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Luigi Capuana – Potere di Ombre

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Vedendoli andare attorno sorridenti di giovinezza, elegantissimi, tutti li guardavano con ammirazione e qualcuno con benevola invidia. Le persone, che li conoscevano di nome, si maravigliavano che quella luna di miele durasse da qualche anno; gli amici per poco non chiamavano ostentazione la gioconda sincerità che traspariva da ogni loro parola, da ogni loro atto, e confermava la leggenda di una affezione di fanciulli trasformatasi in divampante amore vittorioso di ogni difficoltà, fino alla felice unione che sembrava sogno non interrotto di ogni gentile dolcezza.
Ed era davvero un sogno diventato realtà quel villino dove Giacomo Boschi e Dina Friolli erano andati quasi a nascondere agli occhi dei profani la intima gioia della loro giovane vita, appena tornati dal lungo viaggio di nozze, durante il quale avevano portato trionfalmente attorno, da un capo all’altro d’Italia, lo spettacolo di due bellezze: la virile di lui, la femminile di lei, mirabile insieme di splendore e di profumo da non poter passare inosservato.
Le stanze del villino erano state arredate con suprema signorilità di linee e di colori, con gusto di elevata raffinatezza, dove si scopriva facilmente la intelligentissima direzione della giovane sposa.
Tutti e due poi avevano creato quel salottino segregatissimo, con la finestra dalla parte della selva, come avean voluto che fossero ridotti i viali e le aiuole del giardino piantatovi dal primo proprietario; selva non molto ampia, ma tale però da dare l’illusione del nome impostole, con piante abbandonate alla loro libera vegetazione, tra le quali essi potevano fingere di smarrirsi nella calda stagione e trovarvi il godimento dell’ombra e del fresco come in una selva di montagna.
Quel salottino, con tappezzeria di color celeste, sbiadito, ampio canapè, tavolinetto, due poltrone, e alcuni oggetti d’arte, essa lo chiamava il loro nido: egli, con arditezza che poco piaceva a Dina, il loro Sancta Sanctorum. Nessuno vi era mai stato ammesso, e serviva per loro da rifugio nei giorni e nelle ore che si sentivano spinti a fantasticare, a tenersi stretti tra le braccia e scambiare più baci che parole, afferrati improvvisamente da abbandoni di tenerezza prolungati, talvolta per ore.
In quel salottino si sentivano proprio segregati dal mondo, specie ora che le loro commosse immaginazioni sentivano il bisogno di rincorrere la deliziosa chimera di un bambino o di una bambina, e pensavano con tristezza che l’uno o l’altra, o tutti e due, avrebbero già potuto benissimo esser venuti a consolarli!
Accorgendosi che Giacomo soffriva immensamente di questo ritardo, Dina, non meno ansiosa di lui, tentava di confortarlo, affettando serena rassegnazione.
– Perchè tanta fretta?-gli diceva sorridendo. – Saremo sempre in tempo di riceverli degnamente.
– E se tarderanno… troppo?
– Peggio per loro. Noi però non ci vorremo meno bene per questo.
– Oh, certamente!
Intanto ella veniva intuendo che qualche cosa modificava, con lento ma ostinato lavorìo, i sentimenti del marito verso di lei. In che, in quali circostanze avea potuto dispiacergli? Se lo domandava continuamente, ma non osava di domandarlo a lui.
Temeva di essersi ingannata, e di veder fraintese le sue parole.
Da qualche tempo egli, dopo colazione, acceso un sigaro, non la prendeva sottobraccio, accarezzandole la mano, e più non la conduceva nel Sancta Sanctorum, come soleva fare mesi addietro, due, tre volte la settimana. Rimaneva seduto a tavola, coi gomiti appoggiati sul piano di essa, le gote tra le mani, gli occhi intenti a seguire le spire del fumo mandato fuori con significativa lentezza; e l’unico segno che egli si avvedesse, in quei momenti, della presenza di lei era il gesto con cui le porgeva una sigaretta russa, invitandola a fumare. Seguiva anche lei, tristemente, le spire del fumo che le uscivano dalle labbra con uguale quasi inconsapevole lentezza, e pensava:
– Qualcosa della mia felicità dilegua e sparisce così!
Tutt’a un tratto egli pareva destarsi da quel torpore, abbozzava un sorriso evidentemente forzato e usciva in una esclamazione che tentava di nascondere il suo intimo pensiero:
– Marzo ne fa delle sue! Pioviggina.
– Si sta bene in casa.
– Non si direbbe che la Primavera sia a l’uscio.
– La Primavera, innanzi tutto – rispose Dina quella volta – bisogna averla nel cuore.
– La Primavera del cuore dura poco anch’essa, pur troppo!
– Perchè dici così?
– Perchè? Dovresti spiegarmelo tu!
– Giacomo!
– Tu sei mutata; tu muti ogni giorno; credi che non me ne accorga?
– Giacomo!
C’era tale straziante rimprovero nell’accento con cui Dina aveva pronunziato il nome del marito, impallidita, col busto inchinato verso di lui con gli occhi velati di lacrime, che egli ne fu scosso, e le tese le mani con gesto di implorazione.
– Perdonami, Dina! Ti voglio tanto bene, che mi sembra di più non essere riamato a bastanza!
– Come posso dimostrarti che t’inganni?
– Ah! Se venisse… l’atteso!
– È forse colpa mia?…. Dunque….. io non ti basto?
– Sì, sì! Ma tu…. ma tu, forse, non lo invochi con tale ardore da forzarlo a venire!
– Insegnami!
– Disgraziatamente questo non s’insegna!
– E non ti accorgi che ho per te qualche cosa di più che il solito amore? Un’adorazione così elevata, così intensa…..
Vedendola sul punto di scoppiare in un pianto dirotto, egli si rizzò, profondamente commosso, e la strinse fra le braccia e la baciò con vivissimo slancio.
– Senti – le disse. – Noi faremo un nuovo viaggio di nozze. Mi pare – è una stoltezza, e non so come sia entrata in mente – che io ti abbia – sì, è la parola – sperduta per via, e che debba ricercarti, ritrovarti… Non rispondermi niente. Sai? Ci sono, probabilmente, dei microbi che penetrano nel cervello, e inoculano la malattia dello sconforto, del dubbio. Come può essere avvenuto che io più non mi senta riamato a bastanza da te?…. Zitta!.. Un nuovo viaggio di nozze. Ti ritroverò, mia dolce sperduta! Ah! Ridi?
– Mi sembri colui che cercava il cappello… che aveva in testa. Sperduta io? Più tua, più tua di una volta, se fosse possibile!

*
*   *

Il nuovo viaggio di nozze fu, necessariamente, una continua menzogna per tutti e due. A Napoli, a Milano; a Torino, egli aveva lasciato sola la moglie all’albergo, per andare a consultare professori specialisti.
– Siamo due veri fiori di salute… Ci siamo sposati per amore, ci vogliamo immensamente bene ma i figli non vengono! Può essere? Può essere?
– Giacchè non vengono!
– E non c’è rimedio? La scienza è impotente?
– In questi casi sopratutto. Non bisogna però disperare: la Natura ha risorse che noi ignoriamo. Qualche volta, dopo parecchi anni… di silenzio, si è rivelata in certi matrimoni, di una fecondità prodigiosa.
Su per giù, i professori consultati avevano risposto allo stesso modo. Ed egli tornava triste, rassegnato, all’albergo con la lontana lusinga che anche per sua moglie e per lui la Natura volesse rompere, un giorno o l’altro… il silenzio, come si era espresso uno dei dottori.
Durante il viaggio, Dina era stata presa da strane spossatezze, da assalti di febbri. Avean dovuto indugiare in questo e in quello albergo a ogni nuovo accesso; e nessuno dei due intanto esprimeva il desiderio di tornare a casa, a quel villino che li aveva accolti negli anni della loro felicità, e doveva esser saturo degli effluvi di essa, come di un forte profumo; l’espressione era stata di lui, parlandone a un amico.
La spossatezza, le febbri ostinate di sua moglie cominciarono a impensierirlo.
Una mattina, dopo una lunga nottata insonne, seduto al capezzale di lei, stringendole le mani scottanti, egli trasalì sentendosi dire con voce fioca:
– E se morissi, Giacomo?
– E se morissi io? – egli disse.
– Tu no!
– Che discorsi mi fai, invece di dirmi: Voglio guarire subito!
– Tu no! – replicò Dina – Mi hai smarrita per via… cioè non mi senti più nel tuo cuore… Lo hai detto… Non mi hai ancora ritrovata a quel che pare. Se io morissi, sarebbe una fortuna per tutti e due… Lo pensi anche tu, confèssalo!
– È la febbre, Dina, che ti fa parlare così!
– Forse. La febbre ci fa dire quel che la salute ci indurrebbe a nascondere. Dovresti benedirla questa febbre.
– Pensa a guarire! Ho fatto un sogno la notte scorsa, in un breve appisolamento; qui, al tuo capezzale. Eri guarita, rifiorita, e rientrando nel nostro villino, trovavamo in camera… indovina?
– Risparmiami lo sforzo…
– Una culla.
– Vuota!
– Con una bella creaturina… nostra! Chi sa Dina, chi sa? Certi sogni sono veridici, talvolta.
– Talvolta! Ordinariamente però ognuno sogna quel che più desidera. Ormai tu non pensi ad altro… Hai ragione. Così com’è, la tua vita ti sembra senza scopo, vacua, inutile… A me invece! Oh! si vede proprio che mi hai smarrita per via!.. Chiudi gli scuri! Lasciami riposare. Bùttati anche tu su quell’altro letto. Forse… risognerai la culla!- soggiunse con fievole accento di grande amarezza.
Pur troppo, ritornando finalmente al villino, non ebbero la fortuna di trovare la culla sognata; ma Dina, che pareva cercasse, a ogni costo di svagarsi, di distrarsi, non fece mai nessuna più leggiera allusione a quel che era una spina nel cuore di suo marito, specialmente dopo di aver appreso dalla indiscrezione di una amica, che Giacomo, da scapolo, aveva avuto un figlio da un’amante; madre e figlio erano morti.
Dunque… l’ostacolo era lei!
In quella tiepidissima serata di maggio, essi erano scesi nella selva. Il plenilunio dava un aspetto fantastico al folto gruppo di piante sotto cui sedevano a fianco l’una dell’altro, mentre l’usignolo, ospite della selva, gorgheggiava a mezza voce in cima a un albero.
– Ascoltami tranquillamente – ella disse. – Ho pensato a lungo al miglior modo di liberarti di me: ma io sento così vive ancora nel mio corpo tutte le forze della giovinezza, così vivissimo l’attaccamento alla vita, quantunque essa sia ridotta per me ad un martirio senza nome – non interrompermi! – che mi manca il coraggio di compire l’atto supremo…
Lasciami dire… Trova tu il mezzo, a mia insaputa, di farmi morire! Non c’è altro rimedio alla nostra misera esistenza!
– Tu vuoi…. accusarmi di un delitto…. di un attentato! – egli la interruppe, rizzandosi, in piedi.
– Bacerei, benedirei la tua mano, Giacomo!
– Ma perchè vuoi morire? Che pazzia è la tua?… Se non mi ami più… È mai possibile? Ti lascerò libera; farai quel che vorrai, lontano, mutando nome…
– Di che infamie mi credi capace! Non c’intendiamo ormai: siamo giunti a questo!
– Dina! Dina mia! Farti morire io?… A tua insaputa?
– Poichè sono l’ostacolo! Poichè non ho saputo darti…
– Non voglio altro! Niente!… Solo il tuo amore, voglio! Dina! Dina mia!
Si gettarono l’una tra le braccia dell’altro, stringendosi forte forte fino a sentirsi mancare il respiro.
L’usignuolo, disturbato forse dal suono delle loro voci, aveva cessato di gorgheggiare; ed ora, tornato il silenzio, riprendeva il suo canto discreto, a mezza voce.
– Senti? – disse Giacomo. – È buon augurio.

*
*   *

– Siamo stati troppo felici! Dobbiamo scontare!
Giacomo Boschi lo ripeteva mentalmente, assistendo al consulto dei tre illustri professori che avevano, poco prima, esaminata la malata. Assisteva, preso da sbalordimento, senza intendere niente della discussione; capiva soltanto che si trattava di caso gravissimo di tifo con poca speranza di salvezza!
– Siamo stati troppo felici! Dobbiamo scontare!
Questa volta lo disse con lo strazio nella voce, cacciandosi le dita tra i capelli.
– È giovane; può trionfare del male! – lo confortò uno dei dottori.
Nella camera della malata, la rosea luce del sole al tramonto penetrava dalle due finestre spalancate perchè l’aria si rinnovasse continuamente, attorno alla povera signora che smaniava nel letto. La suora assistente le teneva ferma, con una mano, su la fronte, la vescica di gomma ripiena di ghiaccio, e con l’altra le impediva di scomporre la coperta. La giovane cameriera, dal lato opposto del letto, piangeva silenziosamente asciugandosi gli occhi di tratto in tratto.
– Non vi fate scorgere! – le raccomandò sottovoce la suora.
La camera veniva invasa dalla penombra della sera.
Giacomo, entrato in punta di piedi, si era accostato al capezzale, chinandosi verso la cara persona, chiamandola con un fil di voce.
– Dina! Dina!
La malata, quantunque sembrasse assopita, aperse gli occhi, guardò il marito, e li rinchiuse aggrottando le sopracciglia. Pronunziò delle sillabe incoerenti. E Giacomo si allontanò coi singhiozzi nella gola, ma con gli occhi aridi, ardenti, come ardenti ed aride erano le sue labbra.
Sin dai primi giorni della malattia, egli aveva notato un atteggiamento ostile nel contegno di sua moglie.
Erano passati due mesi dalla memoranda serata nella selva, e gli era parso che fossero già rinati i dolcissimi giorni sereni di una volta; e il salottino, il nido, il Sancta Sanctorum, li aveva accolti di nuovo lieti, confidenti, tra un sommesso scoccare di baci.
È vero che a lui era sembrato, a intervalli, di scorgere nei begli occhi di Dina rapide ombre di sospetto, non sapeva spiegarsi di che e perchè; e non aveva osato di rivolgersi al suo cuore nobile e sincero per ottenere spiegazione di cose che forse esistevano soltanto nella sua immaginazione esaltata. Ma ora, durante la prima settimana della malattia, quei dolci occhi amorosi avevano insoliti sguardi di diffidenza verso di lui.
– Sto male, molto male? Ditemelo… Voglio saperlo – ella domandava, quasi di nascosto, alla suora. Non sareste qui se non stessi molto male.
– La vita e la morte – rispondeva la suora – sono nelle mani di Dio!
– Pregatelo per me! Dio vi ascolta più facilmente. Non ho nessuno; i miei genitori sono morti; mia sorella è in Inghilterra… Non ho nessuno!
– Ha un marito che l’adora.
– Sono stata la sua disgrazia! Ha ragione. Se vuol liberarsi di me… L’ho supplicato io stessa: Fammi morire a mia insaputa!
La suora le accennò con la mano di star zitta.
– Che cosa dice? – le domandò Giacomo.
– Ha un po’ di delirio. La febbre è alta.
Due giorni dopo, dal suo profondo malessere, dalla costernazione delle persone che si aggiravano quasi tristi larve silenziose attorno al suo letto e per la camera, Dina comprese che ormai era finita per lei. L’orrore della vicina catastrofe, la fece balzar a sedere sul letto nonostante che la suora e Giacomo si sforzassero a impedirle di agitarsi, di buttar via le coperte.
– Non voglio morire!… Non voglio morire!… – urlava disperatamente – Non voglio morire!
E scoteva la ricca capigliatura sciolta attorno al collo e alla bellissima faccia che la violenza del male non era riuscita ad alterare.
– Non voglio morire! non voglio morire… Assassino!…. Ci sei arrivato!…. Non voglio morire!
Rigettò indietro con violenza il marito che tentava di calmarla, e ricadde sui guanciali, rantolando:
– Non voglio morire!
Giacomo Boschi, senza singhiozzi, senza lacrime, inginocchiato desolatamente a pie’ del cadavere della moglie, ripeteva come un ebete.
– Ed hai potuto credere?… Ah, Dina!

Luigi Capuana – Un segreto di Pulcinella

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– Sì – disse la contessa Nughelli – io amo il pettegolezzo…. quello degli altri; è divertente ed istruttivo. Niente rivela il carattere di una persona quanto il sentirla parlare con graziosa malizia, con sorridente perfidia, di fatti che, in apparenza, non la riguardano punto, non la interessano minimamente, e che intanto….
Il pettegolezzo – la interruppe Salzani – è cosa tutta femminile.
– Che fa molto comodo agli uomini – replicò la contessa. – Dovete convenirne. Ci sono però quelli che io chiamo Uomini-Donna e sono peggiori delle femminucce. Almeno nel nostro pettegolezzo – vedete? mi ci metto anch’io – c’è un garbo, una gentilezza che ne attenua ordinariamente il lato cattivo. Credo che non vi dispiaccia di esserne vittima.
– Non me ne lagno. Il pettegolezzo, specie quando diventa maldicenza, mette una bella aureola attorno al capo delle persone che investe. Io ho tale fama di cattivo soggetto….
– Degna dei vostri meriti….
– No; tale da farmi rimpiangere che io sia molto, moltissimo inferiore alla reputazione non so in che modo raggiunta. Vi sono donne che si domandano: – Sarà poi davvero un gran cattivo soggetto? – E vogliono accertarsene. Stia pur sicura, contessa; per queste donne, il più gran cattivo soggetto riesce sempre una delusione.
– È stato così…. pure? Nessuno lo sospetta.
– Per sospettare occorre almeno un qualche indizio.
– E quel povero Santucci intanto….
– Direi che è un imbecille se non lo conoscessi a fondo. Ma forse è vero che l’amore, in certi organismi, arriva ad offuscare l’intelligenza.
– Secondo me, Santucci ha fatto bene a non credervi.
– Perchè, contessa?
– Appunto perchè ha capito che più un gentiluomo si sforza di smentire quel che potrebbe lèdere l’onore di una donna, e più conferma la realtà che pretende di negare.
– Sicchè anche voi….
– Certamente, anch’io. Non vi giudico, non vi biasimo, nè vi approvo. Capisco che in certe azioni di una donna possono esservi ragioni da quasi pienamente scusarla. Siamo tanto fragili, tanto credule, tanto mal difese! E penso: – Poichè è così, vuol dire che non poteva essere altrimenti. – Sono un po’ fatalista. Ed ora, dopo questo preludio, dovreste compensarmi, confessandovi qui a quattr’occhi.
– Ma anche davanti a tutti i begli occhi che stanno intenti ascoltando le stupidaggini di Ballori. Egli rivende, a metà prezzo, lo spirito degli altri.
– Cominciate a parlare, e vedrete che le signore e le signorine diserteranno da Ballori!
– Santucci, laggiù, vorrebbe far credere….
– Che sta per consolarsi con la Porano? Scommetto ch’ella gli parla dei suoi dolori artritici.
– Se è vero che l’amore guarisce tutti i mali!…
– Non divagate. Ormai, caro Salzani, è il segreto di Pulcinella.
– Racconterò, ma senza nomi, proprio come nella confessione.
– I nomi li metteremo noi… Accostatevi pure, cara Maurigi, anche voi, baronessa, e anche tu, Càrola. Niente di segreto. Salzani sta per raccontarmi una interessantissima storia o storiella. Val la pena di star ad ascoltare.
– Storia o storiella… personale?
– Un po’ storia, un po’ storiella, baronessa, e un po’ anche fiaba; perchè – è inevitabile -nella vita, lo straordinario, il fantastico, messo alla porta, torna per la finestra. Si tratta di due, maschio e femina, come ce ne sono tanti. Se non che, a sentir lui, la giovinezza, a venticinque anni, gli aveva dato tutto quel che poteva, ed egli non osava di desiderar altro per non trovarsi faccia a faccia con un disinganno. Lei era una di quelle anime che io chiamo mezze addormentate, e non sono felici nè infelici, ma sembra vivano in tranquilla attesa di qualcosa probabilmente vicina ad arrivare, e che probabilmente non arriverà mai. Ed ecco, un giorno, questi due esseri si incontrano. Dove? Mettiamo in una deliziosa villa, o, se più vi piace, in un Grande albergo: il posto è indifferente. L’importante è che rimangono soli, quasi smarriti in un viale pieno di ombra o nella serra dell’albergo, appartati da tutti. Dopo alcuni momenti di silenzio, il dialogo comincia.
Lui. Com’è che non mi sono accorto finora che siete supremamente bella e adorabile?
Lei. Significa che ci vuole un gran sforzo di buona volontà per arrivarvi.
Lui. Ci sono eventi che si maturano nell’oscurità, tacitamente.
Lei. Quali eventi?
– Scusate, Salzani – lo interruppe la contessa – o voi avete poca fantasia, o volete velar troppo, anzi nascondere la realtà. Tra un uomo e una donna che, come pare, si trovino insieme la prima volta, non si fanno stupidi discorsi come questi che ci riferite.
– Avete ragione – rispose Salzani. – Ma io non volevo tirar le cose per le lunghe. Poi, è difficile riferire le precise parole. C’è, inoltre, l’impaccio di narrare in terza persona quel che andrebbe narrato in persona prima. Dovrei dire: ci conoscevamo da un pezzo….
– Si tratta dunque di voi? -fece la signora Maurigi. – Allora la cosa diventa molto più interessante. Un uomo come voi non deve avere esitanze. Sappiate che noi immaginavamo peggio, peggio assai di quel che raccontavate.
– Infatti non ci faccio una bella figura. Uno che si sente ripetere parecchie volte al giorno: – Siete un uomo di spirito – finisce balordamente col convincersi di esser tale. Ma altro è il credersi, altro è l’essere. E così il preteso uomo di spirito commette incredibili balordaggini. Per dire la verità, questa è l’unica di cui mi rimorda la coscienza. Non sono mai stato invidioso delle buone fortune altrui. Il mondo è così vasto che c’è posto per tutti. Ma non è raro il caso che lo stesso posto faccia, nello stesso tempo, gola a due. Allora….
– C’è il fortunato e c’è l’altro.
– Precisamente. Ora, nel mio caso, la stranezza consiste in questo: che il fortunato non c’era affatto, quantunque tutti, ed io con gli altri, credessimo alla sua esistenza; e che l’altro, cioè…. io mi rodevo di gelosia e non avevo un’ora di pace. Voi non potete immaginare che sfoggio d’immaginazione faccia l’Accidente in simili occasioni. La gente dovrebbe essere cieca e stupida per non prestar fede alle apparenze e per non ricamarvi attorno bellissime frange. Quell’uomo e quella signora non avevano nessun’idea di quel che avveniva intorno a loro; erano lontani mille miglia dal sospettare che ogni loro insignificante parola, ogni gesto, ogni sorriso innocentissimi venivano comentati, discussi, interpretati a capriccio di ognuno, quando presentavano qualcosa di equivoco, di oscuro, di sottinteso, ed erano invece le cose più semplici di questo mondo. E l’affare diventava complicato, perchè il preteso fortunato non aveva nessuna ammirazione per la persona, e pel carattere della vedova – si trattava di una giovine vedova – che gli veniva attribuita come amante. Era forse brutta? No, anzi aveva qualcosa di fine, di piacente, di delicato…. Occhi azzurri, magnificamente azzurri, quali se ne vedono di rado…
– Nessuno può dirlo meglio di lei, se è vero….
– Come, se è vero? È verissimo: erano il suo maggiore incanto per me. Se vi dicessi che ho avuto fin la debolezza di scriver dei versi per quell’azzurro…
– Non lo crederemmo – disse la baronessa. – Certe sciocchezze un uomo di spirito le fa…. ma non le confessa.
– Un innamorato non è più un uomo di spirito. Ero prostrato, avvilito. Ho commesso viltà delle quali non mi sarei mai creduto capace. Un giorno son arrivato fin a rubare in portineria una lettera a lei diretta, credendo di poter carpire qualche segreto, qualche indizio, un appuntamento, lo sfogo epistolare dell’amante felice… Era una sollecitazione della modista per aver pagato un conticino.
– Vi siete lasciato sfuggire la bella occasione di rimandarglielo misteriosamente saldato… Spesso dipende da certe piccole….
– Contessa! Mi sarebbe parso di offenderla…
– Ma avreste avuto l’occasione….
– Ne avevo avute tante! Me le ero lasciate sfuggire.
– Permettiamogli di continuare – disse timidamente Càrola.
– Dove eravamo rimasti? Ah si parlava della giovane vedova. Aveva la spigliatezza di tutte le sue pari… La vedovanza conferisce… uno stato d’animo tra il sentimentale e… l’opposto. Non so se avete notato che le vedove hanno lo scilinguagnolo molto sciolto. Vogliono forse prendersi la rivincita di certi silenzi imposti alla signorina, prima, alla maritata, poi. La cosa non riusciva a tutti gradevole; ma io mi compiacevo immensamente di quel chiaccherio a getto continuo, quasi le parole, la voce, i gesti mi permettessero di essere in qualche modo in intimo contatto con lei. Non si tradiva mai, però! Non lasciava mai trasparire che nel suo piccolo cuore ci fosse qualcosa oltre quel che pareva le aleggiasse su le labbra, le sorridesse nelle pupille.
E lui, invece, in certe occasioni, sembrava di una sfrontataggine incredibile. Non si avvedeva dunque che tutti gli sguardi erano fissati su loro due? Non si avvedeva dei maliziosi ammicchi delle persone che sottolineavano certi atti o di lei o di lui? La gente se lo domandava, e aveva ragione di maravigliarsi. Sfido! Il preteso fortunato sarebbe scoppiato in una grande risata se qualcuna gli avesse detto…. Infine era una cosa che non poteva fargli disonore. Parecchi e parecchi avrebbero voluto trovarsi nella supposta posizione di lui… Ma non era vero; non gli era mai passato per la mente, anche perchè le vedove gli mettevano paura assai più delle ragazze… E quando un indiscreto gliel’accennò, il…. – stava per scapparmene – il nome di bocca – cascò dalle nuvole; e saputo che io ce l’avevo con lui perchè sospettavo che egli mi avesse quasi fatto il dispetto di… non indovinare le mie intenzioni – giacchè si trattava proprio di questo – venne generosamente da me… Un altro si sarebbe compiaciuto di tale atto. Ma io, in quel momento, credetti ch’egli avesse voluto venir a godere del suo trionfo. Li avevo visti, poco prima, lei e lui, nella sala della Filarmonica, seduti accanto, nelle prime file delle poltrone. Si trattava di due aspettatissime novità; dirigeva la esecuzione l’illustre Maestro autore di esse…. Nel pubblico, un’attenzione straordinaria. E quei due… uno scandalo! Si erano parlati all’orecchio e – si vedeva – non per comunicarsi le impressioni musicali, dal momento in cui erano scoppiate le prime note, fino all’attenuato finale che era parso un amoroso sospiro del violoncello rimasto solo a gemere nel vasto silenzio della sala. Io non li avevo perduti di occhio un solo istante…. E proprio quel giorno, dopo quell’indecente spettacolo – ero convinto di questo! – egli veniva a dirmi: – Ma è dunque vero che tu ti figuri….? Ma nemmeno per sogno! Le vedove non sono il mio forte. Vogliono essere sposate: – non hanno paura di ricominciare… – Non lo lasciai finire. Gli risposi: – Chi ti ha chiesto spiegazioni? Io non mi mescolo dei fatti altrui e non permetto, che gli altri si mescolino dei miei. –
Appunto perchè non avevano niente da nascondere, essi si comportavano nei ritrovi, nelle feste, in teatro da gente che non può essere neppure sospettata. E intanto quel che lei, contessa, ha chiamato il Segreto di Pulcinella faceva la sua strada, si arricchiva di sempre nuovi particolari; ognuno si credeva in obbligo di modificare, di svolgere quello che era diventato il dominio di tutti. Se si potesse riandarne la gran tela, lei baronessa, lei contessa, lei signora Maurigi, lei signorina Càrola – non neghino! – potrebbero riconoscere i punti dove si sono genialmente divertite a lavorare, senza malignità, senza cattive intenzioni, perchè nel segreto di Pulcinella il meno che ci entri è lui, povero Pulcinella! –
A poco a poco si era fatto un gran circolo di signore e di signorine attorno a Salzani, che parlando, di mano in mano aveva alzato la voce richiamando l’attenzione anche dei giovani che ammiravano in lui il gentiluomo modello.
Era arrivata con un po’ di ritardo, contro il suo solito, la giovine vedova Miolani che soltanto da pochi mesi aveva smesso il lutto. E le stava così bene! Glielo ripetevano tutti.
– Prego, Salzani, continui! – ella disse prendendo posto tra la baronessa e la signora Maurigi.
Era raggiante di contentezza; sembrava ringiovanita. Ma nessuno osava di rivolgerle una domanda, prima di sentire la fine della storia o storiella che doveva terminare come una fiaba, secondo era stato annunziato da Salzani.
– Un duello, mi figuro? – disse la contessa.
– Un duello dove io, per poco, non passai da parte a parte l’amante fortunato o che tutti tenevano per tale.
– E non se n’è saputo mai niente?
– Eravamo andati a batterci in Boemia, per riguardo della signora.
– Ah, come siete facili a mentire voi uomini! – esclamò la signora Miolani. – Proprio giorni fa, voi dicevate di essere orgoglioso di non aver mai ceduto alla tentazione di battervi!
– E non mi sono mai battuto! – rispose Salzani. – Mettevo un duello nella mia storia o storiella, perchè mi pareva necessario vivificarla con un po’ di sangue. Doveva essere una non bella variante del segreto di Pulcinella; che ormai, lo sapete tutti, comincia a divenire monotono, dico bene, signora Miolani?… E mi vien la voglia di dire: Signorina! Ormai – non abbia ritegno di confessarlo – lei è stata per un anno e mezzo la mia amante!… Dobbiamo finirla con le menzogne! Per un anno e mezzo io sono stato il fortunato…. Non dica di no; tanto, tutti lo sanno meglio di lei e di me…. che non ne sappiamo nulla, e non ne abbiamo saputo mai nulla! Ora io glielo dichiaro davanti a tutti, sono un po’ seccato… Toujours perdrix! Toujours perdrix! E non ne voglio più sapere di lei; lei, ne sono convintissimo, non vuol più saperne di me. Ha ragione; sono un amante… fatto di chiacchiere della gente… disoccupata… E c’è chi mi crede ai sette cieli! Ah, lei non sa niente che io sono il fortunato…? Ah lei non sa di essere la mia fanatica adorazione?… E rimane là, stupita di queste… inattese rivelazioni!
– Salzani! Salzani! gli gridò la contessa, sentendolo parlare eccitato a quel modo.
– Non c’è rimedio, contessa! Il segreto di Pulcinella non deve più essere un segreto. La bella signora Miolani non può trascinarsi dietro un fantastico amante; io non devo godere del fascino immeritato di una ideale signora, alla quale reco danni morali e materiali, perchè scoraggio gli adoratori e forse qualcuno che vorrebbe essere il secondo marito.
– In quanto a questo! – esclamò allegramente la signora Miolani.
E, per qualche istante, tutti sospettarono che la scenetta a cui avevano assistito fosse stata anticipatamente combinata tra lei e Salzani… e che il secondo marito, da non poter essere scoraggiato, era lui!
– Per provarvi, caro… amante – continuò la giovane vedova, sorridendo: – per provarvi in modo assoluto che… più non voglio saperne di voi, come voi dichiarate di non voler più saperne di me, sono felice di annunziarvi… No! – ella s’interruppe, aggrottando un po’ le ciglia assumendo un’aria severa – lasciamo che il segreto di Pulcinella svaghi gli ozii della buona gente ancora per qualche mese. Voglio godermelo un po’ anch’io, che non ne ho saputo niente finora. È stupido veramente.
– Oh, molto stupido! Sarebbe però interessante studiare come si formino, a poco a poco, certi segreti di Pulcinella che arrivano fin a farsi prendere sul serio da persone intelligentissime. –
Egli guardò in fondo al salotto dove aveva visto Santucci conversante con la signora Porani; ma Santucci era andato via, forse dispiacente anche lui che quel segreto di Pulcinella fosse cessato di esser tale.
– E lo straordinario? – Il fiabesco?… – domandò la signorina Càrola al Salzani.
– Ce lo racconterà tra qualche mese… la fata Miolani in persona – egli rispose inchinandosi verso la giovane vedova.
Poi, rizzando la testa, con lieve espressione di amara ironia, soggiunse quasi declamando:
– Ed ora, signore e signori, al lavoro per un altro… segreto di Pulcinella, nel quale, se mai, vorrei essere un protagonista meno sciocco!

Luigi Capuana – La voglia

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Era accaduto quel che suole accadere nei matrimoni di amore: si volevano un po’ di bene, ma non si amavano più. Convivevano nella stessa casa; apparentemente, agli occhi della gente, niente era mutato nelle loro abitudini: teatri, conversazioni, feste, riunioni intime; sempre insieme, dovunque, come in quel primo anno, dopo il lungo viaggio di nozze che fece tanto parlare delle loro lune di miele perchè era durato parecchi mesi. Lei era riapparsa più bella, più fresca, più affascinante, senza aver perduto quel che di ingenuo, di semplice, di giovanilmente aggraziato che si rivelava nelle linee del viso, nell’atteggiamento della persona, nel timbro della voce, nella carezza delle parole rifiorenti con lieve sorriso su le labbra. Lui, bell’uomo, nonostante l’incipiente calvizie; elegante, con qualcosa di indolente nei gesti e nel discorso ora un po’ scettico, ora un po’ ostentatamente sentimentale; con settimane di pigrizia, con settimane di strana attività, da persona che non abbia ancora trovato un fermo assestamento della sua vita. Ella si occupava particolarmente della casa, facendone una mutevole creazione artistica, specialmente con la sempre armoniosa disposizione degli oggetti di arte, quadri, bozzetti, piccoli bronzi, vasi da fiori, libri riccamente rilegati, stampe, album, cose rare, che rallegravano gli sguardi e non formavano ingombro da collezionisti. Lui badava un po’ agli affari, già ben sistemati dal padre e dal nonno, che avevano pensato a rendergli la vita comoda e facile, da figlio unico qual era; e a cui avevano lasciato ampia libertà di condotta, della quale per educazione e per indole non aveva abusato, quando il padre e il nonno erano vivi, e non evitavano di viziarlo alquanto; sarebbero forse stati lietissimi di vedere che ne abusasse in qualche modo. A venticinque anni, Emilio Filippi, sì, aveva fatto più di una scappatella di amori e di giuoco, senza entusiasmi però, senza trasporti violenti; si era dato quel po’ di cultura che gli era parsa necessaria alla sua condizione di giovane ricco e indipendente; resistendo alle insinuazioni dei cattivi esempi degli amici, con in fondo all’anima un vago ideale di felicità domestica che lo faceva guardare curiosamente attorno a sè, caso mai scoprisse colei che avrebbe dovuto cooperare con lui nell’attuazione di quello ideale niente complicato, e niente difficile. Gli incitamenti, le tentazioni, gli inviti non gli erano mancati da ogni parte. Amici, mamme, signorine lo avevano stretto in una specie di assedio che non lo faceva inorgoglire nè invanire: anzi gli ispirava un po’ di diffidenza. La signora Foschini, intima amica della madre di lui e che negli ultimi mesi della malattia della povera signora era stata delle più assidue al suo capezzale quando il male cardiaco, che la portò via, non le dava un momento di requie, ora, da qualche anno in qua, mostrava di voler assumere funzioni quasi materne dando consigli al giovane Emilio, esortandolo a mettere stabile ordinamento nella sua vita. Pareva disinteressata e non era. Aveva una nipote da collocare, e non lasciava sfuggirsi nessuna occasione di metterla in mostra. Essa non era bella, ma appariscente per la ricca capigliatura castagna, per la statura slanciata, per uno spirito pieno di brio e con qualche lieve punta di malizia. – Ho, credo, diritto di parlarti in nome della tua mamma, a cui volevo bene più che a una sorella. Negli ultimi giorni della sua lunga agonia non cessava un momento di raccomandarmi di sorvegliarti, come ella avrebbe fatto se fosse rimasta ancora in vita. Si doleva di non aver potuto esercitare la sua buona influenza, perchè tuo padre e tuo nonno avevano altre idee, da uomini… Emilio era ormai abituato a questi esordi, ormai prevedeva quel ch’ella stava per dirgli e talvolta la interrompeva, evitando di mostrarsi seccato: – Non penso ad altro, cara signora. Le sono gratissimo; mi par di sentire la voce della mamma nelle parole che lei mi dice. Ma appunto, poichè si tratta di decisione seria, seriissima, voglio riflettere, riflettere. – In certe circostanze il riflettere troppo è male – rispondeva la signora Foschini.- Lo ripeto anche a mia nipote, che non dovrebbe perdere tempo a riflettere neppur lei. E parlando della nipote non la finiva più. Ma Emilio Filippi da quell’orecchio non ci sentiva. Una mattina egli se la vide arrivare a casa inattesamente, con aria severa, quasi sconvolta. – È dunque vero? – Che cosa? – fece Emilio. – Tu sposi Celeste Arrigoni? – Probabilmente. – Senza dirmene nulla? – Sarei venuto, tra qualche giorno, a parteciparle la notizia. – Con la tua povera mamma non ti saresti comportato così! – La mia povera mamma sarebbe stata felice di apprendere la mia risoluzione a cose finite. È quistione che interessa soltanto il mio cuore. – Forse avrei potuto dirti… Ma ormai è inutile. Ah, voialtri uomini! La signora Foschini aveva fatto un gesto sdegnoso, d’imprecazione; ed esso e l’intonazione amara delle parole, da prima, avevano spinto Emilio a sorridere indovinando la ragione della rabbia della zia che aveva sognato un matrimonio per la nipote; poi a poco a poco, egli si era sentito turbare, quasi quel gesto d’imprecazione potesse avere influenza su l’avvenire suo e di colei ch’egli aveva già scelta per compagna della sua vita. * * * Era stata una risoluzione improvvisa. Nei primi mesi del loro matrimonio ne riparlavano spesso. – Chi sa quante volte ti avevo vista passare e ripassare davanti a me come quella mattina di aprile! Pur troppo la felicità ci vien dal caso! – Io avevo un’insolita allegrezza in fondo al cuore – rispondeva Celeste. – L’avevi anche negli occhi, su le labbra; tutta la tua persona ne raggiava! – E senza quel bambino cadutomi tra i piedi… – Probabilmente non ti avrei intentamente fissata, dopo di essermi chinato a rialzare il bambino, che si era fatto male a un braccio e piangeva. – La mamma ti disse: – Grazie! – Tu sorridesti, chinando il capo a un saluto. – Nient’altro. – Ma fu come se ti avessi conosciuta da anni, intimamente. Non avevo mai provato nulla di simile. E mi domandavo: – È mai possibile? – E pensavo tremando: E lei? – Io provavo un dolce senso di attesa, con la strana sicurezza di vederti ricomparire. – E infatti! Nella vita tutto sembra lasciato in balìa del caso, e invece c’è una specie di predestinazione! Che delizioso ricordo quel loro viaggio di nozze! – Mi pareva che noi lasciassimo un’orma luminosa negli alberghi, nelle vie, nei monumenti delle città che visitavamo. La nostra gioia non consisteva nel veder cose nuove, ma nel sentire nuove modificazioni del nostro amore, quasi a ogni passo che facevamo. Ricordi? Io ti dicevo: Ci siamo abbandonati a uno spreco; il nostro amore si esaurirà. – E non era vero. Si rinnovava, diventava più intimo, più profondo. E lei evocava un particolare, rianimava la sensazione di un paesaggio, l’impressione di un piccolo incidente, aspetti di ignoti che li avevano fatto ridere, che li avevano commossi, nonostante che quel che passava sotto i loro occhi li interessasse assai poco. – E al ritorno dal nostro viaggio, ricordi? come tutto ci sembrò sbiadito, rimpiccinito, niente interessante? – E per mesi sentimmo il bisogno d’isolarci, di sottrarci alla stupida curiosità che voleva penetrare nel mistero – dicevano così – della nostra felice esistenza. Tu eri indulgente con le tue pettegole amiche, io m’irritavo, quantunque mi sforzassi di nasconderlo. – E quella tua signora Foschini! Mi odiava allora. – La sua delusione era stata grande. Ora però, maritata, e bene, la nipote… Fu la più grande amica di mia madre… Si crede in diritto di farcelo sentire qualche volta. – Devo confessartelo? M’ispira diffidenza. – Perchè? – Non so. – Via! Quando avrai potuto conoscerla, meglio! Poi, a poco a poco, si eran lasciati riprendere dall’ingranaggio della vita sociale. In certe settimane, tra spettacoli, feste, ricevimenti, riunioni, provavano l’opprimente impressione che fosse avvenuta una scissura nella loro esistenza. Si sentivano stanchi, storditi. Celeste ne soffriva più di lui; ma ormai non sapevano come sottrarsi a quel rapido movimento che alcune volte pareva li portasse via, l’una così lontana dall’altro che poi stentavano a ritrovarsi. Ed era sempre lei quella che provocava qualche sosta; era sempre lei che insinuava nelle loro vuote e scialbe conversazioni il senso di rimpianto della gioia lungamente e vanamente attesa, della gioia della maternità, alla cui mancanza Emilio si mostrava rassegnato, specialmente nei periodi di egoismo, di indolenza che la sua indole gli faceva attraversare. – Come siamo mutati! – diceva Celeste. – Non te ne accorgi? – Bisogna che io faccia uno sforzo di riflessione. È assurdo pensare che avremmo potuto rimanere quelli di anni addietro. – C’è modo e modo! – Sono cose che avvengono in noi senza di noi. – Disgraziatamente! Dopo cinque anni di vita in comune erano arrivati a qualcosa che non era l’indifferenza, ma un che di peggio; una specie di silenzio tra loro due, un silenzio irritato specialmente dalla parte di Celeste, che non si sarebbe mai aspettata di arrivar fino a questo punto e in pochi anni. Così le accadde di più non mettersi in guardia contro le subdole insinuazioni della signora, Foschini, che mostrava, di giorno, in giorno, maggior tenerezza verso di lei. – Un po’ di campagna ti farebbe bene. Tuo marito non se ne accorge; ti ha continuamente sotto gli occhi; ma chi ti vede a intervalli nota sùbito segni di deperimento nel tuo aspetto. – Mi sento bene; forse, un po’ di stanchezza. Facciamo una stupida vita… col pretesto di divertirci. – La mia villetta è a tua disposizione. Saremmo noi due sole. La vostra villa è troppo di lusso. Troppa gente di servizio, troppi vicini; peggio che in città. Era la prima volta che lei andava in un posto senza suo marito: era la prima volta ch’egli restava in città come uno scapolo. Nessuno dei due si maravigliò che questo avvenisse. * * * La presentazione era stata fatta semplicemente, durante una passeggiata. – Il cavalier Carugi, gran cacciatore al cospetto di Dio! – La signora Celeste Filippi, celeste di nome e di fatto. Il cavaliere le aveva accompagnate fino al cancello della villetta, cortese, discreto; ed era ricomparso soltanto due giorni dopo, elegante senza ricercatezza, quantunque non facesse cattiva figura neppure vestito da cacciatore, come era stato incontrato due giorni addietro. – Io vengo due volte all’anno da queste parti, nei primi mesi della primavera e nei primi mesi dell’autunno. Ho il vizio della caccia. Questo non vuol dire che non abbia altri vizi e qualche piccola virtù… Aveva uno special modo di rivolgere la parola, di accompagnarla con gli sguardi, di scrutare nello stesso tempo l’impressione prodotta dalle cose che diceva e coi gesti con cui pareva le sottolineasse. Nei primi giorni, Celeste provava un vivo imbarazzo davanti a lui, una sottile repugnanza o meglio uno sforzo di resistenza contro l’inesplicabile fascino di quell’uomo che evidentemente, sebbene lentamente, tentava di soggiogarla. E questa sensazione si aumentava appena la signora Foschini trovava dei pretesti per lasciarli soli in salotto, su la terrazza, nel giardinetto. Ma perchè mai, dopo, quand’egli era andato via, e durante l’intervallo di qualche giorno tra una visita e l’altra, ella si abbandonava a un’inconsapevole ripetizione di quelle sensazioni senza avvertirne nessuna repugnanza? Si compiaceva anzi di ripensarle, non sospettando che così ne aumentasse l’effetto, nè che, forse, il Carugi calcolasse molto sul resultato di questo lavoro dell’immaginazione femminile. Una mattina, ella si svegliò col terrore che stesse per accaderle qualcosa d’irrimediabilmente malefico. – Vede? – disse alla signora Foschini. – L’aria della campagna non mi ha giovato. Ritorno a casa. Mio marito mi sollecita a rientrare. – Ma non viene a trovarti! – Glie lo ha proibito lei, prima che io sia… guarita. Guarita di che? Il suo affetto la fa travedere. Non voglio che Emilio si abitui facilmente alla mia lontananza. – I mariti, quando vogliono, sanno crearsi… finte assenze… e non hanno bisogno di pretesti. – Mio marito, no, non è un marito come gli altri. – È la lusinga di tutte noi mogli. L’ho provata anch’io ed ho avuto la debolezza di piangerne… La vita? Dobbiamo prenderla com’è… Oggi abbiamo a desinare il nostro amico. Sarà dispiacente di apprendere che vuoi andar via. – Che può importargliene? – Molto, mi figuro. – Non è uno sciocco. – Lo giudichi male. Ti sei accorta che in questi giorni quella sua voglia di fragola sotto la guancia sinistra gli si è arrossata in modo straordinario? Gli produce una soave esaltazione, uguale a quella delle fragole naturali; me lo diceva l’anno scorso. È strano; ordinariamente le voglie fanno cattivo effetto, spesso imbruttiscono una persona. Questa invece gli aggiunge una certa grazia. Non ti pare? – Non ci ho badato. Ci aveva badato fin dal primo giorno, invece, con insistenza, come a un richiamo che forzasse a guardar in viso colui che parlava. E quando egli non era presente, e un accenno, un lampo dell’immaginazione, l’improvviso risveglio di una sensazione dimenticata la costringevano a figurarselo in un dato atteggiamento, quella voglia di fragola, delicatamente collocata sotto la guancia sinistra, assumeva splendore di fosforescenza rosea, e per poco non le dava la sensazione di una squisita fragranza. Quel giorno Celeste si sentiva più fiacca, più debole contro le impressioni esterne. Avea dormito poco ed era indignata contro se stessa per non aver sùbito attuata la decisione della partenza. – Sa, Carugi? La nostra Celeste vuol lasciarci. – Oh, signora! Ha ragione. Non c’è qui niente che l’attiri, che la interessi, neppure che la svaghi. La voce gli tremava, aveva negli occhi un luccichìo quasi di lacrime trattenute e nello stesso tempo un’aria di umile rassegnazione. Ci sarebbe voluto uno scetticismo a tutta prova da supporre che Carugi recitasse una parte imparata a memoria o abituale alla sua carriera di conquistatore. Celeste ne fu turbata e tentò di alzarsi appena si accorse che la signora Foschini era uscita silenziosamente dal salotto. Carugi la trattenne per una mano con dolce violenza. – Ma… dunque… io ho la sventura di non ispirarle neppure un po’ di pietà? Celeste gli spalancò gli occhi in viso: l’indignazione le impediva, di parlare, di muoversi. – Almeno… come caritatevole ricordo!… E si spinse avanti per baciarla. Ella si abbandonò quasi svenuta su la spalliera della poltrona e sentì bruciarsi le labbra da due labbra che pareva volessero lasciarvi un’impronta indelebile. Balzò, con le mani in avanti, tese come artigli, si svincolò e buttandogli in viso: – Miserabile! – si avviò, quasi barcollante, per uscire dal salotto, quando su la soglia comparve la signora Foschini. La trista signora ebbe la sfrontatezza di domandare: – Che è stato? – Mi lasci passare! – balbettò, urtandola. E disparve. * * * Emilio Filippi fu maravigliato di sentire nell’abbraccio della moglie, ch’era andato a incontrare alla stazione, un impeto così vibrante, così caldo come da un pezzo non gli accadeva. Che miracoli produce anche una breve assenza! – egli esclamò, quando, appena arrivati in casa, Celeste gli buttò le braccia, al collo, nascondendo il viso su una spalla di lui, stringendolo così forte che Emilio ebbe la strana sensazione ch’ella volesse quasi immedesimarsi con lui. – Oh, mai, mai più! – ella balbettava tra i singhiozzi irrompenti. – Sì mai più! Mai più! – egli ripetè preso da viva commozione. E fu una serata deliziosa, un rinnovamento inatteso. – Ti sei divertita? – Parliamo di te. – Ho fatto… il giovanotto. Assediato da mille tentazioni, ho resistito, come quel santo del Morelli di cui abbiamo la bella acquaforte… Ho resistito!… Non m’è costato niente. La vera, potente tentazione la trovavo qui, dappertutto: non ce n’era una più bella, una più cara… Ecco perchè ho facilmente resistito… Ti vedevo, con la immaginazione, come una pastorella, sotto gli alberi, sdraiata su l’erba, per le viottole, con l’ombrello aperto contro il sole che voleva morderti la bianca e delicata pelle del viso… Ti sei divertita? Ti sei divertita? – Parliamo di te! Egli sorrideva, la baciava, l’accarezzava sui capelli, come una bambina: lieto di sentirsi riportato ai primi anni della loro felicissima vita di sposi. Per poco non diceva: – Ricordi? Nella sala dell’albergo di… Non sapeva spiegarsi come mai gli tornasse in mente quella sala di albergo dove si erano fermati un giorno a far colazione durante il loro viaggio di nozze. Ella aveva un nodo alla gola, con tante e tante cose che le salivano dal fondo del cuore, e che avrebbe voluto dirgli quasi per liberarsi dall’oppressione, non d’un rimorso, ma di una debolezza che sarebbe potuta diventare una colpa; e soffriva pensando che non doveva, per non insinuargli nell’animo un sospetto, un’ombra di gelosia… Il cuore dell’uomo è così strano! E per ciò tornava a ripetergli: – Parliamo di te! Parliamo di te! Solamente, ora ne evitava i baci. Non gli offriva le labbra, gli porgeva il palmo delle mani, fino al momento ch’egli la prese in braccio, quasi la rapisse, ed ella gli si aggrappò al collo con un grido non di paura, ma trionfo! Non erano più due sposi ma due amanti! * * * Un mese dopo, con aria di grande stupore, Celeste disse al marito: – Emilio! Emilio!… Non so… Mi sembra… – Perchè te ne meravigli? – rispose il marito indovinando la gentile reticenza. – La natura ha di questi sorprendenti risvegli. Non era possibile che avesse creato un così mirabile organismo di bellezza e di salute unicamente per lasciarlo inerte, per inutile mostra. – Come sono felice! Ma non aveva terminato di pronunziare queste parole, che sentì una forte stretta al cuore, assalita da un senso di orrore che la fece impallidire e quasi venir meno. – E se?… E se?… Lo pensò tutta la giornata, tutti i giorni appresso. Appunto, ella aveva dovuto far l’eroico sforzo di ricevere la signora Foschini che si era accompagnata nella via col Filippi per affrontare lo sdegno di Celeste, con la sicurezza che di faccia al marito non avrebbe osato di rimproverarla. – Perdonami l’ingenuità – le disse sotto voce. Se avessi potuto sospettare! Celeste dovette fare uno sforzo per contenersi. Fu per confermare la pretesa ingenuità, ch’ella parlò anche del signor Carugi (proprietario, cacciatore, stabilito in una cittaduzza vicina) che aveva una voglia di fragola sotto la gota sinistra? E Filippi rise tanto di quella voglia! Fu per colmo di malignità ch’ella, con accento che voleva essere scherzoso, le disse: – Bada! Non fare un bambino con quella voglia? Come se le avesse buttato addosso un’ossessione! La grande gioia della maternità, le era avvelenata dal terribile sospetto di trovar impressa su la faccia della creatura che le sussultava nel seno la macchia di quella voglia che a suo marito era parsa tanto ridicola. Ora ella aveva dovuto parlare di quell’uomo ad Emilio, dopo che la signora Foschini aveva raccontato delle visite di lui durante la loro dimora nella villa. – Che cosa aveva di eccezionale perchè la Natura, per distinguerlo, si fosse indotta a bollarlo a quel modo? – disse Emilio un giorno. E a Celeste era parso che nella voce di suo marito, in quel momento, si rivelasse un che di sospettoso, di ostile. – E se…? E se?… Avrebbe voluto distrarsi, non pensarci con tanta disperata ostinazione, con così feroce accanimento; ma quei suoi continui sforzi di vincersi riuscivano anzi a far peggio. Emilio, di mese in mese, notava in Celeste un esaltamento che lo teneva in gran pensiero. Quel delicato organismo si avvicinava al pericolo del parto coi nervi sconvolti, con un inesplicabile esaurimento di forze, con un fremito di ambascia che non era semplicemente della febbre. Che ne sarebbe avvenuto? Ne avrebbe sofferto la madre? O la creatura che stava per venire al mondo? O tutti e due? E quando fu l’ora, quando fra le atroci strette dei dolori, Celeste sembrava assorbita da un pensiero che quasi la rendeva insensibile ai dilaniamenti delle viscere nel dar la via della vita a quella sua creatura, Emilio andava, irrequieto, su e giù da un capo all’altro della stanza accanto, con l’orecchio intento a distinguere, tra gli strazianti gridi della madre, il primo vagito dell’esserino che veniva al mondo forse mettendo in pericolo l’esistenza di chi lo aveva portato nove mesi nel seno. E irruppe nella camera, mentre la puerpera, sfinita, rovesciata sui cuscini, coi capelli disfatti pallida come una morta, agitava una mano accennando che le mostrassero la creaturina strillante nella catinella di acqua tiepida dove la levatrice ne lavava il roseo corpicino. Volle presentarglielo lui, avvolto alla meglio in un pannilino. – Guarda, Celeste. È un maschietto! Ella aveva fatto uno sforzo, rizzandosi sul busto, con gli occhi sbarrati da ineffabile angoscia; e appena scoperse su la guancia sinistra del bambino un vivace punto rosseggiante, di cui nessuno si era accorto, proruppe in un represso, straziantissimo grido, e con le dita convulse d’una mano tentò di scancellarne, di asportar via quella voglia, falsa accusatrice di una colpa non commessa neppur col pensiero. E il giorno dopo, in un ultimo attacco di violentissima febbre, la povera pazza era morta, protestando smarritamente: – Via, via quell’orribile segno! Via! Via!

