Arrigo Boito – Ambra e Ramàr

Non t’accadde mai d’udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: Ambra e Ramàr! Quell'”e” situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell'”e” splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d’Ambra e le cinque di Ramàr un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.
Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell’uno, cinque nell’altro, bisillabi ambidue, e nell’uno e nell’altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d’Ambra! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di Ramàr. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l’uno parea composto coll’armonia dell’altro. Già i due nomi s’amavano nei loro bei caratteri d’oro. E il nome di Yao, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.
Yao e Ramàr simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il calcolo e l’intuizione, l’esattezza e l’audacia, la pazienza e l’impeto, la scienza e l’arte. Ambra e Ramàr una più profonda sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: la Bellezza e la Forza nell’armonia dell’Amore.
E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell’arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all’estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d’Ambra e Ramàr, poema più chimerico d’un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei clowns.
Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.
Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l’andalusa spiravano tanta ansietà d’orrore che parevano evasi dall’antro d’un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell’altro. L’andalusa si aggrappava al collo dell’ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d’uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d’Ambra, più pallido di un’agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.
Io m’immaginavo, tanto il terrore tragico m’invadeva, di seguire coll’occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l’abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d’amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un’iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d’oro, or sulla verde, or sulla rosea dell’iride, come un’ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l’iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell’iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell’anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.
Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s’aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell’andalusa rimaneva sospeso d’attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell’andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un’impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell’arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull’orizzonte, vaga ipotenusa.
Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell’estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s’allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m’univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell’andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.
A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all’idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si coglie un malfattore all’agguato, coglievo il mio pensiero spiante l’attimo della caduta.
Un giorno caddero. L’urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l’aspettavo. Vedevo chiaramente che quei due si perdevano. L’abbraccio era troppo intenso e l’animo dell’uno e dell’altra troppo errante sulle pupille. Il circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando l’obblio, rallentò d’un attimo la ferocità della corsa e si staccò dall’altro. Sotto Ambra e Ramàr s’aperse una voragine: precipitarono annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una morta.
La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti all’ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della bella andalusa affollavano l’ambulanza e chiedevano con elegante zelo il verdetto dei medici.
Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi di pedate: William Wood, pallido, s’affaccendava colle più cortesi supplicazioni a diradar la calca.
Mezz’ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con tre medici, compreso il medico di guardia.
Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme del delirio, in Ambra, assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva sul petto, e quel corpo immobile d’un color di bronzo, stillante sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro serrava tenacemente l’amuleto d’oro che gli pendea dal collo fin dagli anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue scorrente la congestione del cerebro.
Sul corpo d’Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento. La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la vita collo sfregio d’una cicatrice.
Mentre i medici deliberavano intorno al letto d’Ambra, io me ne stavo accanto all’amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva sul bollente capo, m’affrettavo a ricollocarne dell’altro con quella attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.
Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d’Ambra.
Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici. La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale. Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia avvicinarsi al braccio d’Ambra con una lama piccola e lucidissima. Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un’unghia che striscia su d’un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non vedere più avanti.
Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro. I medici dall’altro lato s’agitavano nella stretta che divideva i due letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La luce del giorno s’era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada accesa sul letto d’Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell’allentare o dell’incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte dell’amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome, illividiva. Se permettevo invece che la compressa si riscaldasse sul suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramàr spinti da tenerezza verace.
– O buon Ramàr, – pensavo – ,sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio amico ti dondolavi nell’aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.
I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d’una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d’un oriolo ad acqua.
Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:
– Tentativi inutili!
– Sostengo che il deliquio era vinto…
– Ora si tratta stagnare il dissanguamento.
– Avrei bisogno d’una mano paziente e ferma.
– La mia! – esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed avvicinandomi al letto d’Ambra.
– Pigliatelo in parola, – disse William Wood ai medici, accennando alla mia persona.
Fu collocata una sedia fra il letto d’Ambra e quello di Ramàr; poscia uno di que’ medici osservò attentamente l’epiderme delle mie palme, prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d’Ambra, e m’invitò a sedere. Indi rivolto a’ suoi colleghi, disse:
– Vedete? Portiamo spesso i migliori rimedii con noi. L’epiderme umana stagna assai meglio il sangue che qualunque altro più ricercato farmaco.
Poi pose un piccolo guanciale sotto il braccio d’Ambra acciò stesse sollevato. Mi raccomandò di star fermo colla mano e di non sollevarla dalla vena ferita prima di mezzanotte; soggiunse che la salvezza della fanciulla dipendeva dalla mia pazienza. Se all’indomani mattina Ambra avrebbe parlato, ogni pericolo cessava. Dovevo guardarmi dal sonno e dai movimenti repentini.
Pochi minuti dopo nella sala dell’ambulanza restavamo io, il medico di guardia e William Wood. Mezz’ora dopo William Wood si ritirò nelle sue stanze raccomandando l’andalusa al medico di guardia. Un’ora dopo anche quest’ultimo, sopraffatto dalla noia, escì dall’ambulanza dopo aver rinnovato il ghiaccio sulla fronte di Ramàr e dopo aver raccomandato a sua volta, sbadigliando, l’andalusa.
Suonavano le dieci ore dal campanile della cattedrale di Lima, quando in quella sala, dove due ore prima si accalcavano forse duecento persone, non restavo che io solo, fra Ambra e Ramàr.
