come ne’ corpi infermi con l’ardore d’una febre s’avanza anche la sete. E perché, a parer di Solone,(2) l’egualità non fa mai guerra, la disuguaglianza de gli humori havea cagionata sì bellicosa intemperie alla tranquillità dell’Asia, che parevano rinovare a’ suoi irreparabili esterminij le rivali oppressioni d’un Mitridate e d’un Silla. A molti grandi, a’ quali pareva tolto l’essere, perché mancava loro la potenza di fare, altri alimenti non rimanevano, che su i rimasugli de’ Sudditi. & a molti Sudditi, le cui faticose industrie erano cotidiani sacrificij a’ Padroni, non restava altra cagione di viver lieti, che il non haver più da perdere, né più da temere. In tanto, perch’è natura de’ mortali l’osservar con occhio torvo le prosperità imperiose, sembrava a prima fronte un refrigerio del travagliato Vulgo poter vantare co’ suoi maggiori una consimile proportione nelle disavventure: mentre la Fortuna avvezza a balestrar i privati qualificava con le percosse, da lei segnalate su i grandi, la vilipesa conditione de’ suoi colpi volgari. Era un solazzo de’ miseri, il veder depressi, ed avvallati, quei Monti, che poco dianzi nella penosa vallea degl’infimi aduggiavano con l’ombre loro tiranniche i semi delle virtù humane: e ponderavano i Savij, ch’essendo la fortuna una esecutrice dei divini decreti, non convenivale, il farsi vincere di gloria da quei tali, che delle Deità si fanno emuli: ma più tosto insegnar con colpi di maestrevole ferza questo gran dogma ai Principi: che non per altro si fè cieca Fortuna, che per non distinguere dal volgo l’imaginate franchigie dei Potenti, ferendo con ugual sinistra chi vive. E perché reputavasi comunemente, che i maggiori Tiranni dell’universo si fussero scelti per fato a disperder i Regni Asiatici, vivevano in dubbio i popoli, com’avveniva ai Romani ne le contese d’Othone, e di Vitellio(3), per qual d’essi dovevano ricorrere ai Tempij, sacrar le preci, o detestar i voti, mentr’era certo, che saria stato sempre il peggiore, chi havesse vinto.
Havevano antici, & onorati affari per l’Ionia alcuni ben agiati Patritij Europei, che per esser dei beni d’una straniera fortuna corredati, men de gl’altri i mali dell’intestine calamità sentivano. Eran costoro dimoranti in Efeso; e quantunque di famiglie distinti, uniti però di volere, ne menavano per lo più fra inseparabili consortij la vita.
Godeva fra questi un vanto di privilegiata Rinomea Stamperme Cavaliero d’alto legnaggio, il qual haveva in se stesso quelle due prerogative congiunte, che fra i nobili individui di quel secolo trovavansi malagevolmente divise, cioè a dire divino Ingegno nelle scienze, & humanissima Idea nei costumi.
S’erano a casa di Stamperme trasferiti in un giorno estivo alcuni de’ praticati Amici, per divertir quivi col sollievo di qualche esemplare ragionamento la noia d’un sonnacchioso meriggio, ma parendo all’hospite, che gl’animi loro fussero anche da un insolito stupore ingombrati, vago di scuotere dalla mesta taciturnità i loro vivaci talenti, prese a favellar ai medesimi in cotal guisa.
Amici. Non o se vi facciano più guerra i pensieri, o vi diano più pensieri le guerre. Di gratia ponderate alquanto, qual sia hoggi l’havere, e il saper vostro. I danni, che dalle militie, e dai Grandi si tragono, son communi per l’Asia; ma la natura ha fatto commune quel ch’è gravissimo; accioché l’egualità nella fierezza del fatto ci riconsoli. I Cieli sono inesorabili; né per ingiurie si placano; è però, se la volontà non termina il pianto col consiglio della ragione, non attendete, che le stelle ad istanza de’ nostri arbitrij dian fine. La volontà che a suo talento si sa alleviar gl’infortunij; ed architettar le letitie, ha forza di convertir ogni cosa, se non in oro, in quello almeno, che con l’oro non si compra. E maggior ventura questa di quella di Mida, che
In pena sol de l’avide preghiere
Tratte havea su le dita auree miniere.
Perdeste, è vero, una gran parte delle sostanze vostre; ma se ponderate, che la maggiore ancora ne ritenete, voi acquistate molto. Consistono solo le vostre perdite, in dimenticar quel che vi rimane, quel che il Cielo non vi tolse. La fortuna vi fe’ sobrij, ma non digiuni; anzi ha corpi digiuni l’Ionia, che si riempirebbono con le vostre reliquie. Ricordatevi ch’è satio quel volere, che ha quel che vuole, quando non vuole, se non quel che può. Avvampano di martiali incendij le Provincie d’Asia, nol nego; ma se la Terra non sa cessare gli alimenti alle fiamme, havrà ben humore da estinguirle il Cielo.
Non sempre gli Aquiloni
De l’aereo sentier volubil onde,
Squassan fremendo a l’ampia Hircinia i legni,
Bruma d’Olenij segni
Non mandan sempre i gelidi Trioni,
I tronchi adulti a vedovar di fronde,
Virtù, che il suolo asconde,
Spunta in aprico al variar d’un Cielo:
E a chi sofferse il gelo,
Da l’Arabiche vie
Porta un April l’Autumedon del Die.
Pitagora comandò a’ suoi discepoli, che né il cuore, né il cerebro divorassero, cioè che non fusse da loro con le fisse apprensioni distemperato il cervello, né il cuore con ismoderate cure trafitto.
Meglio è haver ne la sete Alma, che rida,
Ch’a rivo d’or mover Tantalee fauci,
Ne la lieta penuria è satia Bauci,
Ne la copia penosa è voto Mida.
È così natura dell’amicitie palesare i cuori, come delle mestitie l’asconderli: gli animi turbati son come l’acque torbide, le quali non fanno scernere ne’ fondi de’ Fiumi quelle arenne, che nelle limpidezze traspaiono. Nelle aperte chiarezze de’ discorsi nostri si scoprano da noi a vicenda i più occulti penetrali dell’anima, e si soffrano con lieta toleranza le meste trafitture del Cielo. La patienza è un Nume tutelare de’ miseri, un Custode della nostra conditione. Diceva un faceto ingegno.
Ho sempre intesa dir questa sentenza,
Borsa de’ Letterati è la Penuria,
Moneta de la borsa è la Patienza.
Qui sogghignarono in vicendevoli risposte gl’Amici, e Stamperme vedendoli alla letitia, & all’attentione avviati, così proseguì.
È vero, che la secura hilarità d’un fiorito secolo, come quello d’Augusto era, nudrisce gli ardori delle emulationi, e’ pruriti della Gloria(4). Certamen virtutis, & ambitio gloriae felicium hominum affectus, disse Tacito. Come in contrario i moti fatali de’ Regni scuotono ogni valorosa costanza de gl’ingegni humani; il che avvenne ne’ tempi della espeditione di Xerse contro la Grecia, ma che vogliamo far noi de’ talenti nostri, o Amici, mentre così girano i Cieli? Aspettiamo che ‘l Satirico ci sgridi, che(5) ne parata, quidem artes audemus cognoscere? Quell’ammassare in sé stesso senza uso le dottrine de’ libri, è un vitio tanto peggiore dell’Avaritia, quanto che un dotto Capo in morte non benefica i posteri come un Erario colmo. Sia dunque il mio Albergo in avvenire un’erudita Palestra delle vostre menti, e se le lettere furon parti in voi d’un’industriosa fatica non vi venga humore di dar loro entro un neghittoso otio la tomba. Non v’è il più povero d’un ricco avaro, né il più ignorante d’un dotto torpido; ma dirò meglio. È così vergognoso perdere il posseduto, quando si trascura, com’è difficile il ritinere quel che s’ha quando non esercita. I segreti studij non così vagliono a i profitti, come l’uso d’una palese reminiscenza(6), Plus si separes, usus sive doctrina, quam citra usum doctrina valet, disse Quintiliano. Se ‘l moto di ruinose guerre ci togli hoggi il concorso d’una compotenza emula, l’otio d’una privata pace non ci negherà almeno d’un compagnevole riscuotimento la mossa; né sarà poco a chi non può appagare i desiderij del sapere, il grattarne i pruriti. È vero che
(7)Tunc bene fortis equus reserando carcere currit,
Cum quos preatereat quosuè sequatur, habet:
Ma se l’esempio dell’altrui carriere non sarà sprone a’ progressi nostri, potrà ciascuno di noi conchiudere con Luciano, che(8) facillimum est iuxta proverbium solum currentem vincere.
Mentre con iscambievoli ragionamenti giva Stamperme disponendo a’ virtuosi passatempi gli animi de’ suoi Amici, & essi co’ loro voti concordi a’ suoi profitevoli consigli accorrevano, ecco d’improviso sopravegnendo Ticleue, il filo de’ loro cominciati discorsi interruppe.
Era costui per le agitationi d’una trascorsa vita sopranomato lo scherno di fortuna. Com’huomo di versatile natura, nel biasmo de’ pravi huomini, e nella emendatione de’ buoni.
Quel Satiro parea, che in doppia banda,
Si vantava saper con un sol fiato
Riscaldar, raffreddar mano, e vivanda.
Seguì un tempo le Corti, per guadagnarvi; ma le fuggì poi, per non perdersi. Le stelle l’havean formato miglior Poeta, che Corteggiano: perché appena sapeva più fingere conversando in carte, che traversando in Corte: e però era solito dire, che le nature Corteggiane ammorbano, od impoveriscono. Quelle Vergini Muse, le quali il vitioso secolo, o non ama, perché non può violarle, o non sa honorare, perché a vergogna furono con suo decoro traportate da lui una volta alla Reggia d’un imperiale Personaggio, la cui accreditata Pietà o tracciava miserie da soccorrere, o meritava facondie: che lo decantassero.
(9)Et spes, & rati studiorum in Caesare
Solus enim tristes hac tempestate Camoenas
Respexit, cum iam celebres, notique Poetae
Balneolum Gabijs, Romae conducere furnos
Tentarent.
Tratto al fine dal genio d’una placida speculativa ritolse alle attività cortegiane l’arbitrio: e diessi fra le contratte amicitie all’angenuo godimento d’una privata quiete. La vera Filosofia, diceva egli, tutte le cose insegna, fuor che il viver coi Prencipi: perché ella, nel trovar l’amore della verità, vuol riposo, e liberdi vita.
Entrò con ridente viso Ticleue nelle stanze di Stamperme: & a gli Amici, che della cagione delle sue improvise letitie il richiesero, così incontinente rispose.
Vengo, Amici di Corte, ove spettatore mi trovai d’un bell’atto. La Padrona i dì passati intimò a Cavalieri più ricchi della Città, che gissero a giocar seco in Palazzo: & hoggi appunto si è appiccata la mischia. Hor è un leggiadro spettacolo, il vedere da un lato un Donatore, che vuol esser rubato dalla Volontà, per obligar la Fortuna, e dall’altro un’Avara, che vuol doni dalla Fortuna, per non haver oblighi alla Volontà. Voi già intendeste la Cifra. I denari di quei Giocatori son come gli Animali, che visitarono il Leone infermo, niuno ne torna indietro. Si portano borsoni pieni, ma si fanno voti, perché i voti non si fanno, che per ricever gratie. Pensar di vincere è caso da processo, il vincere è corpo del delitto. Il Giuoco è di Primiera, ma le regole son disordinate; chi non fa sempre passo, non può far passata: chi non getta al monte, sta sempre basso, e mostra molta puntualità, chi mostra pochi punti. Insomma chi non asconde le Primiere, si fa veder fra gli ultimi: e chi vince col Flusso è tenuto in quel luogo, onde i flussi hanno esito. Hor che dite di questo secoletto, Amici? Dov’è quel tempo d’Augusto, il quale si vantò in una lettera a Tiberio, di non haver maggiore, e più comoda occasione di donare, che in giuoco? Hoggi il Giuoco vale d’occasione alle Dame nostre, per giustificare i lor furti. O sæcula, o mores!
Io ragionava poc’anzi, replicò Stamperme, dal modo da tranquillare i nostri animi nelle turbolenze belliche: e come il Boccaio, ne i rischi della Pestilenza, prese occasione da sollevar con novelle i cuori delle sue foresane: così parevami opportuno, già che a noi: – (10) Arte benigna, Et meliore luto finxit praecordia Titan. Che in questi giorni estivi, ne i quali le militie, per far lavori in campagna, danno serie a i quartieri, con varie FRASCHERIE, o sodi ragionamenti di lettere si ristorassero in gran parte gl’animi nostri da le militari calamità abbattuti.
Non meno de i già disposti Amici appagossi Ticleue del savio consiglio di Stamperme, e piacqueli sopra tutto l’esclusiva, che si diè in comune a passatempi di giuoco, per contraporsi ne i casi delle mestizie, non solo al costume d’idioti Cittadini di quei tempi, ma etiandio alla natura d’un certo Prencipe Italiano, che vedendosi astretto a celebrar con le ritiratezze il lutto cagionatoli dalla morte del Padre, non seppe trovar miglior mezo, per additare alla Corte la necessità, che haveva di temperare le sue cupe doglie con qualche honesto sollevamento, che ‘l trastullarsi fra i suoi confidenti al giuoco delle carte; onde poteva dirsi di lui, quel che d’un simil caso esagera Seneca. (11) Proh pudor Imperij, Principis Romani lugentis sororem Alea solacium animi fuit.
Si rinuntij il Palatino passatempo, disse Ticleue a quel Romanesco, a cui, perché era tutto il dì assiso a giuocare, & a vincere, solevano i curiosi di Corte addattare quell’antico detto Romanus sedendo vincit. Lascisi la dottrina di queste carte, a chi va indotto delle nostre; e particolarmente a quei Grandi, ne’ quali il mondo non fa vitio il giuoco, né l’adulterio, come ne’ mediocri farebbe.
(12)Alea turpis,
Turpe, & adulterium mediocribus, disse il Satirico.
Il giuoco è tra le cose honeste compreso, e ben savij possono additars coloro, che di lui honestamente, e con fine anche d’arrischiar venture si vagliono; ma dirò bene che in esso per lo più il miglior Artefice è il peggior huomo; e di quei buoni huomini, che ne i suoi esercitij consumano indiscretamente l’hore, eccovi le praticate sciocchezze. Logorare in mistiero da giuoco il suo senno, aspettare con le saviezze d’un’Arte le discrettioni d’una stolta fortuna, mercare da sé medesimo a prezzo di timori le fallacie d’una speranza, avventurare nell’incerto di frivola carta il sicuro de’ suoi tesori, rimettere a gli arbitrij d’un caso l’arte d’un arbitrio; invitare l’Avversario ai rischi, & al rischio d’un avversario invito attenersi; e finalmente per un punto in un punto impoverire, perder il tempo & in breve tempo quelle sostanze, che con longhezza di tempo s’adunano. Pur troppo è giuoco l’humana vita, senza che la vita ne i giuochi medesimi l’esperimenti. Diceva un faceto Poeta.
Gioco siamo noi di quest’avara etade,
Quanti provar vid’io dagli avversari
Infra Coppe di mensa arme di Spade,
Et a quanti i Baston tolser Denari,
E se ciò non vi basta, udite questo,
Quanti pochi in buon Punto han fatto Passo,
Quanti in mal Punto hanno perduto il Resto,
E quanti Re vidi restarne in Asso.
Passiamo dunque in più valevoli esercitij quest’hore; già che ad altri acquisti si indrizzano le industrie nostre. A passaggi dell’erudite Carte non assiste Fortuna; né sono ivi in arbitrio di Nume cieco i discapiti delle nostre vedute: non pugniamo noi con Avversarij ma godiamo fra concordie amichevoli, non ergiamo alle Deità spergiuri, ma sacrificij, consumiamo in somma con vantaggio il tempo, per disporci in un tempo a quei beni, che per opera di tempo non si dileguano.
Qui replicarono i loro uniformi voti gli astanti Amici, e Stamperme sentendo, che s’era tutti dell’anteposto partito confermati, ordinò a tre suoi Servi, i quali ne la bell’Arte del Canto sapevano così ben intonare, com’andar malamente intonati, che alcuna delle loro moderne, e più poetiche canzonette cantassero. Ponderò, che la Musica meglio di qualunque Arte poteva richiamar all’orecchio un animo profondato nelle mestitie; perché sollevato in tal parte, si rendesse poi più disposto al salutare ricevimento di quei discorsi, che all’Intelletto tramandansi. Assisi intanto gli Amici, posti i musicali insrumenti in assetto, indi a poco alzarono concordemente i Cantori all’armonia della seguente Canzonetta i concetti loro, e così cominciarono.
Parte il Verno, e già fioriscono
Colli, Prati,
Nuovi fiati
L’aria gelida addolciscono:
Tributari
De’ suoi liquidi Diamanti,
Sciolto il piè, sen vanno a i mari
D’un’immobile Madre i Figli erranti.
Ma, se torce il Verno il piede,
Tosto il riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace,
Torna polve, ombre resta, un nulla giace.
Parte April, e più non spirano
Le fresch’aure,
Piagge Maure
Calda vampa al sen cospirano,
Verde Faggio
Secco langue a i soli estivi,
Che nel suol chinando il raggio
A la sete comun furano i rivi.
Ma, se torce Aprile il piede,
Tosto riede,
A rotar di poche Lune;
Se di morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma e la Pace
Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte il Luglio, e già s’infrondano
Secchi arbusti,
Prati adusti,
Piaggie nove homai fecondano;
Ecco abbonda
Di bei pomi il curvo legno;
E di prole hor nera, hor bionda
Già la sposa de l’Olmo il seno ha pregno.
Ma, se torce un Luglio il piede,
Tosto riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huom l’Alma, e la Pace
Torna polve, ombra resta, un nulla giace.
Parte Autunno, e ‘l giorno adombrano
Nubi grevi,
Sparge nevi
L’erte cime a’ monti ingombrano:
Ecco fende
Tronchi alpini Africo fosco,
E se il foco i tronchi accende,
Del Verno reo vendicatore è il Bosco.
Ma, se torce Autunno il piede,
Tosto riede,
Al rotar di poche Lune;
Se di Morte armi importune
Troncan al miser huon l’Alma, e la Pace,
Torna polve, ombre resta, un nulla giace.
Grata al sommo riuscì la testura di questa Canzonetta, e gli uditori, ravvisandosi in essa i motivi, tratti dal Lirico in quei versi.
(13)Frigora mittescunt zephyris, ver proterit æstas
Interritura simul
Pomifer autumnus fruges essuderit, & mox
Bruma recurret iners.
Damna tamen celeres reparant cælestia Lunae;
Nos ubi decidimus,
Quo pius Æneas, quo Tudus dives, & Ancus
Pulvis, & umbra sumus.
Quantunque l’Intercalare della Canzone paresse per le rimembranze di morte più atto a concitar mestitia, ch’a dissiparla, disse però Stamperme, che miglior cominciamento non poteva darsi a’ loro arbitrarij esercitij, che con la ponderatione d’un sì necessario fine. Goderono tutti, oltre questo, di non veder quivi imitata l’inferma maniera de’ moderni Musici, che non d’altra morte cantano tutt’hora nelle loro Canzoni, che di quella d’Amore. non hanno tanti occhi le scuole de’ Pittori, né tanti ohimè gli Speciali, e quanti begli occhi, e quanti ohimè d’amorose agonie disegnano, & esalano hoggi nelle loro musicali Canzonette i Verseggiatori discepoli, e Poetastri storpiati, che servendo all’idiotismo d’una Musica, con la fanciullaggine de’ loro metri, son certi di non meritar ne’ medesimi altro nome, che d’Abbecedarij di Poesia. V’è di peggio, che le loro amorose cantilene, o destano ne gli uditori i sopiti rimorsi di libidine, o ne rinovano gl’irritamenti.
(14)Quod non excitas inguen
Vox blanda, cantò il Satirico. Ridicolo però parmi, che Agamennone trovasse colà un Citaredo che con un suono Dorico conservar sapesse Clitennestra in pudicitia. Se Clitennestra fusse hoggi, o vedrebbe cangiata l’arte ne’ Musici, od in sé stessa la natura.
Erano già tornati all’attentione gli Amici, quando un Musico, come che presago fusse de loro sentimenti, prese a cantar contra Amore le facetie di questa Canzonetta.
Amor vattene via:
Perché il Ciel m’ha concesso,
Che fuor di te mi stia,
Per non esser un dì fuor di me stesso,
Già mai non sarà vero,
Che m’alletti il seren di due pupille,
Naufragato Nocchiero
Fugge l’aspetto ancor d’acque tranquille.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
Lo sguardo rilucente
Più non m’arde il cervello;
Non ho più chiodi in mente,
La tenaglia a la borsa, ò al cor martello,
Quest’animata cera
Al sol degl’occhi altrui più non consumo
A la bellezza altera
Più non porta il mio foco orma di fumo.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
Vinco fuggendo un volto,
Sano fuggendo un guardo,
A mirar non mi volto,
Ch’a la nave d’amor remora un guardo,
Rete di belle chiome
L’amorosa mia fè più non allaccia,
De la femina il nome
Par che dica al mio cor LA FE’ MINAccia.
Amor ferma la man, muovi il tuo piè,
Via, via, non fai per me.
A pena havevano terminate gli Amici quelle lodi, che giudicarono alla canora Poesia convenirsi, che uno de’ Cantori con voce di Basso fè Pompa del seguente componimento, in persona d’Amante, il quale spinto da un’amorosa politica, s’arrollò alla militia; ma prima di far transito all’ire della morte, volle pretendere da una Donnicciuola, ch’egli amava come sua vita, i congedi estremi.
Un politico humore,
Nina mia, m’ha forzato,
A diventar Soldato.
E questa forza in me nacque d’Amore;
Che se la guerra, e Amore
Son due mali gemelli,
E se i mali novelli
Disacerban tal’hor vecchio dolore,
Per tua cagion gira alla terra deggio:
Perché d’Amore al tedio,
Ond’io meschin vaneggio,
L’incontrar di morir solo è rimedio.
Parto a la guerra, o Nina,
Corro a i rimedi ardito:
Ma pria che feritor, parto ferito.
Dal tuo leggiadro viso
Su questo fragil muro
Minacciano ruina
La scorreria del riso,
Lo stral del guardo, e del parlar la mina:
Onde, cor mio, ti giuro,
Che fin ad hor non mi son bene accorto
Se vo dietro a la Guerra, o se la porto.
Ma sia, che vuol la spada
M’ha posta a la cintura.
Giudica tu, Ben mio, dove mi vada,
Già che l’empia sciagura
Vuol che un Campo guerrier sia la mia strada,
Tu di campar nella Città procura.
Fatti pur buone spese;
E se in battaglia il mio valor compensa,
Qualche ferro inhumano,
O facendo difese,
In Trinciera di muro io resto morto,
Tu per vital conforto
Potrai col ferro in mano,
Fin che havrai provision nella Dispensa
Far trinciare la carne a la tua mensa.
Così da te lontano,
Mentre tu magni piano,
Et io forte combatto
Morrò di Punta, e tu vivrai di Piatto.
Ma s’egli avvien, ch’io viva,
O cada giù di Flegetonte a riva,
Giuro per lo tremendo
Spiritaccio d’Orlando,
Ch’io t’amerò marciando,
Ch’io t’amerò marcendo:
E s’avverrà, che in perigliosa squadra,
Io campi, amando te,
Questo mio Re, che di servir mi quadra,
Et ha quadrini assai,
Sarà de’ Quadri il Re,
E tu Donna de’ Fior, Nina, sarai:
Mentr’io per te ne l’arme, e ne l’amore
Sarò Fante di Picche, Asso di Core.
Già che il destino vuole,
Che sian di te le luci mie digiune,
Resta in pace, o mio Sole,
Ecco vado a veder le meze Lune.
I tuoi focosi guardi
Son cagion, Nina mia, ch’io cangi loco,
Parto, perché tu m’ardi,
Non disconviene il mio camino al foco.
Così diceva un dì Drudo assoldato,
Che da l’Idolo amato
Al fin si distaccò,
E nel sentir Tarapatà, marciò.
Misero, ma a che pro?
Tosto, ch’egli hebbe il piede
Da l’Idol suo diviso,
Comparve in guerra, e ne rimase ucciso.
Ahi, come ben si vede,
Che in martial tenzone
Ogni Amante è poltrone,
Nel mestiero d’Amore
Sempre si perde il core:
Et io mi son per questo esempio accorto,
Che in guerra ancor, chi non ha core, è morto.
Le facetie non insulse del cantato componimento allettarono non meno dell’altro l’orecchie de gli ascoltanti; ma perché diceva il Petrarca.
(15)Puossi in bel cantar esser molesto.
Stamperme diè congedo a’ Musici, come a quelli a chi poteva adattarsi quel moto del Spartano, intorno al Rusignuolo magro: Vox tu es: præterea nihil. Termini, disse all’hora l’ingenuo Ticleue, non dirò il concerto musico, perché dalle Muse hebbe nome; ma ben sì lo spettacolo de gli sconcertati musi di questi Artefici; Rammentiamoci, che Pallade, di cui siamo seguaci, per non vedersi in volto quella deformata enfiatura di gote, mentre sonava il flauto, lo franse. Più tosto, se dobbiamo talvolta aditarci de’ vitij, vagliamoci del suono, come far soleva(16) Tiberio Graco. Questi, quando in orare sentivasi soverchiamente concitato da sdegno, voleva che un suo Servo, che dietro la Bigoncia assistevali, sonasse un istromento musico, e con esso ammolisse l’asprezze della sua vocale alterigia. Ridevasi dell’erudita facetia di Ticleue; quando Stamperme voltosi a’ circostanti Uditori, favellò loro in tal guisa.
Hor dunque, Valorosi, poiché vaghi vi veggio di dar principio a qualche ingegnoso gareggiamento, godrei, che mi scioglieste un dubbio, natomi, che ha molto, dalla ponderatione del corrente secolo; ed è.
Chi dovrebbe imitarsi hoggi ne i sentimenti dell’animo, o Heraclito, col piangere le attioni humane, come miserie, o Democrito, col ridersi d’esse, come inettie.
Trovavasi qui Rorazalfe, soggetto per chiarezza d’Avi riguardevole, e per habiti acquistati, e naturali di commendabili prerogative; né meno eloquente nel difender i Rei nel Foro, che severo nel fare esuli dal Foro della propria coscienza le colpe. Fattosi questi in gioventù Settario di quell’Elvidio Prisco Protettore appresso Tacito, impiegò l’ingegno in Filosofia, non come i più, per viver disutile sotto questo nume ampio; ma per servir la Repubblica sicuro da’ colpi di Fortuna. Seguitò i Mastri, che tengono esser beni le sole cose honeste, e mali le brutte. Potenze, e nobiltà, e ciò ch’è fuor del nostro animo, né beni, né mali.
Rorazalfe fu il primo ad esser richiesto di parere sopra il proposto quesito, come quegli, che più di qualunque altro credevasi nell’Arte declamatoria versato; onde promosso più tosto da un impulso d’ingegnoso capriccio, che da un’arbitraria elettione di Natura; espose indi a poco alla difesa d’Heraclito i suoi eloquenti motivi in tal guisa.
In prigioniere fasce
Sgorga il Mortal, che nasce,
Lagrime elette a presagir tormenti,
E d’obortino dì piagne i momenti,
Così ne l’Oriente,
Perché ‘l suo Dì nascente
D’un folgor fuggitivo ha le facelle
Co’ mesti rai di moribonde Stelle.
Su l’aperte campagne
In rugiadoso duol l’Alba lo piagne.
Il Pianto è precursore dell’humana peregrinatione. La sua cura è d’appianare, e d’aditarci la via, menar suole alla Valle delle moderne miserie l’età ventura. Egli è il primo atto dell’humanità nostra espresso da bambini con virilità, impresso dalla natura con artificio. Lagrimiamo i danni prima, che ne avvengano, acciò, che improviso non ne sopprima il dolore. Piagniamo i falli prima di commetterli, perché non paia malagevole il pentimento. Così le lagrime in noi, come pravi humori, sono inditij de’ morbi, e come atti di penitenze, son pronostico de’ misfatti futuri. Hor ecco premuta l’Asia fra i Colpi del Cielo, fra le colpe dei Grandi; e sarà huomo sì barbaro in essa, che sotto le pressure di questo torchio non distilli una lagrimosa pietà da’ suoi lumi?
Flere iubet pietas, cantò il Poeta,
I giusti Giudici non condannano chi piagne; ma chi fa piangere, come i dotti non incolpano delle tempeste i Mari, ma i venti. Chi è savio, piagne i miseri, perché piangono i mali; non piagne i mali, perché siamo lagrimati da miseri, e così non lagrima l’ingiurie della Fortuna, ma l’infirmità humana.
Gran providenza di natura. Il pianto è un humore, amassato da piaga di miserie, che spremuto mitiga delle miserie la piaga, e quando pur talvolta sia inutile il suo sfogamento, si può dir con quel Savio. Piango perché nulla giova. E non è lagrimevole il vedere; che sul terreno d’un volto cada così infecondo un humore, di cui habbiamo sì prodighe cagioni?
Molti furono, che mai non risero; niuno che non piangesse mai. Democrito stesso, c’hebbe, disse Persio(17), sì petulante la milza nel ridere, è certo, che piangendo nacque; e se rise poi, fu ridicolo; perché il ridere dell’humane miserie è un imitare i mentecati, che i suoi obbrobrij non conoscono; è un deridere il Cielo stesso il quale, se impiaga i mortali, gode etiandio, che ne piangano; perché le lagrime de’ feriti son risi de’ feritori, e perché il pianto è il sangue delle nostre piaghe.
Il pianto, come più malagevole a simularsi del riso, porta seco più sembianza di veritiero, più attrattiva di compatimento. Piangendo, le passioni si sfogano, le necessità s’additano, i rimedij s’avventurano. Non v’è maggior argomento di stupidezza, che il non commuoversi a quei mali, in cui concorre la forza del dolor privato, e la ragione del compatimento commune.
Anche il riso s’ammanta alle volte di lagrime. Cesare perché era lieto in veder la testa di Pompeo, mascherò le vergognose letitie co’ pianti. Lo stesso fe’ anche Xerse in quel giorno, in cui mirando da un eminente poggio il transito della sua poderosa Armata, hebbe a dire a sé stesso.
Uno stuol furibondo,
Qual Vicario di Morte
Te segue, o Xerse, e par che seco porte
Di Grecia a i danni epilogato un Mondo.
A far satollo il seno
Di tante turbe al provido Bifolco
Manca spatij di glebe, e già vien meno
A la Cerere Greca esca di solco.
Credesi però da Savij, che Xerse fatto anch’esso imitatore d’Heraclito, lacrimasse nelle sue indomite potenze la caducità humana; ponderando, che in numero d’armati, che haver parevano d’innumerabili la sembianza, nel gir d’un Secolo, non ne sarebbe per reliquia del tempo, rimasto vivo un suol huomo. Nell’esempio dunque della ferità impietosita d’un Xerse.
Ponderate, o mortali,
Come di Morte a l’orrido pensiero,
In un volto guerriero,
Ove nati a fierezza arma i suoi vanti,
Forestiera pietà celebra i pianti.
Appagati haveva, e compunti gli animi de’suoi compagni il saggio discorso di Rorazalfe; quando ecco Stamperme si rivoltò con un piacevole ghigno ad Egideargo; come che ravvisasse nella sua lieta, e pratticata natura una ingegnosa dispositione di contraporsi con le difese del riso alle commendate lagrime di Rorazalfe.
Era Egideargo un Cavaliero di sì placidi, & amorosi costumi, di sì ameno, e disciplinato ingegno, che da chiunque conversava seco poteva ragionevolmente appellarsi con quell’attributo di Tito: La delitia dell’human genere. Il suo amico era alieno dal nudrir rancori, dal meditar vendette; e se pur un necessario risentimento ad una di queste passioni traheva, reputava; come quell’Agricola di Tacito(18), più honorato il vendicarsi, che il portar odio. Ambiva i beni di Fortuna, per occasioni da collocar in altrui i beneficij; stimava beneficio un’inchiesta da recar altrui le fortune. Era in somma una incomparabile Idea dell’Amicitia in quel secolo. Col giovare, sapeva obligar gl’ingrati; con l’amare, disciplinar i maligni; e con tutti il suo generoso animo non di fumosa, ma di chiara gloria era colmo.
Eletto al succedente Discorso Egideargo da gl’Inviti del giudicioso Stamperme, ornò i suoi avversarij sentimenti s’una scaltra, & aspettata eloquenza; e così a favellar s’espose.
È più atto d’humanità, a mio credere, il deridere le mondane miserie, che il deplorarle. Se niuna cosa è più convenevole ad un Savio d’un grand’animo, tale non può additarsi quello, che dalle mestitie è debilitato, e confuso. V’è forse alcuno fra noi, che ambitioso d’apparir sensitivo; nell’altrui duello, ami d’accompagnare i communi danni con la pompa delle sue fievolezze; Et in un tempo in cui non è meno necessario il patire, che immedicabile il male, tenti di palesare le sue privationi, e di solennizare la vanità de’ suoi voti con le lagrime? Troppo infermi havremo gli occhi, se alla vista dell’altrui lippitudine piangono; e mali interpreti saremo de’ beneficij del Cielo, se querelandoci d’esso, non compensiamo la presente perdita di quanto tolse col passato godimento di quanto diede. Contra Fortuna dobbiamo ridendo mostrar le fronti intrepide, e non additar la codardia co’ singhiozzi. Non può meglio il Savio dominar le stelle che in negar di sentir offese dall’influenze, che in disprezzar ridendo i suoi colpi. Se le vere lagrime non cagiono mai senza le fisse apprensioni di chi le sgorga, chi è quello, che piangendo non s’abbandoni, e meditando solo le sue perdite, non trascuri i ripari? E non dirassi stolto colui, che dal suo hospitio bandito, ami meglio di lagrime l’esiglio, che d’ire investigando i ricovri? I voleri del Cielo, i capricci de gli huomini ne scemarono gli agi, nol nego; ma soridendo possiamo sollevarci da quei mali, che in noi dalle concepute mestitie derivano, non saremo di noi stessi Tiranni a disanimarci, od a negare un salutifero coraggio alle nostr’alme? E s’egli è vero, che a’ mali porta per lo più il tempo le vicissitudini del miglioramento, chi n’assicura, ch’estenuati dalle nostre arbitrarie mestitie possiamo haver agio di riveder cambiate le scene, e migliorati gli atti alla Vita? È pur meglio licentiar vivendo il dolore, che nudrirci in seno alle sue licentiose frodi, perché n’uccidano. Il tempo del piangere termina ne’ suoi stessi principij, cioè nell’età di fanciullo. Chi ne i progressi della vita il ripiglia, altro non fa che rimbambire, per invecchiar più tosto. Non v’è cosa più nemica della natura ch’un dolor lungo; poiché per esso gli attributi di natura s’abbreviano.
Heraclito non meritò il titolo d’huomo, perché l’huomo ch’è ragionevole, hebbe di risibile il titolo. Quella cosa, ch’eccita il riso, pur ch’esso dal labro d’un mentecato non isgorgi, è per lo più in noi un giudicio dell’intelletto, che oltre il senso, che l’imaginatione commune conosce esser quella deforme, amirabile, o dilettevole. Ciò non è dato a’ Brutti, i quali non hanno attione di ridere, perché manca loro la potenza.
Son morbi di predominante Natura le lagrime dei fanciulli; e però Zoroastro, che nascendo rise, fè pronostico d’haver a riuscir un Mago, cioè un operante sopra le facultà di Natura. Ma ponderiamo i pianti dell’Età virile. Altro non son questi, che vergogna de gli spiriti humani, i quali restringendosi dentro per non farsi vedere infelici in qualche avvenuto male, mandan fuori l’acqua, che sopra la membrana del cerebro si genera da’ vapori, che non ponno esalare dalla calvaria; onde in contrario argomentando, se gli spiriti per l’accennato conoscimento s’allegrano, e per rifarsi della passata contritione, si dilatano, e ridono, sarà gloria dei medesimi nel corpo nostro, doppo haver capite le stravaganze dell’Asia, il giudicarle inettie, e ‘l dilatarsi in risate.
Il vero riso del moderno secolo è il finto; e questo può anche apparir sul volto di persona, che nasconda lo sdegno, e che ami di far piangere altrui. Tale fu quello(19) d’Ulisse, appresso Homero, che voleva uccidere i Proci, o quello di(20) Giove, appresso Hesiodo, ch’era irato con Prometeo.
È nudo invero quell’animo, che palesa in aperto le sue passioni, ma non si loda questo nel corrente secolo, che non distinguendo i corpi dall’animo, chiama vergognoso chi è nudo. Anibale, quando vidde farsi molesta Fortuna al suo Imperio anhelato, per isfogare i suoi cupi dispetti sorrise fra lagrimose turbe; onde soggiunse il Petrarca.
E così avvien, che l’animo ciascuna
Sua passion sotto il contrario manto
Ricopra con la vista hor chiara, hor bruna
Però s’alcuna volta io rido, o canto
Facciol perché non ho se non quest’una
Via da celare il mio angoscioso pianto.
Hor sentite, come i mondani disastri d’una ridente beffa sian degni.