Luigi Capuana – L’apostolo

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Contrariamente alla sua volontà, erano accorsi a riceverlo alla stazione. Più di trecento. Bandiera, anzi, làbaro rosso con le insegne dei diversi mestieri: un martello, una sega, una cazzuola, una zappa – e una dozzina di musicisti della Società dei lavoratori che facevano anche parte della Banda comunale. Gli altri, compreso il Grancassa, come lo chiamavano, si erano rifiutati d’intervenire perchè appartenenti alla Lega dei forti, sdegnosi di avere qualcosa da fare con quei scavezzacollo che tenevano in subbuglio il paese.
Donato Mirone aveva scontato sei mesi di carcere per ribellione contro i carabinieri, ai quali voleva impedire l’arresto di un compagno in una rissa. Tornava con l’aureola di martire, e i soci avevano stimato di non lasciar passare inutilizzata questa bella occasione di protesta contro le sopercherie delle autorità che pretendevano d’intromettersi anche nelle faccende private. Si trattava di gelosie, per donne; e forse – secondo loro – quattro scappellotti, quattro pugni e anche, se si vuole, una piccola coltellata avrebbero calmato gli animi assai meglio delle manette, delle ore passate in caserma, della sentenza del Pretore e della conseguente irritazione per la vigliacca condanna!
Vigliacca, sì, perchè ci si erano messi in mezzo il Sindaco, gli Assessori, il barone Caruso, per invidia contro Donato Mirone, che non era neppur consigliere comunale – se avesse voluto sarebbe arrivato ad essere il capo del paese – e aveva intanto più influenza di tutti quei signori, e li teneva in un pugno, voluto bene e quasi adorato dal popolo di cui si era costituito protettore e benefattore.
Il Sindaco ed il Brigadiere dei carabinieri, di accordo, avean fatto finta di non avvedersi del tramenìo di Cecco Svampa e di Nino Bertolone per preparare l’accoglienza trionfale al loro Presidente. Si tenevano pronti pel caso che la dimostrazione volesse eccedere. Infine Donato Mirone era un brav’uomo, un po’ esaltato, un po’ sciocco, che si lasciava mangiare il ricco patrimonio dagli scaltri volponi che gli stavano attorno. Svampa, Bertolone e qualche altro gli si erano appiccicati alle costole, e la Società dei lavoratori fruttava ad essi, che non lavoravano punto, assai più che non ai poveri diavoli di operai e di contadini dei quali fomentavano gli appetiti con le promesse del Sole dell’avvenire.
Il Sindaco, qualche Assessore avean tentato più volte di aprire gli occhi a quell’illuso, di attirarlo dalla parte loro, mostrandosi pronti ad assecondarlo nelle sue fantasticherie di rifare l’umanità, come quegli predicava. Ma Donato Mirone aveva sempre risposto:
– Lasciatemi oprare a modo mio quel po’ di bene che mi riesce possibile. Io non v’impedisco di amministrare a piacer vostro il patrimonio del Comune; e, dove posso, secondo le mie convinzioni, vi aiuto. Non ho istituito a mie spese la scuola serale per gli adulti?
Ma era stata appunto quella scuola il pomo, come suol dirsi, della discordia. Due volte al mese egli si sostituiva al maestro e predicava il vangelo socialista di cui era divenuto l’apostolo. Ordinariamente le sue parole venivano fraintese dagli operai, dai contadini, tratte, con logica stringente, fino alle loro ultime conseguenze, mettendolo nell’imbarazzo di quasi disdirsi col cercar di attenuarne il significato.
Era tornato ricco, dopo dieci anni di emigrazione nell’Argentina. Questo però lo autorizzava, più di ogni cosa, a sconsigliare l’emigrazione ai suoi compaesani.
– Qui dovete farvi valere, qui, da persone libere e oneste; e non andare a costituirvi schiavi degli sfruttatori che colà accumulano milioni e milioni col nostro lavoro.
Qualche maligno susurrava alle sue spalle:
– Si è arricchito lui, e ora vuol impedire che gli si faccia concorrenza.
Quando però gli operai, i contadini raccolti nella Lega dei lavoratori videro che Donato Mirone era ben altro che un egoista, e predicava con l’esempio assai meglio che non con le parole, si strinsero tutti attorno a lui. Mai quella piccola stazione aveva visto tanta folla.
Cecco Svampa, col cappello su la nuca, si affaticava ad allineare su la panchina i soci della Lega.
– Tu qua, col làbaro; voialtri qui attorno. La banda in mezzo… Bravo! Hai preso la grancassa invece di quell’ubriacone di Pupo-di-pezza? Bravo! Attenti. Darò io il segnale.
Nino Bertolone stentava a tenere indietro i curiosi.
– Ognuno al suo posto! Dobbiamo poi marciare per quattro, dietro il làbaro, in bell’ordine. Il treno ritarda; sembra che lo faccia per dispetto… Eccolo! Laggiù! Quel pennacchietto di fumo bianco.
Il pennacchietto di fumo bianco correva, correva; tutti volevano vederlo, levandosi in punta di piedi per non perdere lo spazio conquistato.
Finalmente ecco il treno che, uscendo dal traforo della collina, ansa e sbuffa rallentando la corsa.
Scoppiano gli applausi, i viva! La banda intuona l’Inno dei lavoratori: gli sportelli dei carri vengono aperti, i viaggiatori si affrettano a scendere, stupiti di quell’inattesa accoglienza. Cecco Svampa corre, si arrampica a guardare, a frugare con l’occhio dentro gli scompartimenti; Nino Bertolone si spinge giù, in fondo, fino al carro dei bagagli…
– E il nostro Presidente?
Il Capo-treno risponde alzando le spalle e suona la tromba; il treno sbuffa, ansa, riprende la corsa, sparisce tra gli alberi. La folla rimane là, delusa, e molti ridono dei gesti furibondi di Svampa, delle imprecazioni e delle bestemmie di Nino Bertolone.
– Purchè non gli sia accaduto niente di male!
– Forse ha perduto la corsa!
– Avrebbe dovuto telegrafare!
E siccome Svampa e Bertolone non volevano lasciar scapparsi il pretesto della dimostrazione per far arrabbiare il Sindaco, il Brigadiere, il barone Caruso e gli altri oppositori alla Lega, istradarono egualmente, per quattro, i soci dietro il làbaro e la minuscola banda, e via tra gridi di: – Abbasso! e di – Viva! – fino alla piazza dov’era la sede della Lega. Nino Bertolone, in quattro salti, fece le scale, si affacciò al terrazzino, e agitando il cappello invitò a tutti a gridare: – Viva il nostro Presidente! Viva Donato Mirone! – E Svampa, giù tolto il làbaro di mano al socio che lo portava, lo innalzò, lo scosse, gridando:
– Con questo segno vinceremo!
Se non che la scossa fu così forte da staccare il legno che teneva annodato il cordone e il làbaro gli cascò su la testa tra gli urli e i fischi impertinenti dei ragazzacci affollati davanti al portone.

*
*   *

Donato Mirone arrivava, zitto, zitto, il giorno dopo assieme con la sua compagna Cordelia, andata a riceverlo all’uscita dal carcere. Convivevano da parecchi anni come marito e moglie, e non si univano legalmente pel gran principio dell’amore libero, e per dare l’esempio che si poteva benissimo vivere in pace, maritalmente, anche senza il Codice e la fascia del Sindaco e, più, senza lo spruzzo dell’acqua benedetta del Parroco.
Cordelia si chiamava veramente Francesca, ma Donato l’aveva ribattezzata con quel nome scespiriano per ricordo di un tristissimo anno di malattia durante la quale ella lo aveva assistito come la figlia di re Lear, sostenendolo pel braccio nelle poche ore di passeggiata che le gambe indebolite gli concedevano, e continuando efficacemente la propaganda anche meglio di lui.
Maestra di scuola, dalla prepotenza di un assessore era stata buttata sul lastrico, perchè si era rifiutata alle voglie di quel satiro. Donato, conosciutala in uno dei suoi giri di propaganda, l’aveva presa con sè, dapprincipio senza nessuna intenzione di farsene un’amante, una compagna.
La cosa era avvenuta dopo, naturalmente; anche gli apostoli hanno un cuore. E poi quella giovane non bella ma piacente, intelligentissima, attivissima, piena di coraggio nelle più scabrose circostanze che possono capitare a un esaltato che vuol rifare la società da cima a fondo, si era ben meritato di partecipare non soltanto alle fatiche e ai pericoli della missione impostasi da Donato Mirone, ma pure all’agiatezza consentita dal patrimonio di lui.
Infatti, parecchi e più di tutti il barone Caruso, non riuscivano a spiegarsi perchè quell’imbecille si prendesse tante gatte a pelare, a spendere i quattrini guadagnati – bene o male, non volevano saperlo – in America; e, inoltre, a romper le uova nel paniere degli altri, sobillando i contadini, gli operai perchè richiedessero dai proprietari, dai signori le stesse mercedi che egli pagava; il triplo, il quadruplo di quel che costumava da anni, e nessuno avea mai pensato di risentirsene, mai!
Donato Mirone, in quella palazzina a due piani, comprata al ritorno da Buenos-Aires, arricchita da lui di quasi tutte le comodità della vita moderna, mancanti in quel paese nelle più vaste case dei signori, avea raccolto in una stanza la ricca collezione di libri con cui si era formato una discreta cultura. Predominavano i libri scientifici, o pretesi tali, dei Santi padri, com’egli li chiamava, del Socialismo, e una larga serie di manuali e di opuscoli di volgarizzazione della Sacrosanta religione del lavoro, altra frase che egli ripeteva spessissimo nelle sue conferenze serali.
Modesto, ingenuo, di un’incredibile buona fede, non aveva altra ambizione all’infuori di rinnovare la vita intellettuale e materiale delle infime classi del suo paese nativo e di qualche villaggio dei dintorni, convinto che bisognava cominciare dai piccoli centri dov’erano meno vizi e meno corruzione delle grandi città.
La sua patriarcale figura si prestava anche fisicamente alla missione di apostolo. Alto, robusto, con folti capelli grigi, dignitosissima barba che gli scendeva sul petto assai più canuta dei capelli, e sonora voce baritonale che accompagnava il largo gesto un po’ irrequieto delle braccia; vestito abitualmente di nero, egli imponeva rispetto anche ai suoi avversari. Il parroco, che era tra i più accaniti di questi, non aveva saputo qualificarlo meglio di chiamarlo il San Paolo di Lucifero. E Donato Mirone se ne compiaceva.
Soleva dire:
– Io faccio fare a Lucifero quel po’ di bene che il parroco non riesce a far fare al suo Cristo.
E non parlava così per irreverenza al Cristo, di cui aveva messo una bella immagine, con cornice dorata, nella sala di riunione della Lega, come al primo e più sincero socialista del mondo, assieme con quella di Marx e di Bakounine. Voleva accenare alla poca carità cristiana del Parroco che sfruttava le beghine e le devote col pretesto di aiutare la chiesa e le cerimonie religiose.
Egli intanto non si accorgeva che c’erano parecchi furbi tra i soci della Lega che sfruttavano lui. Lo sfruttavano senza cattive intenzioni anche molti altri, ricorrendo con diversi pretesti alla sua generosità.
Cordelia lo ammoniva di non lasciarsi trascinare troppo in là dalla sua bontà di cuore.
– Diffidate di Svampa, di Bertolone. Non rendon mai conto di quel che si dà ad essi pei bisogni della Lega. Io non ho osato di parlarvene finora, per paura di sembrare interessata. Questo sospetto mi affliggerebbe profondamente.
– Via! Via! Sciocca! Non dire così. Ormai Svampa e Bertolone sono due grandi sostegni della Lega e della nostra propaganda. Hanno abbandonato i loro mestieri per dedicarsi interamente agli interessi dei proletari compagni.
Donato Mirone rispondeva così, sorridente, fiducioso, incapace di pensar male del prossimo. Avea consacrato vita e sostanze alla redenzione degli operai e dei contadini del suo paese, e non si dava pensiero del suo patrimonio che si assottigliava, nè di certe strettezze che sopravvenivano, di tanto in tanto, quasi per metterlo in guardia.
Cordelia n’era impensierita per lui. Molti credevano ch’ella avesse messo da parte un buon gruzzoletto, provvedendo alla sua situazione e al suo avvenire. Invece, a trentacinque anni, era rimasta la semplice, la onesta maestrina che aveva sdegnato le profferte dell’assessore, preferendo la fame – chè questo voleva dire la perdita del posto – al disonore. E la convivenza con quell’apostolo di carità avea fortificato nel suo cuore l’entusiasmo di fare il bene da cui era stata spinta a scegliere la carriera dell’ insegnamento.
Mentre Donato Mirone si occupava degli uomini, ella era divenuta la provvidenza della povera gente, specie delle donne delle classi più basse.
Se non che tanto l’una quanta l’altra propaganda eran servite benissimo ad aprir gli occhi a molti, maggiormente però a destare cupidigie, a fomentare impazienze che andavano assolutamente oltre le intenzioni dell’apostolo e dell’apostolessa.
Svampa, Bertolone soffiavano sotto mano nel fuoco.
– Sì! Sì! il Sole dell’Avvenire!… E non spuntava mai! Il presidente, si capiva, non poteva avere troppa fretta di vederlo sorgere su l’orizzonte. Possedeva terre anche lui. Avrebbe dovuto cominciare a spartirle, per dare l’esempio. –
E così, senza che il Presidente e la sua compagna ne avessero avuto sentore, la mattina di Pasqua di Resurrezione, centinaia di contadini, tutti quelli della Lega, uomini e donne, armati di zappe, di falci e parecchi anche di fucili, radunatisi alla chetichella fuori l’abitato, si erano avviati con impressionante silenzio a invadere le campagne del Sindaco e del barone Caruso, facendo dei guasti agli alberi, alle viti, tanto per cominciare a far qualcosa, tracciando poi divisioni, piantando limiti, tumultuando, accapigliandosi, fino al momento in cui una donna una non gridò:
– I carabinieri! I soldati!

*
*   *

Quella volta era bastata una diecina di arresti dei più riottosi per far tornare tranquillo il paese.
– Lei deve pensarci, lei!
Le mogli e le figlie degli arrestati andavano a piangergli in casa e nelle loro parole c’era un’intenzione di accusa, perchè infine non lo aveva detto il Presidente che le terre appartenevano a tutti e che i signori, i proprietari le possedevano per furto?
– Sì, ma nessuno deve farsi giustizia con le sue mani. Arriverà il momento della legge, della giustizia per tutti.
– Intanto dobbiamo morir di fame!
Sapevano che Donato Mirone non le avrebbe lasciate morir di fame, e insistevano:
– Lei deve pensarci! Lei!
Infatti Cordelia fu incaricata di distribuire sussidi; ed egli andava dal Sindaco, dal Pretore, dal Brigadiere dei carabinieri a patrocinare per quei poveri ignoranti che, spinti dal bisogno, s’erano illusi di esercitare un diritto e non credevano di far niente di male.
– Volete dunque metterli con le spalle al muro?
– C’è la legge, signor Mirone! – rispondeva il Sindaco. – Voi dovreste passarvi una mano su la coscienza per pesare la vostra responsabilità.
– Dovreste fare altrettanto voi signori proprietari – rimbeccava Mirone. Con la fame non si ragiona! La proprietà è un furto, ha detto Prudhom. Forse ha esagerato…
– Non siamo qui per discutere. Che c’entro io? La cosa è in mano del Pretore.
– Io ho fatto il mio rapporto. Peggio per chi si è lasciato illudere – rispondeva il Brigadiere. – Prima appiccicate il fuoco e poi volete spegnerlo con la mano degli altri. Smetta, col suo socialismo, col suo comunismo, caro signor Mirone! Lei, lo so, è un galantuomo. Ma io sono qui per tutelare l’ordine, – per far rispettare le persone e la proprietà: faccio il mio dovere!
– Facciamo il nostro dovere anche noi! Le idee non si imprigionano; le idee non si ammazzano! Glie lo dica al suo Re, ai ministri, ai deputati!
– Glie lo dica lei! – conchiuse il brigadiere ridendo.
Il fermento durava. Capannelli per le vie, facce pallide, occhi torvi, gesti di minaccia.
– Ma come? – vennero a dirgli Svampa e Bertolone. – Lei ci abbandona? Non si fa vedere nelle sale della Lega?
– Non mi si ascolta, più! Non mi si obbedisce più! – rispose severamente Donato Mirone.
– È sempre il nostro Presidente! È sempre nostro padre!
Quella sera egli si accorse che ormai quella gente, sopratutto i contadini, erano diventati intrattabili. Sorse un vecchio, curvo, incartapecorito dal lavoro e dalla vampa del sole:
– Sono della comunità quelle terre? Sì o no? Dobbiamo ancora coltivarle pei padroni? Sì o no? Se sono nostre, di tutti, andiamo a prendercele con la violenza. Se dobbiamo continuare a coltivarle per conto dei padroni facciamo… come si dice?
– Sciopero – suggerì uno.
– Facciano sciopero. Vedremo se sapranno coltivarsele da loro! Vengono i carabinieri? I soldati? Sono uomini come noi. Hanno i fucili? Le baionette? Noi abbiamo le zappe, le ronche, le falci e la disperazione della fame.
Donato Mirone, udendo quelle parole e il fremito dei mormorii di approvazioni che correvano da un punto all’altro dell’assemblea, era profondamente commosso, aveva le lacrime agli occhi.
– Che credete dunque? Che io vi abbia ingannati?
Era intervenuta anche Cordelia. Vestita semplicemente di mussola scura, pettinata male, aveva voluto accompagnare Donato, temendo che quegli animali – avea detto così – lo insultassero. Due giorni avanti alcuni soci avevano insultato lei che li esortava a non fare eccessi.
– A voi che ve n’importa? Avete già pensato ai fatti vostri.
Ella, sapeva della maligna leggenda del suo gruzzolo, e per ciò voltò ad essi, indignata, le spalle, ma non così presto da non udire la sconcia parola che quelli le lanciarono dietro.
Tornata a casa pallida, sconvolta in viso, avea trovato suo marito – per lei era tale, non compagno – abbattuto pel fallimento di una Banca Popolare con la quale egli aveva fatto, mesi addietro un’operazione, dando in garanzia le sue terre e la casa, per creare e far prosperare certe piccole industrie tra i soci della Lega.
– Non vuol dire! – aveva conchiuso Donato Mirone. – Ricominceremo daccapo!
E giusto, due giorni dopo, nel tumulto dell’assemblea era stato costretto a difendersi:
– Che credete dunque? Che io vi abbia ingannato?
– Ingrati! – sorse a rinfacciarli Cordelia. Quest’uomo si è spogliato del suo per beneficarvi; quest’ uomo….
Ma gli urli, i fischi, gli insulti le impedirono di proseguire.
Voleva condur via Donato, che resisteva, ripetendo:
– Non sanno quel che dicono! Non sanno quel che fanno! Sono sobillati; bisogna compatirli…
Era dunque tutto preparato? Parve che le zappe, le falci, le ronche sorgessero da sotterra; che un furore di distruzione avesse improvvisamente invasato gli animi.
Donato e Cordelia si precipitarono per frenare quegli impazziti, che non sentivano più nessun’esortazione, nessuna voce di preghiera; furono travolti, spinti in mezzo a loro. Fuori, la via brulicava di donne che alzavano le braccia, urlando come indemoniate, agitando cenci rossi o neri attaccati a bastoni, a canne, a ramoscelli spogliati di fronde…
Correvano come a un assalto, gridando:
– Viva! Morte! – e Donato e Cordelia venivano spinti avanti, avanti, in prima fila quasi.
– Dal barone Caruso! Dal Sindaco! Dall’Assessore Morana!…
E, intanto, parecchi saccheggiavano alcune botteghe di panettieri e di rivenditori di commestibili che non avevano avuto tempo di chiudere le porte, e appiccicavano fuoco agli scaffali.
Vedendo i carabinieri e i soldati che sbarravano la via, Donato Mirone e Cordelia avevan tentato di opporsi all’avanzata dei ribelli per evitare una strage.
Si udirono tre squilli di tromba! Una pioggia di sassi volò contro i soldati, ferendo alla testa il delegato, che cadde per terra svenuto, sanguinante.
Una scarica rimbombò, seguìta immediatamente da un’altra.
L’eroica giovane donna giaceva morta sul corpo dell’uomo a cui aveva voluto farsi scudo.
Donato Mirone, gravemente ferito, penò tre mesi all’ospedale. E al chirurgo che, medicandolo, un giorno gli disse: – C’è mancato poco che la vostra mania di far del bene a chi non lo merita o non sa apprezzarlo, non vi costasse la vita! – L’incorreggibile apostolo rispose:
– Ricomincierò, se campo. Il bene deve farsi a ogni costo, perchè è il bene.
Ma la cancrena della gamba non gli concesse la gioia di poter ricominciare.

Luigi Capuana – Pietro-Paolo Paradossi

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Del suo bel cognome Allegri quasi nessuno ormai si ricordava da che gli amici lo avevano ribattezzato Paradossi per la sua paradossale maniera di ragionare intorno a qualunque soggetto.
Gli era fin accaduto una volta, a proposito di una cambialina, che lo strozzino sospettasse un inganno nella firma col cognome Allegri e la volesse invece con quello di Paradossi.
– Ma io non posso fare una falsità!
– Eh, via! Lei scherza. Tutti lo chiamano Paradossi.
– È una bizzarria dei miei amici.
Se volle però i quattrini, dovette firmare Pietro-Paolo Paradossi.
Si divertì un po’ alla scadenza.
– Io mi chiamo Pietro Paolo Allegri.
– So assai! I danari li ha avuti lei.
– Li ha avuti questo signor Paradossi; se li faccia restituire da lui.
E tenne fermo per due giorni, con gran desolazione dello strozzino.
Gli amici sospettavano che egli aveva inventato quella storiella per glorificare la sua onestà. Ma può darsi benissimo che non mentisse.
Allegri soleva dire:
– Tutto è falso e tutto è vero in questo mondo, secondo il punto di vista da cui si guarda. Il falso di oggi può essere il vero di domani e viceversa. –
Proclamava anche:
– Quando noi parliamo di antico, di moderno, diciamo una gran corbelleria. Dove finisce l’antico? Dove comincia il moderno? Nessuno lo può precisare. Un fatto, un sentimento, un’idea sono forse moderni soltanto perchè il fatto è avvenuto ai nostri giorni, perchè il sentimento si è manifestato in te, in me, in altri nostri contemporanei, perchè l’idea vien accolta da un discreto numero di persone viventi? Niente affatto. A Parigi, a Londra, a Berlino – mi limito a questi tre grandi focolari di civiltà – si trovano più selvaggi che non siano nei territori delle Pellirosse e nella Papuasia. Eh? Ci sono gli scienziati? I filosofi? I poeti?… Quanti? Da, contarli su le dita d’una mano. Esagero, lo so; ma è per farmi meglio capire.
Una sera, al caffè, aveva preso l’aire contro la paternità.
– Vi i dico che certa paternità non esiste. La scienza ne ha intravisto qualcosa quando ha affermato che la fecondazione avviene una sola volta e per sempre; i figli della vedova che si rimarita sono, naturalmente, figli del primo marito. La nuova paternità è un inganno legale. E in avvenire…
– Non far profezie! – gli gridò quella sera Martelli.
– In un avvenire molto lontano, lontanissimo – riprese Allegri – io credo che la Natura compirà l’opera sua. Da principio creò l’essere maschio e femmina; poi lo scisse, dando all’uomo e alla donna due funzioni diverse; non li scisse però tanto che l’uno non abbia ancora bisogno dell’altra e la specie più non abbia bisogno di tutti e due. Nelle intenzioni della Natura – è evidente – l’uomo sarà, dovrà essere il pensiero, la riflessione, l’opera; la donna la feconda generatrice alla quale non occorrerà più…
Un urlo, misto con rumorose risate, gli impedì di proseguire.
Allegri, fortunatamente, aveva il buon senso di ridere anche lui quando le sue parole toccavano la cima dell’esagerazione, dell’assurdo, secondo l’ordinario modo di vedere; ma nella bonarietà del suo riso c’era una lieve ombra di malinconia e di compatimento, che significava quanta verità egli scorgesse in quella esagerazione, in quell’assurdo.
Questo appariva più apertamente ogni volta che gli accadeva di parlare dell’amore. Biagi allora soleva dirgli
– Sta zitto! Perchè ce l’hai contro l’amore? Non ti ho mai saputo innamorato. Mi sembri un cieco che discorra di colori.
Allegri avrebbe potuto rispondergli:
– Ho amato meglio di te e di tanti altri; ma per me l’amore non è mai stato una vanità da sciorinare nei caffè, nelle conversazioni, nelle confidenze agli amici. Ora poi… ho vergogna di aver avuto la debolezza di commettere questa grande imbecillità.

Invece egli si limitava a rispondere con una rapida alzata di spalle, e continuava:
– Gli innamorati sono mezz’uomini, pervertiti dai poeti. Tu, caro Micheli, hai su la coscienza tre volumi di poesie. Non le ho lette, nè le leggerò, nonostante che le sappia bellissime… Questo dovrebbe aggravare il tuo rimorso, se tu fossi capace di comprendere la responsabilità assunta fantasticando al lume di luna, sognando a occhi aperti, inducendo molti altri a fare peggio di te. Fortunatamente, e non per merito tuo, la triste realtà non è venuta a sovrapporsi alle chimerizzazioni della tua fantasia. Quei tre volumi di poesie non ti hanno reso marito nè padre infelice. Lo meriteresti, per tutti i disgraziati che credendo alle tue lusinghe han sovrapposto deliziose chimere alla realtà, secondo il tuo esempio. Per loro invece è accaduto che la realtà abbia raggiunto il suo trionfo, e le delusioni han prodotto e continuano a produrre catastrofi, delle quali, se io fossi procuratore del Re, ti dichiarerei responsabile, assieme con gli altri poeti, quasi per corruzione di minorenni… Già! Già! Avete spiritualizzato l’amore!… Ma se la Natura avesse voluto questo, avrebbe saputo farlo meglio di voi. Dite piuttosto che avete complicato, sofisticato l’amore, da renderlo assolutamente irriconoscibile.
– Ma nella Natura tutto è iniziale, appena accennato – gli disse un giorno Martelli che si divertiva a provocarlo. – L’intelligenza dell’uomo, pienamente sviluppata, prosegue l’opera creatrice, la svolge, la indirizza ad alti scopi.
– Per buona sorte, cotesta intelligenza, pienamente sviluppata, spesso crede di andare a destra e va a sinistra; si figura di stabilire, per esempio, le norme della virtù e del vizio e arriva a fondare una morale pratica che non riconosce vizio nè virtù, ma l’atto più o meno opportuno, più o meno giovevole, e non si accorge di contradirsi. Con l’avere inventato i bei nomi di virtù, di vizio, chi sa che stupenda cosa vi sembra di aver fatto! Io mi balocco a scambiarli: chiamo vizio la virtù e la virtù vizio; il mondo va avanti lo stesso.
– Ma la convenzione di un nome non muta la cosa.
– Altro se la muta, caro Martelli!
Erano discussioni interminabili, appena Allegri si trovava coi suoi amici Martelli, Biagi e Micheli, che gli volevano bene, malgrado i paradossi, forse pei paradossi, e sopratutto perchè ne sperimentavano in ogni occasione la grande bontà.
Egli conviveva con la madre, che lo trattava da bambino anche ora che aveva ventott’anni. La signora Allegri era rimasta una borghesuccia, quasi una contadina; e, dopo poco meno di mezzo secolo di vita tranquilla, si sentiva tuttavia un po’ spostata in quella casa elegantemente arredata, dove già avrebbe voluto aver la compagnia di una bella e giovane nuora e di parecchi nipotini. Per lei quei salotti, quei salottini, fin la spaziosa sala da pranzo erano proprio inutili; vi entrava di raro, soltanto nei giorni in cui sorvegliava la donna che faceva la pulizia. Aveva creato, in uno stanzino poco distante dalla cucina, una salettina da pranzo, luminosa e raccolta, per sè e pel figlio, che raramente desinava fuori di casa: e d’un’altra stanzetta un po’ appartata si era fatta un salottino da lavoro che soltanto l’affettuosa violenza filiale aveva potuto mobiliare con graziosa minuta cura. A lei sarebbero parsi sufficienti un tavolinetto, un armadio, due seggiole e una poltrona.
Da qualche tempo in qua ella appariva con insolita frequenza nel severissimo studio di Pietro-Paolo, quantunque gli alti scaffali pieni zeppi di libri le ispirassero una specie di sgomento. Le pareva che tutti quei volumi parlassero al suo povero figliuolo, lo stordissero, lo facessero invecchiare innanzi tempo; ed ella aveva dispiacere del suo stato d’ignoranza unicamente perchè le pareva che elevasse una specie di barriera tra lei e il figlio, di cui non riusciva a penetrare l’animo chiuso. Era forse sua colpa se il marito aveva voluto che ella restasse quale l’aveva amata, quasi il non saper leggere nè scrivere avesse dovuto conservarla più a lungo bella, fresca, ingenua?… E forse era stato vero. Infatti, in tanti anni di matrimonio, nessun cambiamento era avvenuto nei loro cuori; nel suo specialmente, che non aveva mai avuto neppure il più lieve sintomo di vanità per le condizioni economiche e morali mutate, per quell’adorazione che lei, con sincera modestia, giudicava assai assai superiore al suo merito.
Da qualche tempo in qua però le sembrava che le si fossero snebbiati un po’ gli occhi, e che nell’espressione del viso, nell’accento, nei gesti di suo figlio ella scorgesse evidentissimi i segni di una grande tristezza.
Vedendola apparire improvvisamente su la soglia dello studio, Pietro-Paolo si levava da sedere, le andava incontro, domandandole:
– Come mai?
Sorrideva, la baciava in fronte.
– Ti affatichi troppo, Piè-pà.
Lo chiamava ancora così, come quando era bambino.
– Se ti figuri che leggere e scribacchiare un po’ sia grave fatica! – le rispose una mattina.
– Non so; ma prima, venivi spesso a fumare una sigaretta nel mio stanzino da lavoro, a raccontarmi come avevi passato la serata, a confidarmi qualche progetto che ti frullava per la testa…
– Fumo tanto poco ora!
– Non ti rimprovero per me. Sono ormai abituata alla solitudine, alla segregazione: tutta la mia vita è trascorsa così. Tuo padre e tu siete stati l’unica mia grande consolazione, la vera mia felicità; e se tuo padre mi è mancato, tu hai saputo supplire al vivo bisogno del mio cuore, da non farmene mai rimpiangere la perdita. Ti ho voluto bene per due.
– Ma perchè vieni a dirmi questo, cara mamma?
– Perchè mi sembra che tu mi nascondi qualche cosa che… ti rende infelice!
– Senti, mamma; per rendere infelice me, che non pretendo niente di straordinario, occorrerebbe privarmi del tuo affetto, della tua materna sorveglianza che mi dà l’illusione di una prolungata fanciullezza… proprio così; te l’ho detto più volte, e i miei amici, invidiandomi, se ne rallegrano con me… E occorrerebbe che io diventassi a dirittura un altro, con indole, con gusti, con desideri completamente diversi. Ora, io voglio assolutamente rimanere quale sono.
– Perchè non vuoi darmi la gioia…?
– Perchè, probabilmente, riuscirebbe l’opposto per te; e procacciarti un dolore irreparabile, anche senza che la mia volontà c’entrasse per niente, mi parrebbe tale sventura da farmi maledire la vita… Dunque, mamma, non ti basto io? Se fossi certo di condurti qui una nuora degna di te e di me; se fossi certo di darti la consolazione di una bella corona di nipotini… Non basta volere, mamma mia! E io non posso spensieratamente sacrificare la tua pace, la tua serenità a una problematica felicità mia, che mi renderebbe alla fine odioso a me stesso. Sì, ho avuto più volte la tentazione di provare; e son venuto da te per annunciarti… Poi… è accaduto quel che è accaduto; ed è stato bene per te e per me.
– Io sono un’ignorante; ma chi ama come può amare una madre indovina anche al di là di quel che non capisce… Mi esprimo male: tu intendi quel che vorrei dire. E per ciò, da un pezzo in qua, sento che soffri… sì soffri; è inutile che tu neghi.
Egli le buttò improvvisamente le braccia al collo, proprio come un bambino, singhiozzando senza piangere, balbettando:
– Hai ragione, mamma! Sì soffro, e… mi vergogno di soffrire!… Io che ho deriso tanto gli altri che si lasciano sconvolgere dalle allucinazioni dell’amore; io che dopo le prime prove giovanili mi credevo perfettamente ridotto tale da non poter più subire lusinghe di sorta alcuna… io, io da un anno in qua son vissuto combattendo una lotta continua tra quel che pensavo e quel che sentivo. Da principio non mi preoccupavo di questa contradizione; ma dopo… Oh! sono stato miseramente vinto! Scusa, mamma! Ti parlo forse un linguaggio strano. Dovrei, dirti soltanto: Ho amato, amo, come uno dei più imbecilli da me disprezzati: e quando credevo che la mia illusione potesse divenire realtà… Ella ama un altro, mamma!
– Non ti merita, Piè-pà!
– Me la ero creata dentro di me, quale avrei voluto che fosse… come tanti altri imbecilli; quasi questo avesse dovuto bastare a renderla tale! Da molti fallaci indizi io credevo di scoprire ogni giorno – senza che lei sospettasse menomamente l’assidua opera mia di studio, di osservazione – credevo di scoprire le sue più intime qualità; e, come tanti altri imbecilli non mi accorgevo che vedevo non la realtà, ma il prodotto della mia immaginazione! E, anche se avessi visto bene, che mi sarebbe giovato? Avrei potuto impormi a lei? Giacchè – pare incredibile! – sono stato timido, fanciullescamente timido….. Ed ecco il bel risultato….. Ella già ama un altro, mamma!
– Non ti meritava, Piè-pà! – replicò la signora Allegri, con voce turbata da profonda commozione.
– Vorrei strapparmela dal cuore… e non riesco! È giusto che sia così! È giusto che io porti la pena delle stupide falsità con cui mi son lusingato di foggiarmi una vita tutta di testa, senza che il sentimento vi prendesse parte… La Natura ottiene la sua rivincita: la Natura, presto o tardi, abbatte la nostra superbia. Senza l’amore e la venerazione che ti porto, a quest’ora, mamma, avrei certamente commesso….
– Oh, figlio mio! – lo interruppe la signora Allegri, abbracciandolo strettamente, quasi volesse contenderlo a qualcuno. – Ho avuto sempre ragione di guardare con sgomento tutti quei libri del tuo studio che ti hanno guastato la testa! Noi ignoranti, figlio mio, spesso vediamo meglio, più dirittamente di voialtri che sapete tante cose. Poco fa tu hai detto che il mio amore materno ti dà l’illusione di crederti ancora fanciullo. Ebbene, provami che non è soltanto un’illusione. Sposa… anche senza amare, anche senz’essere amato. L’amore verrà dopo, più forte, più degno. Non pensare al mio caso. Tuo padre diceva: – In casa mia io sono un poeta! -E mi spiegava quel che le sue parole significavano… Ma uomini come tuo padre sono rarissimi al mondo. Sposa senz’amare, senz’essere amato….
Egli la guardava con immensa maraviglia di sentirla ragionare così. Gli sembrava che per bocca di quella donna dalla testa grigia, dagli occhi pieni di serena dolcezza, vissuta felice della sua oscurità e con ancora nella carnagione del viso qualcosa della sua bella giovinezza, gli sembrava che gli parlasse la vera saggezza, e gli rivelasse la nullità di tutte le esagerazioni, di tutte le storture che egli si divertiva, con grande serietà, a proclamare davanti agli amici e per le quali si era facilmente guadagnato il soprannome di Paradossi.
– Ho sbagliato mamma! Ho sbagliato – egli esclamò. – Ma da oggi in poi il tuo bambino ti obbedirà umilmente; diventerà uomo, a qualunque costo!
Insorgeva contro il suo passato; si comprimeva con una mano fortemente il cuore per soffocarvi gli ultimi palpiti della sua illusione, per offrire in olocausto a quella veneranda creatura tutti gli sbagli, tutti i traviamenti di pensiero che – lo riconosceva ora – lo avevano reso uomo inutile a se stesso ed agli altri. Le offriva, in olocausto anche l’avvenire.
Gli sembrava quasi miracoloso che tutto questo fosse avvenuto in pochi momenti, quando meno egli se l’aspettava; e non dubitava che potesse cambiare.
Più tardi egli si convinse che quel gran mutamento si era lentamente maturato dentro di lui, ed ebbe il coraggio di dirlo ai suoi amici, di mettersi in ridicolo davanti a loro con incredibile spietatezza.
E quando annunziò ad essi: – Tra otto giorni prendo moglie; me l’ha trovata mia madre! – gli amici non se ne maravigliarono. Dissero:
– È questo il miglior paradosso… di Paradossi.

