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Antonio Gramsci – Lettere dal carcere – TXT

1.

Gentilissima signora,
prima di tutto, voglio domandarle scusa per i disturbi e i fastidi che le ho arrecato, i quali non entravano, in verità, nell’accordo di inquilinato. Sto abbastanza bene e sono calmo e tranquillo.
Le sarò grato se vorrà preparare un po’ di biancheria e consegnarla a una brava donna, di nome Marietta Bucciarelli, se verrà a domandarla per me: non posso mandarle l’indirizzo della donna perché l’ho dimenticato.
Vorrei avere questi libri:
1° la Grammatica tedesca che era nello scaffale accanto all’ingresso;
2° il Breviario di linguistica di Bertoni e Bartoli che era nell’armadio di fronte al letto;
3° gratissimo le sarei se mi inviasse una Divina Commedia di pochi soldi, perché il mio testo lo avevo imprestato.
Se i libri sono rilegati, occorre strappare il cartone, badando che i fogli non si stacchino.
Vorrei avere notizie del bambino che era ammalato di scarlattina. Forse Marietta saprà qualche cosa.
Se la mia permanenza in questo soggiorno durasse a lungo, credo ella debba ritenere libera la stanza e disporne.
I libri può incassarli e gettar via i giornali quotidiani.
Le rinnovo le mie scuse, cara signora e tutto il mio rincrescimento, tanto piú grande quanto piú è stata grande la loro gentilezza.
Saluti al sig. Giorgio e alla signorina; coi piú sentiti ossequi
Antonio Gramsci

2.

Roma, 20 novembre 1926
Mia carissima Julca,
ricordi una delle tue ultime lettere? (Era almeno l’ultima lettera che io ho ricevuto e letto). Mi scrivevi che noi due siamo ancora abbastanza giovani per poter sperare di vedere insieme crescere i nostri bambini. Occorre che ora tu ricordi fortemente questo, che tu ci pensi fortemente ogni volta che pensi a me e mi associ ai bambini. Io sono sicuro che tu sarai forte e coraggiosa, come sempre sei stata. Dovrai esserlo ancora di piú che nel passato, perché i bambini crescano bene e siano in tutto degni di te. Ho pensato molto, molto in questi giorni. Ho cercato di immaginare come si svolgerà tutta la vostra vita avvenire, perché rimarrò certamente a lungo senza vostre notizie; e ho ripensato al passato, traendone ragione di forza e di fiducia infinita. Io sono e sarò forte; ti voglio tanto bene e voglio arrivare a vedere i nostri piccoli bambini. Mi preoccupa un po’ la quistione materiale: potrà il tuo lavoro bastare a tutto? Penso che non sarebbe né meno degno di noi né troppo, domandare un po’ di aiuti. Vorrei convincerti di ciò, perché tu mi dia retta e ti rivolga ai miei amici. Sarei piú tranquillo e piú forte, sapendoti al riparo da ogni brutta evenienza. Le mie responsabilità di genitore serio mi tormentano ancora, come vedi.
Carissima mia, non vorrei in modo alcuno turbarti; sono un po’ stanco, perché dormo pochissimo, e non riesco perciò a scrivere tutto ciò che vorrei e come vorrei. Voglio farti sentire forte forte tutto il mio amore e la mia fiducia. Abbraccia tutti di casa tua; ti stringo con la piú grande tenerezza insieme ai bambini.
Antonio

3.

Roma, 20 novembre 1926
Carissima mamma,
ho pensato molto a te in questi giorni. Ho pensato ai nuovi dolori che stavo per darti, alla tua età e dopo tutte le sofferenze che hai passato. Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà. Saperti forte e paziente nella sofferenza sarà un motivo di forza anche per me: pensaci e quando mi scriverai all’indirizzo che ti manderò rassicurami.
Io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. Cercherò di superare anche fisicamente le difficoltà che possono attendermi e di rimanere in equilibrio. Tu conosci il mio carattere e sai che c’è sempre una punta di allegro umorismo nel suo fondo: ciò mi aiuterà a vivere.
Non ti avevo ancora scritto che mi è nato un altro bambino: si chiama Giuliano, e mi scrivono che è robusto e si sviluppa bene. Invece Delio in queste ultime settimane ha avuto la scarlattina, in forma leggera, sia pure, ma in questo momento non conosco le sue condizioni di salute: so che aveva già superato la fase critica e che stava rimettendosi. Non devi avere preoccupazioni per i tuoi nipotini: la loro mamma è molto forte e col suo lavoro li tirerà su molto bene.
Carissima mamma: non ho piú la forza di continuare. Ho scritto altre lettere, ho pensato a tante cose e il non dormire mi ha un po’ affaticato. Rassicura tutti: di’ a tutti che non devono vergognarsi di me e devono essere superiori alla gretta e meschina moralità dei paesi. Di’ a Carlo che egli specialmente ora ha il dovere di pensare a voi, di essere serio e laborioso. Grazietta e Teresina devono essere forti e serene, specialmente Teresina, se deve avere un altro figlio, come mi hai scritto. Cosí deve essere forte papà. Carissimi tutti, in questo momento specialmente mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene lo stesso e ricordatevi di me.
Vi bacio tutti. E a te, cara mamma, un abbraccio e una infinità di baci.
Nino
P.S. – Un abbraccio a Paolo e che voglia sempre bene e sia sempre buono con la sua cara Teresina.
E un bacio a Edmea e a Franco.

4.

Ustica, 9 XII, 926
Carissima Tatiana,
sono arrivato a Ustica il 7 e il giorno 8 ho ricevuto la tua lettera del 3. Ti descriverò in altre lettere tutte le impressioni del mio viaggio, a mano a mano che i ricordi e le emozioni diverse si andranno ordinando nel cervello e che sarò riposato dalle fatiche e dalle insonnie. A parte le condizioni speciali in cui esso si è svolto (come puoi comprendere non è molto confortevole, anche per un uomo robusto, percorrere ore e ore di treno accelerato e di piroscafo coi ferri ai polsi ed essendo legato a una catenella che ti impegna ai polsi dei vicini di viaggio), il viaggio è stato interessantissimo e ricco di motivi diversi, da quelli shakespeariani a quelli farseschi: non so se potrò riuscire, per esempio, a ricostruire una scena notturna nel transito di Napoli, in un camerone immenso, ricchissimo di esemplari zoologici fantasmagorici; credo che solo la scena del becchino nell’Amleto possa eguagliarla. Il pezzo piú difficile del viaggio è stata la traversata da Palermo a Ustica: abbiamo tentato quattro volte il passaggio e tre volte siamo dovuti rientrare nel porto di Palermo, perché il vaporetto non resisteva alla tempesta. Tuttavia, sai che sono ingrassato in questo mese? Io stesso sono stupefatto di sentirmi cosí bene e di avere tanta fame: penso che tra quindici giorni, dopo che mi sarò riposato e avrò dormito sufficientemente, sarò completamente liberato da ogni traccia di emicrania e inizierò un periodo nuovissimo della mia esistenza molecolare.
La mia impressione di Ustica è ottima sotto ogni punto di vista. L’isola è grande otto chilometri quadrati e contiene una popolazione di circa milletrecento abitanti, dei quali seicento coatti comuni, cioè criminali parecchie volte recidi. La popolazione è cortesissima. Non siamo ancora tutti accomodati: ho dormito due notti in un camerone comune con gli altri amici; oggi mi trovo già in una cameretta d’albergo e forse domani o dopodomani andrò ad abitare una casetta che stanno ammobigliando per noi: noi siamo trattati da tutti con grande correttezza.
Siamo assolutamente separati dai coatti comuni, la cui vita non saprei descriverti con brevi tratti: ricordi la novella di Kipling intitolata: Una strana cavalcata nel volume francese L’uomo che volle essere re. Mi è balzata di colpo alla memoria tanto mi sembrava di viverla. Finora siamo 15 amici. La nostra vita è tranquillissima: siamo occupati a esplorare l’isola che permette di fare passeggiate abbastanza lunghe, di circa 9-10 chilometri, con paesaggi amenissimi e visioni di marine, di albe e di tramonti maravigliosi: ogni due giorni viene il vaporetto che porta notizie, giornali, e amici nuovi, tra i quali il marito di Ortensia che ho avuto tanto piacere di incontrare. Ustica è molto piú graziosa di quanto appaia dalle cartoline illustrate che ti invierò: è una cittadina di tipo saraceno, pittoresca e piena di colore. Non puoi immaginare quanto io sia contento di girellare da un angolo all’altro del paese e dell’isola e di respirare l’aria del mare dopo questo mese di traduzioni da un carcere all’altro, ma specialmente dopo i sedici giorni di Regina Coeli passati nel piú assoluto isolamento. Penso di diventare il campione usticese nel lancio del sasso a distanza, perché ho già battuto tutti gli amici.
Ti scrivo un po’ balzelloni, cosí come mi viene, perché sono ancora un po’ stanco. Carissima Tatiana, non puoi immaginare la mia emozione quando a Regina Coeli ho vista la tua calligrafia sulla prima bottiglia di caffè ricevuta e ho letto il nome di Marietta; sono letteralmente ridiventato un bambino. Vedi, in questo tempo, sapendo con certezza che le mie lettere sarebbero state lette secondo le disposizioni carcerarie, mi è nato una specie di pudore: non oso scrivere intorno a certi sentimenti e se cerco di smorzarli per adeguarmi alla situazione, mi pare di fare il sacrestano. Perciò mi limiterò a scriverti alcune notizie sul mio soggiorno a R. C. in relazione a quanto tu mi domandi. Ho ricevuto la giacca di lana che mi è stata estremamente utile, e cosí le calze ecc. Avrei sofferto molto freddo senza di esse, perché sono partito col paltò leggero e, sceso al mattino prestissimo, quando abbiamo tentata la traversata Palermo-Ustica faceva un freddo cane. Ho ricevuto i piattini che mi è dispiaciuto lasciare a Roma, perché ho dovuto mettere tutto il mio bagaglio nella foderetta (che mi ha reso servizi inestimabili) ed ero sicuro di romperli. Non ho ricevuto il Cirio, né la cioccolata, né il pane di Spagna che erano proibiti: li ho visti segnati nella lista, ma con l’avvertenza che non potevano passare; cosí non ho avuto il bicchierino per il caffè, ma ho provveduto io costruendomi un servizio di mezza dozzina di gusci d’uovo montati superbamente su un piedestallo di mollica di pane. Ho visto che ti sei impressionata perché i pranzi erano quasi sempre freddi: niente di male, perché ho sempre mangiato, dopo i primi giorni, almeno il doppio di quanto mangiavo in trattoria e non ho mai sentito il piú piccolo disturbo, mentre ho saputo che tutti i miei amici hanno avuto malesseri e hanno abusato di purganti. Vado convincendomi di essere molto piú forte di quanto mai potessi credere, perché, a differenza di tutti, me la sono cavata con la semplice stanchezza. Ti assicuro che, eccettuate pochissime ore di tetraggine una sera che hanno tolto la luce dalle nostre celle, sono sempre stato allegrissimo; lo spiritello che mi porta a cogliere il lato comico e caricaturale di tutte le scene era sempre attivo in me e mi ha mantenuto giocondo nonostante tutto. Ho letto sempre, o quasi, riviste illustrate e giornali sportivi e mi stavo rifacendo una biblioteca. Qui ho stabilito questo programma: 1° star bene per stare sempre meglio di salute; 2° studiare la lingua tedesca e russa con metodo e continuità; 3° studiare economia e storia. Tra noi faremo della ginnastica razionale, ecc. ecc. È necessario che in questi primi giorni, fino a sistemazione ultimata, ti dia degli incarichi di lavoro. Vorrei avere un sacco da viaggio che sia però sicuro come serratura o lucchetto: è migliore di ogni valigia o cassetta, nell’ipotesi non esclusa di ulteriori miei movimenti nelle isole o verso la terra ferma. Cosí avrei bisogno di tutte quelle piccole cose, come il rasoio di sicurezza con lamette di ricambio, le forbicine per le unghie, la limetta ecc. ecc. che servono sempre e che qui non sono in vendita; vorrei qualche tubetto di aspirina per il caso che i venti fortissimi mi diano flussioni ai denti. Per il vestito, il cappotto e la biancheria rimasta credo che tu farai bene. Mandami subito, se puoi, la grammatica tedesca e una grammatica russa; il dizionarietto ted. it. e it. ted. e qualche libro (Max und Moritz – e la storia della letteratura it. del Vossler, se riesci a scovarla tra i libri). Mandami quel volumone di articoli e studi sul risorgimento italiano che è intitolato, mi pare, Storia politica del secolo XIX e un libro intitolato: R. Ciasca, La formazione del programma dell’unità nazionale, o qualcosa di simile. D’altronde vedi tu stessa e decidi arbitralmente. Per questa volta, scrivi tu a Giulia: non riesco a vincere quel senso di pudore di cui ti ho parlato dianzi: sono rimasto molto felice di sapere le buone notizie su Delio e Giuliano; aspetto le fotografie. L’indirizzo da te usato è ottimo, come hai visto: qui la posta funziona semplicemente, perché io vado allo sportello a domandare come alle fermo in posta e a Ustica esiste un solo ufficio postale. A proposito dei telegrammi inviati, quello di Roma annunziante la mia partenza sapevo con quasi certezza sarebbe arrivato tardissimo, ma volevo far sapere la notizia e non escludevo che potesse essere utile per un colloquio nel caso che il ricevente avesse saputo che era possibile venire fino alle 11 di notte. Di cinque partenti, il solo Molinelli, che ha viaggiato sempre con me, ha ricevuto la visita della moglie alle 11 precise: gli altri nulla.
Carissima Tatiana, se non ti avevo ancora scritto, non devi credere che ti abbia neppure per un momento dimenticata e non abbia pensato a te; la tua espressione è esatta, perché ogni cosa che ricevevo e in cui vedevo in rilievo il segno delle tue care mani era piú che un saluto, ma anche una carezza affettuosa. Avrei voluto avere l’indirizzo della Marietta; forse vorrei scrivere anche alla Nilde; che te ne pare? Si ricorderà di me e gradirà il mio saluto? Scrivere e ricevere lettere è diventato per me uno dei momenti piú intensi di vita.
Carissima Tatiana, ti ho scritto un po’ confusamente. Credo che oggi, 10, il vaporetto non riuscirà a venire perché c’è stato tutta la notte un vento violentissimo, che non mi ha lasciato dormire, nonostante la morbidezza del letto e dei cuscini ai quali mi ero disabituato; è un vento che penetra da tutte le fessure del balcone, della finestra e delle porte con sibili e suoni di trombetta molto pittoreschi, ma alquanto irritanti. Scrivi a Giulia e dille che sto veramente bene, sotto tutti i punti di vista e che la mia permanenza qui, che del resto non credo sarà cosí lunga come l’ordinanza ha deciso, mi sradicherà dal corpo tutti i vecchi malanni: forse un periodo di riposo assoluto era proprio una necessità per me.
T’abbraccio teneramente carissima, perché abbraccio con te tutti i miei cari.
Antonio

Se la Nilde gradisce i miei saluti, inviami il suo indirizzo.

5.

Ustica, 11, XII, 926
Carissimo amico(1),
sono giunto a Ustica il 7 dicembre, dopo un viaggio alquanto disagiato (come puoi comprendere), ma molto interessante. Sono in ottime condizioni di salute. Ustica sarà per me un soggiorno abbastanza piacevole dal punto di vista dell’esistenza animale, perché il clima è ottimo e posso fare passeggiate saluberrime: per le comodità generali, tu sai che non ho molte pretese e posso vivere con pochissimo. Mi preoccupa un po’ il problema della noia, che non potrà essere risolto unicamente dalle passeggiate e dal contatto con gli amici: siamo finora 14 amici, tra i quali Bordiga. Mi rivolgo a te perché mi faccia la cortesia di inviarmi qualche libro. Desidererei avere un buon trattato di economia e di finanza da studiare: un libro fondamentale, che tu potrai scegliere a tuo giudizio. Quando ti sarà possibile mi manderai qualche libro e qualche rivista di cultura generale che riterrai interessante per me. Carissimo amico, tu conosci le mie condizioni famigliari e sai quanto sia difficile per me ricevere libri altro che da qualche amico personale: credi che non avrei osato darti un tale fastidio, se non spinto dalla necessità di risolvere questo problema dell’abbrutimento intellettuale che specialmente mi preoccupa.
Ti abbraccio affettuosamente
A. Gramsci
Il mio indirizzo: A. G. – Ustica (prov. di Palermo).

6.
17. XII. 26

Carissimo amico,2
ho ricevuto la tua lettera del 13 e ti ringrazio cordialmente della tua cortesia. La mia salute è ottima; qui fa ancora caldo. Ti scriverò a lungo. Ti abbraccio.
Antonio

7.

Ustica, 19 XII 1926

Carissima Tania,
ti ho scritto una cartolina il 18 per avvertirti che avevo ricevuto la tua assicurata del 14: antecedentemente avevo scritto una lunga lettera per te all’indirizzo della signora Passarge, che avrebbe dovuto esserti consegnata l’11 o il 12. Riepilogo gli avvenimenti principali di tutto questo tempo.
Arrestato l’8 sera alle 10œ e condotto immediatamente in carcere, sono partito da Roma il mattino prestissimo del 25 novembre. La permanenza a Regina Coeli è stato il periodo piú brutto della detenzione: 16 giorni di isolamento assoluto in cella, disciplina rigorosissima. Ho potuto avere la camera a pagamento solo negli ultimi giorni. I primi tre giorni li ho trascorsi in una cella abbastanza luminosa di giorno e illuminata di notte; il letto era però molto sudicio; le lenzuola erano già adoperate; formicolavano gli insetti piú diversi; non mi è stato possibile avere qualcosa da leggere, neanche la «Gazzetta dello Sport», perché non ancora prenotata: ho mangiato la minestra del carcere che era abbastanza buona. Sono quindi passato a una nuova cella, piú oscura di giorno e senza illuminazione la notte, ma che è stata disinfettata con la fiamma di benzina e il cui letto aveva biancheria di bucato. Ho incominciato a comprare qualcosa dal bettolino del carcere: le steariche per la notte, il latte per il mattino, una minestra con brodo di carne e un pezzo di lesso, formaggio, vino, mele, sigarette, giornali e riviste illustrate. Sono passato dalla cella comune alla camera a pagamento senza preavviso, cosa per cui rimasi un giorno senza mangiare, dato che il carcere passa il vitto solo agli abitatori delle celle comuni, mentre quelli delle camere a pagamento devono «vittarsi» (termine carcerario) del proprio. La camera a pagamento consistette per me nel fatto che aggiunsero un materasso di lana e un cuscino idem al saccone di crine, e che la cella fu arredata di un lavabo con catinella e boccale e di una sedia. Avrei dovuto avere anche un tavolino, un reggipanni e un armadietto ma l’amministrazione mancava di «casermaggio» (altro termine carcerario): ebbi anche la luce elettrica ma senza interruttore, sicché tutta la notte mi rigiravo per proteggere gli occhi dalla luce. La vita trascorreva cosí: alle 7 del mattino sveglia e pulizia della camera; verso le 9 il latte, che poi divenne caffè e latte quando incominciai a ricevere il vitto dalla trattoria. Il caffè giungeva di solito ancora tiepido, il latte invece era sempre freddo, ma io facevo allora una abbondantissima zuppa. Dalle nove a mezzogiorno capitava l’ora del passeggio: un’ora o dalle nove alle dieci, o dalle dieci alle undici, o dalle undici alle dodici; ci facevano uscire isolati, con la proibizione di parlare e di salutare chiunque, e si andava in un cortile diviso a raggi con muri divisori altissimi e con una cancellata sul resto del cortile. Eravamo sorvegliati da una guardia issata su un terrazzino dominante la raggera e da una seconda guardia che passeggiava dinanzi ai cancelli; il cortile era incassato tra muri altissimi e da una parte era dominato dalla bassa ciminiera di una piccola officina interna; talvolta l’aria era fumo, un volta dovemmo rimanere circa mezz’ora sotto uno scroscio di pioggia. A mezzogiorno circa arrivava il pranzo; la minestra era spesso tiepida ancora, il resto era sempre freddo. Alle 3 c’era la visita alla cella col collaudo delle sbarre dell’inferriata; la visita si ripeteva alle dieci di sera e alle tre del mattino. Io dormivo un po’ tra queste due ultime visite: una volta svegliato dalla visita delle tre non riuscivo ad addormentarmi; era però obbligatorio stare a letto dalle 7œ di sera fino all’alba. Lo svago era dato dalle voci diverse e dai brani di conversazione che talvolta si riusciva a cogliere dalle celle vicine o prospicienti. Io non incorsi mai in nessuna punizione: Maffi invece ebbe tre giorni di pane e acqua in una cella di punizione. In verità non sentii mai nessun malessere: quantunque non abbia mai consumato tutto il pasto, tuttavia mangiai sempre con appetito superiore a quello della trattoria. Avevo solo un cucchiaio di legno; né forchetta, né bicchiere. Un boccale e un boccaletto di terraglia per l’acqua e per il vino; una grossa scodella di terraglia per la minestra e un’altra per catino, prima della concessione della camera a pagamento. Il 19 novembre mi fu comunicata l’ordinanza che mi infliggeva 5 anni di confino in colonia, senza altra spiegazione. I giorni successivi mi giunse la voce che sarei partito per la Somalia. Seppi che avrei scontato il confino in un’isola italiana solo la sera del 24, indirettamente: la destinazione esatta mi fu comunicata ufficialmente solo a Palermo; potevo andare a Ustica ma anche a Favignana, a Pantelleria o a Lampedusa; erano escluse le Tremiti perché altrimenti avrei viaggiato da Caserta a Foggia. Da Roma partii al mattino del 25 col primo accelerato per Napoli, dove giunsi alle 13 circa; viaggiai in compagnia di Molinelli, Ferrari, Volpi e Picelli, che erano stati anch’essi arrestati l’8. Ferrari però da Caserta fu distaccato per le Tremiti: dico distaccato perché anche nel vagone eravamo legati insieme a una lunga catena. Da Roma in poi rimasi sempre in compagnia, ciò che produsse un notevole cambiamento nello stato d’animo: si poteva chiacchierare e ridere, nonostante che si fosse legati alla catena e con ambedue i polsi stretti dalle manette e che in tale grazioso abbigliamento si dovesse mangiare e fumare. Eppure si riusciva ad accendere i fiammiferi, a mangiare, a bere; i polsi si gonfiarono un po’, ma si ebbe la sensazione del quanto la macchina umana sia perfetta e possa adattarsi a ogni circostanza piú innaturale. Nel limite delle disposizioni regolamentari, i carabinieri di scorta ci trattarono con grande correttezza e cortesia. Siamo rimasti a Napoli due notti, nel carcere del Carmine, sempre insieme e siamo ripartiti per via mare la sera del 27 con mare calmissimo. A Palermo abbiamo avuto un cameroncino molto pulito e arieggiato, con bellissimo panorama del monte Pellegrino; trovammo altri amici destinati alle isole, il deputato massimalista Conca di Verona e l’avvocato Angeloni, repubblicano di Perugia. Sopraggiunsero in seguito altri, tra i quali Maffi che era destinato a Pantelleria e Bordiga destinato a Ustica. Sarei dovuto partire da Palermo il 2, invece riuscii a partire solo il 7; tre tentativi di traversata fallirono per il mare tempestoso. È stato questo il pezzo piú brutto del viaggio di traduzione. Pensa: sveglia alle quattro del mattino, formalità per la consegna dei denari e delle cose diverse depositate, manette e catena, vettura cellulare fino al porto, discesa in barca per raggiungere il vaporetto, ascesa della scaletta per salire a bordo, salita di una scaletta per salire sul ponte, discesa di altra scaletta per andare nel reparto di terza classe; tutto ciò avendo i polsi legati ed essendo legato a una catena con altri tre. Alle sette il vaporetto parte, viaggia per un’ora e mezza ballando e dimenandosi come un delfino, poi si ritorna indietro perché il capitano riconosce impossibile la traversata ulteriore. Si rifà all’inverso la serie delle scalette, ecc., si ritorna in carcere, si viene nuovamente perquisiti e si ritorna in cella; intanto è già mezzogiorno, non si è fatto a tempo a comandare il pranzo; fino alle 5 non si mangia, e al mattino non si era mangiato. Tutto ciò quattro volte con l’intervallo di un giorno. A Ustica erano già arrivati 4 amici: il Conca, l’ex deputato di Perugia Sbaraglini, e due di Aquila. Per qualche notte abbiamo dormito in un camerone: adesso siamo già accomodati in una casa a nostra disposizione, in sei, io, Bordiga, il Conca, lo Sbaraglini e i due di Aquila. La casa è composta di una stanza a pianterreno dove dormono due: a pianterreno c’è anche la cucina, il cesso, e un bugigattolo che abbiamo adibito a sala comune di toilette. Al primo piano, in due stanze dormiamo in 4, tre in una stanza abbastanza grande e uno nello stanzino di passaggio; un’ampia terrazza sovrasta la stanza piú grande e domina la cala. Paghiamo 100 lire al mese per la casa e due lire al giorno per il letto, la biancheria del letto e gli altri arredi domestici (due lire a testa). I primi giorni abbiamo speso molto per i pasti; non meno di 20 lire al giorno. Adesso spendiamo 10 lire al giorno di pensione per il pranzo e la cena; stiamo organizzando una mensa comune che ci permetterà forse di vivere con le 10 lire al giorno che ci ha assegnato il governo; siamo già 30 confinati politici e ancora forse deve arrivare qualcuno.
I nostri obblighi sono svariati e complessi; i piú appariscenti sono quello di non uscire di casa prima dell’alba e di rincasare alle 8 di sera; non possiamo oltrepassare determinati limiti che sono all’ingrosso rappresentati dal perimetro dell’abitato. Abbiamo però ottenuto dei permessi che ci consentono di passeggiare per tutto il territorio dell’isola con l’obbligo di rientrare nei limiti alle 5 del pomeriggio. La popolazione complessiva è di circa 1600 abitanti, dei quali 600 coatti, cioè criminali comuni che hanno subito piú condanne. La popolazione indigena è composta di siciliani, molto gentili e ospitali; con la popolazione possiamo avere dei rapporti. I coatti sono sottoposti a un regime molto restrittivo; la grande maggioranza, data la piccolezza dell’isola, non può avere nessuna occupazione e deve vivere colle 4 lire giornaliere che assegna il governo. Puoi immaginare ciò che avviene: la mazzetta (è il termine che serve a indicare l’assegno governativo) viene spesa specialmente per il vino; i pasti si riducono a un po’ di pasta con erbe e a un po’ di pane; la denutrizione porta all’alcoolismo piú depravato in brevissimo tempo. Questi coatti sono rinchiusi in speciali cameroni alle cinque del pomeriggio e stanno insieme tutta la notte (dalle cinque del pomeriggio alle sette del mattino), chiusi dal di fuori: giocano alle carte, perdono qualche volta la mazzetta di parecchi giorni e si trovano cosí presi in un girone infernale che dura all’infinito. Da questo punto di vista è un vero peccato che ci sia proibito di avere dei contatti con esseri ridotti a una vita tanto eccezionale: penso che si potrebbero fare delle osservazioni di psicologia e di folklore di carattere unico. Tutto ciò che di elementare sopravvive nell’uomo moderno, rigalleggia irresistibilmente: queste molecole polverizzate si raggruppano secondo principi che corrispondono a ciò che di essenziale esiste ancora negli strati popolari piú sommersi. Quattro divisioni fondamentali esistono: i settentrionali, i centrali, i meridionali (con la Sicilia), i sardi. I sardi vivono assolutamente appartati dal resto. I settentrionali hanno una certa solidarietà tra loro, ma nessuna organizzazione, a quanto pare; essi si fanno un punto d’onore del fatto che sono ladri, borsaioli, truffatori, ma non hanno mai versato sangue. Tra i centrali, i romani sono i meglio organizzati; non denunciano neanche le spie a quelli delle altre regioni, ma riserbano per loro la diffidenza. I meridionali sono organizzatissimi, a quanto si dice, ma tra di loro ci sono delle sottodivisioni: lo Stato Napoletano, lo Stato Pugliese, lo Stato Siciliano. Per il siciliano, il punto d’onore consiste nel non aver rubato, ma nell’avere solo versato del sangue. Tutte queste indicazioni le ho avute da un coatto che si trovava al carcere di Palermo per scontare una pena buscatasi durante il periodo di coazione e che era orgoglioso di avere, secondo il piano prestabilito, procurato una ferita della profondità di dieci centimetri (misurata, dice lui) al padrone che lo trattava male: era stabilito di dieci centimetri, e furono dieci centimetri, non un millimetro di piú. Questo il capolavoro, che lo rendeva estremamente orgoglioso. Credi che il richiamo alla novella di Kipling non era esagerato, quantunque dettato dall’impressione del primo giorno. La mia situazione finanziaria in questo tempo è stata ottima. Sono stato arrestato con 680 lire in tasca, ho visto segnate al mio attivo a Roma altre 50 lire. Le spese sono cominciate in forma allarmante solo dopo la partenza da Roma. A Palermo specialmente ci hanno letteralmente scorticati: il trattore segnava 30 lire un pacco di: una porzione di maccheroni, œ litro di vino, Œ di pollo, frutta, che serviva per due pasti. Sono giunto a Ustica con 250 lire che mi sono bastate per i primi 10 giorni, poi ho avuto: 100 lire di mazzette (10 lire al giorno), le tue 500 lire e 374 lire di indennità parlamentare per i giorni dal 1° al 9 novembre. Sono cosí a posto per parecchio tempo, cioè posso prendere qualche caffè, fumare le sigarette e completare la spesa giornaliera per vitto e alloggio che oggi è di 14 lire al giorno, ma che diminuirà quando avremo organizzato la mensa collettiva. Perciò non devi preoccuparti per me: non voglio assolutamente che tu personalmente debba sacrificarti per me: se hai la possibilità, manda i tuoi aiuti a Giulia che certo ha maggiori necessità di me. Non ti ho scritto la volta passata che appena giunto a Ustica ho trovato una lettera in cui mi era assicurato che Giulia avrebbe ricevuto degli aiuti e che non doveva avere preoccupazioni in proposito. Ricorrerò a te per avere qualche cosa che altrimenti non riuscirei ad avere: ma in generale sono deciso a fare in modo da vivere con la mazzetta governativa, perché ritengo che sia possibile, dopo qualche tempo di acclimatazione. Un’altra cosa importantissima ti voglio dire: l’amico Sraffa mi ha scritto che ha aperto per me un conto corrente illimitato presso una libreria di Milano, alla quale potrò richiedere giornali, riviste e libri; mi ha offerto inoltre tutti gli aiuti che voglio. Come vedi, posso guardare all’avvenire con sufficiente serenità. Se avrò l’assicurazione che Giulia e i bambini non soffriranno nessuna privazione, sarò realmente tranquillo: cara Tatiana, è questo il solo pensiero che mi ha tormentato in questo ultimo tempo e non solo dopo il mio arresto; sentivo venire questa tempesta, in modo indistinto e istintivo, e perciò piú tormentoso. Ricordi, quando mi dicesti che l’amica comune accennava alla mia superstizione? Ci ho ripensato qualche volta, non per essere piú persuaso che avevo ragione e che ho esagerato non per superstizione, ma per mancanza di decisione e per altri scrupoli che intellettualmente ritengo di carattere inferiore, ma dei quali non riesco e non riuscivo a liberarmi. In realtà, l’analisi che facevo era esatta, anche se mi era impossibile una dimostrazione obbiettiva e circostanziata.
Cosí ti ho scritto con quella abbondanza che tu desideravi, scrivendoti anche per cosettine di minima importanza. Sei contenta? Sai che ti voglio molto bene e che tanto mi dispiace quando ricordo qualche piccolo episodio in cui per disattenzione ti ho in qualche modo fatto del male? Scrivi tu a Giulia anche a mio nome; non ho voglia di mandarti i disegni per Delio: dovrei dare delle spiegazioni su di essi e ciò mi dispiace enormemente. Aspetto le fotografie. Tra i libri da mandarmi includi i seguenti: – Hauser – Les Grandes puissances, Le prospettive economiche del Mortara per il 1926, i due Berlitz – tedesco e russo. Tra gli oggetti vorrei un po’ di sapone, un po’ di acqua di colonia per la barba, uno spazzolino da denti con vetro di custodia, un po’ di dentifricio, un po’ di aspirina, una spazzola per i panni.
Carissima Tatiana, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

8.

21. XII. 1926

Carissimo amico(3),
ho ricevuto la tua lettera del 13; non ho invece ancora ricevuto i libri che mi annunzi. Ti ringrazio molto cordialmente dell’offerta che mi hai fatto; ho già scritto alla Libreria Sperling e ho fatto una commissione abbastanza vistosa, sicuro di non essere indiscreto, perché conosco tutta la tua gentilezza. Siamo ad Ustica in 30 confinati politici: abbiamo già iniziato tutta una serie di corsi, elementari e di cultura generale, per i diversi gruppi di confinati; inizieremo anche delle serie di conferenze. Bordiga dirige la sezione scientifica, io la sezione storico-letteraria; ecco la ragione per cui ho commissionato determinati libri. Speriamo cosí di trascorrere il tempo senza abbrutirci e giovando agli altri amici, che rappresentano tutta la gamma dei partiti e della preparazione culturale. Con me c’è Schiavello e Fiorio di Milano; di massimalisti c’è anche l’ex-deputato Conca di Milano. Di unitari c’è l’avv. Sbaraglini di Perugia e un magnifico tipo di contadino molinellese. Un repubblicano di Massa e 6 anarchici di composizione morale complessa; il resto comunisti, cioè la grande maggioranza. Ci sono 3 o 4 analfabeti o quasi; il resto ha una preparazione diversa, ma con media generale molto bassa. Tutti però sono contenti di avere la scuola, che è frequentata con grande assiduità e diligenza.
La situazione finanziaria è ancora buona: ci danno, a noi confinati politici, 10 lire al giorno; la mazzetta dei coatti comuni a Ustica è di 4 lire al giorno, nelle altre isole talvolta è anche minore, se esistono possibilità di lavoro. Noi abbiamo la facoltà di abitare nelle case private; in sei persone (io, Bordiga, Conca, lo Sbaraglini e altri due) abitiamo in una casetta per la quale spendiamo 90 lire al mese per ciascuno, tutti i servizi compresi. Contiamo di organizzare una mensa collettiva, in modo da poter soddisfare le necessità di vitto e alloggio con le 10 lire giornaliere della mazzetta. Il vitto naturalmente è pochissimo svariato: non si trovano uova, per esempio, ciò che mi annoia assai perché io non posso fare i pasti abbondanti del tipo marinaro. Il regime al quale siamo soggetti consiste: nel ritirarsi a casa alle 8 della sera e nel non uscire di casa prima dell’alba; nel non oltrepassare i limiti dell’abitato senza un permesso speciale. L’isola è piccola (8 kmq) con una popolazione di 1600 abitanti, dei quali 600 circa coatti comuni: esiste un solo gruppo di abitazioni. Il clima è ottimo, non ha fatto freddo finora; ciò non per tanto la posta giunge irregolarmente perché il vaporetto che fa la traversata 4 volte la settimana, non sempre riesce a superare il vento e i marosi. Per giungere a Ustica ho dovuto fare 4 tentativi di traversata, ciò che mi ha stancato piú della intera traduzione da Roma a Palermo. Sono però rimasto sempre in ottime condizioni di salute, con grande meraviglia dei miei amici, che tutti hanno sofferto piú di me: figurati che sono leggermente ingrassato. In questi giorni però, sia per la stanchezza arretrata, sia per il vitto che non si confà con le mie abitudini e la mia costituzione, mi sento molto snervato e spossato. Ma spero di acclimatarmi rapidamente e di liquidare definitivamente tutti i mali passati.
Ti scriverò spesso, se ciò ti farà piacere, per illudermi di trovarmi ancora nella tua gradita compagnia. Ti saluto affettuosamente
Antonio

9.

27 dicembre 1926

Carissima Tania,
da una lettera del sig. Passarge ho appreso la ragione, veramente dolorosa e spiacevole, per la quale hai ricevuto in ritardo la mia prima lettera. Credo che a quest’ora abbia ricevuto anche l’altra mia, con tutte le informazioni piú dettagliate sul mio modo di esistenza.
Come puoi immaginare, qui le novità sono minime. La vita trascorre sempre uguale; l’attesa del vaporetto, che porta notizie dalle famiglie e giornali, diventa sempre piú il problema centrale, data la cattiva stagione e la possibilità sempre incombente che la traversata fallisca. Per le feste di Natale doveva giungere la moglie di Bordiga: la prima traversata è fallita, dopo un tentativo di viaggio molto movimentato e pieno di sofferenze e Ortensia è ripartita per Napoli, senza tentare una seconda volta. Ciò ha prodotto molto dispiacere in tutti. Altra novità spiacevole è stata l’arresto e la traduzione nel carcere locale, in attesa di traduzione rispettivamente a Firenze e a Roma dei due ex deputati Damen e Molinelli: Molinelli forse partirà oggi stesso, se il vaporetto giunge.
Per me nessuna novità essenziale. Ho ricevuto già qualche libro da Sraffa, ma non posso ancora dedicarmi a uno studio determinato e sistematico. Attendo specialmente le grammatiche che ti ho domandato. Altri libri che desidero avere da te sono: un pacchetto di libri sull’Azione cattolica che avevo già riunito su un tavolino della mia stanza, ma che non so se sono rimasti insieme. Ad essi aggiungi: 6 volumi degli Annali d’Italia di Pietro Vigo, il libro su Machiavelli di Francesco Ercole e tre numeri della rivista «Politica» di F. Coppola, dove sono contenuti articoli dello stesso Ercole. Uno dei numeri di «Politica» è dell’anno 1920. Gli altri due sono del 1926 e contengono uno studio sulla «formazione delle città in Italia»; se si fossero sperduti, ambedue o uno dei due, dovresti ricomprarmeli. In generale dovreste scegliere tra i miei libri, che non sono molti, tutti i volumi di storia e spedirmeli metodicamente. Poiché non è escluso in modo assoluto che un giorno o l’altro possa capitarmi la stessa sorte di Molinelli ti sarei grato se volessi mandarmi un cucchiaio e una forchetta di legno molto solido e un portasigarette di celluloide, come è consentito portare con sé in prigione.
La salute va abbastanza bene. Ho incominciato a trovare delle uova freschissime da bere; d’ora innanzi avremo regolarmente la carne di manzo, ciò che permetterà una maggiore varietà di cibo. La quistione del sonno è ancora da risolvere: devo dormire nella stessa camera con altri due amici, ciò che determina molte occasioni di risveglio e di insonnia. Ci sarebbe una bellissima occasione: avere una stanza da solo in una villetta che potrebbe essere affittata da un amico il quale attende la moglie: ma siccome la villetta è posta di qualche metro fuori dei limiti legali dell’abitato, ci sono delle difficoltà non ancora superate.
Carissima Tatiana, devi scrivere a lungo a Giulia e convincerla che ancora non posso scriverle direttamente: non riesco a superare lo stato d’animo che ti ho già descritto. Mi sforzerò per un’altra volta. Inviami tue notizie e mandami le fotografie. Giuliano è stato già fotografato con Giulia e con Delio? Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

10.

29 XII 926

Carissima,
ricevo in questo momento il tuo telegramma. Sono le 10 meno Œ. Non sono sicuro che il vaporetto giungerà. Ieri c’è stata burrasca, tutta la notte ha piovuto a dirotto e la pioggia continua: probabilmente in alto mare la burrasca continua. Ero molto impressionato per non aver ricevuto lettera da te dopo quella del 14: pensavo che ti fosse capitato qualche spiacevole inconveniente; avantieri l’assillo di questo pensiero divenne cosí forte che volli telegrafare. La tua risposta mi ha tranquillato. Ti abbraccio
Antonio

Strappo un bigliettino che avevo già scritto alla signorina Nilde. In ogni caso, credo sarà utile se mi comunicherai l’indirizzo preciso della Nilde e se le domanderai il permesso di scriverle.

Il vaporetto non è venuto ieri. Non è certa neanche la sua venuta per oggi. Ti voglio ancora dare dei fastidi. Vorrei avere qualche tabella di aspirina; quella che ho ricevuto è misteriosamente sparita. Vorrei anche avere qualche pezzo di saponetta e di sapone disinfettante. Non riesco mai a fare una lista definitiva delle piccole cose che è impossibile trovare qui ad Ustica.
Saluti.

A.

11.

2. I. 1927
Carissimo,
ho ricevuto i libri da te annunziatimi nella penultima lettera e un primo blocco di quelli da me commissionati. Cosí ho da leggere abbondantemente per qualche tempo. Ti ringrazio della tua grande gentilezza, ma non vorrei abusare. Ti assicuro tuttavia che francamente mi rivolgerò a te ogniqualvolta avrò bisogno di qualcosa. Come puoi pensare, qui non c’è molto da spendere, anzi; mancano talvolta le possibilità di spendere, anche se la spesa è necessaria.
La vita scorre senza novità e sorprese; unica preoccupazione è l’arrivo del vaporetto che non sempre riesce a fare le quattro corse settimanali (lunedí, mercoledí, venerdí, sabato) con grande dispiacere di ognuno di noi che aspetta sempre con ansia la corrispondenza. Siamo già una sessantina, dei quali 36 amici di località diverse; predominano relativamente i romani. Abbiamo già iniziato una scuola, divisa in vari corsi: 1° corso (1a e 2a elementare), 2° c. (3a elem.), 3° c. (4a -5a elem.), corso complementare, due corsi di francese (inferiore e superiore), un corso di tedesco. I corsi sono stabiliti in relazione alla coltura nelle materie che possono ridursi ad un certo corredo di nozioni esattamente determinabili (grammatica e matematica); perciò gli allievi dei corsi elem. frequentano le lezioni di storia e geografia del corso complementare, per esempio. Insomma, abbiamo cercato di contemperare la necessità di un ordine scolastico graduale col fatto che gli allievi, anche se talvolta semianalfabeti, sono intellettualmente sviluppati. I corsi sono seguiti con grande diligenza e attenzione. Con la scuola, che è frequentata anche da alcuni funzionari e abitanti dell’isola, abbiamo evitato i pericoli di demoralizzazione che sono grandissimi. Tu non puoi immaginare in quale condizione di abbrutimento fisico e morale si siano ridotti i coatti comuni. Pur di bere venderebbero anche la camicia; molti hanno venduto le scarpe e la giacca. Un buon numero non dispone piú liberamente della mazzetta governativa di 4 lire quotidiane, perché impegnata presso gli usurai. L’usura è repressa, ma non credo sia possibile evitarla, perché gli stessi coatti, che ne sono vittime, non denunziano gli usurai che in casi eccezionalissimi. Si paga l’interesse di 3 lire la settimana per 10 lire di prestito. Gli interessi sono riscossi con estremo fiscalismo, perché gli usurai sono circondati da gruppetti di sicofanti, che per un bicchier di vino sbudellerebbero anche i bisnonni. I coatti comuni, salvo rare eccezioni, hanno molto rispetto e deferenza per noi. La popolazione dell’isola è cortesissima. D’altronde, la nostra venuta ha determinato un mutamento radicale nel luogo e lascerà larghe tracce. Si sta combinando per impiantare la luce elettrica, dato che tra i confinati ci sono i tecnici capaci di condurre a termine l’iniziativa. L’orologio del campanile, che era fermo da 6 mesi, è stato riattivato in due giorni: forse sarà ripreso il disegno di costruire la banchina nella cala d’approdo del vaporetto. I nostri rapporti con le autorità sono correttissimi.
Vorrei scriverti qualche impressione raccolta durante il viaggio, specialmente a Palermo e a Napoli. A Palermo sono rimasto otto giorni: ho tentato 4 volte la traversata, e per tre volte, dopo un’ora e più di navigazione col mare in tempesta, sono dovuto tornare indietro. È stato il pezzo piú brutto di tutta la traduzione, quello che mi ha stancato di piú. Bisognava levarsi alle 4 del mattino, andare al porto coi ferri ai polsi; sempre legati e attaccati a una catena ad altri, scendere in barchetta, salire e scendere parecchie scalette sul vaporetto, dove si rimaneva legati a un solo polso, soffrire il mal di mare, sia per la posizione incomoda (legati, sia pure a un solo polso e attaccati con œ metro di catena agli altri, e quindi nell’impossibilità di sdraiarsi) sia perché il vaporetto molto piccolo e leggero balla anche se il mare è calmo – per tornare indietro e riprendere il mattino successivo la stessa storia. A Palermo avevamo un cameroncino molto pulito, preparato apposta per noi (deputati), perché il carcere è superpopolato e si evitava di metterci a contatto con gli arrestati della mafia. Durante il viaggio fummo sempre trattati con grande correttezza e persino con cortesia.
Ti ringrazio per il pensiero che ti sei dato di mandarmi delle uova. Adesso che sono passate le feste, le troverò freschissime sul posto. Gradirò il latte condensato svizzero, se ti piacerà mandarmelo. Non saprei cosa domandarti, anche volendolo: qui manca un po’ tutto ed è difficile procurarsi certe cose; occorre fare lunghi giri. Non esiste un servizio di corrieri con Palermo. Ti sarò grato se mi manderai un po’ di sapone per toeletta e per la barba e qualche medicinale di uso comune che può occorrere sempre, come aspirina Bayer (qui l’aspirina fa spiritare i cani) e tintura d’jodio e qualche cachet per le emicranie. Ti assicuro ancora una volta che in caso di necessità ti scriverò: hai visto come ho approfittato largamente per i libri? D’altronde ti confesso che ancora sono un po’ stordito e non ho completamente finito di orientarmi su tante cose. Scrivimi spesso: la corrispondenza è la cosa piú gradita nella mia situazione. Quando leggi qualche libro interessante come quello del Lewinsohn, mandamelo.
Ti abbraccio fraternamente
Antonio
Mandami un flaconcino di acqua di Colonia. Mi serve per disinfettarmi dopo la barba.

12.
3. I. 1927

Tania carissima,
ho ricevuto la tua lettera del 28-29. Non sono riuscito a capire la ragione per cui sei preoccupata e nervosa. Gli accenni contenuti nella lettera sono enigmatici per me. A me ed al mio amico non è stato scritto niente che possa preoccupare minimamente. Insomma, non capisco, ma sono turbato perché capisco che tu sei molto agitata. È necessario che tu mi informi di ciò che si tratta, in modo chiaro, partendo dalla persuasione che io ignoro tutto della quistione.
Carissima Tania, non devi mai assolutamente perdere la calma e la tranquillità per causa mia. Ti assicuro che io sto benissimo e che la mia esistenza scorre ottimamente. Ho ricevuto molti libri da Milano e anche da questo punto di vista sono a posto. Posso leggere e studiare. Abbiamo inoltre organizzato una scuola di cultura generale; io insegno la storia e la geografia e frequento il corso di tedesco. Mi sono abbonato a tre quotidiani e ad una quindicina di periodici; il servizio ha già cominciato a funzionare. Devo anche ricevere da Milano un mucchio di libri, perché ho largamente approfittato del conto corrente apertomi dall’amico Sraffa, il quale ha ancora aggiunto nuovi libri e nuove riviste alla lista da me inviata alla libreria dove egli si serve. Cosí, anche se ritardano molto i libri miei di Roma, niente di male: io posso ugualmente studiare e occuparmi utilmente. Insomma, devi persuaderti che a me non manca nulla e devi evitare ogni agitazione e ogni nervosismo. L’amico Sraffa mi scrive insistendo perché mi rivolga a lui anche per aiuti finanziari e per ricevere biancheria e commestibili: mi manderà del latte condensato svizzero, per cominciare. Io penso di ricorrere a lui in caso di bisogno, primo perché egli è ricco e non sarà imbarazzato nell’aiutarmi, secondo perché la sua offerta non è puramente di cortesia e accademica: mi ha spedito spontaneamente per circa 1.000 lire di libri. Cosí tu puoi essere tranquilla.
Cara Tatiana, desidero che tu mi scriva il piú spesso che puoi. La corrispondenza è ciò che di piú gradito noi tutti possiamo ricevere. Ho ricevuto le due fotografie: mandami anche le altre e mandami anche una tua fotografia. Anche a me è dispiaciuto moltissimo non averti potuto vedere e abbracciare prima della partenza. Ti racconterò tutta la storia, che dal punto di vista del carcerato è un piccolo romanzo. Alle 11 del mattino del 24 novembre ho ricevuto l’avviso che sarei partito il 26 e che ero autorizzato a telegrafare: poiché mi sembrò di cogliere un certo imbarazzo nell’espressione dell’agente di custodia che mi fece la comunicazione, non feci subito il telegramma. Poiché il carcere è una specie di cassa di risonanza, in cui per fili invisibili e molteplici si comunicano ad ogni cella le notizie che interessano o possono interessare i vari detenuti, mi posi in contatto con questi misteriosi fluidi e seppi che dovevo partire il mattino del 25 e non del 26, cioè il giorno dopo. Se avessi telegrafato subito avrei dato una falsa indicazione. Riuscii a ottenere di uscire dalla cella e di recarmi da un superiore che mi confermò che dovevo partire il 25: l’agente di custodia, che era presente, si scusò di avermi ingannato, pretestando una avvenuta confusione tra me e altri partenti. Cosí il telegramma partí alle 2 del pomeriggio. Ero certo che tu saresti venuta, se avessi ricevuta la comunicazione, ma non sapevo se era a tua conoscenza che i colloqui erano permessi fino alle 11 e non sapevo se tu avresti avuto la concessione. Dopo le 7, ora regolamentare in cui occorre mettersi a letto, incominciò una lotta con il carceriere che mi imponeva di coricarmi, mentre io volevo rimanere pronto per scendere alla prima chiamata. Riuscii a spuntarla non solo, ma alle 10 ottenni di scendere negli uffici: volevo assicurarmi contro nuovi trucchi che mi impedissero il possibile colloquio. Pioveva a dirotto. Alle 11 andai a letto, ma non riuscii a dormire: alle 3 del mattino partii, prendendo come sacco da viaggio la fodera di cuscino mandatami da te e che mi ha servito ottimamente fino a Ustica: anche con le manette la potevo portare comodamente, mentre una valigia, sbattendo continuamente sulle gambe, avrebbe recato molte noie.
Carissima Tatiana, la prossima volta scriverò una lunga lettera per Giulia; ancora non mi sento. Scrivimi subito e mandami le fotografie; per il resto non preoccuparti.
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

13

7. gennaio 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 4 gennaio, un pacco contenente oggetti di toilette e il sacco da viaggio e un secondo pacco contenente dei panettoni che però deve essere giunto con molto ritardo. Davvero non posso accettare il consiglio di… trovare dei capricci. Purtroppo, nella condizione in cui devo vivere, i capricci nascono da soli: è incredibile come gli uomini costretti da forze esterne a vivere in modi eccezionali e artificiali sviluppino con particolare alacrità tutti i lati negativi del loro carattere. Specialmente gli intellettuali, o, per meglio dire, quella categoria di intellettuali che in italiano volgare si chiamano mezze calzette. I piú calmi, sereni e misurati sono i contadini; poi vengono gli operai, poi gli artigiani, quindi gli intellettuali, tra i quali passano raffiche improvvise di follia assurda e infantile. Parlo naturalmente dei confinati politici, non dei coatti comuni, la cui vita è primitiva ed elementare e nei quali le passioni raggiungono, con rapidità spaventosa, i culmini della pazzia: in un mese si son verificati tra i coatti comuni cinque o sei fatti di sangue.
Dunque non seguirò il tuo consiglio di fare capricci. Però hai ragione: talvolta io sono cattivo involontariamente e offendo i miei amici senza saperlo. Ciò dipende, credo, dal fatto che sono sempre vissuto isolato, senza famiglia e ho dovuto ricorrere per i miei bisogni a estranei: ho sempre perciò avuto timore di dare fastidio e di importunare. Ma non c’era in me nessun misconoscimento del tuo affetto e della tua bontà. Ricorrerò a te ogni volta che ne avrò bisogno, con l’impegno, da parte tua, di essere estremamente franca sulle tue possibilità e di non crearti imbarazzi inutili e pericolosi. L’inchiostro che mi hai mandato va benissimo; cosí vanno bene tutte le altre cose. Ho ricevuto le fotografie: Delio ha avuto un gran successo di ammirazione. Credi che ho scoperto di avere una dose di pazienza e di forza che non credevo di possedere: solamente Bordiga può competere con me. Siamo i soli che in tutto questo periodo non abbiamo sentito malesseri di nessuna sorte, mentre gli altri, chi piú chi meno, hanno avuto febbri influenzali e disturbi viscerali per il radicale mutamento dei cibi e per l’acqua, nella quale nuotano visibilmente degli esemplari, magnifici per agilità, della razza dei tritoni. Non ho ancora cominciato nessun lavoro serio finora, quantunque abbia già a mia disposizione una discreta quantità di libri; ho iniziato però le lezioni di storia nel corso di cultura generale che abbiamo organizzato. Perciò non devi preoccuparti per la spedizione rapida dei libri.
Invece ho proprio bisogno di un po’ di soldi. Credevo di averne a sufficienza almeno per tre mesi: ho dovuto spendere per aiutare un certo numero di confinati giunti senza risorse e ho dovuto antecipare per le spese generali della mensa comune che si inizierà dopodomani, 9. Il periodo delle spese impreviste è ormai trascorso: la mensa comune ci permetterà di sottrarci a tante piccole e grosse spese cui siamo stati soggetti finora per il mangiare. Vedi che te lo dico francamente: mi occorrerebbero un 200 lire e non ho proprio voglia di domandarle allo Sraffa che si trova in questo momento lontano dalla sua sede.
Carissima Tania, vorrei proprio saperti tranquilla e senza nessun assalto di malinconia. Ma devi scrivermi lo stesso e confessarti con me: le tue lettere mi fanno un gran piacere, perché mi sento, per ognuna di esse, vicino a te. Sai che ho ricevuto una cartolina da Giulia con la firma autografa di Delio? Sembra incredibile: il mondo è sempre più piccolo di quanto si pensa. Ti scriverò ancora a lungo per la posta di lunedí, sebbene ci sia la probabilità che lunedí il vaporetto non giunga. Siamo entrati nell’inverno anche ad Ustica. Inverno molto mite, perché si può andare in giro senza cappello e senza soprabito; ma piove spesso e soffiano spesso venti molto violenti che turbano il mare e impediscono la traversata. Ma, anche, che magnifiche giornate! Non puoi immaginare quali tinte riesca a prendere il mare e il cielo nelle giornate serene.
Saluta Giacomo e la moglie. Ho conosciuto l’amico di Valentino, che è un bravissimo ragazzo. Ti abbraccio
Antonio

Spediscimi qualche numero del «Temps» e del «Journal des débats»: li puoi trovare nell’edicola del Palazzo delle Finanze.
Le scarpe che mi descrivi saranno buone per la prossima primavera, penso. Quelle che avevo nei piedi al momento della partenza, nonostante che fossero scucite (ti ricordi?) resistono mirabilmente.
Mandami notizie sulla pianticella di limone: è cresciuta? quanto è alta, ormai? è vitale? volevo scrivertene, ma poi ho trascurato, per non parere troppo… infantile.

14.

8 gennaio 1927

Mia carissima Julca,
ho ricevuto le tue lettere del 20 e del 27 dicembre e la cartolina del 28 con la firma autentica di Delio. Ho cercato di scriverti diverse volte: non sono mai riuscito. Dalle tue lettere vedo che Tania te ne ha spiegato il motivo un po’ puerile, è vero, ma tuttavia decisivo finora. Mi ero proposto di scrivere per te una specie di diario, una serie di quadretti su tutta la mia vita in questo periodo originale e sufficientemente interessante: lo farò indubbiamente. Voglio cercare di darti tutti gli elementi perché tu sia in grado di rappresentarti la mia vita nel suo complesso e nei particolari piú notevoli. Cosí tu dovrai fare per te. Mi piacerebbe tanto sapere quali rapporti si vanno sviluppando tra Delio e Giuliano: come Delio concepisce ed esprime la sua funzione di fratello maggiore e piú ricco di esperienza.
Carissima Giulia, domanda al Bracco da quale mai fonte gli era giunta la notizia che io mi sia mai trovato in non buone condizioni di salute. In verità, non supponevo di avere un magazzino cosí fornito di forza fisica e di energia. Io e Bordiga non abbiamo mai sofferto nulla dal momento dell’arresto; tutti gli altri, chi in un modo chi in un altro, hanno subito crisi, talvolta gravissime, di nervi e tutte dello stesso genere. Nelle carceri di Palermo, il Molinelli, in una stessa notte, è svenuto tre volte durante il sonno cadendo in preda a convulsioni che duravano fino a 20 minuti, senza che fosse possibile chiamare nessuno. Qui ad Ustica, un amico abruzzese, il Ventura, che dorme nella stessa mia camera, per molte notti si risvegliava continuamente in preda ad incubi selvaggi che lo facevano urlare e sussultare in modo impressionante. Io non ho avuto nessun malessere, eccetto quello di dormir poco, cosa non nuova e che, d’altronde, non poteva avere le conseguenze di prima, data l’inerzia forzata in cui ero ridotto: e tuttavia il mio viaggio è stato il piú disagiato e tormentato, perché il mare tempestoso ha impedito per tre volte di compiere il viaggio fino ad Ustica. Sono diventato molto fiero di questa virtú di resistenza fisica che non supponevo di avere; perciò te ne ho parlato: è anch’essa un valore, nella mia attuale situazione, e non dei piú spregevoli.
Ti scriverò molto a lungo e ti descriverò minutamente tutta la mia vita. Anche tu mi scriverai o mi farai scrivere da Genia o dalla mamma, sulla vita dei bambini e vostra; tu devi essere molto occupata e affaticata. Sento che voi tutti siete molto vicini. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

15.

15. I. 1927

Carissima Tania,
l’ultima lettera da te inviatami ha la data del 4 gennaio. Mi hai lasciato 11 giorni senza tue notizie. Nelle condizioni in cui mi trovo, ciò mi preoccupa molto. Credo sia possibile mettere d’accordo le esigenze reciproche, con lo impegno da parte tua di inviarmi almeno una cartolina ogni tre giorni. Io ho già incominciato a seguire questo sistema. Quando non ho argomento per una lettera, e per me ciò è il caso piú comune, ti invierò almeno una cartolina, in modo da non tralasciare nessuna corsa postale: la vita trascorre qui monotona, uniforme, senza sbalzi. Dovrei forse descriverti qualche scenetta di vita paesana, se avessi del buon umore a sufficienza. Per esempio, potrei descriverti l’arresto di un maiale, trovato a pascolare illegittimamente per le strade del paese e condotto regolarmente in prigione: il fatto mi ha divertito enormemente, ma sono sicuro che né tu né Giulia vorrete credermi; forse mi crederà Delka quando avrà qualche anno in piú e sentirà raccontarsi la storiella insieme alle altre dello stesso tipo (quella degli occhiali verdi, ecc.) ugualmente vere e da credersi senza sorrisi. Anche il modo di arrestare il maiale mi ha divertito: lo si prende per le zampe di dietro e lo si spinge avanti come una carriola, mentre urla come un indemoniato. Non ho avuto modo di avere precise informazioni sul come sia possibile identificare l’abusività del pascolo e del transito: penso che i sorveglianti all’igiene conoscano tutto il bestiame minuto del paese. Un’altra particolarità di cui non ti ho mai fatto cenno è che non ho ancora visto in tutta l’isola nessun mezzo di locomozione all’infuori dell’asino, magnifico animale invero, di grande statura e di una domesticità notevole, che indica l’indole buona degli abitanti: al mio paese gli asini sono mezzo selvaggi e non si lasciano avvicinare che dai padroni immediati. Ancora, in linea animalesca: ho sentito ieri una magnifica storia di cavalli, raccontata da un arabo qui confinato. L’arabo parlava l’italiano in modo alquanto bislacco e con molte oscurità: ma nell’insieme il suo racconto era pieno di colore e di forza descrittiva. Ciò mi fa ricordare, per una associazione molto strana, che ho saputo essere possibilissimo trovare in Italia il famoso grano saraceno: degli amici veneti mi dicono che esso è abbastanza comune nel Veneto per fare la polenta.
Ho cosí esaurito un certo stok di argomenti trattabili. Spero di averti fatto un po’ sorridere: mi pare che il tuo lungo silenzio debba essere interpretato come una conseguenza di melanconia e di stanchezza e che fosse proprio necessario farti sorridere. Cara Tania, devi scrivermi, perché solo da te io ricevo lettere: quando mi manca la tua corrispondenza cosí a lungo, mi pare di essere ancora più isolato, che tutti i miei rapporti col mondo siano spezzati. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

16.

15. 1. 1927

Mia carissima Julca,
ti voglio descrivere la mia vita quotidiana nelle sue linee piú essenziali, perché tu possa seguirla e coglierne di tanto in tanto qualche tratto. Come sai, perché deve avertelo già scritto Tania, io abito insieme ad altri quattro amici, fra i quali l’ingegnere Bordiga di Napoli, del quale forse conosci il nome. Gli altri tre sono: un ex deputato riformista di Perugia, l’avv. Sbaraglini e due amici abruzzesi. Adesso dormo in una stanza con uno di questi abruzzesi, Piero Ventura; prima dormivamo in tre, perché era insieme a noi l’ex deputato massimalista di Verona Paolo Conca, un simpatico tipo di operaio, che la notte non ci lasciava dormire perché assillato dal pensiero della moglie; sospirava, soffiava, poi accendeva il lume e fumava dei sigari pestilenziali. La moglie è finalmente venuta anche lei ad Ustica per raggiungere il marito e il Conca ci ha lasciato. Siamo dunque in cinque, divisi in tre camerette da letto (tutta la casa): abbiamo a nostra disposizione una bellissima terrazza, dalla quale ammiriamo lo sconfinato mare durante il giorno e il magnifico cielo durante la notte. Il cielo sgombro di ogni fumosità cittadina, permette di godersi queste meraviglie col massimo di intensità. I colori dell’acqua marina e del firmamento sono veramente straordinari per la varietà e la profondità: ho visto degli arcobaleni unici nel loro genere.
Al mattino, di solito, io sono il primo a levarmi; l’ingegnere Bordiga afferma che in questo momento il mio passo ha caratteristiche speciali, è il passo dell’uomo che non ha ancora preso il caffè e lo attende con una certa impazienza. Io stesso faccio il caffè, se non sono riuscito a convincere il Bordiga a farlo, date le sue attitudini spiccate per la cucina. Incomincia quindi la nostra vita: si va a scuola, come insegnanti o come scolari. Se è giorno di posta, si va sulla marina ad attendere con ansia l’arrivo del vaporetto: se per il cattivo tempo la posta non giunge, la giornata è rovinata, perché una certa malinconia si diffonde su tutti i volti. A mezzogiorno si mangia: io partecipo ad una mensa comune e proprio oggi mi spetta fare da cameriere e da sguattero: non so ancora se dovrò sbucciare le patate, preparare le lenticchie o pulire l’insalata prima di servire in tavola. Il mio debutto è atteso con molta curiosità: parecchi amici volevano sostituirmi nel servizio, ma io sono stato incrollabile nel volere adempiere la mia parte. La sera dobbiamo rientrare nelle nostre abitazioni alle 8. Talvolta vengono delle visite di sorveglianza per accertare se veramente siamo in casa. A differenza dei coatti comuni noi non siamo chiusi dal di fuori. Altra differenza consiste nel fatto che la nostra libera uscita dura fino alle 8 e non solamente fino alle 5; potremmo avere dei permessi serali se fossero necessari per qualche cosa. In casa, alla sera giuochiamo alle carte. Non avevo giocato mai finora; il Bordiga assicura che ho la stoffa per diventare un buon giocatore di scopone scientifico. Ho già ricostituito una certa bibliotechina e posso leggere e studiare. I libri e i giornali che mi arrivano hanno già determinato una certa lotta tra me e il Bordiga, il quale sostiene a torto che io sono molto disordinato; a tradimento egli mette il disordine tra le cose mie, con la scusa della simmetria e dell’architettura: ma in realtà io non riesco piú a trovar nulla nel guazzabuglio simmetrico che mi trovo combinato.
Carissima Julca: scrivimi a lungo sulla vita tua e dei bambini. Appena è possibile, mandami la fotografia di Giuliano. Delka ha fatto ancora molti progressi? Gli sono cresciuti nuovamente i capelli? La malattia ha lasciato in lui qualche conseguenza? Scrivimi molto di Giuliano. E Genia è guarita? Ti abbraccio stretta stretta
Antonio

17.

Milano, 12 febbraio 1927

Carissime,
vi scrivo insieme, per utilizzare meglio le poche lettere che mi è concesso scrivere. Sono partito da Ustica il 20 mattino, all’improvviso: ho fatto appena a tempo a dettare una breve lettera e a far spedire un telegramma per avvertirvi. Credevo di passare in transito a Roma; invece a quanto pare per errata interpretazione del telegramma che disponeva per il mio arresto, fui tradotto a Milano per traduzione ordinaria e non straordinaria: cosí rimasi in viaggio 19 giorni. A Isernia mi riuscì di spedire un telegramma che vi avvertiva del cambiato itinerario. Questo viaggio è stato per me triplice o quadruplice collaudo, sia dal punto di vista morale che, e specialmente, da quello fisico. Non voglio descriverlo minutamente ancora, per non spaventarvi e non darvi l’impressione che io mi trovi nelle condizioni di uno straccio. In questi 19 giorni ho «abitato» nelle seguenti carceri: Palermo, Napoli, Caianello, Isernia, Sulmona, Castellamare Adriatico, Ancona, Bologna; il 7 a notte sono giunto a Milano. A Caianello e a Castellamare non ci sono carceri; ho «dormito» nelle camere di sicurezza delle Caserme dei Carabinieri; sono state le due piú brutte notti che ho trascorso, forse in tutta la mia vita. A Castellamare ho preso un formidabile raffreddore, che ora mi è quasi passato.
Nelle traversate Ustica-Palermo e Palermo-Napoli il mare era pessimo; tuttavia non ho sofferto. La traversata Palermo-Napoli merita di essere descritta: lo farò in altra lettera, quando avrò ripensato a tutti i particolari e avrò rinfrescato la memoria.
In generale il viaggio è stato per me come una lunghissima cinematografia: ho conosciuto e visto un’infinità di tipi, dai piú volgari e repugnanti ai piú curiosi e ricchi di caratteristiche interessanti.
Ho capito come sia difficile comprendere dai segni esteriori la vera natura degli uomini; per esempio, ad Ancona, un vecchietto bonario e dalla faccia di onesto popolano di provincia, mi domandò di cedergli la mia minestra che avevo deciso di non mangiare; lo feci volentieri, colpito dalla serenità dei suoi occhi e dalla modestia spigliata del suo fare; fui avvertito subito che era un repugnante mascalzone: aveva violentato la figlia.
Vi voglio dare una impressione d’insieme della traduzione. Immaginate che da Palermo a Milano si snodi un immenso verme, che si compone e si decompone continuamente, lasciando in ogni carcere una parte dei suoi anelli, ricostituendone dei nuovi, vibrando a destra e a sinistra delle formazioni e incorporandosi le estrazioni di ritorno. Questo verme ha dei covili, in ogni carcere, che si chiamano transiti, dove si rimane dai 2 agli 8 giorni, e che accumulano, raggrumandole, la sozzurra e la miseria delle generazioni. Si arriva, stanchi, sporchi, coi polsi addolorati per le lunghe ore di ferri, con la barba lunga, coi capelli in disordine, con gli occhi infossati e luccicanti per l’esaltazione della volontà e per l’insonnia; ci si butta per terra su pagliericci che hanno chissà quale vetustà, vestiti, per non aver contatti col sudiciume, avvolgendosi la faccia e le mani nei propri asciugamani, coprendosi con coperte insufficienti tanto per non gelare. Si riparte ancora piú sporchi e stanchi, fino al nuovo transito, coi polsi ancora piú lividi per il freddo dei ferri e il peso delle catene e per la fatica di trasportare, cosí agghindati, i propri bagagli: ma, pazienza, ora tutto è passato e mi sono già riposato.
Sto qui, in una cella buona, riscaldata dal sole, coperto da un maglione che ho acquistato subito e finalmente ho cacciato il freddo dalle mie vecchie ossa.
Vi descriverò in altre lettere alcuni dei miei compagni di catena e di viaggio: ne ho una serie, abbastanza interessante.
Mi ha colpito specialmente un ergastolano (cioè condannato a vita), incontrato a Napoli, durante l’«aria», ho saputo solo il suo nome, Arturo, e questi particolari: che ha 46 anni, che ha già compiuto 22 anni di pena, dei quali 10 di segregazione (isolato), che è calzolaio tagliatore.
È un uomo bello, slanciato, dai tratti fini ed eleganti; parla con una precisione, una chiarezza, una sicurezza da sbalordire. Non ha una grande cultura, sebbene citi spesso Nietzsche: diceva Dies iràë, sdoppiando l’a-e. Lo vidi a Napoli, sereno, sorridente, tranquillo; aveva come una tinta pergamenacea sulle tempie e nelle orecchie, la pelle ingiallita, cioè, e come conciata. Partí da Napoli due giorni prima di me. Lo rividi ad Ancona, all’arrivo in stazione, sotto la pioggia: gli avevano fatto fare la linea Campobasso-Foggia, credo, e non quella Caianello-Castellamare, perché, ergastolano, avrebbe, in questi transiti, tentato la fuga, arrischiando sia pure un colpo di moschetto da parte dei carabinieri. Mi salutò, avendomi subito riconosciuto. Lo rividi all’ufficio matricola del carcere di Ancona: gli avevano lasciato i ferri, perché doveva andare in cella, essendo giunto a destinazione, e doveva attraversare dei cortili, sia pure interni. Era cambiato completamente da Napoli: davvero che mi richiamò Farinata: la faccia dura, angolosa, gli occhi pungenti e freddi, il petto in fuori, tutto il corpo teso come una molla pronta allo scatto: mi strinse la mano due o tre volte e sparí, inghiottito dalla casa di pena.
Basta: vedete, ho chiacchierato come una donnicciola. Sappiate per ora che sto bene, che non ho bisogno di nulla, che sono tranquillo e che attendo notizie vostre e dei bambini. Delio si ricorda di me qualche volta? Dovete mandarmi la fotografia di Giuliano. Abbraccio tutti teneramente.
Antonio

18.

19. II. 1927

Carissima Tania,
da un mese e dieci giorni non ricevo tue notizie e non so darmene spiegazioni. Come già ti ho scritto una settimana fa, al momento della mia partenza da Ustica, il vaporetto non aveva approdato da quasi dieci giorni: col vaporetto che mi trasportò a Palermo avrebbero dovuto giungere a Ustica almeno un paio di tue lettere che avrebbero dovuto essermi ritrasmesse a Milano; invece nella corrispondenza che ho qui ricevuto di ritorno dall’isola, non ho trovato niente di tuo. Carissima, se ciò dipende da te e non già (come è possibile e probabile) da qualche intralcio amministrativo, devi evitare di farmi stare in ansia così a lungo: isolato come sono, ogni novità e ogni interruzione di normalità portano a pensieri assillanti e penosi. Le tue ultime lettere, ricevute a Ustica, erano veramente un po’ preoccupanti; cosa sono queste preoccupazioni sulla mia salute, che giungono fino a farti star male fisicamente? Ti assicuro che sono stato sempre abbastanza bene e che ho in me delle energie fisiche che non sono facilmente esauribili, nonostante le apparenze di gracilità. Credi che non abbia voluto dir nulla l’aver sempre fatto una vita estremamente sobria e rigorosa? Me ne accorgo ora cosa ha voluto dire non aver mai avuto gravi malattie e non aver inferto all’organismo nessuna ferita decisiva; posso stancarmi orribilmente, è vero; ma un po’ di riposo e di nutrimento mi fanno rapidamente riacquistare la normalità. Insomma non so cosa scriverti per farti stare calma e sana: dovrò ricorrere alle minaccie? Potrei non scriverti piú, sai, e far sentire anche a te cosa significa mancare completamente di notizie.
Ti immagino seria e tetra, senza un sorriso neanche fuggevole. Vorrei farti rallegrare in qualche modo. Ti racconterò delle storielle; che te ne pare? Ti voglio, per esempio, come intermezzo alla descrizione del mio viaggio in questo mondo cosí grande e terribile, dire qualcosa intorno a me stesso e alla mia fama, di molto divertente. Io non sono conosciuto all’infuori di una cerchia abbastanza ristretta; il mio nome è storpiato perciò in tutti i modi piú inverosimili: Gramasci, Granusci, Grámisci, Granísci, Gramásci, fino a Garamáscon, con tutti gli intermedi piú bizzarri. A Palermo, durante una certa attesa per il controllo dei bagagli, incontrai in un deposito un gruppo di operai torinesi diretti al confino; insieme a loro era un formidabile tipo di anarchico ultra individualista, noto coll’indicazione di «Unico» che rifiuta di confidare a chiunque, ma specialmente alla polizia e alle autorità in generale, le sue generalità: «sono l’Unico e basta», ecco la sua risposta. Nella folla che attendeva, l’Unico riconobbe tra i criminali comuni (mafiosi) un altro tipo, siciliano (l’Unico deve essere napoletano o giú di lí), arrestato per motivi compositi, tra il politico e il comune, e si passò alle presentazioni. Mi presentò: l’altro mi guardò a lungo, poi domandò: «Gramsci, Antonio?» Sí, Antonio!, risposi. «Non può essere, replicò, perché Antonio Gramsci deve essere un gigante e non un uomo cosí piccolo». – Non disse piú nulla, si ritirò in un angolo, si sedette su uno strumento innominabile e stette, come Mario sulle rovine di Cartagine, a meditare sulle proprie illusioni perdute. Evitò accuratamente di parlare ancora con me durante il tempo in cui restammo ancora nello stesso camerone e non mi salutò quando ci separarono. – Un altro episodio simile mi successe più tardi, ma, credo, ancor piú interessante e complesso. Stavamo per partire; i carabinieri di scorta ci avevano già messo i ferri e le catene; ero stato legato in un modo nuovo e spiacevolissimo, poiché i ferri mi tenevano i polsi rigidamente, essendo l’osso del polso fuori del ferro e battendo contro il ferro stesso in modo doloroso. Entrò il capo scorta, un brigadiere gigantesco, che nel fare l’appello si fermò al mio nome e mi domandò se ero parente del «famoso deputato Gramsci». Risposi che ero io stesso quell’uomo e mi osservò con sguardo compassionevole e mormorando qualcosa di incomprensibile. A tutte le fermate lo sentii che parlava di me, sempre qualificandomi come il «famoso deputato», nei crocchi che si formavano intorno al cellulare (devo aggiungere che mi aveva fatto mettere i ferri in modo piú sopportabile), tanto che, dato il vento che spira, pensavo che, oltre tutto, potevo avere anche qualche bastonata da qualche esaltato. A un certo momento, il brigadiere, che aveva viaggiato nel secondo cellulare, passò in quello dove mi trovavo io e attaccò discorso. Era un tipo straordinariamente interessante e bizzarro, pieno di «bisogni metafisici», come direbbe Schopenhauer, ma che riusciva a soddisfarli nel modo piú bislacco e disordinato che si possa immaginare. Mi disse che si era immaginato sempre la mia persona come «ciclopica» e che era molto disilluso da questo punto di vista. Leggeva allora un libro di M. Mariani, l’Equilibrio degli egoismi, e aveva appena finito di leggere un libro di un certo Paolo Gilles, di confutazione al marxismo. Io mi guardai bene dal dirgli che il Gilles era un anarchico francese senza nessuna qualifica scientifica o d’altro: mi piaceva sentirlo parlare con grande entusiasmo di tante idee e nozioni disparate e sconnesse, come può parlarne un autodidatta intelligente ma senza disciplina e metodo. A un certo punto cominciò a chiamarmi «maestro». Mi sono divertito un mondo, come puoi immaginare. E cosí ho fatto l’esperienza della mia «fama». Che te ne pare?
Ho quasi finito la carta. Volevo minutamente descriverti la mia vita qui. Lo farò schematicamente. Mi levo al mattino alle sei e mezza, mezz’ora prima della sveglia. Mi faccio un caffè caldissimo (qui a Milano è permesso il combustibile «Meta», molto comodo e utile): faccio la pulizia della cella e la toilette. Alle 7œ ricevo œ litro di latte ancora caldo che bevo immediatamente. Alle 8 vado all’aria, cioè alla passeggiata, che dura due ore. Mi porto un libro, passeggio, leggo, fumo qualche sigaretta. A mezzogiorno ricevo il pranzo di fuori e cosí alla sera ricevo la cena: non riesco a mangiare tutto, quantunque mangi piú che a Roma. Alle sette di sera vado a letto e leggo fino alle 11 circa. Ricevo durante il giorno cinque giornali quotidiani: Corriere, Stampa, Popolo d’I., Giornale d’I., Secolo. Sono abbonato alla biblioteca, con doppio abbonamento e ho diritto a 8 libri la settimana. Compro ancora qualche rivista e «Il Sole», giornale economico-finanziario di Milano. Cosí leggo sempre. Ho letto già i Viaggi di Nansen e altri libri di cui ti parlerò un’altra volta. Non ho sentito malesseri di sorta, all’infuori del freddo dei primi giorni. Scrivimi, carissima, e mandami notizie di Giulia, di Delio, di Giuliano, di Genia e di tutti gli altri: e tue notizie, tue notizie. Ti abbraccio.
Antonio

La passata lettera e questa non sono affrancate, perché mi sono dimenticato in tempo utile di acquistare i francobolli.

19.

26 febbraio 1927

Carissima mamma,
mi trovo a Milano nelle carceri giudiziarie di San Vittore, fin dal 7 febbraio. Sono partito da Ustica il 20 gennaio e mi è stata qui trasmessa una tua lettera, senza data, ma che deve essere dei primi giorni di febbraio. Non devi preoccuparti di questo mutamento nelle mie condizioni; esso aggrava solo fino ad un certo punto il mio stato; c’è solo un aumento di seccature e di noie, niente altro. Non voglio neanche dirti minutamente in che consiste l’accusa che mi si fa, poiché neanche io sono bene riuscito a comprenderlo fin’ora; si tratta in ogni modo delle solite quistioni politiche per le quali ero già stato colpito coi cinque anni di confino a Ustica. Ci vorrà pazienza ed io pazienza ne posseggo a tonnellate, a vagoni, a case (ti ricordi come diceva Carlo quando era piccino e mangiava qualche dolce saporito? «Ne vorrei cento case»; io di pazienza ne ho kentu domus e prus).
Dovrai tu aver pazienza e bontà, però. La tua lettera invece mi pare che mi ti mostri in tutt’altro stato d’animo. Scrivi che ti senti vecchia ecc. Ebbene, io sono sicuro che tu sei ancora molto forte e resistente, nonostante la tua età e i grandi dolori e le grandi fatiche che hai dovuto attraversare.
Corrias, corriazzu, ti ricordi? Sono sicuro che ci vedremo ancora tutti assieme, figli, nipoti e forse, chissà, pronipoti, e faremo un grandissimo pranzo con kulurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu sigada (non di quei fichi secchi, però, di quella famosa zia Maria di Tadasuni). Credi che a Delio piaceranno i pirichittos e le pippias de zuccuru? Penso di sí e che anche lui dirà di volerne cento case; non puoi credere quanto rassomigli a Mario e a Carlo bambini, per quanto io ricordi, specialmente a Carlo, a parte il naso che Carlo aveva allora appena rudimentale.
Qualche volta penso a tutte queste cose e mi piace di ricordare i fatti e le scene della fanciullezza: ci trovo molti dolori e molte sofferenze, è vero, ma anche qualcosa di allegro e di bello. E poi ci sei sempre tu, cara mamma, e le tue mani sempre affaccendate per noi, per alleviarci le pene e per trarre una qualche utilità da ogni cosa. Ti ricordi i miei agguati per avere il caffè buono, senza orzo e altre porcherie del genere? Vedi: quando penso a tutte queste cose penso anche che Edmea non avrà questi ricordi da grande e che ciò influirà molto sul suo carattere, determinando in lei una certa mollezza e un certo sentimentalismo che non sono molto raccomandabili in questo tempo di ferro e di fuoco, nel quale viviamo. Siccome anche Edmea dovrà farsi la strada da sé, occorre pensare a rafforzarla moralmente, a impedire che essa vada crescendo circondata dai soli elementi della vita fossilizzata del paese. Penso che voi dovete spiegarle, con molto tatto, naturalmente, perché Nannaro non si occupi troppo di lei e pare la trascuri. Dovete spiegarle come suo padre non possa oggi ritornare dall’estero e come ciò sia dovuto al fatto che Nannaro, come me e molti altri abbiano pensato che le molte Edmee che vivono in questo mondo dovrebbero avere una fanciullezza migliore di quella che noi abbiamo trascorso e lei stessa trascorre. E dovete dirle, senza nessun sotterfugio, che io sono in prigione, cosí come suo padre è all’estero. Dovete, certamente, tenere conto della sua età e del suo temperamento ed evitare che la poveretta si affligga troppo, ma dovete anche dirle la verità e cosí accumulare in lei ricordi di forza, di coraggio, di resistenza ai dolori e alle traversie della vita.
Carissima mamma, non devi preoccuparti per me e non devi pensare che io stia male. Per quanto è possibile, io sto bene. Ho una cella a pagamento, cioè un letto abbastanza buono: ho persino uno specchio per rimirarmi. Ricevo da una trattoria due pasti al giorno; al mattino prendo mezzo litro di latte. Ho a mia disposizione una macchinetta per riscaldare le vivande e farmi il caffè. Leggo sei giornali al giorno e otto libri alla settimana, con in piú riviste illustrate e umanistiche. Ho le sigarette Macedonia. Insomma, dal punto di vista materiale, non soffro di nessuna mancanza sensibile. Non posso scrivere quanto mi pare e ricevo la posta molto irregolarmente; questo sí. Da circa un mese e mezzo non ho notizie di Giulia e dei due bambini; perciò non posso scriverti niente intorno a loro. So, però, che dal punto di vista materiale sono al sicuro e che Delio e Giuliano non mancano di nulla.
A proposito, hai ricevuto una bellissima fotografia di Delio che doveva esserti spedita? Se l’hai ricevuta, scrivimi le tue impressioni.
Carissima mamma, ti prometto di scriverti almeno ogni tre settimane e di tenerti allegra; anche tu scrivimi e fammi scrivere da Carlo, da Grazietta, da Teresina, da papà, da Paolo e anche da Edmea, la quale, penso, deve essere già avanti e sapere compilare qualche letterina; ogni lettera che ricevo è una grande consolazione e un bel divertimento per me.
Abbraccio teneramente tutti; a te, carissima mamma, un piú tenero abbraccio
Nino
Il mio indirizzo è ora: Carceri giudiziarie – Milano.

20.

26. II. 1927

Carissima Tania,
da circa un mese e mezzo sono ormai privo di notizie tue, di Giulia e dei bambini. Sono sicuro che tu mi hai scritto. Non so a che attribuire il fatto che le tue lettere non mi pervengono. Una spiegazione potrebbe trovarsi in ciò che qualche lettera mi è stata indirizzata (non so perché) al Carcere Militare e che nelle buste ho trovato scritto a matita: «non c’è»; è possibile che per questa ragione qualche altra lettera sia andata smarrita. Ma non mi sembra possibile che «tutte» le tue lettere siano andate smarrite; penso allora che ci sia un qualche misterioso provvedimento per cui una parte della mia corrispondenza non mi venga trasmessa. Non sono neanche sicuro, pertanto, che le mie lettere ti giungano; nel caso affermativo, e per ogni evenienza, pensando che nelle tue lettere ci sia stato un sia pure lontano accenno al provvedimento che mi ha colpito, ti prego di evitare tali possibili accenni, anche i piú vaghi e indiretti e limitarti alle sole notizie familiari.
Carissima Tania, se questa mia lettera ti giunge, scrivimi subito e informami sulle condizioni tue, di Giulia e dei bambini; non tener conto delle precedenti lettere che mi hai certamente scritto; ripeti tutte le notizie. È questa la sola mia preoccupazione ed essa mi affligge in modo che non ti so dire.
Carissima Tania, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio
Mio indirizzo: – Carceri giudiziarie – Milano. È questa la terza lettera che ti spedisco da Milano.

21.

19. III. 1927.

Carissima Tania,
ho ricevuto in questa settimana due tue cartoline; una del 9 e l’altra dell’ 11 marzo: non ho invece ricevuto la lettera alla quale accenni. Credevo di ricevere la corrispondenza tua, trasmessa da Ustica: mi è infatti giunto un pacco di libri dall’isola e lo scrivanello che me li consegnò mi disse che nel pacco erano contenute anche delle lettere chiuse e delle cartoline che dovevano ancora passare all’ufficio di revisione; spero di riceverle tra giorni.
Ti ringrazio delle notizie che mi mandi su Giulia e sui bambini; non riesco a scrivere direttamente a Giulia, nell’attesa di ricevere qualche sua lettera anche molto arretrata. Immagino le sue condizioni di spirito, oltre a quelle fisiche, per tutto un complesso di ragioni; questa malattia deve essere stata molto angosciosa. Povero Delio; dalla scarlattina alla grippe, in cosí breve tempo! Scrivi tu a nonna Lula, e pregala che mi scriva una lunga lettera, in italiano o in francese, come può (del resto tu potresti mandarmi la sola traduzione), e mi descriva, proprio per benino, la vita dei bambini. Mi sono proprio persuaso che le nonne sanno meglio delle mamme descrivere i bambini e i loro movimenti, in modo reale e concreto; sono piú oggettive, e poi hanno l’esperienza di tutto uno sviluppo vitale; mi pare che la tenerezza delle nonne sia piú sostanziosa di quella delle mamme (Giulia non deve però offendersi e ritenermi più cattivo di quello che sono!)
Non so proprio suggerirti nulla per Giuliano; su questo terreno ho già fallito una volta con Delio. Forse io stesso saprei fabbricargli qualche cosa di conveniente, se potessi essergli vicino. Fa tu, secondo il tuo gusto, e scegli qualche cosa a mio nome. Ho fabbricato in questi giorni una palla di cartapesta, che sta finendo di asciugare; penso che sarà impossibile di inviartela per Delio; d’altronde non sono ancora riuscito a pensare al modo di verniciarla e senza vernice si disfarebbe facilmente per l’umidità.
La mia vita trascorre sempre ugualmente monotona. Anche lo studiare è molto piú difficile di quanto non sembrerebbe. Ho ricevuto qualche libro e in verità leggo molto (piú di un volume al giorno, oltre i giornali), ma non è a questo che mi riferisco; intendo altro. Sono assillato (è questo fenomeno proprio dei carcerati, penso) da questa idea: che bisognerebbe far qualcosa «für ewig», secondo una complessa concezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro Pascoli. Insomma, vorrei, secondo un piano prestabilito, occuparmi intensamente e sistematicamente di qualche soggetto che mi assorbisse e centralizzasse la mia vita interiore. Ho pensato a quattro soggetti finora, e già questo è un indice che non riesco a raccogliermi, e cioè: 1° una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel secolo scorso; in altre parole, una ricerca sugli intellettuali italiani, le loro origini, i loro raggruppamenti secondo le correnti della cultura, i loro diversi modi di pensare ecc. ecc. Argomento suggestivo in sommo grado, che io naturalmente potrei solo abbozzare nelle grandi linee, data l’assoluta impossibilità di avere a disposizione l’immensa mole di materiale che sarebbe necessaria. Ricordi il rapidissimo e superficialissimo mio scritto sull’Italia meridionale e sulla importanza di B. Croce?. Ebbene, vorrei svolgere ampiamente la tesi che avevo allora abbozzato, da un punto di vista «disinteressato», «für ewig». – 2° Uno studio di linguistica comparata! Niente meno. Ma che cosa potrebbe essere piú «disinteressato» e für ewig di ciò? Si tratterebbe, naturalmente, di trattare solo la parte metodologica e puramente teorica dell’argomento, che non è stata mai trattata completamente e sistematicamente dal nuovo punto di vista dei neolinguisti contro i neogrammatici. (Ti farò orripilare, cara Tania, con questa mia lettera!). Uno dei maggiori «rimorsi» intellettuali della mia vita è il dolore profondo che ho procurato al mio buon professor Bartoli dell’Università di Torino il quale era persuaso essere io l’arcangelo destinato a profligare definitivamente i «neogrammatici», poiché egli, della stessa generazione e legato da milioni di fili accademici a questa geldra di infamissimi uomini, non voleva andare, nelle sue enunciazioni, oltre un certo limite fissato dalle convenienze e dalla deferenza ai vecchi monumenti funerari dell’erudizione. – 3° Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla trasformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresentato e ha contribuito a determinare. Sai che io, molto prima di Adriano Tilgher, ho scoperto e ho contribuito a popolarizzare il teatro di Pirandello? Ho scritto sul Pirandello, dal 1915 al 1920, tanto da mettere insieme un volumetto di 200 pagine e allora le mie affermazioni erano originali e senza esempio: il Pirandello era o sopportato amabilmente o apertamente deriso. – 4° Un saggio sui romanzi di appendice e il gusto popolare in letteratura. L’idea m’è venuta leggendo la notizia della morte di Serafino Renzi, capocomico di una compagnia di drammi da arena, riflesso teatrale dei romanzi d’appendice, e ricordando quanto io mi sia divertito le volte che sono andato ad ascoltarlo, perché la rappresentazione era doppia: l’ansia, le passioni scatenate, l’intervento del pubblico popolare non era certo la rappresentazione meno interessante.
Che te ne pare di tutto ciò? In fondo, a chi bene osservi, tra questi quattro argomenti esiste omogeneità: lo spirito popolare creativo, nelle sue diverse fasi e gradi di sviluppo, è alla base di essi in misura uguale. Scrivimi le tue impressioni; io ho molta fiducia nel tuo buon senso e nella fondatezza dei tuoi giudizi. Ti ho annoiato? Sai, lo scrivere surroga le conversazioni per me: mi pare veramente di parlarti quando ti scrivo; solo che tutto si riduce a un monologo, perché le tue lettere o non mi arrivano o non corrispondono alla conversazione intrapresa. Perciò scrivimi, e a lungo, delle lettere, oltre che le cartoline; io ti scriverò una lettera ogni sabato (ne posso scrivere due alla settimana) e mi sfogherò. Non riprendo la narrazione delle mie vicende e impressioni di viaggio, perché non so se ti interessano; certo esse hanno un valore personale per me, in quanto sono legate a determinati stati d’animo e anche a determinate sofferenze; per renderle interessanti agli altri forse sarebbe necessario esporle in forma letteraria; ma io devo scrivere di botto, nel poco tempo in cui mi vengono lasciati il calamaio e la penna. A proposito – la pianticella di limone continua a crescere? non me ne hai piú accennato. E la mia padrona di casa come sta, o è morta? Mi sono sempre dimenticato di chiedertelo. Ai primi di gennaio ricevetti ad Ustica una lettera del sig. Passarge che era disperato e credeva alla prossima morte della signora, poi non seppi piú nulla. Povera signora, temo che la scena del mio arresto abbia contribuito ad accelerare il suo male, poiché mi voleva bene ed era cosí pallida quando mi portarono via.
Ti abbraccio, cara, voglimi bene e scrivimi.
Antonio

22.

26. III. 1927.

Carissima Tania,
non ho ricevuto, in questa settimana, né cartoline né lettere tue; mi è stata invece recapitata la tua lettera del 17 gennaio (con la lettera di Giulia del 10) rispedita da Ustica. Cosí, in un certo senso e fino a un certo punto, sono stato abbastanza contento; ho rivisto i caratteri di Giulia (ma come scrive poco questa ragazza e come sa bene giustificarsi col baccano che le fanno intorno i bambini!) e mi sono coscienziosamente studiato a memoria la tua lettera. Nella quale ho cominciato col trovare parecchi errori (studio anche queste piccole cose, sai, e ho avuto la impressione che questa tua lettera non sia stata pensata in italiano, ma tradotta in fretta e malamente e ciò vuol dire che eri stanca e stavi male e pensavi a me solo per un giro complicato; forse avevi appena allora ricevuto la notizia della grippe di Giulia e dei bambini), tra gli altri una confusione imperdonabile tra S. Antonio di Padova che ricorre nel mese di giugno e il S. Antonio comunemente chiamato del porco, che è proprio il mio santo, perché sono nato il 22 gennaio, e al quale tengo moltissimo per tante ragioni di carattere magico. – La tua lettera mi ha fatto ripensare alla vita di Ustica, che certamente tu immaginavi molto diversa da quello che era realmente; in avvenire forse riprenderò a narrarti la mia vita di quei tempi, e allora ti farò un quadro di essa; oggi non ho voglia e mi sento un po’ stanco. Da Ustica mi sono fatto mandare le grammatichette e il Faust; il metodo è buono, ma domanda l’assistenza di un insegnante, almeno per chi inizia gli studi; per me invece è ottimo, in quanto devo solo rivedere le nozioni e devo specialmente fare esercizi. Mi sono anche fatto mandare la Signorina-contadina di Puškin nell’edizione della Polledro: testo, traduzione letteraria e grammaticale e note. Studio a memoria il testo; la prosa di Puškin penso sia molto buona e perciò non temo di infarcirmi la memoria di spropositi stilistici. Questo metodo di imparare a memoria la prosa lo ritengo ottimo da ogni punto di vista.
Ho ricevuto, rispedita da Ustica, una lettera di mia sorella Teresina con la fotografia di suo figlio Franco, nato qualche mese dopo Delio. Mi pare non si rassomiglino affatto, mentre invece Delio rassomiglia moltissimo a Edmea. Franco non è ricciuto e deve essere castano o scuro; inoltre Delio è certamente piú bello: Franco ha i lineamenti fondamentali troppo marcati di già, ciò che lascia prevedere un loro sviluppo verso la durezza e l’esagerazione; in Delio invece i lineamenti sono molto infantili, mentre è più marcata la serietà dell’espressione generale e una certa malinconia che non è infantile per nulla e che dà molto da pensare. Hai mandato la sua fotografia a mia madre, come avevi promesso? Farai molto bene: la poveretta ha molto sofferto per il mio arresto e credo che soffra tanto piú in quanto nei nostri paesi è difficile comprendere che si può andare in prigione senza essere né un ladro, né un imbroglione, né un assassino; essa vive in condizioni di spavento permanente fin dallo scoppio della guerra (tre miei fratelli erano al fronte) e aveva ed ha una frase sua: «i miei figli li macelleranno» che in sardo è terribilmente piú espressiva che in italiano: «faghere a pezza». «Pezza» è la carne che si mette in vendita, mentre per l’uomo si adopera il termine «carre». Non so proprio come consolarla e farle capire che io sto abbastanza bene e non corro nessuno dei pericoli che ella immagina: è molto difficile ciò, perché ella sospetta sempre che le si voglia nascondere la verità e perché si orienta pochissimo nella vita attuale; pensa che non ha mai viaggiato, non è mai stata neanche a Cagliari e io sospetto ella ritenga una bella favola molte descrizioni che noi le abbiamo fatto.
Carissima Tania, non riesco proprio a scriverti, oggi; mi hanno ancora dato un pennino che gratta la carta e mi obbliga a un vero acrobatismo digitale. Attendo tue lettere. Ti abbraccio.
Antonio

Ho osservato che manca meno di un mese alla Pasqua. Ora devi sapere che la Pasqua è uno dei tre giorni dell’anno in cui si permette ai detenuti di mangiar dolci. Io voglio proprio mangiare dei dolci speditimi da te. Farai ancora a tempo a mandarmeli? Spero di sí.
Fammi sapere quante mie lettere hai ricevuto finora. La prima, che ti scrissi il 12 febbraio, so che non poté arrivarti.

23.

26 marzo 1927

Carissima Teresina,
mi è stata consegnata solo pochi giorni fa la lettera che mi avevi inviato a Ustica e che conteneva la fotografia di Franco. Ho cosí potuto vedere finalmente il tuo bimbetto e te ne faccio tutte le mie congratulazioni; mi manderai, è vero?, anche la fotografia della Mimí e cosí sarò proprio contento. Mi ha colpito molto che Franco, almeno dalla fotografia, rassomigli pochissimo alla nostra famiglia: deve rassomigliare a Paolo e alla sua stirpe campidanese e forse addirittura maurreddina: e Mimí a chi somiglia? Devi scrivermi a lungo intorno ai tuoi bambini, se hai tempo, o almeno farmi scrivere da Carlo o da Grazietta. Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correntemente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non devi fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino piú lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.
Delio e Giuliano sono stati male in questi ultimi tempi: hanno avuto la febbre spagnola; mi scrivono che ora si sono rimessi e stanno bene. Vedi, per esempio, Delio: ha incominciato col parlare la lingua della madre, come era naturale e necessario, ma rapidamente è andato apprendendo anche l’italiano e cantava ancora delle canzoncine in francese, senza perciò confondersi o confondere le parole dell’una e dell’altra lingua. Io volevo insegnarli anche a cantare: «Lassa sa figu, puzone», ma specialmente le zie si sono opposte energicamente. Mi sono divertito molto con Delio nell’agosto scorso: siamo stati insieme una settimana al Trafoi, nell’Alto Adige, in una casetta di contadini tedeschi. Delio compiva proprio allora due anni, ma era già molto sviluppato intellettualmente. Cantava con molto vigore una canzone: «Abbasso i frati, abbasso i preti», poi cantava in italiano: «Il sole mio sta in fronte a te» e una canzoncina francese, dove c’entrava un mulino. Era diventato appassionato per la ricerca delle fragole nei boschi e voleva andar sempre dietro agli animali. Il suo amore per gli animali veniva sfruttato in due modi: per la musica, in quanto si ingegnava a riprodurre sul pianoforte la gamma musicale secondo le voci degli animali, dall’orso baritonale all’acuto del pulcino e per il disegno. Ogni giorno, quando andavo da lui, a Roma, bisognava ripetere tutta la serie: primo bisognava mettere l’orologio a muro sul tavolo e fargli fare tutti i movimenti possibili; poi bisognava scrivere una lettera alla nonna materna con la figura degli animali che lo avevano colpito nella giornata; poi si andava al piano e si faceva la sua musica animalesca, poi si giocava in vario modo.
Cara Teresina, hai osservato nella tua lettera che la prima mia lettera mandatavi da Roma, era piena di sconforto. Non credo di essere mai stato sconfortato come tu credi. Quella lettera la scrissi veramente in un brutto momento, relativamente; il giorno prima mi era stata comunicata la misura dei cinque anni di confino di polizia e mi era stato detto che tra pochi giorni sarei partito per il Giúbaland, in Somalia. Certo in quella notte pensai parecchio alle mie possibilità fisiche di resistenza, che allora non avevo ancora potuto misurare e che valutavo poche; è possibile che nella lettera ci sia stato un riflesso di quegli stati d’animo. In ogni caso devi credere che, se pure allora potei avere, come tu dici, un po’ di sconforto, esso è passato rapidamente e non si è piú ripetuto. Vedo tutto con molta freddezza e tranquillità e pur non facendomi illusioni puerili, sono fermamente convinto di non essere destinato a marcire in galera. Tu e gli altri dovete cercare di far stare allegra la mamma (dalla quale ho ricevuto una lettera alla quale non so come rispondere) e di assicurarla che la mia onorabilità e la mia rettitudine non sono affatto in quistione: io sono in carcere per ragioni politiche, non per ragioni di onorabilità. Credo proprio che avvenga l’inverso: se non tenessi alla mia onorabilità, alla mia rettitudine, alla mia dignità, se cioè fossi stato capace di avere una cosí detta crisi di coscienza e mutare d’opinione, non sarei stato arrestato e non sarei andato a Ustica, tanto per cominciare. Di questo dovete persuadere la mamma; mi preme molto. Scrivimi e fammi scrivere da tutti: non ho piú visto neanche la firma di Grazietta; come sta?
Abbraccio Paolo affettuosamente; tanti baci a te e ai tuoi bambini
Nino

24.

4 aprile 1927

Cara, cara Tania,
ho ricevuto, nella scorsa settimana, due tue cartoline (del 19 e del 22 marzo) e la lettera del 26. Sono molto spiacente di averti addolorato, penso anche che tu non hai capito bene il mio stato d’animo, perché non mi sono espresso bene e mi dispiace che tra noi possano formarsi degli equivoci. Ti assicuro proprio che non mi ha mai neanche attraversato il dubbio che tu mi possa dimenticare o possa volermi meno bene; certamente se avessi pensato anche lontanamente a tal cosa, non ti avrei piú scritto del tutto; è sempre stato questo il mio carattere e per esso nel passato ho troncato molte vecchie amicizie. Potrei solo a voce spiegarti la ragione del nervosismo che mi aveva preso dopo due mesi che ero senza notizie; non tento neppure di farlo per lettera, per non cadere in altri equivoci altrettanto dolorosi. Oramai tutto è passato e non voglio piú neanche ripensarci. Da qualche giorno ho cambiato di cella e di raggio (il carcere è diviso in raggi) come risulta anche dall’intestazione della lettera; prima ero al 1° raggio, 13a cella; adesso sono al 2° raggio, 22a cella. La mia situazione, diciamo cosí, carceraria, mi pare migliorata. La mia vita trascorre, però, su per giú, come prima. Te la voglio descrivere un po’ minutamente; cosí ogni giorno, potrai immaginare ciò che faccio. La cella è ampia come una stanzetta da studente: a occhio la calcolo tre metri per quattro e œ e 3/œ d’altezza. La finestra dà sul cortile dove si prende l’aria: non è una finestra regolare, naturalmente; è una cosidetta «bocca di lupo», con le sbarre all’interno; si può vedere solamente una fetta di cielo, non si può guardare nel cortile o lateralmente. La disposizione di questa cella è peggiore di quella precedente che era esposta a sud-sud-ovest (il sole si vedeva verso le 10 e alle 2 occupava il centro della cella con una striscia di almeno 6° cm.); nell’attuale cella, che deve essere esposta a sud-ovest-ovest, il sole si vede verso le due e sta in cella fin tardi, ma con una striscia di 25 cm. In questa stagione, piú calda, forse cosí andrà meglio. Inoltre: l’attuale cella è posta sull’officina meccanica del carcere e si sente il rombo delle macchine; ma mi abituerò. La cella è molto semplice e molto complessa insieme. Ho la branda a muro con due materassi (uno di lana): la biancheria viene cambiata ogni 15 giorni circa. Ho un tavolino e una specie di comodino-armadio, uno specchio, un catino e una brocca di ferro smaltato. Possiedo molti oggetti di alluminio acquistati alla Rinascente che ha organizzato un reparto nel carcere. Possiedo alcuni libri miei; ogni settimana ricevo in lettura 8 libri della biblioteca del carcere (doppio abbonamento). Perché ti faccia un’idea ti faccio la lista di questa settimana, che però è eccezionale per la relativa bontà dei libri capitati: – 1° Pietro Colletta, Storia del Reame di Napoli (ottimo); 2° V. Alfieri, Autobiografia; 3° Molière, Commedie scelte, tradotte dal signor Moretti (traduzione ridicola); 4° Carducci, 2 v. delle opere complete (mediocrissimi, tra i peggiori del Carducci); 5° Artur Lévy, Napoleone intimo (curioso, apologia di Napoleone come «uomo morale»); 6° Gina Lombroso, Nell’America meridionale (mediocrissimo); 7° Harnack, L’essenza del Cristianesimo; Virgilio Brocchi, Il destino in pugno, romanzo (fa spiritare i cani); Salvator Gotta, La donna mia (meno male che è sua, perché è noiosissima). Al mattino mi levo alle 6œ, alle 7 suonano la sveglia: caffè, toilette, pulizia della cella; prendo mezzo litro di latte e ci mangio un panino; alle 8 circa si va all’aria, che dura 2 ore. Passeggio; studio la grammatica tedesca, leggo la Signorina contadina di Puškin e imparo a memoria una ventina di righe del testo. Compro «Il Sole», giornale industriale-commerciale, e leggo qualche notizia economica (mi sono letto tutte le relazioni annuali delle Società per azioni); il martedí compro il «Corriere dei Piccoli» che mi diverte; il mercoledí la «Domenica del Corriere»; il venerdí il «Guerin Meschino», cosidetto umoristico. Dopo l’aria, caffè; ricevo tre giornali, «Corriere», «Popolo d’Italia», «Secolo» (adesso il «Secolo» esce al pomeriggio e non lo comprerò piú, perché non vale piú niente), che leggo; il pranzo arriva in ore disparate, dalle 12 alle 3; riscaldo la minestra (in brodo o asciutta), mangio un pezzettino di carne (se è di manzo, perché non riesco ancora a mangiare la carne di manzo), un panetto, un pezzetto di formaggio, la frutta non mi piace, e un quarto di vino. Leggo un libro, passeggio, rifletto su tante cose. Alle 4-4œ ricevo altri due giornali, la «Stampa» e il «Giornale d’Italia». Alle 7 ceno (la cena arriva alle 6), minestra, due uova crude, un Œ di vino; il formaggio non riesco a mangiarlo. Alle 7œ suona il silenzio; vado a letto e leggo dei libri fino alle 11-12. Da due giorni, verso le 9 bevo una chicchera di camomilla. (Il seguito al prossimo numero, perché voglio scriverti d’altro).
1° Non ho bisogno di biancheria, ecc. Ne ho abbastanza e non saprei dove mettere altri oggetti. Le scarpe che ho sono buonissime; ho anche le tue pantofole. L’abito per adesso va bene, come abito carcerario. Ho il soprabitino che mi ha servito nei mesi freddi e adesso è già diventato inutile. Ho tutti i tuoi cucchiai e cucchiaini, che mi hanno servito molto (anche senza manico), ho 6 o 7 pezzi di sapone, spazzole, spazzolini, pettine ecc, ecc. Non mi serve veramente nulla di essenziale. La tua venuta qui, il poterti vedere, sarebbe una grandissima cosa per me, puoi pensare! Occorre però prima sapere se io rimarrò qui, primo; occorre esser sicuri che ti diano il permesso del colloquio, secondo. Devi ricordare che giuridicamente noi non siamo parenti, perché il matrimonio non è stato registrato in Italia; io giuridicamente sono celibe e tu non puoi dimostrare di essere mia cognata. Ti scrivo questo, perché sarebbe orribile per me se tu venissi e poi non potessi vedermi. Ti dico però che non è impossibile avere il colloquio; so che dei miei amici hanno avuto il colloquio con le loro compagne non mogli giuridicamente, perché sarebbe impossibile per le cognate. Bisogna parlare con un avvocato: a Milano bisognerebbe che tu ti rivolgessi all’Avv. Arys (Via Unione 1) il quale (come mi ha scritto Bordiga da Ustica) si è occupato per me. Cara Tania, come sarei contento di vederti; ma non devi scrivermi di ciò, altro che se hai già assicurata la possibilità di avere il colloquio; altrimenti soffrirei troppo della delusione. Ti abbraccio
Antonio

– Senti, cara, per la corrispondenza, stabiliamo cosí: io ti scrivo una lettera ogni lunedí (in questo raggio si scrive il lunedí); tu mi scrivi una lettera ogni settimana e in più due cartoline, anche illustrate, e mi mandi le lettere di Giulia. Sai; nuovamente l’idea della censura epistolare mi toglie la spontaneità, come i primi tempi di Ustica. Spero di diventare «spudorato» come prima, ma ancora non ci riesco. Scrivi a Giulia che penso molto a lei e ai bambini, ma non riesco a scrivere, proprio; scriverei come un emarginatore di pratiche e ciò mi fa orrore.

25.

11 aprile 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue cartoline del 31 marzo e del 3 aprile. Ti ringrazio per le notizie che mi mandi. Attendo la tua venuta a Milano; ma, ti confesso, non voglio contarci troppo. Ho pensato che non è molto piacevole continuare la descrizione, intrapresa nella scorsa lettera, della attuale mia vita. È meglio che volta per volta ti scriva ciò che mi salta in testa, senza un piano prestabilito. Lo scrivere mi è anche diventato un tormento fisico, perché mi dànno degli orribili pennini, che grattano la carta e domandano un’attenzione ossessionante alla parte meccanica dello scrivere. Credevo di poter ottenere l’uso permanente della penna e mi ero proposto di scrivere i lavori ai quali ti ho accennato; non ho però ottenuto il permesso e mi dispiace insistere. Perciò scrivo solo nelle due ore e œ o tre ore in cui si sbriga la corrispondenza settimanale (2 lettere); naturalmente non posso prendere appunti, cioè in realtà non posso studiare ordinatamente e con profitto. Leggicchio. Tuttavia il tempo passa molto rapidamente, piú di quanto pensassi. Sono trascorsi 5 mesi dal giorno del mio arresto (8 novembre) e due mesi dal giorno del mio arrivo a Milano. Non pare vero come tanto tempo sia trascorso. Bisogna però tener conto del fatto che in questi cinque mesi ne ho visto di tutti i colori e ho subito le impressioni piú strane e piú eccezionali della mia vita. Roma: 8 novembre fino al 25 novembre; isolamento assoluto e rigoroso. 25 novembre: Napoli, in compagnia dei miei 4 compagni deputati fino al 29 (3, non 4, perché uno fu staccato a Caserta per le Trémiti). Imbarco per Palermo e arrivo a Palermo il 30. Otto giorni a Palermo: 3 viaggi per Ustica a vuoto per il mare tempestoso. Primo contatto con gli arrestati siciliani per mafia: un mondo nuovo, che io conoscevo solo intellettualmente; verifico e controllo le mie opinioni in proposito, che riconosco abbastanza esatte. Il 7 dicembre, arrivo a Ustica. Conosco il mondo dei coatti: cose fantastiche e incredibili. Conosco la colonia dei beduini di Cirenaica, confinati politici: quadro orientale, molto interessante. Vita di Ustica. Il 20 gennaio, riparto. 4 giorni a Palermo. Traversata per Napoli con criminali comuni. Napoli: conosco tutta una serie di tipi del piú alto interesse per me, che del Mezzogiorno fisicamente conoscevo solo la Sardegna. A Napoli, tra l’altro, assisto alla scena di iniziazione alla camorra: conosco un ergastolano (un certo Arturo) che mi lascia una impressione indelebile. Dopo 4 giorni parto da Napoli; fermata a Cajanello, nella caserma dei carabinieri; conosco i miei compagni di catena, che verranno con me fino a Bologna. Due giorni a Isernia, con questi tipi. Due giorni a Sulmona. Una notte a Castellamare A., nella caserma dei carabinieri. Ancora: due giorni con circa 60 detenuti. Vengono organizzati dei trattenimenti di occasione in mio onore; i romani improvvisano una bellissima accademia di recitazione, Pascarella e bozzetti popolari della malavita romana. Pugliesi, calabresi e siciliani svolgono un’accademia di scherma del coltello secondo le regole dei 4 stati della malavita meridionale (lo Stato Siciliano, lo Stato Calabrese, lo Stato Pugliese, lo Stato Napoletano): Siciliani contro Pugliesi, Pugliesi contro Calabresi. Non si fa la gara tra Siciliani e Calabresi, perché tra i due Stati gli odii sono fortissimi e anche l’accademia diventa seria e cruenta. I Pugliesi sono i maestri di tutti: accoltellatori insuperabili, con una tecnica piena di segreti e micidialissima, sviluppata secondo e per superare tutte le altre tecniche. Un vecchio pugliese, di 65 anni, molto riverito, ma senza dignità «statali», sconfigge tutti i campioni degli altri «stati»; poi, come clou, schermisce con un altro pugliese, giovane, di bellissimo corpo e di sorprendente agilità, alto dignitario e al quale tutti obbediscono e per œ ora sviluppano tutta la tecnica normale di tutte le scherme conosciute. Scena veramente grandiosa e indimenticabile, per tutto, per gli attori e per gli spettatori: tutto un mondo sotterraneo, complicatissimo, con una vita propria di sentimenti, di punti di vista, di punto d’onore, con gerarchie ferree e formidabili, si rivelava per me. Le armi erano semplici: i cucchiai, strofinati al muro, in modo che la calce segnava i colpi nell’abito. Poi Bologna, due giorni, con altre scene; poi Milano. Certo questi 5 mesi sono stati movimentati e ricchi di impressioni per uno o due anni di rimuginamento. Questo ti spiega come passo il tempo, quando non leggo; ripenso a tutte queste cose, le analizzo capillarmente, mi ubbriaco di questo lavoro bizantino. Inoltre tutto diventa oltremodo interessante, di ciò che avviene intorno a me e che riesco a percepire. Certo mi controllo assiduamente, perché non voglio cadere nelle monomanie che caratterizzano la psicologia dei detenuti; a ciò mi aiuta specialmente un certo spiritello ironico e pieno di umore che mi accompagna sempre. E tu cosa fai e a che pensi? Chi ti compra i romanzi d’avventura, ora che io non ci sono? Sono persuaso che hai riletto le mirabili istorie di Corcoran e della sua amabile Lisotta. Frequenti quest’anno le lezioni del Policlinico? Il professor Caronia, è lui che ha trovato il bacillo del morbillo? Ho visto le sue lamentevoli vicende; non ho capito dai giornali se il professor Cirincione è stato sospeso anch’egli. Tutto ciò è, almeno in parte, legato al problema della mafia siciliana. È incredibile come i siciliani, dal piú infimo strato alle cime piú alte, siano solidali tra loro e come anche degli scienziati di innegabile valore corrano sui margini del Codice Penale per questo sentimento di solidarietà. Mi sono persuaso che realmente i siciliani fanno parte a sé; c’è piú somiglianza tra un calabrese e un piemontese che tra un calabrese e un siciliano. Le accuse che i meridionali in genere muovono contro i siciliani sono terribili: li accusano persino di cannibalismo. Non avrei mai creduto che esistessero tali sentimenti popolari. Penso che occorrerebbe leggere molti libri sulle storie degli ultimi secoli, specialmente sul periodo della separazione tra la Sicilia e il Mezzogiorno durante i regni di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat a Napoli, per trovare l’origine di tali sentimenti. Sono entusiasta della cuffietta; dove sei riuscita a trovarla? Penso sia la cuffia di Orgosolo, rossa e bleu, che io non ero piú riuscito a trovare. La palla di cartapesta non si potrà mandare e cosí tu non potrai mandarmi la vernice: credo sia assolutamente impossibile, specialmente per la vernice, che può essere ritenuta un veleno, in linea di regolamento e domanderebbe tutta una serie di controlli molto complessi. Ecco, vedi; un altro oggetto di analisi molto interessante: il regolamento carcerario e la psicologia che matura su di esso da una parte, e sul contatto coi carcerati, dall’altra, tra il personale di custodia. Io credevo che due capolavori (dico proprio sul serio) concentrassero l’esperienza millenaria degli uomini nel campo dell’organizzazione di massa: il manuale del caporale e il catechismo cattolico. Mi sono persuaso che occorre aggiungere, sebbene in un campo molto piú ristretto e di carattere eccezionale, il regolamento carcerario, che racchiude dei veri tesori di introspezione psicologica. – Aspetto le lettere di Giulia: credo che dopo averle lette, riuscirò a scriverle direttamente. Non credere che questa sia una fanciullaggine. Una notizia importante: da qualche giorno mangio molto; tuttavia non riesco a mangiare la verdura; ho fatto strenui sforzi, ora ho rinunziato perché mi rivolta in modo terribile. – Eppure, non riesco a dimenticare che forse tu verrai e che forse (ahimè!) potremo rivederci sia pure per qualche minuto. Ti abbraccio.
Antonio

26.

18 aprile 1927

Cara Tania,
ho ricevuto il tuo bigliettino del 4 aprile, con le due lettere di Giulia; non ho ancora ricevuto le altre lettere che annunzi. Ho passato la Pasqua attendendo i tuoi saluti, ma non ho ricevuto nulla (ti ricordi? mi scrivesti che mi mandavi al carcere di Roma varie cose supplementari, perché ognuna di esse era come un tuo saluto). Ti assicuro però che ciò non mi ha fatto dispiacere; ero quasi sicuro che non saresti riuscita, proprio per il giorno di Pasqua, a inviarmi i dolci. Quando ti scrissi era troppo tardi, dato l’ingorgo postale che si verifica in tali occasioni e penso che se anche arriva qualcosa dopo il giorno regolamentare, non sarà trasmesso. Pazienza. Un altro giorno regolamentare è quello dello Statuto (prima domenica di giugno): te lo rivelo dopo un lungo ragionamento pro e contro. Il ragionamento si è concluso cosí: sarà un bellissimo epigramma se io festeggerò il giorno dello Statuto! Perciò conto sui tuoi dolci, per allora; hai tutto il tempo per pensarci, scegliere, confezionare, ecc. ecc. Non preoccuparti troppo della scelta. Mi piacciono tutte le qualità, purché non siano troppo dolci. Ieri (Pasqua) ho acquistato due etti di datteri pasquali e una colomba di biscotto; ma i datteri non li ho potuti mangiare perché mi hanno provocato un grande dolore alle gengive. Mi sono deciso perciò a presentarmi al medico e farmi ordinare una cura palliativa; ho pensato anche di farmi fare delle iniezioni in vista dei prossimi calori. Che te ne pare? Già l’inizio della buona stagione ha incominciato a produrmi dei disturbi. Non posso assolutamente mangiare la carne; il solo odore mi rivolta e mi dà la nausea. Cosí dormo meno di prima; non piú di 3 ore œ. Non è insonnia nervosa, perché non sono agitato e non sogno: è insonnia pura e semplice. Perché te ne renda conto e possa consigliarmi te la descriverò. Vado a letto alle 7œ e alle 8œ potrei dormire. Ma se mi addormento alle 8œ mi sveglio a mezzanotte quando viene la visita e allora non mi riaddormento piú. Perciò mi sforzo di star sveglio fino alla visita delle 9, per addormentarmi dopo; mi addormento cosí verso le 10, non sento la visita di mezzanotte, ma quando viene la visita delle 3 sono già sveglio almeno da un’ora. Dunque non ho difficoltà ad addormentarmi, e ciò mi pare importante; ma non posso dormire che poco, e ciò mi lascia sempre un po’ stanco ed esaurito. Dormendo cosí dalle 10 all’1œ mi sento piú riposato che dormendo dalle 8œ a mezzanotte. Penso che le iniezioni mi possano giovare, stimolando l’appetito; se mangiassi di piú, forse dormirei di piú. Adesso che incomincia il bel tempo farò piú bagni: ci sono solo le doccie, non c’è la vasca e quando faccio la doccia anche calda, sento poi un grandissimo freddo, anormale (devo ancora avere la temperatura del sangue sotto il normale almeno di 5 linee e ciò spiega tutto).
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Ricevo in questo momento la tua cartolina del 9 con la veduta del Trafoi. Brava!

27.

18 aprile 1927

Mia carissima Julca,
riprendo a scriverti, dopo tanto tempo. Ho ricevuto solo pochi giorni fa due tue lettere: una del 14 febbraio e l’altra del 1° marzo e ho pensato tanto tanto a te; ho proprio fatto un inventario di tutti i miei ricordi e sai quale immagine m’è rimasta piú impressa? Una delle prime, di tanto tempo fa. Ricordi quando sei ripartita dal bosco di argento, dopo il tuo mese di vacanze? Io ti ho accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. Ci eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi e avevo avuto l’elettricità dei gatti quando tu suonavi Beethoven. Cosí ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio cosí pittoresca. Qual’è adesso il mio stato d’animo? Ti scriverò piú a lungo le prossime volte (domanderò di scrivere una doppia lettera) e cercherò di descriverti gli aspetti positivi della mia vita di questi mesi (gli aspetti negativi ormai sono dimenticati); vita interessantissima, come puoi immaginare, per gli uomini che ho avvicinato e le scene alle quali ho assistito. Il mio stato d’animo generale è improntato alla piú grande tranquillità. Come posso riassumerlo? Ricordi il viaggio di Nansen al Polo? E ricordi come si svolse? Poiché non ne sono molto persuaso, te lo ricorderò io. Nansen, avendo studiato le correnti marine ed aeree dell’Oceano Artico ed avendo osservato che sulle spiaggie della Groenlandia si ritrovavano alberi e detriti che dovevano essere di origine asiatica, pensò di poter giungere o al Polo o almeno vicino al Polo, facendo trasportare la sua nave dai ghiacci. Cosí si lasciò imprigionare dai ghiacci e per 3 anni e œ la sua nave si mosse solo in quanto si spostavano, lentissimamente, i ghiacci. Il mio stato d’animo può paragonarsi a quello dei marinai di Nansen durante questo viaggio fantastico, che mi ha sempre colpito per la sua ideazione, veramente epica.
Ho reso l’idea? (come direbbero i miei amici siciliani di Ustica). Non potrei renderla in modo piú breve e sintetico. Dunque non preoccuparti per questo lato della mia esistenza. Invece, se vuoi che io ti ricordi sempre con tenerezza (scherzo, sai!), scrivimi a lungo e descrivimi la tua vita e quella dei bambini. Tutto mi interessa, anche le minuzie. E mandami delle fotografie, ogni tanto. Cosí seguirò anche con gli occhi, lo sviluppo dei bambini. E scrivimi anche di te, molto. Vedi, qualche volta, il signor Bianco? E vedi quel curioso tipo di africanista che una volta mi promise un fritto di rognoni di rinoceronte? Chissà se si ricorda ancora di me; se lo vedi parlagli di questo fritto e scrivimi le sue risposte; mi divertirò un mondo. Sai che non faccio altro: pensare al passato e riandare tutte le scene e gli episodi piú buffi; ciò mi aiuta a passare il tempo, qualche volta proprio rido di cuore, senza neanche accorgermene. Cara, Tania mi annunzia altre tue lettere; come le attendo! Saluta tutti i tuoi. Ti voglio molto bene.
Antonio

Tania è proprio una bravissima ragazza. Perciò io le ho dato parecchi tormenti.

28.