§
§ §
§

I RIDICOLI
SATIRA.

Serse un giorno versò pianto ridicolo:
Perché penso, che in centinaio d’anni
Si corresse di morte un gran pericolo,
Desiderij di vita assai Tiranni
Nutria l’ingordo, imaginando, havesse
Un corso secolar rapidi i vanni.
Oh se i morbi moderni hoggi vedesse,
Diria ridendo. A gran ragion da’ Numi
Per purga de gli humor Morte s’elesse.
Chi per titolo alteri hebbe i costumi,
Hoggi l’entrate sue trova sotterra:
Ch’una cenere al fin fine è de’ fumi.
Lutta di Morte hoggi i superbi atterra:
Perch’a i mortal, che de l’Anteo non hanno:
Le fortezze natie toglie una Terra.
D’un’acqua Acherontea specchio si fanno
Vaneggianti Narcisi, e i Midi avari,
Drudi già di ricchezze, a Pluto vanno.
Quel che vivo chiudea morti denari,
Per traghettar là già l’onda che stagna
Soldi non ha da vedovili Erari.
Quel corpo, che vestia serica ragna,
Hoggi si mira ad altra ragna colto,
E s’un Verme il coprì, l’altro lo magna.
Così per tutto opre di morte ascolto,
Veggio ombrate chiarezze, ombre chiarite,
Avvallate eminenze, e regno tolto.
Santo citarsi al Tribunal di Dite
Le perfide Alme, e ne la Curia negra
Scriver sentenze a processate vite.
Chi dunque non havria l’anima allegra,
Se morte al fin d’humane piaghe è impiastro,
Se trasforma in pigmee l’arti di Flegra?
Spento fia l’egro Mondo, e influsso d’astro
Non gli addita il morir, ma la Natura
Perché di morte architettolo il Mastro.
Spento fia l’egro Mondo, e la fattura
D’un momento leggier si darà vanto,
Disfare a i prischi Secoli le mura.
La buccata del cor faccia fra tanto
Il lagrimoso Heraclito, e congiunga
Con cener di Cartago acqua di pianto.
Pria ch’a porto di gaudio il mesto giunga,
Havrà da fare un pezzo, e la corrente
De le lagrime sue molto fia lunga.
Mutin le Reggie pur sembianza, e mente,
Si trasformino in bestie i Re Nabuchi
Regga scettro, e corona Orso e Serpente
Ventosità di sotterranei buchi
Cagioni al sen de la gran Madre antica
Paralitichi morbi, e mal caduchi.
Cadan le Torri al piano, e la formica,
Fra le ruine altrui colonie s’erga,
E ‘l suol rivesta una spontanea ortica.
Gorgo Deucalioneo gli huomini immerga,
E con l’humor, che ‘l suo Padron non beve,
Il Coppier Giovial l’ale sommerga.
Una fame gravosa in messe lieve,
Tiranneggi i mortali, e sia di state,
Con penuria di Vin coppia di Neve.
Sian d’influssi pestiferi ammorbate
Le Cune d’Asia; e sian da Morte al fine
Co i parti feminil Tombe impregnate.
Non degg’io lagrimar l’altrui ruine,
Pur che ‘l Cielo da me colpi allontani,
Le fuggite letitie havrò vicine.
Qual di Strimonie Gru l’alate mani
Scrivon lettre ne l’aria, all’hor che vanno
Ad intimar pendula guerra a i Nani.
Tal su i Campi de l’Asia a nostro danno
S’intimin guerre, e de Campion schierati
Tendano i Corni un honorato inganno
S’intoni ancor da gli Avversari armati
L’horrida mischia, e le sonore Trombe,
Il foco martial soffin coi fiati.
Fra la Sorte, e ‘l coraggio il suon rimbombe
D’alterne morti, e a le cadute schiere
Neghin crudi Guerrier pace di tombe.
Trionfante ardimento alzi bandiere,
E ‘n città minacciata i ricchi Dari
Temano i giorni, e i Menelai le sere.
Contro irate incursion neghi i ripari,
Natura, e ‘l Ciel provino il buono, e ‘l reo,
Fochi Senoni, e Mariani acciari.
Pugni anco un Giove, e se da Inferno Etneo
Ergon scale su l’Etra Alme Giganti,
Faccian tomboli poi di Capaneo.
Dev’io pianger per questo? ohibò, sian franti
I Cardini del Cielo, & io sia vivo,
Piangono gl’altri, io riderò de i pianti.
Già che un mare è la Vita, in mar nocivo,
A che giova il sospiro? A crescer vento,
Che vale il pianto? A dar a l’onde un rivo.
Segua norme celesti human talento,
Sereno Ciel nega le nevi al suolo,
Sereno cor nega le nevi al mento.
Date, prego, l’orecchie a questo solo,
Per saper, se da l’Alma ancorché Madre,
Esser mai può legittimato un duolo.
Venne hieri un Corriero, e cose ladre
Contò di Lidia, il caso principale
Fu, ch’era morto a i Poveretti il Padre.
Era morto un Signor sì liberale,
Che la manco Virtù c’havesse adosso
Era il crescere i letti a lo Spedale.
Facea dar per un soldo un pane grosso
Di questa posta, anzi volea con pena,
Che dasse il Macellar carne senz’osso,
La Giustitia abondar, come un’arena
Facea per tutto ogni cantone urbano
Dispensava Ragione a Borsa piena.
Solea dir Vuoi Giustitia? Caccia mano,
Ma però intendiamoci a scritture:
E fia la tua Ragion fatta de plano.
Era colui ne le litterature,
Chi, un Plato? ohibò, più grande, un animato
Credenzone parea pien di scritture.
De le Muse il valor sempre ha stimato
Al par del sangue, e sento dir ch’a queste
Dava per ogni verso un Marchesato
E pur s’odon di lui nuove funeste:
E pur l’occhio di lui chiuso in oblio,
Più vigile non ha, non ha più feste.
Dunque, perch’huomo tal cadde, e morio
Per ragion di pietà pianger bisogna?
Né lagrimate voi? No, né men io.
Egli è morto, e non piagne, & io vergogna
Dirò, non lagrimar la sua ruina?
Ohibò, si gratti lui, s’egli ha la rogna.
Sian mesti quei, che per goder pedina,
Son scacchi matti, e passano con guai
Le lor Vitelle in carne di Vaccina.
Sian mesti quei, che per amar due rai
Non chiudon gli occhi; e con più strano fato
Vivon corrivi, e non arrivan mai.
Malinconico sia quell’affamato,
Che senza morbo haver fa la Dieta,
Senza merito haver ha digiunato.
Voi che del viver lieto havete l’arti,
E nel cervel, c’ha le lascivie escluse
Imprimete concetti, e fate parti.
Voi, che fate stupir l’empie Meduse
Con lo scudo di Palla, e che non siete
Qual Pireneo svergognator di Muse.
Date gli animi vostri a l’hore liete,
Se bramate la vita, e darà palma
A letitia di cor corsa di Lethe,
Procelloso dolor sempre d’un’Alma
Agita il legno, e poi lo tira al fondo;
Che in mar di vita un’allegrezza è calma.
Se bramate d’haver tempo giocondo,
Fate conto veder Turba di mesti,
Mover corsa di Palio in questo Mondo.
Fate conto, ch’un caschi, un dietro resti,
Un passi avanti, uno in sudor si stempre;
Chi vuol haver gusto maggior di questi
Lassi correr il Mondo, e rida sempre.
Sollevò al sommo gli animi de gli Uditori il giocondissimo componimento d’Egideargo; ma parendo a Stamperme non dover escludere dalle sue favorevoli decisioni i motivi di Rorazalfe, che haveva saputo, qual novello Simonide, favoreggiar le lagrime, decretò in sodisfattione d’ambidue, doversi con placido sentimento soffrire le calamità communi; né commoversi per esse a diletti di riso, né a dolori di lagrime. Il tormentarsi per gl’altrui mali è una humanità inutile; il dilettarne è un piacere inhumano(21). Tam mollis evadit, disse Platone, qui in lacrymas risu profusiore resolvitur, quam qui dolore lacrymare compellitur.
Terminata questa ingegnosa gara, varie cose si motivarono in giro, intorno alle cagioni delle correnti Guerre, & alle necessità, od a capricci de’ potenti nel suscitarle. Si fè da principio una riflessione di encomij, e di compatimento sopra gli Europei Monarchi, che contra l’uso de gli Asiatici, armando eserciti alle diffese de i loro Stati, anzi che alle rapine d’altrui si additavano non meno incorrotti nelle sozzure d’un pacifico lusso, che moderati nell’ambitione d’una potenza bellica. Si commendarono parimente i Grandi d’un Europeo Senato, che animati più da forza di non estorte divitie, che da soccorsi d’una pietà colleggata, contra l’ingiurie d’una poderosa barbarie, le ragioni della loro sfidata libertà gloriosamente schermivano.
D’altri Prencipi, le Chimere del cui capo empievano di mostri l’Asia, si borbottarono confusamente da i curiosi Dicitori i seguenti pensieri.
Alcun di loro, diceva Stamperme, difendeva con l’arme un popolo, con pretesto di sottrarlo da l’altrui Tirrannide; ma se gli veniva in acconcio di domari gl’offensori, di dominar gl’offesi, havrebbe anch’esso havuto il zelo di Silla, o di quel Lupo d’Esopo, che s’offerse per guardiano del parto alla Scrofa.
In altri, soggiungeva Ticleue, il lusso tirannico haveva quasi distrutte le proprie divitie, e gli agi de’ Sudditi, e perché i Signori di questa sciatta stimano più vergognosa la povertà dell’infamia, come che la povertà vieti l’essere a’ Grandi, e l’infamia non habbia in essi Tribunale che la giudichi, v’era alcuno, che con l’avanzo di pochi armati tentava la sorpresa di mura non custodite. La necessità, ch’è un gran patrocinio delle miserie humane, spezza ogni ritegno di legge; e come diceva Filopemene(22), a chi vuol lassare la robba d’altri, fa mistieri haver del suo.
Alcun’altro bisbigliava Egideargo, non contento delle naturali fortune, guerreggiava per cupidigia di potenze nuove. I desiderij son come i Numeri, ne’ quali all’uno succede l’altro. Con l’esempio della nascente ingordigia d’Alessandro credevasi, esser miseria ne’ Grandi haver molto da bramare, né ponderavasi esser più miserabile, haver cagione di temer molto, mentr’è più facile ad un povero fuggir il disprezzo, ch’ad un ricco l’invidia:
V’era alcuno, rammentava Rorazalfe, che accendevasi a’ martiali sdegni col vicino, per vendetta di ricevute offese, e forse anche per bestiali occasioni, come fu la guerra fra gl’Etoli, e gl’Arcadi, o fra i Rutuli, e Latini. I Prencipi(23), disse Euripide, non cangiano con facilità gli sdegni. Ritengono costantemente il primo impeto, per non parer concitati senza cagione. Era però curioso il vedere, chi per vendicarsi d’una lieve ingiuria, poneva a ripentaglio il suo Stato. Grandi sono alle volte come i fanciulli, che se di molte noci c’hanno in seno, una ne vien loro tolta, per isdegno, ne dispergono tutte l’altre. Non vogliono il tutto, quando si nega loro una parte.
Si ponderò in commune il fatto di qualche Potente, che tratto da ambitioso prurito di Gloria, univa armate, e dissipava leggi. Esortavalo l’ambitione ad esercitar più tosto le pene d’un ferro, che a vivere tra le colpe d’un otio. La vita humana, dicevano i Consiglieri catoni, al ferro è simile. Si esercita, si logora con suo splendore: se vive torpida, si consuma da rugine. Brama l’huomo talvolta le glorie della calamità; perché il male è spesso più noto del bene; & una cruda tempesta è più famosa d’una serenità tranquilla. Pur che apparecchi i titoli al suo cadavero, & al vulgo una favola, non cura, che l’impeto d’un cuore si diffonda in più mali.
Con riso della Brigata tutta motteggiavasi, che alcun altro non havendo regola di Governo, faceva i Latini per li Dassivi, perché non sapeva mantenersi fra i Neutri, ch’altri vendeva le sue adherenze per tema, altri vendevali per bisogno, ch’altri rivoltava casacca; perché dal lato apparente era frusta; & in questa poi, come incapace di rivolta nuova, riceveva il politico con sua vergogna inemendabili rotte dal tempo.
Molte riflessioni si fecero confusamente intorno alla meritata grandezza, & alla seditiosa potenza de’ Ministri, fra i quali alcuno, quasi ramo, s’inalzava drittamente sul Tronco; & altri, che di traverso si scorgeva carco di molti frutti, con danno del Tronco medesimo frangevasi. Le disuguaglianze loro rendevano mostruosi i membri di qualche Imperio, nella guisa, che in un corpo all’hora nasce il mostro; quando un membro trascende in grandezza la proportione dovutali. Parevano però da più parti rinovati gli esempi di Cecina, e di Valente(24) Ministri di Vitellio, ambo potenti, ambo emuli, ambo rapaci, ambo ruinosi(25). Il comodo privato, il consiglio de’ Giovani, e l’odio nascosto fè perder l’Imperio Romano.
Chi si faceva arbitro di qualche Regno, additava, che nel Monarca non regnasse l’arbitrio. Il Ministro vegghiava sul Re, mentre il Re dormiva sul Ministro. Il Re faceva lume al ministro, perché studiasse la sua causa, e questi dava la mano al Re, perché scrivesse la sentenza.
Nel ponderar le gravezze, si motteggiò che assai meglio odorasse l’oro, tratto da Vespasiano dall’orina, di quello ch’estorse Nerone dalle lagrime de’ Vassalli. S’attestò, che alcun Ufficiale imitasse(26) Temistocle, il quale volendo riscuoter denari in Andro, disse d’haver menati due Dei, la Forza, e la Persuasione: e poco valeva a’ Sudditi il rispondere d’haver due altre Dee, la Povertà, e l’Impossibilità. Almeno già che riscuotevansi doppiamente i tributi, havessero havuto arbitrio i Magnati, di far venir due volte l’anno la State, e l’Autunno, come disse l’Hibrea a Marcantonio. Ma il fatto era, che alcuni non esigevano per lo Re le Gabelle, che erano loro pagate, ma pagavano al Re le gabelle di quel ch’esigevano per essi.
Si narrò in ristretto, che da una parte un popolo teneva Consiglio, per tradir un Re, dall’altra un Re faceva consulte, per aggravar un Popolo.
Là era un seme di sepolta discordia, non facile a conoscersi; qui un germoglio di cresciuta congiura, difficile a sbarbicarsi. Le seditioni intestine, che per lo più; o dal bisogno, per tirannia cagionato, o dal tedio delle presenti cose derivano, sono appunto come la febbre ethica, che nel principio è difficile a conoscersi, facile a curarsi: ma se si trascura, col tempo si fa difficile a curarsi, facile a conoscersi.
Là vedevasi un pedestre popolo far testa contra le braccia lunghe de’ Nobili, qui le braccia dei Nobili haver cuore di porsi a i piedi una Regia testa.
Là udivasi una Follia tiranneggiar un Re, per dar inditio di senno; qui pareva, un Re aspettar il senno, per disciplinar la Follia.
Là tentò una imperiosa Fortuna d’elevare a premio di comando l’industrie di chi obediva; qui osò una servile invidia dannare a pena d’Ostracismo il merito di chi imperava.
E perché(27) in Civitate discordi, & ob crebras Principum mutationes inter libertatem, ac licentiam incerta parve quoque res magnis motibus agebatur, vedevasi una Natione, hor penosa di vivere in liberda ribellarsi, hor in atto di tentar ribellioni per esser libera; mentre la stessa volubile ne’ consigli, impetuosa nelle risolutioni, falsa ne’ giuditij, facendo peggiori i rimedij de’ mali, pareva peccare, per pentirsi, e pentirsi per peccar di nuovo.
Esageravansi finalmente il pazzo abuso del secolo, in render gratie al Cielo delle stragi, fatte non de’ nemici di Dio, ma de gli huomini: mentre i Monarchi Asiatici dando titolo di predatore ad un Giove, sacrificavangli una portione de’ furti, come de ciechi Romani era l’uso.
(28) Ipsumque vocamus
In predam partemque Iovem. Cantò il Poeta. Motteggia(29) Tacito di Ga. Pisone, che all’udita della morte di Germanico ammazza vittime, e corre a’ Tempij, e detestando l’Historico i tempi di Nerone, ne’ quali si rendevan gratie al Cielo de gl’homicidij, si fa maraviglia che i sacrificij soliti a farsi anticamente per prosperità ricevute, s’offrissero all’hora per diletto di calamità lagrimevoli.
Si conchiude, che il maggior disordine per cui l’Asia era inferma, s’originava da Capi, in quali non alla Fama, ch’esser deve l’interesse de’ Grandi, ma all’interesse per cui tentano la Fama i Privati, con somma cura attendevano; e pur si sa, disse(30) Tiberio a Seiano: caeteris mortalibus in eo stare consilia, quod sibi conducere putent: Principum diversam esse sortem, quibus praecipua rerum ad Famam dirigenda.
E perché i corpi muoiono, o per interne indispositioni di qualità homogenee, o per estrinseche cagioni di sregolata vita, credevasi da alcuno, esser l’Asia ad un mortifero rischio vicina; mentr’è destino d’ogni Città, diceva Anibale(31), se non le nascono inimici fuor di casa, produrli di dentro.
Si decretò in somma, tutti i Regni haver gli Orti, i Meriggi, e gl’Occasi: e'(32) periodi d’ogni Imperio esser fatali, come disse Cratippo a Pompeo.
(33)Platone organizò con la sua Idea una ben ordinata Republica: e pur non seppe assicurarla dalle alterationi, e dal fine, conchiudendo: quod nihil in statu maneat; sed ambitu quoddam temporis mutaretur.
Ma perché ne gli estremi discorsi motivò Stan per me, che le corruttioni de’ Regni nascevano per lo più da’ Grandi, come che i pesci dal Capo a putrefar comincino, recitò a gli Amici una morale Oda a Capi de gli Eserciti Asiatici, in questo tenore.