Federico De Roberto – Studio di donna

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I.

– La signora duchessa ha chiamato?
– Rimandate la carrozza. Portate via quei fiori. Non sono in casa per nessuno, avete capito?
E come il cameriere si era inchinato a quegli ordini pronunziati con voce breve e concitata, la duchessa di Neli si lasciò cadere sulla vénitienne.
Una mezza luce filtrava delle stuoie abbassate ed il raccoglimento era tutt’intorno profondo. I soffici tappeti, le tendine pesanti isolavano ancora più completamente quel remoto boudoir che la duchessa preferiva per passare il suo tempo leggendo o lavorando, e dove ora restava, abbandonata, con le mani sul viso, mentre l’ultimo romanzo del Bourget mostrava il tagliacarte di tartaruga posto fra le pagine, e un filo di seta partente da un canestrino e perdentesi sotto uno sgabello tradiva ancora il gesto scomposto che aveva fatto ruzzolare il gomitolo del ricamo.
A un tratto la duchessa si scosse, si levò in piedi e si diresse verso lo specchio. Giunta lì dinanzi, sporse il capo; poi lo ritirò. Pareva avesse una tentazione di guardarsi, ma ne fosse trattenuta dalla paura di vedere uno spettacolo raccapricciante…. Ora teneva il gomito appoggiato allo spigolo del caminetto, e l’indice fra le labbra, rodendosi lentamente l’unghia e battendo con vivacità la punta del piede. Ancora una volta si strappò alla sua cogitazione; avanzossi verso la finestra, la schiuse e tirò su la stuoia. Alla chiara luce che inondò il boudoir azzurro ella si riaffacciò, questa volta risolutamente, allo specchio e vi restò a lungo, guardandosi.
….Nessun dubbio era più possibile. Aveva sperato un momento che fosse stata un’allucinazione, un giuoco di luce, un riflesso; ora il dubbio non era più possibile. I suoi capelli imbiancavano, sulle tempie, sulla fronte, dove si potevano meno nascondere! Da principio, qualche anno innanzi, erano stati dei fili d’argento per cui si erano destate in lei le prime vaghe malinconie del tramonto, ma che ella aveva presto dimenticati dopo aver dato loro la caccia, strappandoli dalla radice, con cura scrupolosa, senza dimenticarne uno solo. Per un pezzo non erano ricomparsi. Poi, timidamente, nascosti, perduti tra le selve folte e nerissime, i fili bianchi erano spuntati di nuovo; ma così pochi, così radi, che ella, veramente, non se n’era curata. A trentotto anni la marchesa Crollanza non ricorreva alle tinture? E la piccola Annina Fiorelli, a diciotto anni – una bambina! – non era quasi grigia? Che meraviglia dunque se, alla sua età, qualche filo d’argento s’intrecciava fra le chiome corvine?… Però, da quella volta, non si era più guardata attentamente, come di consueto; mentre la cameriera la pettinava, ella volgeva altrove gli sguardi; un movimento istintivo le faceva evitare di rivedere quelle macchie che le annunziavano la prossima fine della propria bellezza. Ed ecco che quel giorno, avvicinatasi inavvertitamente allo specchio accusatore, aveva scoperto le ciocche bianche miste al lucente ebano della sua chioma!…
Il dubbio non era più possibile, l’illusione non era più permessa, eppure ella non sapeva rassegnarsi alla triste scoperta…. Con un gesto nervoso, portò le mani alla testa, buttò via il pettine a palo e le forcine, e cominciò a disfare rapidamente il sapiente edifizio della sua acconciatura. Dapprima le due grosse bande della nuca caddero, disciolte, sulle spalle; poi quelle delle tempie le velarono il viso. Visti così, un poco a distanza, in masse copiose, i suoi capelli erano sempre meravigliosamente belli; bisognava avvicinarsi allo specchio, bisognava prenderne delle ciocche in mano, dividerle, allargarle, perchè i fili deturpatori apparissero. Quanti!… Quanti!… Come non se ne era accorta finora? E ad ogni nuovo ciuffo che ne scopriva, una vampa le saliva al viso. Avrebbe voluto chiudere gli occhi, sottrarsi a quella vista angosciosa; ma non glie ne restava la forza nella specie di fascinazione, di ipnotismo che le aveva spalancato gli occhi e inchiodato lo sguardo.
Ella invecchiava! Fatalmente, inesorabilmente, il fiore della sua bellezza intristiva, appassiva, moriva! Oggi erano i capelli che imbiancavano, domani sarebbero state le rughe che si sarebbero scavate nel marmo della fronte, nel velluto delle guancie; poi gli smalti dei denti che si sarebbero scossi, che sarebbero caduti…. Era finita! Il suo regno di donna cessava. Cessava allo stesso modo con cui era cominciato: inutilmente….
– Inutilmente!
La parola, pronunziata con accento di profonda amarezza, si perdette nel silenzio del boudoir. La duchessa di Neli si tolse dallo specchio, e riannodati alla meglio i capelli andò a rovesciarsi sulla sedia lunga. Ora tutta la sua vita, la sua vita monotona e vuota di donna onesta le sfilava dinanzi. Meglio così! – si diceva – meglio la vecchiaia! meglio la bruttezza! poichè bellezza e gioventù non erano valse a nulla. Meglio che i suoi capelli imbiancassero: qualcuno forse se ne sarebbe accorto, glie lo avrebbe detto! Che cosa avrebbe dunque fatto di quella carnagione soave come polpa di frutta mature, di quella bocca grande, vermiglia, odorosa, di quelle mani aristocraticamente scarne, dalle dita lunghe e sfilate, di quelle braccia forti e delicate ad un tempo, di quelle forme agili, eleganti, piene di grazia; che cosa ne avrebbe fatto, lei che nessuno aveva amato, che nessuno amerebbe? Avrebbe dovuto esser ancora bella per suo marito, per quell’egoismo fatto persona, per quell’uomo che le procurava tutti i fastidii della gelosia senza nessuno dei compensi dell’amore?… Erano dieci anni che durava la sua condanna, dieci anni durante i quali un coro di lodi e di ammirazioni le si era levato dintorno. Il gran pro che ella aveva ricavato dalla sua onestà! La gratitudine di cui l’aveva pagata suo marito, le avventure del quale formavano la favola della provincia e la colmavano di ridicolo!… Infine, le era diventata di peso quella inutile onestà! Una voce di ribellione le saliva alle labbra. Erano dieci anni che durava la sua condanna, ma ella ne aveva trentacinque, degli anni! Trentacinque, nè più nè meno; perchè nasconderlo ancora? perchè mentire ancora a sè stessa? con quale profitto? Non lo portava ora scritto nella persona, in quei capelli bianchi che fra poco avrebbero preso il sopravvento? E a trentacinque anni ella era ridotta ancora a fantasticare come a quindici! Nell’età in cui le altre cominciavano a vivere di ricordi, ella era condannata a nutrirsi di speranze, di speranze che si facevano ogni giorno più chimeriche, e di cui presto ella stessa avrebbe apprezzato tutto il ridicolo!
Ancora una volta, la duchessa di Neli si scosse dalla sua meditazione e sollevò la testa. Una semioscurità regnava nella stanza. Ella si alzò e si fece alla finestra. La giornata si era coperta; dei nuvoloni grigiastri si rincorrevano, sospinti da un vento che scuoteva le foglie appassite dagli alberi del viale, e le spargeva turbinosamente dintorno. Non una carrozza, non un passante. Il grigio plumbeo di quel cielo autunnale pareva pesasse sulla terra, la opprimesse, togliesse il respiro ad ogni creatura vivente.
– Meglio così…. – disse ancora a bassa voce la duchessa di Neli, guardando quel cielo schiacciato, la cerchia ristretta dell’orizzonte, gli alberi mezzo spogli, e trovando una secreta corrispondenza fra la malinconia delle cose in quella stagione e la disposizione del proprio spirito. Era l’autunno che oramai le conveniva, l’autunno in campagna, dove è ancor più visibile il mancare del verde, il ritirarsi del sole, tutti i sintomi dell’agonia della natura.
E come ella si compiaceva di aver fatto portar via il mazzo recatole dal suo giardiniere, il domestico comparve di nuovo sull’uscio.
– La signora duchessa è servita.
Passata nella sala da pranzo, preso posto alla tavola dove il duca batteva la marcia con le posate, fiutando ogni cosa, allungando la testa da una parte e dall’altra come un ragazzo malavvezzo, la duchessa disse, con voce breve:
– Domani andrò in villa.
Il marito la guardò, sorpreso da quell’insolito accento di risoluzione. Ma un sentimento di soddisfazione gli si dipinse subito in volto.
– Era quello…. – Poi, quasi pentito. – Non è una bella stagione. Del resto, fai come ti piace. Puoi dare gli ordini opportuni.

II.

Nulla dispone lo spirito alle lunghe fantasticherie, alle lente evocazioni del passato, quanto certe grigie giornate d’ottobre, allorchè le nuvole sfilano in processione, le une sulle altre, confuse e nondimeno distinte, allo stesso modo che le imagini degli avvenimenti trascorsi. Gli uni sugli altri, i ricordi passano pel cielo della memoria e, lieti o tristi, è in essi sempre un’intima malinconia, forse come effetto della stessa inazione in cui sono lasciate le vive energie dell’organismo.
In un simile stato d’animo si trovava Guido Olderico nella spianata del romitorio di San Francesco, sull’orlo della ripida scoscesa da cui l’occhio dominava l’immensa verde vallata cosparsa di ville e di casolari che, da quella distanza, prendevano l’aspetto di giocattoli disseminati a casaccio dalla mano irrequieta d’un capriccioso fanciullo. Il cielo era coperto, ma l’aria mite, e il verde degli sterminati vigneti ancor fresco. Di tanto in tanto, da un campanile di villaggio, arrivavano i suoni delle ore; dei galli cantavano nella lontananza; nessun altro suono turbava la pace di quella solitudine. Seduto sopra un sasso, coi gomiti appoggiati alla balaustra che girava tutt’intorno alla spianata, l’Olderico pareva una statua, come il S. Francesco che benediva dall’alto del cornicione della chiesetta. Nella quiete della campagna, egli sentiva finalmente sedarsi l’agitazione dei suoi nervi tormentati; e, vista da quella distanza, la vita turbolenta della grande città, la ricerca compiacente delle sensazioni raffinate ed acute alla quale egli si era dato, gli facevano un effetto molto meschino. L’inverno si avvicinava, gli anni volavano via, ed egli pensava che sarebbe ben presto arrivato il tempo in cui la rinunzia a quel genere di vita non avrebbe avuto più nulla di meritorio da parte sua. In quella disposizione dell’animo, l’inoltrarsi dell’autunno in campagna non gli procurava nessuna secreta angoscia; mentre, gli altri anni, il raggio di sole che si raccorciava ogni giorno un poco sulla parete del suo salottino, gli dava una stretta al cuore malgrado le mille distrazioni della città.

«Sol di settembre, tu nel cielo stai
Come l’uom che i migliori anni finì
E guarda triste innanzi: i dolci rai
Tu stendi verso i nubilosi dì.»

Egli si ripeteva i versi del Carducci, ma non più col muto strazio d’una volta, sibbene con una specie di commiserazione per quella natura che si sarebbe tra breve assiderata, per tutti gli esseri che la morte aspettava e per sè stesso ancora….
A un tratto, s’intese un rumore di passi sull’acciottolato della viottola. Come l’Olderico si voltò, vide due dame avanzarsi per la spianata.
– Signora marchesa!
– Oh, voi, Olderico! Quale fortuna!… Ci accompagnerete fra gli orrori di questo speco, non è vero? Noi veniamo a farci monaci, come Eleonora nella Forza del Destino. Voi non vi conoscete? Il cavaliere Guido Olderico…. la duchessa di Neli Valformio…. O da che parte si va pel romitorio?…
– Ecco, da questa parte….
L’Olderico dava la destra alla duchessa, che restava così in mezzo. Ella portava un abito grigio, di lana, semplicissimo; dei guanti grigi, e una cappottina grigia ancor essa. Non un gioiello, nè orecchini, nè braccialetti. Una broche a ferro di cavallo le fermava soltanto il colletto un poco alto, che le dava un’aria quasi maschile.
– Se questi buoni frati – diceva la marchesa di Crollanza – mi dessero un terno, un terno piccino piccino, io mi dichiarerei soddisfatta della mia passeggiata. Non parlo del vostro incontro, Olderico, che è un altro terno. Lo giocherete anche voi, quello dei frati; non è vero? Io vorrei vincere un milioncino….
La duchessa guardava il paesaggio tutt’intorno, distratta, come un poco infastidita da quel chiacchierio.
– Con Enrichetta si diceva che cosa si sarebbe fatto se trovassimo un milioncino, in tanti biglietti, per terra, in mezzo alla strada. Per me, dico la verità, mi farebbe molto comodo; lo intascherei!… Non farebbe anche comodo a voi?
– Ohibò! Io lo consegnerei al signor questore e mi prenderei gli elogi dei cronisti!…
Ma, ridendo con la marchesa, egli aveva gli occhi alla sua compagna, sempre seria e un po’ triste.
Come egli ebbe picchiato al portone, la figura di un fratello dall’ispida barba nerissima si affacciò al finestrino.
– È permesso visitare il romitorio?
La testa scomparve, e il portone si schiuse a mezzo. Per la prima, risolutamente, la duchessa di Neli entrò. La marchesa esitava, si guardava attorno, guardava l’Olderico, quasi a rassicurarsi. Finalmente raccolse la sua gonna di peluche mousse, a larghe bande di ricamo a rilievo; chinò un poco la testa su cui portava un cappello a larghe tese in feltro oliva, con una ricca guarnizione di piume mousse a sfumature cascanti da un lato, e si decise a seguire l’amica.
Nella corte, le foglie secche dei castagni avevano formato un grosso tappeto su cui le vesti femminili sfrusciavano. Il fratello, con la schiena curva, il rosario ballante dalla cintura di cuoio, i piedi nudi negli zoccoli di legno, faceva strada in silenzio. Dinanzi alla scala, le paure della marchesa si rinnovarono. La sua amica era già scomparsa, che ella non aveva ancora salito un gradino. Il suo chiacchierio era completamente cessato.
– Che idea, quell’Enrichetta, di venire a cacciarsi qui dentro! Olderico, statemi vicino.
Salendo, ella si fermava ogni tanto, e si voltava indietro ad accertarsi ch’egli fosse lì. In quella sua paura, era seducentissima; però il rumore dei passi della duchessa distraeva l’Olderico.
In cima alla scala, il corridoio lungo e stretto, dalle vôlte basse, fiocamente illuminato dalla finestra posta all’altra estremità, mostrava le due file di porticine vecchie, tarlate, controsegnate da un numero. La duchessa andava sempre avanti, accanto al fratello che narrava a bassa voce i miracoli di S. Francesco, cogli occhi per terra, fermandosi ogni tanto a mostrare con la mano ossuta e callosa un quadricino polveroso, dove si distingueva a stento un bastimento in mezzo ad una tempesta, o degli uomini piagati, con una piccola imagine del santo circondata di nubi in un angolo.
La marchesa avanzava lentamente, gettando intorno degli sguardi ansiosi, e tenendosi vicino all’Olderico. Arrivati al crocicchio formato da un altro corridoio che tagliava il primo ad angolo retto, s’intese di scatto un rumor sordo, quasi un rantolo.
– Olderico!… datemi il braccio!… – e vi si abbandonò tutta.
Era un orologio invisibile, al quale scoccavano le ore.
Come i suoni cessarono, una porta si aprì, lontano, e una fila di frati, con la testa china, passò biascicando incomprese preghiere.
– Ho paura! – disse ancora la marchesa al suo compagno – portatemi via….
L’Olderico la sentì che gli si stringeva al fianco; ma egli era sorpreso della propria indifferenza innanzi a quella seduzione; i suoi occhi seguivano sempre la figura della duchessa che procedeva serenamente, chinando la testa e facendo con la mano il segno del bacio dinanzi alle imagini sacre.
Erano già in capo al corridoio. Come il fratello aprì la finestra, l’Olderico esclamò:
– Guardi che bella vista!
La marchesa, che seguendo gli sguardi del suo cavaliere aveva scoperto l’oggetto di quella attenzione, lasciò bruscamente il suo braccio.
– Proprio! Meravigliosa! – esclamò con una piccola intonazione di dispettoso sarcasmo.
Il panorama era davvero bellissimo, assai più vasto che dalla spianata, da cui il versante dei monti coperti di boschi in basso e di nevi nell’alto non si scopriva.
Dinanzi al grandioso paesaggio, la duchessa di Neli non diceva nulla. Un velo di malinconia pareva ricoprisse il suo volto, e un’espressione di stanchezza era in tutta la sua persona.
Come Guido Olderico le si trovò di faccia, vicinissimo, scorse ad un tratto i suoi capelli della fronte tutti filettati di bianco.

III.

– Verrà?… Non verrà?…
Passeggiando rapidamente da un capo all’altro della terrazza della sua villa, la duchessa di Neli si rivolgeva per la centesima volta, da che aveva incontrato l’Olderico, quella domanda. Ella aveva ancora dinanzi la sua figura aristocratica, dai gesti agevoli e corretti; sentiva ancora il suono della sua voce quando, al ritorno dal romitorio, preso posto nel landau della marchesa, si era intavolata una discussione sulle cose dell’arte e della letteratura, ed egli aveva svolto delle opinioni e manifestati dei gusti delicati, squisiti, quasi femminili. Aveva ancora promesso di mandare dei libri alle signore, e la duchessa contava su di questo perchè quella relazione si annodasse. Ora ella si pentiva di non avergli dato ad intendere che la sua compagnia le sarebbe stata molto gradita, e che lo avrebbe rivisto con piacere in casa propria. Come era stata fredda, rigida, antipatica! Doveva certamente aver fatto un effetto di repulsione invincibile. Già, era così mal messa! Quella povera vesticciuola grigia!… Quella cappottina dell’altro anno!… Non aveva sorriso neppure una sola volta, non aveva dischiuso abbastanza le labbra perchè, in mancanza di gioielli, egli vedesse almeno le perle dei suoi denti.
– Verrà?… Non verrà?…
Malgrado i suoi timori e i suoi pentimenti, la duchessa serbava ancora qualche speranza. Nella solitudine di quella villeggiatura fuori mano, l’Olderico avrebbe probabilmente colta con premura l’occasione di stringere una nuova relazione. E poi, e poi…. trentacinque anni, è vero; dei capelli bianchi…. ma, con una mano sulla coscienza, la duchessa sentiva di esser cento volte preferibile a quella povera marchesa, che sprecava ormai invano tutta la sua civetteria!… Sentiva però nello stesso tempo che ella non aveva ancora molto da aspettare, e che bisognava decidersi. Per l’appunto, la rigida sorveglianza del duca si era in quel momento rallentata. Suo marito la lasciava lunghe giornate sola, per andare in città, dove lo chiamava una sua tresca che era dappertutto il discorso del giorno. Egli non la giudicava più pericolosa! La sua gelosia veniva meno, perchè egli non credeva più che ella fosse desiderabile! Glie lo aveva detto, in uno di quei suoi scherzi feroci di enfant terrible! Ah, ella era vecchia? ella aveva i capelli bianchi?… Gli avrebbe fatto veder lei, se tutti avrebbero giudicato a quel modo!
Ora, non ne poteva più; non si fidava più di durare in quel sacrifizio lungo ed inutile. Quella sua virtù finiva per essere ridicola. Tutti, dal primo all’ultimo, le avrebbero dato ragione, se ella fosse caduta…. Caduta? Era dunque una colpa il reclamare la propria parte di felicità, un poco d’amore?… E, ad una ad una, le si ripresentavano alla fantasia le figure di uomini intraviste in un salotto, in teatro, alle quali ella aveva pensato secretamente, nelle notti insonni, o fra il vuoto chiacchierio d’una visita di convenienza, o in chiesa, quando gli occhi fissi sul libro di preghiere non vi sapevano più leggere…. Sempre, sempre, il caso, la sua virtù, la sua disgrazia, la gelosia del marito, avevano arrestato il romanzo al primo capitolo; romanzi ella non poteva farne, era condannata a leggerli soltanto!… Suonava ad un tratto l’ora della rivincita! Ella contava bene di non lasciar sfuggire questa volta l’imprevista occasione…. E il dovere? Ah, se ella credeva che le grandi emozioni dell’amore, che gl’incanti di una di quelle passioni che fanno l’invidia del mondo, si potessero provare senza sacrificar qualche cosa!…
La fantasia della duchessa correva, correva, ed ella aveva già architettata l’avventura. Trovava tutto agevole, in quella campagna, nell’assenza del marito; e l’illusione era così forte che ella provava il rimorso del fallo non per anco commesso se non col pensiero. Poi, per gastigo, si derideva, si faceva beffe di sè stessa per tanto almanaccare sopra una semplice presentazione, sopra un avvenimento comunissimo, come ne ricordava mille altri.
– Verrà?… Non verrà?…
Intanto, ella era venuta in campagna senza pensare alla sua toletta; non aveva portato nulla: nè una veste da camera, nè un abito da visita; nè un gioiello, nè una boccettina di profumi! Nulla, proprio nulla, altro che quel miserabile vestitino grigio!… A poco a poco, la sua passeggiata, o meglio la sua corsa per la terrazza s’era rallentata. Ella avanzava ora con le mani dietro la schiena e la testa un po’ china. A un tratto rientrò, e seduta al suo tavolino cominciò a scrivere sopra un foglio di carta la lista degli oggetti che le occorrevano. Interrompendosi di tanto in tanto, ella guardava per aria rodendo la punta del suo portapenne e mormorando:
– Verrà?… Non verrà?…

IV.

Giunto in vista della villa, Guido Olderico moderò la corsa del suo cavallo. Da lontano, posta alle falde della collinetta arrotondata come un’enorme mammella, circondata da un boschetto di pini e di castagni, la villa della duchessa aveva un aspetto assai pittoresco coi suoi padiglioni, le sue torricelle e i suoi tetti acuminati.
Intanto che il cavallo si avanzava al passo, scalpitando e mordendo il freno, l’Olderico cercava di sorprendere, nella fisonomia dei luoghi, qualche segno rivelatore dell’accoglienza che gli era riserbata. Senza esser fatuo, sapeva che non poteva venir considerato come il primo venuto; pure egli non era senza una certa inquietudine. L’impressione procuratagli da quella donna non era ordinaria. Egli aveva molto sentito parlare di lei, dell’austerità dei suoi costumi, del sacrificio di tutta la sua vita, e non si era potuto difendere, ogni volta che l’aveva intraveduta, o se ne era rammentato, da un movimento di istintiva curiosità dinanzi a quella che tutti, amici e nemici, chiamavano un’eccezione di donna. Però, il giorno della visita all’eremitaggio, uno spiraglio si era aperto pel suo spirito. Da che cosa poteva dunque dipendere la mestizia diffusa nella figura della duchessa di Neli, se non dal vuoto della sua vita e del suo cuore?… Egli la rivedeva, malinconica, nella semplicità quasi dimessa della sua toletta, aggirarsi pei corridoi del romitaggio, e una secreta corrispondenza gli pareva corresse tra quella figura di donna la cui vita era stata una rinunzia, e il soggiorno di coloro che avevano dato un addio al mondo, per sempre. Egli la rivedeva sotto il grigio di quel cielo autunnale, alla terrazza del romitaggio, e non poteva riuscire a difendersi da un sentimento di commiserazione pensando a quei poveri capelli bianchi, a quel tramonto d’una bellezza invano fiorita. Di quale amore tenero e forte ad un tempo doveva amare quella donna! Che tesori di affetto aveva dovuto accumulare nel suo cuore, così a lungo deserto! Come avrebbe egli voluto darle, nel breve tempo che ancora le rimaneva dinanzi, tutte le dolcezze che le erano state defraudate! Come avrebbe voluto che l’aurora dell’amore confortasse la malinconia di quel tramonto! Con quale tenerezza avrebbe egli baciato quei poveri capelli bianchi, con qual cura gelosa ne avrebbe composta e custodita una piccola ciocca!…
Ad un tratto, il cavallo si arrestò. L’intelligente animale pareva avesse compresa ]a distrazione del padrone e indovinata la mèta, poichè s’era fermato da sè dinanzi il cancello della villa. L’Olderico discese, legò le redini all’inferriata e s’avanzò pel viale. Dei cani gli abbaiarono contro, un servo si avanzava.
– La signora duchessa?…
– Favorisca.
L’Olderico salì la breve scala di marmo, ornata di grandi vasi. Sull’uscio, un cameriere gli fece strada. Traversarono una fila di stanze semi-buie, dove i passi si attutivano sui tappeti; la duchessa stava in un salottino ancora più scuro. Entrando, l’Olderico non l’aveva scorta; com’ella si scosse sulla poltrona, le si fece incontro.
– Signora duchessa….
– Buondì, cavaliere; è stato molto buono di ricordarsi di me! Sono lieta di poterla ringraziare a voce dei bellissimi libri. Un vero regalo. È tanto lungo il tempo in campagna, in questa stagione uggiosa! Grazie a lei, ho passato delle ore piacevolissime….
– Mi permetta di credere che tocca a me ringraziarla….
Assuefatti gli occhi a quel dubbio chiarore, l’Olderico potè veder meglio la duchessa. Ella portava una ricca veste da camera loutre con largo tablier a pieghe di surah celeste pallidissimo; guarnizioni di merletti e cascate di nastri loutre e celeste. Da tutta la persona esalava un profumo di corilopsis così acuto, che finiva per dare alla testa.
Senza saper bene perchè, l’Olderico si sentiva vincere da una freddezza crescente; aveva creduto di trovare la donna incontrata al romitaggio; ne aveva invece dinanzi un’altra. Come la duchessa parlava della noia dell’autunno, delle promesse dell’inverno, egli finì per darle ragione, contro genio, per darsi un contegno.
– Ecco il suo Mont-Oriol; sto per finirlo.
La duchessa prese il volume dallo sgabello vicino e stese un poco il braccio. Le sue dita erano ricoperte di anelli, i brillanti gettavano bagliori tutt’intorno.
Ora si parlava di letteratura; ella l’aveva contro i naturalisti, trovando mal fatto che non si descrivessero le cose ricche, la vita elegante, le passioni nobili e generose. L’Olderico, sempre più impacciato, parlava a pena.
La duchessa si alzò.
– Ama i dolci, cavaliere?…
– Grazie, signora duchessa….
Com’ella prese la bomboniera sul caminetto, vicino la finestra, e l’Olderico le si fece vicino, scorse la fronte di lei in piena luce. I capelli bianchi? Scomparsi, spariti; invece, la pelle era impercettibilmente macchiata di nero….
– E resterà ancora un pezzo in campagna?
– Oh, no, signora duchessa. Mi pare che ella abbia perfettamente ragione. Quest’autunno non ha nessuna poesia. Ritornerò in città domani l’altro.

Federico De Roberto – Il ritratto del Maestro Albani

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Mentre Anastasio Natali dava gli ultimi tocchi al suo quadro della Ginestra – un orrido e deserto paesaggio vulcanico, tutto asperità, crepacci, lastroni, fra i quali, a mazzi, a ciuffi, a boschetti, i gialli fiorellini mettevano come una nevicata d’oro – la tenda che mascherava l’uscio d’entrata fu rimossa, e la figura del maestro Albani apparve a metà.
– È permesso?
– Avanti.
L’Albani entrò, col cappello in mano; si avvicinò rapidamente al cavalletto, e dato uno sguardo alla pittura, disse:
– Bellissimo, perfetto, meraviglioso, sublime.
Nel pronunziare questa progressione di aggettivi ammirativi, la sua voce non era salita di un tono. Con maggiore espressione si sarebbe detto: Buon giorno, ti saluto; stai bene?
Come restava lì, impalato, dietro le spalle del Natali, questi cominciò a soffiare, e abbassando pennelli e tavolozza:
– Se non ti levi di lì – esclamò – non potrò fare più nulla.
– Sarebbe un peccato.
E, scostatosi, l’Albani si guardò attorno, in cerca di una sedia. L’impresa non era agevole. Un’artistica confusione regnava nello studio, e i drappi dai colori smaglianti, i costumi antichi, i libri dalle ricche legature, gli album di fotografie, le scatole dei colori si ammonticchiavano sopra le quattro o cinque sedie spaiate e di vecchio modello che parevano perdute nella vastità dello stanzone. Solo un teschio mancante delle mascelle troneggiava sopra uno sgabello di legno scolpito, accanto alla mensola rococo. L’Albani si diresse da quella parte, prese il teschio per le occhiaie e si mise a sedere.
Allora, il silenzio si fece profondo. Nascosto in fondo a un aranceto, invisibile dalla stradicciuola per la quale i carri non potevano passare, lo studio del Natali era un vero romitaggio.
– Ci siamo! – esclamò finalmente il pittore, dopo una mezz’ora di lavoro silenzioso, e buttati da canto tavolozza e pennelli, levatosi in piedi e indietreggiando di qualche passo con una mano sugli occhi a guisa di visiera, si mise ad esaminare l’opera propria. Luigi Albani lasciò anche lui di misurare in tutti i sensi il cranio che teneva ancora sulle ginocchia, lo posò sulla mensola, vi adattò sopra il suo cappello e si fece incontro all’amico.
– Dunque, ti piace davvero? – chiese il pittore.
– È un imbratto.
Il Natali lo guardò un istante. Poi, scrollando le spalle:
– Ah, sì; hai ragione! Dimenticavo di parlare col maestro Albani.
– Cioè, col critico più acuto dell’ex-regno delle Due Sicilie, – rispose l’altro, senza scomporsi. E avvicinatosi al quadro, accompagnando le proprie parole con gesti sobrii e compassati, riprese:
– Prima di tutto, questa lava è di cioccolata; come réclame nelle scatole del Suchard sarebbe impagabile. Poi, il cielo è oleografico e le nuvole sono di bambagia. Toccale, e vedrai che si sfilaccicano. Ora, bisognerebbe parlare del soggetto….
– Eh! parliamone pure! – esclamò il pittore sorridendo. E accesa una sigaretta, sedette incrociando una gamba sull’altra e guardando curiosamente l’Albani.
– Il soggetto, a tuo vedere, dovrebbe essere pieno di filosofia; il fiore nel deserto, l’antitesi eterna della natura che sorride mentre tende le sue insidie, o che insidia mentre sfoggia i suoi sorrisi – a piacere. Sta bene. Solamente, per maggiore intelligenza, ti consiglierei di imitare quel pittore polacco che, esponendo un quadro rappresentante L’ultima composizione di Mozart, faceva eseguire, da suonatori nascosti dietro la tela, la Marcia funebre del maestro. Se vuoi, potrei declamare io stesso i versi del Leopardi.
E, passando dall’altro lato del cavalletto, il maestro Albani cominciò:

– Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti….

Non potè continuare. Anastasio Natali rideva a crepapelle, con le mani ai fianchi, rovesciando indietro la sua forte testa dagli arruffati capelli castagni.
– Ah! ah! ah!… bellissimo!… ah! ah! ah!… Non c’è che il maestro Albani per avere di queste idee!…
L’altro lasciò il suo posto, e aspettato che l’amico si calmasse, riprese a parlare passeggiando lentamente per lo studio:
– Tu ti credi moderno, ma sei più antico del tuo Leopardi, che si è sbagliato di venti secoli. Con questo sistema delle antitesi e delle allegorie, ti potrebbe finir male. Se vuoi fare della filosofia, scrivi un trattato, non dipingere un quadro….
– Eh! il discorso non è poi tanto da matto!
– E se ti sta tanto a cuore l’espressione, cercala dove va cercata….
– Cioè?
– Nelle nobili fattezze del re del creato.
L’abituale freddezza d’accento di Luigi Albani si era fatta ancora più grande, e nel tono strascicante con cui aveva pronunziate quelle parole quasi ripetendo una frase mandata a memoria, v’era un’ironia così sottile ed acuta, che il Natali si voltò a guardarlo. Ora, egli si dirigeva in fondo allo stanzone, verso la mensola. Arrivato lì vicino, ricominciò:
– Le nobili fattezze del re del creato sono ancora piene d’espressione dopo distrutte. Ecco, per esempio, un quadro molto espressivo: questa mensola Luigi XV, con questo cappello 1887 sopra un teschio che può essere di tutti i tempi e di tutti i paesi. – Poi, preso il teschio e mettendosi a considerarlo attentamente. – Ed ecco un altro quadro: il problema d’Amleto, essere o non essere, cioè se è meglio…. Tu dovresti fare il mio ritratto così.
Anastasio Natali scosse le spalle e si fregò fortemente le mani, segno che stava per rimettersi al lavoro.
– A noi due, stravagante; ho un’ora perduta, e se mi prometti di star buono e di lasciare in pace il teschio, ti butto giù un pastello.
– Vorrà essere una cosa molto originale.
Il Natali mise a sedere l’amico, dispose il cartone sopra una tavoletta, prese la scatola dei pastelli, sedette anche lui, e cominciò a tracciare, con la sua febbrile impazienza di meridionale nervoso, le prime linee. Però, a misura che il suo lavoro avanzava, l’attività dell’artista andava rallentando. Ora egli si fermava ad ogni tratto, buttava il corpo indietro per giudicare dell’effetto, guardava lungamente il modello, e aveva un piccolo aggrinzamento delle guancie che dimostrava chiaramente il suo malcontento.
– Scusa, tirati più indietro…. no, più avanti…. Alza un poco il capo…. così…. no, come prima.
Tornato al lavoro, ricominciarono le sue esitazioni. La figura era già tutta abbozzata, la rassomiglianza in certo modo conseguita; mancava una cosa soltanto: l’espressione.
– Apri un po’ gli occhi…. non così, più chiusi…. insomma, non ti sforzare…. E chiudi la bocca, se no c’entreranno le mosche!…
A poco a poco, il Natali cominciava a indispettirsi; gli pareva che Luigi Albani si prendesse giuoco di lui.
– Insomma, vuoi star composto, o mando tutto per aria?
– Ti prego di credere che sono compostissimo.
Ed era quello, dunque, il suo atteggiamento naturale? Dacchè era tornato da Roma, il Natali non aveva ancora guardato l’amico così attentamente; non aveva ancora esaminati quegli occhi smorti, senza sguardo, quei muscoli flaccidi, quasi cascanti, quelle labbra leggermente dischiuse, quella carnagione scialba, quell’aria di stanchezza, d’indifferenza, di noia, di vacuità diffusa sopra una fisonomia impossibile a definire. Conosceva le sue bizzarrie, le sue eccentricità che gli avevano fatta una reputazione di mattoide nei cenacoli artistici; ma non lo sapeva ancora così strano, così inafferrabile, come ora gli si rivelava non solo alla conversazione, ma financo all’aspetto. Nondimeno, si rimise al lavoro, e dette ancora alcuni tocchi; poi, ad un tratto, strappò il cartone e lo buttò da canto.
– Cominciamo daccapo.
Era proprio impossibile ch’egli afferrasse quella fisonomia? Il Natali ci si arrabbiava. A corto di risorse, egli mise in opera un espediente disperato per uno come lui, avvezzo a non poter lavorare se non nel più assoluto silenzio.
– Parla, – disse all’Albani, – racconta qualche cosa!
– Di che cosa vuoi parlare? d’arte?
L’Albani sviluppava le sue teorie, citava degli esempii, dava dei consigli: ma nulla, nei suoi lineamenti, tradiva una qualunque attività cerebrale; si sarebbe detto uno scolaro sonnacchioso in atto di ripetere la sua lezione. Il pittore si era messo a contraddire tutto quello ch’egli diceva, ad irritarlo, a provocarlo, nella speranza che l’ardore della discussione mettesse almeno una scintilla in quello sguardo. L’Albani non si dava per vinto, teneva testa alle opposizioni, agli scherzi, ai sarcasmi dell’amico, ma il suo sguardo restava freddo come la sua voce lenta, monotona, a momenti irritante.
Anastasio Natali non seppe più contenersi.
– Insomma, o sono imbecillito io, o sei tu che hai l’aria d’uno scemo.
Come un velo d’ombra passò sul viso del maestro Albani. Il pittore alzò gli occhi al lucernario: era una nube che aveva oscurato il sole?… La giornata era sempre tersissima.
– Che cos’hai? Ti senti male?
L’Albani si era passata una mano tremante sulla fronte.
– Non è niente, è che hai ragione…. Io sono stato un anno pazzo….
Il pittore stava per dire: «Un anno soltanto? vuoi dire un po’ sempre….» ma era tanta la tristezza dipinta in volto all’Albani, che chiese invece premurosamente:
– Tu?
– Io stesso.
– E come?… perchè?… Mentre io sono stato fuori?… Nessuno me ne ha detto niente…. E come?… perchè?…
– Perchè?… Per aver voluto innalzarmi da terra, per aver voluto stringere delle nubi, per essermi dimenticato che ero la più miserabile delle creature: un uomo!…
Dimenticando il suo pastello, Anastasio Natali esclamò:
– Allora, sentiamo.

L’Albani lasciò cadere la testa sul petto, socchiudendo gli occhi. Poi, scuotendosi:
– Ti aspetti tu forse qualcosa di straordinario? delle avventure rare od intricate?… È una storia semplicissima, la storia di una passione come se ne possono vedere tutti i giorni. Soltanto, era la mia prima passione….
– O tua moglie?
– Mia moglie? Ah, tu credi che io l’abbia amata di amore? che io l’abbia presa di mia propria volontà?…. Me l’hanno data a diciannove anni, perchè era mia cugina, perchè avevano stabilito che dovesse esser così…. Le ho voluto bene, in un certo modo. Che cosa sapevo della vita fino a venticinque anni? Che cosa sapevo in quel miserabile paese, dove un libro era un oggetto della più grande rarità? Eppure, qualcosa bolliva dentro il mio cervello!… Si venne a Napoli…. Il mio scontento, l’irrequietezza, l’aspirazione a qualcosa d’aspettato, di quasi promesso, ma che non veniva ancora, diventava tormentosa. Intorno a me, non sentivo parlare che di una cosa, del solo grande affare della vita: l’amore…. E l’amore io non lo conoscevo se non di nome o nelle fanciullaggini dei quindici anni….
Preso dall’interesse della narrazione, Anastasio Natali aveva dimenticato il suo disegno, e coi gomiti sulle ginocchia e la testa fra le mani, pareva pendere dalle labbra dell’amico.
– L’affetto di mia moglie – riprese l’Albani – mi irritava, come una delusione, come una catena; non era mai stata bella, la maternità l’aveva sciupata. Gli strilli dei bambini m’impedivano di studiare, le poche volte che ne avevo voglia. L’arte mi pareva una finzione suprema. Avevo già pronto il libretto di un gran melodramma, Isaura di Valenza; non sapevo intanto mettere una nota dopo l’altra. Quella poesia mi faceva l’effetto di una convenzione, di una menzogna, di una ipocrisia…. Quando, un giorno, mi capitarono fra le mani i versi dell’Attesa, ti ricordi?

Ora dove sei tu, predestinata,
Da tanto attesa e non trovata ancor?

Un lampo era passato negli sguardi del maestro Albani. Il Natali, senza far rumore, si era alzato, aveva scelta una tela e dispostala sul cavalletto si era nuovamente seduto dinanzi ad esso con la tavolozza passata al pollice della mano sinistra.
– Sì che me ne ricordo! – e, preso posto dinanzi al cavalletto, si era messo di nuovo a studiare la figura dell’amico.
– La romanza fu composta in un’ora – riprese l’Albani. – Dissero che era una rivelazione; credo che abbia fatto il giro d’Italia. A che?… a che?… – mi domandavo. Fu invece essa che mi dischiuse il paradiso promesso. Mia moglie aveva regalato una copia della composizione ad una sua amica, che io non conoscevo. Non volevo veder nessuno, fuggivo le distrazioni, avevo la fama di un orso, di uno stravagante, di un mattoide; non è vero?… Quest’amica volle conoscermi; cercai di evitarla quanto più fu possibile; un giorno c’incontrammo. Credi tu che vi possano essere degli sguardi coi quali un uomo e una donna che non si conoscono, che si vedono per la prima volta, si dicano immediatamente: Noi saremo l’uno dell’altra?… Uno di questi sguardi brevi, profondi, fulminatori, fu quello che noi scambiammo…. Un mese dopo, il 20 maggio, la nostra muta promessa era compiuta….
– Come fu? – chiese il Natali che, lavorando attorno alla sua figura, non perdeva nè una parola nè un moto dell’amico.
– Che cosa importa?… Si doveva andare in giro, tutti e tre, con mia moglie; all’ultima ora l’indisposizione d’un bambino la trattenne. Andammo soli, fuori Grotta, a Pozzuoli, a Baja…. Che cielo! che mare!… Conosci tu il boschetto che sta dietro il lago Lucrino, sulla via della grotta della Sibilla? Il terreno è in pendenza; si procede a caso, scostando i rami che vi sfiorano il viso. Attraverso il fogliame del castagneto filtra una luce verde, fantastica, da féerie; par di nuotare in mezzo allo smeraldo fluido…. Il 20 maggio!…

Era de maggio e te cadeano ‘nzino
A schiocche a schiocche le cerase rosse….