25 aprile 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera proprio oggi. Ti ringrazio. Sono molto contento delle buone notizie che mi dai, specialmente di Carlo. Non sapevo quali fossero le sue condizioni di lavoro e di vita. Credo che Carlo sia un ottimo ragazzo, nonostante qualche sua capestreria del passato e credo anche che sia piú solido negli affari di quanto lo fossero (e forse lo sono ancora) tanto Nannaro che Mario, che erano portati a vedere guadagni favolosi e a fare castelli in aria per ogni piccola cosa. Ahimè! tutti in casa nostra (eccettuato io solo) hanno creduto di avere uno speciale bernoccolo per gli affari e non vorrei che tutti facessero una esperienza come quella famosa del «pollaio»; te ne ricordi? e Carlo se ne ricorda? Bisognerebbe ricordarglielo a sempiterno scorno dei Gramsci che vogliono fare degli affari. Io me ne ricorderò sempre, anche perché quelle galline, che non facevano mai l’uovo, mi hanno beccato e rovinato tre o quattro romanzi di Carolina Invernizio (meno male!). La mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e penso. Non posso fare altro. Tu però non devi pensare a tutto ciò che pensi e specialmente non devi farti illusioni. Non perché io non sia arcisicuro di rivederti e di farti conoscere i miei bambini (riceverai la fotografia di Delio, come ti ho annunziato; ma Carlo non te ne aveva consegnata una nel 1925? quando Carlo venne a Roma? e Chicchinu Mameli ti aveva dato uno scudo di argento che avevo mandato a Mea perché si facesse fare un cucchiaino? e una tabacchiera di legno speciale per te? – mi sono sempre dimenticato di domandarti queste cose), ma perché sono anche arcisicuro che sarò condannato e chissà a quanti anni. Tu devi capire che in ciò non c’entra per nulla né la mia rettitudine, né la mia coscienza, né la mia innocenza o colpevolezza. È un fatto che si chiama politica, appunto perché tutte queste bellissime cose non c’entrano per nulla. Tu sai come si fa coi bambini che fanno la pipí nel letto, è vero? Si minaccia di bruciarli con la stoppa accesa in cima al forcone. Ebbene: immagina che in Italia ci sia un bambino molto grosso che minaccia continuamente di fare la pipí nel letto di questa grande genitrice di biade e di eroi; io e qualche altro siamo la stoppa (o il cencio) accesa che si mostra per minacciare l’impertinente e impedirgli di insudiciare le candide lenzuola. Poiché le cose sono cosí, non bisogna né allarmarsi, né illudersi; bisogna solo attendere con grande pazienza e sopportazione. Va là, tu sei ancora forte e giovane e ci rivedremo. Intanto scrivimi e fammi scrivere dagli altri: mandami tante notizie di Ghilarza, di Abbasanta, di Boroneddu, di Tadasuni, di Oristano. Zia Antioga Putzulu, vive ancora? E chi è il podestà? Felle Tariggia, credo. E Nassi cosa fa? E gli zii di Oristano vivono ancora? Zio Serafino sa che ho dato nome Delio al mio bambino? E l’ospedaletto l’hanno finito? E le case popolari a Careddu le hanno continuate? Vedi quante cose voglio sapere. E si parla, come penso, di unire Ghilarza ad Abbasanta? senza che gli abbasantesi insorgano in armi? E il bacino del Tirso serve finalmente a qualche cosa? Scrivimi, scrivimi e mandami le fotografie specialmente dei bambini. Baci a tutti e tanti tanti a te
Nino

E Grazietta perché non mi scrive neanche un rigo?

29.

25 aprile 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 12 e mi sono proposto freddamente, cinicamente, di farti arrabbiare. Lo sai che sei una grande presuntuosa? Te lo voglio dimostrare obbiettivamente e mi diverto già immaginando la tua collera (non andare troppo in collera, però; ciò mi dispiacerebbe). Che la lettera mandatami ad Ustica fosse tutta sbagliata, è certo; ma tu non ne puoi essere ritenuta responsabile. È impossibile immaginare la vita di Ustica, l’ambiente di Ustica, perché è assolutamente eccezionale, è fuori di ogni esperienza normale di umana convivenza. Potevi tu immaginare cose come questa; senti. Io sono giunto ad Ustica il 7 dicembre, dopo 8 giorni di interruzione nell’arrivo del vaporetto e dopo 4 traversate fallite. Ero il quinto confinato politico che giungeva. Fui avvisato subito di farmi una provvista di sigarette, perché la scorta era agli sgoccioli; andai dal tabaccaio e domandai 10 pacchetti di macedonia (16 lire), mettendo sul banco un biglietto da cinquanta lire. La venditrice (una giovane donna, dall’apparenza assolutamente normale) si maravigliò della mia domanda, se la fece ripetere, prese i dieci pacchetti, li aprí, incominciò a contare le sigarette una ad una, perse il conto, ricominciò, prese un foglio di carta, fece dei lunghi conti colla matita, li interruppe, prese le cinquanta lire, le guardò da ogni parte; finalmente mi domandò chi ero. Saputo che ero un confinato politico, mi consegnò le sigarette e mi restituí le 50 lire, dicendomi che l’avrei potuta pagare dopo aver cambiato il biglietto. Lo stesso fatto si ripeté altrove ed eccone la spiegazione: – ad Ustica esiste solo l’economia del soldo; si vende a soldi; si spende mai piú di 50 cent. Il tipo economico di Ustica è il coatto, che prende 4 lire al giorno, ne ha già impegnate 2 dall’usuraio o dal vinaio e si alimenta con le altre 2, comprando 300 grammi di pasta e mettendoci come condimento un soldo di pepe macinato. Le sigarette si vendono una per volta; una macedonia costa 16 centesimi, cioè tre soldi e un centesimo; il coatto che compra una macedonia al giorno, lascia un soldo di deposito e ne sconta 1 cent. al giorno per 5 giorni. Per calcolare il prezzo di 100 macedonie, occorreva dunque fare 100 volte il calcolo dei 16 centesimi (3 soldi più i cent.) e nessuno può negare che questo sia un calcolo discretamente difficile e complicato. Ed era la tabaccaia, cioè uno dei commercianti piú grossi dell’isola. Ebbene: la psicologia dominante in tutta l’isola è la psicologia che può avere per base l’economia del soldo, l’economia che conosce solo l’addizione e la sottrazione delle singole unità, l’economia senza la tavola pitagorica. Senti quest’altra (e ti parlo solo di fatti accaduti a me personalmente; e ti parlo dei fatti che credo non siano passibili di censura): venni chiamato negli uffici, dall’impiegato addetto alla revisione della posta in arrivo; mi fu consegnata una lettera, a me diretta e mi fu domandato di dare spiegazioni sul contenuto di essa. Un amico mi scriveva da Milano, offrendomi un apparecchio radiofonico e domandandomi i dati tecnici per acquistarlo almeno della portata Ustica-Roma. In verità non capivo la domanda che mi si faceva all’ufficio e dissi di che si trattava; credevano che io volessi parlare con Roma e mi fu negato il permesso di far venire l’apparecchio. Piú tardi il podestà mi chiamò per conto suo, e mi disse che il Municipio avrebbe comprato l’apparecchio per conto proprio e perciò non insistessi; il podestà era favorevole a che mi fosse dato il permesso, perché era stato a Palermo e aveva visto che coll’apparecchio radiofonico non si può comunicare. Potevi tu immaginare tutto questo? No. Dunque nella mia osservazione non c’era neanche l’ombra di una malizia sul tuo conto. Non si può domandare a nessuno di immaginare cose nuove; si può invece domandare (dico cosí per dire) l’esercizio della fantasia per completare sugli elementi noti tutta la realtà vivente. Ecco dove voglio colpirti e farti arrabbiare. Tu, come tutte le donne in generale, hai molta immaginazione e poca fantasia e ancora, l’immaginazione in te (come nelle donne in generale) lavora in un solo senso, nel senso che io chiamerei (ti vedo fare un salto)… protettore degli animali, vegetariano, infermieristico: le donne sono liriche (per elevarci un po’) ma non sono drammatiche. Immaginano la vita degli altri (anche dei figli) dal solo punto di vista del dolore animale, ma non sanno ricreare con la fantasia tutta un’altra vita altrui, nel suo complesso, in tutti i suoi aspetti. (Bada che io constato, non giudico, né oso trarre conseguenze per l’avvenire; descrivo ciò che esiste oggi). Ecco dove volevo arrivare. Tu sai che io sono qui, in prigione, in uno spazio limitato, dove mi «devono» mancare tante cose; pensi al bagno, agli insetti, alla biancheria ecc. Se io ti scrivessi che mi manca uno speciale dentifricio, per esempio, certo tu saresti capace di correre su e giú per Roma, di trascurare il pranzo e la cena, di farti venire la febbre; ne sono sicuro. Ma invece tu mi scrivi annunziandomi una lettera di Giulia; poi mi riscrivi annunziandomene un’altra; poi ricevo una tua lettera (e le tue lettere mi sono molto care), ma non ricevo le lettere di Giulia e ancora non le ho ricevute. Ebbene, tu non sai rappresentarti la mia esistenza, qui in prigione. Non immagini come io, ricevendo l’annunzio, aspetti ogni giorno e abbia ogni giorno una delusione e ciò si ripercuote su tutti i minuti di tutte le ore di tutte le giornate; come io legga e ogni momento salti su dalla lettura e mi metta a passeggiare su e giú e pensi e ripensi e almanacchi e dica spesso: Ah, quella Tania, quella Tania! Ma non devi arrabbiarti troppo sai, e non devi neanche provare troppo dispiacere (un pochino, sí, però; cosí mi manderai subito le lettere, senza annunziarmele prima e farmi pensare sempre che saranno andate perdute). Hai visto che lungo giro ho fatto per dirti questa cosa semplicissima? e quante storie ho spolverato? Sono cattivo, proprio cattivo. Ma come tu non capisci che io spesso voglio scherzare e mi rispondi seria seria? Sai quanto ho riso quando mi hai risposto proprio con tutta serietà a proposito delle fotografie che mi sono portato in cella? Cosí per il tuo confondere i due santi Antonio; anch’io scherzavo. Un’altra cosa non hai capito. Tu, proprio tu (e come hai dimenticato?) mi avevi scritto che non dovevo pensare (per il fatto che non ricevevo tue lettere) che mi volessi meno bene o mi avessi dimenticato. E io ti ho risposto che se avessi pensato ciò, non ti avrei piú scritto, come ho fatto talvolta nel passato, non già perché io abbia «sempre bisogno di essere amato, curato ecc. ecc.» (o psicologia da… società protettrice degli animali!) ma perché odio tutto ciò che è convenzionale e sente di pratica di ufficio. Io non sono un afflitto che debba essere consolato; e non lo diventerò mai. Anche prima di essere cacciato in prigione, conoscevo l’isolamento e sapevo trovarlo anche in mezzo alle moltitudini. Non è questo, non è ciò che tu hai pensato. Proprio il contrario è vero. Una tua lettera, mi riempie parecchie giornate. Se tu potessi vedermi quando ricevo una lettera, certo me ne scriveresti una al giorno (ma ciò sarebbe male, a sua volta). Ma basta di tutto ciò. Intanto questa settimana non posso scrivere a Giulia. Sai, il tuo pacco è giunto e ho visto le bellissime cose che mi hai spedito: ma solo il cioccolato mi fu dato. Non è però escluso che anche il resto mi venga consegnato: occorre fare una pratica che è già in corso. Il cioccolato è molto buono: lo mangio a pezzettini, per via dei denti (ecco una cosa che ti interessa: mi hanno dato il cioccolato ma non la carta colorata dell’involucro appunto perché può servire a tingere: la palla però ha un colore naturale di carta pesta che va molto bene ora che è completamente asciugata). L’indirizzo di mia madre è questo: Peppina Gramsci, Ghilarza (Cagliari); le scrivo oggi stesso annunziandole la fotografia. Riceverai (a quanto mi assicurano) un pacco di uva di Pantelleria per Delio e Giuliano; vedrai che uva meravigliosa; altro che lo zibibbo greco! Ti dò il permesso di mangiarne un po’ per accertartene. Giulia sarà molto contenta e Delio vorrà mangiarla tutta subito. Ti assicuro che quest’uva mi ha stupito per il profumo, il sapore e la carnosità della sua polpa secca. Cara Tania, non andare troppo in collera; ti voglio molto, molto bene e sarei proprio disperato di procurarti un dispiacere troppo vivace. Ti abbraccio.
Antonio

30.

2 maggio 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto insieme una tua cartolina del 15 aprile e una lettera di Giulia, spedita da te il 20; ho ricevuto inoltre una tua cartolina del 26 aprile, nella quale accenni a un tuo scritto che non ho ricevuto. Era forse contenuto nella busta che conteneva la lettera di Giulia? O si tratta di altra busta che conteneva oltre al tuo scritto anche qualche scritto di Giulia? O era solo una cartolina? Credi che la corrispondenza mi preme molto: è il solo legame che mi unisce al mondo ed è ciò che rompe di tanto in tanto la mia segregazione e il mio isolamento. Vorrei che tu numerassi sempre 1° le tue cartoline 2° le tue lettere, 3° le lettere di Giulia con numerazioni indipendenti, in modo che io veda subito se c’è stata interruzione e di che carattere e grado essa sia stata. Per ciò che riguarda le mie lettere, tu puoi facilmente controllare settimana per settimana; ci può essere spostamento solo nel caso che mi cambino di raggio e che nel nuovo raggio il giorno della corrispondenza sia diverso dall’attuale o che io cada talmente ammalato da non poter scrivere (nel quale caso penso sia autorizzato un telegramma). Mi dispiace che non abbia ricevuto la mia lettera dell’11 aprile, perché ciò significa che tutta una certa zona di ricordi e di impressioni deve essere bandita; non ricordo neppure con esattezza cosa inoltre quella lettera contenesse. Pazienza. Sai? Ho potuto avere i tuoi dolci (martedí, 26) e ti ringrazio ancora una volta; erano freschissimi e ottimi anche dal punto di vista dei miei poveri denti. Anch’io vorrei mandarti un regalo, ma non so come fare. Ho, con infinita pazienza, fabbricato un piccolo tagliacarte di legno. Il legno non è certo di prima qualità (tutt’altro), non ha neanche le fibre molto resistenti e compatte, ma l’oggettino mi pare riuscito abbastanza bene; e poi, ho raschiato per più di 15 giorni per ridurlo alla forma voluta, e vi ho immagazzinato qualche centinaio di lire di salario, a dir poco. In ogni caso, tu sai che ho a tua disposizione un piccolo tagliacarte. Ciò mi fa ricordare la storia dei manichini per il cucchiaio e la forchetta di corno, che ne sono sempre sprovvisti; la forchetta l’adopero abitualmente, anche senza manico: non cosí il cucchiaio, che mi spaventa con la sua mole e mi dà soggezione. Adopero invece gli altri due cucchiai di legno, di proporzioni modeste, uno per la minestra e l’altro per la frutta cotta (che non riesco però a farmi mandare regolarmente); cosí non adopero mai i due cucchiaini di corno, ma solo i due di legno che sono diventati nerissimi per il caffè. Dovrei ancora a questo proposito accennarti alla quotidiana tragedia della lavatura ed asciugatura delle posate, ma preferisco passarci sopra. – Ed ecco che ti ho proprio scritto una lettera in perfetto stile carcerario. La volta o le volte prossime ti scriverò di cose ben piú gentili: il canto degli augelletti al tramonto e all’alba, il rapido germogliare dei fagioli e dei giaggioli nel cortile dove prendo l’aria ogni mattina, i mutamenti di luminosità nella mia cella a seconda della posizione del sole sull’orizzonte, ecc. ecc. Non ho trovato ancora nessun ragno da educare; topi non ce ne sono e la restante zoologia non è delle piú simpatiche. Del resto, niente di interessante o di nuovo. Ti abbraccio
Antonio

Mi pare che nella lettera dell’11 ti domandavo se quest’anno frequenti le lezioni del Policlinico e se leggi ancora dei romanzi d’avventura: hai avuto la continuazione del romanzo marinaresco di Kipling che io dovevo comprarti proprio quando fui arrestato?

31.

2 maggio 1927

Carissima Giulia,
credo sia piú salutare per la mia corrispondenza il non mantenere la promessa che ti avevo fatto di descriverti almeno la parte positiva della mia avventura. Ciò mi dispiace enormemente, credi, perché ho sempre l’ossessione di essere per essere ridotto ad una epistolografia convenzionale e, ciò che è il peggio del convenzionalismo, ad una epistolografia convenzionalmente carceraria. Avrei avuto tante piccole storie da raccontarti! Tania ti ha riferito la storia dell’arresto del maiale? Forse no, perché Tania non ci ha creduto; ha creduto che fosse una mia pura invenzione per tenerla allegra e farla sorridere. Del resto, anche tu non crederai molto a queste storie (occhiali verdi ecc.) che invece sono belle appunto perché sono vere (realmente vere): non hai voluto credere neppure alla storia degli aeroplani che prendono gli uccelli col vischio e alla teoria del Loria in proposito, sebbene ci fosse la rivista con l’articolo del Loria come pezza giustificativa. Come farti sapere il mio modo di vivere e di pensare? Una gran parte della mia esistenza puoi immaginarla da te; per esempio che penso molto a te e a tutti voi. La mia vita fisica è facilmente immaginabile lo stesso. Leggo molto: in questi tre mesi ho letto 82 libri della Biblioteca del carcere, i piú bizzarri e stravaganti (la possibilità di scelta è piccolissima); ho poi una certa quantità di libri miei, un po’ piú omogenei, che leggo con piú attenzione e metodo. Inoltre leggo cinque giornali al giorno e qualche rivista. Ancora: studio il tedesco e il russo e imparo a memoria nel testo una novella di Puškin, la Signorina-contadina. Ma, in verità, mi sono accorto che, proprio al contrario di quanto avevo sempre pensato, in carcere si studia male, per tante ragioni, tecniche e psicologiche.
Ho ricevuto, la settimana scorsa, la tua lettera del 15 III. Attendo con molta ansia le tue lettere e sono molto felice quando le ricevo. Vorrei che tu potessi trovare il tempo di descrivermi la tua vita e la vita di Delio, specialmente. Ma immagino quanto devi essere sempre occupata. Quante cose vorrei sapere.
Sai, quando ho ricevuto questa tua lettera, dove parli del famoso Atlante, avevo solo qualche giorno prima restituito alla Biblioteca il Guerrin Meschino, un popolarissimo romanzo cavalleresco italiano, molto letto dai contadini ecc., meridionali specialmente; avrei voluto trascrivere qualche pezzo geografico contenuto nel romanzo, dei più spassosi (la Sicilia è messa nelle terre polari, per esempio) per rassicurarti che c’è stato qualcuno che conosceva la geografia anche meno di te; non parliamo della storia, perché in tal caso bisognerebbe citare il sullodato prof. Loria, il quale in una conversazione parlava in modo da dimostrare di credere che al tempo di Giulio Cesare esisteva Venezia e a Venezia si parlava come adesso («il dolce dialetto della Laguna» secondo la sua immaginifera improntitudine). Cara, cerco di scriverti il piú a lungo che posso, di cose che credo non faranno fermare la lettera: perciò ti devo infastidire con simili stupidaggini. Ti abbraccio forte forte
Antonio

32.

23 maggio 1927

Carissima mamma,
da qualche tempo non ricevo tue lettere e notizie di casa. Ho scritto a Teresina, ma essa non mi ha risposto. Cosí in tutto questo tempo non mi avete mai scritto nulla su Grazietta e sulle sue condizioni di salute.
Io sto abbastanza bene; la mia vita scorre sempre uguale. Leggo, mangio, dormo e cosí ogni giorno. Attendo sempre della corrispondenza, ma ne ricevo ben poca. Perché non mi fai scrivere almeno da Carlo? Possibile che i suoi affari lo assorbano tanto da impedirgli di scrivermi di tanto in tanto? Vorrei inoltre avere l’indirizzo preciso di Mario; dal 1921 non ho piú avuto rapporti con lui, ma ora ho saputo che si è occupato di me e perciò vorrei scrivergli per ringraziarlo. Scrivimi tutto ciò che lo riguarda, in modo che dalle mie lettere non appaia che io proprio non mi sono occupato di lui in tutti questi anni: quanti figli ha e come si chiamano? ecc. ecc.
Abbraccia tutti di casa e tira delicatamente le orecchie a Carlo e a Teresina. Un abbraccio affettuoso a te
Nino

33.

23 maggio 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto la settimana scorsa una tua cartolina e una tua lettera insieme alla lettera di Giulia.
Voglio rassicurarti per ciò che riguarda la mia salute: sto abbastanza bene, proprio sul serio. In questa ultima settimana mangio poi con una diligenza che sorprende me stesso: sono riuscito a farmi mandare il cibo quasi del tutto come piace a me e credo di essere persino ingrassato. Inoltre da qualche tempo dedico un po’ di tempo, tanto al mattino come al pomeriggio, alla ginnastica; ginnastica da camera, che non credo sia molto razionale, ma che tuttavia mi giova moltissimo, secondo la mia impressione. Faccio cosí: cerco di fare dei movimenti che diano impulso a tutti gli arti e a tutti i muscoli, ordinatamente e cercando ogni settimana di aumentare di qualche unità il numero dei movimenti; che ciò sia utile è dimostrato, secondo me, dal fatto che nei primi giorni mi sentivo tutto indolenzito e non potevo fare un certo movimento se non pochissime volte, mentre adesso sono già riuscito a triplicare il numero dei movimenti senza risentire nessuna noia. Credo che questa innovazione mi abbia giovato anche psicologicamente, distraendomi specialmente dalle letture troppo insulse e fatte solo per ammazzare il tempo. Non devi neanche credere che io studii troppo. Un vero e proprio studio credo che mi sia impossibile, per tante ragioni, non solo psicologiche, ma anche tecniche; mi è molto difficile abbandonarmi completamente a un argomento o a una materia e sprofondarmi solo in essa, proprio come si fa quando si studia sul serio, in modo da cogliere tutti i rapporti possibili e connetterli armonicamente. Qualche cosa in tal senso forse incomincia ad avvenire per lo studio delle lingue, che cerco di fare sistematicamente, cioè non trascurando nessun elemento grammaticale, come non avevo mai fatto sinora, poiché mi ero accontentato di sapere quanto bastava per parlare e specialmente per leggere. Perciò finora non ti ho scritto di mandarmi nessun dizionario: il dizionario tedesco del Kohler che mi avevi mandato ad Ustica è stato perduto dai miei amici di colà; ti scriverò di mandarmi l’altro dizionario, quello sistema Langescheid, quando avrò studiato tutta la grammatica; allora ti scriverò di mandarmi anche i Gespräche di Goethe con Eckermann, per farvi su delle analisi di sintassi e di stile e non solo per leggerli; ora leggo le novelline dei fratelli Grimm che sono elementarissime. Sono proprio deciso a fare dello studio delle lingue la mia occupazione predominante; voglio sistematicamente riprendere, dopo il tedesco e il russo, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese che avevo studiacchiato negli anni scorsi; inoltre il rumeno, che avevo studiato all’università solo nella sua parte neolatina e che ora penso di poter studiare completamente, cioè anche per la parte slava del suo dizionario (che poi è piú del 50% del vocabolario rumeno). Come vedi, tutto ciò dimostra che sono completamente tranquillo anche psicologicamente; infatti non soffro piú di nervosismo e di accessi di sorda collera come nei primi tempi; sono acclimatato e il tempo mi scorre abbastanza in fretta; lo calcolo a settimane e non a giorni e il lunedí è il punto di riferimento, perché scrivo e mi faccio la barba, operazioni eminentemente topiche.
Ti voglio fare un catalogo della mia biblioteca permanente, cioè dei libri di mia proprietà, che scorro continuamente e che cerco di studiare. Vediamo. Il Corso di Scienza delle Finanze dell’Einaudi, ecco un solido libro da digerire sistematicamente. Di finanza ho ancora: Gli ordinamenti finanziari italiani, raccolta di lezioni fatte all’Università di Roma da tecnici dell’amministrazione statale; ottimo libro e di grande interesse. Una Storia dell’Inflazione, scritta dal Lewinsohn, molto interessante, sebbene di tipo giornalistico. Un libro sulla Stabilizzazione monetaria nel Belgio scritto dal ministro Frank. Di economia non ho nessun testo: avevo ad Ustica quello ottimo del Marshall, ma i miei amici se lo sono trattenuto loro. Ho però le Prospettive economiche del Mortara per il 1927; l’Inchiesta Agraria di Stefano Jacini; il libro di Ford Oggi e domani che mi diverte assai, perché Ford, se è un grande industriale, mi pare assai comico come teorizzatore; il libro del Prato sulla struttura economica del Piemonte e di Torino e un fascicolo degli «Annali di Economia» con una ricerca molto diligente sulla struttura economica del Vercellese (zona del riso italiano) e una serie di conferenze sulla situazione economica inglese (c’è anche una conferenza del Loria). Di storia ho pochissimo e cosí di letteratura: un libro di Gioacchino Volpe sugli ultimi 50 anni di storia italiana, di attualità però, di carattere piuttosto polemico, La storia della lett. ital. e i Saggi critici del De Sanctis. Quelli che avevo ad Ustica li ho dovuti lasciare agli amici di colà, che si trovavano anche loro a mal partito.
Ti ho voluto scrivere tutto questo perché mi pare sia il mezzo migliore perché tanto tu quanto Giulia vi facciate un’idea almeno approssimativa della mia vita e del corso ordinario dei miei pensieri. D’altronde non dovete pensare che sia completamente solo e isolato; ogni giorno, in un modo o nell’altro, c’è qualche movimento. Al mattino c’è il passeggio; quando mi capita una buona posizione di cortiletto, osservo le facce di quelli che vanno e vengono ad occupare gli altri cortiletti. Poi vendono i giornali permessi a tutti i detenuti. Al ritorno in cella, mi portano i giornali politici di cui mi è concessa la lettura; poi c’è la spesa, poi portano la spesa fatta il giorno prima, poi portano la colazione ecc. ecc. Insomma si vedono continuamente delle faccie nuove, ognuna delle quali nasconde una personalità da indovinare. D’altronde, potrei, rinunziando alla lettura dei giornali politici, stare in compagnia di altri detenuti per 4 o 5 ore al giorno. Ci ho pensato un po’, ma poi mi sono deciso a star solo mantenendo la lettura dei giornali; una compagnia occasionale mi divertirebbe per qualche giorno, forse per qualche settimana, ma poi, con ogni probabilità, non riuscirebbe a sostituire la lettura dei giornali. Cosa ve ne pare? O forse la compagnia, in sé e per sé, vi pare un elemento psicologico da apprezzare di piú? Tania, come medichessa, devi darmi tu un consiglio proprio tecnico, poiché è possibile che io non sia in grado di giudicare con la oggettività che forse sarebbe necessaria.
Ecco dunque la struttura generale della mia vita e dei miei pensieri. Non voglio parlare dei miei pensieri in quanto sono diretti a voi tutti e ai bambini: questa parte dovete immaginarla, e credo che la sentiate.
Cara Tania, nella tua cartolina mi parli ancora della tua venuta a Milano e della possibilità che ci vediamo a colloquio. Sarà proprio da vero questa volta? Sai che oramai da piú di sei mesi non vedo nessun familiare? Questa volta ti aspetto sul serio. Abbracci.
Antonio

34.

6 giugno 1927

Carissima mamma,

ho ricevuto la tua lettera del 23 maggio. Ti ringrazio perché mi hai scritto a lungo e mi hai mandato tante notizie interessanti. Dovresti sempre scrivermi cosí e mandarmi sempre tante notizie sulla vita locale anche se a te non sembrano di grande significato. Per esempio: mi scrivi che a Ghilarza aggregheranno altri 8 comuni; intanto quali sono? E poi: che significato ha questa aggregazione e quali conseguenze? Ci sarà un solo podestà, e una condotta municipale, ma le scuole, per esempio, come saranno organizzate? Lasceranno in ogni attuale comune le prime scuole elementari, oppure i bambini di Narbello o di Domusnovas dovranno ogni giorno venire a Ghilarza anche per la prima classe? Metteranno un dazio comunale unico? Le imposte che i ghilarzesi proprietari di terra in tutti questi comuni pagheranno saranno spese nelle singole frazioni o saranno spese per abbellire Ghilarza?
Questa è la questione principale, mi pare, perché nel passato il bilancio comunale di Ghilarza era poverissimo perché i suoi abitanti possedevano nel territorio dei comuni vicini e a questi pagavano la maggior parte delle imposte locali. Ecco di che cosa devi scrivermi invece di pensare sempre alla mia posizione critica, triste ecc. ecc. Io vorrei rassicurarti da questo punto di vista. Intendiamoci: non che io creda la mia posizione molto brillante. Ma tu sai che ogni cosa ha un valore anche secondo il nostro modo di vederla e di sentirla. Ora, io sono molto tranquillo e vedo tutto con una grande calma e una grande fiducia, non per gli avvenimenti immediati che mi riguardano, ma per il mio avvenire ulteriore; sono persuaso, come ho già scritto a Teresina, che non dovrò star sempre a marcire in prigione; io credo, cosí a lume di naso, che starò dentro non piú di tre anni, anche se mi condannassero, mettiamo, a 20 anni. Vedi che ti scrivo con la massima sincerità, senza cercare di crearti nessuna illusione, penso che solo cosí anche tu sarai forte e avrai pazienza. Devi poi essere assolutamente tranquilla per ciò che riguarda le mie condizioni di forza morale e anche di salute fisica. Per la forza morale un po’ mi conosci. Ricordi quella volta (ma forse non te l’abbiamo mai detto allora) che abbiamo fatto una scommessa tra ragazzi a chi resisteva di piú a darsi dei colpi di pietra sulle dita fino a fare uscire una goccia di sangue dai polpastrelli. Adesso non sarei forse piú capace di resistere a queste prove barbariche, ma certamente sono diventato anche piú capace di resistere ai colpi di martello sulla testa che gli avvenimenti mi hanno vibrato e ancora mi vibreranno. Pensa che su per giú da dieci anni mi trovo in un ambiente di lotta e che mi sono sufficientemente temprato; avrei potuto essere ucciso una dozzina di volte, e invece mi trovo ancora vivo: è già un punto di guadagno incalcolabile. D’altronde sono stato anche felice per qualche tempo; ho due bellissimi bambini che certamente vengono allevati e crescono come piace a me e che diventeranno due uomini energici e forti. Dunque sono tranquillo e calmo e non ho proprio bisogno né di compassione né di conforto. E anche fisicamente sto abbastanza bene. In questi sei mesi ne ho viste e ne ho passate di tutti i colori e ho scoperto che anche fisicamente sono molto, molto piú forte di quanto io stesso pensassi. Sono sicuro di poter resistere anche in avvenire e sono sicurissimo perciò di riabbracciarti e di vederti contenta.
Di tanto in tanto ho nostalgia di Giulia e dei nostri figli e so che stanno bene. Sono certo che i bambini sono allevati anche con troppe comodità e cure: la mamma, i nonni, le zie, si priverebbero del pane per non far mancare loro i biscotti e i bei vestitini. Di Nannaro non sono riuscito a saper niente di preciso, mai: sapevo solo che viveva a Parigi, che lavorava, ma non di piú. Nannaro è molto matto e strano e credo che proprio lui non abbia voluto farmi sapere nulla di sé, perché forse pensava che io fossi molto in collera con lui perché aveva riscosso il mio stipendio per 5 o 6 mesi senza farmene sapere nulla, mentre io ero ammalato in un sanatorio. Penso cosí io, almeno; e perciò credo che sia pazzo. Io sapevo in che stato era, come era stato ferito per causa mia e non avrei neanche pensato a rimproverarlo o a domandargli un soldo.
Cara mamma, sta forte e tranquilla e non essere troppo feroce con gli abbasantesi. Ti abbraccio affettuosamente
Nino

35.

27 giugno 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 2 con la fotografia di Mea. La tua precedente lettera l’avevo poi ricevuta e ad essa ho anche risposto. Le mie notizie sono sempre le stesse; la salute è abbastanza buona e tiro avanti. In queste ultime settimane ho avuto un grosso dispiacere; è venuta da Roma a Milano mia cognata Tatiana per visitarmi, ma è caduta ammalata e dal 14 maggio si trova in un ospedale, senza ancora essere potuta venire a vedermi. Spero che adesso stia bene (cosí mi scrive, almeno) e che fra giorni mi farà una visita.
La fotografia di Mea non mi piace. Sai a cosa pensavo? Che lo scudo d’argento che avevo mandato per farle un cucchiaino, tu l’hai conservato e glielo hai messo nel salvadanaio o alla posta. Mi pare di vedere nella faccia di questa bambina i lineamenti potenziali di una beghina che dà il denaro in prestito al 40 per cento d’interesse. Mi pare che tutti insieme, tu, Grazietta e Teresina avete rovinato Edmea. Non dimenticherò mai che la prima volta che Mea venne a spasso con me, avendole chiesto se voleva i cioccolattini, mi rispose di darle i soldi che li avrebbe messi alla posta. Ti pare un bel modo questo di educare i bambini? Io mi domando perché una ragazza educata cosí possa sentire ripugnanza a prostituirsi; se le avete insegnato che il denaro vale per se stesso e non per i servizi che può procurare? Io desidero proprio che Mea abbia un cucchiaino e non uno scudo, devi scrivermi se hai fatto ciò.
Vorrei che tu mi mandassi, sai che cosa? La predica di fra’ Antiogu a su populu de Masuddas. Ad Oristano si potrà comprare, perché ultimamente l’aveva ristampata Patrizio Carta nella sua famosa tipografia. Poiché ho tanto tempo da perdere, voglio comporre sullo stesso stile un poema dove farò entrare tutti gli illustri personaggi che ho conosciuto da bambino: tiu Remundu Gana con Ganosu e Ganolla, maistru Andriolu e tiu Millanu, tiu Micheli Bobboi, tiu Iscorza alluttu, Pippetto, Corroncu, Santu Jacu zilighertari ecc. ecc. Mi divertirò molto e poi reciterò il poema ai bambini, fra qualche anno. Penso che adesso il mondo si è incivilito e le scene che abbiamo visto noi da bambini ora non si vedono piú. Ti ricordi quella mendicante di Mogoro che ci aveva promesso di venirci a prendere con due cavalli bianchi e due cavalli neri per andare a scoprire il tesoro difeso dalla musca maghedda e che noi l’abbiamo attesa per mesi e mesi? Adesso i bambini non credono piú a queste storie e perciò è bene cantarle; se ci trovassimo con Mario potremmo rifare una gara poetica! Mi sono ricordato di tiu Iscorza alluttu, come pudicamente diceva zia Grazia: vive ancora? ti ricordi quanto ci faceva ridere col suo cavallo che aveva la coda solo la domenica? Hai visto quante cose ricordo? Scommetto che sono riuscito a farti ridere. Saluta affettuosamente tutti. Ti abbraccio teneramente
Nino

36.

4 luglio 1927

Caro Berti,
ho ricevuto la tua lettera del 20 giugno(4). Ti ringrazio di avermi scritto. Non so se Ventura ha ricevuto le mie numerose lettere, perché da Ustica non ricevo corrispondenza da un bel pezzo. In questo momento attraverso un certo periodo di stanchezza morale, in relazione ad avvenimenti di carattere famigliare. Sono molto nervoso e irascibile; non riesco a concentrarmi su nessun argomento, anche se interessante, come quello trattato nella tua lettera. D’altronde ho perduto ogni contatto col vostro ambiente e non so immaginare quale sia il carattere delle trasformazioni avvenute nella media dei confinati. Una delle attività piú importanti, secondo me, da svolgere da parte del corpo insegnante sarebbe quella di registrare, sviluppare e coordinare le esperienze e le osservazioni pedagogiche e didattiche; da questo ininterrotto lavoro solo può nascere il tipo di scuola e il tipo di insegnante che l’ambiente richiede. Che bel libro si potrebbe fare, e quanto utile, su queste esperienze. Poiché tale è la mia opinione, mi è difficile darti dei consigli e tanto meno scodellarti, come tu dici, una serie di idee «geniali». Penso che la genialità debba essere mandata nel «fosso» e debba invece essere applicato il metodo delle esperienze piú minuziose e dell’autocritica piú spassionata o obiettiva. Caro Berti, non pensare che io voglia scoraggiarti o aumentare il turbamento che già esiste in te, come mi scrivi. Io penso, cosí all’ingrosso, che la scuola dovrebbe essere in tre gradi (fondamentali, perché ogni grado potrebbe essere diviso in corsi): il terzo grado dovrebbe essere quello degli insegnanti o equiparati, e funzionare piuttosto come circolo che come scuola in senso comune. Ogni componente, cioè, dovrebbe dare un suo contributo come conferenziere o relatore su determinati argomenti scientifici, storici o filosofici, ma specialmente didattici e pedagogici. Per il corso di filosofia io penso, cosí, sempre all’ingrosso, che l’esposizione storica dovrebbe essere riassuntiva e si dovrebbe invece insistere su un sistema filosofico concreto, quello hegeliano, sviscerandolo e criticandolo in tutti i suoi aspetti. Farei invece un corso di logica, direi persino coi barbara, baralipton, ecc., e di dialettica. Ma di tutto questo potremo ancora parlare, se tu mi scriverai ancora.
Caro Berti, salutami tutti gli amici e credimi cordialmente tuo
Antonio

37.

18 luglio 27

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera dell’11. Non ti ho scritto prima direttamente, perché non sapevo il tuo indirizzo preciso. Ma io pensavo che la Ester ti mostrasse sempre le mie lettere che erano scritte specialmente per te. Cara Tania, certo immagini quanto dolore abbia sentito e senta per tutto questo trambusto di malattie in cui ti sei trovata per causa mia. Io non ne capisco nulla ma a certe parole che ronzano come mosconi, penso che si tratti di cose molto complicate. Che tu sia già potuta uscire dall’ospedale, mi ha molto consolato. Sai da che cosa era specialmente determinato il mio nervosismo? Dal non sapere nulla di concreto e dal pensare che mentre tu eri a Milano ammalata io potevo, da un giorno all’altro, essere messo in traduzione per Roma, senza averti visto. Devo restituire la penna e perciò devo smettere. Ti abbraccio teneramente, con la speranza di vederti tra breve.
Antonio

38.

25 luglio 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto, questa settimana, solo una lettera della Ester. Ieri, domenica, ero proprio convinto che saresti venuta al colloquio. Non devi credere, però, carissima, che io mi sia mai irritato perché tu non hai ancora potuto venire a vedermi, e che abbia, in qualsiasi modo, pensato che il ritardo sia stato causato da tua poca diligenza. Mi è sembrato di leggere un qualcosa del genere nella lettera della Ester. No. Sono stato nervoso perché non avevo tue notizie regolarmente e perché le notizie erano vaghe e incerte. Capivo che tu mi scrivessi come mi scrivevi, perché ho visto altre volte come dai poca importanza alla tua salute, ma non capisco come la Ester almeno non capisse di dovermi scrivere con una certa concretezza. Anche adesso capisco poco. Ester mi aveva scritto che tu avevi già subito l’operazione dell’appendicite; dalla tua ultima lettera appare invece che l’operazione non ha avuto luogo ancora. Questa incertezza devi poi metterla in rapporto al fatto che alla fine di maggio e per quasi tutto giugno io credevo di dover partire per Roma da un giorno all’altro. Puoi immaginare il mio stato d’animo in simili condizioni. Qualche momento ero veramente furibondo. Quei «benino», che mi scrivevate, mi facevano da aculeo. Sai, al mio paese si racconta questa storia: – Il governo, attraverso i prefetti, inviò a tutti i Municipi, molto tempo fa, una circolare dove si domandava a quale distanza dall’abitato si trovasse il cimitero. Il sindaco rispose la prima volta: «A un tiro di schioppo». Il modulo fu rimandato indietro, con la richiesta di una maggiore precisione e il sindaco precisò: «A un tiro di sasso, lanciato da mano maestra»; il modulo fu ancora rimandato e il sindaco fu ancora piú preciso: «Una volata di allodola di seconda covata». Non ti pare che tu ed Ester abbiate avuto ed abbiate contro il sistema metrico decimale delle notizie la stessa avversione di quel sindaco?
Carissima Tania, nonostante tutto, mi sento molto colpevole e sono addolorato di avere in tal modo perduto il controllo di me stesso. Ti prego di non trascurare nulla per rimetterti in salute e di fare tutto ciò che alla clinica ritengono sia necessario. Io posso aspettare e aspetterò con molta pazienza. Ti voglio molto bene
Antonio

39.

1° agosto 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 12 luglio e la fotografia dei due bambini di Teresina. Hai ricevuto un’altra mia lettera, nella quale ti scrivevo qualcosa su Nannaro? Se non l’hai ricevuta, non pensare che ti abbia mandato sue notizie precise, perché neanche io sono riuscito mai ad averne; cercavo solo di spiegarti le ragioni probabili del silenzio di Nannaro almeno a mio riguardo.
Il gruppo dei due bambini mi pare venuto molto bene, anche se la fotografia non è molto riuscita. Si vede che sono due bei bambini. Nell’altra fotografia di Franco che mi avevi mandato, il bambino sembrava un vecchietto; era molto magro e senza freschezza. Da un pezzo non ho piú ricevuto notizie da Giulia; da circa 3 mesi, non so niente né di lei né dei bambini. Mia cognata è sempre all’ospedale ammalata; penso che proprio in questi giorni le abbiano fatto un’operazione, perché da 20 giorni non ho sue notizie. Io mi sto abituando a non pensare piú a nulla e a lasciare andare le cose come vogliono. Abbracci a tutti
Nino

Perché non ti faccia imbrogliare, nel caso, ti avverto che lo scudo d’argento non vale solo 5 lire, ma oggi vale 20 lire. Quando l’ho mandato valeva proprio 30 lire circa e da esso si poteva benissimo fare un cucchiaino da bambini.

40.

8 agosto 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 28 luglio e la lettera di Giulia. Non avevo ricevuto lettere dopo l’11 luglio ed ero in grande pena, tanto che ho fatto qualcosa che a te sembrerà una sciocchezza: non te la voglio dire, però, te la dirò quando verrai a colloquio. Mi dispiace che tu ti senta moralmente stanca. Mi dispiace tanto piú, perché sono persuaso di avere contribuito a deprimerti. Cara Tania, ho sempre un grande timore che tu stia peggio di quanto mi scrivi e che ti possa trovare in qualche imbarazzo. Per causa mia. È questo uno stato d’animo che niente può distruggere. È radicato in me. Sai che nel passato io ho sempre fatto una vita da orso nella caverna proprio per questo stato d’animo: perché non volevo che nessuno fosse legato alle mie traversie. Ho cercato di farmi dimenticare anche dalla mia famiglia, scrivendo a casa il meno possibile. Basta! Vorrei fare qualcosa per farti sorridere almeno. Ti racconterò la storia dei miei passerotti. Devi dunque sapere che ho un passerotto e che ne ho avuto un altro che è morto, credo avvelenato da qualche insetto (una blatta o un millepiedi). Il primo passerotto era molto piú simpatico dell’attuale. Era molto fiero e di una grande vivacità. L’attuale è modestissimo, di animo servile e senza iniziativa. Il primo divenne subito padrone della cella. Credo che avesse uno spirito eminentemente goethiano, come ho letto in una biografia a proposito dell’uomo biografato. Ueber allen Gipfeln. Conquistava tutte le cime esistenti nella cella e quindi si assideva per qualche minuto ad assaporarne la sublime pace. Salire sul tappo di una bottiglietta di tamarindo era il suo perpetuo assillo; e perciò una volta cadde in un recipiente pieno dei rifiuti della caffettiera e fu lí lí per affogare. Ciò che mi piaceva in questo passero è che non voleva essere toccato. Si rivoltava ferocemente, con le ali spiegate e beccava la mano con grande energia. Si era addomesticato, ma senza permettere troppe confidenze. Il curioso è che la sua relativa famigliarità non fu graduale, ma improvvisa. Si muoveva per la cella, ma sempre nell’estremo opposto a me. Per attirarlo gli offrivo una mosca in una scatoletta di fiammiferi; non la prendeva se non quando io ero lontano. Una volta invece di una, nella scatoletta erano cinque o sei mosche; prima di mangiarle danzò freneticamente intorno per qualche secondo; la danza fu ripetuta sempre per le mosche numerose. Un mattino, rientrando dal passeggio, mi trovai il passero vicinissimo; non si staccò piú, nel senso che da allora mi stava sempre vicino, guardandomi attentamente e venendo ogni tanto a beccarmi le scarpe per farsi dare qualcosa. Ma non si lasciò mai prendere in mano senza rivoltarsi e cercare subito di scappare. È morto lentamente, cioè ha avuto un colpo improvviso, di sera, mentre era accovacciato sotto il tavolino, ha strillato proprio come un bambino, ma è morto solo il giorno dopo: era paralizzato dal lato destro e si trascinava penosamente per mangiare e bere, poi di colpo morí. L’attuale passero invece è di una domesticità nauseante; vuole essere imboccato, quantunque mangi da sé benissimo; viene sulla scarpa e si mette nella piega dei calzoni: se avesse le ali intiere volerebbe sul ginocchio; si vede che vuol farlo perché si allunga, freme, poi va sulla scarpa. Penso che morirà anch’esso, perché ha l’abitudine di mangiare le capocchie bruciate dei fiammiferi oltre al fatto che il mangiare sempre pane mollo deve procurare a questi uccellini dei disturbi mortali. Per adesso è abbastanza sano, ma non è vivace; non corre, sta sempre vicino e si è già involontariamente preso alcune pedate. Ed ecco la storia dei miei passerini.
Scriverai tu a Giulia anche per me, è vero? Ho pensato di scriverle direttamente; che te ne pare. Sarebbe lo stesso, ma come fare a scrivere ogni settimana a te e a Giulia separatamente? Tutta la mia corrispondenza sarebbe impegnata; d’altronde io voglio scrivere a te ogni settimana. Cara Tania, ti voglio tanto bene e ti abbraccio
Antonio

41.

8 agosto 1927

Carissimo Berti,
ho ricevuto la tua del 15 luglio. Ti assicuro che il mio stato di salute non è peggiore di quello che era negli scorsi anni; credo anzi che sia un tantino migliorato. D’altronde non faccio nessun lavoro, perché non può chiamarsi lavoro il leggere puro e semplice. Leggo molto, ma disordinatamente. Ricevo qualche libro di fuori e leggo i libri della biblioteca carceraria, cosí, come capitano, settimana per settimana. Io possiedo una capacità abbastanza felice di trovare un qualche lato interessante anche nella piú bassa produzione intellettuale, come i romanzi d’appendice, per esempio. Se avessi la possibilità, accumulerei centinaia e migliaia di schede su alcuni argomenti di psicologia diffusa popolare. Per esempio: come è nato il mito del «rullo compressore russo» del 1914; in questi romanzi trovi a centinaia gli spunti in proposito, ciò che significa che esisteva tutto un sistema di credenze e di timori radicati nelle grandi masse popolari e che nel 1914 i governi imponevano quelle che si potrebbero dire le loro campagne d’agitazione nazionalistiche. Allo stesso modo trovi centinaia di spunti sull’odio popolare francese contro l’Inghilterra, legato alla tradizione contadinesca della guerra dei cento anni, del supplizio di Giovanna d’Arco e poi alle guerre e all’esilio di Napoleone. Che i contadini francesi, sotto la Restaurazione, credessero Napoleone un discendente della Pulzella, non è estremamente interessante? Come vedi io razzolo anche nei letamai! D’altronde qualche libro interessante mi capita di tanto in tanto. Sto leggendo adesso l’Église et la Bourgeoisie primo tomo (300 pp. in 8°) di Origines de l’esprit bourgeois en France di un tale Groethuysen. L’autore, che non conosco, ma che deve essere un seguace della scuola sociologica del Paulhan, ha avuto la pazienza di analizzare molecolarmente le raccolte di prediche e di libri di devozione usciti prima del 1789, per ricostruire i punti di vista, le credenze, gli atteggiamenti della nuova classe dirigente in formazione. Una grande delusione intellettuale mi ha dato invece il tanto strombazzato libro di Henri Massis Défense de l’Occident; credo che Filippo Crispolti o Egilberto Martire avrebbero scritto un libro piú snello se fosse loro venuto in testa l’argomento. Ciò che mi fa ridere è il fatto che questo egregio Massis, il quale ha una benedetta paura che l’ideologia asiatica di Tagore e di Gandhi non distrugga il razionalismo cattolico francese, non s’accorge che Parigi è diventata una mezza colonia dell’intellettualismo senegalese e che in Francia si moltiplica il numero dei meticci. Si potrebbe, per ridere, sostenere, che se la Germania è l’estrema propaggine dell’asiatismo ideologico, la Francia è l’inizio dell’Africa tenebrosa e che il jazz-band è la prima molecola di una nuova civiltà eurafricana!
Ti ringrazio per aver cercato di farmi avere i fogli mancanti al mio esemplare del libro del Rosselli. Hai letto il libro? Io non conosco il Rosselli, ma vorrei dirgli che non comprendo in un libro di storia l’acrimonia che egli mette nel suo. Questo in generale. In particolare: lo spunto del suo libro mi pare drammatico fino all’istrionismo (naturalmente il recensore del «Giornale d’Italia» si è impadronito di questo spunto e l’ha rigirato con la massima pacchianeria). Poi il Rosselli non accenna neanche al fatto che la famosa riunione di Londra del 1864 per l’indipendenza della Polonia era domandata dalle Società napoletane da qualche anno e fu convocata proprio per una esplicita lettera di una Società napoletana. Il fatto mi pare capitale. Nel Rosselli c’è (per lui) una strana deformazione intellettuale. I moderati del Risorgimento, i quali dopo i fatti di Milano del febbraio 1853 e a pochi giorni dall’impiccagione di Tito Speri, avevano inviato un indirizzo di omaggio a Francesco Giuseppe, a un certo momento, specialmente dopo il 60 ma piú dopo gli avvenimenti di Parigi del 71, si impadronirono di Mazzini e se ne fecero un baluardo, anche contro Garibaldi (vedi Tullio Martello, per es. nella sua Storia). Questa tendenza è rimasta fino ad oggi ed è rappresentata dal Luzio. Ma perché anche dal Rosselli? Io pensavo che la giovane generazione di storici si fosse liberata da queste diatribe e dall’acrimonia che le accompagna e che ai Gesta dei avesse sostituito la critica storica. Del resto il libro del Rosselli «riempie una lacuna» realmente. Ho ricevuto una cartolina da Amadeo. Saluta tutti affettuosamente, anche il Rosselli e il Silvestri.
Ti abbraccio.
Antonio

42.

22 agosto 1927

Carissima mamma,
da circa un mese non ricevo tue lettere. Come state? Ti scrivo per avvertirti di non avere nessuna preoccupazione se riceverai (o avrai già ricevuto) un qualche avviso delle Ferrovie dello Stato in cui si parla di tre biglietti ferroviari da me rilasciati come deputato a tre Tizii e che sono stati contestati non ricordo bene se alla fine del 25 o ai principii del 26. Credo almeno che si tratti di questa faccenda, perché due giorni fa mi hanno domandato l’indirizzo della mia famiglia, che era richiesto dalle Ferrovie dello Stato per una «quistione amministrativa». Io ho prima risposto che, essendo maggiorenne, la mia famiglia ero io stesso, ma siccome la richiesta era molto concisa, mi fu domandato l’indirizzo dei genitori. Ti spiego il caso. Come deputato avevo diritto ogni anno a 8 biglietti di 1a classe e 4 di 2a per le persone della famiglia o per chi viaggiava con me in accompagnamento per ragioni di salute. Mi sono servito di questi biglietti qualche volta per farmi accompagnare, perché in tutti gli anni scorsi sono sempre stato molto debole e soffrivo qualche volta di svenimenti e di capogiri. Una volta che da Roma andai a Milano, il mio accompagnatore doveva subito ripartire, come fare? Mi rivolsi all’impiegato dei biglietti speciali e gli domandai schiarimenti; mi rispose che potevo emettere il biglietto, specificando: «di ritorno dall’accompagnamento». Cosí feci e ripetei altre due volte, successivamente, la cosa. Nel maggio 26, quando dovevo ritirare i biglietti del nuovo anno legislativo, essi mi furono rifiutati e mi si comunicò che avrei dovuto pagare, per averli, qualche migliaio di lire, importo di tre biglietti piú la multa. Io penso che non devo pagar nulla: – 1° perché da parte mia non c’è stato nessun dolo; ho presentato allo sportello dei biglietti che sono stati accettati, nonostante che in essi fosse scritto chiaramente: «di ritorno dall’accompagnamento», ciò significa che il regolamento non è chiaro e che gli impiegati non sanno interpretarlo – 2° perché sono stato danneggiato col non uso dei biglietti per il 1926. Ti ho spiegato questo perché tu veda che non c’è stato nulla di male da parte mia. In ogni caso sono io solo il responsabile e non so cosa possono pretendere dai miei genitori. Se ricevi un avviso di tal genere, pertanto, devi rispondere che voi non c’entrate per nulla, che da 20 anni io sono indipendente dalla mia famiglia e faccio vita e famiglia per conto mio. Aspetto tue notizie. Ti abbraccio affettuosamente
Nino

43

22 agosto 1927

Carissima Tania,
da quasi un mese non ricevo tue notizie; l’ultima tua lettera è del 29 agosto. Sono diventato piú paziente, è vero; tuttavia questo stato di cose mi dà molta pena. Il mese scorso, prima di ricevere la tua lettera del 29, non sapendo cosa pensare, ho scritto alla signorina Nilde. Mi ha risposto molto gentilmente e mi ha assicurato che il prof. Bastianelli non crede necessaria l’operazione per il tuo male e che ha scritto in tal senso a un medico dell’ospedale. Il prof. Bastianelli crede che per te sia necessario tranquillità, aria buona e buon nutrimento. Tutto ciò è bello, ma non è fatto per farmi star tranquillo, perché penso che non hai né tranquillità né aria buona e che probabilmente mangerai pochissimo. Scrivimi quante volte ti è possibile; qualche lettera almeno mi arriverà e mi darà ancora un po’ di pazienza. E scrivi a Giulia, rassicurandola. La sua ultima lettera era un po’ malinconica (l’avevi letta?). Ti abbraccio
Antonio

44.

29 agosto 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto oggi la tua lettera del 17 e ti rispondo subito, quantunque ti abbia scritto anche la settimana scorsa.
Giovedí è giunto Mario e ci siamo parlati per circa un quarto d’ora. Sta molto bene. Mi ha accennato ai suoi affari che adesso vanno abbastanza bene anch’essi. Mi pare che abbia una leggera tendenza a diventare grasso come papà. Prima di venire da me, Mario era andato a visitare mia cognata all’ospedale, cosí mi ha dato sue notizie e mi ha un po’ tranquillizzato. Egli mi ha promesso di scriverti subito per dirti che mi ha trovato assai bene di salute. Ciò che mi hai scritto di lui mi pare esagerato. Nessuno, in questo caso, può essere piú spassionato e obbiettivo di me, poiché Mario milita nel campo opposto al mio. Quando io sono stato a visitarlo, qualche anno fa, in casa sua, credo di essermi fatta un’opinione esatta su tutto l’ambiente di cui egli era una specie di eroe. Ma sono cose che è meglio non scrivere e d’altronde Mario è mio fratello e gli voglio bene nonostante tutto. Spero che adesso si occupi piú delle sue faccende e che metta la testa a partito. Se ritornerà a trovarmi, come mi ha detto, vedrò di trovare il modo di dirgli qualcosa, specialmente per sua moglie che non è certo una donna come te, e che si affloscerebbe come uno straccio se dovesse lottare con una difficoltà appena appena seria. Altro che rinunciare ai bagni o alla villeggiatura o a un nuovo vestito.
Mi dispiace che Grazietta stia sempre male; perché non mi scrive qualche volta? Abbraccio tutti affettuosamente; tanti, tanti baci a te
Nino

(E la predica di prete Poddighe quando me la mandi?)

45.

29 agosto 1927

Carissima Tania,
giovedí ho avuto il colloquio con mio fratello Mario, che mi ha rassicurato sulle tue condizioni. Ero talmente sovraeccitato per la mancanza di tue notizie, che dopo il colloquio e la scarica nervosa da esso determinata, mi sono sentito male: non ho dormito tutta la notte e devo aver avuto un po’ di febbre. Tuttavia non so spiegarmi la mancanza di tue lettere. Mario mi ha detto d’averti invitato a passare qualche giorno a Varese in casa sua. Perché non accetti? Il caldo ormai è passato, tuttavia la campagna deve essere ancora gradevole e la regione dei laghi lombardi è degna di essere vista. Mio fratello è un buon ragazzo e sono sicuro che tu ti troverai à ton aise in casa sua. Conosco poco sua moglie; l’ho vista una volta sola, parecchi anni fa, quando stava per partorire e non credo sia questo il momento piú opportuno per conoscere una signora. Potresti ancora fare qualche bella passeggiata; Varese stesso possiede un lago, e delle colline molto belle. Intanto, anche tu, come passi il tempo? Hai dei libri? Io potrei mandarti qualche libro, ma non so come fare. Ho letto un romanzo di una scrittrice inglese, Margherita Kennedy, che mi pare molto pregevole. Il titolo La ninfa innamorata, è alquanto sciocco, ma il libro è realmente interessante: non so perché, mi ricorda L’Idiota di Dostoievski. Non credere che sia di una tale intensità, però; è certamente notevole, sia perché scritto da una donna, sia per l’atmosfera psicologica in cui è concepito e sia ancora per il mondo che descrive; inoltre è ben tradotto. Certamente lo leggerai, perché questi libri che ho qui, bisognerà pure che te li mandi, o quando partirò da Milano, o da Roma, quando sarò assegnato a qualche Casa di Pena definitiva, dopo il processo. Vorrei che questo romanzo, dopo averlo letto, lo mandassi a Giulia. Io le scriverò allora il perché il libro deve interessarla. Sai, si tratta, nel romanzo, di una specie di falanstero di musicisti, che vivono, sviluppano modi di pensare e di giudicare intorno a questo fatto fondamentale: la creazione e la sensibilità musicale. Giulia m’ha detto una volta che da giovinetta pensava di trasformare il mondo con la musica. Nel romanzo è il mondo che stritola i protagonisti: in ogni modo il libro è interessante e tradotto bene. Ti sei accorta come sono tradotti male i romanzi di Conrad? Non solo non si ha in italiano uno stile e una espressione che equivalga all’originale inglese, ma addirittura la lingua italiana è massacrata.
Aspetto sempre tue notizie dirette. Si avvicina il freddo: immagino che tu sei arrivata a Milano con una borsetta, credendo di stare pochi giorni e che ti trovi imbarazzata per tante piccole cose. Quando potrò dirti a voce tutto ciò che ho pensato in questo mese, ti farò certamente ridere: credo proprio che la soverchia immaginazione sia una grande disgrazia. Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

46.

Cara Grazietta,
spero che queste righe ti trovino ancora ad Oristano. Mi dici d’avermi scritto altre cose. Ti dò la mia parola, che quando ti risposi era la prima volta che ricevevo da te direttamente qualche notizia. Credi pure che sono meno indifferente e meno pigro di quanto possa apparire a qualcuno. O dio, non sono un mostro di espansione e spesso mi ci vuole per scrivere una parola affettuosa, ma non te e quelli di casa dovrete meravigliarvi di questo fatto. Bacia tanto la figliolina di zio Serafino e saluta tutti gli zii e la coorte delle zie, e di’ loro che mi scrivano qualche volta ed io risponderò: scrivere a tutti è impossibile; scegliere fra i tanti non è cortese; perciò, se proprio può a qualcuno importare che io viva e vesta panni, aspetto di conoscere questo qualcuno. Ma io ci credo poco. Baci infiniti a tutti.
Nino
Questa lettera a Grazietta, s. d., sembra compresa tra il 29 agosto 1927 («Mi dispiace che Grazietta stia sempre male; perché non mi scrive qualche volta?», lettera alla madre) e il 29 dicembre 1930, data della prima lettera pervenutaci di G. a Grazietta. Nella lettera si legge infatti: «Ti dò la mia parola, che quando ti risposi era la prima volta che ricevevo da te direttamente qualche notizia».

47.

12. IX. 1927

Carissima Tania,

ho ricevuto le tue due lettere; ricevo ogni giorno la frutta che mi mandi. Sono stato molto contento di averti visto e di aver potuto scambiare qualche parola con te. È stata proprio una consolazione averti visto, dopo questi 4 mesi di ansie e di brutti pensieri. Perché mi hai trovato mutato? Io non so rendermene conto. È vero che i mutamenti, con questa vita, si succedono cosí lentamente che il «paziente» può non accorgersene. Mi pare che tu non sei mutata gran che; forse eri troppo in preda alla paura di vedermi, è vero? Io invece penso di essermi «sviluppato» nel senso della freddezza e della indifferenza esterna, ho perduto molto del mio «meridionalismo». Non credo di essere diventato insensibile, tutt’altro; forse invece ho acquistato un po’ di sensibilità nervosa e morbosa, ma ho perduto l’abito esterno della sensibilità. È vero che tu mi hai ricordato Giulia; ho osservato che vi rassomigliate molto, nonostante alcuni tratti spiccati di personalità propria e inconfondibile. Del resto, ricordi che un pomeriggio a Roma ti ho rivolto la parola credendo che tu fossi Giulia? Non so quando potrai avere il secondo colloquio. Ti vorrei dire a voce, meglio dell’altra volta, che non devi preoccuparti troppo di me. Sai che sono già passati 10 mesi dal giorno del mio arresto? Il tempo passa molto in fretta, è vero, ma è anche molto lungo. Io penso che ho già imposto troppi sacrifici ai miei fratelli e anche a te. Su mio fratello Mario non posso piú contare. L’ho capito un mese fa, dopo una lettera di mia madre. La mamma mi scrisse d’aver ricevuto una lettera dalla moglie di Mario, con molti lamenti ecc. Scrissi a Mario di venire a colloquio; mi sembrò molto imbarazzato. Dopo il colloquio, scrisse al mio paese, a mio fratello Carlo, in forma allarmatissima, da quanto posso immaginare. Carlo mi scrive come se io fossi sull’orlo della tomba; parla di venire lui a Milano e ha pensato persino di condurre la mamma, una donna di 70 anni circa, che non si è mai mossa dal villaggio e non ha mai fatto un viaggio in ferrovia piú lungo di 40 kilometri. Cose da manicomio, che mi hanno addolorato e anche un po’ irritato contro Mario, che poteva essere piú franco con me e non terrorizzare la vecchia mamma. Basta. Ho deciso per tutto questo di porre un termine a questo stato di cose, riducendomi, se occorre, al puro vitto carcerario. Ci sono però delle pendenze e queste mi preoccupano assai. Scusami lo sfogo, cara Tania, e non addolorarti. Vedi che io ti scrivo proprio come a una sorella e tu in tutto questo tempo sei stata per me piú che una sorella. Perciò ti ho anche tormentato un po’, qualche volta. Ma non è forse vero che si tormenta proprio coloro che ci sono piú cari. Io voglio che tu faccia di tutto per guarire e star sana. Cosí potrai scrivermi, tenermi informato di Giulia e dei bambini e consolarmi col tuo affetto.
Le 300 lire che mi hai mandato in giugno, le ho ricevute; devo anche avertelo scritto. Non mi hanno ancora consegnato il dizionario tedesco; ma tu perché me l’hai mandato? Potevo farne a meno per ora, in attesa di poter avere il mio. In linea generale non devi mandarmi nulla che io non ti domandi o sulla cui spedizione io non sia stato consenziente. Credi pure che questa è la linea piú razionale, a parte il fatto, come tu dici, che io non domando mai nulla. Non è vero; io, quando ho bisogno, domando; ma cerco di farlo razionalmente, per non crearmi cattive abitudini che poi è piú doloroso smettere. Per vivere tranquilli in carcere, occorre abituarsi al purissimo necessario; tu capisci bene che ogni piccola comodità, in questo ambiente, diviene una specie di vizio che poi è difficile estirpare, data l’assenza di distrazioni. Se si vuole rimanere forti e mantenere intatta la propria forza di resistenza, occorre imporsi un regime e osservarlo ferreamente. Per esempio: perché ho io sofferto tanto del tuo silenzio? Perché ero abituato a una certa regolarità nella corrispondenza: ogni irregolarità perciò assumeva un significato sinistro. Ma questa abitudine della corrispondenza regolare devi però crearmela, sai? Non pensare che io ti autorizzi a non scrivermi, con la teoria delle non abitudini! Carissima, aspetto il nuovo colloquio, anche se non possiamo neanche stringerci la mano. A proposito, sai che per lungo tempo avevo pensato di darti qualche fiore cresciuto nella mia cella (vedi che romanticismo carcerario!)? Ma le piante sono ormai essicate e cosí non ho potuto mantenere nessuno dei 5 o 6 fiorellini che erano sbocciati, bruttini alquanto, a dire il vero.
Ti abbraccio, affettuosamente
Antonio

48.

12. IX. 1927

Carissimo Carlo,
ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l’assicurata del 2 settembre. Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l’impressione che ti abbia troppo allarmato, mentre io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato. – La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d’ora innanzi, scrivere spesso, per cercare di convincerti che il tuo stato d’animo non è degno di un uomo (e tu non sei piú tanto giovane, ormai). È lo stato d’animo di chi è in preda al panico, di chi vede pericoli e minacce da tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie che la sola fantasia ha creato. – E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza. Mi pare che siano quasi 22 anni da che io ho lasciato la famiglia; da 14 anni poi sono venuto a casa solo due volte, nel 20 e nel 24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt’altro; ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso piú letterale della parola. A un certo punto questa cosa bisogna dirla, perché [ … ] si riesce a rassicurare. Probabilmente tu qualche volta mi hai un po’ invidiato perché mi è stato possibile studiare. Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo negli anni dal 1910 al 1912. Nel 10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui. Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti piú nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava piú di 100 lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto tutta la calce per l’umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, piú latrina che cortile. Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere piú il poco caffè al mattino, poi rimandai il pranzo sempre piú tardi e cosí risparmiavo la cena. Per 8 mesi circa mangiai cosí una sola volta al giorno e giunsi alla fine del 3° anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi. Solo alla fine dell’anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto, ma nel concorso si doveva fare l’esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio. Vi rimasi 1 mese œ e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso, dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava. Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa. C’era l’Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza. Mi fu rimborsato il viaggio in seconda, un’ottantina di lire ma non c’era da ballare perché gli esami duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire. Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai. Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l’iscrizione all’università, e siccome l’iscrizione era sospesa, erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove mi fecero credito; io ero cosí avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura. Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera. E passai l’inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai piú per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole. Per di piú abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.
Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo. Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro. Gli risposi sorridendo che ministro era un po’ troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo, dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi. Scosse le spalle e mi domandò perché dunque non avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito. Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.
Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall’ambiente paesano e sardo: bisogna sempre essere superiori all’ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori. Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito? Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte, a far coraggio a un giovanotto che può muoversi liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile? Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.
Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi, perché ne ho proprio bisogno. Spero in seguito di non dover piú ricorrere al tuo aiuto.

49.

19 settembre 1927

Carissima Tania,
sei rimasta piú contenta per il colloquio di mercoledí? Era molto pittoresco, non è vero? Ho visto che anche tu ridevi, per tutto quel baccano assordante; non avrai però pianto dopo? Io sono stato molto contento, perché mi è sembrato che tu stessi un po’ meglio.
Ti ringrazio per ciò che mi mandi ogni giorno. Io cerco di mangiare proprio tutto ciò che tu mandi: ma qualche volta è proprio impossibile. Come potevo mangiare tante noci, per esempio? Invece ho proprio mangiato di gusto il buon prosciutto e il formaggio fresco che mi piace tanto e l’uva e i fichi ecc. Non mandarmi del pane, però: qui bisogna comprarne ogni volta almeno mezzo chilo e quindi io ne ho sempre in eccesso; è fresco e buono come quello che si può comprare fuori. Da ieri poi ho ricominciato a ricevere il pranzo dalla trattoria (almeno, ieri l’ho ricevuto; in questo momento che scrivo non ho ancora ricevuto per oggi, ma è ancora presto). Da qualche giorno ho rinunziato alla lettura dei giornali politici quotidiani e vado in compagnia, cioè viene nella mia cella dall’una alle cinque circa un altro detenuto. È un giudicando di un paese vicino a Monza, imputato di furto e devastazione di una casa di malaffare: eccesso di zelo nella ricerca di cocaina da parte di una specie di squadra del buon costume. Questa compagnia mi ha divagato enormemente in questi giorni; è un giovanotto, questo detenuto, abbastanza sveglio e spiritoso e io mi affiato rapidamente con chiunque. Per adesso almeno, gli argomenti di conversazione non sono esauriti.
Hai letto il romanzo della Kennedy? Un altro romanzo abbastanza interessante è quello di Henri Beraud; non ti pare, se l’hai letto, che riproduca abbastanza bene, lo stile secco e nervoso di vecchi cronisti francesi? Degno di esser letto è anche il libro di memorie di André Gide, del quale non so se tu conosci la restante letteratura poetica e romanzesca. Il romanzo di R. Bacchelli – Il diavolo al Pontelungo – ha avuto molto successo, da quanto ho letto nella stampa. Sai; il Bacchelli appartiene a una scuola che nel dopoguerra è stata molto discussa, quella dei cosidetti «rondisti» (perché la loro rivista si intitolava la «Ronda»); essi hanno «scoperto» che il Leopardi è il piú grande scrittore italiano e che la prosa del Leopardi dà il migliore modello alla letteratura moderna. Hanno pubblicato una bellissima antologia della prosa del Leopardi, ma mi pare che tutto il loro sforzo si sia esaurito in questa antologia; dal romanzo non si capisce bene in che cosa il Bacchelli innovi la letteratura italiana moderna e segni una tappa. Certo non appare in esso l’armonia delle parti e la completa fusione tra la forma espressiva e la concezione che sono proprie del Leopardi.
Spero che rapidamente ormai possa riuscire a ristabilirti in salute. Aspetto l’altro colloquio per vederti ancora piú contenta e piú forte. Ti abbraccio
Antonio

50.

26 settembre 1927

Carissima Tania,
avevo pensato di scrivere questa lettera a Giulia. Ma proprio non mi riesce; non riesco a incominciare. Sono ancora sotto l’impressione della sua ultima lettera, da me ricevuta, del 31 maggio, ma è una impressione certamente anacronistica. Mi pare che la vita di Giulia in questi mesi debba essersi svolta con molti mutamenti, perché Giuliano incomincerà a parlare e a camminare e lei avrà riprovato, ma con nuove sfumature, le impressioni dei primi moti di Delio, il quale oggi deve essere già uno spettatore giudizioso delle alte imprese del suo fratellino; cosí tutti i rapporti sentimentali sono complicati, con novità essenziali di enorme portata. Ti pare. Io dunque non sarei a tempo, certamente sarei stonato: ciò mi preoccupa e mi toglie l’iniziativa. Tu pensi davvero che Giulia sarà molto addolorata di non ricevere direttamente mie lettere? (Bada che non voglio mettere in dubbio la sua sensibilità!) Io ci penso, ma non riesco lo stesso. È proprio necessario che io abbia qualche sua lettera piú recente. Si può però fare cosí: comunicarle questa lettera, per esempio. Leggendola, lei capirà benissimo il mio stato d’animo e mi perdonerà. Forse non penserà neanche che ci sia bisogno di un perdono vero e proprio. Dovrei scrivere ora un grande elogio della sua bontà, ma qualcuno potrebbe pensare che lo faccio apposta ad captandam benevolentiam!
Cara Tania, spero di trovarti un po’ meglio dell’ultima volta; mi sembrasti un po’ febbricitante. Ti aspetto mercoledí.
Ti abbraccio
Antonio

51.

3 ottobre 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto l’assicurata del 26 settembre; ringrazia tanto Carlo. Ho ricevuto pure la predica di prete Poddighi, ma essa non è molto divertente; certo non c’è l’umorismo fresco e paesano di quella al «populu de Masuddas». Con uno sforzo di memoria, nonostante che l’abbia sentito poche volte, sono riuscito a ricordarmene interi brani e perciò te l’avevo domandata. E ite cou no mais bogau – chi si nci boghint is ogus – e un arrogu e figau – ecc. ecc.; questo mi piace molto. Credo di averti scritto qualche lettera che non hai ricevuto: non so spiegarmi altrimenti la mancanza di notizie. Non sono stato ammalato e non mi sento male. In quest’ultimo tempo ho rinunziato alla lettura dei giornali quotidiani per poter andare qualche ora in compagnia di altri detenuti. La compagnia, come puoi immaginare, è quale può offrirla il carcere, perché non è permesso andare con altri detenuti politici: si tratta cioè di imputati di reati comuni. Tuttavia trovo un po’ di svago e il tempo passa piú rapidamente.
Mia cognata è uscita dall’ospedale e viene a visitarmi di tanto in tanto. È ancora in convalescenza e fa dei grandi sacrifizi per me. Ogni giorno viene al carcere e mi manda qualche cosettina prelibata da mangiare: della frutta, della cioccolata, dei latticini freschi. Poverina, non riesco a convincerla di non affaticarsi tanto e di pensare un po’ piú alla sua salute. Io sono persino un po’ umiliato di tanta abnegazione, che qualche volta non si trova neanche nelle sorelle.
Volevo dirti una cosa. Io non ricordo piú quali miei libri si trovano ancora a Ghilarza. Ricordo che nel 1913 avevo a Torino comprato uno stok di libri sulla Sardegna della biblioteca di un marchese di Boyl, i cui eredi si erano disfatti dei libri di argomento sardo. Qualcheduno, mi pare di ricordare, l’avevo portato a Ghilarza nelle vacanze. Vorrei avere, se ci sono ancora, il libro del generale Lamarmora sui suoi viaggi in Sardegna (è scritto in francese) e le storie del barone Mannu. Questi due mi pare che siano proprio a Ghilarza. Avevo un grosso volume rilegato (molto grosso, del peso di almeno 10 kili) con la raccolta di tutte le carte d’Arborea, ma non ricordo se l’avevo portato. Un volumetto che invece ci deve essere è dell’ingegnere Marchesi, Con Quintino Sella in Sardegna. Se trovi qualcuno di questi libri in casa, fammelo mandare. Di’ a Carlo che se gli capita di comprare qualche numero della rivista «Il Nuraghe» me lo mandi dopo averlo letto. Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana e se fanno, per qualche festa, le gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. La festa di S. Costantino a Sedilo e di S. Palmerio, le fanno ancora e come riescono? La festa di S. Isidoro riesce ancora grande? Lasciano portare in giro la bandiera dei quattro mori e ci sono ancora i capitani che si vestono da antichi miliziani? Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto; perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu né coa.
Dei bambini non ricevo notizie da qualche tempo, ma spero che stiano bene. Ti abbraccio affettuosamente insieme a tutti di casa
Nino

52.

3 ottobre 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue due cartoline del 21 e del 23 settembre. Non devi sempre pensare a ciò che io desidero e che vorrei avere. Ti assicuro che se qualche cosa di necessario o di utile mi manca, te lo domando senza complimenti. Per i libri, tanto per accontentarti, ti dirò che desidero leggere la recente pubblicazione di Daudet e Maurras L’Action Française et le Vatican, che può essere acquistata anche a Milano. Ancora, desidero avere il Manualetto di linguistica di Giulio Bertoni e Matteo Giulio Bartoli, stampato a Modena nel 25 o nel 26. Avevo comandato alla libreria Sperling e Kupfer (Via Larga, 23) un libretto del Finck; siccome non ricordavo il titolo, invece del libro voluto, me ne hanno inviato uno abbastanza interessante per chi vuole studiare il cinese, il lappone, il turco, il georgiano, il samoano e il dialetto dei negri dello Zambesi, ma non ancora interessante per me, che non mi sono ancora deciso a cosí ardue fatiche. Quello desiderato si intitola precisamente cosí: F. N. Finck, Die Sprachstämme des Erdkreises, Edizione Teubner di Lipsia, nella collezione «Aus Natur und Geisteswelt». È una classificazione di tutte le lingue del mondo, ma l’oggetto del libro è solo la classificazione e non lo studio delle lingue separatamente. Il libro ricevuto invece è proprio dedicato ai primi elementi grammaticali delle lingue su citate (oltre che all’arabo e al greco moderno), con antologia. Ti vorrei riportare una novellina dei negri dello Zambesi, su alcune ragazze che giocano nella foresta coi serpenti, il cui titolo è: Za bakazana n in-zoca (letteralmente: Di alcune organismi-persone-ragazze con organismi-serpenti), ma sarebbe troppo complicato; puoi ammirare tuttavia la stringatezza dei negri in confronto con la prolissità europea; non sono poi sicuro che qualcuno dei suoni non debba riprodursi con lo schiocco della lingua e non già con una articolazione vocale. Questo libro lo voglio conservare: lo manderò a Giulia con l’indicazione di studiare il lappone, il samoano e il negro; proprio voglio che vada in collera. Sarà un complemento dei suoi studi di geografia, che mi sono costati tanto lavoro di propaganda e di agitazione. Che te ne pare. Non darti troppa pena per questi libri. Puoi andare alla libreria Sperling a mio nome e farmeli spedire. Vorrei avere, se è possibile, il numero unico dell’«Europe Nouvelle», dedicato al Vaticano e la Francia, uscito verso febbraio o marzo scorso. Tu puoi mandarmi qualche numero della «Die literarische Welt» che forse si trova in vendita, come a Roma, alla libreria Modernissima.
Ti abbraccio
Antonio

53.

10 ottobre 1927

Carissima Tania,
dopo il colloquio di giovedí, ho pensato a lungo e mi sono deciso a scriverti ciò che non ho avuto il coraggio di dirti a voce. Io credo che tu non debba piú a lungo rimanere a Milano per me. Il sacrifizio che tu fai è troppo sproporzionato. Non potrai riacquistare la salute con questo clima umido. Per me è certo un grande conforto vederti, ma credi che poi io non pensi continuamente al tuo aspetto malaticcio e non mi senta dei rimorsi, per essere la causa e l’oggetto di questo tuo sacrifizio? Credo di avere indovinato il motivo principale della tua volontà di rimanere: tu pensi di poter partire con lo stesso treno in cui io sarò tradotto e di potere, durante il viaggio, provvedere in qualche modo a procurarmi un certo confort. Ho indovinato? Ebbene: questo motivo non avrà nessuna possibilità pratica di estrinsecarsi. Le disposizioni per la traduzione saranno certamente molto severe e la scorta non permetterà in nessun modo che i «cristiani» si interessino dei detenuti. (Apro una parentesi per spiegarti che i coatti e i detenuti dividono il pubblico in due categorie: «cristiani» e coatti o detenuti). Il tuo proponimento sarebbe inutile e forse dannoso, perché potrebbe anche determinare diffidenza e un accrescimento di severità e di rigore. Tu otterresti solo di viaggiare nelle peggiori condizioni e giungere a Roma ammalata per altri quattro mesi. Carissima Tania, io penso che bisogna essere pratici e realisti anche nella bontà. Non che tu sciupi la tua bontà, ma sciupi le tue energie e le tue forze; ed io non posso piú a lungo consentire a ciò. Ho proprio riflettuto a lungo sull’argomento e avrei voluto dirtelo a voce; mi è proprio venuto meno il coraggio nel vederti e nel pensare che forse ti avrei ancora afflitto.
Cara, ti abbraccio teneramente.
Antonio

54.

17 ottobre 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto avantieri la tua lettera del 27 settembre. Sono contento che Milano ti piaccia e ti offra delle possibilità di svago. Hai visitato i musei e le gallerie? perché dal punto di vista della sua struttura urbana, penso che la curiosità debba esaurirsi abbastanza in fretta. La differenza fondamentale tra Roma e Milano mi pare consista proprio in ciò: che Roma è inesauribile come «panorama» urbano, mentre Milano è inesauribile come chez soi, come vita intima dei milanesi che sono legati alle tradizioni piú di quanto si pensi. Perciò Milano è poco conosciuta dai soliti forestieri, mentre ha fortemente attirato a sé uomini come Stendhal, che hanno potuto penetrare nelle sue famiglie e nei suoi salotti e conoscerla intimamente. Il suo nucleo sociale piú consistente è l’aristocrazia, che ha saputo conservare una omogeneità e una compagine unica in Italia, mentre gli altri gruppi, compresi gli operai, sono, su per giù, accampamenti zingareschi senza stabilità e ossatura, striati di tutte le varietà regionali italiane. È questa la forza e la debolezza nazionale di Milano, emporio gigantesco di industria e commerci, dominati effettivamente da una élite di vecchie famiglie aristocratiche che hanno la forza della tradizione di governo locale (sai che Milano ha persino un culto cattolico speciale, il culto ambrosiano, di cui i vecchi milanesi sono gelosissimi e che è legato a questa situazione). – Scusa la digressione. Ma tu sai come io sia un gran chiacchierone e mi lasci pigliar la mano ad ogni argomento che mi interessa.
Per i libri. Naturalmente, tu non devi tirarti dietro come bagaglio tanto peso. Io credo anche che sia meglio spedire i libri al mio indirizzo presso le Carceri di Roma, in modo che la visita del dazio e della polizia sia fatta presso il carcere.
Io ho al magazzino una valigia di fibra e un sacco da viaggio, abbastanza capaci; saranno sufficienti. Per mio uso personale mi basterà una fodera da cuscino, dove metterò la biancheria e gli oggetti indispensabili. Farò la domanda perché ti siano consegnate alla porta queste cose. Nella valigia devo avere: – un termos, che non mi serve perché non posso adoperarlo, dei barattoli di latte Nestlè, dei pezzi di sapone, inoltre l’orologio e la penna stilografica che possono andare a male se non sono adoperati. Tu li potrai conservare e adoperare, sebbene l’orologio sia tutt’altro che elegante e moderno (a proposito: Giulia ha cercato spesse volte di avere la catenina, che in verità è peggio dell’orologio e che io non le ho mai dato appunto perché mi sembrava un capriccio strampalato).
Scrivimi ancora delle tue impressioni di Milano. Ti abbraccio affettuosamente e ti aspetto.
Antonio

55.

24 ottobre 1927

Carissima mamma,
non ho ricevuto tue lettere, dopo l’assicurata, ma ti voglio scrivere lo stesso per diverse ragioni: – 1° perché ho l’impressione che da qualche mese la mia corrispondenza sia diventata molto irregolare negli arrivi e partenze; una lettera in piú spedita è una probabilità di piú che qualcheduna arrivi. – 2° perché è probabile che tra breve io sia trasportato da Milano a Roma per il processo e che per qualche settimana non possa scrivere. Tu non devi darti troppa ansia per queste storie; pensa che io sono assolutamente tranquillo e che sono sicuro che tutto l’affare andrà a finire bene, non subito, ma almeno fra un paio di anni. E ho imparato ad aspettare senza perdere la pazienza. Saluta tutti affettuosamente. Ti abbraccio
Nino

56.

31 ottobre 1927

Carissima Tania,
ricevo in questo momento la tua lettera del 21 con le due lettere di Giulia. Tu non sapevi proprio nulla della sua malattia? Spesso nei colloqui avevo l’impressione che tu non volessi parlarmi di qualche cosa e qualche settimana fa ero proprio deciso a porti la quistione; ma in carcere si acquista una psicologia molto complicata, purtroppo! e all’ultimo momento non ho voluto. Tu mi hai promesso di dirmi la verità, sempre; e io non voglio neanche dubitare della tua promessa. Stai sicura; io non mi sentirò male e non almanaccherò nel vuoto. Ma voglio essere informato, sempre. Scrivi anche tu a Giulia, perché mandi delle fotografie, sue e dei bambini, posteriori alla sua malattia. Ho tardato a scrivere questa lettera, per aspettare la distribuzione della posta. È troppo tardi e non ho voglia di scrivere troppo in fretta a Giulia. Ti abbraccio teneramente
Antonio

57.

7 novembre 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto l’assicurata di Carlo del 28 ottobre e la tua lettera del 25. Ringrazia molto cordialmente Carlo dei denari che mi ha mandato; digli che per qualche tempo oramai sono a posto e che se avrò bisogno gli scriverò indubbiamente. Non voglio neanche che egli si sacrifichi troppo per me; chissà quando potrò sdebitarmi!
Non conosco la notizia sul processo che scrivi d’aver letto sui giornali, perché da qualche mese non leggo piú i quotidiani. Anch’io credevo di dover partire per Roma, e cosí infatti ti scrissi nell’ultima mia lettera; pochi giorni fa, invece, fui informato che il processo verrà fatto solo alla fine di gennaio o ai primi di febbraio. Rimarrò pertanto a Milano ancora qualche mese, ciò che non mi dispiace affatto, perché viaggiare in questa stagione non è piacevole (viaggiare da arrestato, s’intende!). Tu non devi avere nessun orgasmo, e devi solo pensare che io sono tranquillo. Oh!, queste mamme, queste mamme! Se il mondo fosse stato sempre nelle loro mani, gli uomini vivrebbero ancora dentro le caverne, vestiti solo di pelli di caprone! E anche per la mia salute non devi preoccuparti. Sono stato informato che all’estero hanno pubblicato delle sciocchezze a questo riguardo, e non vorrei che qualche anima «pietosa» trovasse il modo di farle arrivare fino alle tue orecchie (è vero, purtroppo, che le cattive notizie giungono sempre anche in fondo al mondo), tu devi solo credere a ciò che ti scrivo io, che sono il meglio informato di tutti e non ho nessuna ragione per nasconderti la verità. Mia cognata è ancora a Milano e continua a viziarmi come un bambino, mandandomi ogni giorno qualche cosa che mi dia l’impressione di essere libero di mangiare tutto ciò che può piacermi. Non riesco a convincerla di ritornare a Roma, anche perché il clima di Milano non è dei migliori in questa stagione. Ho finalmente ricevuto notizie dei bambini, che stanno bene e si sviluppano; Giulia invece è stata ammalata qualche mese. Mi dispiace molto della morte di zia Maria Domenica, era buona, in fondo, nonostante la sua rudezza, ed era certo la sola parente simpatica che avevamo (dopo zio Serafino). Io ricordo molto bene i modi e le parole di tutta questa gente, quando eravamo bambini e ricordo che andavo piú volentieri in casa di zia Maria Domenica; tu capisci certe cose che io non ti scrivo. Cara mamma, abbraccia affettuosamente tutti e tu ricevi tanti baci
Nino

58.

7 novembre 1927

Carissima Tania,
mercoledí, al colloquio, sono proprio stato uno sciocco. Ci ho ripensato su per qualche giorno. Mi pare di essere stato di una freddezza quasi brutale. Non ti ho ringraziato delle 50 lire da te depositate e non ti ho nemmeno avvertito che le avevo ricevute al libretto. Sono umiliato di me stesso, in verità.
Sabato ho ricevuto i due asciugamani, lo strofinaccio e gli altri pezzi che non sono riuscito a identificare esattamente: uno che potrebbe essere anche un fazzoletto, lo adopero come salvietta; penso che non sarà, in ogni caso, una decadenza troppo notevole per lui. Gli altri pezzi di colore, presunti fazzoletti, li tengo da parte finché tu non me ne abbia indicato la destinazione. In ogni modo, credo che tu ti sia fatta una idea troppo nobile degli asciugatoi-strofinacci e che avresti invece fatto bene a seguire la mia realistica indicazione della canapa-iuta, come materia tessile piú appropriata. Il lino dello strofinaccio è troppo nobile fibra per cadere cosí in basso; al mio paese col lino preparano solo i corredi delle giovani spose.
Cara Tania, ti abbraccio affettuosamente
Antonio

59.

7 novembre 1927

Carissima Julca,
ho ricevuto tue due lettere, scritte verso la metà di settembre. Cosí ho dimenticato il lungo periodo di tempo, trascorso senza tue notizie. È però molto brutto stare cosí tanto tempo senza notizie. Io non riesco piú a orientarmi, per esempio; sento una certa confusione, e dovrò ancora fare un certo sforzo per togliere la sordina al corso dei miei pensieri e dei miei sentimenti. Non devi impressionarti di queste parole. Sono certo un po’ indolenzito e voglio comunicarti il mio esatto stato d’animo. Tu devi aiutarmi a sgomitolarmi a poco a poco. Devi scrivermi a lungo e ogni volta che ti è possibile, della tua vita e di quella dei bambini, di cui ignoro tutto, salvo la generica notizia della loro salute.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

60.

14 novembre 1927

Carissima Tania,
ho già ricevuto qualche libro. Il Quintino Sella in Sardegna e il catalogo Mondadori li ho già in cella. Il libro del Finck e quello di Maurras sono arrivati, ma non mi sono stati ancora consegnati. È strano il fatto che il libro su «Quintino Sella» l’avevo domandato a mia madre; credo sia uno dei primi libri che ho letto, perché esisteva tra i libri di casa, tuttavia non mi ha rievocato nulla. Vorrei avere ancora queste pubblicazioni:
1° Benedetto Croce, Teoria e Storia della Storiografia (Laterza editore, Bari).
2° Machiavelli, Le piú belle pagine, a cura di G. Prezzolini (Treves editore).
3° Mario Sobrero, Pietro e Paolo (Treves editore).
4° Calendario-Atlante De Agostini per il 1927.
5° Catalogo dell’editore Vallecchi di Firenze, che puoi domandare alla Libreria Sperling. Informati se nella collezione «Tutte le Opere» della casa editrice Barbèra di Firenze è uscito il «Tutto Machiavelli» e quanto costa; temo però che costi un po’ troppo, un centinaio di lire almeno. Le piú belle pagine nella edizione Treves saranno perciò sufficienti. Quando cadde il centenario del Machiavelli lessi tutti gli articoli pubblicati dai 5 quotidiani che allora leggevo; ricevetti piú tardi il numero unico del «Marzocco» sul Machiavelli. Mi ha colpito il fatto come nessuno degli scrittori sul centenario abbia messo in relazione i libri del Machiavelli con lo sviluppo degli Stati in tutta Europa nello stesso periodo storico. Deviati dal problema puramente moralistico del cosidetto «machiavellismo» non hanno visto che il Machiavelli è stato il teorico degli Stati nazionali retti a monarchia assoluta, cioè che egli, in Italia, teorizzava ciò che in Inghilterra era energicamente compiuto da Elisabetta, in Ispagna da Ferdinando il Cattolico, in Francia da Luigi XI e in Russia da Ivan il Terribile, anche se egli non conobbe e non poté conoscere alcune di queste esperienze nazionali, che in realtà rappresentavano il problema storico dell’epoca che il Machiavelli ebbe la genialità di intuire e di esporre sistematicamente.
Ti abbraccio, cara Tania, dopo questa digressione che ti interesserà molto relativamente.
Antonio

61.

14 novembre 1927

Cara Giulia,
ti voglio almeno inviare un saluto ogni volta che mi è concesso scrivere. È trascorso un anno dal giorno del mio arresto e quasi un anno dal giorno in cui ti scrissi la prima lettera dal carcere. Sono molto cambiato in questo tempo: credo di essermi rafforzato e sistemato meglio. Lo stato d’animo che mi dominava quando ti scrissi questa prima lettera (non voglio neanche tentare di descrivertelo, perché ti farebbe orrore), ora mi fa un po’ ridere. Penso che Delio deve avere avuto in quest’anno la possibilità di ricevere impressioni che lo accompagneranno per tutta l’esistenza; ciò mi fa stare allegro. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

62.

21 novembre 1927

Carissima mamma,
da qualche settimana non ricevo notizie né da te né da Carlo. Credo di averti già fatto sapere che rimarrò a Milano ancora per qualche tempo. Non ho ricevuto ancora i libri annunziatimi. Le mie condizioni di salute sono abbastanza buone. In questi ultimi giorni mi sento proprio bene, perché abito in una cella insieme con un amico; la compagnia fa sentire meno la noia e ciò determina un po’ piú di appetito. Spero di ricevere tue lettere nei giorni prossimi e allora ti potrò scrivere piú a lungo. Saluta affettuosamente tutti. Ti abbraccio
Nino

63.

21 novembre 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto i libri seguenti: Francesco Crispi: I Mille; Broccardo, Gentile, ecc.: Goffredo Mameli e i suoi tempi; C. Maurras: L’«Action Française» et le Vatican.
Mi sono dimenticato, all’ultimo colloquio, di ringraziarti per il fazzolettino e di farti i dovuti complimenti. Le ochette mi paiono venute a maraviglia. Non ricordo se ti ho mai raccontato la storia dei fazzolettini ricamati da Genia; io mi divertivo un mondo a canzonarla, sostenendo che le rondini o gli altri ornamenti del ricamo erano sempre lucertole. E in verità tanto gli ornamenti che le cifre di quei fazzoletti avevano una spiccata tendenza ad assumere aspetti sauriani: Genia andava proprio in collera nel vedere misconosciuti i meriti dei suoi lavori donneschi. Devo riconoscere, in perfetta lealtà, che i tuoi lavori sono invece molto ben riusciti e rinnovo i complimenti.
Vorrei scriverti a lungo sulla quistione dell’abito nuovo. Per me è una quistione completamente oziosa. Bisogna tener presente che il processo si terrà in un tempo relativamente prossimo e che dopo la condanna e l’invio a una casa di pena, l’amministrazione carceraria dà il vestito regolamentare da galeotto. È vero che il regolamento adopera a questo proposito una formula alquanto vaga; dice press’a poco cosí: «Al detenuto saranno rasi i capelli e gli sarà fatta indossare la casacca, se del caso». Parrebbe che ci possano essere delle eccezioni. Ma io non ho nessuna prevenzione specifica contro la casacca e non farò pratiche speciali per essere una «eccezione». A che pro’ adunque farsi un vestito nuovo? Per il processo, poiché si potrebbe dire che l’attuale mia giacca è una esibizione «demagogica», metterò il vestito che ho al magazzino e che è in ordine abbastanza decente. Naturalmente non voglio litigare con te su un tale argomento e non voglio neanche contrariarti; io parto da presupposti assolutamente utilitari, che possono essere corretti e modificati solo dalla preoccupazione di non contrariarti. Ti abbraccio teneramente
Antonio

64.

21 novembre 1927

Carissima Giulia,
nel cortile, dove con altri detenuti vado a fare il passeggio regolamentare, è stata tenuta una esposizione di fotografie dei bambini rispettivi. Delio ha avuto un grande successo di ammirazione. Da qualche giorno non sono più isolato, ma sto in una cella comune con un altro detenuto politico, che ha una graziosa e gentile bimbetta, di tre anni, che si chiama Maria Luisa. Secondo un costume sardo, abbiamo deciso che Delio sposerà Maria Luisa appena i due siano giunti all’età matrimoniale; che te ne pare? Naturalmente attendiamo il consenso delle due mamme, per dare al contratto un valore piú impegnativo, sebbene ciò costituisca una grave deroga ai costumi e ai principi del mio paese. Immagino che tu sorrida e ciò mi rende felice; non riesco che con grande difficoltà a immaginarti sorridente.
Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio

65.

28 novembre 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 17. XI.; mi pare che già al colloquio ti abbia detto tutto ciò che può avere riferimento con ciò che mi scrivi. La febbre mi è durata pochi giorni; era certamente dovuta a una leggera faringite, anch’essa sparita. Le mie condizioni generali di salute sono enormemente migliorate. Per la prima volta, dopo molto tempo, trascorro intere giornate senza il minimo male di testa e al mattino mi levo dal letto veramente riposato, qualche volta persino con una terribile voglia di fare ai pugni con qualcuno, ciò che spero non avrà nessuna conseguenza deleteria per l’integrità fisica del mio compagno di cella! Insomma, il cambiamento mi ha giovato assai; il nuovo cibo, preparato cristianamente dalla moglie di Tulli, ha avuto la virtú di sollecitare il mio appetito, che era stato mezzo assassinato dal permanente gusto di rigovernatura che caratterizzava il vitto della trattoria, come, del resto, caratterizza tutti i cibi di trattoria dell’universo. Dormo di piú e mi pare di essere sulla buona via per diventare un perfetto filisteo, ciò che mi preoccupa assai, dato che leggo pochissimo e con spiccata tendenza per i romanzi di Ponson du Terrail. Attendo la lettera in cui hai promesso di riferirmi minutamente i mirabili progressi dello sviluppo fisico di Delio. Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

66.

28 novembre 1927

Carissima Giulia,
sabato scorso Tania mi ha riferito a voce le notizie che ha ricevuto specialmente su Delio. Io attendo tue lettere e le fotografie; mi pare proprio che tutto debba essere cambiato, in modo tale che io non posso, senza una impressione visiva, rappresentarmi la realtà della fase attuale. Ti abbraccio.
Antonio

67.

5 dicembre 1927

Carissima Tania,
ricevo in questo momento la tua lettera del 28 novembre, con le notizie alle quali avevi accennato nel penultimo colloquio. Non ho voglia di scrivere; mi sento snervato per una lunga operazione di taglio dei capelli e della barba. Voglio però nuovamente rassicurarti e sul serio a proposito del mio regime di cella; l’affare dei caffè e delle sigarette è certamente niente altro che uno scherzo. In verità sono morigeratissimo e io stesso debbo continuamente passare sopra alla modestia per ammirarmi; non bevo che tre caffè al giorno e non fumo piú di 15 sigarette. Non mi pare troppo e neppure molto. Potrei ridurre i caffè a due e le sigarette a 10 senza difficoltà e per le sigarette cercherò di farlo. Credi che si è trattato solo di una cosa scherzosa.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

68.

12 XII 1927

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 30 novembre, dopo quasi un mese che non ricevevo piú notizie. Sarà bene che tu mi scriva o mi faccia scrivere almeno ogni 15 giorni; basterà anche solo una cartolina. Nella vita che io sono costretto a fare, l’assenza di notizie diventa qualche volta un vero tormento. – Non so piú cosa scriverti per consolarti e farti stare con l’animo tranquillo. Sulla tranquillità del mio spirito non devi mai avere dei dubbi. Non sono un bambino né un bamboccio, ti pare? La mia vita è stata sempre regolata e diretta dalle mie convinzioni, che non erano certo né capricci passeggeri, né improvvisazioni del momento. Perciò anche il carcere era una possibilità da affrontare, se non come un divertimento leggero, come una necessità di fatto che non mi spaventava come ipotesi e non mi avvilisce come stato di cose reale. D’altronde, anche le mie condizioni di salute, che nei primi tempi mi preoccupavano un po’, oggi mi hanno rassicurato. L’esperienza mi ha provato che sono molto piú forte, anche fisicamente, di quanto io stesso credessi; tutto ciò contribuisce a farmi vedere il prossimo futuro con freddezza e serenità. Vorrei che anche tu te ne convincessi.
Ho ricevuto notizie, buone abbastanza, dai bambini e da Giulia. Delio si sviluppa molto bene. A tre anni e 4 mesi è alto già un metro e gli è stretto un vestitino comprato a Roma per bambini di 5 anni; lo sviluppo intellettuale è parallelo a questo sviluppo fisico cosí promettente.
Se vuoi mandare un pacco a Tatiana, penso che sarà bene lo indirizzi alla signora presso la quale ella alloggia: – Signora Isabella Galli – Via Montebello, 7, Milano, – per il caso di una partenza improvvisa per Roma, che diventa ogni giorno piú probabile. Il pacco, nella migliore delle ipotesi, data la strettezza del tempo e la grande quantità di pacchi che viaggiano in occasione delle prossime feste, potrà arrivare per Capodanno o per l’Epifania; perciò sarà bene non mandare cose che si deteriorano rapidamente.
Auguri vivissimi per le feste natalizie; spero che le trascorrerai senza tristezza, pensando che sicuramente riusciremo a festeggiare ancora molti natali insieme, mangiando molte teste di capretto al forno. Ti abbraccio teneramente insieme agli altri di casa
Nino

69.

12 dicembre 1927

Carissima Tania,
ho ricevuto i seguenti volumi: 1° Calendario-Atlante De Agostini per il 1927; 2° Mario Sobrero, Pietro e Paolo; 3° Benedetto Croce, Storia della Storiografia italiana nel secolo XIX. Non ho ancora ricevuto i Sonetti del Pascarella, e i volumi di novelle di Cekhof e di Maupassant che mi hai annunziato fin dall’altro colloquio.
Il volume del Croce non è quello che io avevo indicato e che si intitola: Teoria e storia della storiografia; questo è in un solo tomo e costa 20 lire, mentre quello che ho ricevuto è in due tomi e costa 40 lire. È vero che i due lavori si integrano, in un certo senso, e conviene forse rileggerli insieme, ma dal punto di vista «carcerario» quello da me ricevuto non è il migliore. L’altro contiene, oltre che una sintesi dell’intero sistema filosofico crociano, anche una vera e propria revisione dello stesso sistema, e può dar luogo a lunghe meditazioni (ecco la sua utilità specifica «carceraria»). Se puoi procurarlo, te ne sarò grato. Bisogna che avverta il libraio che non ho mai ricevuto un volume ordinato già da parecchio tempo: Giulio Bertoni e Matteo Giulio Bartoli, Manualetto di Linguistica, stampato a Modena nel 1925, da un editore che non ricordo. Se è difficile da procurare, si può lasciar correre, perché ormai ho abbandonato il disegno di scrivere (per forza maggiore, data l’impossibilità di ottenere la disponibilità del materiale scrittorio) una dissertazione sul tema e dal titolo: «Questa tavola rotonda è quadrata», che penso, sarebbe diventata un modello per lavori intellettuali carcerari presenti e futuri. La quistione, purtroppo, rimarrà insoluta per un pezzo ancora e ciò mi procura un certo dispiacere. Ma ti assicuro che la questione esiste ed è già stata discussa e trattata in qualche centinaio di memorie accademiche e opuscoli polemici. E non è una piccola quistione, se pensi che essa significa: «Che cosa è la grammatica?» e che ogni anno, in tutti i paesi del mondo, milioni e milioni di grammatiche vengono avidamente divorate da milioni e milioni di esemplari della razza umana, senza che gli infelici abbiano una coscienza esatta dell’oggetto che divorano. Non voglio svilupparti, neanche schematicamente, le mie argomentazioni, perché lo spazio sarebbe insufficiente; senza contare la preoccupazione che queste argomentazioni, data la pubblicità relativa della mia corrispondenza, arrivino fino a qualche studente in cerca di temi per tesi dottorali di filologia e io sia defraudato della giusta fama che mi propongo di acquistare con le mie elucubrazioni.
Dunque se il libro è difficile da trovare, non importa insistere. Io avverto nel caso che esso mi sia stato inviato, sia andato smarrito e possa essere ricuperato. Cara Tania, non devi impressionarti se qualche volta, durante il colloquio, mi vedi nervoso, inquieto e irrequieto. Penso che sia una conseguenza del fatto che in cella ci si abitua ai rumori smorzati e che il frastuono della folla, con la nota dominante delle urla metalliche delle donne, metta addosso una irrequietudine nervosa spiacevole. Non devi pensare che io abbia la febbre o che sia preoccupato per altra ragione. Ti abbraccio teneramente; vorrei baciarti le mani
Antonio

70.

19 dicembre 1927

Carissima Tania,
ho avuto l’impressione, specialmente dall’ultimo colloquio, che si sia venuto creando tra noi un certo equivoco a proposito della mia corrispondenza. Mi è parso che tu, quando ne accenni, ti senta come impacciata, perché mi ritieni in preda a brutti pensieri o a preoccupazioni che io non voglio confessare. Vorrei distruggere radicalmente questo equivoco, rassicurandoti. È vero solo un fatto: che io esito a parlare e a scrivere delle cose mie piú intime per un ritegno che non riesco assolutamente a vincere in presenza di terzi. Perciò, ai tuoi accenni, talvolta, in modo involontario e istintivo, taglio corto, con una certa bruschezza, che ti prego di non interpretare in un qualsiasi cattivo senso. Cara Tania, mi dispiace di averti procurato, anche in questo, dei cattivi momenti di sconforto e di malinconia. Cosí almeno mi è sembrato di capire, riflettendo in cella sui tuoi atteggiamenti e sui moti del tuo viso.
Come trascorrerai le feste natalizie? Sono contento perché sarai in compagnia e potrai avere una qualche distrazione. Farete l’albero di natale? Io ho fatto l’ultimo albero di Natale nel 22, per far divertire Genia che non poteva ancora levarsi dal letto o per lo meno non poteva ancora camminare senza appoggiarsi alle pareti e ai mobili. Non ricordo bene se era levata; ricordo che l’alberetto era collocato sul tavolino accanto al letto ed era zeppo di cerini che furono accesi tutti simultaneamente appena Giulia, che aveva tenuto un concerto per gli ammalati, rientrò nella camera, dove anch’io ero rimasto a far compagnia a Genia.
Cara Tania, vorrei consolarti, perché mi rimane l’impressione di un tuo stato d’animo addolorato e sconfortato; ti abbraccio teneramente
Antonio

71

26. XII. 1927

Carissima Tania,
e cosí è passato anche il santo natale, che immagino quanto sia stato laborioso per te. In verità, io ho pensato alla sua straordinarietà solo da questo punto di vista, l’unico che mi interessasse. Di notevole non c’è stato che il fatto di una generale tensione degli spiriti vitali in tutto l’ambiente carcerario; il fenomeno poteva essere rilevato già in isvolgimento da tutta una settimana. Ognuno aspettava qualcosa di eccezionale e l’attesa determinava tutta una serie di piccole manifestazioni tipiche, che nell’insieme davano questa impressione di uno slancio di vitalità. Per molti l’eccezione era una porzione di pasta asciutta e un quarto di vino che l’amministrazione passa tre volte all’anno invece della solita minestra: ma che avvenimento importante è questo, tuttavia. Non credere che io me ne diverta o ne rida. L’avrei fatto, forse, prima di aver fatto l’esperienza del carcere. Ma ho visto troppe scene commoventi di detenuti che si mangiavano la loro scodella di minestra con religiosa compunzione, raccogliendo con la mollica di pane anche l’ultima traccia di unto che poteva rimanere attaccata alla terraglia! Un detenuto ha pianto perché in una caserma dei carabinieri, dove eravamo di transito, invece della minestra regolamentare fu distribuita solo una doppia razione di pane; era da due anni in carcere e la minestra calda era per lui il suo sangue, la sua vita. Si capisce perché nel Pater Noster è stato messo l’accenno al pane quotidiano.
Io ho pensato alla tua bontà e alla tua abnegazione, cara Tania. Ma la giornata è trascorsa un po’ come tutte le altre. Forse abbiamo chiacchierato di meno e letto di piú. Io ho letto un libriccino di Brunetière su Balzac, una specie di penso per bambini cattivi. Ma non voglio affliggerti con questo argomento. Invece ti voglio raccontare un episodio quasi natalizio della mia fanciullezza, che ti divertirà e ti darà un tratto caratteristico della vita dalle mie parti. Avevo quattordici anni e facevo la 3a ginnasiale a Santu Lussurgiu, un paese distante dal mio circa 18 chilometri e dove credo esista ancora un ginnasio comunale in verità molto scalcinato. Con un altro ragazzo, per guadagnare 24 ore in famiglia, ci mettemmo in istrada a piedi il dopopranzo del 23 dicembre invece di aspettare la diligenza del mattino seguente. Cammina, cammina, eravamo circa a metà viaggio, in un posto completamente deserto e solitario; a sinistra, un centinaio di metri dalla strada, si allungava una fila di pioppi con delle boscaglie di lentischi. Ci spararono un primo colpo di fucile in alto sulla testa; la pallottola fischiò a una decina di metri in alto. Credemmo a un colpo casuale e continuammo tranquilli. Un secondo e un terzo colpo piú bassi ci avvertirono subito che eravamo proprio presi di mira e allora ci buttammo nella cunetta, rimanendo appiattati un pezzo. Quando provammo a sollevarci, altro colpo e cosí per circa due ore con una dozzina di colpi che ci inseguivano, mentre ci allontanavamo strisciando, ogni volta che tentavamo di ritornare sulla strada. Certamente era una comitiva di buontemponi che voleva divertirsi a spaventarci, ma che bello scherzo, eh? Arrivammo a casa a notte buia, discretamente stanchi e infangati e non raccontammo la storia a nessuno, per non spaventare in famiglia, ma non ci spaventammo gran che, perché alle prossime vacanze di carnevale il viaggio a piedi fu ripetuto senza incidenti di sorta. Ed ecco che ti ho riempito quasi interamente le quattro paginette!
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Ma la storia è proprio vera; non è affatto una storia di briganti!

72.

26 dicembre 1927

Carissimo Berti,
ho ricevuto con un certo ritardo la tua lettera del 25 novembre. Sapevo che un gruppo di confinati era stato inviato a Palermo in carcere, ma ignoravo l’imputazione precisa; credevo si trattasse di un processo disciplinare dinanzi al pretore, trasportato a Palermo solo per la scarsa capacità del carcere isolano. Beh! pazienza, caro Berti!
Avvocati ne conosco, su per giú, come te. Penso che avrai tempo per pensarci, se l’istruttoria andrà fino in fondo e ti imballeranno per Roma. Io, personalmente, non ho ancora pensato al grave problema, che mi fa alquanto ridere. Su per giú, farei anche a meno dell’avvocato, se non mi divertisse in anticipo immaginare il suo discorso, ovverossia arringa, e se non seguissi il principio generale di non lasciar cadere nessuna possibilità legale. Il divertimento sarebbe massimo se potessi scegliere un qualche avvocato democratico massone dormiente, da mettere in cattiva postura e da fare arrossire; ma bisognerà, purtroppo, razionare i propri sollazzi (immagini, per esempio, la posizione di uno di quei tali avvocati che nel 1924-25 sostenevano e stampavano che noi eravamo d’accordo col governo, o giú di lì?)
Caro Berti, sta’ allegro; bada solamente alla tua salute fisica, per essere in grado di sostenere fermamente qualsiasi traversia.
Ti abbraccio fraternamente.
Antonio

73.

2. I. 1928.

Carissima mamma,
come avete passato tutta questa sequela di festa? spero benissimo; senza preoccupazioni e senza avervi a lamentare della salute. Io le ho passate molto semplicemente, come puoi benissimo immaginare; ma quando c’è la salute!…
Per natale avrei voluto mandarti un telegramma di auguri che ti fosse arrivato proprio fresco fresco per l’occasione; ma non mi è stato concesso. I carcerati, a quanto pare, non hanno il diritto di mandare auguri alla loro famiglia, che giungano proprio per il giorno stabilito dal calendario della tradizione come festa della famiglia. Mi è dispiaciuto per te, carissima mamma, che avresti sentito meno malinconia in quel giorno ricevendo i miei saluti. Bah!
In ogni modo un altro anno è passato, piú in fretta di quanto non avessi immaginato e non completamente inutile per me. Ho imparato un mucchio di cose che altrimenti avrei sempre ignorato, ho visto una serie di spettacoli che non avrei in altro modo avuto mai occasione di vedere. Insomma, non sono proprio malcontento del 1927. E per un carcerato questo non è poco, ti pare? Ciò significa che sono un carcerato eccezionale e che spero di rimanere tale per tutto il tempo che dovrò trascorrere sotto questa rubricazione.
Ti abbraccio affettuosamente con tutti di casa
Nino

74.

2 gennaio 1928

Carissima Tania,
e cosí anche l’anno nuovo è cominciato. Bisognerebbe fare dei programmi di vita nuova, secondo l’usanza; ma per quanto abbia pensato, un tale programma non sono riuscito ancora a combinarlo. È stata questa una grande difficoltà sempre nella mia vita, fin dai primi anni di attività raziocinatrice. Nelle scuole elementari ogni anno di questi tempi assegnavano come tema di componimento la quistione: «Che cosa farete nella vita». Questione ardua che io risolvetti la prima volta, a 8 anni, fissando la mia scelta nella professione di carrettiere. Avevo trovato che il carrettiere univa tutte le caratteristiche dell’utile e del dilettevole: schioccava la frusta e guidava cavalli, ma nello stesso tempo compiva un lavoro che nobilita l’uomo e gli procura il pane quotidiano. Sono rimasto fedele a questo indirizzo anche l’anno successivo, ma per ragioni che direi estrinseche. Se fossi stato sincero, avrei detto che la mia piú viva aspirazione era quella di diventare usciere di pretura. Perché? Perché in quell’anno era venuto nel mio paese come usciere della pretura un vecchio signore che possedeva un simpaticissimo cagnetto nero sempre in ghingheri: fiocchetto rosso alla coda, gualdrappina sulla schiena, collana verniciata, finimenti da cavallo in testa. Io proprio non riuscivo a dividere l’immagine del cagnetto da quella del suo proprietario e dalla professione sua. Eppure rinunziai, con molto rammarico, a cullarmi in questa prospettiva che tanto mi seduceva. Ero di una logica formidabile e di una integrità morale da fare arrossire i piú grandi eroi del dovere. Sí, mi ritenevo indegno di diventare usciere di pretura e quindi possedere cagnetti cosí meravigliosi: non conoscevo a memoria gli 84 articoli dello Statuto del regno! Proprio cosí. Avevo fatto la seconda classe elementare (rivelazione prima delle virtú civiche del carrettiere!) e avevo pensato di fare nel mese di novembre gli esami di proscioglimento, per passare alla quarta saltando la terza classe: ero persuaso di essere capace di tanto, ma quando mi presentai al direttore didattico per presentargli la domanda protocollare, mi sentii fare a bruciapelo la domanda: «Ma conosci gli 84 articoli dello Statuto?» Non ci avevo neanche pensato a questi articoli: mi ero limitato a studiare le nozioni di «diritti e doveri del cittadino» contenute nel libro di testo. E fu per me un terribile monito, che mi impressionò tanto piú, in quanto il 20 settembre precedente avevo partecipato per la prima volta al corteo commemorativo, con un lampioncino veneziano e avevo gridato con gli altri: «Viva il leone di Caprera! Viva il morto di Staglieno!» (Non ricordo se si gridava il «morto» o il «profeta» di Staglieno: forse, tutt’e due, per la varietà!), certo come ero di essere promosso all’esame e di conquistare i titoli giuridici per l’elettorato, diventando un cittadino attivo e perfetto. Invece non conoscevo gli 84 articoli dello Statuto. Che cittadino ero dunque? E come potevo ambiziosamente aspirare a diventare usciere di pretura e a possedere un cane con il fiocchetto e la gualdrappa? L’usciere di pretura è una ruotella dello Stato (io pensavo fosse una grande ruota); è un depositario e un custode della legge anche contro i possibili tiranni che volessero calpestarla. E io ignoravo gli 84 articoli! Cosí mi limitai gli orizzonti e ancora una volta esaltai le virtú civiche del carrettiere, che tuttavia può avere un cane anche egli, sia pure senza fiocchetti e senza gualdrappa. Vedi come i programmi precostituiti in modo troppo rigido e schematico vanno a cozzare, infrangendosi, contro la dura realtà, quando si ha una vigile coscienza del dovere!
Cara Tania, ti pare che abbia un po’ menato il can per l’aia? Ridi e perdonami. Ti abbraccio.
Antonio

75.

9. I. 1928

Carissima Tania,
ti ripeto per iscritto i titoli dei tre libri di cui ti ho parlato nell’ultimo colloquio:
Roberto Michels, Francia contemporanea, Edizione «Corbaccio», Milano.
Roberto Michels, Corso di sociologia politica, Milano, Società anonima Istituto Editoriale Scientifico.
Henry Sée, Matérialisme historique et interprétation économique de l’histoire, Parigi, M. Giard.
I tre volumi sono recensiti favorevolmente nell’ultimo fascicolo della «Riforma Sociale». Il Corso di sociologia politica del Michels mi interessa specialmente, perché deve essere la riproduzione del primo corso di lezioni tenuto all’Università di Roma dalla cattedra di Scienze politiche recentemente fondata e inaugurata proprio dal Michels: ho già letto l’altro corso sulla scienza dell’amministrazione che era però non molto interessante; si trattava di esposizioni «tecniche», fatte da alti funzionari dello Stato, ognuno per il suo dicastero. – Cara Tania, il tempo è terribilmente uggioso, il pennino domanda uno sforzo eccezionale di attenzione, per non schizzare inchiostro da tutte le parti e questo sforzo io sono incapace di fare in questo momento. Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Ieri ho avuto l’abito ultimato. Tulli mi assicura che va molto bene. La spesa per la fattura è stata modica. Ho ricevuto i quattro volumi di Maupassant e i due di Cekhof. Ti ringrazio.

76.

30 gennaio 1928

Carissima Tania,
spero che tu sia già ristabilita, mentre leggi. Penso di essere stato in parte la causa del tuo malessere. Avrei dovuto insistere con maggiore energia per farti ripartire e non permettere che trascorressi la cattiva stagione a Milano. Queste nebbie e questa umidità sono deleterie per un temperamento come il tuo. Veramente sono pieno di rimorsi. Eppoi, tu, che mi predichi ogni settimana di curarmi, di mangiare ecc. ecc., non devi avere nessuna cura di te stessa e devi sperperare le tue energie in un mucchio di movimenti inutili o almeno non necessari. Basta. Non voglio ancora scriverti dei rimproveri. Ho già l’impressione che la mia lettera di 15 giorni fa abbia immediatamente contribuito a farti star male. Vorrei invece farti stare allegra, o almeno farti sorridere. Ma non è facile per me, in questo momento. Il saperti indisposta costringe il corso dei miei pensieri in un solco poco allegro e d’altronde non voglio fare il «giornalista» con te. Spero di vederti al colloquio prima ancora che abbia ricevuto questa lettera.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

77.

30 gennaio 1928

Carissimo Berti,
ho ricevuto la tua lettera del 13 una settimana fa, quando però avevo già esaurito le due lettere regolamentari. Nessuna novità da parte mia. Il solito squallore e la solita monotonia. Anche la lettura diventa sempre piú indifferente. Naturalmente, leggo ancora molto, ma senza interesse, meccanicamente. Nonostante che sia in compagnia, leggo un libro al giorno e anche piú. Libri disparati, come puoi immaginare (ho riletto persino L’ultimo dei Mohicani di Fenimore Cooper), cosí come li distribuisce la biblioteca a pagamento del carcere. In queste ultime settimane ho letto qualche libro arrivatomi dalla famiglia, ma nessuno di soverchio interesse. Te li enumero, tanto per farti passare il tempo.
1. Le Vatican et l’Action Française. Si tratta del cosí detto «libro giallo» dell’«Action Française»; una raccolta di articoli, discorsi e circolari che conoscevo in gran parte, perché usciti nell’«Act. Franç.» del 1926. La sostanza politica del conflitto è nel libro mascherata con sette e sette veli. Appare solo la discussione «canonica» sulla cosí detta «materia mista» e sulla «giusta (secondo i canoni) libertà» dei fedeli. Tu sai di che cosa si tratta: esiste in Francia una organizzazione cattolica di massa, sul tipo dell’«Azione Cattolica» nostrana, presieduta dal generale di Castelnau. Fino alla crisi politica francese del 1926, i nazionalisti, di fatto, erano il solo partito politico che organicamente si innestasse in questa organizzazione e ne sfruttasse le possibilità (4-5 milioni di sottoscrizioni annue, per esempio). Cioè tutte le forze cattoliche erano esposte ai contraccolpi delle avventure di Maurras e Daudet, che nel 1926 avevano già pronto il governo provvisorio da issare al potere in caso di collasso. Il Vat., che prevedeva invece una nuova ondata di leggi anticlericali tipo Combes, ha voluto dimostrativamente rompere con l’«Act. Franç.» e lavorare per la organizzazione di un partito cattolico democratico di massa che avesse la funzione di un Centro parlamentare, secondo la politica Briand-Poincaré. – Nell’«Act. Franç.» per ragioni ovvie, uscivano solo gli articoli mezzo-ossequienti e moderati: gli attacchi violenti e personali erano riserbati allo «Chiarivari» pubblicazione settimanale che non ha l’equivalente fra noi e che non era ufficialmente di Partito; ma questa sezione delle polemiche non è riportata nel libro. – Ho visto che gli ortodossi hanno pubblicato una risposta al «libro giallo», compilata da Jacques Maritain, professore all’Università cattolica di Parigi e capo riconosciuto degli intellettuali ortodossi: ciò significa che il Vaticano ha registrato un successo notevole, perché nel ’26 il Maritain aveva scritto un libro per difendere Maurras e aveva prima firmato una dichiarazione nello stesso senso: oggi dunque, questi intellettuali si sono scissi e l’isolamento dei monarchici deve avere progredito.
Un libro di Alessandro Zévaès, Storia della terza repubblica – La Francia dal settembre 1870 al 1926 – superficialissimo, ma divertente. Aneddoti, larghe citazioni ecc. Serve per ricordare gli avvenimenti piú importanti della vita parlamentare e giornalistica francese.
R. Michels, La Francia contemporanea. È una truffa libraria. Si tratta di una raccolta, senza nesso, di articoli su alcuni aspetti parzialissimi della vita francese. Il Michels crede, poiché è nato nella Prussia renana, zona di confluenza tra romanesimo e germanesimo, di essere destinato a cementare l’amicizia tra tedeschi e neolatini, unendo in sé i peggiori caratteri dell’una e dell’altra cultura: la mutria del filisteo teutonico e la fatuità sciagurata del meridionalismo. Eppoi quest’uomo che mette in vista come una coccarda il suo rinnegamento della razza germanica e si vanta di aver dato nome Mario a un suo figlio per ricordo della sconfitta dei Cimbri e dei Teutoni, mi dà l’impressione dell’ipocrisia piú sopraffina a scopi di carriera accademica.
Raccolta di scritti per il centenario di Goffredo Mameli (Gentile, ecc.). – La seconda edizione dei Mille di Francesco Crispi – il piú interessante di tutti. – Ed ecco tutto, poiché non ti voglio parlare di qualche altro meno notevole, di carattere romantico. Scrivimi quando puoi; ma credo che le tue possibilità sono ancora inferiori alle mie. Cordialmente
Antonio

Tulli ti saluta – Devo correggere un errore, contenuto in una mia lettera di quando eri ad Ustica. Ti indicavo un libro sul metodo storico, attribuendolo a un Bernstein, mentre invece si trattava di un Bernheim: la memoria mi serve proprio male, perché questo volume mi è servito per due anni come testo scolastico: si vede che sono invecchiato piú di quanto supponessi. Il nome esatto è rigalleggiato all’improvviso e senza ragione di nesso e ho voluto, per scrupolo, avvertirtene. Saluti affettuosi.

78.

6 febbraio 1928

Carissima mamma,
ho ricevuto la settimana scorsa due tue lettere: una del 25 gennaio e l’assicurata del 1° febbraio con le 200 lire. Una volta tanto la tua corrispondenza è arrivata con una certa onestà di tempo.
Ti assicuro che le mie condizioni di salute sono abbastanza buone; se ho scritto solo dei bigliettini, la volta scorsa, fu solo perché non ricevevo tue notizie. Da quindici giorni faccio delle iniezioni di bioplastina e ciò contribuirà, per lo meno, a mantenermi in forze. Del resto, ho trascorso la prima metà dell’inverno senza troppe scosse. Un po’ di freddo, che mi ha fatto venire dei geloni, che non avevo mai avuto: si vede che divento vecchio e che il sangue si è alquanto raffreddato. – Le tue due lettere mi hanno un po’ fatto andare in collera. Spero che non farai dire delle messe per il buon esito del mio processo! Non devi preoccuparti di queste cose. Io sono tranquillissimo e lo sarò ancora di più se avrò la sicurezza che tu sei tranquilla e serena. E perché non dovresti esserlo? La sorte che mi attende, come tu dici, non è poi spaventevole: è una semplice questione di tempo e di pazienza.
Ringrazia tanto Carlo per l’assicurata. Abbraccia tutti affettuosamente e tu ricevi tanti tanti abbracci
Nino

Tatiana si è ammalata e si trova all’ospedale un’altra volta; il cattivo clima di Milano e le fatiche che fa per portarmi ogni giorno da mangiare, sono certamente la causa del suo male. Cosí mi pare che io, nonostante la prigione, sono quello che sta meglio di tutti. Adesso Tatiana sta meglio, ha superato la fase critica di una bronco-polmonite. Le notizie ultime dei bambini sono abbastanza buone.

79.

