ASIA/IRAQ – Patriarca caldeo Sako: il futuro dei cristiani in Medio Oriente dipende innanzitutto da loro

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Baghdad – La presenza delle comunità cristiane in Medio Oriente e la loro sopravvivenza nelle terre della prima predicazione apostolica chiamano in causa “prima di tutto” le responsabilità degli stessi cristiani mediorientali, chiamati anche a “ammettere i propri errori” a liberarsi da una perdurante “mentalità settaria” per costruire insieme ai loro concittadini istituzioni civili consone a garantire la convivenza tra diversi. Così il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako vede il presente e il futuro dei cristiani mediorientali, questione delicata e controversa posta al centro di una lunga e articolata riflessione diffusa dal cardinale iracheno attraverso gli strumenti ufficiali di comunicazione del Patriarcato caldeo.

Lo spunto ispiratore delle nuove riflessioni patriarcali è rappresentato dalle imminenti elezioni politiche irachene, in agenda il prossimo 12 ottobre. Un appuntamento considerato cruciale da molti analisti – sottolinea il Patriarca Sako, – “e che porta con sé ancora una volta la domanda: c’è un futuro per i cristiani dell’Iraq e della regione?”. Le considerazioni del Patriarca sulla condizione dei cristiani in Medio Oriente esprimono uno sguardo diverso e lontano dai registri vittimistici dominanti nelle ‘narrazioni mediatiche’ sulle comunità cristiane mediorientali. Mediorientali che imperversano soprattutto in Occidente. Molti spunti di riflessione offerti dal porporato iracheno appaiono invece in piena sintonia con le sollecitazioni contenute nel documento “noi scegliamo la vita”, recente contributo di approfondimento sulla condizione e le prospettive future della presenza cristiana in Medio Oriente, curato dall’equipe ecumenica di teologi e studiosi Nakhtar al Hayat . Anche il Patriarca Sako invita i cristiani mediorientali a affrancarsi da un certo “complesso di minoranza” che porta alcuni a attendere la soluzione dei problemi da parte di entità politiche e geopolitiche esterne, o magari dalle stesse istituzioni ecclesiali. Il Patriarca invita a prendere le distanze da battezzati che delegano a istituzioni civili o organismi ecclesiastici il compito di liberarli da difficoltà e apprensioni che segnano il loro vissuto quotidiano. In una breve ricapitolazione storica, il Patriarca caldeo non nasconde le violenze e gli ai fattori di angoscia che dal 2003, dopo l’abbattimento del regime di Saddam Hussein, hanno spinto “più di un milione di cristiani iracheni a emigrare”. Nella riflessione del cardinale iracheno si ricorda il dilagare di correnti islamiste estremiste e di una generale “cultura settaria”. Nel contempo, il Patriarca caldeo invita anche a riconoscere responsabilità e errori compiuti dai cristiani, compresi quelli di ordine socio- politico. “Dopo la caduta del regime – ricorda tra l’ao il cardinale iracheno – alcuni cristiani formarono partiti politici nazionali, e si trattò di un inizio incoraggiante”. Ma poi sigle e rappresentanti politici cristiani “non hanno unito le forze in un’azione condivisa, con un’unica visione e un preciso piano d’azione”, e molti si sono ripiegati a tutelare “ristretti interessi personali”. Adesso, di fronte a una situazione in chi crescono segnali preoccupanti, conviene che i cristiani per primi abbandonino forme di settarismo che li spignono anche a dividersi tra loro, per provare a abbracciarsi “come una compagine unita nei discorsi e nelle posizioni”, disposta a collaborare con i concittadini di fede islamica per costruire insieme istituzioni civili fondate sul principio di cittadinanza e di giustizia.

Nel suo intervento, il cardinale Sako rilancia anche le riflessioni recentemente proposte dall’Arcivescovo Michel Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme dei Latini, rilanciate dall’Agenzia Fides . Le domande e anche le incertezze che aleggiano sul futuro dei cristiani in Medio Oriente – aveva sottolineato il Patriarca Sabbah commentando anche lui il documento pubblicato dal gruppo Nakhtar al Hayat “non sono innanzitutto una questione di numeri, anche se i numeri sono importanti, ma sono una questione di fede”.