Le rosse, le dolci, le fresche ciriegie erano le sue labbra….
Il maestro Albani si era alzato, di scatto, guardando fisso dinanzi a sè, con un tremito in tutta la persona.
– Eccola lì, la simpatia, la leggiadria, la fantasia, la frenesia!… il sogno fatto persona!… l’ideale conseguito!… Come l’amavo? Come è impossibile dire!… L’arte? mia moglie? i miei figli? l’avvenire? Dimenticato tutto, tutto! I pensieri di ogni istante, i sogni di tutte le notti, erano per lei, per lei salute e morte mia! Le parole d’amore che non avevo detto a nessuna, i baci d’amore che non avevo dato, i tesori d’amore che avevo accumulato cupidamente in fondo all’anima, io volevo spenderli per lei, tutti in una volta, con la pazza prodigalità dell’avaro che guarisce del suo vizio! Io volevo darle tutto il mio sangue! confondere la mia vita nella sua! inabissare eternamente il mio essere nel suo!… O miseria! miseria!… Io dimenticavo di essere un uomo, una creatura materiale soggetta alle miserabili leggi della materia…. La mia fibra s’infiacchiva, la mia mente cominciava a smarrirsi, i miei ricordi a confondersi; io ero malato, malato di lei…. Mia moglie era messa a piangere in un cantuccio; io la lasciavo, per andarla a trovare…. Il mio bambino agonizzava; io lo lasciai per seguirla ancora…. A misura che il mio male cresceva, più imperioso si faceva il bisogno di lei…. Che cosa avrei fatto della salute, io che volevo annientarmi stringendola al mio petto, bevendo il suo profumo, suggendo il miele delle sue labbra? O miseria! io non potevo annichilirmi fra le sue braccia, io non potevo darle dell’amor mio sconfinato quell’unica dimostrazione adeguata!…
Il maestro Albani si era nuovamente lasciato cadere sulla seggiola, intanto che il Natali lavorava febbrilmente alla sua figura.
– Invece, i miei amici mi ammonivano, mi scongiuravano di fuggirla, di tornare ai miei monti, per rifarmi, per combattere ancora le battaglie dell’arte…. L’arte? Quale arte?… Un giorno mi condussero per forza a S. Pietro a Majella; vi intesi dei frastuoni, delle cacofonie irritanti…. Fuggirla? io? io che le stavo attaccato come l’ombra? io che parlavo di lei a mia moglie, enumerandole le dolcezze dei suoi baci, le furie delle sue strette, i languori dei suoi sguardi? io, che al pensiero di lei mi mettevo a tremare da capo a piedi, come una foglia?… Intanto, la vitalità che a poco a poco io perdevo, pareva concentrarsi in lei; mai io l’avevo vista così floridamente bella, in una così magnifica fioritura di tutto il suo essere…. Io sentivo ora che sarei morto per lei; non come avevo sognato, ma d’una morte lenta, continua, di tutti i giorni…. Sì, era questo! Che cosa importava? Nessuna morte sarebbe stata più invidiabile!… Qualche volta, subitamente ispirato, mi proponevo di scrivere qualcosa di grande, di sublime, il canto del cigno, un’opera immortale che avrebbe attestato alla posterità la forza di quella passione, ed in cui io sarei sopravvissuto. Non era in quell’amore l’ispirazione attesa, affrettata coi voti più ardenti, senza la quale il mio ingegno non avrebbe potuto dare i frutti promessi?… E mi mettevo al pianoforte; ma le idee si confondevano, una nausea mi vinceva, non ero buono a nulla; e davo dei pugni sui tasti, delle pedate allo strumento, e stracciavo rabbiosamente stampe e manoscritti… La gente che mi attorniava raddoppiava d’insistenze, diceva delle menzogne: che ella era indegna dell’amor mio! che ella mi tradiva!… Non mi davano più pace: una persecuzione!… Come non capivano che facevano peggio? Che cosa volevano da me? Non mi importava di perdere l’ingegno, non m’importavano i suoi tradimenti, come dovevo dirlo?… E, infine, chi erano tutti costoro?… Fuori!… via!… io non li conoscevo, non sapevo che farmi di loro; ella mi aspettava, comprendevano o no!… Un giorno, arrivò mia madre. Appena mi ebbe visto, scoppiò in pianto. Anche lei?… Perchè era venuta! Chi l’aveva chiamata? Chi aveva bisogno di lei?… Afferrata al mio braccio, ella cercava di trattenermi; io la urtai, violentemente…. Della gente mi afferrò; mi dibattei, detti dei morsi, caddi….

Stanco, sfinito, anelante, il maestro Albani tacque un istante. Anastasio Natali non gli diè tempo di prender fiato:
– E poi?… e poi?…
– Poi, niente…. un gran vuoto nero, con qualche sprazzo di luce di tratto in tratto…. Fui portato in una casa di salute…. Capisci? aver sognato di non esser più in terra, di aver varcato le anguste frontiere dentro cui si aggira l’umanità lamentosa, e risvegliarsi paralizzato di corpo e di spirito, incapace di muoversi e di pensare, ridotto un oggetto di compassione o di scherno!… Non ricordo più nulla…. sì, il sorriso straziante di mia moglie, le grida festanti dei miei bambini che giuocavano in giardino, le grida dei bambini vestiti di nero…. perchè? Era la mamma che aveva finito di piangere per me…. lo seppi più tardi, quando dissero che ero guarito…. Guarito? Io non avevo mai sofferto come allora. Io sonnecchiavo in una incapacità spirituale che formava il mio tormento; passavo le mie giornate a lottare con la memoria recalcitrante, con l’intelligenza assonnata, con le visioni che venivano incessantemente a turbarmi….
Come l’Albani tacque ancora, Anastasio Natali che continuava nervosamente nel suo lavoro, ripetè:
– E poi?… e poi?…
– Poi, ho finito.
– Ma la guarigione?
– Ah, sì! È avvenuta da qualche mese soltanto, e non è ancora, come vedi, completa. Ero andato a passare qualche tempo al mio paese, a respirare quell’aria balsamica, a riposare gli occhi nella contemplazione del verde. Del mio paese io avevo dimenticato tutto: la posizione, le strade, gli abitanti, la pronunzia. A poco a poco i miei ricordi si districavano, si facevano meno confusi; mi sentivo tornare alla coscienza di me stesso.
Un giorno, incontrai un compagno d’infanzia che non stentai molto a riconoscere. Questa scoperta mi riempi di soddisfazione, e come l’amico mi aveva pregato di andarlo a trovare, mi avviai verso la sua casa. Aggirandomi per quelle viuzze strette, in salita, dove, ragazzo, avevo tanto trottato, provavo una tenerezza, una contentezza, che assaporavo deliziosamente, senza scoprirne la ragione. Come feci a rintracciare la strada? Non lo so; io andavo, andavo, senza pensare alla meta, ma sicuro di non mancarla…. Quando mi trovai nella via in cui abitava l’amico, quando finalmente alzai gli occhi alla sua casa, quello stato d’animo si fece più intenso. Che cosa mi dicevano quelle mura? Niente, non sapevo dirlo; ma mi pareva che la Serenità dimorasse lì. Salendo le scale, dovetti più volte fermarmi per dare ascolto a ciò che sentivo dentro di me. Sai certi preludii chiari, freschi, leggieri, che ti cullano, ti sollevano, ti trasportano lentamente su, su, per gli spazii dell’etere? Dentro di me sentivo un che di simile. Senza saper come nè perchè, ero nell’attesa di qualche cosa che mi avrebbe colmato di gioia, ma in un’attesa che non aveva nulla di tormentoso o di semplicemente irrequieto. Entrai…. Passavo di meraviglia in meraviglia. Al preludio, era successo un canto sommesso, delicatissimo, ineffabile. Io mi muovevo in mezzo a quelle vibrazioni sonore…. Il mio amico si avanzava verso di me additandomi una donna il cui viso restava nell’ombra. Come ella si voltò a guardarmi, il canto cessò e una gran luce si fece in tutto il mio spirito…. Il mio primo amore! la fanciulla che io avevo amata nella purezza dell’adolescenza e che ora rivedevo, egualmente bella, egualmente serena, cullare il suo bambino! la via di dove io ero passato tante volte! la casa familiare! le scale che io avevo salito tremante, con un mazzolino di fiori dei campi in mano! le finestre che io avevo divorato cogli occhi, nell’attesa della diletta!… la casa che aveva conservato il suo aspetto raccolto, sereno, mentre il fanciullo fatto uomo ne derideva il ricordo e perdeva la ragione nel tumulto della grande città!… Ella mi accolse come una sorella maggiore; aveva saputo la mia storia, e mentre si girava per le stanze e si scendeva in giardino, io sorprendevo in lei uno sguardo pieno di pietoso interesse…. Io mi sentivo rivivere, sentivo la mente schiarirsi, gli avvenimenti scordati rinascere nella memoria, i più piccoli, i più insignificanti; mi pareva di essere tornato al tempo felice della mia fanciullezza. Da quel momento, la pace si è cominciata a fare nel mio spirito; da quel momento io sono ridiventato un uomo, e l’arte….
Anastasio Natali si alzò, di scatto, aprendo le braccia in croce con un gran sospiro di sollievo.
– Ora, basta. Il ritratto è impostato….
All’esposizione della Promotrice, il ritratto del maestro Albani, la cui Isaura di Valenza era stato il successo della stagione, ottenne il primo premio.

Federico De Roberto – Il memoriale del marito

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«…. Che cosa direi ai signori giurati?
«Io direi loro così:
Prima di condannare un uomo bisogna ascoltarlo. Io so quel che ho fatto e non cerco di sottrarmi alle conseguenze che pesano su di me. Soltanto, giacchè il mio nome è uscito dalla oscurità in cui sempre si mantenne, giacchè esso è stato dato in pascolo alla malsana curiosità della folla, io ho il dovere, più che il diritto, di narrare tutta la storia di cui si conosce il solo scioglimento, di enumerare tutti i moventi che lo determinarono, di illuminare la coscienza pubblica fuorviata da versioni partigiane od incomplete, perchè la verità, la sola verità trionfi.
Io non mi scuso, non mi giustifico. Io non faccio parlare per me un uomo di legge. Spesso, l’uomo della legge è chiamato per impedire che la legge abbia il suo corso. Le argomentazioni speciose, le interpretazioni sottili, le citazioni significative, l’arte oratoria, la competenza giuridica non fanno al caso mio. Io debbo esporre dei fatti, tocca a voi apprezzarli.
La mia parola sarà disadorna: tanto peggio, o tanto meglio. Se fossi un letterato, scriverei un romanzo. Io non so scrivere, non so parlare: e la folla mi sgomenta. La timidità è il fondo del mio carattere. Bambino, io covavo dentro di me le mie piccole amarezze ed i miei piccoli dolori. Avevo vergogna di farmi vedere piangente. Non so se questa sia fortezza o debolezza d’animo; so che ero così. Poi, anche un altro motivo contribuiva al mio mutismo: la persuasione del nessun interesse che avrebbero avuto per gli altri le cose mie.
Perchè mi avrebbero badato? Che cosa importava alla gente di quel che io pensavo o sentivo? Erano cose insignificanti, puerili, senza fondamento e senza valore. Puerili in sè stesse, e non perchè concepite da un ragazzo. Quando fui molto più inoltrato negli anni, lo stesso sentimento persisteva. Meno espansivo io ero, più confidenze ricevevo. Non facevo che ascoltare, attentamente, religiosamente. L’importanza che negavo alle cose mie, la trovavo nelle altrui. Chi aveva una speranza da formulare, una gioia da espandere, un dolore da alleviare, se ne veniva da me. Mi chiamavano la spugna. M’imbevevo di confessioni. Ero credulo. Quelle speranze, quelle gioie, quegli stessi dolori li invidiavo, e la mia piccolezza, la mediocrità mia mi parevano più grandi.
Divago; domando perdono. Questo è per far comprendere il mio carattere, ma importa fino ad un certo punto.
Per certo, io non credevo che un giorno avrei pigliato moglie. Nel matrimonio, vedevo l’amore; e l’amore mi pareva una cosa molto difficile e molto rara. Dapprima, avevo nutrito qualche speranza…. una di quelle speranze che non dicevo a nessuno, e che dico ora soltanto. Leggevo dei versi, ed un’eco me ne restava dentro. Avrei voluto farne, più belli, più sonori, più eterni; avrei voluto farli per qualcuno…. Chimere. Chi è stato giovane, capirà. Ebbi una volta un piccolo romanzo; siccome è molto corto, lo narrerò. Uno dei tanti amici che mi avevano preso per confidente, aveva avuta una relazione in Francia con una Americana. Come io sapevo l’inglese, oltre che da confidente gli servivo da interprete e da segretario. Gli traducevo le lettere che riceveva dall’amante, e rispondevo per lui. A furia di leggere e di scrivere frasi di amore per conto d’altri, finii per attribuirle e adoperarle per conto mio. Quando l’ignota corrispondente mandò il suo ritratto, me ne innamorai addirittura. Ma un bel giorno l’amico mio comperò una grammatica Ollendorf e prese un maestro d’inglese. Allora il mio romanzo finì.
In fondo, ragionavo. Mi avevano insegnato dei comandamenti – per ubbidirli, supponevo. Uno di questi comandamenti diceva: Non desiderare la moglie altrui. Quanto al desiderio – sono giusto – qualche volta io lo avevo; come impedirlo? Non facevo però nulla per tradurlo ad effetto. Non so se un casuista mi avrebbe assolto; ma io mi sentivo in pace con la mia coscienza. Offendere un uomo, perdere una donna, distruggere una famiglia mi parevano dei delitti che niente può scusare. La predestinazione, il colpo di fulmine mi facevano l’effetto di pretesti belli e buoni. Io mi sentivo libero e padrone di me stesso, in amore come nel resto. Quando vedevo molte donne riunite in qualche posto, a teatro, per esempio, od alla passeggiata, io mi domandavo; «Chi ameresti tu fra queste?» – E con una mano sulla coscienza, mi rispondevo: «Tutte, meno le vecchie, le gobbe e le troppo brutte.» Ora, perchè io ne amassi realmente qualcuna, perchè il desiderio vago ed indeterminato si concretasse e fosse conseguito, che cosa occorreva? Due cose: primo: che una di quelle donne amasse me; secondo: che quell’amore fosse permesso. Per la prima cosa mi dicevano timido; per la seconda, ingenuo. Io lasciavo dire.
Dunque, la moglie d’altri: no. Restava una moglie per me. Ma, dicevo, bisogna trovare una che mi ami; ed io non la trovavo. Poi, io non ero esente da qualche inquietudine. La mamma non mi consigliava il matrimonio. Era una donna di poche lettere, ma di molto buon senso. Il babbo, felice memoria, faceva un gran conto dei suoi consigli e dichiarava di essersene trovato sempre bene. Ora, la mamma mi diceva: «Figliuolo mio, tu sei della stoffa con cui si fanno i mariti disgraziati.» Come si vede, la santa donna non aveva peli sulla lingua. Io le davo ragione; ma, naturalmente, non avevo nessun impegno che glie la dessero i fatti….
Così, passarono molti anni. Non vorrei intanto che mi si accusasse di presunzione e di darmi a credere come un modello di virtù. Feci ancor io qualcuna di quelle che si chiamano scappate forse perchè non ne entra nulla: cose senza conseguenze, in cui niente di serio era impegnato. Chi non è stato giovane, pronunzii la condanna….
In questa calma trascorsi la mia gioventù. Poi, la mia buona mamma passò a miglior vita. Fu il mio più grande dolore. Ragazzo, quando i terrori notturni mi presentavano l’imagine della morte, pensando al mio povero babbo che non avevo conosciuto, io pregavo fervidamente il Signore di farmi morire nello stesso preciso momento della mamma; con un terremoto, per esempio, che ci avrebbe sepolti, abbracciati, sotto un monte di rovine. Non potevo assuefarmi all’idea di sopravviverle, di restar solo nella nostra casa. Pur troppo dovetti restarvi! Ma allora, per la prima volta, provai il bisogno di una donna che mi stesse al fianco. Dove trovarla?… Scorse dell’altro tempo. Avevo trentacinque anni, una buona salute, una discreta fortuna, qualche reputazione di intelligenza e di onestà, quando incontrai una fanciulla alla quale non parvi indifferente. In che modo? Non saprei ridirlo. Queste cose si fanno capire, più che non si dicano. Io però non mi contentavo di capire soltanto; non potevo ingannarmi? Lasciavo quindi che il tempo mi portasse la conferma o la smentita del fatto. Non nascondo che la conferma mi sarebbe stata molto gradita; quella fanciulla mi piaceva, al fisico ed al morale; ne ricercavo la compagnia, l’amavo anche, se si vuole…. non tanto però da incatenarla al mio fianco quando non fossi stato sicuro dei suoi sentimenti a mio riguardo. Questi sentimenti non erano ostili; me ne persuadevo sempre più. Come prima se ne presentò l’occasione, io le tenni press’a poco questo discorso: «Signorina, io sono solo; vorrei associare la mia vita a quella di un’altra persona. Sarei felicissimo se questa persona foste voi. Ma, se non vi piaccio, è quasi certo che non mi ammazzerò. Il vostro rifiuto non vi procurerebbe dunque dei rimorsi. Ora, volete rispondermi?» Ella, di sua libera elezione, senza pressioni di sorta, disse di sì.
Ci furono di mezzo, naturalmente, i parenti. Io fui aggradito, vennero sistemati gl’interessi e ogni cosa fu stabilita. La nostra unione era fatta sul piede della più perfetta eguaglianza. Nessuno di noi faceva una generosità all’altro, accettandolo. Nè io nè lei, finanziariamente, fisicamente, intellettualmente e socialmente, avevamo nulla di straordinario o di superiore. Essendoci conosciuti, ci eravamo convenuti; nient’altro. La mia fidanzata non era nè bella nè brutta, nè ignorante nè dotta, nè umile nè superba: così com’era, mi piaceva. Se in vece sua avessi conosciuta un’altra donna, avrei amato probabilmente quell’altra; ma avevo conosciuto lei, e glie lo dicevo.
Anch’ella mi amava; me lo ripeteva sempre, me lo scriveva continuamente – malgrado ci vedessimo ogni giorno, aveva voluto che ogni giorno ci scrivessimo. Ciò mi faceva piacere. Pensavo: c’è qualcuno che si ricorda sempre di me, che sempre mi aspetta – e questo pensiero mi colmava di tenerezza. Quando la vedevo, pensavo ancora: È mia…. Per dir meglio: sarebbe stata…. Intanto si preparava il corredo, la casa. Io le lasciavo la direzione di tutto. Tutto ciò che faceva, era ben fatto. Che fosse contenta lei, questo era l’interessante. Alla sottoscrizione del contratto, feci un piccolo colpo di testa: le regalai dei gioielli di qualche valore; data la nostra condizione economica, una pazzia. Che importava, purchè ella fosse contenta? Ella ne fu contentissima; corse a guardarsi allo specchio ornata di quei monili, i suoi occhi sfavillavano di gioia, e non cessava dal prodigarmi ringraziamenti caldissimi. Questi mi parevano superflui; se fossi stato più ricco, avrei certamente fatto di più.
La felicità m’irradiò tutto, quando fummo uniti per sempre. Allora io capii che cosa volesse dire: è mia. Quell’essere, quella gioventù, quella grazia mi appartenevano. Io potevo prenderla fra le mie braccia quando volevo, carezzare i suoi capelli, baciare la sua fronte, le sue mani, la sua bocca. Io la sentivo parlare, la vedevo andare e venire per la casa – per la nostra casa – ridere, vestirsi, dormire. Io vedevo le cose che ella vedeva, toccavo ciò che ella toccava, usavo gli stessi oggetti, leggevo gli stessi libri: una dolcezza incredibile.
Bambino, la mia felicità consisteva nel possedere una scatola di soldatini di piombo, col comandante a cavallo, i tamburi e il porta-bandiera. Io li schieravo sopra un tavolo, e li facevo manovrare per due, per quattro, a plotoni contrapposti; ed il pensiero che tutte quelle piccole imagini di esseri mi appartenevano, mi riempiva di orgoglio e di contento. Ora, in cambio dei soldati, avevo una creatura di carne e d’ossa, e non v’era bisogno di spingerla per farla manovrare. Mia moglie non stava due minuti ferma in un atteggiamento, mutava di abiti tre o quattro volte il giorno, si appoggiava al mio braccio, mi sedeva sulle ginocchia. Io possedevo una cosa nuova, meravigliosa, inapprezzabile: una vita.
Come l’avevo acquistata? Dando in cambio la mia. Io ero tutto per lei, nelle opere e nei pensieri. Vedevo delle altre donne, più belle di lei, più seducenti, più corteggiate; ma mi trovavo dinanzi ad esse nella posizione di uno che avendo già un mazzolino di viole all’occhiello, ammira delle rose, dei giacinti, delle camelie, ma non saprebbe che cosa farne. Il mio cuore e la mia casa erano vuoti; ella li aveva popolati; non c’era più posto per nessuno. Il codice che il signor sindaco ci aveva letto, parlava dei diritti del marito, degli obblighi della moglie, e che so io. Queste cose mi parevano assurde. In casa nostra non si comandava nè si ubbidiva. Con qual dritto avrei ingiunto a mia moglie: Fai questo o quest’altro? Coi soldatini, passi; li potevo schierare come volevo, raggrupparli, sbandarli, rovesciarli. Ma i soldatini stavano sempre a spall’arme. Mia moglie aveva dei muscoli, dei nervi, una volontà; e in ogni atto della vita la sua volontà valeva quanto la mia. L’uomo e la donna mi parevano due esseri diversi, ma equivalenti. Quando eravamo d’accordo, la questione era risolta. Nel caso contrario, io mi uniformavo al suo giudizio. Contrariarla, avrebbe forse potuto dispiacerle; secondarla, faceva certo piacere a me.
Io non sono un’aquila d’ingegno, tuttavia spesso, nelle nostre discussioni, mi accorgevo della mia superiorità intellettuale. Ma rinunziavo a sfoggiare il mio sapere per darla vinta a lei. Talvolta, ella fraintendeva i miei ragionamenti e mi faceva la lezione; preferivo passare per sciocco, anzichè dimostrarle che aveva torto.
Quanto all’economia della casa, era stata lei a rifiutarne la direzione; diceva che non vi aveva testa. Amministrando la sua dote, io ne prendevo soltanto quel che rappresentava la quota di lei nelle spese comuni; tutto il resto era a sua disposizione, veniva investito(3) in proprietà sua personale.
Ella m’era riconoscente di tutto questo; mi diceva che mai più avrebbe sperato di trovare un uomo come me. Io non credevo far nulla di straordinario; avrei davvero voluto farlo per dimostrarle il bene che le volevo. Certe mie fanciullaggini dei primi tempi le parevano molto care; io ne trovavo sempre di nuove finchè mi accorsi che cominciavano a stancarla. Infine, non era ragionevole che ella passasse le sue serate in casa a sentirsi dire che l’amavo. Le visite, gli spettacoli, il giuoco – che so io – tutta la vita esteriore aveva poche o punte attrattive per me; per una signora la cosa era diversa. Ella aveva delle relazioni da mantenere, una figura da fare. A teatro, io soffrivo qualche poco nel vederla, con le braccia nude, la gola scoperta, fatta segno agli sguardi indiscreti della folla. Volevo bene che ella splendesse, ma sentivo una gran voglia di dire a quei curiosi: «Imbecilli, che cosa state a guardare? Ella non è per voi.» Ancora, ella aveva un certo modo di mettersi il mantello, dinanzi al davanzale del palco, che mi pareva iniziasse la gente al mistero della sua toletta; mi pareva che, vedendola coprirsi a quel modo, la gente l’imaginasse che si svestiva….
Al ballo, era peggio. Degli uomini potevano passarle un braccio alla vita, tenerla per mano, parlarle all’orecchio. Avrei voluto una restaurazione borbonica per essere ministro di polizia e proibire quell’uso; non far ballare nessuno perchè non ballasse lei. Poi, mi pareva che quanta più gente la conoscesse, quanta più gente potesse sentire la sua voce, stringere la sua mano, entrare nella sua intimità, tanto minor prezzo avrebbero avute queste cose, tanto meno ella sarebbe stata mia. Tutto questo me lo tenevo per me; capivo che erano delle fisime, ed ero anzi il primo a proporle di andare in società. Non volevo increscerle con le mie gelosie; perchè le volevo bene non era già una ragione che l’annoiassi.
Dicono che i mariti sieno gli ultimi a sapere dei casi loro. Sarà; la mia esperienza mi prova tutto il contrario. I miei casi, non solamente io non li sapevo degli ultimi, ma li prevedevo. Vi era una persona che io avrei voluto specialmente non far conoscere a mia moglie: un ex-ufficiale che era stato mandato a casa per aver fatto dei torti domestici ad un suo superiore, e che ora, dopo essere passato per il giornalismo e per le lettere, si era dato alla politica. Non si parlava che di lui, del suo coraggio, dei suoi duelli, del suo stile affascinante, della sua meravigliosa eloquenza, dei suoi successi con le donne. Non volevo che mia moglie si trovasse in presenza di costui. Ella mi aveva domandato di presentarglielo. Le avevo promesso di sì, ma finsi una malattia il giorno che si doveva andare ad una festa di beneficenza organizzata da lui. Un’altra volta, al caffè, feci mostra di non riconoscerlo. Mia moglie mi aveva chiesto: «Non è quello?» La sua premura a notarlo mi aveva messo un verme nel cervello. Io avrei voluto prenderla per mano, e dirle: «Vediamo: che cosa vuoi farne di questa conoscenza? È un uomo pericoloso. Se tu sei sicura di te stessa, vuol dire che ti è indifferente; se non sei sicura, bisogna evitarlo.» Questa mi pareva logica, ma la tenevo per me. Le avevo invece portati certi libri di quel tale, gonfii e vuoti come vesciche, nell’idea ch’ella si persuadesse del loro valore. Dichiarò che erano bellissimi, e innanzi alla gente insistette sulla diversità dei nostri gusti. La cosa, ripetuta, era venuta necessariamente all’orecchio dell’autore; egli mostrava di non badare a mia moglie, non ci salutava quando eravamo insieme.
Un giorno, ella lo incontrò da una sua amica. Tornando a casa, me lo disse; io le manifestai la mia compiacenza. Dentro, mi rodevo. Mandavo al diavolo quell’amica, avrei voluto partire immediatamente per evitare che colui venisse in casa mia. Lasciò soltanto, dentro la settimana, una carta di visita. Una seconda volta s’incontrarono, me assente. Questa volta ella non me lo disse.
La giustizia considera gli atti, non le intenzioni. Si arresta chi ha commesso un crimine, non chi va a commetterlo. Ciò è giusto; però, se si arrestasse prima, il crimine non sarebbe commesso. Così, per essere troppo elementari, certe verità fanno ridere…. Quell’uomo, dunque, voleva rubarmi mia moglie. Fingeva di non osservarla perchè lo osservasse lei. Il suo giuoco riusciva. Se io fossi andato dal procuratore del re, questi si sarebbe messo a ridere. «Lasciate che ci sieno dei colpevoli, e la giustizia seguirà il suo corso.» Se io fossi andato dal ladro, il ladro si sarebbe potuto offendere per giunta. Avremmo potuto anche batterci. Probabilmente avrei avuto la peggio; sarei stato ridicolo. Se lo avessi ferito, egli sarebbe stato compianto. Restava mia moglie.
Mia moglie diceva che i mariti hanno torto a prendersela cogli amanti; questi non otterrebbero, anzi non domanderebbero nulla, se la donna non fosse disposta a concedere, e se non lo facesse capire. Ella aveva ragione. Il ladro fa il suo mestiere, che è quello di rubare. Quando si tratta di un oggetto, ci sono le casse forti. Trattandosi di una persona, bisogna che questa abbia l’intenzione di non lasciarsi prendere. Ora, mia moglie aveva o non aveva questa intenzione. Se l’aveva, i miei discorsi sarebbero stati inutili, anzi dannosi, perchè la avrebbero offesa. Se non l’aveva, glie l’avrebbero fatta venire.
Così diceva il ragionamento. Poi, io avevo voglia di strapparmi i capelli. Io non volevo che mi rubassero mia moglie. Quell’altro aveva avuto ed aveva molte donne, quante glie ne piacevano; io avevo lei sola. Era la donna mia; mi apparteneva, perchè io le apparteneva. Io non l’avevo rubata; io ero in regola con la mia coscienza, col mondo, con lei; con tutto e con tutti.
Non avevo il coraggio di dirle: «Tu pensi a tradirmi.» Mi pareva una umiliazione per entrambi. Per risparmiarla a lei, mi umiliavo io. Spiavo le mosse di quell’uomo, gironzavo intorno a casa mia, intercettavo la posta. Un giorno trovai una lettera nascosta dentro un giornale di mode sotto fascia. Mi parve d’impazzire. Presi la lettera e la consegnai a lei senza aprirla. Le chiesi soltanto chi le scrivesse. Ella arrossì, rispose di non conoscere il carattere, lesse la lettera e la stracciò dicendo che era un anonimo impertinente.
Mi dava ora maggiori dimostrazioni di affetto, mi parlava dei pericoli a cui una donna si trova esposta, voleva che io la sostenessi. Era il mio dovere ed il mio piacere. Per un poco, parvero ritornati i tempi della luna di miele. Durò meno dell’altra. Ella era divenuta inquieta, nervosa. Pareva l’avesse con me. Io non facevo nulla da dispiacerle.
Verso capo d’anno, fu annunziata la visita di quel tale. Io mi feci coraggio; le dissi: «Non lo ricevere.» Rispose che sarebbe stata una sconvenienza. Non passai di là; li lasciai soli.
Egli faceva il suo mestiere di ladro; io non potevo afferrarlo pel colletto e condurlo al posto di guardia. Vedevo la situazione nettissimamente, non mi accecava nè l’amore, nè la fiducia, nè la gelosia. Calcolando tutto, vedendo la freddezza crescente di lei, indovinando il pericolo, un giorno le dissi press’a poco così: «Siamo stati felici finora, nè io potrei esserlo più senza di te. Però, se tu non mi vuoi più bene, se sei stanca di me, se ti dispiaccio, io non voglio fare la tua infelicità. Non abbiamo figliuoli; ritorna a casa tua. Resteremo buoni amici, serberemo un bel ricordo dei giorni passati insieme.» Che cosa potevo fare?
Ella protestò, commossa, che era sempre quella di prima, che le facevo male parlando così. Allora le proposi di andar via insieme; accettò. Partimmo. Il ladro ci venne dietro – come un ladro, di nascosto, senza farsi vedere. Un giorno, lo incontrammo faccia a faccia. Io dissi a mia moglie: «Hai visto chi ci ha seguito?» Dapprima, parve non avesse capito; poi si mostrò offesa: chi mi aveva dato il diritto di sospettare? Poteva dire alla gente di restarsene a casa?
A casa, ci tornammo noi. Poichè non riuscivo a sbarazzarmi di colui, non valeva la pena di andar girando per il mondo. Io non amavo quella vita instabile, pensavo alla tranquillità delle mie abitudini, alle dolcezze del focolare domestico. Di queste dolcezze, mia moglie era sempre la più grande; fuori di lì mi pareva che mi appartenesse meno.
Passò così del tempo. Qualche volta, io ero triste per lei come al pensiero di una persona cara che sia affetta da una malattia incurabile…. Non avevo testa da far nulla, un freddo mi passava da capo a piedi e mi pareva che il mondo stesse per finire. Vedevo quel che si preparava, e temevo di comprendere che era lei a volerlo. Allora, che cosa potevo farci?… Poi, mi persuadevo d’ingannarmi, speravo che tutto questo fosse un prodotto della mia fantasia, della mia paura. Ella non era nè triste, nè lieta; mi pareva un poco annoiata. Con me, era piuttosto fredda; capivo che il pericolo sarebbe stato nel caso contrario. Quell’uomo era ingolfato in affari politici, agitava il paese, non aveva tempo da scrivere una lettera.
Le lettere anonime sono una provvidenza. Data la fondamentale vigliaccheria umana, è provvidenziale che si possa far risapere una cosa o dare un consiglio senza arrischiar nulla. Mi scrissero che mia moglie era andata, un certo giorno, in una certa casa, a trovare quell’uomo.
Quando si dice che una cosa è inverosimile, che non vi si può credere, si fanno delle frasi. Io vi credetti subito. Mia moglie era lì, dinanzi a me, e ad un tratto mi parve che ella fosse tutta macchiata, tutta contaminata, e che se io l’avessi toccata soltanto con un dito quella bruttura mi si sarebbe attaccata addosso…. Le mostrai la lettera. Come ella mi vide gli occhi, si alzò di scatto. Io le domandai che cosa avesse fatto quel giorno. Sostenne il mio sguardo: perchè le facevo quella domanda? Le dissi io quello che aveva fatto. Negò altamente, mi accusò di prestar fede alle calunnie. Allora, io le ripetei tutti i particolari della lettera, e come li enumeravo, ella si turbava. Finì per ricascare sulla sedia, col viso tra le mani. Continuando, io le dissi: «Perchè hai fatto questo? Avevi da lagnarti di me? delle rappresaglie da esercitare? Non mi accettasti tu forse di tua libera elezione? Ti ho forse voluto bene meno di prima? Non ti avevo lasciato libera di andartene? Che cosa ti ho fatto?»
Qui, mi cadde ai piedi, domandandomi perdono. Non c’era stato nulla di male, me lo giurava dinanzi a Dio; era andata perchè quell’altro minacciava di ammazzarsi, di fare uno scandalo, di provocarmi. Era stata leggera, ne conveniva; avrebbe dovuto consigliarsi con me; se ne pentiva amaramente, mi domandava perdono….
Sì, il perdono…. Ero io sicuro che ella non avesse ragione, che non l’avessi sospettata a torto?… Poi, io non potevo cacciarla via, io non potevo vivere senza di lei….
Di questo ella ora mi minacciava. I miei sospetti l’avevano offesa, ed il perdono non era bastato. Ella era diventata irritabile, insofferente, trovando ogni giorno una ragione di muover lite, asserendo che morta la fiducia, la vita in comune non poteva più durare. Io mi facevo sempre più umile, sempre più paziente, sempre più premuroso; la vita senza di lei mi sarebbe parsa una nera cosa…. Poi, avrei voluto dirle che sapevo il motivo di quella sua irritabilità, di quelle sue provocazioni, che il motivo era il pensiero dell’altro, di cui ella non si era scordata…. ma non lo dicevo, per non soffiare sul fuoco. Ero molto triste, ma nascondevo la mia tristezza; se no, che merito avrei avuto del mio perdono?
Un giorno, passando nella sua stanza da lavoro, le annunziai: «C’è di là Filippo.» Filippo era il giardiniere; anche quell’altro si chiamava così. Come ella fece un moto repentino e mal represso, io le dissi, tranquillamente, quasi ridendo: «Non è lui, è il giardiniere….» Ella scattò in piedi, mi colmò di rimproveri, andò a chiudersi in camera. Aspettavo impazientemente l’ora del desinare; ero pentito di quel che avevo detto, volevo abbracciarla, domandarle scusa, dirle infine che tutto questo non era ragionevole…. Quando fu l’ora, ella non comparve. Era andata via da sua madre; la mia casa era deserta….
Quella casa, la nostra casa, come aveva potuto lasciarla? Il colpo fu duro; mi pareva come una morte, come quando la mamma se ne era andata. Poi mi facevo una ragione: se non voleva più stare con me, potevo obbligarvela con la forza?
Un giorno, ricevetti la visita di sua madre. Mi annunziava che ella aveva presentata domanda di separazione; che allo stato in cui erano le cose era il meglio che si poteva fare. Sta bene, non mi sarei opposto; domandavo soltanto, per curiosità, per quella curiosità che gli ammalati hanno delle cause dei loro mali, che cosa ella aveva da dire contro di me. Mi rispose questo: che io non l’amavo più…. «Ed è lei che lo dice? e quale prova ne dà?» La prova era questa: che io non ero geloso…. Mi venivano in bocca delle parole amare; le ingoiai. Le recriminazioni mi sono sempre parse inutili, qualche volta un poco ridicole per giunta.
Comparimmo, dapprima separatamente, dinanzi al signor presidente per l’esperimento della conciliazione. Dissi al magistrato tutta la verità; la verità ha un accento che la fa riconoscere: egli comprese che non mentivo. Condannava però il mio consenso alla separazione: lasciata a sè sola, quella donna si sarebbe perduta. Fummo messi in presenza l’uno dell’altra, la rividi…. Ella non potè sostenere il mio sguardo; se lo avesse sostenuto, vi avrebbe letto un dolore infinito…. Il presidente era deciso a spuntarla, vi metteva la sua coscienza di uomo onesto ed il suo amor proprio di funzionario. Ella era imbarazzata, confusa, intimidita. Ad uno ad uno, egli ribattè tutti i suoi fiacchi argomenti, la fece convenire del suo inganno, e la costrinse a confessare di essere stata messa su, di aver tutto da perdere nel lasciarmi…. La riebbi.
Credevo di aver fatto un brutto sogno. Ritrovandola al mio fianco, in casa mia, come ai giorni lontani, mi sentivo tornare da morte a vita. Ero stato pazzo di lasciarla libera di abbandonarmi! Riconoscevo la mia parte di colpa. Ella aveva avuto ragione accusandomi di non esser geloso; la gelosia è una prova d’amore. Io ero stato geloso in silenzio, dentro di me, per timore di increscerle; avevo sbagliato. Le donne, alle volte, vogliono essere dominate.
Come le dimostrai la mia gelosia, come le dissi soltanto che quell’uomo era indegno di lei, si mostrò offesa, non mi parlò per due giorni…. Ella mi aveva mentito: aveva dato retta a quell’uomo, era stata da lui indotta a lasciare la mia casa, e non avendo resistito alla prova del confronto dinanzi al magistrato, teneva ore secrete conferenze con un avvocato, per riprendere il processo di separazione….
Non potevo più illudermi: era un’indegna, e non sapevo vivere senza di lei. Misurando tutta la mia abiezione, presi un giorno il mio revolver e pensai di uccidermi. Scrissi un testamento, che esiste ancora, e fui per eseguire il mio disegno. Sul punto di morire, volli tentare un ultimo passo. Chiamai mia moglie in camera mia e chiusi l’uscio. Come mi vide fare quell’atto, come scorse il revolver ancora sul tavolo, si slanciò verso la finestra, per chiamare aiuto…. Io l’afferrai alla vita, le caddi in ginocchio, le baciai le mani, dicendole tutta la stoltezza della sua paura. Parlai, parlai, parlai. Le tenni il linguaggio dell’amore, della speranza, del comando, della preghiera, della fede, del perdono; le ricordai il passato, la feci libera dell’avvenire, le dissi che volevo uccidermi…. Ella si scosse. Ancora una volta, avevo vinto.
Mezz’ora dopo, andò fuori. Io rimasi in camera mia, a pensare. Sul tardi, rincasò e mi venne incontro. L’avvocato era con lei. Veniva per dirmi che voleva andarsene via, che non voleva restare con me. Come?… ancora?… perchè?… Le domande mi si affollavano alla mente. Non domandai nulla. Dissi: «Sia pure….»
Come la vidi allontanarsi, mi slanciai contro di lei. Volevo almeno abbracciarla un’ultima volta, volevo almeno vederla, se partiva per sempre…. Ella dette un grido, chiamando al soccorso. Due guardie, rimaste in sala, comparvero.
Come vidi le guardie in casa mia, corsi al tavolo, afferrai il revolver, l’uccisi. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Questo direi ai signori giurati, se l’avessi uccisa. Io non l’ho uccisa, l’ho vista andare via per sempre, vivo da lunghi giorni nel deserto di questa casa ancora tutta odorante di lei, apro ogni tanto l’album che racchiude il suo ritratto, lo bacio e piango.»

Federico De Roberto – Il passato

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I.

Ella glie lo aveva detto:
– Non ne sarai geloso?
Ed Andrea le era caduto ai piedi, sollevando verso di lei uno sguardo luccicante di passione.
– Geloso del tuo passato? Ma vi è un passato per te?… per me?… Non siamo noi nati appena da pochi giorni, dal giorno benedetto che io ti confessai l’amor mio? Il bacio che io ti diedi in fronte non è stato il battesimo tuo?… E il mondo esisteva forse prima che io ti incontrassi? C’era un sole, c’era un mare, c’erano dei fiori? Tutto questo non è stato creato per noi?… Di quale passato mi parli, amor mio infinito? Non esiste che il presente, l’istante adorabile che fugge e ritorna incessantemente: l’imagine dell’eternità!
Ella si lasciava cullare dalla musica di quelle parole, rovesciando la testa, socchiudendo gli occhi, abbandonando lungo i fianchi le braccia, che l’amante ricopriva di lunghissimi baci.
– Come sei buono! e come sono felice!
Però il giorno che era venuto a portarle l’alliance su cui erano incisi i loro nomi e una data: Costanza ed Andrea, 14 marzo 1887, egli le aveva preso la mano, cercando di toglierle l’anello nuziale.
– Che cosa fai! – aveva esclamato lei, tentando di svincolarsi da quella stretta – Lasciami, mi fai male….
– Ecco, ti lascio…. Ma togli quell’anello, Costanza; spezza il simbolo d’una catena già rotta. Tu sei mia, mia soltanto, comprendi? ed io non potrò più baciare la tua mano, se le mie labbra rischiano d’incontrare la freddezza metallica di quell’anello!
– Ma non è possibile, povero amore!… V’è un giuramento dinanzi a Dio; e il giuramento è una cosa sacra…. dillo tu stesso, se è una cosa sacra….
Accortamente, ella gli aveva preso l’alliance e l’aveva passata al mignolo della destra.
– Vedi, Andrea? l’anello tuo io lo porterò qui, sempre, sempre! E l’altro….
Ad un tratto egli l’aveva afferrata per le braccia, stringendo con tutta la sua forza, e mormorando per la concitazione;
– Togli quell’anello…. o restituisci il mio! Restituiscilo, hai inteso? o ti rompo le braccia! Restituiscilo, ch’io lo spezzi, ch’io lo calpesti, ch’io lo butti nel mare….
-Ah, tu m’uccidi!
Ella era tutta sbiancata in viso, e le labbra fatte violacee erano scosse da un lungo tremore. Subitamente, egli l’aveva lasciata e s’era messo in ginocchio portando le mani alla testa e scompigliando i suoi capelli grigiastri.
– Perdono, Costanza; perdonami, sono un pazzo, lo vedi! Ma sei tu che m’hai fatto ammattire! A quarant’anni passati, e da un pezzo! Se io ti dicevo…. quella cosa, è perchè – vedi! – io ti voglio bene…. in un altro modo!… Costanza, mi hai tu perdonato?…
-Sì, sì! Guarda, io bacio il tuo anello, guarda; così! così! Bacialo anche tu, così! E ti giuro che l’altro….
Allora egli le aveva chiusa la bocca con la mano, sorridendo tristamente fra le lacrime, e dicendole pianissimo, da farsi appena sentire:
– Silenzio!… Non dir nulla!… Non mi ricordar nulla!… Quello che è stato è stato!… Lasciami morire così, ai tuoi piedi!…
Ed ogni volta che veniva a trovarla, appena entrato nel santuario, egli si metteva in ginocchio, congiungendo le mani in attitudine di preghiera, divorando cogli occhi la dolce figura di donna spiccante sul fondo bianco del panneggiamento che guarniva un angolo della stanza. Poi si trascinava fino a lei e si buttava per terra ai suoi piedi. Ella tentava di opporsi, ma nulla resisteva alla volontà di quell’uomo diventato capriccioso come un fanciullo e che per niente passava dall’eccesso della tenerezza umile agli impeti irresistibili d’un cieco furore.
– Lasciami fare, Costanza, letizia mia! Calpestami sotto i tuoi piedi! Morire per te è la sola cosa degna di essere ambita!
Poi, con una curiosità sempre nuova si guardava attorno, girava per la stanza, passando una mano sul raso dei divani, delle poltrone, degli sgabelli, odorando tutti i fiori, rimuovendo tutte le fotografie, tutti i gingilli; esaminando come se li vedesse per la prima volta i quadri, le ceramiche, le terracotte, gli specchi, i ventagli artisticamente disposti intorno sul fondo rosso ciriegia della tappezzeria. Tutto quello che le apparteneva, le cose più minute, le cose più comuni acquistavano ai suoi occhi un valore straordinario; il thè che ella preparava e gli offriva nella preziosa ciotoletta della China aveva per lui un aroma speciale, introvabile altrove; il profumo di chypre vagamente errante nell’aria lo riempiva di turbamento; il fazzoletto di merletto che ella lasciava qualche volta cadere era per lui una cosa sacra, intangibile, che non si decideva a raccogliere se non con le labbra, gettandosi carponi per terra….