6 febbraio 1928

Carissima Tania,
ho avuto notizie della tua salute e anche della tua impazienza di uscire dalla clinica. Questa tua impazienza mi pare poco assennata. Mi dispiace proprio di essere nell’impossibilità di adoperare dei mezzi piú persuasivi che le parole per costringerti a curarti razionalmente; ciò che mi fa diventare ferocissimo è il fatto che proprio tu mi hai predicato con tanta tenacia di curarmi, di curarmi, di curarmi. Ti pare giusto? In questo caso mi sento kantiano fino alla punta dei capelli: «Non domandare agli altri di fare ciò che non saresti disposto a fare tu stesso». Poiché le nostre condizioni sono le stesse. Tu, poi, sei indubbiamente piú convinta di me della moralità delle massime assolute di Kant e dovresti inoltre ricordare il principio professionale: «Medice, cura te ipsum». Insomma, non devi costringermi a farti degli ultimatum. Perché sono capace non solo di interrompere le iniezioni, ma anche di non andare piú al colloquio se mi persuado della tua poca saggezza e di incaricare la signora Pina di tirarti ben bene i capelli.
Cara Tania, spero davvero che non farai niente che sia contrario ai consigli del medico. Il saperti indisposta aumenta le tante preoccupazioni che mi assillano; quando ho saputo che stavi male sono stato quattro o cinque giorni talmente furioso contro me stesso che non rivolgevo piú neanche la parola a Tulli. Se vuoi che io sia tranquillo, devi mostrarmi di stare bene e sul serio, perché io non posso non pensare di essere la origine di ogni tuo malessere. E una cosa devi promettermi assolutamente. È possibile che io parta anche prima di rivederci: non è poi una cosa molto grave, perché ci rivedremo a Roma. Tu devi fare il viaggio nelle migliori condizioni possibili. Devi prendere un posto nell’espresso, con la cuccetta per dormire. Col biglietto di seconda classe, il letto costava 60 lire e non credo sia aumentato di prezzo: bisogna prenotarlo qualche giorno prima. Lo farai? Me lo prometti? Vorrei accarezzarti: ti abbraccio teneramente
Antonio

80.

13 febbraio 1928

Carissima Tania,
ho saputo ieri che stai meglio e che forse potrai abbandonare tra breve la clinica. Sono molto contento della buona notizia, ma insisto perché ti curi senza aver fretta. Non devi illuderti che ormai la buona stagione e il bel tempo siano incominciati: io credo anzi che questo sia a Milano il peggiore periodo dell’anno, per gli improvvisi cambiamenti di temperatura; l’anno scorso ha nevicato per tutto marzo. Come passi il tempo? Hai libri da leggere? Io continuo a farmi fare le iniezioni: oggi farò la 20a; vedi come sono bravo!
Mi è stata annunziata una tua lettera, che non ho però ancora ricevuto. La prima volta che verrai al colloquio devi essere proprio rimessa; voglio vederti in salute, altrimenti andrò terribilmente in collera e domanderò il permesso di tirarti i capelli di sopra la grata.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

81.

20 febbraio 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 9; ti rispondo all’indirizzo di casa, come augurio che tra giorni possa uscire dall’ospedale e riprendere la vita normale (sempre mantenendo la condizione che sia veramente guarita e abbia ripreso le tue forze).
La cura delle iniezioni va a gonfie vele: proprio stamane ho avuto una testimonianza autentica e irrefutabile di una mia incipiente marcia verso l’obesità, quella del barbiere. Egli mi ha assicurato che il rasoio scorre meglio, perché le guancie si sono alquanto rimpolpate in questo ultimo tempo. Ciò dovrebbe tagliare la testa al toro, come si dice.
Ho incominciato a mandare fuori dei libri: ho mandato fuori 40 pezzi, finora. Dalla Libreria ho ricevuto il libro del Sée che tu avevi ordinato. Appena potrai riprendere la vita normale, ti indicherò qualche altra pubblicazione da farmi inviare. Veramente avevo deciso, per un pezzo di non domandare piú nulla, ma non pensavo che siamo all’inizio di un nuovo anno e che dovevano uscire le Prospettive Economiche per il 1928 del prof. Giorgio Mortara e l’Almanacco Letterario Mondadori. Nonostante tutto, non riesco a soffocare il bisogno di seguire, sia pure molto approssimativamente, ciò che succede nel mondo grande e terribile. Carissima Tania, spero di rivederti tra breve. Questa volta potrebbero concederti anche un colloquio visivo, in modo che mi sia possibile abbracciarti. Potrebbero, se vogliono cautelarsi contro le mie terribili iniziative, ordinare che mi sia fatta una perquisizione personale speciale prima e dopo il colloquio.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

82.

20 febbraio 1928

Carissima Teresina,
ho ricevuto la tua lettera del 30 gennaio e la fotografia dei tuoi bambini. Ti ringrazio e sarò molto contento di ricevere altre tue lettere.
Il peggiore guaio della mia attuale vita è la noia. Queste giornate sempre uguali, queste ore e questi minuti che si succedono con la monotonia di uno stillicidio, hanno finito per corrodermi i nervi. Almeno i primi tre mesi dopo l’arresto furono molto movimentati: sballottato da un estremo all’altro della penisola, sia pure con molte sofferenze fisiche, non avevo tempo di annoiarmi. Sempre nuovi spettacoli da osservare, nuovi tipi d’eccezione da catalogare: davvero mi pareva di vivere in una novella fantastica. Ma ormai da piú di un anno sono fermo a Milano, in ozio forzato. Posso leggere, ma non posso studiare, perché non mi è stato concesso di avere carta e penna a mia disposizione, neppure con tutta la sorveglianza domandata dal capo, dato che passo per essere un terribile individuo, capace di mettere il fuoco ai quattro angoli del paese o giú di lí. La corrispondenza è la mia piú grande distrazione. Ma pochissima gente mi scrive. Da un mese poi mia cognata è ammalata e non ho neanche piú il colloquio settimanale con lei.
Mi preoccupa molto lo stato d’animo della mamma, d’altronde non so come fare per rassicurarla e consolarla. Vorrei infonderle la convinzione che io sono tranquillissimo, come realmente sono, ma vedo che non riesco. C’è tutta una zona di sentimento e di modi di pensare che costituisce una specie di abisso tra noi. Per lei il mio incarceramento è una terribile disgrazia alquanto misteriosa nelle sue concatenazioni di cause ed effetti; per me è un episodio della lotta politica che si combatteva e si continuerà a combattere non solo in Italia, ma in tutto il mondo, per chissà quanto tempo ancora. Io sono rimasto preso, cosí come durante la guerra si poteva cadere prigionieri, sapendo che questo poteva avvenire e che poteva avvenire anche di peggio. Ma temo che anche tu la pensi come la mamma e che queste spiegazioni ti rassomiglino a un indovinello espresso ancora in una lingua sconosciuta.
Ho osservato a lungo la fotografia, confrontandola con quelle che mi avevi mandato prima. – (Ho dovuto interrompere la lettera, per farmi fare la barba; non ricordo piú ciò che volevo scrivere e non ho voglia di ripensarci. Sarà per un’altra volta).
Saluti affettuosi a tutti. Ti abbraccio.
Nino

83.

27 febbraio 1928

Carissima Tania,
per una felicissima congiunzione di astri favorevoli, la tua lettera del 20 mi è stato consegnata il 24, insieme alla lettera di Giulia. Ho ammirato molto la tua bravura nelle diagnosi, ma non sono caduto nei sottili lacci della tua furberia letteraria. Non pensi che sarebbe preferibile esplicare la propria bravura su altri soggetti che non sulla propria persona? (Non per augurare male al prossimo, s’intende, se di prossimo si può parlare in questo caso. Tu hai letto bene e studiato le idee di Tolstoi? Dovresti confermarmi il significato preciso che Tolstoi dà alla nozione evangelica di «prossimo». Mi pare che egli si attenga al significato letterale, etimologico della parola: «chi ti è piú vicino, quelli della tua famiglia, cioè, e, al massimo, quelli del tuo villaggio»). Insomma, non sei riuscita a cambiarmi le carte in tavola, mettendomi innanzi dimostrativamente la tua bravura di medico, per farmi riflettere meno alle tue condizioni di paziente. Sulla flebite, poi, io mi sono formato una cultura speciale, perché negli ultimi quindici giorni di residenza ad Ustica, ho dovuto ascoltare le lunghe disquisizioni di un vecchio avvocato perugino che ne soffriva e si era fatto arrivare quattro o cinque pubblicazioni in proposito. So che si tratta di un male abbastanza grave e molto doloroso; tu avrai veramente la pazienza necessaria per curarti bene senza fretta? Spero di sí. Io posso contribuire a farti aver pazienza, scrivendoti lettere piú lunghe del solito. È un piccolo sforzo che non mi costerà gran che, se tu ti accontenterai del mio chiacchiericcio. Eppoi, eppoi, sono molto più sollevato di prima.
La lettera di Giulia ha determinato in me uno stato d’animo piú tranquillo. Le scriverò a parte, un po’ a lungo, se mi sarà possibile, perché non voglio farle dei rimproveri e non vedo ancora come potrò scriverle a lungo, senza farle dei rimproveri. Ti pare giusto, infatti, che ella non mi scriva quando sta male o è angosciata? Io penso che, proprio in tali circostanze, dovrebbe scrivermi di piú e piú lungamente. Ma non voglio fare di questa lettera la sezione-rimproveri.
Per farti passare il tempo ti riferirò una piccola discussione «carceraria» svoltasi a pezzi e bocconi. Un tale, che credo sia evangelista o metodista o presbiteriano (mi sono ricordato di lui a proposito del suaccennato «prossimo») era molto indignato perché si lasciavano ancora circolare per le nostre città quei poveri cinesi che vendono oggettini certamente fabbricati in serie in Germania, ma che dànno l’impressione ai compatrioti di annettersi almeno un pezzettino del folklore cataico. Secondo il nostro evangelista, il pericolo era grande per la omogeneità delle credenze e dei modi di pensare della civiltà occidentale: si tratta, secondo lui, di un innesto dell’idolatria asiatica nel ceppo del cristianesimo europeo. Le piccole immagini del Budda finirebbero con l’esercitare uno speciale fascino che potrebbe essere come un reagente sulla psicologia europea ed esercitare una spinta verso neoformazioni ideologiche totalmente diverse da quella tradizionale. Che un elemento sociale come l’evangelista in parola avesse simili preoccupazioni, era certo molto interessante, anche se tali preoccupazioni avessero origine molto lontana. Non fu difficile però cacciarlo in un ginepraio di idee, senza uscita per lui, facendogli osservare:
1°. Che l’influenza del buddismo sulla civiltà occidentale ha radici molto piú profonde di quanto sembri, perché durante tutto il Medio Evo, dall’invasione degli arabi fino al 1200 circa, la vita di Budda circolò in Europa come la vita di un martire cristiano, santificato dalla Chiesa, la quale solo dopo parecchi secoli si accorse dell’errore commesso e sconsacrò il pseudosanto. L’influenza che un tale episodio può avere esercitato in quei tempi, quando l’ideologia religiosa era vivacissima e costituiva il solo modo di pensare delle moltitudini, è incalcolabile.
2°. Il buddismo non è una idolatria. Da questo punto di vista, se un pericolo c’è, è costituito piuttosto dalla musica e dalla danza importata in Europa dai negri. Questa musica ha veramente conquistato tutto uno strato della popolazione europea colta, ha creato anzi un vero fanatismo. Ora è impossibile immaginare che la ripetizione continuata dei gesti fisici che i negri fanno intorno ai loro feticci danzando, che l’avere sempre nelle orecchie il ritmo sincopato degli jazz-bands, rimangano senza risultati ideologici; a) Si tratta di un fenomeno enormemente diffuso, che tocca milioni e milioni di persone, specialmente giovani; b) si tratta di impressioni molto energiche e violente, cioè che lasciano traccie profonde e durature; c) si tratta di fenomeni musicali, cioè di manifestazioni che si esprimono nel linguaggio piú universale oggi esistente, nel linguaggio che piú rapidamente comunica immagini e impressioni totali di una civiltà non solo estranea alla nostra, ma certamente meno complessa di quella asiatica, primitiva ed elementare, cioè facilmente assimilabile e generalizzabile dalla musica e dalla danza a tutto il mondo psichico. Insomma il povero evangelista fu convinto, che mentre aveva paura di diventare un asiatico, in realtà egli, senza accorgersene, stava diventando un negro e che tale processo era terribilmente avanzato, almeno fino alla fase di meticcio. Non so quali risultati siano stati ottenuti: penso però che non sia piú capace di rinunziare al caffè con contorno di jazz e che d’ora innanzi si guarderà piú attentamente nello specchio per sorprendere i pigmenti di colore nel suo sangue.
Cara Tania, ti auguro di ristabilirti bene e presto: ti abbraccio.
Antonio

84.

27 febbraio 1928

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera del 26-XII-1927, con la postilla del 24 gennaio e l’unito bigliettino. Sono stato proprio felice di ricevere queste tue lettere. Ma ero già diventato piú tranquillo da qualche tempo. Sono molto cambiato, in tutto questo tempo. Ho creduto in certi giorni di essere diventato apatico e inerte. Penso oggi di aver sbagliato nell’analisi di me stesso. Cosí non credo neanche piú di essere stato disorientato. Si trattava di crisi di resistenza al nuovo modo di vivere che implacabilmente si imponeva sotto la pressione di tutto l’ambiente carcerario, con le sue norme, con la sua routine, con le sue privazioni, con le sue necessità, un complesso enorme di piccolissime cose che si succedono meccanicamente per giorni, per mesi, per anni, sempre uguali, sempre con lo stesso ritmo, come i granellini di sabbia di una gigantesca clepsidra. Tutto il mio organismo fisico e psichico si opponeva tenacemente, con ogni sua molecola, all’assorbimento di questo ambiente esteriore, ma ogni tanto bisognava riconoscere che una certa quantità della pressione era riuscita a vincere la resistenza e a modificare una certa zona di me stesso, e allora si verificava una scossa rapida e totale per respingere d’un tratto l’invasore. Oggi, tutto un ciclo di mutamenti si è già svolto, perché sono giunto alla calma decisione di non oppormi a ciò che è necessario e ineluttabile coi mezzi e nei modi di prima, che erano inefficaci e inetti, ma di dominare e controllare, con un certo spirito ironico il processo in corso. D’altronde mi sono persuaso che un perfetto filisteo non lo diventerò mai. In ogni momento sarò capace con una scossa di buttar via la pellaccia mezzo di asino e mezzo di pecora che l’ambiente sviluppa sulla vera propria naturale pelle. Forse una cosa non otterrò mai piú: di ridare alla mia pelle naturale e fisica il colore affumicato. Valia non mi potrà piú chiamare il compagno affumicato. Temo che Delio, nonostante il tuo contributo, sarà ormai piú affumicato di me! (Protesti?) Sono rimasto, questo inverno, quasi tre mesi senza vedere il sole, altro che in qualche lontano riflesso. La cella riceve una luce che sta di mezzo tra la luce di una cantina e la luce di un acquario.
D’altronde, non devi pensare che la vita mia trascorra cosí monotona e uguale come a prima vista potrebbe sembrare. Una volta presa l’abitudine alla vita dell’acquario e adattato il sensorio a cogliere le impressioni smorzate e crepuscolari che vi fluiscono (sempre ponendosi da una posizione un po’ ironica), tutto un mondo incomincia a brulicare intorno, con una sua particolare vivacità, con sue leggi peculiari, con un suo corso essenziale. Avviene come quando si getta uno sguardo su un vecchio tronco mezzo disfatto dal tempo e dalle intemperie e poi piano piano si ferma sempre piú fissamente l’attenzione. Prima si vede solo qualche fungosità umidiccia, con qualche lumacone, stillante bava, che striscia lentamente. Poi si vede, un po’ alla volta tutto un insieme di colonie di piccoli insetti che si muovono e si affaticano, facendo e rifacendo gli stessi sforzi, lo stesso cammino. Se si conserva la propria posizione estrinseca, se non si diventa un lumacone o una formichina, tutto ciò finisce per interessare e far trascorrere il tempo.
Ogni particolare che riesco a cogliere della tua vita e della vita dei bambini mi offre la possibilità di cercare di elaborare qualche rappresentazione piú vasta. Ma questi elementi sono troppo scarsi e la mia esperienza è stata troppo scarsa. Ancora: i bambini devono mutare troppo rapidamente in questa loro età perché io riesca a seguirli in tutti i movimenti e a darmene una rappresentazione. Certo, in questo devo essere assai disorientato. Ma è inevitabile che sia cosí. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

85.

5 marzo 1928

Carissima mamma,
mi dispiace infinitamente che non abbia ricevuto le lettere che ti scrissi nei mesi di gennaio e febbraio e che perciò abbia potuto credere a una mia indisposizione, come scrivi nella tua del 27 febbraio, che è giunta molto rapidamente. Certamente io ti ho scritto in questo periodo almeno 6 lettere, che forse a quest’ora ti saranno tutte arrivate. Io ti scrivo ogni 15 giorni almeno, qualche volta ho scritto anche di settimana in settimana. Ho ricevuto l’assicurata il 6 gennaio e il 9 successivo te lo annunziavo. Ho ricevuto qualche settimana fa una lettera di Teresina con una fotografia dei bambini; risposi immediatamente.
Mi addolora molto questo disordine per le ripercussioni che ha nel tuo spirito. Ma tu non devi sempre pensare alle ipotesi peggiori e crucciarti continuamente. Tu capisci che se stessi male, se mi sentissi indisposto in qualsiasi maniera o grado, ti avvertirei subito, perché penso che non avvertendoti farei ancora peggio e la notizia improvvisa di una mia malattia diventerebbe ancor piú allarmante per te. Cosí hai torto di pensare che io sia sempre cupo e in preda a chissà quale disperazione. Ma no, ma no. Naturalmente non sto sempre a ballare di gioia e a ridere continuamente, ma neanche sono sempre cupo e disperato come un corvo appollaiato su un cipresso del cimitero. Sono proprio tranquillo e sereno, come deve essere chi ha la coscienza tranquilla e vede la vita senza illusioni. Proprio mi dispiace che tu sia ossessionata dal pensiero che io mi disperi; se si trattasse di altri che di te dovrei offendermi e ritenermi insultato a sangue. Caspita, non sono un bambino, ti pare?, che si sia messo nei pasticci inconsideratamente e per leggerezza. Vedi, stavo per eccitarmi e incominciavo a gridare contro di te! Ma, insomma, come posso convincerti che devi mantenerti tranquilla e serena anche tu? Bisogna strapazzarti un po’ per ottenerlo?
Mi dispiace che sia morta zia Nina Corrias. Povera donna. Credo che fosse molto brava, nonostante qualche sua innocente posa di superiorità continentale. E poi, ha certamente contribuito a svecchiare un po’ l’ambiente di Ghilarza, senza paura di urtare pregiudizi, istituzioni e persone. Ti ricordi il primo circolo femminile da lei propugnato? E quando fece seppellire civilmente il suo fratello censore? Che scandali, che brusii! Io ricordo proprio tutto e sebbene molte delle sue iniziative «progressiste» mi facessero ridere alquanto, penso che in fondo si trattava di cose serie e che lei ci metteva un fervore, encomiabile in ogni modo. Si è confessata e comunicata prima di morire? E zio Francesco vive ancora? (Mi pare di ricordare che Giovanna sia morta, ma non ne sono sicuro). Queste notizie del paese, mi interessano molto. Non devi credere che siano trascurabili e che mi annoino o che si tratti di pettegolezzi. Io sono sempre curioso come un furetto e anche le piccole cose le apprezzo. D’altronde, cosa vuoi, che a Ghilarza ogni settimana inventino la polvere? Mi interessava anche Corroncu e Brisi Illichidiu e tía Juanna Culamontigu. Erano tipi originali, nella loro specie, piú di tanti altri che andavano per la maggiore e che realmente erano noiosissimi e coi quali non si poteva scambiare altro che complimenti e salamelecchi.
Dunque, concludendo: sto abbastanza bene di salute; non sono cupo per niente e ti faccio tanti, tanti auguri per il prossimo tuo onomastico. Mandami una tua bella fotografia, ma che sia fatta proprio come sei in casa, senza ghingheri, eh? senza civetteria! Ti abbraccio forte forte
Nino

86.

5 marzo 1928

Carissima Tania,
anche la tua lettera del 28 febbraio mi è giunta con sollecitudine maravigliosa; nientemeno che il 3 marzo, dopo solo 4 giorni. Mi auguro che continui cosí e che tale sollecitudine si estenda a tutta la corrispondenza. La mia povera mamma è invece disperata, perché da due mesi non riceve mie lettere; il 27 febbraio non aveva ancora ricevuto una lettera mia del 9 gennaio, che ricordo assolutamente di aver scritto, e cosí pensa che io sia gravemente ammalato e nell’impossibilità materiale di scrivere.
Faccio tutti i miei complimenti per le forze riacquistate che ti hanno permesso di levarti e di camminare. Ma tu sei troppo ottimista per principio e credi troppo in una specie di giustizia cosmica! Sarà meglio che abbi pazienza e che aspetti di essere completamente ristabilita, fuori da ogni pericolo di ricadute e di complicazioni. Devi essere proprio assennata! Altrimenti prenderò dei provvedimenti draconiani contro i tuoi capelli, senza preoccuparmi o commuovermi dei rimproveri di barbarie!
Ho letto con molto interesse la tua lettera, per le osservazioni che hai potuto fare e per le nuove esperienze. Penso che non sia necessario raccomandarti l’indulgenza e non solo l’indulgenza pratica, ma anche quella dirò cosí spirituale. Io sono sempre stato persuaso che esiste una Italia sconosciuta, che non si vede, molto diversa da quella apparente e visibile. Voglio dire – poiché questo è un fenomeno che si verifica in tutti i paesi – che il distacco tra ciò che si vede e ciò che non si vede è da noi piú profondo che nelle altre cosidette nazioni civili. Da noi la piazza, con le sue grida, i suoi entusiasmi verbali, la sua boria, soverchia il chez soi molto piú che altrove, relativamente. Cosí si sono formati tutta una serie di pregiudizi e di affermazioni gratuite, sulla saldezza della struttura famigliare come sulla dose di genialità che la provvidenza si sarebbe degnata di dare al nostro popolo, ecc. ecc. Anche in un recentissimo libro del Michels è ripetuto che la media dei contadini calabresi, anche se analfabeti, è più intelligente della media dei professori universitari tedeschi; così molta gente si crede esonerata dall’obbligo di far sparire l’analfabetismo in Calabria. Io credo che i costumi familiari delle città, data la recente formazione dei centri urbani in Italia, non possono essere giudicati astraendo dalla situazione media generale di tutto il paese, che è ancora molto bassa e che può essere, da questo punto di vista, riassunta in questo tratto caratteristico: un estremo egoismo delle generazioni tra i 20 e i 50 anni, che si verifica ai danni dei bambini e dei vecchi. Naturalmente non si tratta di una stigmata di inferiorità civile permanente: sarebbe assurdo e sciocco il pensarlo. Si tratta di un dato di fatto storicamente controllabile e spiegabile e che sarà indubbiamente superato con l’elevazione del livello di vita materiale. La spiegazione, secondo me, è nella struttura demografica del paese, che prima della guerra portava a un carico di 83 persone passive per ogni 100 lavoratori, mentre in Francia, con una ricchezza enormemente superiore, il carico era solo di 52 ogni 100. Troppi vecchi e troppi bambini in confronto delle generazioni medie, impoverite numericamente dall’emigrazione. Ecco la base di questo egoismo di generazioni, che assume talvolta aspetti di spaventevole crudeltà. Sette od otto mesi fa i giornali riferivano questo episodio efferatissimo: un padre che aveva massacrato tutta la famiglia (la moglie e 3 bambini) perché, ritornato dai lavori dei campi, aveva trovato la cena scarsa divorata dalla famelica nidiata. Cosí, su per giù alla stessa data, a Milano si svolse un processo contro marito e moglie che avevano fatto morire il figliolino di 4 anni, tenendolo legato per mesi al piede del tavolo con del filo di ferro. Si capiva, dal dibattimento, che l’uomo dubitava della fedeltà della moglie e che questa, piuttosto che perdere il marito difendendo il bambino dai maltrattamenti, si accordò per la sua soppressione. Furono condannati a 8 anni di reclusione. Questo è un tipo di reato che una volta era considerato nelle statistiche annuali della criminalità con una voce apposita; il senatore Garofalo considerava la media di 50 condanne all’anno per tali reati come solo un indice della tendenza criminale, perché i genitori colpevoli riescono il piú delle volte a eludere ogni sanzione, per il costume generale di badare poco all’igiene e alla salute dei bambini e per il diffuso fatalismo religioso che porta a considerare quasi come una particolare benevolenza del cielo l’assunzione di nuovi angeletti alla corte divina. Questa, purtroppo, è la ideologia piú diffusa e non fa maraviglia che ancora, sia pure in forme attenuate ed addolcite, si rifletta anche nelle città piú progredite e moderne. Vedi che l’indulgenza non è fuori luogo, almeno per chi non crede all’assolutezza dei principi neanche in questi rapporti, ma solo nel loro sviluppo progressivo insieme con lo sviluppo della vita generale. Tanti, tanti auguri. Ti abbraccio.
Antonio

87.

12 marzo 1928

Carissima mamma,
nella scorsa lettera (del 5 marzo) ho commesso un errore, che però tu hai potuto correggere da te stessa: l’assicurata giunse a me il 4 febbraio e io ti scrissi per avvertirtene il 6 febbraio; non gennaio, come ti scrissi, ma febbraio, dunque.
Ho ricevuto recentemente notizie dei bambini e di Giulia. Delio è sempre stato bene, ma il piccolo è stato gravemente ammalato, in pericolo per qualche mese e perciò non mi mandavano notizie. La malattia ha ritardato il suo sviluppo, nella dentizione e nel parlare, ma da qualche tempo, dopo la guarigione, si riprende bene e riacquista il tempo perduto. Mi scrivono un mondo di particolari, che non ti ripeto, perché sono in fondo i soliti della vita dei piccoli bambini, ma che le mamme ogni volta credono straordinari e meravigliosi e solamente propri dei loro piccoli.
Pare certo, questa volta, che sia prossima la partenza per Roma e il processo. È forse addirittura probabile che si parta tra brevissimo tempo; cercherò di informarti della partenza con un telegramma, in modo che tu possa subito scrivermi al nuovo indirizzo delle Carceri Giudiziarie di Roma. Ti ripeto, ancora una volta, che tu non devi allarmarti qualunque sia la farragine di notizie che i giornali si compiaceranno pubblicare. Le stesse accuse, con riferimento agli stessi art. del Codice Penale, mi furono mosse nel 1923, quando ero all’estero. Fummo assolti già in prima istanza, quantunque ci fosse un documento con tanto di firme riconosciute autentiche dagli imputati. Adesso sarò certamente condannato a molti anni, nonostante che l’accusa contro di me si basi su un semplice referto della polizia e su impressioni generiche incontrollabili; ma il confronto tra il ’23 e il ’28 basta a dare la nozione della «gravità» in sé del processo attuale e a caratterizzarlo. Ecco perché io sono cosí tranquillo. Tu pensi che ciò che deve contare non sono queste circostanze accessorie, ma il fatto reale della condanna e del carcere da soffrire? Ma devi anche contare la posizione morale, non ti pare? Anzi è solo questo che dà la forza e la dignità. Il carcere è una bruttissima cosa; ma per me sarebbe anche peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria. Perciò tu non devi allarmarti e addolorarti troppo e non devi mai pensare che io sia abbattuto e disperato. Devi aver pazienza e, in ogni caso, non credere alle panzane che possono pubblicare sul mio conto.
Spero che tu abbia ricevuto oramai tutte le mie precedenti lettere. Rinnovo gli auguri piú fervidi e affettuosi per il tuo onomastico e ti abbraccio teneramente.
Nino

88.

12 marzo 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto solo qualche giorno fa la tua lettera datata dal 21 febbraio. Ti ringrazio per le informazioni che mi trasmetti sulle condizioni di salute dei bambini: Giulia me ne accennava solo fuggevolmente. Il riccio di Giuliano devi tenerlo tu e non cercare di farmelo pervenire chiedendo un permesso speciale: non so spiegare esattamente il perché, ma una simile pratica mi desta un certo senso di repugnanza invincibile. Io mi accontento delle tue descrizioni, ti assicuro, senza risentire, per questa soluzione, il dispiacere che invece sentirei se sapessi che diversamente tu sei andata a chiedere e a dare spiegazioni ecc. ecc.: sento proprio una repugnanza per queste cose che davvero vorrei comunicarti.
Sono un po’ preoccupato perché nuovamente circola la notizia di una prossima partenza e non vorrei che, arrivando fino a te, ti determinasse a uscire dalla clinica prima del tuo completo ristabilimento e magari a partire da Milano ancora troppo debole. Se ciò avvenisse, ne sarei enormemente addolorato e te ne manterrei il broncio per lungo tempo. Adesso tu devi pensare solo a guarire e a riprendere le forze. In ogni caso, se veramente la mia partenza fosse imminente, ci rivedremmo a Roma. Io farò tutte le cose per benino. Ho mandato fuori ancora dei libri (altri 22 pezzi) e manderò fuori rapidamente il resto. Con me porterò solo la biancheria indispensabile. Manderò fuori anche la valigia, con un paio di scarpe, l’abito nuovo e un soprabitino di mezza stagione. Penso che la valigia, con la biancheria che manderò fuori, e qualche libro per i primi tempi di Roma può essere spedita a grande velocità; il resto dei libri può andare a piccola velocità; non me li rimanderai se non dopo aver avuto mie indicazioni, giacché solo una parte di essi, che mi serviranno per studiare o per consultazione, mi saranno necessari. Nella valigia puoi mettere di libri, il Corso di Scienza delle Finanze di Luigi Einaudi e il Vocabolario tedesco (le grammatiche le porterò con me). Ti mando fuori anche i numeri arretrati del «Marzocco», dai quali vorrei ritagliare alcuni articoli di carattere storico e bibliografico.
Perché tu possa a Roma non essere costretta a fare nuove fatiche per il colloquio, sarà forse bene che tu domandi qualche indicazione al giudice istruttore; forse potrai avere dalla sua cortesia anche una lettera di presentazione per l’incaricato di Roma.
Carissima Tania, devi proprio seguire i miei consigli per ciò che riguarda la tua uscita dalla clinica. Per ricompensarti (!) dell’obbedienza, ti spiegherò per filo e per segno come fu che io da bambino fossi biondissimo e poi diventassi castano (ti ricordi come facevo arrabbiare Giulia con questa storia e con quella degli occhi di mia sorellina che prima erano azzurri, poi diventarono ognuno mezzo azzurro e mezzo nero, poi uno completamente nero e l’altro ridiventò azzurro ecc. ecc.?)
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

89.

19 marzo 1928

Carissima Tania,
giovedí, per qualche minuto, credetti che tu fossi ormai uscita dalla clinica. Mentre Tulli faceva i passi del leone, in attesa di essere chiamato al colloquio, la porta fu aperta ed io invece venni chiamato al centro. Ma si trattava solo di andare a firmare la ricevuta di una assicurata mandatami da mia madre. Ero proprio convinto di andare al colloquio con te, e rimasi molto deluso. Ma pazienza. Sarà per un’altra volta. Questa volta il processo si avvia veramente alla sua conclusione. Stamane mi venne comunicata la sentenza di rinvio a giudizio e ciò dovrebbe significare una partenza imminente. Mi fu anche domandato di nominare l’avvocato di fiducia e nominai l’avv. Ariis. In realtà io dò pochissima importanza alla quistione dell’avvocato; vorrei solo, prima del processo, avere qualche informazione giuridica per la compilazione di una nota o memoria di difesa che desidererei rimanesse allegata agli atti. Per la forma da dare a questa nota, non per la sostanza di essa, che ho già pensato in tutti i particolari.
Domani farò la 50a iniezione e stop. Credo di aver diritto a un certo riposo. Tu mi consiglierai in seguito se la cura debba essere ripresa dopo qualche tempo oppure no. Da una settimana non ho tue notizie precise: pare che siano abbastanza buone in generale. Ho mandato fuori ancora dei libri (altri 12 pezzi). Da qualche settimana non ricevo piú il «Marzocco» e dal 1° febbraio non ricevo più «Critica Fascista»: bisognerebbe avvertire la Libreria. Appena io parto, occorrerà anche avvertire per il cambiamento d’indirizzo. Ho visto nel «Marzocco» che è stato pubblicato dall’editore Hoepli di Milano un volume di Arnaldo Bonaventura intitolato: Storia del violino, dei violinisti e della musica per violino. Forse Anna sarebbe contenta di averlo: potrebbe servirle per l’insegnamento e potrebbe anche farne la traduzione; cosa ne pensi?
Cara Tania, sono contento di non essere ancora partito, per le probabilità che possono esserci di vederti ancora una volta a Milano: ti raccomando però, una volta di più, di curarti bene, di non abbandonare intempestivamente la clinica e di fare in seguito il viaggio Milano-Roma nelle condizioni di migliore comfort che ti è possibile.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

90.

26 marzo 1928

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua assicurata del 12 marzo tre giorni dopo (il 14). Avrei potuto informartene subito, lunedí scorso, ma avevo già impegnate le lettere settimanali che sono concesse e non credetti di farti un torto grave. Ti ringrazio e ringrazio Carlo molto affettuosamente.
Come vedi, non sono ancora partito per Roma, ma certamente questa volta ci siamo; si tratterà ad ogni modo, di giorni e non piú di mesi come è successo nel passato. Ho già ricevuto la sentenza di rinvio a giudizio, compilata dalla Commissione istruttoria presso il Tribunale speciale. Non ho appreso da essa nulla di nuovo. Contro di me non è portata nessuna accusa concreta, suffragata da prove documentarie e testimoniali. Ci sono quattro funzionari della polizia che affermano essere io responsabile di tutto il male che è successo in Italia nel 1926, anche del cattivo raccolto; tra l’altro ho visto ricordato persino il mio viaggio a Ghilarza nell’ottobre del ’24 come un elemento di accusa. Vedi un po’! E tu ti lamentavi sempre perché io non mi facevo vedere! Meno male che viaggiavo poco. Naturalmente tutto questo non deve crearti delle illusioni e farti credere che io possa essere assolto. Bisogna proprio che ti abitui al pensiero che sarò condannato e che necessariamente dovrò passare in carcere un certo numero di anni, che spero brevi, ma che è inevitabile. Io sono arciabituato oramai e anzi vorrei che tutto si svolgesse piú rapidamente e che fossi già inviato in una casa di pena coi capelli rasi e la casacca. Cosí finirebbe una buona volta il tormento di mia cognata, per esempio, la quale, per essermi vicina e potermi alleviare la vita, è stata quasi sei mesi all’ospedale da un anno a questa parte e ancora deve esservi ricoverata per le sue condizioni di estrema debolezza.
Ho ricevuto qualche giorno fa notizie recenti dei bambini e di Giulia, notizie abbastanza buone. Credi, e non avere nessun dubbio in proposito, che io sono tranquillissimo. Ogni giorno piú, anzi, divento piú forte e duro alle commozioni. Non sono mai stato eccessivamente sentimentale, come ben sai, e forse questa apparente insensibilità spesse volte ti ha cagionato dolore; oggi devo aver perduto anche quel poco di sentimentalismo che forse una volta ho posseduto. Come per la selce, ci vuole un colpo dato con l’acciaio per far scaturire scintille da me. Ma tu, con poche altre persone, hai certo questa virtú dell’acciaio: ti abbraccio forte forte.
Nino

91.

26 marzo 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto una tua lettera, pochi giorni fa, che presenta alcune stranezze. Essa è da te datata del 5 febbraio, mentre mi pare debba essere piú recente; forse tu hai scritto 5. II, invece di 5. III. Inoltre essa non è firmata, non ha una conclusione, almeno dal punto di vista epistolare. Si tratta di due foglietti, il secondo numerato come secondo, scritti parte a penna e parte col lapis, nei quali mi riassumi tre lettere, di tuo papà, di tua mamma e di Genia. Il secondo foglietto è continuato da due righe scritte all’inizio della sua prima pagina, che chiudono il periodo lasciato in sospeso nella quarta pagina, ma che non rappresentano una conclusione. Ti scrivo questi particolari, per aiutare la tua memoria; infatti, rileggendo, osservo che la lettera potrebbe anche essere del 5 febbraio, poiché i dati cronologici riferiti, del prima e del poi, potrebbero anche riferirsi a questa data. In ogni modo, se la tua lettera è piú recente, essa non contiene tue notizie; se è del 5 febbraio, ciò significa che in tutti questi 26 giorni di marzo tu non mi hai scritto o almeno io non ho ricevuto niente da te.
Le notizie che mi hai trasmesso hanno suscitato in me un mondo di impressioni molto vive e anche molto dolorose, perché sono in grado di ricreare tutto l’ambiente materiale e tutte le difficoltà fisiche in cui si svolge la vita dei nostri: con due bambini queste difficoltà non possono che essersi moltiplicate in ragione geometrica. Forse tu te ne sei già accorta: è proprio questo ordine di preoccupazioni che mi ha sempre assillato nella forma piú intensa e mi ha fatto sentire tutta l’impotenza della mia situazione. E si aggiunge la preoccupazione per la tua salute, e per tutta la tua vita immediata che vorrei conoscere bene e che tu cerchi in tutti i modi di farmi credere senza soverchie noie. Cara Tania, devi proprio essere molto assennata e non fare nessuno sforzo, fidandoti della tua volontà. Io non sarò tranquillo, fino a quando non saprò con certezza che hai seguito alla lettera tutte le prescrizioni e i consigli del medico: vorrei che tu potessi allontanarti da Milano e vivere per qualche mese in un clima sano, che ti aiutasse a riacquistare le forze. Non devi pensare a me, che sto assolutamente bene e non ho bisogno di nulla: ho proprio bisogno di sapere che tu ti curi e ti sei ristabilita. Come potresti altrimenti fare dei viaggi lunghi e disagiati? Io credo proprio necessario che tu ti decida ad andare a trovare la tua mamma. Forse nel passato non sono mai riuscito a riprodurti l’intensità del suo desiderio di rivederti. Penso qualche volta che la tua mamma, nonostante la sua grande bontà, debba volerne un po’ a me per il fatto che non ti ha rivisto da tanto tempo: essa sperava già nel 22 che io sarei riuscito a convincerti. Ti abbraccio teneramente
Antonio

92.

2 aprile 1928

Carissima Tania,
perché non mi scrivi un po’ piú spesso? Non credo che le tue occupazioni, in clinica, ti assorbano le intere giornate. Leggi? Ti sei fatta passare qualcheduno dei libri che ho rimandato indietro? Non so se possano essere sempre interessanti per te, ma almeno qualche rivista, come la «Nuova Antologia», potresti sfogliarla. Io in queste settimane ho potuto avere dalla Biblioteca, una serie di nn. della «Revue des deux mondes» del 1846, del 1868 e del 1873, in cui ho trovato qualche articolo molto interessante di storia e di scienza. Per esempio i riflessi delle discussioni sollevate dagli studi di Claude Bernard e di Charles Robin sulla fisiologia e sulla quistione delle cosidette cause finali; il Robin non lo conoscevo neanche di nome e non so quale posizione abbia occupato nel mondo della scienza e nella metodologia. Alcune sue osservazioni mi hanno estremamente interessato e perciò vorrei sapere, anche genericamente, quale apprezzamento si dà dei suoi lavori e delle sue ricerche. Penso che tu puoi accennarmene qualche cosa.
Dalla Libreria ho ricevuto alcuni volumi che ti elenco per tua norma: i) Pasquale Jannacone, La bilancia del dare e dell’avere internazionale con particolare riguardo all’Italia; 2) Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915; 3) Giovanni Carano-Donvito, L’Economia Meridionale prima e dopo il Risorgimento; 4) Antonio Graziadei, Capitale e salari; 5) Marcel Proust, Chroniques. Riceverò anche le Prospettive Economiche del Mortara e l’Almanacco Letterario Mondadori per il 1928, di cui ti avevo scritto; perciò non occupartene piú.
Giovedí ho avuto qualche notizia sulle condizioni della tua salute, migliori delle notizie precedenti. Ma, in verità, non riesco a raccapezzarmi. Pare che tu nasconda alla signora Tulli il tuo vero stato; per cui potrebbe trattarsi di induzioni piú o meno fondate. Insomma, «pretendo» proprio energicamente che tu mi scriva piú spesso e che mi parli di te più minutamente.
La mia salute va invece bene; Tulli dice perfino che sto mettendo la pappagorgia. Cose da strabiliare!
Della mia partenza non si parla ancora; non ne sono troppo malcontento, perché preferisco partire con un tempo migliore dell’attuale e spero che la primavera si decida finalmente a lasciarsi inaugurare. Con tanti auguri per le feste, ti abbraccio teneramente
Antonio

93.

9 aprile 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto ieri la tua lettera del 5, con rapidità del tutto pasquale. Ho ricevuto anche i capelli di Giuliano e sono molto lieto delle notizie che mi trasmetti. A dir la verità, io non so trarne molte conseguenze. A proposito della rapidità o meno di parlare dei bambini non ho altro elemento che un aneddoto su Giordano Bruno: – il quale, si dice, non parlò fino all’età di tre anni, nonostante comprendesse tutto: un mattino, al destarsi, vide che da un crepaccio del muro della casupola dove abitava, un grosso serpente si dirigeva verso il suo giaciglio; subito chiamò per nome il padre, che non aveva mai chiamato, fu salvato dal pericolo e da quel giorno incominciò a parlare anche troppo, come sanno anche gli ebrei rivenduglioli di Campo dei Fiori.
Mi dispiace che tu ti senta avvilita, come scrivi, e che perciò ti creda esonerata dallo scrivermi piú spesso. Questa è una ingiustizia palese, perché io potrei proclamarmi ancor piú avvilito di te e non scriverti del tutto; ciò che avverrà certamente, se mi provocherai ancora con simili avvilimenti. Dovresti scrivermi almeno due volte la settimana: come mai sei diventata cosí poltrona? Cosa fai tutto il giorno? E come hai passato la Pasqua?
Ho ricevuto alcuni giorni fa le Prospettive Economiche e l’Almanacco Letterario. Tutti gli anni, dal 25, davo a Giulia questo Almanacco. Non lo farei quest’anno. È caduto molto in basso. Riporta dei motti, cosidetti di spirito, che prima erano riservati ai giornaletti semipornografici, compilati per le giovani reclute che vengono in città per la prima volta. È vero che anche una simile constatazione può avere il suo peso ad essere fatta. Sabato ho ricevuto un nuovo pacco di libri, che però non mi sono stati ancora consegnati; credo si tratti di un certo numero di riviste di storia e di filosofia, ho potuto dare solo una sbirciatina, nel momento in cui firmavo la ricevuta per la Posta. In ogni modo, ho fatto nuovamente una certa provvista di letture per questo periodo che dovrò ancora rimanere a Milano.

Ho pensato che Delio compie quattro anni il 10 agosto e che adesso è già abbastanza grande per fargli un regalo serio. La signora Pina ha promesso di recapitarmi il catalogo del «Meccano»: spero che le diverse combinazioni siano esposte non solo in ordine ai prezzi (da 27 a 2000 lire!) ma anche in rapporto alla semplicità e all’età dei ragazzi. Il principio del Meccano è certamente ottimo, per i bambini moderni; io sceglierò la combinazione che mi sembrerà piú opportuna e poi te ne scriverò. Fino ad agosto c’è tempo sufficiente. Non so quali siano le tendenze prevalenti in Delio, dato che ne abbia già dimostrato in modo evidente. Io avevo spiccatissime tendenze per le scienze esatte e per la matematica, da ragazzo. Le ho perdute durante gli studi ginnasiali, perché non ho avuto insegnanti che valessero un poco piú di un fico secco. Cosí dopo il 1° anno di liceo, non ho piú studiato matematica, ma ho invece scelto il greco (allora c’era l’opzione); però in 3° anno di liceo ho dimostrato improvvisamente di aver conservato una «capacità» notevole. Succedeva allora che in 3° anno di liceo bisognava, per studiare la fisica, conoscere gli elementi di matematica che gli alunni che avevano optato per il greco, non avevano l’obbligo di sapere. Il professore di fisica, che era molto distinto, si divertiva un mondo a metterci in imbarazzo. Nell’ultimo interrogatorio del 3° trimestre, mi propose delle questioni di fisica legate alla matematica, dicendomi che dalla esposizione che ne avrei fatto sarebbe dipesa la media annuale e quindi il passaggio di licenza con o senza esame: si divertiva molto a vedermi alla lavagna, dove mi lasciò tutto il tempo che volli. Ebbene, rimasi mezz’ora alla lavagna, mi imbiancai di gesso dai capelli alle scarpe, tentai, ritentai, scrissi, cancellai, ma finalmente «inventai» una dimostrazione che fu accolta dal professore come ottima, quantunque non esistesse in nessun trattato. Questo professore conosceva mio fratello maggiore, a Cagliari, e mi tormentò con le sue risate ancora per tutto il tempo della scuola: mi chiamava il fisico grecizzante.
Carissima Tania, bando agli avvilimenti e scrivimi spesso. Ti abbraccio.
Antonio

Mi sono dimenticato di raccontarti come ho cercato di mettere ieri in imbarazzo la signora Pina. Poiché sabato Tulli è andato a colloquio, mi domandò se avevo qualche desiderio speciale per il desinare di Pasqua. Io ho sempre avuto dei desideri che non sono mai riuscito a soddisfare: vorrei mangiare dei rognoni di rinoceronte e un cosciotto di pangolino; in linea subordinata mi accontenterei di una testina di capretto al forno. Tulli si rifiutò di fare la commissione per ciò che riguardava il rinoceronte e il pangolino, giustamente preoccupato di non obbligare sua moglie a ricerche troppo lunghe nelle macellerie; volle limitarsi solo alla testina di capretto. Ma ieri la testina non arrivò, naturalmente; solo fu annunziato per domani, martedí. Io non ci credo neanche per domani, perché gli agnelli e i capretti arrivano in città senza testa, ma voglio informarmi sui seguiti che la faccenda avrà avuto. Spero che la signora Pina non vada troppo in collera con me; fammi il piacere di metterci tu una buona parola.

94.

16 aprile 1928

Carissima Tania,
non ho ricevuto tue lettere in questa ultima settimana e neanche ho avuto tue notizie un po’ precise per mezzo della signora Pina. Spero che tutto vada bene per la tua salute. Ho ricevuto dalla Libreria una certa quantità di riviste che mi hanno assorbito completamente, suscitando in me un interesse, che credevo di aver perduto, vivissimo per lo sviluppo che assumono le diverse attività culturali. Non avrei mai creduto che l’attività editoriale fosse cosí intensa, specialmente nel campo della divulgazione di ricerche storiche d’ogni genere. I preventivi di traduzioni, specialmente dal tedesco, per le opere storiche, e dall’inglese, per la produzione romanzesca, sono qualche volta spettacolosi. Tutto ciò mi pare di una grande portata culturale: che l’attenzione del pubblico medio sia passata dal romanzo francese al romanzo anglosassone e che della attività scientifica tedesca voglia partecipare non piú solo una stretta cerchia di universitari e di accademici, ma il pubblico più vasto che deve costituire la clientela di grandi imprese editoriali.
Ho ricevuto anche due volumi: un romanzo Le Pétrole di Upton Sinclair e La vie de Disraeli di A. Maurois. Ho letto quest’ultima, che mi ha dato uno «specimen» molto interessante della nuova fortuna che ha avuto in Francia la letteratura biografica «romanzesca». La vita di Disraeli ha già avuto 170 edizioni.
La penna mi fa andare su tutte le furie. Non so proprio quale ginnastica fare, per evitare che l’inchiostro sprizzi da tutte le parti. Eppoi, oggi mi costa molta fatica lo scrivere. Il corso dei miei pensieri non coincide perfettamente con le cose che debbo scriverti, tanto per tenerti un po’ distratta.
Ti abbraccio con tanti, tanti auguri
Antonio

95.

30 aprile 1928

Carissima mamma,
ti spedisco la fotografia di Delio. Il mio processo è fissato per il 28 maggio: questa volta la partenza deve essere prossima. Ad ogni modo vedrò di telegrafarti. La salute è abbastanza buona. Il vicino processo mi fa star meglio, perché almeno uscirò da questa monotonia. Non preoccuparti e non spaventarti qualsiasi condanna mi diano: io credo sarà dai 14 ai 17 anni, ma potrebbe essere anche piú grave, appunto perché contro di me non ci sono prove: cosa non posso aver commesso, senza lasciar prove? Sta’ di buon animo.
Ti abbraccio.
Nino

96.

30 aprile 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 25 aprile, con la lettera di Giulia. Ti ringrazio per le notizie che mi trasmetti. Sono stato proprio contento di ricevere tue notizie; ero molto preoccupato.
Non so se sei stata informata del fatto che il processo è stato fissato per il 28 maggio, ciò che significa che la partenza si approssima. Ho già visto l’avvocato Aris. Queste novità vicine mi eccitano alquanto; in modo piacevole, però. Mi sento piú vibrante di vita: ci sarà una certa lotta, immagino. Sia pure per pochi giorni, mi troverò in un ambiente diverso da quello carcerario.
Voglio protestare contro le tue deduzioni a proposito delle… teste di capretto. Io sono informatissimo su questo commercio. A Torino ho fatto, nel 1919, una larga inchiesta, perché il Municipio boicottava gli agnelli e i capretti sardi a profitto dei conigli piemontesi: c’erano a Torino circa 4000 pastori e contadini sardi in missione speciale e io volevo illuminarli su questo argomento. Gli agnelli e i capretti meridionali arrivano qui senza testa, ma c’è una piccola percentuale di commercio locale che fornisce anche le teste. Che sia difficile trovarle risulta dal fatto che la testina, promessa per la domenica, si è potuta avere solo il mercoledí. Inoltre io non ero molto sicuro che si trattasse di agnello o capretto, quantunque fosse molto buona (per me; a Tulli fece orrore). Doveva essere uno strano capretto, senza cervello e orbo di un occhio, col cranio molto rassomigliante a quello di un cane lupo (ma, per carità, non dirlo alla signora Pina!), stritolato dal tranvai! Ah! questi macellai!
Mi dispiace molto che Giulia sia rimasta tanto tempo senza notizie. Ci rivedremo prima della mia partenza? Non lo credo. Tu non devi fare nessuna imprudenza; devi curarti bene. Solo cosí sarò tranquillo. Pensa che d’ora innanzi potrò scriverti molto raramente. Ti abbraccio.
Antonio

97.

30 aprile 1928

Cara Giulia,
ho ricevuto il tuo biglietto del 3 aprile. Tania mi ha trasmesso le notizie riguardanti la vita dei bambini. Sono contento.
Un periodo della mia vita carceraria sta per finire, perché il 28 maggio avrò il processo. Non so dove sarò poi scaraventato. La mia salute è abbastanza buona. Ho saputo dalle autorità giudiziarie e carcerarie che sul mio conto sono state pubblicate molte inesattezze: che morivo di fame, ecc, ecc. Ciò mi è molto dispiaciuto, perché credo che in simili quistioni non bisogna mai inventare e neanche esagerare. È vero anche che mancano i mezzi per verificare le cose, e in realtà io non so piú di quanto mi è stato riferito. Ma tu sei stata sempre informata da Tania e perciò non hai avuto occasione di turbarti. Io non voglio scrivere fuori; forse me lo concederebbero, ma io non voglio per principio. Ho ricevuto, per esempio, recentemente, una strana lettera firmata Ruggero, che domandava di avere una risposta. Forse la vita carceraria mi avrà fatto diventare piú diffidente di quanto la normale saggezza richiederebbe; ma il fatto è che questa lettera, nonostante il suo francobollo e il timbro postale, mi ha fatto inalberare. Anche in essa si dice che la mia salute deve essere cattiva! o che le notizie che si hanno sono in tal senso. Sono stato male nei primi mesi, dopo il viaggio Ustica-Milano; poi mi sono riposato e rimesso in modo soddisfacente. Studio, leggo, nei limiti delle possibilità, che non sono molte. Un lavoro intellettuale sistematico non è possibile, per mancanza di mezzi tecnici.
Cara Giulia, mi dispiace di ricevere cosí scarse notizie sulla tua vita e sulla vita dei bambini. Temo che in avvenire esse possano diventare ancora piú scarse: è questa la piú grande preoccupazione per me.
Ti abbraccio teneramente, cara
Antonio

98.

7 maggio 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto due tue lettere, del 17 e del 20 aprile, che mi sono giunte dopo quella del 25, alla quale ho risposto lunedí scorso. Sono contento delle buone notizie che mi dai sulla tua salute; non credo però che ci si possa vedere prima della mia partenza. D’altronde io desidero che tu non ti arrischi a uscire dall’ospedale, prima di essere in condizioni migliori e di assoluta sicurezza per la gamba. Penso che tu devi stare molto tranquilla e aspettare che mi abbiano assegnato a una casa di pena, dopo il processo. Da Roma potrebbero anche rimandarmi nell’alta Italia e quindi tu da Milano potresti venire senza troppi disturbi di viaggio.
Non ti ho indirizzato prima le lettere all’ospedale, perché mi avevano detto che dovevi essere trasportata all’Ospedale Maggiore da un giorno all’altro: nell’incertezza d’indirizzo, ho preferito continuare a scriverti a casa.
Le mie osservazioni a una tua lettera con la data del 2 febbraio non tendevano per nulla a «farti arrossire» per il modo di compilazione, per la forma letteraria. Di queste cose mi importa assai poco. Io avevo l’impressione che dalla busta mancasse un foglietto, forse perduto durante la revisione. A questo proposito tu non mi scrivi nulla. Ti ho descritto la lettera minuziosamente per fartela ricordare, poiché aveva la data del 2 febbraio e la mia risposta non ti sarebbe arrivata che a due mesi da tale data. Per le notizie che mi trasmettevi, hai ragione: devi scrivermi tutto, anche il lato brutto delle cose.
Ti avverto che ho mandato fuori il paltò da inverno: vorrei che fosse smacchiato. Ho mandato fuori anche una grossa maglia. Credo sia bene che tu faccia consegnare all’avv. Aris tutti i libri che ho mandato fuori dal carcere; egli li terrà a mia disposizione e me li spedirà dove final-mente sarò assegnato dopo il processo. Credo sia la soluzione migliore da ogni punto di vista: tu devi occuparti solo della tua salute e non devi darmi dei dispiaceri: hai capito? Non devi piú affaticarti come hai fatto nel passato, non devi essere piú cosí prodiga delle tue forze, che non sono molte. Io ti scriverò sempre assiduamente; e tu dovrai scrivermi, ma non di piú. La preoccupazione della tua salute, da un anno a questa parte, mi ha spesso amareggiato troppo e mi ha fatto sentire la durezza della privazione di libertà della vita carceraria. Cara Tania, ti raccomando proprio di cuore di volerti curare per bene. Ti abbraccio teneramente
Antonio

99.

10 maggio 1928

Carissima mamma,
sto per partire per Roma. Oramai è certo. Questa lettera mi è stata data appunto per annunziarti il trasloco. Perciò scrivimi a Roma d’ora innanzi e finché io non ti abbia avvertito di un altro trasloco.
Ieri ho ricevuto un’assicurata di Carlo del 5 maggio. Mi scrive che mi manderà la tua fotografia: sarò molto contento. A quest’ora ti deve essere giunta la fotografia di Delio che ti ho spedito una decina di giorni fa, raccomandata.
Carissima mamma, non ti vorrei ripetere ciò che ti ho spesso scritto per rassicurarti sulle mie condizioni fisiche e morali. Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è cosí, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.
Ti abbraccio teneramente.

Nino

Ti scriverò subito da Roma. Di’ a Carlo che stia allegro e che lo ringrazio infinitamente. Baci a tutti.

100.

27 giugno 1928

Carissima Tania,
nessuna novità in vista, fino a questo momento. Ignoro quando partirò. Non è però escluso che la mia partenza avvenga fra giorni; potrei essere messo in transito oggi stesso.
Ho ricevuto una lettera di mia madre qualche giorno fa. Scrive di non aver ricevuto mie lettere dal 22 maggio, cioè da quando ero a Milano. Da Roma ho scritto a casa almeno 3 volte: anche l’ultima lettera la inviai a mio fratello Carlo. Scrivi tu una lettera a mia madre, spiegandole che io posso adesso scrivere pochissimo, solo una volta ogni 15 giorni, e che devo distribuire le due lettere mensili tra lei e te. Posso invece ricevere lettere senza limiti: mia madre crede invece che ci sia un limite anche per la recezione. Informala sulla quistione della mia partenza sospesa per Portolongone dopo la visita speciale del medico, e sulla probabilità di una assegnazione migliore. Rassicurala in generale e scrivile che io non ho bisogno di consolazioni per essere tranquillo, ma sono tranquillissimo e serenissimo per conto mio. È questo un punto in cui non sono mai riuscito ad ottenere notevoli successi presso mia madre, che si fa un quadro terrificante e romanzesco della mia posizione di galeotto: pensa che io [sia] sempre cupo, in preda alla disperazione, ecc. ecc. Tu puoi scriverle che mi hai visto recentemente e che non sono per nulla disperato, avvilito, ecc. ma con spiccata tendenza a ridere e a scherzare. Forse ti crederà, mentre pensa che io le scriva in questo senso solo per consolarla.
Carissima Tania, mi dispiace di darti ancora questa incombenza epistolografica. D’altronde questa lettera avevo deciso di scriverla a te e non voglio venir meno al sistema prestabilito. Spero di vederti ancora prima di partire.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

101.

Caserta, 10 luglio 1928

Carissima Tania,
ho fatto il viaggio Roma-Caserta in condizioni molto migliori di quanto avessi creduto. Sono stato trattato molto bene e ho potuto respirare a mio agio. A Caserta mi sono fatto visitare dal medico, che mi ha rassicurato a proposito dei dolori alla vita. Non si tratta, a quanto pare, di una infiammazione al fegato, ma solo di un erpete, che ha prodotto una infiammazione temporanea e di poca conseguenza, sebbene dolorosissima. Ho tutta la vita irritata e piena di gonfiori; io non me ne sono accorto che in viaggio di questa irritazione esterna! Ho incominciato a fare delle spalmature con una pomata; spero che mi gioverà. I dolori continuano e non mi lasciano riposare, ma il medico mi ha detto che fra qualche giorno tutto sarà passato. Io non so cosa siano gli erpeti. Non ho mai avuto, mai, affezioni alla pelle di nessuna qualità, ma in questi ultimi tempi ho visto che esse sono molto comuni tra i carcerati e che passano facilmente con le spalmature. In ogni modo, è meglio un erpete che una malattia al fegato: non ti pare?
Partirò domani mattina, ma non so quando arriverò a Turi. Se tu potrai inviare laggiú, fin d’ora, qualche libro, mi farai cosa grata. Se hai ritirato dal Carcere il mio bagaglio, potresti subito mandarmi i libri e le riviste contenuti nella valigia e nel sacco da viaggio. Desidererei avere specialmente le grammatiche. Per il tedesco ho solo i due libretti che tu stessa mi avevi mandato: la grammatica tedesca che avevo a Milano è andata perduta; ma tra i miei libri di Roma c’è la grammatica Metodo Otto Sauer – Ferrari e il Dizionario Langenscheidt. Puoi tu stessa scrivere all’avv. Aris, perché mi spedisca i libri che gli avevo lasciato in deposito a Milano? Il suo indirizzo è: Via Unione 1. Vedi che continuo a farti lavorare e a farti stancare. La tua ultima lettera mi ha procurato un certo dispiacere. Penso che tu non abbia interpretato molto esattamente il contenuto della lettera che hai ricevuto con cosí grande ritardo. Io non me ne ricordo piú, ma escludo come possibile la tua interpretazione. Cara Tania, come puoi pensare che in un qualsiasi momento di tutto questo tempo pieno di peripezie dolorose, io abbia potuto non riconoscere la tua grande bontà e non volerti un’infinità di bene? Non solo, ma è un mio continuo rimorso l’averti dato tante preoccupazioni e l’averti fatto compiere tanto lavoro per me. Ti scriverò a lungo su questo argomento, quando sarò riposato e potrò meglio connettere. Tu devi solo comprendere che da quando io mi trovo in carcere, ho fatto tutto uno sforzo volontario per controllare i miei sentimenti e i miei affetti e tenerli infrenati il piú possibile: è questa una forma di autodifesa. Cosí può essere avvenuto, e anzi deve essere avvenuto certamente, che spesso nelle mie lettere, io sia apparso arido, secco, un po’ egoista, ecc. ecc. Ma in ogni caso escludo che da esse potesse trarsi la conseguenza che tu ne hai tratto. Ti scriverò a lungo appena giunto a destinazione e scriverò a Giulia. Attendo con molta impazienza le fotografie promesse. Carissima Tania, ti abbraccio teneramente
Antonio

102.

20 luglio 1928

Carissima Tania,
sono giunto a destinazione ieri mattina. Ho trovato la tua lettera del 14 e una lettera di Carlo con 250 lire. Ti prego di scrivere tu a mia madre per comunicare quelle cose che possono interessarla. D’ora in poi scriverò solo ogni 15 giorni una lettera, ciò che mi porrà dinanzi a dei veri casi di coscienza. Cercherò di essere ordinato e di utilizzare al massimo la carta disponibile.
1°. Il viaggio Roma-Turi è stato orribile. Si vede che i dolori da me sentiti a Roma e che mi sembravano un mal di fegato, non erano che l’inizio dell’infiammazione che si manifestò in seguito. Stetti male in modo incredibile. A Benevento trascorsi due giorni e due notti infernali; mi torcevo come un verme, non potevo stare né seduto, né in piedi, né sdraiato. Il medico mi disse che era il fuoco di S. Antonio e che non c’era da far nulla. Durante il viaggio Benevento-Foggia il male si calmò e le bolle di cui ero ricoperto nella vita destra si seccarono. A Foggia rimasi 5 giorni e negli ultimi 3 giorni ero già a posto, potevo dormire qualche ora e potevo sdraiarmi senza essere trafitto dai dolori. Mi è rimasta ancora qualche bolla mezzo secca e un certo dolore alle reni, ma ho l’impressione che non si tratti di una cosa grave. Non so spiegare l’incubazione romana che durò circa 8 giorni e che si manifestava con violentissime punture interne nella vita destra anteriore.
2°. Non ti posso ancora scrivere nulla sulla mia vita avvenire. Sto facendo i primi giorni di quarantena, prima di essere assegnato definitivamente ad un reparto. Penso che però tu non possa mandarmi nulla oltre ai libri e agli effetti di biancheria: non si può ricevere nulla di alimentare. Perciò non mandare mai nulla senza che io prima te l’abbia domandato.
3°. I libri da Milano (Libreria) falli spedire direttamente: è inutile che tu spenda per trasmettere ciò che deve essere già affrancato.
4°. Il memoriale non c’era piú: l’ho dovuto prendere con me.
Le ciliegie mi sono state utilissime, quantunque io non le abbia neppure assaggiate: mi hanno facilitato il viaggio.
Ricevo in questo momento la tua lettera del 19, con la lettera di Giulia. Vorrei scrivere a lungo a Giulia, ma non riesco a impostare la lettera cosí come vorrei. È difficile da scrivere. Vedrò la prossima volta, dopo essermi riposato un po’ ed aver messo un po’ d’ordine nelle mie idee. Scrivile tu e mandale le notizie solite.
Carissima, scrivi a Carlo che anche lui non si metta in testa delle stranezze, come sarebbe di far venire la mamma fino a Turi. Sarebbe un delitto far fare a una vecchia che non si è mai mossa dal paese un viaggio cosí lungo e disagiato. E poi penso che avrebbe una impressione troppo brutta nel vedermi vestito da recluso ecc. ecc.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

103.

30 luglio 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto due tue lettere, con la data del 25 luglio. Ti ringrazio. Adesso dovrai aver pazienza, perché ti potrò scrivere solo tra un mese; la prossima lettera, fra 15 giorni, la scriverò a Carlo e alla mamma, che non si accontenterebbero di ricevere mie notizie solo per il tuo tramite. Bisognerebbe poter soddisfare tutte le esigenze, ma ho diritto solo a 2 lettere al mese! Pazienza. Vedrò di scriverti per ordine su tutti gli argomenti essenziali, ora che mi sono un po’ orientato e informato.
1° È necessario che tu ti metta in grado di dimostrare il mio diritto di scriverti e il tuo diritto di occuparti dei fatti miei. La settimana scorsa, dopo averti scritto, sono stato sottoposto a una specie di interrogatorio. Secondo me, è sufficiente che tu abbia a disposizione, per mandarlo in caso di bisogno a questa Direzione, una carta che dimostri come il Tribunale Speciale a Milano e a Roma e la Direzione del Carcere di Roma ti hanno permanentemente dato il colloquio. Forse basta una carta dell’Ufficio-Colloqui di Roma; in caso di necessità però puoi anche rivolgerti all’Avvocato Generale Militare Isgrò. Speriamo che sia sufficiente e che non occorra spendere denari per certificati piú complessi.
2° L’erpete è quasi guarito. Mi dà solo fastidio, non piú dolore vivo. Sarebbe guarito anche prima, se durante il viaggio avessi avuto la possibilità di fare le spalmature regolari di una pomata prescritta dal medico di Caserta. Cosí è avvenuta, io credo, una cicatrizzazione insufficiente per l’attrito continuo con la biancheria e un ritardo della guarigione.
3° Come vedi, anche dall’avviso contenuto nella testata del foglio, non posso ricevere nessun genere alimentare. Posso invece ricevere effetti di biancheria. Ma si presenta il problema della sua utilizzazione razionale, poiché in cella ne posso tenere pochissima (il cambio settimanale) e ciò non permette il programma da te esposto nella lettera. Tuttavia credo di aver bisogno ancora di alcune camicie. Le maglie sarà bene mandarmele. Ricordati che ho lasciato della biancheria a Milano al Tulli; dovrebbe essere in consegna presso l’avv. Ariis. Bisognerà mandarmi anche una valigia e forse anche il sacco per tenere la roba in magazzeno.
4° Ho ricevuto i due pacchi di libri, rispediti da te. Direttamente dalla Libreria non ho ricevuto ancora nulla. A Roma mi sono sempre dimenticato di dirti che bisogna mandare il mio indirizzo a «Virginio Borioni, confinato politico, Ustica» il quale ha in consegna i libri da me lasciati a Ustica al momento dell’arresto. A Ustica ho lasciato anche della corrispondenza e la Gillette per la barba. Scrivi, raccomandandoti perché tutto mi sia spedito qui a Turi.
5° Bisogna lasciar passare ancora qualche tempo, prima che ti possa scrivere sulle mie condizioni in questo reclusorio. Ho il vitto latteo d’infermeria; c’è il passeggio due volte al giorno, sufficiente. Non mi sono ancora abituato alla vita promiscua del camerone (siamo 6 in compagnia); e soffro molto d’insonnia. Dopo una piú lunga esperienza, vedrò se sia necessario fare pratiche speciali presso il Ministero e presso il Tribunale Speciale per ottenere di avere una cella da solo, ciò che renderebbe piú facile ottenere di poter avere il necessario per scrivere e quindi per poter studiare organicamente. Forse lo farò, basandomi sul precedente che a Milano, quando fu fatta l’inchiesta sulle mie condizioni di salute, fui rimproverato dal Direttore per non essermi lamentato prima e non aver domandato prima ciò di cui avevo bisogno.
6° Mandami del sapone e del dentifricio. Puoi mandarmi il Sedobrol che dovevi mandarmi a Roma? Ti ringrazio per i regali che hai mandato a mio nome per Delio e per Giuliano: non saprei cosa indicarti per Giulia; scegli tu e io sarò contento. Ti abbraccio, cara,
Antonio

(Scrivimi spesso – quanto puoi)
Scrivendo a Carlo, vedrò di farti scrivere qualcosa di cui posso essermi dimenticato o qualche novità.

104.

13 agosto 1928

Carissimo Carlo,
sono giunto a Turi il 19 luglio; le prime due lettere le ho dovute scrivere a Tatiana per informarla di ciò che poteva mandarmi del bagaglio da me lasciato al carcere di Roma. Tatiana ha scritto di aver mandato una lettera alla mamma per darle mie notizie e trasmetterle le parti delle mie lettere che la potevano interessare. Bisogna che ti ricordi sempre e ricordi alla mamma che io posso scrivere una lettera ogni 15 giorni; perciò a voi posso scrivere una volta al mese per scrivere una volta al mese anche a Tatiana. Bisognerà aver pazienza. Vuol dire che Tatiana vi trasmetterà delle mie lettere a lei delle parti che vi possono interessare, e tu o la mamma trasmetterete a Tatiana ciò che può interessarle delle mie lettere a voi.
1) Ho ricevuto la tua assicurata del 12 luglio con le 250 lire; ti ringrazio. Ho ricevuto la lettera della mamma del 3 agosto: mi è dispiaciuto assai l’aver conosciuto cosí tardi la sua malattia. Faccio tanti auguri alla mamma per un suo ristabilimento rapido e sicuro. Tienimi informato sempre di tutto; Teresina non mi ha scritto. Ho ricevuto notizie di Giulia e dei bambini. Sono rientrati dalla campagna da qualche giorno; Giulia, che era debole, si è rimessa. I bambini stanno bene e si sviluppano. Riceverò le loro fotografie e scriverò perché una copia sia mandata anche alla mamma. Intanto la mamma non mi ha ancora mandato le sue impressioni sulla fotografia di Delio che le ho spedito da Milano e io ci tengo assai ad avere dei grandi complimenti.
2) Ti devi, appena hai un po’ di tempo disponibile, occupare di una pratica per me di grande importanza. Bisogna che tu domandi al ministero competente, a nome della mia famiglia (della mamma e tuo), che siano prese disposizioni perché io possa essere messo in una cella da solo, qui nel carcere (si chiama esattamente «Casa Penale Speciale di Turi»). Ora sono in una camerata con altri quattro, anch’essi condannati per reato politico, ma che hanno malattie ai bronchi e ai polmoni. Io non ho tali malattie e la promiscuità continuata, nonostante tutte le precauzioni (d’altronde molto difficili nella vita carceraria) potrebbe, specialmente nella prossima stagione, che acuisce i mali polmonari, avere conseguenze gravi. Io penso che non sia difficile ottenere ciò, dato che il Tribunale speciale mi ha condannato alla reclusione ma non ha specificato che essa debba essere aggravata dalla tubercolosi. Attraverso Tatiana puoi fare avvertire l’avv. Niccolai, in queste pratiche l’intervento di uno che vada negli uffici competenti vale piú di cento lettere. Aggiungi che io sono affetto da grave depressione nervosa e da insonnia, puoi immaginare quali notti io passi. Nella domanda aggiungi che il mio passato lavoro di intellettuale mi fa sentire fortemente la difficoltà allo studio e alla lettura che si trova quando si è in una camerata di tali ammalati e chiedi che andando da solo mi sia concesso di poter avere carta e inchiostro per dedicarmi a qualche lavoro di carattere letterario e allo studio delle lingue. Ricorda che io sono stato assegnato a Turi non per malattie polmonari, ma per uricemia cronica che mi ha rovinato la dentatura e lo stomaco e mi ha dato degli esaurimenti nervosi con seguito di emicranie e nevrastenia croniche.
3) Scrivi a Tatiana che non posso avere né vestiti né soprabiti: solo biancheria. O tu direttamente o attraverso Tatiana dovreste mandarmi: un pettine – due o tre fodere da cuscino – qualche pacchetto di sigarette Esportazione – per profumare il tabacco fammi mandare tre o quattro «fave americane» (si trovano nelle grandi farmacie di Roma).
4) Non so quali libri potresti mandarmi, per ora fammi mandare il catalogo della Casa Editrice «Il Nuraghe» e il Calendario-Atlante De Agostini. Scrivi subito a Tatiana per fare avvertire l’avv. Niccolai della pratica al Ministero di Giustizia e per salutarla tanto a mio nome. Rassicura la mamma sulle mie condizioni di salute. A Tatiana fa sapere che non ho ricevuto nulla ancora direttamente dalla libreria, ma solo tre pacchi rispediti da Roma; il mio nuovo indirizzo è stato comunicato? O la comunicazione è andata perduta?
Scrivimi quanto puoi e fammi scrivere. Abbraccia tanto la mamma e tutti di casa. Affettuosamente.
Antonio

105.

27 agosto 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto in questo mese sei tue lettere. Ti ringrazio. Io, per un pezzo ancora, ti potrò scrivere solo una volta al mese, cioè potrò scrivere solo una lettera ogni 15 giorni (l’altra alla mamma o a Carlo). E (almeno questo ancora) le mie lettere non possono che essere di carattere immediato, per organizzare la mia vita alla bella meglio. Incomincio la lista delle quistioni. – 1° Per carità, non fare nessuna pratica per un qualsiasi mio trasferimento ad altra casa. Non pensarci neppure. Se può dipendere dalla mia volontà, io non viaggerò piú. L’ultimo viaggio è stato orrendo e ancora non mi sono rimesso completamente dall’abbrutimento in cui mi aveva piombato. Sono stato quasi 20 notti senza dormire! – 2° Sono stato messo in una cella da solo. Da questo punto di vista sto molto meglio di prima. Occorre però continuare le pratiche perché mi siano concesse carta e penna dal Ministero. Quando potrò lavorare organicamente intorno a qualche ricerca letteraria o fare qualche traduzione, il tempo mi passerà facilmente: ho una maravigliosa facilità all’adattamento. Ciò che mi ha reso duro il carcere, finora (a parte tutte le altre privazioni che sono portate dalla mia situazione) è stato l’ozio intellettuale. – 3° Sulla quistione dei libri dovrei scrivere molti commi. La Libreria di Milano ha avuto il mio indirizzo? Finora non ho ricevuto direttamente nulla. Cosí non ricevo con ordine le riviste e non posso controllare gli arrivi. L’avv. Ariis cosa ha intenzione di fare coi libri che gli lasciai in deposito a Milano? Ti ha scritto qualche cosa? Fagli scrivere da mio fratello per sollecitarlo, poiché io penso che ciò sia necessario. Per i libri russi che vuoi mandarmi mi occorrerebbe un dizionario: io devo averne uno, russo-francese, del Makharof. Quello che mi avevi mandato ad Ustica era in francese-russo e non so dove sia andato a finire. (I miei libri di Ustica erano stati presi in consegna, dopo mia lettera, da Virginio Borioni, che non era fra gli arrestati di Palermo. – Non so se gli hai scritto per dargli il mio indirizzo; egli mi aveva promesso di spedirmi i libri alla Casa di Pena dove sarei stato assegnato). Dei miei libri romani vorrei avere quelli di storia e quelli dedicati all’Azione Cattolica e al Cattolicismo in generale. – Non mandarmi l’«Emporium» o altro di simile. Non voglio ricevere nulla piú di quanto io stesso ho comandato alla Libreria. Una cosa che puoi farmi avere è il «Secolo Illustrato» di Milano, per le fotografie d’attualità: puoi farmi l’abbonamento dal 1° luglio (coi numeri arretrati) per il secondo semestre del 28. – 4° Carlo ti ha trasmesso, come scrivi, la lista delle cose da me desiderate. Aggiungi: a) una borsa di gomma per il tabacco – b) delle pastiglie del dott. Favre per l’emicrania – c) dell’aspirina Bayer.
Auff! Non ne posso piú di tutte queste cose che devo scriverti. Penso alle camminate che ti costringo a fare: e non mi hai piú informato della tua flebite! Parliamo d’altro. Per esempio del regalo che vuoi fare a Giulia. Sai che non ho mai preso sul serio la tua idea di fare un regalo a Giulia, a mio nome. Per Delio e per Giuliano va bene: essi possono veramente credere che sia io a fare loro dei regali e legare il mio nome agli oggetti che riceveranno. Ma Giulia non è una bambina e mi pare che ci sia una certa presa in giro in questo affare dei regali. Tutt’al piú potrei regalarle la mia penna stilografica, ma non le servirebbe! Ti pare? D’altronde mi sento enormemente in difetto verso di lei, perché non le scrivo direttamente da tanto tempo. Sono sicuro che lei non crede perciò che io le voglia meno bene, ma non so come fare: quando scrivo, mi pare di emarginare delle pratiche burocratiche e non voglio scriverle essendo dominato da questo stato d’animo. Vedi come sono sentimentale! Meno male che ci sei tu, che sei cosí buona e non ti offenderai perché a te non esito a inviarti pratiche burocratiche! Questo è un bel ginepraio! Carissima Tania, scrivi tu a Giulia per me. Eppoi: le mandi ancora queste mie lettere? Esse sono scritte non solo per te: né io riesco sempre a pensare a te come distaccata da Giulia. Come potrei altrimenti essere cosí insistente nel darti tanti fastidi? Che sarebbero fastidi, poi, se in te non ci fosse qualcosa di Giulia e io non pensassi a te in una con Giulia. Vedi? È una specie di pirandellismo epistolare, questo. Cara, ti abbraccio teneramente
Antonio

Sai che mi fa uno stranissimo effetto sentirmi chiamare Nino da te: cosí mi chiamavano a casa tanto tempo fa e cosí mi scrive mia madre e Carlo. Mi fa anche un po’ ridere, perché si tratta, nella mia vita, di uno scenario vecchissimo e anacronistico.

106.

6 agosto(5) 1928

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 31 agosto e del 10 e 3 settembre dopo che ti avevo già scritto (- ti ho scritto il 27 agosto e ho spedito con raccomandazione; il 3 sett. tu non avevi ancora ricevuto questa mia lettera; tienimi informato perché io possa reclamare in caso di smarrimento -). Ho domandato di scriverti questa lettera straordinaria per vedere di fermare l’alluvione di iniziative che d’improvviso tu hai scatenato. Ma che cosa ti è saltato in testa? Appena giunto a Turi ti ho scritto di «non inviarmi nulla che io prima non ti avessi richiesto». Il Direttore del carcere, in una udienza, mi ha detto di aver sottolineato questa frase, per metterla piú in rilievo. Tu mi hai risposto che andava bene, che ti saresti attenuta a questa norma; perché poi hai mutato parere? Lo stesso si dica per l’affare di Soriano. Prima mi accenni alla cosa, assicurandomi che non avresti fatto nulla senza il mio consenso preventivo; poi mi scrivi d’averne parlato al Ministero. Perché fai cosí? Oggi la collera mi è passata, perché ho ricevuto i 4 pacchi e ho dovuto, se non altro, ridere della tua amorevole ingenuità, ma ti assicuro che nei giorni scorsi sono stato proprio male. L’impossibilità di scriverti subito e di evitare a tempo qualche iniziativa catastrofica (come sarebbe di farmi viaggiare nelle condizioni in cui mi trovo) mi empiva di un vero furore, ti assicuro. Mi sembrava di essere doppiamente carcerato, poiché anche tu ti mettevi a non riconoscermi nessuna volontà, a ordinare la mia vita come ti saltava in testa, senza voler ascoltare il mio parere, che pure sono in carcere, so cos’è, ne ho i segni dolorosi sulla pelle. Come puoi illuderti ancora di traduzioni straordinarie, nonostante tutte le promesse, quando hai visto ciò che mi è successo finora? Eppoi io non voglio cambiare, in nessun modo, anche se mi traducessero in sleeping, perché sono contrario per principio a ogni cambiamento che non sia necessario e fatto a ragion veduta, molto veduta. Già a Milano abbiamo avuto, a questo proposito, uno scambio di opinioni un po’ vivace: tu mi avevi promesso di non ricominciare. Ahimè! Cosí si dica per gli oggetti che mi mandi e che scrivi di volermi ancora mandare. Ho riso oggi, ma sai che c’è da diventar tristi a vedere ciò che tu credi io possa avere. Vuol dire che non immagini cosa sia il carcere, cioè che non riesci a formarti un concetto esatto di quale sia la mia reale situazione. Tu credi che io sia in un pensionato o qualcosa di simile. Ora, io non posso avere nulla di mio, solo della biancheria e dei libri. Basta; hai capito? Niente vestito, niente soprabito, ecc. ecc. Niente di metallo: neanche una scatoletta per la vasellina. Non devi proprio mandarmi nulla che io non ti abbia prima domandato e non devi prendere nessuna iniziativa che prima non abbia avuto la mia esplicita approvazione. Senza eccezioni di sorta. Altrimenti tu mi aggraverai il carcere invece di alleviarmelo. Fa invece ciò che io ti domando. 1° Ancora non ricevo regolarmente le riviste dalla Libreria. 2° Invece di mandarmi una grammatica tedesca per gli italiani, mi hai mandato una grammatica italiana per i tedeschi (proprio cosí). 3° I miei libri ad Ustica sono stati raccolti da Virginio Borioni (confinato politico). 4° Non so se hai scritto all’avv. Ariis per i libri che ho lasciato a Milano. – Basta. Non arrabbiarti troppo neppure tu per ciò che ti ho scritto: so bene che tutto ciò che hai fatto lo hai fatto per ciò che credevi il mio bene. D’altronde non dubitare: se ho bisogno di qualcosa, ti scriverò. Per esempio: puoi mandarmi qualche pacchetto di sigarette Giubek o Macedonia-Esportazione. Mandami una dozzina delle cosidette «fave americane» che servono a profumare il tabacco (si vendono nelle farmacie). Mandami pure qualche traduzione dal russo (ediz. Slavia) e la Letteratura del Lo Gatto. Ti abbraccio teneramente, ma non farmi piú arrabbiare. Credi che ho una volontà razionale e che ciò che faccio lo faccio dopo averci pensato molto, molto.
Antonio

107.

11 settembre 1928

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua assicurata del 27 agosto. Ti ringrazio. Forse Tatiana ti ha già comunicato che la mia situazione è molto migliorata per il fatto che mi trovo da qualche settimana solo in una cella. La quistione dell’avere la disponibilità della penna e della carta non ha fatto nessun passo in avanti; non so quale risultato abbiano avuto le pratiche fatte da te e da Tatiana. In ogni modo devi sapere che tutto dipende dal Ministero, come mi fu assicurato anche dall’Ispettore che visitò recentemente le carceri di Turi, per cui io qui posso fare poco e ottenere nulla. È necessario che sia tu ad insistere per ottenere il permesso, che non è escluso dal regolamento e che viene dato a parecchia gente in altre Case di Pena. Non credo che contro di me si voglia applicare una misura speciale di rigore.
Ho ricevuto il pacco. Non capisco le complicazioni che hai immaginato per le sigarette Macedonia tipo Esportazione, per le quali dici di aver scritto a Genova al porto franco. Esse sono in vendita da per tutto e non c’è bisogno di scrivere ad un porto franco. Chissà cosa mai hai creduto che desiderassi: qualche specialità straordinaria. Tieni sempre presente che io non domando mai niente di straordinario ed eccezionale.
Una raccomandazione devo fare a te che ho fatto a Tatiana abbastanza vivacemente. Di non iniziare nessuna pratica che mi riguardi e non mandarmi nulla, se prima non sono stato avvertito. Tatiana mi ha fatto passare due brutte settimane, facendomi sapere di aver detto a qualche impiegato del Ministero che sarebbe stato bene trasferirmi da Turi a Soriano. Non so se anche tu sei stato d’accordo in questo affare. Ad ogni modo sei avvertito che tutte queste iniziative mi sono enormemente sgradite e che io non accetterò cambiamenti, per quanto mi è possibile. Non voglio piú viaggiare. L’ultimo viaggio mi ha ridotto uno straccio. Non puoi immaginare quanto abbia sofferto. L’irritazione del sangue e della pelle subita durante tutti i cambiamenti che il viaggio domanda fu tale che mi scoppiò il cosidetto «fuoco di S. Antonio», con sofferenze atroci. Ora mi sto rimettendo, ma sono ancora mezzo abbrutito. Immagina quale impressione mi ha fatto il sapere di poter essere minacciato da un nuovo viaggio alla ventura. Ho scritto a Tatiana forse anche con troppa durezza. Ma ancora si faceva delle illusioni su un viaggio straordinario. Illusioni, perché in ultima analisi tutto dipende dai carabinieri e dalla Questura. Da Ustica a Milano dovevo fare il viaggio straordinario per ordine del Tribunale Speciale; rimasi in viaggio 20 giorni, e pernottai in 10 carceri. Da Milano a Roma il viaggio fu straordinario per la durata, ma rimasi 16 ore coi ferri nel vagone cellulare per mancanza di carabinieri invece che in terza, come aveva ordinato il Tribunale, ci fecero viaggiare in cellulare, di notte, ciò che è proibito dal regolamento. Per il viaggio da Roma a Turi avevo un certificato del medico: al momento della partenza il certificato sparí e dovetti stare in viaggio 12 giorni, col «fuoco di S. Antonio» addosso. Eppoi non voglio viaggiare né mutare. Sei avvertito. – Scrivi a Tatiana che in una sua lettera del 1° settembre accenna a notizie sui bambini che avrei ricevuto e che invece non ho ricevuto per nulla, forse una lettera si è perduta. – Scrivile anche che tra i libri romani ci deve essere un libro intitolato: Gino Piastru – La truffa garibaldina in Francia, che vorrei avere per ricostruire una conversazione amichevole avuta col giudice istruttore di Milano.
Mandami notizie un po’ dettagliate sulla salute della mamma che non mi ha piú scritto. Teresina non mi ha scritto ancora. – Tra i miei libri di Ghilarza ce n’è uno «Goethe, Über allen Gipfeln» (in tedesco, rilegato) che vorrei avere. – Saluta e bacia tutti di casa. Abbraccia tanto la mamma e falle tanti auguri. Vi abbraccio.
Antonio

108.

8 ottobre 1928

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua lettera del 23 settembre (assicurata), quella del 24, la lettera della mamma del 25 e la tua cartolina del 2 ottobre. Ti ringrazio delle 200 lire e delle notizie che tu e la mamma mi mandate sulla vita del paese. (A proposito: ho ricevuto l’atlantino, il catalogo del «Nuraghe» e le sigarette). Devi sempre mandarmi notizie di Ghilarza: esse sono molto interessanti e significative. Mi pare che se ne possa trarre questa conclusione. Mentre prima, in Sardegna, c’era una delinquenza di carattere prevalentemente occasionale e passionale, legata in modo indubbio ai costumi arretrati e a punti di vista popolari che se erano barbarici conservavano tuttavia un qualche tratto di generosità e di grandezza, ora invece si va sviluppando una delinquenza tecnicamente organizzata, professionale, che segue piani prestabiliti, e prestabiliti da gruppi di mandanti che talvolta sono ricchi, che hanno una certa posizione sociale e che sono spinti a delinquere da una perversione morale che non ha niente di simile con quella del classico banditismo sardo. È un segno dei tempi dei piú caratteristici e significativi. Cosí è significativo il diffondersi dei suicidi. –
Hai fatto male a comandare il libro di Goethe alla Libreria Sperling. Non credo che si riesca a trovare con la semplice indicazione del titolo, perché si tratta di una delle tantissime antologie goethiane stampate in Germania, il cui titolo è preso dal primo verso di una brevissima poesia. Io credo che sia veramente nella scansia di casa, perché ricordo di averlo visto nel 1924. D’altronde ti prego di non comandare mai libri per me alla Sperling, perché si sta formando una confusione incredibile. – Invece dovresti acquistarmi a Cagliari qualche numero della rivista «Mediterranea»; la vedo spesso citata in altre pubblicazioni, per articoli di storia sarda, talvolta molto interessanti, ma non so dove sia stampata: credo a Cagliari. In ogni modo a Cagliari deve essere facile trovarla. – Nella cartolina mi scrivi di non ricevere lettere da Tatiana. Tatiana mi scrive di aver scritto a te e alla mamma e di non aver ricevuto risposta. Ci deve essere stato qualche disguido. Non so, perciò, se sai che Tatiana si è trasferita a Milano, dove abita in via Plinio 34. Oggi stesso ho ricevuto una sua raccomandata, contenente le fotografie dei bambini e una lettera di Giulia che dà notizie buone. I bambini sono graziosi e stanno bene.
Sono contento che la salute della mamma e tua e di Grazietta sia migliorata. Alla mamma vorrei osservare che mi pare che ci mette troppo piacere nello scrivermi che Edmea fa dei rimproveri alla sua mamma perché si è sposata. Che non c’entri per nulla la suggestione di ciò che sente dire intorno a sé? La situazione per voi è difficile e imbarazzante, lo comprendo, specialmente ora che la bambina è cresciuta. Ma non vi pare che sia male di mettere, o di contribuire a mettere una figlioletta contro la sua mamma? E credete che quando Edmea sarà cresciuta e potrà veramente capire e giudicare, non potrà serbarvi rancore di averle instillato o di non avere cercato di impedire che nascessero in lei dei sentimenti cosí morbosi. A me pare che la sua mamma abbia fatto benissimo a sposarsi. Per quanto mi consta è una brava donna che ha sempre lavorato e che è stata trattata molto male da Nannaro, non perché non abbia voluto sposarla, s’intende, ma per altre cose molto brutte. Credete che un giorno Edmea non possa venire a sapere molte cose e sentire di aver oggi falsificato i suoi sentimenti? Scrivo queste cose perché io stesso ho sofferto da bambino per aver mal giudicato e alcune di queste sofferenze hanno lasciato una cicatrice nella mia coscienza.
Informami della pratica che hai fatto o devi ancora fare per farmi ottenere la possibilità di scrivere. Non devi limitarti a scrivere all’avv. Niccolai; devi fare la pratica tu stesso, a nome della famiglia, presso il ministero. Io credevo che tu avresti fatto prima di me. Se avessi saputo, avrei fatto io stesso la pratica direttamente, attraverso la trafila carceraria. Pazienza. – Scrivimi piú spesso che puoi. La mia salute è sempre la stessa.
Abbracci affettuosi a tutti
Antonio

109.

19 novembre 1928

Carissima Giulia,
sono stato molto cattivo con te. Le giustificazioni, in verità, non sono molto fondate. Dopo la partenza da Milano, mi sono stancato enormemente. Tutte le mie condizioni di vita si sono aggravate. Ho sentito di piú il carcere. Ora sto un po’ meglio. Lo stesso fatto che è avvenuta una certa stabilizzazione, che la vita si svolge secondo certe regole, ha normalizzato in un certo senso anche il corso dei miei pensieri. – Sono stato molto felice nel ricevere la tua fotografia e quella dei bambini. Quando si forma troppa distanza di tempo tra le impressioni visive, l’intervallo si riempie di brutti pensieri; specialmente per Giuliano, non sapevo che pensare, non avevo nessuna immagine che mi sorreggesse la memoria. Ora sono proprio contento. In generale, da qualche mese, mi sento piú isolato e tagliato via da tutta la vita del mondo. Leggo molto, libri e riviste; molto, relativamente alla vita intellettuale che si può condurre in una reclusione. Ma ho perduto molto del gusto della lettura. I libri e le riviste dànno solo idee generali, abbozzi di correnti generali della vita del mondo (piú o meno ben riusciti), ma non possono dare l’impressione immediata, diretta, viva, della vita di Pietro, di Paolo, di Giovanni, di singole persone reali, senza capire i quali non si può neanche capire ciò che è universalizzato e generalizzato. Molti anni fa, nel 19 e 20, conoscevo un giovane operaio, molto ingenuo e molto simpatico. Ogni sabato sera, dopo l’uscita dal lavoro, veniva nel mio ufficio per essere dei primi a leggere la rivista che io compilavo. Egli mi diceva spesso: «Non ho potuto dormire, oppresso dal pensiero: – cosa farà il Giappone? -» Proprio il Giappone lo ossessionava, perché nei giornali italiani del Giappone si parla solo quando muore il Mikado o un terremoto uccide almeno 10 000 persone. Il Giappone gli sfuggiva; non riusciva perciò ad avere un quadro sistematico delle forze del mondo, e perciò gli pareva di non comprendere nulla di nulla. Io allora ridevo di un tale stato d’animo e burlavo il mio amico. Oggi lo capisco. Anch’io ho il mio Giappone: è la vita di Pietro, di Paolo e anche di Giulia, di Delio, di Giuliano. Mi manca proprio la sensazione molecolare: come potrei, anche sommariamente, percepire la vita del tutto complesso? Anche la mia vita propria si sente come intirizzita e paralizzata: come potrebbe essere diversamente, se mi manca la sensazione della tua vita e di quella dei bambini? Ancora: ho sempre la paura di essere soverchiato dalla routine carceraria. È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione su me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati. Certo io resisterò. Ma, per esempio, mi accorgo che non so piú ridere di me stesso, come una volta, e questo è grave. Cara Giulia, ti interessano tutte queste chiacchiere? E ti dànno un’idea della mia vita? Però, mi interesso anche di ciò che avviene nel mondo, sai. In quest’ultimo tempo ho letto una certa quantità di libri sull’attività cattolica. Ecco un nuovo «Giappone»: – attraverso quali fasi passerà il radicalismo francese per scindersi e dare vita a un partito cattolico francese? Questo problema «non mi lascia dormire» come avveniva per quel mio giovane amico. E anche altri naturalmente. Ti è piaciuto il tagliacarte? Sai che mi è costato quasi un mese di lavoro e mezzi i polpastrelli consumati? – Cara, scrivimi un po’ diffusamente di te e dei bimbi. Dovresti mandarmi le vostre fotografie almeno ogni sei mesi, in modo che io possa seguire il loro sviluppo e vedere il tuo sorriso piú spesso. Ti abbraccio teneramente, cara.
Antonio

– Postilla per Tania – Ma come sei cattiva, Tania. Da quanto tempo non ricevo tue notizie? Non importa che tu scriva delle lunghe lettere, basta anche una cartolina illustrata. Sai che anch’io sento sempre più la forza d’inerzia che mi spinge a non scrivere? E devo lottare per vincerla. Ma vincerò sempre? Qui c’è della gente che non scrive da mesi e da anni. Anch’io farò la stessa fine, certamente, se non trovo corrispondenti attivi. Cara Tania, ti abbraccio, sperando che non ti senta male.
Antonio

110.

3 dicembre 1928

Carissimo Carlo,
ho ricevuto, nello scorso mese, scarsissime notizie da voi tutti: – una lettera della mamma dell’8 novembre e una tua dell’11, poi piú nulla (ho ricevuto naturalmente, le calze, le sigarette e piú tardi la nasalina e la rinoleina). Perché mi lasciate tanto tempo senza informazioni, specialmente in un periodo di malattia della mamma? Capisco che non si scrivano delle lunghe lettere: può mancare la voglia o il materiale che si ritiene interessante; ma basterebbe scrivere piú spesso qualche cartolina con poche righe di notizie essenziali!
Ti prego di scrivere a Tatiana per riferirle queste cosette che mi domanda pressantemente: – ho depositato al libretto 930 lire, che però alla fine del mese si ridurranno a circa 700 lire, perché oltre alle spese ordinarie dovrò pagare una cassa che mi sono fatto costruire e che non so quanto costerà, ma immagino piú di 50 lire. Il mese scorso ho speso esattamente 120 lire. Quando giunsi a Turi avevo 650 lire. A Roma non fu depositato niente per me. Ecco il consuntivo essenziale. Per ciò che riguarda il preventivo: penso che sia bene avere a libretto un fondo stabile di almeno 700 lire, per ogni evenienza straordinaria, come sarebbe, per esempio una malattia, per la quale dovessi andare all’ospedale, un viaggio in traduzione, ecc. Poste cosí le cose, Tatiana può essere tranquilla e non preoccuparsi delle mie finanze. Ti dico che mi dispiacerebbe se mi mandasse dei soldi, perché so come si sacrifica e finisce di rimetterci la salute. Perciò cerca di convincerla anche tu e di assicurarla. Dille che se mi occorresse qualche cosa, io certamente mi rivolgerò a lei, ma che per ora non ho proprio bisogno di nulla.
Cosí non deve preoccuparsi di fare pratiche per far aumentare la somma che è concesso spendere giornalmente. Non ne vale la pena, perché non c’è nulla da comprare. Turi è un piccolo centro agricolo e non brilla certo per un mercato ricco; inoltre la stragrande maggioranza dei reclusi credo che non possa spendere nulla, per mancanza di mezzi, per cui il campionario delle cose in vendita è limitatissimo. Questo in linea di fatto. In linea di principio poi: non bisogna mai domandare piú di una cosa, se non si vuole passare per scocciatori professionali, e non essere presi sul serio per nulla. Ora è in corso la pratica per lo scrivere. Questa pratica basta.
Tatiana mi ha disilluso; credevo fosse piú sobria nell’immaginazione e piú pratica. Vedo invece che si fa dei romanzi, come quello che sia possibile che la reclusione venga trasformata, per ragioni di salute, in confino: possibile in via ordinaria, già si intende, cioè in virtù delle leggi e regolamenti scritti. Ciò sarebbe possibile solo per via di una misura personale di grazia, che sarebbe concessa, già s’intende, solo dietro domanda motivata per cambiamento di opinioni e riconoscimento ecc. ecc. Tatiana non pensa a tutto ciò: è di una ingenuità candida che mi spaventa qualche volta, perché io non ho nessuna intenzione né di inginocchiarmi dinanzi a chicchessia, né di mutare di una linea la mia condotta. Io sono abbastanza stoico per prospettarmi con la massima tranquillità tutte le conseguenze delle premesse suddette. Lo sapevo da un pezzo cosa poteva succedermi. La realtà mi ha confermato nella mia risoluzione, nonché scuotermi per nulla. Dato tutto ciò, occorre che Tatiana sappia che di simili romanzi non bisogna neanche parlare, perché il solo parlarne può far pensare che si tratti di approcci che io posso aver suggerito. Questa sola idea mi irrita. Fa il piacere di scrivere tu queste cose a Tatiana, perché se le scrivo io, temo di trascendere e di offendere la sua sensibilità. – Scrivile inoltre che a Milano io ho lasciato le pantofole invernali e le sopracalze: davvero mi servirebbero, perché incomincia a far freddo.
Vorrei poi che tu mi mandassi il «siero Casali» come mi hai scritto una volta. Mi sento piú debole con l’avvicinarsi del freddo. Inoltre dovresti mandarmi dell’«Ovomaltina» in modo che la cura ricostituente sia piú completa. Regolati per la quantità, in modo da organizzare una cura completa. – Dovresti poi mandarmi delle solette di feltro da mettere nelle scarpe, per evitare di rovinare le calze e anche per avere piú caldo. Mandandomi le sigarette, puoi mandarmi tutto.
Carissimo Carlo, scrivimi piú spesso; perché non mi scrivi sull’attività delle latterie sociali, in cui sei occupato? Mi interesserebbe molto.
Abbraccia la mamma molto affettuosamente. Baci a tutti. Cordialmente.
Antonio

(Per tua norma, in caso di smarrimento, in novembre non ho ricevuto denari da te).

111.

Ti ringrazio della tua lettera sulle Latterie Sociali Cooperative. Mi piace che io possa rimanere della mia opinione sulle cause che hanno portato alle disgrazie di Pili. Naturalmente io non sapevo prima e non so adesso i particolari sullo svolgimento completo degli avvenimenti e sulla forma specifica che essi hanno assunto.
Il fatto è che io non potevo seguire in nessun modo questi avvenimenti, all’ingrosso li ho indovinati, perché mi basavo su ciò che rappresentava Pili e sulle ripercussioni che la sua attività avrebbe avuto, e sulla colossale forza che gli si opponeva e che certamente non poteva rimanere inerte a contemplare la sua progressiva rovina. Mi pare che la sconfitta del Pili sia la sconfitta decisiva del P. S. d’A., che Pili cercava di acclimatare nelle nuove forme politiche attualmente dominanti: cosa di cui non ho mai dubitato.

112.

17 dicembre 1928.

Carissima Tania,
questo mese sei stata veramente brava: mi hai scritto quattro lettere! Ti ringrazio proprio di cuore. Ora cercherò di rispondere a tutte le quistioni che mi hai accennato, con un certo ordine.
1° – Penso che farai molto bene ad andare dai tuoi. Tua madre, specialmente, ne sarà tutta consolata e felice. Ma penso anche che faresti male ad andare d’inverno. Secondo me, dovresti andare di maggio. Per varie ragioni, tutte valide. La tua salute. Penso che sarebbe spiacevole per te e per tutti, se appena giunta, dovessi ammalarti ed essere costretta a giacere in un ospedale. Poi d’inverno, la vita è tutta rannicchiata in se stessa e se non si ha un grande appartamento, l’aggiunta di una persona finisce con l’angustiare e diminuire la gioia di vederti. Accenno solamente. – 2° A molte quistioni della tua lettera del 25 novembre non rispondo oggi perché ho incaricato Carlo di scrivertene 15 giorni fa: spero che l’abbia fatto. – 3° Per i libri che sono ancora in casa dell’avvocato. Puoi farmeli spedire e liberarlo dalla noia. Mi sono fatto costruire una cassa molto capace e cosí posso tenere i libri bene raccolti nel magazzino del carcere. Vorrei sapere se i miei libri di Milano sono tutti a posto, oppure quali sono andati dispersi. Ti scrivo questo, perché con molta sorpresa e alquanto disappunto, ho trovato nel carcere di Roma un detenuto il quale aveva la mia grammatica tedesca: la signora Pina aveva creduto bene regalarla. I libri che avevo a Milano mi servono ancora quasi tutti, perché alcuni non ero ancora giunto a leggerli e altri vorrei rileggere e studiare. Cosí vorrei sapere se a Roma esistono ancora miei libri o se quelli che non hanno trovato posto nella cassetta sono andati dispersi. Dal carcere di Roma, poi, ho mandato fuori il 1° volume delle Memorie di Salandra, che non ho trovato nella cassetta. Puoi informarmi di tutto ciò?; intanto fammi spedire dall’avvocato i libri a lui consegnati dal carcere di Milano. – 4° Ti mando una lista dei volumi che puoi farmi spedire: – a) Hegel – Introduzione alla storia della filosofia, a cura di F. Momigliano (ediz. Laterza, Bari) – b) Guido De Ruggero – Sommario di storia della filosofia (Laterza, Bari) – c) A. Gerbi – La politica del settecento (Laterza, Bari) – e) A. C. Jemolo – Il Giansenismo in Italia (Laterza, Bari) – f) Ben. Croce – La poesia di Dante (Laterza, Bari) – g) Ben. Croce – Poesia e non poesia (Laterza, Bari) – Inoltre -: L’Almanacco letterario per il 1929 (ed. Unitas – Milano) – Il Calendario-Atlante De Agostini per il 1929 – e un libro di Vincenzo Morello sul X Canto dell’Inferno di Dante pubblicato dal Mondadori e di cui non so il titolo esatto. – 5° Avverti la Libreria che non ho ricevuto il n. 38 (11 settembre) della «Rassegna settimanale della Stampa Estera» e il n. di settembre della «Critica» di Benedetto Croce. Forse sono stati inviati a Roma e sono andati smarriti. Vorrei proprio averli.
Carissima Tania, cosí ho sbrigato le cose pratiche. Vorrei poterti scrivere su tante altre cose, chiacchierare con te, come tu scrivi. Ma ancora non sono psicologicamente maturo, o almeno non in tutte le mezze ore in cui ogni due lunedí sono chiamato per scrivere, ne ho la voglia. Tu mi provochi, molto amabilmente, ma io non mi lascio trascinare neanche, come dire?, dalla vanità paterna. Forse, quando sarò piú rimesso e avrò meno mal di capo, ritroverò la buona voglia che avevo a Milano. Ma allora, le cose erano molto diverse: scrivevo 2 lettere ogni settimana e le scrivevo nella mia cella, avendo a disposizione 4-5 ore di tempo. A Roma e qui le cose sono cambiate, anche tecnicamente, perché si scrive in un locale comune, su dei banchi da scuola e bisogna fare il piú in fretta che è possibile. Scrivo molto velocemente e sono portato a scrivere solo di cose molto concrete.
Scrivimi piú a lungo sulla tua salute. Sai che 5 mesi fa, quando ti vidi a Roma, eri ischeletrita. Anche per questo tuo padre ha ragione quando ti fa delle saggie prediche a proposito del tuo viaggio. Devi rimetterti bene, prima di deciderti ad affrontare una lunga fatica. La volta prossima, scriverò per Giulia. Alla mamma scriverò domani, poiché si ha una lettera straordinaria per Natale.
Carissima, ti abbraccio teneramente con tanti auguri
Antonio

– Mi sono ricordato che avevo deciso di scriverti per farmi mandare una grammatica inglese. Vorrei quella di Pietro Bardi, edizione Laterza, Bari, che ho già studiato un po’ all’università, dove ho seguito anche il corso di letter. e lingua inglese. – Non mandarmi, per ora, nessun dizionario. Te lo domanderò io stesso a suo tempo, quando avrò rivisto la grammatica e mi sarò nuovamente orientato. Non ho capito bene quanto mi hai scritto di Fabrizio. Devi ricordare che io non so nulla. Per es. non ho neanche saputo quale sorte abbia avuto Tulli, il mio compagno di cella a Milano.

113.

31 dicembre 1928

Carissimo Carlo,
ho ricevuto un mucchio di cose: i medicinali, le 200 lire, ecc. Ti ringrazio di cuore. Il medico mi ha detto che il Siero Casali mi farà certamente bene. Pare sia la cura piú appropriata. Per Natale è venuta a Turi Tatiana; si è trattenuta abbastanza per avere alcuni colloqui. Mi è dispiaciuto che proprio nei giorni di Natale mi sia sentito poco bene. Ho avuto un attacco di uricemia, con grandi dolori alle reni, alle viscere e alla vescica, che però è già in via di dileguarsi. Cosí temo che Tatiana abbia avuto una impressione falsa della mia condizione generale di salute. In realtà questo è un male doloroso solo quando si fa acuto; ciò che può avvenire di raro, purché si stia attenti a escludere dall’alimentazione ogni cibo irritante o riscaldante. D’ora innanzi starò ancora piú attento che per il passato e spero di evitare ogni altra occasione. La visita di Tatiana, a parte questo contrattempo, mi ha fatto molto piacere, come puoi immaginare.
Ho ricevuto la lettera di mamma del 24, col biglietto e la figurina di Edmea. Sono contento che la mamma stia meglio e vada rimettendosi. Bacia tanto Edmea da parte mia, con qualche leggero pizzicotto nelle parti grasse, e ringraziala delle sue espressioni molto gentili e molto ben dette. Però mi pare che ella, se compone abbastanza bene e sa mettere in frasi spontanee e vive i suoi sentimenti, commette un numero di strafalcioni d’ortografia troppo grande anche per una scolara che è appena in terza. Dev’essere poco attenta e sempre piena di fretta: penso che anche nel parlare, qualche volta rassomigli a un mulinello e si mangi la metà delle parole, inghiottendo l’r con particolare gusto. Bisogna stare attenti a farle fare i compiti con diligenza e con molta disciplina. Nelle scuole sarde di villaggio avviene che una bambina, o un bambino, che in casa è stato abituato a parlare l’italiano (anche se poco e male), per questo solo fatto si trova ad essere superiore ai suoi condiscepoli, che conoscono solo il sardo e quindi imparano a leggere e a scrivere, a parlare, a comporre in una lingua completamente nuova. I primi sembra che siano piú intelligenti e vispi, mentre qualche volta non è, e perciò in famiglia e a scuola, si trascura di abituarli al lavoro metodico e disciplinato, pensando che con l’«intelligenza» supereranno tutte le difficoltà ecc. Ora l’ortografia è proprio il punto dell’asino di questa intelligenza. Se Mea non studia bene e non si corregge di questa deficienza, cosa si potrà pensare? Si potrà pensare che si tratti di una di quelle tante bambine che hanno i nastrini ai capelli, le vestine bene stirate ecc. e poi hanno le mutandine sporche. Diteglielo con un certo garbo, per non farle troppo dispiacere. La sua figurina non mi piace per nulla: non c’è nessuna spontaneità e nessun gusto. Eppure sarebbe tanto bene che imparasse un po’ di disegno.
Caro Carlo, non devi preoccuparti troppo dei denari che mi mandi. Non devi fare sciocchezze inutili. Sai che io sono molto positivo e pratico in queste cose. Ho adesso al libretto 950 lire, depurate di ogni gravame (la cassa l’ho già pagata). Ciò significa che bisogni urgenti non posso averne e che tu non devi stare in pensiero se per qualche mese non ti è comodo mandarmi neanche un soldo. Ti pare? Tanti auguri a tutti per il nuovo anno. Baci affettuosi
Antonio

114.

14 gennaio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto una tua cartolina postale dopo il tuo arrivo a Milano e un pacco di libri che tu hai indicato alla Libreria secondo la mia lettera anteriore al Natale. Ti ringrazio tanto di essere venuta fino a Turi: sono stato molto contento di vederti, come puoi immaginare. Solo avevo paura che un viaggio cosí lungo ti potesse stancare troppo e magari ti facesse star male. A Milano ho passato dei bruttissimi giorni quando ti sei ammalata dopo il viaggio da Roma per visitarmi. – La mia salute si è alquanto rimessa. Non ho più avuto forti dolori alle reni e alle viscere. Continuo la cura del Siero Casali e per indicazione del medico prendo anche il Valero-Fosfer Wassermann: dopo finite le tre bottiglie del Casali farò le iniezioni di Bioplastina e prenderò i Glicerofosfati che tu mi hai lasciato. Ho ricevuto anche la borsa per l’acqua calda, ma la adopererò solo se mi ritornano i dolori forti. Ma a Turi l’inverno è abbastanza mite (in questi giorni c’è un sole primaverile) e spero di non aver ricadute. Nel vitto ho escluso sistematicamente ogni cosa che può irritare lo stomaco: invece dei 200 grammi di vino che avevo prima, mi danno ora 300 grammi di latte: ho cosí un litro di latte al giorno che bevo al mattino e al pomeriggio. Cosí prendo la pasta con la sola ricotta, invece che col pecorino troppo piccante (ma tra poco potrò avere del formaggio non fermentato). Tra breve potrò anche avere il necessario per scrivere in cella e cosí sarà soddisfatta la mia piú grande aspirazione di carcerato. – I libri che ho già ricevuto e che sono indicati nella mia lettera del dicembre sono: L’Almanacco Letterario Unitas e La Politica del 700 di Antonello Gerbi. Non darli perciò piú in lista. Aggiungi invece un opuscolo: Storia e Antistoria di Adriano Tilgher (Bibliotheca Editrice, Rieti). Da Giulia non hai piú ricevuto notizie? Le scrivo poche linee, in attesa che risponda alla mia ultima lettera. Non ho notizie da casa. La mamma sta male. Potresti mandarle le fotografie di Delio e Giuliano? La renderesti felice. Tu riuscirai ad averle di nuovo, io credo. Cara Tania, ti abbraccio teneramente

Antonio

115.

14 gennaio 1929

Carissima Giulia,
attendo ancora la tua risposta alla mia ultima lettera. Quando avremo ripreso una conversazione regolare (se pure a lunghi intervalli), ti scriverò tante cose sulla mia vita, sulle mie impressioni ecc. ecc. Intanto tu devi informarmi sul come Delio interpreta il Meccano. Questo mi interessa molto, perché non ho mai saputo decidere, se il Meccano, togliendo al bambino il suo proprio spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che piú si può raccomandare. Cosa ne pensi tu e cosa ne pensa tuo padre? In generale io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e crei una mentalità astratta (in un senso diverso da quello che per «astratto» s’intendeva nel secolo scorso). C’è stata l’astrattezza determinata da una intossicazione metafisica, e c’è l’astrattezza determinata da una intossicazione matematica. Come deve essere interessante osservare le reazioni di questi principi pedagogici nel cervello di un piccolo bambino, che poi è nostro e al quale siamo legati da ben altro sentimento che non sia il semplice «interesse scientifico». Carissima, scrivimi a lungo. Ti abbraccio forte, forte.
Antonio

116.

29 gennaio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 13 e poi la lettera di Giulia. Hai visto che storia Giulia racconta a Delio, provocandone la monelleria? Eppoi, se è vero che io mi sono sdraiato sulla neve e mi sono messo a fumare, non è vero che passassero dei contadini (chissà quanti!) e mi guardassero con maraviglia. Non passò proprio nessuno, e a ridere era solo Giulia. I contadini, invero, non si maravigliano di nulla e tanto meno di un uomo che fuma, dopo il crepuscolo, sdraiato sulla neve in aperta campagna, mentre una signorina (questa espressione farebbe troppo arrabbiare Giulia), ora seria, ora ridente, lo sta a guardare. Cara Tania, ti devo fare alcune raccomandazioni: 1° di non mandarmi e non farmi mandare dalla Libreria, dei libri nuovi. Ora che potrò scrivere, mi farò un piano di studio e io stesso domanderò i libri che mi abbisognano. Per ora non ne ho bisogno. Mi dispiace che si spenda per dei libri quasi inutili o superflui, mentre poi avrò bisogno di libri piú sostanziosi! 2° Dirai alla Libreria che non ho ricevuto né la «Rassegna settimanale della Stampa Estera», né il «Marzocco» dal 1° gennaio. Non sarà stato rinnovato a tempo l’abbonamento. Solo per l’esattezza, ti avverto che «Critica Fascista» non è stata soppressa almeno fino al 15 dicembre 1928: ne ho visto il sommario a questa data. Se l’abbonamento era stato pagato ai primi del 28, come la Libreria mi scrisse al carcere di Milano, bisognerà domandare i numeri dal febbraio in poi: io ricevetti infatti solo i due numeri del gennaio 1928. Del resto di questa rivista posso farne a meno. 3° Scrivi al signor Antonio Pescarzoli, redattore della «Fiera Letteraria», Piazza S. Carlo 2, Milano, un biglietto su per giú cosí concepito: «Antonio Gramsci, recluso nella Casa di Pena di Turi di Bari, la prega di volergli inviare i cataloghi delle principali Case Editrici italiane e francesi. Il Gramsci è abbonato alla Fiera Letteraria, per il tramite della Libreria Sperling e Kupfer. Le spese di posta le saranno rimborsate». Ringraziamenti, ecc. Se passi per Piazza S. Carlo, vedi di parlare direttamente col Pescarzoli, che è molto gentile. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

117.

9 febbraio 1929

Carissima Tania,
hai ricevuto il mezzo foglio che ti ho scritto 15 giorni fa nella lettera alla mamma? Io ho ricevuto le tue lettere del 4 e del 5 febbraio (con la lettera di Giulia). Qui ha fatto 4 o 5 giorni di gran freddo, con una nevicata eccezionale; ma è stata una parentesi. Il tempo si è rimesso e il sole è nuovamente primaverile. La famosa borsa per l’acqua calda mi è stata utilissima: mi ha aiutato a superare brillantemente la situazione, senza troppo gravi disturbi. Proprio oggi ho ricevuto i 5 numeri del «Marzocco» che non mi erano giunti settimana per settimana. Forse tu hai già avvertito la Libreria che alcune riviste dal 1° dell’anno non mi arrivano piú, come ti ho scritto, e perciò il servizio riprende: non ho ancora ricevuto invece la «Rassegna settimanale della Stampa Estera». Cosí non ho ricevuto il n. del 20 gennaio della «Fiera Letteraria» che mi interessa di avere (gli altri n. li ho avuti). Ti ripeto ancora di avvertire che non mi mandino piú dei nuovi libri. Ora che posso scrivere in cella, prenderò delle note dei libri che mi servono e ogni tanto le invierò alla Libreria. Adesso che posso prendere degli appunti di quaderno, voglio leggere secondo un piano e approfondire determinati argomenti e non piú «divorare» i libri. Penso che solo eccezionalmente, per qualche bel libro di attualità, di cui io non posso conoscere l’esistenza, si può fare a meno del mio avviso. D’altronde la Libreria, che non ha certo uno schedario dei libri già inviati, mi ha già due volte spedito dei doppioni. Sai? Scrivo già in cella. Per adesso faccio solo delle traduzioni, per rifarmi la mano: intanto metto ordine nei miei pensieri. – Mi sono sempre dimenticato di domandarti una notizia che mi interessa molto: potrai informartene presso l’avvocato. Il Giudice Istruttore militare ha avuto delle noie per le dichiarazioni fatte da me e da Terracini al Tribunale Speciale? Se ne è lamentato con l’avvocato? Ciò che egli mi aveva detto era troppo importante per la mia difesa perché io potessi essere tenuto alla discrezione: d’altronde egli non mi parlò da solo a solo, ma in presenza del cancelliere, con abbondanza di particolari, in modo che io credetti di essere autorizzato a servirmi delle sue affermazioni. Tuttavia, se avesse avuto delle noie, mi dispiacerebbe, perché in lui non c’era accanimento contro di me. Cara Tania, scrivimi piú spesso: ti sei dimenticata delle cartoline?
Ti abbraccio
Antonio

Ho ricevuto anche la tua lettera dell’8.

118.

9 febbraio 1929

Carissima Giulia,
avevo pensato di scrivere una lettera particolare, proprio personale, per Delio. Ma Tania mi scrive che egli si trova in casa di Anna e poi la tua brillante narrazione sulle conseguenze dell’avergli raccontato la mia fumata sulla neve, mi fa esitare. Voglio prima avere il tuo consiglio. Mi pare che Delio sia molto reattivo, come era già a Roma e a Trafoi e non vorrei impressionare troppo la sua sensibilità. Perciò preferisco attendere il tuo parere.
La mia impressione su Tania è abbastanza buona. Quando la vidi a Milano l’ultima volta, ma specialmente a Roma, 7 mesi fa circa, era molto debole. Invece nel dicembre mi parve rimessa in parte e piú forte. Io non avrei voluto che ella facesse un cosí lungo viaggio per avere qualche mezz’ora di colloquio: ma è venuta all’improvviso, e poi, naturalmente, ne sono stato molto felice. Adesso dovrei farti un grande elogio di Tatiana, e della sua grande bontà. Ma non lo faccio, perché qualche volta esagera e finisce per operare come se mi giudicasse completamente sprovvisto di senso pratico, assolutamente incapace di vivere senza un istitutore o una bambinaia. Qualche volta mi ha persino fatto arrabbiare, ma piú spesso mi ha fatto ridere, sebbene da qualche tempo io rida poco e non abbia voglia di scherzare come una volta. Credo che questo sia il piú notevole mutamento avvenuto in me. Insomma ho concluso che Tatiana è il migliore esemplare di tutta la famiglia Schucht, che pure il famoso Diogott mi affermava essere una famiglia modello (non te l’avevo mai detto, ma adesso te lo dico per farti arrabbiare!); la sola che rassomigli veramente alla tua mamma.
Cara, è proprio vero ciò che scrivi: anch’io vorrei scriverti tante cose, ma non riesco a vincermi, a superare una specie di ritegno. Credo che dipenda dalla nostra formazione mentale moderna, che non ha ancora trovato dei mezzi di espressione adeguati e propri. Io sono sempre un po’ scettico e scanzonato e mi pare che se esprimessi tutto ciò che vorrei, non potrei superare un certo convenzionalismo e un certo melodrammaticismo che è quasi incorporato nel linguaggio tradizionale. Lo stesso studio professionale che ho fatto delle forme tecniche del linguaggio mi ossessiona, ripresentandomi ogni espressione in forme fossilizzate e ossificate che mi destano ripugnanza. Tuttavia sono convinto che tra noi non si spezzerà mai il contatto intimo.
Ti abbraccio forte forte
Antonio

119.

24 febbraio 1929

Carissima Tatiana,
ho ricevuto le tue tre cartoline (anche quella con gli scarabocchi di Delio), poi ho ricevuto i libri che avevo al carcere di Milano e ho constatato che il tuo bauletto inglese ha fatto miracoli, perché, imperterrito, ha superato il viaggio a piccola velocità, con ruzzoloni connessi, senza subire nessun danno e sfregio permanente; inoltre ho ricevuto le due paia di calze rammendate che ti avevo lasciato a Roma e le Memorie di Salandra. Ringrazia l’avvocato per il disturbo che gli ho arrecato coi libri, sebbene il baule fosse un po’ riempito come di patate: non ho potuto ancora fare una identificazione precisa, ma mi pare che alcuni libri manchino; non fa nulla! Mi ha molto divertito la storia della conferenza di Innocenzo Cappa. Questo tipo è un po’ il prezzemolo di tutte le salse intellettuali milanesi; e ancora, l’immagine è troppo favorevole a lui, perché il prezzemolo nella salsa compie una funzione utile e congrua, mentre il Cappa sta al mondo della cultura come il tarlo sta all’arte dell’abbigliamento. Una volta era il piagnone della democrazia lombarda; l’avevano anzi battezzato meglio: siccome Cavallotti era stato chiamato il bardo della democrazia, il Cappa ne fu chiamato il bardotto e bardotto è il mulo nato dall’incrocio di un’asina e un cavallo. Una figura intellettualmente nulla e moralmente discutibile.
Qui il tempo pare rimesso; pare che si senta finalmente l’odore della primavera. Ciò mi fa ricordare che si avvicina l’epoca delle zanzare, che l’anno scorso mi hanno tormentato assai. Desidererei perciò avere un pezzo di velo di zanzariera, per essere in grado di riparare la faccia e le braccia appena se ne presenti la necessità. Non molto grande, naturalmente, perché altrimenti forse non sarebbe neanche permesso; penso della superficie di un metro e mezzo quadrato. Poiché ci sono, ti espongo qualche altro desiderio: avere qualche matassina di lana per rammendare le calze. Ho studiato i rammendi delle due paia ricevute e mi pare che non oltrepassino la mia perizia. Bisognerebbe anche disporre di un ago d’osso, capace per la lana. Inoltre desidererei avere anche qualche fava americana per il tabacco, perché le altre hanno già perduto il profumo. Mi sono sempre dimenticato di scriverti di non mandarmi l’apparecchio per il meta, perché io ne possiedo già uno tutto d’alluminio; non ho mai domandato di averlo in cella, perché ho saputo che ad altri è stato rifiutato; d’altronde non mi serve molto. L’ho tenuto perché sono persuaso che col tempo lo permetteranno in tutte le case di pena, giacché in parecchie è già entrato e viene provveduto dalla stessa amministrazione.
Cara, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

Mandami anche, se puoi, i semi di qualche bel fiore.

120.

11 marzo 1929

Carissima Tatiana,
bisogna proprio che ti ringrazi cordialmente per la tua frequenza nello scrivere: quando ricevo della corrispondenza provo una vera gioia, un po’ fanciullesca persino. Oggi stesso ho ricevuto la tua cartolina di 200 lire; avevo pochi giorni fa ricevuto 200 lire da Carlo e cosí alla fine del mese avrò ancora a libretto 1150 lire, una somma rispettabile, come vedi. Nella cartolina di oggi scrivi di «lettere di Giulia e di libri», che avrei dovuto ricevere. Di Giulia ho ricevuto l’ultima lettera il 2 marzo, speditami da te il 28 febbraio: accenni a quella? Altre non ne ho ricevuto. Quindici giorni fa ti scrissi mezza lettera, che forse ti è stata spedita in ritardo da Carlo, dove, tra l’altro ti domandavo alcune cose: m’ero dimenticato però di pregarti di mandarmi anche qualche scatola di Ovomaltina, giacché sto per ultimare quella speditami da Carlo qualche mese fa. I libri spediti dall’avvocato li ho ricevuti. Ne mancano alcuni: certamente mancano i seguenti, come ho controllato: Benedetto Croce, Storia della storiografia italiana nel sec. XIX; Guglielmo Ferrero, Le due verità; La terza Roma; Alessandro Zévaès, Histoire de la IIIeme Republique; Upton Sinclair, Le pétrole; Enrico Ferri, Mussolini, uomo di Stato. Un volume di uno come «Bucard» sull’Intelligence Service inglese con prefazione di Stéphane Lauzanne (non ricordo il titolo). Questi libri devono essere in casa della signora Pina e desidererei averli, specialmente quello di Croce: pensa che questo l’ho già comprato tre volte e sempre mi è stato rapinato. Ora basta. Costa 40 lire: ho speso 120 lire e dovrei ancora spenderne 40 (cioè 160 lire) per avere un libro che mi è indispensabile: mi pare una esagerazione troppo esagerata. Ti prego perciò di ricercarli e di tenermi informato: ho proprio l’impressione che siano stati scelti e trattenuti a bella posta e ciò mi esaspera. Mi pare che lasciar passare sarebbe una sciocchezza, e non bisogna avere troppi riguardi contro certe indelicatezze: questa gente sa bene che sono in carcere e che i sacrifizi che i miei fanno per me non devono essere sfruttati da terzi. Credi: sono proprio esasperato. Dillo, anche, se è necessario, al signor Tullo, o faglielo capire. L’ho visto a Milano, mentre ero a colloquio insieme a suo fratello, e mi ha fatto un’impressione spiacevole, proprio di un collotorto. Mi è dispiaciuto assai, dopo averli visti, che tu abbia dovuto far conoscenza con quella gente. Basta. Il 19 è l’onomastico di mia madre: puoi mandarle un telegramma coi miei auguri? Sarà una sorpresa gradita per lei. Carissima Tania, ti scrivo sempre per darti fastidi e incarichi che ti fanno stancare. Voglimi bene lo stesso
Antonio

Non ho ancora ricevuto la «Rassegna settimanale della Stampa Estera» dal 1° dell’anno. Ma vedrò di aspettare ancora un po’. Ti abbraccio.