Immobile al mio posto, subivo quel tedio delle membra che prova la sentinella notturna nella prim’ora di guardia. Incominciai a volgere gli occhi e la testa lentamente qua e là. Mi vidi circondato da una luce verde, direi quasi umida, da una luce come di fondo di mare che scoloriva l’aspetto delle cose e mutava i contorni secchi della realtà in torbide sfumature d’aquarium.
William Wood, prima d’escire, aveva collocato, per amor dei dormienti, l’unica lampada sull’unico tavolo della sala, dietro ad un largo recipiente di cristallo, colmo fino al collo d’una tintura d’assenzio. I raggi del lume filtrati da quell’ampio smeraldo producevano, divergendo, la misteriosa luce che mi circondava. Quel tavolo, distante molte braccia dai letti fra i quali io stavo, offriva al mio sguardo, falsato dall’anormalità della luce, fra i molti oggetti che lo ingombravano, un oggetto che era un persistente enigma da sciogliere. Lo vedevo come un’apparizione confusa, irta, violacea che terminava in una sfumatura tricuspidale; quella vista tormentava il mio pensiero e la mia pupilla; non arriva a scoprire che cosa fosse; il solo concetto che me ne formavo, era questo: lo spettro d’una fiamma. Accanto vi luccicavano parecchie fiale di medicinali. Io, che non potei mai sopportare senza angoscia il più frivolo dubbio, mi smaniavo di verificare la natura dell’oggetto incomprensibile che tanto aizzava i miei occhi pur acutissimi.
L’impossibilità dell’avvicinarmi al tavolo inaspriva la curiosità mia; la mia mano non doveva staccarsi dalla ferita d’Ambra neppure per un attimo, ma ad ogni minuto mi assaliva la tentazione di avvicinarmi a quell’oggetto. Pensavo che tre soli passi avanti mi avrebbero rivelata la natura di quella forma inesplicabile. La solitudine, il silenzio, l’immobilità, la noia alla quale era condannato, imbizzarrivano sempre più questa mia già inasprita curiosità. Mi provai di condurre lo sguardo sovra altri obbiettivi. Contro la sponda del tavolo stava appoggiata una frusta. Entro una vetrina appariva disposta in bell’ordine tutta una batteria di strumenti chirurgici. Sparse per terra giacevano le vesti d’Ambra e di Ramàr luccicanti d’oro e d’argento. Quel miscuglio d’attrezzi da teatro e da ospedale meravigliava lo sguardo e più ancora il pensiero. Un odore di farmacia graveolente, aromatico, giungeva fino alle mie nari; da una catasta di ghiaccio accumulata in un angolo veniva alle mie membra una frescura quasi montanina. Più che sospingevo lo sguardo e più vedevo annebbiarsi la glauca luce d’assenzio. Respiravo un’aria torbida, amara, che dai miei polmoni passava nella circolazione del mio sangue e invadeva il cervello. Pensavo anche idee torbide ed amare. L’oggetto inesplicabile, lo spettro della fiamma, attirava sempre la mia attenzione. Per sottrarmi da quell’incubo decisi di torcere coraggiosamente lo sguardo a sinistra, sul corpo della svenuta. Ramàr dormiva. L’animo mio si scagliò repentinamente in un nuovo corso di pensieri. La prima impressione che provai nel guardare Ambra, fu di ribrezzo. Credetti quasi di trovarmi accanto al cadavere d’un’annegata, nel fondo d’una laguna, io pure sommerso. Sentivo sotto la mia palma il braccio della ideale fanciulla freddo più dello ambiente che ci avvolgeva.
Ci sono dei pensieri che gridano, altri che mormorano. Io udii dentro di me, non so dove, mormorare queste parole: è proprio morta.
Il lenzuolo col quale l’avevano coperta, segnava su quel meraviglioso corpo delle pieghe funerarie, come quei drappeggiamenti marmorei che avvolgono le effigi delle imperatrici, distese sull’alto dei mausolei. La piega dei piedi pareva in ispecial modo lugúbre; poi, come il mio occhio saliva verso il bel grembo e verso il bel seno, i bianchi panneggiamenti ammorbidivano le loro curve e pareva rasserenarsi il sudario. La parte destra del petto rimaneva scoperta per causa del braccio nudo affidato alla mia pazienza.
– Ma se è morta – pensai – a che giova ch’io mi rimanga? – Pur non rimuovevo d’un atomo la mano dalla ferita. – Se è morta il pensiero continuava così – Yao e Ramàr torneranno fratelli. Se è viva sono io che l’avrò salvata.
Allora tutta la mia mente si destò per risolvere questo nuovo dubbio. Mi alzai oncia ad oncia dalla scranna avendo sempre riguardo di non distrarre la mia mano dall’ufficio impostole, e colla destra scopersi il seno sinistro della fanciulla; poi, lento come una sfera di quadrante, mi chinai fino a collocare un orecchio sul cuore di lei. Un olezzo d’olio di rosa lambì le mie narici. Le candide carni erano fredde e mute, sotto l’eburneo costato non vibrava la più languida pulsazione; pur continuai ad origliare adagiando le mie ginocchia per terra, ché la bassezza del letto me lo permetteva. Acuivo l’udito su quella soave epiderme coll’avidità d’una spia, invaso da non so quale devozione feroce.