A
GUERRIERI
PRINCIPI
DELL’ASIA.

§
§ §
§

O D A.

Tantalo infido entro i martiri inferni
Move a cibo fugace orma di fame:
E al grave duol di flagellate brame
Negan dolce momento Arbitri eterni.
E voi, cui diede il Ciel gioia di pace,
Gite penando in bellica baldanza
E pascendo co’ rischi una speranza,
Pescate a l’hamo d’oro esca rapace.
Chiedon pace le stelle, e par che crei,
Per punir gli uccisor fulmini un Giove:
E voi superbi entro fulminee prove
Fate nuovi Salmonei onta a gli Dei.
Forse al cadaver d’Avversario esangue
Erger credete a vostra Fama i vanni:
Folle ardir vi lusinga, a gli altrui danni
Le potenze infierir, gloria è d’un Angue.
Già del Foro venal sopra la selce
Stride Penuria a l’affamate schiere,
Mentre i covil di fuggitive Fere
Sopra i campi negletti erge una felce.
Già, già di Morte a l’orrida licenza
Mesto rinuncia il Mietitor la falce;
Mentre, di Spica il suol voto, e di tralce,
Fertile appar d’una Cadmea semenza.
Scoppino pur, qual pria, Nubi tonanti
L’armi del giel, nudo Cultor non pave,
Manca al Nume la messe, e più non have
La riverita Enea l’are fumanti.
De le provide glebe a la coltura,
Gli empi Cacchi di Marte i Tauri ha tolti
E in van d’intorno i desti lumi ha volti
Contro stuol Briareo d’Argeo la cura.
D’ingorda man miseri avanzi estremi
Restan le marre a queruli Bifolchi.
Anzi immoti Cadaveri de’ Solchi
Giaccion gli Aratri, ov’hebber tomba i semi.
Gli heredi altier di terren culti, e vasti,
Nutre i confin di bassa Valle augusta;
E chi l’origin trahe d’Arbor vetusta.
In rozza Casa humiliati ha i fasti.
Quel ch’affisso in quadriga, e d’auro grave
Parv’il Sol ch’in suo carro esca dal lido
Hor sembra nudo il Giovane d’Abido,
Ch’a sé medesmo è rematore, e nave.
Misero honor degli Avi, Aure di Corte,
Indarno homai fasto di sangue attende,
Ch’ove Fortuna prospera non spende,
Lo splendor de’ Natali ombra è di morte.
Già de’ vostri Guerrier gli empi appetiti,
A i casti seni altrui tendon rapina;
Né più raccoglie homai l’aurea Lucina
Prole simile a i Genitor mariti,
E se indarno tentò l’egra Consorte,
Contra l’armi di Sesto, oprar gli schermi
In van tra i ferri hoggi le Spose inermi
D’un’inferma honestà fuggon la morte.
S’a fuga Martial chiusi ripari
Tesser di Fabro adamantini ordigni,
Temprano a Marte homai Fabri maligni
Per assalir le Veneri, gli acciari.
Oh, di legge natia nato al disprezzo,
Temerario piacer di Marte insano,
Movi a prede d’Amor forza di mano;
Mentre a merce d’Amor, Amor è prezzo.
M’udiste, o Duci, a l’Innocenze offese,
Son le colpe di voi sferze d’Aiaci.
Folli, ove gite? Ah che le vie rapaci
Sono a meta d’Honor rupi scoscese.
Ah, se ‘l dolor d’un popolo caduto
Pietà non v’erge, il vostro mal la mova,
Erme son le Cittadi, e che vi giova
Votarvi un Regno, e riempirlo a Pluto?
Habbiate pur su trionfali Sogli
D’una Delia corona i crin recinti,
A vostra man che i Vincitor ha vinti,
S’offra il ramo di Cuma, e vi germogli.
Pugni in pro di vostr’ire arte di Stelle,
Ampio il Regno a voi fia quanto circonda
Fra il sen d’Arabia, o d’Anian la sponda,
Fra l’Indica Malacca, e i flutti d’Helle.
D’Alcide i fini, e di Lieo le mete
Varcar faccia vostr’arme amico Cielo
Scithia, temendo voi, tremi di gelo,
Libia, bramando voi, ferva di sete.
Miseri, e che fia poi? di spatio molto
Crescerete a Fortuna il vostro Regno,
È cieca sì, ma vanno i dardi al segno,
E gran bersaglio anco da ciechi è colto.

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§ §
§

Qui terminò il suo nobile componimento lo Stamperme, al cui merito si bisbigliarono tosto encomij da gli Amici, come ad Ingegno, che nella moral Poesia godeva in quel tempo il Candidato della Gloria. Ticleue in tanto irritato dalla bellicosa Idea di Stamperme a più impatiente furore, trasse fuori una Satira contra le Guerre d’Asia, composta già da lui in Europa, in casa del generoso Egideargo in cui vantavasi di haver sempre havuto alle sue naufraghe forme, o il porto, o la merce: e dando saggio con la lettura di questa Satira di un nuovo, ma regolato stile in tal genere, così a dire incominciò.

§
§ §
§

LA
GUERRA.
SATIRA.