121.

11 marzo 1929

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera del 21 febbraio, alla quale non potrei rispondere in altro modo che facendoti una carezza. Però… dopo averti accarezzato, vorrei aggiungere qualche cosa. Ciò che mi scrivi, io già lo sapevo, perché lo immaginavo. Capisci? Il tuo «Giappone» io sapevo che esisteva alle tali e tali longitudini e latitudini, ecc. Ciò che mi sfugge, è come il «Giappone» si sviluppi, attraverso quali concrete forme di vita la sua esistenza si svolga. So troppo poco della tua vita e della vita dei bambini, e la mia fantasia, senza alimento, gioca nel vuoto. Forse è un’ossessione determinata dalla vita del carcere, ma, insomma, la sento e non voglio nascondertela. Dalla fotografia mi sembra che tu sia stata male; tu stessa hai accennato che devi fare delle cure e che l’astenerti da certi medicinali ti nuoce. Ma piú di queste cose fuggevoli e vaghe io non so, e ciò qualche volta mi ossessiona veramente. – Mi sono sempre dimenticato di scriverti che qualche mese fa è morto il maestro Domenico Alaleona, il tuo professore al conservatorio. È morto proprio male, nel peggiore momento della sua vita. Da un giornale letterario ho appreso questi particolari. Dopo la soppressione del «Mondo», di cui l’Alaleona era redattore, ordinario, egli passò, fresco, fresco, al «Lavoro d’Italia», recentemente soppresso anch’esso, e con altri ex redattori del «Mondo» divenne un pezzo grosso del Sindacato degli artisti e scrittori fascisti; prima che morisse scoppiò uno scandaletto, poiché venne pubblicato che il «Lavoro d’Italia» aveva pagato 150.000 lire un romanzaccio d’appendice, scritto in cooperativa da 10 di questi scrittori, in maggioranza democratici fino al novembre 1926 e divenuti fascisti dopo le leggi eccezionali. I vecchi fascisti fecero un’offensiva in piena regola contro questi ultimi venuti e il governo sciolse l’organizzazione degli artisti, licenziando l’Alaleona dal posticino che si era procurato. Una sua opera breve, in un atto, mi pare, aveva fatto mezzo fiasco poco prima. – Cara, spero che ti deciderai a darmi maggiori particolari sulla tua salute. Come è stato il freddo da voi e come l’avete sopportato? Io adesso sto abbastanza bene e dormo qualche mezz’ora di piú. Poi mi sono ingolfato in traduzioni dal tedesco e questo lavoro mi calma i nervi e mi fa stare piú tranquillo. Leggo meno, ma lavoro di piú. Pare che ci sia qualche altra tua lettera in viaggio per me, a quanto accenna Tatiana: se mi darai particolari, ti scriverò piú a lungo la prossima volta. Ti abbraccio forte forte
Antonio

122.

25 marzo 1929

Carissima Tania,
ti invio una lista dei libri che dovrebbero essere a Roma, se la memoria non mi tradisce per qualche d’uno. Naturalmente ciò non vuol dire che essi debbano essermi spediti immediatamente. Tutt’altro. Per adesso ho molto da leggere. Ma si tratta di libri, che avevo comprato coll’intenzione di fare determinate ricerche, che rientrano perciò in un quadro culturale, e che mi serviranno in avvenire. Ecco la lista di quelli che ricordo (talvolta il titolo è solo approssimativo): 1° L’Europa politica nel secolo XIX. È un grosso volume in 8°, stampato a Brescia a cura di quella Camera di Commercio nel 1926. È una raccolta di conferenze. Questo libro sarei lieto di averlo subito. 2° Benedetto Croce – Elementi di Politica – 3° B. Croce – Breviario di Estetica – 4° B. Croce – Hegel (di questo non sono sicuro se ci sia: forse l’avevo dato in lettura a qualcuno) – 5° Gaetano Salvemini – Mazzini (di Salvemini ci deve essere qualche altro libro) – 6° Roberto Michels – Il Partito Politico. Le tendenze oligarchiche della democrazia moderna – Ediz. ital. del 1924 della Utet di Torino. C’è anche l’edizione francese di prima della guerra – 7° Raffaele Ciasca – Origini del Programma dell’Unità Nazionale. (Questi libri mandarli per i primi). – 8° Un volume francese sulle finanze italiane negli anni dopo il 1890. Non ricordo né il titolo né l’autore – 9° Janroy. Della signorina Janroy ho già ricevuto un volume sulla storia della lingua italiana: ma ne avevo anche un secondo volume sullo stesso argomento – 10° Maurice Pernot – L’expérience italienne – 11° Maurice Pernot: La politique du Vatican – Ed. Colin. – 12° Werner Sombart – Il capitalismo moderno – Ed. Vallecchi – 13° Diambrini-Palazzi – La filosofia di Antonio Labriola – 14° Di Antonio Labriola ci deve essere l’edizione postuma delle sue lezioni all’Università di Roma, forse intitolata «Da un secolo all’altro» – e un volume su Socrate curato da B. Croce. – 15° Marx – Storia delle dottrine Economiche: 1° Dall’origine della teoria del valore ad Adamo Smith – 2° Davide Ricardo – 3° Da Ricardo all’economia volgare – 8 volumetti – Ed. Costes. – 16° Un numero unico della «Rassegna Italiana» dedicato ai primi 25 anni di regno di Vittorio Emanuele III – 17° don Ernesto Vercesi – Storia del movimento cattolico in Italia – Ed. «La Voce» – 18° Maurice Muret – Titolo francese press’a poco: La decadenza delle razze bianche – 19° De Rossi – Il Partito Popolare dalla fondazione al 1920 – 20° Congresso dell’Unione Nazionale – 21° Jacques Maritain – Difesa di Carlo Maurras – 22° Libri sull’attività dell’ambasciatore Georges Louis – Devono essere tre o quattro volumetti – 23° Paolo Cambon – La diplomazia – 24° Mathiez – I due primi volumetti della Rivoluzione Francese nei Manuali Colin – 25° Rapporto sull’attività della Commissione dei 18 per lo Stato Corporativo – Ediz. dello Stato per il Parlamento – 26° Rodolfo Mondolfo – Il materialismo storico di F. Engels – Ed. Formiggini – 27° Levy – Introduzione alla scienza delle finanze (in francese). Questi ricordo che c’erano. I primi 7 vorrei averli al piú presto. Gli altri molto dopo. Ho ricevuto finalmente «La rassegna settimanale». La libreria mi ha mandato ancora qualche libro. Come ti ho già scritto parecchie volte, è bene che libri non mi siano piú mandati, se prima io stesso non li richiedo. Per molte ragioni, 1° Perché ho già da leggere per un pezzo; 2° e piú importante. Perché solo se li domando io, i libri rientrano nel piano intellettuale che io stesso voglio costruire. Ho deciso di occuparmi prevalentemente e di prendere note su questi tre argomenti: – 1° La storia italiana nel secolo XIX, con speciale riguardo della formazione e dello sviluppo dei gruppi intellettuali; – 2° La teoria della storia e della storiografia; 3° L’americanismo e il fordismo. Di Ford ho i due volumi usciti in francese: «La mia vita», «Oggi e domani» e qualche volume: «Sigfried» e «Lucien Romier». Vorrei avere, se sono stati tradotti in francese, alcuni romanzi di Sinclair Lewis, specialmente Elmer Gantry. Sulla teoria della storia vorrei avere un volume francese uscito recentemente: Boukharine – Théorie du matérialisme historique, Editions Sociales – Rue Valette 3, Paris (Ve) e le Oeuvres philosophiques di Marx, pubblicate dall’ed. Alfred Costes – Paris: Tome Ie: Contribution à la critique de la Philosophie du droit de Hegel – Tome II: Critique de la critique critique, contro Bruno Bauer e consorti. – I libri piú importanti di Benedetto Croce in proposito li ho già. Ho visto che è uscito recentemente un vol. di Enrico Ruta: Politica e Ideologia, ma non ho visto citato l’editore: forse è Laterza di Bari. Sul primo argomento ho già qualcosa. Mi ricordo che a Roma devo avere sul risorgimento anche un volume di Piero Gobetti: La rivoluzione liberale, e un volume di Giuseppe Prezzolini: La Cultura Italiana. – Cosí ho finito. –
Ho ricevuto una cartolina della signora Malvina Sanna, Corso Indipendenza 23, la quale mi domanda dei consigli per suo marito a proposito dei libri di filosofia. Scrivile che io non posso risponderle direttamente, che sto abbastanza bene, ecc. ecc., che saluto molto cordialmente suo marito, ecc. Trascrivile poi questo pezzo: «Il miglior manuale di Psicologia è quello di William James, tradotto in italiano e pubblicato dalla Libraria Milanese: deve costare molto, perché prima della guerra costava 24 lire. Non esiste un trattato di Logica, all’infuori dei soliti manuali scolastici per i Licei. Mi pare che Sanna parta troppo da criteri scolastici e si illuda di trovare in libri di questo genere piú di quello che essi realmente possono dare. La psicologia, per esempio, si è quasi completamente staccata dalla filosofia, per diventare una scienza naturale, come la biologia e la fisiologia: anzi per studiare a fondo la psicologia moderna, bisogna avere molte conoscenze specialmente di fisiologia. Cosí la logica formale, astratta non trova oggi molti cultori, eccetto che nei seminari dove si studia a fondo Aristotele e S. Tomaso. La dialettica, d’altronde, cioè la forma del pensiero storicamente concreto, non è stata ancora manualizzata. Secondo me, Sanna dovrebbe far cosí, per migliorare la sua cultura filosofica: 1° studiare un buon manuale di Storia della Filosofia, per esempio, il Sommario di Storia della Filosofia di Guido De Ruggero (Bari, Laterza, L. 18) e leggere alcuni dei classici della filosofia, sia pure in estratti, come quelli pubblicati dallo stesso editore Laterza di Bari nella Piccola Biblioteca Filosofica dove sono apparsi volumetti di passi scelti di Aristotele, Bacone, Cartesio, Hegel, Kant, ecc., commentati. Per mettersi al corrente con la dialettica dovrebbe leggere, seppure molto faticoso, qualche grosso volume di Hegel. L’Enciclopedia tradotta mirabilmente dal Croce, costa oggi molto, però: circa cento lire. Un buon libro su Hegel è anche quello del Croce, purché si ricordi, che in esso Hegel e la filosofia hegeliana fanno un passo avanti e due indietro: viene superata la metafisica, ma si ritorna indietro nella questione dei rapporti tra il pensiero e la realtà naturale e storica. In ogni caso questa mi pare la via da seguire: niente manuali nuovi (il Fiorentino basta), e invece lettura e critica personale dei grandi filosofi moderni». Mi pare che basti cosí.
La collezione di dizionari è quella «Toussaint-Langescheidt». Il tedesco ital. e it. ted. io lo avevo a Roma. Vorrei quello inglese-italiano o inglese-francese, non il viceversa, per ora. Quello russo-italiano, che voleva Giulia, nel 25 era ancora in preparazione: forse oggi è già uscito. Carissima, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

Vorrei avere i discorsi del Capo del Governo del 1927 e 1928, che vengono pubblicati dalla Casa ed. «Alpes» di Milano, e appena esce l’Annuario Statistico Italiano 1929, pubbl. dall’Istituto Centrale di Statistica dello Stato.

123.

22 aprile 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue cartoline del 13 e del 19 aprile. Aspetterò con pazienza le notizie di casa. Credo che anche tu ti sia accorta, in quei pochi momenti che ci siamo visti, quanto io sia divenuto paziente. Lo ero anche prima, ma solo in virtú di un grande sforzo su me stesso: era una certa qualità diplomatica, necessaria per entrare in rapporto con gli imbecilli e con la gente noiosa, della quale purtroppo non si può fare a meno. Ora, invece, non mi costa nessuna fatica: è diventata un’abitudine, è l’espressione necessaria della routine carceraria, ed è anche un elemento di autodifesa istintiva. Qualche volta però questa «pazienza» diventa una specie di apatia e di indifferenza, che non riesco a superare: credo che ti sia accorta anche di questo e che un po’ ti abbia addolorato. Non è una novità neanche questo, sai? Tua madre se n’era accorta fin dal 1925 e Giulia me lo riferí. La verità è che fin da quegli anni io, per dirla con una immagine di Kipling, ero come una capra che ha perduto un occhio e gira in circolo, sempre sulla stessa ampiezza di raggio. Ma veniamo a qualcosa di piú allegro.
La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti piú tenere sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme. Non è morta, almeno finora. La catastrofe solare era inevitabile, perché potei coprirla solo con della carta, che il vento portava via; sarebbe stato necessario avere un bel mazzo di paglia, che è cattiva conduttrice del calore e nello stesso tempo ripara dai raggi diretti. In ogni modo la prognosi è favorevole, a eccezione di complicazioni straordinarie. I semi hanno tardato molto a sortire in pianticelle: tutta una serie si intestardisce a fare la vita podpolie. Certo erano semi vecchi e in parte tarlati. Quelli usciti alla luce del mondo, si sviluppano lentamente, e sono irriconoscibili. Io penso che il giardiniere, quando ti ha detto che una parte dei semi erano bellissimi, voleva dire che erano utili da mangiare; infatti alcune pianticelle rassomigliano stranamente al prezzemolo e alle cipolline piú che a fiori. A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere, ma rimango incerto tra le due concezioni del mondo e dell’educazione: se essere roussoiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai ed è fondamentalmente buona o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell’evoluzione la mano esperta dell’uomo e il principio d’autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie. Le sei piantine di cicoria si sono subito sentite a casa loro e non hanno avuto paura del sole: già cacciano fuori il fusto che darà i semi per le messi future. Le dalie e il bambú dormono sotterra e non hanno ancora dato segno di vita. Le dalie specialmente credo siano veramente spacciate. – Poiché siamo su questo argomento, voglio pregarti di mandarmi ancora quattro qualità di semi: 1° di carote, ma della qualità detta pastinaca, che è un piacevole ricordo della mia prima fanciullezza: a Sassari ne vengono di quelle che pesano mezzo chilo e prima della guerra costavano un soldo, facendo una certa concorrenza alla liquerizia; – 2° di piselli; – 3° di spinacci; – 4° di sedani. Su un quarto di metro quadrato voglio mettere quattro o cinque semi per qualità e vedere come vengono. Li puoi trovare da Ingegnoli, che ha negozio in piazza del Duomo e in via Buenos Ayres; cosí ti farai dare anche il catalogo, dove è indicato il mese più propizio per la semina.
Ho ricevuto un altro biglietto dalla signora Malvina Sanna (Corso Indipendenza 23). Trasmettile queste linee:
«Comprendo le difficoltà finanziarie per procurarsi i libri da me indicati precedentemente. Anch’io l’avevo fatto notare; ma il mio incarico era quello di rispondere a domande precise. Rispondo oggi a una domanda che, anche se non rivoltami, era implicita, e perché capisco che risponde a un bisogno generale di chi è carcerato: “come fare a non perdere il tempo in carcere e a studiare qualcosa in qualche modo?” – Mi pare che prima di tutto sia necessario spogliarsi dell’abito mentale “scolastico”, e non porsi in testa di fare dei corsi regolari e approfonditi: ciò è impossibile anche per chi si trova nelle migliori condizioni. Tra gli studi piú proficui è certo quello delle lingue moderne: basta una grammatica, che si può trovare anche nelle bancarelle dei libri usati per pochissimi soldi, e qualche libro (anch’esso magari usato) della lingua scelta per lo studio. Non si può imparare la pronunzia parlata è vero, ma si saprà leggere e questo è già un risultato ragguardevole. – Inoltre: molti carcerati sottovalutano la biblioteca del carcere. Certo le biblioteche carcerarie, in generale, sono sconnesse: i libri sono stati raccolti a caso, per donazione di patronati che ricevono fondi di magazzino dagli editori, o per libri lasciati da liberati. Abbondano di libri di devozione e di romanzi di terz’ordine. Tuttavia io credo che un carcerato politico deve cavar sangue anche da una rapa. Tutto consiste nel dare un fine alle proprie letture e nel saper prendere appunti (se si ha il permesso di scrivere). Faccio due esempi: – a Milano io ho letto una certa quantità di libri di tutti i generi, specialmente romanzi popolari, finché il direttore non mi ha concesso di andare io stesso in biblioteca a scegliere tra i libri non ancora passati in lettura o fra quelli che per un particolare sapore politico o morale, non erano dati in lettura a tutti. Ebbene, ho trovato che anche Sue, Montépin, Ponson du Terrail ecc. erano abbastanza se letti da questo punto di vista: “perché questa letteratura è sempre la piú letta e la piú stampata? quali bisogni soddisfa? a quali aspirazioni risponde? quali sentimenti e punti di vista sono rappresentati in questi libracci, per piacere tanto?” Eugenio Sue perché è diverso da Montépin? e Victor Hugo non appartiene anche lui a questa serie di scrittori per gli argomenti che tratta? E Scampolo o l’Aigrette o la Volata di Dario Nicodemi non sono forse la filiazione diretta di questo basso romanticismo del 48? ecc. ecc. ecc. Il secondo esempio è questo: – uno storico tedesco, Gruithausen, ha pubblicato recentemente un grosso volume in cui studia i legami tra il cattolicismo francese e la borghesia nei due secoli prima dell’89. Egli ha studiato tutta la letteratura di devozione di questi due secoli: raccolte di prediche, catechismi delle diverse diocesi ecc. ecc. e ha messo insieme un magnifico volume. – Mi pare che sia sufficiente per provare che si può trar sangue anche dalle rape perché in questo caso rape non esistono. Ogni libro, specialmente se di storia, può essere utile da leggere. In ogni libercolo si può trovar qualcosa che può servire… specialmente quando si è nella nostra condizione e il tempo non può essere valutato col metro normale».
Cara Tatiana, ho scritto anche troppo e ti costringerò a fare un esercizio di calligrafia. – A proposito: ricordati di disporre perché non mi siano più mandati dei libri, finché io non avvertirò. Caso mai, se vengono fuori libri che ritieni mi possano essere utili, falli mettere da parte per spedirli quando io li domanderò. Carissima, spero davvero che il viaggio non ti abbia stancato troppo. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

124.

6 maggio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue due lettere e le due lettere di Giulia; non ho invece ricevuto la «lunghissima» annunziata imminente il 30 aprile. Tra quindici giorni scriverò tutta la lettera per Giulia e per Delio; cosí non potrò ribattere i rimproveri che, immagino, mi scriverai. D’altronde non devi mai prendere in senso assoluto ciò che ti scrivo: certo io sono molto cambiato, ma può darsi che si tratti solo di un fenomeno provvisorio, legato alla vita eccezionale del carcere. Penso che abbiano contribuito molto a ciò, i fatti che mi sono successi nel carcere di Milano e che ho riferito al Tribunale Speciale in contradditorio col vice-questore De Sanctis. La diffidenza si è mutata in un abito di apatia e di indifferentismo, che forse è una forma istintiva di autodifesa.
A proposito dei 500 franchi che devi ancora pagare, io credo che vi converrebbe liberarvi completamente dell’aggravio, liquidando l’ipoteca con la terra stessa, cioè vendendola e intascando il residuo, se ce n’è. Tutta questa storia, quando l’ho saputa, mi ha fatto alquanto ridere e mi ha provato la mancanza di senso pratico in tutti voi: credo che ci sia qualcuno che vi ha sfruttato, godendosi la terra e raccogliendone i frutti. Non sarei maravigliato se, al momento in cui avrete pagato l’ultimo centesimo dell’ipoteca, faceste la scoperta che la terra non vi appartiene piú, in virtú di qualche articolo del Codice civile svizzero, riguardante l’incuria dei proprietari e il possesso continuato da parte di terzi, senza che il proprietario abbia fatto nel frattempo atti di podestà. Che ci possano un giorno vivere i bambini, mi pare un’idea affettuosa suggerita dai ricordi del passato. Quanto ai disegni di Vittorio, non fidartene, per carità! Io ne ho conosciuto qualcuno, e ho dovuto sudare quattro camicie perché a Vittorio non succedesse qualche brutto scherzo. Io penso, in conclusione, che tu devi scrivere a tuo padre tutta la verità: la cifra di ciò che hai speso, facendogli ricordare o sapere che nello stesso tempo egli spendeva la stessa somma, e quanto rimane ancora da pagare. In realtà tu non sai nulla di nulla di ciò che il vostro fiduciario o amico ha fatto per conto vostro, e scommetto che tra tutti non avete neanche piú il titolo di proprietà. – A proposito di quanto ho scritto su Vittorio, non devi pensare che io non lo stimi e non gli voglia bene: egli è appunto originale e ricchissimo di fantasia, e i suoi progetti se ne risentono moltissimo; non so dove è nato, ma mi piacerebbe sapere se è nato in Provenza.
Attendo con ansia le babouches beduine; mi pare che devano andare bene perché le ho viste ad Ustica durante un ricevimento presso i beduini che erano là confinati. A proposito, sai che uno di questi beduini, un certo Haussiet, veniva quasi ogni giorno a trovarmi per vedere la fotografia di Delio; egli aveva lasciato un bambino a Bengasi e si maravigliava che una fotografia potesse essere cosí espressiva, dolente che la sua religione proibisse di riprodurre la figura umana. Gli dissi che Kemal adesso permetteva di fotografarsi e allora disse che la moglie era troppo stupida per sapere cos’era la fotografia e che l’avrebbe ripudiata. Gli dissi che Kemal proibiva la poligamia e allora si afflisse, perché nonostante tutto, per lui Kemal era come il papa del maomettanesimo. – Cara Tania, ti abbraccio teneramente, e attendo la tua lunga lettera.
Antonio

125.

20 maggio 1929

Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza; avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore! – Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma. D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato, mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti. – Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio, le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni. E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso. Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato.
Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio? – Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi. – Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente
Antonio

126.

20 maggio 1929

Caro Delio,
ho saputo che vai a scuola, che sei alto ben 1 metro e 8 centimetri e che pesi 18 chili. Cosí penso che tu sei già molto grande e che tra poco tempo mi scriverai delle lettere. In attesa di ciò, puoi già oggi fare scrivere alla mamma, sotto la tua dettatura, delle lettere, come facevi scrivere a me, a Roma, i pimpò per la nonna. Cosí mi dirai se a scuola ti piacciono gli altri bambini e cosa impari e come ti piace giocare. So che costruisci aeroplani e treni e partecipi attivamente all’industrializzazione del paese, ma poi questi aeroplani volano davvero e questi treni corrono? Se ci fossi io, almeno metterei la sigaretta nella ciminiera, in modo che si vedesse un po’ di fumo!
Poi mi devi scrivere qualche cosa di Giuliano. Che te ne pare? Ti aiuta nei tuoi lavori? È anch’egli un costruttore, oppure è ancora troppo piccolo, per meritarsi questa qualifica? Insomma io voglio sapere un mucchio di cose e poiché tu sei cosí grande, e, mi hanno detto, anche un po’ chiaccherino, cosí sono sicuro che mi scriverai, con la mano della mamma, per adesso, una lettera lunga lunga, con tutte queste notizie e altre ancora. E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola* che voglio educare. Bacia Giuliano per conto mio e anche la mamma e tutti quanti di casa e la mamma bacerà te a sua volta per conto mio.
Toi papa

*Ho pensato che tu forse non conosci le lucertole: si tratta di una specie di coccodrilli che rimangono sempre piccini.

127.

3 giugno 1929

Carissima Tania,
ho qui davanti due tue lettere e cinque cartoline (l’ultima del 23 maggio) alle quali dovrei rispondere in ordine, diligentemente. Ma non lo farò. Hai ricevuto la lettera spedita da casa e l’altra per Giulia? La prima deve esserti arrivata con molto ritardo, come mi scrive mia madre.
Il cambiamento di stagione, col caldo notevole che già si fa sentire, mi ha depresso e mi sto instupidendo. Sento addosso una stanchezza enorme e una certa debolezza generale, nonostante che continui a prendere i ricostituenti; ma credo che non durerà a lungo. Non è una cosa nuova e perciò non mi preoccupa. Mi annoia perché mi fa perdere il gusto del leggere e mi ottunde la memoria e la sensibilità generale.
Sabato ho ricevuto il tuo pacco, che in via eccezionale mi è stato consegnato. Ti ringrazio. Ma io credevo che dentro ci fosse la lana per le calze, ecc., invece sono rimasto deluso e preoccupato. Davvero. E ti raccomando di non lasciarti prendere la mano dalla fantasia e dall’astratta concezione dell’«utile», del «necessario», ma di tenerti alla concretezza del «carcerario», cioè di quello che io ti ho richiesto. Dalle tue cartoline appare a questo proposito la trama di un romanzo con propositi, pentimenti, dilemmi laceranti, velleità, desideri, ecc. Non sarebbe meglio essere piú sobri e risoluti? Ti pare? È vero che il tuo modo di fare mi diverte, ma questo non è una giustificazione (per te almeno). Mi diverte perché mi convince che tu sei la meno pratica delle persone, nonostante tutte le pretese che hai spesso sfoggiato verso di me. Io sono stato invece sempre l’uomo piú pratico di questo mondo: tante cose non le facevo solo perché me ne infischiavo allegramente, cioè apparivo non pratico perché lo ero troppo, fino all’esagerazione. E non ero compreso! Una cosa veramente tragica.
Adesso credo sia possibile fare un bilancio floreale consuntivo, abbastanza esatto. Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia. La cicoria è tutta in fiore e darà molta semenza per le prossime stagioni. La canna ha già cacciato fuori una foglia larga come la mano e ne sta preparando un’altra: pare che attecchisca bene. Le dalie sono ancora in incubazione e non se ne sa niente; pertanto si può presumere che un giorno o l’altro vogliano nascere, perché io ignoro la loro stagione. La rosa sta incominciando a buttare, dopo che sembrava ridotta in desolati stecchi. Ma riuscirà a vincere i prossimi caldi estivi? Mi pare troppo meschina e mal ridotta per essere da tanto. È vero che la rosa non è, in fondo, che un pruno selvatico, e quindi molto vitale… Vedremo. Ti avrei voluto mandare un fiore di cicoria, ma poi ho pensato che esso è buono, tutt’al piú, per incominciare uno stornello. Nella cartolina del 14 maggio trovo che vorresti un nuovo elenco dei libri che ti avevo domandato quando eri qui. Mi pare di avere ricevuto tutto. Se manca qualcosa, non importa: se è importante me ne ricorderò. Non mandarmi nessuna traduzione che non sia della Slavia anche se si presenta sotto veste autorevole. – Della «Slavia» ho ricevuto tutto il pubblicato, eccettuati i primi volumi esauriti, e gli ultimissimi [eccetto] Anna Karenina che non ho ancora ricevuto. Ho visto che hanno ristampato Il villaggio di Stepancikovo di Dostoievski, che puoi farmi mandare. Vorrei avere anche questi altri libri: – Henri de Man, Il superamento del Marxismo, Bari, Laterza (uscito in questi giorni); Ferdinando d’Amato, Gentile e Francesco Flora, Croce – due volumetti stampati a Milano dalle «Edizioni Athena», collezione «Pensatori d’oggi», e la Storia delle religioni di Adolfo Omodeo, un volumetto stampato dall’edit. Principato di Messina in una collezione scolastica. – Per i libri di Roma occorre aspettare ancora, perché non ho posto: però domani farò la domandina (è un termine carcerario) per essere autorizzato a spedire a casa una cassetta di libri.
Cara Tanía, fammi sapere qualcosa di te. Come stai, adesso? Ti sei rimessa bene? Ti abbraccio
Antonio

128.

Carissima Giulia,
ti saluto, insieme con Delio e Giuliano. E poiché spesso ci sono tanti ritardi prima che le mie lettere ti giungano sarà necessario che già da oggi mandi gli auguri per i prossimi cinque anni di Delio. In ogni modo, l’incarico degli auguri te lo do: tanti, tanti. Ricordi? Già cinque anni. E adesso Delio è già grande. Chissà che impressione ti fa vederlo crescere. Io lo ricordo nell’aprile ’25, quando aveva la coqueluche, e mi sembrava cosí infelice! Quando lo rividi nel ’26 mi sembrò un altro, assolutamente diverso. Adesso, stando ai limiti legali della mia condanna, lo dovrei rivedere quando avrà 23 anni e, con la fretta dei giovani, quando avrà già moglie e figli. Sarà ancora piú diverso dall’aprile ’25. Scherzo. Ma penso che avrà figli, perché, se la città vuol difendersi dall’invasione della campagna e non perdere la sua egemonia storica, le nuove generazioni dovranno mutare i loro punti di vista sulla prolificità, specialmente da voi. Se la città cresce per immigrazione e non per la sua stessa forza genetica, potrà compiere la sua funzione dirigente o non sarà sommersa, con tutte le sue esperienze accumulate, dalla conigliera contadina? Penso che la generazione di Delio dovrà porsi questo problema e che su questa base dovrà nascere una nuova etica sessuale piú elevata dell’attuale.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

129.

17 giugno 1929

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua assicurata del 4 con le 150 lire. Credo che ti debba essere alquanto stizzito con me per la precedente lettera, poiché non mi hai ancora risposto. Ci ho ripensato su e pare anche a me di avere esagerato molto. Ciò dipende dal fatto che la vita improduttiva del carcere, che ti costringe a diventare parassita di qualcuno, rende anche suscettibili e irritabili in sommo grado. Avrei dovuto pensare che era la mamma che scriveva e che pertanto a molte espressioni, che potevano sembrare pungenti, bisognava passar sopra, per la certa mancanza di intenzione. Perciò, ti prego, di queste faccende scrivimi solo tu, non incaricare la mamma, e scrivimi con la massima franchezza. La mamma la conosci anche tu: se deve scrivermi che tu non hai soldi e perciò non mi hai mandato nulla (e io non avevo nessun bisogno, perché era provvisto, oltre la scorta di 700 lire, di altre 400 lire) incomincia con lo scrivere che in tutta la Sardegna la miseria è grande, che le imposte sono aumentate, che il raccolto fallirà, che il podestà impone di rifare la facciata alle case e i marciapiedi alle strade. Insomma mi pareva che scrivesse una lettera che dovesse essere letta dall’agente delle imposte. La colpa è mia, perché avrei dovuto ricordare come pensa la mamma, ma tuttavia mi è sembrato che un tal modo di scrivere significasse che io sono diventato come un estraneo, come uno al quale si deve una rendita e poiché non la si può pagare, si incomincia a girare intorno, ricordando che la chioccia ha schiacciato i pulcini, che la cavalla del rettore di Zuri ha partorito un polledrino con le corna, ciò che vuol dire che il finimondo si avvicina e bisogna pensare alla salvezza della propria anima piuttosto che ai soldi, ecc. Insomma mi sono sentito colpito da questo senso di distacco e di estraneità. Ora sorrido e penso al tempo in cui ogni giorno litigavo con la mamma che voleva convincermi che un po’ d’orzo nel caffè rinfresca: «ma io non voglio rinfrescarmi, voglio bere del caffè!». È sempre lo stesso modo di vedere. – Immagino poi come si sarà stizzita perché la direzione ha respinto il pacco. Mi è dispiaciuto solo per questo, perché è capitato proprio in questa occasione. Ho avuto però il pacco di Tatiana, che era arrivato prima, e un po’ di cioccolato l’ho mangiato lo stesso. Puoi ringraziare Teresina: ho mangiato il cioccolato di Tatiana come fosse stato il suo e spero che l’affetto sia stato lo stesso.
Avevo preparato una cassetta di libri da spedire per ferrovia, ma il tronco Turi-Bari non accetta colli oltre Bari; perciò dovrò fare tanti pacchi postali. Ti mando la lista per il controllo:
1° Ben. Croce – Teoria e Storia della Storiografia.
2° G. Mortara – Prospettive Economiche 1927.
3° id id id 1928.
4° Rabelais – Gargantua e Pantagruele – 5 vol.
5° Col. Lawrence – La révolte dans le désert.
6° Broccardi, Gentile ecc. – G. Mameli e i suoi tempi.
7° C. Marchesi – Il letto di Procuste.
8° Zeromsky – Tutto e Nulla.
9° S. Aleramo – Amo, dunque sono.
10° I. Bunin – Il villaggio.
11° Delemain – Pourquoi les oiseaux chantent.
12° Dostoievsky – La voce sotterranea.
13° G. Conrad – un romanzo.
14° Lettere di Mad. d’Épinay all’ab. Galiani.
15° L. Tolstoi – Resurrezione – 2 vol.
16° R. Kipling, Les plus belles histoires du monde.
17° L. Tolstoi – La tempesta di neve.
18° Pirandello – L’esclusa.
19° Maupassant – Novelle – 4 vol.
20° Cecof – Novelle – due volumetti.
21° Giannini – Storia della Polonia.
22° Panait Istrati – Domnitza de Snagu.
23° Pedrazzi – La Sardegna.
24° G. Piastra, Figure e figuri della Superba.
25° Mac Carthy – Villon.
26° A. Londres – De Paris à Buenos Ayres.

27° Dorgélès, Partir…
28° Meeserel – Die Sonne.
29° Almanacco Letterario 1927.
30° Al. id 1929.
31° Panait Istrati – Mes départs.
Questi primi 31 numeri devi conservarli per conto mio senza darli a nessuno o imprestarli. Non devono uscire di casa: io devo poterci contare in qualsiasi momento.
32° L. Einaudi – Corso di Scienza delle finanze.
Ne puoi fare ciò che vuoi, perché ne ho un secondo esemplare.
33° Petrocchi – Dizionario della lingua italiana.
34° Orlandi – Il giov. filologo.
Questi due li regalo a Mea, con l’augurio che impari bene l’ortografia.
I pacchi ti arriveranno, penso, solo il mese venturo. Ti prego di scrivermi e di darmi notizie sul consiglio di famiglia e sull’assetto nuovo amministrativo della Sardegna. Abbraccia affettuosamente tutti di casa, specialmente la mamma. – Cordialmente
Antonio

130.

11° luglio 1929

Carissima Tania,
ho ricevuto le famose sopracalze beduine, col resto: vanno benissimo, sembrano proprio inventate apposta per il mio bisogno. Per il resto non posso scriverti un giudizio di utilità, perché ancora non mi serve e ho lasciato tutto in magazzino. In questo ultimo mese mi è passato il malessere che avevo precedentemente, ma mi è rimasta addosso una grande svogliatezza: gli altri carcerati mi dicono che questo è il sintomo piú vistoso del carcere, che nei piú resistenti incomincia ad operare nel terzo anno, determinando appunto questa atonia psichica. Al terzo anno, la massa di stimoli latenti che ognuno porta con sé dalla libertà e dalla vita attiva, comincia ad estinguersi e rimane quel barlume di volontà che si esaurisce nelle fantasticherie dei piani grandiosi mai realizzati: il carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il soffitto, sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto!
A proposito: sai, la rosa si è completamente ravvivata (scrivo «a proposito» perché l’osservazione della rosa ha forse in questo tempo sostituito gli sputi contro il soffitto!). Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde: adesso ha dei rametti lunghi già 15 centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però a un certo punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo la pianta è attecchita e l’anno venturo darà certamente i fiori. Non è neanche escluso che qualche rosellina timida timida la conduca a compimento quest’anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è posto secondo la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell’organismo roteano all’unisono con tutto l’universo). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d’estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l’inchino) verso il sole, sono piú contento (la questione è legata col lume che portano la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizii e agli equinozii, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, ecc. ecc.; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste piú per me. Cara Tania, finisco di divagare e ti abbraccio.
Antonio

131.

[1° luglio 1929]

Cara Giulia,
puoi dire a Delio che la notizia che mi ha mandato mi ha interessato moltissimo, perché importante e oltremodo seria. Tuttavia io spero che qualcuno, con un po’ di gomma, abbia riparato il malestro fatto da Giuliano e che pertanto il cappello non sia già diventato carta straccia. Ti ricordi come a Roma Delio credesse che io potevo accomodare tutte le cose rotte? Certo adesso se ne è dimenticato. E lui, ha la tendenza ad aggiustare? Questa, secondo me, sarebbe un indizio… di costruttività, di carattere positivo, piú che il gioco del meccano. Tu sbagli se credi che io da piccolo avessi tendenze… letterarie e filosofiche, come hai scritto. Ero invece un intrepido pioniere e non uscivo di casa senza avere in tasca dei chicchi di grano e dei fiammiferi avvolti in pezzettini di tela cerata, per il caso che potessi essere sbattuto in un’isola deserta e abbandonato ai miei soli mezzi. Ero poi un costruttore ardito di barche e di carretti e conoscevo a menadito tutta la nomenclatura marinaresca: il mio piú grande successo fu quando un tolaio del paese mi domandò il modello in carta di una superba goletta a due ponti, per riprodurla in latta. Ero anzi ossessionato da queste cose, perché a 7 anni avevo letto Robinson e l’Isola Misteriosa. Credo anzi che una vita infantile come quella di 30 anni fa oggi sia impossibile: oggi, i bambini, quando nascono, hanno già 80 anni, come il Lao-Tsé cinese. La radio e l’aeroplano hanno distrutto per sempre il Robinsonismo, che è stato il modo di fantasticare di tante generazioni. L’invenzione stessa del Meccano indica come il bambino si intellettualizzi rapidamente; il suo eroe non può essere Robinson, ma il poliziotto o il ladro scienziato, almeno nell’Occidente. Quindi il tuo giudizio può essere precisamente capovolto e solo allora sarà esatto. Ti pare?
Mi hai scritto il peso di Giuliano, ma non la statura. Tatiana mi comunicò che Delio, quando pesava 18 chili, era alto i metro e 8 cent. Queste notizie mi interessano molto, perché mi danno delle impressioni concrete: ma tu me ne mandi troppo poche. Spero che Tatiana, continuando ad essere molto piú brava di te, mi manderà, quando sarà da voi, tante tante notizie di tutte le specie, dei bambini e anche di te. Sai che ti porterà una macchina fotografica? Io mi sono ricordato di avertene promessa una nel 26 e mi sono raccomandato a Tatiana. Per la tua mamma, non essendoci adesso le castagne (nel 25 tua mamma rimase male perché non le avevo portato le castagne) dirò a Tatiana di fare una collezione di sigarette dei diversi paesi da portarle a nome mio; le gradirà? Son sicuro di sí. Cara, ti abbraccio coi bambini.
Antonio

132.

14 luglio 1929

Carissima Tatiana,
ho ricevuto dalla Libreria una lettera, con una distinta delle spese dell’anno, dagli abbonamenti delle riviste ad oggi, penso, e l’annunzio, secondo gli usi commerciali, che a mese data, cioè il 30 luglio (la lettera è del 30 giugno) sarà spiccata tratta a mio nome. Si tratta di un errore, spiacevole, ma intanto io non so se farò a tempo ad avvertire con una lettera straordinaria che domanderò alla direzione quando verrà il turno. Non so neanche se tu sei ancora a Milano e se, in caso affermativo, sei a letto per l’enterocolite. In ogni caso, non levarti mica per questo. Rivolgiti a qualcuno e fa fare la commissione. Meglio di tutti sarebbe Piero, se è a Milano, perché molto conosciuto alla Libreria. Anzi è proprio Piero che quando ero ad Ustica mi indicò la Libreria e ancora me la raccomandò a Milano quando gli fu concesso il colloquio dal giudice istruttore. Fa avvertire che errori di questo genere non devono piú avvenire. – Ho pensato a Piero anche per queste altre ragioni: vorrei che lo vedessi in ogni modo per domandargli se da suo zio, che è il primo Presidente della Cassazione, può sapere se è stato ricevuto e che fine ha fatto il ricorso di revisione del nostro processo, che Terracini, per conto di tutti, aveva inoltrato alla Cassazione proprio un anno fa. La legge speciale dà la facoltà di ricorso per revisione, ma non indica l’istanza; in mancanza di indicazione noi lo abbiamo rivolto alla Cassazione come suprema istanza giudiziaria. Il ricorso era basato su questi fatti: 1) che una parte dei coimputati (Grieco, Molinelli, ecc.), ritenuti membri del Comitato Centrale, cioè massimi responsabili come io, Terracini, Roveda, Scoccimarro, sono stati condannati solo alla detenzione, con un massimo di 17 anni per Grieco contumace. 2) che gli imputati Masieri ecc. di Firenze sono stati assolti dal reato di insurrezione e condannati quindi solo alla detenzione, mentre noi siamo stati condannati come mandanti del reato per cui il Masieri è stato assolto. Tutto ciò dallo stesso Tribunale in momenti diversi. Su questi dati Piero può far ricordare i fatti a suo zio e avere una risposta precisa. Potrebbe domandargli anche le prospettive probabili sul mantenimento o meno del Tribunale Speciale. – Forse lo stesso Piero potrebbe procurare gli atti parlamentari (senato e camera) con il resoconto stenografico delle discussioni sul concordato (ho visto che suo zio ha pronunziato un discorso al Senato)? Vorrei leggerli per completare la mia erudizione in proposito. Se Piero non ha tempo, potresti tu scrivere un bigliettino al senatore Bastianelli? Alla segreteria del Senato può trovare anche gli atti della Camera. – Sai che i tuoi progetti di viaggi in Calabria, in Sardegna ecc. mi hanno riempito di un immenso stupore? Sei meravigliosa, veramente! Ciò credo dipenda dal fatto che hai una terribile paura di salire in treno e ti consoli coi progetti fiabeschi. – Ti scrivo senza essere sicuro della tua salute. Spero ricevere presto tue notizie. Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Il rosaio ha piú di quaranta boccioli e li sostiene molto bene. Diventerà molto bello anche se la specie è comune.

133.

30 luglio 1929

Carissima Tatiana,
ho ricevuto ieri la lettera di Giulia. Spero che anche le fotografie non si siano perdute e che potrai mandarmele presto. Dovrei rispondere a tante tue quistioni mentre avrei voglia solo di chiacchierare con te del piú e del meno; mi ha molto divertito il tuo sfogo irruento e appassionato contro le affittacamere. Tuttavia cercherò di rispondere a qualche quistione. – 1° Credo che tu non debba incoraggiare, ma scoraggiare il desiderio di Vittorio di venire in Italia. Il posto di assistente di farmacia è pochissimo rimunerato e d’altronde c’è molta disoccupazione in questo ramo; ho conosciuto dei liberi docenti di chimica che andavano a far cartine per 600 lire al mese. Con la nuova legge sulle farmacie la situazione deve essere ancora peggiorata. – Ad un’altra occupazione stabile all’estero (cioè lontano dalla famiglia e dal proprio ambiente, dove è sempre possibile trovare qualche risorsa in caso di crisi) si oppone il carattere di Vittorio che, secondo me, è troppo fanciullesco e fantastico. In pochi anni io l’ho conosciuto come funzionario del Ministero degli Esteri (traduzioni), come sensale d’affari, come giornalista, come attore drammatico in tournée a Samarcanda e dintorni. Ha istinti troppo vagabondi. È un carattere che conosco perché l’ho studiato in alcuni miei fratelli, specialmente in mio fratello maggiore: l’Italia è l’ultimo paese da consigliare a simili tipi, a meno che non vivano di rendita, perché l’esuberanza di popolazione e la disoccupazione cronica in interi rami d’attività (ma specialmente nelle attività medie tecnico-intellettuali), determinata dal fatto che l’Italia ha quadri sufficienti per un paese di grande sviluppo industriale, mentre è solo mediocremente sviluppato – portano l’autorità statale a fissare ognuno rigidamente al suo posto. Quella certa popolarità che il sistema corporativo gode tra gli strati medi intellettuali è appunto dovuto alla precarietà dei posti e alla anelasticità della situazione: ognuno vorrebbe essere garantito per legge contro la concorrenza sfrenata. Chi perde il posto può rimanere disoccupato mesi e mesi, senza scorte. Ti cito un esempio. Una ditta elettrotecnica bandí un concorso per 25 ingegneri, da assumersi per tre anni in prova con 300 lire al mese; si presentarono in piú di 200. Vittorio si troverebbe in un ambiente premuto da 20 atmosfere e non tarderebbe a pentirsi. Ancora una ragione: si può fare una graduatoria della conoscenza dell’italiano nella tua famiglia: il primo posto spetta a Eugenia che scrive molto bene con uno stile italiano moderno, il secondo a Giulia che ha uno stile quasi classico, costruisce il periodo alla perfezione, ma commette degli errori che si fanno notare; il terzo a te, che in questo ultimo tempo hai migliorato molto, ma si capisce che la tua lingua non è l’italiano (è il francese, secondo me, neanche il russo); Vittorio, sebbene abbia studiato in Italia, ha dimenticato molto. Nel 22 mi scrisse alcuni articoli che non potevano neanche essere corretti; era tutto da rifare, come ortografia, morfologia e sintassi. La quistione è importante e perciò mi sono dilungato, senza nascondere nulla del mio pensiero. – Cara Tania, non posso piú chiacchierare. La scatoletta l’avevo presa subito con me; ma dimenticai di scrivertene. È graziosa, ma è una tabacchiera; diciamo una graziosa tabacchiera. Non mi sono deciso a metterci il sale, perché temo che se vado nel cortile con tale saliera, tutti gli altri mi domanderanno da annusare. Il rosaio ha già piú di 20 roselline sbocciate, che mi piacciono assai. Per ora non ho bisogno di nulla; forse puoi portarmi qualche pezzo di sapone e un po’ di ovomaltina. – Non credere che io sia brontolone o di cattivo umore ecc. Talvolta scrivo in certo modo un po’ per canzonatura, ma ti voglio molto bene. Ti abbraccio
Antonio

134.

30 luglio 1929

Cara Julca,
ho ricevuto la tua lettera del 7. Le fotografie non mi sono ancora giunte; spero ci sarà anche la tua. Naturalmente voglio vedere anche te, almeno una volta all’anno, per avere una impressione un po’ piú viva: altrimenti cosa potrò pensare? Che sei molto cambiata fisicamente, che sei indebolita, che hai tanti capelli bianchi, ecc. ecc. Eppoi bisogna che ti faccia in anticipo gli auguri per la tua festa: forse la prossima lettera giungerebbe ancora in tempo, ma non ne sono sicuro. Se mi arriva la tua fotografia, vuol dire che ripeterò gli auguri. Si capisce, vorrei vederti in gruppo coi bambini, come nella fotografia dell’anno scorso, perché nel gruppo c’è già qualcosa di movimentato, di drammatico, si colgono dei rapporti, che possono essere prolungati, immaginati in altri quadretti, in episodi di vita concreta, quando non c’è l’obiettivo del fotografo spianato. – D’altronde io credo di conoscerti abbastanza, per immaginare altri quadretti, ma non posso immaginare abbastanza le azioni e reazioni dei bambini nei rapporti con te, e intendo le azioni e reazioni vive volta a volta, e non già i sentimenti e le disposizioni generali: le fotografie mi dicono poco e i miei ricordi di bambino non mi aiutano, perché li penso troppo particolari e immagino che sia tutto diverso ora, in un mondo sentimentale nuovo e con due generazioni di differenza (si potrebbe dire anche piú, perché tra un bambino allevato in un villaggio sardo e un bambino allevato in una grande città moderna, già per questo solo fatto, c’è la differenza di due generazioni almeno). Sai qualche volta vorrei scriverti su te, sulla tua forza, che è superiore cento volte a ciò che tu pensi, ma ho sempre esitato, perché mi pare di essere… un negriero che palpa una bestia da lavoro. L’ho proprio scritto, cosí come ho pensato tante volte. D’altronde se l’ho pensato, tanto vale anche scriverlo. Non dovrei pensarlo; ma sarà perché ancora in me sopravvivono, allo stato di sentimenti repressi, molte concezioni passate, superate criticamente, ma non ancora cancellate del tutto. Certo molte volte mi ossessiona il pensiero che a te sono toccati i pesi piú duri della nostra unione, piú duri obbiettivamente, sia pure, ma questa è una distinzione e allora non posso pensare alla tua forza, che ho ammirato tante volte, anche senza dirtelo, ma sono invece portato a pensare alle tue debolezze, alle tue possibili stanchezze, con un grande struggimento di tenerezza, che potrebbe esprimersi in una carezza, ma difficilmente in parole. Eppoi, sono ancora molto invidioso, perché anch’io non posso godere la prima freschezza delle impressioni sulla vita dei bambini, e aiutarti a guidarli e a educarli. Io ricordo molte piccole cose della vita romana di Delio e anche dei principii dai quali tu e Genia partivate nel trattare con lui e ci ripenso e cerco di svolgerli e di adattarli a nuove situazioni. Sempre arrivo alla conclusione che in voi ha lasciato grande impressione Ginevra e l’ambiente saturato di Rousseau e del dott. Fulpius, che doveva essere tipicamente svizzero, ginevrino e roussoiano. Ma mi sono allontanato troppo (forse ti scriverò un’altra volta su questo argomento, se ti interessa) e magari ti ho stuzzicato con Rousseau che un’altra volta (ricordi?) ti fece tanto arrabbiare.
Cara, ti abbraccio.
Antonio

135.

26 agosto 1929

Cara Tatiana,
ho ricevuto la fotografia dei bambini e sono stato molto contento, come puoi immaginare. Sono stato anche molto soddisfatto perché mi sono persuaso coi miei occhi che essi hanno un corpo e delle gambe: da tre anni non vedevo che solo delle teste e mi era cominciato a nascere il dubbio che essi fossero diventati dei cherubini senza le alette agli orecchi. Insomma ho avuto una impressione di vita piú viva. Naturalmente non condivido del tutto i tuoi apprezzamenti entusiastici. Io credo piú realisticamente che la loro attitudine sia determinata dalla loro posizione dinanzi alla macchina fotografica; Delio è nella posizione di chi deve fare una corvée noiosa ma necessaria e che si prende sul serio; Giuliano spalanca gli occhi dinanzi a quel coso misterioso, senza essere persuaso che non ci sia qualche sorpresa un po’ incerta: potrebbe saltar fuori un gatto arrabbiato o magari un bellissimo pavone. Perché altrimenti gli avrebbero detto di guardare in quella direzione e di non muoversi? Hai ragione di dire che rassomiglia in modo straordinario a tua madre e non solo negli occhi ma in tutto il rilievo superiore della faccia e della testa.
Sai? Ti scrivo malvolentieri perché non sono sicuro che la lettera ti arrivi prima della tua partenza. E poi sono nuovamente un po’ sconquassato. Ha piovuto molto e la temperatura si è raffreddata: ciò mi fa star male. Mi vengono i dolori alle reni e le nevralgie e lo stomaco rifiuta il cibo. Ma è una cosa normale per me e perciò non mi preoccupa troppo. Però mangio un chilo d’uva al giorno, quando la vendono, quindi non posso morir di fame: l’uva la mangio volentieri ed è di ottima qualità. – Avevo già letto un articolo dell’editore Formiggini a proposito delle cattive traduzioni e delle proposte fatte per ovviare questa epidemia. Uno scrittore avendo addirittura proposto di rendere responsabili penalmente gli editori per gli spropositi stampati da loro, il Formiggini rispondeva minacciando di chiudere bottega perché anche il piú scrupoloso editore non può evitare di stampar strafalcioni e con molto spirito vedeva già una guardia di P. S. presentarsi a lui e dirgli: «Si levasse e venisse con mia in Questura. Dovesse rispondere di oltraggio alla lingua italiana!» (i siciliani parlano un po’ cosí e molte guardie sono siciliane). La quistione è complessa e non sarà risolta. I traduttori sono pagati male e traducono peggio. Nel 1921 mi sono rivolto alla rappresentanza italiana della Società degli autori francesi per avere il permesso di pubblicare in appendice un romanzo. Per 1000 lire ottenni il permesso e la traduzione fatta da un tale che era avvocato. L’ufficio si presentava cosí bene e l’avvocato-traduttore sembrava essere un uomo del mestiere e cosí mandai la copia in tipografia perché si stampasse il materiale di 10 appendici da tener sempre pronte. Però la notte prima dell’inizio della pubblicazione volli, per scrupolo, controllare e mi feci portare le bozze di stampa. Dopo poche righe feci un salto: trovai che su una montagna c’era un gran bastimento. Non si trattava del monte Ararat e quindi dell’arca di Noè, ma di una montagna svizzera e di un grande albergo. La traduzione era tutta cosí: «Morceau de roi» era tradotto «pezzettino di re», «goujat!» «pesciolino!» e cosí via, in modo ancor piú umoristico. Alla mia protesta, l’ufficio abbuonò 300 lire per rifare la traduzione e indennizzare la composizione perduta, ma il bello fu che quando l’avvocato-traduttore ebbe in mano le 700 lire residue che doveva consegnare al principale, se ne scappò a Vienna con una ragazza. Finora almeno le traduzioni dei classici erano almeno fatte con cura e scrupolo, se non sempre con eleganza. Adesso anche in questo campo avvengono cose strabilianti. Per una collezione quasi nazionale (lo Stato ha dato un sussidio di 100.000 lire) di classici greci e latini, la traduzione della «Germania» di Tacito è stata affidata a… Marinetti, che d’altronde è laureato in lettere alla Sorbona. Ho letto in una rivista un registro delle pacchianerie scritte da Marinetti, la cui traduzione è stata molto lodata dai.., giornalisti. «Exigere plagas» (esaminare le ferite) è tradotto: «esigere le piaghe» e mi pare che basti: uno studente del liceo si accorgerebbe che è una bestialità insensata.
Cara Tatiana, chissà se potrai avere la lettera prima della tua partenza. A Roma vorrei che prendessi dei miei libri due o tre volumi: – la raccolta di conferenze sull’Europa politica nel secolo XIX stampato dalla Camera di Commercio di Brescia e il volume di Michels sul Partito politico e le tendenze oligarchiche della democrazia moderna che possiedo nella traduzione francese di prima della guerra e nella nuova edizione italiana del 1924 molto aumentata e arricchita.
Ti avevo molto tempo fa pregato di procurarmi un volumetto di Vincenzo Morello (Rastignac) sul X canto dell’Inferno di Dante, stampato dall’editore Mondadori qualche anno fa (27 o 28): puoi ricordartene adesso? Su questo canto di Dante ho fatto una piccola scoperta che credo interessante e che verrebbe a correggere in parte una tesi troppo assoluta di B. Croce sulla Divina Commedia. Non ti espongo l’argomento perché occuperebbe troppo spazio. Credo che la conferenza del Morello sia l’ultima cronologicamente sul X canto e perciò può essere per me utile, per vedere se qualcun altro ha già fatto le mie osservazioni; ci credo poco, perché nel X canto tutti sono affascinati dalla figura di Farinata e si fermano solo ad esaminare e a sublimare questa e il Morello, che non è uno studioso, ma un retore, si sarà indubbiamente tenuto alla tradizione, ma tuttavia vorrei leggerla. Poi scriverò la mia «nota dantesca» e magari te la invierò in omaggio, scritta in bellissima calligrafia. Dico per ridere, perché per scrivere una nota di questo genere, dovrei rivedere una certa quantità di materiale (per esempio, la riproduzione delle pitture pompeiane) che si trova solo nelle grandi biblioteche. Dovrei cioè raccogliere gli elementi storici che provano come, per tradizione, dall’arte classica al medioevo, i pittori rifiutassero di riprodurre il dolore nelle sue forme piú elementari e profonde (dolore materno): nelle pitture pompeiane, Medea che sgozza i figli avuti da Giasone è rappresentata con la faccia coperta da un velo, perché il pittore ritiene sovrumano e inumano dare un’espressione al suo viso. – Però scriverò degli appunti e magari farò la stesura preparatoria di una futura nota. Vedi quanti pasticci ti ho scritto? Tutto perché non sono sicuro che la lettera ti arrivi a tempo e non rimanga invece giacente per qualche settimana sul tuo tavolino ad aspettare il tuo ritorno. Altrimenti avrei scritto, come al solito, anche la parte per Giulia; vuol dire che la prossima volta scriverò tutte quattro le pagine per lei. – Ancora: – vedi se puoi procurarti il Catalogo generale del materiale scolastico e sussidi didattici della Casa Editrice G. B. Paravia, che ha una succursale anche a Milano e a Roma. E ancora: – ti ricorderai questa volta delle fave americane? Credo che bisogni andare in una grande farmacia che abbia possibilmente anche un laboratorio, per trovarle. (Tutto nell’ipotesi che la lettera ti raggiunga!). – Carissima, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

136.

4 novembre 1929

Cara Tatiana,
finalmente è ritornato il turno della tua lettera, dopo due mesi. Mi sono riletto le cartoline da te inviatemi nel frattempo, ma non sono riuscito a ridestare i sentimenti «frenetici» che sentivo di volta in volta che esse arrivavano. Sto diventando un vero fakiro; tra breve sarò capace di inghiottire le spade e di passeggiare a piedi nudi sulle lame Gillett. Tu forse farai la faccia stranita a questo esordio un po’ melodrammatico, e a me dispiace molto di doverti rimproverare ma bisogna che lo faccia, necessariamente, per non essere costretto un’altra volta a darti qualche dispiacere molto grosso, come sarebbe, per esempio, quello di interrompere ogni corrispondenza e ogni altra forma di rapporti. – Io ti ho avvertito più volte di non prendere nessuna iniziativa che riguardasse la mia posizione in particolare, e nessuna iniziativa che mi riguardi, in generale, senza un mio preventivo consenso. Non so perché tu ti sei sempre ostinata a non voler prendere sul serio questa mia raccomandazione, a non darle alcun valore. Devi aver creduto che si trattasse di non so quale specie di ubbia o di puntiglio infantile. Ma in verità, se ci avessi riflettuto un po’, a quali conclusioni saresti dovuta giungere? Mi pare semplice. Basta pensare a quest’ordine di cose: – Che cosa sai tu, di preciso, di concreto, sulla mia vita quotidiana? Nulla o quasi nulla. Come fai a sapere quali conseguenze potranno avere per me, concretamente, le tue iniziative, anche quelle che tu ritieni le piú banali e di nessuna importanza? Tu non puoi sapere nulla, assolutamente nulla. Tutto il concatenarsi di cause ed effetti, nella vita carceraria, è fondamentalmente diverso da quello della vita comune, perché nell’azione e reazione dei sentimenti e delle opere manca l’elemento fondamentale della libertà, sia pure relativa, della vita comune. Non è giusto che in tali condizioni, sia io solo, a poter decidere se una cosa va fatta o no, io solo, perché io solo sono in carcere, sono privato della libertà, sono quello su cui possono ricadere le conseguenze di ogni iniziativa, peggiorando le mie condizioni di vita quotidiana? Anche ammettendo che si trattasse di un puro puntiglio (e io ti assicuro che non è il caso), ebbene, anche se si trattasse di una fanciullaggine, dovrebbe essere rispettata, perché i nervi diventano cosí sensibili in questa condizione che averne un certo riguardo non è poi una esagerazione. – Il fatto che mi ha irritato fino alla frenesia (proprio fino alla frenesia) è la pratica che hai fatto con l’avv. Niccolai a proposito del Consiglio di revisione. Perché non domandarmi prima qualcosa? Sappi intanto che tutta la briga che ti sei data sarà completamente inutile, perché io personalmente non inoltrerò nessun ricorso e se l’avvocato mi scriverà, probabilmente non gli risponderò neppure. Il ricorso è stato fatto, legalmente, ai termini di legge, poiché la legge lo consentiva, nel giugno 1928. L’avv. Niccolai è stato incaricato di patrocinarlo e si è impegnato a farlo. Quello che è stato fatto è sufficiente, data l’importanza della quistione, che si riduce, in realtà, al puro esercizio di un diritto formale, senza altra conseguenza prevedibile che non sia già contenuta nell’esercizio stesso di questo diritto formale, cioè di una pura protesta. Ogni tua ingerenza non fa che gettare un’ombra di equivoco su questa mia e degli altri, ma specialmente mia, posizione cristallina. Perché non vuoi capire che tu sei incapace, radicalmente incapace, di tener conto del mio onore e della mia dignità in queste quistioni, perché non puoi capirne nulla di nulla? Bada che non voglio offenderti, in nessun modo, e non voglio neanche mettere in dubbio la tua sensibilità in tali quistioni, quando si presentano nella forma comune dei rapporti normali tra uomo e uomo: voglio solo constatare la obbiettiva impossibilità per te, estranea, a rivivere l’atmosfera di ferro e di fuoco attraverso la quale sono passato io negli anni scorsi. Ma voglio tuttavia persuaderti che si tratta di una cosa enormemente importante per me, sulla quale non voglio che si eserciti nessuna ingerenza e a causa di cui sono deciso a risoluzioni recise, come quella di rompere ogni rapporto. Ti prego di considerare molto seriamente ciò che ti scrivo, perché ho riflettuto molto e sono stato qualche notte senza dormire, assillato come ero dalle tue cartoline alle quali non potevo ancora rispondere. Tu mi avevi già dato un dispiacere molto forte, quando mi accennasti a quella certa proposta da te fatta a Giulia parecchio tempo fa; ho fatto molto male allora a non darti un’impressione piú recisa di disapprovazione. Mi lasciavo intenerire dalle tue premure per me e mi dispiaceva di addolorarti. Ma ora mi sono fakirizzato anche da questo punto di vista e ho paura addirittura di facchinizzarmi e di finire nelle male parole. Ma credo che tu d’ora in avanti sarai molto cauta, poiché sono sicuro che mi vuoi bene e ti dispiace di avermi cosí profondamente ferito e addolorato. Non addolorarti troppo tu per ciò che ti ho scritto; rompi ogni pratica con l’avv. Niccolai, e se vuoi, riferiscigli la parte di questa lettera che lo riguarda. Non mandarmi nulla, né libri né altro, che io non ti abbia domandato; attieniti in modo rigorosissimo a questa norma, senza eccezioni di nessuna sorta, né di tempo, né di luogo, né di occasione speciale. – Mi dispiace di essere stato nella necessità di occupare tutta la lettera con questa quistione. Spero che questa volta ti curerai sul serio e non farai piú tante cose strampalate a danno della tua salute. Io mi sono già abituato all’idea che per questa volta non verrai a Turi ma riterrai piú opportuno tener maggior conto della tua salute. Cara Tatiana, credi che solo perché ti voglio molto bene e mi dispiacerebbe molto troncare ogni rapporto con te, sono stato cosí schietto e reciso. Ti abbraccio teneramente
Antonio

137.

18 novembre 1929

Carissima Tatiana,
ho ricevuto la tua cartolina del 16 e sono stato molto contento di avere tue notizie dopo circa 15 giorni che non mi avevi scritto. Cara Tatiana, credo che Carlo ti abbia assicurato a voce del mio vero stato d’animo e che sia riuscito a cancellare l’impressione che ti aveva fatto la mia ultima lettera: io volevo solo creare in te una convinzione, non darti un dispiacere, ma forse era impossibile ottenere un risultato senza determinare anche quest’altro effetto. Ti sono molto grato di tutto ciò che mi hai mandato, seppure devo fare l’osservazione che hai speso troppi quattrini; adesso non devi piú pensare che mi manchi qualcosa: sono provvisto per almeno cinque o sei anni e abbondantemente. Ho ricevuto anche i bulbi, ma non li ho ancora interrati, perché il freddo invernale credo li gelerebbe; li pianterò ai principii della primavera e spero che germoglieranno a differenza delle dalie che sono tutte fallite. Ho ricevuto anche i libri, ma ti prego di non inviarmene piú fino a mio avviso, perché sono al completo, nonostante che Carlo ne abbia portato via seco un certo mucchio. Dei libri che ti avevo indicato manca l’edizione italiana di quello del prof. Michels sui Partiti politici e le tendenze oligarchiche della democrazia moderna, che io avevo. Se è andato perduto nei traslochi, pazienza, ma se si trova ancora, mettilo da parte e caso mai me lo porterai tu al tuo primo nuovo viaggio: è un grosso volume edito dalla Unione Tipografica Editrice Torinese nel 1924. Se non sono andati dispersi metti da parte anche i volumi del Metodo Berlitz per il tedesco (2 volumetti) e per il russo (1 vol.) e se puoi il tuo esemplare dell’Oblomov di Gonciarov nel testo russo (una volta lo vidi sul tuo tavolino). Adesso traduco solo dal tedesco, per non affaticarmi troppo la memoria e non disperdere l’attenzione, ma l’anno venturo, quando avrò esaurito il programma di tedesco che mi sono fissato, riprenderò a fondo il russo: l’Oblomov mi pare adatto perché ne ho tradotto qualche brano in una antologia per le scuole commerciali italiane e inoltre perché avendo la traduzione integrale del Lo Gatto, potrò controllare il mio lavoro personale. Se la tua edizione è anteriore alla guerra, come mi pare di ricordare, e si può leggere la data della stampa, credo non ci sarà difficoltà a farlo passare.
Proprio oggi sono arrivati nella posta due fasci di atti parlamentari delle discussioni al Senato. Non ho ancora potuto esaminarli perché dovevano ancora andare al visto. In ogni modo la loro mole mi ha spaventato. Io ti avevo scritto per avere solo quei fogli che contengono la discussione sul patto del Laterano. Se per caso hai dato ordine alla Libreria di spedirmi sempre gli atti parlamentari, per piacere, ritiralo subito, perché non saprei proprio che farmene nelle attuali condizioni. Se puoi ritira anche gli ordini per le discussioni dinanzi alla Camera dei Deputati: ho letto che questa parte deve essere pubblicata in volume con prefazione dell’on. Federzoni, cioè in una forma piú comoda e piú maneggevole.
Ho visto che Giulia non ha ancora scritto, dopo tanto tempo. Ciò mi addolora. Non può trattarsi solo di mancanza di tempo. A me non ha scritto da circa quattro mesi e nel frattempo io le ho scritto due volte senza avere risposta. Ciò mi mette in un certo disagio, che mi è difficile superare. Non sarei piú capace di scriverle, senza prima aver ricevuto qualche sua notizia diretta. Penso che qualche sua lettera sia andata perduta. È possibile. È possibile anche che lei si maravigli che io non le scriva, se ha scritto e le sue lettere si sono perdute. Allo stato dei fatti da me controllabili, io ho scritto due volte senza aver risposta e mi trovo imbarazzato a scrivere una terza volta. – Sai, adesso mi sto abituando all’idea che, poiché sono in carcere, posso aver diritto a qualche riguardo. Ci ho pensato molto a questo «sentimento», dopo averti scritto l’ultima lettera. Un po’ ho riso di me stesso perché mi sono ricordato di una commedia del cinquecento in cui appaiono come personaggi alcuni lanzichenecchi ubbriachi che su per giú fanno questo ragionamento: «Nui lanzi essere molto fortunati; noi rubare, bastonare italiani, violentare italiane, poi dire che essere ubbriachi». Tuttavia ho pensato che la mia non è solo una pretesa da lanzo ubbriaco e che l’essere in prigione non è proprio simile all’essere ubbriachi. Non che crei dei diritti speciali verso quelli che ci vogliono bene, ma, per esempio, spiega e giustifica che io non scriva a Giulia se persistentemente non ricevo da lei lettere. Io non ho suscettibilità meschine, ma qualche volta penso che se non mi si scrive, ciò può dipendere anche dal fatto che non si ha piú piacere di ricevere mie lettere e notizie: onde il disagio di cui parlavo prima. Cara Tatiana, scrivo queste cose un po’ per ridere, ma anche con un po’ di malinconia. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Quando parti per Milano avvertimi subito. Se io sono in sospeso, perché non so dove tu sia nel giorno in cui posso scrivere la corrispondenza, finisco che non scrivo piú e lascio perdere il turno. Sai che l’ultima volta per ben quattro mesi filati mi hai scritto ogni quattro o cinque giorni che eri sul punto di prendere il treno ecc. ecc.; come volevi che io prendessi sul serio queste velleità e non pensassi che si trattava di una fiaba? Se avvenisse uno di questi inconvenienti, ricordati che verso la metà del mese entrante sarà bene ricordare alla Libreria di rinnovare a tempo gli abbonamenti alle riviste, se no capiterà come al principio di quest’anno. Cara, ti abbraccio ancora
Antonio

138.

16 dicembre 1929

Carissima Tatiana,
questo mese mi hai scritto pochino pochino: una cartolina il 28 novembre e un bigliettino il 29 insieme con la lettera di Giulia. Sai, però, anch’io ho, adesso, pochissima voglia di scrivere. Mi pare che tutti i legami col mondo esterno si vadano a uno a uno rompendo. Quando ero al carcere di Milano due lettere alla settimana non mi bastavano mai: avevo la mania di chiacchierare per iscritto. Ricordi come scrivevo fitto fitto? Si può dire che allora tutti i miei pensieri, durante la settimana, erano concentrati per il lunedí: cosa potrò scrivere? in che modo dovrò scrivere questo o quest’altro perché la lettera non sia trattenuta? Ora non so piú cosa scrivere, come incominciare. Mi sto completamente imbozzolando. La mia attenzione è rivolta a quello che leggo e traduco. Mi pare, quando rifletto su me stesso, di essere ricaduto nello stato di ossessione in cui mi trovavo negli anni dell’Università quando mi concentravo su una questione ed essa mi assorbiva in tal modo che non badavo piú a nulla e correvo talvolta il pericolo di andare sotto il tranvai.
Mi dici di scrivere a Giulia tante cosette, dei particolari della mia vita. Ma il fatto è che nella mia vita non ci sono né cosette né particolari, non ci sono chiaroscuri. Ed è bene che sia cosí. Quando la vita in carcere è movimentata, il segno è brutto assai. L’unico campo che non sia come quel quadro che rappresentava un nero al buio è quello cerebrale. Ma ci sono dei limiti, sostanziali e formali. Formali, perché sono in carcere e ho dei limiti regolamentari. Sostanziali perché ciò che spesso mi interessa, ha un valore molto relativo. In questo momento mi interessa la quistione se la lingua dei Niam Niam, che chiamano se stessi popolo dei Sandeh, mentre il nome Niam Niam è attribuito loro dai vicini Dinka, appartenga o no alla branca sudanese occidentale, anche se il territorio dove è parlata è posto nel Sudan orientale, tra il 22° e il 28° grado di longitudine Est. Quindi se la classificazione delle lingue sia da fare meglio secondo la distribuzione geografica o secondo il processo storico di filiazione. Ecc. ecc. – Questa è anche la ragione per cui neanche questa volta scrivo a Giulia. Non so proprio cosa scrivere. E non voglio scrivere una lettera di convenienza, come si dice. Devo ancora riflettere su alcuni problemi e senza averli risolti, non riesco a scrivere. (Non so neanche se riuscirò a risolverli). Il problema fondamentale è questo: devo pensare a Giulia e trattare con lei secondo gli schemi della banale psicologia che ordinariamente si attribuisce al mondo muliebre? Ciò mi ripugnerebbe in sommo grado. Eppure… Come ti pare che debba essere interpretata la sua lettera dove dice che dopo la mia lettera del 30 luglio si è sentita piú vicina a me, però è rimasta quattro mesi senza scrivermi proprio dopo quella lettera. Io finora non sono riuscito a trovare la sintesi superiore di questa contraddizione e non so se riuscirò a trovarla. Perciò mi astengo. Tu scrivi che non sai deciderti a mandare a Giulia la mia ultima lettera, perché potrebbe farle male. È certo che le farà del male, ma non credo che questa sia una buona ragione. Sono anzi sicuro che ella stessa preferisca conoscere esattamente il mio stato d’animo. Credi che io sia allegro, di scrivere queste cose? Ma sono giunto al punto in cui mi trovavo come ho già detto, quando ero all’Università: allora non scrivevo mai lettere. Quando io mi trovo dinanzi a una quistione che non posso risolvere e mi convinco che realmente non posso risolverla, io l’abbandono e non ci penso piú. Lo faccio, per un rispetto a me stesso e più per un rispetto agli altri: io stimo troppo Giulia per considerarla come una borghesuccia sentimentale, che so io? come la protagonista di Eugenio Oneghin, per esempio. Ti pare, cara Tatiana? D’altronde, manda questa lettera a Giulia: è sempre diretta a lei, anche se indirettamente. Carissima Tatiana, vedi quanti dispiaceri ti sto dando in questi ultimi tempi? Ne sono proprio addolorato, credimi. Ti abbraccio teneramente
Antonio

139.

19 dicembre 1929

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la lettera del 4 dicembre della mamma e la tua del 13. Ti ringrazio per la sollecitudine con cui hai eseguito le mie commissioni. Tra gli oggetti di vestiario che avevo a Roma non ti fu consegnato anche un soprabito? Mi pare che fosse ancora passabile, se anche non piú di primo pelo. Voglio parlare di un soprabito da inverno, perché un altro, di gabardine, era ormai diventato uno straccio. Ma forse l’hai ricevuto e ti sei dimenticato di scrivermene. – Delle due paia di scarpe non ricordo piú: credo però che debbano essere molto malandate e ormai inservibili. – Naturalmente ti prego di non mettere piú in testa a mammà che possa fare un viaggio fino a Turi: solo il pensiero di una simile eventualità mi spaventa. Mi pare che ella già abusi troppo della sua fibbra eccezionale lavorando cosí accanitamente alla sua età: avrebbe ormai diritto alla pensione, se esistessero pensioni per le madri di famiglia. Penso che il primo contatto col carcere abbia fatto persino una gravissima impressione a te: immagina quale impressione farebbe a lei. Non si tratta tanto del lungo viaggio, con tutti i suoi disagi, per una donna anziana che non ha mai fatto piú di 40 km. in ferrovia e non ha attraversato il mare (forse il viaggio in sé la divertirebbe): si tratta di un tale viaggio fatto per visitare un figlio in carcere. Mi pare che occorra evitarlo a tutti i costi. – Che cosa le hai poi raccontato? Spero che non abbia esagerato in nessun senso: del resto tu stesso hai visto che io non sono né abbattuto, né scoraggiato, né depresso. Il mio stato d’animo è tale che se anche fossi condannato a morte, continuerei a essere tranquillo e anche la sera prima dell’esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese. La tua lettera e ciò che mi scrivi di Nannaro mi hanno interessato molto, ma anche maravigliato. Voi due avete fatto la guerra: specialmente Nannaro ha fatto la guerra in condizioni eccezionali, da minatore, sotto terra, sentendo attraverso il diaframma che separava la sua galleria dalla galleria austriaca il lavoro del nemico per affrettare lo scoppio della mina propria e mandarlo per aria. Mi pare che in tali condizioni, prolungate per anni, con tali esperienze psicologiche, l’uomo dovrebbe aver raggiunto il grado massimo di serenità stoica, e aver acquistato una tale convinzione profonda che l’uomo ha in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli – da non disperare mai piú e non cadere piú in quegli stati d’animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d’animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l’intelligenza, ma ottimista per la volontà. Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l’ostacolo. Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza. – Certo oggi c’è una crisi morale molto grave, ma ce ne sono state nel passato di molto più gravi e c’è una differenza tra oggi e il passato. […]. Perciò sono anche un po’ indulgente e ti prego di essere anche tu indulgente con Nannaro, che, ho visto io stesso, sa anche essere forte. Solo quando è isolato, perde la testa e si accascia. Forse gli scriverò la prossima volta.
Caro Carlo, ti ho fatto un sermone in piena regola. Intanto dimenticavo di raccomandarti di fare tanti complimenti e tanti auguri a Teresina e anche a Paolo naturalmente, per la loro nuova figlietta. Poi devo fare gli auguri generali per il Natale e per tutte le altre feste che succederanno. Io farò il natale alla meglio, un po’ come il famoso signor Chiu, di cui ci parlava la mamma quando eravamo bambini.
Abbraccia tutti affettuosamente e specialmente la mamma.
tuo Antonio

140.

30 dicembre 1929

Cara Giulia,
non mi sono ricordato di domandare a Tatiana con la quale ho avuto un colloquio qualche giorno fa, se ti aveva trasmesso le mie due ultime lettere a lei. Penso di sí, perché avevo domandato che lo facesse; perché volevo che tu fossi informata d’un mio stato d’animo, che si è attenuato, ma non è ancora completamente sparito, anche a costo di procurarti qualche dispiacere.
Ho letto con molto interesse la lettera in cui mi hai dato una impressione del grado di sviluppo di Delio. Le osservazioni che farò devono essere naturalmente giudicate tenendo presente alcuni criteri limitativi: 1) che io ignoro quasi tutto dello sviluppo dei bambini proprio nel periodo in cui lo sviluppo offre il quadro piú caratteristico della loro formazione intellettuale e morale, dopo i due anni, quando si impadroniscono con una certa precisione del linguaggio, incominciano a formare nessi logici oltre che immagini e rappresentazioni; 2) che il giudizio migliore dell’indirizzo educativo dei bambini è e può essere solo di chi li conosce da vicino e può seguirli in tutto il processo di sviluppo, purché non si lasci acciecare dai sentimenti e non perda con ciò ogni criterio, abbandonandosi alla pura contemplazione estetica del bambino, che viene implicitamente degradato alla funzione di un’opera d’arte.
Dunque, tenendo conto di questi due criteri, che poi sono uno solo in due coordinate, mi pare che lo stato di sviluppo intellettuale di Delio, come risulta da ciò che mi scrivi, sia molto arretrato per la sua età, sia troppo infantile. Quando aveva due anni, a Roma, egli suonava il pianoforte, cioè aveva compreso la diversa gradazione locale delle tonalità sulla tastiera, dalla voce degli animali: il pulcino a destra, e l’orso a sinistra, con gli intermedi di svariati altri animali. Per l’età di due anni non ancora compiuti questo procedimento era compatibile e normale; ma a cinque anni e qualche mese, lo stesso procedimento applicato all’orientamento, sia pure di uno spazio enormemente maggiore (non quanto può sembrare, perché le quattro pareti della stanza limitano e concretano questo spazio), è molto arretrato e infantile.
Io ricordo con molta precisione che a meno di cinque anni, e senza essere mai uscito da un villaggio, cioè avendo delle estensioni un concetto molto ristretto, sapevo con la stecca trovare il paese dove abitavo, avevo l’impressione di cosa sia un’isola e trovavo le città principali d’Italia in una grande carta murale; cioè avevo un concetto della prospettiva, di uno spazio complesso e non solo di linee astratte di direzione, di un sistema di misure raccordate, e dell’orientamento secondo la posizione dei punti di questi raccordi, alto-basso, destra-sinistra, come valori spaziali assoluti, all’infuori della posizione eccezionale delle mie braccia. Non credo di essere stato eccezionalmente precoce, tutt’altro. In generale ho osservato come i «grandi» dimentichino facilmente le loro impressioni infantili, che a una certa età svaniscono in un complesso di sentimenti o di rimpianti o di comicità o altro di deformante. Cosí si dimentica che il bambino si sviluppa intellettualmente in modo molto rapido, assorbendo fin dai primi giorni della nascita una quantità straordinaria di immagini che sono ancora ricordate dopo i primi anni e che guidano il bambino in quel primo periodo di giudizi piú riflessivi, possibili dopo l’apprendimento del linguaggio. Naturalmente io non posso dare giudizi e impressioni generali, per l’assenza di dati specifici e numerosi; ignoro quasi tutto, per non dire tutto, perché le impressioni che mi hai comunicato non hanno nessun legame tra di loro, non mostrano uno sviluppo. Ma dal complesso di questi dati ho avuto l’impressione che la concezione tua e di altri della tua famiglia sia troppo metafisica, cioè presupponga che nel bambino sia in potenza tutto l’uomo e che occorra aiutarlo a sviluppare ciò che già contiene di latente, senza coercizioni, lasciando fare alle forze spontanee della natura o che so io. Io invece penso che l’uomo è tutta una formazione storica, ottenuta con la coercizione (intesa non solo nel senso brutale e di violenza esterna) e solo questo penso: che altrimenti si cadrebbe in una forma di trascendenza o di immanenza. Ciò che si crede forza latente non è, per lo piú, che il complesso informe e indistinto delle immagini e delle sensazioni dei primi giorni, dei primi mesi, dei primi anni di vita, immagini e sensazioni che non sempre sono le migliori che si vuole immaginare. Questo modo di concepire l’educazione come sgomitolamento di un filo preesistente ha avuto la sua importanza quando si contrapponeva alla scuola gesuitica, cioè quando negava una filosofia ancora peggiore, ma oggi è altrettanto superato. Rinunziare a formare il bambino significa solo permettere che la sua personalità si sviluppi accogliendo caoticamente dall’ambiente generale tutti i motivi di vita. È strano ed interessante che la psico-analisi di Freud stia creando, specialmente in Germania (a quanto mi appare dalle riviste che leggo) tendenze simili a quelle esistenti in Francia nel Settecento; e vada formando un nuovo tipo di «buon selvaggio» corrotto dalla società, cioè dalla storia. Ne nasce una nuova forma di disordine intellettuale molto interessante.
A tutte queste cose mi ha fatto pensare la tua lettera. Può darsi, anzi è molto probabile, che qualche mio apprezzamento sia esagerato e addirittura ingiusto. Ricostituire da un ossicino un megaterio o un mastodonte era proprio di Cuvier, ma può avvenire che con un pezzo di coda di topo si ricostruisca invece un serpente di mare.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

141.

13 gennaio 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto con qualche giorno di ritardo la tua lettera del 5, perché essa è stata tassata, certamente per errore. Tu l’hai spedita da Turi, indubbiamente, e quindi l’affrancatura di 25 cent. era giusta. Occorrerà fare un ricorso. In ogni modo ti avverto che se in questo caso l’ufficiale postale ha avuto torto, in altri casi egli ha avuto ragione: tu riempi troppo le cartoline dalla parte dell’indirizzo, e invece non bisogna scrivere mai sopra la dicitura «Cartolina postale» e forse neanche sopra lo stemma dello Stato. La cartolina viene tassata di 40 cent. e ritarda qualche volta tre giorni per via delle pratiche occorrenti.
Ti ringrazio delle notizie sulla famiglia che mi hai mandato. Quanto al mio stato d’animo, penso che tu non l’abbia perfettamente capito. Però ti dirò che è difficile capire queste cose, perfettamente, a chiunque, perché troppi elementi concorrono a formarle, e molti di essi è quasi impossibile immaginarli; tanto meno è quindi possibile immaginare il complesso in cui si combinano. In questi giorni, proprio, ho letto un libro, Dal 1848 al 1861, nel quale sono raccolte lettere, scritti, documenti riguardanti Silvio Spaventa, un patriotta abbruzzese, deputato al Parlamento napoletano del ’48, arrestato dopo il fallimento del moto nazionale, condannato all’ergastolo e liberato nel 1859 per le pressioni della Francia e dell’Inghilterra; in seguito ministro del Regno e una delle personalità piú spiccate del partito liberale di destra fino al 1876. Mi è sembrato che in molte sue lettere, col linguaggio del tempo, cioè alquanto romantico e sentimentale, egli esprima perfettamente degli stati d’animo simili a quelli che io spesso attraverso. Per esempio, in una lettera del 17 luglio 1853 al padre egli scrive: «Di voi già non ho nuove da due mesi; da quattro e forse piú delle sorelle; e da qualche tempo di Bertrando (suo fratello). Credete voi che in un uomo come me, che mi pregio di avere un cuore affettuoso e giovanissimo, questa privazione non debba tornarmi oltre ogni modo dolorosissima? Io non penso che sia ora amato meno di quello che sono stato sempre dalla mia famiglia; ma la sventura suol fare due effetti, che spesso lasci spegnere ogni affetto verso gli sventurati e non meno spesso spegne negli sventurati ogni affetto verso di tutti. Io non temo il primo di questi due effetti in voi, quanto il secondo in me; dappoiché, sequestrato come sono qui da ogni commercio umano ed amorevole, il tedio grande, la prigionia lunga, il sospetto di essere dimenticato da ognuno mi amareggiano e isteriliscono lentamente il cuore». Come dicevo, a parte il linguaggio corrispondente alla temperie sentimentale dell’epoca, lo stato d’animo appare con molto rilievo. E, ciò che mi conforta, lo Spaventa non fu certo un carattere debole, un piagnucolone come altri. Egli fu dei pochi (una sessantina) che dei piú che seicento condannati nel ’48 non volle mai fare domande di grazie al re di Napoli; né si diede alla devozione, anzi, come scrive spesso, si andò sempre piú persuadendo che la filosofia di Hegel era l’unico sistema e l’unica concezione del mondo razionali e degni del pensiero d’allora.
Sai, poi, quale sarà l’effetto pratico di questa concordanza trovata tra i miei stati d’animo e quelli di un detenuto politico del ’48? Che ormai essi mi sembreranno un po’ comici, buffamente anacronistici. Sono passate tre generazioni e del cammino avanti se n’è fatto, in tutti i campi. Ciò che era possibile per i nonni, non è possibile per i nipoti (non dico dei nostri nonni, perché mio nonno, non te l’ho mai detto, era proprio colonnello della gendarmeria borbonica e probabilmente fu tra quelli che arrestarono lo Spaventa antiborbonico e fautore di Carlo Alberto); obbiettivamente, s’intende, ché soggettivamente, cioè individuo per individuo, le cose possono cambiare.
Cara Tania, ieri era il tuo onomastico; credevo di poterti fare gli auguri a voce, invece te li posso scrivere solo un giorno dopo e tu li leggerai solo fra qualche giorno. Spero che ti sarai rimessa e che potrai uscire di casa, se il tempo continua come oggi. Sai come mi dispiace che i tuoi viaggi a Turi, per qualche mezz’ora di colloquio, ti affatichino tanto e ti facciano addirittura ammalare. Io sono persuaso che tu ti trascuri troppo: mi ricordo che Genia era press’a poco come te quando la conobbi al sanatorio e in seguito, quando entrammo in una certa confidenza, dovevo minacciarla di bastonate per farla mangiare: aveva nascosto al medico centinaia di uova che avrebbe dovuto mangiare e che invece nascondeva e cosí via. Tua mamma rise molto quando seppe la storia delle mie intimidazioni, ma mi dette ragione. Anche tu avresti bisogno che ti si tirassero i capelli, sia pure con un certo garbo: mi pare che abbia perduto il gusto di vivere per te e che viva solo per gli altri. Non è poi un errore? E vivendo anche per te, rafforzando la tua salute, non vivrai anche meglio per gli altri, se cosí ti piace e se questo è il solo gusto di vivere tuo? Io ho molta tenerezza per te e vorrei vederti sempre forte e sana; anche questo mi dà amarezza, il saperti qui a Turi, cosí, malaticcia, debole, solo per darmi un po’ di conforto e rompere il mio isolamento. Basta. Questa lettera doveva essere per mia madre. Ti prego di scriverle tu, perché non si allarmi non ricevendo mie notizie.
Cara, ti abbraccio.
Antonio

142.

27 gennaio 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere e le tue cartoline. Ma non sono ancora riuscito a farmi un’idea delle tue condizioni di salute; mi dai cosí poche notizie di te! Perciò non sono contento e neppure tranquillo.
Ho letto e riletto la tua lunga lettera. Volevo persuadermi di aver torto. Ma non ci sono riuscito. Ci ho messo tutta la buona volontà. Del resto non fa nulla. Queste quistione le avevo esaminate da tanto tempo, riesaminate, analizzate, pesate, ripesate, pensato alle possibili conseguenze di ogni mio atteggiamento e di ogni mia parola; se mi sono deciso a scrivere è perché ho pensato che non farlo sarebbe stato ancora peggio. Tu credi che io sia stato troppo duro: è possibile. Bisogna vedere se ciò non sia necessario; qualche volta una buona strappata è proprio ciò che ci vuole per ridare energia a chi ha perduto o sta per perdere la volontà. Del resto io non sono stato duro a disegno, per fini pedagogici. Adesso ci rifletto su e ne cavo anche questa conseguenza. E poiché è questa l’ultima volta in cui voglio trattenermi su questo argomento, permetti che ti faccia osservare che anche tu sei stata molto ingiusta con me. Hai posto la quistione in un modo veramente crudele e ingiustificato con me. Io non pensavo neppure a fare un qualsiasi paragone tra il dolore di chi è posto in graticola e il dolore dei parenti che sono costretti a guardarlo mentre si contorce. Ma posta la quistione e fatto il paragone, mi pare inumano sostenere che è maggiore il dolore dei parenti ed è spiegabile che essi, assorti in questo dolore, non pensino a dare qualche goccia d’acqua al graticolato. Questo, cara Tatiana, è puro estetismo morale e credo che solo la fretta di scrivere, ti abbia fatto uscire dalla penna una tale enormità. Come l’altra che io ho maggiori conforti di Giulia, perché mi scrive mia madre, o mio fratello o tu. Non credere che io mi sia offeso o addolorato per queste enormità. E non credere neanche che io drammatizzi le cose. Non le drammatizzavo neanche prima. Io ho un’ampia riserva di forze morali autonome, indipendenti dall’ambiente esterno; ma può essere Giulia per me «ambiente esterno»? Non si tratta dunque del fatto che io abbia bisogno di conforti, consolazioni ecc.; tutto ciò mi farebbe un effetto orripilante. È proprio il contrario che io vorrei: poter dare un po’ di forza a Giulia, che deve lottare contro tante difficoltà ed ha avuto tutti i pesi schiaccianti della nostra unione. Ma sono stato sempre piú posto nella condizione di non saper nulla, di essere completamente isolato dalla sua vita; perciò ho paura per me, di diventare sempre piú distaccato dal suo mondo, e di non comprenderne piú nulla, di non sentirne piú nulla. Basta. Come ho detto, è questa l’ultima volta che parlerò di tale quistione: altrimenti si formerà un tale intrico di malintesi che ci vorrebbe un lunghissimo, circostanziato memoriale per dipanarlo: e io posso scrivere troppo poco. – Cara Tania, sta allegra e rimettiti bene in salute: questo è piú importante di tutto: e sta sempre persuasa che io non mi parto mai dalla mia serenità, anche se ho qualche piccolo scatto. Ti abbraccio teneramente
Antonio

Spedisci a mia madre la sua parte di lettera. La reticella del filtro mi è stata buttata via a Milano: io facevo il caffè lo stesso; ci vuole un po’ piú di tempo e di caffè.

143.

10 febbraio 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue cartoline del 6 e dell’8 febbraio, dopo un certo intervallo dalla tua lettera del 29 gennaio. Sono sempre in ansia perché non m’informi con precisione delle tue condizioni di salute; ogni volta scrivi «a presto» e intanto è passato un mese e mezzo da quando sei giunta e ti senti male. Io penso che il clima variabilissimo di Turi non si confaccia molto al tuo temperamento e non sia molto propizio per una cura. Mi pare che tu ricada troppo spesso in istati di abulia e di irresolutezza e poi cerchi di spiegare, sofisticamente, questa abulia con ragioni stiracchiate, con scoperte mirabolanti. Devi curarti bene, questo è fuori discussione, prima di ripartire, ma non devi adagiarti nello stato in cui ti trovi presentemente. È assurdo pensare che a Turi si stia bene; per un carcerato forse è giusto, ma non per chi può scegliere oltre il dilemma di essere arrostito o di essere scorticato. Quindi energia, energia, risolutezza, decisione.
Ti prego di scrivere una cartolina alla libreria, per avvertire che ho ricevuto una parte delle riviste, per le quali ho reclamato nel gennaio scorso (il 23 o il 24), mi mancano solo: L’Italia che scrive di Formiggini del dicembre 1929 e I problemi del lavoro del gennaio 1929. Vorrei avere questi numeri per completare le raccolte. Poiché scrivi, avverti anche che mi spediscano la nuova edizione della Cultura italiana di Giuseppe Prezzolini, stampata dalla Casa Editrice Corbaccio. Per i miei libri che si trovano ancora a Roma non so cosa dirti. Per ora non mi occorrono; devo prima mandare a casa una buona parte di quelli che ho già qui. Poi non ricordo che vagamente i loro titoli; sono passati piú di tre anni e ancora una parte è andata certamente dispersa. Qualcosa ricordo, per esempio, i libri economici di Graziadei, ma ci sono ancora? Valentino a Roma mi disse d’averne presi parecchi ma non ricordare di tutti. Penso che potrai fare una lista e mandarmela: io indicherò quelli che possono essermi mandati col tempo e quali sono da mandare al macero o da portare al Campo di Fiori.
A proposito della tua ultima lettera voglio solo fare un’errata-corrige indispensabile. Quando accennai alla Tatiana di Puškin non mi passava neppure per la testa ciò che invece tu hai creduto di capire e che mi ha molto meravigliato e fatto ridere. Avevo semplicemente dinanzi alla fantasia una bellissima caricatura del pittore Dessí, nella quale Lloyd George, vestito alla Tatiana Larnia, intinge la penna nel calamaio, fa la boccuccia a cuore, mentre sulla carta è scritta una frase di Puškin che piú non ricordo con esattezza, ma che in generale risponde a quello che io volevo dire. Perciò mi pare che la tua fantasia si sia un po’ abbandonata senza controllo e mi abbia attribuito delle banalità che mi hanno fatto solo ridere. Meglio cosí, non è vero? Tu non devi offenderti se ti scrivo che mi hai fatto ridere; non credo che possa avere delle tali suscettibilità nei miei riguardi e in un simile caso.
Dunque, diventa piú energica; fa anche una cura della volontà, non lasciarti illanguidire dai venti del mezzogiorno. I bulbi sono già germinati da un pezzo; già un giacinto mostra le colorazioni del futuro fiore. Purché qualche gelata non distrugga tutto. Anche la rosa ha gettato le nuove gemme; è piú selvatica che mai, sembra un pruno più che una rosa, ma anche il vigore vegetale del pruno è interessante.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

144.

10 febbraio 1930

Carissima Giulia,
mi sono ricordato, nel ripensare diverse cose degli anni passati, come tu una volta abbia detto che la Libreria di Stato non solo ricompensa i traduttori di libri stranieri, come è ovvio, ma ricompensa anche chi suggerisce libri da tradurre, nel caso che il suggerimento sia accolto. Cosí mi è venuto in mente di suggerire a te qualcuno di questi libri, con le indicazioni che mi è possibile avere, date le condizioni in cui mi trovo, cioè necessariamente mutile e approssimative; mi sarà cosí piú facile avere argomenti da trattare nelle mie lettere, poiché mi ripugna scrivere le solite vacuità e la mia esistenza non offre molti spunti ameni e comunque interessanti; e ti offrirò, incidentalmente, qualche osservazione sulle correnti della vita intellettuale italiana in ciò che vi è di piú profondo e piú solido.
È uscita l’anno scorso una nuova edizione di un libro che apparteneva ormai alla cultura europea: Il capitalismo antico. Storia dell’economia romana, pp. 204 in 16°, Editore Laterza, Bari. La prima edizione uscí nel 1906, in francese, tradotta dal manoscritto italiano, ed ebbe un grande successo; fu tradotta subito in tedesco da Carlo Kautsky e credo anche in russo e in altre lingue. Il libro era rivolto contro la tendenza creata da Mommsen, di trovare «capitalistica» ogni economia «monetaria» (rimprovero rivolto da Marx al Mommsen e che il Salvioli svolge e dimostra criticamente), tendenza che oggi ha assunto proporzioni morbose per opera del professor Rostovtzev, uno storico russo che insegna in Inghilterra, e in Italia per opera del professor Barbagallo, un discepolo di Guglielmo Ferrero. Il Salvioli era uno studioso molto serio (è morto l’anno scorso, durante una lezione all’Università di Napoli), che accettava le teorie del materialismo storico, nella forma che esse hanno assunto in Italia attraverso la revisione di Benedetto Croce, cioè come canone pratico di ricerca storica e non come concezione del mondo totalitaria. L’attuale edizione italiana rinnova completamente la precedente, aggiornandola dal punto di vista erudito, e sfrondandola di quegli elementi polemici che erano propri nel 1906: è un libro nuovo, insomma, perché l’autore morí prima di perfezionarla. Domanda un traduttore che conosca molto bene l’italiano e che perciò sia in grado di comprendere anche le storture sintattiche e i periodi un po’ raffazzonati. Un altro libro recente è quello di Francesco Ercole, attuale deputato al Parlamento: Dal Comune al Principato, saggi sulla storia del diritto pubblico del Rinascimento italiano, editore Vallecchi, Firenze 1929, pp. 381. È composto di quattro studi, variamente interessanti dal punto di vista della cultura non italiana. Certamente interessante anche fuori d’Italia è il primo, La lotta delle classi alla fine del Medioevo, che potrebbe diventare un ottimo libretto a sé o un articolo di grande rivista. Contiene qualche evidente ingenuità storica, come il compiacimento che a Firenze sia fallito il movimento dei Ciompi, permettendo cosí la fioritura culturale del Rinascimento, ma contiene informazioni di grande interesse e ignorate generalmente (i documenti d’archivio ne furono pubblicati durante la guerra in rassegne di edizioni quasi clandestine per i non iniziati) su alcuni tentativi avvenuti a Firenze tra il 1340-50 per organizzare gli operai delle manifatture, esclusi dalle corporazioni artigiane, con contraccolpi politici originali, ecc.
Anche l’Ercole appartiene alla stessa tendenza storiografica del Salvioli, alla cosiddetta scuola economico-giuridica, che ha rinnovato in parte la dottrina storica e tradizionalmente accademica e retorica, o nel miglior caso, puramente erudita e filologica.
Non so se queste indicazioni ti possono servire a qualche cosa e se tu hai la voglia e la possibilità di sfruttarle; in ogni modo esse mi hanno offerto lo spunto per scriverti qualche cosa di diverso dal bel tempo e dalle condizioni del mio sistema nervoso: sono le sole cose che mi interessano e che mi aiutano a passare il tempo alla bell’e meglio. Perché non mi scrivi anche dello sviluppo intellettuale di Giuliano oltre che di Delio? Ti abbraccio teneramente.
Antonio

145.

24 febbraio 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 16. Mi pare che tu sia ricascata nelle fantasticherie dell’anno scorso, quando facevi progetti su progetti di viaggi su e giú per l’Italia. Io credo che tu debba deciderti una volta per tutte di ritornare a Milano, di non stancarti piú oltre e di trovarti nelle migliori condizioni fisiche per raggiungere i tuoi. Se continuerai nel vecchio sistema di non avere determinazioni ben prese e razionalmente preparate, ho timore che anche quest’anno trascorrerà come quello scorso e tu ti ritroverai a fare progetti e castelli in aria. Scusa se sono un po’ burbero, ma la tua lettera mi ha dato proprio l’impressione che tu sia in uno stato di marasma intellettuale. Come fai anche ad interessarti degli avvisi di giornale? L’avviso del «Corriere», secondo me, non è da prendersi sul serio in nessun modo; in Italia il tradurre e il compilare recensioni non è stato mai un’occupazione vantaggiosa, ed è un affare che riguarda studenti che vogliono racimolare qualche lira supplementare o impiegati statali che vogliono arrotondare il loro stipendio o vedere il loro nome stampato in un pezzo di carta. Proprio non capisco perché ti interessino queste cose: puoi riprendere il tuo impiego milanese, ti pare? e abbandonare ogni idea di stabilirti a Bari o a Taranto o che so io. Davvero, devi essere più giudiziosa e ragionevole. Io penso che questo debba essere il tuo ultimo viaggio a Turi. Non è stato molto fortunato; pazienza. Ma credi che non sia meglio anche per me saperti in un luogo migliore di questo? più a tuo agio, senza tante meschinità, in condizioni di curarti piú razionalmente? Questo mi pare il piú importante di tutto. Anche per me, credi. Sono assalito da maggiori preoccupazioni ed ansie quando sei a Turi che quando sei a Milano. Qui mi pare che debba essere una prigione anche per chi non è in prigione, e in un certo senso non può non essere cosí.
Hai ricevuto i libri che ho domandato ti fossero fatti recapitare? Ho pensato che non avevi nulla da leggere dopo tanto tempo e che ti potevano aiutare a passare il tempo. Puoi spedirli a mio fratello, o buttarli via, dopo averli letti; o portarteli con te (il libro del Croce è molto interessante e potresti portarlo a Giulia: può darsi che qualche volta si interessi della filosofia di Hegel e della revisione che ne ha fatto il Croce). In ogni caso essi non mi servono piú. (Il Cemento di Gladkov l’ho già avuto; vedi perciò di non mandarmi libri che io non ti abbia domandato). Invece scrivi alla Libreria che mi mandino le Prospettive economiche per il 1930 del prof. Giorgio Mortara che sono uscite in questi giorni e ricorda che avevo domandato di abbonarmi alla rivista «La Nuova Italia» (presso la S. E. «Nuova Italia» – Perugia-Venezia) che sostituisce una rivista morta l’anno scorso: non ho ricevuto ancora nulla e perciò credo opportuno ricordare. Carissima Tatiana, spero davvero di vederti tra breve completamente ristabilita e ridiventata energica e piena di volontà. Ti abbraccio teneramente
Antonio

Spedisci a mio fratello la parte che lo riguarda. – Ho ricevuto ieri due tue cartoline molto censurate, dopo che avevo già scritto la lettera. Poiché mi dispiace vedere cancellature, ti avverto di non scrivere che notizie famigliari assolutamente chiare. Pazienza. Ti abbraccio
Antonio

146.

24 febbraio 1930

Carissimo Carlo,
ho lasciato passare le due lettere senza ricordarmi di scrivere a proposito di un affare che, in una certa misura, mi interessa «intellettualmente» e forse anche «moralmente». Volevo già scriverti, cioè, di rivolgerti al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato (alla Cancelleria) e domandare copia in carta libera, per fini di ricorso per revisione, della sentenza pronunciata contro di me il 4 giugno 1928. Non c’è da spendere altro che l’importo per i diritti di scritturazione e di cancelleria che non deve essere molto alto. Ti dirò ciò che intendo fare, poiché già conosci la mia opinione a proposito del risultato che può avere la pratica. Innanzi tutto voglio leggere la sentenza. Io credevo prima che le sentenze del Tribunale Speciale, data la sua procedura abbreviata, consistessero nel semplice dispositivo: ho visto invece che esse sono diffuse e vi si riassumono gli elementi processuali cercando di coordinarli. Poiché sarà cosí anche nel caso mio, il motivo formale della revisione sarà dato con piú evidenza dalle affermazioni di «considerando» della sentenza. Ti manderò questi elementi, con la sentenza stessa, e tu li sottoporrai a un avvocato che abbia un po’ di buona volontà perché giudichi e nel caso stenda il ricorso nei termini di legge. Io non volevo avere nessun rapporto con l’avvocato Niccolai, perciò mi sono alquanto arrabbiato quando Tatiana, senza avvertirmi preventivamente, si rivolse a lui. L’avvocato Niccolai, dopo la sentenza, come fanno tutti gli avvocati, ci consigliò, insidiosamente, di ricorrere e Terracini si rivolse alla Cassazione, in assenza di ogni altra istanza indicata allora dalla legge del novembre 1926, che dava facoltà di ricorso ma non diceva a chi bisognava ricorrere: dunque Niccolai avrebbe dovuto mettersi in rapporto col Terracini che era il suo cliente e questo era il suo dovere. Io non avevo che farci e non potevo entrare in rapporto con lui. Ma egli, che era cosí persuaso della giustificabilità del ricorso nel 1928, non lo era piú nel 1929, quando l’istanza era stata costituita e il ricorso diventava effettivamente possibile. Poi ci sono altre ragioni che non starò a dire.
Non potendo sapere nulla di ciò che gli altri coaccusati abbiano potuto decidere, ora mi ritengo sciolto da ogni subordinazione alle loro precedenti iniziative e perciò desidero studiare la sentenza e vedere se è legittima la pratica di revisione. In generale io ritengo che, nella mia situazione, ogni ricorso alla legalità sia opportuno e doveroso, senza farmi delle illusioni, ma per avere la coscienza di aver fatto, da parte mia, tutto ciò che mi era legalmente possibile per dimostrare di essere stato colpito senza base legale. Ricopiami anche gli articoli del codice di procedura penale militare a proposito della revisione, in modo che io possa avere il quadro esatto delle possibilità esistenti. Scrivimi ciò che farai e quando lo farai e non avere esitazioni nell’informarmi della situazione dei tuoi affari. Forse per la domanda (che però deve essere fatta da me) per avere copia della sentenza puoi metterti d’accordo con Tatiana, se ella si troverà a Roma; cosí la tua pratica potrà farla sbrigare prima.
Ti abbraccio con tutti di casa con tanti auguri per i bambini di Teresina che mamma mi scrisse essere stati male.
Affettuosamente.
Antonio

147.

10 marzo 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 26 febbraio e due cartoline, del 3 e del 7 marzo. Scrivi che hai provato grande dispiacere per la mia ultima lettera, perché io considero sotto un aspetto sfavorevole tutto ciò che ti riguarda, e perché ho accennato a un «marasma intellettuale». Capisco che ti dispiaccia e dispiace anche a me di doverti scrivere qualche volta tali cose e di dover adoperare espressioni cosí energiche; ma lo credo indispensabile e voglio sempre essere sincero. Sai che mi fa proprio rabbia quando tu mi esponi dei piani cervellottici di viaggi a destra e a sinistra? L’anno scorso quando mi scrivesti che volevi andare in Sardegna, in Calabria e non so dove ancora, io subito mi persuasi che non saresti venuta neanche a Turi e infatti ebbi ragione. Adesso che nuovamente ricaschi in queste fantasmagorie di Bari, Taranto, ecc. io mi persuado che stai poco bene, che sei molto debole e che sei poco consapevole delle tue condizioni, cioè non dedichi tutte le tue energie a ristabilirti, a rafforzarti fisicamente come dovresti. In verità niente mi irrita piú del «velleitarismo» che soppianta la volontà concreta; mi irrita nelle persone che mi sono indifferenti sentimentalmente e che giudico «inutili»; mi addolora nelle persone che non mi sono indifferenti e che non voglio e non posso giudicare utilitariamente, ma che vorrei stimolare e risvegliare. Ho conosciuto, specialmente all’Università, parecchi tipi di velleitari e ne ho seguito il processo tragicomico di esistenza: si può dire che ho dei modelli nella memoria, ben profilati e delineati, che mi fanno stizzire quando si ripresentano all’attenzione per qualche concatenazione di ricordi, sí, mi fanno stizzire ancora; ed ecco perché quando nelle tue manifestazioni psicologiche colgo un motivo che richiama un tratto di quei modelli esemplari, mi agito stizzosamente e divento persino cattivo con te. Ma credi che è il mio affetto che mi sollecita a rimproverarti proprio come un bambino, perché c’è veramente del puerile in questi stati d’animo. Bisogna, secondo me, essere sempre molto pratici e concreti, non sognare a occhi aperti, porsi dei fini discreti, raggiungibili e pensarli con tutte le condizioni che solo li fanno realizzare; bisogna quindi avere una perfetta coscienza dei propri limiti, se pur si vuole allargarli e approfondirli. Tutto ciò mi pare cosí ovvio e banale che quasi mi pare di farti un predicozzo da parroco di villaggio. E poi non bisogna mai avere troppo zelo; tu sei troppo zelante con me e mi pare che ottenga l’effetto precisamente opposto di quello che vorresti. In molte cose sei di una ingenuità trascendentale. Quando io ti consiglio di ritornare a Milano e di non fantasticare su Bari e Taranto, credi che so quel che mi dico e che ti dico una cosa estremamente ragionevole e assennata. Quando qualche mia osservazione ti dispiace (o dovrebbe obbiettivamente dispiacerti) non pensare mai che io ti voglia far dispiacere; pensa piuttosto che nei propositi che mi hai espresso c’è qualcosa che dispiace a me in modo profondissimo e che non potrò mai approvare e regolati secondo questa impressione che sarà sempre giusta.
Ho ricevuto i cinque volumetti Berlitz. Perché mai li hai fatti spedire? Adesso ti spiegherò uno di questi meccanismi psicologici accennati sopra, sebbene in questo caso la quistione sia trascurabile relativamente; si tratta solo di aver speso male qualche decina di lire. Ti avevo scritto se tra i miei libri di Roma avevi trovato i manuali Berlitz per il tedesco e per il russo. Rispondi che non li hai trovati, ma che hai già scritto alla libreria perché mi siano mandati (hai scritto cioè senza prima domandarmi se li desideravo in questo caso. Ora i manuali Berlitz costano circa 25 lire il volumetto, cioè hai speso 125 lire circa: ne valeva la pena? Assolutamente no. Io sono molto piú avanti dei manuali Berlitz in tutt’e tre le lingue; a parte la speciale compilazione del materiale che è poi elementarissimo). Se avessi potuto avere i miei, per i quali la spesa era già fatta, tanto meglio; ma spendere di nuovo per averli, ciò era completamente inutile, era un «lusso». Ecco un caso in cui, sia pure trascurabile il contenuto, io mi irrito e trovo che il troppo zelo nuoce. Ti sei penetrata del mio modo di pensare? Non bisogna fare cose inutili, che spesso diventano dannose.
Cara, non dispiacerti di queste cose che ti dico. Non ho capito nella tua cartolina del 7 l’osservazione che fai sui fioretti di S. Francesco. Credo che essi possano molto interessare secondo il punto di vista da cui il lettore si colloca e anche secondo l’estensione delle conoscenze sulla storia della cultura del tempo. Artisticamente sono bellissimi, freschi, immediati; essi esprimono una fede sincera e un amore infinito per Francesco, che era ritenuto da molti una nuova incarnazione di dio, una riapparizione del Cristo. Perciò essi sono piú popolari nei paesi protestanti che nei paesi cattolici. Storicamente essi provano che organismo potente fosse la Chiesa cattolica e sia ancora rimasta. Francesco si pose come iniziatore di un nuovo cristianesimo, di una nuova religione, sollevando enorme entusiasmo come nei primi secoli del cristianesimo. La Chiesa non lo perseguitò ufficialmente, perché ciò avrebbe anticipato di due secoli la riforma, ma lo immunizzò, disgregò i suoi discepoli e ridusse la nuova religione a un semplice ordine monastico ai suoi servizi. Se leggi i fioretti per fartene una guida di vita, non ne capisci nulla. Prima della guerra è successo che Luigi Luzzatti pubblicasse nel «Corriere della Sera» un fioretto ritenuto da lui inedito accompagnandolo da una lunga confutazione economico-sociale, cosa da far smascellare dalle risa. Ma oggi nessuno può pensare una cosa simile: neppure i frati francescani, la cui regola è completamente trasformata anche nella lettera e che del resto tra gli ordini religiosi sono decaduti in confronto ai gesuiti, ai domenicani e agli agostiniani, cioè agli elementi religiosi che sono specializzati nella politica e nella cultura. Francesco fu una cometa nel firmamento cattolico; il fermento di sviluppo invece rimase in Domenico (che diede il Savonarola) e specialmente in Agostino dal cui ordine è uscita la riforma prima e il giansenismo piú tardi. S. Francesco non fece della speculazione teologica; cercò di realizzare praticamente i principii del Vangelo; il suo movimento fu popolare finché visse il ricordo del fondatore, ma già in fra Salimbene da Parma, vissuto una generazione dopo, i francescani sono dipinti come dei gaudenti. E non parliamo della letteratura in volgare: Boccaccio è lí per mostrare come l’ordine fosse scaduto nella stima pubblica; tutti i frati del Boccaccio sono francescani.
Carissima, ti ho addirittura fatto una lezioncina di storia della religione. Ma forse cosí gusterai meglio i fioretti. Spero davvero di vederti ristabilita e specialmente piú forte di volontà. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

148.

24 marzo 1930

Carissima Tatiana,
sono stato anch’io molto felice di vederti. Felicità relativa, perché vorrei poter fare qualche cosa per indurti efficacemente a curarti e a migliorare la tua salute generale e questo mi è impossibile; le prediche per lettera non servono a nulla, lo comprendo benissimo. Bisognerebbe starti vicino e impiegare mezzi persuasivi come si fa coi bambini (e tu sai che io i sistemi educativi li intendo efficaci con un pizzico di coercizione anche fisica). In ogni modo sono stato contento e realmente pensavo che tu fossi ridotta molto peggio di quello che ti ho trovato. Adesso devi scrivermi almeno ogni due giorni e farmi sapere quando partirai con esattezza. Non c’è peggior cosa che stare nell’incertezza. E poi devi ricordarti di mandarmi l’indirizzo di Roma e poi di Milano. Ricordati che io devo scrivere ogni due lunedí e che se non ho l’indirizzo perdo il turno e una settimana, oltre alla preoccupazione che non mi lascerebbe tranquillo. Come vedi scrivo solamente a te. Ti prego anzi di non domandarmi neanche di scrivere a Giulia, perché mi pare che allora non scriverei neanche piú a te. Non credere che sia arrabbiato; lo ero quattro mesi fa e mi sono sfogato nelle lettere che allora ti ho scritto. Adesso sono diventato indifferente. Mi pare impossibile anche a me di essermi ridotto cosí e mi dispiace, ma è successo ed io sono il meno responsabile, dato che si possa parlare di responsabilità in queste cose. Sono stato in crisi piú di un anno (molto piú) e ho avuto momenti brutti; adesso, come avviene, sono diventato insensibile e non voglio piú guastarmi il sangue e avere delle settimane di maldicapo. Ti prego di non accennare neppure a queste cose, quando mi scriverai. Mandami notizie, se ne ricevi, ma non esortarmi, né farmi delle prediche. Cara Tatiana, tu in questi anni mi hai aiutato enormemente a sopportare il carcere, mi hai aiutato ad abituarmi alla vita che faccio, e ti sono molto grato. Se una cosa qualche volta mi amareggia è il pensare che forse non avrò piú occasione di dimostrarti quanto ti voglio bene e ti sono grato. Tuttavia in queste faccende non desidero che tu ti immischii; te ne prego proprio di cuore. Ogni tuo accenno mi fa molto male. Oramai sono abituato; lascia correre, non attizzare. Penso che tu vorrai mandarmi sempre notizie dei bambini, quando le avrai e quando li vedrai. Mi basta. Ti raccomando l’affare dell’avvocato; non trascurarlo. Esso ha per me specialmente un’importanza psicologica, ma ha un’importanza maggiore di quanto tu possa immaginare. – Ho lasciato nella lettera a mia madre un po’ di spazio perché tu possa scriverle che mi hai visto e che sto abbastanza bene. Ti abbraccio teneramente
Antonio

Scrivi alla libreria che desidererei avere i nn. 6068-6069 della Reclams Universal-Bibliothek, Lohnarbeit und Kapital di Marx.

149.

7 aprile 1930

Carissima Tania,
ho ricevuto ciò che mi hai fatto pervenire. Ho saputo che la penna stilografica ti è stata rimandata; mi sembrava di averti io stesso scritto che le penne stilografiche non si possono avere in nessun caso, ma si vede che poi me ne sono dimenticato. D’altronde tu potevi esserne persuasa per il fatto che ti avevo mandato la mia, con l’orologio e la medaglietta, tutte cose considerate oggetti di valore e che non si possono tenere neppure al magazzino. Anche il famoso sacco credo che non mi potrà servire proprio a nulla; a dire il vero non riesco neppure a immaginare a cosa possa servire in generale; forse per andare a caccia di porcospini? Chissà a cosa pensavi quando l’hai fatto confezionare! Certo però pensavi a farmi qualcosa di utile e di comodo e perciò ti ringrazio anche per questo sacco, oltre che per tutto il resto che mi sarà utilissimo.
Ti sarei grato se mi manderai una lista completa dei libri che ti ho spedito fuori: nel ricostruirla per conto mio ne ho dimenticato qualcuno, perché il conto non mi torna. Vorrei averla perché poi non mi capiti di cercarli inutilmente in mezzo agli altri.
Il Diavolo a Pontelungo è abbastanza «storico» nel senso che realmente accaduti sono l’esperimento della Baronata e l’episodio di Bologna del 1874. Come in tutti i romanzi storici di questo mondo, la cornice generale è storica, non i singoli personaggi e i singoli avvenimenti, uno per uno. Ciò che rende interessante questo romanzo, a parte le notevoli qualità artistiche, è la quasi assenza di acredine settaria dell’autore. Nella letteratura italiana, a parte il romanzo storico del Manzoni, c’è una tradizione essenzialmente settaria in questa specie di produzione, che risale al periodo tra il ’48 e il ’60; da una parte sta il capostipite Guerrazzi, dall’altra il gesuita padre Bresciani. Per il Bresciani tutti i patriotti erano canaglie, vigliacchi, assassini, ecc., mentre i difensori del trono e dell’altare, come allora si diceva, erano tutti angeletti scesi in terra a miracol mostrare. Per il Guerrazzi, si capisce, le parti si invertivano; i papalini erano tutti sacchi di nerissimo carbone, mentre i sostenitori dell’unità e indipendenza nazionali erano tutti purissimi eroi da leggenda. La tradizione si è conservata fino a pochissimo tempo fa, nelle due schiere tradizionali, per la letteratura d’appendice pubblicata a dispense; nella letteratura cosí detta artistica e colta, la parte gesuitica ha avuto il monopolio. Il Bacchelli nel Diavolo a Pontelungo si dimostra indipendente o quasi; il suo umorismo raramente diventa di partito preso, è nelle cose stesse, piú che in un partito preso estraartistico dello scrittore.
Sulla figlia di Costa e della Kulisciof c’è uno speciale romanzo, la Gironda di Virgilio Brocchi, che non so se tu abbia letto. Vale molto poco, è dolciastro, tutto latte e miele, sul tipo dei romanzi di Georges Ohnet. Narra appunto le vicende per le quali Andreina Costa sposa il figlio dell’industriale cattolico Gavazzi e il succedersi dei contatti tra i due ambienti cattolico e materialista e come gli attriti vengono smussati: omnia vicit amor. Virgilio Brocchi è il nostro Ohnet nazionale.
Il libro del d’Herbigny su Soloviov è molto antiquato sebbene solo ora tradotto in italiano. Il d’Herbigny però è un monsignore gesuita di grande capacità; adesso sta a capo della sezione orientale della Curia pontificia, che lavora per il ritorno dell’unità tra cattolici e ortodossi. – Anche il libro su L’Action Française et le Vatican è ormai antiquato: è solo il primo volume di una serie che forse continua ancora, perché il Daudet e il Maurras sono instancabili nel servire in diverse salse le stesse cose: ma appunto per ciò questo volume, come esposizione di principi, può essere ancora interessante. Non so se tu sei riuscita ad afferrare tutta l’importanza storica che il conflitto tra il Vaticano e i monarchici francesi ha per la Francia: esso corrisponde, entro certi limiti, alla riconciliazione italiana. È la forma francese di una conciliazione profonda tra Stato e Chiesa: i cattolici francesi, come massa organizzata nell’Azione Cattolica francese, si scindono dalla minoranza monarchica, cessano cioè di essere la riserva popolare potenziale per un colpo di stato legittimista e tendono invece a formare un vasto partito di governo repubblicano cattolico, che vorrebbe assorbire e assorbirà certamente una notevole parte dell’attuale partito radicale (Herriot e C.i). È stato tipico nel ’26, durante la crisi parlamentare francese, mentre l’«Action Française» preannunziava il colpo di forza e pubblicava i nomi dei futuri ministri che dovevano costituire il governo provvisorio che avrebbe richiamato il pretendente Giovanni IV d’Orléans, il capo dei cattolici accettava di entrare a far parte di un governo di coalizione repubblicana. La livida rabbia di Daudet e Maurras contro il cardinal Gasparri e il nunzio pontificio a Parigi è proprio dovuta alla coscienza acquistata di essere ormai diminuiti politicamente del 90% a dir poco.
Carissima, mi sono sempre dimenticato di scriverti perché mi mandassi alcuni medicinali: le nevralgie che mi sono ritornate me lo fanno ricordare oggi. Vorrei un po’ di aspirina Bayer e un po’ di cachets del dott. Faivre contro l’emicrania. Per dormire non mandarmi nulla, perché mi sono stabilizzato; dormo poco, è vero (3 o 4 ore per notte) ma non mi succede piú di stare 4 o 5 notti senza dormire, di seguito, il che è già un gran progresso.
Ho ricevuto qualche giorno fa una breve lettera di Carlo che mi scrive di pregarti perché risponda a una sua lettera. Il poveretto è molto triste per la sua disoccupazione ed è preoccupato, perché, non avendomi mandato dei soldi da qualche mese, pensa che io sia sprovvisto; scrivigli che ho ancora dei soldi e ne avrò per alcuni mesi ancora. D’altronde potrò scrivergli io stesso fra giorni, perché ci sarà la lettera straordinaria di Pasqua. Carissima, sono contento perché fai, come dici, la cura delle uova. Questo mi pare fondamentale per te; io sono convinto, per esperienza, che una parte notevole del tuo malessere è determinato dallo scarso nutrimento. Devi cercare di aumentare almeno di dieci chili e ridiventare com’eri quando frequentavi l’Università, com’eri come appari in una fotografia che ricordo, presa nella clinica dell’Università, mi pare. Devi proprio fare cosí.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

150.

21 aprile 1930

Carissima Tania,
nel pomeriggio di Pasqua ho ricevuto il tuo pacco e ho potuto cosí ancora mangiare qualcosa: la famosa «colomba», che aveva intrigato molto, perché si credeva trattarsi di una colomba cotta e la si cercava invano nell’involto. Io ho pensato che tu avevi battezzato «colomba», alla milanese, la ciambella con le uova, che non so come chiamino a Turi e che propriamente non può essere chiamata «colomba», perché questa a Milano ha realmente lo stampo generale di un volatile con le ali distese e qualcosa nel becco a imitazione dell’ulivo, mi pare. In ogni modo, colomba o altro esemplare della fauna meridionale, il biscotto era abbastanza buono e serví a festeggiare la giornata: ed io ti ringrazio di tutto cuore. Come hai passato queste giornate? Sei stata bene e hai potuto uscire ad ammirare «il popolo in festa»? Lo spero. Per me il tempo è passato come sempre, né bene, né male, salva l’emozione che provo sempre quando ricevo qualcosa di fuori, emozione piacevole e confortante propria dell’uomo «animale socievole», quando sente concretamente di appartenere ad una comunità «volontaria» oltre a quella cui è costretto a sottostare come numero di una serie. Carissima, queste giornate umide e nebbiose mi hanno alquanto snervato; non ho proprio voglia di scrivere. Mi preme però ricordarti tre cose:
1° Mio fratello mi ha scritto di aver già ricevuto la sentenza del Tribunale Speciale; ecco dunque che anche tu non dovrai piú preoccupartene. 2° Mi hai scritto che vuoi mandarmi dei preparati per iniezioni. Ti prego di non farlo e di non cercare di discutere in argomento. Sono deciso di non fare in carcere iniezioni ricostituenti e nessuno mi smuoverà. Se riceverò qualcosa, lo farò respingere e non ti accennerò piú nemmeno alla cosa. 3° Scrivi una cartolina alla Libreria, avvertendo che non ho ricevuto il n. 12 del 25 marzo scorso dalla «Rassegna della Stampa Estera», mentre proprio oggi sono arrivati i n. 13 e 14 successivi. Non so se si è perduto un piego raccomandato o se il fascicolo è stato smarrito in altro modo; in ogni modo vorrei che me lo procurassero e inviassero.
Carissima, ti ringrazio nuovamente e ti abbraccio teneramente
Antonio

Se hai voglia scrivi a mia madre che ho ricevuto quanto mi ha mandato e che ho gustato assai il pane sardo, quantunque fosse ormai cosí duro da far sanguinare le gengive: però non aveva sofferto niente per il sapore.