Stetti così attento, prostrato, immobile per lungo spazio; ad un tratto sentii come uno scoppio di palpiti irruenti, convulsi; mi alzai in piedi precipitosamente, atterrito dall’idea d’Ambra viva e desta. Le pulsazioni continuavano a rimbombare nel mio cervello: non era il cuore della fanciulla che batteva, erano le mie arterie, le mie tempie agitate da tumulto febbrile. Udivo dietro a me Ramàr respirare tranquillo come uno che dorme. Allora l’idea d’ascoltare il respiro d’Ambra mi colse violenta. Tornai a inginocchiarmi e feci per avvicinare il mio volto al suo, ma fui tosto impedito da un inesprimibile sgomento. Mi arrestai lontano due palmi. La fredda fanciulla teneva gravosamente calate le palpebre, ma la sua bocca brillava socchiusa e tutta la pallidissima faccia splendeva. Non dubitai più che fosse morta e questa idea mi dié coraggio ad appressarmi al suo volto. Volli vedere un’ultima volta le divine pupille e sollevai col pollice e coll’indice le pesanti palpebre, ma non vidi che due occhi bianchi, da statua. Ritrassi la mano; le palpebre ricaddero. Allora mi invase una pietà profonda e fu tutta scossa l’irremovibilità del mio cuore.
Non volli più che quella bella creatura fosse morta, e come fanno i fanciulli sui leggiadri insetti agonizzanti, avvicinai la mia bocca alla faccia d’Ambra per ravvivarla col caldo alito mio. Le mie labbra caddero sulle sue, sentii l’avorio freddo de’ suoi denti che mi fece tremare. Un gemito di Ramàr mi scosse; tornai a ricompormi sulla scranna.
Egli dormiva ancora. Scoccarono due ore da un campanile lontanissimo. Stetti lungo tempo immerso in una strana novità di pensieri. Verso le tre sentii sotto la mia palma sinistra una sensazione di leggiero tiepore: Ambra non era dunque morta! Le toccai il polso: viveva; il suo seno, benché quasi impercettibilmente, ondulava sollevato e abbassato da un principio di respiro. La catalepsi era vinta. Io avevo salvato Ambra, io avevo impedito che tutto il suo sangue uscisse dalle sue vene; mi pareva d’averle infuso parte della mia vita, del mio calore, e riconoscevo ciò dispettosamente, irato contro la mia stessa virtù. Non so perché, mi pareva d’averla salvata troppo presto.
La commovente passività del cadavere era svanita. Il volto solo portava ancora il peso del letargo, ma le stupende forme dell’andalusa assumevano già, sempre più vivificate, una fatale potenza che m’annichiliva. Pure, se il sangue ch’io frenavo non era ancora stagnato, quella vita stava sempre sotto la mia mano e poteva giuocarla e illanguidirla a mio talento e rianimarla poi. Questa idea mi fece battere vertiginosamente il cuore, per immenso orgoglio, per acre curiosità, per desiderio violento. Del resto la lunga immobilità de’ muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano; provavo un estremo bisogno di mutar posizione. Se la vena era rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio d’Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più dolce del miele. Una goccia me n’era caduta sulla mano e l’avevo succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava l’incantevole braccio dell’andalusa, e poco a poco giunto colla bocca presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l’umore d’un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito spaventosamente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare: – Vampiro!
Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare contorcersi sotto le dita di Ramàr; a un tratto la mano che mi strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla ferita d’Ambra. Quell’assalto fulmineo mi ridonò la smarrita impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto l’incubo del delirio. Egli subiva una grave reazione febbrile dacché l’ultimo pezzo di ghiaccio gli si era liquefatto sulla fronte. Ne’ suoi vaneggiamenti ritornava sempre più angoscioso il nome d’Ambra. Io aiutarlo non potevo; nel tempo che mi sarebbe occorso per rifasciare la testa di Ramàr colle bende gelate e riadagiarlo sul letto, Ambra avrebbe potuto morire. La coscienza della mia missione tutta ridestata costringeva tenacemente la mia mano al braccio della bella andalusa, tiepido ancora; il rimorso del fallo che avevo commesso poco prima, dava di sproni al mio dovere ch’era di non muovermi, per necessità che fosse, dalla posizione in cui stavo. Se Ramàr abbandonato moriva, la colpa non era mia. Avvertivo sugli angoli della mia bocca ancora il dolce sapore del sangue d’Ambra, purissimo. L’idea ch’io tenevo un poco di quel sangue nelle mie viscere, m’inteneriva stranamente. Sentivo anche una fitta dolorosa nella parte destra del collo, dove le ugne dello zingaro avevano serrato; ed ero contento di portare i segni dell’ira di Ramàr; questo pensiero mi alleggeriva il cuore da un grave peso indistinto. Mi rammento d’aver mormorato allora cinque o sei volte, guardando l’amante d’Ambra disteso a terra, queste parole in chinese: “eulh weï eulh, ngo weï ngo”(12).
Quando i primi bagliori dell’alba illuminarono l’ambulanza, giunse il medico di guardia ancora scarmigliato e cogli occhi imbambolati dal sonno. Vide Ramàr svenuto, così come l’ho descritto, e tornò ad escire in cerca di soccorso. Alcuni minuti dopo entrarono nella sala cinque attori della compagnia, il medico, un clown e William Wood. Poi che lo zingaro fu rimesso a giacere sul suo letto, tutti accorsero ad Ambra. Essa respirava dolcemente. Il medico mi ordinò di staccare pian piano la palma dal braccio dell’ammalata.
Il sangue non colava più. Allora il medico disse a William Wood: – Se parla è salva.
Io che non mi ero mosso ancora dal mio scanno, avvicinavo di tanto in tanto una boccetta di sali ammoniaci alle narici d’Ambra.