Tutt’Arme è il Mondo, Arma virumque cano,
Le Donne, i Cavalier, l’Arme e gl’Amori,
Canto l’Arme pietose e ‘l Capitano.
Ognun s’odia, ogn’un s’arma, ogn’un va fuori:
Ed indarno a i Campi buon Caton rimbomba,
Torna, torna poltron, fuggi i rumori.
Suona a morir più ch’a svegliar la Tromba
E al soldo di Pluton spirti arrollati
Mandan le salme a quartierarsi in tomba.
Son di barbara bile hoggi amalati
I Regij petti e de la bile i mali
Son hoggi da’ Re barbari purgati.
Agl’infiammati cor sangui venali
Ordina il Fato in bellica licenza,
E a pienezza d’humor purghe borsali
Già de’ lussi nativi in astinenza
Vivono i Grandi, e de gl’altrui metalli
Provan gl’egri svogliati un’appetenza.
Qui deliran le Corti; e perché i falli
Del pazzo Aiace addolorar l’ovile,
Son le Reggie follie doglie a i Vassalli.
Tutt’Arme è il Mondo, il Fantaccin più vile
Col famelico sdegno, e mercenario
Vuol far de’ Regni una frittata hostile.
Anco il Sol, che ne crea, par sanguinario:
Poiché fatto sensal d’Alme a Caronte,
Tutto l’anno si trova in Sagittario.
Nudo stuolo colà sul Thermedonte
Sviscera il ferro; e a fabricarne i dardi,
Sudano a gara, e Piracmone e Bronte.
Tutt’Arme è il Mondo, a incoraggiar codardi
Sudan le Muse, e de la gloria insana
Un prurito febril stimola i dardi.
Ogn’un vuol Brigliador, vuol Durindana,
E segue ogn’un ne l’attaccar tenzoni
L’esempio altier de l’Albagia Romana
E pur furo i Roman grandi, e poltroni,
Se la guerra di Canne uccise tanti,
Considerate s’era di Bastoni.
Tutt’Arme è il Mondo. Il Mar legni ha notanti,
Che se in bosco natio vissero immoti,
Mostran morti su l’onde i piè vaganti.
Questi a Navale Enio passan remoti,
E di sopita, e tacita tempesta
I sonni forestier turba co i moti.
Non fan classe avversarie orma men presta
Col piè de i remi, onde inalzar fa spume
Di flutti adulterati onda modesta.
Già la schiera di Phorco, e ‘l patrio Nume
Stanno a mirar su placida marina,
Qual foco estingua a tante vite il lume.
Tutt’Arme è il Mondo, a fabricar ruina
Contra il patricio stuolo armasi il Gracco
E la man contra i Capi ardon la mina
A stuol plebeo, che per gravezza è fiacco,
Negan pane i Ministri: ond’ei ribello
Dona a i ladron de la farina il sacco.
Così doppia le straggi un sol macello,
Che ‘l sangue altier di scorticato Gregge
Mostra contra i Pastor core, e cervello
Fassi intanto lo scettro a chi lo regge,
Sferza più, che sostegno, e più non s’ode
Fra i rumor de’ Tamburi un son di legge
E pur dansi hoggidì glorie a la frode:
E al nudo sen d’iniquità diverse
Forman le penne altrui manto di lode.
Canta il Poeta ogn’hor l’arme di Serse,
Che tinse in rosso mar di Salamina,
E ‘l mascherò sotto le navi Perse.
Che un varco aprì ne la durezza alpina,
E per passar su la Cecropia Terra
Erse oltraggio di ponti a la marina.
Canta quel, che Giugurta, e’ Cimbri atterra,
Quel che corse da Pella a l’Indiano
Per trionfar, più che portar la guerra.
Canta quel lusco ancor de l’Africano,
Che fe’ ne l’aria sua tanti castelli,
Né capì da l’Egitto al Mauritano.
Canta ch’a i Pirenei ruppe i cancelli,
E dove tien la nostra Europa Occaso
Un Orto soggiogò di Ravanelli.
Canta che per valor, più che per caso
Diè di morso a l’Italia, e mangiò poco,
Ch’anco non dasse il Culiseo di naso.
Canta chi diede a l’Anti Roma il foco,
Quel che sprezzò de l’Epirota i doni,
E ‘l nemico a Roman magno Antioco.
Canta color, che pisciano a i Cantoni,
E ‘l ferro, uso a far solchi, a franger glebe,
Cangiamo in Scimitarre, e ‘n Morioni.
Canta de’ Gothi, e Vandali la plebe,
Gli Umbri, i Volsci, i Sabin, gli Hetrusci e’ Marsi,
E Cartago, et Athene, e Sparta, e Thebe.
Contra popoli immensi, e popolarsi
Canta il Valor di Vinitiane Armate,
Per cui la Rinomea voli n’ha sparsi.
Canta colui, che da febril giornate
Sanò i Roman, quando il suo dito intinse
Dentro il rotto Vascel di Mitridate,
Quel, che ‘n malinconie Perseo costrinse,
Quel che i Sanniti in collera ha distrutti,
Quel, ch’a flemme Romane Africa vinse.
Canta colui che fece dar da i Putti
Un buon cavallo a l’Asino pedante,
E Horatio sol contra i Pi…tutti,
M’han rotto il capo hormai tant’arme, e tante
De la Schiatta Febea voci sonore,
Le cui piene Trombette alzano un Fante
Hanno lingua i Poeti, e non han core,
Core non han, da far morir chi vive,
Vita non han da ravvivar chi more.
Chiaman Palla una Dea grata a chi scrive,
E rimirano poi con sguardo bieco
Le Palle de i Cannon, come nocive.
Nel periglio guerrier Serse fu cieco,
Che s’asciugar tante sue Turbe i fiumi
Godè ne l’acque, e gli fe’ danno il Greco.
E quai del gran Pelleo furo i costumi?
Mancò nel mezo un ch’anhelava il tutto
E fu mortal, chi si ponea fra i Numi.
Qual de le guerre sue Cesare ha il frutto?
Che prima un huom, e poi fu Dio chiamato
Da un Bruto; o un brutto termin’è condutto.
Che fa Pompeo, quell’inclito Soldato?
In mano al fin del Traditor rimane
Mal capitato, e ben decapitato.
Che n’è di Mario? Entro palustre tane
Di Minturnia palude, ove ha paura,
Trombe de’ suoi disnor stridon le rane.
Mesto fin finalmente ha la bravura,
Chi la dura a la corte è vincitore:
Ma ne la guerra al fin perde chi dura.
Quel, che insegna a temer sol col rigore
D’Arme Tiranne i tradimenti insegna;
Che d’ossequio infedel, Mastro è ‘l timore.
Quel che visse homicida in van si sdegna
S’ucciso muore. Hoggi l’instabil Diva
Fa vicende servili anco in chi regna.
E pur s’armano i Mari, e pur l’Argiva,
Benché ‘n flutti d’Euboe Nave sdruscita
Gli urti arrischiar vuol di Capharea riva.
E pur s’armano i Campi, e la crinita
Discordia i dubbi Regni, agita, e turba
E l’altrui Morte a i Regi arme è di Vita.
Sotto il manto d’Astrea copron la furba
Collera i Grandi anzi col voto solo
D’un Feccial capriccio arma la Turba.
Ne’ manifesti lor piangono il duolo
Delle fiamme attaccate, e pur son tutti,
O l’acciaio, o la pietra, o ‘l solfaiolo.
L’haver più Stati in sua balia ridutti,
Chiaman novi Nembroti, arie da caccia,
E private letitie i comun lutti.
Hoggi il Mondo è comun, di Fera ha faccia
Ogn’un è Cacciator di sua ruina,
O con rete, o con ferro; o con la traccia.
S’empia d’oro la cassa, e sia rapina:
Ogn’un cerca se n’hai, ma non già donde,
Buon odore è il guadagno, e sia d’orina.
Così al Tiranno il reo pensier risponde,
E intanto il furto altrui più che Spartano
Perché lecito sia, non si nasconde.
Fa guerra hoggi a ragion forza di mano,
Pur che in Erario AURelian sia vivo,
Moia ne’ Tribunali GIUSTiniano.
Morbo de’ Regni un dominar furtivo,
Fine del Greco fu, Sete d’Imperio,
Fallo fu del Latino, un Ablativo.
L’human desio, per dirvela sul serio,
Sempre il Mondo sconvolse; e non sapete,
Quanto nocque a l’Italia un desiderio?
Formar leggi infernal, guastar divine,
Son de l’horrida Guerra atti leggiadri
E son fabriche sue l’altrui ruine,
Oh quanti, oh quanti in fra i coscritti Padri
Tentar con l’armi altrui farsi Padroni,
E del Trono Roman diventar Ladri!
Dimmi Cesare tu, per quai cagioni
La libertà che in tanti membri havesti,
Nel tuo capo Tirannico riponi?
E in guerra tu Vespasian che festi?
Quando il pelle di Volpe, e di Leone
Al porco d’un Vitel guerra movesti.
Tu, che armato ti specchi, al tuo ladrone
Valor, perché non guardi? Haver ti vanti
L’oro col ferro, e pur nascesti Ottone.
Ladri de’ Regni altrui fur tutti quanti,
Ladri fur gli stranier, ladri i Romani,
Ladri fur Capitan, ladri fur Fanti.
E se furano in guerra i Capitani,
Che faran gli altri in guerra capitati?
Se fura il Capo, hor che faran le mani?
Sono al Capo regal mano i Soldati,
Sono a l’Inferno altrui spirti infelici,
Sempre nati a dannar sempre dannati.
Rassomigliano il Gatto, il qual nemici
Topi combatte, e in caso d’appetito,
Più de’ Topi ladron, ruba a gl’Amici.
Oh Numa tu, che intento al sacro rito,
Ma per rubar, né per pugnar con l’Hoste
Da l’Hostia d’un Altar non sei partito.
Mira, com’hoggi a soggiogar disposte
Son le destre de l’Asia, e ne l’inganno
Le saluti, e le leggi altri ha riposte.
O Terzi, o Compagnie pagansi ogn’anno,
Perché continue a noi sian le Terzane,
Perché fra noi la compagnia sia danno.
Voglion d’Asia i Padron, che si dia pane
A chi squarta le carne, hoggi chi regna
Senza pelle intaccar, non tosa lane.
Con la scusa de l’armi hoggi s’assegna
Al Vassallo pacifico una tassa,
Ma ch’ella gabba, una Gabella insegna.
Per dar nervo a la Guerra, hoggi si lassa
Smagrato affatto il popolo d’un sangue
Che i lombi poi di porca Pace ingrassa.
Così contempla il Tributario esangue
Ricchi i Ministri, e ‘l popolo tradito,
Un nemico, che ride, un Re, che langue.
O buon secolo d’oro, ove sei gito?
Le tue colpe, i tuoi colpi eran di ciancie,
Marte stava prigione per Fuoruscito.
Reggeva Astrea con le due man Bilance,
Spada ancor non s’udia, né Capitano,
Eran tele di ragno infra le lance.
La Bottega di Lenno havea Vulcano
Sempre rinchiusa, e non leggeasi in carte,
Ch’aprisse uscio di guerra il vecchio Giano.
De le fortune altrui godea la parte
Senza risse il vicin, né parea nato
A dar martiri, a far Martini un Marte.
Dormia sotto un sol tetto un vicinato,
I Conti e i Contadini eran Cognati;
E in tutti apria spirti conformi un fiato.
Cauta Sobrietà tendea gli aguati
A chiusi morbi, e in faccia a Galateo
Facea da Trombe, e da Bombarde i flati.
Nessun fea da Procuste, o da Tifeo,
E s’usciva una brusca parolina,
Era il cenno d’un guardo un Caduceo.
La pace era una Serva, ella in cantina
Spillava i vasi, e fea le celle nette
Con la scopa d’olive ogni mattina.
Il capo non rompean tante Trombette,
Il braccio non movean tanti tamburi,
Il cor non accendean tante vendette.
Non si fea porta, o chiave agli habituri,
Meze Lune havea ‘l Cielo, e non la Terra
Le Fortezze eran d’alme, e non di muri.
Non reggea Pluto ancor Regni sotterra,
E non patia di terren pondo scarca
Ripresaglie di furie, anima ch’erra:
Forbici sfacendate havea la Parca,
Ne traheva Caronte alle sue rive
Reggimenti di spirti in su la barca.
Processi non facea d’opre furtive
Eaco su i Reggi, onde vestia l’Inferno
Senza i lavor penosi ombre festive.
Altra natura ha il secolo moderno,
Sol fra l’ire del ferro è l’amor d’oro,
Sol di sangue là giù nero è il quinterno.
Sol co’ furti sostiensi hoggi il decoro,
Che meglio è il dir, de l’altrui robba io vivo
Che ‘l dir altrui, senza mia robba io moro.
Vanti pur con beltà sangue atrattivo
Frine tra i Greci suoi, d’oro il sembiante
Più di Frine hoggidì volto ha lascivo.
Di man d’ingegno education cotante,
Dal nascer del Bigatto al far calzette
Non posa mai l’Italian Mercante.
Quanti in vivande, in habiti, in ricette;
Perch’habbia il figlio suo scola di culto
Scolamenti di borsa un Padre mette.
E pur l’affretta al tumulo un tumulto;
E per belliche vie movendo l’orma,
Stima la sera il suo meriggio adulto.
Porge al Fanciullo il Precettor la norma
Per trarlo da le man d’un’Ignoranza,
Che prima del saper l’Anime informa.
Ma in pochissimi dì torna a vacanza;
Che ‘l voto Padre suo pensa che sia
L’empir la testa, un crapular di panza.
Son le lettere in noi Pedanteria,
Beffe di Corte, e morbo de le menti,
Fatiche da poltron, mal di pazzia.
Un huomo Elementar sol gli Elementi
Basta che sappia, e perché stia fondato
Bastan sol de le Scole i fondamenti.
Sì dice il Padre; e ‘l figlio sregolato,
De le regole altrui lascia il precetto,
E col furto guerrier cangia il Donato
Hor brando impugna, hor s’impugnala il petto
Hor dà colpi a credenza, hor li riscote,
Guerriero in sestodecimo ristretto.
Al fin move a la Guerra armi idiote,
Più atto a rivoltar spalle a l’…
Ch’al nemico Guerrier mostrar le gote.
nel vitio rapace, & impudico
S’ammaestra il Garzon, finché flagella
Un colpo nuovo il suo col pare antico.
La guerra è un’arte, in cui la vita ancella.
Stassi in lezzo de’ vitij, e ‘n cui si desta
Più sentina di mal, che sentinella.
Ecco in carriera Anibale s’arresta
Su le Campane vie tanto è sfrenato,
Che in terra di lavor sonangli a festa
Tra i fomenti di Bacco effeminato,
A Roma, che ‘l desia, l’ebro non passa,
E l’opre d’una man vince un palato.
Seco si stringa un Marcantonio a lassa,
Che per tracciar Madonna Cleopatra
La Signora Vittoria a dietro lassa.
A la Lupa di Roma il reo non latra,
Perché corre d’Amor dietro una Troia
E pria, che Vincitor, fassi idolatra.
Fonda le gioie sue dentro una foia,
E pur mentre bevea, vide il lascivo,
Ch’altro non è, ch’un sol boccon la Gioia.
Per non parer ne l’ammazzar cattivo
Vuol far veder, ch’a generar è buono,
E che gradi di bene hoggi ha Gradivo.
Già fu cagion un bellicoso tuono
Il ratto di bellezza fulminante,
Hoggi effetti di guerra irati sono.
……………………………………………
Fa scolare i Bicchier, Bacco a la sete,
E di doppio Scolar Marte è il Pedante
Voi, che d’ira venal l’Alma accendete,
E con la man che doppio sangue fura,
Per dar le piaghe altrui piaghe volete
Voi ch’osate atterrar de la Natura
Vostra il vigor, per rinforzar con Arte
Di posticcio Padron l’armi, e le mura.
Voi ch’ad altri acquistate, e havete parte
Ne l’altrui danno, e di sembianti ignoti
Fate uccisor, pria che nemico un Marte.
Dite infelici voi, dite idioti,
Perché amate un rigor? Perché vi piace
Da i Penati a penar torcere i moti?
Quando parte a la Guerra un huom audace
Non credo già, che la sua Madre dica,
Hor sì Figliuolo mio vattene in pace.
Ma dirà bene. Il Ciel ti benedica,
E vuoi lasciar questa tua Madre nuova
Per gir nel sen de la tua Madre antica?
Hoggi Hippolito alcun non si rinova:
E a ravvivar quel che di vita è casso,
Altro vi vuol Fratel, che chiara d’ova
Movea l’Asino un dì mesto il suo passo
Portando invidia a un bel Destrier robusto
Ch’a l’occhio del Padron si facea grasso
Ma visto poi d’arme il Cavallo onusto,
Ch’a suon di trombe infra il Canon marciava
Sonò il Trombon, sparò il Canon di gusto,
O son pur io, dicea, viso di fava,
Hoggi han fortuna gli Asini par miei;
Et io sciocco Asinon mi lamentava.
Dir sanità l’Asinità potrei,
Non vuò a morir, perch’Asino son nato
E se v’andassi, Arcasino sarei.
A Guerre andrò quando non ho più fiato:
Che de la pelle mia fatto un Tamburo,
Darò morto poltron core al Soldato.
Meglio, Amici, è il campar ne l’habituro,
Che habitar campi, i cori human consola
Non la norma Pelea, ma d’Epicuro.
L’otio è Maestro del mal, la Pace è scola,
Ove imparano ogn’or le Turbe tenere
Il mal de la Lussuria, e de la Gola.
Meglio è Marte seguir, che star con Venere,
È valor ne la Guerra incenerire,
È viltà ne la Pace il covar cenere.
Le fortune a i meschin porta un ardire,
Le fortezze ne i cor crea la sciagura,
È dei nostri dolor gloria il soffrire.
Cede a Forza Ragione. Una bravura
Regge il Mondo, e coregge, e ‘n lui si gloria
Non gir soggetta l’ordin di Natura.
Hoggi in battaglia è un’opra meritoria,
Tolto honor, tolta vita, e Regno tolto
Quel ch’in pace è vergogna, in guerra è gloria.
Cercar venture al vento opra è da stolto
Di Marte al Venturier spesso il Destino
Dà col poco patire un goder molto.
Anzi questo è un pensier da Palladino,
Campar la vita, ove la Morte accampa,
E una botta arrischiar per un bottino.
Queste ragion ne la sua mente stampa,
Chi tra fere d’Esopo ha d’huom la lingua
Chi fatti di Leon, se non ha zampa.
Ma pria che voi fiamma del Cielo estingua
Bravi Tifei, deh non vi sia di sdegno,
Che contra voi le mie ragion distingua.
Per la Fe’, per la Patria, e per lo Regno
Son l’ire honeste, e voi mostrate ardire
Per una paga ohibò, vender lo sdegno.
Né sarebbe vergogna il vender l’ire,
Per comprare alla vita un’allegrezza;
Ma voi per soldi, ohibò, gite a morire.
Soffrir caso di morte è gran fortezza;
Ma il tracciar lei fuor de la patria tana
Al giudicio de’ Savi è debolezza.
Colui che tien fra la delitia urbana
Incrustati i suoi giorni, e muore poi,
Degno esser può di compassione humana
Ma di che lode siete degni voi,
Che v’offrite a un morire, il qual vi leva
Dal viver aspro, e dal peccare in noi?
Né state a dir, che il vostro honor riceva
Da caduta di membri una salita,
Quasi Pallon, cui l’atterrar solleva.
Perché il voler con perdita di vita
Perder senno maturo; o etade acerba,
Sol per haver Resurrettion mentita.
Seppellirsi morendo in tomba d’herba,
E sperar poi di quella Diva i ratti,
Che trahe l’huom dal sepolcro, e in vita il serba.
Morti immortali miei cosa è da matti,
Provaste Inferno, et anhelate a gloria
Sperate un nome, e disperaste i fatti.
Sapete voi quel che dirà l’Historia?
Ch’osaste haver la Volontà cattiva,
Sol per farvi chiamar, Buona Memoria.
Chi può viver in pace, in pace viva,
Non fa torbido inchiostro i nomi chiari
Con l’altrui pena in Ciel mai non s’arriva.
La Guerra al Gioco de le Carte è pari:
Dove si perde, e vincesi tal volta,
Dove assistono Re, Fanti, e Denari.
Ma più la Guerra de le Carte è stolta,
Che da Spada dipinta a Spada vera,
Da Punto a Punta è differenza molta.
Dove in van non si spara, in van si spera
Anzi del colpo, onde un Guerrier è morto
La colpa del morir spesso è Mogliera.
Non si tronchi da vuoi con spatio corto,
Lungo sperar: perché nel Campo andate
Non è mica la via d’andare a l’Horto.
Pur se in Campagna piacevi di stare,
E qui vibrar ne gli altrui membri il ferro
Huom fia tra voi, che dalle Fere impare
E quando mai, dove fa mensa il Cerro,
A l’obliquo ferir d’irto Cinghiale,
Sperar si vide in suo svantaggio il Verro?
Al più fiacco Leon colpo mortale
L’Herculeon Nemeo mai non avventa,
Né al compagno Rigor Tigra fa male
Sol di sua stirpe estirpator diventa
L’huom che a turbar tutt’i mondan conforti,
Varcar l’Alpe, e l’Atlante, e il Tauro tenta
Mira in un giorno suo Febo più morti,
Che in un anno non crea Turbe nascenti,
Né sembra pari i nostri Occasi a gli Orti.
Dal costume Ferin Pace imparate:
E udite me, se d’opere guerriere
Vera saper la quidità bramate.
Son le Guerre de l’Asia Hidre, e Chimere
Per delitto di Re son Cacciagioni,
Per inferno de’ Popoli Megere.
Lecite Mercantie son di Ladroni,
Che per tirar a sé corpi d’entrata,
Fan de l’Anime altrui cambio a i Demoni.
Ma che da voi soldati hoggi è formata
L’onta Infernal, la Mercantia, la Caccia
Fiamma nudrite voi, che in altri è nata
Voi d’un Capo regal siete le braccia,
Chi far guerra in persona il cor non have
Di farla poi con vostra mano ha faccia
Schiavi, e Remi voi siete a l’altrui Nave
Siete Vigilie voi de l’altrui Feste,
Voi d’altrui Porte, e sentinella, e Chiave
S’a pugnar per altrui voi non correste,
O i Re fra lor s’aggiusteriano i guai,
O i Re fra lor si romperian le teste.
Haver, senza pagar, debiti assai,
Perder, e sempre haver vitto, e vestito,
Far guerra ad altri, e non combatter mai.
Uso è de’ Grandi, ma il Soldato ardito
Stenta, se vive, serve, se ha comando;
Se perde, ha male; se deve, è spedito.
Non sa il meschin, perché maneggi un brando:
Corre incontro a la morte, e non sa dove,
Aspetta la Vittoria, e non sa quando.
Sotto il fervido Marte, e ‘l freddo Giove,
Dai Penati domestici lontano,
Vero timor, falsa speranza il muove.
Se fa Gradasso il piè, l’Astolfo ha in mano;
Vestito di Guidon, non di Zerbino;
E ‘n mezo a Ferraù sempr’è Tristano;
Sempre in facende sudagli Frontino;
È sempre un Rodomonte ne la fame;
È sempre al companatico un Sobrino.
E sapete perché vote ha le brame?
Se de la Fame la Guerra è sorella,
È dover ch’una Suora un’altra chiame.
Però disse in battaglia il Re di Pella,
Se d’Alessandro ho stabile il sembiante,
Manca il mobil di Magno a la mascella.
E che direm del riposar d’un Fante?
Ha il suol per piume, e ‘l molle Ciel per tetto,
Posa la testa, ove vagar le piante.
Marito de la Morte è stato detto,
Più che Fratello il Sonno de la Guerra;
Perc’han pari fra lor la Tromba, e ‘l Letto.
Anzi tal’hor chi per dormir s’atterra,
Gli aperti lumi suoi non serra mai:
O non gl’apre giamai quando li serra.
Dunque a i sonni sicuri i vostri rai
Ritorcete, o Compagni: e del Compagno
Sembrino al vostro mal medici i guai.
Achille infra i Guerrieri hebbe un guadagno
Che invulnerabil fe’ stigio Pantano,
Tutte le membra sue, fuor che il calcagno,
Passar volete Achille? E haver lontano
Ogni rischio guerrier da i membri vostri?
Date in fuga il calcagno, e anch’ei sia sano
Siate i più bravi voi de i Tempi nostri,
Più soldati dei Fabij, e dei Marcelli,
Più potenti di Dario, e di Sesostri.
Siate pur quei Smargiassi, o Farinelli,
Che spaccan Guglie, e spiccan Promontori,
Sbeffan Giganti, e sbuffan Mongibelli.
De i Decori la perdita, e dei cori
Un dì farete, e col cervello insano
Non sani havrete i radicali humori.
Al ferreo colpo ogni corpaccio humano
Divien crivello al fin, ma non da biade;
Ch’un bel morir non fa magnar più grano.
Rimettete ne i foderi le Spade;
E nel corso vital, che v’è rimaso
Posate il piè su le natie contrade.
E già che ‘l Verbo mio v’ha persuaso
Concordanza da huomo, e non da Putto
Concluderò, che de la Guerra il Caso
Sempre il Genere, e il Numero ha distrutto.
Vera, benché poetica, reputassi la descrittione dell’Asiatiche guerre, e di quei folli huomini, ch’alla malitia arrolati le fomentavano: e però fu così commendata la nuova forma del Satirico stile, che nel detestarle hebbe arte, come detestava l’antica barbarie de gli Asiarchi, che di commendarle hebbero natura.
Si ponderò, che i buoni Poeti di niuna cosa più agramente si risentono, che delle Guerre, le cui turbolenze struggono in essi quella serenità di mente, cotanto alla poetica facultà convenevole. Non piagneva così Ovidio le miserie della sua relegatione, come il vedersi fra belliche scorrerie mal sicuro; ond’hebbe a dire.
(34)Precor ut possim tutius esse miser, & altrove più chiaramente.
(35)Terra velim propior, nullique obnoxia bello
Detur, erit nostris pars bona dempta malis.
A tal propsito recitò Ticleue le seguenti facetie, composte già da lui in Europa, mentre vedevasi, con genio avversario all’Armata, costretto a seguire in essa d’un suo bellicoso, ma giustissimo Prencipe le vestigia.
Son chiamato alla Guerra, & ecco porto,
Pria ch’io giunga a ferire, una ferita;
L’Alma pria d’ammazzare è fuoruscita
E pria d’immortalar, faccia ho di morto.
Io non son huom di spirito sì grosso,
Che pensi un dì, fra gl’impeti di Marte,
Trar la pelle a’ nemici, e farne carte,
Far inchiostro di sangue, e penna d’osso.
Tuon di Bombarda, e fulmine di spada
Gelar farà ne la mia vena il sangue,
………………………………….
Forz’è che ‘l verso ancor languido cada
Né avverrà mai, che ‘l Martial lavoro
Gioviale Poesia mi faccia fare;
Anzi sempre farà l’intercalare
De la mia Canzonetta. Ohimè, ch’io moro.
De’ bronzi i Tuoni, e de le spade i Lampi
Cantan le Muse entro Castalie mura
Che sol conviensi a Femine la cura
Di domestico tetto, e non di Campi.
Aman quiete i versi, in solitari
Boschi il dì Filomena erge i suoi canti:
E stansi muti i popoli guizzanti,
Perch’è sua cuna il fremito de’ mari.
È ver, se il braccio mio gl’huomini atterra,
Che le Lettere, e l’Armi havran tenzone
Ma sento dir, che simile questione
Si decide alle Scole, e non in Guerra.
Da i perigli guerrier fuggir lontano
Sempre fui vago, e di combatter schivo;
Perché i miei versi, in cui versato io vivo
Son formati di piede, e non di mano.
Come dunque cantar le consonanze
Poss’io di Rime al rimenar de l’Armi?
E come uscir puon da la stanza i carmi,
S’ogni nostra Canzon fatta è di Stanze?

§
§ §
§
Era una Fame nella Provincia di Menteseli; sorda, ma che sentivasi; muta; ma che faceva favellar de’ suoi mali. Tornarono i Dicitori alla narrativa delle calamità Asiatiche, e giudicandosi, che la fame non doveva distinguersi col silenzio della bellicosa Sorella, di cui l’antecedente Satira haveva rumoreggiato tanto, Rorazalfe recitò la seguente Satira, in persona d’un Poeta, che provando nella Città di Side un’insolita penuria di pane, prende partito di licentiar dala sua Musa, per potere tra le fameliche gravezze, da cotidiani dispendij alleggerirsi.

§
§ §
§

LA FAME
SATIRA.

Torna, o Musa, di Phocide al Paese;
E su i Nomi avanzati al secol d’oro,
Filando Eternità, campa a tue spese.
Io mi pasco di spiche, e non d’alloro;
E mal potrei ne l’immortal tuo Chiostro
Viver di fama, hor che di fame io moro.
Non ammette due cure il petto nostro,
Ne la compra del pan spender moneta,
Nel crear poesie sparger inchiostro.
È legge inalterabil di Pianeta,
Che stia sempre sfornito il nostro Forno,
Fin che tu sei Zitella, & io Poeta,
Lessi già di Parnaso al Protocollo.
Che fra ‘l Poeta e ‘l Pan nata è disfida,
Perché fecer rumor Pane, & Apollo.
E dai Ricchi un poeta in van si fida
Trovar hoggi del Pan le cortesie
Tenea da Pane, e non da Febo un Mida.
V’è peggio ancor, l’antiche carestie
Di natura eran morbi, e le moderne
Posticcio mal son di rapaci Arpie.
Già la Figlia di Cerere da inferne
Forse fu tolta, e da infernali brame
Rapita hoggi una Cerere si scerne.
Drudi ladron con le sensali trame
Di Cerere i granar gravidi fanno;
E in casa altrui fan seminar la fame.
Già promiser penurie al tragic’Anno
Le Stelle: et hoggi a l’osservar dei patti
Quel che ‘l ciel ha promesso, i Ladri danno.
Dai Campi stessi hanno i frumenti estratti
Certi ingordi Campion; ladri da fune,
Degni d’haver più che le tratte, i tratti
Voglion costor, che le plebee fortune
Orfane sian d’argento, e per un pezzo
Adottive penurie habbia il Comune.
Al buon Mercato il mal Mercante avvezzo
Estrahe, per guadagnar, compri frumenti,
E fa salir nel pan calato il prezzo.
Quindi è che nasce poi Sicarie genti,
Perché giunte si vedono a l’estremo,
Ferman la man su i peregrini argenti.
Né sgomenta i Ladron la Forza, o il Remo
Che le panze de l’huom non han cervelli:
Né si pasce a consigli un ventre scemo.
Per gli altrui falli hoggi proviam flagelli,
Non vi è Farina, e Farinaccio è morto
Mancan Farine, e crescon Farinelli.
Se non vedo Trittolemo risorto,
Prestar semenze a Carestie Villane,
Veggio nei pianti ogni appetito assorto.
Hecate, & Iro in su le strade urbane
Chiedon piangendo a l’imbriaca sorte
Di un Mida avaro, un vomito di pane.
Ma quei non apre, a chi non porta porte:
E se pur getta un tozzo al Pellegrino,
Lunghe non son le Carità di Corte.
Muore intanto, anhelando un sol quattrino,
La Turba, e in Corte poi vive al perdente
De poveri palati il Palatino.
Musa mia così va. Se nel rodente
Digiun mordo gli Avari, ha gran ragione
Morder la lingua, hor che non rode il dente.
Habbi dunque di me compassione,
Se siam forzati in secolo perverso,
Io cangiar esercitio, e tu Padrone.
È ver, che il cibo è da Virtù diverso:
Ma per girar di Poesia lo spatio,
Non han forza digiuni i piè del verso.
Quando di Lira il Sonatore Horatio,
Canta Evohè d’Ottavian ne l’Horto,
Credemi Musa mia, che ‘l Ventre ha satio.
Non fa immortal la Povertà, fa morto,
La Vita è un navigar, porto la Gloria;
Ma non si va senza biscotti al porto.
Voler gran nome entro l’altrui memoria
Pria d’inalzar le sue sostanze nane,
È una vera follia di Vanagloria.
Son già da me le Poesie lontane,
E sol nei Panegirici ho concetti,
Perché Giro ogni giorno a trovar Pane.
S’Epicuro, che d’Atomi ristretti
Compose il Mondo nostro Pan guardasse
D’Atomi nol faria, ma di Panetti.
E s’Euclide fra noi Vita menasse,
Direi, che il Pan perché s’inghiotte intiero
Un Punto indivisibile chiamasse.
Vuoi tu sentir con attra frase il vero?
Pan significa tutto in parlar Greco,
Ma in lingua nostra hoggi ogni Pan è un zero.
Né vale il dir, ch’Eternitade hai teco,
I giorni tuoi fian da la Parca guasti,
Mentre la Mensa mia la Parca ha seco.
La mensa mia Siracusani ha i fasti,
Se di Pan, che non manchi, hoggi è composta,
Pan fu Dio de’ Pastor, hoggi è de’ Pasti.
S’al tempo antico una Pagnota tosta
D’una Fame dentata era il rifiuto,
Delitia da sdentati hoggi è la crosta.
Sparte molliche homai, rozzo caduto,
Non trascuran le mense, e non si vede
Con la muffa cerulea il Pan barbuto.
Muovi dunque da me, Musa, il tuo piede,
E credi ai detti miei, già che la bocca,
Se non s’apre a magnar, s’apre a la Fede.
Chi sdegno caricò, Satire scocca,
Anco l’Ocche affamate havean baldanza
A i Galli sbraveggiar dentro una Rôcca.
Mentre dunque è di Pan tanta mancanza,
Che sol ci resta in supplicar Fiorenza,
Che de la Crusca sua c’empia la panza.
Habbi Musa mia bella, habbi patienza,
La gran Penuria hoggi a penar t’esorta.
Hoggi, che manca il merto a l’astinenza
È il viver caro, e Caritade è morta.

Famosa, non meno che famelica riuscì communemente la Satira, recitata da Rorazalfe; e quasi che la Fame del Componimento havesse hauto vigore d’imprimere contagio della medesima ne gli stomachi de gli Uditori Amici, passarono tutti indi a poco alle lor Case, per adempirvene i voti. E qui parve alla curiosa Brigata d’havere impiegati in profitto d’opere gli esercitij delle sue solazzevoli parole in quel Giorno

Fine del primo Fascio.

§
§ §
§

DELLE
FRASCHERIE
FASCIO SECONDO.

