ASIA/LIBANO – Padre Rouphael Zgheib (POM): nella giornata di preghiera per il Libano tanti spunti per ripartire

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Jounieh – Né vittimismo, né arroccamento. La giornata di preghiera e di riflessione sul Libano che ha riunito a Roma Papa Francesco con i Capi delle Chiese e comunità ecclesiali presenti nel Paese dei Cedri, non è stata un pretesto per ripiegarsi sui propri fallimenti e alimentare il senso di incertezza. Al contrario, essa appare piena di spunti che possono aiutare i cristiani del Libano a offrire un contributo nuovo per uscire dalla crisi che attanaglia la nazione, riconoscendo gli errori ma anche le ricchezze umane e spirituali di cui far tesoro, a servizio di tutti, Ne è convinto il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie del Libano.
“Come prima cosa” – sottolinea padre Zgheib commentando per l’Agenzia Fides la giornata di preghiera e riflessione per il Libano ospitata giovedì 1° luglio in Vaticano – mi ha colpito che l’intervento pronunciato da Papa Francesco a conclusione della giornata si sia aperto non con rimostranze e lamenti rivolti verso gli ai, ma con una richiesta di perdono per la mancanza di testimonianza cristiana da parte nostra. La tendenza a dare sempre tutte le colpe dei mali del Paese agli ai, a cominciare dai politici, può diventare un alibi per auto-assolversi e non lasciarsi interrogare su come siamo chiamati a confessare la nostra fede nelle circostanze e nelle condizioni in cui ci troviamo”.
Nell’incontro di Roma – fa notare il sacerdote maronita – nessuno ha tirato fuori dal cappello soluzioni magiche con la presunzione di risolvere in un baleno la crisi micidiale attraversata dal Paese, magari affidandosi ad aiuti o ‘protettori’ esterni. Mi sono sembrati importanti” aggiunge padre Zgheib “anche i passaggi in cui il Papa ha invitato a guardare alle donne, ai giovani e ai legami da custodire con i libanesi in diaspora, sparsi per il mondo: Khalil Gibran, il poeta citato due volte dal Papa, era intimamente legato alla sua identità libanese, pur avendo vissuto gran parte della sua vita negli USA. Per quanto riguarda le donne e i giovani, essi vengono adeguatamente presi sul serio non solo nella vita politica, ma anche nella vita ecclesiale. Per tanti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie cristiane non appare più scontato il rapporto vitale con la fede in Cristo, nonostante tanti discorsi retorici di chi continua a ripetere che i giovani sono il nostro futuro, senza guardare il presente”.
Il sistema istituzionale libanese, con tutti i suoi limiti, continua a essere utilizzato per amministrare e gestire la “convivenza tra diversi” che connota la pluralità libanese. “Nell’intervento di Papa Francesco” sottolinea padre Rouphael “non ci sono riferimenti diretti a questioni istituzionali, anche perché quando si entra sul terreno delle scelte politiche, le opinioni possono divergere anche tra i Capi delle Chiese cristiane. Il Papa non ha fatto nemmeno riferimento alla questione dei numeri e dei mutevoli ‘rapporti di forza’ esistenti tra le diverse comunità dal punto di vista demografico. Quello che mi sembra evidente, è che anche il Papa non ha indicato come questione prioritaria quella di ‘difendere’ spazi di potere e agibilità politica riservati ai cristiani. Il destino delle comunità cristiane libanesi rimane condiviso con i nostri concittadini musulmani, sciiti e sunniti. E anche le opere caritative, assistenziali e sanitarie animate dai cristiani vanno custoditi come bene prezioso proprio perché rappresentano un contributo potente dei cristiani a tutta la comunità libanese, nell’orizzonte del bene comune richiamato più volte anche nel discorso del Pontefice”.