II.

Nell’uomo già presso alla soglia della vecchiezza, la passione era divampata subitanea, irresistibile, divorante.
Quando era stato presentato alla baronessa Costanza di Fastalia, in quello splendido pomeriggio di marzo, alla Villa Nazionale, mentre il golfo sorrideva col suo azzurro più puro, e dalla folla festante pareva sollevarsi un sospiro di contento, Andrea Ludovisi aveva sentito come un urto nel vivo cuore. Avrebbe quasi voluto evitarla; un’istintiva paura, un secreto presentimento lo avvertivano sordamente che quella donna avrebbe esercitata un’influenza su tutta la sua vita. Subito dopo, un’esultanza gli era entrata nell’anima. Conosceva dunque da vicino, e avrebbe d’ora innanzi potuto vedere spesso, intimamente, la donna di cui aveva tanto sentito parlare da un mese soltanto che aveva posto piede a Napoli, ed alla quale si era spesso sorpreso di pensare con un segreto sentimento di desiderio, con una vaga aspirazione, come verso una creatura superiore, più degna e più capace di amore fra tutte quelle vane ombre che gli erano sfilate dinanzi?…
Credutosi fin lì al sicuro da nuove passioni, certo di aver chiuso da molto tempo e per sempre l’êra delle pazzie, era bastato il dolcissimo sguardo che la baronessa gli aveva rivolto, il soavissimo suono delle parole che gli aveva dette, per gettarlo in una specie di esaltazione lirica, in una sovraeccitazione di tutte le potenze dell’anima e del corpo, che gli amici incontrati al passeggio, al teatro, al circolo avevano subito notato con meraviglia.
Più tardi, la prima volta che egli si presentò a Villa Valdonica, a Posillipo; quando entrò in quello che doveva chiamare il suo santuario; quando bevve l’incanto della grazia di quella donna, del suo spirito, della sua simpatia; quando l’accompagnò per le vie, col braccio deliziosamente intorpidito dal braccio che ella vi appoggiava, la passione di Andrea Ludovisi non conobbe più limiti. E insieme con l’amore, con un amore timido, rispettoso, di cui l’uomo avvezzo a prendere son bien dove lo trovava, senza scrupoli o riguardi, non aveva ancora un’idea, sorgeva in lui un sentimento ancora più nuovo, una specie di rimorso di contribuire alla perdita di quella donna, contro la quale aveva sentito scatenarsi il disprezzo, le derisioni, le malignità di tutta Napoli.
Che cosa vi era stato nella vita della baronessa? Andrea Ludovisi non lo sapeva con precisione; sapeva che era da molti anni divisa dal marito, che si parlava di parecchi amanti, che era stata a lungo fuori di Napoli, dove il soggiorno le era divenuto, un tempo, impossibile. Di più il Ludovisi non sapeva, non voleva sapere. Una volta che, al Gran Caffè, fra una comitiva di conoscenze, il discorso era caduto su di lei, egli fu visto andar via di furia, senza salutare nessuno. L’infinita tristezza che aveva sorpreso nell’accento, nelle parole, nelle altitudini della baronessa Costanza, l’espressione di indiscutibile sincerità che ella aveva messo nel confessargli i dolori provati, il vuoto fattosi nel suo cuore, la finale inutilità della sua vita, lo avevano guadagnato alla sua causa, se non fosse già bastato l’amore. E a misura che cresceva in lui la compassione ed il rispetto per l’infelicissima donna, più gigante si faceva l’amor suo; e, per un fenomeno sincrono, più assurda diventava ai suoi occhi l’idea di confessarglielo.
Dichiarare un amore, è meno offrirlo che domandarne il ricambio; e Andrea Ludovisi non aveva più l’ingenuità che presume contentarsi di una muta ed unilaterale adorazione. Bisognava far dunque la corte alla baronessa, ottenerne l’amore, affinchè il giorno dopo tutta Napoli fosse piena dell’avventura; affinchè la gente sorridesse più malignamente al passaggio della donna adorata, affinchè il suo nome fosse trascinato nel fango!… Egli, che aveva votato un culto quasi religioso alla baronessa Costanza; egli, che le aveva innalzato un altare ai cui piedi, come un incenso, vaporava tutta l’anima sua; egli, egli stesso, avrebbe determinata la sua completa, definitiva ed irreparabile rovina!
E la tortura dell’uomo si acuiva, si raffinava, a misura ch’egli scopriva, in Costanza di Fastalia, i segni non dubbii di una viva simpatia per lui. Era gratitudine per il rispetto di cui si vedeva circondata? Era ammirazione per l’ingegno dell’artista che faceva parlare di sè in quel momento tutta l’Italia? Era, più semplicemente, amore per l’uomo? Nessuno avrebbe potuto dirlo; il fatto è che Andrea Ludovisi sentiva di non esserle indifferente, e vedeva accrescersi il proprio tormento a misura che egli vedeva frapporsi meno ostacoli al conseguimento del proprio sogno. Cadevano gli ostacoli, ma uno solo persisteva, formidabile: la idea di completare la perdita di quella donna; il bisogno prepotente di saperla rispettata a quell’identico modo con cui la rispettava egli stesso.
Andrea Ludovisi avrebbe passata l’intera sua vita come in quei dolci e fugaci giorni, dedicando tutti i suoi pensieri, i più intimi, i più reconditi, alla baronessa Costanza, soffocando la parola scottante che gli saliva incessantemente alle labbra, trattenendo il pianto che gli metteva un nodo alla gola, se ciò che egli aveva temuto da molto tempo non fosse finalmente successo.
La baronessa di Fastalia era forse, fra le signore napoletane, una delle più circondate. La sua bellezza, il suo spirito, il suo nome, erano altrettante attrattive, alle quali si univa, più potente e più rara, quella della sua completa libertà. Divisa dal marito, che per giunta non viveva a Napoli; senza figli, visitata solo di tanto in tanto dal suo vecchio zio, il principe di Marciano, suo solo parente, la baronessa si trovava in tali condizioni che farle la corte era la prima idea dei frequentatori del suo salotto. Erano bastate poche visite perchè Andrea Ludovisi se ne accorgesse. Giovani ed uomini maturi, tutti assumevano, vicino alla baronessa, un tono di ostentata galanteria, di confidenza autorizzata, che non formava il minor tormento di Andrea, non solo per la sorda gelosia e per la mal repressa indignazione che tutto ciò gli procurava; ma anche per la paura che l’espressione del suo affetto vivo e profondo, potesse un giorno essere appresa come una imitazione di quelle sconvenienti attitudini di cui egli era spettatore. Talvolta, quando l’impeto della passione era meno frenabile, egli credeva di persuadersi a vedere in questa circostanza una difficoltà di meno, una ragione per non aver tanti scrupoli. Immediatamente, si pentiva di questo pensiero; con quel bisogno inconfessato, ma comune ad ogni uomo, di accrescere le difficoltà d’una cosa per accrescerne allo stesso tempo il valore.
Una sola, fra le persone che frequentavano Villa Valdonica, si sottraeva a quella specie di posa obbligatoria per gli altri: il duca di Majoli. Giovane, colto, elegante, un dramma domestico lo aveva precocemente maturato. L’espressione abituale della sua fisonomia era una grande serietà, dalla quale non si dipartiva se non qualche volta, nella intimità della baronessa alla quale era legato da un’amicizia fatta di simpatia, di rispetto e di protezione.
Andrea Ludovisi gli voleva molto bene, e la sua amicizia per lui si accrebbe quando potè conoscere i suoi sentimenti per la donna amata, e quando gli vide dividere il proprio dolore per lo sconveniente contegno che i conoscenti della baronessa di Fastalia assumevano in presenza di lei, salvo però a denigrarla per i primi appena fuori di casa sua o del suo palco.
Qual era il sentimento che persuadeva la baronessa a tollerarli? Il bisogno di distrazione, per grande che potesse essere nella infelicità dei suo isolamento, non spiegava abbastanza. Una situazione eccezionale non si affronta coscientemente senza l’impulso di circostanze eccezionali; ed era infatti una specie di sfida a quella società ipocritamente timorata da cui ella si sentiva messa al bando immeritamente, era una specie di ostentazione di successi, di corteggiamenti, di attrattive irresistibili, quella con cui ella intendeva rispondere all’ostilità delle donne in situazioni legittime. Soltanto, come sempre quando la passione fa velo alla mente, ella conseguiva senza accorgersene, o meglio senza volersene accorgere, un opposto risultato, fornendo ella stessa nuove armi ai suoi avversarii.
Andrea ne soffriva profondamente, e per una antipatia impulsiva ed invincibile tutto il disdegno provato per quella gente frivola, inetta, malvagia, si era concentrato verso uno solo: il cavaliere di Sammartino, un siciliano spavaldo, provocatore, la cui splendida esistenza era un enimma per tutti. In verità, egli non era fra i più assidui attorno alla baronessa; ma in questa stessa specie di indifferenza metteva una malignità maggiore, con quell’aria di fastidio che egli prendeva in sua presenza, quasi gli fosse finalmente venuta a noia quella relazione e non la spezzasse per un sentimento di dovere increscioso, ma inevitabile. Fuori, egli era uno dei più accaniti denigratori della baronessa.
Andrea Ludovisi lo sapeva, e il suo disprezzo per quell’uomo non faceva che crescere. Malgrado lo evitasse come una disgrazia, una specie di fatalità volle che egli si trovasse presente il giorno che Sammartino, in pieno caffè, insultò atrocemente il nome della baronessa di Fastalia.
Si parlava delle prossime villeggiature, e si enumeravano le signore che sarebbero fra poco andate via; qualcuno annunziò la partenza della baronessa.
– Una di più, una di meno!… – disse il Sammartino, scuotendo la cenere del sigaro col mignolo, dove luccicava un grosso brillante. – A Napoli non ne mancano, delle donne della sua risma!
Bisogna dire che Andrea Ludovisi non conoscesse ancora la forza d’animo di cui disponeva, o che piuttosto l’amore lo avesse trasformato, se egli fu capace, lì per lì, di non aggrottare neanche le ciglia a quella sferzata. Ma il sangue gli bolliva nel cuore, le sue mani avevano contratto un tremito irrefrenabile, la sua mente si era smarrita, nè egli rientrò in uno stato di calma relativa se non prima, con un pretesto abilmente colto, ebbe il destro di provocare l’insultatore.
Recatosi dal duca di Majoli perchè lo assistesse, ne aveva avuto un rifiuto, amichevole, ma reciso.
– Io conosco il motivo per cui ti batti – gli aveva detto il duca. – Bada; tu sei sopra una falsa strada. Vuoi difendere qualcuna, che tu riuscirai invece a compromettere orribilmente….
Era troppo tardi. Il duello ebbe luogo egualmente; il cavaliere di Sammartino, tiratore di primo ordine, fu ferito leggerissimamente alla mano.
Il giorno dopo, malgrado tutte le precauzioni di Andrea Ludovisi, la vera causa del dissidio fu propalata per ogni dove. Col cuore sanguinante, senza far conoscere a nessuno la propria destinazione, senza tentar di rivedere la baronessa, a cui aveva solo fatto pervenire un biglietto con questa parola: Perdonatemi, egli lasciò Napoli, malgrado i gravi affari che ve lo trattenevano, per Firenze, dove un suo dramma aveva suscitato un grande entusiasmo.
Una settimana dopo, mentre sfogliava i giornali nella sala di lettura dell’Hôtel de la Grande Bretagne, in quel momento deserta, sentì schiudersi l’uscio. Era la baronessa Costanza di Fastalia.

III.

Egli aveva voluto tornare a Napoli, rivederla in quel quadro dove prima gli era apparsa, rifare a passo a passo – ora – il cammino percorso dal giorno che l’aveva conosciuta. Ella assecondava tutti i suoi capricci, non aveva più volontà propria; gli si era data tutta, anima e corpo, il giorno che aveva indovinato ciò che era passato nel cuore di quell’uomo, la religione che le aveva dedicata dal profondo dell’anima; il giorno che, dopo tanto accumularsi di tristezze, la passione di quell’uomo l’aveva fatta rinascere all’amore.
A Napoli, ella aveva completamente mutato il suo sistema di vita; con abili pretesti si era sbarazzata della folla che prima le stava attorno; evitava le visite, i teatri, ogni luogo di riunione. Suo zio di Marciano e il duca di Majoli erano le sole persone che ancora vedesse. Vecchio, un po’ sordo, vivente con lo spirito in un tempo che non era più il suo, il principe di Marciano non dava ai due amanti fastidio di sorta.
Quanto al duca, non una parola, non un accenno aveva dimostrato che egli conoscesse quel che era accaduto; non una contrazione aveva rivelata l’angoscia che gli stringeva il cuore…. Era dunque vero? Egli amava la baronessa? L’amava d’amore? La sua esperienza non lo aveva dunque avvertito che quell’amicizia avrebbe dovuto dar luogo ad un sentimento diverso?… No; egli non se ne accorgeva ora soltanto; non se ne accorgeva soltanto al dolore di cui la felicità di Andrea Ludovisi gli era cagione; da molto, da lungo tempo, scendendo nell’intimità della propria coscienza, egli aveva scoperto quel sentimento più dolce, più forte, più grande, che vi germinava nascostamente. Però, il predominio che egli aveva imparato ad esercitare su di sè stesso, la nitidezza di percezione che aveva acquistata nelle cose del cuore, a prezzo di sangue, lo avevano retto, impedendogli di spinger oltre l’avventura; di fare, con la propria, l’infelicità di quella donna.
Al punto in cui i dolori provati lo avevano ridotto, non rimaneva in lui che una sola, ma grande capacità sentimentale: la commiserazione pietosa per tutte le miserie umane. Ora, nella calma relativa in cui sapeva la baronessa, gli sarebbe parso un tradimento, un delitto, il tentar di turbarla; e perchè, se non per soffrire nuovamente egli stesso? V’erano troppe amarezze nella vita di quella donna che, presto o tardi, avrebbero avvelenata ogni possibile gioia; e la pena provata dal duca dinanzi alla trionfante passione di Andrea, in cui la baronessa aveva riposta l’ultima fede della sua vita, si risolveva più nella previsione dei nuovi tormenti che le si preparavano, che nella sua personale contrarietà.
Già quando Andrea Ludovisi si era rivolto a lui, nell’occasione del duello col cavaliere di Sammartino, egli non aveva potuto nascondere il proprio rammarico, vedendo le cose avviarsi per una china fatale. Ed aveva rifiutato di assistere l’amico, quasi pauroso di farsene complice. Dinanzi alla felicità degli amanti, più tardi, egli si domandava qual dritto finalmente avesse a costituirsene giudice; e dimenticava la propria pena nello spettacolo dell’altrui esultanza. Ma la ripresa delle ostilità, nel mondo, contro la baronessa, aveva ben presto fatto rinascere in lui i più tristi presentimenti sul prossimo avvenire dei due amanti; ed una volta, discutendo con Andrea, in un modo generale e teorico, sulla sincerità umana, gli aveva dette delle parole che suonavano come un’ammonizione.
– Sì, noi crediamo ogni giorno di esser sinceri; soltanto non vogliamo accorgerci che la credenza di oggi fa a pugni con quella di ieri…. Oggi, che tu credi di amare qualcuno, lo stimi; le sue stesse debolezze ti sembrano interessanti, te lo fanno più caro; lascia mutare per poco la tua disposizione di spirito, e ti parrà la cosa più naturale il rinfacciargliele come una colpa.
– Sta bene, quando la disposizione di spirito è capace di mutare. Ma vi sono dei sentimenti che non si possono spegnere se non a costo della stessa vita….
– Allora si soffre, e si fa soffrire. La saggezza consisterebbe appunto nel soffocarli a tempo.
Andrea Ludovisi guardò curiosamente il duca di Majoli. Aveva compresa l’allusione, e non supponendo che quel giudizio potesse essere disinteressato, sospettò un momento che glie ne volesse per la sua riuscita presso Costanza di Fastalia; che fosse, infine, un poco geloso…. Poi scacciò il suo sospetto, rimproverandosi di averlo concepito. La più grande dirittura si leggeva negli sguardi dell’amico; egli ne conosceva l’antica nobiltà dell’animo, ed aveva potuto apprezzare tutta la delicatezza, il rispetto, la stima, la protezione di cui aveva circondata la baronessa.
Perchè, intanto, il duca non voleva credere – era evidente – alla sincerità dell’amor suo? Perchè la stessa Costanza aveva talvolta l’aria di dubitarne?
– Come è possibile, – diceva ella, – che tu mi ami così?… Come sono indegna dell’amor tuo!…
– Tu, indegna?… – ed aveva dato in uno scoppio di risa. – Ah! ah!… Ma non vedi dunque che è incredibile per me quel che succede? Che non è vero, che non può esser vero che tu mi ami, poichè io non ho nulla per essere amato da te? Tu, indegna, tu?…
– Ah, se sapessi.,..
Ma, come ogni volta che ella accennava al proprio passato, Andrea Ludovisi le chiudeva la bocca con un bacio.
– Taci, taci!… Che cosa vorresti dirmi? di chi vorresti parlarmi?… Non esiste che una sola Costanza, la Costanza mia….
Nel salotto, sul tavolo di legno intarsiato e ornato di borchie metalliche, il ritratto della baronessa Costanza stava esposto, insieme con altri di famiglia, nel porta-ritratti di peluche rosso aperto a foggia di paravento. Egli le diceva:
– Guarda dunque: questa non sei tu, è un’altra donna, completamente diversa. Dov’è il sorriso che ora ti luce negli occhi?… È un’altra donna!… Io vorrei il tuo ritratto; ma come sei ora, ora che sei mia, comprendi?…
Avevano convenuto di incontrarsi da Montabone, come per caso; ma come Andrea Ludovisi andò a trovare la baronessa, dopo averle espresso quel desiderio, ella gli si fece incontro con un’aria festosa.
– Una sorpresa!
Costanza dischiuse il piccolo cofanetto di raso azzurro dalla chiave dorata, che stava sull’étagère.
– Ecco l’imagine ridente…. di quella che fui una volta!
Andrea guardava il ritratto, la figura quasi infantile di quella donna in veste bianca, circonfusa di veli; e alzando gli occhi verso di lei, chiese con un accento di incredulità:
– Questa?… Sei tu?…
– Ero…. quindici anni or sono! È il ritratto fatto durante il mio viaggio di nozze.
Con un sospiro, era andata a gettarsi sul divano semicircolare disposto in un angolo del salotto. Stette a lungo, pensosa, con la testa appoggiata sulla palma della destra. Poi, scuotendosi, visto che egli non veniva a raggiungerla, chiamò:
– Andrea!
Non ottenne risposta. Immobile, tutto nero sullo sfondo luminoso della finestra, egli guardava ancora il ritratto.
– Andrea!… – e, levatasi, gli si avvicinò. Mute, grosse, luccicanti, le lacrime gli sgorgavano dagli occhi spalancati, gli rigavano le guancie, cadevano una dopo l’altra sulle mani leggermente tremanti.
– Andrea!…. Andrea mio!… Guardami, che cosa è stato?… Ma guardami!
Più grosse, più spesse, le lacrime continuavano a sgorgargli dalle palpebre gonfie. Ora, dei singhiozzi gli salivano alla gola, lo scuotevano tutto, gli scomponevano il viso.
– Lasciami…. lasciami….
– Ma perchè, Signore Iddio, perchè?
Ella lo aveva trascinato verso il divano, dove era caduta di peso, quasi piangente anche lei. Allora egli le si era messo in ginocchio dinanzi, asciugandosi gli occhi con la sua veste, un lembo della quale portava di tratto in tratto alle labbra.
– Perdonami!… Ti ho fatto male?… Ma il vedere quel ritratto…. l’imagine della Costanza di un altro…. Ora è finito, guarda; è proprio finito.
– Allora, dammi quel ritratto.
– Ah, no!
Egli lo aveva portato con sè, lo aveva nascosto gelosamente, e un irresistibile impulso lo persuadeva a rivederlo. Dinanzi a quella figura, la crisi di pianto si rinnovava, ogni volta. Una tenerezza amara lo vinceva al pensiero di quella sposa, di quella vergine che entrava appena nella vita, lieta, confidente, e che un tenebroso avvenire insidiava. Quali sogni dorati avevano spiegato le loro seduzioni dietro quella fronte purissima? Quali gioconde visioni si erano svolte dinanzi a quegli occhi ridenti?… Ahi! uno spettacolo di miserie, di tristezze, di dolori, si era presentato in cambio dei lieti sogni; e come lungamente, come amaramente quegli occhi fatti per rispecchiare il sorriso dei cieli avevano pianto!… E non poter nulla contro tutto ciò; non poter nulla lui che avrebbe dato la vita per vederla sorridere!… Se fosse stato possibile tornare indietro cogli anni, rivedere vivente quella figura che cominciava a sbiadirsi; amarla e farsene amare, dedicarle tutto sè stesso!… Ahimè, ciò che era stato, era stato fatalmente, irremediabilmente. Qualcuno, un altro, aveva colto il candido fiore di quell’anima, lo aveva profanato, lo aveva calpestato….
E poi?

IV.

Qualche volta egli lasciava pesantemente cadere la testa, stringendosi la fronte tra le mani. La baronessa tentava di leggergli negli occhi il segreto di quelle angoscie improvvise; ma egli si ostinava a tener giù il capo ripiegato sul petto.
– Ma guardami, Andrea!…
Egli rispondeva sordamente:
– No!
– Dimmi almeno, per pietà! che cosa ti passa per la fantasia!…
– Non posso!… Non voglio!…
– O cattivo, perchè? perchè offuscare la nostra felicità? Se sapessi come non oso muovermi per timore che essa mi sfugga! Come ho paura di ripiombare in quel mare d’infinite amarezze….
A quelle parole, egli si era sollevato subitamente, l’aveva stretta con impeto fra le braccia, esclamando:
– Non lo dire!… Non lo dire un’altra volta!… Sono un pazzo, un miserabile; ma ti amo, ti amo, ti amo….
– Oh, sì; ti credo!
– No, no!… Le parole sono vuote, sono un suono effimero, non dicono nulla. Che cosa bisogna fare, Costanza, per provarti l’amor mio?
– Ma nulla, bambino! Amarmi ancora, amarmi sempre!
Bambino, egli lo era ridiventato. Le più strane, le più rischiose fanciullaggini erano state da lui poste ad effetto. Fermo dinanzi alla sua carrozza, egli le strappava un lembo della guarnizione di merletto; sotto la piccola cupola dell’ombrellino rosso, a Capodimonte, col rischio di esser veduto, le aveva rubato un bacio di una dolcezza infinita. Egli avrebbe fatte delle vere pazzie per sentirsi dire bambino da lei, per cogliere nel suo sguardo l’espressione di amoroso rimprovero e di segreta compiacenza che ella metteva nel pronunziare quella parola.
Ma un’altra volta che, nel santuario di Villa Valdonica, egli era stato ripreso da una di quelle repentine tristezze, mentre la baronessa aveva già cominciato a rimproverarlo dolcemente, alzò ad un tratto la testa, prendendo tutt’e due le mani di lei.
– Costanza, io vorrei domandarti soltanto una cosa. Sei stata mai amata così?
– Che domanda!… Perchè?
– Non importa, rispondi: sei stata amata così?…
Ella stette un istante silenziosa, cogli sguardi perduti in non so quale visione. Poi, abbassando lentamente le palpebre, con voce fievolissima, rispose:
– Una volta…. fui molto amata….
– Ah!
– Andrea! Perchè non mi guardi?… Che cosa ti ho detto?… Ti ho fatto male? Oh, non sei stato tu che l’hai voluto?… Andrea, io non ti conoscevo, allora!… Ne è passato del tempo!… Io sono vecchia; il torto è tuo, di esserti innamorato di una vecchia!… Ma ridi, parla, guardami una buona volta, in nome di Dio!…
Egli restò a guardarla a lungo, muto, immobile. La baronessa non poteva sostenere la fissazione di quello sguardo. Due volte, tre volte, ella aveva fatto battere le palpebre sugli occhi stanchi, ma tutte le potenze dell’uomo parevano concentrate nella facoltà visiva. Poi, lentamente, egli avvicinò le labbra alla fronte di lei, vi depose un bacio lievissimo; e, chiudendole la bocca con la mano per impedire che ella nulla dicesse, uscì.
Quella bocca era stata baciata! Quella fronte era stata baciata! Quelle mani erano state baciate! Quegli occhi avevano visto altri uomini in ginocchio dinanzi a quelle forme adorate! Dietro quella fronte, dei ricordi d’amore – di altri amori! – si svolgevano nell’istante preciso ch’egli metteva tutta l’anima nel parlarle dell’amore di lui! Quelle orecchie avevano sentite altre parole d’amore! Quelle labbra ne avevano pronunziate delle altre!… Ah! non era vero ch’ella fosse nata soltanto il giorno che era stata sua! Il passato esisteva, e fatale, irreparabile! Ah! ella aveva bene indovinato, prevedendo ch’egli sarebbe stato geloso del suo passato! Geloso egli lo era, e tanto più tormentosamente, quanto più inafferrabile era l’oggetto della sua gelosia. Disputarla ad un rivale presente, dare tutto il proprio sangue per conquistarla: che cosa sarebbe mai stato di fronte alla tortura del saperla stata già di altri, di non poterle cancellare dalla memoria il ricordo di altri? Egli non era più solo nel suo pensiero! Chi erano, quanti erano questi altri? Impossibile ancora saperlo; più presto egli si sarebbe fatta strappare la lingua, che chiederlo a qualcuno, che chiederlo a lei. Come infliggere alla donna idolatrata il tormento di rievocare una storia di pianto? Come sopportarne lui stesso il racconto? E perchè?…
Noti od ignoti, i fantasmi inafferrabili di quegli uomini vagavano ancora intorno a lei; per le stanze, nel santuario suo, egli sentiva che la chiamavano: Costanza – come lui! che le parlavano di tu, come lui! Egli li vedeva, in attitudini familiari, avvicinarsi a lei! abbracciarla! baciarla!… Egli aveva paura di sedere dove quegli altri si erano seduti, di muoversi come gli altri si erano mossi, di parlare come avevano parlato. Con la sua sola presenza, egli contribuiva a ridestare più chiari, più netti, i ricordi di lei! E tra i ricordi del passato e le impressioni del presente un paragone doveva necessariamente determinarsi! L’amor suo infinito veniva dunque misurato, in ogni parola, in ogni gesto, in ogni bacio!…
Dal posto dove se ne stava abbandonata, la baronessa lo attirava a sè; ma tutte le volte uno sforzo formidabile su sè stesso poteva soltanto deciderlo ad avvicinarsi a lei. Quando egli le si avvicinava, i fantasmi si frapponevano, glie la disputavano, lo afferravano con la loro gelida mano, facevano morire il suo bacio, scioglievano le sue braccia allacciate intorno alla vita di lei. E come più cresceva lo strazio dell’uomo dinanzi alla propria impotenza contro quella persecuzione, più lamentosa si faceva la voce della donna:
– Andrea, tu non mi ami più!

V.

– Non ti amo, sì, è vero! Non ti amo, perchè tu non mi hai mai amato! Non ti amo, perchè le parole che tu mi hai dette sono una fredda ripetizione di quelle che hai dette ad altri….
Abbandonata sul divano, con la faccia nascosta fra i cuscini, la baronessa reprimeva un’esclamazione di dolore straziante.
– È orribile!… È orribile!…
Era orribile! L’idea fissa aveva finalmente compita la propria opera devastatrice. Se quel passato e quel presente fossero tutt’uno per lei? Se avesse avuto ragione la gente che la giudicava una donna leggiera, capace soltanto di fugaci capricci, passante dalle braccia dell’uno a quelle dell’altro con la stessa facilità con cui si stringe la mano? Se ella doveva dimenticarlo, come aveva dimenticato quegli altri? Se avesse avuto ragione quell’odioso cavaliere di Sammartino, che ora si dava l’aria di aver rotto con lei?…
– No, non ti amo, perchè tu sei incapace di amore! No, non ti amo, perchè io non voglio il rifiuto – e la voce di Andrea aveva preso un accento di profondo disprezzo – perchè io non voglio il rifiuto degli altri!
– Ah!
Ella gridava dallo spasimo, si torceva le braccia, si mordeva le dita. Accanto alla finestra, gualcendo le tendine con mano nervosa, egli stette un istante a guardarla.
Repentinamente, le fu vicino, gridando;
– Basta!… basta!… Sono un pazzo!… Non mi dare ascolto!… Non si ascoltano i pazzi!…
– No, che non basta!… Scostati!… Tu devi ora ascoltarmi!… Tu devi sapere tutta la mia vita! Tu non devi…. tu non hai il diritto di spezzarmi il cuore!….
E scoppiò in singhiozzi, disperatamente.
– Costanza, non piangere! Per pietà, non piangere, se non vuoi veder piangere me! Ti ho detto delle cose cattive? Ma è perchè ti amo, non lo vedi? perchè ti amo oggi più di ieri, perchè ti amerò domani più di oggi!… Andiamo, Costanza, basta!… La tua vita, io non voglio, non posso saperla. Che cosa mi apprenderesti? Che hai sofferto? Ma le tue sofferenze bisogna invece dimenticarle; io ci sono per questo!…
– Ah, che male!… che male mi hai fatto!… – e le sue parole erano rotte dai singhiozzi che ancora la scuotevano tutta.
– Perdono! perdono! Io ti credo, io ho fiducia in te! Non si mentisce, con quegli sguardi! Se tu non mi amassi, sarebbe stato impossibile che tu avessi fatto quello che hai fatto per me!…
– È vero? è vero?
– Sì, è vero! Povero amore, prima che t’incontrassi, quali diritti avevo io su di te? Come sono sciocco…. Tu dici che sei vecchia? Ma io sono, veramente, un bambino!
Come un raggio di sole dopo la tempesta, un sorriso splendeva negli occhi della baronessa, ancora tutti umidi di lacrime.
Che mano disgraziata egli aveva! Avrebbe voluto riscattare a prezzo di sangue le lacrime un tempo da lei versate, e invece glie ne faceva spargere di nuove! A qualunque costo, bisognava farle dimenticare le amare, le tristi parole.
Perchè dunque quell’accanimento di tutti contro la disgraziata creatura? Per quel passato!… Se l’idea pertinace di quel passato funesto aveva, a poco a poco, scossa la fiducia di lui, come non sarebbe accaduto altrettanto, e peggio, tra la folla degli indifferenti! Ancora, sempre, lo spettro di quel passato gli amareggiava la vita!..
Ora, egli faceva di tutto perchè nessuno di quegli angosciosi pensieri trapelasse dalle proprie parole. Raddoppiava d’affetto, circondava la baronessa di ogni cura e di ogni premura, pareva tornato alla serena felicità dei primi giorni. Ed i suoi sforzi erano compensati dalle mille prove d’amore che ella gli dava tuttodì. Non vi era un’ora della sua vita di cui ella non gli giustificasse l’impiego, e tutta la sua vita era impiegata per lui. Lavorare attorno a dei regalucci che gli erano destinati, studiare la musica che gli piaceva, vestirsi degli abiti che preferiva, passare per i luoghi dove erano stati insieme, ricordargli tutte le date salienti del loro romanzo, scrivergli e leggere e rileggere le lettere di lui: ella non sapeva far altro.

VI.

Un giorno, come egli entrava a Villa Valdonica e cercava di vedere se ella fosse sotto gli eucaliptus, dove soleva aspettarlo, se la vide a un tratto dinanzi. In un leggerissimo abito chiaro guarnito di nastri azzurri e dalle maniche aperte che lasciavano vedere le belle braccia nude, ella aveva un’aria tutta gioconda.
– Vedi questa? È la chiave del mio archivio che oggi ho messo finalmente in ordine. Vieni con me….
Tutto il piccolo armadio della stanza da letto era stato dedicato a lui; le sue lettere erano riunite in piccoli fasci annodati con nastri rosei, i suoi fiori erano racchiusi in un sacchetto di raso bianco, e i libri, i giornali, la carta con le loro cifre intrecciate, gli altri minuti oggetti che egli le aveva regalati erano tutti disposti in bell’ordine nelle cassette odorose.
Chino dinanzi il piccolo mobile, egli le baciava la mano, sul dorso, sulla palma, lungamente, mormorando dolci parole per esprimerle la gratitudine di cui era pieno.
– Guarda quante lettere, in due mesi appena! – disse ella prendendo uno dei fasci. – Addirittura un epistolario!
Andrea lasciò cadere quella mano che aveva tenuta fra le sue. Come una nebbia di tristezza gli aveva velato la fronte.
– Set già pentito di avermele scritte?
Egli tentava d’allontanar l’improvvisa visione, ma essa persisteva: tutte le altre lettere che ella aveva ricevute, che aveva disposte con identica cura, che aveva mostrate, com’ora….
– Andrea!…
Con voce bassa, le chiese:
– Quante altre ne conservi?
Ella fece con le labbra un piccolo movimento di disdegno.
– Non ne conservo più nessuna. Oggi stesso le ho tutte sepolte, dentro una vecchia valigia, in fondo a un sotto-scala.
– Perchè non le hai bruciate?
– Perchè sono molte, e se ne sarebbe accorta la gente di casa.
Ad un tratto, come un fanciullo che, dopo una finta indifferenza, manifesta il proprio capriccio, egli le disse rapidamente:
– Me le fai leggere?
– Oh, no!
E ad una ad una, risolutamente, richiuse le cassette dell’armadio.
Egli fece un giro per la stanza, andò a guardare prima le acqueforti disposte nell’angolo accanto alla finestra, poi la grande ceramica istoriata dell’angolo opposto, rimosse il canestrino di raso sostenuto dal tripode di bambù, e le si fece nuovamente vicino.
– Perchè non mi vuoi far leggere quelle lettere?
– Perchè te ne pentiresti, tu stesso, per il primo….
– Se te ne pregassi?
– Andrea!… Ricordati dunque quello che hai sofferto quando ho risposto soltanto ad una tua domanda!… La mia vita, te l’ho detto, tu hai il diritto di conoscerla, vuoi?… Ma quelle lettere….
– Voglio leggerle…. qualcuna almeno….
La baronessa si passò una mano sulla fronte.
– Senti, io potrei dirti che vi è una mancanza di fiducia in quello che tu pretendi; una mancanza di fiducia molto dolorosa per me. Potrei dirti ancora che il segreto di quelle lettere non mi appartiene per intero…. Ma non importa: io ti dico, io ti ripeto soltanto che è per risparmiarti un dolore, per risparmiarne un altro a me, che io mi oppongo al tuo desiderio.
– Ed io ti dico, – rispose freddamente Andrea, incrociando una gamba sull’altra e guardando la punta delle sue scarpe – ed io ti dico che tu ti opponi al mio desiderio, perchè c’è qualcuno che ti scrive ancora.
– Oh!
La baronessa ebbe un istante di esitazione. Poi, risolutamente, si avvicinò ad Andrea.
– Andrea!… Perchè mi dici delle cose tanto cattive? Che cosa ho fatto perchè tu dubiti ancora di me? Guardami in viso: sono capace di mentirti, di nasconderti qualche cosa?…
Guardandola fissamente, gli occhi gli si inumidirono.
– No, no…. ti credo!… Ma se sapessi di che tristezza mi si gonfia il cuore, quando io penso al tuo passato! Come vorrei cancellarlo! Come avrei voluto conoscerti quindici anni più presto, quando tu non eri ancora entrata nella vita! Come avrei saputo farla lieta e felice a quella vergine adorata! Come tutto avrebbe dovuto sorriderti attorno!…
Egli reclinava la testa sul seno di lei, aspirandone avidamente il profumo.
– Lo so, lo so, come mi avresti amata! Come ora, bambino! E il passato non è sepolto, scordato per sempre?
– Per sempre?
– Ne dubiti ancora?
– Giuralo….
La baronessa si rizzò in piedi, guardandolo fisso.
– Te lo giuro!…
Anch’egli s’era levato, facendosele vicino, vicino da sfiorarle la fronte con la sua, scottante e imperlata di sudore.
– Giuralo per la memoria dei tuoi morti!
– Andrea!… Lo giuro!
Egli portò le mani alla faccia, quasi per soffocare le proprie parole:
– Ebbene, no! non ti credo!…
Un’espressione di grande serietà si dipinse in volto alla baronessa. Pallida, muta, ella uscì dalla stanza.
Andrea non fece un passo per trattenerla. Si sentiva soffocare. Quelle parole gli avevano bruciato la gola. Non sapeva ancora come aveva fatto a pronunziarle. Cento volte aveva tentato, ma non gli era ancora riuscito. Il pensiero di addolorare, di offendere anche con dubbii atroci la donna amata gli era stato insostenibile. Come dire a colei che gli confessava in tutti i momenti il proprio amore: Tu pensi ad altri? Egli intuiva che non era vero; che, se vera, sarebbe stata una cosa mostruosa, da spegnere, non che l’amore, la stima; ma di quella cosa mostruosa egli era arrivato ad ammettere la possibilità. Il passato di quella donna era una macchia, e quella macchia si allargava, si diffondeva, la ricopriva tutta. Fatalmente, il dubbio, il dubbio atroce, insinuante, rinascente non sì tosto scacciato, gli era penetrato nell’anima, non gli dava più quiete…. Ella diceva di amarlo; quali prove, infine, glie ne aveva dato? Era venuta a cercarlo quando egli era fuggito…. Per qualcun altro ella aveva disciolta una famiglia, abbandonata una posizione, sfidata una intera società!…
Ella aveva avuto degli altri amanti, prima di lui, quando ancora non lo conosceva: che cosa importa? Come credere alla sincerità delle parole che gli diceva, se parole simili, se forse quelle stesse parole erano state dette ad altri? Come aver fede nella sincerità attuale di quella donna, se ella aveva giudicato di essere stata amata, una volta, come ora, più di ora?… Egli l’amava ciecamente, con tutte le forze d’un’anima rimasta giovane malgrado l’avanzarsi degli anni, aveva sofferto per lei fino al pianto, fino alla pazzia, dei suoi dolori e delle sue gioie le aveva dato le prove più eloquenti, e quando egli le aveva chiesto se era stata mai amata così, gli aveva risposto: Sì…. Una volta! Una volta! Come se non fosse già stato troppo! Ancora, sempre, malgrado tutti i suoi sforzi, lo spettro del passato gli sorgeva dinanzi, minaccioso, inevitabile. Come lottare contro l’invisibile potenza di un ricordo, se tutto quello che egli aveva fatto per lei non era bastato a vincerlo, ad eclissarlo? Quali altre prove di amore doveva egli darle per dimostrarle che si era ingannata, che mai era stata amata così?… Una volta!… E le altre? Le altre volte, dunque, non era stata amata; lo riconosceva implicitamente lei stessa! E la figura del cavaliere di Sammartino appariva ad un tratto, tanto più odiata quanto meno inverisimile diventava la sua presuntuosa vanteria…. Ed era dunque possibile? Ella sarebbe discesa fino a quell’essere abietto? Ed egli avrebbe amata una donna che era stata del Sammartino?… No, no; non era possibile, era un’aberrazione dello spirito ammalato, era un incubo prodotto dalla impotente gelosia di quel passato incancellabile. Dov’era, dov’era Costanza, la sua Costanza, perchè ella dissipasse con una sola parola l’infame sospetto?…
Allora, le parole del duca di Majoli gli tornavano alla memoria, come un rimprovero, come un’accusa. «Crediamo sempre d’esser sinceri, ma la sincerità di oggi fa a pugni con quella di ieri.» Colui aveva dunque ragione? Perchè gli aveva dette quelle parole? Era anch’egli stato un amante della baronessa?… Ah! delirava, impazziva!…
Sì, il duca aveva ragione; egli aveva creduto di esser sincero quando pensava che il passato di Costanza non esisteva per lui; che glie la rendeva, se mai, più cara – sì, le stesse parole di colui – ed era sincero anche in quel momento che le rinfacciava il suo passato come una colpa!… Come dunque accadeva, e perchè?… Perchè il suo amor proprio non ammetteva che un altro avesse potuto amarla più di lui, che ella avesse fatto per un altro più di quello che aveva fatto per lui!… Era dunque un egoista; nient’altro che un egoista sofisticatore?… No; era che egli non la sentiva più sua, più tutta sua; che qualcuno aveva ancora un posto nella memoria se non nel cuore di lei; che i fatti dai quali era stata ridotta nella condizione in cui l’aveva trovata erano di quelli che lasciano indelebili traccie. Era finita, l’amore non era più possibile; quella donna era indegna d’un amore come il suo; a momenti avrebbe voluto metterla alla tortura per farle confessare che Sammartino era stato il suo amante, per avere il diritto di disprezzarla, per abbandonarla a colui….
– No! No!… Costanza mia!…
La baronessa riappariva in quel momento. Malgrado il suo braccio destro fosse irrigidito per lo sforzo di sostenere una vecchia valigia polverosa, ella entrò nella stanza con passo affrettato, con una risolutezza in tutti i suoi movimenti. Gettò la valigia per terra, s’inginocchiò per aprirla con una piccola chiave che teneva già in mano, e rialzandosi:
– Ecco le lettere, – disse ad Andrea, freddamente. – Fatene quel che volete.
D’un movimento istintivo egli si era gettato sulla valigia come sopra una preda. Erano dunque lì le prove materiali di quel passato che egli aveva cominciato per non curare, e che, suo malgrado, gli si era imposto inesorabilmente, fino a farlo dubitare di quell’amore che aveva formato il suo più grande orgoglio! Più tangibile, più reale, più fatale ora esso gli appariva, dinanzi a quei documenti irrefutabili, dinanzi a quelle indelebili traccie che si era lasciato dietro…. E quando pure egli avesse stracciato ad una ad una quelle lettere, quando pure le avesse bruciate, quando pure ne avesse disperso al vento le ceneri, avrebbe egli abolito quel passato funesto? Quand’anche egli avesse strappato con le proprie mani il cuore della donna, quand’anche egli si fosse strappato il suo proprio cuore, lo avrebbe abolito ancora? Nulla poteva egli, nulla poteva nessuno contro quella fatalità. Chi, chi mai ne era stato la causa?… Ah! avere fra le mani uno di quegli uomini, avventarglisi alla gola, strozzarlo: ecco solo quello che avrebbe potuto ridargli la pace!
Cogli occhi accesi, febbrilmente, Andrea si era messo a disfare i pacchi, di cui la valigia era piena. Le lettere ricascavano da tutte le parti, si sparpagliavano, si confondevano; ma Andrea Ludovisi non pensava a leggerne nessuna. Preso da una specie di furore, di smania distruttrice, egli si accaniva contro quei pacchi, non riusciva a sciogliere i nodi dei lacci, li spezzava con le mani, coi denti, non avvertendo neanche il dolore che quegli sforzi gli cagionavano. Come li ebbe tutti disfatti, sostò un momento, alzando gli occhi.
Con la persona curvata, il collo teso come in attesa di un colpo mortale, gli occhi stranamente spalancati e fissi, le braccia protese indietro, le mani strettamente intrecciate, la baronessa aveva una tale espressione di angoscia e di smarrimento, che Andrea Ludovisi si rialzò di scatto. Il suo primo pensiero fu che ella era impazzita.
– Costanza! Costanza!
E fece per avvicinarsi.
Ella gridò, indietreggiando:
– Non mi toccare! – E mostrando le lettere, con un gesto imperioso: – Leggile!
– Non voglio!… Non ne ho bisogno….
Prima ancora che ella avesse potuto pensare a sfuggirgli egli l’aveva presa per lo braccia. Con una forza di cui non sarebbe stata mai creduta capace, la baronessa si sciolse da quella stretta, fuggendo per la camera. Egli la raggiunse.
Allora cominciò una lotta feroce, tra la donna che tentava di liberarsi e l’uomo che stringeva le bellissime forme scosse da lunghi fremiti, in preda a contorcimenti serpentini. Col viso di porpora, le nari aperte, gli occhi sfavillanti, la baronessa era bella d’una fiera e selvaggia bellezza. Al colmo dell’indignazione, ella balbettava confuse parole.
– Ah, no!… ah, no!… è un’infamia!… le lettere!… le lettere!…
Caddero, l’una sull’altro, sopra il divano; e traendo profitto della sua momentanea superiorità, ella abbassò un braccio per prendere una delle lettere sparpagliate per terra.
– Leggile!… è un’infamia!… leggile!
– Costanza, soffoco!… Non voglio, ti credo…. perdono! – E con la mano rimasta libera, le strappò la lettera.
Una seconda volta ella si curvò, per prenderne un’altra.
– È un’infamia!… Leggile!…
Come ella gli mise sotto gli occhi la busta, Andrea Ludovisi lesse: Alla baronessa Costanza di Fastalia, sue adorabili mani. Era il carattere del cavaliere di Sammartino.
In quello stesso momento s’intese il cigolio dell’uscio dell’anticamera, e il cameriere entrò annunziando:
– Il signor principe di Marciano.