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§ §
§

Hermocle(36), richiesto da Pausania a dire, per qual via potevasi acquistar fama in un tratto, rispose. Con l’uccidere un Famoso. Onde Pausania, privando di vita Filippo, si diè vita nelle memorie de’ posteri. Da tal’esempio Stamperme estrasse alla curiosità de’ suoi ragunati Amici questa vaga propositione in quel giorno, cioè. Che il saper uccidere con colpi di Satira i famosi vitij d’un secolo, fusse hoggi il più efficace methodo, per eternarsi nelle commendationi, e ne i fogli. Aggiunse in prova de’ suoi argomenti più honorata esser la Fama del Satirico, di quella dell’homicida; perché all’attione di Pausania, come maligna, si devono le censure della Satira? Ma l’impresa del Satirico, come zelante, non merita di Pausania le pene. Così Pausania ha un dannevole nome, uccidendo chi per valore si facea noto; e ‘l Poeta ha una lodevole memoria, trafiggendo chi si fa palese per colpe. Ma perché è così malagevole il sapere uccidere con gloria, come il raffrenare un irritato sdegno da gl’impeti della vendetta, propose Stamperme un più strano, ma ingegnoso dubbio da risolvere; e fu.
Qual sia più difficile nel nostro secolo, il saper far una Satira, o ‘l non farla.
Trovavasi nella brigata Momarte, huomo nella Critica versatissimo, e dotto; ma nel resto più di buona, che di molta eruditione ornato, come non chi molto magna, e più sano di colui, che di poche, e di buon’esche si ciba; e sì erudito può dirsi, non chi lesse molto, ma chi lesse il buono.
Fu invitato Momarte da Stamperme, a rispondere all’anteposto quesito, & a dare alcuna maestrevole notitia sopra le Satiriche origini; ond’egli disposto a provare, che la maggior difficultà verteva nel fabricar bene una Satira, espose i suoi eruditi fondamenti in tal forma.
La poetica facultà ha due cagioni; una naturale, e l’altra aventitia. La naturale è la felicità dell’ingegno nel poetare, e l’impulso dell’Arte; e questo dalla constitutione de’ Pianeti deriva. Giulio Formico, ed altri giudiciarij Mathematici assegnano co i loro Afforismi alcuni stellati caratteri, che alla formatione d’un chiaro Poeta concorrono; & io so, che Gildermo celebre, & espertissimo Astrologo d’Europa nell’erigere la figura ad uno de’ noti Ingegni, che qui m’ascoltano, disse, che per haver esso in Prima Marcurio, la Luna, e Venere uniti con Giove in Sagittario al cuore dello Scorpione, giudicavalo un acuto, e qualificato Poeta; e sopra tutto l’essere Marte in Decima Casa di Mercurio, indicava in lui una famosa, e risentita inclinatione nel lacerar gli altrui vitij con Satire. La cagione avventitia è un Estassi, o Furore, per cui molte volte accade, che l’huomo sia fuor di sé rapito, e dimenticante sé stesso, si vesta d’altri. Così avveniva in Colofone al Sacerdote d’Appoline Clario, che(37) a detto di Tacito, non sapendo leggere, rendeva in versi i risponsi.
Platone nel Fedro(38) formò, come sapete, quattro generi di furori, da altretante Deità promossi, cioè il vaticinante da Apollo, il mistico di Bacco, il poetico dalle Muse, l’amatorio da Venere, e la superstitiosa Antichità porgendo a queste favole orecchie, vuole più tosto riconoscere direttamente il dono di questo poetico impeto dalle vane influenze d’imaginarie Deità, che da sé medesima.
Chi è sano di mente, prova hoggi, anche col parere de gli Eruditi, che l’avventitio furor poetico nasca dalle conseguenti cagioni. Dalla temperie naturale, overo acrimonia d’un’accesa malinconia, da gl’affetti interni, cioè dall’ira, o dall’amore, c’hanno facultà anch’essi di concitar facondia ne gli animi, dal vino, che scuote le torbidezze d’un ingegno, riaccendendolo, come in Ennio, & Anacreonte avveniva; e finalmente dalla lettura de’ Poeti migliori, per la quale concepiamo un furor simile.
Ristrette però queste cagioni alla più fondata, e nelle poetice nature più impressa, cioè, che ‘l Furore, come Aristotele insegna, derivi da un’accensione d’atra bile, affermo, che in niuno è più fissa, e più connaturale questa accesa commotione di spiriti; che nel Satirico, il quale non da altro affetto riceve il poetico eccitamento, che dall’ira, che pur furore hebbe nome.
(39)Facit indignatio versum. Cantò il Satirico.
L’origine de’ Poemi stessi, che per parer(40) di Plinio fu avanti la Guerra di Troia, dice un Autore, che dallo sdegno Satirico una donna nascesse. Narra questi, che una Vecchia villaneggiò un Giovane, perché da lui urtata nell’homero, mentre questi furiosamente passava per via; & esprimendo a caso la Donna nell’impeto dello sdegno un’ingiuria metrica, piacque al Garzone il numero; & indi poi si prese occasione di poetare.
Lo sdegno accende la bile flava; quella appicca il suo calore nell’atra, e la infiammatione d’esse, rompendo nelle labre della fantasia, i cui moti son sempre dalla facultà intellettiva secondati, fa muovere, e mischiare quelle imagini di cose che nella fantasia si custodiscono, e quindi nasce quella mentale concitazione, di cui si favella.
Giuvenale, che fu della Latina Satira l’Archetipo, non fu mai più ingegnosamente Satirico, che quando da maggiori impulsi di sdegno fu concitato. Volle mostrare, che i vitij di Roma gli fecero sprone al piede, perché gli davano sul naso; e con furore impetuoso comincia.
(41)Ultra Sauromatas fugere hinc libet, & glacialem.
Oaceanum, quoties aliquid demoribus audent.
Qui curios simulant, & Bacchanalia vivunt.
Mostrò parimente impressi i motivi d’un furioso sdegno in quelle parole pur contro Roma.
(42)Et quando uberior vitiorum copia? Quando
Maior avaritiae patuit sinus? Alea quando
Hos animos?
Ricevendo dunque la Satira più dallo sdegno, che altronde i suoi fondamenti, dirò hora, che questo genere nel suo scusabile, e necessario sregolamento è più di qualunque altro difficile; perché havendo, come disse Casaub.(43), qualche affinità con le favole de’ Drammatici, vien anche ad esser nelle agitationi de gl’affetti, e nella varietà delle cose perplesso, e versatile, è però capace di più stili.
Qui errano a tutto Cielo alcuni moderni Poeti, che fissatisi singolarmente nella testura, o d’una Canzonetta Lirica, o d’un’Oda, detta da essi Pindarica, o un puro Berniesco all’Antica, credono d’esser perfetti Maestri d’una poetica imitatione; nella guisa, che fra i Pittori, l’uno crede di dar buon’odore della sua Arte; perch’elegge nel campo della natura la sola imitatione d’un fiore; l’altro quasi educato negli Eremi vuol gloria, non di saper ritraere Figure humane; ma ben sì Paesi, com’erano nella prima Creatione del Mondo, in cui non era ancora formato l’Huomo per vagheggiarli: l’altro che ha solo imparato a dipingere huomini in prigione, perch’è solito di ritraerli in un campo oscuro di quadro, pretende di meritare nel titolo, ch’egli ha d’Antropografo, d’un perfettissimo Artefice, il nome.
Se la Poesie ha con la Pittura somiglianza, è necessario ch’un Poeta, che alle perfettioni aspira, sappia tutto; nella guisa ch’un Pittore deve ritraer tutto; perché imita ogni opera di Natura(44). Pictorem omnia necesse est scire, quoniam omnia imitatur, disse Caldano, & Horatio favellando parimente del Poeta, disse
(45)Argilla quiduis imitabitur uda.
La Satira, come piena d’imitatione di tutte le Machine, così di natura, come di arte, non altronde hebbe nome, che da Satura, cioè piena di varie cose; onde il suo vero Caratterismo, come il meno pratticato, può dirsi hoggi il più difficile, & in un tempo per doppiezza di stili, e di materie il più vago.
Per ragionare de’ suoi principij, vi rammento con l’autorità de gli Scrittori eruditi, che la prima maledicenza hebbe origine dalla Dithirambica; e che mentre gli huomini s’univano colà per sacrificar a Bacco, e cantar le sue lodi, cominciarono a poco, a poco, ad inserir tra esse il biasmo de’ vicini.
Un lume di questa Greca licenza rimane anche hoggidì in Napoli d’Italia ne’ tempi della Vindemia, ne’ quali è permesso a ciascuno de’ Vindemiatori il villaneggiar chi passa; così accenna Horatio di quei secoli.
(46)Expressa arbusto regerit onnuit a durus
Vindemiator, & invictus, cui sæpe viator Cessisset.
Scherzò tra le cerimonie di Bacco questa amabile libertà del censurar altrui: sinché più licentiosa rendendosi, rivoltò lo scherzo in isdegno, e lo sdegno trascorse poi a lacerar anche i buoni.
(47)Libertasque recurrentes accepta per annos
Lusit amabiliter; donec iam sævus apertam
In rabiem verti cœpit iocus, & per honestas
Ire donos impune minax.
disse Horatio.
Da sì licentioso aumento prese ordine la Vecchia Comedia, che fu di maledicenza cosparsa: e la maniera di questa si reputò non meno gioconda, che ragionevole dal popolo, il qual godeva di veder repressa in tal guisa l’odiosa insolenza de’ Patritij
(48)Si quis erat dignus describi, quod malus, aut fur,
Aut mœchus foret; aut sicarius, aut alioqui
Famosus, multa, cum libertate notabant.
Domate finalmente le forze popolari in Athene, e riduto il dominio all’autorità di pochi, ma di potenti huomini, raffrenarono in gran parte i Poeti la loro maledica temerità, sbiggottiti particolarmente dall’esempio d’Eupoli, fatto annegare da Alcibiade(49). Non est facile in eum scribere, cui potest proscribere, disse Pollione appresso Svetonio.
In questo fu promulgata una legge, che non ardisse alcuno d’esporre al publico Carmi infami contra i vivi.
(50)Sed in vitium libertas excidit, & vim
Dignam lege regi, lex est accepta, chorusque
Turpiter obticuit, sublato iure nocendi.
Ma perché i Poeti havendo nella detratione habituate le lingue; esclusi dal lacerare i vivi, tolsero dalla Scena il Choro, in cui soleva la principal maledicenza fondarsi, & inventando in sua vece alcune digressioni, cavillavano in essi i detti, e gli scritti de’ Poeti defunti; e qui motteggiavasi enigmaticamente i vitij de’ Cittadini.
Cessò anche in poco tempo la forma di questa Comedia(51), detta dal Mazzone la Mezzana, prendo a’ Potenti, che anche i molti enigmatici contra i lor vitij si riflettessero, e che fusse inhumanità biasmar le opere de gli Scrittori defunti.
Fra quei tempi della vecchia Comedia, e della Mezzana hebbe origine la Tragedia, la quale, benché dica alcuno Scrittore che più antica della Comedia fusse; tuttavolta sapendosi, che il Caratterismo Comico è più semplice del Tragico, è verisimile, com’anche è di parere lo Scaligero(52), che questo da quello trahesse l’origine. Certo però è, ch’etiandio nella prima Tragedia, che Satirotragedia si chiamò poi, si introducevano Satiri a morder co’ loro ridicoli sali l’humane taccherelle, acciò che lo Spettatore fra le severità Tragiche ricevesse qualche sollevamento da gli Scherzi; onde Horatio disse, favellando della Tragedia.
(53)Verum ita risores, ita commendare dicaces,
Conveniet Satyros, ita vertere seria ludo.
Fra la Vecchia Comedia, e la Mezzana, la Satirotragedia, & un genere di Componimento detto Sillo, a cui diè nome Sileno, uno de’ primi Satiri nutricij di Bacco, andò ne’ Greci, esercitandosi la poesia maledica; poiché dalla Comedia Nuova, che s’inventò poi, parve esiliata la maldicenza contenendo quella, contra l’uso dell’antica, argomenti finti, & una severa testura.
Da queste Greche origini trassero occasione i Latini di dar nome di Satira alla loro maledica Poesia, e quantunque credasi da alcuno, che la Satira da principio fusse anche Senica appresso i Romani, tutta volta attesta, Scaligero(54), Satyram a Latinis acceptam, & extra scenam excultam.
L’inventione della Romana Satira fuor di scena fu assegnata da Horatio a Lucilio; benché da altri Scrittori credesi esser più antica.
(55)Hinc omnis pendet Lucilius, hosce secutus,
Mutatis tantum pedibus, numerisque facetus
Emunctæ naris.
Lucilio ne meritò il primo vanto; e come che questo genere di Componimento havea perduta la forma Teatrica de gli Antichi, vi creò egli con le sue Machine un nuovo; & esemplare Caraterismo fuor di scena; onde Horatio, che n’emulò l’inventione, hebbe a dire.
(56)Haec ego ludo,
Quae nec in ade sonent certantia, iudice Tarpa,
Nec redeant iterum, atque iterum spectanda Teatris.
Questo nome di Satira; perché derivò anche da’ Satiri, soliti o a discoprire nella nudità le vergogne, od a palesar l’animo su le labra, come inclinati al vino, che(57) operta recludit, parve inventato daRomani, per discoprire, o de gli altrui vitij le vergogne, o del proprio cuore gli affetti.
Questa ingenua facultà di riprendere senza ritegno le colpe humane, sortì una fortunata, ma pericolosa licenza appresso Giuvenale, & Horatio, i quali si sentirono trarre da un intrepido instinto, a nominare specialmente i vitiosi nelle loro Satire; e benché Horatio, come in rischio di rimanerne ucciso da’ censurati, fusse da Trebatio persuaso, a tacere in quelle parole.
(58)Ut sis
Vitalis metuo, & maiorum quis amicus
Frigore te feriat.
tuttavolta non sepp’egli ritenersene; ma conchiuse.
(59)Quot capitum vivunt, totidem studiorum
Millia, me pedibus delectat claudere verba.
Lucili ritu
Ma forse, che anch’egli non publicava in quel tempo le Satire, perché Libelli infamatorij non si credessero; e ciò par che accenni in quei versi.
(60)Non recito cuiquam nisi amicis idque coactus.
Non ubivis, coramvè quibuslibet.
Comunque fusse, mercè di quel libero Secolo non ne ritrassero mai da’ nominati huomini rincontri di castigamento; onde poteva dirsi di quei tempi, quel che diceva Tacito d’altri.
(61)Rara temporum felicitate, ubi sentire quæ velis, & quæ sentias, dicere licet.
Persio, che non volle avventurarsi a questa aperta franchigia, con l’esempio del precursore Horatio, riformò con poco in sé stesso la licenza del dir Satirico; mentre col nome aperto pochi della sua Età tassò, e molte volte col supposito nome di Tirio, e di Mevio; e benché una volta un impetuoso sdegno lo concitasse a mormorar di Roma, cominciò però, ma non finì, perché dir volendo per forma d’interrogazione. Chi non è ignorante in Roma? Disse.
(62)Romae quis non?
Altri tempi, altre cure son hoggi. L’arte del censurar le colpe in iscritto, che di Satirica ha titolo, è divisa fra la pura Satira, e ‘l Libello infamatorio.
La pura Satira, com’è anche la poetica tutta, fu sempre permessa, e qualificata, dalla facultà civile; il che non avviene del Libello infamatorio, ch’è dannato dalle leggi: questo ha per fine la sola imfamia di chi si mentova, quella ha per oggetto il solo utile di chi ascolta.
La Satira è un’Arte da maestro, perché flagellando insegna; & alle volte co’ sollevamenti d’un faceto stile insinuando norme, imita, dice Horatio, i Maestri medesimi.
(63)Ut pueris olim dant crustula blandi
Doctores elementa velint ut discere prima.
Non richiede però mai dilettationi senza dogmi; perché in un Maestro l’insegnare è debito; il dilettare honorario; onde haver non devono il nome di vere Satire quelle, che non d’altro, che di scurilità ridicole son colme, quantunque il ridicolo sia una necessaria conditione di questo Componimento.
La prima intentione della Satira è di rodere i vitij, e sì come il Fisico applica alle volte ad un membro, o ferro, o cauterio, col quale, o le sopite forze s’eccitino, o le fugate si revochino: così gli Antichi diedero a curar gli animi humani a’ Satirici, i quali radrizzando i curvi costumi de gli huomini, con la loro tagliente mordacità recassero da’ medesimi gli humori contaminati, e’ semi delle interne perturbationi. S’è vero il detto di Tacito, che(64) Vitia erunt donec homines, è così legge di natura, che siano Satire, ove son vitij, come che nelle case, ove son cibi, sian topi, e ne’ corpi ov’è copia de’ pravi humori, sian febri, cioè alterationi di spiriti, recalcitranti col male.
La Satira è nata più a ferire i vitij dell’Huomo, che l’Huomo ne’ vitij: e però si gloria di palesar l’Arciero, non il bersaglio. Il Libello è fatto più per pungere l’Huomo ne’ vitij, che i vitij dell’Huomo: e però ardisce di publicare il bersaglio, non l’Arciero. Insomma la Satira deve fra le honeste cose annoverarsi, e chi l’esclude, o non sa, o merita nel Libello i ricovri.

La Satira.

Con le norme severe, e in un gioconde
Sempre il peccar dal peccator distingue
Scopre i peccati, e i peccatori asconde.
Se la publica Astrea col ferro estingue
Dannati Rei, contra l’oprar dannato
Son di privata Astrea ferri le lingue.
Huomo è da ben; chi contra i mali irato,
E d’emenda cagion pria che d’offesa:
Per questa ancor contra l’human peccato.
Son le Prediche altrui Satire in Chiesa.
Quel commendare, come alcuno usa i vitiosi, è più politica, che giustitia. Timone aborriva l’human genere, col pretesto della colpa: dicea d’odiare i pravi huomini, perch’eran tali; e gli altri, perché non odiavano i pravi, imputò a peccato, non disprezzare i peccatori.
Il Genere del Carme infamatorio è quello, che fu già vietato per la legge delle dodici Tavole; parendo aRomani, che le colpe d’un Cittadino alle sentenze de’ Giudici, e de’ Magistrati; anzi che alle censure de’ Poeti si rimettessero.
Variamente però gl’Imperatori antichi di sì fatti Libelli, o censure sentirono i versi di Bibaculo, e di Catullo, che gl’Imperatori mordevano, furono da Augusto sofferti, e lasciati leggere; è come dice Tacito(65). Non facile dixerim moderatione magis, an sapientia: namque sperta exolescunt: si ira ascare, adgnita videntur.
Le leggi di Teodosio, d’Arcadio, e d’Honorio durono anch’esse in tali materia piacevoli, né vollero che i Detrattori soggiacessero a pene. Quel Tiberio, che non lassò giorno religioso senza flagelli, non ne fece caso in principio; come che in una Città(66), in cui era libertà nell’oprare, non dovesse a gli huomini imporsi freno nel dire. Conobb’egli all’hora esser follia il credere(67), con l’auttorità presente poter estinguere la memoria dell’Età futura; mentr’è noto, che sempre più osservabile, e stimata si rende l’autorità de i castigati Ingegni; né altro mai riportò chi punilli, che vergogna a sé stesso, e gloria a gl’Autori. Quei Signori de l’Asia, che oprando male contra i Sudditi, danno loro materia di dir male, dovrebbono più de gli altri soffrirne le mormorationi. Un Re antico in Europa, sentendo che i popoli da lui gravati, ne mormoravano, hebbe a dire. È dovere, che co’ loro danari parlino a lor modo.
Nerone fu di vario sentimento nel giudicar i Libelli. Schiamazza al Senato(68) contra Antistio Pretore, c’haveva fatti Cartelli contra esso; e se Peto Trasea non lo difendeva, era ucciso, non rilegato, ma non è ingiusto che un Grande fulmini contra i suoi Detrattori le pene: Lo strano è, che in quel secolo furono anche sospette, e pericolose le lodi stesse(69). Cremutio Cordo al tempo di Tiberio fu accusato di aver lodato in publici annali Marco Bruto; E v’è di peggio, anche i sogni furono sospetti in quei tempi. Nell’Imperio di Claudio s’udì(70) accusato un Cavaliero, che haveva sognato di veder l’Imperatore con alcune spiche di grano, volte capopiede, e detto poi, ch’era significato di carestia: hor pensate, che avverrebbe hoggi a chi dicesse, che vere carestie, non sognate, siano promosse da’ Magnati Asiatici, non dalle stelle, al sicuro anch’esso sarebbe di carestia punito, perché non magnerebbe pane.
Comunque sia, l’Arte de gl’infamatorij Libelli è giustamente dannata; e molte volte i Prencipi ne puniscono gli Autori, per non dar forza alle passioni de’ maligni in danno dell’innocenza de’ Sudditi.
(71)Augusto medesimo fu il primo, che in progresso di tempo fe’ caso di stato i Cartelli, mosso dalla malignità di Cassio severo, che con essi haveva cavalieri, e Dame di conto infamati.
Molto meno poi devono gli huomini censurar la vita de’ Grandi, o sentir de i medesimi le censure, quantunque malvagi fussero. Marte appresso Luciano sparla di Giove con Mercurio, e Mercurio risponde.(72)Tace neque enim tutum est ista vel tibi dicere, vel audire mihi.
Horatio mostrò molto d’intendere, che i Libelli infamatorij fussero quelli, ch’erano fatti sopra le persone innocenti: ma che nel biasimo delle colpevoli non potesse il nome di Libello haver luogo.
(73)Si quis.
Opprobrijs dignum latraverit integer ipse
Solventur risu tabulæ tu missus abibis.
Ma se ad Horatio dovesse credersi, nasceria questione indissolubile, se a trovar s’havesse chi fusse a torto, e chi a ragione vituperato: anzi che (74)Svetonio nomina Libello famoso quello, che fu scritto contra Domitiano, benché sceleratissimo.
Il dotto Mazzone forma con questi requisiti il Libello(75). Il Libello famoso è una Scrittura, continente il biasimo altrui, fatta, e publicata da huomo maligno, solo per recare, o manifestare, o rinovare l’infamia d’altri. Dice scrittura, che ha luogo di cagion formale, per abbracciare anco la prosa, già che Horatio intese solamente de’ versi. La cagione materiale consiste in quelle parole, continente il biasmo altrui: perché il Libello famoso non ha altro oggetto. La cagione efficiente è dinotata da quella clausula, fatta da un huomo maligno: perché la malignità è sola, & adeguata cagione di queste cose. Il fine si scerne in quella circostanza, per recare, e manifestare, e rinovare l’infamia d’altri: perché il Libello ogni volta che imputa il delitto ad un Innocente, porta infamia; se scopre delitto segreto la manifesta; se parla di delitto, già scoperto la rinova.
Soggiunge anche il Mazzone, che quattro conditioni concorrono ad un Libello famoso. La prima è la Scrittura; perché le detrattioni sono a voce, non ponno haver nome di Libello. La seconda, che il biasmo altrui sia il proprio soggetto della Scrittura; perché quando in essa si trattassero le lode di molti, e tra esse fusse framezata l’infamia d’alcuno, non saria puro libello famoso. La terza è la publicatione; perché non publicandosi il Cartello, non haverebbe l’effetto suo proprio. La quarta è il fine dell’infamia; che però l’Historico, il quale biasma i costumi altrui, per palesare la verità del fatto, non fa Libello famoso; e tanto meno chi scrive delle male operationi d’alcuno, non con arte di disonorarlo; ma di correggerlo, o per altro amichevole fine, che sia differente dal recar infamia. Da queste permesse del Mazzone si deve trarre una necessaria, benché da lui non distinta consequenza, cioè, che per la formatione d’un libello sia un essentiale requisito il nome dell’infamato: quando però l’aperta descrittione del Personaggio, l’individuo singulare dell’infamia, od una provata confessione dello scrittore che non facesse senz’altra glosa discerner chi fusse.
La mancanza del nome dell’infamato toglie il nome di libello al componimento: e benché i Lettori interpreti per cognietture imaginate ve lo adattassero: ciò non basta, a condannarne l’Autore; poiché la Scrittura, se non distingue ella stessa il Personaggio, non può havere il suo necessario fine, ch’è il biasmo demostrativo di quello: e ‘n cotal guisa l’imaginato Scrittore saria così degno d’assolutione, o di scusa, come quel Cacciatore che scoccando all’aria un colpo, venisse con la caduta dello strale a percuotere impensatamente, & in remota parte chi passa.
Parve più ridicola la sentenza di un Italiano Prencipe, il quale ascrivendo a suo biasmo una maledica poesia, composta da un chiaro Ingegno, a puro esercitio di talento, e nella quale non esprimendosi il nome dell’infamato, poteva il predicato vitio applicarsi a molti, fe’ decretar in scritto, che il Poeta, come reo di lesa Maestà, gastigato fusse; ma non andò molto, che si vide affisso contra il Prencipe un Cartello in prosa, in cui contenevasi, che in vigore delle leggi non doveva punirsi il Poeta: ma il Prencipe, com’autore di due Cartelli infamatorij; l’uno contra il Poeta da lui infamato, per Autore di Libello, non essendo, né provandosi tale; l’altro contra sé stesso; perché s’era adossato un delitto, dannato dalle leggi con pena di morte, e di cui non s’era fatta in sua persona mentione alcuna nel Componimento.
Sotto la Tirannide non v’è minutia sicura. I detti, i sogni, le meditationi, i sospetti, son presi in delitto di lesa Maestà, e di Religion offesa. Così doppo i primi anni di Tiberio, e di Nerone avveniva; e quell’infame di Caligola, che pur soffrì una volta il mordace moto d’un Sarto, leggesi, ch’arder facesse un Poeta per puro equivoco.
Supposte le accenate conditioni, questo genere di maledica Poesia, che di libello infamatorio ha nome, è il più dannabile, e di qualunque altro è il più sconcio. Se è noto l’Autore ne ha pena dal Prencipe: s’è oscuro, ne perde l’aura dal publico. Fra due gran contrari contrasta, chi v’attende, tra il prurito del palesarsi, ch’è un impulso d’operante natura, per qualificarsi ne i parti: e tra la politica del tacere, ch’è un necessario effetto di senno, per evitar le pene della legge. Chi vuol vivere, e far professione di veridico, taccia in Asia i biasmi, e le lodi di mentovati Personaggi. Se si biasmano, si corre rischio, se si lodano, si mente.
Ma per venire ad una particolar distintione di quei Satirici componimenti, c’hebbero faccia di Cartelli; né furon tali in sostanza, io n’addurò alcuni, per additarvi così le argutie, cui tessuti sono, com’anche i giuditij di quelli, appresso i quali, o restarono impuniti gl’Autori, come innocenti, od approvate le Scritture come facetie.
Faceto, è più degno di riso, che di pena, reputò in Italia un Componimento.

