ASIA/INDIA – Sono 145 i casi di violenza sui i cristiani nella prima metà del 2021: preoccupano le “Leggi anti-conversione”

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New Delhi – Nella prima metà del 2021 sono stati documentati 145 casi di violenza contro i cristiani in India: come riferisce in un nota inviata all’Agenzia Fides la Commissione per la Liberta religiosa in seno alla “Evangelical Fellowship of Indian” Religious Liberty Commission” , fra i 145 episodi vi sono tre omicidi. I casi sono esposti e documentati nel rapporto intitolato “Odio e violenza mirata contro i cristiani in India – Rapporto semestrale 2021” pubblicato il 23 luglio dalla Commissione per la libertà religiosa dell’EFI. “E’ sconcertante che gli incidenti si siano verificati proprio mentre il Paese, è stato nuovamente colpito dalla seconda ondata della pandemia, che ha colpito , in particolare le città metropolitane tra cui la capitale nazionale New Delhi”, afferma nella nota il Rev. Vijayesh Lal, Segretario Generale della Fellowship of India’s Religious .
La violenza dettagliata nel Rapporto inviato a Fides, riferisce, tra gli ai, di 3 omicidii, 22 attacchi alle chiese, 20 casi, in aree rurali, di ostracismo o boicottaggio sociale verso famiglie che si erano rifiutate di rinnegare la loro fede cristiana. Seguono minacce a false accuse di conversioni, come storie di esclusione sociale e discriminazione su base religiosa.
Secondo il Rapporto, a livello di diffusione geografica il Madhya Pradesh è in cima alla lista con 30 casi. Lo stato, che ha vaste aree di terre forestali dove vivono gli adivasi, o tribali, è stato tra i primi ad emanare “Leggi anti-conversione”. Il vicino stato dell’Uttar Pradesh ha continuato registra 22 casi, mentre gli stati Karnataka e Chhattisgarh, anch’essi polarizzati da un decennio di campagne politiche di divisione religiosa, riportano 14 e 13 casi ciascuno.
L’incidente più bizzarro è avvenuto il 19 marzo 2021 a Jhansi, nell’Uttar Pradesh, quando quattro suore cattoliche della Società del Sacruo Cuore sono state arrestate mentre si recavano da Delhi nello stato di Odisha. L’incidente è avvenuto mentre il treno su cui viaggiavano si è fermato alla stazione ferroviaria di Jhansi. Un gruppo di estremisti religiosi, di ritorno da un pellegrinaggio, le ha accusate di operare conversioni religiose non autorizzata. La polizia è arrivata sul posto e ha arrestato le donne senza prestare alcuna attenzione alla loro versione della storia. Circa 150 membri di organizzazioni radicali nazionaliste indù hanno accompagnato le donne in processione alla stazione di polizia. Le suore terrorizzate sono state rilasciate alle 23.30 dopo che l’intervento di leader e organizzaizoni della società civile ha convinto la polizia che le suore erano innocenti e avevano documenti credibili per dimostrare la loro storia, ha osservato il reverendo Lal. “La violenza contro i cristiani in India deriva da un clima di odio mirato. La traduzione dell’odio in violenza è innescata da un senso di impunità generato nell’apparato amministrativo indiano”, afferma il reverendo Lal.
Il COVID-19, che ha avuto un grave impatto sulla raccolta dei dati, sulle indagini di base e persino sulla solidarietà con le vittime in villaggi lontani, sembra aver fornito alla polizia uno stratagemma per non registrare i casi – la polizia è stata generalmente restia a registrare i casi di violenza sui cristiani. Anche l’accesso ai tribunali per ottenere giustizia è stato limitato. La violenza è stata anche facilitata dall’assenza della società civile nelle strade poiché gli attivisti non hanno potuto viaggiare a causa delle restrizioni e dei blocchi causa Covid.
Lo sviluppo più allarmante – nota il Rapporto – è stata, poi, l’espansione dei famigerati “Freedom of Religion Acts”, conosciuti popolarmente come “Leggi anti-conversione”. In precedenza approvate e applicate in 7 stati indiani, ora si sono estesti a più stati governati dal Bharatiya Janata Party. Queste norme prendono di mira le minoranze cristiane e musulmane, in quest’ultimo caso con il pretesto di frenare il “Love Jihad”. Questo è un termine coniato alcuni anni fa per demonizzare i matrimoni tra uomini musulmani e donne non-musulmane, in particolare quelle appartenenti alle caste superiori indù. Le leggi apparentemente puniscono le “conversioni religiose forzate o fraudolente”, ma in pratica servono a criminalizzare tutte le conversioni, soprattutto in aree non urbane.
L’Uttar Pradesh è diventato l’ottavo stato indiano ad approvare una legge anti-conversione. Leggi simili sono in vigore negli stati di Odisha, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Himachal Pradesh, Jharkhand e Uttarakhand. Gli stati dell’Arunachal Pradesh e del Rajasthan hanno approvato leggi anti-conversione che non sono in vigore per vari motivi, mentre il Tamil Nadu ha approvato e successivamente abrogato una legge anti-conversione.
Gli attivisti cristiani temono che la tendenza di espansione delle leggi anti-conversione sia un passo avanti verso la legge e “per controllare quello che viene definito il proselitismo dei ‘missionari’, per cristianizzare dalit, tribali e ai in aree rurali, piccole città e baraccopoli urbane”.
Rispondendo a diverse petizioni, la Corte Suprema dell’India ha accettato di esaminare la validità costituzionale delle leggi emanate dall’Uttar Pradesh e dall’Uttarakhand, ma ha affermato che le leggi devono essere prima impugnate dall’ Alta Corte dei rispettivi stati.
Campagne dei gruppi nazionalisti legati all’ideologia dell’Hindutva stano facendo pressioni per presentare in Parlamento una legge contro la conversione religiosa, da approvare su base federale.
L’EFI rivolge un appello al governo dell’India e ai rispettivi governi statali per garantire lo stato di diritto e la sicurezza delle minoranze religiose in India.