Tutti aspettavano ansiosamente una parola dalla bocca dell’andalusa, tutti pendevano da quelle labbra mute. Poco a poco Ambra aperse gli occhi, ma soltanto poi parve realmente destarsi; guardò intorno stupita; quando s’accorse di me che tenevo pazientemente il sale sotto l’alito suo, mi guardò fiso in volto e mi disse con accento languido e gentile: – Grazie, buona donna.
Uno scroscio di risa plebeo assordò la mia testa; un fiume di sangue affluì al mio cuore. Mi guardai in uno specchio che mi stava di fronte, e ringraziai col pensiero la divinità che mi fece nascere nel paese degli uomini pallidi.

Qui una spiegazione mi pare necessaria; poi ripiglierò il mio racconto sommariamente fino a tanto che un altro fatto grave m’obbligherà d’arrestarmi. Ambra non mi aveva mai parlato, né, forse, visto prima di quella mattina in cui disse quelle malaugurate parole. Essa trionfava in una gloria così diversa dalla mia, che mai non s’avvide di me, né de’ miei campanelli di legno di sandalo. Che il suo sguardo di donna europea non avesse ravvisato sul mio volto l’aspetto di virilità, non me ne meravigliai io stesso, e ciò aumentava l’onta mia, giacché sul mio mento neppur l’ombra della lanuggine rivelava l’uomo, e le mie vesti chinesi e la mia treccia, che in quel giorno portavo attortigliata sul capo, potevano essere scambiate, da un occhio non avvezzo ai nostri costumi, per acconciamenti muliebri.
Quindici giorni dopo il dì della catastrofe, ch’ebbe per me conseguenze così bizzarre, lo zingaro e l’andalusa volteggiavano nel circo già gagliardi e lieti, fra le acclamazioni del pubblico.
Intanto tramavasi una beffarda congiura da’ miei colleghi contro di me; l’equivoco d’Ambra, tosto noto a tutta la compagnia, dava diritto all’infimo staffiere di sogghignarmi in faccia. Tutti si dettero parola di non palesare l’inganno all’andalusa, a fine di prolungare più che fosse possibile la celia e le risate. Nessuno mi chiamava più Mister Yao o Señor Yao come per lo innanzi, ma invece Miss Yao o Señorita Yao, e Ramàr si rallegrava di questa burla più d’ogni altro e cercava assiduamente l’occasione di rinnovarla. Quando Ambra mi rivolgeva il discorso, tutti trattenevano il fiato per poter squittire più fragorosamente dopo la parlata. Io intanto rimuginavo nella memoria il capitolo VII del Lun-yu, là dove Tseng-sse, l’amico di Kon-fu-tseu, dice queste savie parole: – Lasciati offendere senza mostrare risentimento, – e stavo ligio alla antica sentenza: non mostravo risentimento, ma nel profondo del pensiero contavo le offese, una ad una, e tenevo interna, indelebile nota.
La mia imperturbalità eccitava i derisori fino all’accanimento; quando lo scherno si mutava in rabbia, io trionfavo entro me; m’accontentavo intanto di questa pigra vendetta. Io, rettificare l’abbaglio ad Ambra, sdegnavo; il mio decoro non mi permetteva una così bizzarra rettificazione. La dignità mia non trovava altro modo d’atteggiarsi fuorché questo: dare a pensare cioè, ch’io credessi l’andalusa conscia e partecipe dello scherzo e che non me ne curassi. Brutto destino, amico mio, è quello di vivere in mezzo a gente di razza diversa dalla propria; l’amarezza di questo destino m’era stata un tempo raddolcita dalla fratellanza di Ramàr; ora egli stesso m’abbandonava.
La nostra amicizia aveva subíto come una specie d’attossicamento; evitavamo di incontrarci colle pupille.
Io lo studiavo di soppiatto. Volevo arrivare a scoprire se gli era rimasta nella memoria qualche reminiscenza di quella notte ch’egli m’aveva chiamato vampiro. Quella parola era stata pronunciata da esso in un attimo così violento, fra un assalto di delirio e una crisi di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo, confonderla cogli altri vaneggiamenti. In queste induzioni mi tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta. Un punto nero stava fra me e lo zingaro tutte le volte che ci trovavamo di fronte: un punto nero, fatale, incancellabile, come quello che turba la vista d’una retina malata. Ed anche Ramàr vedeva quel punto; me ne accorsi poi tutte le volte che eseguimmo insieme nel circo il giuoco delle freccie, di cui ti narrai nelle pagine già scritte.
William Wood volle un giorno che quell’esercizio, da molti mesi trascurato, ritornasse nel repertorio degli spettacoli. Ubbidimmo. Ambra fu atterrita un poco a quest’annunzio; essa non si capacitava che una donna sapesse trar d’arco. Un clown la rassicurò con tal celia ch’essa ne rise e la paura scomparve. Il pubblico rivedeva con emozione intensa il nostro giuoco. Io ridiscendevo nell’arena a fianco di Ramàr come nei sereni giorni della nostra gloria comune.
Ramàr si piantava fermo, diritto, davanti alla mia mira, con aspetto più temerario, forse, di una volta; io però vedevo, sotto la finissima seta che lo copriva, battere il suo cuore. Il punto nero stava allora in mezzo a noi.