VII.

Il duca di Majoli e il Giussi, incontratisi alla Villa Nazionale, salivano la scaletta augusta della sezione napoletana del Reale Yacht Club italiano – una vera scala di bastimento – e si fermavano ogni due gradini.
– Dunque, è proprio inevitabile? – chiedeva ancora il Giussi.
– Pur troppo!
– Ma questa è già la seconda questione fra loro!
– Sammartino aveva giurato di vendicare la prima ferita.
– Una scalfittura!
– Non importa, per uno spadaccino come lui, un po’ guappo, anzi mafioso, come dicono in Sicilia.
– Ludovisi è forte?
– Debolissimo. Ma non lo può soffrire; l’antipatia è una forza.
– E questa antipatia?
– Chi sa!
– Cherchez la femme!
Con una scossa del capo, il duca aveva troncate le indiscrete interrogazioni del suo compagno. Era proprio la donna che bisognava cercare! egli non lo sapeva che troppo, e le sue tristi previsioni si avveravano tutte!…
Aspettando i padrini dell’avversario, in quella piccola sala deserta, mentre veniva dall’aperto il ronzio della folla che passeggiava per i viali della Villa e i mille diversi rumori del Caffè di Napoli, il duca sentiva un’agitazione interiore crescere in lui di momento in momento. Perchè aveva accettato di rappresentare Andrea Ludovisi in quella partita d’onore? Perchè non aveva trovata la forza di rifiutarsi, come si era rifiutato una prima volta? Perchè si era lasciato vincere dal pianto dell’amico?… Ah! le lacrime, i palpiti, i singhiozzi: egli non conosceva che questi!… E rivedeva la disfatta figura di Andrea, quando, non più sorretto dall’eccitazione che lo aveva spinto a sfidare ad un tratto le sorde provocazioni del Sammartino, gli aveva confessato tutta la propria miseria, il contrasto dell’amore, della gelosia, della disistima; l’impossibilità di durare in quella tortura di tutti gl’istanti…. E risentiva le parole con le quali gli aveva dato ragione: «Sì, sì; non bisognava amarla, bisognava soffocare quel sentimento fino dal nascere; ma non aveva potuto! non poteva! ed era un miserabile, e voleva farsi ammazzare da un altro miserabile suo pari!…»
Allora il duca imaginava i due uomini, armati, scagliarsi l’uno contro l’altro; vedeva il sangue scorrere, e un tremito nervoso gli passava per tutto il corpo. Il sangue ed il pianto!… L’eterna vicenda ricominciava ancora una volta; e quale fatalità condannava gli uomini a scontare in tal modo l’incerto, il fugace piacere? Perchè la fantasticata asportazione del cuore, l’abolimento di ogni sensibilità non doveva esser dunque possibile?… Ah! tutto quel che si poteva di più, era il soffrir da soli, in secreto! il soffrire come egli stesso, in quel momento, al pensiero della catastrofe che aspettava la disgraziata, soffriva….
Un’esclamazione del Giussi lo richiamò ad un tratto alla coscienza del presente.
– Ecco quei signori.
Erano il barone De Falco e il giornalista Andritti. Scambiati i saluti, i quattro rappresentanti presero posto intorno a un tavolo, su cui la lampada gettava una viva luce.
Il duca di Majoli prese la parola, seccamente.
– Sarebbe inutile ricordare il motivo che ci riunisce stasera. L’offesa fatta dal signor Sammartino….
Il barone De Falco interruppe:
– Se il signor duca permette….
– Ella vuol dire che l’offeso è il suo primo? Reclama per lui la scelta delle armi?
– Perfettamente!
– Noi abbiamo mandato di accettare qualunque condizione.
Un nuovo silenzio. E, a un tratto, echeggiarono i primi accordi della marcia del Faust.
– Alla spada e a discrezione del ferito, – disse il barone De Falco.
– Sta bene. Ciascuno porterà le proprie armi; si tirerà a sorte.
– Hanno in vista un locale?
– A Villa Bisani, a Portici…. se loro accomoda.
– A meraviglia. Allora, per domani?
– Senza dubbio.
– Alle sei del mattino?
– Alle sei.
Come ebbero preso congedo dai rappresentanti avversarii, il duca di Majoli e Vittorio Giussi scesero al caffè, in quell’ora popolatissimo. Si guardarono attorno, a lungo, attentamente; Andrea Ludovisi non c’era.
– Cerchiamo dalla parte della musica, – disse il Giussi.
Dopo pochi passi, sotto la viva riverberazione dei fanali elettrici, esclamò:
– Eccolo lì.
Fermo accanto alla victoria, col bastone dal manico d’argento sotto l’ascella, infilando lentamente un guanto, Andrea Ludovisi conversava con la baronessa di Fastalia, che si sporgeva verso di lui con dei movimenti d’una eleganza lenta e squisita.
Vittorio Giussi si avanzò, col cappello in mano.
– Se la signora baronessa permette, il duca avrebbe da dirti qualcosa di urgente.
– Facciano pure, facciano…. E quella risposta, Ludovisi, quando me la date?
– A momenti, signora baronessa, se ella non va via….
E come i due amici si avanzavano, il duca di Majoli li raggiunse.
– È tutto fatto. Domani, alle 6, tienti pronto.
– La spada?
– La spada.
Andrea Ludovisi trasse un sospiro di sollievo.
– Grazie! Mi volete ora aspettare cinque minuti?
E andò a raggiungere la carrozza della baronessa.
– Che cosa è stato?
– Una buona notizia. I miei debitori si mettono in regola, riavrò tutto il mio; nulla mi trattiene più a Napoli. Costanza, Costanza, sono libero! Andremo via, lontano, nei paesi più belli, od anche nei brutti; che cosa importerà per noi!…
– Non è vero?
In quel momento la musica incominciava il Wiener blut; i suoni giocondi volavano per l’aria, mettevano un tripudio tutt’intorno. Cogli occhi socchiusi, assorta in un sogno di felicità, la baronessa faceva oscillare lievemente la testa, in cadenza col ritmo della danza.
Egli mormorò a bassa voce:
– Costanza, ti amo!
La baronessa portò le mani al cuore.
– È possibile? Mi par di sognare! dopo la tempesta di ieri!…
– Perchè ricordarla?
– A proposito: e quella risposta? Che cosa bisogna fare delle lettere rimaste sotto il divano?
– Bruciarle!… A domani, dunque…. – E scostandosi d’un passo, col cappello abbassato, a voce più forte; – Signora baronessa, faccia una buona passeggiata!
Lentamente, la carrozza si allontanò. Il duca di Majoli e il Giussi si avvicinarono. Andrea Ludovisi si mise in mezzo agli amici, e terminando di abbottonare il suo guanto:
– Ora – disse – andiamo a vedere le armi.

VIII.

Benchè fossero appena le undici, la baronessa di Fastalia, passeggiando dalla stanza da letto al salottino, andava a guardare ogni momento l’orologio. Prima del tocco, Andrea Ludovisi non sarebbe certamente venuto, e come erano lunghe, come erano eterne quelle ore d’attesa! Ella presentiva che da quel colloquio sarebbe dipesa la sua felicità avvenire. La sera innanzi Andrea le si era mostrato così affettuoso, così confidente, così lieto, da far supporre che ogni traccia della passata tempesta fosse oramai cancellata. Pure la baronessa non si sentiva ancora perfettamente sicura. Ferma dinanzi all’uscio fin dove ella lo aveva accompagnato, quando, all’arrivo di suo zio, dopo aver nascosto precipitosamente le lettere e la valigia, egli si era congedato, Costanza di Fastalia sentiva ancora sulle mani le labbra di Andrea che baciavano e mormoravano insieme parole di perdono e di amore…. Ora, ella si pentiva della durezza di cui aveva dato prova. Non conosceva dunque abbastanza di quale natura impressionabile, di quale anima vibrante ad ogni alito più lieve, Andrea Ludovisi fosse dotato? Non sapeva ella ancora che quei subitanei ed irrefrenabili trasporti erano la prova più evidente della passione che ella aveva acceso nel petto di quell’uomo? Non vi era, in quella gelosia del passato, in quel bisogno di possedere, di aver posseduto sempre e solo il cuore di lei, un sentimento di tenerezza triste e di amore prepotente che avrebbe dovuto colmarla di gioia orgogliosa?… Sì, sì; ella non era stata mai amata a quel modo; ella non aveva mai incontrata un’anima così amante; ella avrebbe dovuto accorgersene prima, molto prima, dirlo prima ancora che ne fosse stata richiesta!… Ma quello che non aveva fatto, non era forse ancora in suo potere?… Deludendo l’impazienza dell’attesa lunghissima, la baronessa pensava in qual modo avrebbe confessato ad Andrea il proprio inganno, con quali parole dolci come carezze gli avrebbe confessato che mai ella era stata amata come da lui, che nessuna donna avrebbe potuto mai sognare un amore più forte, più vivo, più caldo…. E quelle lettere rimaste in fondo al divano, non bisognava dunque bruciarle, dinanzi a lui, fino all’ultima, perchè se ne disperdesse anche la memoria? Che cosa ne avrebbe ella fatto? Non le ricordavano esse una storia di dolori? Un’amara voluttà aveva ben potuto essere da lei cercata, un tempo, nel rievocare quei tristi ricordi, nel contare tutte le menzogne che le erano state dette, nel misurare la malvagità di quanti l’avevano perseguitata con l’espressione di speranze che erano altrettanti insulti; ma ora, ora che ella si sentiva rinascere, ora che un avvenire di insperata felicità le si schiudeva dinanzi, che cosa avrebbe fatto di quei documenti d’un passato aborrito?… Però, quel passato bisognava assolutamente che Andrea lo conoscesse. Ella aveva compreso e rispettato da principio i motivi di delicatezza che lo avevano fatto opporre a tutti i suoi tentativi di confessione; ma ora che ella aveva avuto una dimostrazione dolorosamente eloquente delle lotte che si combattevano nel cuore di Andrea, il tacere più a lungo sarebbe stata una colpa. Se egli si opponeva ancora?… Ella gli avrebbe scritto! Come un lampo, questa idea le aveva illuminato lo spirito. Perchè non le era venuta più presto? Così bisognava fare; se più tardi, se fra un’ora egli non le avrebbe permesso di parlare, bisognava scrivergli tutto. E, avvampando d’impazienza, insofferente di ogni indugio, ella andò a uno stipetto, tolse da una cassetta alcuni fogli della loro carta, e passando allo scrittoio, vi prese posto.
Si era appena seduta che il campanello elettrico squillò.
– Andrea!
Come non aveva previsto che quel giorno egli sarebbe venuto più presto? Come era stata sciocca di non correre più presto in giardino, per aspettarlo sotto gli eucaliptus? Rapidamente, ella passò nell’anticamera. Il cameriere si avanzava in quel momento.
– Il signor duca di Majoli….
– Avete detto?…
– Il signor duca di Majoli insiste per essere ricevuto un istante dalla signora baronessa.
– Fate dunque entrare….
Non era lui!… Che cosa avrebbe potuto volere, a quell’ora, il duca di Majoli?… Quantunque fosse una delle pochissime persone che ella vedeva meno malvolentieri dacchè amava Andrea Ludovisi, pure in quel momento quella visita la contrariava; Andrea poteva apparire da un momento all’altro….
– Signora baronessa… mi voglia perdonare….
Il duca era molto pallido in viso e la sua mano tremava un poco nel reggere il cappello.
– Duca!… Che cos’ha?
– Sono davvero imperdonabile… di presentarmi a quest’ora… ma io vengo da parte… di Andrea Ludovisi….
– Andrea? Avete detto?… Ma che cosa avete? Perchè evitate di guardarmi?
– Oh nulla… assolutamente! Dovevo dirle soltanto che Andrea… desidera vederla…
– Vedermi? Come vedermi? Se io l’aspetto qui… cioè…. O duca, per l’amor di Dio, che cosa è successo?…
– Suvvia, val meglio dirle la verità, che non ha nulla di allarmante. Andrea si è battuto….
La baronessa, scomposta in volto, aveva portato le mani ai capelli.
– Signore Iddio!… Ed è ferito?…
– Oh!… una cosa da nulla.
– Duca, in nome di Dio! ve lo domando in ginocchio! ditemi la verità; non mi fate impazzire!…
– Ma se le dico, nulla!… Una scalfittura alla spalla, senza nessuna importanza….
– Oh mio Dio!… E dove?… Con chi?… Avete almeno una carrozza?…
– È qui abbasso.
In un attimo, la baronessa corse a gettarsi uno scialle addosso; tornò rapidamente balbettando confuse parole dall’ansia, dal turbamento, ed uscì a braccio del duca, che la sentiva tremare da capo a piedi. La carrozza partì di corsa.
– E con chi? Non me lo avete ancor detto….
– Con Sammartino.
– Un’altra volta!
Una crisi di dolore la abbattè. Ella lacerava il fazzoletto, si infiggeva le unghie sulla testa, si torceva le mani, soffocando le grida che le salivano alle labbra.
– E non prevederlo, iersera!… Non prevederlo!… Disgraziata, la colpa è mia!…
Poi, repentinamente, afferrando il braccio al duca di Majoli, fissandolo cogli occhi atterriti:
– Ma è moribondo… dite la verità! Non mi avreste chiamato se non fosse una ferita mortale!…
E prima ancora d’aver ottenuto risposta, acquistata quella certezza, ruppe in un singhiozzo lacerante.
Il duca le aveva presa una mano, tenendola stretta fra le sue. Una parola gli saliva alle labbra, convulsamente: “Povera!… povera!…” con un impetuoso bisogno di mescere le proprie lacrime a quelle di lei; ma uno sforzo violento, un irrigidimento di tutti i nervi ricacciava indietro la parola ed il pianto.
– Fa presto!… Più presto!… – ordinava al cocchiere, sporgendo automaticamente il capo dallo sportello; ma avrebbe voluto piuttosto gridargli: “Torna indietro!… Torna a casa!…” per evitare ai due disgraziati una crisi mortale…. Così dunque finiva l’illusione della gioia; era quello il terribile risveglio: quello spasimo, quell’agonia!
La carrozza correva, correva per le vie popolose; delle grida echeggiavano, le cornette dei tram squillavano di tratto in tratto, e il sole splendeva nel cielo giocondo. «Sferza!… Più presto!…» Ma per fuggire lontano, per fuggire sempre, per mettere di mezzo lo spazio ed il tempo, per apprestare i grandi, i soli rimedii: la lontananza, la stanchezza, l’oblio….
Al cancello, Vittorio Giussi aspettava. La baronessa gli corse incontro, con le braccia tese, interrogando con lo sguardo.
– Si faccia animo!… Non sarà nulla!…
– Ah!
E la donna si slanciò avanti, di corsa. I due amici la raggiunsero, cercando di trattenerla. Ella si svincolò e passò ancora innanzi. Ma nella sala, il dottore l’arrestò.
– Signora, sia prudente; rinunzii a vederlo, per ora….
– È morto!…
– Ma no, ma no; morirà se non gli si risparmia un’emozione. L’abbiamo chiamata per farlo contento; ma sta a lei ad esser prudente, a rinunziare….
Ad un tratto s’intese una voce debole, ma chiara, che chiamava:
– Costanza!
Ella si precipitò nella stanza.
Pallidissimo, come di cera, col busto sorretto da un monte di origlieri, la camicia squarciata e sanguinosa che lasciava vedere una larga fasciatura, le braccia abbandonate da una parte e dall’altra, Andrea Ludovisi ripetè, più debolmente:
– Costanza!
Ella era caduta in ginocchio accanto al letto, aveva presa la sua mano fredda e sbiancata, stringendola fra le sue, coprendola di baci fra i singhiozzi che le spezzavano le parole.
– Andrea!… Andrea mio!… Che hai fatto!… Andrea mio!… Oh, Signore!… pietà!…
Cercando di liberare la sua mano, egli disse:
– Calmati, Costanza… calmati… se mi vuoi bene! Alzati, fatti più vicina… così… che io ti veda tutta… che io ti baci… purchè tu non pianga, Costanza….
– Ma perchè, Signore! perchè?… – e, parlando, ella gli passava una mano sui capelli, lievissimamente – perchè hai fatto questo?….
Andrea Ludovisi chiuse un istante gli occhi.
– Senti… io non potevo vivere con l’idea che quell’uomo… ti avesse… amata.
Ella si rialzò con un tremore in tutta la persona.
– Oh… ancora! Andrea, per quel Dio che ci vede, per quel Dio che deve ridarti all’amor mio, no! non è vero! non è stato mai!…
– Allora… quella lettera?
– Ma quale? Quale lettera?…
– Una di quelle, la lettera che tu volesti mostrarmi….
Un sorriso sfiorò la bocca della baronessa, mentre, curva di nuovo sul ferito, ella tornava ad accarezzarlo.
– Ma come quelle ve ne sono tante altre, povero amore!… Tu, amore, non l’hai letta!… Perchè non l’hai letta?… Sono delle dichiarazioni con le quali mi hanno perseguitata da per tutto!… Se sapessi quante me ne ha mandate colui!… Se sapessi da quante parti me ne sono piovute, da gente che non conoscevo neanche di nome!… Se sapessi come si tratta una donna nella mia posizione! Come tutto pare possibile, come tutto pare permesso!… Ma non era che questo, bambino?… Perchè non lo hai detto prima?
E nella gioia di vedere dissipato il malinteso che era stato causa di quella tragedia, ella quasi ne dimenticava le conseguenze.
– Povera Costanza! – esclamò Andrea, rivolgendole uno sguardo di compassione profonda.
– Oh, sì, povera, povera tanto! Quante amarezze, quante umiliazioni! Quanta codardia in tutti questi uomini che ci circondano!… Tu solo, tu solo sei nobile e generoso, tu solo mi hai amata….
– È vero?
Strettamente abbracciati, gli occhi negli occhi, pareva che essi volessero trasfondere le anime in quello sguardo supremo.
– Sì, è vero: tu solo! Tu, che hai avuto paura di confessarmi l’amor tuo! Tu, che mi hai rispettata prima di amarmi! Tu, che hai esposto la tua vita per me! Tu, che sei stato geloso dei miei pensieri e dei miei ricordi! Tu, che non hai mai voluto conoscerli!…
– Ancora!… ancora!…
– Tu, Andrea, che mi hai fatto rinascere; tu, che mi hai fatto credere a tutte quelle cose di cui avevo disperato, alla bontà, alla sincerità, alla fede, all’amore…. No, io non sono mai stata amata così! Non sono stata amata niente! Non lo sai? Mio marito mi ha lasciata otto giorni dopo il nostro matrimonio! Mi ha presa per la mia fortuna, che ha rovinata a metà! Mi hanno data a lui, perchè ero di peso in casa, e perchè aveva un nome! Ed ho subito gl’insulti più atroci, le vergogne più innominabili. Allora, capisci, io non ero corazzata d’acciaio contro le seduzioni… Feci….
– Costanza!… te ne scongiuro!…
– Zitto, bambino! Lascia fare a me. – E riprese, rapidamente: – Feci… come molte altre. Credetti d’avere incontrata la felicità; credetti – hai capito? – Fu una tregua soltanto. L’amore di… colui, finì presto… se pure cominciò mai… No, no; hai ragione, non cominciò mai!… Un sentimento di falso dovere non gli fece dir nulla; e, in cambio, mi oltraggiò… capisci come? preferendomi una… delle altre. Mi sentii sferzata a sangue. Vidi tutto abietto intorno a me; in quell’abiezione volli cadere anch’io, per vendetta, per rabbia impotente…. Fu una volta sola, e fu abbastanza… Andrea, te lo giuro, per l’amor nostro!… Andrea!… Andrea, che cos’hai?…
Egli si era fatto ancora più pallido, spaventosamente, ed aveva portato una mano al petto.
– Il sangue! il sangue! il sangue di Andrea! il sangue generoso versato per questa indegna!
E accostate le mani alla fasciatura tutta madida, le portò al viso.
– Che io mi lavi nel tuo sangue, ch’io lavi le mani, ch’io lavi la fronte, ch’io lavi la bocca, che io mi lavi tutta, ch’io mi purifichi – è questo? – sì, così… così….
– Tu sei redenta….
Al contatto di quelle labbra ghiacciate che si posavano sulle sue mani sanguinose, ella sentì un brivido passarle per tutto il corpo.
– Lasciami… ch’io chiami….
– Non ancora, Costanza!…
Un silenzio. A un tratto s’intese la pendola suonare le due. Egli rivolse alla donna uno sguardo pieno di passione, e disse, con voce che si sentiva appena:
– A quest’ora…. sotto gli eucaliptus….
Ella non fece a tempo a contenere uno scoppio di pianto. Disperatamente, si lasciò cadere in ginocchio, mettendosi in bocca, per frenare i singhiozzi, un lembo del lenzuolo pendente.
Ad un tratto, si sentì chiamare:
– Costanza… soffoco… l’aria….
Ella corse a schiudere la finestra. Come si voltò vide gli occhi di Andrea rovesciarsi e la bocca contorcersi un poco….
Al sordo rumore di un corpo che cadeva di peso, gli aspettanti si precipitarono nella stanza; e mentre il dottore, con un gesto disperato, accertava la morte, il duca di Majoli si curvava sulla irrigidita Costanza di Fastalia, sollevandola paternamente.

Federico De Roberto – Documenti umani

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I.

“Quando voi leggerete queste pagine, io sarò morto. Non voglio, non voglio andarmene nel silenzio e nell’ombra, senza dirvi tutto quello che ho in cuore, senza mostrarvi tutta l’opera spaventevole compita da voi, senza lasciarvi – ultimo ricordo della nostra tenera amicizia – l’eterno rimorso del male che voi avete commesso.
“Io non sono generoso?… Ah! bisognava che apprendessi alla vostra scuola la generosità!… Sentite: la mamma mia dorme di là, nella camera attigua; ella riposa un istante dopo una giornata d’inquietudine, passata a spiare ogni mio movimento, quasi presaga della sciagura che le pende sul capo. Domani, a quest’ora, ella non riposerà. Le sorelline mie sono venute a baciarmi, come ogni sera, e sognano ora i loro sogni giocondi. Domani, a quest’ora, esse non sogneranno. Domani, la desolazione sarà entrata in questa casa; domani, la vita ricomincerà ad ordire la tela delle sue più dolorose difficoltà intorno ai miei cari, che io abbandono, vilmente. Del mio coraggio che cosa ne avete voi fatto?… Ma, nell’abiezione in cui sono caduto, un barlume di nobiltà mi era rimasto finora; ed io avrei voluto – vedete – scomparire per sempre senza che nessuno sospettasse la miseria mia, senza che voi la sospettaste! senza aver l’aria di mendicare la vostra pietà! senza farvi sentire le mie grida ed il mio pianto!… Del mio orgoglio, della mia dignità, che cosa ne avete voi fatto?… No, no: è più forte di me; voi mi ascolterete, voi leggerete questa confessione, queste pagine su cui, silenziose, grosse, roventi, cadono di tratto in tratto le mie lacrime. Le lacrime di un uomo! le lacrime di chi non ha pianto fra i disinganni più amari, fra i dolori più atroci! è una cosa molto triste, ditelo: non è vero?…
“Se voi sapeste quello che io ho sofferto! Se sapeste i torrenti di tristezze che hanno allagato il mio cuore! Se sapeste di che forza ho dovuto armarmi per sostenere questa feroce battaglia della vita; quante volte ho disperato, quante volte il vento della pazzia ha soffiato sulla mia fronte! Solo, senza un aiuto, senza il conforto neanche di una chimera, con la certezza che tutto è invano, io ho saputo resistere e persistere! Nelle strette del bisogno, fra l’ostile indifferenza del volgo, fra l’invidia, la doppiezza, la malvagità degli altri, dubitando di tutto e di tutti – primo di me stesso – io ho saputo compiere quello che gli uomini nominano il Dovere – e si limitano a nominare soltanto…. Ed avevo conseguita la pace, la meta più sospirata! il porto invocato durante le tempeste! ed avevo composto in un’urna le ceneri ben fredde delle mie illusioni…. quando voi siete venuta…. Non lo negate: siete stata voi!
“Ah! io ero curioso, io ero interessante; bisognava vedere com’era fatto questo filosofo, questo anacoreta, quest’essere a parte, di cui nessuno fra quelli che vi circondavano aveva potuto ancora darvi un’idea! Bisognava provare su di lui la sottile magìa dei vostri profumi, la dolcezza del vostro sorriso, la melodia della vostra voce, la soavità della vostra mano!… E quando, già preso dalle prime vertigini, egli tentava di sfuggirvi, e qualcosa, nei suoi sguardi, domandava pietà per lui, bisognava ancora strapparlo ai suoi rifugi, trascinarlo nel vortice che vi si aggira dintorno, legarlo ben forte a voi invocando il suo appoggio, l’aiuto della sua amicizia!… E quando, smarrito, incapace di resistervi più, egli tentava di soffocare il grido che stava per rompergli dal petto, bisognava ancora fargli perdere quel resto di ragione, bisognava ubriacarlo con l’assenzio della speranza, come la spia ubriaca il colpevole per strappargli la confessione del delitto!…
“Ma che colpa ho io commesso? Perchè infliggermi questo gastigo? Che cosa ho io fatto a voi, od ai vostri?… Dicono che la gelosia sia un orribile tentatore, un truce consigliere; no, non lo credete! dite a tutti che non è vero! Ecco: il rispetto tremante, l’angoscia paurosa che io provo dinanzi a voi, si ridestano in me, sempre, alla presenza dell’uomo che voi amate. Ah! il sorriso di Dio si è posato su di lui! Scorgerlo da lontano mi fa battere il cuore! Io vorrei baciare la traccia dei suoi passi! Non lo sapete? Io l’ho difeso, a rischio di qualcosa di più della mia vita – a rischio del mio onore – quando un pericolo lo ha minacciato! Io, io stesso, l’ho ricondotto a voi, una volta che egli stava per isfuggirvi, ve ne ricordate?… Io vorrei soltanto spaccare il suo petto, strappargli il cuore dal petto, rompere il suo cuore, per farvi vedere, disgraziata, che mai! mai! mai! egli vi ha portata nel cuore!… Io vorrei soltanto scavare i suoi occhi, squarciare il suo cervello, per vedere che cosa nei suoi sguardi, che cosa nelle sue parole vi ha parlato per lui!…
“E voi credete di conoscere l’amore? Oh, povera ignorante, che cosa ne sapete voi? Che cosa sapete dei ruggiti feroci che finiscono in pianto? dei mortali languori che sono un tripudio immortale? dell’ora che comprende la Eternità? delle parole che sono baci, dei baci che sono marchi roventi, del tormento che è delizia ineffabile? Chi avrebbe potuto farvi soltanto sospettare tutto questo? Avete voi incontrato soltanto un’Anima sul vostro cammino? Che pietà! che pietà! Io conosco tutta la vostra miseria! Io conosco tutte le prove per cui voi siete passata, tutti i vostri smarrimenti, tutte le vostre cadute. Sentite: vi sono delle infamie nella vostra vita. Ah, io non studio le mie espressioni; non me ne resta più il tempo! Io conosco tutti quelli che voi avete voluti: quale nausea invincibile! Venite qui, vicino, molto vicino, che nessuno possa sentire: sapete come essi parlano di voi? sapete come vi chiamano?… E quando io ho taciuto, compreso d’un infinito rispetto, pauroso di offendervi perfino col pensiero, voi avete riso!… E quando io ho pianto, ed i miei occhi gonfii ed arrossiti hanno tradito le mie mute angoscie, voi avete riso!… E quando finalmente io sono caduto in ginocchio, stanco, stremato, febbricitante, mortalmente colpito, e quando ho pregato, ho supplicato, ho gridato, mi sono trascinato per terra, mi sono morse le mani, voi avete riso!… La mia vendetta! la mia vendetta! La vendetta che io ho vagheggiata, che io ho sognata nelle notti dell’incubo! Vedervi caduta nel fango, perduta per sempre, non conservare della donna che il nome! Vedervi trascinare al mio lato, supplicante, miserabile, indegna, e pagarvi e respingervi….
“Signore, che cosa ho detto? Compassione, compassione di me! O Madonna, per l’amore che vi ho portato, per l’amore che vi porto, perdonerete voi il bestemmiatore? Non v’accorgete che io vaneggio? Non v’accorgete che io sono un pazzo, un povero pazzo moribondo, doppiamente lamentevole e degno di pietà? O Madonna misericordiosa, avrete pietà di me? Perchè non mi farete ancora la carità che io vi chieggo? Infine, sono molto esigente? Che cosa imploro da voi? che mi tolleriate, che vi lasciate adorare, che mi lasciate respirare nella vostra aria, umile come uno schiavo, fedele come un cane, muto come una cosa! Oh, no! io v’inganno! non mi credete! non è possibile! la tenerezza trabocca dal gonfio mio cuore; sgorga dagli occhi in lacrime non più amare, dolcissime! irrompe dalle labbra con parole susurranti, carezzanti, più dolci delle lacrime! O vaga, o bella, o gentile, o soave, o sogno della mia morente giovinezza, o sorriso di poesia, o amor mio immortale, conosci tu i nomi con cui ti ho chiamata nella solitudine delle mie notti? Sai tu che nessuna, nessuna! ha mai sentito quei nomi da me?… Bisogna credere, non è vero, alle parole di chi muore! Ed io ti giuro, per te! che il mio cuore è rimasto vergine; che tra i fatali esperimenti della vita una cura gelosa ha fatto la guardia del mio cuore; che tu, tu sola, mi sei entrata nel cuore!… Come a lungo ti ho aspettata! Io sapevo che tu dovevi apparire. Quando la natura è stata in festa, quando il profumo dei fiori, come un incenso, è salito nel cielo clemente, e la gioia ed il tripudio hanno visitato le povere anime umane, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Quando i tappeti delle foglie morte si distendono al suolo, ed invitano le coppie innamorate a vagare sotto le cupole d’oro dei boschi, tenendosi per mano, bevendo gli ultimi aliti del sole agonizzante, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Le notti che il vento geme, che la pioggia scroscia, che il freddo sferza, quando è così buono riscaldarsi sopra un seno adorato, io sono rimasto solo, ad aspettarti! Non hai tu dunque mai sentito avvincerti lievemente, come da un essere invisibile? Erano le mie braccia che si protendevano verso di te! Non hai tu mai sentito sfiorarti la bocca, come da una invisibile foglia di rosa? Erano le mie labbra, che si avanzavano verso le tue! Non hai tu mai sentito un tepore penetrarti tutta, come una fiamma invisibile? Era l’anima mia, che se ne andava verso di te!…. Come a lungo ti ho aspettata! Avevo perfino perduto la speranza di incontrarti mai! Ma tu sei apparsa, ed ecco: i geli si sono distrutti, i veli funerei si sono strappati, le fredde ceneri hanno dato nuove vampe. O miracolosa, tale è la potenza del tuo sguardo! O deliziosa, vieni! vieni con me! lascia che il mondo dica; che cosa c’importa del povero mondo? Dimentica il mondo; dimentichiamolo entrambi: la vita comincia appena oggi per noi! Vieni, vieni con me! Vieni dove so io, dove è luce, armonia ed esultanza!…
“Ah!… l’ora batte, fredda, monotona, spietata, ed ogni colpo mi picchia qui, sul cervello! Il giorno odiato già spunta; un canto risuona per la via…. Ho sognato ancora! ed il risveglio è così crudele! Ma è forse tua colpa se il sogno non si converte in realtà? No, povero amore, la colpa non è tua. La colpa è di un Altro, o di nessuno! La colpa è della vita assurda, della sorte cieca, della disdetta fatale che pesa su noi tutti! Di resistere ancora io non mi sento la forza. Ho finalmente bisogno di oscurità e di silenzio. Ma ora, quando l’istante non è più lontano, ascoltami: io voglio dirti l’ultima mia parola, la parola che ti accompagnerà dovunque, la parola che tu più non scorderai. Se il voto di un morente val pure qualcosa, per la gioia che mi hai dato, per il male che mi hai fatto, ora e sempre, sii benedetta.”
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

II.

– Vedete? – disse l’ingegnere Ferrieri al suo giovane amico Paolo Dinolfi, appena questi ebbe finito di leggere. – Vi sono anche dei documenti umani che depongono per l’esaltazione, per il lirismo, per l’idealità, per tutto ciò che voi fate presto a negare quando avete esclamato: rettorica!
– Permetta, – interruppe il Dinolfi, ripiegando con cura il manoscritto e posandolo sul tavolo. – Io non ho negata la rettorica; ho detto soltanto che la rettorica non è la verità!
– Oh, bene! E se noi cominciassimo a intenderci sul significato dei vocaboli? La verità! Quale verità? Vi è una verità reale, e ve n’è una ideale…. A vostra volta voi mi domanderete di spiegarvi queste altre grosse parole. È semplicissimo; io non uscirò dai limiti dell’etimologia. Reale è il mondo delle cose, ideale è il mondo delle idee. Ora una idea, un sentimento, un fatto psichico è nel vero allo stesso titolo di una cosa, di un avvenimento, di un fatto fisico. Una concezione spirituale esiste con lo stesso diritto di un oggetto materiale; si potrebbe anche dire: con un diritto più legittimo – poichè il mondo esteriore non ci si rivela che per via di imagini interne….
– Una lezione di psicologia?
– Avete ragione; ma perchè avete torto! Torniamo all’argomento. Io ho letto, per esempio, tutti i vostri libri; essi lasciano un sapore molto amaro – vi hanno perfino fatto una colpa del vostro pessimismo! Ora, che cosa direste voi se io affermassi che questo vostro pessimismo deriva da una persuasione di dolore, non da un dolore veramente provato? Mi rispondereste che credere di soffrire val quanto soffrire realmente! Non è vero? E voi mi dareste causa vinta!… Perchè di tutte queste dolci e torturanti credenze, dell’amore, della poesia, dell’ideale, noi siamo tutti capaci; perchè vi sono dei momenti in cui tutta la nostra anima vibra come se fosse per spezzarsi, in cui soltanto l’inverisimile è vero; perchè, malgrado i nostri capelli bianchi, malgrado la severità dei nostri studii, noi piangiamo se una canzone echeggia da lontano, nell’ora del tramonto, e daremmo – che cosa? – per poter fare ancora della rettorica!…
Paolo Dinolfi guardò un momento negli occhi l’ingegnere Ferrieri.
– Lei può dunque garantirmi l’autenticità di questo documento?
– Ne dubitate ancora? Ma io non posso darvi che la mia parola! È un’antica storia, ignorata da tutti. La donna è morta, sono molti anni….
– E l’uomo? – interruppe l’altro.
– L’uomo, – rispose l’ingegnere, dopo un momento di esitazione – l’uomo che passava quella notte a scrivere la sua confessione, e che, all’alba, dopo aver baciato lievemente in fronte i suoi cari, usciva armato del suo revolver, ben deciso a farla finita appena avrebbe provveduto al recapito della sua lettera, l’uomo è qui, dinanzi a voi…. Oh, per carità, non sorridete; mi fate male!… Ascoltate; io vi dirò ancora qualcosa, da cui potrete argomentare la mia(1) sincerità!… Non sapete dunque, caro romanziere, che noi proponiamo, ma che bisogna fare, in ogni circostanza, la parte del Caso? Nel ritardo di un minuto può esservi la perdita o la salvezza di un uomo. Ora, un minuto si può perdere in un modo volgarissimo; basta, per esempio, una saccoccia sdrucita, una lettera che vi caschi dalla saccoccia, una persona che vi corra dietro a riportarvi la vostra lettera…. E se questa lettera è stata da voi scritta col cuore sanguinante e con la mente smarrita, potrà nascere in voi la tentazione di rileggerla quando la freschezza pungente del mattino avrà sedato la vostra esaltazione…. Allora, in mezzo al ridestarsi delle attività umane dopo la salutare tregua della notte; allora, dinanzi allo spettacolo della più minuta e prosaica realtà – le vacche della lattaia, il carro delle immondizie – voi potrete sentire come una doccia ghiacciata sferzarvi la schiena, e giudicare precisamente rettorica le vostre lacrime della notte…. Voi non le avrete meno versate per questo! Voi non le sentirete meno gonfiarvi gli occhi quando, molti anni dopo, rimesterete tutte queste cose intime e dolorose dinanzi a un amico….
In quel momento, una voce argentina squillò nella grande stanza da studio. – È permesso? – e una bambina di circa dieci anni, un mucchio di rose fra carnagione e vestito, si fermò sull’uscio tenendo un grosso rotolo di carte fra le braccia, interdetta alla vista di un estraneo.
– Avanti, Vannina; su via! Hai paura dei miei amici?
– Hanno portato questo per te – e la piccola miniatura di donna non levava gli occhi curiosi di dosso a Paolo Dinolfi. – E dice la mammina che lei è pronta per andar fuori….
– Prega la mammina di andar sola per oggi – rispose l’ingegnere, dopo aver dato un’occhiata alle carte. – Ho qui un bel da fare. Tu le terrai buona compagnia.
E l’ingegnere Ferrieri, attirando a sè la figliuola, le stampò due grossi baci sulle guancie.
– Non ha un altro bambino? – chiese premurosamente il Dinolfi che a quella piccola scena si era sentito intenerire.
L’ingegnere si passò una mano sulla fronte.
– È morto, compie ora un anno! Me l’ha portato via la malattia che infierisce in questo povero paese, la stessa che portò via la mia buona mamma. Non sapete che noi siamo qui ogni giorno in pericolo di vita? È urgente provvedere al rimedio, e questo è ora il mio gran da fare; un progetto di sistemazione del sottosuolo della città, in modo da evitare l’inquinamento delle acque. Bisognerà adottare un nuovo tipo di fogne…. Ecco la prosa che viene a interrompere la poesia della nostra comunione spirituale…. Vedete, mio caro romanziere? Esse sono nel vero entrambe!

Grazia Deledda – Il pane

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Finché sono stata signorina, mi è toccato di fare il pane in casa. Questo voleva nostra madre, e questo bisognava fare: non per economia, che grazie a Dio allora si era ricchi, più ricchi di quanto ci si credeva, ma per tradizione domestica: e le tradizioni domestiche erano, in casa nostra, religione e legge.
Dura legge, quella di doversi alzare prima dell’alba, quando il sonno giovanile ci tiene stretti stretti nelle sue braccia di velluto e non vuole assolutamente abbandonarci!
La serva bussa all’uscio, con la lampada in mano, anche lei tentennante per il sonno interrotto: su, su, è ora di alzarsi. Un piede va fuori delle coltri, ma tosto si ritira come abbia toccato acqua fredda; mentre l’altro piede è ancora nelle tiepide strade dei sogni: un braccio si tende e la mano si chiude nervosamente, mentre l’altra rimane beatamente aperta sul lenzuolo molle, come su un prato di margherite al sole. La serva bussa una seconda volta, poi spinge l’uscio.
– Su, su, se no viene la signora padrona…
Allora il piede sveglio batte su quello che ancora dorme, e la mano sveglia va a cercare quella che sogna… E tutte e due si fanno coraggio. Siamo in piedi. Che freddo! Come è brutta la vita! Ma verrà un giorno…
Ebbene, sì, devo confessare che fin dall’età di dodici anni avevo stabilito di sposarmi per non fare più il pane in casa.

Ma passato il primo momento la faccenda prendeva il suo ritmo quasi di festa.
Bisogna poi dire che questa faccenda non era di tutti i giorni né di tutte le settimane, perché il pane biscotto che ha il nome caratteristico ma appropriato di “carta di musica” dura interi mesi senza guastarsi, specialmente d’inverno.
Specialmente d’inverno si stava bene, nella grande cucina riscaldata dal forno acceso e dal camino idem: fuori c’era la neve, e peggio di noi stava la donnina che aveva scelto il mestiere d'”infornatrice” di pane; essa, no, non si lasciava sedurre dal sonno, e tutti i giorni, spesso anche tutte le notti, se la passava davanti al forno a combattere con quelle larghe rotonde focacce che tendono a gonfiarsi, a scoppiare, a bruciarsi in un attimo, e pare lo facciano per dispetto contro la paletta che le volta e rivolta e batte su di loro come la mano materna sul sedere grassoccio dei bambini cattivi.

Questa donnina, dunque, doveva anche sfidare il freddo e la neve per arrivare a destinazione: una volta arrivata era però, d’inverno s’intende, la persona più felice del mondo. Sedeva davanti al forno e veniva servita come una regina; e una regina di marionette pareva, così piccola, legnosa, nera bruciata dal calore dei forni di tutto il paese, con una voce che sembrava venisse di lontano, dall’alto del camino del forno. Le cose che raccontava erano tutte interessanti, specialmente dopo aver preso il caffè o mangiato tre piatti di maccheroni e bevuto un bel bicchiere di vino.
Questo vino, a dire il vero, glielo davo io di nascosto, perché allora le donne non usavano bere vino (di nascosto però sì); lei si volgeva verso il muro fingendo di soffiarsi con buona creanza il naso, e beveva a testa china sorbendo avidamente dal bicchiere: oppure glielo davo in una tazza di latta come fosse acqua versata dalla brocca.
Mia madre, che pregava sempre sottovoce, perché quando si fa il pane è come si stia in chiesa, non si accorgeva del peccato dell’infornatrice.

L’infornatrice diventava loquace e raccontava le storie di tutte le famiglie della città, comprese quelle degli antenati; e la mia fantasia pescava in quelle narrazioni più che nei libri stampati di avventure e novelle.
Finito di gramolare la pasta e di stendere col matterello le focacce, e con le perle delle vesciche che la faccenda lasciava nella palma lucida delle mie mani, mi mettevo accanto alla donna ad ascoltare.
A riferire tutte le sue storie ci sarebbe da scrivere altri dieci libri, oltre quelli felicemente scritti: per oggi ne ricordo solo una, che doveva esser vera, poiché la donna la raccontava spesso e senza varianti, mentre le altre subivano sovente grandi modificazioni.
“Dunque, – queste sono le sue testuali parole, – tanti anni or sono, appena il Signore mi aveva dato la forza di lavorare e mia madre mi aveva insegnato il mestiere, ecco un giorno vado a infornare il pane in casa di dama Barbara. Dama Barbara era ricchissima e avara, tanto che dicono sia morta coi pugni stretti, mentre i buoni cristiani rallentano le mani nel consegnare l’anima a Dio. Dama Barbara mi dava un pugno di fichi secchi alla mattina e neppure il pane fresco mi dava, come si dà anche ai cani, il giorno che si cuoce: pane vecchio e acqua quanta ne volevo: anzi mi incoraggiava a bere, perché bevendo acqua non si ha voglia di mangiare. Ma adesso vi dico una soddisfazione che Dio mi ha mandato fino ai piedi. Dunque, una mattina all’alba quando cantano i galli, mentre si aspettava che il pane fosse lievitato a giusto punto, ecco si presenta alla porta un bellissimo bambino coi capelli biondi ricciuti e gli occhi di cielo. Il vestitino rosso era stinto e lacero: eppure pareva nuovo fiammante.
– Datemi un focaccino, – dice, – sia pure piccolo come un’ostia consacrata: è da tanto tempo che non mangio pane fresco.
– Sùbito, bel bambino – dice dama Barbara, che in quanto a buone parole era veramente una nobildonna. – E chi sei? Perché in giro così presto?
Il bambino non risponde, e la dama, presa la raschiatura della pasta avanzata sulla tavola, ne fa un focaccino e lo dà a me per cuocerlo.
Io metto il focaccino nel forno, e vedo una cosa straordinaria.
Il focaccino cresce, cresce, diventa grande quanto tutto il pavimento del forno: io devo piegarlo in quattro per tirarlo fuori. Credete che dama Barbara lo dia al bambino? Neanche un pezzo. Prende il rimanente della raschiatura e fa un focaccino grande quanto un soldo; ebbene, anche questo cresce e cresce; e lei, divenuta come pazza per la gioia, mentre prega il bambino di aspettare, continua a far focaccini e darli a me; ed io sudo per trarli fuori, ingranditi dal forno: finché il Signore mi illumina la mente, e dico, sollevandomi in ginocchio: – Dama Barbara, quel bambino è Gesù in persona, venuto a provare il nostro buon cuore. – Dama Barbara si volge: il bambino era sparito. E quando ella assaggia uno di quei grandi pani deve sputarlo via tanto è acido; e anche il resto del pane, nei canestri dove fermentava, è tutto andato a male. Così fu castigata dama Barbara per il suo cattivo cuore”.