151.

5 maggio 1930

Carissima Tania,
ti devo fare, prima di tutto, i miei complimenti: mi pare d’averti trovato assai rimessa di salute, relativamente alle volte precedenti. Spero che questi complimenti, però, non ti facciano di nuovo trascurare le tue condizioni generali di vita; dovresti, per qualche mese almeno, mangiare tre uova al giorno oltre i pasti ordinari e cercare di ristabilirti completamente. Ti prego di scrivere a mio fratello, includendo nella lettera quanto segue: 1° Ho ricevuto la sua raccomandata di fine aprile con le 150 lire; al 1° maggio, calcolate anche queste 150 lire, avevo disponibili 400 lire circa. – 2° Ho ricevuto la copia della sentenza del Tribunale speciale e l’estratto di articoli del Codice Penale Militare; questo estratto non mi serve a nulla. Carlo ha equivocato, evidentemente. Avevo domandato copia degli articoli o dell’articolo del Codice di Procedura penale militare che si riferiscono o si riferisce alla revisione. Io non sono stato condannato in base al Codice Penale Militare, ma in base al diritto penale ordinario secondo la procedura militare in tempo di guerra; la procedura solo è quella militare, non gli articoli di reato. D’altra parte non c’è da perderci su il tempo e la pazienza, perché la quistione m’interessa mediocremente. – 3° La legge speciale la possiedo già. – 4° Non desidero piú nessun catalogo; lasci perdere. – 5° Ho ricevuto proprio oggi il volume della Biblioteca Antiquaria Hoepli; ringrazio, ma avverto di non spedirmi piú libri di questo genere, che non mi servono a nulla in carcere; mi fanno solo rimpiangere di non aver seguito gli impulsi degli anni giovanili e di non essere diventato un pacifico topo di biblioteca che si nutre di vecchia carta stampata e produce dissertazioni sull’uso dell’imperfetto in Sicco Polenton. Nel novembre dell’anno scorso avevo detto a Carlo di mandarmi un paio di maglie leggere da estate; mi domanda se per caso tu non hai già pensato a provvedermi. Queste magliette mi sono necessarie, perché anche d’estate non posso fare a meno di avere qualcosa sulla pelle che mi preservi dai raffreddori e le tre che avevo sono andate in pezzi. Decidi tu sul da fare o scrivi qualcosa a Carlo.
Cara Tatiana, ho ricevuto le tue due lettere dopo il colloquio. Vedrai che saprò regolarmi bene. Ho capito benissimo ciò che devo fare. Non mi sarà difficile. D’altra parte mi accorgo sempre piú che la mia lingua sta diventando completamente incomprensibile: dunque bisogna ricorrere al dizionario, dove c’è un’ampia provvista di fossili di conoscenza universale: e poi ho fatto il giornalista per 15 anni e conosco i primi rudimenti del mestiere. Ti prego di prendere atto della mia buona volontà e di non insistere piú oltre su questi tasti. D’altra parte sono meno rinfichisecchito di quanto io stesso voglio credere di essere.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

152.

5 maggio 1930

Carissima Giulia,
in un recente colloquio Tatiana mi ha fatto un quadro discretamente buio del tuo stato d’animo e delle tue condizioni di salute. In una lettera precedente mi aveva informato delle malattie che hanno colpito tanto Delio che Giuliano. Mi è sembrato però che la stessa Tatiana sia scarsamente informata e solo per via indiretta e non so che giudizio farmi. Mi sembra spaventosamente lontano il tempo in cui mi assicuravi che non mi avresti mai tenuto nascosto niente riguardo alla salute tua e allo sviluppo dei bambini. Si vede che hai cambiato d’opinione e qualche ragione ci deve essere per questo cambiamento, sebbene io non riesca a immaginarla. Penso che veramente devi stare molto male, devi essere molto stanca. Ma perché non farmi sapere qualche cosa, perché fare aumentare il senso dell’impotenza che già mi viene da tutte le limitazioni di volontà e di libertà a cui sono stato condannato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato? Se Tatiana non fosse stata in Italia e non mi avesse informato di quando in quando, non so cosa avrei dovuto fare; forse avrei ricorso al consolato. Io penso che tu devi fare un grande sforzo su te stessa e informarmi con molta sincerità e franchezza delle tue condizioni e di quelle dei bambini, senza nascondermi proprio nulla; io sono ridotto in tali condizioni che preferisco ricevere cattive notizie al non ricevere notizie affatto, ciò che mi fa pensare alle cose peggiori.
Aspetto. Ti abbraccio
Antonio

153.

19 maggio 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto tue lettere e cartoline. Mi ha fatto nuovamente sorridere la curiosa concezione che tu hai della mia situazione carceraria. Non so se tu hai letto le opere di Hegel, che ha scritto «il delinquente aver diritto alla sua pena». Su per giú tu immagini me come uno che insistentemente rivendica il diritto di soffrire, di essere martirizzato, di non essere defraudato neanche di un minuto secondo e di una sfumatura della sua pena. Io sarei un nuovo Gandhy, che vuole testimoniare dinanzi ai superi e agli inferi i tormenti del popolo indiano, un nuovo Geremia o Elia o non so chi altro profeta d’Israello che andava in piazza a mangiare cose immonde per offrirsi in olocausto al dio della vendetta, ecc. ecc. Non so come ti sei fatta questa concezione, che è molto ingenua nei tuoi rapporti personali e abbastanza ingiusta nei tuoi rapporti verso di me, ingiusta e inconsiderata. Ti ho detto che io sono eminentemente pratico; io penso che non capisci ciò che io voglia dire con questa espressione, perché non fai nessuno sforzo per metterti nelle mie condizioni (probabilmente quindi io ti dovrò apparire come un commediante o che so io). La mia praticità consiste in questo: nel sapere che a battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro. Molto elementare, come vedi, eppure molto difficile a capire per chi non ha mai dovuto pensare di poter sbattere la testa contro il muro, ma ha sentito dire che basta dire: apriti Sesamo! perché il muro si apra. Il tuo atteggiamento è inconsapevolmente crudele; tu vedi uno legato (veramente non lo vedi legato e non sai rappresentarti il legame) che non vuol muoversi perché non può muoversi. Tu pensi che non si muove perché non vuole (non vedi che, per aver voluto muoversi, i legami gli hanno già rotto le carni) e allora giú a sollecitarlo con delle punte di fuoco. Cosa ottieni? Lo fai contorcere e ai legami che già lo dissanguano aggiungi le bruciature. – Questo quadro orripilante da romanzo d’appendice sull’Inquisizione di Spagna penso bene che non ti persuaderà e che tu continuerai; e siccome i bottoni di fuoco sono anch’essi puramente metaforici, avverrà che io continuerò a seguire la mia «pratica», di non sfondare le muraglie a colpi di testa (che mi duole già abbastanza per sopportare simili sports) e di mettere da parte quei problemi per risolvere i quali mancano gli elementi indispensabili. Questa è la mia forza, la mia sola forza e proprio questa tu mi vorresti togliere. D’altronde è una forza che non si può dare ad altri, purtroppo; la si può perdere, non la si può regalare né trasmettere. Tu, penso, non hai riflettuto abbastanza al caso mio e non sai scomporlo nei suoi elementi. Io sono sottoposto a vari regimi carcerari: c’è il regime carcerario costituito dalle quattro mura, dalla grata, dalla bocca di lupo, ecc. ecc.; – era già stato da me preventivato e come probabilità subordinata, perché la probabilità primaria dal 1921 al novembre 1926, non era il carcere, ma il perdere la vita. Quello che da me non era stato preventivato era l’altro carcere, che si è aggiunto al primo ed è costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.
Potevo preventivare i colpi degli avversari che combattevo, non potevo preventivare che dei colpi mi sarebbero arrivati anche da altre parti, da dove meno potevo sospettarli (colpi metaforici, s’intende, ma anche il codice divide i reati in atti e omissioni; cioè anche le omissioni sono colpe o colpi). Ecco tutto. Ma ci sei tu, dirai tu. È vero, tu sei molto buona e ti voglio molto bene. Ma queste non sono cose in cui valga la sostituzione di persona e poi, ancora, la cosa è molto, molto complicata e difficile a spiegarsi completamente (anche per la quistione delle muraglie non metaforiche). Io, a dire il vero, non sono molto sentimentale e non sono le quistioni sentimentali che mi tormentano. Non che sia insensibile (non voglio posare da cinico o da blasé); piuttosto anche le quistioni sentimentali mi si presentano, le vivo, in combinazione con altri elementi (ideologici, filosofici, politici, ecc.) cosí che non saprei dire fin dove arriva il sentimento e dove incomincia invece uno degli altri elementi, non saprei dire forse neppure di quale di tutti questi elementi precisamente si tratti, tanto essi sono unificati in un tutto inscindibile e di una vita unica. Forse questa è una forza; forse è anche una debolezza, perché porta ad analizzare gli altri allo stesso modo e quindi forse a trarre conclusioni errate. Ma non continuo, perché sto scrivendo una dissertazione e a quanto pare è meglio non scrivere nulla che scrivere delle dissertazioni.
Carissima Tatiana, non preoccuparti tanto delle magliette; quelle che ho mi possono fare aspettare quelle che mi manderai. Non mandarmi il termos oppure, mandamelo solo dopo aver avuto alla direzione la certezza che mi sarà consegnato; per averlo in magazzino, è meglio non averlo. La signora Pina abita proprio in via Montebello 7, non credo che debba venire per ora, anzi lo escludo. Ti manderò fuori un altro po’ di libri e due camicie sbrindellate. – Scrivi a mia madre salutandola da parte mia e assicurandola che sto abbastanza bene.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

154.

2 giugno 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto le magliette che mi hai mandato e ti ringrazio. Non ho altra biancheria sciupata da mandarti oltre le due camicie che hai ricevute; anche queste si sono strappate proprio in queste ultime settimane; erano molto ragnate, ma senza sbrindelli, come tu stessa puoi assicurarti osservandole. Non aspettare perciò nulla; le tue virtú di rammendatrice non avranno un oggetto per manifestarsi, per questa volta almeno. Ho ricevuto anche le tue due lettere del 24 e del 31 maggio. Tu sbagli di molto se credi che io «debba compatirti perché ti sei decisa a non nascondermi nulla», o quando scrivi che «la tua sincerità ti costringe ad essere crudele nel non nascondermi la verità». Mi pare invece che tu sia stata molto piú crudele ad attendere tre anni per scrivermi certe notizie. Ma non ti rimprovero: ho rinunziato a capire qualche cosa, poiché mi sono convinto che, per una ragione o per l’altra, non riuscirò mai ad avere elementi sufficienti per capire qualche cosa. Le cartoline di tuo papà, che mi trascrivi, mi hanno appunto persuaso di ciò.
Carissima, voglio scriverti di una quistione che ti farà arrabbiare o ti farà ridere. Sfogliando il piccolo Larousse mi è ritornato alla memoria un problema abbastanza curioso. Da bambino io ero un infaticabile cacciatore di lucertole e di serpi, che davo da mangiare a un bellissimo falco che avevo addomesticato. Durante queste caccie nelle campagne del mio paese (Ghilarza), mi capitò tre o quattro volte di trovare un animale molto simile al serpe comune (biscia), solo che aveva quattro zampette, due vicino alla testa e due molto lontane dalle prime, vicino alla coda (se si può chiamare cosí): l’animale era lungo 60-70 centimetri, molto grosso in confronto della lunghezza, la sua grossezza corrisponde a quella di una biscia di 1 metro e 20 o un metro e 50. Le gambette non gli sono molto utili, perché scappava strisciando molto lentamente. Al mio paese questo rettile si chiama scurzone, che vorrebbe dire scorciato (curzu vuol dire corto) e il nome si riferisce certamente al fatto che sembra una biscia scorciata (bada che c’è anche l’orbettino, che alla poca lunghezza unisce la proporzionata sottigliezza del corpo). A Santu Lussurgiu dove ho fatto le tre ultime classi del ginnasio, domandai al professore di Storia Naturale (che veramente era un vecchio ingegnere del luogo) come si chiamasse in italiano lo scurzone. Egli rise e mi disse che era un animale immaginario, l’aspide o il basilisco, e che non conosceva nessun animale come quello che io descrivevo. I ragazzi di Santu Lussurgiu spiegarono che nel loro paese scurzone era appunto il basilisco, e che l’animale da me descritto si chiamava coloru (coluber latino), mentre la biscia si chiamava colora al femminile, ma il professore disse che erano tutte superstizioni da contadini e che biscie con le zampe non ne esistono. Tu sai come faccia rabbia a un ragazzo sentirsi dar torto quando invece sa di aver ragione o addirittura essere preso in giro come superstizioso in una quistione di cose reali; penso che a questa reazione contro l’autorità messa a servizio dell’ignoranza sicura di se stessa è dovuto se ancora mi ricordo l’episodio. Al mio paese poi non avevo mai sentito parlare delle qualità malefiche del basilisco-scurzone, che però in altri paesi era temuto e circondato di leggende. – Ora appunto nel Larousse ho visto nella tavola dei rettili un sauriano, il seps, che è appunto una biscia con quattro zampette (il Larousse dice che abita la Spagna e la Francia meridionale, è della famiglia degli scincidés il cui rappresentante tipico è lo scinque (forse il ramarro?) La figura del seps non corrisponde molto allo scurzone del mio paese: il seps è una biscia regolare, sottile, lunga, proporzionata, e le zampette sono attaccate al corpo armonicamente; lo scurzone invece è un animale repellente: la sua testa è molto grossa, non piccola come quella delle biscie; la «coda» è molto conica; le due zampette d’avanti sono troppo vicine alla testa, e sono poi troppo lontane dalle zampe di dietro; le zampe sono bianchiccie, malsane, come quelle del proteo e dànno l’impressione della mostruosità, dell’anormalità. Tutto l’animale, che abita in luoghi umidi (io l’ho sempre visto dopo aver rotolato grossi sassi) fa un’impressione sgraziata, non come la lucertola e la biscia, che a parte la repulsione generica dell’uomo per i rettili, sono in fondo eleganti e graziose. Vorrei ora sapere dalla tua sapienza di storia naturale, se questo animale ha un nome italiano e se è noto che in Sardegna esiste questa specie che deve essere della stessa famiglia del seps francese. È possibile che la leggenda del basilisco abbia impedito di ricercare l’animale in Sardegna; il professore di Santu Lussurgiu non era uno stupido, tutt’altro, ed era anche molto studioso; faceva collezioni mineralogiche ecc., eppure non credeva che esistesse lo «scurzone» come realtà molto pedestre, senza alito avvelenato e occhi incendiari. Certo questo animale non è molto comune: io l’ho visto non piú di una mezza dozzina di volte e sempre sotto dei massi, mentre biscie ne ho viste a migliaia senza bisogno di muovere sassi.
Cara Tatiana, non arrabbiarti troppo di queste mie divagazioni.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

155.

16 giugno 1930

Carissima Tatiana,
ho avuto poco fa il colloquio con mio fratello e ciò ha determinato un corso a zig-zag dei miei pensieri. È stata davvero una novità straordinaria, alla quale non ero neanche minimamente preparato: non avrei creduto possibile di rivedere mio fratello a Turi. Sono stato molto contento, anche perché con Gennaro sono stato molto piú amico che col resto della famiglia. Intanto però non so cosa scrivere a te. Mi accontenterò di qualche cosettina. Da Gennaro ho saputo che mangi veramente poco: egli ne è rimasto colpito e spontaneamente me ne ha accennato (non c’è stata malizia alcuna da parte mia e non l’ho neanche interrogato in proposito: quindi il suo giudizio ha molta importanza: – tu mangi cosí pochino, che dài subito nell’occhio e ciò è molto grave). Bisogna cambiare e curarsi, per avere il diritto di far le prediche a me.
Una cosa che mi ha fatto molto ridere nell’ultima tua cartolina è la tua affermazione di sapere che io ci tengo a che mi si facciano gli auguri per il mio onomastico. Non so chi ti abbia rivelato questo segreto che tenevo accuratamente nascosto nelle piú intime latebre del piú profondo subcosciente; tanto nascosto e tanto segreto che dall’età di sei anni non sapevo neppure piú di custodire (solo fino ai sei anni ho ricevuto dei regali per il mio onomastico). Ho paura che tu scoprirai chissà quale altra mia piaga nascosta: forse quella di farmi frate trappista o di inscrivermi alla Compagnia di Gesú. (Un solo segreto desiderio io ti voglio rivelare, che mi ha sempre tormentato, che non sono mai riuscito a soddisfare e che forse, ahimè, non soddisferò mai: quello di mangiare una frittura mista di rognoni e di cervello di babirussa e di rinoceronte!) Cara Tatiana, in ogni modo ti ringrazio degli auguri, con la semplice avvertenza che il Sant’Antonio che mi protegge non è quello di giugno, ma quello di gennaio, accompagnato dalla specie europea del babirussa. (Purtroppo il babirussa abita solo nelle isole della Sonda e quindi è molto difficile da procurare, specialmente sotto la forma di cervello e rognoni freschi).
Vorrei che mi facessi inviare dalla Libreria due libricini: 1° Benedetto Croce – Alessandro Manzoni – Laterza editore, Bari – 2° Albert Mathiez – La Révolution Française, Tome III. La Terreur – Collection Armand Colin – presso lo stesso editore, Parigi (avverti che desidero solo questo terzo volumetto, perché i primi due li ho già).
Carissima Tatiana, ti ringrazio tanto delle notizie che mi hai ancora mandato.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Avvertimi con esattezza della tua partenza da Turi.

156.

14 luglio 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto tutte le tue lettere, le lettere di Giulia e la fotografia. Non mi hai, però, dato notizie del tuo viaggio. Ti sei fermata a Bari? Hai consultato l’oculista e che cosa ti ha detto? Tutte queste informazioni mi interessano molto: vorrei sperare, davvero, che ti decida a curare seriamente la tua salute, ma ci credo poco; avresti bisogno di un vero e proprio «aguzzino» che ti costringesse a nutrirti in modo soddisfacente, anche con l’uso di mezzi coercitivi e di vie di fatto (tiratine di capelli, ecc.) – ma non vedo come ciò possa avvenire: forse io solo sarei capace di esercitare in modo efficiente questa professione, combinando in giusta misura la spietatezza fredda e la persuasione affettuosa. Dovresti proprio impegnarti solennemente con me (con prestazione della parola d’onore) di prendere ogni mattino tre tuorli d’uovo sbattuti nello zucchero col caffè caldo e in ogni lettera assicurarmi d’aver rispettato l’impegno. Lo vuoi fare? Sembra una cosa da ridere, eppure credo che sarebbe forse una cosa molto seria.
In questi ultimi giorni c’è stata una piccola novità reale. Mi è stato comunicato il condono di un anno, quattro mesi e cinque giorni di pena: la pena complessiva è cosí ridotta a 19 anni sani e il giorno della scarcerazione dal 25 maggio 1947, è stato portato al 20 gennaio 1946. Nell’avviso si accennava a una declaratoria del Tribunale Speciale del maggio 1930 in dipendenza del decreto del 1° o 2 gennaio che si riferisce alla misura presa in occasione del matrimonio del principe ereditario. Come vedi si tratta di una novità vera e propria, perché ormai era radicata la persuasione che il decreto del gennaio non si applicasse ai condannati del Tribunale Speciale: invece si è avuto il condono ed io, come molti altri, non ho avuto un anno, ma bensí un anno, quattro mesi e cinque giorni. Come si spiega tutto ciò? Io lo spiego cosí: nelle condanne inflitte per supposti reati commessi prima della legge speciale e quindi giudicati col vecchio codice Zanardelli, i capi di imputazione sono parecchi: io avevo sei capi di imputazione che portavano complessivamente 31 anni e 8 mesi tra reclusione e detenzione, ridotti per il cumulo giuridico a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni. Penso che il tribunale ha applicato il decreto del condono di un anno, a tre o quattro e forse cinque capi di imputazione, rifacendo quindi il calcolo del cumulo giuridico in modo che si ebbe la detrazione dei 16 mesi e 5 giorni. – Ti ho scritto tutto ciò perché sono molto curioso di sapere se la mia ipotesi è giusta e a quali capi d’imputazione è stato applicato il condono. Vuoi informarti? Appena ti sei rimessa, potresti recarti forse alla cancelleria del Tribunale e domandare questi schiarimenti: non so se ci sia altro mezzo. Forse potresti domandarlo a Piero.
Ti prego di farmi mandare dalla libreria questo libro: P. Louis Rivière L’après-guerre: dix ans d’histoire (1919-1929) Parigi, editore Ch. Lavauzelle et Cie – Informami proprio se decidi di prendere i tre tuorli al caffè quotidiani (devono proprio essere tre, perché capiterà spesso che in tutto il giorno non mangerai altro). Te lo farò dire anche da Gennaro che forse ai primi dell’altra settimana andrà a Roma.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

157.

14 luglio 1930

Carissima Giulia,
un piccolo calcolo di contabilità… epistolare, come introduzione: – in questa prima quindicina di luglio ho ricevuto quattro tue lettere, una datata del 24 dicembre 29, una del 5 febbraio 30 e due recentissime, del giugno; anteriormente avevo ricevuto una lettera nel dicembre 29 datata del 15 novembre e prima ancora una lettera del giugno. Ciò significa che dal luglio 29 al luglio 30, un anno, avevo solo ricevuto una tua lettera. Queste pure constatazioni di fatto sono alla base di tutta una superstruttura psicologica che mi guarderò bene dal descrivere: certo questo anno non è passato senza lasciare parecchie traccie su di me. Ho spesso ricordato in questo tempo uno strano tipo che ho conosciuto in tempo di guerra, non privo di un certo talentaccio perché ha finito con l’inventare un cavallino meccanico che muoveva le gambe e camminava come un cavallo vivo: egli voleva seriamente che io mi sottoponessi in sua compagnia a questo esercizio destinato a renderci invulnerabili: spararsi addosso metodicamente, centimetro per centimetro di pelle, dei colpi di pistola, caricando la pistola gradatamente da dosi minime alle dosi normali. Io mi guardai bene dall’accettare e quindi non ho potuto fisicamente immunizzare la pelle; ma ho acquistato la persuasione in questi ultimi mesi di aver immunizzato la pelle, dirò cosí, morale, o sentimentale o psicologica; sono stato un po’ ossessionato, è vero, ma poi sono caduto in uno stato di completa ottusità e insensibilità, che ancora dura un po’. Sono contento di aver ricevuto le tue quattro lettere e le fotografie, tuttavia esse mi hanno lasciato l’impressione che hai attraversato una crisi grave e che non l’hai superata ancora: anche la fotografia mi ha lasciato questa impressione. Tu hai ricordato la piccola fotografia in cui ti trovavo una espressione «guerresca», ebbene, questa mi richiama le fotografia con l’espressione «dolce e mite» con in piú qualcosa di nuovo, non so se doloroso o rassegnato. Questo mi impressiona. Forse, è vero, basterebbe poco per far cambiare tutto questo, ma questo «poco» è incredibilmente difficile e moltissimo: basterebbe una carezza sulla fronte. Eppure io sono convinto e nonostante le impressioni che ho avuto, ho rafforzato questa convinzione, che tu ignori te stessa e le riserve di energia che hai in te e che le tue crisi di debolezza e di depressione sono dovute proprio a questo. Perciò penso che devi scrivermi di piú: non solo per me (naturalmente anch’io sarei molto contento, ti pare?) ma anche per te. Mi pare che tu ti affligga perché scrivi poco e per questa afflizione scriva ancor meno e cosí via, tormentandoti in scala crescente. Dovresti scrivermi di piú e con maggiore ardire. Ciò che scrivi dei bambini è interessante e caratteristico (scegli molto bene i tratti che mi possono piacere) ma non mi dà l’idea di uno sviluppo, di un arricchimento progressivo della loro piccola vita di uomini in formazione, della formazione in loro di una embrionale concezione del mondo. Il mio accenno alla carta geografica aveva solo questo significato e non era affatto pedantesco, sebbene io creda che coi bambini, finché la personalità sia giunta a un certo grado di sviluppo, un po’ di pedanteria sia necessaria e indispensabile. Di solito avviene, almeno nei nostri paesi, che la pedanteria viene invece esercitata piú tardi, proprio quando è dannosa, dai 12 ai 16 anni, salvo a non curarsene; ma allora si hanno i ragazzi «fuori legge». Ti ho scritto un po’ arruffatamente, sotto l’impressione delle tue tante lettere ultime. Devi proprio sentire come se io ti abbracciassi stretta stretta insieme con Delio e Giuliano e sorridendo ti accarezzassi la fronte
Antonio

158.

28 luglio 1930

Carissima Tania,
non ho potuto fare a Gennaro la commissione di cui mi scrivesti, perché la tua cartolina mi fu consegnata dopo il colloquio. A questo proposito; sarà bene tener presente il giorno in cui io potrò scriverti; d’ora innanzi dovrò limitarmi sempre a una lettera al mese e tu dovrai badare a scrivermi le cose che domandano risposta in modo che io non debba rimandare la risposta d’un mese. Gennaro vuole che qualche volta scriva anche a lui e potrò farlo solo dedicandogli mezzo foglio della lettera che scrivo a casa.
Sono contento dei tuoi proponimenti di nutrirti in modo conveniente: è la base di tutta la tua condizione di salute. Devi proprio impegnarti a fare ciò che ti ho raccomandato, senza cavillare sulle uova che sono pesanti e che so io. Tu cerchi sempre l’ottimo e naturalmente finisci col non far niente: è una forma tipica di abulia quella che consiste nel manifestare fermissimi propositi che poi non trovano mai l’«ottimo» in cui realizzarsi. – È molto increscioso che non abbia potuto approfittare del viaggio di Piero per farti accompagnare, ma temo che dovrai lasciar passare anche qualche altra buona occasione, se non ti rimetterai in condizione di poter viaggiare senza pericolo. Non so perché ti preoccupi delle dogane, dei visti ecc. Tutto ciò è un’inezia, perché basta che tu abbia con te un sacco o una valigetta con gli oggetti necessari per il viaggio stesso: i bagagli si fanno impiombare alla frontiera di partenza e viaggiano con te fino alla frontiera d’arrivo senza altro disturbo che di consegnare lo scontrino a un träger alle stazioni capolinea per il trasbordo da un treno all’altro: alla dogana presenti solo, cosí, ciò che hai con te personalmente, che non domanda gran lavoro, perché i doganieri possono solo domandare di vedere se non ci siano gioielli. Ti scrivo questo per convincerti che la sola difficoltà è la tua salute e null’altro: tutto dipende dalla tua buona volontà e dalla tua perseveranza; ma se non incomincerai una buona volta, non sarai mai pronta né disposta. Hai capito? Niente cavilli, niente cause o difficoltà estranee ecc. ecc. Tu stessa sei l’alfa e l’omega della tua vita e della tua libertà di movimento. – Carissima, devi proprio esser brava e non farmi stare sempre col rimorso che per causa mia non puoi fare ciò che piú ti piacerebbe. Ti abbraccio teneramente
Antonio

Spedisci a mia madre la parte che le spetta.

159.

28 luglio 1930

Carissima mamma,
le due piccole fotografie che mi ha portato Nannaro mi sono molto piaciute: anche se tecnicamente non ben riuscite, riescono a dare una impressione abbastanza immediata della tua fisionomia e della tua espressione. Mi pare che, nonostante i tuoi anni e tutto il resto, tu ti sei mantenuta assai giovane e forte: devi avere pochi capelli bianchi e la tua espressione è molto vivace anche se un po’, come dire?… matronale. Scommetto che potrai ancora vedere i pronipoti e vederli già grandetti; proprio vogliamo fare una grande fotografia, un giorno avvenire, dove saremo tutte le generazioni e tu nel mezzo a mettere ordine. Mea è molto cresciuta, ma è sempre ancora molto… spabaiada. Nannaro, da ciò che gli avete scritto, aveva creduto che sua figlia fosse chissà quale mostro di sapienza e di genialità. Da ciò dipende che è passato all’estremo opposto e ha dimenticato che la bambina ha ancora solo 9 o 10 anni. Però un po’ di ragione ce l’ha, specialmente quando osserva che noi a quell’età eravamo piú maturi e piú sviluppati intellettualmente. Questo colpisce anche me. Mi pare che Mea sia troppo puerile per la sua età, anche per la sua età, che non abbia altre ambizioni che quella di fare belle figure apparenti e che non abbia vita interiore, che non abbia bisogni sentimentali che non siano piuttosto animaleschi (vanità, ecc.). Forse voi l’avete viziata troppo e non l’avete costretta a disciplinarsi. È vero che anch’io o Nannaro o gli altri, non siamo stati costretti a disciplinarci, ma l’abbiamo fatto da noi stessi. Io ricordo che all’età di Mea sarei morto di vergogna se avessi fatto tanti errori di ortografia; ti ricordi quanto leggevo fino a tarda ora e a quanti sotterfugi ricorrevo per procurarmi dei libri. E anche Teresina era cosí, sebbene fosse anch’essa una bambina come Mea e fosse certamente anche più graziosa fisicamente. Vorrei sapere cosa ha letto Mea finora: mi pare, da ciò che scrive, che non deve leggere altro che i libri di scuola. Insomma, dovete cercare di abituarla a lavorare con disciplina e a restringere un po’ la sua vita «mondana»: meno successi di vanità e piú serietà di sostanza. Fammi scrivere da Mea e dille che mi racconti la sua vita, ecc. Baci a tutti. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

160.

11 agosto 1930

Carissima Tatiana,
mi scrivi che hai parlato già della domanda che ho deciso di fare da un pezzo, ma che poi ho dovuto rimandare e che in quest’ultimo tempo non ho avuto voglia di scrivere perché abbrutito letteralmente dal non dormire e dal caldo; vuol dire che farò un «grande» sforzo in questi giorni e la scriverò. Ancora non ho riacquistato l’equilibrio, sebbene da qualche notte dorma un po’: mi viene una specie di afasia psichica, che si manifesta con l’impossibilità di concentrare l’attenzione, con la difficoltà di connettere dei concetti e fino con la difficoltà di trovare le parole materiali e di ricordare da un attimo all’altro le cose piú comuni. Non è una cosa grave: conosco di che si tratta, perché già altre volte ho avuto di queste crisi anche in forma peggiore.
Da mio fratello Gennaro ho ricevuto una lettera da Namur, mentre era ancora in viaggio, il 22 luglio, poi più nulla. Mi pare difficile che non mi abbia scritto qualche altra volta e dubito che ci sia stata qualche dispersione. Tu hai il suo indirizzo e puoi scrivergli? Dovresti avvertirlo del fatto e aggiungere che la sua lettera da Namur era abbondantemente censurata, perché sappia regolarsi.
Mi dispiace che sia andata ad abitare dal vecchio Isacco: è un ambiente troppo depresso e deprimente. Spero che non perderai quel poco di forza di volontà che parevi aver riacquistato e che continuerai la cura intensiva delle uova. Sai che mi ha fatto ridere un tuo accenno al fatto che hai «sempre fame»? Ne parli come se si trattasse di una malattia e non di un segno di sanità. È un punto di vista che i napoletani hanno spiritosamente incarnato nella figura di monsignor Perrelli e delle cure che egli aveva dei suoi cavalli per guarirli dalla malattia della fame. Ma almeno monsignor Perrelli voleva guarire i suoi cavalli e non applicò a se stesso il regime dell’astinenza! Tu invece pare non abbia ancora imparato che mangiando non si ha piú fame: davvero è strabiliante un tal modo di procedere verso se stessi. Dovrei estendere il tuo menu quotidiano e oltre ai tre tuorli d’uovo «importi» qualche cosa altro di fisso: ma ciò sarebbe esagerato davvero e poi non saprei cosa consigliarti, perché non so come hai organizzato la tua vita, se mangi a casa, se sei a dozzina ecc. Informami, ti prego. Voglio almeno esercitare su di te tutta la pressione morale possibile, perché mi pare di essere responsabile verso tua madre delle tue condizioni di salute. – Sai che è stata pubblicata la continuazione delle avventure di padre Brown? Il libro è uscito presso la casa editrice «Alpes» di Milano e si intitola La saggezza di padre Brown; ti informo perché il primo volume, mi pare, ti era piaciuto molto e se nel primo il padre Brown era ingenuo mentre nel secondo è saggio chissà quali progressi avrà fatto la sua capacità di induzione e di introspezione psicologica. Cara Tania, ti abbraccio teneramente
Antonio

161.

11 agosto 1930

Carissima Giulia,
non ho proprio voglia di scriverti una lettera, ma ti voglio solo salutare. Tania mi ha scritto che ti sei già recata nella casa di riposo; spero che ti rafforzerai e che ti rimetterai rapidamente in grado di riprendere la tua attività. Scrivimi che significato esatto assume o può assumere per i bambini la registrazione che essi hanno un anno di piú di età. Io non so quale forma voi diate a questa ricorrenza e quale forza stimolante ed energetica praticamente se ne possa ritrarre. Realmente non so nulla di tutto il sistema di educazione, e ciò mi interesserebbe moltissimo. Tania mi ha scritto che l’amico Piero avrebbe portato dei regali per Delio: dimmene qualche cosa. Ti ricordi quella palla di celluloide mezzo riempita d’acqua e coi cigni galleggianti che Delio aveva a Roma? Essa era un regalo di Piero, ma ricordo che Delio s’interessava specialmente a volerla aprire, cioè a distruggerla come giocattolo, ciò che dimostra che non era molto rispondente al fine. Scrivimi del tuo riposo e di tante altre cose. Ti abbraccio.
Antonio

162.

25 agosto 1930

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua assicurata con le 250 lire e poco fa ho ricevuto la tua lettera del 23: qualche giorno fa ho ricevuto una lettera di Mamma e di Mea. Come ho scritto a Tatiana ho ricevuto da Nannaro una lettera da Namur del 22 luglio e poi piú nulla: vorrei solo che tu lo informassi del fatto per il caso in cui egli abbia scritto e la lettera sia andata dispersa. Per ciò che riguarda Mea, mi pare che tu non abbia ragione. Poiché la quistione è importante e può decidere di tutto l’avvenire della ragazza, ti esprimo ancora qualche mia osservazione. Io ho tenuto conto dell’ambiente in cui essa vive, naturalmente, ma l’ambiente non giustifica nulla: mi pare che tutta la nostra vita sia una lotta per adattarci all’ambiente ma anche e specialmente per dominarlo e non lasciarcene schiacciare. L’ambiente di Mea siete prima di tutto voi di costà, poi i suoi amici, la scuola, e poi tutto il paese coi suoi Cozzoncu, con le sue zie Tane e Zuanna Culemantigu, ecc. ecc. Da quali sezioni di quest’ambiente Mea riceverà gli impulsi per le sue abitudini, i suoi modi di pensare, i suoi giudizi morali? Se voi rinunziate ad intervenire ed a guidarla, usando dell’autorità che viene dall’affetto e dalla convivenza famigliare facendo pressione su di lei, in modo affettuoso ed amorevole ma tuttavia rigido e fermo inflessibilmente, avverrà senza alcun dubbio che la formazione spirituale di Mea sarà il risultato meccanico dell’influsso casuale di tutti gli stimoli di quest’ambiente: cioè all’educazione di Mea contribuirà zia Tana come Cozzoncu, ziu Salomone e tiu Juanni Bobbai ecc., (cito questi nomi come simboli, perché immagino che se questi tipi sono morti, ne esisteranno altri di equivalenti). Un errore che si fa di solito nel tirar su i ragazzi mi pare sia questo (tu puoi pensare a te stesso e poi giudicare se ho ragione): non si distingue che nella vita dei ragazzi ci sono due fasi molto distinte, prima e dopo la pubertà. Prima della pubertà la personalità del ragazzo non si è ancora formata ed è piú facile guidare la sua vita e fargli acquistare determinate abitudini di ordine, di disciplina, di lavoro: dopo la pubertà la personalità si forma in modo impetuoso e ogni intervento estraneo diventa odioso, tirannico, insopportabile. Ora avviene appunto che i genitori sentono la responsabilità dei figli proprio in questo secondo periodo, quando è tardi: allora naturalmente entra in iscena il bastone e la violenza, che poi danno ben pochi frutti. Perché non occuparsi del ragazzo nel primo periodo, invece? Sembra poco, ma l’abitudine di star seduti a tavolino 5-8 ore al giorno è una cosa importante, che si può far acquistare con le buone fino ai 14 anni, ma in seguito non si può piú. Per le donne mi pare sia lo stesso, e forse peggio, perché la pubertà è una crisi molto piú grave e complessa che negli uomini: con la vita moderna e la relativa libertà delle ragazze, la quistione è ancora aggravata. Io ho l’impressione che le generazioni anziane hanno rinunziato a educare le generazioni giovani e che queste commettono lo stesso errore; il clamoroso fallimento delle vecchie generazioni si riproduce tale e quale nella generazione che adesso sembra dominare. Pensa un po’ a ciò che ho scritto e rifletti se non sia necessario educare gli educatori.
Per ciò che riguarda le domande da fare per i libri di Trotzky, forse è meglio davvero che faccia tu la pratica. Ecco come dovrà porsi la quistione. Vorrei mi si concedesse la lettura: 1° dei libri di Trotzky scritti dopo la sua espulsione dalla Russia, cioè della sua autobiografia tradotta anche in italiano e stampata dalla Casa editr. Mondadori e di questi altri due: La Révolution défigurée e Vers le capitalisme ou vers le socialisme, (questi due li possiedo già ma ci vuole un’autorizzazione perché mi siano consegnati). 2° il libro del Fülöp Miller – Il volto del bolscevismo – tradotto in italiano con prefazione di Curzio Malaparte, attuale direttore della «Stampa» di Torino e noto fascista della prima ora. 3° questi libri che possiedo già e che per ragioni da me insindacabili non mi saranno concessi senza autorizzazione: 1° Mino Maccari – Il trastullo di Strapaese (è un canzoniere fascista: il Maccari era il capo dei fascisti di Colle Valdelsa ed ora è redattore capo della «Stampa») – Giuseppe Prezzolini – Mi pare (è una raccolta di articoli sulla moda, sulle librerie, ecc.): il libro è stato stampato a Firenze da Arturo Marpicati, attuale segretario e cancelliere dell’Accademia d’Italia; il Prezzolini è il direttore della Sezione italiana dell’Istituto di Cooperazione intellettuale e suo superiore immediato è proprio l’on Rocco, Ministro della Giustizia – 3° Maurice Muret – Le crépuscule des nations blanches (Il Muret è uno scrittore svizzero molto amico dell’Italia: compila molte rubriche di letteratura italiana in giornali e riviste francesi e svizzere: il libro tratta della quistione coloniale) – 4° Petronio Arbitro – Satyricon (è uno dei capolavori della lett. latina: ho fatto un corso di due anni di università su questo libro e lo ricordo a memoria in gran parte ancora: contiene delle oscenità come tutti i libri latini e greci, ma io non faccio collezioni di libri osceni) – 5° Krassnoff – Dall’aquila imperiale alla bandiera rossa (è un romanzo dell’ex generale dei cosacchi Krassnoff, ora emigrato zarista a Berlino: è stampato dall’editore Salani coi romanzi di Carolina Invernizio) – 6° Heinrich Mann – Le sujet (è un romanzo tedesco del tempo di Guglielmo II) – 7° Jack London – Le memorie di un bevitore (non lo conosco ma dev’essere un romanzo di avventure di marinai e di minatori dell’Alaska) – 8° Oscar Wilde Il fantasma di Canterville ecc. (sono tre novelle umoristiche contro lo spiritismo e le storie inglesi sui fantasmi). Scrivimi ciò che farai. Abbraccia tutti di casa. Cordialmente
Antonio

163.

22 settembre 1930

Carissima mamma,
ho ricevuto a suo tempo l’assicurata di Carlo con duecento lire. Non sto male e non ho avuto nessuna malattia, l’assenza di lettere è stata determinata da altre cause. Non ho ricevuto la lettera di Nannaro che Carlo mi ha annunziato. Spero veramente, come mi scrive Carlo, che riesca finalmente a farti curare in modo energico: sai, penso sempre che tu ti fidi troppo della tua robustezza passata, quando non avevi quasi mai delle malattie, e che perciò non sei troppo assidua nel seguire i consigli dei medici e ti trascuri. Carlo e Grazietta dovrebbero costringerti a curarti e non lasciarti stancare, anche a costo di legarti alla sedia. Ma Grazietta non dev’essere molto energica e anche Carlo si lascerà commuovere e cosí tu continuerai forse a stare dinanzi ai fornelli e poi magari uscire nel cortile anche se sei riscaldata ecc. Ah! Peppina Marcias, ci vorrebbe un figlio come me vicino per farti fare le cure a dovere e non lasciarti correre a destra e a mancina come un furetto. Carissima mamma, scrivimi o fammi scrivere sulla tua salute. Baci a tutti di casa e a te tanti abbracci affettuosi.
Antonio

164.

22 settembre 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto il tuo pacco e le lettere di Giulia e la fotografia del tuo babbo. Le sopracalze vanno su per giú bene come misura (sono forse un po’ troppo grandi), ma non sono molto utili, si consumano dal primo giorno. Se vuoi mandarmene di panno, come scrivi, ti raccomando di badare al colore: devono essere bianche o almeno il bianco deve dominare, altrimenti non sono permesse. Delle medicine ho incominciato a prendere l’Uroclasio e il Benzofosfan: mi pare che l’Uroclasio mi abbia già giovato un po’ per la gengivite espulsiva (questo è il nome della malattia e non gengivite «esplosiva» come ti dissi una volta): sebbene tutti i denti continuino a muovere e non ne combacino ormai che due soli (uno superiore e l’altro inferiore, canini); in modo che non posso masticare nulla, tuttavia almeno non mi fanno male e le gengive non bruciano tanto: nessun beneficio invece ho ancora riscontrato per il mal di capo, ma la cura deve ancora essere lunga, secondo le istruzioni. Gli altri medicinali li tengo da parte per ora: non voglio riempirmi lo stomaco di cose tanto disparate e di alcuni, in verità, ignoro lo scopo perché mancano le istruzioni. – Il Benzofosfan l’ho quasi terminato. La fotografia del tuo babbo non mi pare che sia ben riuscita: non dà la vera espressione caratteristica e piú personale. È vero che non ha piú la barba intera e ciò cambia un po’ la fisionomia generale che mi era rimasta impressa, ma mi pare tuttavia che manchi molto altro. Forse si è accorciato la barba perché Delio quando era in culla, nel 1925, gliela strappava con grande vigore: sai, che stavo a lungo a guardare la scena: tuo padre si chinava sul bambino per farlo giocare e lui si afferrava alla sua barba per drizzarsi, mentre tuo padre rideva di cuore, sebbene dovesse sentire abbastanza dolore. – Mi è stata consegnata ieri la traduzione di Puškin: da un pezzo non avevo letto corbellerie cosí stupide: è un vero caso di teratologia letteraria; non è riuscita neanche a divertirmi tanto la stupidaggine è monotona. Però mi sarà utile lo stesso per capire meglio l’originale. – Ti prego di scrivere alla libreria avvertendo che non ho ricevuto il fascicolo di agosto della rivista «Gerarchia» e che desidero averlo. Cosí desidero avere anche i due volumi dei Racconti autobiografici di Leone Tolstoi, recentemente pubblicati dalla «Slavia». Dovresti tu, se hai tempo, passare dalla Libreria del Littorio che deve essere in una via centrale e farmi mandare un fascicolo di saggio della rivista «Bibliografia fascista»: forse bisogna comprarlo e farlo spedire, pagando le spese di posta; forse anche qualche altra libreria farà il servizio.
Carissima Tatiana, non devi essere preoccupata e specialmente non devi pensare di potermi avere scontentato: per pensare cosí, dovresti anche pensare non solo che io sia un bel scellerato egoista, ma addirittura un tanghero. Sto abbastanza bene. La volta prossima vedrò di scrivere tutta la lettera a Giulia.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Forse sarebbe bene che mi mandassi un po’ di carta e buste per le lettere, perché mi pare che la scorta sia finita o stia per finire.

165.

6 ottobre 1930

Carissima Tania,
sono stato contento della venuta di Carlo. Egli mi ha detto che ti sei rimessa abbastanza, ma vorrei avere piú precise notizie sulle tue condizioni di salute. Ti ringrazio per tutto ciò che mi hai mandato. Non mi sono stati ancora consegnati i due libri: la «Bibliografia fascista» e le novelline di Chesterton che leggerò volentieri per due ragioni. Primo perché immagino che siano interessanti almeno quanto la prima serie e secondo perché cercherò di ricostruire l’impressione che dovettero fare su di te. Ti confesso che questo sarà il mio diletto maggiore. Ricordo esattamente il tuo stato d’animo nel leggere la prima serie: tu avevi una felice disposizione a ricevere le impressioni piú immediate e meno complicate dai sedimenti culturali. Non eri neanche riuscita ad accorgerti che il Chesterton ha scritto una delicatissima caricatura delle novelle poliziesche piú che delle novelle poliziesche propriamente dette. Il padre Brown è un cattolico che prende in giro il modo di pensare meccanico dei protestanti e il libro è fondamentalmente un’apologia della Chiesa Romana contro la Chiesa Anglicana. Sherlock Holmes è il poliziotto «protestante» che trova il bandolo di una matassa criminale partendo dall’esterno, basandosi sulla scienza, sul metodo sperimentale, sull’induzione. Padre Brown è il prete cattolico, che attraverso le raffinate esperienze psicologiche date dalla confessione e dal lavorio di casistica morale dei padri, pur senza trascurare la scienza e l’esperienza, ma basandosi specialmente sulla deduzione e sull’introspezione, batte Sherlock Holmes in pieno, lo fa apparire un ragazzetto pretenzioso, ne mostra l’angustia e la meschinità. D’altra parte Chesterton è grande artista, mentre Conan Doyle era un mediocre scrittore, anche se fatto baronetto per meriti letterari; perciò in Chesterton c’è un distacco stilistico tra il contenuto, l’intrigo poliziesco e la forma, quindi una sottile ironia verso la materia trattata che rende piú gustosi i racconti. Ti pare? Ricordo che tu leggevi queste novelle come se fossero state cronache di fatti veri e ti immedesimavi fino ad esprimere una schietta ammirazione per padre Brown e per il suo acume maraviglioso, in modo cosí ingenuo che mi divertiva straordinariamente. Non devi però offenderti, perché in questo divertimento c’era una punta di invidia per questa tua capacità di fresco e schietto impressionismo, per cosí dire. A dirti la verità, non ho molta voglia di scrivere: ho il cervello svaporato.
Ti abbraccio affettuosamente.

Antonio

166.

6 ottobre 1930

Carissima Giulia,
ho ricevuto due tue lettere: una del 16 agosto e l’altra successiva, credo del settembre. Avrei voluto scriverti a lungo, ma non mi è possibile, perché non riesco, in certi momenti, a connettere i ricordi e le impressioni provate nel leggere le tue lettere. Purtroppo, però, posso scrivere solo in giorni e ore determinate non da me e che talvolta coincidono con momenti di depressione nervosa. Mi ha fatto molto piacere ciò che mi scrivi: che avendo riletto mie lettere del 28 e 29, hai rilevato la identità dei nostri pensieri. Vorrei però sapere in quali circostanze e intorno a quale oggetto questa identità è stata da te specialmente rilevata. Nella nostra corrispondenza manca appunto una «corrispondenza» effettiva e concreta: non siamo mai riusciti a intavolare un «dialogo»: le nostre lettere sono una serie di «monologhi» che non sempre riescono ad accordarsi neanche nelle linee generali; se a questo si aggiunge l’elemento tempo, che fa dimenticare ciò che si è scritto precedentemente, l’impressione del puro «monologo» si rafforza. Non ti pare? Ricordo una novellina popolare scandinava: – tre giganti abitano nella Scandinavia lontani uno dall’altro come le grandi montagne. Dopo migliaia d’anni di silenzio, il primo gigante grida agli altri due: – «Sento muggire un armento di vacche!» – Dopo trecento anni il secondo gigante interviene: «Ho sentito anch’io il mugghio!» e dopo altri 300 anni il terzo gigante intima: «Se continuate a far chiasso cosí, io me ne vado!» – Beh! non ho proprio voglia di scrivere, c’è un vento di scirocco che dà l’impressione di essere ubbriachi. Cara, ti abbraccio teneramente coi nostri bambini.
Antonio

167.

20 ottobre 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto le fotografie e tutti i tuoi commenti e le tue osservazioni non sono valse a farle diventare migliori; esse sono pessime e mi pare che mettano tutto in falsa luce. – Credo che ciò che scrivi sulle condizioni di salute di Giulia non sia esatto e che anzi sia pericoloso o almeno inopportuno porre cosí la quistione; mi pare che le conversazioni con la signorina Nilde abbiano contribuito a fuorviarti. È evidente che Giulia soffre di esaurimento nervoso e di anemia cerebrale che tendono a diventar cronici perché ella non vuole o non sa curarsi. Giulia sta mettendosi, insensibilmente, nelle stesse condizioni in cui si era messa Genia nel 1919, cioè non vuole persuadersi che un determinato ritmo di lavoro è possibile solo con certe compensazioni integrative dell’organismo e con un certo metodo di vita e che in ogni caso ciò che era almeno spiegabile nel 1919 non è che assurdo romanticismo nel 1930. L’aspetto grave della quistione mi pare consistere nel fatto che essa mi appare irrisolvibile: cosa infatti possiamo fare, io e tu? Delle prediche, degli avvertimenti generici, che saranno infruttuosi. Secondo me, in condizioni di tal genere, l’unico rimedio consiste in un giusto contemperamento dei mezzi persuasivi coi mezzi coercitivi, ma è appunto qui il punto: chi può esercitare questa coercizione necessaria? In ogni caso credo che il tuo modo di vedere sia errato e che se tu vuoi intervenire, devi abbandonarlo. Dico ciò seriamente, perché conosco molto bene lo stato delle cose, per averle osservate attentamente. Io scriverò una lunga lettera a Giulia, che, per forza, dovrà assumere la forma della «dissertazione», anche se questa forma è odiosa: non vedo cosa potrei fare d’altro. D’altronde non si tratta di un fenomeno individuale; purtroppo è diffuso e tende a diffondersi sempre piú, come si vede dalle pubblicazioni scientifiche fatte in rapporto ai nuovi sistemi di lavoro introdotti dall’America. Non so se tu segui questa letteratura. È interessante anche dal punto di vista psicologico e sono interessanti le misure prese dagli stessi industriali americani come Ford, per esempio. Ford ha un corpo di ispettori che controllano la vita privata dei dipendenti e impongono loro il regime di vita: controllano anche i cibi, il letto, la cubatura delle stanze, le ore di riposo e anche faccende piú intime; chi non si piega, viene licenziato e non ha i 6 dollari di salario giornaliero minimo. Ford dà 6 dollari al minimo, ma vuole gente che sappia lavorare e sia sempre in condizioni di lavorare, che cioè sappia coordinare il lavoro col regime di vita. Noi europei siamo ancora troppo bohémiens, crediamo di poter fare un certo lavoro e vivere come ci piace, da bohèmiens: naturalmente il macchinismo ci stritola e intendo macchinismo in senso generale, come organizzazione scientifica anche del lavoro di concetto. Siamo troppo romantici in modo assurdo e per non voler essere piccolo borghesi, cadiamo nella forma piú tipica di piccolo borghesismo che è appunto la bohème. Ho già cominciato a dissertare anche con te. Ti abbraccio teneramente
Antonio

168.

4 novembre 1930

Carissima Tatiana,
sono contento di aver saputo, dalla tua ultima lettera, che sei d’accordo con me per ciò che riguarda le condizioni di salute di Giulia. È sempre meglio, in queste quistioni, che dall’esterno si faccia una pressione morale identica; data la scarsa efficacia che in tali cose può avere la pressione morale, che essa almeno sia omogenea e concorde per non essere completamente inutile! Ti maravigli che a Roma io non sia stato un tuo alleato per ottenere da Giulia un metodo di vita materialmente meno spossante per riguardo alle necessità di lavoro. È giusta la tua maraviglia e dovrei giustificarmi. Ma ciò non è possibile oggi: la mia giustificazione apparirebbe forse grottesca o almeno comica o forse ancora semplicemente romanzesca.
Le mie condizioni di salute sono sempre le stesse e il mio sforzo maggiore è rivolto a mantenere almeno la stabilizzazione attuale. Tutto il problema è l’insonnia, che non essendo determinata che parzialmente da cause organiche, e in buona parte da cause esterne, meccaniche, inerenti piú o meno alla vita carceraria, non può essere vinta con mezzi terapeutici, ma solo palliata. Ho fatto una statistica per il mese di ottobre: solo due notti ho dormito 5 ore, per 9 notti intiere non ho dormito affatto, le altre notti ho dormito meno di 5 ore, in misura variabile, che dà una media generale di poco piú di due ore per notte. Io stesso mi maraviglio talvolta di avere ancora tanta resistenza e di non avere un collasso generale. Prendo regolarmente il Benzofosfan (che è quasi finito) e l’Uroclasio e la sera il Sedobrol. Li prendo, ripeto, per cercare di mantenere almeno il livello attuale delle mie condizioni fisiche.
Mi sono sempre dimenticato di scrivere che tra i libri consegnati a Carlo c’era un esemplare intatto dei Discorsi pronunziati dal Capo del Governo nel 1929: questo esemplare, per errore, mi era stato spedito in doppia copia e sarebbe bene rispedirlo alla Libreria, domandando un altro volume, in compenso, dello stesso prezzo. Non so se questi libri sono già in Sardegna o sono ancora a Roma: ti prego di far tu la spedizione se sono ancora a Roma o di avvertire Carlo (che non mi ha ancora scritto dopo il suo viaggio a Turi) se sono in Sardegna. Ti avevo anche scritto di avvertire la Libreria che non avevo ricevuto il numero di agosto della rivista «Gerarchia» e tu mi hai fatto sapere di averlo fatto. Bisognerà che insista perché oltre al mese di agosto mi manca ora anche quello di settembre e di ottobre; inoltre da oltre un mese non ricevo l’«Italia letteraria» (l’ultimo numero ricevuto è del 21 settembre). Ti prego di mandare una cartolina raccomandata, in modo da essere certi che la ricevano. Non ho letto il libro di Ford sugli ebrei, ma conosco il suo punto di vista dagli altri suoi libri fondamentali: la lotta contro gli ebrei è l’aspetto piú tagliente della sua lotta contro la plutocrazia che ha cercato a piú riprese di impadronirsi del suo sistema industriale con la pressione finanziaria e anche attraverso l’azione dei sindacati operai. Chissà quale maggiore odio nutrirà Ford ora, dopo le due crisi della Borsa di New York che hanno posto un freno alla costruzione degli automobili! Tutto l’ottimismo della sua visione industriale è stato distrutto d’un colpo e sarà difficile farlo rinascere.
Cara, ti abbraccio teneramente.
Antonio

169.

4 novembre 1930

Carissima Giulia,
ignoro se ti trovi ancora a Soci e se questa lettera deve esserti rispedita o se sei già rientrata dal riposo. Perciò non ti propino ancora una lunga lettera alla moda del dottor Grillo che avevo già pensato in tutta la sua struttura da dissertazione accademica. Sarà per una prossima volta. Intanto ti avverto che «tutto è scoperto», che non esistono piú misteri per me, che cioè sono stato minutamente informato delle tue vere condizioni di salute. Era, a dire il vero, ciò che in Italia si chiama «il mistero delle cose palesi», nel senso che io avevo compreso che tu stavi abbastanza male o per lo meno attraversavi una crisi psichica che doveva avere una base fisiologica; sarei stato un ben meschino «letterato» se non avessi compreso questo leggendo le tue lettere, che, dopo la prima lettura, che dirò disinteressata, in cui solo l’affetto per te mi guida – sono rilette, dirò cosí, da «critico» letterario e psicanalitico. Per me l’espressione letteraria (linguistica) è un rapporto di forma e contenuto: l’analisi mi dimostra o mi aiuta a capire se tra forma e contenuto c’è adesione completa o se esistono screpolature, mascherature ecc. Si può anche sbagliare, se specialmente si vuole troppo dedurre, ma se si ha del criterio si può capire parecchio, per lo meno lo stato d’animo generale. Ti scrivo tutto ciò per avvertirti che ormai mi puoi e mi devi scrivere con estrema franchezza. Ho ricevuto alcune fotografie dei nostri bambini, molto mal riuscite tecnicamente, ma interessantissime per me lo stesso. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

170.

17 novembre 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto la cartolina del 10 novembre e la lettera del 13. Cercherò di rispondere in ordine alle tue quistioni. 1° Per adesso non devi mandarmi dei libri. Quelli che hai tienili da parte e aspetta che io ti avverta di spedirli. Voglio prima sgomberare tutte le vecchie riviste che da 4 anni ho accumulato: prima di spedirle le rivedo per prendere delle note sugli argomenti che piú mi interessano e naturalmente ciò mi toglie una buona parte della giornata, perché le note di erudizione sono accompagnate da richiami, da commenti ecc. Mi sono fissato su tre o quattro argomenti principali, uno dei quali è quello della funzione cosmopolita che hanno avuto gli intellettuali italiani fino al Settecento, che poi si scinde in tante sezioni: il Rinascimento e Machiavelli, ecc. Se avessi la possibilità di consultare il materiale necessario, credo che ci sarebbe da fare un libro veramente interessante e che ancora non esiste; dico libro, per dire solo l’introduzione a un certo numero di lavori monografici, perché la quistione si presenta diversamente nelle diverse epoche e secondo me bisognerebbe risalire ai tempi dell’Impero Romano. Intanto scrivo delle note, anche perché la lettura del relativamente poco che ho mi fa ricordare le vecchie letture del passato. D’altronde la cosa non è nuova completamente per me, perché dieci anni fa scrissi un saggio sulla quistione della lingua secondo il Manzoni e ciò domandò una certa ricerca sull’organizzazione della cultura italiana, fin da quando la lingua scritta (il cosí detto medio latino, cioè il latino scritto dal 400 dopo C. al 1300) si staccò completamente dalla lingua parlata dal popolo, che, cessata la centralizzazione romana, si franse in infiniti dialetti. A questo medio latino successe il volgare, che fu nuovamente sommerso dal latino umanistico, dando luogo a una lingua dotta, volgare per il lessico, ma non per la fonologia e tanto meno per la sintassi che fu riprodotta dal latino: cosí continuò ad esistere una doppia lingua, quella popolare, o dialettale, e quella dotta, ossia la lingua degli intellettuali e delle classi colte. Lo stesso Manzoni, nel rifare i Promessi Sposi e nelle sue trattazioni sulla lingua italiana, tenne, in realtà, conto di un solo aspetto della lingua, il lessico, e non della sintassi che poi è l’essenziale parte di ogni lingua, tanto vero che l’inglese sebbene abbia piú del 60% di parole latine o neolatine è lingua germanica, mentre il rumeno sebbene abbia piú del 60% di parole slave è lingua neolatina, ecc. Come vedi l’argomento mi interessa tanto, che mi sono lasciato prendere la mano. – 2° Per le riviste: la «Bibliografia fascista» non mi è tanto utile perché le riviste bibliografiche che ricevo sono compilate dagli stessi scrittori e i libri recensiti sono gli stessi. Mi parli di una rivista inglese: sarebbe bene mandarmene un numero di saggio attraverso la Libreria. Potresti farmi mandare anche un numero di saggio del supplemento settimanale del «Manchester Guardian» e del «Times», che ho visto al carcere di Roma: credo però che la prosa letteraria di queste riviste sia troppo difficile ancora per me. E inoltre non ho molta voglia di studiare le lingue. – 3° Non ho capito ciò che mi hai scritto a proposito di una «giacca» di cui mi avrebbe parlato Carlo, […]. Da ciò che ricordo di quanto mi disse Carlo, si tratterebbe di una maglia o sottoveste di lana per l’inverno. Tu la chiami «giacca» e in carcere è permessa solo la giacca regolamentare. Avevo già detto a Carlo che ho maglie a sufficienza per parecchi anni e non solo maglie semplici: ho quattro pull-over, se non cinque e due non li ho ancora neanche toccati. A che scopo mandarmi ancora oggetti dello stesso genere anche se di forma migliore? o semplicemente diversa? Per farli mangiare dalle tignole […].- Hai scritto troppo in fretta alla Libreria per il rinnovo degli abbonamenti alle riviste: troppo zelo, perché in due mesi hanno tutto il tempo di dimenticarsi anche l’avvertimento. Il «Secolo Illustrato» lo ricevo regolarmente. L’«Emporium» non lo voglio assolutamente: ho già pantoffole a sufficienza. Non arrabbiarti.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Ho ricevuto il Sedobrol e le sovracalze. Ti ringrazio.
Manda l’altro mezzo foglio a mia sorella Teresina Gramsci-Paulesu.

171.

17 novembre 1930

Carissima Teresina,
ho ricevuto la tua lettera dell’11 con la fotografia dei tuoi bambini. Essi sono molto simpatici e graziosi e sono anche robusti e sani, mi pare. Sono veramente meravigliato di come si è irrobustito Franco; mi hai mandato qualche tempo fa una sua fotografia dove appariva magro e gracilino: adesso appare chiaramente forte, svelto e vivacissimo. Ne sono proprio contento e ti sarei grato se volessi mandare una copia della stessa fotografia a Tatiana che la manderà a Giulia: le ho mandato io qualche esemplare delle altre fotografie (che erano tecnicamente molto mal riuscite) e mi scrisse che Delio e Giuliano se ne interessarono molto e fecero tante domande.
Sono stato molto preoccupato perché da oltre un mese non ricevo notizie di mamma: Carlo non mi ha piú scritto dopo il suo viaggio a Turi (o almeno io non ho ricevuto le sue lettere); Nannaro poi, nonostante tutte le sue promesse, non mi ha mai scritto (nel suo caso, però, è probabile che le lettere non siano giunte). Dovresti proprio deciderti a scrivermi qualche volta di piú e a darmi specialmente molte notizie dei tuoi bambini. Ciò mi interessa assai. L’accenno da te fatto a Franco, che scrive «lunghe lettere a suo modo» che vi divertono, mi piace: vuol dire che ha fantasia, che ha qualche cosa da dire e che si sforza di dare un’espressione a ciò che turbina in testa. Chi sa se rassomiglierà a noi due: ti ricordi come eravamo fanatici per leggere e per scrivere? Mi pare che anche tu, sui dieci anni, non avendo piú libri nuovi, ti sei letta tutti i Codici. Invece Mimí non mi pare molto fantastica: ha l’espressione stupita di chi ha troppo da fare per ammirare il mondo perché gli resti il tempo di arzigogolare per conto suo. La piccola mi pare sia piú di tutto contenta di trovarsi protetta dai due maggiori e di poter quindi fidarsi indifferentemente della macchina fotografica e del suo apparato da moro cabbanu: mi pare persino che abbia una certa aria di sfida con la testa inchinata sulle ventitre. Mi sono sbagliato? Naturalmente una fotografia irrigidisce un movimento di vita molto irrequieto ed è possibile interpretare male un solo atteggiamento anche se molto drammatico come nella fotografia dei tuoi bambini.
Scrivimi anche sulla mamma e delle sue reali condizioni di salute. Vinci la svogliatezza, non lasciarti sopraffare dall’ambiente monotono dell’ufficio e dei suoi frequentatori e dalle loro chiacchiere melense e stucchevoli. Devi diventare vivace come una volta (non nel senso fisico, che vivace in tal senso non lo sei mai stata, mi pare, ma nel senso intellettuale) per poter guidare bene i bambini fuori della scuola e non lasciarli abbandonati a se stessi, come troppo spesso avviene specialmente nelle famiglie cosí dette «per bene».
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

172.

1° dicembre 1930

Carissima Tatiana,
ho ricevuto il pacco coi medicinali e con le altre cosette che mi hai mandato. Le sovracalze vanno benissimo, ma ho paura che le scarpe finiranno con l’aver ragione anche di esse; in ogni modo non consumerò più un paio di calze alla settimana. Credo che sia inutile che mi mandi ancora dei ricostituenti tipo «Benzofosfan» o dei calmanti come l’ultimo che mi hai mandato: ho la persuasione che non mi giovino per nulla. Ti scriverò io, quando qualche cosa mi occorrerà, ciò che potrai mandarmi.
Carlo non mi ha ancora scritto dopo il suo viaggio a Turi, non so perché, sebbene lo immagini. Per adesso non ho bisogno di denari: ho 870 lire che mi basteranno per parecchi mesi. Da qualche mese non è permesso piú di ricevere sigarette; si può invece ricevere tabacco sciolto. Avevo ricordato a Carlo che quando ero al carcere di Roma ricevetti o da lui o da te un pacchetto di tabacco turco, molto buono, nel senso che era simile al tabacco macedonia italiano d’una volta, quando ancora non lo mescolavano con tabacchi americani: costava, ricordo, 4,20 al pacchetto e ora deve costare non molto di piú, perché l’aumento dei tabacchi esteri è stato molto leggero. Se hai voglia di occupartene te, potresti vedere di ritrovarlo, mandamene poco, però, perché in caso di errore non ci sia una perdita rilevante; posso fumare solo tabacco leggero del tipo macedonia.
Sarei contento se tu riuscissi a trovare in qualche libreria di Roma il fascicolo di ottobre della rivista «La Nuova Italia» diretta dal professor Luigi Russo e potessi spedirla a Giulia. Vi è pubblicata una lettera in cui si parla del cortese contradditorio, avvenuto al Congresso internazionale dei filosofi tenuto recentemente a Oxford, tra Benedetto Croce e Lunaciarski a proposito della quistione se esista o possa esistere una dottrina estetica del materialismo storico. La lettera è forse dello stesso Croce o per lo meno di un suo discepolo ed è curiosa.
Pare che il Croce abbia risposto a una dissertazione del Lunaciarski prendendo un certo tono paterno, un po’ di protezione e un po’ di comicità scherzosa, con gran divertimento del Congresso. Dalla lettera appare anche che il Lunaciarski avrebbe ignorato che il Croce si è molto occupato del materialismo storico, ha scritto molto in proposito e in ogni caso è eruditissimo di tutta questa materia, ciò che mi pare strano, perché le opere di Croce sono tradotte in russo e Lunaciarski conosce l’italiano molto correttamente.
Da questa lettera appare anche che la posizione del Croce verso il materialismo storico è completamente mutata, da quella che era fino a qualche anno fa. Adesso il Croce sostiene, niente di meno, che il materialismo storico segna un ritorno al vecchio teologismo… medioevale, alla filosofia prekantiana e precartesiana. Cosa strabiliante e da far dubitare che anch’egli, nonostante la sua olimpica serenità, cominci a sonnecchiare troppo spesso, piú spesso di quanto succedeva ad Omero. Non so se scriverà qualche memoria speciale su questo argomento: sarebbe molto interessante e credo che non sarebbe difficile rispondergli, attingendo nelle sue stesse opere gli argomenti necessari e sufficienti. Io credo che il Croce abbia ricorso a una gherminella polemica molto trasparente e che il suo giudizio, piú che un giudizio storico-filosofico, sia niente altro che un atto di volontà, abbia cioè un fine pratico. Che molti cosí detti teorici del materialismo storico siano caduti in una posizione filosofica simile a quella del teologismo medioevale e abbiano fatto della «struttura economica» una specie di «dio ignoto» è forse dimostrabile; ma cosa significherebbe? Sarebbe come se si volesse giudicare la religione del papa e dei gesuiti e si parlasse delle superstizioni dei contadini bergamaschi. La posizione del Croce verso il materialismo storico mi pare simile a quella degli uomini del Rinascimento verso la Riforma luterana: «dove entra Lutero, sparisce la civiltà» diceva Erasmo, eppure gli storici e lo stesso Croce riconoscono oggi che Lutero e la Riforma sono stati l’inizio di tutta la filosofia e la civiltà moderna, compresa la filosofia del Croce. L’uomo del Rinascimento non comprendeva che un grande movimento di rinnovazione morale e intellettuale, in quanto si incarnava nelle vaste masse popolari, come avvenne per il Luteranismo, assumesse immediatamente forme rozze e anche superstiziose e che ciò era inevitabile per il fatto stesso che il popolo tedesco, e non una piccola aristocrazia di grandi intellettuali, era il protagonista e il portabandiera della Riforma. – Se Giulia potesse farlo, dovrebbe informarmi se la polemica Croce-Lunaciarski darà luogo a manifestazioni intellettuali di qualche importanza. – Come ricordi, qualche tempo fa, feci un’istanza al Capo del Governo per avere il permesso di leggere determinati libri che mi erano stati trattenuti e oltre a questi, due altri che ancora non avevo e che domandavo di poter comprare e cioè: Fülöp Miller – Il volto del bolscevismo – con prefazione di Curzio Malaparte – Casa ed. Bompiani – Milano – e Leone Trotzky – La mia vita: ed. Mondadori – Milano (non son sicuro se il libro di Trotzky abbia questo titolo o un titolo simile). La risposta è giunta ed è stata favorevole perciò ti prego di scrivere alla libreria e di farmeli spedire. Desidererei avere anche questi altri libri: 1° Benedetto Croce – Eternità e storicità della filosofia – Biblioteca Editrice – Rieti – 2° Henri De Man – La gioia nel lavoro – Ed. Laterza – Bari – 3° Biagio Riguzzi – Sindacalismo e riformismo nel Parmense – Ed. Laterza – Bari. – A proposito dell’istanza al Capo del Governo, sarà forse bene che tu avverta Carlo di non fare altre sollecitazioni, nel caso che ne avesse l’intenzione; mi pare che le cose sono andate abbastanza bene.
Carissima, devo consegnare la lettera. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Le cancellature delle linee – ultime della pagina precedente e prima di questa pagina – le ho fatte io. Se scrivi a Carlo digli che mi dispiace che egli da tanto tempo non mi scriva e non mi mandi notizie sulla salute di mamma.
Ti devo fare i migliori complimenti per la confezione delle sovracalze: hai fatto un bellissimo lavoro e che ti deve avere affaticato molto perché la stoffa è molto robusta e deve essere stata difficile da cucire. Ti ringrazio proprio di cuore.
Antonio

173.

15 dicembre 1930

Carissima mammà,
non so spiegarmi cosa succede. Carlo non mi ha scritto da più di tre mesi. Il tuo ultimo biglietto l’ho ricevuto circa due mesi fa. Ho ricevuto, un mese e mezzo circa fa una lettera di Teresina, alla quale ho risposto, senza avere piú riscontro (ho scritto a Teresina quattro settimane fa, giusto giusto). Veramente non so spiegarmi questo silenzio sistematico: perché non interromperlo almeno con qualche cartolina illustrata? Tatiana mi scrive di aver ricevuto una lettera di Carlo, che si scusa di non scrivere piú spesso adducendo il suo grande lavoro. Mi pare una giustificazione insufficiente; può spiegare il perché non si scrivono delle lunghe lettere ma non si spiega il silenzio assoluto; una cartolina illustrata può essere scritta in un istante.
Io ho pensato che Carlo possa avere avuto delle seccature per causa mia e che non voglia o non sappia spiegarmi un suo stato d’animo di sconcerto o di esitazione. Lo pregherei perciò di rassicurarmi o di farmi rassicurare, magari facendo scrivere una lettera da Mea. Cosí vorrei essere informato un po’ piú spesso sulle tue condizioni di salute. Ti sei rinforzata? Se non hai la forza di scrivere fa’ scrivere delle cartoline da qualcuno e poi mettici solo la tua firma; per me sarà sufficiente. Carissima mamma, ecco il quinto natale che passo in privazione di libertà e il quarto che passo in carcere. Veramente la condizione di coatto in cui passai il natale del 26 ad Ustica era ancora una specie di paradiso della libertà personale in confronto alla condizione di carcerato. Ma non credere che la mia serenità sia venuta meno. Sono invecchiato di quattro anni, ho molti capelli bianchi, ho perduto i denti, non rido più di gusto come una volta, ma credo di essere diventato più saggio e di avere arricchito la mia esperienza degli uomini e delle cose. Del resto non ho perduto il gusto della vita; tutto mi interessa ancora e sono sicuro che se anche non posso piú «zaccurrare sa fae arrostia», tuttavia non proverei dispiacere a vedere e sentire gli altri a zaccurrare. Dunque non sono diventato vecchio, ti pare? Si diventa vecchi quando si incomincia a temere la morte e quando si prova dispiacere a vedere gli altri fare ciò che noi non possiamo piú fare. In questo senso sono sicuro che neanche tu sei diventata vecchia nonostante la tua età. Sono sicuro che sei decisa a vivere a lungo, per poterci rivedere tutti insieme e per poter conoscere tutti i tuoi nipotini: finché si vuol vivere, finché si sente il gusto della vita e si vuole raggiungere ancora qualche scopo, si resiste a tutti gli acciacchi e a tutte le malattie. Devi persuaderti però che occorre anche risparmiare un po’ le proprie forze e non intestarsi a fare dei grandi sforzi come quando si era di primo pelo. Ora mi pare appunto che Teresina, nella sua lettera, mi abbia accennato, con un po’ di malizia, che tu pretendi di fare troppo e che non vuoi rinunziare alla tua supremazia nei lavori di casa. Devi invece rinunziare e riposarti. Carissima mamma, ti auguro tante cose per le feste, di essere allegra e tranquilla. Tanti auguri e saluti a tutti di casa. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

174.

15 dicembre 1930

Carissima Tatiana,
sí, sí, il libro dello Zangwill l’ho ricevuto da parecchio tempo e mi sono sempre dimenticato di dartene conferma. È un libro molto interessante, ma lo conoscevo già; tuttavia l’ho riletto volentieri. – Le riviste «Pégaso» e «Les Nouvelles Littéraires» le ho sempre ricevute regolarmente e infatti mi interessano: puoi confermare l’abbonamento presso la Libreria, ma penso che tu abbia genericamente confermato tutti gli abbonamenti già in corso e quindi non è necessaria la conferma specificata; ti pare? – In quanto alla domanda di revisione poiché è già stata fatta da un condannato, non occorre che io la faccia. Gli elementi individuali sono utili per l’appello, non per la revisione, in cui si domanda solo, come giustificazione, la prova di difetti di forma, oppure di contrasto con altre sentenze dello stesso Tribunale ecc., cioè elementi di carattere tecnico-giuridico che solo un avvocato può identificare. Io non so quale avvocato Umberto abbia incaricato di trattare il suo ricorso, nel caso che esso venga accolto; a dire il vero non so neanche quale sia la procedura dei ricorsi di revisione, se si tratti di una deliberazione in camera di consiglio o se all’avvocato sia permesso di svolgere i motivi del ricorso dinanzi al consiglio investito del giudizio. In ogni caso, dato il nostro processo, che è stato squisitamente politico, anche il ricorso sarà accolto o rigettato per motivi politici e non per motivi giuridici formali e quindi è sufficiente la domanda di un singolo. Si tratta solo di vedere se nel ricorso tutti i motivi giuridici sono stati esposti da Umberto e di ciò dubito, per il fatto che al processo gli avvocati, dal punto di vista professionale, furono di una insufficienza stupefacente (dico insufficienza per non adoperare parole piú grosse). Essi non ci informarono di un fatto essenziale, che cioè, in un altro processo precedente al nostro, quello del gruppo fiorentino Serafino Masieri e C., vi era stata assoluzione per il reato di incitamento alla guerra civile. Nel nostro processo appariva invece che il Masieri aveva commesso il reato e noi fummo condannati a 15 anni di reclusione come «mandanti», mandanti di un reato del quale il mandatario era stato assolto! Ma anche questa è una bazzecola, perché, come ti ho detto, il processo era politico, ossia, come disse il procuratore militare e come ripete la sentenza, noi fummo condannati per «mero pericolo», perché avremmo potuto commettere tutti i reati contemplati nel codice: che li avessimo o no commessi era cosa secondaria. Dunque lascia perdere la quistione del ricorso; l’importante era che esso fosse fatto, che cioè fosse acquisito agli atti del Tribunale Speciale che noi avevamo esperito tutte le istanze concesse dalla legge per protestare contro la condanna; credo che nessuno scontasse una qualsiasi speranza di effettiva revisione, io almeno non ci ho mai pensato e tanto meno ci penso oggi. – Cara Tatiana, non voglio ancora scrivere a Giulia; voglio prima ricevere una sua lettera e avere direttamente da lei notizie sulla sua salute. Del resto penso che tu continui a mandarle tutte le mie lettere, anche quelle che sono scritte a te personalmente. Se le invii anche questa, leggerà di questo mio desiderio, che risponde a una vera esigenza psicologica che non riesco a superare. Sarà perché tutta la mia formazione intellettuale è stata di ordine polemico; anche il pensare «disinteressatamente» mi è difficile, cioè lo studio per lo studio. Solo qualche volta, ma di rado, mi capita di dimenticarmi in un determinato ordine di riflessioni, e di trovare per dir cosí, nelle cose in sé l’interesse per dedicarmi alla loro analisi. Ordinariamente mi è necessario pormi da un punto di vista dialogico o dialettico, altrimenti non sento nessuno stimolo intellettuale. Come ti ho detto una volta, non mi piace tirar sassi nel buio; voglio sentire un interlocutore o un avversario in concreto; anche nei rapporti familiari voglio fare dei dialoghi. Altrimenti mi sembrerebbe di scrivere un romanzo in forma epistolare, che so io, di fare della cattiva letteratura. – Certo mi interesserebbe sapere ciò che Delio pensa del suo viaggio, quali impressioni ne ha ricevuto ecc. Ma non mi sento piú di chiedere a Giulia che spinga Delio a narrarmi qualche cosa. L’ho fatto una volta; ho scritto una lettera a Delio, forse ricordi, ma tutto è caduto nel nulla. Non so pensare perché è stato nascosto a Delio che io sono in prigione, senza riflettere appunto che egli avrebbe potuto saperlo indirettamente, cioè nella forma piú spiacevole per un bambino, che incomincia a dubitare della veridicità dei suoi educatori e incomincia a pensare per conto proprio e a far vita da sé. Almeno cosí avveniva a me quando ero bambino: lo ricordo perfettamente. Questo elemento della vita di Delio non mi spinge a scrivergli direttamente: penso che ogni indirizzo educativo, anche il peggiore, è sempre migliore delle interferenze tra due sistemi contrastanti. Sapendo la grande sensibilità nervosa di Delio e ignorando quasi tutto della sua vita reale e del suo sviluppo intellettuale (non so neppure se ha cominciato a imparare a leggere e a scrivere) esito a prendere delle iniziative nei suoi confronti, nel dubbio appunto di determinare delle interferenze di stimoli sentimentali contradditori che ritengo sarebbero dannosi. Cosa te ne pare? Perciò bisognerebbe stimolare Giulia a scrivermi con un maggiore spirito di sistema o magari a suggerirmi ciò che devo scrivere, e bisognerebbe convincerla che non è né giusto né utile, in ultima analisi, tener nascosto ai bambini che io sono in carcere: è possibile che la prima notizia determini in loro reazioni sgradevoli, ma il modo di informarli deve essere scelto con criterio. Io penso che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose piú serie; ciò fa in loro una impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione del bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente e alla meccanicità degli incontri fortuiti. È proprio strano che i grandi dimentichino di essere stati bambini e non tengano conto delle loro proprie esperienze; io, per conto mio, ricordo come mi offendesse e mi inducesse a rinchiudermi in me stesso e a fare vita a parte ogni scoperta di sotterfugio usato per nascondermi anche le cose che potevano addolorarmi; ero diventato, verso i dieci anni, un vero tormento per mia madre, e mi ero talmente infanatichito per la franchezza e la verità nei rapporti reciproci da fare delle scenate e provocare scandali. – Ho ricevuto i due pacchetti di tabacco, che è buono, ma è troppo forte. Ti ringrazio, ma sarà meglio rinunziare. – Vorrei che tu vedessi se nella rivista «Educazione fascista» di dicembre è stato pubblicato il recente discorso del senatore Giovanni Gentile all’Istituto di Cultura fascista: questa rivista puoi trovarla alla Libreria del Littorio e forse il commesso ti saprà dire se il discorso è stato pubblicato in altra rivista (forse nella «Bibliografia fascista» che è pure diretta dal Gentile). In ogni modo ti sarei grato se mi facessi avere un numero di saggio dell’«Educazione fascista» per vedere come ora è compilata e se vale la pena di abbonarsi: il numero di dicembre, contenendo l’indice dell’annata, è indicato come saggio. Carissima, ti auguro le buone feste e ti abbraccio teneramente
Antonio

175.

29 dicembre 1930

Carissima Tatiana,

ho ricevuto le sei fotografie, che mi sono piaciute moltissimo. Mi pare non ci sia bisogno di ingrandirle, perché sono molto chiare ed evidenti anche nei particolari. Non ti pare? A meno che tu non voglia averne delle copie per te; in tal caso scrivimi ed io te le rimanderò indietro. Ma sarà bene, in altra occasione, ritardare la spedizione per me; credi che mi sono del tutto disabituato dalla fretta; ho imparato ad attendere e ad aver pazienza. Le fotografie sono tutte significative ed interessanti; i bambini sono simpatici e graziosi generalmente e le nianie paiono serie. Hai osservato come Delio si stacca fisionomicamente dagli altri? Si vede subito che è di altra razza; negli altri bambini, pur attraverso le caratteristiche personali (ed è anzi notevole come queste caratteristiche siano spiccate), si nota una certa rassomiglianza generale nella struttura della testa e della faccia che li distingue da Delio. –
Ho ricevuto dalla Libreria i libri che avevo comandato per il tuo tramite. Non ho invece piú ricevuto «Gerarchia» da sei mesi e non so spiegarmi perché. Non diranno anche questa volta che ha sospeso le pubblicazioni, come fecero nel 28 per «Critica Fascista»: ti ricordi? Ti prego perciò di insistere nel reclamo; mi mancano gli esemplari da agosto in poi, cioè il secondo semestre del 30. – Delle pubblicazioni inglesi mi basta il supplemento settimanale del «Times»; quello del «Manchester Guardian» è troppo specializzato per l’industria del cotone e affini e d’altronde la lettura dell’inglese mi costa troppa fatica ancora, perciò il supplemento del «Times» mi basta.
Non mi hai piú informato sulle tue condizioni di salute. Mi informi che l’ultima lettera l’hai scritta a letto, ma non aggiungi altro particolare. Cosí non mi hai piú detto nulla del tuo regime di vita. Eppure dovresti proporti di rinforzarti al massimo se quest’anno vuoi positivamente fare il viaggio per rivedere la famiglia. Credi che è necessario; devi farti una dieta ricostituente e osservarla scrupolosamente. Altrimenti con che diritto puoi fare dei rimproveri o dare dei consigli a Giulia e a Genia? Anche tu rassomigli loro nel curare poco il tuo nutrimento, sebbene la tua forma di romanticismo sia diversa dalla loro. Carissima, non ho voglia di scrivere piú a lungo; sono mezzo istupidito. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Manda l’altra metà del foglio, ma a mia sorella Grazietta, non a Teresina come l’ultima volta.

176.

29 dicembre 1930

Carissima Grazietta,
ho ricevuto la tua lettera col biglietto di Mea. Il giorno di Natale ho ricevuto il pacco. Di’ alla mamma che tutto era in ordine e che nulla si è guastato; anche il pane era ancora fresco e l’ho mangiato con molto gusto: si sentiva il sapore del grano duro sardo molto buono. Cosí ho mangiato con gusto «sa panischedda»; credo che non ne avevo mangiato piú da 15 o 16 anni. Le notizie sulle condizioni di salute della mamma mi hanno dato molto dispiacere, sono sicuro che avrete molta pazienza con lei: se ci pensi bene, ella si meriterebbe ben altro che della pazienza, perché ha lavorato per noi tutta la vita, sacrificandosi in modo inaudito; se fosse stata un’altra donna, chissà che fine disastrosa avremmo fatto tutti fin da bambini; forse nessuno di noi oggi sarebbe vivo. Non ti pare? – Avevo visto la fotografia di padre Soggiu in due giornali illustrati, ma non l’avevo riconosciuto, anzi non avevo neanche pensato che si potesse trattare di lui; sebbene sotto una fotografia fosse scritto che era nato a Norbello. L’ho riguardato dopo la tua lettera e anche sotto la gran barba francescana ho ritrovato i lineamenti dei suoi fratelli, specialmente del fratello Gino. E non era neanche invecchiato, tutt’altro; eppure si era fatto frate almeno 25 anni fa e dopo aver preso la laurea. Era veramente un bravo uomo e sarà stato un bravissimo frate, non ne dubito. Cosí i Ghilarzesi avranno un altro martire paesano, dopo Palmerio, anzi a miglior diritto, perché Palmerio aveva solo il «merito» d’aver fatto un viaggio a Gerusalemme. Però penso che se a Ghilarza arrivasse dalla Cina un frate buddista e predicasse per far abbandonare la religione di Cristo per quella di Budda, i Ghilarzesi certamente lo ammazzerebbero come i Cinesi hanno fatto con padre Soggiu. Spero davvero che Carlo si deciderà a scrivermi; le crisi di nervi non giustificano un silenzio cosí lungo. Vorrei anche sapere se Nannaro vi ha scritto di avermi mai scritto. Dopo la sua partenza da Turi ho ricevuto un suo telegramma dalla Svizzera e una sua lettera da Namur, in viaggio per il suo luogo di residenza, che non so dove sia. Vorrei sapere se mi ha mai scritto in seguito e se le sue lettere sono andate perdute. – Ringrazia Mea del suo biglietto, mi ha fatto piacere che mi abbia scritto, ma mi ha fatto dispiacere che scriva ancora come una scolaretta di terza elementare (e deve essere in 5a, se non sbaglio). È una vera vergogna; perché la nostra famiglia nelle scuole di Ghilarza aveva una certa fama; questa Mea deve proprio essere nata a Pirri, e la sua culla deve essere sempre stata assordata dalle ranocchie degli stagni che l’hanno fatta diventare cervello di ranocchia anche lei: sa gridare, ma non sa pensare e riflettere. Tirale un po’ le orecchie da parte mia e dille che deve scrivermi ancora di tanto in tanto per farmi vedere che ha migliorato nell’ortografia. Cara Grazietta, scrivimi anche tu qualche volta. Ti abbraccio affettuosamente con la mamma e con tutti di casa (compresa la donna di servizio, se permette).
Antonio

177.

13 gennaio 1931

Carissima Giulia,
recentemente Tania mi ha trasmesso cinque fotografie in cui Delio appare in gruppo con altri bambini e una fotografia del 1929 dove Delio è seduto su un muricciolo di Soci, mentre mangia un grappolo d’uva. Sono le fotografie più interessanti che ho ricevuto in questi quattro anni e mezzo dopo il distacco da te e dai nostri figliolini. C’è movimento e spontaneità. Posso cogliere le diverse espressioni e i vari atteggiamenti di Delio estrinsecati in un piccolo giro di tempo, quindi cogliere meglio la sua individualità nascente. Mi pare che la sua personcina spicchi di piú e con maggior naturalezza appunto perché in gruppo; ognuno ha un tratto caratteristico, ognuno ha una personalità, eppure il gruppo è omogeneo, forma «massa», riflettendosi nei singoli e illuminandoli meglio. Delio è cresciuto, si è sviluppato armonicamente (si vede bene dove è ritratto nudo in riva al mare); mi pare che si esageri quando mi si scrive che è troppo serio. Dalla fotografia presa mentre si trova nel refettorio appare invece come sia normalmente bambino: basta confrontarlo con la ragazzina che gli siede a sinistra, nella quale c’è una espressione di curiosità un po’ ingenua, ma solo apparente: mi pare che la furberia predomini e che l’ingenuità sia piuttosto voluta, da piccola attrice graziosa. Ricordi ciò che dicevi a Roma quando Delio prendeva il bagno? «Abbiamo proprio un bel figlio!» – Certo i ricordi di Roma e ancora rinforzati da quando vidi Delio nel 25, anche se ammalato, mi aiutano molto a ricostruirlo meglio dalle attuali fotografie; ciò è piú difficile per Giuliano, sebbene indirettamente Delio mi aiuti. Carissima Julka, è da un pezzo che non ricevo tue lettere. Adesso ho il timore che le mie lettere non ti arrivino e che anche le tue subiscano dei disguidi. In questi ultimissimi tempi sono stato informato, credo, in modo definitivo, sulle tue condizioni di salute. Mi pare che questo modo di fare finisca col rendere i rapporti reciproci convenzionali, bizantini, senza spontaneità e non si riflette che i sentimenti suscitati da queste cinture di filo spinato nei rapporti reciproci diventano esasperati e morbosi. Noi ci eravamo promesso di essere sempre franchi e veritieri nell’informarci reciprocamente su noi stessi: ricordi? Perché non abbiamo mantenuto la parola? Perché non rompiamo assolutamente con questi modi di condotta che sentono di vita feudale, di domostroi, di legislazione inglese del 700? (secondo questa legislazione il marito nascondeva alla moglie la vita dei figli e i tribunali sanzionavano che tra madre e figlio non esisteva parentela!). Naturalmente io sono molto felice quando ricevo una tua lettera: essa riempie molto del mio inutile tempo e interrompe il mio isolamento dalla vita e dal mondo. Ma credo necessario che tu scriva anche per te stessa, perché mi pare che anche tu debba essere isolata e un po’ tagliata dalla vita e che scrivendomi possa sentir meno questa intima solitudine. Quando il 19 novembre 1926 mi fu comunicata l’ordinanza della polizia che mi assegnava 5 anni di deportazione in Colonia, il comandante del carcere mi comunicò che io ero stato assegnato alla Somalia; agli altri miei colleghi fu comunicata come destinazione la Cirenaica e l’Eritrea. Mi persuasi, conoscendo come si viaggia per i luoghi di pena, che forse non sarei neanche arrivato vivo (quasi due mesi di viaggio con le catene, col passaggio dell’Equatore) e che in ogni modo non avrei vissuto a lungo. Mi concessero di scrivere, ma per circa 12 ore fui in dubbio: non era meglio non scrivere a nessuno e sparire come un sasso nell’oceano? Poi mi decisi a scriverti, molto brevemente, e se ricordi in quelle poche parole, nonostante tutto, traspare un po’ della mia convinzione d’allora. Scrissi a casa e una mia sorella, quando ero ad Ustica, perché il 26 a Napoli ci fu comunicato ufficialmente che non si andava piú in Africa, mi scrisse che la mia lettera le era sembrata un testamento. Ora rido di ciò, tuttavia è stata una svolta morale nella mia vita, perché mi ero abituato all’idea di dover fra breve morire. Dopo ciò cosa può piú colpirmi a fondo? Ti abbraccio forte forte
Antonio

178.

26 gennaio 1931

Carissima Tania,
avrei voluto scrivere a Giulia tutta questa lettera, ma ho ricevuto finalmente una lettera di Carlo, alla quale dovevo rispondere e inoltre non mi sento di scrivere a Giulia come vorrei perché ho molto mal di capo. La prossima lettera sarà dunque tutta per Giulia; ti prego perciò di non propormi, in questi quindici giorni, delle quistioni alle quali occorra rispondere subito. Cerco ora di eliminare tutte quelle che mi hai posto in queste passate settimane. 1° L’ultima mia lettera a te, se non l’hai finora spedita, crederei opportuno non fosse comunicata a Giulia. Devi avere un po’ di discernimento e di poteri discrezionali e non devi passare da un estremo all’opposto. Quella lettera non riguarda i miei rapporti con Giulia e l’addolorerebbe troppo venire a conoscere (in forma frammentaria e allusiva) cose che molto probabilmente ignora: bisognerebbe poi scrivere un volume per spiegargliele e ancora! Certe cose, credo, non si possono mai spiegare per iscritto, mentre dieci minuti di conversazione le liquiderebbe. Non ti pare? – 2° Ho ricevuto pochi minuti fa il tuo vaglia di 250 lire. Ti ringrazio. Leggi l’ultima parte della lettera a Carlo che interessa anche te per questa terribile storia di soccorsi, che ha tanto demoralizzato il povero Carlo. – 3° Anche la storia delle riviste inglesi è diventata troppo lunga: avresti potuto decidere senz’altro secondo il consiglio di Piero. Dunque: accetto che al supplemento del «Times» si sostituisca il supplemento del «Manchester Guardian» (cioè il «Manchester Guardian Weekly») che costa solo 13 scellini e non 25 come il «Times», come accetterei che alla «Tribuna Illustrata» si sostituisse la «Domenica del Corriere» (bada che si tratta di un esempio e che non desidero né la «T. I.» né la «D. del C.») poiché, su per giú, Londra sta a Roma come Manchester a Milano e la differenza appare anche nelle pubblicazioni settimanali: quei di Londra sono troppo piene di sposalizi e nascite di Lords e di Ladies e al confronto preferisco ancora quattro pagine sulla coltivazione del cotone nell’alto Egitto. Col «Guardian Weekly» va bene il «Labour Monthly» e la quistione sia finita. – 4° Ho ricevuto il numero di dicembre della «Gerarchia», ma non i precedenti, da luglio a novembre, che non mi erano stati spediti e che desidererei avere. – 5° Sono assolutamente contrario a un tuo viaggio a Turi. Tu esageri certamente sulle tue condizioni di salute. Pesare 50 kili è troppo poco e non dovresti porre limiti di peso al tuo ristabilirti. Spero che non crederai sul serio che sia il tè che ti abbia fatto ingrassare di 5 chili. La storiella delle mercantesse moscovite, grasse per il tè, è da ridere: vivevano come oche nella stia e ciò avrà contribuito piú del tè alla loro leggendaria pinguedine. Penso che non disprezzavano le buone bistecche, il burro, ecc. e che forse bevevano molto tè solo per poter meglio digerire gli abbondanti pasti, cosí come le mercantesse italiane bevono molti caffè e spesso corretti col rhum e il cognac. Mi pare che il tuo temperamento non sia incline alla pinguedine; quanto pesavi quando eri all’Università secondo la fotografia che mi mostrasti? Non eri certo grassa, ma dovevi pesare quasi 60 chili. Se vuoi andare dai tuoi ed essere in grado di sostenere il lungo viaggio con tutte le fatiche che comporta e che non sono poche, devi avere una buona riserva di energia fisica su cui contare. A Turi la stagione è pessima: nebbia e umidità come a Milano, con piogge frequenti. Dicono che è una stagione eccezionale. Il pensiero che tu possa venire, ammalarti e star qui sei mesi chiusa in casa come l’anno scorso, mi fa rabbrividire. Non devi assolutamente esporti a un tal rischio; per poterlo fare dovresti pesare almeno 70 chili ed essere guarita dalla malattia del fegato. – Ti ringrazio dei tuoi auguri, forse vuoi rimproverarmi che mi sia dimenticato che il 12 gennaio era santa Tatiana? Me ne sono veramente dimenticato e cosí anche delle mie cosí dette feste, che solo tu ricordi con molta diligenza ogni anno. Ti assicuro che per il mio onomastico il carcere non mi ha passato del giambone; anche il podestà e i maggiorenti del paese si sono dimenticati di venire a farmi gli auguri. Credo che tu ancora concepisca il carcere come un collegio per orfanelle nobili sotto il patronato delle Regine madri. Ma un po’ di ottimismo non fa mai male, è vero? Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Scrivi a Carlo che mi hai mandato il vaglia; cosí si persuaderà che non sto morendo di fame.

179.

26 gennaio 1931

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua lettera del 17 e il giorno prima avevo ricevuto una cartolina di Teresina. Avevo già capito perché da qualche mese non mi scrivevi. Ma perché prendertela cosí a cuore? Intanto sapevi che non mi potevano mancare dei mezzi e infatti alla fine del mese avrò ancora 600 lire, cioè quanto mi può bastare largamente fino a luglio, ma che potrebbe bastarmi anche tutto l’anno senza privazioni di niente di essenziale. E poi mi pare che, in ogni caso, il rimedio migliore non sia quella di non scrivermi. Io sono rimasto per qualche tempo nella convinzione che ti fossi stabilito a Milano e perciò non capivo certi accenni di Tatiana a una tua presenza a Roma in un certo momento; solo per caso, da una lettera di Grazietta, mi pare, ho saputo che eri rientrato a Ghilarza. Per un certo tempo ci fu tutto un mistero, per me, e questo mi preoccupava. Perché? Perché temevo che a Milano, per il solo nome di Gramsci, la polizia ti avesse fatto qualche scherzo poco allegro, nonostante tutti i tuoi documenti e le tue opinioni e le informazioni della questura di Cagliari. So quello che dico e ho visto e sentito sulla mia pelle l’accanimento che questa polizia milanese ha spiegato contro di me e so che il Tribunale Speciale è intervenuto per farli smettere e il giudice istruttore insistette perché sporgessi una querela nelle sue mani. Ecco perché ero preoccupato.
Ti ringrazio delle notizie che mi mandi. Mi dispiace tanto sentire che la mamma è ancora tanto debole: Teresina mi aveva scritto che da due giorni si era alquanto rimessa, ma nella tua lettera non c’è accenno a questo miglioramento. Capisco che si sia tanto affezionata a te, che le sei stato vicino piú degli altri figli e che ti preferisca, per aiutarla, alla stessa Grazietta, che non deve essere di umore sempre uguale.
Ti ho spesso scritto d’informarmi se Nannaro, dopo la sua lettera da Namur, mi aveva scritto qualche altra volta; io non ho piú ricevuto un rigo, sebbene mi avesse fatto tante promesse durante il colloquio. Poiché da qualche lettera di casa appare che egli scrive di tanto in tanto, ti prego di scrivergli da parte mia, ponendogli la quistione: poche parole di spiegazione mi basteranno.
A proposito del soccorso, per cui ti sei tanto amareggiato, date le tue condizioni di incertezza di lavoro, bisogna che ti faccia osservare che col luglio venturo entrerà in vigore il nuovo codice penale e quindi anche un nuovo regolamento carcerario, che probabilmente muterà notevolmente la situazione dei condannati. È stabilito il principio che l’amministrazione statale potrà risarcire delle spese sostenute per l’alimentazione e per altre necessità inerenti al mantenimento dei carcerati, col sequestro o meglio con la confisca dei beni ecc. ecc. Ma fino a che punto si andrà nella specificazione di «beni»? E sarà ancora concesso di spendere per il sopravitto e di ricevere dalle famiglie delle somme o queste non potranno essere confiscate almeno in parte? Certe allusioni fatte in Senato, specialmente dal sen. Garofalo nel 1929, per cui non si dovrebbe cercare di attenuare il carattere «afflittivo» del carcere (anche se la tesi di Garofalo, che si riferiva specialmente alla segregazione cellulare, sia stata respinta dal governo) potrebbero indicare la possibilità di misure restrittive. Io non ci credo, per ora, ma il solo dubbio mi spinge ad avvertirti di non avere preoccupazioni per parecchi mesi ancora (oltre a non averne mai troppe, in generale): niente mi dispiacerebbe di piú che la confisca anche di pochi denari dovuti ai sacrifizi che tu devi fare per il tuo affetto per me.
Carissimo Carlo, abbraccia teneramente la mamma per parte mia e falle tante carezze.
Cordialmente tuo
Antonio

180.

9 febbraio 1931

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera del 9 gennaio che incomincia cosí: «Quando penso di scrivere – ogni giorno – penso a ciò che mi fa tacere, penso che la mia debolezza è nuova per te…». – E anche io penso che ci sia stato un certo equivoco finora tra noi, proprio su questa tua presente debolezza e sulla presunta tua forza anteriore e di questo equivoco voglio prendermi almeno la maggior parte di responsabilità, che realmente mi spetta. Una volta ti ho scritto (forse ricordi) che io ero persuaso che tu sia sempre stata molto piú forte di quanto tu stessa non pensassi, ma che mi repugnava quasi di insistere troppo su questo motivo perché mi sembrava di essere come un negriero, dato che a te sono toccati i pesi piú gravi della nostra unione. Penso ancora cosí, ma ciò non significava allora, né significa oggi tanto meno, che mi fossi fatto di te un figurino di «donna forte» convenzionale e astratto: sapevo che eri anche debole, che anzi eri talvolta molto debole, che eri insomma una donna viva, che eri Iulca. Ma ho molto pensato a tutte queste cose, da che sono in carcere e piú da qualche tempo a questa parte. (Quando non si possono fare prospettive per l’avvenire, si rimugina continuamente il passato, lo si analizza, si finisce col vederlo meglio in tutti i suoi rapporti e si pensa specialmente a tutte le sciocchezze commesse, ai propri atti di debolezza, a ciò che sarebbe stato meglio fare o non fare e sarebbe stato doveroso fare o non fare). Cosí mi sono persuaso che, a proposito della tua debolezza e forza, io ho commesso molte sciocchezze (cosí mi sembrano ora) e le ho commesse per troppa tenerezza per te, che era sventataggine da parte mia e che, in realtà, io che mi credevo abbastanza forte, ero tutt’altro che forte, ero, anzi, indubbiamente, più debole di te. Cosí si è creato questo equivoco, che ha avuto conseguenze molto gravi, se tu non mi hai scritto, mentre avresti voluto scrivere, per non turbare il figurino che credevi mi fossi formato della tua forza. Le esemplificazioni che dovrei dare di queste mie affermazioni, hanno un contenuto che mi appare adesso cosí ingenuo che a stento riesco io stesso a rappresentarmi le condizioni in cui mi trovavo quando sentivo e operavo cosí ingenuamente; perciò non mi sento in grado di scriverne di proposito. Del resto servirebbe a poco. Mi pare sia piú importante stabilire ora tra noi rapporti normali, ottenere che tu non abbia a sentire dei freni inibitori nello scrivermi, che non abbia a sentire quasi repugnanza ad apparire diversa da quella che immagini io creda tu sia. Ti ho detto che io sono persuaso tu sia molto piú forte di quanto tu stessa creda: anche la tua ultima lettera mi conferma in questa persuasione. Pur nello stato di depressione in cui ti trovi, di grave squilibrio psicofisico, hai conservato una grande forza di volontà, un grande controllo di te stessa, e allora ciò significa che lo squilibrio psicofisico è molto meno grande di quanto potrebbe apparire e si limita, in realtà, a un aggravamento relativo di condizioni che nella tua personalità credo siano permanenti o almeno io le ho notate come permanenti in quanto collegate con un ambiente sociale che permanentemente domanda una tensione di volontà estremamente forte. Mi pare insomma che presentemente tu sia ossessionata dal sentimento delle tue responsabilità, che ti fa apparire le tue forze inadeguate ai doveri che vuoi compiere, ti disvia la volontà e ti esaurisce fisicamente, ponendo tutta la tua vita attiva in un circolo vizioso in cui realmente (se pure parzialmente) le forze bruciano senza risultato, perché disordinatamente applicate. Ma mi pare che, nonostante tutto, tu abbia conservato le forze sufficienti e la volontà sufficiente per superare da te stessa questa difficoltà in cui ti trovi. Un intervento esterno (esterno solo in un certo senso) ti faciliterebbe il compito: per esempio, se Tatiana andasse a convivere con te e tu ti persuadessi concretamente che le tue responsabilità sono diminuite di fatto e perciò io insisto presso Tatiana perché si decida a partire, come insisto presso di lei perché si metta in condizioni di poter giungere presso di te in condizioni di salute tali che le permettano subito di essere attiva: mi pare che altrimenti tutta la situazione sarebbe peggiorata invece che migliorata. Ma insisto nell’affermare la mia persuasione che tu sottovaluti la tua stessa forza reale, e che sei in grado di superare l’attuale crisi da te stessa. Hai sopravalutato la tua forza nel passato ed io scioccamente ti ho lasciato fare (dico adesso scioccamente, perché allora non credevo di essere sciocco); ora la deprezzi, perché non sai adeguare concretamente la tua volontà al fine da raggiungere e non sai graduare i tuoi fini e perché sei un po’ ossessionata. Cara, sento benissimo quanto tutto ciò che ti scrivo sia inadeguato e freddo. Sento la mia impotenza a fare qualsiasi cosa di reale ed efficace per darti un aiuto; mi dibatto tra il sentimento di una immensa tenerezza per te che mi appari come una debolezza da consolare immediatamente con una carezza fisica e il sentimento che è necessario da parte mia un grande sforzo di volontà per persuaderti da lontano, con parole fredde e slavate, che tuttavia tu sei anche forte e puoi e devi superare la crisi. E poi mi ossessiona il pensiero del passato. Tu ricordi la nascita di Delio e la carrozzella (ma come hai dimenticato che nell’aprile del 1925 lo abbiamo insieme condotto a spasso in quella carrozzella in un giardino vicino alla Tverskaia-Yamskaia?) e Bianco e i dodici rubli che hai preso in prestito. E perché hai cosí tenacemente rifiutato l’aiuto che ti avevo mandato attraverso Bianco? E perché io non sono riuscito a impormi a te e a far riconoscere il mio diritto di aiutarti? Penso che allora avevo riscosso 8200 lire d’indennità giornalistica e che le versai interamente per il nuovo giornale. Perché ho potuto permettere che tu facessi dei debiti di 12 rubli mentre io versavo 8200 lire al giornale, mentre avrei, senza nessuna difficoltà e pur facendo tutto il mio dovere, potuto versare solo il 50%? Tutto questo mi esaspera ora contro me stesso d’allora e mi fa vedere quanto i nostri rapporti fossero d’una incongruità e di un romanticismo scelleratissimo. È vero che tu allora non mi accennasti a questi dodici rubli, anzi mi prendesti in giro per le mie «pretese» di aiutarti, ma sento ora che avrei dovuto trovare il modo di importi anche ciò che non volevi. – Del resto hai ragione che nel nostro mondo, mio e tuo, ogni debolezza è dolorosa e ogni forza un aiuto. Penso che la nostra piú grande disgrazia è stata quella di essere stati insieme troppo poco, e sempre in condizioni generali anormali, staccate dalla vita reale e concreta di tutti i giorni. Dobbiamo ora, nelle condizioni di forza maggiore in cui ci troviamo, rimediare a queste manchevolezze del passato, in modo da mantenere alla nostra unione tutta la sua saldezza morale e salvare dalla crisi ciò che di bello c’è pure stato nel nostro passato e che vive nei bambini nostri. Ti pare? Io voglio aiutarti, nelle mie condizioni, a superare la tua attuale depressione, ma bisogna anche che tu un po’ mi aiuti e mi insegni il modo migliore di aiutarti efficacemente, indirizzando la tua volontà, strappando tutte le ragnatele di false rappresentazioni del passato che possono incepparla, aiutandomi a conoscere sempre meglio i due bambini e a partecipare alla loro vita, alla loro formazione, alla affermazione della loro personalità, in modo che la mia «paternità» diventi piú concreta e sia sempre attuale e cosí diventi una paternità vivente e non solo un fatto del passato sempre piú lontano. Aiutandomi cosí anche a conoscere meglio la Iulca di oggi che è Iulca + Delio + Giuliano, somma in cui il piú non indica solo un fatto quantitativo, ma soprattutto una nuova persona qualitativa. Cara, ti abbraccio stretta stretta e aspetto che mi scriva a lungo.
Antonio

Cara Tatiana,
aggiungo una piccola postilla per te, per salutarti e poi: 1° per pregarti di non mandarmi ricostituenti, perché non ho preso ancora quelli che già mi hai mandato – 2° per pregarti di non fare il viaggio a Turi: se Carlo ha tempo di venire, bene; ma credo che anch’egli potrebbe astenersene e risparmiare i denari per un’altra volta. – 3° ti prego di scrivere alla libreria domandando come mai non abbia ricevuto nessuna rivista del nuovo anno: come avevo previsto, i nuovi abbonamenti hanno dovuto subire un ritardo per dimenticanza o altro. Ti abbraccio.
Antonio

181.

23 febbraio 1931

Carissima Tatiana,
non so in che tono hai scritto alla Libreria per informare (secondo la mia avvertenza di 15 giorni fa) che fino a quel giorno non avevo ancora ricevuto le riviste; spero però che non avrai scritto in tono irritato e sdegnato, come apparirebbe da una tua cartolina. A me pare che il servizio non sia fatto male, anche se di tanto in tanto succede qualche incidente e che non sia il caso di pensar male dei tedeschi, che poi non c’entrano nulla, perché il direttore della Libreria è un italiano e i proprietari sono svizzeri italianizzati. Tu forse non sai che in un certo periodo della storia culturale italiana, il commercio librario è stato un quasi monopolio di intraprenditori svizzeri, che hanno reso grandi servizi specialmente a Milano e a Torino: esempio classico è il vecchissimo Hoepli che ha volgarizzato le scienze e le arti coi suoi diffusissimi manuali. – Pochi giorni dopo averti scritto l’accenno, ho ricevuto tutto l’arretrato puntualmente; ti sarei grato perciò se volessi ancora scrivere al direttore della Libreria per avvertirlo e ringraziarlo, e fargli magari dimenticare qualche tua espressione vivace precedente. Puoi tutt’al piú ricordargli che io sono in carcere e che pertanto tutte le pubblicazioni che mi giungono, prima di essermi consegnate, devono essere controllate, timbrate e firmate dal Direttore della Casa di Pena; sarebbe perciò desiderabile che non giungessero insieme decine e decine di pezzi per non costringere a una soverchia perdita di pazienza. Mi pare che proprio due anni fa giunsero in una volta 78 pezzi, ciò che domandò 78 timbrate e 78 firme, un vero tour de force, come vedi. Siccome ho visto che sono già uscite le Prospettive Economiche del prof. Giorgio Mortara, vorrei che ricordassi che mi siano spedite; cosí desidererei avere anche la novità del senatore Benedetto Croce Etica e Politica, pubblicata dal Laterza di Bari, e il «Calendario Atlante De Agostini per il 1931». – Ho ricevuto a suo tempo la Vita di Dante del prof. Umberto Cosmo che Piero riteneva dovesse interessarmi. Devo dire che ne ho tratto meno soddisfazione di quanto credessi, per varie ragioni, ma specialmente perché ho avuto l’impressione che la personalità scientifica e morale del Cosmo abbia subito un certo processo di sfacimento. Deve essere diventato terribilmente religioso nel senso positivo della parola, cioè deve aver subito (certo in modo sincero e non snobistico e carrieristico) la crisi che si verifica, pare, in molti intellettuali universitari dopo la creazione dell’Università del Sacro Cuore, crisi che raddoppierebbe e triplicherebbe se venissero aperte altre Università cattoliche, con molte altre cattedre per i neo-convertiti dall’idealismo crociano e gentiliano. La prima volta che ti capita, domanda a Piero informazioni. Io ricordo ancora, in primo anno di Università, una accanita discussione tra il Cosmo, che sostituiva Arturo Graf nell’insegnamento della Letteratura Italiana, e uno studente del Canton Ticino, Pietro Gerosa, fanatico rosminiano e agostiniano a proposito del giudizio dato dal De Sanctis su Cesare Cantú. Il Gerosa era incrollabile nel sostenere che il giudizio negativo del De Sanctis era dovuto a settarismo politico e religioso, perché il Cantú era cattolicissimo e repubblicano-federalista (neoguelfo) mentre il De Sanctis era hegeliano e monarchico-unitario (è vero però che il Cantú fu nominato senatore del Regno, ciò che dimostra che il suo repubblicanismo federalista era per lo meno superficiale) – e il povero prof. Cosmo invano cercò di persuaderlo che il De Sanctis era uno scienziato imparziale e oggettivo. Per il Gerosa, che aveva tempra da inquisitore, anche il Cosmo era un diabolico hegeliano, intinto della stessa pece infernale del De Sanctis e non esitava a sostenerlo apertamente con ampie citazioni del Rosmini e di S. Agostino. Un anno fa circa ho visto che il Cosmo e il Gerosa hanno compilato insieme una antologia di scrittori latini cristiani dei primi secoli, ciò che mi ha fatto ritenere che Hegel abbia capitolato dinanzi a S. Agostino, attraverso Dante e specialmente S. Francesco, di cui il Cosmo è sempre stato un grande studioso. Tuttavia quando vidi il Cosmo, l’ultima volta, nel maggio 1922 (egli era allora segretario o consigliere all’Ambasciata italiana di Berlino), egli ancora insistette perché io scrivessi uno studio sul Machiavelli e il machiavellismo; era una sua idea fissa, fin dal 1917, che io dovessi scrivere uno studio sul Machiavelli, e me lo ricordava a ogni occasione, sebbene Machiavelli non vada molto d’accordo con S. Francesco e S. Agostino. D’altronde serbo del Cosmo un ricordo pieno di affetto e direi di venerazione, se questa parola non avesse un significato che non si adegua ai miei sentimenti; era e credo sia tuttora di una grande sincerità e dirittura morale con molte striature di quella ingenuità nativa che è propria dei grandi eruditi e studiosi. Ricorderò sempre il nostro incontro del 22 nell’androne maestoso dell’Ambasciata italiana a Berlino. Nel novembre 1920 avevo scritto contro il Cosmo un articolo violentissimo e crudele come si riesce a scriverne solo in certi momenti critici della lotta politica; seppi che egli si mise a piangere come un bambino e stette chiuso in casa per alcuni giorni. I nostri rapporti personalmente cordiali di maestro ed ex allievo si ruppero. Quando nel 22 il solenne guardiaportone dell’Ambasciata si degnò di telefonare al Cosmo, nel suo gabinetto diplomatico, che un certo Gramsci desiderava essere ricevuto, rimase sbalordito, nel suo animo protocollare, quando il Cosmo scese di corsa le scale e mi si precipitò addosso inondandomi di lacrime e di barba, e dicendo a ogni momento: «Tu capisci perché! Tu capisci perché!». Era in preda a una commozione che mi sbalordí, ma mi fece capire quanto dolore gli avessi procurato nel 1920 e come egli intendesse l’amicizia per i suoi allievi di scuola. Vedi quanti ricordi mi ha fatto nascere questa Vita di Dante e l’accenno di Piero (che, del resto, mi fu presentato la prima volta proprio dal prof. Cosmo). È vero che ora per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita, a differenza del presente e dell’avvenire che sono fuori della mia volontà e non mi appartengono. – Cara, vorrei che tu mi dessi delle informazioni e delle spiegazioni chiare su questo argomento: – nell’attuale momento dell’arte chirurgica, si può fare l’operazione per estirpare il colon discendente? oppure, cosa si può fare per rimediare a una tale infermità? L’operazione è facile o difficile? Si può fare anche se il paziente è molto malandato di salute, se cioè egli soffre di tubercolosi (ghiandolare) e di sifilide ereditaria di grado leggero e di eruzioni cutanee permanenti dovute al guasto di tutto l’apparato digerente? Ti prego di informarti bene e di rispondermi in modo molto perspicuo perché io possa comprendere ed essere, a mia volta, in grado di spiegare perspicuamente. – Il tempo qui continua a essere pessimo: piove abbondantemente notte e giorno e quando non piove infuria un vento violentissimo. Proprio ti prego di non pensare neanche a metterti in viaggio e di essere meno staticamente ottimista sulle tue condizioni di salute. Devi essere ottimista, certo, ma dinamicamente, cioè essere certa che ti rafforzerai e potrai permanentemente conservare le tue forze, se però lotterai sempre contro te stessa e la tua passività, se non crederai che ormai tutto è fatto ecc. ecc. – Non ho piú ricevuto lettere da casa: Carlo non ha risposto alla mia ultima né alcuno mi ha mandato notizie sulla mamma e sulle sue condizioni di salute. Vuoi tu scrivere un biglietto in questo senso a mia madre coi miei saluti e l’assicurazione che io sto bene? Ti abbraccio teneramente.
Antonio

182.

9 marzo 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto ieri la tua lettera, che mi ha un po’ rassicurato. Ero circa da venti giorni senza notizie e ciò mi angosciava un po’. Non so giudicare con esattezza, dalla tua descrizione, (per la mia assoluta incompetenza) l’entità del tuo male: capisco solo che deve essere stato molto doloroso. Mi pare però che ciò che scrivi conferma la mia convinzione che devi avere ancora molta cura della tua salute e non abbandonarti a un ottimismo facilone e superficiale.
Non è esatto che io abbia perduto fiducia nei medicamenti, come tu scrivi. Sarebbe una fanciullaggine. Mi sono accorto che nelle condizioni generali in cui mi trovo, i medicamenti (ricostituenti) non solo sono di effetto nullo, ma mi procurano un incremento di disturbi. Seguo una dieta molto rigida, ma tuttavia i disturbi viscerali aumentano e diventano sempre piú dolorosi. Quando giunsi a Turi soffrivo specialmente di stomaco, cioè ero soggetto a vomiti frequenti, ecc. mentre invece non soffrivo agli intestini. Da circa un anno, i disturbi di stomaco sono quasi completamente passati, ma sono sopraggiunte le complicazioni intestinali. Secondo me esse sono strettamente collegate con l’insonnia; osservo che se mi risveglio d’improvviso, dopo mezz’ora vengono i dolori viscerali acuti, cioè mi pare che il risveglio interrompa la digestione e quindi provochi i disturbi. Se per qualche notte dormo un po’ tranquillo, queste complicazioni si attenuano. Ho smesso di prendere il Benzofosfan perché ho sperimentato che portava a nuove complicazioni, ecc. Non credere che non mi sia dato da fare per assicurarmi la possibilità di un sonno piú tranquillo, ma non sono riuscito a ottenere nulla. Adesso ho la gastrite cronica (o gastrite significa solo fenomeno dello stomaco? e bisogna usare qualche altro termine?) e ogni innovazione mi fa esitare: preferisco non far nulla, piuttosto. Non sono fatalista: io credo che l’ossigeno possa ravvivare i polmoni, ma sono persuaso che inalare l’ossigeno a uno che ha la cassa toracica serrata in un busto di ferro serva a ben poco e possa nuocere piuttosto che giovare.
Aspetto tue notizie ancora piú favorevoli. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

183.

20 marzo 1931

Carissima Giulia,
Tania mi ha trasmesso due fotografie dei bimbi, tutta una serie di rilievi molto interessanti sulla loro vita e il loro carattere fatti dalla nonna e qualche informazione sulle tue condizioni di salute. Mi ha trasmesso anche un «pimpò» di Delio, con un apparato critico ermeneutico. Io non sono riuscito a interpretare nulla per conto mio. Vorrei scrivere una lettera direttamente ai bimbi, ma non so come fare. Scrivere solo per ringraziarli della loro grande lettera mi pare troppo poco. Ci dovrebbe essere tra me e loro un intermediario di buona volontà e questo potresti essere tu sola, ma non mi pare che tu ti senta in grado di farlo; te ne ho scritto parecchie volte, inutilmente, perché non vi hai neppure accennato. Spero che tra breve sii in condizioni tali da potermi scrivere. Ti abbraccio teneramente con Delio e Giuliano
Antonio

184.

23 marzo 1931

Carissima Tatiana,
ti ringrazio di aver pensato di spedire il telegramma a mia madre per il suo onomastico. Io, già per la seconda volta, me ne ero dimenticato e ci pensai solo dopo il 19 marzo. La mamma sarà molto contenta nel ricevere gli auguri a mio nome.
Mi pare che la mia precedente lettera ti abbia fatto molto fantasticare su tutte le possibili malattie viscerali che potrebbero affliggermi. Meno male che io ancora non mi sono lasciato conquistare dalla mentalità carceraria, altrimenti non mi sarei piú levato dal letto e mi sarei persuaso di avere realmente tutti i malanni da te enumerati. Spero che tu nella tua vita non abbia piú ad avere corrispondenza con carcerati; li faresti suicidare per paura delle malattie e delle sofferenze per misteriosi malanni non riconosciuti dalla proterva cattiva volontà dei sanitari. Questa realmente è la mentalità comune dei carcerati: essi leggono con molta attenzione tutti gli articoli che trattano di malattie e si fanno arrivare trattati e «Medici di se stessi» o «Cure d’urgenza» e finiscono con lo scoprire di avere 300 o 400 malattie almeno, di cui sentono in se stessi i sintomi. C’è della gente cosí curiosa (anche tra i politici) che ingoiano tutte le cartine o i medicamenti rifiutati dai loro compagni di cella, persuasi che quelle medicine non possono che far loro bene perché certamente essi soffrono delle malattie che quelle medicine allevieranno e cureranno. Queste fissazioni giungono ad assurdi pittoreschi e maravigliosi; ho conosciuto un politico che si era fatto arrivare un trattato di Ostetricia e non certo per sadismo, ma perché, egli diceva, in una occasione della sua vita, aveva dovuto assistere d’urgenza una partoriente e da quando si trovava in carcere era ossessionato dal senso di responsabilità sentito allora e perciò riteneva doveroso farsi una cultura in proposito. – Dunque io non credo di avere nessuna delle malattie da te enumerate, ma solamente una forma di atonia viscerale che diventa dolorosa quando non dormo e quando il tempo è umido: quando posso mutare i cibi, infatti, essa passa completamente e cosí si attenua quando dormo o fa tempo secco. – Non metterti in testa di mandarmi il «gioddu» o qualcosa di simile perché non saprei che farmene. Se poi tu credi che sia facile preparare il «gioddu», che veramente al mio paese chiamano «mezzoradu», (cioè latte migliorato: «gioddu» è parola sassarese che capiscono solo in un angolo molto piccolo della Sardegna) ti sbagli di grosso: tanto è difficile che nel continente lo preparano solo degli specialisti bulgari e lo chiamano infatti «Yogurt» o latte bulgaro; quello che vendono a Roma è addirittura repugnante in confronto di quello che preparano i pastori sardi. Ti assicuro che nelle mie condizioni non c’è niente né di allarmante né di grave, tutt’altro: da una diecina di giorni non ho piú avuto dolori e si è attenuato anche il mal di capo.
Invece Carlo mi ha informato che tu non hai per nulla messo un ordine nella tua vita materiale: che mangi quando ti capita e talvolta te ne dimentichi ecc. Questa mi pare una cattiva azione da parte tua, poiché ti eri impegnata a regolare la tua alimentazione in modo da costituire una riserva di forze fisiche che ti permettesse di far il viaggio fino a Mosca. Io avevo creduto alle tue promesse e adesso mi dispiace di averti creduto; vuol dire che sono stato ingenuo, ingenuo come uno dei primi poeti italiani che ha scritto:
Molte sono le femmine che hanno dura la testa
Ma l’uomo con parabole le dimina e ammonesta.
Altro che parole: ci vorrebbe qualche «bellissimo kurbasc» come diceva sempre un beduino confinato a Ustica quando mi parlava dei suoi rapporti con le mogli e le donne della sua kabila.
Non so se puoi uscire di casa per fare delle commissioni. Desidererei che ti recassi presso la «Anonima Romana Editrice» Via Virgilio 16 (ho controllato una pubblicazione piú recente e ora si chiama «Anonima Romana Editoriale» ed è in Via Alessandro Farnese 2) e informarti se è possibile avere i n. 4 (aprile) e 10. 11. 12 (ottobre, novembre, dicembre) del «Leonardo» (anno 1927) rivista che allora si pubblicava per conto della Fondazione Leonardo, in seguito fusasi con l’Istituto di Cultura Fascista. Vorrei anche sapere se esiste una collezione completa di questo stesso «Leonardo» dell’anno 1926 e quanto costa. – Io avevo a Roma tutti i numeri della rivista fino all’ottobre 1928. Tu mi hai mandato la collez. completa del 25, ma solo il 1° fascicolo del 26. Dell’annata 27 ad Ustica mi hanno perduto i quattro numeri che mi mancano. Le annate successive le ho complete. Vorrei completare la collezione perché essa costituisce il repertorio di cultura generale meglio fatto di questi ultimi anni. Ha pubblicato, per esempio, tutta una serie di rassegne sulle attività scientifiche nei primi 25 anni del secolo, scritte da specialisti, che sono molto utili e anzi indispensabili. Ti prego però di non rivolgerti alla Libreria per questa ricerca: se si può ottenere qualche cosa, lo si può fare personalmente, non per corrispondenza. Se ti è piú comodo (io non ricordo l’ubicazione delle vie) potresti rivolgerti al tipografo Riccardo Garroni, Via Franc. De Sanctis 9, che ha stampato queste riviste e che forse ne conserva in magazzino le rese. Se riuscirai a trovarmi queste riviste te ne sarò molto grato. Però non devi affaticarti e fare delle camminate se non quando sarai in grado di farlo. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Ti ringrazio per ciò che mi ha portato Carlo: immagino che tu avrai molto contribuito nella scelta ecc.