Contra una attempata, e deforme Dama, laqual per comparir più vaga, soleva ogni mattina impiastrarsi di Rossetto il viso.

La Poesia è tale.

D’adulatori inganni
Lidia tracciando l’orme;
Nel volto suo deforme
Cerca emendar di vecchia etate i danni;
Ma in van l’arte affatica?
Che per vigor d’uno stillato Aprile,
Su la guancia senile
Non trahe d’Helena i fior Hecuba antica?
Con purpurei colori
Sparge finte fiammelle in su le gote;
E crede in noi di non mentiti ardori
Vampe vibrar da le sue frodi ignote?
E se le polpe estinte
D’impallidito labro
Col suo vivo cinabro
L’industre mani ha tinte,
Infra i liquor tenaci
Crede in amor tendere il visco a i baci;
Ma de vani artifici
Son le sue colpe ultrici;
E son sue colpe a l’atra notte uguali,
Ch’accresce più, quanto più cela i mali;
Già de i meriggi suoi spente ha l’offese;
E di porpore accese
Tingersi in darno suole,
Rosseggia il Ciel, quando in Occaso è il Sole.
Queste gravi parole,
Fatto un Peleo ne l’ira,
Cantai l’altr’hier su la Meonia Lira
Quando humor mi saltò
Del ridicolo stil toccar la chiave;
Che malamente può
Condannar leggierezze un verso grave,
Hor sentite in bravar rime più brave.
Una Dama, che d’Aletto
Rassomiglia a la figura,
Quando levasi da letto,
Ha diletto di Pittura,
Ma sì strano è il suo Ritratto,
Che dà spirto a la Natura.
E pur nasconde il naturale affatto:
E con stil pietoso, e ladro
Essa in un tempo è la Pittrice, e ‘l Quadro.
Fra i color non vuol bianchezza,
Perché andria col lordo unita,
Tinta oscura anco disprezza,
Per timor d’esser chiarita,
Sol con ostro il viso accende,
Che Beltà, quando è sparita,
Ne’ brutti avanzi una vergogna estende
Ond’io credo, affermar possa,
Che le vergogne sue, l’han fatta rossa.
Perché forse è fumosetta.
D’una fiamma il viso tinge,
Perché Venere sia detta,
D’un Vulcan foco dipinge,
Ma sovviemmi altra cagione,
Un color di carne finge
Perc’ha la guancia sua magro il boccone,
E in tener maschera tale,
La Quaresima sua fa Carnevale.
Piangeria più d’una fiata
Il tenor di sue brutture;
Ma del pianto la bucata
Scopriria maggior lordure,
In veder suo rosso impiastro
Pensai tosto a le figure,
C’ha di doppio color l’Anglico nastro,
Che in pochissimo intervallo,
Se incarnato è di fuori, è sotto giallo.
Gran vantaggio veramente
Questa Dama in volto porta,
Se le viene un accidente
Non può mai diventar smorta,
E se un giorno a l’improviso
Rimanesse in terra morta,
Haver potria tal Epitaffio al Viso,
Questa Femina è sì fiera,
Ch’a dispetto di Morte ha buona ciera.

Squaccherate risa fecero della narrata Poesia gl’Uditori, e perché di tintura trattavasi, Ticleue così replicò a Momarte. Simili facetie più di riso, che di censura degne spiegai anch’io una volta.

Sopra un Amico, che soleva tingersi di nero la canuta barba, per apparir più giovane.

Uditele vi prego.

Voi su la barba il Tintoretto siete,
Et io sono in correggervi il Correggio.
E con ragion la Corretion vi deggio;
Mentre sul mento una mentita havete.
Voi di pel mascherato esser volete,
Per celarvi da Morte, e fate peggio;
Estinto è il pel, se così nero il veggio,
Sepolto è il pel, se lui coperto havrete.
Sempre ho visto di notte in casa mia
Sopra il carbon le ceneri versate,
Ma no il Carbon, che su la cener sia.
Io vi consiglio, se vi confessate,
Non dite. Padre ho detta la bugia,
Gli altri dicon bugia; ma voi la fate.
Contra Donne di mala fama, ripigliò Momarte, e sopra Amici di lodata confidenza niun motto Satirico deve in grado di Libello interpretarsi, né dannarsi mai. Tale ancora è lo scherzo del seguente Madrigale, nel quale

Un amico rimprovera facetamente all’altro la frequente verbosità delle Lettere, e de’ Carmi, che inviar solevalli.

Tante Prose scrivete, e tanti Carmi,
Ch’emulator di Scipion voi siete;
Perch’ambidue Cartagine struggete,
Con le lettere voi, quegli con l’armi;
E perché questo è poco,
Concluderò, ch’hebbe Cartago il foco,
E la vostra Cartagine l’aspetta,
Quella hebbe Roma C…, la vostra il netta.
Minor caso poi deve farsi di quelle scritture, che per puro scherzo di chi scrisse contra Donnicciole di sospetta fama motteggiamo. Udite alcuni versi inviati già da me.

Ad una Giovanetta di Caria, che adduceva per argomento della sua pudicitia l’Età troppo tenera.

Che questa tua beltà,
Perché nuova rassembra, intata sia,
Bella Giovane mia,
Può esser: ma chi sa?
Che ‘l dubbio mio fia vero,
Con questo essempio il provo:
Una femina è simile al bicchiero,
Che adoprato da molti è sempre nuovo.
Già che ci siamo a simili digressioni introdotti, disse all’hora Egideargo, reciterò anch’io un Componimento, che assai più di quest’ultimo merita annoverarsi tra facetie, benché di censure sia sparso.

Una publica Femina risponde agramente ad uno Astrologo di lei invaghito, che le haveva fatto la Genitura. E dice così.

Ch’io vi stimi in amor, vi pretendete:
Perché dipinto havete
La mia sorte futura
Ne la vostra Astrologica figura:
Ma non posso stimarvi altro, che un matto.
Benché ‘l cervello aguzzo
Haveste de l’Astrologo d’Abruzzo,
Che conoscea tutte le spine al tatto.
Anzi dirò, che in furia
Entrar dovrei, perché mi fate ingiuria
S’egli è vero quel detto,
Che l’huomo savio domina le stelle,
Mentre habbiate concetto,
Ch’io stia soggetta al dominar di quelle,
Secondo il vostro cenno
In capo havrò più la pazzia che ‘l senno.
Voi mi significate,
Che in questo vostro Astrologante ufficio,
Havete fatto il Calcolo, e ‘l Giudicio.
Quando questo affermiate,
Fatta Astrologa anch’io de’ vostri guai
Dirò per quanto il mio cervel penetra,
Che state male assai,
Perché quei, che fan Calcoli, han la pietra.
Circa il Giudicio poi,
Voglio affermar, che ve n’è poco in voi
Voi m’assegnaste in vita
Dodici case: e darvi una mentita
Io potrei per la gola,
Che fu la casa mia sempre una sola.
Fussero Case almeno,
Ma son, vostra mercè, stanze da fieno.
Vi ponete un Leone,
Toro, Capra, Montone,
E le Reggie del Ciel converse in selve
Fatte gli Dei domesticar con belve:
Onde in essempio vostro
Anco molti Signor del secol nostro
D’inalzar certe Bestie hanno i costumi,
Perché con Bestie hoggi hanno hospitio i Numi.
Tutto ‘l dì voi cantate,
Che son quegli occhi miei luce stellate,
Se da stellanti rai
Piovano in noi buone fortune, e felle,
Dove s’intese mai,
Che si dasser venture anco a le stelle?
Mi promette di voi l’Astrologia,
Che in Ascendente ho Giove,
Et io vedo per prove,
Che fareste Ascendente in casa mia,
Ma di Giove il Pianeta
Non par, che in voi si trove,
Mentre in voi per Giovar non è moneta.
Altra robba vi vuole,
Per dirla in Astologiche parole,
Che parlar di Radice, e Direttione,
Se volete d’altrui la Congiuntione
Altro vi vuol, che infedeltà d’Amore
Essere il Can maggiore:
Altro vuol questo fusto,
Ch’un Pianeta combusto
Pongavi pur del Sole mio l’ardore
In Igneo segno il core,
Ne’ desiri di voi, benché infiammati
Sempre il mio cor fia crudo,
Né mai si quadreran vostri quadrati,
Se non havrò d’un Orion lo Scudo:
E in somma, se danar voi non havrete
Da casa mia Retrogrado sarete.
Se verran le monete,
V’amerò, bench’Esopo,
V’accoglierò benché in bruttezza un Mostro,
Quell’Oroscopo vostro
Vi significa sol, che l’Oro io scopo:
Anzi in prova vi mostro
Che ne’ termini errate,
Se in me Trino di Venere trovate:
Perch’in vece di Trino
Vuol la Venere mia sempre il Quattrino.
Se quattrin non mi date,
Prego il Ciel, quanto posso.
C’habbiate un dì mezo Zodiaco adosso.
Prego habbiate nel petto un Sagittario
E ne gli occhi un Aquario.
Che per Donna infedele habbiate un giorno.
Di dentro i Pesci, e fuora il Capricorno
E per fin de’ guadagni
Leone, al fianco, e ‘l Cancro, che vi magni.
Già che si favella di Femine, e di venali, dirò anch’io, disse Rorazalfe, quel che motteggiò una volta un Drudo Poeta.

Contra certa Donnicciuola, che ricercato haveva l’Amante d’una Veste di velluto, e soleva spesso rapirgli qualche Anello, che gli adocchiava in dito.
La mia Femina avara
M’ha consegnato in mano
Un contaggio crudel di robba cara,
Per una Veste di Velluto piano,
Velluto piano? Piano,
S’ella è di me più trista,
Vasta Veste però mai non ha vista:
Una Veste? E di quali?
Se mi lasciò mendico,
E come havrai pensieri
Di voler veste, io le dicea l’altr’ieri,
Mentre tu vivi in peccati mortali?
Non sai, ch’al tempo antico
Sol le Donne da ben eran Vestali?
Ma è poco mal se chiede,
Ch’è nel rubbar più brava,
Quando in mia man qualche Anelletto vede,
Con bel garbo mel cava,
E dice poi, quand’egli è fuori uscito,
Oh vediam, come va dentro il mio dito,
A pena ve l’ha posto,
Che mi risponde tosto,
Va ben l’Anello affè,
Va ben, replico anch’io, ma non per me.
Oh leggiadro motivo,
per correr la Quintana in fogge nuove,
Essa dà ne l’Anello, e non si muove,
Io non do ne l’Anello, e son corrivo.
Perch’è uso de’ famigliari ragionamenti, prese a dir Ticleue, che il discorso d’uno ecciti specie di festevoli materie al Compagno; già che d’un avaro Drudo motteggiò Rorazalfe, vien a me in taglio di riferirvi una faceta descrittione di

Uno liberal Francese, che cento anni fa, invaghitosi delle bellezze di una Romana, spendeva profusamente in essa.

Ma la censura non può haver titolo di Libello; perché il Poeta né vi lacera fama, né vi palesa il nome. Il Sonetto è tale.

Un Cavalier di Francia principale,
Una Moglie posticcia in casa tiene,
E perché in lui l’Original sta bene,
In Corpo Italian copia il suo male.
È liberato, e non ha liber l’ale,
È incatenato, e dona le catene,
Fra la carne del letto, e de le cene
L’oro in borsagli cala, e non gli cale.
Schernisce ogn’un de la sua borsa i falli,
Né si dice altro in Campidoglio, e in Banchi
Se non che sian troppo Piccioni i Galli.
Hor quando sia, che di voler si stanchi
Una Donna da noi gli aurei metalli
Se ne’ gusti d’Amor pagano i Franchi?
Che val, porre in dubbio, disse Stamperme, se le pure facetie, ancorché Satiriche, cagionino diletti, o risentimenti ne gli animi? Voi sapete, quanto ridesse Effeso di quel mio Sonetto.

Contra un Serbino, in cui fu versato da una finestra un vaso di acqua.

Odalo Momarte, a cui forse non sarà ancora pervenuto a notitia, per la sua lunga lontananza da Effeso.

Era una volta un giovane lascivo,
Poltron di cor: ma d’una spada brava,
Riccio il capel come Interrogativo,
E’ mustacci a Parentesi portava.
Sempre a Donne correa, ma non corrivo;
Sempre lascivo, un soldo non lasciava:
Così haveva nel piè l’argento vivo,
Mentre l’argento in borsa agonizava.
Fornicando fiestre un dì sen giva,
Quand’ecco ergendo ad un balcon la fronte
Lavogli il capo un vaso di lisciva.
Disse uno all’hor, che havea l’argutie pronte
Se la beltà di specchio non va priva,
Ecco Narciso ha ritrovato il Fonte.

Qui ridendo con gl’altri, Momarte riattaccò il suo interrotto ragionamento; così ricominciò a dire.
Un antico Poeta motteggia co’ seguenti versi della melensaggine di Claudio, in soffrire gli usurpati dominij della Moglie. E però ridicolo, per dar titolo di Libello ad un Historia di quei tempi, publicata anche da un Tacito.
Al Tempo antico in negotiar di stato
Un cece non valea nessuna Donna,
Hoggi ogn’una ha la fava in Magistrato.
D’Imperante imperito ecco t’indonna
In guisa tal la sua Mogliera vana,
Che la Clamide in lui cangiasi in Gonna.
Apre un Tacito il labro, e cosa strana
Sembra diss’egli a un popolo guerriero
Una Donna imparar classe Romana.
La torta maneggiar vuol de l’impero
Monna Agrippina, e Mastro Claudio intanto,
Non sembra Imperator, ma Pasticciere.
Nel suo fasto rapito è altera tanto,
Che piagne Roma al suo famoso orgoglio,
Com’è proprio da fumo il nascer pianto
Profanato ha in Carrozza il Campidoglio;
E se ‘l morale Anneo non la sconsiglia
Vuol la Natica sua metter nel Soglio
Roma intanto si turba, e maraviglia:
E pur costei d’Imperator Romani
E Madre, e Moglie, e fu Sorella, e Figlia
Hor come mai ponno i maneggi humani
Buon fine haver, se feminil Medea
Hoggi al Capo viril tronche ha le mani?
Come da un sesso tal, Roma dicea,
Nascerà gran saper, se in Poesia
Madre non ha chi del sapere è Dea?
Che un gran principio di Filosofia
Haver possan le Donne, io ben lo scerno
Perché di Filo san, non di Sofia.
Ma chi crede, che sia buona al Governo
Una Femina vana, assai vaneggia,
Non è buona al Governo, è buona al Verno.
Veramente, disse all’hora Ticleue, per lo più le Donne furon sempre alle scienze, & a’ Governi poco atte. In Effeso stesso son così zotiche, che di tutto il libro di Nasone, quale dovria pur piacere ad esse; mentre insegnò i rimedij d’Amore, non sanno altra favola che quella della figlia d’Inaco perché se chiederete loro. Appresso Ovidio chi è Vacca? Tutte vi risponderanno(76). Io.
In Africa, ripigliò Momarte, venne in mente al Prencipe di Fessa, di andar visitando alcune Fortezze nel suo Stato; e perché i Popoli appresero, che la visita fusse più diretta a speranza di carpir tributo da sudditi, che a timore di patir sorprese da’ nemici: un bell’humore lasciò vagar per la Città i seguenti versi, ne’ quali però i Savij della Corte più dannarono il giudicio dei Glosatori, che l’artificio dell’incognito Poeta; poiché oltre il tacervesi il nome, la doppiezza dell’equivoco bastava a difenderlo.
Perché sia forte un seno,
Lo Scolar di Galeno
Suol visitar le debolezze altrui;
Ma son hoggi in costui
L’arte del medicar di varie sorti,
Per far deboli altrui, visita i Forti.

L’Adulatione, che non favella mai a gli huomini, ma alla fortuna d’essi, eresse già ad un Monarca della Morea una Statua di marmo, mentr’egli era ancora vivo. Stupivano i Savij di questo honore; non meno di quel che fecero i Romani(77) nell’erettione, del Tempio sacrato al vivo Nerone, non essendo in uso far pompe divine al Prencipe, se non doppo morte. Aggiugnevasi, che ‘l Governo di quel Monarca sapeva di Tirannico; onde solean dire alcuni con escandescenza, che dovea più tosto lo scalpello infiggere nel suo vivo capo un sol colpo, per darli merito di morto, che percuoterne tanti nel suo simulacro, per darli sembianza di vivo. E perch’era sotto la Statua una Inscrittione d’Encomij sì adulterini, che pareva contener più menzogne, che note, un Poeta non oscuro di colà passando, mormorò alcune poetiche censure, le quali apprese tosto dalla rapace memoria d’un Amico, che seco era, furono da quello immantinente registrate in carta, & alla mia notitia trasmesse; ma non potrei dar loro traccia di Libello, né condannarne l’Autore; perché non fece egli precorrere publicatione di Scrittura, che le sue offensive intentioni esponesse.
Eccovi la poesia di costui.

