ASIA/AFGHANISTAN – Tenere aperta la porta della speranza, specialmente per le donne

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Roma – “Quel filo di speranza che si era aperto nei primi anni del 2000 in Afghanistan ha cominciato a venire meno col restringersi dello spazio umanitario e l’avanzare della guerra”. E’ quanto ricorda all’Agenzia Fides Alessandra Morelli, a lungo Vice rappresentante dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati a Kabul, a margine del “Festival della Migrazione” che si è concluso sabato 6 novembre in Emilia Romagna, promosso, tra gli ai soggetti, dalla Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana.
Morelli ricorda i primi tempi in cui arrivò in Afghanistan: “Fu agli inizi del 2003 e facevo parte della squadra dell’attuale Commissario Filippo Grandi, che aveva il compito di trasferire le operazioni dell’Unhcr dal Pakistan all’Afghanistan, per un motivo di prossimità. Fui destinata a Khost, Gardez e Ghazni che erano anche il cuore della missione militare Enduring Freedom. Ci sono tornata nel 2010 come Vice rappresentante. Cosa mi porto dietro? All’inizio ho vissuto la speranza, quella porticina che si apriva. Si speranza, perché il termometro della speranza in un Paese lo si percepisce attraverso le decisioni che prende la popolazione: per esempio quella di rientrare in patria. La popolazione stava tornando: un milione di persone in meno di un anno, perché si intravedeva la possibilità di tornare alla propria terra, di costruire o ricostruire una casa, di riabbracciare la famiglia e poi di mandare a scuola i propri figli”.
Finita quella missione iniziale Morelli torna in Afghanistan nel 2010. Cos’era cambiato? “Nel 2010 eravamo nella fase più acuta della guerra, quella in cui il problema sicurezza aveva ormai già ristretto tutti gli spazi umanitari. Per noi, per le Nazioni Unite in generale o per le organizzazioni non governative, avere il problema dell’accesso allo spazio umanitario significa distaccarsi sempre più da quell’elemento di prossimità e vicinanza con la popolazione locale. Si passò dalla fiammella della speranza nel 2003, alla chiusura totale, fino all’obbligo di muoversi solo sotto scorta.”
Che eredità ha tratto da questa esperienza? Afferma Morelli: “Quella di aver sempre lavorato in spazi disumani, cercando di renderli umani. E’ un bagaglio che ora voglio mettere al servizio del mio Paese e dei territori. Per questo accetto volentieri gli inviti dove posso raccontare la disumanità della guerra, la sua inutilità, quella che si definisce ‘la banalità del male’ e come un conflitto possa portare gli operatori umanitari a vivere scortati. Lo faccio con associazioni, istituzioni e organizzazioni come la Caritas, in iniziative culturali o nelle università”.
L’istruzione oggi in Afghanistan è una delle principali preoccupazioni: “Lo è specialmente per la popolazione femminile. Questo – conclude Morelli – è anche il motivo per cui faccio parte di Women for Afghanistan, piattaforma che raggruppa attiviste afgane sparse per il mondo, che hanno deciso di tenere vivo un dialogo con le donne rimaste nel Paese. Lo scopo è portare avanti una battaglia di riconoscimento. Le donne afgane chiedono di non essere dimenticate e non vogliono abdicare da quei diritti che si erano guadagnate: dignità, accesso all’istruzione e alla professionalità”.