185.

28 marzo 1931

Carissimo Carlo,
ho ricevuto appena una tua cartolina illustrata del 16 marzo, mentre aspettavo una tua lettera. Per le ragioni che ti ho detto a voce durante il colloquio, vorrei che, almeno in questi primi mesi della tua residenza a Milano, mi scrivessi un po’ spesso sulla tua vita e su come te la passi. Avvertimi anche se hai passato alla Libreria la commissione dei tre libri che avevo incaricato Tatiana di trasmettere. Ti ricordo i titoli perché non ci sia errore: – 1° Calendario-atlante De Agostini per il 1931 – 2° G. Mortara, Prospettive economiche per il 1931 – Editrice l’Università Bocconi – Milano – 3° Ben. Croce, Etica e Politica – Bari, Laterza, 1931. – Tatiana mi ha scritto tutta disillusa per non aver ricevuto da te notizie sul colloquio ecc.; ti prego di scriverle a lungo, ma credo che tu l’abbia già fatto. Cordialmente
Antonio

Se passi dalla Libreria ti prego di avvertire cortesemente il direttore (che mi pare si chiami Mannosi) che abbastanza spesso sono saltati dei numeri di riviste, specialmente dell’«Italia letteraria» e del «Marzocco». Cosí è stato saltato il n. 11 (del 13 marzo) del «Manchester Guardian Weekly» che pregherei di procurarmi perché voglio farne la collezione. Prega questo signore di essere un po’ paziente per le mie richieste, ricordandogli che sono in carcere e perciò, per esempio, un numero del «Marzocco» o dell’«Italia letteraria» che conteneva articoli in continuazione e che non ricevo, diventa una piccola tragedia. Tragedia da carcerato, va bene, ma per cui ecc. ecc. Saluti.

30 marzo

Ancora un piccolo incidente di cui ti prego di avvertire il direttore della Libreria. Proprio oggi, in una rivista giunta nel plico, era scivolato un foglietto, che non ho naturalmente potuto vedere, ma che mi è sembrato, cosí all’ingrosso, come appartenente a uno dei block-notes in cui i commessi prendono appunto delle commissioni dei clienti. La cosa è molto spiacevole per me e ti raccomando di pregare il direttore perché avverta l’incaricato dei plichi perché fatti simili non si ripetano. È vero che nulla mi viene consegnato senza che prima abbia subito la piú accurata verifica, cosa per cui incidenti simili hanno un valore relativo. Tuttavia, io, come la moglie di Cesare, non voglio neppure essere sospettato. Ho tenuto finora, in quattro anni e mezzo, un contegno il piú corretto possibile, e solo ciò mi ha evitato, se non dei guai grossi, almeno dei dispiaceri che potevano essere abbastanza noiosi. L’ultimo di questi dispiaceri potevo averlo proprio a Turi nel novembre 1928 e fu evitato appunto solo perché la Direzione della Casa di Pena poté, in tutta coscienza, dimostrare che io ero tassativamente estraneo a un episodio successo poco prima nel Carcere di Bari; il commissario di polizia venuto da Bari per interrogarmi e tradurmi a Bari rinunziò anche all’interrogatorio formale. Caro Carlo, ti prego di spiegare bene la quistione al direttore della Libreria, perché non si indispettisca per questa seccatura extra-commerciale. Ma si tratta per me di cosa molto importante, tanto importante, che per mantenere rigidamente la mia condotta di assoluta correttezza nell’uniformarmi alle necessità del carcere, mi sono urtato con altri detenuti e ho rotto dei rapporti personali. Saluti.
Antonio

186.

7 aprile 1931

Carissima Tatiana,
devo rispondere a una serie di quistioni che mi hai posto: 1° ho ricevuto il tuo pacco alla vigilia di Pasqua e ti ringrazio tanto per il tuo affetto premuroso. Adesso ho un mucchio di cose che mi basteranno per alcuni mesi. – 2° Carlo mi ha scritto una cartolina il 16 marzo e poi più nulla. – 3° Ho ricevuto il discorso del senatore Gentile; era proprio pubblicato nel fascicolo di dicembre dell’«Educazione Fascista». – 4° I numeri del «Leonardo» che ti ho incaricato di ricercare sono proprio del 1927 e mi sono stati perduti proprio ad Ustica dove la rivista continuò ad arrivare dopo la mia partenza, col permesso della Direzione della Colonia, e fu consegnata ai miei amici rimasti, che mi avevano promesso di mandarmi tutti i numeri alla fine dell’anno. Cosí il tuo scrupolo-indovinello è eliminato. – 5° Vorrei sapere quale edizione del Principe di Machiavelli hai letto o stai leggendo. Io ne ho qui due esemplari, ma ambedue sono ormai antiquati per la pubblicazione dell’edizione critica fatta qualche anno fa dal prof. Mario Casella che ha corretto molte scorrettezze ed errori delle stampe tradizionali. – 6° Non mi fa maraviglia che le conferenze del professor Bodrero sulla filosofia greca ti abbiano interessato poco. Egli è professore di storia della filosofia in non so ora quale Università (un tempo era a Padova), ma non è né un filosofo né uno storico: è un erudito filologo capace di far discorsi di tipo umanistico-retorico. Recentemente ho letto un suo articolo sull’Odissea di Omero che ha fatto vacillare anche questa persuasione dell’essere il Bodrero un buon filologo, poiché egli scopriva che l’aver fatto la guerra è un tratto che abilita a comprendere l’Odissea; io dubito che un Senegalese, per aver fatto la guerra, possa comprendere meglio Omero. D’altronde, il Bodrero dimentica che Ulisse, secondo la leggenda, fu un renitente alla leva e una specie di autolesionista, poiché, dinanzi alla commissione militare andata ad Itaca per prelevarlo, si finse pazzo (non autolesionista, correggo, ma simulatore per essere riformato). – 7° Nella quistione del gioddu non si tratta di patriottismo sardesco né di campanilismo. Infatti tutti i pastori primitivi preparano il latte in questo modo. Si tratta del fatto che il gioddu o yoghurt non si può spedire né mantenere a lungo senza che si guasti, caseificandosi. E c’è anche un’altra ragione importantissima: pare che sia necessaria una certa dose di sporcizia nel pastore e nell’ambiente perché il gioddu riesca genuino. Questo elemento non si può fissare matematicamente ed è un peccato, perché le dame pastorelle altrimenti cercherebbero, come snob, di essere sporchette. E ancora: la sporcizia necessaria deve essere autentica sporcizia, di quella genuina naturale spontanea, di quella che fa puzzare il pastore proprio come il caprone. Come vedi la quistione è complessa ed è meglio che tu rinunzi a far l’Amarillidi e la Cloe in un quadretto arcadico.
Cara Tania, la tua lettera mi ha molto interessato e mi ha fatto piacere. Hai fatto molto bene a non rifarla. Perché poi? Se ti appassioni, vuol dire che c’è in te molta vitalità e molto ardore. Alcune tue considerazioni veramente non le ho ben capite, come questa: «Forse si dovrebbe vivere sempre al di fuori del proprio io per poter gustare la vita con la maggior intensità?», perché non so immaginare come si possa vivere fuori del proprio io, dato che esista un io identificabile una volta per sempre e non si tratti della propria personalità in continuo movimento, cosa per cui si è continuamente fuori del proprio io e continuamente dentro. Per me la quistione si è molto semplificata e sono diventato, nella mia altissima saggezza, molto indulgente. A parte lo scherzo, ho pensato molto alle quistioni alle quali accenni e che ti appassionano e ho finito col convincermi che la colpa di molte cose è proprio mia. Dico colpa, perché non so trovare altra parola. Forse è vero che esiste una forma di egoismo in cui si cade inconsciamente. Non mi pare si tratti delle forme solite di egoismo. Per esempio non mi pare si tratti dell’egoismo piú comune, quello che consiste nel far servire gli altri da strumento per il proprio benessere e la propria felicità; in questo senso non mi pare di essere stato mai egoista perché credo di aver dato, in tutta la mia vita, almeno quanto ho ricevuto. Ma c’è una quistione: il dare e l’avere sono in pareggio come contabilità generale, ma sono in pareggio come singole partite individuali? Quando si è legata la propria vita ad un fine e si concentra in questo tutta la somma delle proprie energie e tutta la volontà, non è immancabile che alcune o molte o sia pure una sola delle partite individuali rimanga scoperta? Non sempre ci si pensa e perciò ad un certo punto si paga. Si scopre magari che si può sembrare egoisti proprio a quelli cui meno si era pensato di poterlo sembrare. E si scopre l’origine dell’errore che è la debolezza, la debolezza di non avere saputo osare di restare soli, di non crearsi legami, affezioni, rapporti ecc. Giunti a questo punto è certo che solo l’indulgenza può dare la tranquillità o una certa tranquillità che non sia la completa apatia e indifferenza e lasci qualche spiraglio per il futuro. Davvero: spesso io risalgo a tutto il corso della mia vita e mi pare di essere proprio come Renzo Tramaglino alla fine dei Promessi Sposi, cioè di poter fare un inventario e poter dire: ho imparato a non fare questo, a non fare quest’altro ecc. (sebbene questa somma di apprendimenti mi giovi assai poco). Sono rimasto senza scrivere a mia madre qualche anno (almeno due anni di seguito) e ho imparato che è doloroso non ricevere lettere (ma probabilmente se fossi libero ricadrei in questi stessi mancamenti o non li giudicherei tali o non ci rifletterei addirittura) e cosí via. Insomma: sono già vecchio del carcere di 4 anni e 5 mesi e spero tra qualche altro anno di essere completamente imbalsamato: mi spiegherò tutto, di ogni fatto troverò che non poteva non succedere, mi spiegherò e troverò che le mie spiegazioni sono assolutamente incontrovertibili. Finirò col persuadermi che il meglio di tutto sarebbe non pensare piú, non ricevere di fuori nessun incitamento a pensare e quindi non scrivere piú a nessuno e mettere da parte le lettere ricevute senza leggerle ecc. ecc. Ma forse non avverrà nulla di tutto questo e avrò solo ottenuto di farti imbronciare e stare di malumore per qualche tempo, ciò che significherà che tu sei fuori del tuo io e che il mio io, ospite sgradevole, ne ha preso il posto.
Carissima Tatiana, non arrabbiarti se ti prendo un po’ in giro scherzosamente. Ti voglio molto bene e ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

187.

20 marzo(6) 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto le due fotografie e il manoscritto di Delio. Non ne ho capito proprio nulla e mi pare inesplicabile che egli incominci a scrivere dalla destra alla sinistra e non dalla sinistra alla destra; sono contento che scriva con le mani, è già qualche cosa. Se gli fosse saltato in testa di incominciare a scrivere coi piedi sarebbe stato molto peggio, certamente. Poiché gli Arabi, i Turchi che non hanno accettato le riforme di Kemal, i Persiani, e forse anche altri popoli, scrivono da destra a sinistra, la cosa non mi pare molto seria e pericolosa; quando Delio imparerà il Persiano, il Turco e l’Arabo, l’aver imparato a scrivere da destra a sinistra gli sarà molto utile. Una cosa sola mi colpisce; che ci sia stata troppo poca logica nel sistema. Perché, da bambino piú piccolo, averlo costretto ad abituarsi a vestire come gli altri? Perché non avere lasciato libera la sua personalità anche nel modo di abbigliarsi e averlo tirato su secondo un conformismo meccanico? Sarebbe stato meglio lasciargli intorno gli oggetti d’uso e poi aspettare che egli scegliesse spontaneamente: i calzoncini in testa, le scarpe nelle mani, i guanti nei piedi ecc.; o meglio ancora, bisognava mettergli vicino abiti da maschietto e da femminuccia e lasciargli libertà di scelta. Non ti pare? – Le due fotografie mi sono piaciute, specialmente perché danno due momenti molto espressivi della fisionomia di Giuliano; l’effetto che fa l’espressione di Delio, che era debole e malaticcio, è corretta dalle fotografie successive prese a Soci. – Formato 4 × 6 in fotografia credo significhi semplicemente 4 centimetri per 6 centimetri, almeno in Italia e dove è usato il sistema metrico decimale. – Ho letto Michaël, cane da circo, di Jack London; mi pare che artisticamente sia insignificante: è un libro di propaganda della società non so se contro la vivisezione o per la protezione degli animali; avevo a Roma Jerry delle isole, che era molto bello, mi pare di ricordare. In ogni caso, le due storie di cani del London migliori sono Zanna bianca e Il richiamo della foresta; dato il successo di queste storie, il London ha poi scritto troppo sui cani, senza freschezza e senza spontaneità. – Il riso tostato non mi serve a nulla; ne ho fatto cuocere un po’ il giorno di Pasqua e fino a Natale non avrò occasione di adoperarlo, se pure potrò ancora adoperarlo. – Carlo non mi ha ancora scritto; anche da Ghilarza non mi hanno piú scritto; in questi ultimi 20 giorni ho ricevuto solo le tue lettere. – Ho letto qualche cosa sulla psicanalisi, articoli di rivista specialmente; a Roma mi aveva imprestato da leggere qualcosa Rambelinsky sull’argomento. Leggerò volentieri il libro del Freud che Piero ti ha indicato: puoi richiederlo. È possibile che Giulia si avvantaggi di una cura psicanalitica, se la sua malattia ha origini puramente nervose. Io poi credo che piú della psicanalisi conti il medico curante; il vecchio Lombroso, sulla base della psichiatria tradizionale, otteneva risultati sorprendenti che io credo erano dovuti piú alla sua capacità di medico che alla teoria scientifica (astratta). Il suo prestigio scientifico era tale, che molti ammalati, dopo la prima visita e senza aver iniziato cura alcuna, si sentivano già molto meglio, riacquistavano fiducia in se stessi e finivano rapidamente col ristabilirsi. È possibile che la psicanalisi sia piú concreta della vecchia psichiatria o almeno costringa i medici a studiare piú concretamente i singoli ammalati, cioè a vedere l’ammalato e non la «malattia»; per il resto Freud ha fatto come Lombroso, cioè ha voluto fare una filosofia generale di alcuni criteri empirici di osservazione, ma ciò importa poco. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

188.

4 maggio 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto la collezione della rivista «Leonardo». Sono molto contento di averla avuta e ti ringrazio cordialmente delle fatiche che avrai sopportato per procurarla. Non so spiegarmi la ragione per cui hai mandato un telegramma alla Direzione del carcere domandando informazioni sulla mia salute. Ho pensato che sia circolata qualche voce sul conto mio, come è avvenuto altre volte; se fosse stato cosí, tu dovresti ormai essere avvertita e non credere a simili fonti leggendarie. Credo di averti avvisato altre volte che non bisogna credere nulla a ciò che raccontano le famiglie dei carcerati o che, in ogni caso, ha origine carceraria. Tu non immagini neppure quali strane deformazioni e ridicolose esagerazioni subiscono le cose piú semplici e ovvie; il ricordo del tempo di guerra dà appena una pallida idea di questo processo di creazione fantastica e di deduzioni romanzesche e puerili. Nel caso mio, niente di reale può aver determinato delle amplificazioni, perché non sono stato male, anzi, da qualche settimana, dormo abbastanza e quindi mi sento meglio del solito. Sono stato preoccupato perché tu non mi scrivevi e non ti nascondo che, quando ho saputo del tuo telegramma, mi sono un po’ incollerito; perché non scrivere a me, anche una cartolina illustrata, invece di mandare questo telegramma? – Ho ricevuto la tua cartolina del 30 aprile e la lettera di Giulia col tuo biglietto; la lettera di Giulia è molto graziosa, ti pare? mi è piaciuto molto l’aneddoto della «lingua delia», ma di tali lettere bisognerebbe riceverne almeno una ogni quindici giorni. Mi è piaciuta molto anche la tua cartolina. Veramente, mi piace molto come scrive Giulia e come scrivi tu qualche volta; mi piace forse perché è proprio l’opposto del mio modo di scrivere. Voi avete una grande spontaneità, che si sente come tale anche nella forma immediata. Prima di venire in carcere io scrivevo pochissimo e se si eccettuano le lettere che ho scritto a Giulia in quel tempo, credo di non aver scritto mai piú di tre lettere all’anno. Da quando sono in carcere, l’abitudine di controllare ogni parola che dico con chiunque e la ripugnanza che mi ossessiona per la pubblicità delle lettere, si riflette anche nello scrivere a voi; è una cosa invincibile, che spesso falsifica tutto il tono di ciò che scrivo. – Cara Tania, ho rotto gli occhiali e non ne ho di ricambio. Poiché non ho rotto i cristalli, ma la montatura, ho rimediato alla bella meglio, legando e accomodando i due pezzi, ma le lenti non sono piú a fuoco e mi danno fastidio alla vista. Ti sarò gratissimo se vorrai mandarmene degli altri: devono essere in simili-tartaruga (cioè in celluloide), la misura è 3 diottrie. Ti prego di mandarmi degli occhiali di poco prezzo; essi sono transitorii, nel senso che per avere gli occhiali proprio adatti, dovrei farmi misurare esattamente il grado di miopia. In realtà li porto piú che altro per avere meno mal di testa, sebbene sia persuaso che molta parte della miopia è dovuta proprio al mal di testa, con azione reciproca. Carlo non mi ha ancora scritto; se hai il suo indirizzo scrivigli che il suo modo di fare mi ha molto addolorato; non scrive neanche alla mamma, quantunque sappia le sue condizioni di salute. Ti abbraccio
Antonio

Spedisci la sua parte a mia sorella Teresina.

189.

4 maggio 1931

Carissima Teresina,
ho ricevuto la tua lettera del 28 aprile. Credo che tu e Grazietta vi siete completamente sbagliate sul significato delle osservazioni da me fatte a proposito di Mea. In primo luogo, io ho conosciuto Mea solo nel ’24, quando aveva pochi anni e non sono certo in grado di giudicare le sue qualità e la saldezza di queste qualità. In secondo luogo e in generale, io evito sempre di valutare chiunque fondandomi su ciò che si suole chiamare «intelligenza», «bontà naturale», «prontezza di spirito», ecc., perché so che tali valutazioni hanno ben scarsa portata e sono ingannevoli. Piú di tutte queste cose mi pare importante la «forza di volontà», l’amore per la disciplina e per il lavoro, la costanza nei propositi, e in questo giudizio tengo conto, piú che del bambino, di quelli che lo guidano e che hanno il dovere di fargli acquistare tali abitudini, senza mortificare la sua spontaneità. L’opinione che mi sono formata, dalle parole di Nannaro e di Carlo, è appunto questa: che in Mea voi tutti trascurate di sollecitare l’acquisizione di queste qualità solide e fondamentali per il suo avvenire, non pensando che più tardi il compito sarà più difficile e forse impossibile. Mi pare che dimentichiate che oggi nel nostro paese all’attività femminile sono fatte condizioni molto sfavorevoli fin dalle prime scuole, come per esempio l’esclusione delle giovinette da molte borse di studio ecc, per cui è necessario nella concorrenza che le donne abbiano qualità superiori a quelle domandate ai maschi e una maggior dose di tenacia e di perseveranza. È evidente che le mie osservazioni erano rivolte non a Mea, ma a chi la educa e la dirige; in questo caso piú che mai mi pare che sia l’educatore che deve essere educato. Ho letto con interesse la lettera ad Ali Camun che mi hai inviato; mi ha fatto piacere constatare che non ci sono errori d’ortografia. Per il resto non mi pare gran cosa: è una raccolta di luoghi comuni, e non ho trovato nulla di originale e di fresco: non ho trovato neanche nulla di infantile, di ingenuo all’infuori dell’assenza di logica e dell’abbondanza di contraddizioni. Che sia gloriosa la storia di una regione che ha sempre appartenuto a molti dominatori e che non ha mai avuto una storia propria, non lo diceva neanche il maestro cavalier Pietro Sotgiu, quando ci faceva cantare: «Fulminar la superba Aragona, – t’han veduto le attonite genti, – rinnovar gli obliati portenti – del romano e del greco valor». A noi, ricordo, non riusciva di immaginare queste «genti attonite» per l’eroismo del marchese di Zuri: piuttosto piaceva Pasquale Tolu e anche Derosas che sentivamo piú «sardi» anche della grande Eleonora. Immagino che Ali Camun penserà poco ai vecchi Faraoni e ammirerà di piú qualche «brigante» moderno, che ha sterminato i soldati inglesi che opprimevano il suo paese.
Cara Teresina, ti auguro la miglior salute per i tuoi bambini: mandami altre notizie sull’incidente capitato a papà, che spero non abbia avuto una scossa psicologica troppo forte. Abbraccio tutti di casa, specialmente la mamma.
Antonio

Carlo non ha ancora scritto da Milano.

190.

18 maggio 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto gli occhiali; essi vanno benissimo. Ti ringrazio della tua premura. Continuo però ad essere persuaso che sarebbe stato sufficiente spendere molto meno. Gli occhiali di cui ho rotto la montatura mi costarono 48 lire; furono comprati nel dicembre 1926 al carcere di Palermo, quando viaggiavo in traduzione per Ustica. Poiché la ditta Viganò garantisce la montatura fino a 3 anni, appare che questi occhiali da 48 lire hanno fatto un discreto servizio; né essi sono da buttar via, perché le lenti sono intatte e forse sarà sufficiente per restaurarli una applicazione di metallo all’inforcatura. Ricevo in questo momento la tua lettera del 15 maggio e la lettera di Giulia. Avrei desiderato che tu mi avessi scritto le tue impressioni sulla lettera di Giulia. A me è ancora difficile orientarmi. Un nucleo positivo mi pare possa essere identificato: che cioè Giulia abbia acquistato una certa fiducia in se stessa e nelle sue proprie forze, ma questa fiducia non sarà di carattere puramente intellettuale e razionale, cioè poco profonda? Mi pare che il carattere intellettualistico del suo stato d’animo sia troppo evidente, che cioè il momento «analitico» non sia diventato ancora forza vitale, impulso volitivo. Ciò che rassicura un po’ è che Giulia, come la maggioranza dei russi contemporanei, ha una grande fede nella scienza, e intendo una fede di carattere quasi religioso, ciò che noi occidentali abbiamo avuto alla fine del secolo scorso e poi abbiamo perduto attraverso la critica della filosofia piú moderna e specialmente attraverso il disastro della democrazia politica. Anche la scienza è stata sottoposta a «critica» ed è stata limitata. Non avrei mai creduto che a Turi si potesse trovare qualcuno che potesse dire qualcosa di intelligente, come pare sia capitato a te. Del resto sarà poi stato cosí intelligente, ciò che ti è stato detto? Mi pare che non sia difficile trovare formule splendide di vita, difficile è però vivere. Ho letto recentemente che nell’Europa moderna solo qualche italiano e qualche spagnuolo hanno ancora conservato il gusto della vita: è anche possibile, sebbene si tratti di affermazioni generiche che difficilmente potrebbero essere provate. Qualche volta si tratta di equivoci abbastanza comici. Una volta ebbi una discussione curiosa con Clara Zetkin che appunto ammirava gli italiani per il loro gusto di vivere e credeva di trovarne una sottile prova nel fatto che gli italiani dicono: «felice notte» e non «notte tranquilla» come i russi o «buona notte» come i tedeschi ecc. Che i tedeschi, i russi e anche i francesi non pensino a «notti felici» è possibile, ma gli italiani parlano anche di «viaggio felice» e di «affari felicemente riusciti», ciò che diminuisce il valore sintomatico di «felice»; d’altronde i napoletani di una donna bella dicono che è «buona», senza malizia certamente, perché «bella» è proprio un piú antico «bonula». Insomma mi pare che le formule di vita, sia espresse a parola, sia che risultino dai costumi di un popolo, hanno un solo valore: di servire di incitamento o di giustificazione per chi ha solo delle velleità, per fare diventare volontà concreta queste velleità: la vita reale non può essere mai determinata da suggerimenti ambientali o da formule, ma nasce da radici interiori. – Nel caso di Giulia è giusto il suggerimento di «sgomitolarsi», cioè di cercare in se stessa le sue forze e le sue ragioni di vita, cioè di non essere timida e non lasciarsi sopraffare e specialmente di non porre alla propria vita fini irrealizzabili o troppo difficili. E mi pare che questo suggerimento sia giusto anche per… te, che qualche volta pensi si debba o si possa uscire dal proprio io per realizzare la vita. – Mi domandi se devi proprio scrivere a Carlo come ti ho detto: mi pare di non averti detto niente di spaventevole. Carlo da quando è stato a Turi non mi ha ancora scritto (solo una cartolina illustrata il 16 marzo, né so il suo indirizzo); ciò mi dispiace molto, perché credo di indovinare le ragioni del suo mutismo, che dovrebbero offendermi, se non sapessi chi è Carlo.
Ti abbraccio.
Antonio

191.

18 maggio 1931

Carissima Giulia,
ho ricevuto la tua lettera dell’8 maggio. Qualche giorno fa ho anche ricevuto una tua lettera del luglio 1930, dove parli della lingua «delia» (non so se ricordi ancora). La tua lettera ultima mi ha reso molto felice. Certamente si capisce subito, leggendola, che sei molto cambiata, che sei piú forte e piú «ordinata». Molte tue lettere precedenti sentivano lo sforzo, c’era in esse qualcosa di imbarazzato (ma forse questa non è la parola esatta), e poi (devo dirlo, anche se ti farò ridere) formicolavano di errori e di storture di lingua italiana, ciò che dimostrava una certa torbidezza nella concezione e ideazione e una notevole debolezza della memoria. Questa lettera invece è proprio limpida e senza… neanche un errore. In questo caso, dunque, è soddisfatto non solo il mio senso… grammaticale, ma anche il mio senso «antonio». Penso davvero che non ti maraviglierai se ti… rivelo che le tue lettere sono da me considerate anche da un punto di vista grammaticale; in ogni caso ciò significa che anche la grammatica è una frazione della vita. Devo dire però che ciò mi avviene specialmente da qualche anno, da quando cioè cerco di estrarre dalle tue poche lettere tutto il succo che è possibile, analizzandole da ogni punto di vista: esse erano molto brevi, e in gran parte si ripetevano. Mi dava l’impressione che scrivermi ti costasse un grande sforzo e che forse sarebbe stato meglio che io ti proponessi di non scrivermi piú, per evitarti una pena faticosa (le notizie sulla tua salute mi sono state date col contagoccie e credo che ancora oggi io non so esattamente quanto tu sia stata male e tanto meno le diagnosi fatte dai medici; dalla tua lettera appare che si è parlato persino di epilessia, ciò che è sorprendente e dimostra solo, secondo me, un eccesso di sottigliezza scientifica). Mi pare che questa tua lettera inizi un nuovo periodo nei nostri rapporti e di ciò sono molto felice, perché bisogna che ti confessi che avevo già cominciato a «raggomitolarmi» per conto mio e stavo diventando piú irsuto di un porcospino. Ora sarai tu che dovrai aiutarmi a ritornare a galla un pochino. Ma forse ciò avverrà automaticamente. È certo che da qualche tempo mi sentivo molto depresso, a forza di rimuginare tanti piccoli episodi del passato. Perché non è poi vero che tu sola fossi passiva. Ricordo, per esempio, che una volta ci fu una quasi scenata della «terribile signora Ciccone», come diceva Delio, che io avevo previsto. Tu dicesti allora che, avendola prevista, avrei dovuto impormi a te e che una tale imposizione ti avrebbe fatto piacere o qualcosa di simile; insomma volevi dire che non era giusto che qualche volta (quando sapevo di aver ragione) io non ti facessi sentire la mia volontà. Ricordo che questo tuo parlare mi fece molta impressione (eravamo però negli ultimi giorni della tua permanenza a Roma) e mi fece riflettere. Ciò significava giustamente che il cosí detto rispetto della personalità altrui talvolta diventa una forma di «estetismo» per cosí dire, cioè l’«altro» diventa un «oggetto» talvolta, proprio quando si crede che piú si abbia rispetto per la sua soggettività. In conclusione: il mondo è grande e terribile e complicato, e noi stiamo diventando di una saggezza che diventerà proverbiale. Almeno io credo di essere ormai diventato piú saggio di Lao-tse, che quando nacque, aveva già il sapere e la compostezza di un uomo di 80 anni; credo di aver dimenticato completamente a tirar sassi e ad acchiappar lucertole. Delio e Giuliano sanno poi tirare i sassi lontano, farli zufolare, farli rimbalzare quattro e cinque volte nell’acqua? Mi dispiace di non aver potuto insegnar loro tutte queste abilità e altre ancora. Credo che da questo punto di vista essi siano stati tirati su un po’ troppo da femminucce.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

192.

1 giugno 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto la tua raccomandata del 28 maggio. Questa volta la missiva di Delio ha un carattere realmente conclusivo. I caratteri sono abbastanza fermi e personali; la forma asseverativa e aforistica del messaggio mi pare anche molto importante se il messaggio è stato realmente pensato da lui spontaneamente e originalmente e non è il ricordo di una frase udita e imparata a memoria. Avrebbe importanza anche in questo caso, perché anche lo scegliere ciò che è degno di ricordo e di essere ripetuto ha importanza alla sua età, ma un po’ meno, ti pare? D’altronde a sei anni e mezzo (o sette tra breve), si può veramente concepire che tra la vita che sorge e l’altra vita c’è una grande differenza, dico, si può concepirlo originalmente e spontaneamente? Perciò anche se Delio avesse ripetuto una frase sentita e ne avesse istintivamente afferrato una parte del significato, sarebbe molto interessante. I capelli mi pare diano già ragione alla mia tesi, che tanto faceva indispettire Giulia (o Genia), che cioè il biondo con l’età sarebbe diventato sempre piú castagno-bruno; sono già diventati molto meno biondi di cinque anni fa, con questo in piú, che in me, per esempio, e anche nei miei fratelli e sorelle, dal biondo chiassoso si passava al fulvo rame e poi al castagno, mentre in Delio non c’è nulla di fulvo mediterraneo; si vede che l’influsso di Giulia ha modificato l’evoluzione con tappe originali. Non ti pare che il colore attuale si avvicini al colore dei tuoi capelli? Però non ne sono certo. – Non ho ben capito ciò che hai scritto a proposito delle mie lettere. È possibile che non sempre il loro contenuto corrisponda a ciò che tu ti attenderesti in relazione alle lettere tue. Non sempre rileggo le tue lettere quando scrivo, e non sempre mi piace rispondere con puntualità protocollare, esaurendo cioè tutti gli «oggetti». Devo scrivere in fretta, in un’ora e mezzo, dalla mezza alle due, e non sempre ho voglia di scrivere proprio in quel momento. Però da qualche tempo tu mi scrivi molto meno di prima; se ti decidessi a scrivere le quattro o cinque che sarebbero necessarie per rispondere a ognuna delle mie sarebbe una bella cosa per me. Anche da casa non mi hanno piú scritto da un mese almeno. La mamma non può scrivere e le mie sorelle hanno molto da fare; del resto conosco la loro vita per averla condivisa per abbastanza tempo e immagino come si svolgeranno le cose. Ogni giorno la mamma si lamenterà perché nessuno mi scrive e quindi neanch’io scrivo: tutti prometteranno di scrivere il… giorno dopo, ma ognuno penserà che lo farà l’altro e cosí le cose andranno avanti per un pezzo. È una vita abbastanza curiosa, un po’ alla cinese, e mi ricordo perfettamente che cosí facevo anch’io. Puoi tu scrivere un biglietto alla mamma, inviandole le mie notizie e i miei saluti? Sarà molto contenta. Le puoi scrivere che sto abbastanza bene come al solito e che desidero loro notizie e notizie di Carlo.
Carissima, ti abbraccio
Antonio

193.

1 giugno 1931

Carissima Giulia,
Tania mi ha trasmesso l’«epistola» di Delio (adopero la parola piú letteraria) con la dichiarazione del suo amore per i racconti di Puskin e per quelli che si riferiscono alla vita giovanile. Mi è piaciuta molto e vorrei sapere se questa espressione l’ha pensata Delio spontaneamente o se si tratta di una reminiscenza letteraria. Vedo anche con una certa sorpresa che adesso tu non ti spaventi delle tendenze letterarie di Delio; mi pare che una volta eri persuasa che le sue tendenze fossero piuttosto da… ingegnere che da poeta, mentre ora prevedi che egli leggerà Dante addirittura con amore. Io spero che ciò non avverrà mai, pur essendo molto contento che a Delio piaccia Puškin e tutto ciò che si riferisce alla vita creativa che sbozzola le sue prime forme. D’altronde, chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici. Io penso che una persona intelligente e moderna deve leggere i classici in generale con un certo «distacco», cioè solo per i loro valori estetici, mentre l’«amore» implica adesione al contenuto ideologico della poesia; si ama il «proprio» poeta, si «ammira» l’artista «in generale». L’ammirazione estetica può essere accompagnata da un certo disprezzo «civile», come nel caso di Marx per Goethe. Dunque sono contento che Delio ami le opere di fantasia e fantastichi anche per conto proprio; non credo che perciò egli non possa diventare lo stesso un grande «ingegnere» costruttore di grattacieli o di centrali elettriche, anzi. Puoi domandare a Delio, da parte mia, quale dei racconti di Puškin ami di piú; io veramente ne conosco solo due: Il galletto d’oro e Il pescatore. Conosco poi la storia della «catinella» col cuscino che salta come un ranocchio, il lenzuolo che vola via, la candela che va balzelloni a nascondersi sotto la stufa ecc., ma non è di Puškin. Te ne ricordi? Sai che ne ricordo ancora a memoria delle decine di versi? Vorrei raccontare a Delio una novella del mio paese che mi pare interessante. Te la riassumo e tu gliela svolgerai, a lui e a Giuliano. – Un bambino dorme. C’è un bricco di latte pronto per il suo risveglio. Un topo si beve il latte. Il bambino, non avendo il latte, strilla e la mamma strilla. Il topo disperato si batte la testa contro il muro, ma si accorge che non serve a nulla e corre dalla capra per avere del latte. La capra gli darà il latte se avrà l’erba da mangiare. Il topo va dalla campagna per l’erba e la campagna arida vuole acqua. Il topo va dalla fontana. La fontana è stata rovinata dalla guerra e l’acqua si disperde: vuole il mastro muratore che la riatti. Il topo va dal mastro muratore: vuole le pietre. Il topo va dalla montagna e avviene un sublime dialogo tra il topo e la montagna che è stata disboscata dagli speculatori e mostra dappertutto le sue ossa senza terra. Il topo racconta tutta la storia e promette che il bambino cresciuto ripianterà pini, quercie, castagni, ecc. Cosí la montagna dà le pietre ecc. e il bimbo ha tanto latte che si lava anche col latte. Cresce, pianta gli alberi, tutto muta; spariscono le ossa della montagna sotto nuovo humus, la precipitazione atmosferica ridiventa regolare perché gli alberi trattengono i vapori e impediscono ai torrenti di devastare la pianura ecc. Insomma il topo concepisce una vera e propria piatilietca. È una novella propria di un paese rovinato dal disboscamento. Carissima Giulia, devi proprio raccontare questa novella e poi comunicarmi le impressioni dei bimbi. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

194.

15 giugno 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera che mi hai scritto con la mano di Teresina. Mi pare che devi spesso scrivermi cosí; io ho sentito nella lettera tutto il tuo spirito e il tuo modo di ragionare; era proprio una tua lettera e non una lettera di Teresina. Sai cosa mi è tornato alla memoria? Proprio mi è riapparso chiaramente il ricordo quando ero in prima o in seconda elementare e tu mi correggevi i compiti: ricordo perfettamente che non riuscivo mai a ricordare che «uccello» si scrive con due c e questo errore tu me lo hai corretto almeno dieci volte. Dunque se ci hai aiutato a imparare a scrivere (e prima ci avevi insegnato molte poesie a memoria; io ricordo ancora Rataplan e l’altra «Lungo i clivi della Loira – che qual nastro argentato – corre via per cento miglia – un bel suolo avventurato») è giusto che uno di noi ti serva da mano per scrivere quando non sei abbastanza forte. Scommetto che il ricordo di Rataplan e della canzone della Loira ti faranno sorridere. Eppure ricordo anche quanto ammirassi (dovevo avere quattro o cinque anni) la tua abilità nell’imitare sul tavolo il rullo del tamburo, quando declamavi Rataplan. Del resto tu non puoi immaginare quante cose io ricordo in cui tu appari sempre come una forza benefica e piena di tenerezza per noi. Se ci pensi bene tutte le quistioni dell’anima e dell’immortalità dell’anima e del paradiso e dell’inferno non sono poi in fondo che un modo di vedere questo semplice fatto: che ogni nostra azione si trasmette negli altri secondo il suo valore, di bene e di male, passa di padre in figlio, da una generazione all’altra in un movimento perpetuo. Poiché tutti i ricordi che noi abbiamo di te sono di bontà e di forza e tu hai dato le tue forze per tirarci su, ciò significa che tu sei già da allora, nell’unico paradiso reale che esista, che per una madre penso sia il cuore dei propri figli. Vedi cosa ti ho scritto? Del resto non devi pensare che io voglia offendere le tue opinioni religiose e poi penso che tu sei d’accordo con me piú di quanto non pare. Di’ a Teresina che aspetto l’altra lettera che mi ha promesso. Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.
Antonio

195.

15 giugno 1931

Carissima Tatiana,
non ho saputo finora nulla del pacco che mi hai annunziato nelle tue ultime lettere. Sono possibili diverse spiegazioni: 1° il pacco è andato smarrito; 2° il pacco è giunto ma può essere stato respinto al mittente. Questa seconda spiegazione non deve maravigliarti e sembrarti impossibile. È vero che molto tempo fa ti era stato detto che si potevano inviare pacchi per i giorni di Pasqua, Statuto, Natale e questa possibilità teoricamente credo che esista ancora, ma il passaggio dalla potenza all’atto è concessione discrezionale, cioè che può essere anche ritirato in ogni momento. Del resto se il pacco è stato respinto, quando riceverai questa lettera dovrebbe già esserti stato riconsegnato; se non hai ricevuto nulla, sarà bene che sporga un reclamo all’ufficio postale, perché vorrebbe dire che c’è stato smarrimento. – Mi hai anche scritto che avevi intenzione di spedirmi l’Oblomov – testo originale e traduzione – il testo originale dell’Infanzia e Adolescenza di Tolstoi e il Principe del Machiavelli nell’edizione Casella; – devi sospendere ogni spedizione di tali libri e di qualsiasi altro, perché ora si possono ricevere libri solo se inviati direttamente dalle Librerie. I testi originali di Gonciarov e Tolstoi (con la traduzione dell’Oblomov; la traduzione del Tolstoi la posseggo) devi però conservarli; se sarà il caso, tra qualche tempo, ti indicherò io ciò che potrai fare in proposito. – I tuoi accenni al vecchio Isacco mi hanno fatto ricordare che da qualche tempo volevo farti una domanda che all’atto dello scrivere mi è finora sempre sfuggita dalla memoria. Un paio di mesi fa mi è stata data la notizia che la signorina Lydia si sarebbe suicidata nel Tevere molto tempo fa. È proprio vero? Se fosse vero si comprende che il vecchio Isacco abbia finito di perdere la testa e sarebbe da compiangere. La notizia mi era sembrata da accogliere con ogni cauzione (come tutte le notizie che circolano in carcere) perché ricordavo come la Lydia fosse una giovinetta seria e studiosa e anche molto modesta. – Cara Tatiana, io non ti ho mai detto che il marito di Margherita avesse mai avuto una qualsiasi ragione di esserne geloso: ti ho detto solamente che era geloso e che questo fatto mi pareva un tratto che diminuiva la sua forza di carattere e le sue capacità di lavorare, niente altro. A me non è mai constato che avesse ragione di essere geloso, dato che ci siano ragioni di essere gelosi (le ragioni di tal genere sarebbero poi ragioni di separarsi, non di essere gelosi). Ecco un fatto che dimostra come siano vane tutte le caratteristiche unitarie della popolazione di un paese: i Sardi, che passano per essere meridionali, non sono «gelosi» come si dice dei Siciliani o dei Calabresi. I reati di sangue per gelosia sono rarissimi, mentre sono frequenti i reati contro i seduttori delle ragazze; i contadini si dividono pacificamente se non vanno d’accordo o la moglie infedele è solamente cacciata di casa: spesso avviene che e il marito e la moglie divisi di fatto si accoppiino di nuovo con altra donna e altro uomo dello stesso villaggio. È vero che in molti paesi della Sardegna esisteva prima della guerra (adesso non so piú) l’unione di prova, cioè la coppia si sposava solo dopo aver avuto un figlio; in caso di infecondità ognuno ridiventava libero (ciò era tollerato dalla Chiesa). Vedi che differenza nel campo sessuale che pure ha tanta importanza nelle caratteristiche delle cosí dette «anime» nazionali? Ti abbraccio teneramente.
Antonio

196.

29 giugno 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto una lettera di Grazietta che mi dà notizie dell’esito brillante degli esami dati da Mea a Cagliari. Sono molto contento e faccio tanti complimenti a Mea. Sperò che Mea mi scriverà ella stessa per descrivermi minutamente questi esami e per dirmi le sue impressioni su Cagliari. Io sono da tanto tempo fuori circolazione, che non so nemmeno quale carattere e quale scopo abbiano questi esami di ammissione che si dànno prima della licenza elementare. Immagino che siano esami di Stato per l’ammissione alle scuole medie, istituiti con lo scopo precipuo di far pagare delle forti tasse e quindi rendere piú difficile ai ragazzi poveri di avviarsi agli studi. Vorrei fare a Mea un qualche piccolo regalo e vedrò di farlo; possiedo una scatola di pastelli e dei quadernetti di carta da disegno che Tatiana mi ha mandato qualche anno fa pensando che i carceri coltivino le attitudini artistiche dei galeotti; la prima volta che spedirò dei libri metterò nel collo questi oggetti e cosí Mea si ricorderà di me. (Non mi hai mai scritto se il collo di libri che ho consegnato a Carlo nel mese di marzo scorso e che Carlo doveva spedire per ferrovia, è giunto a destinazione). Teresina non ha ancora scritto la lettera che mi aveva annunziato.
Ho ricevuto notizie abbastanza recenti da Giulia e dai piccini. Anche Delio ha cercato di scrivere una lettera (non lo hanno mai indotto a imparare a scrivere, ma hanno lasciato che egli imparasse per conto suo, spinto dal suo solo desiderio; pare che cosí abbiano voluto anche i medici perché il bambino è nervoso e non si vuole appassionarlo troppo precocemente al lavoro intellettuale). Stanno abbastanza bene; in questi giorni devono essere partiti da Mosca per andare qualche tempo in campagna.
Fammi sapere spesso tue notizie. Spero davvero, come scrive Grazietta, che adesso tu stia meglio.
Ti abbraccio affettuosamente con tutti.
Antonio

197.

29 giugno 1931

Carissima Tatiana,
in questi 15 giorni mi hai scritto solo una cartolina. Troppo poco, troppo poco! Bisogna che protesti molto energicamente, perché altrimenti la cosa diventerà abitudinaria o avverrà ancor peggio, cioè tu non mi scriverai neanche piú ogni quindici giorni. Perciò la pura protesta non è sufficiente e se ancora tu mi scriverai cosí poco, io per rappresaglia ti scriverò ancor meno: è questa la sola rappresaglia che purtroppo mi rimane possibile.
Il pacco è giunto e qualche cosa mi è stata anche già consegnata. Ho saputo che il pacco era giunto due giorni dopo che avevo scritto la lettera; cercai di riaverla per aggiungervi una nota ma non mi fu concesso. Ti ringrazio di cuore. C’è stata qualche difficoltà, perché il giorno dello Statuto non è una festa famosa come Natale o Pasqua; del resto devi ricordare che io sono stato condannato proprio il lunedí successivo all’80° anniversario dello Statuto: è una coincidenza degna di ricordo, data la mia qualità di deputato al Parlamento Nazionale arrestato nell’integrità delle mie funzioni.
Ho ricevuto già da un pezzo i 3 volumi delle Oeuvres phylosophiques di Marx che sono tradotte in modo scelleratissimo. Delle Oeuvres politiques ho ricevuto solo due volumi che non so a quali numeri d’ordine corrispondano perché non li ho in cella in questo momento: uno è dedicato a lord Palmerston e deve essere intitolato proprio Palmerston, l’altro non ha un titolo unico (deve essere proprio l’8° tomo delle opere politiche) e contiene tre brevi serie di scritti: una sull’esercito inglese durante la guerra di Crimea, una sul generale Espartero e la politica spagnola nei primi anni del decennio 1850-1860 e una sulla presa di Kars durante la guerra di Crimea. Con queste indicazioni Piero può vedere quali volumi mi mancano.
Dell’epistolario non ho ricevuto nessun tomo (in questa collezione Costes). Puoi scrivere a Piero che faccio rapidi progressi nella lettura dell’inglese; mi riesce molto piú facile del tedesco. Leggo abbastanza rapidamente, sebbene il dizionarietto che ho sia insufficiente e manchi di molti termini tecnici o piú legati all’uso corrente. L’estratto dell’«Economist» sul piano quinquennale l’ho letto in due o tre giorni e credo non mi sia sfuggita neanche un’espressione.
Accenni alla possibilità di un tuo viaggio a Turi. Io te lo sconsiglio. Scrivi che non ti «pare nemmeno giusto» di aver lasciato passare tanto tempo senza vedermi. Credo che la giustizia non entra per nulla nella quistione. E non pensare neanche che io pensi di essere dimenticato ecc. Se vuoi farmi un vero piacere non devi venire (non perché io non sia contento di vederti, si capisce).
Attendo tutte le lettere arretrate che avevi promesso di scrivere nel numero di 4.5 ogni 15 giorni. Ti abbraccio teneramente
Antonio

198.

13 luglio 1931

Carissima Tatiana,
ti faccio tanti auguri per l’operazione che devi subire in questi giorni. Spero che al momento in cui ti giungerà questa mia lettera tutto sia finito felicemente; potresti mandarmi un telegramma? Devo dirti che non ho ancora capito bene il disturbo da cui sei stata afflitta. Me ne hai accennato parecchie volte, ma sempre in modo vago e fuggevole; la tua attenzione era attratta piú dal modo di comportarsi dei medici verso la tua malattia che dalla malattia stessa, mentre a me premeva piú conoscere esattamente le tue condizioni di salute che l’atteggiamento dei medici verso le tue diagnosi. Spero che non avrai preso sul serio e non ti sarai afflitta per la minaccia scherzosa che ti avevo fatto di non scrivere piú se non avessi ricevuto 4-5 tue lettere ogni quindici giorni. Si trattava di un modo di far pressione sulla tua volontà per indurti a scrivermi piú spesso: se avessi saputo che soffrivi di emicranie e di altri disturbi per la malattia, non avrei ricorso a questo espediente. Sai la novità? D’ora in avanti potrò scrivere ogni settimana invece che ogni 15 giorni. Veramente non so come potrò utilizzare questa maggiore possibilità; quanto piú passa il tempo tanto piú ho meno volontà di scrivere. Mi pare che ogni giorno si spezzi un nuovo filo dei miei legami col mondo del passato e che sia sempre più difficile riannodare tanti fili strappati. Credo che il mio carattere personale, cioè l’insieme dei modi in cui ero abituato a reagire e a entrare in rapporto col mondo ambiente, sia molto cambiato, tanto che io stesso, per aver subito il processo lentamente, non riesco a rendermene conto in misura esatta. Del resto questo stesso processo l’ho subito già due o tre volte nel periodo precarcerario. – In ogni caso tutto questo importa poco; rimane l’acquisizione positiva del poter scrivere ogni lunedí che è molto importante. Accanto a questa positività c’è stata una negatività. I soldi del libretto esistenti al 30 giugno sono stati bloccati in questo modo: il 20 per 100 è stato accantonato e non può essere speso in modo alcuno; il restante 80% può essere speso solo per comprare generi alimentari. Non si può spendere nulla di questa somma per tabacco o altre cosette che potrebbero essere necessarie; credo che solo per via dello stato di forza maggiore si può spendere per affrancare le lettere. Per queste spese non alimentari occorre ricevere nuovi soldi dalla famiglia. Al 30 giugno io possedevo L. 368,93; di esse L. 73,78 sono state accantonate come «massa» che dovrebbe essere la base di formazione di una somma di 500 lire da avere disponibili al momento del termine della condanna; sono rimaste L. 295,15 per le spese in generi alimentari. Da parecchi giorni non posso fumare e questa brusca interruzione di una abitudine radicata come una seconda natura mi dà una certa agitazione nervosa. Appena sarai nelle condizioni di poterlo fare, ti prego perciò di essere tanto buona da spedirmi una piccola somma, non piú di 50 lire, che mi permetta di tentare di smettere di fumare con un processo un po’ più graduato. Da qualche mese mi ero realmente proposto di cercare di disintossicare il mio organismo dal fumo e avevo raggiunto un certo successo. Credo che nel mese di giugno ero già arrivato a ridurre il fumo a 1/3 da quello che consumavo ancora nei primi mesi del mio arrivo a Turi e a 1/5 da quello che consumavo in libertà. – Come vedi, non ti lascio tranquilla con le mie esigenze da carcerato nemmeno mentre ti trovi in clinica per subire un atto operatorio. Gli è che voglio credere, come mi hai scritto, che si tratta di una cosa noiosa ma non grave. Carissima Tatiana, attendo con ansia le prossime notizie tue; sarà proprio bene che mi informi con un telegramma o con una cartolina espresso.
Ti abbraccio teneramente e ti faccio tante carezze per le noie dolorose dell’atto operatorio
Antonio

199.

20 luglio 1931

Carissima Tatiana,
come vedi, inizio la corrispondenza settimanale e non piú quindicinale, ma non ho nessunissima voglia di scrivere. Del resto, ciò dipende anche da ragioni fisiologiche; il caldo è atroce certi giorni, dormo poco, sono dominato da una grande svogliatezza; anche il leggere non mi attrae. Come dicono in Sardegna, giro nella cella come una mosca che non sa dove morire. – Penso che fino a sabato, o forse anche a domenica, hai dovuto restare in clinica, perché non ho ricevuto ancora tue notizie. Spero che tutto sia andato bene e che ti sia liberata dal tuo malessere. Ti abbraccio teneramente
Antonio

200.

20 luglio 1931

Carissima Teresina,
non ho ancora ricevuto risposta a due mie lettere alla mamma. Questa volta il vostro silenzio mi impressiona. Dalle ultime lettere ricevute appariva che negli ultimi tempi le condizioni di salute della mamma erano troppo oscillanti. Fate molto male a lasciarmi cosí in ansia per tanto tempo. Mi rivolgo a te e ti prego proprio di cuore di volermi sinceramente informare di tutto, anche con poche parole. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

201.

27 luglio 1931

Carissima Tatiana,
da un accenno contenuto nella tua cartolina del 21 luglio ho potuto capire che l’atto operatorio da te subito è stato molto piú complesso e doloroso di quanto tu non mi avessi fatto credere. Sono tanto piú contento che tutto sia andato bene. Che il tuo comportamento sia stato ottimo dinanzi alla sofferenza, lo credo senza fatica; sono persino portato a credere che talora tu abbia una specie di gusto sportivo nel dimostrarti forte anche quando la dimostrazione potrebbe essere evitata. Ho ricevuto il tuo vaglia e ti ringrazio di gran cuore. Puoi scrivere a Piero che leggo sistematicamente le due pubblicazioni inglesi che ricevo e che spero di fare dei progressi molto rapidi nell’apprendimento della lingua. È vero che da qualche mese soffro molto di smemoratezza. Non ho piú avuto da un pezzo delle forti emicranie come nel passato (emicranie che chiamerei «assolute»), ma in contraccambio mi risento di piú, relativamente, di uno stato permanente che può essere indicato riassuntivamente come uno svaporamento di cervello; stanchezza diffusa, sbalordimento, incapacità di concentrare l’attenzione, rilassatezza della memoria ecc. Sarà bene che non mi spediscano piú delle nuove riviste, come è stato fatto in questi ultimi tempi. Di una sola desidererei continuare la lettura: si tratta della rassegna di bibliografia di sociologia pubblicata dalla casa editrice Marcel Rivière intitolata «La Critique Sociale» di cui ho ricevuto il primo numero del marzo 1931 e che esce solo sei volte all’anno. Non è molto ben fatta ed è anzi un segno di decadenza che una casa editrice giustamente accreditata come quella del Rivière pubblichi uno zibaldone cosí disordinato e senza indirizzo scientifico serio; tuttavia, per avere una rivista bibliografica francese, e dato che è poco ingombrante e non molto costosa, desidero averla. Puoi scriverlo a Piero. Desidererei anche avere il recente fascicolo della «Rivista di diritto penitenziario» che pubblica il nuovo Regolamento carcerario. Questa rivista esce a Roma ed è stampata alle Mantellate; il fascicolo costa solo 8 lire. Se tu puoi uscire e desideri spedirmelo direttamente, puoi trovare o procurarti il fascicolo presso qualche libreria di scienze giuridiche (non credo che si possa trovare presso qualunque libreria). Se lo commissioni da Sperling e Kupfer ricordati di precisare che si tratta del fascicolo che contiene il nuovo Regolamento carcerario. – Carissima, ti darò ancora qualche fastidio, per il momento in cui potrai muoverti e girare per Roma: – 1° sarà bene spedirmi un po’ di carta e buste per la corrispondenza; credo che il deposito sia quasi esaurito. – 2° desidererei che tu mi spedissi una decina di scatole di fiammiferi svedesi e una decina di buste di cartine per sigarette. – Ho atteso una tua lunga lettera, secondo promessa fatta; fino a questo momento (1œ p. m. del 27 luglio) non l’ho ricevuta. Devi scrivermi a lungo davvero, descrivendomi per benino le tue condizioni di salute, senza menare il can per l’aia a proposito dei medici o di altre cose accessorie; voglio notizie positive, concrete e non considerazioni personali. Ricordati che sono stato direttore di giornale quotidiano e quindi ho una certa competenza in materia. Quando un reporter invece di portare notizie, divaga prolissamente, ciò significa che ha perduto il tempo al caffè invece di lavorare a informarsi; nel caso tuo, che non sei un reporter, significa che si vuol nascondere qualche cosa. Ti abbraccio teneramente
Antonio

202.

27 luglio 1931

Carissima Giulia,
fra qualche giorno Delio compirà i 7 anni e alla fine del mese Giuliano compirà 5 anni. Per Delio la data è importante, perché comunemente i 7 anni sono considerati una tappa importante nello sviluppo di una personalità. La Chiesa Cattolica, che indubbiamente è l’organismo mondiale che possiede la maggiore accumulazione di esperienze organizzative e propagandistiche, ha fissato ai 7 anni l’entrata solenne nella comunità religiosa con la prima comunione, e presuppone nel fanciullo la prima responsabilità per la scelta di una ideologia che dovrebbe imprimere un ricordo indelebile per tutta la vita. Non so se tu darai a questa festa di Delio un carattere particolare, che lasci nella sua memoria una traccia piú profonda e duratura delle altre ricorrenze annuali. Se Giuliano non avesse solo 5 anni e se non fosse impossibile, almeno entro certi limiti, distinguere tra Delio e Giuliano, crederei che questo sarebbe il momento di spiegare a Delio che io sono in carcere e il perché io sono in carcere. Credo che una tale spiegazione, unita al fatto che ormai lo si considera capace di un certo senso di responsabilità, farebbe in lui una grande impressione e segnerebbe indubbiamente una data nel suo sviluppo. Non so esattamente come tu pensi in proposito. Qualche volta mi pare che su questo argomento la pensiamo identicamente; altre volte mi pare che nella tua coscienza ci sia un certo dissidio non ancora composto: tu, cioè (a quanto mi pare talvolta), comprendi bene intellettualmente, teoricamente, di essere un elemento dello Stato e di avere il dovere, come tale, di rappresentare ed esercitare il potere di coercizione, in determinate sfere, per modificare molecolarmente la società e specialmente per rendere la generazione nascente preparata alla nuova vita (di compiere cioè in determinate sfere quell’azione che lo Stato compie in modo concentrato su tutta l’area sociale) – e lo sforzo molecolare non può teoricamente essere distinto dallo sforzo concentrato e universalizzato; – ma mi pare che praticamente non riesci a liberarti da certi abiti tradizionali che tengono legati alle concezioni spontaneiste e libertarie nello spiegare il sorgere e lo svilupparsi dei nuovi tipi di umanità che siano capaci di rappresentare le diverse fasi del processo storico. Cosí almeno mi pare, ma posso anche sbagliarmi. In ogni modo voglio che tu mi senta vicino a te e ai nostri bambini nei giorni in cui si ricorda loro che sono cresciuti di un anno, che sono sempre meno bambini e sempre piú uomini. Ti abbraccio teneramente
Antonio

203.

3 agosto 1931

Carissima Tatiana,
a me pare che tu abbia drammatizzato la mia espressione sui «fili strappati» e perciò voglio precisare meglio il mio attuale stato d’animo. Io ho la impressione, che si va sempre piú radicando e acquistando la forza di una convinzione, che il «mondo» delle mie relazioni affettive si sia ormai abituato all’idea che io sono in carcere. Ciò non avviene senza reciproca; anch’io mi sono abituato all’idea che gli altri si sono abituati ecc. e ciò appunto costituisce il mio stato d’animo. Ti ho scritto che nel passato ciò mi è avvenuto qualche altra volta (sebbene non con riferimento a carcere, naturalmente) ed è vero. Ma nel passato queste «rotture di fili» quasi mi riempivano di orgoglio, tanto che non solo non cercavo di evitarle, ma le promuovevo volontariamente. In realtà allora si trattava di fatti progressivi necessari per la formazione della mia personalità e la conquista della mia indipendenza; ciò appunto non poteva avvenire senza rompere una certa quantità di fili, poiché si trattava di mutare completamente il terreno su cui sviluppare la mia vita ulteriore. Oggi non è cosí, oggi si tratta di cose piú vitali; non essendoci da parte mia mutamento di terreno culturale, si tratta di sentirmi isolato nello stesso terreno che di per se stesso dovrebbe suscitare legami affettivi. Non credere che il sentimento di essere personalmente isolato mi getti nella disperazione o in qualunque altro stato d’animo da tragedia. Di fatto io non ho mai sentito bisogno di un apporto esteriore di forze morali per vivere fortemente la mia vita anche nelle peggiori condizioni; tanto meno oggi, quando io sento che le mie forze volitive hanno acquistato un piú alto grado di concretezza e di validità. Ma mentre nel passato, come ho detto, mi sentivo quasi orgoglioso di trovarmi isolato, ora invece sento tutta la meschinità, l’aridità, la grettezza di una vita che sia esclusivamente volontà. Questo è il mio attuale stato d’animo. – Mi pare che tu non abbia ricevuto, o abbia ricevuto con gran ritardo, una mia lettera di qualche settimana fa; si trattava di poche righe per te e di poche righe per mia sorella Teresina. Sai che non mi scrivono da casa da parecchio e non mi mandano notizie sulla salute della mamma? Sono molto preoccupato al riguardo. – Ho dato una prima scorsa all’articolo del principe Mirschi sulla teoria della storia e della storiografia e mi pare che si tratti di un saggio molto interessante e pregevole. Del Mirschi avevo letto qualche mese fa un saggio su Dostoievschi pubblicato in un numero unico della «Cultura» dedicato al Dostoievschi stesso. Anche questo saggio era molto acuto ed è sorprendente che il Mirschi si sia con tanta intelligenza e penetrazione impadronito di una parte almeno del nucleo centrale del materialismo storico. Mi pare che la sua posizione scientifica sia tanto piú degna di nota e di studio, in quanto egli si dimostra libero da certi pregiudizi e incrostazioni culturali che si erano venuti parassitariamente infiltrando nel campo degli studi di teoria della storia in conseguenza della grande popolarità goduta dal positivismo alla fine del secolo scorso e agli inizi dell’attuale. – Ho già ricevuto le Prospettive Economiche del Mortara; mi pare che il volume di quest’anno rappresenti una svolta nell’indirizzo finora dato dall’autore al suo annuario. La crisi economica con le sue incognite paurose deve aver contribuito a fissare il nuovo atteggiamento del Mortara; in ogni modo è scientificamente scandaloso un cambiamento cosí radicale da un anno all’altro. – Si può dire che ormai non ho più un vero programma di studi e di lavoro e naturalmente ciò doveva avvenire. Io mi ero proposto di riflettere su una certa serie di quistioni, ma doveva avvenire che a un certo punto queste riflessioni avrebbero dovuto passare alla fase di una documentazione e quindi ad una fase di lavoro e di elaborazione che domanda grandi biblioteche. Ciò non vuol dire che perda completamente il tempo, ma, ecco, non ho piú delle grandi curiosità in determinate direzioni generali, almeno per ora. Ti voglio dare un esempio: – uno degli argomenti che piú mi ha interessato in questi ultimi anni è stato quello di fissare alcuni aspetti caratteristici nella storia degli intellettuali italiani. Questo interesse nacque da una parte dal desiderio di approfondire il concetto di Stato e dall’altra parte di rendermi conto di alcuni aspetti dello sviluppo storico del popolo italiano. Pur restringendo alle linee essenziali la ricerca, essa rimane tuttavia formidabile. Bisogna necessariamente risalire all’Impero Romano e alla prima concentrazione di intellettuali «cosmopoliti» («imperiali») che esso determinò: studiare quindi la formazione dell’organizzazione chiericale cristiano-papale che dà all’eredità del cosmopolitismo intellettuale imperiale una forma castale europea ecc. ecc. Solo cosí, secondo me, si spiega che solo dopo il 700, cioè dopo l’inizio delle prime lotte tra Stato e Chiesa col giurisdizionalismo, si possa parlare di intellettuali italiani «nazionali»: fino allora, gli intellettuali italiani erano cosmopoliti, esercitarono una funzione universalistica (o per la Chiesa, o per l’Impero) anazionale, contribuirono a organizzare altri stati nazionali come tecnici e specialisti, offrirono «personale dirigente» a tutta l’Europa, e non si concentrarono come categoria nazionale, come gruppo specializzato di classi nazionali. – Come vedi questo argomento potrebbe dar luogo a tutta una serie di saggi, ma per ciò è necessaria tutta una ricerca erudita. – Cosí avviene per altre ricerche. Bisogna anche tener conto che l’abito di severa disciplina filologica, acquistato durante gli studi universitari, mi ha dato un’eccessiva, forse, provvista di scrupoli metodici. Da tutto ciò viene una difficoltà a indicare libri troppo specializzati. Del resto ti indico due volumi che desidero leggere: 1° Un trentennio di lotte politiche (1894-1922) del prof. De Viti De Marco, «Collezione meridionale» editrice, Roma; 2° Lucien Laurat, L’Accumulation du capital d’après R. Luxembourg, Paris, Rivière. – Ciò che scrivi a proposito del nuovo regolamento carcerario e della possibilità di fare delle traduzioni in carcere è progetto senza base; io non voglio impegnarmi a fare dei lavori continuativi, perché non sempre sono in grado di lavorare; del resto nelle case speciali l’obbligo di lavoro non credo neanche possa sussistere. Carissima, ho cercato di scriverti il piú a lungo che mi è stato possibile. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

204.

10 agosto 1931

Carissima Tatiana,
ieri ho ricevuto le buste e la carta che mi hai spedito, con le altre cosette. La settimana ventura, dopo che sarà stata registrata, timbrata ecc. potrò scrivere nella tua carta. D’altronde oggi ho pochissima voglia di scrivere e realmente sono un po’ indisposto. Lunedí venturo ti descriverò per filo e per segno tutti i sintomi di questa indisposizione, dopo che avrò avuto piú tempo di osservarmi. Il caldo mi fa molto soffrire. Dormo pochissimo. Credi che possa riprendere per qualche tempo il Sedobrol? È da circa sei mesi che non ne prendo, mi pare. È vero che potrei farlo acquistare qui direttamente, ma ho osservato che non sempre i medicinali che si acquistano qui sono molto freschi ed il Sedobrol si deteriora facilmente. Di una altra cosa avrei bisogno: di avere un termometro per la temperatura. Spesso ho l’impressione di avere la temperatura o un po’ piú alta o un po’ piú bassa del normale. Qui la temperatura si può far prendere dall’infermiere, ma ci sono due elementi speciali nel caso mio: 1° ho l’impressione di avere la temperatura bassa nelle prime ore del mattino e naturalmente qui la temperatura vengono a prenderla al pomeriggio; 2° sarebbe bene avere un termometro preciso e rapido nel muoversi; i termometri «ufficiali» qui sono molto ordinari (ne ho rotto uno e me lo hanno fatto pagare 8 lire, qualche mese fa) e per giungere alla misura esatta impiegano 7.8 minuti, ciò che fa dubitare che siano molto precisi. – Carlo non mi ha scritto dal mese di marzo, cioè da quando è stato a Turi. Anche da Ghilarza non mi scrivono da un pezzo; non hanno risposto a 3 mie lettere. Tu sei il mio solo corrispondente da qualche mese, ma ho paura che se continui a fare esperimenti dietetici come quelli che mi descrivi nella tua lettera del 6 agosto, farai la fine del cavallo di monsignor Perrelli. Ma che ti salta in testa di inventare tante bizzarrie? Se tu stessa scrivi di mangiar poco, ciò significa che mangi quasi nulla. Da questo punto di vista, io mangio tutto ciò che mi passa il carcere; ho meno appetito, ma mangio lo stesso tutta la razione. – In una cartolina del 2 agosto accenni ad alcuni documenti che riguardano il mio processo (i ricorsi di Umberto) che l’avvocato (quale avvocato?) pensa sarebbe utile io vedessi. Perché l’avvocato, questo avvocato x non mi spedisce egli stesso questi documenti? Penso sia il modo piú semplice di fare le cose.
Ti abbraccio
Antonio

205.

17 agosto 1931

Carissima Tatiana,
ti ho accennato, la volta scorsa, a una certa indisposizione che mi tormentava. Te la voglio oggi descrivere il piú oggettivamente che mi sarà possibile e con tutti quei particolari che mi sembrano essenziali. Incominciò cosí: – all’una del mattino del 3 agosto, proprio 15 giorni fa, ebbi uno sbocco di sangue, all’improvviso. Non si trattò di una vera e propria emorragia continuata, di un flusso irresistibile come ho sentito descrivere da altri: sentivo un gorgoglio nel respirare come quando si ha del catarro, seguiva un colpo di tosse e la bocca si riempiva di sangue. La tosse non era violenta e neppure forte: proprio la tosse che viene quando si ha un qualcosa di estraneo in gola, a colpi isolati, senza accessi continuati e senza orgasmo. Ciò durò fino alle quattro circa e in questo frattempo cacciai fuori 250-300 grammi di sangue. In seguito non mi vennero piú boccate di sangue, ma ad intervalli del catarro con grumi di sangue. Il medico, dottor Cisternini, mi ordinò il «cloruro di calcio con adrenalina al millesimo» e disse che avrebbe sorvegliato il decorso del male. Il mercoledí, 5 agosto, il medico mi auscultò ed escluse che si trattasse di affezione ai bronchi; emise l’ipotesi che la febbre, che intanto si era manifestata, potesse essere di origine intestinale. Il catarro con grumi sanguigni (non molto abbondante né frequente) mi è durato fino a qualche giorno fa: da qualche giorno i grumi sono completamente spariti; anche se talvolta mi è venuto qualche accesso di tosse relativamente forte non ho sputato neanche catarro; si trattava quindi di tosse nervosa accidentale. – Ho avuto un sintomo che mi pare renda attendibile l’origine intestinale della febbre: verso il 5 o 6 agosto ho avuto un’espulsione nella pelle: l’avambraccio sinistro era completamente coperto di puntini rossi, cosí, ma meno, il collo e il petto verso sinistra, niente nel braccio destro. La febbre: ha un decorso irregolare e saltuario. Alle sei del mattino la temperatura è di 36.5 – 36.4 (un mattino 36.1), cresce fino a 37.4 verso le 11œ, ritorna a 36.7 verso le due del pomeriggio e risale a 37.4 verso le 6.7. La temperatura non è mai salita oltre i 37.4. Da due sere la febbre continua anche nella prima notte, fino a mezzanotte e non mi lascia dormire: ho misurato la temperatura ieri sera alle 11, era 37.4. Mi addormentai un po’ dopo mezzanotte e stamane alle 6 la temperatura era 36.4. – Prima dello sbocco di sangue, avevo sofferto in modo eccezionale per il caldo della stagione e avevo avuto sudate eccezionali, specialmente di notte. Le grandi sudate notturne sono durate fino a 5-6 giorni fa, poi erano cessate: hanno ripreso, ma meno intensamente, nelle due sere che ho avuto la febbre della prima notte. – Credo di averti dato tutte le informazioni essenziali. Devo aggiungere che non mi sono indebolito in misura notevole e non ho subito nessun contraccolpo psichico. Finché sputai i grumi sanguigni, avevo sempre l’impressione nauseosa del dolciastro in bocca e mi pareva che ogni volta che tossivo dovesse ripetersi il sangue della prima volta; ma oggi (cioè da quando sono cessati gli sputi grumosi) anche questa impressione è sparita e perciò non credo che fosse puramente psichica. Ora tu potrai darmi tutti i consigli che riterrai opportuno. Come vedi, non c’è niente di preoccupante, quantunque, come dice il medico, occorra «sorvegliare».
Ho letto con molto interesse la lettera del prof. Cosmo che mi hai ricopiato. L’impressione è molto complessa. Mi dispiacerebbe molto se il prof. Cosmo avesse potuto anche lontanamente sospettare che io abbia potuto neanche pensare un giudizio su di lui che ponesse in dubbio la sua rettitudine, la dignità del suo carattere, il suo senso del dovere. Nelle ultime pagine della Vita di Dante pare che lo scrittore sia egli stesso un cattolico fervidamente credente. Avevo messo accanto questa impressione al fatto che il Cosmo insieme col Gerosa ha compilato un’antologia di scrittori latini dei primi secoli della Chiesa per una casa editrice cattolica e avevo pensato che il Cosmo si fosse convertito. Non avevo certo pensato che una tale conversione potesse avere niente di «opportunistico» e tanto meno di venale, come purtroppo è avvenuto per molti grandi intellettuali: lo stesso cattolicismo fervente del Gerosa, come ben ricordo, aveva piuttosto venature giansenistiche che venature gesuitiche. Tuttavia il fatto mi era dispiaciuto. Quando ero allievo del Cosmo in molte cose non ero d’accordo con lui, naturalmente, sebbene allora non avessi precisato la mia posizione e a parte l’affetto che mi legava a lui. Ma mi pareva che tanto io come il Cosmo come molti altri intellettuali del tempo (si può dire nei primi 15 anni del secolo) ci trovassimo in un terreno comune che era questo: partecipavamo in tutto o in parte al movimento di riforma morale e intellettuale promosso in Italia da Benedetto Croce, il cui primo punto era questo, che l’uomo moderno può e deve vivere senza religione e s’intende senza religione rivelata o positiva o mitologica o come altrimenti si vuol dire. Questo punto mi pare anche oggi il maggiore contributo alla cultura mondiale che abbiano dato gli intellettuali moderni italiani, mi pare una conquista civile che non deve essere perduta e perciò mi spiacque quel tono un po’ apologetico e mi entrò quel dubbio. Adesso mi spiacerebbe se il vecchio professore avesse egli sentito un dolore per causa mia, anche perché dalla sua lettera appare che egli è stato gravemente ammalato. Nonostante tutto, io spero di poterlo ancora rivedere e potere impegnare con lui qualcheduna di quelle lunghe discussioni che facevamo talvolta negli anni di guerra passeggiando di notte per le vie di Torino.
Carissima, ho ricevuto il regolamento carcerario e farò la pratica per poter leggere uno o piú giornali politici, se e come sarà concesso. Se concedono un solo giornale, mi pare che la scelta non possa non cadere sul «Corriere della Sera». Se concederanno piú giornali, sceglierò «La Stampa» e un giornale sindacale, «Il Lavoro» di Genova o il «Lavoro Fascista» di Roma oltre il «Corriere». Adesso non so come i giornali siano redatti e quali siano le caratteristiche peculiari di ognuno. Immagino che i giornali romani siano sempre i peggio fatti come nel passato. – Ho ricevuto le fotografie di Anna pochi momenti fa. Mi pare che stia molto meglio di quando io la vidi l’ultima volta, nel settembre od ottobre 1923; era allora molto magra, mi pare di ricordare. – Non devi credere che io mi privi di qualche cosa che potrei comprare al sopravitto; la realtà è che manca la merce da comprare. Frutta quest’anno ne hanno venduto poche volte e ogni volta l’ho comprata; il formaggio fresco da molto tempo non lo vendono piú. Il bettolino ha solo generi che io non posso mangiare proprio per i disturbi gastrici; il medico mi ha detto che non posso mangiare neanche il prosciutto. In modo tassativo mi attengo alle prescrizioni del medico, ma pur mangiando solo riso al burro, latte e uova non riesco tuttavia ad avere gli intestini a posto. – Ho ricevuto lettere da Ghilarza; sono stati tutti ammalati di febbri malariche. Come hai potuto pensare che io mi riferissi a mia madre scrivendo che molti si erano abituati all’idea che io sono in carcere? Mia madre non può scrivermi di sua mano e penso che ciò le dia un grande dispiacere. Una nipotina mi scrive che è disperata perché Carlo non scrive neanche a lei; bisognerebbe proprio fare una lavata di capo a Carlo e indurlo a mutare metodo. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

206.

24 agosto 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto le lettere di Mea, di Franco e di Teresina, con le informazioni sulla salute di tutti. Ma perché lasciarmi tanto tempo senza notizie? Anche con la febbre di malaria qualche riga si può scrivere e io mi accontenterò di qualche cartolina illustrata. Sto diventando vecchio anch’io, capisci? e quindi nervoso, piú irritabile e piú impaziente. Io faccio questo ragionamento: non si scrive a un carcerato o per indifferenza o per mancanza di immaginazione. Nel caso tuo e degli altri di casa non penso neanche si possa trattare di indifferenza. Penso piuttosto che si tratti di mancanza di immaginazione: non riuscite a rappresentarvi esattamente quale possa essere la vita del carcere e quale importanza essenziale abbia la corrispondenza, come riempia le giornate e dia ancora un certo sapore alla vita. Io non parlo mai dell’aspetto negativo della mia vita, prima di tutto perché non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché cosí hanno essi stessi voluto consapevolmente. Ma ciò non vuol dire che l’aspetto negativo della mia vita carceraria non esista e non sia molto pesante e non possa almeno non essere aggravato dalle persone care. Del resto questo discorso non è rivolto a te, quanto a Teresina, a Grazietta, a Mea, che appunto potrebbe scrivermi almeno qualche cartolina.
Ho gustato molto la lettera di Franco e ho apprezzato i suoi cavallini, automobili, biciclette, ecc.: naturalmente, appena ciò mi sarà possibile, farò anche a lui un regalo per mostrargli che gli voglio bene e che sono sicuro che egli è un bravo e gentile ragazzino, anche se, come penso, qualche volta faccia delle monellerie. Spedirò a Mea la scatola dei pastelli, appena mi sarà possibile, ma non bisogna che Mea aspetti qualcosa di grandioso. Teresina non mi ha risposto a una domanda che le avevo fatto: se è arrivato il collo di libri e riviste che Carlo ha spedito da Turi il marzo scorso. Occorre che io sappia se questi libri e riviste vi danno fastidio, perché ne ho ancora decine e decine di chilogrammi da spedire, perché se devono andare dispersi tanto vale che, in parte almeno, li regali alla biblioteca del carcere. Naturalmente io penso che, in ogni modo, anche se danno incomodo nella ristrettezza di spazio di cui soffrite, essi potranno essere utili quando i bambini cresceranno; preparare loro una biblioteca familiare mi pare cosa importante. Teresina specialmente dovrebbe ricordare come si divoravano i libri nella nostra fanciullezza e come si soffrisse di non averne abbastanza a disposizione.
Ma come spieghi che la malaria infierisca tanto nel centro del paese? O si tratta solamente di voi? Io penso che gli attuali reggitori del Comune dovrebbero fare le fogne cosí come i loro predecessori hanno fatto l’acquedotto: acquedotto senza fogne non può non significare malaria diffusa dove la malaria era già allo stato sporadico. Insomma, prima le donne ghilarzesi erano brutte e ventrute per l’acqua cattiva, adesso saranno ancora piú brutte per la malaria; gli uomini faranno la cura intensiva del vino, immagino. Tanti abbracci affettuosi.
Antonio

207.

24 agosto 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto i medicinali, il vaglia di 250 lire, le fotografie, il termometro ecc. Le fotografie che mi hai spedito erano tra le mie cose, eccetto quella della tua mamma. Mi ha fatto molto piacere riavere la fotografia dove Giulia si trova in gruppo, perché essa è dello stesso anno in cui ci siamo conosciuti: la fotografia è del luglio 22 e noi ci siamo conosciuti in settembre; il gruppo è costituito dal comitato per l’educazione artistica di Ivanovo e Giulia vi rappresentava la musica, ella era allora insegnante nel Liceo Musicale di Ivanovo, una cittadina tessile di 100.000 abitanti che anche negli anni della carestia aveva conservato il Liceo Musicale e possiede inoltre un Museo molto originale e in alcune sezioni veramente interessante. Figurati che, con grande dispiacere di Giulia, possiede anche alcune mummie egiziane tra molto altro bric-à-brac; ma interessante è certo l’insieme di oggetti orientali, fra cui la sciabola tempestata di gemme e il vestito di cerimonia dell’ultimo Khan di Khiva, sconfitto nel 20 da Frunze che era stato operaio tessile a Ivanovo e aveva spedito al Museo una parte delle spoglie di guerra. – Non so se hai ancora ricevuto la mia precedente lettera (vedo che talvolta, come mi scrivi, le lettere giungono con grande ritardo) in cui ti descrivevo la malattia che mi ha colpito. In questi ultimi giorni la febbre è calata; ieri sera la temperatura era 36.9 e in tutta la giornata non fu mai superiore, avantieri il massimo fu 37.2. I grumi di sangue non sono riapparsi; catarro non ne ho avuto né sanguigno né d’altra specie. Per due notti, qualche giorno fa, ho però avuto una gravezza molto pronunziata ai polmoni che non mi ha lasciato dormire e un certo dolore alle spalle che continua ancora un po’ attenuato. Mi sono io stesso sottoposto a una dieta, gli intestini funzionano meglio e quindi la febbre è caduta. Voglio appunto raggiungere questo scopo: di isolare il fenomeno bronco-polmonare, se esista, dalle complicazioni intestinali che dando la febbre, complicano le cose. La quistione che io però non so risolvere è questa: ammesso, per ipotesi, che avessi avuto l’inizio di una affezione bronco-polmonare, la febbre prodotta da ciò non determina essa stessa dei disturbi intestinali (dato che io soffrivo già da questo lato)? E allora che significato può avere la caduta della febbre? Ha un valore? Già prima soffrii di acuti disturbi intestinali senza perciò avere febbre (almeno in modo sensibile). Insomma, quale causa e quale origine può avere avuto l’emorragia di 3 settimane fa? ecc. Sarà bene che tu mi dia delle informazioni e dei consigli perché possa e sappia regolarmi. – Naturalmente sarò molto contento di avere qualche tua fotografia recente. Pensi che la khalavà, nonostante il suo potere ricostituente, non riscaldi troppo le viscere? Eppoi c’è in essa una certa quantità di farina di nocciole che non mi pare consigliabile. A che scopo servono le pastiglie di malto che mi hai inviato? Saranno ricostituenti anch’esse? Credo che non sia utile prendere tanti pasticci. – Sai che ho ricevuto dalla libreria una edizione dei Due Usseri di Tolstoi, col testo russo e la traduzione francese a lato; il testo è provvisto di tutti i segni diacritici per la pronunzia esatta e l’accentuazione. Quando avrò fatto maggiori progressi in inglese riprenderò a studiare il russo, almeno per non dimenticare ciò che ho già imparato. Le sopracalze non le ho ancora adoperate perché sto usando quelle precedenti: ho l’impressione, però, dopo averle viste, che esse si faranno consumare subito da questa qualità indiavolata di scarpe; invece le sopracalze precedenti resistono eroicamente. – Carissima, ti abbraccio teneramente
Antonio

208.

31 agosto 1931

Carissima Tatiana,
l’ultima tua lettera che ho ricevuto (del 28 agosto) domanda una risposta troppo lunga perché possa essere contenuta in due facciate. Perciò lascerò per la prossima volta alcuni argomenti e cercherò di esaurirne oggi alcuni: 1° Il ritardo con cui ricevi le mie lettere da qualche tempo a questa parte. Intanto devi essere avvertita che da parecchio tempo io ho spedito le lettere solo al tuo indirizzo e cosí continuerò a fare per semplificare il controllo del regolare funzionamento della posta e tutte le lettere sono state da me sempre consegnate il lunedí. Mi hai scritto di aver ricevuto la lettera del 20 luglio insieme con quella del 3 agosto e di averle ricevute ambedue il 13 o 14 agosto, cioè rispettivamente dopo 25 e dopo 10 giorni. Per la lettera del 3 agosto posso dire questo: che avendo per caso incontrato la guardia incaricata il 6 agosto e avendole domandato se la lettera era partita, mi assicurò che era già partita. Credo utile che tu conservi le buste delle rispettive lettere e mi comunichi ogni volta la data di partenza del bollo di Turi: la cosa è piú importante per me di quanto tu possa immaginare e se tu mi darai l’informazione che ti domando mi permetterai di controllare certe induzioni che sto facendo a proposito della mia corrispondenza. – 2° Tu scrivi che io ho accennato al fatto che «il mondo delle mie relazioni si sia ormai abituato all’idea che io sono in carcere» nella lettera scritta il 3 agosto cioè immediatamente dopo che mi sono sentito male. Ciò mi dispiace assai, perché pare che le due cose sia[no] collegate. In realtà io avevo fatto l’accenno 15 giorni prima, almeno, e il 3 agosto rispondevo a una tua lettera di risposta appunto a quella mia affermazione. Quindi tra i due fatti non ci fu nessun collegamento. Ciò significa che hai preso la quistione un po’ alla leggera mentre essa è per me della massima importanza. Mi rincresce che tu abbia ricorso a questa gherminella avvocatesca, ciò che potrebbe indurmi a non accennare piú a certi miei stati d’animo. – 3° La mia indisposizione. La febbre non è piú salita a piú di 37,2 e solo per un periodo della giornata piú breve, cioè circa dalle 4 alle 7 del pomeriggio. Da quando ho cominciato a prendere il Sedobrol dormo un po’ di piú, sebbene mi senta istupidito per tutta la giornata. In generale sto molto meglio. Non ho piú avuto i forti dolori al petto che mi hanno fatto soffrire fino a 8 giorni fa; non ho piú avuto sputi sanguigni e neanche forti sudori. È vero anche che il tempo si è rinfrescato. La cura me la sono combinata da me stesso e cioè ho deciso di non mangiare pane per nulla ecc.: mangio 3 uova al burro e 2 litri di latte. […]. Quindici giorni fa ho fatto la domandina per avere un pollastro in brodo e quattro o cinque giorni dopo l’ho avuto; domani lo domanderò ancora e cosí ogni quindici giorni; domanderò anche di avere un kg di uva al giorno per fare la cura dell’uva e allora ridurrò il latte che io non ho mai digerito molto bene. Cosí spero di cacciare definitivamente la febbre e di ristabilire le funzioni intestinali. Prendo la Forgenina. Di Sedobrol ne prendo 3 cachets ogni sera (ne potrei prendere 5 ma preferisco tenermi a 3, visto che opera e tuttavia mi istupidisce). Cosí la quistione è finita. – 4° Libri e riviste. Proprio oggi è arrivato il libro inglese sulla Scienza al bivio. Vorrei avere il libro di Sir James Jeans L’Universo intorno a noi pubblicato recentemente da Laterza di Bari. Il Jeans era citato nell’articolo del Mirski. Anche il Treves ha pubblicato o sta per pubblicare un libro di fisica di uno scrittore inglese molto noto (non ho presente il nome, mi pare sia l’Eddigton) tradotto dal figlio del Gentile: il Jeans è un fisico puro, l’Eddigton invece accetta l’idealismo nella scienza. Sugli abbonamenti alle riviste ho scritto in una precedente lettera: ho scritto che avrei desiderato essere abbonato alla «Critique Sociale» pubbl. dall’ed. Rivière e stop. Ti abbraccio teneramente
Antonio

209.

31 agosto 1931

Carissima Giulia,
una delle cose che piú mi hanno interessato nella tua lettera dell’8-13 agosto è la notizia che Delio e Giuliano si occupano di acchiappare le rane. Qualche giorno fa ho visto citato in un articolo di rivista un giudizio di lady Astor sul modo come in Russia sono trattati i bambini (lady Astor accompagnò G. B. Shaw e lord Lothian nella loro recente escursione): a quanto pare dall’articolo, la sola critica che lady Astor muove al trattamento fatto ai bambini è questa: che i russi sono talmente ansiosi di tener puliti i bambini, che non lasciano loro neanche il tempo di insudiciarsi. Come vedi, questa illustre signora è spiritosa e epigrammatica, ma piú spiritoso è certamente lo scrittore dell’articolo, che alza disperatamente al cielo le sue braccia liberali ed esclama: «Cosa mai sarà di questi bambini quando essi saranno cresciuti abbastanza perché diventi impossibile costringerli a fare il bagno». Pare che egli pensi che una volta diventata impossibile la coercizione, i ragazzi non faranno altro che tuffarsi programmaticamente nel fango come reazione individuale-liberale all’autoritarismo di cui sono attualmente vittime. In ogni modo mi piace che Delio e Giuliano abbiano qualche opportunità di insudiciarsi acchiappando le rane. Vorrei sapere se si tratta o no di rane commestibili, ciò che darebbe alla loro attività di cacciatori un carattere pratico e utilitario da non disprezzarsi. Non so se tu vorrai prestarti perché probabilmente avrai contro le rane le stesse aristocratiche prevenzioni di lady Astor (gli inglesi chiamano sprezzantemente i francesi «mangiatori di rane»), ma dovresti insegnare ai bambini a distinguere le rane commestibili dalle altre: quelle commestibili hanno il ventre completamente bianco, mentre le altre hanno il ventre rossastro. Si possono prendere mettendo nella lenza invece dell’amo un pezzo di cencio rosso che esse addentano: bisogna avere un brocchetto e metterle dentro dopo avere tagliato loro con le forbici la testa e le zampe. Dopo averle scuoiate, si possono preparare in due modi: per fare del brodo squisito, e in questo caso dopo averle bollite a lungo coi soliti condimenti si passano allo staccio in modo che tutto passi nel brodo eccetto le ossa: oppure si friggono e si mangiano dorate e croccanti. In un caso e nell’altro sono un cibo molto saporito ma specialmente molto nutriente e di facile digestione. Penso che Delio e Giuliano potrebbero fin dall’attuale loro tenera età entrare nella storia della cultura russa introducendo questo nuovo alimento nel costume popolare e facendo cosí realizzare parecchi milioni di rubli di nuova ricchezza umana togliendola al monopolio dei corvi, delle cornacchie e delle serpi. – Ciò che mi scrivi della tua salute mi interessa molto, ma non so se continui ancora la cura psicanalitica. Poiché Freud osserva che i familiari sono uno degli ostacoli piú gravi alla cura col trattamento della psicanalisi, io non ho mai voluto insistere sull’argomento e non ci insisterò neanche ora. Del resto tu stessa hai ricordato come spesso io mi riferissi ad alcuni principi della psicanalisi nell’insistere perché tu ti sforzassi di «sgomitolare» la tua vera personalità. Io ero convinto che tu soffrissi di ciò che i psicanalisti credo chiamino «complesso di inferiorità» che porta alla sistematica repressione dei propri impulsi volitivi, cioè della propria personalità, e all’accettazione supina di una funzione subalterna nel decidere anche quando si ha la certezza di avere ragione, salvo di tanto in tanto ad avere degli scoppi di irritazione furiosa anche per cose trascurabili. Nell’ottobre 1922 quando fui a Ivanovo, un mattino, avendo trovato la porta aperta, entrai in casa vostra senza che nessuno se ne accorgesse e cosí potei sentire, senza che tu lo sapessi, uno di questi scoppi furiosi. Te ne parlai in seguito, osservando che la caratteristica del tuo carattere come «mite e dolce» avrebbe dovuto essere corretta alquanto perché talvolta diventavi un po’ «galletto».
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

210.

7 settembre 1931

Carissima Tatiana,
ho saputo da Carlo che tu gli hai scritto una lettera sulla mia indisposizione in cui dimostravi di essere molto impressionata; anche il dottor Cisternini mi ha detto di aver ricevuto una lettera in cui ti mostravi impressionatissima. Questo mi ha fatto dispiacere, perché mi pare che non c’era una ragione di essere impressionata. Devi sapere che io sono morto una volta e poi sono resuscitato, ciò che dimostra che ho sempre avuto la pelle dura. Da bambino, a 4 anni, ho avuto delle emorragie per tre giorni di seguito, che mi avevano completamente dissanguato, accompagnate da convulsioni. Il medico mi aveva dato per morto e mia madre ha conservato fino al 914 circa la piccola bara e il vestitino speciale che dovevano servire per seppellirmi; una zia sosteneva che ero resuscitato quando lei mi unse i piedini con l’olio di una lampada dedicata a una madonna e perciò quando mi rifiutavo di compiere gli atti religiosi mi rimproverava aspramente ricordando che alla madonna dovevo la vita, cosa che mi impressionava poco, a dir la verità. Da allora in poi, quantunque non sia mai stato molto forte, non ho però piú avuto nessun grave malore, all’infuori degli esaurimenti nervosi e delle dispepsie. Non mi sono arrabbiato per la tua lettera arciscientifica perché essa mi ha semplicemente fatto sorridere e mi ha fatto ricordare una novella francese che non ti racconto perché tu davvero non ti arrabbi. Io ho sempre rispettato i medici e la medicina sebbene rispetti di piú i veterinari che guariscono animali che non parlano e non possono descrivere i sintomi del loro male; ciò li costringe ad essere molto accurati (gli animali costano denari, mentre gli uomini non costano nulla, mentre una parte degli uomini sono valori negativi) mentre i medici non sempre riflettono che la lingua serve agli uomini anche per dire bugie o per lo meno per esprimere impressioni fallaci. – Dunque, mi sono rimesso abbastanza (a proposito, non sono rimasto a letto mai neppure mezz’ora piú del solito e sono sempre andato al passeggio): la media della febbre è diminuita e piú di rado giunge a 37.2. Certo è legata (almeno empiricamente, non so se scientificamente) alla digestione. Per esempio, da qualche giorno, al mattino mangio 2 o 3 etti di uva; ebbene se appena levato ho la temperatura di 36.2, dopo mangiato l’uva la temperatura sale subito a 36.9. La mia impressione è che sto molto meglio e che mi rimetterò ben presto. – Vorrei rispondere qualche cosa alla tua lettera del 28 agosto, in cui accenni qualcosa al mio lavoro sugli «intellettuali italiani». Si capisce che hai parlato con Piero, perché certe cose può solo avertele dette lui. Ma la situazione era diversa. In dieci anni di giornalismo io ho scritto tante righe da poter costituire 15 o 20 volumi di 400 pp., ma essi erano scritti alla giornata e dovevano, secondo me, morire dopo la giornata. Mi sono sempre rifiutato di fare delle raccolte sia pure ristrette. Il prof. Cosmo voleva nel 18 che gli permettessi di fare una cernita di certi corsivi che scrivevo quotidianamente in un giornale di Torino; egli li avrebbe pubblicati con una prefazione molto benevola e molto onorevole per me, ma io non volli permettere. Nel novembre del 20 mi lasciai persuadere da Giuseppe Prezzolini a lasciar pubblicare dalla sua casa editrice una raccolta di articoli che in realtà erano stati scritti su un piano organico, ma nel gennaio del 21 preferii pagare le spese di una parte della composizione già fatta e ritirai il manoscritto. Ancora nel 24 l’on. Franco Ciarlantini mi propose di scrivere un libro sul movimento dell’«Ordine Nuovo» che egli avrebbe pubblicato in una sua collezione dove erano già usciti libri di Mac Donald, di Gomperz ecc., egli si impegnava a non mutare neanche una virgola e a non appiccicare al mio libro nessuna prefazione o postilla polemica. Avere pubblicato un libro da una casa editrice fascista in queste condizioni era molto allettante, pure rifiutai: forse, penso adesso, avrei fatto meglio ad accettare. Per Piero la questione era diversa; ogni suo scritto di scienza economica era molto apprezzato e iniziava lunghe discussioni nelle riviste specializzate. Ho letto in un articolo del senatore Einaudi che Piero sta preparando una edizione critica dell’economista inglese David Ricardo; l’Einaudi loda molto l’iniziativa e anch’io sono molto contento. Spero di essere capace di leggere correntemente l’inglese quando questa edizione sarà pubblicata e di poter leggere Ricardo nel testo originale. Lo studio che ho fatto sugli intellettuali è molto vasto come disegno e in realtà non credo che esistano in Italia libri su questo argomento. Esiste certo molto materiale erudito ma disperso in un numero infinito di riviste e archivi storici locali. D’altronde io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali. Questo studio porta anche a certe determinazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come Società politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l’economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull’intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni cosí dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole ecc.) e appunto nella società civile specialmente operano gli intellettuali (Ben. Croce, per es., è una specie di papa laico ed è uno strumento efficacissimo di egemonia anche se volta per volta possa trovarsi in contrasto con questo o quel governo ecc.). Da questa concezione della funzione degli intellettuali, secondo me, viene illuminata la ragione o una delle ragioni della caduta dei Comuni medioevali, cioè del governo di una classe economica, che non seppe crearsi la propria categoria di intellettuali e quindi esercitare un’egemonia oltre che una dittatura; gli intellettuali italiani non avevano un carattere popolare-nazionale ma cosmopolita sul modello della Chiesa e a Leonardo era indifferente vendere al duca Valentino i disegni delle fortificazioni di Firenze. I Comuni furono dunque uno stato sindacalista, che non riuscí a superare questa fase e a diventare Stato integrale come indicava invano il Machiavelli che attraverso l’organizzazione dell’esercito voleva organizzare l’egemonia della città sulla campagna, e perciò si può chiamare il primo giacobino italiano (il secondo è stato Carlo Cattaneo ma con troppe chimere in testa). Cosí ne deriva che il Rinascimento deve essere considerato un movimento reazionario e repressivo in confronto dello sviluppo dei Comuni ecc. Ti faccio questi accenni per farti persuasa che ogni periodo della storia svoltasi in Italia, dall’Impero romano al Risorgimento, deve essere guardato da questo punto di vista monografico. Del resto, se avrò voglia e me lo permetteranno le superiori autorità, farò un prospetto della materia che dovrà essere di non meno di 50 pagine e te lo invierò; perché, naturalmente, sarei lieto di avere dei libri che mi aiutassero nel lavoro e mi eccitassero a pensare. Cosí pure in una delle prossime lettere ti riassumerò la materia di un saggio sul canto decimo dell’Inferno dantesco perché trasmetta il prospetto al prof. Cosmo il quale come specialista in danteria, mi saprà dire se ho fatto una falsa scoperta o se realmente meriti la pena di compilarne un contributo, una briccica da aggiungere ai milioni e milioni di tali note che sono state già scritte. Non credere che io non continui a studiare, o che mi avvilisca perché a un certo punto non posso condurre piú avanti le mie ricerche. Non ho ancora perduto una certa capacità inventiva nel senso che ogni cosa importante che leggo mi eccita a pensare: come potrei costruire un articolo su questo argomento? Immagino un cappello e una coda piccanti e una serie di argomenti irresistibili, secondo me, come tanti pugni in un occhio e cosí mi diverto da me stesso. Naturalmente non scrivo tali diavolerie: mi limito a scrivere di argomenti filologici e filosofici, di quelli per cui Heine scrisse: erano tanto noiosi che mi addormentai ma la noia fu tanta che mi costrinse a risvegliarmi. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

211.

13 settembre 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto una lettera di Teresina e una di Grazietta con alcune righe scritte da te. Ti ringrazio, ma se lo scrivere ti costa tanta fatica, detta a Grazietta o a Mea o a Teresina la lettera e poi scrivi sotto solo la tua firma. Cosí potrai scrivermi piú spesso. Risponderò in ordine alle due lettere. A Teresina: per i miei libri io avevo detto a Carlo di non darli a leggere a estranei, ma di farli leggere a quei di casa che vogliono farlo. Questo è il mio principio: non voglio che i miei libri servano a fare passare il tempo a della gente che indirettamente sono responsabili del mio incarceramento. A Teresina manderò in regalo personalmente uno dei piú bei romanzi di Leone Tolstoi, Guerra e Pace, in cui c’è la protagonista Natascia, che è molto simpatica. Ringrazio Franco della sua buona volontà di farsi aviatore quando sarà grande per venire a rapirmi e portarmi a mamma. È possibile che quando io uscirò di carcere, tra quattordici anni, ci sia veramente in Italia la possibilità di viaggiare in aeroplano come oggi in automobile, per cui la promessa di Franco può essere piú realistica di quanto pare: allora egli avrà vent’anni e a vent’anni si può essere un pilota molto bravo. Mi dispiace che Mimma si sia offesa del mio non promettere regali; potevate promettere voi stessi e farla contenta, anche perché è brutto che nascano sentimenti di invidia e di gelosia tra bambini. Quindi prometto un regalo anche a lei e vedrete che manterrò la parola appena mi sarà possibile. Bisogna che abbiano pazienza e voi dovete spiegare ai bambini che essere in carcere significa appunto non poter fare tutto quello che si vuole o proprio quando si vuole. Credo che essi pensino che mi trovi in una specie di luogo come la torre di Ghilarza; dite loro che invece ho una cella molto grande, forse piú grande di ognuna delle stanze di casa, solamente non posso uscire. Immagina, cara mamma, e mi pare che non te l’ho mai scritto, che ho un letto di ferro, con rete metallica, un materasso e un cuscino di crine e un materasso e un cuscino di lana e ho anche un comodino. Non è di prima qualità, ma insomma per me è utile.
Le cose che mi ha scritto Grazietta mi hanno molto interessato. Se la malaria dà facilmente luogo alla tubercolosi, significa che la popolazione è denutrita. Vorrei che Grazietta mi informasse di ciò che mangia in una settimana: una famiglia di zorronaderis, di massaios a meitade, di piccoli proprietari che lavorano essi stessi la loro terra, di pastori con pecore che gli occupano tutto il tempo e di artigiani (un calzolaio o un fabbro). Se vivesse zia Maria Culcartigu, si potrebbe sapere presto, ma con un po’ di pazienza si potrà sapere (domande: in una settimana quante volte mangiano carne e quanto? oppure non ne mangiano? con che fanno la minestra, quanto olio o grasso ci mettono, quanti legumi, pasta ecc.? quanto grano macinano o quanti chili di pane comprano? Quanto caffè o surrogato, quanto zucchero? quanto latte per i bambini ecc. ).
Carissima mamma, abbraccio tutti e tu abbiti un abbraccio affettuoso.
Antonio

212.

13 settembre 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto il pacchetto dei medicinali e ti ringrazio. Non so a che mi servano le sigarette e la polvere d’Abissinia contro l’asma. Accessi d’asma non ne ho mai avuti, neanche in quest’ultima circostanza: posso avere di tanto in tanto un po’ d’affanno e certo non posso correre o stare troppo tempo inchinato per scopare ecc., ma non mi pare necessario perciò prendere qualcosa di speciale. D’altronde faccio le inalazioni di trementina, che mi fanno tossire ma non provocano nessun genere di espettorazione; in realtà non ho espettorazione, ho invece una insolitamente abbondante salivazione. Non so come ti maravigli perché non sono stato neanche un giorno a letto. Vuol dire che non hai creduto alle mie lettere. In realtà ho sofferto un po’ di debolezza, ma non molto sensibile; non c’è paragone con la debolezza che mi colpí dopo l’attacco di acidi urici del dicembre 28; allora per quasi tre mesi non potevo camminare e passavo le ore del passeggio sempre seduto o passeggiavo un po’ al braccio di un altro carcerato; cosí mi sento piú debole ad ogni inizio di primavera. In questa settimana sono ancora migliorato perché il Sedobrol mi fa dormire un po’. Ho però sempre un po’ di febbre: al mattino misuro 36.1 o 2. Dopo mangiato un po’ d’uva la temperatura sale a 36.9 e dopo preso mezzo litro di latte sale [a] 37.2. Qualche giorno che ho mangiato l’uva e ho mangiato qualche biscotto e della marmellata la temperatura è salita a 37.6, cioè di 1 grado e œ dal mattino. La temperatura decresce dopo l’ultimo pasto che faccio ora alle 5 e talvolta si abbassa a 36.6 o al massimo 36.9. Prenderò i fermenti lattici con tanto piú piacere in quanto il libretto spiega che si tratta di Joghurt o di Gioddu e non accenna al pane (ossia al lievito di birra) per prepararlo. Il pane, o lievito di birra, dà al latte una fermentazione putrida e non antiputrida e tutta la tua raccomandazione per fare coagulare il latte non è altro che superstizione ed empirismo da donnicciola e non «Scienza»! – In una tua cartolina, quella dove mi parli delle tue visite al cinematografo e specie della film Due Mondi certe tue affermazioni mi hanno fatto strabiliare. Come puoi credere che esistano questi due Mondi? Questo è un modo di pensare degno dei Centoneri, o del Klu-klux-klan americano o delle croci uncinate tedesche. E come puoi dirlo proprio tu che hai avuto l’esempio vivente in casa: è mai esistita una frattura di questo genere tra tuo padre e tua madre o non sono ancora essi strettamente uniti? La film è certamente di origine austriaca, dell’antisemitismo del dopoguerra. A Vienna abitavo presso una vecchia piccolo-borghese superstiziosa, che prima di assumermi a inquilino mi domandò se ero ebreo o cattolico romano; essa vivacchiava con l’affitto di due camere speculando sul fatto che nel 18, nel breve periodo sovietico fu emanata una legge che nel pagamento ai proprietari di casa non riconosceva l’inflazione; pagavo 3 milioni e œ di corone al mese (cioè 350 lire) mentre la dozzinante pagava al massimo 1000 delle stesse corone al padrone di casa; quando partii, un segretario d’ambasciata la cui moglie doveva rimanere a Vienna per una scarlattina del figlio, mi pregò di assicurare la mia stanza alla moglie e al pomeriggio io ne parlai e la signora assentí. Al mattino presto, la signora bussa alla mia porta e dice: «Ieri mi sono dimenticata di domandare se la nuova inquilina è ebrea, perché non affitto agli ebrei». La nuova inquilina era appunto un’ebrea ucraina. Come fare? Ne parlai a un francese che mi spiegò che esisteva una sola risoluzione: dire alla dozzinante che non potevo decentemente domandare alla nuova inquilina se era ebrea, ma che sapevo che era una segretaria di ambasciata, perché tanto le piccole borghesi odiano gli ebrei quanto strisciano dinanzi alla diplomazia. E infatti fu cosí: la signora mi sentí e mi rispose: «Se è diplomatica certo le do la stanza perché ai diplomatici non si può domandare se sono ebrei o no». Ora tu vorresti sostenere di avere lo stesso mondo con questa viennese? Ti abbraccio teneramente.
Antonio

213.

20 settembre 1931

Carissima Tatiana,
ti scriverò brevemente sulle cose personali, perché oggi voglio cercare di compilare lo schema sul canto X da inviare, per averne dei consigli dal mio vecchio professore d’Università; se non lo faccio oggi non lo farò piú. Le mie condizioni di salute si stabilizzano: la febbre non è, in questa settimana, salita a piú di 37.2 ma c’è stata già un’intera giornata in cui non ha oltrepassato 36,9: in generale la temperatura segna questa curva parabolica: 36,2 al mattino, 36,9 alle 11, 37,2 alle 14, 36,9 alle 16, 36,8 e anche 36,7 alle 18. Il massimo è sempre verso le 2. È curioso che mentre diminuisce la media della temperatura, mi ritorna il mal di capo che era completamente sparito quando la temperatura era piú alta. Non credere che abbia mai abusato del Sedobrol: ho cominciato da un cachet, e da due sono passato a tre (sempre una sola volta al giorno, verso le 7 e œ del pom.) per ridiscendere a due. L’avvertenza dice che in una volta sola si possono prendere due-tre cachets e cinque nell’intera giornata. D’altronde fra qualche giorno cesserò di prenderlo del tutto (me ne rimarranno 60 cachets) perché l’effetto dopo un mese e mezzo di cura mi dura anche due tre mesi. Ho ricevuto le fotografie ma non te ne scrissi, perché non mi piacque quella di Delio e Giuliano e l’altra è scolorita troppo, sebbene si capisca che deve essere stata molto bella. Sai cosa dovresti fare? Dovresti fare l’ingrandimento della tua figura nel gruppo di studenti universitari di medicina: mi pare che la tua figura fosse abbastanza isolata nel gruppo da poterla ritrarre indipendentemente. Ti prego di scrivere a Carlo che ho ricevuto la sua lettera e che gli risponderò la volta prossima: i due libri che vuol comprare per i suoi studi, anche se mal tradotti, sono utili. Cercherò di riassumerti adesso il famigerato schema. Cavalcante e Farinata. 1. Il De Sanctis nel suo Saggio su Farinata nota l’asprezza che caratterizza il decimo canto dell’Inferno dantesco per il fatto che Farinata dopo essere stato rappresentato eroicamente nella prima parte dell’episodio, diventa nell’ultima parte un pedagogo, cioè, per dirla con termini crociani, Farinata da poesia diventa struttura. Il decimo canto tradizionalmente è il canto di Farinata, perciò l’asprezza notata dal De Sanctis è sempre parsa plausibile. Io sostengo che nel decimo canto sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante e non il solo dramma di Farinata. – 2. È strano che l’ermeneutica dantesca, pur cosí minuziosa e bizantina non abbia mai notato che Cavalcante è il vero punito tra gli epicurei delle arche infuocate, dico il punito con punizione immediata e personale e che a tale punizione Farinata partecipa strettamente, ma anche in questo caso «avendo il cielo in gran dispitto». La legge del contrappasso in Cavalcante e in Farinata è questa: per avere voluto vedere nel futuro essi (teoricamente) sono privati della conoscenza delle cose terrene per un tempo determinato, cioè essi vivono in un cono d’ombra dal centro del quale vedono nel passato oltre un certo limite e vedono nel futuro oltre un altrettanto limite. Quando Dante si avvicina a loro, la posizione di Cavalcante e di Farinata è questa: essi vedono nel passato Guido vivo, ma lo vedono morto nel futuro. Ma nel momento dato Guido è morto o vivo? Si capisce la differenza tra Cavalcante e Farinata. Farinata sentendo parlar fiorentino ridiventa l’uomo di parte, l’eroe ghibellino; Cavalcante invece non pensa che a Guido e al sentir parlare fiorentino si solleva per sapere se Guido è vivo o morto in quel momento (essi possono essere informati dai nuovi giunti). Il dramma diretto di Cavalcante è rapidissimo, ma di una intensità indicibile. Egli subito domanda di Guido e spera che egli sia con Dante, ma quando da parte del poeta, non informato esattamente della pena, sente «ebbe», il verbo al passato, dopo un grido straziante «supin ricadde e piú non parve fuora». – 3. Nella prima parte dell’episodio il «disdegno di Guido» divenne il centro delle ricerche di tutti i fabbricanti di ipotesi e di contributi, cosí nella seconda parte, la previsione di Farinata sull’esilio di Dante assorbí l’attenzione. A me pare che l’importanza della seconda parte consiste specialmente nel fatto che essa illumina il dramma di Cavalcante, dà tutti gli elementi essenziali perché il lettore lo riviva. Sarebbe perciò una poesia dell’ineffabile, dell’inespresso? Non credo. Dante non rinunzia a rappresentare il dramma direttamente, perché questo è appunto il suo modo di rappresentarlo. Si tratta di un «modo d’espressione» e penso che i «modi d’espressione» possono mutare nel tempo cosí come muta la lingua propriamente detta. (Solo il Bertoni crede di essere crociano rimettendo fuori la vecchia teoria delle parole belle e delle parole brutte come una novità linguistica dedotta dalla Estetica crociana).
Ricordo che nel 1912 seguendo il corso del professor Toesca di Storia dell’Arte conobbi la riproduzione del quadro pompeiano in cui Medea assiste all’uccisione dei figli avuti da Giasone; assiste con gli occhi bendati e mi pare di ricordare che il Toesca dicesse che questo era un modo di esprimersi degli antichi e che il Lessing nel Laocoonte (cito a memoria da quelle lezioni) non riteneva ciò un artifizio da impotenti ma anzi il modo migliore di dare l’impressione dell’infinito dolore di un genitore, che rappresentato materialmente si sarebbe cristallizzato in una smorfia. La stessa espressione di Ugolino: «Poscia piú che il dolor poté il digiuno» appartiene a questo linguaggio e il popolo lo ha capito come un velo gettato sul padre che divora il figlio. Niente di comune tra questi modi di espressione di Dante e qualcheduno del Manzoni. Quando Renzo pensa a Lucia dopo aver varcato il confine veneto, il Manzoni scrive: «Non ci proveremo a dire ciò che sentisse: il lettore conosce le circostanze: se lo figuri». Ma il Manzoni aveva già dichiarato che per riprodurre la nostra riverita specie, di amore al mondo ce n’era piú che a sufficienza perché se ne dovesse parlare anche nei libri. Il Manzoni realmente rinunziava a rappresentare l’amore per motivi pratici e ideologici. Del resto che il trattato di Farinata sia strettamente legato al dramma di Cavalcante lo dice lo stesso Dante quando conclude «Or direte dunque a quel caduto, che il suo nato è coi vivi ancor congiunto» (anche con la figlia di Farinata, che però, tutto preso dalle lotte di parte, non ha dato segno di turbamento per la notizia detratta dall’«ebbe», che Guido era morto; Cavalcante era il piú punito e per lui l’«ebbe» significava la fine dell’angoscia del dubbio se Guido in quel momento fosse vivo o morto). – 4. Mi pare che questa interpretazione leda in modo vitale la tesi del Croce su la poesia e la struttura della Divina Commedia. Senza la struttura non ci sarebbe la poesia e quindi anche la struttura ha un valor di poesia.
La quistione è legata a quest’altra: che importanza artistica hanno le didascalie nelle opere per il teatro? Le ultime innovazioni portate all’arte dello spettacolo con processo di dare sempre maggiore importanza al direttore dello spettacolo, pongono la quistione in modo sempre piú aspro. L’autore del dramma lotta con gli attori e col direttore dello spettacolo attraverso le didascalie, che gli permettono di caratterizzare meglio i personaggi: l’autore vuole che la sua divisione sia rispettata e che l’interpretazione del dramma da parte degli attori e del direttore (che sono traduttori da un’arte in un’altra e insieme critici) sia aderente alla sua visione. Nel Don Giovanni di G. B. Shaw, l’autore dà in appendice anche un manualetto scritto da John Tanner, il protagonista, per precisare meglio la figura del protagonista e ottenere dall’attore piú fedeltà alla sua immagine. Opera di teatro senza didascalie è piú lirica che rappresentazione di persone vive in un urto drammatico; la didascalia ha in parte incorporato i vecchi monologhi ecc. Se nel teatro l’opera d’arte risulta dalla collaborazione dello scrittore e degli attori unificati esteticamente dal direttore dello spettacolo, la didascalia ha nel processo creativo un’importanza essenziale, in quanto limita l’arbitrio dell’attore e del direttore. Tutta la struttura della Divina Commedia ha questa altissima funzione e se è giusto per la distinzione, occorre essere molto cauti volta per volta. (Ho scritto di getto, avendo presso di me solo il Dantino hoepliano). Posseggo i saggi del De Sanctis e il Dante del Croce. Ho letto nel «Leonardo» del ’28 una parte dello studio di Luigi Russo pubblicato nella rivista del Barbi e che accenna (nella parte letta) alla tesi di Croce. Possiedo il numero della «Critica» con la risposta del Croce. Ma questo materiale non lo vedo da molto tempo, cioè da prima che concepissi il nucleo principale di questo schema, perché in fondo a una cassa tenuta nel magazzino. Il professor Cosmo potrebbe dirmi se si tratta di una nuova scoperta dell’ombrello, o se nello schema c’è qualche spunto che potrebbe essere svolto in una noticina, per passare il tempo.
Ho ricevuto or ora la tua lunga lettera del 19 settembre. Credo che avresti dovuto capire da tempo che quando non tratto certe cose o non ti rispondo a tono è perché voglio io proprio far cosí e non voglio impiantare delle quistioni. Tu sei sempre dell’opinione che il carcere sia una specie di pensionato per orfanelle, invece è proprio un carcere e nulla di piú. Tutto ciò che il medico mi ha detto e prescritto io accuratamente te lo ho riferito. Anche nel ’28-’29 hai saputo del mio malessere perché eri qui per il colloquio nel dicembre proprio quando io stavo male. In ogni caso sii certa che io tengo conto dei tuoi consigli e se ti scrivo sulla «Scienza» ecc. lo faccio per farti arrabbiare a vuoto giacché tu non vuoi persuaderti che ciò che scrivo lo voglio scrivere per non scrivere altro.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

214.

28 settembre 1931

Carissima Tatiana,
ho ricevuto questa settimana due lettere, ambedue scritte da te il 23 settembre. Nella lettera da me scritta lunedí scorso rispondevo, un po’ seccamente, a una tua lettera molto lunga (10 pagine) che mi era stata consegnata proprio all’ultimo momento; spero che non te la sia presa a male. Mi dispiace di dovere qualche volta litigare con te. Ma bisogna anche dire che tu, nonostante che io sia in carcere da quasi 5 anni, sei rimasta ancora d’un candore e d’una ingenuità sorprendenti. Non hai ancora capito che quando io non insisto su un determinato argomento o sorvolo è perché credo di dover far cosí dopo le mie esperienze carcerarie. Potrei scrivere un volume sui medici che ho conosciuto in carcere: a Milano, il capo sanitario, sebbene mi avesse dovuto visitare per ordine del Capo del governo, non mi ordinò nulla, e d’altronde non mi fece fare alcune prove che avrebbero dimostrato che avevo degli attacchi uricemici che mi facevano vomitare il cibo appena dopo ingerito; mi trovò solo deperito e mi concesse, su mia domanda, di essere posto, durante il passeggio, in un cortiletto dove ci fosse il sole. La sola visita seria fu quella fattami da un medico console della Milizia per ordine del Tribunale speciale e dopo la quale fui mandato a Turi e non a Portolongone; durò un’ora, fu minuziosissima e da ciò che il medico mi disse, senza domandarmi nulla, compresi che aveva capito la malattia di cui soffrivo. Durante i transiti mi capitarono dei medici molto allegri: uno non volle darmi neanche la garza per fasciarmi la ferita dell’erpes Zosti, per la ragione che al fronte i soldati erano rimasti anche 6 giorni senza poter avere le ferite fasciate. In realtà avviene in carcere ciò che avviene nelle caserme; c’è troppa simulazione da parte dei carcerati per avere cibi speciali perché i medici non divengano scettici per mentalità permanente, e c’è reciprocamente troppo scetticismo da parte di una parte dei carcerati che comprendono come i medici debbano diventare scettici per forza ecc. ecc. Ricevo in questo momento una tua cartolina, dove mi riparli del mugolio: ricordo di aver ricevuto nel passato da te del mugolio (e l’ho ancora) e di essermi domandato cosa diavolo potesse essere. Esternamente non ha indicazioni sufficienti, oppure io non mi sono mai curato di osservarlo. Ho tenuto per lungo tempo una fialetta di Aspirina ma siccome non era Bayer e non poteva adoperare il nome Aspirina, io non sapevo cos’era, fino a quando per caso ho letto in una istruzione Bayer che anche l’altra fiala sconosciuta era aspirina. Mi dispiace che non mi abbia ancora scritto il tuo punto di vista sugli ebrei e sui «due mondi» e mi dispiace che ti sia entrata in testa questa ubbia, tanto piú che in Italia da parecchio non esiste piú antisemitismo; gli ebrei possono diventare ministri (e anche presid. del consiglio come Luzzatti) e generali nell’esercito: i matrimoni tra ebrei e cristiani sono molto numerosi specialmente nelle grandi città e non solo nelle classi popolari ma anche tra signorine dell’aristocrazia e intellettuali ebrei. In che cosa un ebreo italiano (eccettuata una piccola minoranza di rabbini e di vecchie barbe tradizionaliste) si differenzia da un altro italiano della stessa classe? Si differenzia molto di piú da un ebreo polacco o galiziano della stessa classe. Un po’ di antisemitismo politico c’è stato contro Toeplitz, direttore della Banca Commerciale, e nel 19 fu fondata a Milano la «Rivista di Milano» tanto antisemita quanto poco diffusa. Io penso al proverbio italiano (o francese): «grattate il russo e troverete il cosacco»; e molti cosacchi credevano come articolo di fede che gli ebrei avessero la coda. – Le notizie sulla mia salute le potrai leggere nel foglio dedicato a Carlo. – Quanto allo schema dantesco credo che ti interesserà ben poco, tanto piú che è molto schematico e forse tu non comprenderai alcune allusioni a libri di eruditi. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

(che tu sia stata a Turi nel Natale del 28 non è affatto un’affermazione gratuita, e che tu sapessi che fui molto debole in seguito risulta dai molti ricostituenti che mi hai spedito).

215.

28 settembre 1931

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua lettera del 12 settembre. Non devi maravigliarti se non ti ho risposto la settimana scorsa, come avrei potuto; devo distribuire lo spazio tra i diversi miei corrispondenti. – I due libri che mi hai indicato sono ambedue degni di essere comprati, li conosco e posso indicarti le loro deficienze interne ed esterne. La Storia di Roma credo sia quella scritta non solo dallo Hartmann, ma anche dal Kromayer. È buona, quantunque sia antiquata e tradotta coi piedi (almeno la prima edizione). Un’altra deficienza grave è che inizia la storia da quando esistono documenti e quindi tace completamente sui primi secoli detti «leggendari». La storiografia piú moderna non è cosí rigorosa e bigotta a proposito dei documenti materiali: del resto già Goethe aveva scritto che bisognava insegnare tutta la storia di Roma, anche la leggendaria, perché gli uomini che avevano inventato quelle leggende erano degni di essere conosciuti anche nelle leggende inventate. Ma la verità è che molte leggende si sono dimostrate, piú modernamente, non essere affatto leggende o avere almeno un certo nucleo di verità, per le nuove scoperte archeologiche o per i ritrovamenti di documenti epigrafici ecc. Il libro di Wells è anch’esso molto male tradotto nonostante la serietà della Casa Laterza. È interessante perché tende a spezzare l’abitudine invalsa di pensare che sia esistita storia solo in Europa specialmente nei tempi antichi; il Wells parla della storia antica della Cina, dell’India e di quella medioevale dei Mongoli con lo stesso tono con cui parla della storia europea. Dimostra che dal punto di vista mondiale l’Europa non deve essere più una provincia che si crede depositaria di tutta la civiltà mondiale. Altra novità introdotta dal Wells, che mi è meno simpatica, è la storia della terra prima dell’apparizione dell’uomo; cosí come deformata è la storia della Chiesa Cattolica e della sua influenza nello sviluppo della civiltà: si sente che il Wells è antipapista anglicano e non storico spregiudicato.
In quest’ultima settimana mi sono rimesso quasi del tutto; la temperatura è normalizzata. Per quasi tutta la settimana non ho mai passato il 36.6-7. Un giorno solo, ho voluto provare a mangiare del pane e la temperatura è subito risalita a 37.6. Certo non riesco a combinare una dieta che mi tolga la fame e non sia nociva alla digestione. L’uva qualche giorno non si ha e allora resto con un po’ d’appetito. D’altronde, non voglio mangiare ancora ciò che mi provoca disturbi intestinali, non mi lascia dormire e quindi mi stanca piú che se mangio poco. La mia impressione generale è che sto rimettendomi definitivamente.
Nell’apprendimento delle lingue che intendi incominciare, ti consiglio di non perderti troppo nelle grammatiche, ma di leggere, leggere, sfogliando piú il dizionario che la grammatica. La grammatica, secondo me, deve accompagnare la traduzione e non precederla. Molti iniziano lo studio dalle grammatiche e non ne cavano piú i piedi per quanto logorino la memoria. Devo finire. Ti abbraccio. Scrivi a casa.
Antonio

216.