Oh più de’ Marmi adulation massicce,
Su Cortegiani carmi
Dansi a l’infamie tue glorie posticce.
Per poter dir: c’han faccia tosta i Marmi,
Mille note scolpite
Ti fan d’encomij un complimento horrendo:
Oh menzogne impetrite,
Il complimento in voi comple mentendo,
Non di man, ma di passi
Dovrian le Pietre esercitarti offitio,
E dovresti al servitio
Staffieri haver, non Segretari i Sassi.
Non v’è cosa più della Giustitia nemica, disse qui Rorazalfe, come oprar male, e voler esser commendato per buono. Il desiderio della Gloria, in chi non la merita, è un prurito da infermo ch’è sempre solito d’appetire quel che devono negargli i sani. Non così fece(78) Pescennio Negro, che volendo uno recitarli un Panegirico a sua lode tessuto, così disseli: scrivi, le lodi di Mario, o d’Annibale; accioché imitarli possiamo. Lodare i viventi è beffa, massime Imperatore, da cui si spera, i quali si temono, e ch’errar possono. Io desidero di piacer vivo; ma d’esser lodato morto.
Tiberio, tornò a dire Momarte, che fu un Imperatore di sospeso, e d’irresoluto giudicio, lasciava marcire i Cittadini ne’ Governi, o ne fusse cagione il tedio, d’haver a premutarli, o l’invidia di veder pochi huomini ricchi de i furti delle Provincie. Un oscuro ingegno, spinto da indiscreto zelo, rinfacciò all’Imperatore sotto sigillo di lettera le sue lentezze, e’ pregiuditij che da quelle ne’ Sudditi risultano; ma non hebbe luogo il Componimento fra i Cartelli, perché il Prencipe non ne publicò la missione, e si valse del motivo, quantunque temerario per un giovevole riscuotimento di Natura. I sensi dello Scrittore furono tali.
Tiberio mio, per tante flemme, c’hai,
Merti d’un Nume i Titoli superni;
Che se gli Dei nel Ciel vivono eterni,
Tu eterno ancor non la finisci mai.
Perché largo di mano esser non sai,
Lungo ti mostri in permutar Governi;
Per questo avvien, ch’a i nostri humori interni
Con tante flemme tue bile tu fai.
I tuoi Governator vivon d’inganno,
Fra Venere comprata, e Astrea venduta
O ne ruban la Lana, o Corna danno.
Per la tua Naturaccia irresoluta,
Che non li muta mai, sporchi si fanno,
Sempre fa porcherie, chi non si muta.
Questi, e simili Componimenti, benché di Cartelli, non meritino le condannagioni; non devono meritar né meno il lodevole titolo di Satire, ancorché Satirici siano: nella guisa, che un membro, non deve appellarsi huomo, benché d’humano busto si spicchi. Per dar saggi compiuti di un’Arte sono necessarie le ampiezze. L’arte è come la fiamma, se ha pastura si dilatta. È però anche certo, che la vera Satira non è organizata di tai membri, che l’Autore sappia in qual guisa debba generarli, e distinguerli(79). Partes in Satyrae nullae, quarum legibus ad certum numerum certamve dispositionem deducaris, disse lo Scaligero. Si sa bene, che la Satira è un corpo nelle sue confusioni ordinato: e benché habbia in uso alle volte di svolazzare oltre i suoi Territorij, tornano però sempre al centro i suoi giri; e come dello stile Pindarico avviene, dilattando il campo alle sue prodezze, adita sempre con lo svagamento l’ampiezza delle facultà ingegnose(80). Abrupta omnia, non tamen, non cohaerentia, disse favellando di lei lo Scaligero. In queste parti intricate per la integrità d’un ordine, consiste la difficultà, e la bellezza della Satira. Politiano favellando de’ suoi compositori disse(81), Summa illis inaequalitas, nunc stricti, & castigati, nunc vagi, & effusi.
Due sono gl’Idiomi della Satira, riprendere, e scherzare.
(82)Pallentes radere mores
Docuts, & ingenuo culpa defigere ludo, disse Persio. Richiede però per trattamento di questi due mistieri una pronta esperienza di due stili, grave, e faceto; e chi questi non sa ugualmente, e con felicità maneggiare: non si poggia a far Satire, perché meriterà la sferza di chi sa farle.
Le Satire dell’Aretino, dell’Ariosto, e d’altri Antichi, benché d’huomini per altro ingegnosi, e di grido in quel secolo, non devono a’ moderni servir di nome, per delinearle bene: son lodevoli: come nate a fecondar quei tempi, non come educate a disciplinar i nostri. Chi le difende hoggi, ha l’ingegno così rancido, come quel secolo era. I loro stili son più garruli, che sensati; perché poche vaghezze vi si osservano, c’habbiano forza d’incarnare in noi la cantonata d’un ciglio. Anche il moderno Secolo va producendo tal’hora di queste Anticaglie, ma il commendarle rimettesi a’ partiali del Bernia; il quale in quei tempi insegnò a poetare più ne’ Mercati, che nelle Accademie.
La purità semplice de’ versi non basta a costituire un buon Poeta: e precisamente Satirico.
(83) Non satis est puris versum conscribere verbis.
diceva Horatio; Anzi ch’egli medesimo credeva esser tolto dal numero de’ Maestri Satirici; perché intese di favellar puramente. Conobbe non bastare la purità alle Satire; ma doversi il titolo di gran Poeta in tal genere, a chi valeva etiandio nelle testura di locutioni più sonore.
(84) Primum ego me illorum dederim, quibus esse Poetas.
Exceptam numero; neque enim concludere versum
Dixeris esse satis; neque si quis scribat, uti nos,
Sermoni propiora, putes hinc esse Poetam,
Ingenium, cui sit, cui mens divinior, atque os,
Magna sonaturum, des nominis huius honorem.
Non deve però la Satira sollevare tant’alto con la nobiltà dello stile, che non sappia per lo più studiosamente abbassarsi con la caduta d’una popular facetia. Questa inegualità, che in altri stili puramente morali, ed Heroici è vitio, nel Satirico è conditione di raddoppiata virtù.
La Satira è un gioco di Palla, che inalzata ricade al basso, caduta rimbalza in alto, con questi cangiamenti tien desto l’Uditore, allettandolo con le dolcezze all’intelligenza di più severi ammaestramenti. Horatio, il qual seppe nella Satira più consigliare, che oprare, diè norma di queste differenze, quando disse.
(85) Et sermone opus est, modo tristi, sæpe iocoso.
Deve il Satirico nella riprensione de i vitij far l’ufficio hor di Rettore, hor di Poeta.
(86) Defendente vicem modo Rethoris, atque Poetae:
Interdum urbani parcentis viribus, atque
Extenuantis eas consulto.
Ma però è convenevole, che prevaglia più frequentemente nella poetica piacevolezza, come in lui nativa, che nella severità d’Avvocato, come a lui straniera, oltre che non fa ostacolo al credito d’una veridica riprensione il ridicolo.
(87) ridentem dicere verum,
Quis vetat? Soggiunse Horatio.
Alcuni abozzati Poeti, ne’ quali le dolcezze fanno bile, si persuadono, le facetie d’una Poesia repugnare alle saviezze de i Compositori; come che i parti dell’ingegno richiedano sempre quella seria gravità, che per lo più a’ costumi dell’animo è convenevole, non fanno i melensi, che il far ridere con maraviglia non è ordinaria fattura; ma come insegnò Horatio ne’ Ridicoli.
(88) Est quædam tamen hic quoque virtus.
I Poeti si rassomigliano a’ Pittori, perché questi, come imitatori di Natura, non restringono la loro Arte più nel disegno d’un Prencipe, che d’un Paltoniere, e però quei Poeti, i quali, scrivendo in grave, abborrono in altrui quelle argute facetie, di cui inesperti si palesano, può sanamento dirsi, c’habbiano di quel, che non fanno, cioè del Ridicolo.
I due stili, grave, e faceto in due fogge s’adattano alla satira, o divisi, o congiunti. Diviso il faceto leggesi in Giuvenale in quei versi,
(89) Incipe Calliope, licet hinc considerare non est
Cantandum: res vera agitur, narrate puellæ.
Pierides prosit mihi vos dixisse puellas
Divisa poi con catena il satirico a questi versi una Virgiliana gravità, mentre dice.
(90) Cum iam semianimum laceraret Flavius orbem
Ultimos, & clavo serviret Roma Neroni
Riattacca di nuovo a questi versi una inaspettata, e cadente facetia, dicendo.
(91) Incidit Adriaci spacium admirabile Rhombi
Ante domum Veneris.
Comincia Giuvenale una grave satira di questo tenore.
(92) Quamvis digressu veteris confusus amici
Laudo tamen vacuis, quod sedem figere Cumis
Destinet, atque unum Civem donare Sybilla.
Termina poi la medesima con un faceto sentimento in tal guisa.
(93) Sed iumenta vocant, & sol inclinat, eundum est,
Nam mihi commota, iam dudum multo virga
Innuit.
Congiungesi parimente in una frase medesima il faceto, e ‘l grave, e questa è la più convenenvole, e pratticata maniera della satira, e di Giuvenale precisamente, che più d’ogni altro seppe formarne l’Idea. Qui è necessario sapere, che le gravità satiriche, di cui hoggi pochi possiedono intelligenza, sono differenti affatto dalle Pindariche; e molte ridicole ampolle ammette la nostra satira, che ‘l severo stile de le loro Odi condanna.
Tutt’i versi di Giuvenale son portati per lo più con gioconda amplificatione, e con tutto che riconoscesse egli per grand’Huomo Horatio in quel verso.
(94) Venusina digna Lucerna.
Non volle però imitarlo nelle satire, ma lassò frasi, e norme più di lui esemplari in quel genere.
Vuol esprimere Giuvenale l’attione di uno, che russa fingendo di dormire, e dice.
(95) Vigilanti stertere naso.
Chi dicesse hoggi fuor di satira in granve Vegghianti nari, daroa sul naso al sicuro, non havendo a fare con questo membro, più la vigilia, che il sonno; e pur quivi è vagamente detto.
Vuole descrivere una commotione di collera, in cui si stringono i denti, stridendo; e dice con evidenza d’una grave piacevolezza.
(96)Per lacrymas effundere bilem
Cogaris, pressoque diu stridere molari.
Chiama il Tempio della Dea Iside Ruffiano, perché in esso solevano alcuni traficar adulterj.
(97) Isiacae sacraria Lenae.
Hoggi non saria ammesso nella grave descrittione de’ nostri Tempij sì temerario titolo.
Udite com’egli accoppia il grave, e il ridicolo in questi versi.
(98) Vertigine rectum,
Ambulat, & geminis exsurgit mensa lucernis.
Questa è descrittione satirica d’un imbriaco, che tradotta in frase di pura gravità non suonerebbe così acconcia.
Chi dicesse hoggi in un’Oda, discese in Cielo, sentirebbe da’ Censori metter sossopra il Cielo, e la Terra: e pur in Satira, nella quale i sentimenti sono più ristretti, fu acconciatamente detto da Giuvenale.
(99) Discendere iussit . . . in Celum.
Favellando di Caludio volle dire il Poeta, che trasferito iN Cielo, fusse di nuovo da gli Dei superiori fatto discendere a gl’Inferi. Anche Seneca scherzando satiricamente di esso, disse:(100) Postquam Claudius in Celum descendit.
Disse altrove Giuvenale.
(101) surda nihil gemeret grave buccina.
Non si passerebbe forse da un Pindarico il titolo di sordo ad un Istromento, e pur il satirico chiama sordo chi non sente, e chi non fa sentirsi, altrove ancora disse.
(102) surdo verbere cædit.
Più dura parrebbe la traslatione di Persio, il quale traporta il vocabolo sordo dall’udito all’odorato.
(103) spirent cinamma surdum;
Et Horatio l’adatta al sentimento del gusto.
(104) Exurdant vina palatum.
Qui ancora si strepiteria da Critici.
(105) Algentem rapiat coenatio solem.
Per sole freddo intende Giuvenale una stanza, che habbia il sole di Verno. Chi adattasse questa forma, e le antecedenti ad un verso grave; e le recitasse, poi avverrebbeli quel che d’un Poeta Italiano si racconta, il qual vantavasi d’haver fatto porre in purga un Censore con certa metafora, poiché stomacato quegli in sentirla, si perturbò, e contorse sì fattamente il collo che fu forzato a medicarsene.
Varie, licentiose, & imitabili sono le frasi de’ Poeti Latini satirici; ma però non devonsi traportare altrove, che nelle satire; e non sempre dobbiamo tracciare, come lecite, le arditezze, e valersi delle eccettioni per regole, come alcuni fanno. Dirò solo, che la satira è capace di queste doppiezze ingegnose, con le quali rendendo più malagevole la sua testura, vien anche a meritare(106) dal Casaubono titolo, non di plebeo Poema, ma di carme erudito.
È difficile in questo secolo la riprensione de’ vitij, perch’è in uso l’adularli.
(107) Adulandigens prudentissima laudat Sermonem indocti, faciem deformis amici. Miratur vocem angustam, qua deterius nec ille sonat, quo mordetur gallina marito.
È difficile la satira in questo secolo, in cui la libertà del dire è perduta.
(108) Unde illa priorum
Scribendi quodcumque animo flagrante liberet,
Simplicitas: E la satira, disse lo Scaligero
(109)Est poema liberum, simileque Satiricæ naturae, omnia susque deque habens, modo aliquid dicat.
È più difficile di tutti i generi la satira; perch’ha per fine due cose in un certo modo contrarie, cioè lo sdegnarsi, e ridere; che vuol dire mischiar l’utile delle riprensioni col dolce delle argutie.
(110) Iucunda, & idonea dicere vitæ.
È difficile la satira, perché i vitij, come inserti anche nelle depravate nature de’ Poeti, malagevolmente ponno esser dannati da medesmi in altrui, e per lo più le colpe, che nel nemico si rinfacciano, non si possiedono dall’Avversario, che le acusa. È così penuria d’huomini, che pravi non siano, come di Poeti, che si sdegnino delle pravità humane. Se questi Poeti fussero, sarebbero anche le satire. Chi si sdegna d’un male, se ne duole? Chi se ne duole schiamazza.
Quei tali, che più vagliono a tesser su’ vitij i Panegirici, che le satire, son più Cortegiani, che Poeti; benché Poeti ancora ponno esser quelli, che Cortegiani sono, cioè quei tali, che non essendo huomini da bene, paiono essere.
Essendo doppia l’eloquenza, una oratoria, una poetica, è certo, che difficilmente persuaderebbe , chi reputato fusse cattivo, e malamente saria persuaso un Uditore, che attendesse buon consiglio da colui, in cui è sospetta la fraude. Il satirico deve o parere, od esser mondo del delitto, che danna in altri, perché altrimente i Lettori rideriansi d’esso, come rise (111) Xenocrate, vedendo andar un Ladro al Patibolo: perché imaginò, che i maggiori ladri havessero dannato il minore.
La difficultà della satira si fa maggiore in questo secolo, in cui oltre la cresciuta gravità dello stile, e l’inserimento dell’eruditioni più folte, s’è trovata anche da’ buoni Poeti una più ingegnosa maniera nel Ridicolo, mediante le forme, gli equivoci, ne’ quali gli Antichi della nostra lingua non hebbero, né talento, né lume.
Non esclude la satira le lodi, quantunque di pochi, e parcamente: né perdona talvolta le censure a lo stesso Autore, per farsi lecito l’avventarle in altrui: e la destrezza, che in tai requisiti è necessaria, le sue difficultà aumenta.
Richiede generalmente i sali, che più di qualunque altra cosa fanno risplender le satire, nella guisa, che le Lucerne, se v’è sale dentro, ardon meglio.
Ammette alle volte i Dialoghi, i quali rendono etiandio più difficile la testura satirica per la oppositione de’ sensi; ma non devono in ciò imitarsi gl’antichi, che non facendo distintione d’interlocutori, cagionarono ne’ versi sentimenti confusi.
(112) Ex perturbata ratione personarum, disse Casaubono, in questo peccò più di tutti Horatio.
Ama la satira particolarmente l’Idiotismo; ma vi vuol’Arte in usarlo, (113) Idiotissimum praecipue adamant, rem, quæ inter oratorias, & poeticas virtutes rarò procedit, magnoque indiget temperamento.
Non esclude qualche oscurità, od ambiguità; perch’è naturale una indistinta implicanza in chi ha sdegno, o teme di lacerar apertamente un vitioso. (114) Plerumque obscuri, & implicati, multa ambigue dicunt, & subdole.
Insomma i satirici, conchiuse Politiano, in argomento delle loro elaborate industrie: (115) Reprehendunt, acriter insultant impotenter, vafre cavillantur, austè obrepunt; effluunt lubrice, tergiversantur, illudunt, dissimulant, ardent, versan, suspendunt, feriunt, pungunt, provocant, titillant, stomacantur, attonant ceu fulmine omnia, & concutiunt.
Fra i Latini Satirici più renomati, e letti sono Giuvenale, Horatio, e Persio, tutti come Maestri imitar si possono; ma non in tutto, (116) Che nuoce, dice Cicerone, alla venustà d’Apelle giunger in alcuni luoghi l’audacia di Zeusi, la diligenza di Protogene, l’ingegno di Timante, la gravità di Nicofane? Queste qualità miste, & unite alla novità de i proprij artificij, formano così nel Pittore, come nel Poeta una tal maniera, che non altronde, poiché dalla propria miniera può vantar l’origine. Non sortì mai grido di grand’huomo in quest’Arti, chi non hebbe Arte di fabricarsi la proprietà d’uno stile. È atto servile, non saper mover passi, che su l’impressioni dell’altrui vestigia.
(117) O imitatores servum pecus, ut mihi sæpe.
Bilem, sæpe iocum vestri movere tumultus,
disse Horatio.
Chi si contentasse della sola imitatione non inventerebbe mai, (118) nihil enim crescit sola imitatione, disse Seneca. Nello scrivere si devono seguir le vestigia de’ buoni, ma nella guisa, che fa il Pedante, il quale seguita il discepolo, e pur si dice guidarlo.
Chi è commosso a far Satire da una naturale concitatione d’animo, o libidine d’Arte, pongasi ad imitar i migliori, ma avverta, disse Quintiliano, (119) Ne quod facilius est, deteriora imitetur, ac se abunde similem putet, si vitia maximorum artificum consequatur.
Né tassare, a nome di vitiosi, niuno de’ sopranomati Poeti imitar si deve; e particolarmente Horatio, che non la perdonò a gl’amici stessi.
(120) Omne vafer vitium ridenti Flaccus amico.
Tangit.
disse Persio; e Scaligero lo chiama ingrato, e barbaro; perché (121) non s’astenne dal riprendere etiandio Mecenate sotto nome di Malchino.
In Horatio oltre una pronta acutezza nel colpir tutti i vitij, si può anche imitare la gran felicità nello spiegamento, ma non sempre la sua triviale, e prosaica locutione. Non ha egli mai cosa elevata: ma è occupato sempre intorno a’ precetti più vulgati de’ costumi, (122) Passim in aliena transit castra non tanquam explorator, sed tamquam transfuga, disse Casaubono. Spesso è Stoico, spesso Epicureo, spesso della razza d’Aristofane. Disdice a sé stesso in molti luoghi, e per tutto mostra l’incostanze della sua natura. Accennò di non pretender vanto di Poeta Satirico per la sola purità; ma si lasciò poi trascorrere a credere, che le Satire dovessero scriversi nello stille d’un famigliar Sermone; che però di Sermone diè loro il nome. Ecetto, che quel grande ingegno sapeva altrimente scrivere, come diede a divedere nell’Odi; ma volle nelle Satire esser familiare, o per faticar meno, o perché credesse, che la negligenza nel numero, e nella frase alla sola Satira si convenisse.
(123) Horatius modo pure diceret, nihil pensi habuit, disse lo Scaligero. S’ingannò in questo di lunga mano, e ‘l Vossio più di lui che prese a difenderlo, assegnando più tosto ad esso, che a Giuvenale il Principato della Satira, e pur, (124) Iuvenalis versus, longè meliores, quam Horatiani sententia acriores, phrasis apertior. Sempre fu opera di maggior industria lo scriver sollevato, e turgido, che pedestre, e smunto; né il Satirico, che ha l’ufficio di Maestro, deve, come un Servo fusse, estenuar sempre la dicitura.
Persio può anche imitarsi in qualche tratto di magnifica dittione, e di giuditioso insultamento; ma non deve nella secca maniera del suo fraseggiare e nella eruditione astrusa costituirne esempio. (125) Persij stillus morosus; & ille ineptus, qui cum legi vellet, quae scripsisset, intelligi noluit, quae legerentur, disse lo Scaligero, & altrove, (126) Principio est educendum, ne quod fecit Persius, abstrusam ostentes eruditionem.
Fu amico della brevità, che peccò nell’oscuro: onde il Casaubono, che in questa parte s’ingannò col difenderlo, s’acquistò più il titolo di Reo, che di gloria di Avvocato.
Il Carattere Satirico di Giuvenale è, a credere de’ savij huomini, il più qualidicato, & esemplare di tutti: e come disse lo Scaligero, ferneticarono alcuni, dicendo, che la venustà Satirica in essa sia aspra, e temeraria. (127) Iuvenalis stiles candidus, ac Satyricorum facile Princeps. Imitar non devesi nelle oscenità licentiose; ma nel resto la sua dittione è epica, il suo metro numeroso, i suoi motivi peregrini, i suoi enthimemi forti, e le sue riprensioni dolcemente con la purità Romana congiunte. Egli solo fra i Latini formò l’Idea della Satira. Seguì i precursori, ma calcò sentiero distinto da’ medesimi; e più acconcio a precorrerli. Scrisse ultimo, ma fu il primo nello scriver meglio. E meglio insomma di Horatio poteva dire in quei versi.
(128) Libera per vacuum posui vestigia Princeps.
Non aliena meo pressi pede, qui sibi fidis
Dux, regite examen.
Nella Satira Italiana così avvene. L’Aretino, e l’Ariosto ne aprirono la via; ma non vi passeggiarono bene; l’appianarono, ma non seppero isbarbicarvene l’herbe. Il loro sentiero è fangoso, non lastricato.
Un valent’huomo fu tra’ moderni, che ne compose una, nella cui testura mostrò gran sentimenti, e superò di gran lunga gli Antichi nella nostra lingua: ma, perché a mio credere, poca felicità mostrò ne’ Ridicoli, ch’è si necessaria conditione della Satira, lassò anch’egli, che desiderare in essa, e che aggiungervi.
(129) ridiculum acri
Fortius, & metius magna plerumque secares disse Horatio.
Io sono un di quelli, diceva il più giovane Plinio, che amirano gl’Antichi: non però disprezzo, come alcuni, gl’Ingegni de’ tempi nostri: (130) neque enim lassa, effæta Natura, vi nihil tam laudabile, pariat; è vitio dell’humana malignità, haver sempre in istima gli Antichi, & in fastidio i moderni, e come disse Tacito (131) Dum vetera extolimus recentium in curiosi.
(132) Nihul est inventum, & perfectum, disse Cicerone. La forma della satira Italiana ponderata la imperfettione de gl’Inventori in quest’Arte, può conseguir senza fallo gradi più vantaggiosi de’ passati, in ordine a’ precetti d’Horatio, & a gli esemplari di Giuvenale, non bene sillogizati fin hora da alcuno; e perché questo avanzamento deve per necessità aggiungere difficultà nuove a chi lo intraprende, conchiuderò esser tanto più difficile far una Satira, che ‘l non farla: quanto più malagevole sarà sempre reputato il saper ben favellare, che il tacere.
Qui tacque Momarte, il cui maestrevol Discorso fu con particolar attentione sentito da gli Amici, parendo loro di fondata, e non di dozzinale eruditione ripieno. In tanto Ticleue, ch’era un huomo non meno curioso nell’osservar gli altrui vitij, che scaltramente maledico nel delinearli in Satira accettò, invitato da Stamperme la cura di rispondere in contraditorio a Momarte, quivi con più ragionevole curiosità attendevan tutti di sapere, come più difficile esser potesse, il non fare una Satira, che il farla.

Era la Casa di Stamperme su la via del Corso, per lo quale, essendo in quel dì una festività in Effeso, vedevansi da tutt’i lati trascorrere scioperate, e varie le Turbe. Ticleue a cui parve di poter trarre dalla circostanza del luogo, e delle persone una opportuna materia, per la prova del suo sentimento, alzossi tosto da sedere, prese per la mano Momarte, verso la finestra d’una contigua stanza il condusse. Respondeva la finestra sul Corso, e quel che più vaghezza crescevale, soprastava ad un’ampia piazza, nel cui giro, perché nel mezo d’essa in quell’hora un delitioso Fonte facea rezo, soleva più che altrove gir vagando al fresco il numero più qualificato de’ Patritij, e de’ Cittadini.
Quivi giunti, col resto della Brigata i due Competitori, Ticleue di primo tratto con un testo di Giuvenale la sua sentenza decidendo, con assoluto coraggio così a favellar s’introdusse,
Amico.
Difficilem est Satyram non scribere, nam quis iniquæ.
Tam patiens urbis; tam ferreus, ut teneat se?
Momarte, venuto poc’anzi d’Europa, non s’era ancor fatto conoscitore de gl’Effesij costumi: onde fra le curiose dimostrationi di Ticleue, e le confuse maraviglie di lui s’udì tra loro in Dialogo un Satirico Sermone di tal tenore.

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§ §
§

IL CORSO
SATIRA.

Fra Ticleue, e Momarte.

Ticleue.

Mida ha d’Asin l’orecchie, e da qual pianta
Spuntò la nuova? da una canna, hor come
Potrà Bocca tacer, se Canna canta?
Non può tacere il Tosator di chiome
Questo Gener d’orecchie, onde sotterra
Ne pianta il Verbo, e poi ne spunta il Nome.
Ogni colpa mortal, che in noi si serra,
Qual Radice da suol, spunta i germogli;
È una pianta il Peccato, e noi siam terra.
Per publicar gli stupratori orgogli
Di Tereo infame, a muta Filomena,
È pena un Ago, e son le tele i fogli.
Io mi sento morir, crepar di pena,
Se col franco parlar non si disgrava
De le colpe non mie l’Alma ripiena.
Qui la mia libertà può far da brava,
Se colà sbraveggiar suole il Decoro,
Qui può farsi un Capello, e là si cava,
Qui poss’io mormorar: che se nel Foro
Voglio tal’hor cantar d’Orlando ai vivi,
Per man di Ferraù piango, e mi moro.
Io non son huom da mormorar de i Divi
Che non fer la finestra al petto humano
Per qui mirar gl’ingannator motivi.
Né men vo mormorar, c’habbiamo in vano
Dato a Mariti rei Corneo cimiero;
Mentre toccar nol possono con mano.
Sento nel seno mio moto più fiero,
Giudica tu se con ragione io possa
Mandar sequestri al libero pensiero.
Se per fetide colpe havrai commossa
La mente incolpa i Rei; mentre a la Rima
Fra le turbe del Corso io do la mossa.

Momarte.

Bocca, e Boccal son di contraria stima;
Che nel boccal sempre la feccia affonda
E nel dir mal sempre la feccia è prima.
Ma qual copia d’humori alza, & inonda
Su ‘l labro tuo le biliose spume:
E ti nega il frenar l’impeto a l’onda?

Ticleue.

Fissa colà su quel Palazzo il lume,
Se vuoi saper, come in un Trono s’erga
D’ambitiosa Avaritia un cieco Nume.
Stanze là son, dove il Padrone alberga,
Ch’in faccia a l’Austro, e d’Aquilone i fiati
A schernite stagion voltan le terga.
Vanne là giù d’imo Cortile a i lati;
E vedrai da Lisippo, e da Mirone
Con man Deucalionea Sassi humanati
Monta, e vedrai, come di Coa fintione
L’ampia sua Galleria dipinta fue,
Come a Colone Idee scorga il Balcone
Vuoi saper quel che sian le mura sue?
(O di fasto mondan meriti bassi!)
Tempio d’Egitto, ove s’adora un Bue:
Fastosi là muove un Tiranno i passi;
E perché il vanto suo s’erga più forte,
L’aborre in Carte, e lo sublima in Sassi
L’arme sua col suo Nome ha su le porte;
Quasi corra l’oblio l’Arme sian’armi:
E ‘l suo nome scolpito un nome porte.

Momarte.

Oh pazzo da baston, furbo da carmi,
Non famose fumose alzò le mura:
Stupidi son, non fan stupire i marmi.
Muoiono ancor le moli, una fessura
Segna linee a la tema, e cagion tosto
Cadavero a sé stesso, e sepoltura.

Ticleue.

Là del commercio human sempre discosto,
Forse perc’ha salvatica la faccia,
Per peccar più sicur, l’empio è nascosto.
Esce tal’hor, quando i Merlotti traccia:
E al suo odor de l’uccellate colpe
Vuol in lochi di Monti andar a caccia.
Ma, perché suol da facultose polpe
Levar penne maestre a’ suoi Vassalli,
Più che di Cacciator, cera ha di Volpe
S’altri ha morti sul Banco i suoi metalli,
Gli crea querele, e pur che paghi il reo
Pene a la Cassa, egli li cassa i falli.
Ha quest’huomo un figliol, ch’occhio ha Linceo
Nel far guadagni, è imitator del Padre
Non la cede in usure a Merdocheo.
Son concerti fra lor d’Arti leggiadre,
L’uno i Ricchi animò, l’altro gli afflisse
Un piglia i doni, & un le mani ha ladre.
Come di Sesto, e Cesare si scrisse,
L’uno non disse mai, quello che fece,
L’altro non fece mai quello che disse.
L’uno i Decreti autentici disfece,
L’altro ha leggi innovate, e condannando
Borsa troncar serve di Boia in vece.
Nutron ambi il delitto, e li dan bando;
E ogn’un di lor, quasi Hortolan congiunti
Spende in piantar, per guadagnar troncando.

Momarte.

Dunque nascon fra noi vitij defunti?
E sarà ver, che in questa Età si scerna
Ch’un Neron sotterrato i germi spunti?

Ticleue.

Oh pian; v’è peggio in quest’Età moderna
Per trovar un sol Huom netto di mano.
Altro vi vuol, che Cinica Lanterna.
S’a custodir ogni Porton Thebano,
Star vi dovesse un Galant’huomo assiso
Quante porte starian senza Guardiano!
Quell’Uscio là, dov’è un Editto affiso,
L’inferno è de’ Clienti: e a petto a questo
L’inferno de’ Poeti è
Ivi il petto d’Astrea forma in Digesto,
Crudità di sentenze, e chi condanna
Versa leggi di testa, e non di testo.
Dove inclina il Padron, destra Tiranna,
Decisioni trabocca: e in consequena
Senza i voti di Pluto Eaco non danna.
Più forza di Verona ivi ha Piacenza,
Publica Verità mai non minaccia,
Un privato Piacer cita a sentenza.
La Carrozza, e ‘l Giurista han varia faccia
Vuol Carrozza un ontion, perché stia cheta,
Vuol Giurista un ontion, perché non taccia.
Colà s’unta è la man, tosto decreta
Le Ragioni la Lingua: e tosto arretra
Il corso de’ Processi una moneta.
Colà Sisifo segue un cor di pietra,
Aggirato da rota è un Isione,
Tocca Tantalo il giusto, e non l’impetra.
Che ti par d’esto Inferno? In quel Portone
Veggio appunto un di quei ch’in Tribunale
Con bilancia d’Astrea pesa il doblone.

