ASIA/INDIA – I Vescovi asiatici: padre Swamy è come Gandhi, “santo dei poveri”, morto “da vero discepolo di Cristo”

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New Delhi – “Con profonda angoscia e dolore, piangiamo la morte del martire degli emarginati, padre Stan Swamy SJ. Il suo ultimo mese di detenzione in un letto d’ospedale fino agli ultimi istanti è la tragedia straziante di un uomo innocente, perseguitato per aver fatto del bene. Il ricovero in custodia ha frenato i suoi movimenti, ma con la sua morte, la sua eredità è stata liberata, ispirando migliaia di persone in ogni parte dell’India e del mondo. La sua missione continuerà e non soccomberà mai al male”: lo scrive, in un messaggio inviato all’Agenzia Fides, il Cardinale Charles Maung Bo , Arcivescovo di Yangon in qualità di Presidente delle Federazione delle Conferenze Episcopali dell’Asia , esprimendo le condoglianze e la solidarietà a nome di tutti i Vescovi asiatici, dopo la morte del gesuita indiano padre Stan Swamy .
Nota il Cardinale Bo: “L’India ha una storia gloriosa, è culla di molte religioni del mondo, ma nutre anche una storia ferita. Anche il Mahatma Gandhi, il santo che viveva per i poveri, fu arrestato e incarcerato in base alle leggi sulla sedizione da parte di funzionari britannici. Lo stesso Gandhi è oggi il perno della storia indiana. Ci consola il pensiero che anche padre Stan Swamy ha seguito il percorso nonviolento di Gandhi, con un grande amore per i reietti. È l’ultimo santo dei poveri dell’India moderna”.
Secondo il Cardinale, Stan Swamy ha inteso e vissuto il suo sacerdozio, “estendendo il suo altare alle strade, alle colline di quegli odiosi angoli di ingiustizia, spezzando il pane della Buona novella della dignità umana e della giustizia soprattutto tra gli indigeni “. “Per troppo tempo – rileva il testo – i tribali innocenti hanno arrancato lungo una spietata via crucis inflitta loro dall’avidità corporativa e da leggi ingiuste. La sua instancabile lotta per liberare queste comunità emarginate lo ha portato al culmine del Calvario, dell’incarcerazione, della privazione e della morte definitiva. E’ morto da vero discepolo di Cristo”.
La sua morte, conclude il Presidente della FABC, “getta luce sull’ingiustizia che sta diventando una norma nel mondo: i tribali e gli indigeni sono sacrificabili per gli interessi delle multinazionali e per i loro sostenitori politici. Anche in Asia, a partire dal Mar Cinese Meridionale fino alle zone centrali dell’India, una vasta distesa di terra di milioni di acri era abitata dalle tribù indigene. Per migliaia di anni hanno protetto i ‘polmoni dell’Asia’. Ora il virus ecologico dell’avidità, ha intrapreso una guerra contro queste terre e queste persone. Padre Stan Swamy, è morto mentre accompagnava i tribali nella loro lotta e nel loro sogno. Nel compiangerlo, ci impegniamo anche noi per un nuovo mondo di giustizia e di pace”.
Aggiunge, in un messaggio inviato a Fides, p. Vinod Sushil Soreng SJ, Gesuita della provincia indiana di Ranchi, professore al seminario dei gesuiti a Chennai, in Tamil Nadu e amico personale di Swamy: “Stan è stato etichettato come terrorista, anti-nazionale, responsabile dell’incitamento alla violenza e della violazione della legge e dell’ordine sociale; era accusato di essere complice dei Naxaliti. Mi vergogno per il modo in cui gli è stata ripetutamente negata la giustizia negli ultimi mesi. In qualità di scrittore, pensatore, studioso diceva di non tacere quando i diritti di qualcuno vengono violati, specialmente quelli dei tribali e dei diseredati. E’ stato un profeta dei nostri tempi, senza paura, audace e instancabile. Ha sfidato le istituzioni e i sistemi ponendo domande serie e fondate, affinché i diritti dei tribali e dei dalit fossero salvaguardati. Diceva spesso: se non puoi essere solidale con coloro che soffrono o che vedono negati i diritti fondamentali alla vita, la tua vita di religioso o di essere umano è solo superficiale. Raccogliamo la sua eredità: la sua vita ispirerà generazioni a lavorare per la dignità e la giustizia che viene negata ai poveri, alle minoranze e alle popolazioni indigene in tutto il mondo”.