Antonio Gramsci – Gestione capitalistica e gestione operaia

La Perseveranza e alcuni altri giornali notoriamente legati agli interessi dell’affarismo bancario-industriale italiano, hanno cercato di rispondere ai rilievi da noi fatti sulle cause che hanno determinato le due clamorose sconfitte subite dalla Fiat al circuito di Brescia. Gli scrittori di questi giornali probabilmente non hanno mai visto un’officina moderna; certamente essi ignorano cosa sia lo spirito industriale; indubbiamente essi sono in malafede, e hanno il partito preso (e pagato) di insorgere in difesa dei proprietari per qualsiasi contesa e di trovare che tutte le responsabilità dei mali che affliggono la produzione italiana ricada sulla classe operaia, sul bolscevismo, sui Consigli di fabbrica. Le parole sono parole, le affermazioni sono affermazioni; diano un’occhiata alle cifre, questi egregi signori, preghino gli industriali di pubblicare i dati di produzione che si riferiscono a questi periodi, caratteristici della attività industriale dei metallurgici torinesi: 1) dallo sciopero dell’aprile 1920 alla occupazione delle fabbriche; 2) occupazione delle fabbriche; 3) dall’occupazione delle fabbriche alla serrata dell’aprile 1921; 4) dalla riapertura, col licenziamento dei Consigli di fabbrica e dei gruppi comunisti, al circuito di Brescia.
Nel periodo di occupazione e di gestione operaia diretta, quantunque la maggioranza dei tecnici e degli amministrativi avesse disertato il lavoro, e una notevole parte della maestranza operaia fosse stata destinata a sostituire i disertori e a svolgere funzioni di sorveglianza e di difesa militare, tuttavia il livello della produzione fu piú elevato del periodo precedente, caratterizzato dalla reazione capitalistica dopo lo sciopero dell’aprile 1920.
Nel periodo successivo all’occupazione – in cui il controllo operaio e il potere dei Consigli di fabbrica raggiunsero il massimo di efficienza – la produzione della Fiat fu tale, per quantità e per qualità, da superare di gran lunga la produzione del periodo bellico: da 48 vetture quotidiane si balzò alle 70 vetture quotidiane. I signori industriali giocarono una carta suprema su queste nuove condizioni create alla produzione dal potere dei Consigli di fabbrica: essi proposero alle maestranze un progetto di cottimo collettivo. Poiché esistevano i Consigli di fabbrica, i quali esercitavano un controllo reale e immediato su tutte le iniziative capitalistiche, e poiché, se controllato, il cottimo collettivo rappresenta un grande passo in avanti nel regime industriale, le maestranze accettarono, con alcune modificazioni, il progetto. Ma gli industriali, una volta introdotto il cottimo collettivo, passarono all’offensiva contro i Consigli e contro i gruppi comunisti. La serrata fu proclamata, gli operai rivoluzionari furono licenziati, i reparti furono disorganizzati, la reazione piú spietata fu introdotta come sistema. Le conseguenze furono disastrose: il collaudo incominciò a respingere fino al 50 per cento della produzione di molti reparti; il livello della produzione cadde fino a 15 vetture al giorno. Politicamente, gli industriali hanno raggiunto i loro fini: le Commissioni interne, formate di socialisti, non dànno piú noia alcuna ai dirigenti; gli operai sono disciplinatissimi; nessuno parla; nessuno si muove dal suo posto; non si fanno comizi; non circolano giornali sovversivi; non si discute. Ma la produzione è caduta da 70 vetture a 15 vetture, e la qualità è scaduta nella misura dimostrata dal circuito di Brescia.
Possono smentire questi dati gli allegri scrittori della Perseveranza e degli altri giornali «che si preoccupano delle sorti dell’industria nazionale»? Una cosa appare evidente dalle esperienze industriali di questi anni passati: 1) la classe dominante non possiede piú un ceto di imprenditori capace di governare la produzione industriale; la guerra, se ha esaurito, con le sue privazioni e coi suoi orari lunghissimi di lavoro, la classe operaia, ha però esaurito in una misura superiore gli imprenditori, che si sono pervertiti con la speculazione bancaria e hanno perduto la capacità di organizzare e di amministrare le grandi masse d’officina; 2) la classe operaia, quantunque non abbia l’esperienza e la «maturità» politica e tecnica della classe dominante, tuttavia riesce meglio della classe borghese a gestire la produzione. Capitalismo significa oggi disorganizzazione, rovina, disordini in permanenza. Non esiste per le forze produttive altra via di scampo che nell’organizzazione autonoma della classe operaia sia nel dominio dell’industria che nel dominio dello Stato.