Momarte.

Ohimè, nausea mi vien, mi si fa male,
Mi sento Tribular tutte le vene,
Solo al pensier d’un Tribunal Venale.

Ticleue.

Così va il mondo, e così si mantiene,
Se s’inghiotte un Boccon, buon ha sapore,
Se s’inghiotte un Riccone, huomo è da bene.

Momarte.

Lassa pur inghiottir. Dice un Scrittore
Che rade volte un Medico ben vive,
Che rade volte un Giudice ben more.

Ticleue.

Ma non terminan qui nostre invettive,
Vedi quel Cocchio? ivi è un Signor cortese,
Cui del Corpo Regal l’ombra s’ascrive.
Perch’anch’ei ne l’arar regole apprese
Dal bue maggior, chieder le gratie a lui,
È un tentar sacrilegij, un crimen læse.
Meglio sarebbe far come colui,
Che a le Statue tal’hor gratie chiedea
Per più soffrir le negative altrui.
Damigelle adobbate eran d’Astrea
Le Gratie un tempo, hoggi son nude tanto.
Che per veste comprar vanno in Giudea.
Fra quei due, che ragionano in quel canto
Se voi gustar, mira colui che in faccia
Sembra un Tersite, & un Isiaco al manto.
Quegli è un Sinon d’inganni, accorto taccia,
Questo, e quello al Padrone, e Relatore
Da miniera di colpe argenti caccia.
Ne la Corte è costui riggiratore,
In far vendere officij, è un Cortegiano,
Che per vita buscar, vende ogni honore
Apre bocca a colui, che gli unta mano,
Tratta, trotta, trattiene, e in far contratto
D’ongi gratia venal fassi il Ruffiano.

Momarte.

E non si scuote ancor lo stupefatto
Giove marmoreo? E a sì patente inditio
Non alza un braccio, e non islancia un Batto?

Ticleue.

Quel poi, ch’è seco, ha de l’ingrati il vitio,
Io l’ho fatt’huomo, & ei vuol esser bestia,
Perché tira de’ calci al benefitio.
Prese le norme mie con gran modestia:
Gettò l’obligo poi, come pesante,
Il peso d’una gratia hoggi è molestia.
Mostra in gran quantità fasto arrogante:
Né sa il meschin, ch’altera testa è vana,
Spiga eretta di fusto è vaneggiante.
Vedi là quella Cricca Corteggiana,
Che pallonando va ciarle in partita?
Parlan quei di Taverna, o di Puttana
Passan color fra ruginosa vita
Senza splendor natio giorni vitiosi:
Che ‘l nulla oprar sempre a mal’opre invita.
Mai non fecer cammino, e son fumosi,
Hanno un po’ di latin: ma son vulgari
Dan di naso a la gente, e son merdosi.
Han poche Compagnie, molti Avversari
Molte poltronerie, poche bravate,
Molte squarcionerie, pochi denari.
Son gente da due faccie, e son sfacciate,
Zerbini al volto, e Ganimedi al…
Portan labro spion, teste incornate.
Ma già che aceto in mescolanze aspergo
Spruzziam colà quel Gabbadeo Volpino.
Ch’esce hora fuor da quel dipinto albergo.
Mira come sen va grave in camino:
È de l’Hippocrisia quegli il modello:
Negro è di pelo, e furbo in chermosino.
Ne la scena del mondo il suo cervello
Fa il Personaggio de l’huomo da bene
E così natural, che sembra quello.
Ma Comedia Vital varie ha le Scene,
In palco ogn’atto suo sempr’è sagace:
In Casa poi son le sue Scene oscene.
Sembra il Dio del Silentio un huom di Pace,
Guardati, Amico mio, da l’acqua cheta.
Sempre fu verminosa acqua che tace.
Con quell’humile faccia, e mansueta,
Non sembra un Agno? E con quelli occhi bassi
Non par, che cerchi in via qualche moneta?
Dove credi, che mova i lenti passi?
A la visita andrà d’un moribondo:
Ma per tentar, ch’eredità gli lassi.
Qui sì, che fa da un Orator facondo,
Sempre mette d’avanti i ben del Cielo,
Sempre di dietro i gusti d’esto Mondo.
Ma s’a l’Imagin sua levasi il velo,
S’a la Cifra del cor s’apre il segreto,
De gl’interessi suoi maschera è il zelo
Il Tempio profanar teme col peto,
E dà sul naso poi tanto a la gente,
Che non bastano incensi a trarne fieto.
Pur che in Ciel Palatino Astro eminente
L’inalzasse a goder sorte tranquilla,
L’infamie prenderia per Ascendente.
Non cura in mar di Corte urti di Scilla
Soffre, simula, inganna: e in conclusione
Manto ha di Curia, e fodere di Silla.

Momarte.

M’arde il fegato sì, m’ansa il polmone
Per rabbia tal, che s’altri colpi tiri,
La vitrea bile mia frango in balcone.

Ticleue.

In quel Carro dorato io vo, che miri,
Se vuoi, che ‘l cor nel suo rabbioso duolo
Per diffetti minor manco s’adiri.
Siede colà certo patritio stuolo
Il qual somiglia un nuovo Libro impresso
Ch’altro non ha di buon, che ‘l Titol solo.
Tutti son Cavalier; ma ti confesso,
Che tutti han del Tosone: anzi ti dico,
Che del sangue l’honor, sangue è di Nesso
Quando parlano altrui, sempre un antico
Fregio di Nobiltà dando a Casate,
Vanton sangue Cecropio, o quel di Pico,
Pretendino man dritte, e sberettate,
Perc’hebber gli Avi lor pompe latine,
E qual Asin Cumano alzan ragghiate
I pregi lor son come quercie alpine,
Che pur hebber da Giove alte honoranze,
Ma sono i frutti poi ghiande porcine.
Non san parlar di praticate usanze,
Non ha l’ingegno lor letterature,
Non han senno, valor, non han creanze.

Momarte.

E non sanno le sconce Creature,
Ch’al Privilegio de la Nobiltade
Sempre i costumi rei fan cassature?
A Nobiltà senza Valore accade,
Quel che sempre accader suol a la vite,
Che s’Olmo non la regge a terra cade.
Negar già non poss’io, che riverite
Com’Idoli, non sian patritie genti,
Ma son gl’Idoli poi pietre stordite.
Chi è più nobil de’ Numi? E pur tu menti,
Nason, gli honor del sangue lor divino
Perch’hanno i numi tuoi furbi i talenti.
Cavalier senza garbo è contadino,
Senza valor Cavallo, ancorché nato
Sia da Thessala razza, e Vetturino.
Nel Patritio ch’è infame, è terminato
L’honor del sangue: e per contrario poi
Nel plebeo c’ha virtudi è incominciato.
E qual è quel melenso hoggi fra noi,
Che più non prezzi un Seneca Pedante
Che ‘l sangue di Nerone, e i fasti suoi?
E qual’hoggi è Colui, che trar si vante
Le paterne Virtù da i semi a i Rami?
Virtù vien da colture, e non da piante.
Non diviser le Parche i nostri stami,
Fu invention de i Potenti, accioché ‘n essi
Sian de gli error le Nobiltà velami.
Di materia distinta i corpi, e i sessi
Non fè Prometheo, anzi, che i limi suoi
Furon per Piatti, e cantari gli stessi.

Ticleue.

E pur questi son Idoli fra noi,
Mentre su i Cieli lor s’alzano a volo
Le Flore idolatrate, e gli Antinoi.
Vedi quei due, c’han l’habito di duolo?
Son due Lerne di mal, son due Cloache
Chi contento è qua giù d’un fallo solo?
L’uno ha le casse d’or sempre imbriache,
Ma non vomitan mai, l’altro ha talento,
Che la Moglie per lui porti le braghe.
L’uno è sottile in cumular argento:
Ma in tutto ‘l resto è il suo cervello ottuso
Sol fra conti, e contanti ha cor contento.
E sì ostinato in lui sembra l’abuso,
Che negli aperti, e leciti contratti
Non ha mai l’ Usurar raro il mal uso.
Vende honor, chiede pegni, e rompe patti,
Né prezzo di Virtù vanta da Stelle,
Che da costumi hebrei l’Alma riscatti
L’altro, ch’è seco, e le fattezze ha belle,
Ha deformi così l’opre, e i consigli:
C’ha macchie in cor, più che la Tigre in pelle:
Provido è più nel regalar scompigli,
Di Casa sua, ch’in educar chi nasce,
Coltiva i campi, e non dirozza i Figli:
Per un filo di Ragno entra in ambasce,
Brama, osserva, comanda, è un Argo in tutto
Ma in Ciclopica vita i figli pasce.
Se di sterco canin l’atrio sta brutto,
Strepita a i servi, e gode con la moglie,
Ch’i paterni puzzor spiri il suo putto.
Nessuno ha di Spurina oggi le voglie,
Che in sé vibrò, per flagellar de’ mali
L’innocente cagion, fregio di doglie.

Momarte.

A l’aperto vagar di Vitij tali
Mal può la lingua mia star a le mosse
Forz’è ch’in Corso anche i suoi fiati esali.

Ticleue.

Se puoi sentir, né sentirai più grosse,
Vedi colui, che scuote la sua testa,
Ch’io non so se stranuta, o pur se tosse?
La lettra di Pithagora s’inesta
Su ‘l capo suo, ma per parlar più chiaro,
Per donneschi lavor l’huomo fa festa.
E s’ancor non m’intendi, io mi dichiaro,
Molto ricco è Colui, la cui Mogliera
In Corno d’Amalthea sempr’ha denari
D’Astolfo il Corno al par del suo non era
Le turbe quei col mormorio cornuto
Fugava il dì, questi le chiama a sera.
Oh, gran Cippo, ove sei? tu che veduto
Nascer sul capo tuo Corno innocente,
Del gran Trono Roman festi il rifiuto.
Vieni, e vedrai nel secolo presente,
Da vergogna ad honor farsi un trapasso
Vedrai Cippi di testa, e non di mente.
Ma mi stupia, ch’anco non gisse a spasso
Fra tanti humor qualche ingrassata Idea
Mentre a gli humor sempre soprasta il grasso.
Vedi là quel Signor, la cui Livrea
Ha un musaico di trine? Hor quei rassembra
Un de’ Laidi, che amar Laide Ephirea
Perde honor, scema robba, ammorba membra
In farsi corteggiar da Corteggiane;
E ne’ commodi lor commodo sembra.
Sforzeria le Lucretie, e le Diane?
E per carne pagar di Concubine
A la Famiglia sua litigia il pane.
Ladro il direi di Vergini Latine;
Ma non veggio fra noi Donna che imiti
In caste ritrosie l’Alme Sabine.
Non voglion mai le nostre Donne inviti,
Violenze desian per iscusare
Con l’altrui forza i lubrici appetiti.
In somma il Reo crede su l’onde amare
Far de la vita sua dolce tragitto;
Né sa, ch’al fin porta un amare a mare
Pesca tal’hor, ma non gli giova al vitto,
Che, se ne’ mari altrui frigge chi pesca,
nel mar d’Amor l’huomo che pesca è fritto.

Momarte.

Forz’è pur, che la furia al labro m’esca,
Pazzo Garzon, se da sembianza maga
Accesa è l’alma tua, va che sta fresca.
Lussuria è un dolce mal, che i sensi appaga
Ma per colpa di lumi accieca gente;
E con arte Circea l’anime ammaga.
E d’un cor lagrimoso Arpia ridente,
Ch’entro un negotio reo l’otio fa domo:
Che da’ cardini suoi svelle una mente.

Ticleue.

Concludi hor tu, chi non faria da Momo,
Mentre s’apre al riverso hoggi il macello
Mentre Vacca d’amor scortica un huomo?
Ma il gran fetor de l’amoroso avello
Non cessa qui. Vide colui, che spalle
Volta a l’uscio del Tempio? osserva quello
Col ferro d’un man Mario o Aniballe
Non vanno mai per bellicose rotte
Tanti uccisi squadroni, alme Vassalle.
Quanti suole ogni dì l’Heroe da notte
Con la paga vantar d’un’eloquenza
Ciparissi abbrancati, Hersi corrotte.
Sol per gusto di dire ha compiacenza
Di far peccati. Hoggi a la turba oscena
È gusto il confessar, non penitenza.
Come fusse d’Egisto, o Polissena
Un soggetto ingegnoso, ogn’opra pazza
Su le complici labra hoggi ha la scena.
Il pretesto de l’Uso hoggi è corazza,
Contra i colpi del biasmo, e trionfanti
Suonan Tromba le colpe in su la Piazza.
Come Scrittor, ch’a i suoi notturni canti
Tesse luce d’honor, tesse il carnale
A i notturni disnor luce di vanti.
Onde a pensarvi ben, dubbio m’assale:
Se lingua in piazze, o pur se mano in celle
A scoprir le vergogne hoggi più vale.
Quali in Meroe d’Egitto appaion belle
Certe femine sconce, a cui Natura
Più grande del bambin feo le mammelle,
Tal per esser comun, l’opera impura
Non rassembra deforme, e perch’è uguale
La quantità le differenze oscura.
Ma non termina qui gloria di male,
Mira colà, se vuoi saper qual vanto
Da membrana d’Honor tragga un mortale
Vedi quel Carro? hor vuoi conoscer, quanto
Il mal habito altrui meriti foco?
Mira colui, ch’è Melibeo di manto.
Tutto il cervello suo lercia in quel gioco,
Che far Giulio solea con Nicomede:
Perché il vitio d’Orfeo gli parve poco.
Per le Camere sue, sai che si vede?
Un Giacinto non fior, ma deflorato,
Ratto no, ma rapace un Ganimede.
Reputa in vita sua meno honorato
Soprastar con decoro a stuol di Corte,
Che …
E pur costui, che ne l’età più forte
Fassi de i servi suoi curvo a i comandi
Fa de’ comandi suoi serva una sorte.
De la legge Scatinia i vecchi bandi
Non osserva il Signor, perc’ha dismesso
Il Tribunal de la Vergogna i Grandi.
Né potrian le Vergogne il suo processo
Giusto formar; mentre si sa ch’Amore
Corrotte ha già le sue Vergogne in esso.

Momarte.

Tanto a le nari mie cresce il puzzore,
Tanta nel petto mio bile s’ingrossa,
Quanto il lercio Signor grado ha maggiore.
Stilla d’olio caduto in veste rossa
Di Ebalio sangue, e più deforme assai,
Che su rozzo Gabban macchia più grossa.
Questi signor, di cui parlato m’hai,
Son sepolchri, che fuor hanno ornamento
E aperti poi turbano il naso, e i rai.
Amico, hai vinto. A l’anima è un tormento
Se le colpe non sue la lingua tace;
Ma se vuoto sei tu, pieno io mi sento.
Tanto in morder altrui sarò loquace,
Quanto in tacer fui dolce, anco un aceto
Quanto il vin fu più dolce, è più mordace
Già che i Giudici rei non fan decreto
Contra le colpe, in famigliari editti
Del publico fallir s’apra il segreto.
Troppo chiari in peccar fansi i profitti,
Copre l’infamia altrui veste honoranda,
E son mode de l’Alma hoggi i delitti.
Perché mena il Padron vita esecranda,
Ne’ Tributarij suoi non la coregge,
Chi non vieta il peccar, sempre il comanda.
Reggon d’Asia i Monarchi un fren di Legge
Ma sinistre son poi le lor maniere,
Perché in sinistra man freno si regge.
Dunque, Amico, è difficile il tacere.
Quando il peccato altrui l’alme commove
Chi può tacer, s’anco fra nubi Arciere
In mezo a’ tuoni suoi mormora un Giove?

Qui terminarono i colpi della faretra Satirica di Ticleue, il cui irreparabile impeto posto in bilancia con l’arciere accortezze, da Momarte insegnate, diè materia a Stamperme di conchiudere, che non minor peso portava seco la difficoltà del fare una Satira, che del non farla: ma perché il ben mormorare è dato a pochi, come opera di maestrevol Arte, e ‘l mormorare, ancorché male, è uso di molti, come impulso di risentita Natura, alla vista di alcun’altri passaggieri delitti, i quali benché in transitto paressero a’ riguardanti, non erano però moribondi, impatienti di silentio a gli Amici stuzzicarono tutti alle Satiriche detrationi i carmi, e le prose. Fra i maledici Periodi si formò da tutti una lodevole parentesi in encomio di alcuni Europei personaggi, ne’ quali la Toga e ‘l Sago erano all’hora della Virtù argomento, e mercede, ma poi Stamperme stomacato anch’esso alla ponderatione di quei Grandi Asiatici, in cui facevano macchia i vitij d’un illustrato sangue, proruppe furiosamente in quel verso di Giuvenale.
(133) Ad scelus, atque nefas quodcumque est purpura ducis.
Soggiunse poi, che i medesimi potevano degnamente rassomigliarsi a quei libri di Luciano, (134) quorum aurei quidem umblici, verum intus, aut Thyestes est, liberos in convivio comedens, aut Oedipus matris maritus, aut Tereus cum duabus pariter sororibus rem habens.
Intanto Egideargo, come Cavaliero d’ingenua, e di gioconda Natura, vedendo passar per la via un GOLOSO Parasito di quei tempi, che pareva far esercitio, o per evacuare le ripienezze de’ cibi, o per cercar manicaretti da riempirsene; Additatolo a gli Amici, così sogghignando il descrisse.

Una Curtia Voragine è colui,
Quando incontra una mensa, e ‘l dente v’urta
Benché la sua voragine non Curta
Vuol altro affè, ch’un Animale, o dui,
Spende tutta in magnar la sua moneta;
E in Vivande ingegnose ha gran misterio,
Un pranso non daria per un Imperio,
Perché sa, ch’Imperio ha la Dieta.
Se in mensa havrà tutto un Pollaio arrosto,
Dicasi pur Duca d’Ossona il Gatto,
Ogni Boccon, che capita nel piatto
Ne la Boccona sua s’appiatta tosto.
Non frange mai ne la posata il pane,
Perché tutto s’affanna a franger carne,
Onde i Guanti vuol far di Frangicarne,
S’altri Guanti trovò di Frangipane.
E perché l’invention vuol ricompensa,
Che sarà Cavalier, corre una voce,
Io per la parte mia gli fo la Croce,
Perché prova ogni Quarto a la sua Mensa.
Rorazalfe, che per sobrietà di natura, e per ragion di praticata speculativa, era fra i Compagni ne’ trabochevoli sregolamenti d’una mensa il più continente, e guardingo, si risentì in guisa della descritta voracità del Passaggiero Guathone, che non potè contenersi di non esagerare anch’esso alcuni fregmenti Satirici, contro la Gola, di questo tenore.

Di ben poche bifolche un verde suolo
Satolla un Tauro, e l’esca sua dispensa
A squadron d’Elefanti un Bosco solo.
Del corpo human sol la vorago immensa
Divorati ha i voraci, a lui sol piacque
Spopular gli Elementi in una mensa.
Stuol, ch’in monti correa, per mensa giacque.
Questa ammutir fè i musici de l’aria,
Cantar ne l’olio i mutoli de l’acque.
Schivo l’ingordo homai d’esca ordinaria,
Fai boccon peregrin peregrinare:
E in vivande penate i gusti varia
Chiama l’esche plebee, se non son rare:
Anzi prodigo d’or mostra che quelle
S’accostan care al sen, che costan care.
Hoggi han vile sapor, tinche, e sardelle,
E a le medesme hoggi negato, e quasi
Tutto l’honor d’Epicuree padelle,
Sono i son de le frondi homai rimasi
Senza i Cantor penuti; e ‘n tempo corto
S’è spogliata d’Augel l’onda di Phasi.
De la Dorica ancona il curvo porto.
In ventre Italian l’ostriche vota,
Perché di fame in lui nasca un aborto:
Fin da l’onda nativa a l’onda ignota
Peregrin prigioniero il Pesce passa;
E in Assil di Peschiere a morte nuota.
Qui si fa del Ghiotton grave a la nassa:
Qui divien esca ad ingrassar mortali:
Qui fra l’esche mortifere s’ingrassa.
E se mai naufragr sibili Australi
La squamosa Vivanda in gonfi mari,
Nel vivaio d’un porto ella ha i natali.
A gli Apicij ghiottoni alzin gli Altari
Sibaritiche mense, e in Siracusa
A i Parasiti sol sito si pari.
Spenda in conviti pur borsa profusa
L’Egittia Dea, sfoggi in banchetti Elisa,
Che ‘l vagante Amator tolse a Creusa.
Non sian le mense a noi laute in tal guisa:
Più liete sì, perché tal hor la Vita
Per non parco boccon Parca recisa,
Quel che vol far la Digestion compita,
Alimenti con Legge al Corpo dia:
Già che la Legge è col Digesto unita.
Sapete voi quel che la Gola sia?
È un lago, udir ne desiate il come?
La sillaba seconda innanzi stia.
E vedrem, ch’una Gola è un Lago al nome.
Eran già le lingue alla maldicenza avviate, né poteva contenersene alcuna; quand’ecco traversando il Corso fra gli altri un Historico di quei tempi, che nel descriver le guerre d’Asia, dicevasi esser Pittore più di maniera, che del naturale, diè materie a Stamperme di motteggiar CONTRA GL’HISTORICI DELL’IONIA i seguenti motivi.
Gl’Ingegno dell’Ionia, Amici, niente meno de gli Animi son degni hoggi delle nostre Satiriche detrattioni. Hor che diremo delle moderne Historie, e di quelle in particolare, che va stampacciando quel tale, da voi poc’anzi additatomi; volumi delle sue tralunate Verità son libri di Ovidiane Metamorfosi, in cui non altro di vero, che la certezza dell’esser favolosi. E come mai può diri gloriosa quest’Arte del nostro secolo, se l’Historia ch’esser deve uno specchio, atto a render gli oggetti, come li riceve, è forzata hoggi a diventar Occhiale da ingrossarli? E che vanto si può mai trarre da un mestiero nel quale chi esser deve veritiero per necessità, si fa bugiardo per politica?
Il genio di commendare l’attion d’un pravo Principe, o perché s’ama, o perché se ne teme, è indispositione inseparabile da chi scrive hoggi, a un alterante della Historica natura. Meglio sarebbe narrare a’ nostri l’Historia del Prete Ianni, quantunque di sue sceleraggini colma; mentr’è certo, esser quel Principe remotissimo da ogni intendimento. Se le narrate pravità de’ potenti son vere, piagne chi le scrive; e se le scritte virtù de’ medesimi son false, ride chi le legge. (135) Nerone recitò le lodi di Claudio in un’Oratione fatta da Seneca; e ‘l Senato in sentir lodarlo di prudenza, e di saviezza, non si poté contener le risa.
I lumi dell’Historia, che per lo più è di belliche relationi guernita, son questi veder oprare, e sapere ben scrivere, al primo acquisto fa guida la Fortuna, al secondo l’Ingegno. Hor chi è colui, che vanti da un Mercurio due beneficij in un tempo, ali, per giungere a notitia di Nuncio, & eloquenza, per distendere una verità d’Historico? (136) Polibio, o si trovò presente alle maggiori Guerre che scrisse, o seppe il vero da chi v’intervenne: e questo lume pur basterebbe quando il riflesso fusse di Sole, non di Luna; ma hoggi o nelle infingardaggini d’una Cittadina Pace si dipingono le Guerre, o lo Scrittore va mendicando l’elemosina d’una notitia da chi pensa haver merito nelle sue carte, benché sta certo di non poter estrarne altro, che un tozzo muffo, non bastevole a satiare in esso il vacuo d’una curiosità affamata.
L’altro lume è saper scrivere; e questo è quasi più importante dell’haver veduto, per avventurarsi alla Gloria; ma come possono hoggi accreditarsi