Pur le nostre pupille dovevano incontrarsi per forza. L’antica intuizione dei nostri sguardi era smarrita. Un’altra intuizione, tutta morale, le era subentrata. Quando le freccie dovevano correre lungo il costato, io mi trattenevo dolorosamente dal mirare il cuore palpitante di Ramàr; l’abitudine del polso e dell’occhio vinceva il traviamento della volontà, e la freccia, malgrado mio, si conficcava esatta rasente il contorno. Per tutto il tempo che durava il giuoco io e Ramàr ci leggevamo biecamente nell’anima; a giuoco finito il cupo incanto svaniva e riappariva il dubbio. Il pubblico applaudiva, ma lo zingaro aveva da me solo l’ammirazione che meritava, giacché io solo potevo essere allora il vero giudice del suo coraggio.
Fu appunto in quell’epoca che io, sempre deriso, per distrarmi dall’astio e per rifugiarmi in un affetto qualunque che mi fosse accessibile, mi diedi all’ammaestramento dei cani.
In quel nuovo stato della vita mia avventurosa imparai a conoscere cinque buoni amici, i più umani, i più nobili di quanti ne avevo sperimentato fin allora. Li trovai nelle stalle del circo dove miseramente vivevano, e li portai nella mia cameretta e attesi alla loro educazione.
Questi miei ottimi amici erano due cani barboni, un bassetto, un bracco e un stupendo bull – dog d’un anno, mio prediletto fra tutti. Quando nel tempo della mia senilità mi dedicai all’ammaestramento degli uomini, non riscontrai fra i miei simili tanto intelletto d’amore e di ragione quanto ne avevo ammirato in quelle umili bestie. Io insegnavo a ciascuno di quei cani certe meravigliose facezie da far ridere il volgo e ciascuno d’essi insegnava mutuamente e in vario stile a me le virtù d’umanità, che gli uomini m’avevano nascosto. Imposi ad essi dei nomi cinesi.
Uno dei due barboni, il più ilare, il più bianco, lo chiamavo Ani-kaine (buon augurio). Scing-tscie (perfetto) era il nome dell’altro. Chiamava il can bassetto Buddha, perché realmente quando stava in riposo assomigliava all’idolo del nume per la pingue serenità del suo volto. Ta-fu (mandarino) era il can bracco. Al giovane bull-dog avevo imposto il nome uomo (Gin). E così vivevo nel consorzio de’ miei amici amandoli e conversando con essi nella mia lingua materna, e da essi riamato. Gin, forse perché più giovane degli altri e più violento negli istinti suoi, per la fierezza della razza, mi si affezionò appassionatamente e in breve tempo. Egli aggiungeva pregio all’affetto perseguitando i miei colleghi coll’odio suo. Io esercitavo questo generoso animale nelle doti mirabili del corpo più che nella memoria: Gin saltava una barriera di sei metri d’altezza. Il mio affetto per questo cane era così coscienzioso che non volli mai umiliare l’indole sua caratteristica coll’applicarlo alle buffonesche celie che si impongono agli altri cani così detti sapienti; e di questo delicato rispetto Gin pareva riconoscente. Io stesso scopersi che fra il mio ed il suo volto correva una rassomiglianza bizzarra, proveniente dal naso schiacciato e dalla esiguità del labbro superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre bocche. La prominenza dell’osso frontale dava al cranio di Gin ed al mio la stessa espressione grave e meditabonda.
Una affinità singolarissima, della quale m’onoravo, mi legava al giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad un clown, che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al collo, s’avventò il bull-dog alla gola, e la mia autorità bastò appena a salvare il beffardo.
A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro. Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d’olio d’oliva e in due di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane ch’era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l’opportunità d’offrirglielo e farmene così un vanto.
Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:
– Yao, ho destinato per te (quel “te” patronale plebeo, basso quanto il nostro “ju”, squarciava le mie orecchie), per te e le tue bestie una camera assai più vasta di questa.
Lo stesso dì Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e Scing-tscie e il cagnetto chinese mutarono quartiere. Quel nostro nuovo ricovero era un ampio locale attiguo alla camera d’Ambra (non ti dissi che tutti noi dimoravamo nel circo?); la porta dell’andalusa e la mia riescivano sullo stesso andito, il quale non dava uscita a nessun’altra stanza. Quando fui lì co’ miei cani, William Wood, che ci aveva seguiti, disse, additando a destra:
– Qui dimora la bella andalusa; so che molti calabroni vorrebbero ronzarle d’attorno; scopersi alcuni biglietti ne’ mazzi di fiori che le vennero presentati iersera dai damerini delle loggie. Che ciò sia, è naturale, e fin che i tentatori ronzano e non pungono, fanno assai bene e li lodo; aumentano così il rumor della fama intorno ad Ambra; ma se uno solo d’essi arrivasse a pungere, il mio danno sarebbe irreparabile. Una danzatrice che pel pubblico è casta, frutta l’ottanta per certo, e assai meno se non lo è. So che Ambra ama Ramàr e ciò mi piace e mi rassicura un poco. Pure sarò più tranquillo ora che tu, saggio ed accorto, dimorerai qui co’ tuoi cani. Bada di far buona guardia. Ambra non indovinerà lo scopo pel quale ti ho collocato così vicino ad essa.
– Farò buona guardia, – risposi. Wood escì confortato. Allora io chiamai: – Gin! – e tosto il bull-dog si slanciò contro le mie ginocchia. – A noi due, – gli dissi, e Gin dimenava la coda così gaiamente come quando leggeva ne’ miei occhi qualche lieto pensiero.