5 ottobre 1931

Carissima Tania,
non mi è piaciuta la fotografia di Delio e Giuliano per la stessa ragione per cui ti ho pregato di farmi avere la tua fotografia da studentessa. Mi pare che sia chiaro: una sola fotografia dà un’immagine fissata una volta per sempre. Una serie di fotografie permette di ricostruire, in certi limiti, una personalità in isviluppo, cioè la reale personalità. La fotografia dei bambini non si «inserisce» con le precedenti, oltre ad essere tecnicamente infelice, cioè è mal riuscita in due modi: come arte, cioè come scelta dell’atteggiamento che rispecchi meglio, nel momento dato, la personalità, e come tecnica materiale. Con questo non voglio dire che non sia giusto e doveroso di lodare e incoraggiare Volia, tutt’altro. Capisco che specialmente per i bambini occorre un fotografo specialista: ma il fatto non muta e la mia impressione rimane. – Le attenuazioni che hai portato alla quistione che ti sei posta dei cosí detti «due mondi» non muta l’erroneità fondamentale del tuo punto di vista e non toglie nessun valore alla mia affermazione che si tratta di una ideologia che appartiene sia pure marginalmente a quella dei Centoneri ecc. Capisco benissimo che tu non parteciperesti a un pogrom, tuttavia perché un pogrom possa avvenire è necessario che sia molto diffusa l’ideologia dei «due mondi» impenetrabili, delle razze ecc. Questo forma quell’atmosfera imponderabile che i Centoneri sfruttano facendo trovare un bambino dissanguato e accusando gli ebrei di averlo assassinato per il sacrificio rituale. Lo scoppio della guerra mondiale ha dimostrato come le classi e i gruppi dirigenti sappiano sfruttare queste ideologie apparentemente innocue per determinare le ondate di opinione pubblica. La cosa mi pare cosí sorprendente nel caso tuo, che mi parrebbe di non volerti bene se non cercassi di liberarti completamente da ogni preoccupazione della quistione stessa. – Cosa vuoi dire con l’espressione «due mondi»? Che si tratta come di due terre che non possono avvicinarsi ed entrare in comunicazione tra loro? Se non vuoi dire questo, e si tratta di una espressione metaforica e relativa, essa ha poco significato, perché metaforicamente i «mondi» sono innumerevoli fino a quello che si esprime nel proverbio contadino: «Moglie e buoi dei paesi tuoi». A quante società appartiene ogni individuo? E ognuno di noi non fa continui sforzi per unificare la propria concezione del mondo, in cui continuano a sussistere frantumi eterogenei di mondi culturali fossilizzati? E non esiste un processo storico generale che tende a unificare continuamente tutto il genere umano? Noi due, scrivendoci, non scopriamo continuamente motivi di attrito e nello stesso tempo non troviamo o riusciamo a metterci d’accordo su certe quistioni? E ogni gruppo o partito, o setta, o religione, non tende a creare un proprio «conformismo» (non inteso in senso gregario e passivo)? – Ciò che importa nella nostra quistione è che gli ebrei sono stati liberati dal ghetto solo dal 48 e sono rimasti nel ghetto o in ogni modo segregati dalla società europea per quasi due millenni e non per loro volontà ma per imposizione esterna. Dal 48 in poi il processo di assimilazione nei paesi occidentali è stato cosí rapido e profondo, da far pensare che solo la segregazione imposta ha impedito la loro completa assimilazione nei vari paesi se fino alla Riv. francese la religione cristiana non fosse stata la «cultura statale» unica che domandava appunto la segregazione degli ebrei religiosamente irriducibili (allora; ora non piú perché dall’ebraismo passano al deismo puro e semplice o all’ateismo). In ogni caso, è da notare che molti caratteri che passano per essere dovuti alla razza, sono invece dovuti alla vita del ghetto imposta in forme diverse nei vari paesi, per cui un ebreo inglese non ha quasi nulla di comune con un ebreo di Galizia. Gandhy oggi pare che rappresenti l’ideologia indú; ma gli indú hanno ridotto allo stato di paria i Dravida che prima abitavano l’India, sono stati un popolo bellicoso e solo dopo l’invasione mongola e la conquista inglese, hanno potuto esprimere un uomo come Gandhy. Gli ebrei non hanno uno stato territoriale, un’unità di lingua, di cultura, di vita economica da due millenni; come si potrebbe trovare un’aggressività ecc. in loro? Ma anche gli arabi sono semiti, fratelli carnali degli ebrei e hanno avuto il loro periodo di aggressività e di tentativo di impero mondiale. In quanto poi gli ebrei sono banchieri e detentori di capitale finanziario, come si fa a dire che essi non partecipino all’aggressività degli stati imperialisti?
Ricevo in questo momento la tua lettera del 2 ottobre e mi accorgo di aver fatto male a continuare questa discussione, che si potrebbe solo fare in una conversazione in cui e il tono della voce e la possibilità di correggere e chiarire immediatamente ciò che si è detto impediscono malintesi e asprezze. D’altronde non voglio non scriverti questa settimana e perciò ti mando la lettera cosí com’è. Voglio chiarire però un piccolo fatto. Pare che tu sia convinta che nel 28-29 io abbia avuto chissà quali mali e te li abbia nascosti. La crisi la ho avuta verso i giorni di Natale del 28 e proprio il giorno di Natale e ancora per altre due volte in seguito ho avuto il colloquio con te. Non sono stato a letto. Ho avuto uno strascico di debolezza per cui al passeggio preferivo star seduto e camminare solo 15-20 minuti perché mi stancavo a camminare. È possibile che non ti abbia scritto questi particolari, perché non davo loro nessuna importanza o perché tu eri informata dai colloqui avuti. Naturalmente ciò capiterà anche altre volte, perché non voglio trasformare le mie lettere in bollettini medici (!) pieni di strafalcioni e di corbellerie. Quando non scrivo nulla sulla salute, vuol dire che tutto è normale nell’ambito carcerario. Certamente non studierò patologia generale o altra scienza medica. So questo: che non esistono malattie ma malati e che nel singolo malato tutti gli organi sono solidali nel caso che uno sia ammalato. Mi basta per capire che il medico deve essere una specie di artista, cioè che nell’arte sua ha molta importanza qualcosa di simile all’intuizione, oltre alla conoscenza scientifica. Ogni lettura parziale non serve quindi a nulla, se pure non diventa pericolosa come i manuali popolari sul «Medico per tutti» e le «Cure in caso di urgenza».
Ti abbraccio teneramente
Antonio

Credo che tu possa abbonarmi al «Corriere della Sera» dal 1° ottobre al 31 dicembre, da ricevere direttamente a Turi, naturalmente. Dovrò fare ancora domani la domandina e se non mi fosse accordata perché non ritenuto meritevole, l’abbonamento potrai sempre farlo mutare per te.

217.

12 ottobre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 10 ottobre, che non ha attenuato per nulla l’effetto determinato dalla tua lettera del 2. Essa non era aspra, ma offensiva per me. Cosa poteva significare che io gioco con te a «mosca cieca» e che cerco di «incantonarti»? Dovrei rispondere con parole dure, ma mi pare sia meglio di evitare per l’avvenire ogni ripetizione di questi incidenti spiacevoli, per non dir peggio. Cosí non è che «imbelle telum sine ictu», per adoperare una espressione pomposa, un tuo accenno precedente alla mia qualità di ex-giornalista. Io non sono mai stato un giornalista professionista, che vende la sua penna a chi gliela paga meglio e deve continuamente mentire, perché la menzogna entra nella qualifica professionale. Sono stato giornalista liberissimo, sempre di una sola opinione, e non ho mai dovuto nascondere le mie profonde convinzioni per fare piacere a dei padroni o manutengoli. Scrivi che ti ha fatto dispiacere avere io scritto che tu abbia attenuato la tua concezione sugli ebrei. Hai ragione nel senso che tu non hai attenuato nulla perché in questa tua concezione c’è un po’ di tutto, ma ogni cosa in una diversa lettera. C’era in principio un punto di vista che conduceva diritto all’antisemitismo, poi una concezione da nazionalista ebreo e da sionista e infine dei punti di vista che sarebbero stati condivisi dai vecchi rabbini che si opposero alla distruzione dei ghetti, prevedendo che il venir meno di quelle comunità a territorio segregato avrebbe finito collo snaturare la «razza» e coll’allentare i vincoli religiosi che la mantenevano come una personalità. Certo ho fatto male a discutere; sarebbe stato meglio scherzarci su e contrapporre la teoria della «flemma» britannica, della «furia» francese, della «fedeltà» germanica, della «grandezza» spagnola, dello «spirito di combinazione» italiano e infine del «fascino» slavo, tutte cose che sono utilissime per scrivere romanzi d’appendice o film popolari. Ovvero ti avrei potuto porre la quistione di sapere chi è il «vero» ebreo o l’ebreo «in generale» e anche l’uomo «in generale» che non credo si trovi in nessun museo antropologico o sociologico. E anche cosa significhi oggi per gli ebrei la loro concezione di dio come «dio degli eserciti» e tutto il linguaggio della Bibbia sul «popolo eletto» e la missione del popolo ebreo che rassomiglia al linguaggio di Guglielmone prima della guerra. Marx ha scritto che la quistione ebrea non esiste piú da quando i cristiani sono diventati tutti ebrei assimilando ciò che è stata l’essenza dell’ebraismo, la speculazione, ossia che la risoluzione della quistione ebrea si avrà quando tutta l’Europa sarà liberata dalla speculazione ossia dall’ebraismo in genere. Mi pare l’unico modo di porre la quistione generale, a parte il riconoscimento del diritto per le comunità ebraiche dell’autonomia culturale (della lingua, della scuola ecc.) e anche dell’autonomia nazionale nel caso che una qualche comunità ebraica riuscisse in un modo o nell’altro, ad abitare un territorio definito. Tutto il resto mi pare misticismo di cattiva lega, buono per i piccoli intellettuali ebrei del sionismo, come la quistione della «razza» intesa in altro senso che non sia quello puramente antropologico; già al tempo di Cristo gli ebrei non parlavano piú la loro lingua, che si era ridotta a lingua liturgica, e parlavano l’aramaico. Una «razza» che ha dimenticato la sua lingua antica significa già che ha perduto la maggior parte dell’eredità del passato, della primitiva concezione del mondo e che ha assorbito la cultura (con la lingua) di un popolo conquistatore; cosa significa dunque più «razza» in questo caso? Si tratta evidentemente di una comunità nuova, moderna, che ha ricevuto l’impronta passiva o addirittura negativa del ghetto e nel quadro di questa nuova situazione sociale ha rifatto una nuova «natura». – È strano che tu non ti serva dello storicismo per la quistione generale e poi vorresti da me una spiegazione storicistica del fatto che alcuni gruppi cosacchi credevano che gli ebrei avessero la coda. Si trattava di una barzelletta, raccontatami da un ebreo, commissario politico di una divisione d’assalto dei cosacchi di Oremburg durante la guerra russo-polacca del 1920. Questi cosacchi non avevano ebrei nel loro territorio e li concepivano secondo la propaganda ufficiale e clericale come esseri mostruosi che avevano ammazzato dio. Essi non volevano credere che il commissario politico fosse ebreo: «Tu sei dei nostri, – gli dicevano, – non sei un ebreo, sei pieno di cicatrici delle ferite toccate dalle lance polacche, combatti insieme a noi; gli ebrei è un’altra cosa». Anche in Sardegna l’ebreo è concepito in vari modi: c’è l’espressione «arbeu» che significa un mostro di bruttezza e di cattiveria, leggendario; c’è il «giudeo» che ha ammazzato Gesú Cristo, ma ancora c’è il buono e il cattivo giudeo, perché il pietoso Niccodemo ha aiutato Maria a discendere il figlio dalla croce. Ma per il sardo «i giudei» non son legati al tempo attuale; se gli dicono che un tale è giudeo, domanda se è come Niccodemo, ma in generale crede che voglia dire un cristiano cattivo come quelli che vollero la morte di Cristo. E c’è ancora il termine «marranu» dall’espressione marrano che in Ispagna si dava agli ebrei che avevano finto di convertirsi e in sardo ha espressione genericamente ingiuriosa. Al contrario dei cosacchi i sardi che non sono stati propagandati, non distinguono gli ebrei dagli altri uomini. – Cosí ho liquidato, per conto mio, la quistione, né mi lascerò piú indurre a iniziarne delle altre. La quistione delle razze fuori dell’antropologia e degli studi preistorici non mi interessa. (Cosí è senza valore il tuo accenno all’importanza dei sepolcri per ciò che riguarda le civiltà; ciò è vero solo per i tempi piú antichi, per i quali i sepolcri sono il solo monumento non distrutto dal tempo e perché dentro i sepolcri accanto al defunto venivano messi gli oggetti della vita quotidiana. In ogni caso questi sepolcri ci danno un aspetto molto limitato dei tempi in cui furono costruiti: della storia del costume o di una parte dei riti religiosi. E ancora essi si riferiscono alle classi alte e ricche e spesso ai dominatori stranieri del paese, e non al popolo). Io stesso non ho nessuna razza: mio padre è di origine albanese recente (la famiglia scappò dall’Epiro dopo o durante le guerre del 1821 e si italianizzò rapidamente); mia nonna era una Gonzalez e discendeva da qualche famiglia italo-spagnola dell’Italia meridionale (come ne rimasero tante dopo la cessazione del dominio spagnolo); mia madre è sarda per il padre e per la madre e la Sardegna fu unita al Piemonte solo nel 1847 dopo essere stata un feudo personale e un patrimonio dei principi piemontesi, che la ebbero in cambio della Sicilia che era troppo lontana e meno difendibile. Tuttavia la mia cultura è italiana fondamentalmente e questo è il mio mondo: non mi sono mai accorto di essere dilaniato tra due mondi, sebbene ciò sia stato scritto nel «Giornale d’Italia» del marzo 1920, dove in un articolo di due colonne si spiegava la mia attività politica a Torino, tra l’altro, con l’essere io sardo e non piemontese o siciliano ecc. L’essere io oriundo albanese non fu messo in gioco perché anche Crispi era albanese, educato in un collegio albanese e che parlava l’albanese. D’altronde in Italia queste quistioni non sono mai state poste e nessuno in Liguria si spaventa se un marinaio si porta al paese una moglie negra. Non vanno a toccarla col dito insalivato per vedere se il nero va via né credono che le lenzuola rimarranno tinte di nero.
Hai scritto che volevi mandarmi dei medicinali. Ti prego di non mandarmi però piú Mugolio né polvere d’Abissinia. Credo che l’unica cosa utile veramente siano i fermenti lattici che ho quasi finito; ne ho ancora per quattro giorni. Ti prego veramente di far cosí. Ti abbraccio teneramente
Antonio

Cosí mi aveva fatto bene l’Uricedina Stroschein di cui mi avevi mandato due saggi tanto tempo fa e che ho preso recentemente: essa regolava abbastanza bene le funzioni intestinali.

218.

19 ottobre 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 14 e sono stato molto contento nel sapere che ti sei rinforzata e che andrai almeno per un giorno alla festa di San Serafino. Come mi piaceva, da ragazzo, la valle del Tirso sotto San Serafino! Stavo ore e ore seduto su una roccia ad ammirare quella specie di lago che il fiume formava proprio sotto la chiesa, per il nesserzu costruito piú a valle, a vedere le gallinelle che uscivano dai canneti tutto intorno a nuotare verso il centro, e i salti dei pesci che cacciavano le zanzare. Forse adesso è tutto cambiato, se hanno incominciato a costruire la chiusa progettata per raccogliere le acque del Flumineddu. Mi ricordo ancora come una volta vidi un grosso serpe entrare nell’acqua e uscirne poco dopo con una grossa anguilla in bocca e come ammazzai il serpe e gli portai via l’anguilla, che poi dovetti buttare via perché non sapevo come fare a portarla al muristene, si era irrigidita come un bastone e mi faceva puzzare le mani troppo.
Come ti è potuto venire in testa che io stessi male e che te lo nascondessi? Certo non posso ballare su una gamba sola, ma qualche volta io stesso mi maraviglio di essere tanto resistente. Adesso non ho piú denti per masticare e perciò devo mangiare solo certe cose e non certe altre. Mi dispiace specialmente perché tra breve metteranno in vendita della carne di agnello e non la potrò mangiare, mentre mi piace tanto.
Non ricordo Maria Porcu; eppure devo averla conosciuta se è vissuta novantasette anni. Scrivimi qualche volta della famiglia di zia Margherita: come sono finiti Giovannino, Igino, Natalina e l’altro di cui non ricordo adesso il nome? I figli di Giovannino devono essere già grandetti. E Nennetta Cuba? ecc. ecc. Mi dovresti una volta passare in rassegna tutte le mie vecchie conoscenze. Ti ricordi il figlio maggiore del macellaio Tanielle su re? Una volta, per caso, lo incontrai in un caffè di Milano: era stato messo fuori dal giornale di Farinacci a Cremona (non so veramente cosa potesse fare in un giornale, perché aveva la stessa aria stupida e melensa di quando era ragazzo) e mi parlò molto umilmente, domandando che gli trovassi un posto nel giornale del mio partito. Mi sembrò ridotto molto male anche finanziariamente e mi fece ridere con la sua domanda da incosciente. – Aspetto la lettera che Teresina mi promette.
Abbracci a tutti, specialmente ai bambini e a te, cara mamma, il piú teneramente possibile. Antonio

219.

19 ottobre 1931

Carissima Tania,
ho cominciato a ricevere il «Corriere della Sera» e ti ringrazio. Cosí la volta scorsa mi sono dimenticato di ringraziarti per il vaglia che mi hai spedito qualche tempo fa. Anche a Turi è incominciato un po’ di freddo, ma finora esso mi ha giovato. La temperatura è ritornata quasi normalissima: solo verso mezzogiorno ancora, qualche volta, oltrepasso i 37, ma sempre meno. Nella sera, che dicono è l’ora delle temperature malsane, misuro 36.6 e qualche volta anche 36.5. Mi sono fatto modificare il vitto e spero che mi giovi; nel passato il vitto era stato anch’esso indicato dal medico, e mi giovò per molti mesi, ma si vede che di tanto in tanto occorre cambiare per vincere l’atonia dell’intestino oltre che l’acidità che si rinnova ogni tanto. Come ti ho scritto la volta scorsa, e a quest’ora avrai ricevuto la lettera, ho deciso di limitare la cura ai fermenti lattici e all’Uricedina Stroschein. Ai bronchi non ho piú avuto nulla dall’agosto in poi e credo che bisogna mettere un po’ a posto la digestione per non soffrir piú neanche di altri mali. – La volta prossima vorrei scrivere a Giulia tutta la lettera, possibilmente: se sarà necessario, scriverò per te una breve nota. Perciò non pormi delle quistioni complicate. – Ho visto molto lodato dal De Ruggero nella «Critica» del Croce il libro di Salvador de Madariaga: Anglais, Français, Espagnols, ed. della «Nouvelle Revue Française». Il Madariaga è un funzionario spagnolo alla Società delle Nazioni e per qualche tempo ha insegnato in una Università inglese. Perciò pare che sia specialmente competente per fissare i tratti differenziali dei tre popoli, senza cadere nei pregiudizi soliti in queste opere. Perché non lo leggi e poi me lo spedisci? Mi faresti un piacere. Non che il giudizio del De Ruggero sia una buona ragione, perché anche il De Ruggero tende a concepire l’umanità come gruppi nazionali di intellettuali; tuttavia anche da questo punto di vista (quando sia criticamente conosciuto) il libro può essere interessante, specialmente per i francesi e gl’inglesi. Non tanto per gli spagnoli, perché il Madariaga è spagnolo anche se spagnolo intelligente e il Vico in una sua «degnità» (o assioma) della Scienza Nuova scrive che la «boria delle nazioni» è uno dei piú gravi ostacoli per scrivere la storia. Al tempo di Crispi, un pubblicista francese (mi pare si chiamasse Ballet) scrisse un libro L’Italie qu’on voit et l’Italie qu’on ne voit pas. Questo titolo potrebbe darsi a ogni libro sui caratteri nazionali, e ciò che si vede di solito sono gli intellettuali e ciò che non si vede sono specialmente i contadini che pure, come la maggioranza della popolazione, sono essi proprio la «nazione», anche se contano poco nella direzione dello Stato e se sono trascurati dagli intellettuali (a parte l’interesse che desta qualche tratto pittoresco). Cosí avvengono poi i fenomeni delle «grandi paure» come quella del 1789-90 in Francia, quando i contadini si sollevano: essi operano come forze misteriose, sconosciute, come forze elementari della natura e destano il panico dei terremoti o dei cicloni.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

220.

26 ottobre 1931

Carissima Tania,
oggi non ti potrò scrivere molto a lungo. Mi sono levato da letto con la febbre e ancora mi dura; ha fatto (e continua) un paio di giorni di scirocco che ha reso tutto fradicio. Ma spero di scriverti ciò che è indispensabile. Mi sono proprio persuaso che tutto questo malessere dipende da disturbi intestinali diventati cronici e che se non riesco a vincerli o ad attenuarli, a nulla mi gioveranno ricostituenti o altre cose del genere. Ciò che mi fa passare completamente la febbre è il non mangiar nulla, ma questa non è una cura che possa durare a lungo. Qualsiasi cibo, dopo pochi giorni, riproduce le stesse manifestazioni di quelli precedenti. Ci sono poi delle complicazioni di altro genere, determinate dal mio organismo: è certo che i dolori agli organi della respirazione sono determinati dalla pressione degli organi della digestione che si gonfiano qualsiasi cosa mangi, il latte anzi è proprio il cibo che piú produce gonfiore. Penso che occorre isolare, per lo meno, questo fenomeno e perciò mi ero fissato sull’Urecidina che, pur a piccolissime dosi, mi rimetteva a posto la digestione. Certo le acidità dimostrano, mi pare, che nei disturbi hanno una parte gli acidi urici e l’Uricedina è proprio adatta a questo scopo. Contiene il 42% di solfato di sodio. Ho preso delle purghe di 30 grammi di solfato di sodio, ordinate dal medico, e non mi hanno giovato che per 12 ore, con in piú la debolezza che la purga determina. Un cucchiaino di Uricedina presa alle 4 del pomeriggio mi assicurava una normale digestione notturna e quindi un certo benessere. D’altronde io credo che le purghe rovinano i carcerati che ne abusano troppo spesso, e finora le avevo sempre evitate sistematicamente. Credevo di avere un giovamento dalla cura dell’uva ma: 1° l’uva non poteva aversi tutti i giorni e 2° essa non è da tavola ma da vino, si può lavare solo approssimativamente, per mangiarne œ kg ci vuole un giorno di lavoro se si buttano via la buccia e i vinaccioli e un giorno, essendo un po’ acerba o per altra ragione, mi diede 38,5 di febbre. Cosí mi sono deciso a non affaticarmi piú con tanti ingredienti che mi lasciano peggio di prima e a raccomandarti di inviarmi l’Uricedina: penso che combattendo con essa l’uricemia, con la dieta che ho adesso, potrò per lo meno isolare questa causa, sia essa la principale o solo una subordinata.
La tua ultima cartolina del 23 ottobre mi ha fatto un po’ sorridere. Mi dai troppe volte ragione e ciò mi ha fatto pensare che tu mi creda stizzito oltre misura, o addirittura adirato e incollerito contro di te. Siccome però vedo che tu dici di non ricordare di avermi scritto qualcosa di spiacevole voglio riportare un brano della tua lettera del 2 ottobre: «… debbo ripeterti che l’aggiunta fatta alla tua ultima per significare che l’aver ricordato che nel 28 a Natale sono stata a Turi non fosse un’affermazione gratuita ecc., mi sento portata a dichiararti che per mio conto considero questa notizia come una gherminella avvocatesca (ma come una notizia può essere una gherminella? sarà vera o falsa, non ti pare?) e mi maraviglia solo che sei ritornato sull’argomento allorché avresti dovuto capire quanto in fondo sia seccante il tono di poca sincerità che si debba usare talvolta trattandosi di determinati argomenti, quindi se ti rimproveravo di avermi taciuto le tue vere condizioni puoi pure essere certo che indipendentemente da tutto ciò che mi potresti scrivere in proposito, rimarrò sempre dello stesso sentimento in questo argomento». Ora vediamo: ti secca il tono di poca sincerità. Cosa vuol dire? La prima lettera che ti scrissi appena giunto a Milano nel 1927 era stata trattenuta dal giudice istruttore perché troppo sincera: il giudice però mi disse che non sarebbe stata passata agli atti, ma trattenuta in via personale da lui. Ciò in febbraio: nel settembre successivo l’avvocato militare Tei domandò al giudice istruttore che la lettera fosse invece messa agli atti contro di me e infatti essa si trova nel mio fascicolo personale del processo, con lo scambio di lettere tra giudice e avv. milit. Avrebbe dovuto aggravare la mia situazione. Sono stato «sincero» e non hai ricevuto la lettera. Tu sei stata sempre sincera con me, io credo. Ma io ho parecchie tue lettere mezzo cancellate dalla censura carceraria. La tua sincerità non mi è giovata a nulla, perché ciò che tu scrivevi mi è rimasto sconosciuto. Cosa vuol dire allora «sincerità» e cosa vuol dire che tu ti «secchi»? Anch’io da 5 anni mi secco di essere in carcere, forse piú di quanto tu ti sia seccata per questo tipo di poca sincerità. Ma, cara Tania, cosa vorrebbe dire che tu non puoi mutare i tuoi sentimenti su un argomento, qualunque cosa io possa scriverti, se non questo che non c’è piú da scrivere nulla, che cioè sarebbe meglio interrompere ogni forma di corrispondenza? – Mi pare che siamo già abbastanza tormentati da fastidi di ogni genere perché ce ne aggiungiamo degli altri reciprocamente. Ti ho voluto solo documentare il fatto. Del resto io non sono né stizzito né adirato e credo benissimo che tu non volevi offendermi.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

221.

2 novembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto fino a questo momento solo la tua cartolina del 27 ottobre, nella quale mi parli della tua visita al dott. Biocca. Lo scirocco è caduto e io mi sono un po’ rimesso, cioè non ho avuto da quattro o cinque giorni i disturbi dei dieci o quindici giorni precedenti, sebbene mi senta sempre un po’ debole. Sono sempre persuaso che l’Uricidina mi farà bene; ho però incominciato a riprendere anche le goccie di Uroclasio, di cui avevo ancora un’ampollina. Non so se tu hai avuto occasione di confrontare i due preparati dal punto di vista della loro composizione: mi pare risulti proprio che essi si riferiscono a diverse manifestazioni uricemiche, per quanto io possa giudicare. L’Uricedina mi pare specialmente dedicata alle manifestazioni viscerali, l’Uroclasio alle manifestazioni muscolari e nervose. La mia esperienza è questa: ho preso dell’Uroclasio che mi ha certamente giovato per il mal di testa e per le gengive (mi ha fatto passare completamente l’infiammazione delle gengive anche se i denti, già scossi nell’alveolo, hanno continuato a smuoversi e a cadere – ciò che non poteva non avvenire per le stesse scosse meccaniche che sopportavano per il mangiare) ma non mi ha giovato che forse come palliativo per i disturbi viscerali. Mentre è certo che la poca quantità di Urecedina che ho preso mi tonificava immediatamente la digestione. – Mi sono sempre dimenticato di scriverti a proposito dei ricorsi fatti da Umberto per la revisione del processo, che ho ricevuto a suo tempo e che ho studiato. I motivi di ricorso che mi risultavano, ho visto che erano a conoscenza anche di Umberto e che sono stati da lui esposti. Un altro motivo però, che pure risultava ad Umberto perché io stesso glielo avevo suggerito dopo la condanna, non è stato da lui svolto esattamente né in tutta la sua portata. Forse potrei io svolgere questo motivo, se sarà possibile attraverso l’avvocato (ma quale avvocato si occupa della quistione?) avere i dati esatti per l’esposizione, da allegare al ricorso. Ecco di che si tratta. – Uno dei capi di accusa piú importanti contro i supposti membri del Comitato Centrale del Partito Comunista, e cioè l’accusa di tentativi di insurrezione armata nel corso dell’anno 1926 e come conseguenza delle deliberazioni del Congresso di Lione, è stato un opuscolo intitolato Regolamento universale della guerra civile. Umberto giustamente ricorda che tale scritto era stato pubblicato integralmente nella rivista «Politica» diretta dallo stesso ministro di Grazia e Giustizia e dall’Accademico Francesco Coppola e afferma che l’opuscolo incriminato non è che una ristampa letterale di quella pubblicazione. A me, che non ho mai visto l’opuscolo, non consta che si tratti di una ristampa di tal genere; ciò che ha poca importanza, del resto, in confronto della verità esatta e documentabile. Lo scritto Regolamento universale della guerra civile è stato pubblicato, prima che dalla rivista italiana «Politica», dalla francese «Revue de Paris» alla fine del 25 o ai primi del 26. Ma la «Revue de Paris» non fece solo questa pubblicazione: nel 1926, non ricordo in che numero, pubblicò un articolo editoriale (o firmato da stellette, o anonimo) intitolato La guerre civile et le bolchévisme (nella copertina il titolo è La guerre et le bolchévisme, ricordo esattamente) in cui riassume la quistione in questo modo: – Lo scritto Regolamento universale ecc. è un semplice articolo di rivista, della rivista «Il pensiero militare» («Voiennii Mysl») senza nessun carattere ufficiale e di obbligatorietà per i Partiti Comunisti. Anzi, l’articolo fu aspramente criticato da tutta una serie di scrittori militari russi, che ne mostrarono il carattere pedantesco, astratto, accademico ecc. ecc. La seconda pubblicazione della «Revue de Paris» che appunto riassume questa discussione, prova precisamente che nessun Partito Comunista, e tanto meno quello italiano, poteva divulgare questo scritto, facendo del suo contenuto un obbligo da osservare dai suoi inscritti. L’opuscolo italiano pertanto non può essere considerato come un documento di Partito, la cui responsabilità debba ricadere sui membri del Comitato Centrale, che io penso dovevano conoscere la quistione e non prendere sul serio uno scritto di quel genere, ma come una pubblicazione di elementi irresponsabili, che l’avevano fatta per conto loro. Per ciò che riguarda me personalmente, esiste uno stampato, un numero del «Bollettino del Partito Comunista» uscito nei primi mesi del 1926, nella cui seconda parte è riassunto, – assai male, a dire il vero, – un mio discorso alla Commissione Politica del Congresso di Lione in cui io, a nome del Comitato Centrale uscente, e come direttiva che doveva essere approvata dal Congresso (come lo fu), affermavo perentoriamente che in Italia non c’era una situazione tale, che il lavoro da fare era quello di «organizzazione politica» e non di tentativi insurrezionali. Questo «Bollettino» non fu contestato al processo, ma penso deve trovarsi nell’incartamento processuale. – Penso che tu puoi mostrare questi elementi all’avvocato che si è occupato del ricorso e domandargli un parere. Naturalmente anche un possibile mio ricorso lascerà le cose immutate, ma tuttavia sarà utile forse che rimanga agli atti. I riferimenti della «Revue de Paris» sono facili da trovare in qualche biblioteca che sia abbonata. – Del resto l’avvocato potrebbe servirsi di questi elementi per portare avanti i ricorsi dello stesso Umberto, dato che forse è meglio che sia uno solo a condurre questa azione per la revisione. – Non ho scritto a Giulia per un accenno contenuto in una tua cartolina, in cui scrivi che pensi che io le scriverò sulle mie condizioni di salute. Tu le hai già scritto qualche cosa in proposito? Sono rimasto in dubbio e non so come fare. – Se la quistione degli ebrei ti interessa e vuoi approfondirla scientificamente ti indico due recenti scritti che ho trovato citati in una rivista: sono due rapporti al recente Congresso internazionale per gli studi sulla popolazione tenuto a Roma, e pubblicati in fascicoli separati, uno del prof. Livio Livi che riguarda l’intera massa degli ebrei e l’altro del prof. R. Bachi che riguarda gli ebrei italiani. Ambedue mi paiono, dal riassunto, molto interessanti e istruttivi. In Italia, secondo il Bachi, solo a Roma si conserva un nucleo ebraico compatto relativamente; nel resto dell’Italia il fenomeno di dispersione e di assorbimento da parte dell’ambiente generale è in progressivo sviluppo. Cosí su scala mondiale, il nucleo ebraico consistente è quello dell’Europa Orientale; intorno a questo nucleo formano un alone le altre comunità ebraiche che si lasciano assorbire dall’ambiente ecc. A Roma, dove il ghetto è durato fino al 70 e dove l’esistenza del Vaticano ha continuato una tradizione di esclusione e nell’Europa agricola orientale, dove la segregazione ebraica, anche senza ghetti, continua di fatto.
Aspetto qualche tua lunga lettera. Tu non mi informi mai della tua salute. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

222.

9 novembre 1931

Carissima Tania,
ti scrivo proprio nel quinto anniversario del mio incarceramento. Cinque anni è pure un bel gruppetto di anni e inoltre si tratta di cinque anni dell’età piú produttiva e piú importante nella vita di un uomo. D’altronde ormai sono trascorsi e non ho nessuna voglia di fare un bilancio dei profitti e perdite né di lagrimare amaramente su tanta parte dell’esistenza andata al diavolo. Mi pare tuttavia che essi coincidano largamente con un periodo determinato della mia vita fisiologica, cioè siano stati necessari per ridurre l’organismo alle condizioni carcerarie. Il malessere che sento da tre mesi a questa parte è certo l’inizio di un periodo in cui la vita carceraria si farà sentire piú duramente, come un qualche cosa di sempre attuale, che opera permanentemente per distruggere le forze. – Credo che il pacco di medicinali che mi scrivi di aver spedito sia già arrivato e che tra qualche giorno potrò averne il contenuto. Poiché si è rinnovato lo scirocco, ho nuovamente avuto delle manifestazioni acute di sofferenza e quindi aspetto di avere a disposizione le medicine che almeno mi diano un sollievo. Mi ero dimenticato di scriverti pregandoti di mandarmi ancora delle cartine per sigarette. Forse ti fa maraviglia che io consumi tante cartine, mentre ti ho scritto che ho ridotto di molto il consumo del tabacco; non c’è contraddizione tra i due fatti, anzi essi sono strettamente dipendenti uno dall’altro. Ho imparato che riducendo le cartine, cioè ritagliandole in altezza e in larghezza, si possono fare tante piccole sigarette (tre invece di una) e quindi si può fumare tre volte un pochino, ma quanto è sufficiente per togliere il bisogno, invece di una sola volta con la stessa quantità di tabacco fresco. I carcerati fumano tre volte la stessa sigaretta (la fumano a sezioni) e poi utilizzano nuovamente le mozze; questa pratica mi è disgustosa e preferisco la mia soluzione che però domanda molte cartine, più di quelle che si possono acquistare col tabacco e coi fiammiferi. Per i fiammiferi vale la pratica carceraria di scindere, con un ago, ogni fiammifero in due parti, raddoppiandoli. In realtà dal luglio ad oggi non solo mi sono abituato a fumare solo il 40% del tabacco che fumavo prima (immediatamente prima, perché avevo già fatto altre precedenti riduzioni) ma mi pare di avere la possibilità di ulteriori riduzioni. Credo che riuscirò a fumare molto poco, se non addirittura a smettere completamente fra qualche altro tempo. È vero però che il fumare poco è legato anche al grado di intensità di lavoro intellettuale; leggo poco e penso meno, cioè non faccio che pochi sforzi intellettuali e perciò posso fumar poco. Non riesco a concentrare l’attenzione su un argomento; mi sento spappolato intellettualmente cosí come lo sono fisicamente. Credo che questa condizione di cose durerà tutto l’inverno, per lo meno, cioè che in questo periodo il mio sforzo sarà appena sufficiente per non peggiorare, non per riprendermi. – Nell’ultima tua cartolina non mi accenni neppure alle tue condizioni di salute: non mi hai scritto se ti sei levata dal letto dopo l’angina. Spero di sí.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

223.

16 novembre 1931

Carissima Tania,
solo poche ore fa ho ricevuto la tua cartolina del 12. Poiché non ricevevo tue notizie da piú di 10 giorni, credevo che il tuo male continuasse e che non potessi scrivermi. – Ho ricevuti i medicinali e ho già ricevuto un notevole giovamento dall’Uricedina, nonostante che lo scirocco continuasse a rendere insopportabile le giornate e le nottate. Mi sono passati i gonfiori del ventre che provocavano complicazioni agli organi respiratorii e al cuore. Tuttavia ho visto che l’Uricedina che mi hai mandato questa volta è cambiata da quella di una volta: la composizione è diversa. In questa mancano le «sostanze estrattive» ed è aumentata la percentuale del Solfato di Sodio e del Bicarbonato di Sodio. Tuttavia mi ha giovato e abbastanza rapidamente; dopo due giorni l’effetto era sensibile di già. Non so perché mi hai mandato certi medicinali che non mi servono affatto, per es. una scatoletta di non so che contro la stitichezza. Cosí non mi serve, e spero non mi servirà neanche nei prossimi tempi, il liquore contro la tosse bronchiale: in realtà non ho mai avuto tosse e neanche catarro, eccetto che per pochi giorni dopo il 3 agosto. Il mugolio non l’ho piú preso neanche; avevo fatto le inalazioni di trementina solo come precauzione, ma le abbandonai perché mi forzavano meccanicamente la tosse, senza provocare espettorazioni. Spero che l’Uricedina mi faccia passare il catarro intestinale e quindi mi permetta di mangiare un po’ di piú. – Appena avrai ricevuto il rapporto sulle condizioni di vita dei nostri cari, spero che mi informerai estesamente. – Non ti ho scritto le altre volte che nel mese di ottobre ho inoltrato una istanza a S. E. il Capo del Governo domandando mi sia concesso di poter continuare a leggere le riviste che attualmente ricevo. Ho dovuto fare l’istanza perché col nuovo regolamento il Ministero ha fissato una tabella delle riviste politiche alle quali i detenuti possono abbonarsi e in essa solo una parte delle riviste che ricevo è elencata. Nell’istanza ho domandato anche di poter avere in lettura una certa quantità di libri che mi sono arrivati ma che sono stati trattenuti. Ti informo, nel caso ti fosse possibile di fare appoggiare l’istanza. Spero di ricevere una risposta favorevole. In caso contrario, tutte le mie abitudini intellettuali saranno bruscamente interrotte e le mie condizioni saranno notevolmente aggravate da questa interruzione, come puoi immaginare. Né la lettura del giornale può essere un compenso. Davvero non credevo che il «Corriere della Sera» fosse cosí decaduto tecnicamente e intellettualmente; ciò che colpisce è l’assenza di continuità nelle notizie, per cui in un giorno si accenna ad avvenimenti che precedentemente non sono stati registrati ecc. Col primo dell’anno vedrò di abbonarmi ad un altro giornale, per es. alla «Tribuna», per vedere se può trovarsi una maggiore organicità e coerenza. Cosa mi puoi suggerire? Ti abbraccio teneramente
Antonio

224.

16 novembre 1931

Cara Teresina,
ti ringrazio di avermi scritto. Non ricevevo notizie da piú di un mese. Attendo la lettera della mamma che mi annunzi. – Se zio Zaccaria verrà a trovarmi, lo vedrò volentieri, ma credo che non verrà. Da quanto tempo non lo vedo? Non me ne ricordo piú. Ho di lui dei ricordi molto vaghi, di quando egli era molto giovane ed io un ragazzo: credo che ora debba molto rassomigliare a zio Achille, forse un po’ piú ingentilito e lisciato dalla vita di città, non so però se altrettanto simpatico. – Ma chi adesso può fare il pane in casa? La mamma no, tu neppure perché avrai molto lavoro d’ufficio; Grazietta non potrà bastare a tutto; non riesco più a immaginare come sia concretamente la vostra vita. – La frase: «Una nave che esce dal porto, ballando con passo scozzese – è lo stesso che prendere un morto e pagarlo alla fine del mese» – non è un indovinello, ma una bizzarria senza significato che serve per prendere in giro quei tipi che affastellano parole senza senso credendo di dire chissà quali cose profonde e di misterioso significato. Cosí avveniva a molti tipi di villaggio (ti ricordi il signor Camedda?) che per fare sfoggio di cultura, raccattavano dai romanzi popolari delle grandi frasi e poi le facevano entrare a dritta e a traversa nella conversazione per far stupire i contadini. Allo stesso modo le beghine ripetono il latino delle preghiere contenute nella Filotea: ti ricordi che zia Grazia credeva fosse esistita una «donna Bisodia» molto pia, tanto che il suo nome veniva sempre ripetuto nel Pater noster? Era il «dona nobis hodie» che lei, come molte altre, leggeva «donna Bisodia» e impersonava in una dama del tempo passato, quando tutti andavano in Chiesa e c’era ancora un po’ di religione in questo mondo. – Si potrebbe scrivere una novella su questa «donna Bisodia» immaginaria che era portata a modello: quante volte zia Grazia avrà detto a Grazietta, a Emma e anche a te forse: «Ah, tu non sei certo come donna Bisodia!» quando non volevate andare a confessarvi per l’obbligo pasquale. Adesso tu potrai raccontare ai tuoi bambini questa storia: non dimenticare poi la storia della mendicante di Mogoro, della «musca maghedda» e dei cavalli bianchi e neri che abbiamo aspettato tanto tempo. – Cara Teresina, ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

225.

23 novembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto due tue lettere; la terza, con quella di Giulia, è arrivata, ma non mi è stata ancora consegnata. Scriverò a Giulia la settimana ventura, necessariamente. – Ti ringrazio del tuo interessamento per trovarmi un ambiente «climatico» piú confacente, ma ti prego di non fare nessuna pratica in proposito, perché mi rovineresti completamente. Conosco le diverse condizioni dei diversi stabilimenti penali e sono quindi in condizione di giudicare. Credo che, nel complesso, starei dovunque peggio che a Turi. Una delle cose piú importanti per me è di poter rimanere isolato in una cella; la vita in compagnia mi uccide, esaltando il sistema nervoso fino alle convulsioni. Sono stato in compagnia nei transiti e poi una quindicina di giorni appena giunto a Turi e conosco ciò che mi capita: intanto non riesco a chiudere occhio per tutta la notte, perché o l’uno o l’altro coi suoi movimenti mi tiene in uno stato permanente di irritazione nervosa che peggiora di giorno in giorno fino alle convulsioni. Essere stato isolato da tre anni, aver potuto crearmi delle abitudini, senza dover venire a compromessi con coabitatori, ha certamente impedito che le mie condizioni fisiche tracollassero già precedentemente. Inoltre lo stare isolato è una condizione per aver da scrivere e quindi per poter studiare con un certo metodo. A Soriano non ci sono che camerate di almeno 10 persone, ma che possono giungere anche a 30; per me sarebbe come stare sempre in una fiera. D’altronde Soriano è ancora piú ventoso di Turi, senza contare che gli inverni vi sono molto rigidi e che si sta persino 15-20 giorni senza andare al passeggio, passeggio che normalmente è cortissimo, un terzo di quello che si può avere qui. Credi che io non faccio altro che calcoli puramente utilitari e che finora non mi è nata la volontà del suicidio; perciò se si potesse trattare di un qualsiasi miglioramento, sia pure relativo e nel complesso, io medesimo ti pregherei di fare qualcosa. – Non so cosa vuoi dire con le «rose della Palestina»; se intendi dire che vuoi spedirmi delle piante da coltivare, non farne nulla. Da parecchi mesi non si può, nei cortili, coltivare nulla; tutto è stato strappato, la vecchia rosa canina è morta e seccata da un pezzo e cosí gli altri fiori. – Cosí non è necessario che ti preoccupi delle babouches tripoline; quelle che mi avevi mandato qualche tempo fa, non potei adoperarle a lungo perché troppo rigide, mi schiacciavano le dita dei piedi. Sono state invece ottime le sovracalze di stoffa che mi hai fatto avere tempo fa, non le ultime, quelle fatte con una specie di traliccio, ma le precedenti, che mi durano ancora.
L’Uricedina mi ha giovato realmente, anche se finora non mi sono passate completamente le manifestazioni del malessere alle viscere. Mi ha fatto cessare il gonfiore del ventre e quindi le difficoltà agli organi respiratorii. Mi hai domandato cosa sentissi con esattezza: non si tratta né di stitichezza né del suo contrario, ma di uno stato generale in cui si manifestavano ambedue, se cosí può essere. Mi pare che si potrebbe dire che l’intestino era caduto in istato di atonia completa, senza movimenti peristaltici; il ventre si gonfiava in modo rilevante e si induriva, ma senza brontolii. Di notte e al mattino, sentivo forti dolori improvvisi oppure uno stato di dolore continuato, anche se non molto acuto. Ti posso dire che da quando ho iniziato a prendere l’Uricedina ho dovuto restringere la cintura di almeno 10 centimetri e ancora una volta dovrò restringerla: mi sembrava di essere idropico, sebbene non fosse questo il caso. (Appena incominciato il male, avevo dovuto farmi allargare la cintura dei calzoni, ecc.). Credo che l’effetto peggiore me lo facesse il latte; d’altronde il latte non può che essere il mio cibo principale. Adesso aspetto gli effetti della continuazione della cura; finora ho preso solo una scatola e mezzo delle 4 che mi hai mandato. – Non ho ricevuto lettere da Carlo da un pezzo; vedrò se mi scriverà come ti ha annunziato. – Questo mese non ho ricevuto il numero della rivista «Pégaso» che di solito giungeva sempre nei primi giorni del mese; ma forse si tratta di un ritardo generale, perché tutte le riviste da qualche tempo giungono con molto ritardo. Se hai voglia, puoi avvertire la Libreria, pregando nello stesso tempo che mi spediscano queste pubblicazioni: – 1° Luigi Russo, Prolegomeni a Machiavelli, Ed. Le Monnier, Lire 5.00; – 2° Federico Chabod, Dal «Principe» di Niccolò Machiavelli, Albrighi-Segati, Milano, L. 4.00; – 3° Giuseppe Toffanin, Che cosa è stato l’Umanismo?, Ed. Sansoni, Firenze. – Hai letto Heine in tedesco? o in una traduzione? Ti ringrazio però della tua buona volontà di volermene spedire qualche volume: non ho voglia di leggere Heine, in questo momento.
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

226.

30 novembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto pochi minuti fa il pacchetto di medicinali da te speditomi. Non ricordo se lunedí ti ho scritto di aver ricevuto il vaglia di 150 lire; in ogni modo te lo scrivo ora con tutti i ringraziamenti. – Ti voglio ora descrivere la nuova fase del mio stato di salute; naturalmente te la descrivo secondo le mie impressioni e la mia logica empirica, lasciando a te di distrigare gli elementi oggettivi utili per una ricostruzione scientifica. Una settimana fa, esattamente, e cioè lunedí nel pomeriggio, la temperatura è caduta, come media, in modo notevole. Prima la temperatura saliva sempre fino a 37 dopo i pasti e piú precisamente dopo che avevo ingerito il latte (prendo del latte due volte al giorno, al mattino, verso le nove e al pomeriggio verso le 5œ; a mezzogiorno mangio un po’ di pasta al burro e questa è la mia alimentazione quotidiana); da lunedí nel pomeriggio la temperatura è caduta al disotto di 36.4 come media e difficilmente raggiunge il massimo di 36.5 in qualche momento della giornata. Però lunedí stesso ebbi nuovamente un po’ di sangue dalle vie respiratorie, che aumentò il martedí mattino, ma non in forma di emorragia, bensí di grumi di catarro o tutto sanguigno o fortemente striato. Già però da ieri, pur continuando il catarro in modo noioso, non è piú apparso del sangue. Mi pare notevole il fatto che sia apparso del sangue proprio mentre cadeva ogni temperatura e che anzi i due fatti abbiano cosí coinciso. Ricordo benissimo che la domenica precedente misurai 37 verso le 11œ e di nuovo 37 verso le 5œ; il lunedí ebbi lo sputo sanguigno dopo un colpo leggero di tosse, misurai la temperatura che era di 36.2. Mi pare che questo insieme di cose sia rassicurante, perché non so se si possa dedurre (a me pare di sí) che la temperatura alta era dovuta essenzialmente ai disturbi intestinali e che le perdite di sangue perciò dovrebbero avere un’origine traumatica (si può dire?) e non organica. Ho preso sinora solo due mezze scatole di Uricedina; con le due scatole intere giuntemi oggi, ne ho a disposizione ancora 6 mezze scatole, cioè due œ scatole piú della cura indicata nelle istruzioni in tedesco (- è curioso osservare, come sintomo di una certa disorganizzazione tedesca, che nelle istruzioni in lingua italiana, si indica in 4œ scatole il quantitativo di una cura, mentre nelle istruzioni in lingua tedesca il quantitativo è di 6œ scatole). Devo aggiungere un altro sintomo: da quando è caduta la temperatura mi è passato il mal di capo e in generale mi sento meglio, quantunque sia un po’ debole. – Non so se capirai qualcosa di ciò che ti ho scritto, spero di sí. – Questa settimana non ho ricevuto tue notizie; come stai? Il pacchetto che ho ricevuto oggi mi fa credere che sei uscita di casa. Con le cartine che mi hai mandato sono provvisto per sei mesi almeno, se non di piú: ho diminuito ancora la quantità di tabacco che fumo (veramente in questi giorni scorsi ho evitato completamente di fumare) e credo di poter continuare, sebbene senta un certo nervosismo. Hai già scritto alla libreria? Il fascicolo di «Pégaso» di novembre deve essere proprio andato smarrito, perché mentre le altre riviste arretrate sono giunte, «Pégaso» non è giunto; richiedilo, per favore. Mi interessa perché deve contenere degli scritti sulla riforma scolastica Gentile. Ti abbraccio teneramente
Antonio

227.

30 novembre 1931

Carissima Iulca,
ho ricevuto la tua lettera del 13 novembre. Avevo risposto alla tua precedente lettera del 13 agosto, ma la mia risposta è andata smarrita. Avrei potuto scriverti altre volte (dal 1° luglio posso scrivere una lettera alla settimana invece che ogni 15 giorni) ma bisogna che ti dica la verità: mi riesce sempre più difficile scriverti, sempre piú difficile e anche piú penoso. Se dovessi io stesso rileggere le mie lettere dopo qualche settimana, mi pare che ne proverei un certo disgusto, perché mi apparirebbero astratte, fuori del tempo e dello spazio, come il risultato di mezz’ora di sforzo puramente intellettuale e nervoso, di sforzo che mi pare obbligato, di ordine burocratico, direi. Dalla tua ultima lettera mi pare che anche tu senti che c’è qualcosa che non va in questa nostra corrispondenza senza continuità, a pezzi e bocconi, a salti di mesi e mesi. Il peggio è che io non riesco a trovare il modo di mutare il corso delle cose. Negli intervalli lunghi del tuo silenzio rifletto a questa situazione che si è andata formando, cosí diversa da ciò che io pensavo cinque anni fa, dopo il mio arresto. Credevo che sarebbe stata ancora possibile una certa comunanza nella nostra vita, che tu mi avresti aiutato a non perdere completamente il contatto con la vita del mondo; per lo meno con la tua vita e con quella dei bambini. Mi pare invece e lo dico anche se devo farti provare un forte dispiacere, che tu hai contribuito ad aggravare il mio isolamento, facendomelo sentire piú amaramente. Tu insisti spesso, nelle tue lettere, che noi «siamo piú fortemente uniti, piú forti», ma appunto ciò mi pare sempre piú che non sia vero e che tu stessa ne dubiti e lotti col tuo dubbio nel momento stesso che ripeti questa affermazione. Mi pare che nel corso di questi cinque anni noi siamo sempre piú diventati dei fantasmi, degli esseri irreali l’uno per l’altro. Come dei fantasmi possono essere piú uniti e piú forti? Una volta, molto tempo fa, mi è stato scritto che la tua borsetta era piena di lettere tue a me, incominciate e non terminate: questo fatto mi ha colpito piú di ogni altra cosa, perché il significato di esso non è dilettevole. Voleva dire che tu non riesci a scrivermi, che c’è qualcosa che si frappone e ti impedisce di comunicare con me. In realtà non so niente di te: non so neanche se hai ripreso la tua attività di lavoro. Le tue lettere sono estremamente vaghe. Non riesco a immaginare nulla della tua vita. Tante volte ho cercato di iniziare un dialogo con te: ti ho posto delle quistioni, ti ho indicato ciò che sarebbe per me di sommo interesse. Non sono riuscito a ottenere nessun risultato e appunto sono entrato in questo stato d’animo per cui lo scriverti mi è difficile e penoso. – Questa lettera è un nuovo tentativo che faccio per riannodare le nostre vite; mi pare che ci sia ancora il modo e il tempo. Certo che non ho dimenticato la Iulca di un tempo; ma non riesco a farla rivivere nella Giulia di oggi; non riesco neppure a immaginarla la Giulia di oggi, concretamente, in modo vivente. Vorrei poterti scuotere fortemente, violentemente, anche a costo di essere ingiusto e cattivo con te, piú ancora di quanto vorrei. Vorrei farti sentire la mia ansia e il mio dolore.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

228.

7 dicembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto poco fa la tua cartolina del 4; ho ricevuto anche un avviso di una tassata che viene da Roma, non so se cartolina o lettera e penso che sia un altro scritto da parte tua. Mi dispiace di non averlo potuto avere subito. Non rispondo minutamente alla tua lettera del 30 novembre, in cui poni tutte le quistioni analitiche per avere un quadro generale delle mie condizioni di salute. Non ho voglia di farlo in questo momento; se sarà necessario lo farò ulteriormente. Per il momento mi sento molto meglio, molto piú forte. Non ho affanno ecc. Un altro cambiamento è avvenuto nella temperatura: ti avevo scritto che quasi di colpo la media della temperatura era discesa a 36.4; ora è risalita nuovamente a 36.8 e giunge in certe ore a 37.2. Continuo a prendere l’Uricedina, un cucchiaino al giorno, come è indicato nelle istruzioni, ma non posso piú prendere i Sali di Hunt perché li ho consumati. Forse è vero che il maggior beneficio l’ho risentito quando prendevo un cucchiaino di Uricedina al mattino e un cucchiaino di Sali di Hunt nel pomeriggio; allora appunto la temperatura cadde sotto i 36.6. Credi utile prendere ancora questi sali, finché non ci sia un miglioramento stabilizzato? Puoi mandarmene allora un altro po’. È vero che è stato utile che tu mi avessi mandato diversi medicinali, perché cosí ho trovato quelli che mi hanno giovato; ma una volta raggiunto l’effetto, mi pare che sia inutile continuare nel «provando e riprovando». Mandami anche qualche ago da cucire dei più robusti che si possono trovare, perché di quei medi comuni ne ho a sufficienza, e mandami un po’ di carta e buste, perché credo che tra qualche settimana le buste almeno siano per finire. – Sarò contento se mi scriverai sui nuovi metodi di educazione a cui accenni nella cartolina, perché bambini che giocano con uccellini vivi, con palline, o che portano gli oggetti preferiti a letto, credo ce ne siano sempre stati. Tutto sta a vedere se si è mutato il rapporto tra i bambini e le cose, cioè se si riesce a suscitare nei bambini un nuovo modo di concepire la natura e la vita. Mi pare molto interessante che anche nella scuola inferiore si sia introdotta l’istituzione delle brigate d’assalto. Anche in questo campo però bisognerebbe avere molti particolari oltre che sul metodo anche e specialmente sulle disponibilità in materiale didattico: un pericolo che mi pare si affacci subito è quello di creare precocemente un artificiale orientamento professionale. E poi: anche i metodi piú affascinanti diventano inerti se manca il personale capace di vivificarli in ogni momento della vita scolastica ed extrascolastica, e tu sai che proprio i migliori tipi di scuola sono falliti per le deficienze degli insegnanti.
Devo finire perché è trascorsa l’ora per la scritturazione. Ti abbraccio
Antonio

229.

7 dicembre 1931

Cara Iulca,
pochi giorni dopo che io avevo scritto l’ultima mia lettera per te, Tania mi inviò la traduzione di una tua lettera a lei. Sulle prime, al leggere questa tua lettera, quasi mi rincrebbe di averti scritto nel modo che ti scrissi. Ma ripensandoci meglio, conclusi che anzi avevo tanto piú avuto ragione a scriverti come ti avevo scritto. Perché infatti non informare anche me delle tue condizioni di salute? E del resto queste condizioni possono né spiegare né tanto meno giustificare che tu scriva tanto poco e che le tue lettere a me siano cosí vaghe ed astratte? Del resto, ciò che scrivi della tua professoressa può essere interpretato estensivamente: – se ella si rallegra quando tu le riferisci che hai avuto momenti di collera, di sfogo manifestati in parole aspre, – si può dedurre che sia utile provocare in te questi momenti, tormentandoti senza requie. La personalità e la volontà sono prodotti dialettici, di una lotta interiore che può e deve essere esteriorizzata, quando internamente l’antagonista è soffocato per un processo morboso; l’importante sarebbe che quel «tormentare» non sia un astratto tormentare, ma un concreto pungolo della coscienza mosso e vibrato razionalmente. Il motivo razionale mi pare debba esser questo: – noi siamo uniti da vincoli non solo di affetto ma di solidarietà. Quali, volta a volta, possono essere i piú forti e reattivi? L’affetto è un sentimento spontaneo che non crea obblighi perché è fuori della sfera della moralità. Può essere suscitato irrazionalmente e potrebbe esserlo, per esempio, se da parte mia, ti scrivessi lettere infiammate. Potrei scriverle, naturalmente, in tutta sincerità, ma non voglio; le mie lettere sono «pubbliche» non riservate a noi due e la coscienza di ciò mi obbliga ferreamente a limitare l’esplosione dei miei sentimenti, in quanto si esprimono in parole scritte in queste lettere. Ci sono dunque i vincoli di solidarietà su cui si può e quindi si deve far leva, e mi pare ora che io non avrei mai dovuto smettere di tormentarti in questo senso. Avrei dovuto porti spesso dinanzi a un tuo dovere oggettivo, e dico oggettivo appunto perché dipendente solo dai vincoli di solidarietà. Voglio fare l’esempio della chiesa e della religione. Per la chiesa la credenza in dio dovrebbe essere per ogni uomo la fonte della massima consolazione e la base incrollabile della vita morale, ma pare che la chiesa non si fidi troppo di questa incrollabilità e della saldezza di questa consolazione rasserenante, perché spinge i fedeli a creare istituzioni umane che con mezzi umani vengano in soccorso degli afflitti e impediscano loro di dubitare e di scuotersi nella loro fede. Pare dunque che la chiesa stessa implicitamente intenda che dio non è altro che una metafora per indicare l’insieme degli uomini organizzati per il mutuo aiuto. Ma se la chiesa, organismo spiritualista per eccellenza, ricorre ai mezzi umani per tener desta la fede nelle forze soprannaturali, cosa si dovrebbe dire di organismi laici, realistici per eccellenza, che non facessero ricorso ai mezzi umani per sostenersi? E infatti non succede: succede che singoli appartenenti a questi organismi trascurino i loro doveri in proposito, nonostante, talvolta, che essi formalmente appartengano a istituzioni specializzate per aiutare gli afflitti, scusandosi, farisaicamente, col pensiero che l’afflitto deve essere tanto forte da sostenere con mezzi propri le sue forze morali. Ma anche se ciò avviene, e avviene certamente, il dovere è compiuto da una parte sola e un richiamo all’altra parte è necessario. Naturalmente io vorrei farti passare un momento di collera e cosí farti lodare dalla tua dottoressa. Cara Iulca, ti abbraccio forte
Antonio

230.

10 dicembre 1931

Carissima mamma,
ho atteso invano la tua lunga lettera promessami da Teresina. Spero che essa non sia mancata perché la tua salute non ti permette neppure di dettare. Preferisco pensare che ti sia venuta meno la collaborazione di una amanuense di buona volontà. Ho ricevuto solo in tutto questo tempo una cartolina illustrata firmata da Teresina e dai suoi bimbi. Ma chi è Diddi? A quale nome «cristiano» corrisponde? Immagino come si debba sbizzarrire la fantasia di Teresina nell’inventare vezzeggiativi per i suoi bambini: questo Diddi potrebbe essere il nome di uno spirito folletto o di una zana. Teresina dovrebbe scrivermi una specie di dizionario con, da una parte, i nomi nella forma pedestre in cui si trovano nel calendario e dall’altra i derivativi fantastici da lei inventati; mi sarà utile perché ormai non mi so piú raccappezzare tra cosí lussureggiante fioritura poetica.
Carissima mamma, questa lettera dovrebbe essere dedicata agli auguri per il Natale e quindi bisogna che questi benedetti auguri pur te li faccia. Vorrei sapere notizie precise sulla tua salute e auguro che esse siano le migliori possibili. Carlo scrive? Dopo il suo viaggio a Turi mi ha scritto una sola volta. Ha scritto a Tatiana e le ha annunziato che avrebbe scritto anche a me, ma non ne ha fatto nulla. Pare che non abiti piú a Milano, ma in un paese della provincia. E Nannaro vi scrive? Dopo tante promesse che mi aveva fatto, non mi ha mai scritto neanche un rigo. Tuttavia tiro innanzi sempre allo stesso modo, piú sereno che mai, anche se invecchio in carcere. Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.
Antonio

231.

14 dicembre 1931

Carissima Tania,
solo giovedí ricevetti la tua lettera del 3 dicembre che era giunta tassata non so per quale ragione ma probabilmente per eccesso di peso. Le tue fotografie, nell’insieme, mi sono piaciute moltissimo; avrei però voluto averne qualcuna di recentissima, come mi avevi promesso, perché già da circa un anno e mezzo non ci vediamo e avrei voluto avere una impressione delle tue attuali condizioni di salute. Non credere però che in ciò sia una sollecitazione implicita a che tu per Natale venga a Turi, come scrivi che ti ha proposto Carlo. Credo che faresti male a fare questo viaggio lungo e disagiato e cosí, se è possibile, sarebbe bene che tu dissuadessi Carlo. Naturalmente io sarei contentissimo di vederti, come puoi immaginare, ma non mi pare saggio di fare tante spese e sottoporsi a tante fatiche per qualche mezz’ora di colloquio. Qualche volta questi colloqui lasciano piú strascico di amarezze di ciò che non sia la breve felicità di vedersi. – Spero che a quest’ora avrai ricevuto le altre mie lettere; ti ho scritto ogni settimana puntualmente e ho scritto anche a Giulia. Forse le mie lettere a Giulia non ti saranno piaciute; non sono piaciute neanche a me, ma mi pare che fosse divenuto necessario scrivere quel che ho scritto, che corrisponde perfettamente alla verità (alla verità dei miei sentimenti, del mio stato d’animo). Tu mi scrivi, per esempio, perché non mi rivolga ai bambini ecc. La verità è che sono proprio incapace psicologicamente di mettermi in relazione con loro perché concretamente conosco nulla della loro vita e del loro sviluppo. Certo conosco meglio i figli di Teresina, che mi hanno scritto parecchie volte e sui quali Teresina mi informa abbastanza perché io, conoscendo il quadro generale della loro vita per esperienza diretta, possa corrispondere. Immagino invece che per Delio e Giuliano io debbo essere come una specie di Olandese volante, che per ragioni imperscrutabili non posso occuparmi di loro e partecipare alla loro vita: come potrebbe scrivere l’Olandese volante? e poi mi ripugna il mestiere di fantasma. – Cara Tania, ci sono alcune commissioni che ti prego di fare con molta esattezza e precisione. È giunta la risposta all’istanza da me fatta al Capo del Governo a proposito delle riviste e di una serie di libri. La risposta non è completa. Dice che per ora posso leggere le riviste italiane a cui sono già abbonato piú due – «L’Educazione Fascista» e «La Cultura» – a cui non sono abbonato ma che avevo messo in lista perché di tanto in tanto ne ricevevo qualche numero, possibilità che volevo conservare. Per le riviste estere e per i libri la risposta non ha accenni; quel per ora farebbe supporre un supplemento di risposta in proposito, che potrà essere favorevole ma potrà anche non esserlo. In questa condizione bisogna avvertire la libreria: 1° che bisogna rinnovare l’abbonamento solo per le riviste italiane già in corso; – 2° che non bisogna mandare, neanche per saggio, dei numeri di riviste né italiane e tanto meno straniere, che tanto non mi sarebbero consegnate. 3° Che, almeno provvisoriamente, è meglio non mandarmi neanche libri non italiani. – Ricorda, se non l’hai ancora fatto, che non ho ricevuto il fascicolo di «Pégaso» dello scorso novembre, e fammi mandare i fascicoli di novembre e dicembre dell’«Educazione Fascista» dove è pubblicato il resoconto del Congresso degli Istituti fascisti di cultura che desidero leggere. Manda, per piacere, la lettera raccomandata. Se le riviste straniere mi saranno concesse ci sarà tempo a fare l’abbonamento: nel dubbio è meglio astenersi. – Ti mando il modulo del servizio dei Conti correnti Postali del «Corriere della Sera» per rinnovare l’abbonamento che scade il 31 dicembre: lo puoi rinnovare per tre mesi o per sei mesi, non piú di sei mesi però. – Cara Tania, ti abbraccio affettuosamente
Antonio

Puoi mandare a Giulia anche questa parte della lettera oltre alla sua parte.

232.

14 dicembre

Carissima Iulca,
ho ricevuto il tuo biglietto del 21 novembre. Tania mi ha anche comunicato la tua lettera a lei e cosí il tuo biglietto è stato vivificato, ha perduto della sua astrattezza e vaghezza. In una tua precedente lettera mi accennavi che volevi incominciare a studiare e che avevi domandato il parere della dottoressa che non era stato sfavorevole. Permetti che, con una certa pedanteria, ti faccia una proposta pratica, ti presenti, per cosí dire, alcune mie «rivendicazioni» (credo che nel caso di un carcerato si possa parlare di «rivendicazioni» in confronto delle persone libere, perché la condizione del carcerato storicamente si ricollega alla schiavitú del periodo classico; in Italia «galera» e «ergastolo» che si adoperano per carcere indicano questa filiazione in modo evidente). Poiché intendi studiare, posso intendere parecchie cose: che vuoi approfondire un qualche tema specializzato o che vuoi acquistare l’«abito scientifico», cioè studiare per impadronirti della metodologia generale e della scienza epistemologica (senti che parole pedanti). Perché non potresti allora studiare proprio alcune cose che interessano anche me e quindi diventare la mia corrispondente per alcune materie che interessano ambedue perché sono il riflesso della attuale vita intellettuale di Delio e Giuliano? Insomma desidererei (- forma generale della prima rivendicazione -) essere informato sistematicamente del quadro scientifico in cui si svolge la scuola o le scuole che frequentano Giuliano e Delio, per essere in grado di comprendere e valutare i magri accenni che tu talvolta me ne fai. La questione scolastica mi interessa moltissimo e interessa molto anche te, perché scrivi che il 60% delle vostre conversazioni si aggira sulla scuola dei bimbi. Esporre in forma ordinata e coerente le tue impressioni in proposito è «studio»: ti rimetterà in condizione di riacquistare dopo la malattia, la padronanza della tua volontà scientifica e delle tue facoltà di analisi e di critica. Dovresti naturalmente fare un vero lavoro, e non solo scrivere delle lettere: cioè fare un’inchiesta, prendere degli appunti, organizzare il materiale raccolto ed esporre i risultati con ordine e coerenza. Io ne sarei molto felice, di una felicità da pedante, è vero, ma non perciò disprezzabile. – Mi interessa molto, per esempio, sapere come è stato inserito nella scuola primaria il principio delle brigate d’assalto e gli angoletti specializzati e quale scopo pedagogico si propone di raggiungere. Può nascere il dubbio che ciò acceleri artificialmente l’orientamento professionale e falsifichi le inclinazioni dei fanciulli, facendo perdere di vista lo scopo della scuola unica di condurre i fanciulli ad uno sviluppo armonico di tutte le attività, fino a quando la personalità formata metta in rilievo le inclinazioni piú profonde e permanenti perché nate ad un livello piú alto di sviluppo di tutte le forze vitali ecc. ecc. Potrei per esempio comunicare a Delio le mie esperienze infantili sugli esseri viventi: o gli sembreranno favole l’aver visto le lepri a danzare (o a saltare, ma il popolo ci vede la danza) sotto la luna, o la famiglia del riccio (riccio, riccia e ricciolini) andare a far provviste di mele al chiaro della luna autunnale? Cosa significa l’angoletto degli esseri viventi? Ho letto che il 70% dei bambini delle grandi città americane non sanno cosa sia una mucca e che c’è chi porta in giro delle mucche in gabbia come una volta gli orsi e le scimmie in Italia: avranno l’angoletto con la mucca nelle scuole americane?
Cara Iulca, ti abbraccio forte forte coi bambini.
Antonio

233.

21 dicembre 1931

Carissima mamma,
ho ricevuto la tua lettera del 16, scritta, mi pare con una certa malizia, da Teresina. Credo che ridevate tutte e due quando Teresina scriveva che ti piace coccolarti, che ti piacciono le cose buone, che hai appetito solo quando c’è del buono da mangiare, ecc. Adesso che al mattino prendi il caffè e latte invece del caffè nero, vorrei sapere se nel caffè ci metti l’orzo che è «rinfrescante». Inoltre Teresina non mi ha fatto sapere a che nome positivo corrisponde Diddi; una volta mi pare che la sua bambina ultima si chiamava Isa. Io non ne capisco però nulla tra tanti vezzeggiativi: sarebbe piú semplice Cunegonda, Restituta, Ermengarda, ecc. e per i maschi Baldassare, Napoleone, Nabucodonosor.
Aspetto i vostri regali di Natale e ringrazio anticipatamente i bambini, che scrivi hanno partecipato alla scelta degli oggetti. Ti abbraccio con tutti di casa.
Antonio

234.

21 dicembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto recentemente i due pacchettini: uno con la carta, le buste, i pennini e l’inchiostro, l’altro con il sale di Hunt, il filo, gli aghi ecc. Pennini e inchiostro ne avevo ancora a disposizione per parecchio tempo. Parrebbe da quanto hai scritto nella tua cartolina del 14 (il solo scritto tuo che ho ricevuto negli ultimi 10 giorni) che una mia lettera non ti fosse arrivata: infatti a suo tempo ti scrissi che le rose di Gerico erano giunte, ma che da parecchi mesi ogni seminagione e coltivazione erano state proibite, e che l’aiola era stata distrutta. Forse avevi letto in fretta la lettera, o ti eri dimenticata di questo cenno, perché mi pare che tu non abbia mai accennato a mie lettere smarrite. – Gli sputi sanguigni mi sono passati dopo qualche giorno e cosí anche il catarro; non è stato nulla di grave. In questi giorni ha fatto molto freddo, con neve abbondante, ma non ho sofferto in modo notevole. Mi pare anzi di aver sopportato il tempo meglio di altri anni e anche meglio di qualche mese fa, quando tuttavia la temperatura era piú mite. Il medico mi aveva ordinato cloruro di calcio con adrenalina, come l’altra volta; io presi anche, a cucchiaini, circa la metà della bottiglietta di Sirolina che tu mi avevi mandato. La temperatura del corpo raggiunge qualche volta i 37 gradi e li supera di qualche linea, ma in generale è sui 36.8. Credo che dovrebbe essere piú bassa, cioè non oltre i 36.4, ma l’anormalità è dovuta ai disturbi intestinali che continuano, quantunque in forma attenuata. – Mi ha scritto mia madre, raccomandandomi di ringraziarti perché hai contribuito alla confezione del pacco che dovrebbe arrivarmi per Natale: sai che mammà ogni volta che mi scrive di te ti chiama «santa creatura»? Penso che, nonostante tutto, ciò non deve dispiacerti, a prescindere dal linguaggio religioso, perché mia madre è proprio una brava mamma; e del resto, tu meriti tutto il suo affetto come hai tutto il mio. Qualche volta forse ti sembrerà che io sia poco affettuoso con te, e che anzi mi compiaccia di essere stizzoso e agro: ti prego di credere che si tratta di un modo esteriore dei miei rapporti con i familiari, dovuto a tutta una abitudine del passato; si può dire che dai 13 anni in poi io ho vissuto isolato, mentre ero portato molto alla socievolezza e alla tenerezza; per sembrare forte, piú forte di ciò che non fosse compatibile con la mia età, mi feci un abito esterno di freddezza ecc. di cui non sono poi mai riuscito a liberarmi e forse neanche ad attenuare. – Non ho ricevuto il fascicolo di settembre-ottobre della «Riforma Sociale»; vuoi scrivere alla Libreria pregando di procurarmelo? – Ti ricordi della signora Malvina Sanna, alla quale, da parte mia, scrivesti due volte nel 29 e nel 30? Mi ha scritto una cartolina postale che però non mi è stata consegnata e che perciò non so cosa contenesse. Se ricordi il suo indirizzo (deve essere Corso Indipendenza, Milano, ma non so il numero) scrivile due righe ricordandole che questa volta il suo scritto, a differenza delle altre volte, non mi è stato consegnato, e che pertanto non posso rispondere a quanto ha scritto nemmeno per tuo mezzo. Forse a suo marito permettono di scrivere e di ricevere lettere anche da parenti lontani; a me questo non è permesso. È possibile che abbia scritto anche altre volte e che ritenga che io non risponda per cattiva volontà; ciò mi dispiacerebbe molto. – Carissima, ti abbraccio teneramente
Antonio

235.

28 dicembre 1931

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 23 dicembre, dove mi riferisci della tua corrispondenza con Carlo a proposito del vostro viaggio a Turi. Credo che tu abbia fatto male a insistere con Carlo per indurlo al viaggio: sarebbe troppo lungo e anche un po’ difficile e imbarazzante spiegarti tutti i perché di questa affermazione. Cosí è assurdo che tu venga a Turi proprio in questa brutta stagione. Se questa lettera ti giunge in tempo, ti prego proprio di cuore di interrompere ogni preparativo, di scrivere a Carlo per fargli smettere il proposito e di attendere un’altra occasione in cui il viaggio si possa fare con piú agio.
Hai fatto bene a rifare l’abbonamento al «Corriere della Sera». Della «Gazzetta del Popolo» è inutile occuparsi; abbonarsi a due giornali credo non si possa, o almeno credo sarebbe necessario fare una pratica presso il Ministero, cosa che non voglio fare, avendo ancora una pratica in pendenza. Del resto mi sono persuaso che abbonarsi a due giornali sarebbe perfettamente ozioso. Può darsi che la «Gazzetta del Popolo» sia migliorata, tutto è relativo: deve essere migliorata specialmente per ciò che riguarda la collaborazione letteraria e di varietà; ma dal punto di vista dell’attrezzatura giornalistica (servizi, informazioni ecc.) non è certo superiore al «Corriere», i cui difetti devono essere una malattia organica di tutto il giornalismo attuale. La nessuna organicità nelle informazioni, il parlare di avvenimenti riferendosi ad antecedenti che non sono stati dati, come se il lettore dovesse conoscerli (cioè il supporre che il lettore legga parecchi giornali o legga i giornali stranieri), il non commentare fatti di importanza primaria come la trasformazione della Banca Commerciale o la creazione del Credito Mobiliare, limitandosi a riprodurre i commenti e le informazioni dei giornali stranieri, non possono essere deficienze del solo «Corriere». Allora a che gioverebbe avere un altro giornale che sarebbe solo una copia peggiorata e scorretta del «Corriere»? Solo per leggere qualche articolo di terza pagina? Non varrebbe la pena.
Mi dispiace di non poter scrivere a mia madre. Essa mi aveva annunziato che per la vigilia di Natale avrei ricevuto un pacco per ferrovia, ma il pacco non è giunto neppure oggi, sebbene siamo già al 28. Ti dico che avevo già pensato che non sarebbe giunto a tempo, quando lessi che ci si erano messi d’impegno e volevano fare le cose in grande e avevano addirittura fissato che sarebbe giunto per la vigilia di Natale. Dovresti davvero conoscere come sono quei di casa mia: fanno sempre un mucchio di progetti, di ipotesi, di grandi preparativi e poi dimenticano qualche cosa di essenziale che fa fallire tutti i progetti ben costruiti. Ciò anche nelle piccole cose; se ne parla a lungo tanto tempo prima, in «idea» tutto viene analizzato, pesato, discusso come si trattasse di affari di stato, si domandano dei pareri, si consultano orari, cataloghi ecc. Quando io ero ragazzo mi divertivo a canzonare questo modo di fare e di operare e facevo arrabbiare tutti: finivo col litigare con tutti. Ti potrei raccontare delle storie molto amene. Mio padre e i miei fratelli credevano di avere grandi capacità commerciali, per gli affari; facevano sempre dei gran castelli in aria e criticavano la mancanza di spirito di iniziativa degli altri Sardi. Naturalmente non ne riusciva mai bene una delle loro iniziative e la colpa era sempre degli altri, come se questi «altri» non fossero esistiti anche prima e non avessero dovuto essere presi in considerazione prima di incominciare. Tuttavia mi dispiace di non poter scrivere di aver ricevuto il pacco per il giorno di Natale; se avessi saputo cosa c’era, avrei scritto di aver ricevuto e di aver molto gustato questo e quello, sicuro di renderli felicissimi, perché mi sarei rappresentato il quadro. Chissà la mamma come sarà disillusa quando saprà che il suo piano non è riuscito. Tanto piú che ti aveva pregato di rinunziare e di lasciar fare a lei per questa volta.
Carissima Tania, ti abbraccio teneramente
Antonio

236.

4 Gennaio 1932

Carissima mamma,
il tuo pacco natalizio è giunto solo per capo d’anno, ma l’importante è che sia giunto in buono stato e senza che nulla del contenuto sia andato a male. A dir il vero, io credevo sarebbe giunto anche piú tardi, date le tempeste che hanno infuriato sul Tirreno e che devono aver ritardato la navigazione tra la Sardegna e il continente; e poi mi pare che tu e gli altri abbiate avuto soverchia fiducia nei «treni che ora vanno in orario» pensando che un collo spedito il 19, sarebbe arrivato a Turi il 24; ci son voluti sette giorni in piú. Ringrazio dunque tutti quelli che hanno collaborato alla confezione del pacco, dai piú anziani fino a Diddi, i cui regalucci sono stati molto graditi e che metterò ogni sera sotto il cuscino per poter giocare quando non avrò sonno e non saprò come passare le lunghe notti. Non mi sono accorto che il pane non fosse ben lievitato, ciò che ha fatto disperare Teresina; mi è sembrato che fosse ottimo anche se duro come il macigno: dunque sono dispostissimo a credere che Teresina sia diventata una massaia perfetta, quantunque da ragazza non mi pare di ricordare che ne avesse molta tendenza. Chissà se ha imparato a cucinare il fricò e il fricandò! ho mangiato finora solo qualcosettina, perché soffro di viscere e devo essere molto regolato e prudente, ma piano piano consumerò tutto. Mi ha fatto maraviglia che alla Tanca Regia maturino i mandarini; chi coltiva la Tanca Regia? Gli ex combattenti? E i mandarini sono abbastanza buoni, a mio gusto. Tatiana mi ha scritto che forse in questi giorni verrà a Turi insieme con Carlo. Io non sono contento che Carlo spenda tanti quattrini per un viaggio cosí lungo: è stato qui in agosto e mi pare un’esagerazione fare un altro viaggio in gennaio. Se verranno, spedirò all’indirizzo di Teresina un collo di libri; vi sarà anche la scatola coi dodici pastelli che avevo promesso a Mea e che non ero riuscito mai a spedire. Spero che sarà contenta anche se si tratta di una cosettina da poco. Carissima mamma, ti faccio già da oggi gli auguri per la tua festa; le lettere arrivano sempre in ritardo e forse solo scrivendoti oggi farò a tempo a farti ricevere gli auguri per il 19. Spero che ti sia rimessa in salute e che vada sempre meglio per l’avvenire. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

Ti prego di spedire a Tatiana l’altra metà del foglio.

237.

4 gennaio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 31 dicembre. Non mi accenni al tuo proposito di venire a Turi; spero che, seguendo il mio consiglio, rimanderai a un’altra volta e sia riuscita a distogliere Carlo. Nel dubbio che tu possa metterti in viaggio e che questa lettera non ti trovi a Roma, ti scrivo poche righe per dirti qualche cosa sulla quistione posta da Piero.
Credo che non si possa parlare di una trascrizione «scientifica» dei nomi russi in italiano. «Scientifico» in questo caso significherebbe una sola cosa: conformarsi alle regole, con le sue lettere e con tutti i segni diacritici connessi, stabilite dall’«Archivio Glottologico Italiano» per riprodurre i suoni delle diverse lingue e dialetti in modo uniforme non solo per gli scienziati italiani che per quelli degli altri paesi. Ma si tratta di un tale apparato, e cosí difficile per i profani, che una tale soluzione complicherebbe enormemente le cose. Si tratta dunque di trovare una trascrizione convenzionale che sia la piú comprensibile per il maggior numero di lettori. Nel passato il «Corriere della Sera» aveva un suo modo di trascrizione, che, data la diffusione del giornale, avrebbe potuto diventare popolare; ma oggi anche nel «Corriere» non c’è nessun metodo e quindi il riferimento non vale. Se l’iniziativa fosse una grande iniziativa e con caratteri di continuità, si potrebbe domandare all’editore di stabilire una regola di trascrizione e di «imporla». Altrimenti mi pare che il meglio sia adattarsi al modo di trascrizione della «Slavia» che ha il beneficio di essere il piú diffuso e conosciuto, anche se molto imperfetto (l’imperfezione maggiore è quella di adoperare lettere latine con altro suono da quello tradizionale). Se si volesse introdurre una nuova «convenzione» bisognerebbe tener conto della nota di Bruno Migliorini pubblicata nel numero speciale della «Cultura» dedicato a Dostoievski nel 1931. La difficoltà maggiore consiste nel fatto che l’alfabeto italiano è troppo povero di segni e che nell’ortografia italiana per lo stesso fenomeno si usano mezzi diversi. Il segno h che serve per il chi, che non serve invece per il gni, gne ecc. e non serve per il sci, sce a differenza del portoghese che scrive nh e dell’inglese che scrive sh. Cosí è del suono j francese; per riprodurre in ortografia italiana il suono j che esiste in sardo meridionale si è adoperato il x, ma con l’effetto che tutti pronunziano cs il j (come Simaxis, che viene pronunziato Simacsis e non Simajis). D’altronde la «Slavia» e altre case fanno un tale abuso di j italiane per trascrivere le i russe che fissare l’uso mi pare impossibile. – L’importante mi pare, dato che bisogna ricorrere a una convenzionalità, di prendere quella che ha già una tradizione e quindi una diffusione e un uso conosciuto.
Ti abbraccio affettuosamente
Antonio

238.

11 gennaio 1932

Carissima Tania,
lunedí scorso ho inviato la lettera direttamente a mia madre. Dovevo informarla dell’arrivo del pacco e inoltre non ero sicuro che tu, nei giorni in cui essa avrebbe dovuto giungere, ti fossi trovata a Roma, poiché le tue ultime lettere potevano lasciar prevedere che invece potevi trovarti a Turi o in viaggio. In questo frattempo ho ricevuto da te: una cartolina del 29 dicembre, una lettera del 31 e una lettera del 5 gennaio. Poiché mi scrivi che ti sono rincresciute alcune mie osservazioni o espressioni, cercherò di spiegarmi meglio e di giustificarmi, sebbene credo che tu non abbia pensato che io volessi procurarti qualsiasi dispiacere. Cosí non c’era irritazione alcuna da parte mia, o desiderio di pungerti, quando osservai, a proposito delle cosí dette «rose di Gerico», che forse avevi dimenticato una mia precedente lettera o l’avevi letta affrettatamente. Ciò capita anche a me. Siccome devo scrivere a giorno fisso ed entro un orario fisso, anche se proprio in quel momento non ne ho voglia o mi sento indisposto, mi capita di dimenticare, proprio allora che occorrerebbe ricordare, delle cose che prima avevo pensato di scrivere ecc. Anzi ti prego sempre di tener conto di questo fatto: che appunto scrivo a orario fisso e talvolta devo accelerare la scrittura a rotta di collo per finire in tempo; tutto ciò determina uno speciale stato di nervosismo che si riflette nelle lettere e nella loro forma frettolosa e incoerente. – Cosí a proposito delle ultime sopracalze che mi hai mandato. In realtà io le ho appena viste e non le ho neppure prese in mano quando arrivarono. Devi tener presente che in cella si può tenere pochissima roba, il puro necessario. Quando giunge qualche pacco o pacchetto, si è chiamati per assistere all’apertura e per controllare che tutto sia in ordine. Si porta via qualche cosa con sé, se si dimostra di averne bisogno immediatamente; la regola è che si riporta il «vecchio» e si prende il nuovo. Perciò mi capita qualche volta di «scoprire» nel magazzino degli oggetti che mi ero dimenticato di possedere ecc. (certo devo avere del cioccolato di un anno fa almeno, perché ne mangio pochissimo e mi dimentico di riprenderne dopo aver consumato la «razione» ricevuta, ecc.). Avendo dunque appena visto le sopracalze ti scrissi che mi sembravano di «traliccio»; perché? Le sopracalze servono non solo per proteggere le calze dall’attrito con le scarpe, ma anche per proteggere la pelle dall’umidità, poiché le scarpe, anche se nuove, sono mal confezionate e l’acqua filtra dalla suola e dalle cuciture. Ecco allora che io mi ricordavo (mi era rimasto impresso) solo del fatto che questo nuovo tipo di sopracalze, se erano buone contro l’attrito non lo erano contro l’umidità, per il tessuto largo, non compatto, che io espressi con la parola traliccio. Le precedenti sopracalze invece riunivano le due qualità e perciò ti scrissi di preferirle. Forse avrei dovuto spiegarti già allora tutti questi particolari: un’altra volta cercherò di essere piú diligente e motiverò accuratamente tutte le mie affermazioni; dovrò essere lungo perché non conosco i titoli merceologici e perciò dovrò ricorrere a perifrasi ecc. – L’ultima tua lettera, quella del 5, è quasi completamente dedicata alla quistione del viaggio di Carlo. Tu scrivi: «Non so spiegarmi da che cosa tu abbia potuto pensare che io avessi insistito presso Carlo per indurlo a fare il viaggio a Turi. Niente di simile! ecc.» La mia osservazione, anche in questo caso, non aveva nessuna intenzione di rimprovero e non meritava nessuna reazione e giustificazione da parte tua: essa era collegata a questa informazione contenuta nella tua lettera del 23 dicembre e che ti trascrivo: «ho ricevuto stasera una lettera da Carlo, in cui egli scrive che dato che il doppio stipendio che deve prendere all’occasione delle feste, non lo potrà avere prima del 31, egli potrebbe farti la visita verso il 9 o il 10 gennaio, perché non può assentarsi proprio i primi giorni del mese, dato che non ci sarà chi potrebbe supplirlo. Io gli ho risposto che potrei prestargli i denari necessari per il viaggio ecc., affinché egli possa approfittare dell’occasione della licenza per le feste natalizie e del capo d’anno per partire e non essere costretto a chiedere una licenza estra». Mi riferivo a questo fatto e credo che si potesse parlare di un tuo insistere o sollecitare per il viaggio di Carlo, perché la tua offerta di un prestito può ben dirsi un insistere o sollecitare. Il tuo «Niente di simile!» è troppo veemente e ingiustificato. – Mi riferisci le impressioni di Carlo dopo il suo viaggio a Turi nell’agosto scorso; non voglio discutere le impressioni e le illazioni relative. In ogni modo ci sono stati dei fatti nuovi. Quando Carlo venne a trovarmi, gli parlai molto francamente sul suo modo di comportarsi nella corrispondenza con me. Gli dissi che quando non si risponde alle mie lettere, io posso anche essere autorizzato a pensare che in realtà, sotto le apparenze, convenzionali talvolta, dell’affetto e della cortesia, si nasconda la sostanza, piú o meno esplicita e anche piú o meno consapevole, della volontà di trovare un modo per rompere una relazione che può essere (ed è senz’altro) un peso. Perciò, alle sue proteste ecc., risposi che se ancora, dopo questa franca chiarificazione, egli avrebbe interrotto senza una ragione, la sua corrispondenza, io ne avrei tratto le necessarie conseguenze. Ciò che appunto ho fatto. Quando tu scrivi: «Che egli non ti scriva non significa nulla in un determinato senso», poiché non conoscevi questo episodio, sottolinei senza saperlo un determinato senso. Del resto non voglio insistere su questo argomento. Solo ti prego cordialmente di non fare nessun atto che possa sollecitare Carlo a venire a Turi, anzi di fare tutto il contrario, di fargli sapere che un tale viaggio lo ritengo inutile e fuori luogo.
Ho esaurito questi argomenti piú o meno litigiosi e non ho piú voglia di scrivere.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

Anche questa volta stavo per dimenticare qualcosa. Tempo fa, ti pregai di mandarmi qualche informazione sulle operazioni per il colon discendente e sui progressi fatti dalla chirurgia in proposito. Allora tu eri ammalata e mi dimenticai di ripresentarti la domanda quando saresti stata in grado di rispondermi. Ti ripeto alcune circostanze: l’ammalato che vorrebbe sottoporsi all’operazione è in uno stato abbastanza grave. Ha avuto le scrofole, l’intestino gli ha procurato una psoriasi che in certe circostanze ricopre di espulsioni e di croste due terzi della pelle del corpo ed ha una sifilide ereditaria sia pure non grave. Tuttavia è molto «volontario» ed ha una «vitalità» notevole.

239.

18 gennaio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 9 e la lettera del 12, Avrai ricevuto a quest’ora la mia lettera di lunedí scorso e anche quella del 4 che Teresina mi ha scritto di averti inviato subito. – Sono contento che abbia cambiato di casa, se ciò ti può rendere meno affliggente la piccola vita quotidiana. Il vecchio Isacco era già qualche anno fa un uomo completamente demoralizzato, un vero «cadavere vivente», ma senza che ne avesse coscienza, anzi, con delle pretese e delle vanità che facevano piú stomachevole il tanfo cadaverico: penso che dopo la morte della signorina Lidia debba essere diventato ancor piú insopportabile, ancor piú «mort qui saisit le vif». Ti ricordi di ciò che ti dissi nel 24, poco dopo che ci eravamo conosciuti? Una volta Genia mi raccontò che tu avevi creduto si fosse trattato di una mia invenzione, non molto spiritosa invero; ma non era per nulla una invenzione, era la verità, forse attenuata e addolcita, se ben ricordo. Perché poi avrei dovuto inventare una cosa cosí turpe? – Del resto, dopo aver appena parlato con lui, ebbi subito l’impressione del carattere dell’uomo, che non era da prendere sul serio e da considerare come alcunché di consistente. Devo dire anche che per un po’ di tempo l’impressione avuta dal padre si estese meccanicamente sul figlio, e fu ingiustizia, come ebbi occasione di accorgermi quasi subito. Credo che Valentino tra breve debba ritornare a casa: forse ricorderai che egli ha una certa quantità di miei libri che mi dispiacerebbe di perdere, anche perché non so esattamente di quali libri si tratti, sebbene egli me ne abbia parlato a Roma. Te ne potrai occupare a suo tempo? – In tutto questo tempo non ho avuto nessun malessere acuto o semiacuto. Anzi, relativamente, mi pare di vivere abbastanza bene. È vero che sono sempre svogliato, ora molto nervoso, ora invece in preda allo snervamento e all’apatia; ma credo che questo stato di semiebetimento sia una forma di difesa dell’organismo psicopsichico contro il logorio permanente che si subisce in carcere a causa di tutte le piccole cose e i piccoli fastidi. Si finisce per diventare micromani (e forse io lo sono già diventato piú di quanto io stesso creda) a sentirsi limare continuamente i nervi da tante piccolezze e piccoli pensieri e piccole preoccupazioni. D’altronde vedi ciò che avviene: – Prometeo in lotta con tutti gli dei dell’Olimpo ci appare un tragico titano; Gulliver legato dai lillipuziani ci fa ridere. Se Prometeo invece di avere il fegato quotidianamente divorato dall’aquila, fosse stato rosicchiato dalle formiche, avrebbe fatto ridere anche lui. Giove non è stato molto intelligente al tempo suo: la tecnica per disfarsi degli avversari non si era ancora molto sviluppata. Un novelliere moderno (non mi ricordo, ma mi pare sia Guelfo Civinini) immagina che un marito, per rovinare un bellimbusto di cui la moglie incomincia a infiammarsi, lo rinchiuda per una notte in una capanna abbandonata, infestata di pulci affamate: si immagina il bocchino della signora allo spettacolo dello spasimante crivellato di poco simpatiche punture pulcesche! – Carissima, ti abbraccio teneramente.
Antonio

Ho letto, nel giornale, delle truffe commesse da usciti del carcere ai danni delle famiglie di persone ancora carcerate. Non ricordo di averti mai avvertito in proposito e non credo inutile farlo, conoscendo il tuo buon cuore e l’inclinazione tua a non sospettare dell’altrui scelleratezza.

240.

18 gennaio 1932

Carissima Teresina,
ho ricevuto la tua lettera del 14, con la lettera di Franco, i suoi disegni a colori e la letterina di Diddi e Mima. Ringrazio tutti i tuoi bambini e non so proprio immaginare che cosa possa fare per dimostrare il mio affetto per loro. Ci penserò e vedrò di inventare qualche cosa che venga da me per loro, perché altrimenti non ci sarebbe gusto e non avrebbe nessun significato. Forse farò cosí. Ho tradotto dal tedesco, per esercizio, una serie di novelline popolari proprio come quelle che ci piacevano tanto quando eravamo bambini e che anzi in parte rassomigliano loro, perché l’origine è la stessa. Sono un po’ all’antica, alla paesana, ma la vita moderna, con la radio, l’aeroplano, il cine parlato, Carnera ecc. non è ancora penetrata abbastanza a Ghilarza perché il gusto dei bambini d’ora sia molto diverso dal nostro d’allora. Vedrò di ricopiarle in un quaderno e di spedirtele, se mi sarà permesso, come un mio contributo allo sviluppo della fantasia dei piccoli. Forse il lettore dovrà metterci un pizzico di ironia e di compatimento nel presentarle agli ascoltatori, come omaggio alla modernità. Ma questa come si presenta? Ci saranno i capelli alla garçonne immagino, e si canterà su «Valencia» e sulle mantiglie delle donne madrilene, ma ancora sussisteranno tipi all’antica come tia Alene e Corroncu e le novelline avranno ancora un ambiente adatto. Del resto, non so se ricordi: io dicevo sempre, da bambino, che avrei desiderato di vedere tia Alene in bicicletta, ciò che dimostra che ci divertivamo a mettere in contrasto i trogloditi con la modernità relativa d’allora, ciò pur essendo già piú oltre del nostro ambiente, questo non cessava d’esserci simpatico e di destare sensazioni piacevoli in noi. – Mandami ancora delle notizie della mamma che abbraccerai tanto insieme con tutti di casa.
Antonio

241.

25 gennaio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 20 gennaio. Ti ringrazio per gli auguri che mi hai fatto per l’onomastico prima e ora per il compleanno: questo anno non ti sono giunti i miei auguri per il 12 gennaio perché inviai a casa la lettera scritta verso i primi giorni dell’anno e perché la lettera successiva non sarebbe giunta piú in tempo; avrei potuto accennartene lo stesso, ma in verità me ne sono dimenticato all’ultimo momento, all’atto di scrivere.
Non credo che la libreria abbia tenuto conto degli avvertimenti che ti avevo pregato di comunicarle. Ho visto che sono giunte ancora alcune riviste estere del nuovo anno, mentre avevo scritto di disdire l’abbonamento. La risposta del Ministero non è ancora giunta e mi pare che ormai ci sia da sperar poco in un accoglimento dell’istanza. È avvenuto anche questo fatto nuovo: mi sono giunti direttamente dall’amministrazione della rivista i primi due numeri della «Critica Fascista», ciò che fa credere che la libreria abbia, quest’anno, rinnovato gli abbonamenti dando il mio indirizzo direttamente e non seguendo le modalità degli anni precedenti. È stata forse dimenticata la ragione per cui queste modalità erano state stabilite; nei primi tempi, quando ero ancora a Milano, gli abbonamenti diretti, per una ragione o per l’altra, non funzionavano, nel senso che andava perduto o disperso circa il 30% del materiale. In seguito a questi inconvenienti fu ritenuto migliore di centralizzare gli arrivi nella libreria che poi mi spediva le riviste in pieghi raccomandati; certo il servizio costava di piú, ma il materiale giungeva. Ciò era meglio anche per il fatto che io non posso scrivere alle diverse amministrazioni per reclamare i fascicoli perduti ecc. Ti prego di scrivere al direttore della Libreria domandando chiarimenti e spiegando questi motivi. – Cosí non ho ricevuto il fascicolo ottobre-novembre 1931 della «Riforma Sociale» che ti avevo pregato di domandare perché non giunto a suo tempo. Poiché scrivi, domanda anche che mi siano spediti i seguenti libri: 1° Almanacco letterario Bompiani per il 1932 – 2° R. Morandi – Storia della grande industria in Italia – Ed. Laterza – Bari – 3° B. Croce – La Rivoluzione del 1848. – Il compimento del moto liberale-nazionale e la crisi del 1870 – Laterza, Bari – 4° B. Croce – Punti di orientamento della filosofia moderna: Antistoricismo – Laterza – Bari – 5° Harold J. Laski – La libertà nello Stato moderno – Laterza, Bari – 6° Emilio Zanella – Dalla barbarie alla civiltà nel Polesine – Ediz. dei «Problemi del Lavoro», Milano – 7° Silvio Benco – Il «Piccolo» di Trieste – Ed. Treves-Treccani-Tumminelli. – Ti prego di scrivere questa lettera con molta chiarezza. Ti riepilogo i punti: 1° Ricordare che devono essere disdetti gli abbonamenti alle riviste estere. – 2° Avvertire che non mi siano mandati libri in lingua non italiana, a meno che io stesso non li abbia domandati. – 3° Domandare chiarimenti sulle modalità degli abbonamenti per quest’anno, pregando che si continui come negli anni passati, unico modo, dato il funzionamento del servizio postale, di ricevere realmente le riviste e di non essere abbonati che di nome. – 4° Insistere per il fascicolo della «Riforma Sociale» dell’ottobre-novembre 1931. – 5° Mandare la lista dei nuovi libri domandati. – Per ciò che riguarda il servizio postale puoi ricordare il fatto che le riviste bibliografiche tedesche che la Libreria mi inviava fuori piego, con la posta ordinaria, mi arrivavano saltuariamente, nella proporzione forse del 30% se non meno. Sai che questo affare delle riviste mi sta molto a cuore. In questo ultimo tempo le mie possibilità di lettura sono sempre piú andate restringendosi; ho sempre paura che per una disorganizzazione qualunque anche ciò che mi resta disponibile vada in malora e la mia vita si immeschinisca ancora di piú. – Nella tua cartolina a un certo punto scrivi: «Potevo io, in realtà, dopo la tua penultima, mettermi senz’altro in viaggio per Turi? Certo per me ed anche per te naturalmente avrei dovuto farlo, ma in tal caso partire sola, senza aver risolto la quistione con Carlo, non seppi farlo, perché credevo che Carlo avrebbe reagito in qualche modo e sono rimasta!» Non capisco per quale associazione di idee tu abbia scritto cosí; pare che tu ti scusi di non essere partita per Turi dopo la mia penultima lettera. Hai fatto benissimo a non partire ed io stesso ciò ti raccomandavo. Probabilmente in questa «penultima lettera» io accennavo al fatto che ti sospettai in viaggio mentre scrivevo, ma ciò perché tu mi avevi scritto quasi perentoriamente che saresti assolutamente venuta ecc. e io non ero sicuro che la lettera ti avrebbe trovato a Roma; ma in questo caso, che poi fu il caso reale, ti raccomandavo di non farne nulla e di non insistere presso Carlo. Qualche volta, nelle tue lettere, tu ti abbandoni al flusso di pensieri che non si sono fissati ancora nella tua coscienza (almeno mentre scrivi) e ciò dà una certa nebulosità alle tue lettere. Sarebbe bene scrivere le cose già ben fissate dallo stato vaporoso e non fissarle (in ogni caso) senza prima averle discusse con me, quando mi riguardano da vicino. Tu non hai ancora capito bene quale sia la reale psicologia di un carcerato. Ciò che piú fa soffrire è lo stato di incertezza, l’indeterminazione di ciò che deve avvenire da parte delle persone che non sono gli agenti di custodia, perché si aggiunge (ma con una ben diversa portata) allo stato di incertezza e di indeterminazione che è propria dell’essere carcerati. Ci si abitua dopo molta sofferenza e dopo molti sforzi di inibizione a essere un oggetto senza volontà e senza soggettività nei confronti della macchina amministrativa che in ogni momento ti può spedire a destra e a mancina, farti cambiare abitudini radicate ecc. ecc.; se a questa macchina e ai suoi sussulti irrazionali si aggiunge anche l’attività irrazionale e caotica dei propri familiari, il carcerato si sente addirittura schiacciato e stritolato. Non bisogna mai fare progetti e promesse vaghe e nebulose, non bisogna limare i nervi, altrimenti avviene anche a me, che pure sono molto paziente e capace di ogni inibizione, di irrigidirmi nell’affermazione della «mia propria volontà» e di farla contare anche se non ne vale la pena, per dimostrare a me stesso di essere ancora vivo.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

242.

1° febbraio 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera di Grazietta del 15 gennaio. Le notizie che mi manda non sono troppo abbondanti e precise, ma almeno mi assicurano che nelle condizioni generali della tua salute non c’è nessuna novità spiacevole. Non so come sia organizzata la scuola di avviamento a Ghilarza e quali siano esattamente le materie di studio per tutto il corso. Ho letto nel «Corriere della Sera» la discussione svoltasi in parlamento a proposito di questo tipo di scuola, ma gli argomenti trattati erano troppo generici e vaghi per farsi delle idee precise. La sola cosa importante che se ne poteva ricavare era che la scuola d’avviamento non è fine a se stessa, ma lascia la possibilità di una ulteriore carriera scolastica; quindi anche per Mea l’ultima parola non è detta e questi anni non saranno completamente perduti. Ciò che mi pare essenziale nel caso suo e che deve servire a voi tutti nella condotta da seguire nei suoi confronti, è la necessità di farle sentire che dipende da lei e dalla sua volontà se saprà impiegare questo tempo per studiare per conto suo, oltre che i programmi della scuola, per essere in grado, se le condizioni mutano, di fare un balzo in avanti e intraprendere una carriera scolastica piú brillante. Tutto sta che ella abbia della buona volontà e dell’ambizione, nel senso nobile della parola. Del resto, non crollerà il mondo se ella finirà la sua vita a Ghilarza, facendo la calza, per non aver voluto tentare di riuscire a fare qualcosa di meglio e di piú brillante. Non so se ella è iscritta fra le giovani italiane. Penso di sí, quantunque non me ne avete mai scritto, e immagino che per queste cose di parata ella abbia dell’ambizione. Cosí seguirà la sorte delle altre giovani italiane, quella di diventare delle buone madri di famiglia, come si dice, dato che trovino l’imbecille che le sposi, ciò che non è sicuro, perché gli imbecilli vogliono come mogli delle galline, ma galline con contorno di terre al sole e di risparmi alla posta.
Ringrazia il figlio di zia Maria Domenica del suo ricordo e dei suoi saluti.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

243

1 febbraio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 28 gennaio. Ti ringrazio delle informazioni sull’operazione chirurgica; esse mi sono state sufficienti ed erano conformi allo scopo per cui servivano. – Non so se hai già scritto la lettera alla Libreria, di cui ti ho pregato nella mia ultima. Se non hai ancora scritto, tieni conto di una variazione, questa: che ho ricevuto l’Almanacco letterario Bompiani e che pertanto esso deve essere tolto dalla lista dei libri. Gli altri punti sono ancora d’attualità.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

244.

8 febbraio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua raccomandata del 2, con le lettere di Giulia. Risponderò a Giulia lunedí prossimo. Spero di ricevere nel frattempo la tua traduzione della lettera di Delio; a questo proposito vorrei avvertirti di mettere, tra parentesi, il nome russo degli uccellini e dei pesciolini di cui egli parla, perché non avvenga per le mie lettere ciò che è avvenuto per la lettera di Delio, che cioè Giulia non sappia ritradurre i termini italiani. Non è escluso anche che si tratti di varietà locali con nome intraducibile in altre lingue; perciò non scervellarti troppo coi dizionari e accontentati, quando la trovi, dell’indicazione generica di specie; l’importante è di non confondere gli ordini di grandezza, parlare, cioè, di uno scricciolo come se fosse un’aquila e viceversa. Sono ansioso di leggere la lettera di Delio: riuscirò a intavolare una corrispondenza seguita, a introdurmi tra gli interessi concreti e vivi della sua esistenza?
Ho letto con interesse il brano di Piero sulla nostra un po’ sconnessa e poco amabile discussione sui cosí detti «Due Mondi» (mi fa ricordare l’Eroe dei Due Mondi e avvicinamenti simili del periodo romantico ottocentesco: anche la «Rivista dei Due Mondi» fu fondata nel 1830!). Poiché risulta che gli hai mostrato le mie lettere e quindi lo hai informato dei termini generali della nostra controversia, ti sarò grato se mi comunicherai la sua opinione in proposito. Non credo che egli sia d’accordo né coi vecchi rabbini né coi giovani sionisti, ma sembrerebbe che accetti l’esistenza, almeno in certi limiti, dei famosi «Due Mondi». Le sue osservazioni, quantunque obbiettivamente interessanti, non mi paiono esatte completamente. Non credo che sia giustificata l’illazione che ci sia «evidentemente» la tendenza a «fare di nuovo degli ebrei una comunità isolata»; questa tendenza pare sia piuttosto quella «soggettiva» dei vecchi rabbini e dei giovani sionisti. Obbiettivamente gli ebrei, in seguito al concordato, vengono a trovarsi nelle condizioni dei protestanti, ma esiste o esisterà una categoria sociale che si troverà in una condizione ben triste, a paragone degli ebrei e dei protestanti, e sarà (o è già) quella dei preti spretati e dei frati sfratati, i quali perciò saranno esclusi dagli impieghi statali, cioè saranno degradati come cittadini: che sia stato possibile istituire giuridicamente una tale categoria di paria civili, mi pare ben piú importante che non la situazione giuridica degli ebrei e dei protestanti, ai quali sono date delle prerogative giuridiche tutt’altro che degradanti, nello spirito della legge. Io non escludo che una tendenza antisemita possa ancora nascere; non vedo che esista oggi. Gli indizi in contrario possono essere spiegati con altre ragioni e d’altronde sono equilibrati da altri fatti non meno significativi. Ma il fatto che secondo me è importante è questo: che una parte degli ebrei approva determinate misure contro altri ebrei. Il prof. Levi-Civita dell’Università di Roma ha avuto dei dispiaceri perché non frequentava le solennità religiose ufficiali, ma i dispiaceri gli sono stati procurati dal rettore Del Vecchio, anch’egli ebreo: si trattava dunque non di quistione di razza, ma di quistione politica: un membro della classe dominante deve rendere omaggio al cattolicismo «instrumentum regni», non importa quale fede egli abbia. Cosí non è conclusivo l’indizio preso dall’Accademia o dal Parlamento: ne sono fuori e ne rimarranno fuori scienziati di fama mondiale non ebrei. La posizione assunta da Teodoro Mayer nel Credito Mobiliare mi pare sia anch’essa significativa. Io credo che in molti casi non sia l’ebraismo che conti, ma l’ebraismo-massoneria, cioè il fatto che la massoneria era certamente un’istituzione in cui erano molti ebrei. Carissima, ti abbraccio teneramente.
Antonio

245.

15 febbraio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto una tua cartolina del 12, ma non ho invece ricevuto l’altra cartolina alla quale accenni. Non scrivo neanche questa settimana a Giulia, per parecchie ragioni: perché mi sento poco bene e non riesco a concentrare come vorrei il corso dei miei pensieri e perché non riesco a trovare l’atteggiamento piú opportuno e piú proficuo nei confronti della sua posizione e del suo stato psicologico. Tutto ciò mi pare terribilmente difficile e complicato; cerco il bandolo della matassa, ma non so trovarlo e non sono sicuro di trovarlo. Voglio un po’ discorrere con te di queste cose, perché cerchi di aiutarmi. È vero che dovrei scriverti un intero volume per raccogliere tutti gli elementi (ricavati, però, solo dalle mie impressioni e dalle mie esperienze che non possono essere che parziali), necessari ma si farà ciò che si potrà. La mia impressione centrale è questa: che il sintomo piú grave delle condizioni di squilibrio psichico di Giulia non sono i fatti, molto vaghi, ai quali ella si riferisce e che sarebbero la ragione per la cura psicanalitica, quanto il fatto che ella sia ricorsa a questa cura e abbia tanta fiducia in essa. Non ho certo vaste e precise conoscenze sulla psicanalisi, ma da quel poco che ho studiato mi pare di poter concludere almeno su alcuni punti che possono essere ritenuti saldamente acquisiti dalla teoria psicanalitica, dopo averla sfrondata di tutti gli elementi fantasmagorici e anche stregoneschi. Il punto piú importante mi pare questo: che la cura psicanalitica possa essere giovevole solo per quella parte di elementi sociali che la letteratura romantica chiamava «umiliati e offesi» e che sono molto piú numerosi e vari di quanto non appaiano tradizionalmente. Cioè di quelle persone che prese nei ferrei contrasti della vita moderna (per parlare solo di attualità, ma ogni tempo ha avuto una modernità in opposizione a un passato) non riescono con mezzi proprii a farsi una ragione dei contrasti stessi e quindi a superarli raggiungendo una nuova serenità e tranquillità morale, cioè un equilibrio tra gli impulsi della volontà e le mete da raggiungere. La situazione diventa drammatica in determinati momenti storici e in determinati ambienti, quando cioè l’ambiente è surriscaldato fino a una tensione estrema, quando vengono scatenate forze collettive gigantesche che premono sui singoli individui fino allo spasimo per ottenerne il massimo rendimento di impulso volitivo per la creazione. Queste situazioni diventano disastrose per i temperamenti molto sensibili e affinati, mentre sono necessarie e indispensabili per gli elementi sociali arretrati, per esempio i contadini, i cui nervi robusti possono tendersi e vibrare a un piú alto diapason senza logorarsi. Forse ti ho raccontato qualche volta lo stupore provato al Sanatorio di Serebriani Bor, dove conobbi Genia e Giulia, allo spettacolo di ammalati che giungevano in condizioni di estremo deperimento e che dopo 3-4 mesi di un nutrimento mediocre, ma superiore al livello normale della loro esistenza, e di riposo, aumentavano di 16-18 chili di peso, rifiorivano, ridiventavano capaci di una nuova alta tensione vitale. Ma queste persone non avevano in sé neanche un briciolo di fanatismo romantico, o almeno di una certa specie di fanatismo romantico: erano moralmente sani ed equilibrati, non si creavano problemi insolubili per poi disperarsi di non poterli risolvere e quindi disperare di se stessi e delle proprie forze, credersi inetti, abulici, senza personalità, insomma «sputarsi addosso» come si dice in Italia. Giulia appunto, mi pare, soffre di «problemi insolubili», irreali, combatte contro fantasmi suscitati dalla sua fantasia disordinata e febbrile, e siccome, come è naturale, non può risolvere da sé ciò che non ha soluzione possibile per nessuno, ha bisogno di appoggiarsi ad una autorità esterna, ad uno stregone o a un medico psicanalitico. Io credo, dunque, che una persona di cultura (nel senso tedesco di questa parola), un elemento attivo della società, come è certamente Giulia e non solo per ragioni ufficiali, perché nella sua borsetta ha una tessera che la suppone socialmente attiva, debba essere e sia il solo e migliore medico psicanalitico di se stesso. Cosa significa, per esempio, ciò che ella scrive, che cioè deve studiare ecc. Ognuno deve, sempre, studiare e migliorare se stesso teoricamente e professionalmente, come esplicatore di una attività produttiva; perché credere che questo sia un problema personale, un indice della propria inferiorità? Ognuno elabora e sgomitola ogni giorno la propria personalità e il proprio carattere, lotta con istinti, impulsi, tendenze deteriori e antisociali e si conforma a un sempre superiore livello di vita collettivo. Non c’è in ciò nulla di eccezionale, di individualmente tragico. Ognuno impara dai suoi prossimi e affini, cede e acquista, perde e guadagna, dimentica e accumula nozioni, tratti e abitudini. Giulia scrive che oggi non si difenderebbe piú contro un mio possibile influsso intellettuale e morale e perciò si sente piú unita. Ma io non credo che anche nel passato si sia difesa nella misura e nel modo drammatico che ella crede. E, d’altronde, forse che io non mi sono difeso dal suo influsso e nello stesso tempo non ho acquistato e modificato me stesso a contatto con la sua personalità? Io non ho mai teorizzato e non mi sono angustiato di questo processo in me stesso, ma non perciò il processo non si è verificato a mio vantaggio. – Cara Tania, ho finito di divagare. In ogni modo credo di averti dato qualche elemento per scrivermi e aiutarmi a trovare un bandolo. Se ti pare opportuno, puoi mandare questa lettera a Giulia; forse può essere una prima risposta, in questa forma indiretta. Ho ricevuto poco fa la tua lettera del 12, con la traduzione della lettera di Delio. Risponderò lunedí prossimo. La lettera mi piace.
Ti abbraccio.
Antonio

246.

22 febbraio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue due lettere del 12 e del 16 febbraio. Rispondo anche a Delio, come vedi. Forse mi sono dilungato troppo: occorrerà che mi faccia uno stile per scrivergli in modo da non stancarlo. – Poiché la «Critica Fascista» che ho continuato a ricevere direttamente da Roma non è stata spedita per conto della Libreria, occorrerà che la faccia respingere. Infatti, ho ricevuto anche l’esemplare dalla Libreria con le altre riviste. Chissà come è avvenuta questa spedizione: forse qualche redattore della «Critica Fascista» fa parte della Segreteria del Capo del Governo e avendo visto la mia istanza, ha pensato di farmi mandare la rivista, dato che domandavo di poter fare l’abbonamento. – Ciò che mi scrivi sul mio schema per il canto di Farinata, mi ha fatto ricordare che infatti posso averne parlato con qualcuno negli anni passati. Ricordo ora che la prima volta pensai a quella interpretazione leggendo il ponderoso lavoro di Isidoro Del Lungo sulla Cronaca fiorentina di Dino Compagni, dove il Del Lungo per la prima volta fissò la data della morte di Guido Cavalcanti. Piú recentemente e da altro punto di vita, ripensai a quello spunto, leggendo il libro del Croce sulla Poesia di Dante, dove l’episodio di Cavalcante è accennato in modo da far capire che non si tiene conto del «contrappunto» di Farinata. Ricordo anche che il Calosso ha scritto uno studio sul canto decimo dell’Inferno, pubblicato nel «Giornale dantesco», ma non ricordo piú il suo contenuto; mi pare però di poter escludere che vi si accennasse allo spunto da me accennato. Mi accorgo però di aver dimenticato parecchie cose, che la tua lettera mi ha richiamato alla memoria. Del resto la cosa ha ben poca importanza, perché non ho mai pensato di diventare un «dantista» e di fare delle grandi scoperte ermeneutiche in questo campo. Però ciò mi serve come controllo: è evidente che non devo troppo fidarmi della memoria, nella quale si sono manifestate tante lacune. Per ciò che riguarda le noterelle che ho scritto sugli intellettuali italiani, non so proprio da che parte incominciare: esse sono sparse in una serie di quaderni, mescolate con altre note varie e dovrei prima raccoglierle tutte insieme per ordinarle. Questo lavoro mi pesa molto, perché ho troppo spesso delle emicranie che non mi permettono la concentrazione necessaria: anche praticamente la cosa è molto faticosa per il modo e le restrizioni in cui occorre lavorare. Se puoi, mandami dei quaderni, ma non come quelli che mi hai mandato qualche tempo fa, che sono incomodi e troppo grandi: dovresti scegliere dei quaderni di formato normale, come quelli scolastici, e di non molte pagine, al massimo 40-50, in modo che necessariamente non si trasformino in zibaldoni miscellanei sempre piú farraginosi. Vorrei avere questi piccoli quaderni appunto per riordinare queste note, dividendole per argomento e cosí sistemandole; ciò mi farà passare il tempo e mi sarà utile personalmente per raggiungere un certo ordine intellettuale. – In quest’ultimo tempo ho avuto forti dolori viscerali, ma non si è manifestato piú alcun gonfiore, né ho avuto sbalzi di temperatura. Qui ha nevicato molto (40 cm.) e ha fatto molto freddo, ma, nonostante tutto, me la sono cavata abbastanza bene come sofferenze. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

247.

22 febbraio 1932

Caro Delio,
mi è piaciuto il tuo angoletto vivente coi fringuelli e i pesciolini. Se i fringuelli scappano talvolta dalla gabbietta, non bisogna afferrarli per le ali o per le gambe, che sono delicate e possono rompersi o slogarsi; occorre prenderli a pugno pieno per tutto il corpo, senza stringere. Io da ragazzo ho allevato molti uccelli e anche altri animali: falchi, barbagianni, cuculi, gazze, cornacchie, cardellini, canarini, fringuelli, allodole ecc.; ho allevato una serpicina, una donnola, dei ricci, delle tartarughe. Ecco come ho visto i ricci fare la raccolta delle mele. Una sera d’autunno quando era già buio, ma splendeva luminosa la luna, sono andato con un altro ragazzo, mio amico, in un campo pieno di alberi da frutto, specialmente di meli. Ci siamo nascosti in un cespuglio, contro vento. Ecco, a un tratto, sbucano i ricci, cinque, due piú grossi e tre piccolini. In fila indiana si sono avviati verso i meli, hanno girellato tra l’erba e poi si sono messi al lavoro: aiutandosi coi musetti e con le gambette, facevano ruzzolare le mele, che il vento aveva staccato dagli alberi, e le raccoglievano insieme in uno spiazzetto, ben bene vicine una all’altra. Ma le mele giacenti per terra si vede che non bastavano; il riccio piú grande, col muso per aria, si guardò attorno, scelse un albero molto curvo e si arrampicò, seguito da sua moglie. Si posarono su un ramo carico e incominciarono a dondolarsi, ritmicamente; i loro movimenti si comunicarono al ramo, che oscillò sempre piú spesso, con scosse brusche e molte altre mele caddero per terra. Radunate anche queste vicino alle altre, tutti i ricci, grandi e piccoli, si arrotolarono, con gli aculei irti, e si sdraiarono sui frutti, che rimanevano infilzati: chi aveva poche mele infilzate (i riccetti), ma il padre e la madre erano riusciti a infilzare sette o otto mele per ciascuno. Mentre stavano ritornando alla loro tana, noi uscimmo dal nascondiglio, prendemmo i ricci in un sacchetto e ce li portammo a casa. Io ebbi il padre e due riccetti e li tenni molti mesi, liberi, nel cortile; essi davano la caccia a tutti gli animaletti, blatte, maggiolini ecc. e mangiavano frutta e foglie d’insalata. Le foglie fresche piacevano loro molto e cosí li potei addomesticare un poco; non si appallottolavano piú quando vedevano la gente. Avevano molta paura dei cani. Io mi divertivo a portare nel cortile delle biscie vive per vedere come i ricci le cacciavano. Appena il riccio si accorgeva della biscia, saltava lesto lesto sulle quattro gambette e caricava con molto coraggio. La biscia sollevava la testa, con la lingua fuori e fischiava; il riccio dava un leggero squittio, teneva la biscia con le gambette davanti, le mordeva la nuca e poi se la mangiava pezzo a pezzo. Questi ricci un giorno sparirono: certo qualcuno se li era presi per mangiarli. – Tataniska ha comprato una bella teiera grande, di porcellana bianca e ci ha collocato la bambola; ella adesso porta al collo la sciarpetta calda, perché fa molto freddo: anche in Italia ha nevicato molto. Devi piuttosto scriverle che mangi un po’ di piú, perché a me non vuole dare retta. Io credo che i tuoi fringuelli mangiano piú di Tataniska. Ho piacere che le cartoline ti siano piaciute. Ti scriverò un’altra volta sul ballo delle lepri e su altri animali: ti voglio raccontare altre cose che ho visto e sentito da ragazzo: la storia del polledrino, della volpe e del cavallo che aveva la coda solo nei giorni di festa, – la storia del passero e del kulak, del kulak e dell’asinello, dell’uccello tessitore e dell’orso, ecc. Mi pare che tu conosci la storia di Kim; conosci anche le Novelle della Giungla e specialmente quella della foca bianca e di Rikki-Tikki-Tawi? E Giuliano è anche lui un udarnik? Per quale attività? Ti bacio – papà. – Bacia per parte mia Giuliano e mamma Julca.

248.

29 febbraio 1932

Carissima mamma,
in una lettera dell’11 Teresina mi annunziava una lettera di Grazietta e forse anche una di Mea, ma non ho ricevuto nulla. Penso che anche in Sardegna il cattivo tempo deve avere imperversato, togliendo la volontà di scrivere. Qui ha nevicato molto, piú che nel ’28-’29 che sembrava già eccezionale. Ringrazia Teresina delle notizie che mi ha mandato. Vorrei sentire davvero le lunghe chiacchierate di zia Delogu e immagino che debba essere inesauribile nelle sue storielle di gioventú. Ha ancora continuato nella sua selezione di pomidori giganteschi e senza semi; chissà quanto le sarà costato dover abbandonare le sue fatiche di Urumare! Dirai anche a Teresina che ringrazio lei e i suoi bambini per l’intenzione che hanno avuto di inviarmi le violette di Chenale e i bulbi di ciclamino selvatico, ma non posso ricevere i loro doni; ciò andrebbe contro il regolamento che vuole sia mantenuto il carattere afflittivo della pena carceraria. Dunque bisogna che sia afflittivo e perciò niente violette e niente ciclamini, nessun diavoletto della natura deve stuzzicarmi le nari con effluvi e gli occhi con i colori dei fiori.
Ti abbraccio teneramente con tutti. Saluta zia Delogu quando viene a trovarti.
Antonio

249.

29 febbraio 1932

Carissima Tania,
ho letto attentamente la tua lunga lettera del 23 e sono disposto a convenire che tu puoi avere ragione. Riconosco senz’altro che gli elementi di giudizio a mia disposizione sono talmente scarsi che le probabilità di costruire edifizi in cui la fantasia possa predominare è veramente grande. Del resto ti avevo lasciato arbitra di inviare o no la mia lettera, cioè già nello scrivere quella mia lettera tenevo conto di queste limitazioni. Ti voglio anche dire che da qualche mese a questa parte si sono verificate nel mio stato d’animo modificazioni radicali; alcuni ordini di cose non hanno piú la virtú di tenermi in condizioni di ansia e di nervosismo: la mia sensibilità si è attutita o io sono divenuto piú paziente, indulgente o indifferente. Scrivi: «Tu sai che Giulia è stata dispensata dalla quotidiana fatica in un ufficio, ecc.»; in verità è la prima volta che vengo a saperlo, nonostante che spesse volte abbia domandato informazioni in proposito. Sono proprio queste notizie concrete, positive, empiriche, che mi sono sempre mancate da cinque anni a questa parte e mi hanno lasciato, per la loro assenza, in un’atmosfera ondeggiante e fallace di nebbiosità, di generalità inconsistenti e metafisiche. Le ho domandate spesso, non le ho ricevute e non le domanderò piú perché sono tediose e io stesso sono diventato tedioso a me stesso. Ti voglio ora informare delle mie condizioni di salute, che sono fondamentalmente buone. Soffro sempre di disturbi viscerali, ma non credo si tratti di cose gravi. Poiché non ho piú del «Sale di Hunt» che giova molto per questi disturbi, ti sarei grato se, avendone, me ne puoi ancora inviare. Sarebbe bene se i disturbi cessassero, perché sono molto noiosi e fastidiosi e mi impediscono di organizzare la vita fisica nel modo più opportuno alle mie condizioni generali. Mangio secondo una dieta piú rigorosa, ma non mi giova affatto per evitare i malesseri, che si manifestano di notte specialmente (ma talvolta anche durante la giornata) con sfitte agli intestini e dolori prolungati; se nel pomeriggio ho preso i «Sali» questi disturbi non si verificano o sono attenuati. Ho ancora in magazzino la maggior parte del contenuto del pacco ricevuto per Natale e anche molte delle cose che tu mi avevi mandato precedentemente: debbo evitare di mangiare oltre una piccolissima quantità. Perciò ti prego per Pasqua di non inviarmi nulla: sarebbe proprio un gettar via i denari. Se vuoi, puoi inviarmi direttamente i denari che spenderesti in acquisti. Adesso spendo poco, relativamente, ma voglio cercare di spendere anche meno, di arrivare addirittura a non aver bisogno di spendere nulla o quasi. Ma purtroppo devo tenere un certo «gradualismo» per abituarmi senza troppe scosse. Ho ridotto le mie spese da qualche mese, a un terzo di ciò che spendevo precedentemente, ma per un errore di addizione nel libretto, mi sono trovato ad avere meno di quanto credevo, cioè ad avere sbagliato il ritmo delle restrizioni. Certo riconquisterò il tempo nel prossimo futuro e mi metterò a posto definitivamente.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

250.