Grazia Deledda – La casa della luna

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Quello stesso ragazzo che ci condusse con esito tanto negativo a cercare la casa delle fate, affermava di sapere anche dov’è la casa della madre della luna e quella della madre dei venti.
Questa è più difficile a trovarsi perché sorge in cima alle montagne; i venti vi giocano davanti, come i ragazzi nel cortile, e sono capaci di buttarvi per terra col loro soffio, o di scaraventarvi addosso macigni e tronchi d’albero. La casa della madre della luna è di più facile accesso, per chi naturalmente ha fegato e coraggio: basta osservare bene il punto preciso dove la luna sorge alla sera, per la sua bella passeggiata sui prati azzurri del cielo; là vive la madre.
– E il padre dove sta?
– Il padre è il sole, e tutti sanno dove sta; ma è inutile pensare di andare a trovarlo.
Del resto, perché questa smania di conoscere la madre della luna? Sarà una vecchietta vestita di biancoperla, che prepara il letto e il mangiare a quella vagabonda di sua figlia: ma non è per lei che si desidera conoscerla; è per la sua casa nascosta dietro gli alberi in cima alla collina, o magari dietro la vigna: una casa tutta d’argento, coi balconi d’oro, i chiodi della porta di diamanti.

Dietro la vigna sorgeva la luna, in quelle sere di ottobre ancora calde e come ubbriacate dall’odore del primo mosto e da quello dell’uva fragola ancora non vendemmiata.
La vigna era vasta, ondulata, sola in una pianura ancora incolta; grandi fichi stampavano la loro ombra pesante sul verde delle viti, e i frutti cadevano giù da sé, lentamente, come grosse gocce di miele raddensato. Chi mangiava fichi in quel tempo? Li si guardava con disgusto scansandoli di sotto i piedi con la cima d’una canna: anche l’uva non ci andava più, neppure il moscato dagli acini grossi come le susine: si preferivano le more ultime scintillanti nei roveti dei campi di là della vigna.
Una casetta di appena due camerette ci riparava dall’umido della notte; ma sopra mormorava, anche se non c’era vento, un pino; e la sua musica senza suono apriva il tetto di quella specie di capanna e ci portava via in lenti giri concentrici, entro una rete di seta, via via per gli infiniti spazi dei sogni.
Fra questi sogni dunque cominciò a dominare quello di andare in cerca della casa della luna.

Cosa ci voleva del resto? Bastava risalire il sentiero fra le vigne, saltare la muriccia di cinta, prodezza fatta più di una volta; andare fino ai roveti badando a non pungersi, e guadagnare la cima di una breve altura erbosa. È di là che s’affaccia il viso sempre più grasso della luna, in queste opime sere di ottobre: grasso e placido come quello di uno che ha fatto la cura dell’uva.
E una sera si prova. C’è festa notturna nella vigna. Un servo suona la fisarmonica e le ragazze ballano al chiaro di luna. Dunque non c’è neppure pericolo d’incontrare la volpe che non ama la musica e sta lontana fin dove il suono non si sente. Io vado. A dirvela in confidenza in fondo non credo esista la casa della luna: ma vado a cercarla più che altro per spirito di avventura, di ribellione e di coraggio.
E la luna mi guardava di sbieco, con una smorfia che mi ricordava quella di una mia compagna del giardino d’infanzia. Ho ancora il ricordo di aver attraversato le vigne con l’impressione che le viti basse e grigie alla luna fossero tante pecore addormentate. Il suono della fisarmonica mi faceva compagnia.
Ecco saltata la muriccia; qui il mondo cambia aspetto, è ancora un mondo noto, con le sue pietre e le macchie di rovo, ma non più nostro. Comincia un po’ di tremarella: chi ha mosso e fatto luccicare l’erba ai miei piedi? Niente paura; è forse una lucertola: ad ogni modo bisogna stare attenti.
La musica si fa un po’ lontana, ma non cessa mai. È come la voce di un complice rimasto a vigilare perché la scappata non sia scoperta.
Ecco la breve china erbosa dietro la quale dovrebbe esserci la famosa dimora. Per quale scopo io mi tolga le scarpe e le calze non so ancora; forse per arrivare più silenziosa, o perché questo fatto mi era assolutamente proibito. Quello che so è che una grossa spina mi avvertì subito, ficcandosi nel mio calcagno destro, di aver fatto male.
Mi sedetti sull’erba e tentai, al chiaro di luna, di levare la spina; impossibile; andava sempre più dentro, e mi pareva mi salisse fino al cuore.
Rimisi le calze e le scarpe, ma rimasi lì, sull’erba pungente, presa da un terrore inesplicabile. Adesso mi verrà la cancrena, mi taglieranno il piede, e così Dio mi castigherà di aver voluto camminare di notte fuori della mia proprietà, per disobbedire ai genitori.
Per maggior sconforto, ecco d’un tratto la musica tace: mi sembra di essere sola nel mondo, o peggio ancora in mezzo ad una torma di volpi che s’avanzano silenziose e terribili strisciando le lunghe code gialle per terra.
Poi mi sentii chiamare, di lontano, e disperatamente ritornai sui miei passi, fino a scavalcare di nuovo la muriccia. E non dissi nulla della spina, che per quanto frugassi con un ago non veniva fuori. Finché il piede non si gonfiò e venne in suppurazione: io tacevo e aspettavo sempre il terribile castigo: eppure, seduta accanto al finestrino della cameretta, col piede nudo fasciato, guardavo l’altura donde sempre più tardi alla sera nasceva la luna. Il terzo giorno il piede si sgonfiò. E alla sera la luna non apparve, ma sull’altura si delineò un castello fantastico, di carta velina, con decorazioni d’oro e d’argento. Era una nuvola, ma alla gioia del cuor mio essa appariva come la vera casa della luna.

Grazia Deledda – Forse era meglio…

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Alis aveva dieci anni e doveva studiare: lo studio però non gli andava a genio: avrebbe preferito viaggiare o almeno stare nella strada o nel prato a giocare, sia pure col suo cagnolino Bau che gli saltellava sempre attorno come fosse attaccato a lui da un fil di ferro a molla.
Quando era proprio costretto a studiare, Alis si faceva venire il mal di testa, e pregava il cielo che qualche avvenimento portentoso facesse sparire dal mondo le scuole ed i libri.

Ed ecco una notte di vento e di tuoni sentì il suo Bau guaire e abbaiare nel cortile. C’erano i ladri? Alis non aveva paura dei ladri, anzi era curioso di vederli. Si vestì, quindi, alla meglio, e scese in cortile: subito, alla luce dei lampi, mentre al fragore dei tuoni si univa un rombo misterioso, vide la sua casa scuotersi qua e là come una testa che dice sì e no, e poi spaccarsi e crollare intera. Anche le altre case cadevano; anche la chiesa e la scuola: e fra i rottami e gli altri oggetti si vedevano i libri rotolare ed i quaderni svolazzare come grandi farfalle sinistre.
Era il terremoto.

Preso da un folle terrore Alis cominciò a correre, seguito da Bau. Correvano come se il terremoto li inseguisse, frustati dalla pioggia, dal vento, dalla grandine.
E corri corri, Alis vide finalmente, su un poggio, una capanna illuminata: arrivato lassù spinse la porta e si trovò in una piccola stanza dove accanto al fuoco dormiva una vecchietta coi capelli bianchi. Un cestino coperto da uno straccio era il solo oggetto che si vedesse attorno.
Per non svegliare la vecchietta, Alis stette in un cantuccio, con Bau che gli si stringeva addosso tremante, e ringraziò Dio di avergli fatto trovare quel rifugio.

La notte passò, si calmò la bufera. Alis non dormiva, pensando alla sua casa crollata e divenuta il sepolcro della sua famiglia: il suo dolore era tanto grande ch’egli non poteva neppure piangere.
Ed ecco al sorgere del sole una donna scalza vestita di verde e con una bacchetta in mano si affacciò alla porta.
– Bambino, – disse, – ho saputo della tua disgrazia e sono venuta a prenderti, se tu vuoi venire. Sono la fata Verdina: la mia casa è qui sotterra e se tu verrai nulla ti mancherà: vivrai come un principe, ti darò mia figlia per sposa; ma non dovrai mai più lasciare il mio regno.
– E il cane? – Alis domandò.
– Il cane non posso pigliarlo perché noi fate abbiamo paura dei cani e dei galli. Però può stare qui con questa vecchia che è la madre dei Venti e adesso si sveglierà per far da mangiare ai figli che già ritornano a casa. Be’, vuoi venire?
Il cagnolino gli tirava di nascosto il lembo della veste, come per consigliarlo a fuggire, a non andare con la fata. Alis pensava. Pensava che vivere sempre sotterra, sebbene nel regno delle fate, non era una cosa molto allegra: d’altronde dove andare? Non aveva più casa, né paese, né parenti, né amici.
– C’è da studiare? – domandò.
– Macché studiare: non c’è che da divertirsi.
Ed egli andò.
La fata lo condusse ai piedi del poggio e toccò con la bacchetta una pietra: e tosto si trovarono in un grande giardino luminoso, davanti a un palazzo tutto di marmo.
– Donde viene la luce, se siamo sotto terra? – si domandò Alis. E ricominciò a pensare.
La fata non pareva disposta a dargli spiegazioni altro che con la bacchetta lucida e flessibile. Con questa fece aprire e chiudere il portone del palazzo, di questa si serviva per chiamare le altre fate.
Erano tutte belle, le altre fate, grandi e piccole, ma Alis osservò che come gli uccelli, come i gatti, come tanti altri graziosi animali, non sorridevano mai e mai non lavoravano.
D’altronde, perché dovevano lavorare? Tutto si otteneva col solo tocco della bacchetta; e quello che più piaceva ad Alis era l’assoluta mancanza, nel palazzo, delle cose che rendono nervosi gli uomini: il telefono, la luce elettrica, le stufe, i campanelli, il pianoforte, i servi, gli oggetti d’uso scolastico.

Dopo avergli fatto visitare il palazzo, la fata lo condusse nella sala da pranzo dove la tavola era meravigliosamente apparecchiata e fornita delle ghiottonerie ch’egli più amava; e gli presentò la piccola fata bionda che un giorno doveva essere la sua sposa.
Questa bambina, già alta, con gli occhi e il vestito color del cielo, piacque ad Alis come il sole, la luna, le altre cose belle della terra; anche lei però non sorrideva mai, e quando egli le propose di scendere in giardino a giocare, lo guardò con meraviglia: ella non sapeva cosa fosse giocare.
– T’insegnerò io – egli le disse sottovoce; – andiamo.
Andarono nel giardino, ed egli le propose e le spiegò tutti i giochi che sapeva: ella lo ascoltava volentieri, ma non le riusciva d’imparare i giochi e neppure di ballare e di correre. Allora egli cominciò ad annoiarsi e desiderò di avere almeno un libro di avventure da leggere.

E col cadere della sera la sua noia si fece tristezza. Pensava alla sua casa distrutta, ai suoi parenti morti: ma erano poi tutti morti davvero? Oh, perché era vilmente fuggito? Forse avrebbe potuto sollevare le macerie e salvare qualcuno. E anche il rimorso di aver abbandonato Bau, ch’era infine il suo salvatore, gli stringeva il cuore. Forse era meglio restare nella capanna della madre dei Venti, aspettare che questi tornassero e poi far si trasportare da loro.
Forse era meglio… Sì, tutto è meglio del non far niente e avere con facilità tutte le cose che si desiderano. Adesso egli cominciava a capire perché le fate, neppure se bambine, possono sorridere.
La grande fata Verdina si accorse subito dei tristi pensieri di lui.
– Ascoltami, – gli disse, – io dovrei darti l’anello di fidanzato di mia figlia: veramente volevo offrirtelo più tardi, fra qualche anno, ma forse è meglio adesso.
– Sì, forse è meglio – rispose lui trasognato.
Allora la bambina, ad un cenno della madre, gl’infilò nel dito un piccolo anello d’argento; e d’improvviso egli si sentì un altro. Dimenticò ogni cosa passata, si sentì leggero, senza pensieri, senza domande, senza curiosità, felice come quando ci si sta per addormentare.
Scese con la bambina in giardino e passeggiò con lei lungo i viali illuminati dalla luna, fermandosi a guardare i riflessi del lago, i giochi delle ombre ed i colori strani delle rose.
E quando rientrò nella sua camera bellissima, si vide riflesso negli specchi come la luna nel lago: i suoi occhi erano dolci e belli, ma, come quelli dei cervi, dei gatti, della tortora, non sorridevano più.

Grazia Deledda – Comincia a nevicare

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– Siamo tutti in casa? – domandò mio padre, rientrando una sera sul tardi, tutto intabarrato e col suo fazzoletto di seta nera al collo. E dopo un rapido sguardo intorno si volse a chiudere la porta col paletto e con la stanga, quasi fuori s’avanzasse una torma di ladri o di lupi. Noi bambine gli si saltò intorno curiose e spaurite.
– Che c’è, che c’è?
– C’è che comincia a nevicare e ne avremo per tutta la notte e parecchi giorni ancora: il cielo sembra il petto di un colombo.
– Bene – disse la piccola nonna soddisfatta. – Così crederete a quello che raccontavo poco fa.
Poco fa la piccola nonna, che per la sua statura e il suo viso roseo rassomigliava a noi bambine, ed era più innocente e buona di noi, raccontava per la millesima volta che un anno, quando anche lei era davvero bambina (nel mille, diceva il fratellino studente, già scettico e poco rispettoso della santa vecchiaia), una lunga nevicata aveva sepolto e quasi distrutto il paese.
– Quattordici giorni e quattordici notti nevicò di continuo, senza un attimo d’interruzione. Nei primi giorni i giovani e anche le donne più audaci uscivano di casa a cavallo e calpestavano la neve nelle strade; e i servi praticavano qualche viottolo in mezzo a quelle montagne bianche ch’erano diventati gli orti ed i prati. Ma poi ci si rinchiuse tutti in casa, più che per la neve, per l’impressione che si trattasse di un avvenimento misterioso; un castigo divino. Si cominciò a credere che la nevicata durasse in eterno, e ci seppellisse tutti, entro le nostre case delle quali da un momento all’altro si aspettava il crollo. Peccati da scontare ne avevamo tutti, anche i bambini che non rispettavano i vecchi (questa è per te, signorino studente); e tutti si aveva anche paura di morire di fame.
– Potevate mangiare i teneri bambini, come nel mille – insiste lo studentello sfacciato.
– Va via, ti compatisco perché sei nell’età ingrata, – dice il babbo, che trova sempre una scusa per perdonare, – ma con queste cose qui non si scherza. Vedrai che fior di nevicata avremo adesso. Eppoi senti senti…
D’improvviso saliva dalla valle un muggito di vento che riempiva l’aria di terrore: e noi bambine ci raccogliemmo intorno al babbo come per nasconderci sotto le ali del suo tabarro.
– Ho dimenticato una cosa: bisogna che vada fuori un momento – egli dice frugandosi in tasca.
– Vado io, babbo – grida imperterrito il ragazzo; ma la mamma, bianca in viso, ferma tutti con un gesto.
– No, no, per carità, adesso!
– Eppure è necessario – insiste il babbo preoccupato. – Ho dimenticato di comprare il tabacco.
Allora la mamma si rischiara in viso e va a cercare qualche cosa nell’armadio.
– Domani è Sant’Antonio; è la tua festa, ed io avevo pensato di regalarti…
Gli presenta una borsa piena di tabacco, ed egli s’inchina, ringrazia, dice che la gradisce come se fosse piena d’oro; intanto si lascia togliere dalle spalle il tabarro e siede a tavola per cenare.
La cena non è come al solito, movimentata e turbata da incidenti quasi sempre provocati dall’irrequietudine dei commensali più piccoli; tutti si sta fermi, quieti, intenti alle voci di fuori.
– Ma quando c’è questo gran vento, – dice la nonna – la nevicata non può essere lunga. Quella volta…
Ed ecco che ricomincia a raccontare; ed i particolari terribili di <I>quella volta</I> aumentano la nostra ansia, che in fondo però ha qualche cosa di piacevole. Pare di ascoltare una fiaba che da un momento all’altro può mutarsi in realtà.
Quello che sopratutto ci preoccupa è di sapere se abbiamo abbastanza per vivere, nei giorni di clausura che si preparano.
– Il peggio è per il latte: con questo tempo non è facile averlo.
Ma la mamma dice che ha una grossa scatola di cacao: e la notizia fa sghignazzare di gioia il ragazzo, che odia il latte. Gli altri bambini non osano imitarlo; ma non si afferma che la notizia sia sgradita. Anche perché si sa che oltre il cacao esiste una misteriosa riserva di cioccolata e, in caso di estrema necessità, c’è anche un vaso di miele.
Delle altre cose necessarie alla vita non c’è da preoccuparsi. Di olio e vino, formaggio e farina, salumi e patate, e altre provviste, la cantina e la dispensa sono rigurgitanti. E carbone e legna non mancano. Eravamo ricchi, allora, e non lo sapevamo.
– E adesso – dice nostro padre, alzandosi da tavola per prendere il suo posto accanto al fuoco – vi voglio raccontare la storia di Giaffà.
Allora vi fu una vera battaglia per accaparrarsi il posto più vicino a lui: e persino la voce del vento si tacque, per lasciarci ascoltare meglio. Ma la nonnina, allarmata dal silenzio di fuori, andò a guardare dalla finestra di cucina, e disse con inquietudine e piacere:
– Questa volta mi pare che sia proprio come quell’altra.

Tutta la notte nevicò, e il mondo, come una grande nave che fa acqua, parve sommergersi piano piano in questo mare bianco. A noi pareva di essere entro la grande nave: si andava giù, nei brutti sogni, sepolti a poco a poco, pieni di paura ma pure cullati dalla speranza in Dio.
E la mattina dopo, il buon Dio fece splendere un meraviglioso sole d’inverno sulla terra candida, ove i fusti dei pioppi parevano davvero gli alberi di una nave pavesata di bianco.

Grazia Deledda – Il dono di Natale

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I cinque fratelli Lobina, tutti pastori, tornavano dai loro ovili, per passare la notte di Natale in famiglia.
Era una festa eccezionale, per loro, quell’anno, perché si fidanzava la loro unica sorella, con un giovane molto ricco.
Come si usa dunque in Sardegna, il fidanzato doveva mandare un regalo alla sua promessa sposa, e poi andare anche lui a passare la festa con la famiglia di lei.
E i cinque fratelli volevano far corona alla sorella, anche per dimostrare al futuro cognato che se non erano ricchi come lui, in cambio erano forti, sani, uniti fra di loro come un gruppo di guerrieri.
Avevano mandato avanti il fratello più piccolo, Felle, un bel ragazzo di undici anni, dai grandi occhi dolci, vestito di pelli lanose come un piccolo San Giovanni Battista; portava sulle spalle una bisaccia, e dentro la bisaccia un maialetto appena ucciso che doveva servire per la cena.
Il piccolo paese era coperto di neve; le casette nere, addossate al monte, parevano disegnate su di un cartone bianco, e la chiesa, sopra un terrapieno sostenuto da macigni, circondata d’alberi carichi di neve e di ghiacciuoli, appariva come uno di quegli edifizi fantastici che disegnano le nuvole.
Tutto era silenzio: gli abitanti sembravano sepolti sotto la neve.
Nella strada che conduceva a casa sua, Felle trovò solo, sulla neve, le impronte di un piede di donna, e si divertì a camminarci sopra. Le impronte cessavano appunto davanti al rozzo cancello di legno del cortile che la sua famiglia possedeva in comune con un’altra famiglia pure di pastori ancora più poveri di loro. Le due casupole, una per parte del cortile, si rassomigliavano come due sorelle; dai comignoli usciva il fumo, dalle porticine trasparivano fili di luce.
Felle fischiò, per annunziare il suo arrivo: e subito, alla porta del vicino si affacciò una ragazzina col viso rosso dal freddo e gli occhi scintillanti di gioia.
– Ben tornato, Felle.
– Oh, Lia! – egli gridò per ricambiarle il saluto, e si avvicinò alla porticina dalla quale, adesso, con la luce usciva anche il fumo di un grande fuoco acceso nel focolare in mezzo alla cucina.
Intorno al focolare stavano sedute le sorelline di Lia, per tenerle buone la maggiore di esse, cioè quella che veniva dopo l’amica di Felle, distribuiva loro qualche chicco di uva passa e cantava una canzoncina d’occasione, cioè una ninnananna per Gesù Bambino.
– Che ci hai, qui? – domandò Lia, toccando la bisaccia di Felle. – Ah, il porchetto. Anche la serva del fidanzato di tua sorella ha già portato il regalo. Farete grande festa voi, – aggiunse con una certa invidia; ma poi si riprese e annunziò con gioia maliziosa: – e anche noi!
Invano Felle le domandò che festa era: Lia gli chiuse la porta in faccia, ed egli attraversò il cortile per entrare in casa sua.
In casa sua si sentiva davvero odore di festa: odore di torta di miele cotta al forno, e di dolci confezionati con buccie di arancie e mandorle tostate. Tanto che Felle cominciò a digrignare i denti, sembrandogli di sgretolare già tutte quelle cose buone ma ancora nascoste.
La sorella, alta e sottile, era già vestita a festa; col corsetto di broccato verde e la gonna nera e rossa: intorno al viso pallido aveva un fazzoletto di seta a fiori; ed anche le sue scarpette erano ricamate e col fiocco: pareva insomma una giovane fata, mentre la mamma, tutta vestita di nero per la sua recente vedovanza, pallida anche lei ma scura in viso e con un’aria di superbia, avrebbe potuto ricordare la figura di una strega, senza la grande dolcezza degli occhi che rassomigliavano a quelli di Felle.
Egli intanto traeva dalla bisaccia il porchetto, tutto rosso perché gli avevano tinto la cotenna col suo stesso sangue: e dopo averlo consegnato alla madre volle vedere quello mandato in dono dal fidanzato. Sì, era più grosso quello del fidanzato: quasi un maiale; ma questo portato da lui, più tenero e senza grasso, doveva essere più saporito.
– Ma che festa possono fare i nostri vicini, se essi non hanno che un po’ di uva passa, mentre noi abbiamo questi due animaloni in casa? E la torta, e i dolci? – pensò Felle con disprezzo, ancora indispettito perché Lia, dopo averlo quasi chiamato, gli aveva chiuso la porta in faccia.

Poi arrivarono gli altri fratelli, portando nella cucina, prima tutta in ordine e pulita, le impronte dei loro scarponi pieni di neve, e il loro odore di selvatico. Erano tutti forti, belli, con gli occhi neri, la barba nera, il corpetto stretto come una corazza e, sopra, la <I>mastrucca</I> [1].
Quando entrò il fidanzato si alzarono tutti in piedi, accanto alla sorella, come per far davvero una specie di corpo di guardia intorno all’esile e delicata figura di lei; e non tanto per riguardo al giovine, che era quasi ancora un ragazzo, buono e timido, quanto per l’uomo che lo accompagnava. Quest’uomo era il nonno del fidanzato. Vecchio di oltre ottanta anni, ma ancora dritto e robusto, vestito di panno e di velluto come un gentiluomo medioevale, con le uose di lana sulle gambe forti, questo nonno, che in gioventù aveva combattuto per l’indipendenza d’Italia, fece ai cinque fratelli il saluto militare e parve poi passarli in rivista.
E rimasero tutti scambievolmente contenti.
Al vecchio fu assegnato il posto migliore, accanto al fuoco; e allora sul suo petto, fra i bottoni scintillanti del suo giubbone, si vide anche risplendere come un piccolo astro la sua antica medaglia al valore militare. La fidanzata gli versò da bere, poi versò da bere al fidanzato e questi, nel prendere il bicchiere, le mise in mano, di nascosto, una moneta d’oro.
Ella lo ringraziò con gli occhi, poi, di nascosto pure lei, andò a far vedere la moneta alla madre ed a tutti i fratelli, in ordine di età, mentre portava loro il bicchiere colmo.
L’ultimo fu Felle: e Felle tentò di prenderle la moneta, per scherzo e curiosità, s’intende: ma ella chiuse il pugno minacciosa: avrebbe meglio ceduto un occhio.
Il vecchio sollevò il bicchiere, augurando salute e gioia a tutti; e tutti risposero in coro.
Poi si misero a discutere in un modo originale: vale a dire cantando. Il vecchio era un bravo poeta estemporaneo, improvvisava cioè canzoni; ed anche il fratello maggiore della fidanzata sapeva fare altrettanto.
Fra loro due quindi intonarono una gara di ottave, su allegri argomenti d’occasione; e gli altri ascoltavano, facevano coro e applaudivano.

Fuori le campane suonarono, annunziando la messa.
Era tempo di cominciare a preparare la cena. La madre, aiutata da Felle, staccò le cosce ai due porchetti e le infilò in tre lunghi spiedi dei quali teneva il manico fermo a terra.
– La quarta la porterai in regalo ai nostri vicini – disse a Felle: – anch’essi hanno diritto di godersi la festa.
Tutto contento, Felle prese per la zampa la coscia bella e grassa e uscì nel cortile.
La notte era gelida ma calma, e d’un tratto pareva che il paese tutto si fosse destato, in quel chiarore fantastico di neve, perché, oltre al suono delle campane, si sentivano canti e grida.
Nella casetta del vicino, invece, adesso, tutti tacevano: anche le bambine ancora accovacciate intorno al focolare pareva si fossero addormentate aspettando però ancora, in sogno, un dono meraviglioso.
All’entrata di Felle si scossero, guardarono la coscia del porchetto che egli scuoteva di qua e di là come un incensiere, ma non parlarono: no, non era quello il regalo che aspettavano. Intanto Lia era scesa di corsa dalla cameretta di sopra: prese senza fare complimenti il dono, e alle domande di Felle rispose con impazienza:
– La mamma si sente male: ed il babbo è andato a comprare una bella cosa. Vattene.
Egli rientrò pensieroso a casa sua. Là non c’erano misteri né dolori: tutto era vita, movimento e gioia. Mai un Natale era stato così bello, neppure quando viveva ancora il padre: Felle però si sentiva in fondo un po’ triste, pensando alla festa strana della casa dei vicini.

Al terzo tocco della messa, il nonno del fidanzato batté il suo bastone sulla pietra del focolare.
– Oh, ragazzi, su, in fila.
E tutti si alzarono per andare alla messa. In casa rimase solo la madre, per badare agli spiedi che girava lentamente accanto al fuoco per far bene arrostire la carne del porchetto.
I figli, dunque, i fidanzati e il nonno, che pareva guidasse la compagnia, andavano in chiesa. La neve attutiva i loro passi: figure imbacuccate sbucavano da tutte le parti, con lanterne in mano, destando intorno ombre e chiarori fantastici. Si scambiavano saluti, si batteva alle porte chiuse, per chiamare tutti alla messa.
Felle camminava come in sogno; e non aveva freddo; anzi gli alberi bianchi, intorno alla chiesa, gli sembravano mandorli fioriti. Si sentiva insomma, sotto le sue vesti lanose, caldo e felice come un agnellino al sole di maggio: i suoi capelli, freschi di quell’aria di neve, gli sembravano fatti di erba. Pensava alle cose buone che avrebbe mangiato al ritorno dalla messa, nella sua casa riscaldata, e ricordando che Gesù invece doveva nascere in una fredda stalla, nudo e digiuno, gli veniva voglia di piangere, di coprirlo con le sue vesti, di portarselo a casa sua.
Dentro la chiesa continuava l’illusione della primavera: l’altare era tutto adorno di rami di corbezzolo coi frutti rossi, di mirto e di alloro: i ceri brillavano tra le fronde e l’ombra di queste si disegnavano sulle pareti come sui muri di un giardino.
In una cappella sorgeva il presepio, con una montagna fatta di sughero e rivestita di musco: i Re Magi scendevano cauti da un sentiero erto, e una cometa d’oro illuminava loro la via.
Tutto era bello, tutto era luce e gioia. I Re potenti scendevano dai loro troni per portare in dono il loro amore e le loro ricchezze al figlio dei poveri, a Gesù nato in una stalla; gli astri li guidavano; il sangue di Cristo, morto poi per la felicità degli uomini, pioveva sui cespugli e faceva sbocciare le rose; pioveva sugli alberi per far maturare i frutti.
Così la madre aveva insegnato a Felle e così era.
– Gloria, gloria – cantavano i preti sull’altare: e il popolo rispondeva:
– Gloria a Dio nel più alto dei cieli.
E pace in terra agli uomini di buona volontà.
Felle cantava anche lui, e sentiva che questa gioia che gli riempiva il cuore era il più bel dono che Gesù gli mandava.

All’uscita di chiesa sentì un po’ freddo, perché era stato sempre inginocchiato sul pavimento nudo: ma la sua gioia non diminuiva; anzi aumentava. Nel sentire l’odore d’arrosto che usciva dalle case, apriva le narici come un cagnolino affamato; e si mise a correre per arrivare in tempo per aiutare la mamma ad apparecchiare per la cena. Ma già tutto era pronto. La madre aveva steso una tovaglia di lino, per terra, su una stuoia di giunco, e altre stuoie attorno. E, secondo l’uso antico, aveva messo fuori, sotto la tettoia del cortile, un piatto di carne e un vaso di vino cotto dove galleggiavano fette di buccia d’arancio, perché l’anima del marito, se mai tornava in questo mondo, avesse da sfamarsi.
Felle andò a vedere: collocò il piatto ed il vaso più in alto, sopra un’asse della tettoia, perché i cani randagi non li toccassero; poi guardò ancora verso la casa dei vicini. Si vedeva sempre luce alla finestra, ma tutto era silenzio; il padre non doveva essere ancora tornato col suo regalo misterioso.

Felle rientrò in casa, e prese parte attiva alla cena.
In mezzo alla mensa sorgeva una piccola torre di focacce tonde e lucide che parevano d’avorio: ciascuno dei commensali ogni tanto si sporgeva in avanti e ne tirava una a sé: anche l’arrosto, tagliato a grosse fette, stava in certi larghi vassoi di legno e di creta: e ognuno si serviva da sé, a sua volontà.
Felle, seduto accanto alla madre, aveva tirato davanti a sé tutto un vassoio per conto suo, e mangiava senza badare più a nulla: attraverso lo scricchiolìo della cotenna abbrustolita del porchetto, i discorsi dei grandi gli parevano lontani, e non lo interessavano più.
Quando poi venne in tavola la torta gialla e calda come il sole, e intorno apparvero i dolci in forma di cuori, di uccelli, di frutta e di fiori, egli si sentì svenire: chiuse gli occhi e si piegò sulla spalla della madre. Ella credette che egli piangesse: invece rideva per il piacere.

Ma quando fu sazio e sentì bisogno di muoversi, ripensò ai suoi vicini di casa: che mai accadeva da loro? E il padre era tornato col dono?
Una curiosità invincibile lo spinse ad uscire ancora nel cortile, ad avvicinarsi e spiare. Del resto la porticina era socchiusa: dentro la cucina le bambine stavano ancora intorno al focolare ed il padre, arrivato tardi ma sempre in tempo, arrostiva allo spiedo la coscia del porchetto donato dai vicini di casa.
Ma il regalo comprato da lui, dal padre, dov’era?
– Vieni avanti, e va su a vedere – gli disse l’uomo, indovinando il pensiero di lui.
Felle entrò, salì la scaletta di legno, e nella cameretta su, vide la madre di Lia assopita nel letto di legno, e Lia inginocchiata davanti ad un canestro.
E dentro il canestro, fra pannolini caldi, stava un bambino appena nato, un bel bambino rosso, con due riccioli sulle tempie e gli occhi già aperti.
– È il nostro primo fratellino – mormorò Lia. – Mio padre l’ha comprato a mezzanotte precisa, mentre le campane suonavano il “Gloria”. Le sue ossa, quindi, non si disgiungeranno mai, ed egli le ritroverà intatte, il giorno del Giudizio Universale. Ecco il dono che Gesù ci ha fatto questa notte.

Grazia Deledda – Colomba

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Antonio Azar e il suo antico amico Efes Mulas, ora farmacista e riccone, avevano deciso di passar una notte in campagna. Efes era cacciatore; Antonio letterato; entrambi figli di pastori, avevano trascorso l’infanzia sull’altipiano, fra i pascoli e le macchie, e serbavano un profondo sentimento della natura, un modo forte di sentire che nel Mulas confinava con la rozzezza.
Una sera d’agosto i due giovanotti s’avviarono verso l’ovile del padre di Azar: Efes vestiva la sua solita giacca da cacciatore, e aveva il fucile, sebbene la caccia fosse ancora proibita; Antonio indossava un vecchio abito nero che lo rendeva più piccolo e brutto del solito. Il suo volto era terreo, gli occhi cerchiati e foschi.
Oltrepassato un viottolo, stretto da due siepi di rovi verdi picchiettati di more ancora rosse, i due amici presero la via dell’altipiano. Il sole era tramontato, un vastissimo cerchio di purissimi orizzonti circondava il paesaggio; montagne violacee tagliavano coi loro nitidi profili l’occidente roseo: ad oriente la linea d’argento livido del mare lontano. Nella bassura, il villaggio moresco, coperto di noci e di pioppi, s’assopiva già nell’ombra, al mormorio del ruscello che lo attraversava; davanti stendevasi e dileguava la pianura alta, ondulata. Campi di stoppie gialle luccicavano come stagni d’oro nella luminosità del tramonto; e là in fondo, là in fondo, dietro quelle linee d’oro, si inoltrava il regno delle macchie, l’altipiano sconfinato, la brughiera solitaria, quel sogno di solitudine primitiva per il quale Antonio Azar era venuto, con la speranza di tuffarvisi come in un bagno, per dimenticare o per lenire il suo dolore.
– Finora non ti sei che annoiato – gli disse il Mulas quasi seguendo il segreto pensiero dell’amico.
Antonio roteò in aria il bastone, lo lanciò in alto e lo riprese a volo.
– Bravissimo – disse l’altro, seguendo con gli occhi il giuochetto. – Mi vien quasi voglia di farlo anch’io.
– E prova – rispose Antonio, porgendogli il bastone. Ma l’altro lo respinse.
– E via, io sono cacciatore.
– Che importa? Non vuoi provare perché non lo sai.
– Dammi! Uno, due, tre.
Il bastone cadde lontano: i due amici si slanciarono assieme per raccoglierlo, ridendo come bimbi. Ma l’Azar percepì tosto questo momento d’incoscienza infantile, e si rattristò ancora di più: il volto gli si fece quasi livido, e gli occhi corsero all’orizzonte, tetri e smarriti.
– Che triste visione egli vede? – pensò il Mulas, fissandolo. Ed ebbe il desiderio di dirgli qualche cosa che potesse distrarlo, ma non seppe trovar nulla, suggestionato dalla tristezza di Antonio. Per qualche momento tacque avvilito, poi ebbe l’infelice idea di ricordare l’infanzia.
– Ricordi questo? Ricordi quest’altro? – Antonio sorrideva a fior di labbro, un po’ ironico, e taceva.
– Vedi, io credo che tu abbi sbagliato carriera: medico dovevi farti, te l’ho già detto. Medico condotto; ed io farmacista! Figurati come saremmo stati bene felici assieme; e poi tu sindaco ed io assessore, o magari io sindaco e tu assessore: fa lo stesso.
– Per me, non dico, – rispose Antonio, – forse era meglio ritornar qui e seppellirmi, e incretinirmi; ma tu sei ricco, tu bello, tu simpatico, tu allegro. Il mondo era tuo, mentre…
– Mentre che cosa? Prego di credere! Io non mi sono seppellito né incretinito. Tutto, vedi, è relativo, e la gioia è dove la si sa pigliare. Cosa sei tu nel mondo? Sei tu forse più felice di me?
– Io sono povero – disse amaramente Azar. – E il mondo non è dei poveri, dei brutti, dei taciturni: è questo che volevo dire.
Efes Mulas sentì tanta accorata tristezza nella voce di Antonio, che ebbe quasi rimorso di esser ricco e contento. Inoltre siccome aveva un’invincibile curiosità di sapere perché Antonio soffriva, giudicò opportuno il momento per domandarglielo.
Camminavano per un sentiero tracciato fra le stoppie; la luminosità della sera rendevasi sempre più rosea e vaga; qua e là fra i cardi fioriti di grandi stelle violette si udiva il trillo di qualche grillo che taceva un momento al passar dei due amici.
– Eppure io qualche volta ti ho invidiato, – disse Efes che precedeva Antonio, – dicevano che facevi carriera, che ti divertivi -. Antonio lo guardò alle spalle e non rispose. L’altro volse un po’ il capo, e disse, esitando:
– E del resto non ti sposi con una ragazza bella e ricca e che ami? -. Antonio gli fissò gli occhi in volto, con uno sguardo d’odio, ed ebbe voglia di battergli il bastone sul capo. Ah, egli era venuto per dimenticare, per non sentire più nella solitudine dell’altipiano, quel nome, quella cosa che lo straziava, ed ecco che lo spettro sorgeva ancora.
– Io non mi sposo! – disse.
Il suo volto s’irrigidì, gli occhi presero tale espressione d’indifferenza che il Mulas si sentì quasi offeso. Proseguivano a camminare silenziosi: Antonio tolse il cappello e lo mise sulla punta del bastone tenendolo alto. Era agitato, nervosissimo; avrebbe voluto prendere qualche cosa e spezzarla coi denti.
In quel punto sopraggiunse una fanciulla paesana, sottile, pallida, con grandi occhi neri, la fronte un po’ bassa e il profilo pronunziato, ma soave e purissimo.
Secondo il costume del paese teneva un corsetto di panno giallo e la gonna corta. Sul capo coperto da un gran fazzoletto di lana, scuro, recava un involto. Andava svelta e rapida come una gazzella, e questo fu appunto il paragone che fece il Mulas nel fermarsi a guardarla con avidi occhi.
La fanciulla passò oltre.
– Buona sera, Colomba; bada che qualche astore non ti piombi addosso – le disse il Mulas, sempre fissandola.
Ella non si volse, ma rispose spiritosamente:
– Ella è sì buon cacciatore che non ci sono più astori da queste parti.
– Eh, no, ora ne è venuto uno di lontano.
– Come è fatto? – gridò Colomba, sempre più allontanandosi.
– Voltati un po’ e lo vedrai.
– Io non mi posso voltare, ma lo vedo lo stesso. Non è un astore, è un pulcino.
– E fra la stoppia anche! – disse Efes ridendo. Antonio non diceva parola, ma anche egli guardava acutamente la bella figura della fanciulla, che s’allontanava sempre più, disegnata sullo sfondo luminoso del sentiero.
– Tanti saluti a zio Martino, e tanti saluti a compare Petru Loi: stasera verremo a trovarvi.
La ragazza non rispose più.
– Chi è? – domandò Antonio.
– Bah, tu non la conosci? È tua vicina di casa e d’ovile, Colomba Colias.
– Ah, Colomba Colias! Si è fatta bella.
– Bellissima. Guarda come è ben fatta: quando solleva le braccia sembra un’anfora d’oro (Antonio sorrise beffandosi del paragone). La famiglia le vuol dare per isposo Pietro Loi, il padrone delle greggie delle quali zio Martino è pastore-socio, ma lei non è contenta.
– È vecchio?
– Chi, Pietro? Avrà quarant’anni.
– È ricco?
– Credo. Eh, sì, ha qualche cosa: è fratello di Franzischeddu Loi, quello che l’anno scorso…
Efes continuò a parlare, ma dopo la parola «scorso» Antonio non udì più nulla. Era ricaduto nei suoi pensieri.
Dopo che era giunto in paese egli pareva s’interessasse ad ogni più piccola cosa: domandava di questa e di quell’altra persona, della vita e degli avvenimenti del villaggio, ma spesso non badava alle risposte che gli davano, e dimenticava subito quanto aveva udito. Spesso ripeteva le sue domande, e dimenticava ancora.
Intanto la figurina gialla e bruna di Colomba era scomparsa dietro le macchie. Qualche paesano a cavallo passava, tornando verso il paese, e salutava rispettosamente i due signori.
La sera calava, Venere brillava sul cielo puro, e il sottilissimo anello d’argento della luna nuova volgeva giù verso i monti violacei dell’orizzonte.
I grilli cantavano: si respirava l’odore aspro delle macchie di cui tutto il paesaggio, a perdita d’occhio, appariva coperto. In lontananza brillavano fuochi di pastori; e risuonavano tintinnii di gregge.
Antonio Azar sentiva una pace improvvisa calargli sul cuore: si trovava finalmente in quel regno di solitudine, tanto agognato durante i giorni dolorosi della città. Qui la natura era primitiva: il vasto altipiano sparso di macchie e di alberi selvatici veniva attraversato solo dagli abitanti del paesello, dediti esclusivamente alla pastorizia.
L’ovile degli Azar distava circa un’ora dal paese, e i due amici vi giunsero quando la luna nuova al tramonto illuminava appena le creste delle montagne lontane.
Intorno all’ovile, sulle capanne, sulle siepi, sulla vasta spianata chiusa da roccie fosche, e più in là sulla brughiera, il giorno moriva.
Antonio ricordò d’aver pensato ad un crepuscolo simile ed alla selvaggia purezza di quel paesaggio, una notte, in teatro, nel palco della sua fidanzata, alla luce sfacciata di centinaia di lampade, davanti ad un cerchio di donne seminude. Ed ora invece, ora che si trovava lassù, smarrito nella pura solitudine crepuscolare dell’altipiano natio, egli ebbe una straziante nostalgia di quel teatro, di quei lumi, di quel palco, un desiderio angoscioso di ritrovarsi vicino alla fanciulla dalle pure spalle ignude, alla sua Maria inesorabilmente perduta per lui.
Attraversò la spianata immerso in questo sogno angoscioso. Efes Mulas fischiò; i cani abbaiavano rabbiosamente. E nell’apertura della capanna apparve un uomo piccolo e nero, dal profilo e gli occhi d’aquila: lunghi capelli neri gli cadevano sino al collo, incorniciandogli il volto raso.
Era il padre di Azar.
Egli sapeva della venuta del figlio e del Mulas; aveva quindi preparato una cena abbondante, di latticini, carne, frutta e miele.
– Tacete! – gridò ai cani: e i cani tacquero. – È mio figlio, che diavolo! Il professore! E poi c’è Efes Mulas riccone e cacciatore, che si degna visitare l’ovile del povero Giacobbe Azar. Muovete dunque la coda, cani rognosi.
E i cani, niente offesi dell’ultima ingiuria, cominciarono a far festa.
– Buona sera, zio Giacobbe; come state? Chi c’è la dentro? Chi vedo? Zio Martinu Colias? E vostra figlia Colomba? La lasciate così sola nell’ovile? Ah zio Martinu, cosa fate voi?
– Cosa, cosa? Buona sera signor Efes, buona sera signor Antonio; io sono venuto qui per prepararvi l’arrosto, per farvi l’insalata, per tenervi allegri – rispose zio Martinu. Era un uomo alto, selvaggio, con gli occhi obliqui, i capelli intricati, e due grandi baffi rossi che gli spiovevano a uncino sul mento.
– Abbiamo davvero visto Colomba: correva, portava sulla testa un involto -. Il Colias allora disse:
– Quando è così io vado.
– Tu vai? E non resti a cena, vecchio falco, che il diavolo ti roda il mento? Queste non son figure da farsi! Va, ma torna qui, subito, con tua figlia.
Il Colias nicchiava: voleva andarsene, ma non tornare.
– Oh che temi? – gridò zio Giacobbe. – Temi che la rubino al tuo Petru dagli occhi cisposi? O che pensi che Efes Mulas o mio figlio professore possano guardarla? Va, va; noi siamo servi e loro sono signori. Va.
E lo spinse per le spalle.
Zio Martinu andò, e ritornò poco dopo con Colomba, che veniva appunto per cercarlo nell’ovile degli Azar.
– Ah, tu venivi qui, Colomba mia? – le disse zio Giacobbe, prendendole le mani. Sapevi che c’erano dei giovanotti signori? Ti piacciono, eh? È inutile che tu li guardi, però: essi non sono per te; essi non vogliono sposare gonnelle di ruvido orbace, ma sottane di seta. Sta in guardia, Colomba mia; se ti guardano e tu china gli occhi, e vieni a dirlo a zio Giacobbe, ché li bastonerà.
– Voi siete matto; lasciatemi! – ella diceva, cercando di svincolarsi, eppur facendo la graziosa. – Io non guardo nessuno, zio Azar.
– Ah, tu guardi Petru Loi dagli occhi cisposi? È quello lì che vuoi? E perché lo vuoi? Perché ti vendi per quattro pecore tignose ch’egli ha?
– Finitela, compare! – disse zio Martinu, seccato.
I due amici, intanto, non cessavano di guardare Colomba. Ed ella, invece di turbarsi, cominciò a scherzare con loro, rispondendo con vivacità ai loro complimenti; ed intanto aiutava a preparar la cena, che riuscì lietissima. Sedettero tutti fuori, nella spianata, sopra sacchi di lana stesi come tappeti, e cenarono alla luce di una lampada di ferro appesa ad un ramo sporgente della capanna. La notte era così calma che la fiamma della lampada neppur tremolava. Quella luce vaga descriveva appena un semicerchio rossastro sulla spianata, illuminando le figure caratteristiche dei pastori e la pura bellezza di Colomba. Antonio credeva di sognare: mangiò poco, ma bevette assai, ed a poco a poco una dolcezza strana gli intorpidì le membra ed i pensieri.
– Sono ubriaco? – pensava. – No, non ho bevuto troppo. È la dolcezza del luogo e dell’ora. O Antonio Azar, senti l’odore della brughiera, la forte dolcezza della natura, madre benefica e sincera? La vita è ancora bella: io ho sbagliato via, dovevo farmi pastore, innamorarmi di questa fanciulla pura e sana, che sembra un cammeo egiziano. Qui tutto è sincero. Ella mi guarda perché le piaccio, e le piaccio non per il mio ingegno, come piacevo all’altra, ma per me stesso, per i miei occhi, per la mia bocca, per la mia voce. Forse non sono brutto come credo. Ella potrebbe guardare Efes Mulas, eppure guarda me; ed io ne provo dolcezza. Che ci sarà entro la sua anima semplice e selvaggia? È vivace, Colomba, è intelligente. Ah, dopo essermi smarrito nei labirinti di un’anima di fanciulla moderna, che mi ha tradito perché doveva far così e non altrimenti, vorrei penetrare in quest’anima primitiva e sana. Un tempo le paesane mi facevano ribrezzo; mi pareva avessero un odore selvatico, nauseabondo; ma Colomba è pulita, è bianca, e ben calzata; ha un odore di timo. Vorrei andar con lei, su quelle roccie, davanti all’orizzonte cinereo della brughiera, fra il melanconico tintinnio delle greggie pascenti, fra i cespugli aromatici, e sentire cosa dice, Colomba, come spiega, come comprende la vita, e come ama.
Così pensando la guardava fisso, con occhi quasi ardenti; ed ella se ne accorgeva e lo corrispondeva con sguardi pieni di languore, che certo non erano tutti di civetteria rusticana.
I due pastori, che bevevano e mangiavano a più non posso, si bisticciavano, col loro linguaggio figurato, e discutevano a proposito di Petru Loi dagli occhi cisposi, non accorgendosi che la fantasia di Colomba vagava in un campo pericoloso.
Ma se ne accorgeva il Mulas, e sebbene Colomba gli piacesse oltre il necessario, rallegravasi in cuor suo che piacesse anche ad Antonio.
– Egli potrà svagarsi – pensava; – povero diavolo, è così melanconico.
– Dimmi, dimmi, – diceva a Colomba, avvicinandole il volto all’orecchio, – andremo alla festa del Miracolo, eh? Ti porterà in groppa al suo cavallo Antonio Azar, e tutte le ragazze morranno d’invidia, vedendoti con un professore.
– Io andrò sola sul mio cavallo, – rispose Colomba; – non farò morire d’invidia nessuno.
Poi domandò ad Antonio se nella città, ove egli viveva, gli uomini usavano cavalcare e se le donne andavano in groppa ai loro cavalli.
– No, – disse egli, ridendo acremente, – ma son le donne che si servono degli uomini come di cavalli, e li domano anche se essi sono fieri come puledri.
– Oh, oh!
– Perché ridi? – disse Efes Mulas. – Eppure è così.
– Non rido per questo, – ella rispose con brio, – ma perché quell’usanza c’è da per tutto, quando la donna è buona domatrice.
– E tu saresti una buona domatrice!
– Io? Più delle altre.
– Vuoi provare?
– Con lei non ne vale la pena.
– No, con Antonio Azar…
Ella arrossì lievemente e chinò gli occhi sotto l’ardente sguardo di Antonio.
Appena finita la cena zio Martino si alzò, e disse alla figlia:
– Andiamo.
– Ora che avete bevuto e mangiato, ora che ci avete rosicchiato le ossa, ora ve ne andate – gridò zio Azar, che era quasi brillo. – Rimanete qui a passare la notte, altrimenti non vi guardo più in faccia.
Ma zio Martino, sebbene anch’egli brillo, guardava torvo i due giovanotti, e insisté finché Colomba non si alzò.
– Addio, – ella disse, scotendosi lievemente le vesti, – andate a caccia e divertitevi assai.
– Se potessimo incontrare una colomba! – le sussurrò Antonio. – Verrò a trovarti in paese, bellina.
Il pastore e la figlia se ne andarono, e appena furono un po’ lontani, zio Martino disse ferocemente:
– Io lo accoppo un giorno o l’altro quell’Efes Mulas, e se tu gli dai ascolto, ti prendo per i capelli e ti trascino per terra come una scopa.
– Io non penso a lui! – ella rispose: e la sua voce risuonò forte e fiera nel silenzio della notte.
Intanto i due amici vagarono per la brughiera, parlando di Colomba.
– È una ragazza colla quale io mi divertirei volentieri – diceva Efes. – Ma più conveniente è per te: io ne conosco tante altre. Tu l’hai vicina di casa, dove sta sola con la nonna sorda; ed inoltre puoi vederla spesso da queste parti, ov’ella viene quasi ogni giorno per portare i viveri al padre. Divertiti, stupido: perché guardi così le stelle? Esse si ridono dei poeti e dei sognatori. La vita è breve, ma si può goderla anche nei paeselli, Colomba…
– Taci! – interruppe aspramente Antonio. – Non tutti nascono per divertirsi.