Ramàr, allorché seppe la mia nuova dimora (Wood stesso gliela indicò e gliene confidò lo scopo ed io ero presente), s’oscurò in fronte; poi disse assai turbato: – Non può essere! – Ma Wood riprese tosto: – E perché non può essere? guardiano migliore del nostro chinese non troveresti in tutta Lima. Ambra sarà rallegrata dalla vicinanza di miss Yao. Sai che essa ride sempre guardandolo in viso. Aggiungi ch’egli è devoto ad Ambra e che le salvò la vita con un miracolo di pazienza.
– È vero, è vero, – rispose lo zingaro, e rise come ad una sua ubbia segreta e stolta e mi stese la mano.
Wood continuò: – e anche i suoi cani sono utili. Le macchinazioni dei nostri signori di Lima potrebbero esserci fatali. Quando sarete sposi (Ramàr stringeva sempre la mia mano) il custode d’Ambra sarai tu (e Wood sorrideva) e saprai custodirla meglio che una intiera muta di segugi e cento chinesi; ma la moralità del nostro circo impedisce che tu ora viva troppo d’accanto alla fidanzata.
Scorsero due placide settimane, senza avvenimenti nuovi. Ambra mi credeva sempre una donna, ed a me conveniva il lasciarglielo credere per non isgomentarla d’un tratto e per non perdere nulla della sua lieta famigliarità. La assistevo spesso quando s’acconciava per comparire nel circo; stavo allora in mezzo alle sue serventi, né queste si meravigliavano della mia presenza e, ben lungi dallo scandolezzarsi, sorridevano come d’un fatto di nessun conto. Io divoravo silenziosamente la mia vergogna e colla vergogna un’acre gioia segreta.
Spesso quando Ambra esciva dal bagno, io, chiamato da essa, accorrevo. La trovavo seduta sulla sponda della vasca, avviluppata in una tunica scarlatta di finissima lana. Nella camera vaporavano ancora i caldi fumi dell’acqua. Il sole del meriggio filtrava attraverso le tende di seta gialla e illuminava un pezzo di sapone opalino che appena estratto dal lavacro scivolava da sé, lentamente, sui gradini di marmo del bagno, come una cosa viva. Io, senza dir parola, poiché già sapevo a quale ufficio ero chiamato, cercavo sotto allo specchio una lima d’argento e una piccola cesoia e un pezzo di pomice e una fiala d’olio odorifero; poi m’inginocchiavo davanti la bella andalusa e pigliavo nelle mie mani i suoi piedini nudi e in un soffice lino li asciugavo ben bene, con quella cura con la quale un intagliatore d’avorio terge i suoi ninnoli preziosi. Indi collocavo sul mio naso un paio d’occhiali da presbite che serbavo esclusivamente per l’opera a cui stavo per accingermi, acciocché la mia vista, meravigliosamente acuta per discernere da lungi, ma sulle minute vicinanze un po’ fiacca, non avesse a tradirmi. Essa allora rideva d’un ridere represso da bimba e mi sporgeva il suo piede più asciutto, sul quale io incominciavo il mio lavoro di cesello e d’intaglio, che nessun testimonio profano turbava. Ho ancora impresse nella memoria una ad una le unghiette di quei piedi incantevoli. Nell’ovale di ciascuna d’esse io ravvisavo una certa vaga espressione di volto; la più leggiadra era quella del quarto dito del piede sinistro; i pollici robusti brillavano come un fulgido quarzo; su’ due mignoli apparivano due unghiettine, vaghe cornee dilicate così che era un intenerimento a vederle, benché avessero un poco la curva di due artiglieri nascenti. Io limavo, levigavo, tornivo, arrotondavo quelle opale, quelle madreperle con tocco leggiero e devoto. Ambra di nessun altro si fidava fuorché di me in quella operazione paziente, e ciò venne da un giorno che mi vide, per mio sollazzo, scolpire sull’avorio alla maniera dei nostri diligenti artefici. Io di questa fiducia sua me ne stavo orgoglioso. Il mio fido Gin m’accompagnava quasi sempre. Mentre io lavoravo essa accarezzava il cagnetto chinese che io le avevo donato e che teneva assai caro, accoccolato nei tiepidi lini del bel grembo. Sotto la sua tunica scarlatta Ambra non aveva altre vesti, e a volte, mentre le mie mani erravano da un all’altro dei sottili ordegni coi quali abbellivo i piedi dell’andalusa, il mio sguardo si smarriva un po’ più alto degli alabastrini malleoli, nella rosea penombra delle carni colorate dalla intonazione calda delle pieghe vagamente succinte.
Il mio cuore batteva allora violento, gaio come un applauso interno, e lo era, perché io trionfavo segretamente di coloro che credevano beffarmi.
Quando, compiuto il lavoro, mi sollevavo da terra e mi rimettevo sui calcagni (io che pur sapevo resistere per molti minuti penzolante col capo in giù dall’alto d’un trapezio, senza temer vertigini), sentivo in quel momento alla tempia ed al petto un subbuglio di sangue così impetuoso che mi faceva traballare.