7 marzo 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la cartolina del 3 marzo. Da essa pare che tu abbia scritto precedentemente, ma non è sicuro. Tu dici: «Ti ho già scritto a proposito della autorizzazione che vorresti avere per la lettura delle riviste estere, ecc.». Di proposito non me ne hai scritto in quest’ultimo tempo; ricordo solo un accenno, ma molto fuggevole e vago. Si tratterebbe allora di una qualche tua lettera o cartolina ultima che è andata smarrita? Tu speri che la quistione sarà risolta favorevolmente, io invece ci spero poco. In ogni modo, se la decisione fosse favorevole, ti prego di attendere mie istruzioni prima di scrivere alla libreria per dare ordinazioni. Qualche tempo fa ti inviai una lista di libri da ordinare; tra l’altro c’era anche il reclamo per il fascicolo settembre-ottobre della «Riforma Sociale», andato smarrito. Non mi hai accennato finora a questo affare: hai scritto? o non hai potuto scrivere, per una ragione qualsiasi? Ti prego di informarmi in ogni caso, perché sappia come regolarmi. Ti avrei voluto già scrivere di fare iniziare l’abbonamento anche alla rivista «La Cultura» (Soc. Editrice «La Cultura» Via Cappellini, 14, Milano), per la quale ho l’autorizzazione, ma non te ne ho scritto finora, appunto perché non avevo avuto riscontro alle ordinazioni cui ho accennato. Se si tratta solo di una tua dimenticanza, puoi scrivere ora.
Voglio precisare meglio una mia affermazione a proposito della psicanalisi, che non è stata da me spiegata sufficientemente perché ha determinato un equivoco, come appare dalla tua lettera del 23 febbraio. Io non ho detto sia accertato che la cura psicanalitica non si adatti che ai casi di elementi cosí detti «umiliati e offesi»; non so nulla in proposito e non so se qualcuno abbia finora posto la quistione in questi termini. Si tratta di alcune mie riflessioni personali, non controllate sulla critica piú attendibile e scientificamente concepita della psicanalisi, che io ho presentato per spiegarti il mio atteggiamento verso la malattia di Giulia: questo atteggiamento non è poi cosí pessimistico come ti è sembrato e specialmente non è basato su fenomeni di ordine cosí primitivo e cosí basso come ti ha indotto a credere l’espressione «umiliati e offesi» che ho adoperato per brevità e solo come riferimento generico. Ecco il mio punto di vista: – Io credo che tutto ciò che di reale e di concreto si possa salvare dall’«échaffaudage» psicanalitico si possa e debba restringere a questo, all’osservazione delle devastazioni che determina in molte coscienze la contraddizione tra ciò che appare doveroso in modo categorico e le tendenze reali fondate sulla sedimentazione di vecchie abitudini e vecchi modi di pensare. Questa contraddizione si presenta in una molteplicità innumerevole di manifestazioni, fino ad assumere un carattere strettamente singolare in ogni individuo dato. In ogni momento della storia, non solo l’ideale morale, ma il «tipo» di cittadino fissato dal diritto pubblico è superiore alla media degli uomini viventi in un determinato Stato. Questo distacco diviene molto piú pronunziato nei momenti di crisi, come è questo del dopoguerra, sia perché il livello di «moralità» si abbassi, sia perché piú in alto si ponga la meta da raggiungere e che viene espressa in una nuova legge e in una nuova moralità. Nell’un caso e nell’altro la coercizione statale sugli individui aumenta, aumenta la pressione e il controllo di una parte sul tutto e del tutto su ogni suo componente molecolare. Molti risolvono la quistione facilmente: superano la contraddizione con lo scetticismo volgare. Altri si attengono esteriormente alla lettera delle leggi. Ma per molti la quistione non si risolve che in modo catastrofico, poiché determina scatenamenti morbosi di passionalità repressa, che la necessaria «ipocrisia» sociale (cioè l’attenersi alla fredda lettera della legge) non fa che approfondire e intorbidare. – Questo è il nucleo centrale delle mie riflessioni, che intendo io stesso quanto sia astratto e impreciso se preso cosí alla lettera: si tratta però solo di uno schema, di un indirizzo generale, e se capito cosí mi pare abbastanza chiaro e perspicuo. Come ho detto, nei singoli individui e nei vari strati culturali, occorre distinguere gradazioni molto complesse e numerose. Ciò che nei romanzi di Dostoievsky è indicato col termine di «umiliati e offesi» è la gradazione piú bassa, il rapporto proprio di una società in cui la pressione statale e sociale è delle piú meccaniche ed esteriori, in cui il contrasto tra diritto statale e diritto «naturale» (per usare questa espressione equivoca) è dei piú profondi per l’assenza di una mediazione come quella che nell’occidente è stata offerta dagli intellettuali alle dipendenze dello Stato; Dostoievscky certo non mediava il diritto statale, ma egli stesso ne era «umiliato e offeso». – Da questo punto di vista devi comprendere ciò che io intendo dire quando ho accennato a «falsi problemi» ecc. Io penso che senza cadere nello scetticismo volgare o nell’adagiarsi in una comoda «ipocrisia», nel senso che dice l’adagio che «l’ipocrisia è un omaggio reso alla virtù», si può trovare una serenità anche nello scatenarsi delle piú assurde contraddizioni e sotto la pressione della più implacabile necessità, se si riesce a pensare «storicamente», dialetticamente, e a identificare con sobrietà intellettuale il proprio compito o un proprio compito ben definito e limitato. In questo senso, per questo ordine di malattie psichiche, si può e quindi si deve essere «medici di se stessi». – Non so se sono riuscito a farmi capire. Per me la cosa è chiarissima. Sarebbe necessaria una esposizione piú minuta e analitica, lo comprendo, per comunicare questa chiarezza, ma ciò mi è impossibile volta per volta, dato il poco tempo disponibile per scrivere e il poco spazio. In ogni caso devi avere l’avvertenza di non interpretare troppo alla lettera. – Un’altra avvertenza ti voglio fare a proposito del concetto di scienza in questo ordine di fatti psichici ed è che mi pare molto difficile accettare, in questo riguardo, il concetto troppo rigido delle scienze naturali e sperimentali. Bisognerebbe, perciò, dare molta importanza al cosí detto atavismo, alla «mneme» come memoria della materia organica ecc. Io credo che si attribuisca all’atavismo e alla «mneme» moltissimo che è meramente storico e acquisito già nella vita sociale, che, occorre ricordare, incomincia subito appena si viene alla luce dal grembo materno, appena si aprono gli occhi e i sensi cominciano a percepire. Chi potrà mai indicare dove incomincia nella coscienza o subcoscienza il lavorio psichico delle prime percezioni dell’uomo-bambino, già organizzato per ricordare ciò che vede e sente? E come allora distinguere e precisare ciò che si attribuisce all’atavismo e alla «mneme»? – Carissima, non devi credere che io mi sia sentito o mi senta molto male: in realtà me la sono cavata abbastanza bene quest’inverno, non ho avuto, per esempio, nessun dolore alle reni, che negli inverni precedenti mi avevano fatto molto soffrire.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

251.

14 marzo 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera di Grazietta del 3 marzo. Ti avevo già scritto qualche tempo fa, per il tramite di Tatiana: non ricordo esattamente quando, ma non mi pare sia da troppo tempo. Non vorrei che questa mia lettera sia andata smarrita.
Le mie condizioni sono sempre le stesse. L’inverno è stato qui molto freddo, ha nevicato molto, ma io l’ho trascorso abbastanza bene. Ho ricevuto recentemente notizie di Giulia e dei bambini e anche in questo settore non vi sono novità molto importanti. Non sempre ho scritto di Giulia e dei bambini perché una volta Teresina mi scrisse che ricevevate notizie in proposito da Tatiana. – Comprendo che Grazietta ha molto da fare e quindi non sempre può scrivermi, però credo che con un pochino di buona volontà potrà scrivermi un po’ piú spesso. Vorrei conoscere con esattezza il programma scolastico della classe che frequenta Mea; se poi è possibile, e credo si potrà avere ricorrendo a qualche insegnante maschio o femmina, vorrei avere la copia del programma per i tre anni della scuola d’avviamento. Di’ a Franco che mi scriva del suo meccano e delle costruzioni che riesce a fare. Sono persuaso che diventerà un gran matematico e ingegnere. Speriamo che questo tempaccio, veramente eccezionale, sia passato del tutto e che tu riesca a riacquistare un po’ di forze.
Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.
Antonio

252.

14 marzo 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 5, il vaglia di 400 lire e il pacchetto dei Sali di Hunt e dell’Uricedina. Ti ringrazio di cuore. Di Uricedina ne avevo ancora parecchio (due scatole grandi) e per adesso non ne prendo. Ho ricominciato a prendere i Sali e mi hanno giovato immediatamente: i dolori viscerali sono cessati e cosí in parte altri disturbi noiosi. Sembra, dalla tua cartolina, che tu abbia creduto io mi trovassi senza soldi: non era cosí e il mio consiglio era proprio connesso a tutto un indirizzo che ho intrapreso. Non è vero che io abbia sempre speso poco (a me pare anzi d’aver speso molto), perché non c’era da comprare nel bettolino del carcere. Ci sarebbe da comprare, ma si tratta appunto di generi che non posso mangiare. E le cose che non posso mangiare vanno aumentando. Negli anni scorsi compravo sempre, due volte alla settimana, della carne d’agnello arrosto; dall’anno scorso non posso piú comprarla perché ho perduto gli ultimi denti che mi permettevano una masticazione sia pure sommaria e paziente. Dopo essere stato male nel mese di agosto, essendomi molto indebolito per il digiuno forzato, provai a comprare qualche volta delle galline. Le facevo lessare e facevo tritare la polpa nella macchinetta per preparare le polpette; ma non riuscivo a digerire neppure il brodo e perciò dovetti smettere dopo due o tre tentativi fatti a distanza perché fossero piú conclusivi. Per curiosità ho fatto, sui vecchi libretti della spesa, il conto del denaro speso e le medie annuali e mensili. Te le voglio riportare: nel 1928 (sono giunto a Turi il 17 luglio 28) ho speso 784 lire, cioè 144 lire al mese; – nel 1929 L. 1552, cioè 130 lire al mese; nel 1930 L. 1498, cioè 125 lire al mese; – nel 1931 L. 1418, cioè 118 al mese; nei primi due mesi di quest’anno ho speso 121 lire cioè 60,50 al mese. Avrei voluto fare altri calcoli, ma mi è stato impossibile, perché non è facile distinguere i vari generi di spesa, poiché essi non sono segnati partitamente, ma in blocco. Il calcolo mi ha mostrato che, nello scriverti la lettera alla quale hai risposto con la tua cartolina, io partivo da impressioni mnemoniche alquanto false ed esagerate, perché credevo di aver speso di meno di ciò che era realmente.
Se ti capita di scrivere a Piero, digli da parte mia, che avrei desiderio di sapere se esistono pubblicazioni sulle opinioni economiche e di politica economica del Machiavelli e se gli è possibile di procurarmi, senza suo fastidio, la memoria pubblicata sull’argomento, qualche anno fa, dal prof. Gino Arias negli «Annali d’Economia» dell’Università Bocconi. Si può dire che il Machiavelli sia stato un «mercantilista», se non nel senso che egli abbia pensato consapevolmente da mercantilista, nel senso almeno che il suo pensiero politico corrispondeva al mercantilismo, cioè egli diceva in linguaggio politico ciò che i mercantilisti dicevano in termini di politica economica? O non si potrebbe addirittura sostenere che nel linguaggio politico del Machiavelli (specialmente nell’Arte militare) spunti il primo germe di una concezione fisiocratica dello Stato e che perciò (e non nel senso esteriore del Ferrari e magari del Foscolo) egli possa ritenersi un precursore dei giacobini francesi?
Mi sono dimenticato la volta scorsa di scriverti per ricordarti di rinnovare l’abbonamento al «Corriere della Sera» che scade il 31 marzo. Potrei farlo io stesso, ma date le pratiche necessarie, arriverei troppo tardi.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

253.

21 marzo 1932

Carissima Tania,
ho davanti a me quattro tuoi scritti: la lettera del 9 marzo, la cartolina del 13, le lettere del 14 e del 18. Un vero record, con mia grande gioia, sebbene mi dispiaccia che la mia gioia sia, in questo caso, legata a una tua fatica. Cercherò di rispondere con ordine, per non dimenticare nulla di essenziale. – Ho letto le osservazioni del prof. Cosmo a proposito del Canto dell’Inferno dantesco. Lo ringrazio dei suggerimenti e delle indicazioni bibliografiche. Non credo però che valga la pena di acquistare i fascicoli di rivista che egli indica: a quale scopo? Se volessi scrivere un saggio per la pubblicazione, questi scritti non sarebbero sufficienti (o almeno non mi sembrerebbero sufficienti, determinando uno stato d’animo di raffrenamento e di insoddisfazione); e per scrivere qualcosa per conto mio, per passare il tempo, non val la pena di disturbare cosí solenni monumenti come gli «Studi danteschi» di Michele Barbi, che, magari poi, a leggere, non danno nessuno spunto necessario o indirettamente utile. La letteratura dantesca è cosí pletorica e prolissa, che l’unica giustificazione a scrivere qualcosa in proposito mi pare sia quella di dire qualcosa di veramente nuovo, con la maggiore precisione e col minimo di parole possibili. Lo stesso prof. Cosmo mi pare soffra un po’ della malattia professionale dei dantisti: se i suoi suggerimenti fossero seguiti alla lettera, bisognerebbe scrivere un volume intero. Sono soddisfatto di sapere che la interpretazione del Canto che ho abbozzato sia relativamente nuova e degna di trattazione; per la mia umanità da carcerato questo è sufficiente per farmi distillare qualche pagina di appunti che a priori non mi sembrino una superfetazione. – Ho letto anche con interesse ben giustificato le ultime note sulla quistione dei «due mondi» ovverossia del «leone di Caprera». Posta la quistione come risulta da esse, cioè nei suoi giusti limiti e sterilizzata da ogni bacillo di romanticismo razzista e di sionismo piú o meno confuso, la cosa è degna di attenzione. E i dati offertimi sono interessanti, perché a me ignoti del tutto. Ciò che mi importava fissare è che in Italia da un pezzo non esiste un antisemitismo popolare (che è l’antisemitismo classico, quello che ha provocato e provoca tragedie e ha un’importanza nella storia della civiltà) e che gli ebrei in nessun senso rappresentano una speciale cultura, abbiano una qualche missione storica particolare nel mondo moderno, siano, di per sé, un fermento di sviluppo nel processo storico. Questa è stata l’origine del nostro dibattito e occorre ricordarlo, perché ora si parla di altre cose. I casi particolari di ebrei italiani relativamente sacrificati in confronto ai «cristiani» non mi pare possano costituire una «quistione» di rilievo. Casi analoghi si potrebbero citare per altre differenziazioni storico-sociali: per esempio, nel settembre 1920 è stata pubblicata una circolare segreta dell’Associazione degli industriali metallurgici piemontesi con cui, durante la guerra, si disponeva che nelle fabbriche non fossero assunti operai nati «sotto Firenze», cioè dell’Italia meridionale e centrale. Però non mi pare che possa paragonarsi l’«ebraismo-massoneria» col fatto che in Polonia gli ebrei sono commercianti o usurai o non contadini. In Georgia erano usurai gli armeni e gli armeni erano gli «ebrei» della Georgia. A Napoli, quando spira aria di sommossa, la polizia piantona gli uffici popolari di pegno, perché contro di essi si rivolge la furia del popolino: se questi uffici fossero tenuti da ebrei e non da fedeli di San Gennaro, a Napoli ci sarebbe antisemitismo, come c’è in una parte del Casalese, della Lomellina, e dell’Alessandrino, dove gli ebrei sono mercanti di terra e appaiono sempre quando in una famiglia succede una «disgrazia» e occorre vendere o svendere. Ma anche qui, dove nessuno è interessato ad aizzare, questi sentimenti non oltrepassano limiti modesti. – Nella tua lettera del 14 mi fai tutta una serie di domande, alle quali non ho voglia di rispondere distesamente. Basta dire che nel mio stato d’animo non c’è nulla di drammatico o di iperteso. Tutt’altro. Quindi non devi avere nessuna preoccupazione. – Ho ricevuto i quaderni: i migliori sono quei due piccoli (per numero di pagine) che hai mandato nel secondo piego, quello raccomandato. I block-notes non possono essere utilizzati. – Non so dirti per quanto tempo mi basti una scatola di «Sali di Hunt» perché non ho mai tenuto conto di questo particolare: credo però che basti un mese circa, dato che non tutti i giorni li prendo. Mi hanno fatto molto bene. La mia dieta è molto semplice: prendo 500 g. di latte al mattino e 700 alla sera come cena, con un 250 g. di pane diviso nelle due volte. A mezzogiorno mangio un 80 g. di pasta al burro e formaggio, oppure due uova al burro. La razione è qualcosa di piú, ma non riesco a consumarla tutta. Mangio poi di tanto in tanto qualche altra cosa (un po’ di marmellata, di miele, di ovomaltina, che ho ricevuto nei pacchi postali). Negli anni scorsi mangiavo di piú: consumavo tutta la razione e qualche volta avevo ancora appetito. Però non mi sento per nulla piú debole: del resto si invecchia e si ha meno bisogno di mangiare. – Ho ricevuto il pacco di Pasqua e ti ringrazio. Certo mangerò tutto ciò che mi hai mandato, anche se lentamente. Hai fatto bene a non mandarmi del cioccolato, che non posso digerire, né cacao che è come il cioccolato. Ma perché mi hai spedito i dolciumi sardi che erano destinati a te? Devi aver diffidato, eh!, dí la verità! Sono pesantissimi, infatti. Sai che non ho mandato gli auguri a mia madre né per il suo onomastico né per Pasqua. Quest’anno non ho nessun calendario e quindi non ho potuto vedere a tempo che il giorno di S. Giuseppe avanzava a gran passi; inoltre quest’anno non c’è piú la lettera straordinaria per Pasqua e cosí mi sono trovato completamente a terra. Vedrò di scusarmi la volta prossima. – A Giulia scriverò una delle prossime volte; forse è meglio attendere che ella stessa scriva ancora o che Delio risponda.
Ti faccio tanti auguri e ti abbraccio teneramente.
Antonio

Nella tua cartolina del 13 scrivi, a proposito di ciò che ti ho scritto sulla psicanalisi: «non saprei perché tu credi Giulia malata in quel tale modo. Io non so nulla di ciò!». Naturalmente neanche io so nulla di preciso, ma questa è la mia impressione, che si è formata per tutto un cumulo di piccoli fatti e di ricordi del passato, ognuno dei quali, preso a sé, sembrerebbe un’inezia. Credo poi che a te fosse impossibile notare certe cose, perché ti manca completamente l’esperienza dell’ambiente dato. La cosa è poi molto piú complessa di quanto appaia dal mio schema semplificatore e molto generico. In ogni caso puoi capire perché io abbia dato tanta importanza agli accenni di Giulia agli «studi» da fare, e alla ricerca di una «personalità» che ella crede di non essersi creata prima. Cara, ti abbraccio
A.

Ho mangiato già due dei tuoi aranci che sono straordinariamente gustosi e profumati.

254.

28 marzo 1932

Carissima Tania,
come vedi ho risposto a Giulia, ma è avvenuto che mi sono lasciato prendere la mano e forse non sono riuscito, anche per lo spazio, a scrivere come avrei voluto e tutto quello che avrei voluto. La cartolina del tuo papà mi ha molto interessato: rappresenta una vita concreta, reale, che si può «vedere» fisicamente, direi. Ti assicuro che da qualche settimana la mia salute va abbastanza bene; riesco a dormire tutte le notti, senza interruzione, in modo soddisfacente e digerisco molto meglio: i dolori alle viscere mi sono completamente passati. Non devi metterti in testa, adesso, di mandarmi ricostituenti e altri pasticci del genere, perché non ne ho proprio bisogno e non devi fare tanti castelli in aria sulla mia alimentazione. – Ho visto dalle riviste che il Ministero degli Affari Esteri ha annunziato una grande pubblicazione su L’opera del Genio italiano all’estero di cui è uscito il programma con l’elenco della materia che sarà svolta. Credi che ti sarà possibile procurarti questo programma e inviarmelo? Esso non è in vendita, ma credo sia possibile averlo attraverso qualche senatore o deputato. Mi faresti un gran piacere a ricercarlo, senza però perderci la testa se domanda molto fastidio. L’argomento è connesso con la storia degli intellettuali italiani, che mi interessa e intorno a cui sto scrivendo note e osservazioni a mano a mano che le mie lettere o le mie riflessioni me ne danno lo spunto. Cara, devo finire in fretta perché l’ora è trascorsa.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

255.

28 marzo 1932

Cara Iulca,
ho ricevuto a suo tempo la tua lettera del gennaio e qualche giorno fa quella del 16 marzo. Non ti ho scritto prima, perché, come ho già accennato altra volta, sento un certo imbarazzo, un certo ritegno nel cercare di mettermi in comunicazione con te. A suscitare questo stato d’animo sono stati vari elementi; è possibile che uno dei piú importanti sia la speciale psicologia che nasce durante una lunga carcerazione e un lungo isolamento da ogni forma di società congeniale al proprio temperamento, ma è certo che anche due altri elementi predominano: 1° il timore di nuocerti, interferendo maldestramente nel tuo metodo di cura; 2° la coscienza che io stesso ho di essere, in questi anni, diventato piú «libresco», di assumere talvolta un tono predicatorio e da maestro elementare, che fa ridere me stesso di me stesso con la conseguenza spiacevole che tale autocritica mi pare trascinarmi a dire delle sciocchezze. Ciò significa che mi accorgo di un certo marasma e mi sento raffrenato. – Del resto, dalle tue lettere appare che alcune mie osservazioni sono andate oltre il segno e hanno avuto «troppo successo», cioè un effetto deleterio. Tu insisti troppo nel ricordare le mie osservazioni a proposito della tua personalità non ancora sviluppata, della necessità per te di dipanare il tuo vero essere ecc. Certo tu hai preso alla lettera le mie osservazioni e non le hai collocate nella loro sfera appropriata. Un elemento che certo ti è sfuggito è come io spesso abbia insistito per indurti a dedicare una parte del tuo tempo alla musica (credo che ti abbia impressionato male il fatto che una volta io o sia andato via o abbia fatto mostra in qualche modo di non poter sopportare la musica: e certo quella certa volta io soffrivo realmente, ma ero in condizioni nervose deplorevoli e la musica mi limava i nervi in modo da farmi venire le convulsioni). Io ho sempre creduto che la tua personalità si è in gran parte sviluppata intorno all’attività artistica e che abbia subito come un’amputazione per l’indirizzo meramente pratico e di interessi immediati che tu hai dato alla tua vita. Direi che nella tua vita c’è stato un errore «metafisico», con conseguenze di disarmonie e squilibri psico-fisici. Una volta io ho sostenuto, con un certo tuo scandalo, che gli scienziati, nella loro attività, sono «disinteressati». Tu hai ribattuto, molto brevemente, che essi sono sempre «interessati». Naturalmente io parlavo in termini «italiani» e nella cultura italiana avevo presente le teorie filosofiche del prof. Loria, che ha interpretato il termine e la nozione di «interesse» in un certo senso deteriore che nelle Tesi su Feuerbach è qualificato come «schmutzig jüdisch», sordidamente giudaico. Ebbene, mi pare che tu abbia indirizzato la tua vita in questo senso «sordidamente giudaico», senza esserne intimamente convinta, come non potevi essere e giustamente. Per me appunto la tua personalità aveva bisogno di uscire da questa «fase» primordiale, di dipanarsi, di sgomitolare molti elementi della tua precedente esistenza di artista «disinteressata» (che non vuol dire campata nelle nuvole, evidentemente), ossia «interessata» nel senso non immediato e meccanico della parola. Non voglio lasciarmi andare a una predica libresca. Cara, spero che ti sentirai sempre piú di essere e poter essere libera con me di manifestare tutti i tuoi pensieri e i tuoi sentimenti. Da molto tempo non ricevo una tua fotografia: credo che mi sarà molto utile (oltre che cara) per giudicare delle tue condizioni fisiche; dovresti anche scrivermi il tuo peso. Cosí per Delio e Giuliano dovresti inviarmi delle fotografie migliori delle ultime ricevute, con i dati della statura e del peso. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

N. B. Spero che non farai equivoco sull’espressione «sordidamente giudaico» che ho impiegato piú sopra. Osservo questo perché ho avuto recentemente con Tania una discussione epistolare sul sionismo e non vorrei esser creduto «antisemita» per queste parole. Ma l’autore di esse non era ebreo?

256.

4 aprile 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera di Mea e mi ha molto divertito la storia del signor Sias che interpreta con l’aiuto di vari dizionari le lettere delle galline. Bisogna consigliargli di fare la fotografia dell’uovo, di ingrandirla e di spedire l’ingrandimento al prof. Taramelli presso il Museo di Cagliari. Può darsi infatti che la lingua impiegata dalla gallina per scrivere la sua missiva sia il punico, se la gallina discende dalle galline del tempo dei cartaginesi e che riveli il posto dove è nascosto qualche tesoro in monete del tempo «antigoriu» e chissà perciò quanto preziose. Le notizie che Mea mi ha mandato sulla scuola d’avviamento sono troppo scarse. Vorrei sapere di piú: qualche cosa sui libri di testo, sui componimenti d’italiano, sul contenuto del programma, sugli orari ecc. Aspetto la lettera di Franco, che spero mi voglia informare dei suoi lavori d’ingegneria col meccano.
La mia vita è sempre uguale e ugualmente noiosa. Vorrei che facessi cercare tra i libri della famosa scansia, se c’è un opuscolo intitolato La quistione meridionale.
Ti abbraccio teneramente con tutti.
Antonio

257.

4 aprile 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto ieri la tua lettera del 31 marzo; credevo, questa settimana di non ricevere tuoi scritti e supponevo ti sentissi poco bene. Ho ricevuto i medicinali che mi hai spedito e che, devo dirlo, non mi saranno molto utili. Tu hai colto al balzo un accenno contenuto in una mia passata lettera e subito hai pensato di inviarmi quei sei o sette pacchetti di fiocchi d’avena, pastine glutinate ecc. Come vuoi che possa utilizzarle? E in tanta quantità? Mi basteranno per sette od otto anni, almeno, cioè avranno tutto il tempo di avariarsi, poiché, sí e no, potrò farne preparare un pochettino ogni quindici o venti giorni. Anche il «Somatose» non lo prenderò per ora, non ne ho proprio bisogno; ma è possibile che mi sia utile quando incomincerà il caldo e l’appetito diminuirà ancora. Invece mi sarà utile quell’estratto peptonizzato preparato dalla Società per il latte condensato lombardo: ho provato a metterne una punta di cucchiaio nella pasta e l’ha di molto migliorata. – Non desidero avere tabacco né macedonia né d’altro genere: sono riuscito, come ti ho scritto altra volta, a diminuire il consumo notevolmente; mi sono stabilizzato su un pacchetto di tabacco macedonia ogni 5 giorni, ma dopo aver consolidato questa quota, cercherò di diminuire ancora progressivamente. – Cosí non mi serve a nulla il caffè senza caffeina: non posso utilizzarlo. Si può avere qualche volta dell’acqua calda, ma buona solo per farsi i pediluvii, non potabile, perché è servita a riscaldare delle grosse caldaie a bagnomaria, e non certamente in ebollizione, ma solo a 60-70 gradi. Tu, come ti ho scritto altre volte, ti lasci andare a fare dei castelli in aria troppo facilmente. – Mi dispiace e mi addolora molto che Giacomo sia morto; la nostra amicizia era molto piú grande e intensa di quanto tu non abbia potuto avere occasione di accorgerti, anche perché Giacomo era esteriormente poco espansivo e di poche parole. Era un uomo raro, ti assicuro, sebbene negli ultimi anni fosse molto cambiato e deperito incredibilmente. Quando lo conobbi, nel dopoguerra, era di forza erculea (era un sergente di artiglieria da montagna e portava a spalla dei pezzi di cannone di peso rilevante) e di un coraggio temerario sebbene senza rodomontate. E tuttavia era di una sensibilità sentimentale incredibile, che giungeva fino ad accenni melodrammatici, che però erano sinceri, non di posa. Sapeva a memoria una grande quantità di versi, ma tutti di quella letteratura romantica deteriore che piace tanto al popolo (sul tipo dei libretti d’opera, che sono scritti per lo piú in uno stile barocco curiosissimo e con sdolcinature patetiche disgustanti, ma che pure piacciono in modo sorprendente) e gli piaceva recitarli, sebbene diventasse rosso come un bambino sorpreso in fallo, ogni volta che io mi infilavo nel pubblico per ascoltarlo. Questo ricordo è il tratto piú vivo del suo carattere che mi ritorna insistente: quest’uomo gigantesco che declama con passione sincera dei versi di cattivo gusto ma che esprimono passioni elementari robuste e impetuose e che si interrompe e arrossisce quando è ascoltato da un «intellettuale» anche se amico.
Ti abbraccio.
Antonio

258.

11 aprile 1932

Carissima Tania,
questa settimana ho ricevuto solo una tua cartolina (del 6). Certo hai ricevuto anche la mia lettera di otto giorni fa e quindi hai visto che ho ricevuto a suo tempo i tuoi medicinali. Spero che terrai conto delle osservazioni che ho fatto. Che il regime di vitto che io seguo non sia troppo felice è possibile, ma è il migliore che posso seguire (da qualche giorno ho cambiato la pasta col riso e mi pare migliorato). Una minestrina al giorno, secondo i tuoi consigli, sarebbe una buona cosa, ma poiché non si può fare, è inutile pensarci; tutt’al piú, come ti ho scritto, potrò procurarmela ogni quindici giorni, perché ogni volta ci vuole una pratica ufficiale. Tuttavia, come ti ho anche già scritto, impiego l’estratto peptonizzato che è utile anche col riso.
Forse a quest’ora hai già potuto vedere Valentino. Come ti ho scritto tempo fa, devi ricordargli dei miei libri che si trovano in sue mani. Sarei molto contento se questi libri potessi farli pervenire a Giulia. Devi scrivermi quanti volumi sono perché abbia un’idea della mole. Tra di essi c’è un volume di Rodolfo Mondolfo stampato nel 1912 in una collezione filosofica del Formiggini? Se c’è, dovresti trattenerlo e spedirmelo. Avevo a Roma anche un volume del prof. Francesco Ercole sul Machiavelli, che non avevo ancora letto: se anche esso era stato preso da Valentino e ti viene consegnato, spediscimelo. Vedrai ancora Piero? Dovresti parlare a lui dell’ordinazione fatta alla Libreria e di cui non ho ancora saputo nulla, perché passando da Milano possa occuparsene. Cosí dovresti dirgli se può farmi procurare un libro di Nino Daniele su D’Annunzio politico stampato a S. Paolo del Brasile qualche anno fa da un editore italiano (Tissi, mi pare). Il libro è stato molto lodato dai giornali e dalle riviste e deve essere molto interessante perché il Daniele fu per molti anni (fino a quando l’organizzazione dei legionari fiumani visse di vita indipendente) fiduciario del D’Annunzio per il Piemonte e consigliere politico del D’Annunzio stesso a Fiume prima e a Gardone in seguito.
Carissima Tania, ti abbraccio teneramente.
Antonio

259.

11 aprile 1932

Cara Iulca,
voglio ancora aggiungere qualche osservazione alla mia precedente lettera, che forse ti è sembrata un po’ sconnessa e non molto conclusiva. Immagino che ciò possa accadere, perché questa impressione le mie lettere fanno a me stesso appena le ho scritte. Devo scrivere a orario fisso, in un giorno determinato: l’ossessione di non fare a tempo a scrivere tutto ciò che vorrei, produce il risultato che finisco per scrivere ellitticamente, per accenni, innestando i pensieri che germinano al momento della scritturazione nell’abbozzo della lettera pensato prima di mettermi a scrivere, ottenendo cosí per risultato un pot-pourri, almeno a mia impressione. – Ciò che ti volevo scrivere è questo: – che le tue preoccupazioni mi sembrano ingiustificate per tutta una serie di aspetti della quistione che ti poni e che specialmente ingiustificata, perché male interpretata, è la mia testimonianza in proposito. Nel valutare te stessa e il tuo contributo alla vita, tu non tieni conto che a un certo punto hai dato alla tua personalità un indirizzo nuovo, abbandonando l’attività artistica per una attività piú immediatamente pratica. Inoltre mi pare che tu abbia sempre dato al concetto e al fatto dell’«utilità» e della «praticità» un contenuto troppo angusto e meschino (errore teorico che ho definito con l’espressione di «sordidamente ebraico»), ricavandone la conseguenza ossessionante di essere troppo poco «utile», di essere «incapace» ad essere «utile» come erroneamente pensi si dovrebbe essere. Io mi sono fatto l’impressione che in ciò sia il germe della tua malattia, di un «complesso di inferiorità» che logora la tua sensibilità affinata dagli avvenimenti di questi ultimi sei anni ma che era già acuta in modo eccezionale già prima. D’altronde adesso credo di essere anch’io, almeno in parte, responsabile di queste tue condizioni, perché nel passato, inconsapevolmente, mi divertivo a stuzzicarti e a provocarti, credendo di ottenere cosí di meglio conoscerti. Ho incominciato nel 1922, poco dopo che ci eravamo conosciuti e ti ho fatto piangere, in un modo cosí stupido che solo adesso ne sento tutto il rimorso, perché solo ora capisco che non si trattava di una cosa superficiale, ma che per te aveva una maggiore importanza di quanto io pensassi: e non ho avuto il coraggio di asciugarti le lacrime come pure mi sentivo spinto a fare, perché ti volevo bene ed è vero che certe cattiverie si fanno solo a chi si vuol bene. Carissima, ti stringo forte forte.
Antonio

260.

18 aprile 1932

Carissima Tania,
ti ringrazio di avermi trascritto la lettera in cui Giulia ti ha dato piú particolari informazioni sulle condizioni di salute di Delio. – Il «Somatose» lo prenderò, come ti ho già scritto: non è necessario che tu me lo esalti troppo a lungo, perché sono già convinto, almeno quanto basta perché lo prenda. – Quando avrò letto il libro del Croce sarò molto contento di esserti utile, scrivendoti qualche nota critica in proposito, non una recensione compiuta, come tu desideri, perché sarebbe difficile da buttar giú cosí all’impronto. Del resto ho già letto i capitoli introduttivi del libro, perché già apparsi in opuscolo indipendente qualche mese fa, e posso già da oggi incominciare a fissarti alcuni punti che ti potranno essere utili, per fare delle ricerche, e informarti meglio, se vuoi dare al tuo lavoro una certa organicità e qualche ampiezza. La prima quistione da porre potrebbe, a mio parere, esser questa: – quali sono gli interessi culturali oggi predominanti nell’attività letteraria e filosofica del Croce, se essi sono di carattere immediato, e di portata piú generale e rispondenti a esigenze piú profonde che non siano quelle nate dalle passioni del momento. La risposta non è dubbia; l’attività del Croce ha origini lontane e precisamente dal tempo della guerra. Per comprendere i suoi ultimi lavori occorre rivedere i suoi scritti sulla guerra, raccolti in due volumi (Pagine sulla guerra – 2a ediz. accresciuta). Non ho questi due volumi, ma ho letto questi scritti a mano a mano che furono pubblicati. Il loro contenuto essenziale può essere brevemente riassunto cosí: lotta contro l’impostazione data alla guerra sotto l’influenza della propaganda francese e massonica, per la quale la guerra divenne una guerra di civiltà, una guerra tipo «Crociate» con lo scatenamento di passioni popolari a carattere di fanatismo religioso. Dopo la guerra viene la pace, cioè al conflitto deve succedere una ricollaborazione dei popoli non solo, ma ai raggruppamenti bellici succederanno raggruppamenti di pace e non è detto che i due coincidano; ma come sarebbe possibile questa ricollaborazione generale e particolare, se un criterio immediato di politica utilitaria diventa principio universale e categorico? Occorre quindi che gli intellettuali resistano a queste forme irrazionali di propaganda e, pur non indebolendo il loro paese in guerra, resistano alla demagogia e salvino il futuro. Il Croce vede sempre nel momento della pace il momento della guerra e nel momento della guerra quello della pace e rivolge la sua operosità a impedire che sia distrutta ogni possibilità di mediazione e di compromesso tra i due momenti. – Praticamente la posizione del Croce ha permesso agli intellettuali italiani di riannodare i rapporti con gli intellettuali tedeschi, cosa che non è stata e non è facile per i francesi e i tedeschi, quindi l’attività crociana è stata utile allo Stato italiano nel dopoguerra quando i motivi piú profondi della storia nazionale hanno portato alla cessazione dell’alleanza militare franco-italiana e a uno spostamento della politica contro la Francia per il riavvicinamento alla Germania. Cosí il Croce, che non si è mai occupato di politica militante nel senso dei partiti, è diventato ministro dell’Istruzione Pubblica nel governo Giolitti del 1920-21. – Ma è finita la guerra? Ed è finito l’errore di innalzare indebitamente criteri particolari di politica immediata a principii generali, di dilatare le ideologie fino a filosofie e religioni? No, certamente; quindi la lotta intellettuale e morale continua, gli interessi permangono ancora vivaci ed attuali e non bisogna abbandonare il campo. – La seconda quistione è quella della posizione occupata dal Croce nel campo della cultura mondiale. Il Croce già prima della guerra occupava un posto molto alto nella stima dei gruppi intellettuali di tutti i paesi. Ciò che è interessante è che, nonostante l’opinione comune, la sua fama era maggiore nei paesi anglosassoni che in quelli tedeschi: le edizioni dei suoi libri, tradotti in inglese, sono numerosissime, piú che in tedesco e piú che in italiano. Il Croce, come appare dai suoi scritti, ha un alto concetto di questa sua posizione di leader della cultura mondiale e delle responsabilità e dei doveri che essa porta con sé. È evidente che i suoi scritti presuppongono un pubblico mondiale di élite. – Occorre ricordare che negli ultimi anni del secolo scorso gli scritti crociani di teoria della storia hanno dato le armi intellettuali ai due massimi movimenti di «revisionismo» del tempo, di Edoardo Bernstein in Germania e del Sorel in Francia. Il Bernstein ha scritto egli stesso di essere stato indotto a rielaborare tutto il suo pensiero filosofico ed economico dopo aver letto i saggi del Croce. L’intimo legame del Sorel col Croce era noto, ma quanto fosse profondo e tenace è apparso specialmente dalla pubblicazione delle lettere del Sorel, il quale si mostra spesso intellettualmente subordinato al Croce in modo sorprendente. – Ma il Croce ha portato ancora piú oltre la sua attività revisionistica e ciò specialmente durante la guerra e specialmente dopo il 1917. La nuova serie di saggi sulla teoria della storia incomincia dopo il 1910 con la memoria Cronache, storie e false storie e giunge fino agli ultimi capitoli della Storia della storiografia italiana nel secolo XIX, ai saggi sulla scienza politica e alle ultime manifestazioni letterarie, tra le quali la Storia dell’Europa, come appare almeno dai capitoli che ho letto. Mi pare che il Croce tiene piú di tutto a questa sua posizione di leader del revisionismo e che in ciò egli intenda essere il meglio della sua attuale attività. In una breve lettera scritta al prof. Corrado Barbagallo e pubblicata nella «Nuova Rivista Storica» del 1928 o 29 (non ricordo con esattezza) egli esplicitamente dice che tutta l’elaborazione della sua teoria della storia come storia etico-politica (e cioè tutta o quasi la sua attività di pensatore di circa 20 anni) è rivolta ad approfondire il suo revisionismo di quaranta anni fa. – Carissima Tania, se cenni simili a questo ti possono essere utili per il tuo lavoro, scrivimelo e cercherò di fissarne qualche altro.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

261.

25 aprile 1932

Carissima mamma,

non ricevo notizie da un mese giusto; la lettera di Mea e di Grazietta è partita da Ghilarza appunto il 24 marzo. Voglio sperare che, come dice il proverbio, «nessuna notizia, buona notizia» o almeno avvenimenti senza importanza. Qualche giorno fa ho ricevuto una cartolina di Teresina coi baci di Diddi. – A Teresina dirai che ho finalmente mangiato la selvaggina sott’olio che mi aveva mandato nel pacco di Natale e che l’ho trovata squisita; la confezione era perfetta e la carne ben macerata nell’olio, era diventata come il burro, tanto che potei mangiarla senza inconvenienti, sebbene non abbia piú dei denti servibili. Bisogna anche dire che si trattava di uccelli scelti, veramente eccezionali per grossezza e grassezza; immagino che siano stati cacciati da Paolo e quindi estendo anche a lui i miei complimenti e ringraziamenti. Anche nella mia esistenza non c’è stata novità alcuna; e come, del resto, potrebbero essercene? Sempre la stessa vita, lo stesso rosario di ave maria dei giorni che si succedono uguali e ugualmente noiosi.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

262.

25 aprile 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue cartoline del 17 e del 22 aprile. Ho anche ricevuto qualche libro, come mi avevi annunziato. Come mai ti è venuta la tosse? Qui il tempo continua ad essere molto variabile; forse è stato cosí anche a Roma, e tu avrai avuto poca cura della tua salute. Sono contento che la mia lettera a Delio sia giunta; vedremo se risponderà e se sarà possibile, pur con tante peripezie, di annodare una corrispondenza. – Non so ancora se le note che ti ho scritto sul Croce ti abbiano interessato e se sono conformi alle necessità del tuo lavoro: credo che me lo dirai e cosí io potrò regolarmi meglio. Del resto tieni conto che si tratta di accenni e di spunti che andrebbero svolti e completati. Ti scrivo un paragrafo anche questa volta; tu poi riordinerai secondo che ti parrà piú opportuno. – Una questione molto interessante mi pare quella che si riferisce alle ragioni della grande fortuna che ha avuto l’opera di Croce, ciò che non avviene di solito ai filosofi durante la loro vita e specialmente non si verifica troppo spesso fuori della cerchia accademica. Una delle ragioni mi pare da ricercare nello stile. È stato detto che il Croce è il piú grande prosatore italiano dopo il Manzoni. L’affermazione mi pare vera, con questo avvertimento: che la prosa di Croce non deriva da quella del Manzoni, quanto invece dai grandi scrittori di prosa scientifica e specialmente dal Galilei. La novità del Croce, come stile, è nel campo della prosa scientifica, nella sua capacità di esprimere con grande semplicità e con grande nerbo insieme, una materia che di solito, negli altri scrittori, si presenta in forma farraginosa, oscura, stiracchiata, prolissa. Lo stile letterario esprime uno stile adeguato nella vita morale, un atteggiamento che si può chiamare goethiano di serenità, compostezza, sicurezza imperturbabile. Mentre tanta gente perde la testa e brancola tra sentimenti apocalittici di panico intellettuale, Croce diventa un punto di riferimento per attingere forza interiore per la sua incrollabile certezza che il male metafisicamente non può prevalere e che la storia è razionalità. Bisogna tener conto inoltre che a molti il pensiero di Croce non si presenta come un sistema filosofico massiccio e di difficile assimilazione come tale. Mi pare che la piú grande qualità di Croce sia sempre stata questa: di far circolare non pedantescamente la sua concezione del mondo in tutta una serie di brevi scritti nei quali la filosofia si presenta immediatamente e viene assorbita come buon senso e senso comune. Cosí le soluzioni di tante quistioni finiscono col circolare divenute anonime, penetrano nei giornali, nella vita di ogni giorno e si ha una grande quantità di «crociani» che non sanno di esserlo e che magari non sanno neppure che Croce esista. Cosí negli scrittori cattolici è penetrata una certa somma di elementi idealistici da cui essi oggi cercano di liberarsi senza però riuscirci, nel tentativo di presentare il tomismo come una concezione sufficiente a se stessa e sufficiente alle esigenze intellettuali del mondo moderno.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

263.

2 maggio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto tre lettere, del 23, del 25 e del 27 aprile. Ho letto e riletto la lettera di tuo papà e le tue lunghe considerazioni, che in generale sono esatte, a mio parere. Certamente esistono altri elementi della quistione che a te necessariamente sfuggono e che forse sono quelli predominanti e decisivi nel determinare lo stato di confusione e di dolorosa impotenza in cui un po’ tutti si dibattono. Ma la difficoltà maggiore consiste nel fatto che non si sa da che parte incominciare per reagire energicamente alla situazione e bonificarla. Tu parli di energia, ancora energia, sempre energia. Ma a Roma, pensandoci ora, anche applicando tutta la tua energia, cosa avresti potuto ottenere? Ti saresti urtata non in qualcosa di solido e ben piantato che si può rovesciare nettamente, ma in uno stato di cose, per dir cosí gelatinoso, che non resiste ma si riforma continuamente ed è invincibile. Una volta mi hai rimproverato di non avere a Roma posto a te la quistione e di non aver cercato, per cosí dire, di fare un’alleanza fra noi due per unire le forze. Forse hai avuto ragione e questo avrebbe dovuto essere il mio dovere. Ma allora a tante cose non davo la stessa importanza che dò ora e poi avveniva come a chi è in mezzo a un bosco, che appunto vede i singoli alberi e non vede l’insieme. Molte cose mi apparivano piuttosto come tratti pittoreschi, interessanti esteticamente, non come sintomi di uno stato malaticcio. Vedi che sono molto franco con te, e ti dò gli elementi per giudicarmi in modo anche severo. Credo di avere delle attenuanti, tuttavia e la piú importante, secondo me, è quella che ho sempre vissuto isolato, fuori della famiglia e anzi ho sempre avuto una certa insofferenza alla vita famigliare. Cosí mi ero convinto di essere un ipercritico, di vedere la pagliucola nell’occhio del vicino e non la trave nel mio occhio e che quindi fosse necessario da parte mia di non intervenire ma di lasciare che ognuno svolga la sua vita indipendente. Ora non so cosa fare e da che parte incominciare. Ti sono grato per ciò che mi hai scritto, perché almeno posso orientarmi concretamente, ciò che finora non era possibile. Per lo meno d’ora innanzi non tirerò sassi nel buio, ciò che forse è accaduto in questi ultimi tempi. – Non so se ti manderò mai lo schema che ti avevo promesso sugli «intellettuali italiani». Il punto di vista da cui osservo la quistione muta talvolta: forse è ancora presto per riassumere e sintetizzare. Si tratta di materia ancora allo stato fluido, che dovrà subire una elaborazione ulteriore. Non metterti in testa di ricopiare il «programma» per la pubblicazione sugli italiani all’estero: non mi pare che ne valga la pena, tanto piú che il «Marzocco» ne ha dato un riassunto assai preciso. Se puoi averne un esemplare, bene; altrimenti, pazienza. Cosí non ho bisogno, certo, delle opere di William Petty per la quistione su le idee economiche del Machiavelli. Il richiamo è interessante, ma basta il richiamo. Piuttosto, tra qualche tempo, domanderò le opere complete del Machiavelli stesso, che, ti ricordi forse, avevo domandato quando ero ancora a Milano, ma la pubblicazione non era ancora avvenuta. – Ti posso ancora fissare qualche punto di orientamento per un lavoro sul libro del Croce (che non ho ancora letto nel volume); anche se queste note sono un po’ scucite, penso che ti potranno essere utili lo stesso. Penserai poi tu a organizzarle per conto tuo, ai fini del tuo lavoro. – Ho già accennato alla grande importanza che il Croce assegna alla sua attività teorica di revisionista e come, per sua stessa ammissione esplicita, tutto il suo lavorio di pensatore in questi ultimi venti anni sia stato guidato dal fine di completare la revisione fino a farla diventare liquidazione. Come revisionista egli ha contribuito a suscitare la corrente della storia economica-giuridica (che, in forma attenuata, è ancora oggi rappresentata specialmente dall’accademico Gioachino Volpe); oggi ha dato forma letteraria a quella storia che egli chiama etico-politica, di cui la Storia d’Europa dovrebbe essere e diventare il paradigma. In che consiste l’innovazione portata dal Croce, ha essa quel significato che egli le attribuisce e specialmente ha quel valore «liquidatore» che egli pretende? Si può dire concretamente che il Croce, nell’attività storico-politica, fa battere l’accento unicamente su quel momento che in politica si chiama dell’«egemonia», del consenso, della direzione culturale, per distinguerlo dal momento della forza, della costrizione, dell’intervento legislativo e statale o poliziesco. In verità non si capisce perché il Croce creda alla capacità di questa sua impostazione della teoria della storia di liquidare definitivamente ogni filosofia della praxis. – È avvenuto proprio che nello stesso periodo in cui il Croce elaborava questa sua sedicente clava, la filosofia della praxis, nei suoi piú grandi teorici moderni, veniva elaborata nello stesso senso e il momento dell’«egemonia» o della direzione culturale era appunto sistematicamente rivalutato in opposizione alle concezioni meccanicistiche e fatalistiche dell’economismo. È stato anzi possibile affermare che il tratto essenziale della piú moderna filosofia della praxis consiste appunto nel concetto storico-politico di «egemonia». Mi pare perciò che il Croce non sia up to date con le ricerche e con la bibliografia dei suoi studi preferiti o abbia perduto la sua capacità di orientamento critico. A quanto pare le sue informazioni si basano specialmente su un famigerato libro di un giornalista viennese, il Fülöp-Miller. Questo punto dovrebbe essere svolto estesamente e analiticamente, ma allora sarebbe necessario un saggio molto lungo. Per ciò che ti può interessare, mi pare che bastano questi accenni, che non mi sarebbe agevole svolgere diffusamente.
Cara, ti abbraccio teneramente.
Antonio

264.

9 maggio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto una tua cartolina del 30 aprile e una lettera del 6 maggio. Il fascicolo della «Riforma Sociale» del settembre-ottobre 1931 non l’ho ricevuto e cosí non ho ricevuto nessuno dei libri allora ordinati. Successivamente mi sono giunti quattro volumi: l’edizione del Principe di Machiavelli curata da Luigi Russo, l’Autobiografia di Gandhi con pref. del senatore Gentile, la Storia d’Europa del senatore Croce, e un volumetto di storia locale genovese di Mario Bettinotti, ma di essi finora mi è stato consegnato solo il Principe. – Il libro di Benco è la Storia del Piccolo di Trieste edito da Treves-Treccani-Tuminelli – di Emilio Zanella: Dalla barbarie alla civiltà nel Polesine, edito dai «Problemi del Lavoro». Di altri libri avverti che non mandino assolutamente nulla. D’ora in avanti bisogna attenersi assolutamente a questa norma; che se ho bisogno di qualche libro, lo indicherò io stesso. In quest’ultimo tempo i libri speditimi non mi sono stati consegnati; per ognuno dovrei fare un’istanza al Ministero, cosa assurda oltre che tediosa. Ti pare? Ti avevo scritto di fare l’abbonamento alla «Cultura», per la quale avevo già ottenuto il permesso; non so se è stato fatto. Adesso ho visto che viene pubblicata in 4 fascicoli all’anno e che il primo fascicolo del 1932 è già uscito. Da casa non ricevo notizie da oltre un mese e mezzo: ho ricevuto quindici giorni fa una cartolina di Teresina coi soli saluti. – Poiché non ho ancora letto la Storia d’Europa non posso darti nessuno spunto sul suo reale contenuto. Posso però ancora scriverti qualche osservazione che non è esteriore che in apparenza, come vedrai. Ti ho già scritto che tutto il lavoro storiografico del Croce negli ultimi 20 anni è stato rivolto a elaborare una teoria della storia come storia etico-politica in contrapposizione alla storia economico-giuridica che rappresentava la teoria derivata dal materialismo storico dopo il processo revisionistico che esso aveva subito per opera del Croce stesso. Ma la storia del Croce è poi etico-politica? Mi pare che la storia del Croce non possa essere chiamata che storia «speculativa» o «filosofica» e non etico-politica e in questo suo carattere e non nell’essere etico-politica è la sua opposizione al materialismo storico. Una storia etico-politica non è esclusa dal materialismo storico, in quanto essa è la storia del momento «egemonico», mentre è esclusa la storia «speculativa» come ogni filosofia «speculativa». Nella sua elaborazione filosofica il Croce dice di aver voluto liberare il pensiero moderno da ogni traccia di trascendenza, di teologia, e quindi di metafisica in senso tradizionale; seguendo questa linea egli è giunto fino a negare la filosofia come sistema, appunto perché nell’idea di sistema è un residuo teologale. Ma la sua filosofia è una filosofia «speculativa» e in quanto tale continua in pieno la trascendenza e la teologia con un linguaggio storicistico. Il Croce è cosí immerso nel suo metodo e nel suo linguaggio speculativo che non può giudicare che secondo essi; quando egli scrive che nella filosofia della praxis la struttura è come un dio ascoso, ciò sarebbe vero se la filosofia della praxis fosse una filosofia speculativa e non uno storicismo assoluto, liberato davvero e non solo a parole, da ogni residuo trascendentale e teologico. – Legata a questo punto è un’altra osservazione che piú da vicino riguarda la concezione e la composizione della Storia d’Europa. Può pensarsi una storia unitaria dell’Europa che si inizi dal 1815, cioè dalla Restaurazione? Se una storia d’Europa può essere scritta come formazione di un blocco storico, essa non può escludere la Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, che del blocco storico europeo sono la premessa «economico-giuridica», il momento della forza e della lotta. Il Croce assume il momento seguente, quello in cui le forze scatenate precedentemente si sono equilibrate, «catartizzate» per cosí dire, fa di questo momento un fatto a sé e costruisce il suo paradigma storico. Lo stesso aveva fatto con la Storia d’Italia: incominciando dal 1870 essa trascurava il momento della lotta, il momento economico, per essere apologetica del momento puro etico-politico, come se questo fosse caduto dal cielo. Il Croce, naturalmente con tutte le accortezze e le scaltrezze del linguaggio critico moderno ha fatto nascere una nuova forma di storia retorica; la forma attuale di essa è appunto la Storia speculativa. – Ciò si vede meglio ancora se si esamina il concetto «storico» che è al centro del libro di Croce, cioè il concetto di «libertà»; il Croce, in contraddizione con se stesso, confonde «libertà» come principio filosofico o concetto speculativo e libertà come ideologia ossia strumento pratico di governo, elemento di unità morale egemonica. Se tutta la storia è storia della libertà, ossia dello spirito che crea se stesso (e in questo linguaggio libertà è uguale a spirito, spirito è uguale a storia e storia è uguale a libertà), perché la storia europea del secolo XIX sarebbe essa sola storia della libertà? Non sarà dunque storia della libertà in senso filosofico, ma dell’autocoscienza di questa libertà e della diffusione di questa autocoscienza sotto forma di una religione negli strati intellettuali e di una superstizione negli strati popolari che si sentono uniti a quegli intellettuali, che sentono di partecipare a un blocco politico di cui quegli intellettuali sono i portabandiera e i sacerdoti. Si tratta dunque di una ideologia, cioè di uno strumento pratico di governo, e occorrerà studiare il nesso pratico su cui si fonda. La «libertà» come concetto storico è la dialettica stessa della storia e non ha «rappresentanti» pratici distinti e individuati. La storia era libertà anche nelle satrapie orientali, tanto vero che anche allora c’era «movimento» storico e quelle satrapie sono crollate. Insomma mi pare che le parole mutano, le parole sono magari dette bene, ma le cose non sono neanche scalfite. – Mi pare che la «Critica fascista» in un articolo, seppure non esplicitamente, abbia scritto la critica giusta, osservando che tra vent’anni il Croce, vedendo il presente in prospettiva, potrà trovare la sua giustificazione storica come processo di libertà. Del resto, se ricordi il primo punto che ti ho scritto, cioè le osservazioni sull’atteggiamento del Croce durante la guerra, comprenderai meglio il suo punto di vista: come «sacerdote» della moderna religione storicistica, il Croce vive la tesi e l’antitesi del processo storico e insiste nell’una o nell’altra per «ragioni pratiche» perché nel presente vede l’avvenire e di esso si preoccupa quanto del presente. A ognuno la sua parte: ai «sacerdoti» quella di salvaguardare il domani. In fondo c’è una bella dose di cinismo morale in questa concezione «etico-politica»; è la forma attuale del machiavellismo. – Ti abbraccio teneramente.
Antonio

265.

16 maggio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 7 e del 12 e la cartolina del 13. Qualche ora fa ho avuto il colloquio con Carlo e sono stato ben contento di vederlo. Penso che adesso dovrai rimandare la tua venuta di qualche tempo. Ti confesso che non ho molta voglia di scrivere. Sono molto nervoso, come succede sempre quando qualche novità interrompe la monotonia della fastidiosa vita quotidiana. – Ti voglio solo dire che la mia espressione «tirare sassi nel buio» di qualche lettera fa non avrebbe dovuto addolorarti; significava solo che se avessi potuto avere prima certe informazioni, nelle mie lettere a Giulia avrei adoperato diverse espressioni ecc. Invece per un certo tempo c’è stato come un gioco di mosca cieca. Del resto ciò coincide con le tue osservazioni a proposito dell’atteggiamento reciproco di quei di casa nostra. Non ti pare che essi giochino tra loro a mosca cieca, e si comportino reciprocamente come chi tira sassi nel buio? Una volta io dissi queste cose a Giulia, la quale si spaventò realmente all’idea che si dovesse dare a Genia la notizia della morte di Nadine; mi disse che Genia poteva morirne, e ne era convinta fino alle lacrime. A me parve invece che Genia fosse convinta che Nadine era morta (qualche cosa in proposito mi deve avere accennato nel 1922) e perciò mi maravigliò molto ciò che accadde a Roma. Non riuscivo a comprendere come non si comprendesse che la mancanza prolungata di notizie deve necessariamente provocare dei sospetti, a meno che non si creda all’assoluta insensibilità dell’altra parte (ciò che non si crede, perché anzi si esagera morbosamente la sensibilità stessa) e che si ottiene solo di creare una catena interminabile di tragici equivoci. Ma io sono un sardo senza complicazioni psicologiche e mi costa una certa fatica comprendere le complicazioni degli altri. Forse dovrei dire che «ero» un sardo senza complicazioni, perché forse ora non lo sono piú; una certa dose di complicazioni deve avere turbato anche la mia psicologia, perché ogni tanto tu reagisci in modo che mi maraviglia e mi sorprende.
Carissima, ti abbraccio teneramente
Antonio

266.

23 maggio 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera di Grazietta del 13 maggio. Carlo mi ha detto lunedí scorso che le tue condizioni di salute sono un po’ migliorate. Da Carlo avrai ricevuto certamente le sue impressioni sul nostro colloquio, poiché mi aveva promesso che ti avrebbe scritto subito. Dirai a Mea che finalmente riceverà i famosi pastelli promessi da quasi un anno. Carlo li ha presi con sé e ha promesso di spedirli subito. Cosí anche Teresina riceverà Guerra e Pace di Tolstoi che le avevo promesso. Carlo ha preso con sé il collo di libri che avevo preparato e mi ha promesso di spedirlo, dopo di averli letti lui, immagino. La difficoltà per la spedizione di questi colli consiste nel fatto che alla stazione di Turi non ricevono spedizioni ferroviarie per la Sardegna: bisogna che qualcuno li porti fino a Bari per inoltrarli di là. Ecco perché non ho potuto finora mantenere la promessa fatta a Mea a suo tempo.
Ho letto la notizia mandatami da Grazietta, della morte di Giampietro Sanna. Ma Titino cosa fa e dove abita? Penso che in questo tempo si sarà completamente istupidito: era sulla buona strada da quando era a Torino. Allora pareva che fosse affetto da una grave malattia, una forma epilettoide. Almeno avveniva che ogni volta che gli dicevo che doveva ripartire per Ghilarza, date le sue condizioni economiche e poiché io non potevo indefinitamente dargli da mangiare, si rovesciava per terra con la schiuma alla bocca in preda a convulsioni. Qualche volta mi nacque il dubbio che simulasse per indurmi a compassione, ma al dubbio contrastava l’osservazione che per simulare occorre una certa dose di intelligenza e di forza di volontà e non mi pareva che Titino avesse né l’una né l’altra. Può darsi che si sia ripreso e che si sia applicato a lavorare, perché era molto buono d’indole e allora per me si sarebbe fatto fare a pezzi: mi scortava per la strada, veniva a svegliarmi con grande puntualità e credeva cosí di fare delle grandi cose. Per il suo grande daffare io avevo sempre l’impressione che gli avrebbero rotto la testa da un momento all’altro.
Carissima mamma, fa’ in modo che mi scrivano un po’ piu spesso.
Ti abbraccio teneramente con tutti di casa.
Antonio

267.

23 maggio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 17 e la lettera del 19. Le notizie che ti ha dato Carlo sulle mie condizioni di salute sono poco chiare; non ho avuto attacchi gravi di acidi urici, sebbene certamente la continuazione del catarro intestinale sarà connessa a soverchia acidità. Da qualche tempo invece soffrivo d’insonnia se cosí si può dire; piú esattamente non dormo non perché non abbia sonno, ma perché il sonno è interrotto da cause esterne, e ciò mi ha prodotto una condizione di grande stanchezza ed esaurimento, che apparivano anche esteriormente se Carlo se ne è accorto. La quistione è complessa e te ne potrò parlare se verrai a colloquio. Sulla data della tua venuta io non ho particolari desideri; devi scegliere tu il momento che ti è conveniente da ogni punto di vista. Ho letto con grande interesse la lettera del tuo papà: è molto attraente e piena di osservazioni stimolanti alla meditazione. Per ciò che tu dici che io potrei scrivergli, non sono del tuo parere. Mi sarebbe difficile spiegarti esaurientemente il perché; certe cose mi dispiace scriverle in una lettera carceraria. – Non mi hai detto il tuo parere sulle note che ti ho scritto a proposito del Croce; nel complesso ti sono state utili? In ogni modo devi tener presente che esse non possono essere complete e non potevano toccare alcuni punti che pure sarebbe necessario trattare; e che anche cosí come sono, hanno subito una mutilazione volontaria. Ho ricevuto finalmente i libri ordinati tanto tempo fa. Non ho però ricevuto il numero della «Riforma Sociale» del settembre-ottobre 1931; cosí mi è mancato il numero di aprile 1932 dei «Problemi del Lavoro», che mi farai il piacere di richiedere. (Non ho neppure ricevuto il 1° fascicolo dell’anno della «Cultura»). Se ti capita di scrivere a Piero riferiscigli che in un brano di un capitolo del recente libro di Silvio D’Amico Certezze, capitolo dedicato allo Spielberg si parla di una domanda di grazia inviata da Federico Confalonieri all’Imperatore d’Austria che sarebbe appunto conservata nel Museo italiano dello Spielberg stesso. Il D’Amico non ristampa questa supplica, ma ne dà accenni esteriori come dello scritto di un uomo ridotto al massimo grado di avvilimento e di abbiezione. Piero forse sa se questo scritto del Confalonieri è stato già stampato in qualche pubblicazione sul Confalonieri. A me pare di non averne mai inteso accennare. Carissima, puoi ancora inviarmi dei Sali di Hunt? Non posso piú fare a meno di prenderli e ho quasi esaurito la scorta. Ho provato a interrompere l’uso, ma subito si sono riprodotti i disturbi.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

268.

30 maggio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto una tua cartolina del 25 e il vaglia del 28. Ti ringrazio di cuore, ma ti assicuro che non c’era nessuna urgenza. Come ti ho scritto qualche mese fa, le spese che faccio sono relativamente piccole e oltre che non è possibile comprare qualcosa di appetibile, in realtà è meglio che non oltrepassi una dieta rigorosa, per non stare peggio. Ogni variazione e ogni tentativo di aumentare la quantità del cibo ingerito mi procurano disturbi tali che ormai preferisco evitare anche i tentativi. Del resto ciò per ora non è preoccupante, né mi sento piú debole del solito. Non devi credere che sia diventato fatalista, né che mi sia abbandonato al filo della corrente come un «chien crevé»; tutt’altro, arzigogolo di continuo in cerca di soluzioni piú razionali, ma il campo della scelta è ben ristretto e si restringe sempre piú dopo ogni tentativo che si dimostra inutile. Ma parliamo di cose piú interessanti intorno alle quali mi sia possibile di sfogare un po’ la mia mania di infilare quattro chiacchere. Ti voglio riferire una serie di osservazioni, perché, se del caso, le riscriva a Piero domandandogli qualche indicazione bibliografica che mi permetta di allargare il campo delle meditazioni e di orientarmi meglio. Vorrei sapere se esiste una qualche pubblicazione speciale, anche in lingua inglese, sul metodo di ricerca nelle scienze economiche proprio del Ricardo e sulle innovazioni che Ricardo ha introdotto nella critica metodologica. Penso che specialmente intorno al centenario della sua morte, dieci anni fa, sia uscita una ricca letteratura in proposito e che ci sia una qualche probabilità di trovare ciò che precisamente fa al caso mio. Il corso delle mie riflessioni è questo: – si può dire che Ricardo abbia avuto un significato nella storia della filosofia oltre che nella storia della scienza economica, dove è certo di primo ordine? E si può dire che Ricardo abbia contribuito a indirizzare i primi teorici della filosofia della praxis al loro superamento della filosofia hegeliana e alla costruzione del loro nuovo storicismo, depurato di ogni traccia di logica speculativa? A me pare che si potrebbe tentare di dimostrare questo assunto e che varrebbe la pena di farlo. Prendo lo spunto dai due concetti, fondamentali per la scienza economica, di «mercato determinato» e di «legge di tendenza» che mi pare siano dovuti al Ricardo e ragiono cosí: – non è forse da questi due concetti che si è preso motivo per ridurre la concezione «immanentistica» della storia, – espressa con linguaggio idealistico e speculativo dalla filosofia classica tedesca, – in una «immanenza» realistica immediatamente storica, in cui la legge di causalità delle scienze naturali è stata depurata del suo meccanicismo e si è sinteticamente identificata col ragionamento dialettico dell’hegelismo? – Forse tutto questo nesso di pensieri appare ancora un po’ torbido, ma mi importa appunto che sia compreso nel suo insieme, sia pure approssimativamente, per quanto basta per sapere se il problema è stato intravisto e studiato da qualche studioso di Ricardo. Occorre ricordare come lo stesso Hegel abbia, in altri casi, visto questi nessi necessari tra diverse attività scientifiche, e anche tra attività scientifiche e attività pratiche. Cosí, nelle Lezioni di storia della filosofia, egli ha trovato un nesso tra la Rivoluzione francese e la filosofia di Kant, di Fichte e di Schelling, e ha detto che «solo due popoli, i tedeschi e i francesi, per opposti che siano tra loro, anzi appunto perché opposti, hanno preso parte alla grande epoca della storia universale» della fine del secolo XVIII e dei primi del secolo XIX, poiché il nuovo principio in Germania «ha fatto irruzione come spirito e concetto» mentre in Francia si è esplicato «come realtà effettuale». Dalla Sacra Famiglia si vede come questo nesso posto da Hegel tra l’attività politica francese e quella filosofica tedesca sia stato fatto proprio dai teorici della filosofia della praxis. Si tratta di vedere come e in che misura all’ulteriore sviluppo della nuova teoria abbia contribuito l’economia classica inglese, nella forma metodologica elaborata dal Ricardo. Che l’economia classica inglese abbia contribuito allo sviluppo della nuova filosofia è comunemente ammesso, ma si pensa di solito alla teoria ricardiana del valore. A me pare che si debba vedere piú oltre e identificare un apporto che direi sintetico, cioè che riguarda l’intuizione del mondo e il modo di pensare e non solo analitico, riguardante una dottrina particolare, sia pure fondamentale. Piero, nel suo lavoro per l’edizione critica delle opere del Ricardo, potrebbe raccogliere un materiale prezioso in proposito. In ogni modo, veda se esiste una qualche pubblicazione che tratti questi argomenti o mi sia di aiuto nelle mie condizioni carcerarie, mentre cioè non posso fare ricerche sistematiche di biblioteca. – Carissima Tania, ti abbraccio teneramente.
Antonio

269.

6 giugno 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 30 maggio. Ho avuto anche i campioni raccomandati coi medicinali. Ho già preso la Sedosine, ma devo dire che non mi produce nessun effetto rilevante. Ho preso qualche volta il «Somatose», ma ancora non regolarmente: in realtà non so come fare, perché il cibo che ricevo non si presta a essere mescolato con tale preparato. Cercherò di ingoiarlo semplicemente sciolto nell’acqua fredda, ma non sono sicuro che in tal modo sia efficace: è forse necessario immetterlo in liquidi caldi? Ti assicuro che non ho nessuno scrupolo a chiamare le cose per il loro nome: le chiamo come so e posso. Il catarro intestinale non so chiamarlo in altro modo che cosí. Cosí è giusto che non sia insonnia «organica» ciò che non mi lascia dormire; credo che il non aver dormito, anche se si chiama «insonnia», non sia da curarsi sempre come insonnia. Mi pare che è meglio non fare quistioni di parola; l’importante è capire e mi pare che tu abbia capito di che si tratta. – [Ti prego anche per questo trimestre che incomincia col 1° luglio di fare tu l’abbonamento al «Corriere della Sera». Questa volta però ti prego di inviare 17 lire invece di 14,50 e di specificare che si desidera anche il numero del lunedí. Leggendo meglio il prospetto degli abbonamenti che mi hanno inviato in vista della scadenza trimestrale, ho visto che si può fare l’abbonamento anche per il numero del lunedí, ciò che dalla testata del giornale non appariva. Ti spedisco il modulo del bollettino di contocorrente, col quale da Roma si può spedire la somma senza spese di porto].
Cercherò di rispondere alle altre quistioni che mi poni a proposito del Croce, quantunque non ne capisco bene l’importanza e forse credo di avere già risposto ad esse nei cenni precedenti. Rileggi il punto in cui ho accennato all’atteggiamento mantenuto dal Croce durante la guerra e vedi se implicitamente non si contenga la risposta a una parte delle tue domande attuali. La rottura col Gentile è avvenuta nel 1912, ed è il Gentile che si è staccato dal Croce, che ha cercato di rendersene filosoficamente indipendente. Non credo che il Croce abbia mutato orientamento da quel tempo in poi, sebbene abbia definito meglio le sue dottrine; un mutamento piú notevole è quello avvenuto dal 900 al 910. La cosí detta «religione della libertà» non è una trovata di questi anni, è il riassunto in una formula drastica del suo pensiero di tutti i tempi, dal momento in cui abbandonò il cattolicismo, come egli stesso scrive nella sua autobiografia intellettuale (Contributo alla critica di me stesso). Né in questo il Gentile mi pare in disaccordo col Croce. Credo che tu dia una interpretazione inesatta della formula «religione della libertà» poiché le presti un contenuto mistico (cosí potrebbe credersi dal fatto che tu accenni a un «rifugiarsi» in questa religione e quindi a una specie di «fuga» dal mondo ecc.). Niente di questo. Religione della libertà significa semplicemente fede nella civiltà moderna, che non ha bisogno di trascendenze e rivelazioni ma contiene in se stessa la propria razionalità e la propria origine. È quindi una formula antimistica e, se vuoi, antireligiosa. Per il Croce ogni concezione del mondo, ogni filosofia, in quanto diventa una norma di vita, una morale, è «religione». Le religioni nel senso confessionale sono anch’esse «religioni» ma «mitologiche», quindi in un certo senso «inferiori», primitive, quasi corrispondenti a una fanciullezza storica del genere umano. Le origini di tale dottrina sono già in Hegel e nel Vico e sono patrimonio comune di tutta la filosofia idealistica italiana, sia del Croce che del Gentile. Su questa dottrina è fondata la riforma scolastica gentiliana per ciò che riguarda l’insegnamento religioso nelle scuole, che anche il Gentile voleva limitato alle sole elementari (fanciullezza vera e propria) e che in ogni caso, neanche il Governo ha voluto che fosse introdotta nell’insegnamento superiore. – Cosí io credo che tu forse esageri la posizione del Croce nel momento presente, ritenendolo piú isolato di quanto sia. Non bisogna lasciarsi ingannare dall’effervescenza polemica di scrittori piú o meno dilettanti e irresponsabili. Una bella parte delle sue attuali concezioni il Croce l’ha esposta nella rivista «Politica» diretta dal Coppola e dal ministro Rocco e non solo il Coppola, io credo, ma molti altri sono persuasi dell’utilità della posizione presa dal Croce, che crea la situazione in cui è possibile l’educazione reale alla vita statale dei nuovi gruppi dirigenti affiorati nel dopoguerra. Se studi tutta la storia italiana dal 1815 in poi, vedi che un piccolo gruppo dirigente è riuscito metodicamente ad assorbire nel suo circolo tutto il personale politico che i movimenti di massa, di origine sovversiva, esprimevano. Dal 60 al 76 il Partito d’Azione, mazziniano e garibaldino, fu assorbito dalla Monarchia, lasciando un residuo insignificante che continuò a vivere come Partito Repubblicano ma aveva piú un significato folcloristico che storico-politico. Il fenomeno fu detto del «trasformismo» ma non si trattava di un fenomeno isolato; era un processo organico che sostituiva, nella formazione della classe dirigente, ciò che in Francia era avvenuto nella Rivoluzione e con Napoleone, e in Inghilterra con Cromwell. Infatti, anche dopo il 1876 il processo continua, molecolarmente. Assume una portata imponente nel dopoguerra, quando pare che il gruppo dirigente tradizionale non sia in grado di assimilare e digerire le nuove forze espresse dagli avvenimenti. Ma questo gruppo dirigente è piú «malin» e capace di quanto si poteva pensare: l’assorbimento è difficile e gravoso, ma avviene nonostante tutto, per molte vie e con metodi diversi. L’attività del Croce è una di queste vie e di questi metodi; il suo insegnamento produce forse la maggior quantità di «succhi gastrici» atti all’opera di digestione. Collocata in una prospettiva storica, della storia italiana, naturalmente, l’operosità del Croce appare come la piú potente macchina per «conformare» le forze nuove ai suoi interessi vitali (non solo immediati, ma anche futuri) che il gruppo dominante oggi possieda e che io credo apprezzi giustamente, nonostante qualche superficiale apparenza. Quando si gettano in fusione corpi diversi da cui si vuole ottenere una lega, l’effervescenza superficiale indica appunto che la lega si sta formando e non viceversa. Del resto, in questi fatti umani la concordia si presenta sempre come discors, come una lotta e una zuffa e non come un abbracciamento da palcoscenico. Ma è sempre concordia e della piú intima e fattiva. – Carissima, ti abbraccio teneramente.
Antonio

270.

13 giugno 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto questa settimana solo una tua cartolina del 4. Ho ricevuto anche il tuo pacco e ti ringrazio di quanto mi hai mandato. Può darsi che la frutta che mi hai mandato mi giovi, ma ci conto poco. Nel passato, realmente il mangiare della frutta secca mi faceva bene; per qualche giorno digerivo regolarmente, ecc. Ma da qualche tempo, anche questi palliativi hanno perduto ogni loro efficacia.
– Anche questa volta ti voglio dare qualche incombenza fastidiosa. Ti prego di scrivere a mio nome, cioè indicando il mio indirizzo, perché mi mandino il catalogo generale delle loro pubblicazioni a queste case editrici (basta mandare una cartolina – oppure passando dall’editore Formiggini puoi acquistare un certo numero di cedole librarie stampate che si spediscono, credo, con soli 10 cent. di affrancatura): – «La Nuova Italia», Editrice, via Fiesolana 38, Firenze. Licinio Cappelli editore, Bologna. Vallecchi Editore, Firenze. Editori Zanichelli, Bologna. Fratelli Bocca, editori, Torino.
Cosí ti sarò molto grato se in qualche libreria di Roma (forse sarà piú facile alla Libreria del Littorio, o da Loescher) acquisterai i fascicoli della rivista «Il Selvaggio» (diretta da Mino Maccari), in cui sono stampate delle Lettere aperte di Camillo Pellizzi allo stesso Maccari. Nel fascicolo di maggio è stata certamente pubblicata una di queste lettere aperte, ma credo che due altre siano state stampate in fascicoli precedenti. Questi numeri di rivista se riesci a rintracciarli, tienili presso di te: ti scriverò poi se e quando potrai inviarmeli, poiché «Il Selvaggio» non è compreso nella lista delle riviste di cui mi è stata concessa la lettura e sarà necessario fare una pratica speciale. Ma conviene acquistare ora questi numeri, perché quanto piú diventeranno arretrati e tanto piú sarà difficile rintracciarli.
Carissima, ti abbraccio teneramente
Antonio

Ricevo in questo momento la tua lettera dell’8, dove mi descrivi le peregrinazioni per cercare un appartamento. Ma se non stai tanto bene perché ti affatichi in queste ricerche che devono essere snervanti?

271.

13 giugno 1932

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la tua raccomandata del 3, col vaglia di 100 lire. Ti ringrazio di cuore. Se ora sei meno oberato di lavoro e ne hai la voglia (e nell’ipotesi che non abbia già provveduto diversamente) ti prego di inviare a Tatiana questi libri che erano nel pacco che hai preso con te: 1) André Maurois, La vie de Disraeli; 2) Ferdinando Martini, Confessioni e ricordi; 3) Thornton Wilder, Il ponte di San Louis Rey; 4) Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

272.

19 giugno 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto le due lettere di Grazietta e di Mea del 15 e faccio tanti complimenti a Franco e Mea per l’esito brillante dei loro esami. Attendo la lettera di Franco con molta ansia; spero che mi voglia spiegare come gli piaccia studiare dopo il primo anno di scuola ora compiuto. Il primo esame è una cosa molto importante nella vita; ora si può dire che Franco è entrato nella società degli uomini, è diventato un cittadino, perché ha cercato di far vedere ciò che vale per la sua età ad altri uomini e questi lo hanno giudicato ed hanno affermato che va bene. È una cosa molto piú importante della prima comunione, mi pare. Cosí spero che anche Mea mi darà altre spiegazioni. Non so se Carlo le ha già inviato i pastelli; in ogni modo lo solleciti e li faccia spedire subito. – Ringrazio Grazietta delle notizie che mi ha mandato; mi aveva già scritto della morte di Emilio e Patrizio Carta, non però di Angelico. Me ne dispiace, specialmente per la loro madre che ricordo molto bene come una bravissima donna. Ricordo molto bene anche le Spada, «Conca e fresa», sebbene non ne sapessi piú nulla da chissà quanti anni. Per me le cose vanno sempre allo stesso modo.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

273.

19 giugno 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 13 e la lettera del 15. L’abbonamento al «Corriere» non l’ho sospeso di mia iniziativa: è stata sospesa la concessione di leggere i giornali quotidiani, ecco tutto. Avrei potuto scrivere all’amministrazione del giornale e fare mutare l’indirizzo, al tuo nome. Ma siccome occorreva mandare un vaglia da una lira e perciò sarebbe occorso fare delle pratiche di almeno 10 giorni, avresti ricevuto 7 o 8 numeri; non valeva la pena. Ho ricevuto il pacchetto dei medicinali; l’estratto Bovis si è versato per metà, perché si era rotto il recipiente. Se è vero che le vitamine sono necessarie all’organismo e che alcuni malesseri sono dovuti all’assenza di vitamine nel consueto nutrimento (e certamente è vero) credo che questo estratto possa giovarmi. Del resto da qualche giorno sto meglio, perché posso dormire qualche ora in piú del solito.
È possibile che il numero della «Riforma Sociale» sia stato rispedito; io però non l’ho ricevuto. Mi pare che anche qualche altra rivista non sia giunta. Controllerò coi prossimi numeri, quando potrò vedere se qualcosa manca e non si tratta solo di ritardi. Per ciò che riguarda la Corrispondenza Marx-Engels ti avevo già scritto da un pezzo di non fare spedire questo genere di letteratura. Come ti avevo scritto, alla istanza fatta al Capo del Governo nel novembre dell’anno scorso in proposito, non è stata data risposta ancora e credo che, in ogni caso, occorra rifarla. Ma non ne ho voglia. Occorrerà fare istanze per poter leggere libri molto piú ortodossi e conformisti che quelli di quel tipo. Credo che siano finite le buste, se non la carta da lettere. Ti sarei grato se mi porterai una borsa di gomma per tenere il tabacco riparato dagli effetti dello scirocco e dell’aridità: la borsa che mi hai mandato nel 1928 è andata già in pezzi. Cosí mi potrai portare un po’ di «Sirolina Roche» contro le malattie dei bronchi: ho l’impressione, da quando è incominciato il caldo, che mi ritorni il catarro e qualche dolore alle vie respiratorie. La Sirolina mi aveva fatto bene l’anno scorso. Credo di non aver bisogno particolare di biancheria, eccetto che di calze. Veramente non so nemmeno io quello che ho disponibile. Un giorno dovrò fare un inventario dei capi in buone condizioni. Carissima, ti abbraccio teneramente
Antonio

274.

27 giugno 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina del 20 e la raccomandata con le lettere di Giulia e di Delio. Però non so cosa scrivertene. Le mie riflessioni sono anodine e poi la persuasione dell’impossibilità di intervenire attivamente nel processo psichico della malattia di Giulia mi toglie ogni volontà e iniziativa. Ho l’impressione che Giulia non voglia dire (o non possa dire, appunto a causa del suo male) qualcosa, che ci sia in lei un certo ordine di giudizi e di sentimenti che si sente raffrenata dall’analizzare e dal comunicare, ma che appunto solo la conoscenza di essi potrebbe aiutare a comprendere il suo stato e a intervenire per superarlo. Pare che Giulia si senta in colpa, per aver pensato in un certo modo nel passato, e che questo sia ora una sorgente di rimorsi che la tiene abbattuta e prostrata. Scrive in modo allusivo, ma genericamente. Né credo che sia utile cercare di interpretare, in questo ordine di sentimenti; un errore grossolano (e niente è piú facile che errare) potrebbe farle credere che l’«interpretazione» delle sue allusioni sia a sua volta un rimprovero per colpe che le si sono attribuite, e destare quindi nuovi rimorsi e nuovi raffrenamenti: aggravare il male e non aiutare a superarlo. Del resto io sono ancora persuaso che nel male di Giulia entri come causa, diventata cronica, la poca preoccupazione della vita fisica; alimentazione non adeguata, riposo male organizzato, sforzi di lavoro eccessivi per l’energia di cui si dispone, e tutto ciò inutilmente, non per necessità, per forza maggiore, ma per mancanza di metodo e per uno spirito di sacrifizio inteso irrazionalmente e puerilmente. Ora, cosa si può fare, come si può intervenire? Io non lo vedo, non riesco a vederlo. Se tu potrai aiutarmi, te ne sarò molto riconoscente. – Le lettere di Delio sono interessanti, è vero? Ma che significato hanno i versi sull’acqua primaverile coi quali chiude la lettera a me? (cioè: a che fine li ha trascritti, perché voleva che io li conoscessi?) – Ti pare che sia da spedirgli l’edizione illustrata italiana del Pinocchio? Una edizione illustrata dal pittore Attilio Musini esiste (edita dal Bemporad di Firenze), ma, se ben ricordo, le illustrazioni non sono ben riuscite, o almeno a me piacevano poco. Mi ero formato, da ragazzo, una mia immagine di Pinocchio, e vederne poi una materializzazione che era diversa da quella della mia fantasia, mi indisponeva e mi rivoltava. Perciò mi pare che sia stato bene che a Firenze non abbiano lasciato fare il monumento a Pinocchio; per i ragazzi fiorentini avrebbe significato l’imposizione, dall’esterno, di un’immagine standard, che avrebbe impedito ogni fantasticheria arbitraria. Ma non è in questo arbitrio della fantasia il maggior piacere dei bambini nel leggere i libri come Pinocchio? – Ho ricevuto il fascicolo arretrato della «Riforma Sociale» e quello dei «Problemi del Lavoro». Cosí ho ricevuto il fascicolo secondo (aprile-giugno) della «Cultura», ma non avevo ricevuto il fascicolo primo (gennaio-marzo): ti prego perciò di richiederlo, ringraziando per gli altri due.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

275.

27 giugno 1932

Carissima Iulca,
ho ricevuto i tuoi foglietti, datati da mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean, credo, che era un piccolo impiegato in una amministrazione municipale di Parigi. La novella si intitolava Un uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela. – Un uomo aveva fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora piú in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancor vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passar gente. L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. Che c’è? domandò. – Vorrei uscire dal fosso, rispose l’uomo. – Ah, ah! vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre cosí l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per le leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza! – E si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato. – Si sentí altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: Ah! ah! sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubbriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire, come ho fatto io? – E si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale. – E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era cosí bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era cosí patetico! – E passò un ministro di dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa. – Cosí l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscí dal fosso con le sole sue forze. – Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sí: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere piú forte. Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore. Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.
Antonio

276.

4 luglio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera con la recente lettera di Giulia. Oggi non ho voglia di scrivere a lungo. Tuttavia ti voglio dire che questa lettera di Giulia mi ha fatto una impressione molto buona e che mi pare che ella si trovi in condizioni psichiche molto migliori di quanto poteva apparire dagli scritti precedenti. Non so se tale sia stata anche la tua impressione. Voglio risponderle con molta ponderazione. Speriamo che finalmente sia giunta a una svolta della sua malattia e che rapidamente si metta in grado di riprendersi.
Ti abbraccio teneramente
Antonio

277.

12 luglio 1932

Carissima Tania,
questa settimana non ho potuto leggere nessun tuo scritto. Una tua lettera raccomandata è certamente giunta, perché è stata aperta in mia presenza per vedere se vi fossero contenuti dei valori, ma non mi è stata ancora consegnata. Carissima, parecchie volte ti ho scritto che spesso tu non ti rendi conto perfettamente di quali siano le mie condizioni di esistenza e che dimentichi che cosa è un carcerato. Cosí altre volte ti ho scritto che il troppo zelo è nocivo invece di essere giovevole. Forse avrei dovuto insistere un po’ di piú, ma talvolta mi faceva cader le braccia il vedere come tu non riuscissi a comprendere le mie insistenze. Credo utile perciò di insistere ancora una volta, avvertendoti: 1° Che nelle tue lettere è bene che tu non mi parli di altro che delle cose famigliari, nella forma piú chiara e perspicua che è possibile. Naturalmente devi pensare che chiarezza deve essere intesa non solo per te, ma per chiunque altro può leggere la lettera, senza conoscere i fatti a cui ti riferisci; chiaro significa appunto che non presenti niente che possa apparire non tale. 2° Che non puoi spedirmi niente, altro che oggetti di biancheria. Non che io desideri avere degli oggetti di biancheria. È un avvertimento generale: non posso ricevere da fuori nulla, né generi alimentari, né tabacco o cartine, né medicinali o qualsiasi altro oggetto. – Carissima, ho un fortissimo mal di testa e provo una certa difficoltà a scrivere. La settimana ventura, quando avrò letto la tua lettera e la lettera di Giulia, ti scriverò piú a lungo e scriverò a Giulia. Ti prego, appena avrai ricevuto questa lettera, di mandarmi una cartolina illustrata, coi semplici saluti. Tieni conto dei suaccennati avvertimenti e nello scrivermi esagera magari nel senso della semplicità e della scarsezza delle notizie piuttosto che nel senso contrario per evitare ogni forma di contrattempo e di ritardo. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

278.

18 luglio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la lettera raccomandata del 3 luglio e la cartolina del 15. Sí, realmente, da circa un mese non sto molto bene. Verso la metà di giugno ho avuto qualche giorno di febbre abbastanza alta (sono giunto a 38.7) che ha continuato per qualche tempo, sebbene a un grado inferiore (37.7 e poi 37.3 per qualche giorno). L’unico rimedio per far cessare la febbre è la dieta rigorosa, ma il mangiar poco indebolisce i nervi e sopravviene una depressione generale che schiaccia ogni volontà e iniziativa. Sono stato per molti giorni al regime di solo latte, ma ogni forma di cibo mi è diventata repellente e risento i conati di vomito come qualche anno fa. In ogni modo sono diventato incapace di qualsiasi forma di concentrazione intellettuale, anche di quella minima necessaria per scrivere una lettera. Vorrei scrivere a lungo a Giulia, ma non riesco a seguire un ragionamento connesso e coerente. Carissima, ti abbraccio
Antonio

279.

18 luglio 1932

Carissima Iulca,
ho avuto due tue lettere, del 24 giugno e del 3 luglio. Sono stato un po’ male in questi ultimi tempi (da un anno a questa parte ciò mi capita un po’ piú spesso di prima) e non ho la disposizione per scriverti un po’ a lungo. Però voglio dirti che le tue ultime lettere mi hanno dato un po’ di felicità: mi pare proprio che tu sia diventata definitivamente piú forte e piú sicura di te stessa. Sono anche contento che non abbia piú la fissazione della cura psicanalitica, che, per quel poco che posso giudicare allo stato delle mie conoscenze, mi pare troppo imbevuta di ciarlataneria e tale, se il medico curante non riesce in poco tempo a vincere la resistenza del soggetto e a strapparlo con la sua autorità alla depressione, – da aggravare le malattie nervose invece di guarirle, suggerendo all’ammalato motivi di nuove inquietudini e di raddoppiato marasma psichico. Cara, penso che la mamma, con la sua espressione di farti diventare un «elefante», si sia dimostrata il medico piú sicuro e piú affidante. Sono felice di ciò che mi scrivi di Giuliano e delle sue domande sul conto mio, ma questo mi fa ripensare a ciò che altra volta ti ho scritto, che per i bambini io devo essere uno strano papà che se ne sta sempre lontano e non si occupa mai di loro, a differenza di ciò che fanno gli altri. Penso che nonostante tutto, ciò deve gettare un certo velo di ombra nel loro animo, specialmente di Giuliano, se egli è un po’ timido e rinchiuso come tu lo descrivi. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

280.

25 luglio 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto la lettera di Grazietta del 15 luglio. Carlo non scrive piú neanche a me, nonostante le molte promesse fatte durante l’ultima sua visita. In queste ultime settimane sono stato un po’ indisposto, ma spero di rimettermi tra breve.
Attendo ancora la lettera di Franco e di Teresina. Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

281.

25 luglio 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua cartolina postale del 19 e l’illustrata del 22. Sono stato ancora male, coi soliti disturbi. Il sanitario mi ha consigliato di fare qualche giorno di dieta assoluta, bevendo solo delle limonate. Mi ha giovato. Del resto non potevo piú mangiar nulla; anche il semplice latte negli ultimi giorni mi dava dei conati di vomito. Queste diete mi hanno indebolito meno di quanto si poteva pensare; in ogni caso non ho piú le forti emicranie, ma solo il vuoto e un certo sbalordimento. È una vera fortuna che non si siano avuti qui ancora dei calori intollerabili come quelli degli anni scorsi. Ti auguro che anche il tuo malessere sia di poco conto. Ti abbraccio teneramente
Antonio

282.

1° agosto 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto le tue lettere del 26 e 28 luglio con la lettera di Giulia e le fotografie. Le fotografie, nonostante le deficienze che tu hai notato, mi sono piaciute lo stesso. Mi pare che Giulia, se si vede che ha sofferto molto, tuttavia non sia in condizioni fisiche tali da non potersi rimettere abbastanza rapidamente, purché abbia cura di se stessa. Ho letto con grande interesse la lettera della mamma e mi pare che confermi il giudizio comune che le nonne sanno scrivere sui bambini meglio delle loro mamme.
In questi ultimi giorni mi sono un po’ rimesso. Per lo meno ho cambiato di malessere e mi sento piú leggero. Non in questo momento che scrivo, però. È incominciato anche qui un gran caldo: ogni piccolo sforzo che faccio, mi inonda di un bagno di sudore spiacevole e debilitante. La dieta che ho dovuto fare non era «liquida» come hai capito, ma «idrica», cioè non ho mangiato proprio nulla, ma solo bevuto qualche limonata per circa tre giorni, in due riprese. Posso invece bere pochissimo latte; altro che tre litri! Se bevo, nella giornata, piú di un litro di latte, mi sento molto male e non riesco a digerire. Tuttavia, nel complesso, ho migliorato la funzione digestiva. Devo però mangiare poco, se non voglio che immediatamente sopravvengano dei dolori viscerali, e ciò mi lascia debole, specialmente con il caldo e la mancanza di riposo per la difficoltà del dormire. È un complesso abbominevole e si vede che la mia provvista di pazienza e di resistenza era molto grande se mi ha permesso di cavarmela finora. Purché duri ancora per un pezzo. Ma in qualche modo me la caverò e non voglio rattristarti oltre misura. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

283.

1° agosto 1932

Carissima Iulca,
ho ricevuto la tua lettera del 15 luglio. Ti ringrazio per il tuo scrivere frequente. Ho ricevuto le fotografie dei bambini e tua ed esse mi aiutano ad immaginare un po’ piú concretamente la vostra vita e a fantasticare meno. La tua ultima lettera mi ha dato anche una prova che le tue condizioni di salute sono migliorate; ho voluto rileggerla proprio come «referto»… medico e ho constatato che non c’è neanche un errore di ortografia e di lingua in generale. Ciò vuol dire che il tuo italiano è ancora solido e che il tuo processo di ideazione è ridiventato limpido e chiaro, senza dubbi, pentimenti, irrisolutezze, come non appariva essere precedentemente, almeno qualche volta. – Ricordi ancora quando ti ho raccontato la storiella dei rospi che si posano sul cuore degli addormentati in campagna? Sono appunto circa 10 anni: quante fanfaluche ti ho raccontato in quel mese trascorso al sanatorio! Nello scrivere la novellina dell’uomo nel fosso mi è ritornato alla memoria improvvisamente, e mi sono ricordato che allora ti era rimasto impresso con un accompagnamento di sensazioni comiche. – Anche ciò che scrivi di Delio e Giuliano e delle loro inclinazioni, mi ha fatto ricordare che qualche anno fa credevi che Delio avesse molta inclinazione per l’ingegneria costruttiva mentre pare che oggi questa sia l’inclinazione di Giuliano e Delio invece sia piuttosto portato alla letteratura e alla costruzione… poetica. Ti dico, in verità, che non credo a queste inclinazioni generiche cosí precoci e che ho poca fiducia nella tua capacità di osservare le loro tendenze verso un orientamento professionale. Credo che in ognuno di essi sussistano tutte le tendenze, come in tutti i bambini, sia verso la pratica che verso la teoria o la fantasia e che anzi sarebbe giusto guidarli in questo senso, ad un contemperamento armonioso di tutte le facoltà intellettuali e pratiche, che avranno modo di specializzarsi a suo tempo, sulla base di una personalità vigorosamente formata in senso totalitario e integrale. L’uomo moderno dovrebbe essere una sintesi di quelli che vengono… ipostatizzati come caratteri nazionali: l’ingegnere americano, il filosofo tedesco, il politico francese, ricreando, per dir cosí, l’uomo italiano del Rinascimento, il tipo moderno di Leonardo da Vinci divenuto uomo-massa o uomo collettivo pur mantenendo la sua forte personalità e originalità individuale. Una cosa da nulla, come vedi. Tu volevi chiamare Leo Delio; come mai non abbiamo pensato a chiamarlo Leonardo? Pensi che il sistema educativo Dalton possa produrre dei Leonardi, sia pure come sintesi collettiva? Ti abbraccio.
Antonio

284.

9 agosto 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua del 4 agosto con le lettere di Giulia. Adesso mi pare proprio si possa positivamente affermare che Giulia è «uscita fuor del pelago alla riva» e che incomincia per lei una vita nuova. – Non attendo da te delle diagnosi a distanza e per corrispondenza sui miei mali. Nello scriverti mi sfogo un po’, ed è tutto qui; non devi darti troppo pensiero di queste mie geremiadi. Mi dispiace anzi quando tu credi poter dare dei consigli che poi è impossibile seguire, ma che a te sembrano plausibili e fattibili. Ciò mi fa sempre pensare che tu non hai ancora una opinione chiara di ciò che sia la vita in carcere e le sue condizioni effettive e dopo cinque anni e mezzo non è questa una vita allegra. Il tuo consiglio ancora ripetuto di prendere le minestrine, per esempio, può essere esilarante o viceversa, secondo i temperamenti. Eppure tu sai che questo è uno spunto delle caricature umoristiche sulla professione sanitaria: quante volte non si son viste vignette su medici che raccomandano a dei pezzenti una cura di montagna, con vini generosi, polli ecc. ecc. Questo spunto è sempre di una comicità irresistibile. Non sempre però la comicità è irresistibile per i pazienti. Invece la cura delle limonate è fattibile, igienica, di poco costo, non dà nessun disturbo e, bisogna dirlo, è anche efficace. Ed è di venerabile età. Conosci la novella del Boccaccio sul modo seguito dal brigante Ghino del Tacco per ottenere la guarigione dell’abate di Cluny e rendergli superflua una cura delle acque? Ecco dunque che già al tempo di Ghino del Tacco questa cura era benissimo conosciuta e a quanto pare in ogni uomo, anche in quello ridotto alla piú squallida indigenza, c’è sempre appiattato un abate di Cluny. – Mi pare che l’accenno di Giulia al tuo sentimento di «solitudine» non sia difficile da spiegare con l’insieme del brano. Giulia crede che tu rimanga a Roma e non ti decida a raggiungere i tuoi genitori perché non sai deciderti a troncare i rapporti di relativa vicinanza con me. Non so se abbia ragione e se questa sia la ragione sola o anche quella prevalente che ti trattiene. Se cosí fosse, dovresti prendere una decisione e partire senz’altro. Niente mi dispiacerebbe di piú della convinzione che la tua vita possa in qualche modo essere intralciata per causa mia.
Ti abbraccio.
Antonio

285.

9 agosto 1932

Carissima Iulca,
mi congratulo vivamente per la levità e la vivacità delle tue ultime lettere, specialmente di quella più recente (del 27 luglio). Si capisce che fai dei progressi giganteschi, di settimana in settimana, verso condizioni generali fisiche e psichiche di piena sanità e di superiore equilibrio. Mi interessano i tuoi programmi di nuova attività, anche se generici e vaghi. Tuttavia non vedo come io possa aiutarti e che cosa tu possa aspettare da me. Non so, oggi, se davvero io sia mai stato piú forte di te; che lo sia in questo momento, poi, ne dubito fortemente e forse farei bene a negarlo senz’altro. Intanto credo di essere terribilmente invecchiato. Da quattro anni non mi vedo nello specchio e pertanto non saprei dire quali cambiamenti effettivi siano avvenuti nei tratti della fisionomia. Certo però abbastanza grandi devono essere anche i cambiamenti esterni se devo giudicare da quelli interni. Devo essere mezzo demolito. Perciò non contare su di me, non aspettare né molto né poco. Forse sono diventato vecchio piú di quanto io stesso possa pensare. Da quattro anni passo le intere giornate solo solo (tre ore al giorno di compagnia) e non posso sapere fino a che punto si sono sviluppate l’irascibilità impulsiva, l’ipercritica, l’insoddisfazione di tutto e di tutti, che mi pare siano i tratti piú caratteristici della vecchiaia precoce. D’altronde sono già sufficientemente anziano anche per l’età: 41 anno e mezzo. Tuttavia mi farà piacere essere informato di ciò che ti proponi di fare e che realmente farai. Ma per carità, non proporti come problema il sapere se sia meglio «scrivere molto senza molta attenzione allo stile, alla sua perfezione, o scrivere poco ma cercare la perfezione nello stile». Questi problemi hanno trastullato e trastullano ancora molta gente oziosa, ma non credo che il tuo modello debba essere il De Amicis dell’Idioma gentile o qualche famoso arciconsolo dell’Accademia della Crusca. A meno che, davvero, tu non sia terribilmente invecchiata, piú di me e di quanto io credo di me. Mi pare che abbia preso troppo sul serio e alla lettera il mio giudizio che tu scrivi con uno stile quasi classico italiano. Voglio darti una piccola delusione: io intendevo dire che nel tuo modo di scrivere c’è una certa complessità sintattica e organicità massiccia del periodo che non si trova nel modo con cui gli stranieri scrivono l’italiano, che è spesso saltellante, a piccoli membretti ecc. Spero che non vorrai davvero imitare i classici o imitare un umanista calabrese, un certo Diego Vitrioli, che per dire a un contadino di accorciargli le staffe cosí si esprimeva: «Appropinquati, villico; accorciami questi perpendicoli sostentacoli, che per troppo equitare, si fer prolissi». Ecco dove può condurre la ricerca del poco ma buono o del molto ma mediocre nelle quistioni di stile e anche in altre quistioni. Ti abbraccio
Antonio

286.

15 agosto 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 9 agosto con la lettera di Giulia. È certo consolante che ella scriva con tanta assiduità. Molte cose sono però mutate in questi ultimi tempi e io non so davvero se riuscirò piú ad essere il corrispondente che ella desidera o sembra desiderare. E non già solamente per le condizioni di salute. In questi ultimi giorni mi sono rimesso notevolmente dai disturbi intestinali e non ho piú quei malesseri che mi tormentavano fino a una diecina di giorni fa. Ma tutto l’insieme mi produce uno stato di disinteresse profondo per tutte quelle cose che prima mi attiravano e mi seducevano. Sono sempre sbalordito, incapace di concentrare l’attenzione su un soggetto e la memoria si è svaporata e non funziona che a scatti. E ho sempre paura di stancarmi troppo, di entrare in quello stato quando il cervello, eccitato volontariamente per uno sforzo di energia, sembra che funzioni per proprio conto come una macchina impazzita che nessuno piú riesce a guidare e indirizzare. E poi mi pare che Giulia si sia formata anche lei una concezione falsa del mio modo di vivere. Come può credere che dopo cinque anni e otto mesi di galera, io possa essere in grado, sia pure superficialmente, di dare indicazioni su libri italiani e francesi. Io non ci tengo per nulla ad essere compianto e ad affliggere nessuno. Ma anche mi dispiace che si abbiano delle idee cosí false sulla mia vita, che il carcere sia immaginato in modo cosí idillico ed arcadico. Una delle fonti di giudizio per la formazione di una tale immagine allo sciroppo di rose mi pare che devi essere tu, che hai dimostrato di essere provvista di un ottimismo inesauribile e invincibile, tanto che talvolta mi incuti veramente paura, perché non so mai quali catastrofi saranno provocate dal tuo zelo. Ma credo che possa esserci qualche altra fonte ancora, forse piú superficialmente ottimista e tendenziosa. Pazienza. Del resto non devi preoccuparti: vorrei anzi che non ti preoccupassi affatto e che non ti ponessi mai in testa di fare questa o quella cosa. Tante volte ti ho detto di non prendere nessuna iniziativa che mi riguarda, senza avermene parlato e avere avuto il mio consenso. E di non credere che questo io ti dica per voler fare dei complimenti sciocchi: lo dico proprio per «egoismo». Sarò contento di tutto quello che vorrai fare per le feste di Delio e Giuliano: al libro di esperimenti per Delio avevo pensato anch’io, una volta: l’editore Hoepli ha una raccolta di questo genere, dovuta a un certo Ghersi, dedicata ai ragazzi, che ha avuto parecchie ristampe, ma io non la conosco. Ti abbraccio teneramente.
Antonio

287.

15 agosto 1932

Carissima Iulca,
ti ho già scritto precedentemente spiegandoti come io non possa esserti di nessun aiuto nell’attività che ti proponi di svolgere nel prossimo avvenire. La tua lettera del 2 agosto mi persuade di aver avuto ragione. Come vuoi che io sia in grado di indicarti quali libri italiani contemporanei e caratteristici di questo tempo tu possa leggere? Io sono completamente tagliato fuori da ogni attualità e attualità significa già quasi sei anni dacché sono in carcere. In questi ultimi anni (almeno quattro anni) non ho letto nessun libro di poesia italiano (e anche non italiano); gli ultimi libri che ho letto, piú di quattro anni fa, di carattere artistico, sono due romanzi: uno di Sibilla Aleramo, Amo, dunque sono!, e l’altro di Riccardo Bacchelli, Il diavolo al Pontelungo. Il mio bagaglio, come vedi, è molto leggero e magro. Sono, su per giú, nelle tue condizioni, se non peggiori. Le mie letture sono molto circoscritte e quasi sempre degli stessi libri. Leggo un certo numero di riviste e in esse sono contenute novelle e anche qualche romanzo; ma in Italia le riviste non seguono da vicino il movimento intellettuale del paese, non offrono per nulla un quadro o il quadro sempre in movimento della vita. Hanno quasi sempre un carattere piuttosto archeologico, e non solo per la letteratura. Articoli su Giacomo Puccini, su Enrico Panzacchi, sul Savonarola, sul Machiavelli, su Virgilio ecc. Del resto in alcune riviste leggo delle recriminazioni sul distacco dell’arte dalla vita, sulla letteratura che non rispecchia l’attualità della vita nazionale, sull’esaurirsi dei giovani in ricerche formali di stile, di metrica, di linguaggio, recriminazioni che possono avere un interesse in se stesse, ma dimostrano un certo deserto ambiente. Del resto, come anche ho scritto a Tania, appare dalla tua lettera e anche dalle precedenti che tu ti sei formata o hanno formato in te con informazioni inesatte, un concetto troppo idillico e di maniera della mia vita, che è vuota, terribilmente e squallidamente vuota di ogni contenuto interessante, di ogni stimolo cerebrale, di ogni soddisfazione che faccia la vita degna di essere vissuta. Vivo appena, e male, l’esistenza animale e vegetativa. Non voglio rattristarti, ma non voglio neanche che tu abbia idee oleografiche e malvacee sul mio modo di passare il tempo. Del resto mi sono abituato. E sopporto. E ho pazienza, se non certo rassegnazione. Ma il dubbio che gli altri pensino la realtà affatto diversa da quella che è e mi immaginino immerso in qualsivoglia attività utile e interessante, mi irrita in sommo grado e un po’ mi rivolta. Mi fa sentire piú duramente quanto sia isolato e staccato dalla vita.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

288.

22 agosto 1932

Carissima mamma,
da parecchio tempo nessuno mi scrive e cosí manco di tue notizie. Tatiana mi ha trasmesso qualche settimana fa alcune fotografie dei bambini di Teresina che mi sono piaciute molto. È vero che Mimma rassomiglia molto a Emma quando era piccola. Del resto è meraviglioso come questi bambini hanno i lineamenti di famiglia (anche Delio e Giuliano hanno molto marcati questi lineamenti); pare di vedere facce già viste tante volte che affiorano al ricordo di tanti anni di lontananza. Diddi mi pare che rassomigli tanto a Teresina come era quando abitavamo ancora a Sorgono e andavamo all’asilo delle monache; non è però ricciuta e bionda come era Teresina. L’ultima fotografia di Delio che ho ricevuto mi ha dato l’impressione di rivedere Mario quando aveva otto anni; cosí Giuliano ha un faccino che nei lineamenti generali mi ricorda Nannaro e specialmente zio Alfredo, che a dire il vero, non mi è stato mai molto simpatico sebbene rassomigli tanto a quei di casa (a differenza di zio Cesare che sembrava di altra famiglia). Ma forse sono impressioni superficiali dovute alla suggestione piú che ad altro. Ma perché non avete lasciato nel gruppo dei bambini l’altra figura che era ritratta? Doveva trattarsi di Paolo, credo. Attendo tue notizie. Stimola Teresina e Grazietta a scrivermi.
Ti abbraccio affettuosamente.
Antonio

289.

22 agosto 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto due tue rapide cartoline del 14 e del 17. Spero davvero che la tua malattia sia di poca gravità e che riesca a curarti rapidamente e senza troppo fastidio. Qui ha incominciato a fare un caldo molto gravoso e seccante; del resto le cose procedono col solito tran-tran. Attendo la lunga lettera che mi annunzi.
Ti abbraccio
Antonio

290.

29 agosto 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 24 con la lettera di Giulia. Ho riflettuto molto a ciò che hai scritto a proposito della possibilità che mi faccia fare una visita esauriente da un medico di fiducia. Mi pare che le tue considerazioni siano giuste in linea generale, e che il progetto sia da prendere in considerazione. Ecco il mio punto di vista: – Sono giunto a un punto tale che le mie forze di resistenza stanno per crollare completamente, non so con quali conseguenze. In questi giorni mi sento cosí male come non sono mai stato; da piú di otto giorni non dormo più di tre quarti d’ora per notte e intere notti non chiudo occhio. È certissimo che se l’insonnia forzata non determina essa alcuni mali specifici, li aggrava però talmente e li accompagna con tali malesseri concomitanti, che il complesso dell’esistenza diventa insopportabile e qualunque via d’uscita, anche la piú pericolosa e accidentata diventa preferibile alla continuazione dello stato presente. Tuttavia, prima di entrare nella via da te proposta, voglio ancora fare un tentativo presso il signor direttore del carcere e se necessario presso il signor giudice di sorveglianza, per vedere se sia possibile ottenere che siano rimosse le condizioni che determinano l’attuale stato di cose. Ciò non è per nulla impossibile e lo preferirei per evitare le spese notevoli che la visita di un medico di fiducia porta con sé. D’altronde anche un tal medico non potrebbe non giungere alla conclusione che le mie condizioni disastrose sono in tanta parte dovute alla mancanza di sonno, che la quistione si presenterebbe in questi termini e in essi occorrerebbe risolverla almeno inizialmente. Si tratta di rimandare, nella peggiore delle ipotesi, la realizzazione della tua proposta per il mese di settembre. Alla fine di settembre dovrò per forza giungere a una conclusione, se non voglio diventare pazzo o entrare in una fase che io stesso non so immaginare tanto sono stremato. Credi che non ne posso proprio piú e mi spaventa il fatto che sto perdendo il controllo dei miei impulsi e degli istinti elementari del temperamento. La tua proposta perciò è da essere considerata: tu puoi perfezionarla, fissandone i dettagli e facendo magari i passi necessari per vedere quanto si spenderà e chi può essere il medico da scegliere, perché credo che nell’istanza in cui si domanderà l’autorizzazione della visita occorrerà farne il nome con tutte le generalità. Carissima, ti abbraccio teneramente.
Antonio

291.

29 agosto 1932

Carissima Iulca,
ho ricevuto la tua lettera del 14. Oggi non mi sento di scriverti molto. Leggo sempre con grande interesse i tuoi scritti ed essi mi danno qualche ora di serenità e di contentezza. Penso che tu, nei giorni della loro festa, avrai detto tante cose anche a mio nome, a Delio e a Giuliano. Tu puoi fare ciò meglio di me stesso, perché puoi parlare loro secondo l’immagine che essi si sono fatti di me. Carissima, ti abbraccio teneramente.
Antonio

292.

5 settembre 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto la tua lettera del 26 agosto, che però è quasi tutta occupata dalla trascrizione della lettera di Giulia a te. Non mi hai scritto nulla della tua malattia e delle cure che dovevi fare. Io ho ripreso a fare la cura del «Sedobrol» e spero che finirà col calmarmi l’esaltazione nervosa in cui ero venuto a trovarmi. Essa era diventata cosí acuta che ogni piccola cosa finiva con darmi delle vere strappate dolorosissime. La lettera che Giulia ti ha scritto mi è piaciuta molto; credo che ormai si possa essere rassicurati sul conto delle sue condizioni di salute. Vorrei sapere se tu intendi inviarle dei libri, perché di qualcheduno ti potrei indicare il titolo, secondo i criteri che ho indicati nella mia lettera odierna a lei. Per esempio, ella dovrebbe avere a sua disposizione tutta una serie di vocabolari specializzati, a mio modo di vedere. Un dizionario che non dovrebbe mancarle è quello del Rezasco che è intitolato su per giú Dizionario (o Vocabolario) della lingua italiana storico-amministrativa che è indispensabile per leggere la letteratura storico-politica italiana, per i riferimenti che vi si trovano di termini giuridici, politici, amministrativi, degli ordinamenti militari ecc. Ma questo dizionario è esaurito e si trova solo nei negozi di antiquaria e deve costare parecchio. Puoi informarti da qualche antiquario romano, ma non devi fidarti del prezzo che ti diranno: i prezzi d’antiquaria sono molto elastici e occorre confrontarne parecchi prima di comprare. Il meglio sarebbe ricorrere a uno specialista di fiducia che sia in grado di studiare i cataloghi delle principali ditte. Potresti invece mandarle, se vuoi, la Storia della Letteratura Italiana di Francesco De Sanctis, che è realmente una storia della civiltà italiana (esiste una edizione economica Treves, in due volumi, che deve costare 8 lire); ma la Storia del De Sanctis ha un valore a sé, non può servire come manuale, mentre un manuale molto accurato, preciso e di grande valore è la Storia della Letteratura Italiana di Vittorio Rossi (in 3 volumetti stampati dall’editore Vallardi). Io leggo pochissimo: dimentico da un momento all’altro. È strano che mentre ricordo con molti particolari avvenimenti passati, non ricordo le cose del giorno prima e anche di qualche ora prima. Tuttavia leggerò con molto interesse i Colloqui con Mussolini del Ludwig e il libro del prefetto Mori sulla Mafia. Un libro che leggerei con molto interesse è anche quello del prof. Adolfo Pagani dell’Osservatorio di Economia Agraria per l’Emilia, intitolato I braccianti della Valle Padana, edito dall’Istituto Nazionale di Economia Agraria, e l’Annuario della Banca Commerciale sul «Movimento economico» italiano, che gli anni scorsi ho sempre ricevuto. Carissima Tania, informami della tua salute. Ti abbraccio.
Antonio

293.

5 settembre 1932

Carissima Iulca,
riprendo la tua lettera del 14 agosto. Ciò che scrivi di Leonardo da Vinci non mi pare né giusto né esatto; probabilmente di Leonardo tu hai avuto occasione di vedere molto poco come artista e di conoscere ancor meno come scrittore e come scienziato. Ma è certamente inesatto il giudizio che mi attribuisci, secondo il quale «avere dell’amore per uno scrittore od un altro artista non è lo stesso che avere per lui della stima». Non ho potuto mai scrivere una simile… banalità; me ne avrebbe tenuto lontano, se non altro, il ricordo di un certo numero di lavori teatrali ispirati dal filisteismo universale, in cui questi temi dell’«amore senza stima» e della «stima senz’amore» hanno trovato tutta una serie di applicazioni alla vita coniugale. Forse io ho distinto il godimento estetico e il giudizio positivo di bellezza artistica, cioè lo stato d’animo di entusiasmo per l’opera d’arte come tale, dall’entusiasmo morale, cioè dalla compartecipazione al mondo ideologico dell’artista, distinzione che mi pare criticamente giusta e necessaria. Posso ammirare esteticamente Guerra e Pace di Tolstoi e non condividere la sostanza ideologica del libro; se i due fatti coincidessero Tolstoi sarebbe il mio vademecum, «le livre de chevet». Cosí si può dire per Shakespeare, per Goethe e anche per Dante. Non sarebbe esatto dire lo stesso per il Leopardi, nonostante il suo pessimismo. Nel Leopardi si trova, in forma estremamente drammatica, la crisi di transizione verso l’uomo moderno; l’abbandono critico delle vecchie concezioni trascendentali senza che ancora si sia trovato un ubi consistam morale e intellettuale nuovo, che dia la stessa certezza di ciò che si è abbandonato. – Per ciò che riguarda la prossima ripresa della tua attività, i consigli che ti posso dare sono molto scarsi e generici. Mi pare tuttavia che possano essere di una qualche utilità, se ti decidi a seguirli. A me pare che non si tratti di leggere questo o quel libro, quanto di avere un indirizzo e pertanto di proporsi dei fini determinati. I fini che tu potresti e dovresti proporti, per utilizzare una parte non indifferente della tua attività passata, sarebbero secondo me, questi: di diventare una traduttrice dall’italiano sempre piú qualificata. Ecco cosa io intendo per traduttrice qualificata: non solo la capacità elementare e primitiva di tradurre la prosa della corrispondenza commerciale o di altre manifestazioni letterarie che si possono riassumere nel tipo di prosa giornalistica, ma la capacità di tradurre qualsiasi autore, sia letterato, o politico, o storico o filosofo, dalle origini ad oggi, e quindi l’apprendimento dei linguaggi specializzati e scientifici e dei significati delle parole tecniche secondo i diversi tempi. E ancora non basta: un traduttore qualificato dovrebbe essere in grado non solo di tradurre letteralmente, ma di tradurre i termini, anche concettuali, di una determinata cultura nazionale nei termini di un’altra cultura nazionale, cioè un tale traduttore dovrebbe conoscere criticamente due civiltà ed essere in grado di far conoscere l’una all’altra servendosi del linguaggio storicamente determinato di quella civiltà alla quale fornisce il materiale d’informazione. Non so se mi sono spiegato con abbastanza chiarezza. Credo però che un tale lavoro meriterebbe di essere fatto, anzi meriterebbe di impegnarvi tutte le proprie forze. Aggiungo che sarei molto felice se tu ti dedicassi ad esso in modo sistematico e continuo, in modo da raggiungere il massimo di qualifica, la specializzazione. Carissima Iulca, ti abbraccio teneramente.
Antonio

294.

12 settembre 1932

Carissima mamma,
ho ricevuto una lettera di Grazietta del 24 agosto con le notizie sul raccolto e sulla casa nuova dove è andata ad abitare Teresina. Ricordo benissimo il cortile, dove giocavo con Luciano e la vasca dove facevo manovrare le mie grandi flotte di carta, di canna, di ferula e di sughero, distruggendole poi a colpi di schizzaloru. Ricordi quanta fosse la mia abilità nel riprodurre dalle illustrazioni i grandi vascelli a vela e come conoscessi tutto il linguaggio marinaresco? Parlavo sempre di brigantini, sciabecchi, tre alberi, schooners, di bastingaggi e di vele di pappafico, conoscevo tutte le fasi delle battaglie navali del Corsaro Rosso e dei Tigrotti di Mompracem, ecc. Mi dispiaceva solo che Luciano possedesse una semplice robusta barchetta di latta pesante che in quattro movimenti affondava e speronava i miei piú elaborati galeoni con tutta la complicata attrezzatura di ponti e di vele. Tuttavia ero molto orgoglioso della mia capacità costruttiva, e quando il tolaio che aveva la bottega nell’angolo dove incominciavano le case basse verso la chiesa, mi pregò di fargli un modello di grande veliero da riprodurre in latta in serie, fui proprio orgoglioso di collaborare come ingegnere a tanta industria.
Carissima mamma, mi sono sempre dimenticato di domandarti informazioni del figlio del geometra Porcelli, Giacomino, che da ragazzetto si era tanto affezionato a me e al mio falco e voleva sempre stare in mia compagnia. C’è un Giacomo Porcelli, cattolico molto battagliero, che scrive dei libri ed articoli sulla letteratura francese; è lo stesso? Certo i suoi zii lo sapranno. Ma chi sopravvive di tutta la famiglia Corrias?
Fammi scrivere un po’ piú spesso. Perché Teresina non mi ha ancora spedito la lettera tante volte promessa?
Ti abbraccio affettuosamente e tutti di casa.
Antonio

Un bacio speciale a Franco che nella lettera di Grazietta ha aggiunto i suoi saluti.

295.

12 settembre 1932

Carissima Tania,
ho ricevuto due tue cartoline e due lettere, dell’8 e del 10. Quest’ultima specialmente, te lo confesso, mi ha molto indispettito. Quando si tratta di medici e di medicine tu ti sfreni in progetti e fantasticherie, mentre io ti ho raccomandato tante volte di essere sobria e di non abbondare nello zelo. Quando ero al ginnasio (un piccolo ginnasio comunale a Santu Lussurgiu, in cui tre sedicenti professori sbrigavano con molta faccia tosta, tutto l’insegnamento delle 5 classi) abitavo in casa di una contadina (pagavo 5 lire mensili per l’alloggio, la biancheria del letto e la cucinatura della molto frugale mensa) che aveva una vecchia madre un po’ scema, ma non pazza, che appunto era la mia cuoca e governante, la quale ogni mattina, quando mi rivedeva, mi domandava chi ero e come mai avevo dormito in casa loro ecc. Ma questa è un’altra storia. Ciò che mi interessa ora è che la figlia voleva sbarazzarsi della madre, voleva che il Municipio la inviasse a sue spese nel Manicomio provinciale e perciò la trattava in modo cosí aspro e scellerato da vedere di costringerla a commettere qualche grave eccesso per aver modo di affermarne la pericolosità. La vecchina sempre diceva alla figlia che le parlava col voi secondo il costume: «Dammi del tu, e trattami bene!» Non so veramente se l’aneddoto possa riferirsi a te; in ogni modo anch’io sono costretto a dirti di essere meno premurosa con me, perché questo è il modo migliore di mostrarmi il tuo affetto, a cui tengo molto. Insomma devi fare alla lettera solo ciò che io ti scrivo e non condirlo di intingoli di tua invenzione, che talvolta possono fare andare di traverso il boccone, non fantasticarci su, fare ipotesi incongrue ecc. Del resto sto un po’ meglio e spero di andar migliorando sempre più e questa, ti pare? è la sola cosa importante in tutta la faccenda.
Ti abbraccio teneramente.
Antonio

296.

19 settembre 1932

Carissima Tania,
appena ho letto la tua cartolina del 16, sono entrato in un accesso furioso di atrabile. Nel primo momento ho pensato di non scriverti piú, poi di scriverti, incominciando – «Signorina Schucht!», poi «Signorina Tatiana!» ecc. Ma ci volevano ancora tre giorni fino a questo momento, e cosí mi sono purgato, e la bile mi è passata e mi sono finalmente messo a ridere e ho pensato che la colpa di tutto era solamente mia, e mi sono ricordato di tutte le storie scritte per dimostrare che le donne non mantengono mai la parola data e che io ero stato già scottato più di una volta e tante volte ti avevo scritto per avvertirti e rimproverarti, sempre inutilmente ecc. ecc. Questa volta però l’hai fatta piú grossa delle altre volte, e se realmente hai fatto come accennavi nella lettera del 10 settembre non c’è dubbio che mi hai messo in un imbarazzo serio, più serio di ciò che tu puoi pensare nel tuo, dirò cosí, dilettantismo irresponsabile. Ora voglio ricordarti se ho ragione di essere preoccupato del tuo modo di operare e di prendere per il futuro certi provvedimenti. Nella lettera tua del 24 agosto scrivi: «devi essere assolutamente tranquillo quanto alle mie presunte iniziative a tua insaputa e che potrebbero riguardarti, aver qualche attinenza alle tue condizioni… una delle ragioni che mi hanno sempre trattenuto di non fare nulla di simile è proprio la rinuncia totale da parte mia a qualsiasi iniziativa personale, a qualunque azione… a cui rinunziavo a priori per non infrangere l’ostacolo del tuo divieto di intraprendere nulla senza il tuo consenso». – Dopo avermi poi esposto il disegno della possibile visita medica di fiducia riprendi: «… è superfluo che insista oltre per assicurarti che non farò nessun passo, né prenderò nessuna misura, né cercherò di avere qualche informazione che solo nel caso che tu mi darai il tuo beneplacito e lo farò nel modo che vorrai. Basterà poi che tu mi dica di non farne niente almeno per ora e non te ne scriverò nemmeno piú, finché tu stesso non vorrai tornare sull’argomento». Ti pare abbastanza preciso quanto scrivevi?