Un giorno che m’ero appena quetato da questo turbinio delle arterie e m’avviavo alla porta della camera per escire (Gin mi seguiva passo passo), incontrai Ramàr sulla soglia, che entrava. Io evitai, non so perché, di fissarlo nel volto. Ad un tratto il mio bull-dog ruggendo gli si avventò al petto come una fiera; un mio comando bastò a salvare Ramàr, che con un bel sorriso sulle labbra corse a tranquillare Ambra sgomenta. Io percossi il cane, che mi guardò con uno sguardo di disapprovazione sommessa, e li lasciammo soli. Mentre m’allontanavo udii Ramàr mormorare ad Ambra quel proverbio spagnuolo che dice: tal padrone tal cane, e ciò mi dispiacque e biasimai nel mio interno l’amico d’aver mormorato alla sua bella una malignità a mio riguardo che sentivo di non meritare. Gin mugolava ai miei piedi dimenando la testa come un muto che cerca ansiosamente la parola. Il bull-dog prima d’allora non s’era mai mostrato ostile allo zingaro e tanta repentina ira non poteva spiegarsi senza una causa. L’istinto meraviglioso del cane aveva visto qualche indubbio segno di malevolenza verso di me nello sguardo dello zingaro. Promisi a me stesso di studiare l’occhio di Ramàr e di trar vantaggio dall’avvertimento della povera bestia, poiché il filosofo dice: – Se ascoltate attentamente le parole d’un uomo e se scrutate le pupille de’ suoi occhi, come mai potrebb’egli celarsi a voi?
Da quel giorno Ramàr non poté più penetrar nella camera d’Ambra senza rischio per via della guardia del cane e de’ suoi latrati che attiravano gente con grande ira dello zingaro e soddisfazione di William Wood.
Avvenne poco tempo dopo ch’io, nell’escir dalla mia camera più tardi del consueto e nell’avviarmi col bull-dog ai trapezi per le esercitazioni del mattino, m’imbattei in un gruppo di dieci o dodici compagni, fra i quali scorsi Ramàr. Ridevano tutti sguaiatamente; ma quando mi videro da lungi, si ricomposero e parvero proseguire una animatissima conversazione in cui ripetevasi spesso la parola “scommessa”. Come fui loro d’accosto, Ramàr con piglio allegrissimo mi disse:
– Señora Yao, capiti appuntino. C’è qui Flibbertigibbet (e accennò il clown inglese) che non istima abbastanza il tuo cane.
– Salta lungo, ma non salta alto, – aggiunse strillando il clown.
– Flibbertigibbet scommette che a tre metri d’altezza Gin non coglierebbe un pezzo di lardo, – soggiunse Ramàr.
– Distinguo. Non ho detto un pezzo di lardo, – replicò il clown; – ho detto un pezzo di pane.
Questo “distinguo” sottile fece ridere la comitiva, e lo zingaro ripigliò:
– Vada pel pezzo di pane! Io scommetto un dollaro che Gin a tre metri d’altezza lo coglie, se è Yao stesso che glielo porge.
– Non ne dubito, – dissi io.
– All right! Dollaro per dollaro, acconsento alla scommessa. Dov’è il pane? – gridò il clown.
– L’ho qui io, – -rispose Ramàr, estraendo una mollica informe dalla sua tasca. Io presi il pane, salii su d’un tavolato. Flibbertigibbet in quattro salti corse a provvedersi d’un metro, misurò lo spazio stabilito dalla terra alla mia mano. Tutti mi stavano d’attorno con certe faccie stranamente immobilizzate in un bizzarro sorriso. Io gridai: – Gin, hop! – e il buon dog spiccò un salto e colse il pane mirabilmente bene e lo ingoiò tutto lieto come per ricompensa a se stesso della fatica fatta.
All’indomani mattina, quand’io mi destai, trovai il mio povero Gin morto; una gomma verdastra gli esciva dalle nari. Allora mi sovvenne di non aver visto Flibbertigibbet pagare il prezzo della scommessa a Ramàr, e mi ricordai dello sghignazzo infernale che scoppiò nella comitiva quando Gin inghiottò il pezzo di pane. Infamia! m’avevano avvelenato il mio dog, e Ramàr aveva posto nelle mie stesse mani il veleno. Quando riconobbi ciò, lo sdegno mio fu così violento che in sulle prime soffocò il dolore. Poi piansi amaramente. L’alba spuntava appena; tutti dormivano. Raccolsi il cadavere del mio povero Gin e scesi nell’arena. Là, sotto al mio trapezio, scavai una fossa e seppellii la povera bestia; poscia rassettai diligentemente la sabbia dorata sulla sepoltura e ripensai le parole di Confucio: “Se un uomo ti offende gravemente una volta, non mostrare risentimento; ricordati l’offesa, ma non correre ancora alla vendetta”. Mi prostrai sulla fossa del cane e presi in mano la mia lunga treccia e feci un groppo alla sua estremità; poi dissi a me stesso: – Ramàr mi ha offeso una volta. – E rientrai nella mia cella.
E mi diedi ad assaporare irosamente l’amarezza dei miei pensieri. Dissi a me stesso che in terra non mi restava più nessun affetto. Senza madre (un presentimento incessante mi susurrava nel cuore che dovevo esser orfano), senza amici, senza amore, straniero, deriso, avevo collocato in quel povero bull-dog tutta la tenerezza di cui mi sentivo capace. Egli divideva le mie fatiche e i miei rancori; non ero uno straniero per quella povera bestia; quando quell’onesto cane mi guardava dilatando le labbra del suo grugno sagace e mostrando gli acutissimi denti come una persona che ride, non mi guardava coll’occhio sospettoso di Ramàr, non rideva col riso beffardo dei clowns. Povero Gin, era morto! me l’avevano ucciso! Mentre il mio dolore muto m’abbruciava l’interno petto come un fuoco rinchiuso, udii graffiare sul basso dell’uscio; lo apersi e mi trovai fra i piedi il cagnoletto chinese prediletto dell’andalusa. Lo sollevai da terra pigliandolo per la pelle del collo, afferrai un coltello e lo scannai. Lo scuoiai poscia, e purgate ch’ebbi le sue interiora, accesi un fornello e posi a cuocere l’animaluccio pingue in una certa mia pentola, con un po’ di mele e di cipolle, commestibili questi che tenevo sempre ne’ miei ripostigli.
In un paio d’ore il manicaretto fu all’ordine; lo trinciai accuratamente e mi accinsi a mangiarlo. Intanto udivo dal di fuori Ambra che correva di qua e di là e chiamava ad alta voce: – Niño! Niño! – ch’era il nome da essa imposto alla bestiuola. Io rosicchiavo gli ossicini di Niño coi miei denti robusti, quando si aperse l’uscio ed entrarono Ambra, Ramàr e Flibbertigibbet.
Ramàr mi chiese: – Ov’è Niño?
Io, compiendo tranquillamente il gesto voluto dalle mie parole, risposi: – È qui, e se posso offrirvene una costola…
Ambra svenne. Ramàr la soccorse indirizzandomi parole di furore. Io replicai, continuando a rosicchiare i garetti di Niño, che il cagnuolo era mio e che potevo farne il mio pro’ quando volevo. Non feci la minima allusione all’avvelenamento di Gin. Ramàr trasportò Ambra nella camera attigua.
Flibbertigibbet, che si smascellava dalle risa, corse a raccontare a tutta la compagnia il caso di Niño che gli pareva stranissimo. M’avvidi troppo tardi che avevo commesso un errore. La vita di scherno nella quale m’illividivo da tanto tempo s’aggravò dopo quel fatto. I miei colleghi mi chiamarono d’allora in poi il mangia-cani, soprannome che in China non sarebbe parso per nulla vergognoso, ma che pareva ridicolosissimo a quella gente plebea.
La storiella varcò le mura del circo, passò nelle gazzette e macchiò la mia rinomanza.
Quando entravo nel circo, ai dì delle rappresentazioni, le damine galanti, nascondevano per celia i loro catellini avanesi, fingendo di temere che li dovessi divorare belli e crudi, e ridevano.
Ho avuto sempre cura d’analizzare i moventi delle risoluzioni repentine della mia vita, le quali furono per buona sorte poche. Così, perché tu mi assolva un poco dal mio errore, voglio aiutarti a scoprire le cause che mi spinsero all’uccisione del cagnuolo dilettissimo ad Ambra. Le cause minori furono l’istinto di rabbia contro l’amante dell’andalusa che m’aveva attossicato il povero bull-dog; l’antipatia invincibile che nutrivo contro quell’obeso Niño; un brutale bisogno di distruggere una creatura viva per vendicare il mio Gin e me stesso. Ma il movente maggiore di quel fatto di sangue, di miele e di cipolle, mi venne da un lungamente maturato bisogno di ghiottoneria, di cui era forse inconscio io stesso nel momento della catastrofe. Il Niño d’Ambra era l’ideale delle mie merende e delle mie cene. La vendetta fu il pretesto della gola. E quella fu la terza e, fino ad oggi, ultima volta che la mia innata ghiottoneria m’aveva tratto ai cattivi passi.
Un’altra volta questo malo istinto mi valse quella tale staffilata che mi diede il gin-mù quando nella stiva del vascello andai alla cerca delle cose dolci promessemi dalla madre. E quando dieci anni dopo succhiai il dolcissimo sangue della voluttuosa vena dell’andalusa, fu la seconda volta. Ma tu sorridi, savio Meng-pen, col sorriso di chi nota un errore nella dimostrazione di un teorema, e i tuoi occhi mesti non concordano coll’espressione della tua bocca. Ma lasciami proseguire il racconto.
Una sera, dopo gli spettacoli, stanco di servire da bersaglio alle beffe dei clowns e alle risate del pubblico (Flibbertigibbet aveva attaccato quella sera un pezzo di lardo all’estremità della mia coda, senza che me ne fossi avvisto, per modo che tutti i cani e tutti i gatti del circo mi stavano alle calcagna con grande tripudio della plebe), irritato, eppur con passo paziente, mi diressi verso la camera del direttore. Trovai William Wood intento a numerare dollari e banconote.
– Che c’è di nuovo? – mi disse come appena mi vide.
Io risposi con voce umile, ma franca: – Domando la mia licenza, voglio partirmene dal circo.
Uno scroscio di risa riempì così fattamente le fauci di William Wood che queste parole smozzicate s’udirono appena:
– E perché, miss Yao?
– Parto perché sono un ginnasta e non un buffone, sclamai risolutamente.
– Sta bene, sta bene, sta bene – ripeté cantarellando l’americano; m’accorgo che hai bisogno di leggere certa scrittura.
E mi porse una vecchia carta, un contratto. Discesi cogli occhi alla firma e lessi un nome a me ignoto: Tom Tompson. Poi nel mezzo di una linea scorsi il mio nome, “Yao”, e nella stessa linea queste due parole: “tremila dollari”, e più sotto, alla distanza di tre righe: “venduto, colle vesti che indossa e con una preziosa edizione di Confucio, a William Wood direttore del Circo di Lima”. Altro non lessi. Mi appoggiai ad una parete e rividi in un baleno della memoria l’orrendo stivaggio del vascello del pastore d’uomini. Tom Tompson, il gin-mu, aveva ingannato mia madre. William Wood sorrideva. Ero uno schiavo!

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