Eppure Colomba gli piaceva. Egli la incontrava spesso, in paese e in campagna, e più d’una volta fecero assieme la strada dal villaggio all’ovile.
Colomba gli raccontava le sue pene:
– Vogliono ch’io sposi Petru Loi, ma io non lo voglio; mio padre e i miei zii minacciano di bastonarmi, ma del resto non lo faranno mai perché mi vogliono bene, e perché io poi non mi lascio bastonare: eh, eh, per me non ci vogliono gli occhi cisposi di Petru Loi!
– Che occhi dunque ci vogliono?
– Due occhi che sembrano due stelle.
– Allora neppure i miei, Colomba?
– I suoi stanno più in alto delle stelle, e non possono abbassarsi fino a me.
– Chi lo sa, Colomba? – egli diceva, tentando di prenderle una mano.
Ma ella si allontanava, fiera.
– Mi lasci, signor professore, mi lasci andare per la mia via: io non faccio per lei, né lei per me. D’altronde lei ha la sua sposa.
Bastava quest’accenno perché Antonio si gelasse e diventasse fosco: e Colomba ne provava gelosia.
Spesso andavano assieme senza incontrare anima vivente nei sentieri dell’altipiano.
Qualche volta tornavano anche assieme, all’aurora, attraverso le macchie, attraverso i campi gialli di stoppie e di asfodelo secco, a cui l’oriente roseo dava riflessi rosei. Il cielo era fresco e puro; un soffio di brezza, profumato dai cespugli aromatici, passava sull’altipiano; le quaglie cantavano fra le stoppie, e nugoli di uccelli volavano trillando e frusciando da una macchia all’altra. Era un quadro mirabile, sul quale Colomba s’ergeva luminosamente.
Antonio non si saziava di guardarla; e avrebbe voluto innamorarsene sul serio, ma molte ragioni ne lo distoglievano.
La sua prudenza però non impediva che Colomba si scaldasse per lui: ed egli ne provava un acre piacere. Ogni volta che ella andava all’ovile, anch’egli passava la notte in campagna.
E cominciò a menare una vita abbastanza selvatica, mangiando coi pastori e dormendo spesso all’aperto.
Ma invano cercava compiacersi di quella vita, i cui disagi non erano abbastanza ricompensati dalla poesia selvaggia della solitudine. Forse anche non si prestava la stagione, sebbene le ore che egli passava nella brughiera fossero le meno calde.
A momenti, è vero, egli inebriavasi di solitudine, di silenzio, e della pace delle notti lunari che lassù erano indescrivibilmente belle; ma era una ebbrezza triste, sconsolata. Gli pareva che un sogno di morte gravasse sull’altipiano, e che egli solo vivesse e vagasse, anima errante, entro quel cerchio di orizzonti argentei e luminosi, infiniti e irraggiungibili come i sogni che egli aveva avuto nei dì felici.
Voci arcane vibravano nella notte; ma il canto eguale del cuculo, le cui note cadevano come lacrime, il trillare dei grilli, le campanelle delle greggie, infine tutte le voci della notte avevano una cadenza di suprema tristezza.
Egli si sentiva accorato e vinto: pensava sempre a Maria la sua ex-fidanzata, al dolore che ella gli aveva dato, e gli pareva che il passato tutto fosse un sogno, dal quale egli erasi svegliato ad una ben triste realtà.
Intanto Colomba cominciava a commettere per lui qualche piccola pazzia. In paese ella andava in casa Azar ora con una scusa, ora con un’altra. Avvertiva Antonio quando doveva recarsi all’ovile, gli faceva qualche regaluccio; fra le altre cose gli donò un fazzolettino ricamato da lei; e il ricamo abbastanza primitivo, ma assai espressivo, rappresentava una colomba col petto trapassato da una freccia.
Egli accettava sorridendo i doni della fanciulla, ma li poneva da parte con discreta noncuranza, e in certi momenti guardava Colomba con occhio diffidente.
– Che questa creatura primitiva sia come tutte le altre? – pensava. – Che anch’ella sia una civetta, e che osi sperare in me un marito? Io sono brutto, ed ella non può guardarmi e stimarmi per la mia intelligenza, come l’altra. Colomba può bene innamorarsi di Efes Mulas che è bello, ma forse ella si guarda bene dal pensare a lui perché sa che egli non la sposerebbe mai. Che mi creda un allocco? Perché parlo poco, perché ho un esteriore così umile, ella spera di tirarmi nella sua rete? È furba la paesanina, e tutte le donne sono eguali; ma vediamo dunque come andrà a finire. Voglio studiarla, questa figlia delle macchie, voglio vedere se ha qualche affinità con quell’altra.
Così anch’egli cominciò ad andare in cerca di lei; ma quando le stava vicino provava uno strano sentimento di dolcezza, e invece di studiar Colomba si lasciava cogliere dal fascino che indiscutibilmente la fanciulla esercitava su tutti gli uomini che l’avvicinavano.
Ella parlava bene, era briosa, arguta, savia. I suoi occhi splendevano quando guardavano Antonio, la sua bocca sembrava una rosa.
Ella era tutt’altro che ingenua, ma dalla sua malizia sana e sincera e dai suoi discorsi, come da tutta la sua persona, emanava un profumo di macchia, selvaggio e inebriante.
– S’io fossi rimasto in paese! – un giorno le disse sinceramente Antonio. – Avrei anch’io fatto il pastore e ti avrei sposato, Colomba!
– Chissà però se io avrei voluto.
– Ah, è vero. S’io fossi stato pastore tu non mi avresti guardato. Mi guardi ora, perché sono professore.
– Vero – ella rispose, senza capir bene quello che diceva.
– Come quell’altra! – pensò Antonio, e volle colpirla.
– Ma sai tu cosa vuol dire esser professore?
– Sicuro che lo so. Professore è un uomo istruito, che sa molte cose, che conosce le stelle, le erbe, tutti i fatti che sono accaduti da quando fu creato il mondo; e… che pure è come tutti gli altri uomini… – ella concluse con un fine sorriso di ironia.
– Tu hai ragione, Colomba; ma tu non sai una cosa: che un pastore ti può sposare, e un professore no.
Ella impallidì, d’umiliazione, e fu per rispondere vivacemente; ma fu vinta subito da un profondo accoramento; capì che Antonio aveva ragione, e disse solo:
– Lo so.
– Tu lo sai! Come lo sai?
– Io non sono istruita.
– Tu lo sai! – egli ripeté, un po’ stupito. – E allora perché mi vuoi bene?
– Chi le ha detto che io le voglio bene?
– Tu.
– Io? E come?
– E come? Con gli occhi! Come vuoi tu che un professore, che sa tutti i fatti accaduti dopo la creazione del mondo, non si accorga quando una donna gli vuol bene?
Colomba non rispose.
Questo discorso avveniva, al solito, mentre i due giovani si recavano agli ovili. Era di settembre, poco più di un mese dacché Antonio aveva conosciuto Colomba. Faceva ancora molto caldo, ma un acquazzone aveva purificato l’aria e rinfrescato la campagna. Le stoppie e le macchie, lavate dalla pioggia, lucevano e odoravano più del solito; l’orizzonte era trasparente, e il mare lontano appariva come una linea violetta, sulla quale gli acuti occhi dei pastori scorgevano l’ala di qualche veliero.
– Stanotte ci sarà la luna piena – disse Antonio, guardando verso il mare. – L’hai veduta tu qualche volta sorgere di là?
– Sì.
– E cosa ti sembra?
– È rossa come fuoco. Sembra una grande melograna.
– Senti, Colomba. Vieni stasera fuori dell’ovile; vedremo la luna sorgere dal mare.
– No.
– Perché no? Perché non vuoi venire?
– Perché mi fa questa domanda? Sono io forse una bimba di cinque anni?
– Dunque non vuoi venire?
– Anche se lo volessi, mio padre mi ammazzerebbe se lo sapesse.
– Tuo padre! Ma non sa già che veniamo assieme e torniamo assieme? Non mi hai detto che anzi è contento ch’io ti faccia compagnia?
– Sì, perché crede che lei si sposi presto, e non teme per me.
– Sei dunque tu che temi?
– Io? – ella disse, ridendo d’un riso forzato. – Io non ho paura di nessuno. Ma capirà che andar di giorno assieme per una strada è altra cosa che trovarci soli di notte per la campagna deserta.
– Colomba, queste sono sciocchezze! Che male può esserci? Che male posso io farti? Bada, io verrò verso il muro della tanca al sorgere della luna. Vieni.
– M’aspetti pure! – diss’ella ridendo ironicamente. – Starà fresco!
Si separarono quasi nemici, ma al sorgere della luna Antonio si trovò accanto alla muriccia della tanca, quasi certo in cuor suo che Colomba sarebbe venuta al convegno.
La notte era limpidissima, silenziosa; sul confine del cielo splendido come una lastra d’argento, saliva lentamente la luna. Qualche cosa di solenne e di arcano era in quella notte luminosa e dolce: le pietre, le macchie, la linea chiara delle stoppie, i profili azzurri delle montagne delineati sui vaporosi orizzonti, tutto l’altipiano infine e tutto il panorama parevano assorti in un sogno di pace suprema, sotto il cielo purissimo.
Sulle prime Antonio si rattristò, come sempre, sentendosi solo in quella infinita solitudine.
Tuttavia pensò:
– Tutti gli artisti si rallegrano allorché si trovano davanti alla natura semplice e pura. Io mi rattristo, invece, nel trovarmi solo, qui, mentre ho sempre sognato la solitudine, la vita campestre; mi pare che tutto sia morto intorno a me, e ch’io solo viva, anzi, che sia morto anch’io… Ma ecco là Colomba! O non è lei? Viene una persona dal sentiero, ecco: è lei, è lei! No, è un pastore: no, è lei, proprio lei!
Socchiuse gli occhi e rimase immobile, un po’ curvo sul muro.
– È Colomba, è Colomba! – pensava. E stupì nel sentirsi battere il cuore.
Lo assalì un impeto di gioia; avrebbe voluto slanciarsi incontro alla fanciulla, ma ebbe paura di farla retrocedere, e attese quasi ansiosamente.
– Viene! – intanto diceva a sé stesso. – La farò sedere vicino a me, chiacchiereremo. Ella sa dire tante cose graziose, è bella, mi vuol bene. La farò sedere vicino a me.
In verità, il suo pensiero non andava oltre; nessuna idea di conquista gli attraversò la mente.
Colomba venne vicino al muro. Sempre timoroso che ella fuggisse, Antonio si rizzò cautamente, dicendole con voce dolce:
– Buona sera, Colomba: vai a prendere il fresco?
– Ella è lì signor Azar? Che cosa fa? – ella disse con voce sicura e forte.
– Ti aspettavo – rispose egli rinfrancato.
– Ma io non sono venuta per lei.
– Lo so, ma giacché ci sei, aspetta: chiacchiereremo un po’. Cosa fa tuo padre?
– Che importa a lei? Ha paura?
– No, perché non voglio farti del male. Perché dovrei aver paura?
– Buona notte – ella disse, accennando ad andarsene.
Ma Antonio saltò agilmente il muro, la rincorse, la prese per la mano, e la costrinse a sedere su una roccia.
Ella era pallidissima, e teneva il capo avvolto in una benda. Antonio la guardava e gli pareva di aver veduto una statua somigliantissima a lei: dove? Quando? Non ricordava bene.
– Perché tremi, Colomba? – le disse, cominciando anch’egli a commuoversi. – Hai paura? Io ti voglio tanto bene.
Ma subito pensò:
– Perché le dico questo? A che scopo? Perché turbarla, o meglio perché lusingarla?
Ma Colomba sembrava più turbata che lusingata, e la sua mano tremava entro quella di Antonio. E poco a poco il suo turbamento parve, per mezzo di quel tremito, comunicarsi al giovane.
– Io ti rassomiglio ad una statua – cominciò egli a dirle. – Non ricordo dove, mi pare in un museo, ho veduto un volto simile al tuo, così avvolto in una benda. Tu sei bella ed io ti voglio bene, Colomba. Tu pure mi vuoi bene, non è vero? Suvvia, dimmi qualche cosa, dolcezza mia.
Ella non rispose, e chinò il volto. Antonio la guardò e si chiese con sincera angoscia:
– Che cosa faccio io? A che scopo? Non sono un vile?
– Parla, Colomba – disse, sollevandole il volto. – Dimmi qualche cosa.
Ella aprì la bocca, forse per dire qualche calda frase di amore, ma egli, che la guardava attentamente, proruppe:
– Ora mi ricordo! È un busto, nel museo di Napoli.
Il volto di Colomba si oscurò: ella capì con la sua intuizione selvaggia e gelosa, che la mente di Antonio non era completamente assorta in lei, e disse:
– Io dovrei andarmene, Antonio Azar, perché tu vuoi trastullarti con me…
– Che ti salta in mente! – egli esclamò, facendo atto di trattenerla.
– No, – ella disse, sorridendo, – rimango ancora un po’, non temere, non me ne vado. Altrimenti non sarei venuta. Cosa vuoi? È il mio destino! Io so, e tu stesso me lo hai detto, che non può esserci alcun legame fra di noi, eppure io penso sempre a te, e mi basta vederti per essere contenta.
– Che mai dici Colomba? È vero, è difficile la nostra unione, perché io sono ancora troppo povero, ma chissà col tempo? Fra qualche anno?
– Né fra qualche anno né mai, lo so. Non lusingarmi, Antonio Azar, e non credere che io parli così per furberia, per strapparti cioè delle promesse, (egli infatti pensava così), ma perché ti voglio veramente bene. Io non ti chiedo nulla, – proseguì Colomba animandosi, – mi basta di vederti, esserti qualche volta vicina, sapere che tu pensi a me. Tu sei un sapiente, io sono una selvaggia ignorante: che può forse il garofano unirsi al fiore del lentischio? Tu sei il mio garofano adorato, tu sei un’aquila, tu sei una nuvola d’oro, ed io voglio morire ai tuoi piedi, Antonio Azar. Basta che i tuoi occhi di stella mi guardino, ed io sono la donna più felice del mondo…
E lo guardava estasiata, con gli occhi lucenti, tutta vibrante di passione.
Intorno, sotto la luna purissima, era un silenzio infinito, un incanto di lontananze, d’ombre, di luci, di profumi aromatici, di frescura.
– Questa è la vita, questa è la sincerità, l’amore, lo scopo dell’esistenza – pensò Antonio.
E in quel momento egli era sincero, felice. Forse risorgeva in lui qualche istinto atavico, forse era il suo amor proprio lusingato dalla cieca passione di Colomba; certo è che in quel momento egli si sentiva innamorato della fanciulla, non solo, ma gli sembrava che non avrebbe più potuto amare una donna civile come amava quella selvaggia.
Per lunga ora della notte rimasero assieme, dicendosi le cose più poetiche e figurate che due innamorati possano dirsi sotto la luna; e Colomba pareva dimentica persino del padre, dell’ovile, del luogo ove si trovava.
Ma Antonio guardava sempre intorno, a sé, allarmandosi ad ogni rumore, e fu egli ad avvertire Colomba che era tempo di separarsi.
Ella se n’andò a malincuore. Rimasto solo, Antonio parve svegliarsi da un sogno. Gli pareva di aver Colomba ancora tutta vicina, e ripeteva fra sé le parole che si erano dette; ma tutto ciò lo lasciava triste. Di nuovo un gran vuoto, una gelida visione di morte si fece intorno a lui.
Il ricordo di Maria, della strana e fine creatura che lo aveva abbandonato, risorse nella sua anima, e non più con rancore, ma con tenerezza accorata. Era come un ricordo nostalgico, d’una dolcezza inenarrabile.
Gli pareva fosse stata lei, la sottile fanciulla, a parlargli d’amore in quella pura notte di luna, nella solitudine dell’altipiano; lei, dimentica di ogni artifizio, buona, appassionata, sincera come Colomba: ed egli s’inteneriva fino alle lagrime.
L’idillio proseguì per tutto l’autunno. Antonio non era molto innamorato di Colomba, ma la cercava, s’inquietava quando non riusciva a vederla, e trovava un po’ di pace stando vicino a lei. Ed ella metteva in opera tutta la sua intelligenza selvaggia per riuscirgli gradita. Mai una parola volgare usciva dalle sua labbra: quando si recava ai convegni con lui era sempre vestita con ricercatezza, calzata bene, ben pettinata, con le mani pulitissime e i denti lucenti. Sul seno poneva mazzetti d’erbe aromatiche che la profumavano tutta, e cerchiavasi il collo con ornamenti di argento e di corallo. Il suo linguaggio amoroso era figurato e appassionato, ma traboccava di sincerità, e piaceva assai ad Antonio.
L’idillio non dispiaceva al giovine professore, ma qualche volta lo turbava.
– Che accadrà? – egli pensava. – Fra poco io devo andar via, ed ella resterà qui ad aspettarmi, a trascorrere invano la sua fanciullezza. Non è una cattiva azione la mia?
D’altronde non vedeva senza dispiacere avvicinarsi la fine della vacanze, e diceva a sé stesso:
– Io me ne andrò, e lascerò tutto ciò che è fresco, sano, sincero, per tornare nella falsità corrotta del mondo. Perché non potrei sposare Colomba e condurla con me? È la sola donna che mi ama e mi amerà sinceramente. Non è povera, non è stupida: che pretendo io? Sono un uomo stanco e finito; credo poco alla passione, alla felicità, ma forse troverei un po’ di pace stando vicino ad una persona che si incaricasse di vegliarmi come un bimbo, di pensare per me a tutte le piccole miserie della vita materiale, di non curarsi d’altro che del mio benessere. E Colomba lo farebbe con entusiasmo.
– È vero, – continuava a pensare, – in tutto questo c’entra un po’ di calcolo, ma tutto è relativo. Questo calcolo, che a Maria sarebbe parso una mostruosità, per Colomba costituisce la maggiore felicità possibile. Ella d’altronde non può neppure immaginare che la moglie possa essere altra cosa che la schiava del marito, specialmente se il marito sarò io.
A misura che ci pensava, il progetto gli sembrava sempre più naturale; però non osava neppure accennarlo a Colomba, e aspettava che l’idea maturasse bene.
Intanto s’avvicinava il giorno della partenza. L’aria s’era rinfrescata, l’autunno spandeva nuovi incanti sull’altipiano: i rovi verdi brillavano di more mature, l’erba rinasceva sotto le macchie. Anche Colomba parve assumere un nuovo aspetto; diventò più dolce, più tenera, più intelligente. Antonio non riusciva a capire come ella potesse venirgli attorno e concedergli spessi e lunghi convegni senza venir mai scoperta dai parenti.
Egli temeva sempre che l’idillio terminasse in dramma, e spesso, stando assieme con Colomba, si guardava attorno spaurito.
– Perché temi? – ella gli disse un giorno. – Se ci scoprissero sarei io sola a soffrirne!…
– Ed è questo che io non voglio.
– Che importa, Antonio Azar? Io per te vorrei essere bastonata, legata, tirata per i capelli. Ti amerei di più.
– Tu forse, – aggiunse con un sorriso un po’ amaro, – tu hai paura che se ci scoprono ti costringano a sposarmi. Non aver paura.
– Tu mi calunni – egli rispose, alquanto offeso. – L’avvenire ti dirà che tu mi calunni!
Ella lo guardò con occhi timidi, quasi spaventata da una visione che l’anima sua neppure osava sognare. E scosse il capo.
– Perché fai cenno di no? Che vuol dire? Credi dunque che io sia un vile? – diss’egli, offeso dalla diffidenza di lei.
– Non è questo, fiore mio, calmati: tu non mi comprendi. Io ti amo troppo, ed è perciò che dico no, no, no. Che farei io davanti a te? Tu sei un sapiente, io sono ignorante, e non potrei esser altro che la tua serva. Ma anche se tu mi dicessi: «Ti tratterò da pari a pari, come se tu fossi la mia prima fidanzata, non avrò vergogna di te, non sarai la mia serva, ma la mia padrona» ebbene, direi sempre no perché ti amo troppo e non voglio fare la tua infelicità.
Egli la fissava meravigliato.
– E se dunque le proponessi di esser soltanto la mia serva?… Che accadrebbe?… – pensò.

– È curiosa, – pensava Antonio Azar, ritornando dall’ultimo convegno avuto con Colomba, – ella è fiera come un’aquila, ma io voglio andare sino in fondo. Forse ella dice di no perché è sicura che io non mi avanzerò: ora io voglio provare.
Andò da suo padre e gli disse che voleva sposare Colomba.
– Andate a chiedere la mano di lei, prima che io parta. Siete contento?
S’aspettava proteste ed esclamazioni da parte di suo padre, ma zio Giacobbe, invece di meravigliarsi e sdegnarsi, si rallegrò al sentire che il figlio professore voleva sposare una villana.
– San Francesco ti aiuti – disse, con le lagrime agli occhi. – Io vado a chiederti la Colomba più bianca della neve; io vi benedico da questo momento, e che possiate avere dodici figli dei quali quello che resterà in più modesto stato sia arcivescovo di Cagliari.
– Eh, non è ora di pensare a ciò, – disse Antonio, sorridendo, – per ora andate a chiedere la sposa.
Zio Giacobbe andò, ed il giovane attese con curiosità la risposta.
I Colias chiesero otto giorni di tempo per dar la risposta.
Il vecchio Azar non se ne meravigliò, perché tale era l’usanza del paese, e fosse pur venuto un principe a chieder la mano della figlia d’un mandriano, i parenti di lei gli avrebbero chiesto una settimana di tempo per decidersi: ma Antonio partì nervoso, inquieto, forse anche un po’ sdegnato, senza aver riveduto Colomba.
– Ella accetterà, – pensava, – altrimenti avrebbe rifiutato subito.
E non sapeva se gli sarebbe dispiaciuto più un rifiuto o una risposta favorevole.
Ritornò in città, riprese le antiche abitudini: e gli pareva d’aver sognato. Si ricordava di Colomba, come di un’apparizione poetica, intraveduta sullo sfondo dell’altipiano, nella solitudine della brughiera: e desiderava che ella restasse sempre così, lontana, fantastica, impalpabile. Che farebbe ella nella città? Strappata dalle macchie natìe, diventata la signora Azar, fra le infinite miserie della vita quotidiana cittadina, ella perderebbe tutto il suo fascino. Antonio pensava così, e desiderava ardentemente che venisse un rifiuto: cominciò a temere il contrario ed a pentirsi della leggerezza con la quale aveva fatto la domanda di matrimonio. Inoltre la città, ogni cosa, ogni oggetto della sua camera, il panorama che godeva dal suo balcone, i libri, i ritratti, le memorie grandi e piccole, gli ricordavano l’antico amore, e lo facevano rivivere nel passato con intensità dolorosa. Ogni notte sognava l’altipiano, le macchie, gli sfondi sereni, ma invece di Colomba vedeva sempre Maria, e aveva con lei lunghi colloqui, confusi, angosciosi, durante i quali provava un gran terrore all’idea che Colomba potesse sorprenderlo con la prima fidanzata.
Finalmente venne la risposta: Colomba lo rifiutava, non solo, ma messa alle strette dai parenti perché si decidesse fra lui e Petru Loi, aveva preferito quest’ultimo.
Antonio impallidì nel leggere ciò. Come un velo gli cadde dagli occhi, e provò una strana sensazione di dolore, di sorpresa, di terrore, come se il rozzo foglio contenente quella notizia gli rivelasse un segreto terribile. Era il segreto, la rivelazione di un’anima forte che sapeva amare, soffrire, sacrificarsi per il suo amore. E davanti alla rivelazione di quest’anima selvaggia, egli, con tutta la sua sapienza, i suoi studî, le sue dottrine, i suoi dubbi, le sue incertezze, si sentì piccolo; piccolo e ignorante; e apprese più da quest’avventura che da tutti i libri fino allora studiati.

Grazia Deledda – Amori Moderni

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Era agli ultimi di febbraio: una sera tiepida e dolce.
La signora e le figliuole del professor Rotta-Torelli, riunite intorno alla tavola ancora apparecchiata, nella saletta tranquilla la cui porta a vetri dava su un giardino incolto, discorrevano col giovane professore Antonio Azar.
A dire il vero, la signora, ancor giovane e bella, ma coi capelli bianchissimi, ascoltava in silenzio, stuzzicandosi i denti e guardando con due vivi occhi neri or l’uno or l’altro dei giovani, a misura che parlavano, senza aver l’aria di capire del tutto le loro discussioni. Ella era figlia d’un capitano piemontese, di quelli che “han fatto la patria”, e che perciò forse non aveva avuto il tempo di curare l’istruzione della figlia, lasciandola crescere nella più completa ignoranza: ella non leggeva mai un libro, e non sapeva se i molti che leggevano le sue tre figliuole fossero buoni o cattivi.
In quel tempo in tutti i salotti d’Italia non si parlava che del romanzo Quo vadis?
– No, – diceva Maria la fidanzata di Antonio Azar, – io non ho letto e non leggerò Quo vadis? Sì, sì, appunto perché lo hanno letto e lo leggono tutti gli imbecilli, tutti gli impiegati, tutti i soldati del Regno di Italia…
Solo allora la signora intervenne.
– Rispetta l’esercito… – disse, senza smettere di stuzzicarsi i denti. – Ricordati che sei anche tu discendente di quei prodi che ci han dato una patria ed un re…
– Ma fatemi il piacere, mamma! Io venero il mio caro nonno, ma non so che farmene della patria e del re!
– Se ci fosse papà non parleresti così! – osservò la grassa dodicenne Anna, un fenomeno di bimba che aveva già letto più di trecento romanzi, compreso il Quo vadis?
Ma la sorella non badava a lei.
– … Gli italiani? Tante pecore gli italiani. Ecco che cosa siete! Ed ecco anche come si spiega il fenomeno di questo stupido Quo vadis?
– Gl’italiani? Ma tu che cosa sei? – chiese Anna dispettosa, agitando le mani piene d’anellini falsi.
– … No, – proseguiva Maria, rivolta ad Antonio, – io non leggerò mai un libro, che tutti leggono solo perché qualcuno ha detto che è bello. Ammetto anche che sia bello davvero, ma io non lo leggo appunto perché è passato attraverso l’ammirazione di una turba cretina che lo ha profanato…
Mentre ella parlava, Antonio non le staccava gli occhi dal viso. Egli provava una specie di brivido interno; sentiva un’onda di parole salirgli alle labbra, ma, come spesso gli succedeva, non riusciva a pronunziarne una. Il mento gli tremava lievemente. E Maria, accorgendosi benissimo che egli non riusciva ad esprimersi, s’irritò e cominciò a battere nervosamente l’estremità del manico d’un coltello sulla saliera colma.
– Eppure io so che tu hai voglia di leggere il Quo vadis? – disse Marina, la sorella maggiore – e tu dovresti leggerlo perché te lo ha regalato Antonio.
– Sicuro… – approvò la madre premurosa.
– Io non ammetto i regali…
– Ma tu leggi il volumetto dei Salmi, che ti ha regalato l’organista – disse Anna.
Maria non batté palpebra, ma un segreto impeto di collera l’assalì, contro le sorelle, contro la madre che si stuzzicava i denti, e sopratutto contro Antonio che taceva.
– Che cosa sono i regali? – riprese dominandosi. – Convenzionalità, o, peggio ancora, prestiti ad usura, che si devono restituire a un dato tempo. Questo non entra nella questione. Io, dici tu, ho voglia di leggere il Quo vadis? E va bene; ma appunto perché ne ho voglia non lo leggo. Che cosa è il desiderio? Un moto incosciente, un istinto: basta esaminarlo per farlo cessare.
– Ma dal momento che tu hai voglia, vuol dire che non hai esaminato ancora il tuo desiderio – disse finalmente Antonio.
– Oh, ecco il sofista! Ma io sono cosciente anche quando sono incosciente: ho ancora la coscienza della mia incoscienza.
– Tu sei mostruosamente sottile, – riprese Antonio un po’ ironico, – ma non rispondi mai a tono.
– E che cosa è il rispondere? – ella chiese, guardandolo fisso con gli occhioni grigi socchiusi, quegli occhi un po’ misteriosi, canzonatori e ingenui e severi ad un tempo che talvolta gli incutevano paura.
– E la posa che cosa è? – disse Marina ridendo.
– La posa è la virtù delle persone insufficienti, come te… ed altre!
– Meglio insufficienti che anormali – disse Marina.
– Si è più felici – aggiunse lentamente e un po’ tristemente il giovine.
– Che cosa è la felicità? Voi, gente normale, non sapete neppure definirla; ne parlate come parlate di Quo vadis? e di tante altre cose, ma non sapete quel che vi dite. Io sarò squilibrata, come voi dite…
– Chi lo dice? – gridò Antonio.
– Tu lo dici.
– Non solo, ma anche matta! – aggiunse Marina.
– Anche matta, benissimo. Ma tu che chiami matta una matta che cosa sei?
– Io dico la verità…
– Allora sei capace di dire cieco ad un cieco, per insultarlo. Ecco che cosa siete voi, i normali, i sani, gli incoscienti, che leggete Quo vadis? perché lo han letto due milioni di persone, e leggete la Famiglia Polanieski perché è dello stesso autore.
– Tu pure leggi la Famiglia Polanieski! – disse Anna trionfante.
– Ma ho forse letto Quo vadis? E leggo la Famiglia Polanieski anzitutto perché l’ho comperato io, poi perché appunto non ho letto Quo vadis? Del resto non mi piace. È la solita storia d’amore: moralità immorale. Mi piace solo un personaggio: Bukaski.
– Perché ti rassomiglia.
– Scusa, io non sono né tisica, né brutta. Io sono rosea ed ho un bel profilo – diss’ella con vezzo infantile e con fine civetteria, passandosi un dito sul naso. – Io sono sana e bella. Sono bella o no, Antonio?
Egli la guardò e sorrise.
– Sì – disse dopo un momento.
E la madre e le sorelle di Maria non protestarono, perché erano abituate alle piccole stranezze di lei. D’altronde ella era veramente bella, coi capelli chiari rialzati sulla fronte lucente, e gli occhi lunghi, luminosi: la camicetta rossa, col colletto bianco da uomo, dava un riflesso roseo alle guancie infantili ed a tutto il volto abilmente incipriato.
– Bella, ed anche modesta! – osservò soltanto la piccola Anna, che s’era messa a leggere un giornale e pareva non ascoltasse.
– Ma! – esclamò Maria. – Vuoi andare a letto, tu, piccola pettegola? Va, va a letto, e pensa che la modestia è una parola.
– Oh, Dio! – gridò Anna, fingendo di non aver udito. – Leggi, Marina mia, leggi che bel vestito aveva la regina: eliotropio con pizzi gialli. Come doveva esser bella! Cara!
– … Diceva quel secentista che la parola è il manico delle cose, – rispose Antonio, rivolto a Maria, – anche la bellezza, come la modestia, è una parola… Questo non impedisce…
– Di preferire la bellezza alla bruttezza – disse Maria, ma subito si pentì, perché Antonio era brutto. Egli però parve non offendersi; solo una vaga tristezza passò nei suoi occhi.
– Io credo la bellezza, riflesso della bontà – disse con voce grave. – Le cose e le persone belle non possono esser cattive anche se vogliono parerlo…
Si guardarono: ella si compiacque delle parole di lui, egli si sentì felice d’aver detto qualche cosa di grazioso. Vedendoli bene avviati, anzi completamente rappacificati, la signora si alzò e condusse via Anna: Marina si mise a leggere il giornale.
– Del resto tu forse hai ragione, – disse Azar, – il Quo vadis? non è poi quel libro meraviglioso che tutti vogliono. Vedrai che la critica insorgerà e lo demolirà, se non altro perché diventerà popolare come i Reali di Francia. Io, almeno, mi aspettavo qualche cosa di più: avevo letto che Nerone ci appariva diverso da come finora ce l’avevamo immaginato. Nel Quo vadis? certo, la figura di Nerone è evidentissima; ci par di vederlo, con le sue mani dal pelo rosso, col suo smeraldo, con la sua clamide; ma ricordiamo di averlo già veduto così altre volte, leggendo la storia.
– Ma questo sarebbe il merito…
– No. Non basta. L’opera d’arte deve creare; deve essere più evidente e più acuta della storia. Vedi, per esempio, in Guerra e pace: Napoleone ci appare diverso dal Napoleone della storia, ma è così potente e vera la figura creata da Tolstoi che noi diciamo a noi stessi: «Napoleone è questo, non già quello che conoscevamo». Nella Famiglia Polanieski poi, Sienkievicz si ripete alquanto; Petronio rivive in Bukaski, Vinicio nell’antipatico Polanieski. E così altre figure. Con questo non intendo dire che Sienkievicz non sia un grande e potente artista; ma il suo successo mi pare esagerato, ed anche ingiusto, in confronto a quello degli altri autori. È forse da paragonarsi a Dostojewsky? Eppure chi in Italia, tranne qualche studioso, conosce Delitto e castigo? Cominciando da te, che sei la ragazza più intelligente del mondo, (ella sorrise beffarda, ma di nuovo si compiacque) e terminando con Pietro mio fratello, che più modesto di te dice di essere il più intelligente italiano, non avete letto Delitto e castigo.
– Hai letto, nell’ultimo numero del Marzocco la Morale di Polanieski? – chiese Maria.
– Sì. Ma solo fino ad un certo punto divido le idee dell’articolista.
– Fino a qual punto?
– Te lo dirò poi.
– Io so fino a qual punto – ella disse, animandosi nuovamente d’una cupa fiamma. E si alzò, avviandosi alla porta vetrata che dava sul giardinetto.
Ella era alta ed elegante: la gonna nera un po’ corta lasciava vedere due piccoli piedi calzati con scarpine scollate e calze rosse. Antonio la seguiva con sguardo acuto, fissandone tutta la persona; ed ella sentiva quello sguardo, e se ne irritava e compiaceva nello stesso tempo. Inoltre Maria s’accorgeva perfettamente che alla presenza di Antonio ella mutava sempre di aspetto, facendo la graziosa come l’ultima delle civette, cambiando voce, passo, sguardo, sorriso; ma anche volendolo non avrebbe potuto fare altrimenti.
Dopo aver guardato attraverso i vetri, improvvisamente aprì le imposte e stette nel vano della porta, guardando lontano. La notte era limpida, tiepida: dietro il muro del giardino un chiarore d’oro annunziava il sorgere della luna.

Marina continuò a leggere: una giovane domestica, pettinata signorilmente e stretta in un corsetto di velluto nero, entrò e si mise a sparecchiare la tavola. Allora Antonio andò presso la fidanzata, che pareva l’avesse completamente dimenticato, ed anch’egli guardò lontano.
Maria si sedette sugli scalini che dalla porta scendevano in giardino, e il giovine le si mise accanto. Un pergolato di vainiglie stendeva i suoi ciuffi neri sopra il loro capo: dai campi, dal giardinetto selvatico, invaso da scheletri di alti melograni spinosi, venivano tiepidi soffi e un odor d’erba, quasi primaverile.
– Che bella notte! – disse Maria, con voce un po’ commossa. – Par d’essere d’aprile, in campagna.
– E non siamo? – disse Antonio, guardando il cielo. – Subito là, dietro il giardino, non c’è la collina con la pineta?
Ella non rispose, distratta, col pensiero evidentemente rivolto altrove. Egli le prese una mano e le chiese con voce sommessa:
– Fino a qual punto?
– Fino a qual punto che cosa? – diss’ella, scuotendosi.
– Fino a qual punto io non divido le opinioni di quello scrittore?
– Ah, – ella esclamò, ricordandosi, – vuoi che te lo dica? Sinceramente?
– Sinceramente.
– Tu non le dividi affatto. Poiché anche tu credi borghesemente che possa esistere una casa di campagna; con dei fiori, dei libri, dei bimbi; con una moglie bella, buona e feconda: e che tutto ciò possa essere la felicità.
– E non è?
– E non è.
– Cosa dunque, dove dunque sarebbe la felicità? Nelle città, tra la falsità degli uomini e delle cose? La felicità è il sogno, lo so, la visione di un mondo interiore, tutto nostro; ma siccome questa gioia noi possiamo gustarla completamente soltanto lontani dal contatto degli uomini, così io credo che in una casa di campagna, con dei fiori, dei libri, dei bimbi; con una moglie bella e buona, possa trovarsi la felicità.
– Cosa è la felicità? Una parola anch’essa. Non esiste, appunto come tu dici, che in sogno; ma né la campagna, né la città, né gli uomini, né le cose possono dare questo sogno.
– Come? – egli disse, portandosi la mano di lei al volto. – E questa non è felicità? Non senti tu, come la sento io, la gioia di essermi vicina? E il nostro sogno di felicità? Non saremo noi felici?
– Chi lo sa? – ella disse con voce accorata.
Egli provò un senso di terrore, e tacque impietrito. Non era la prima volta che Maria gli faceva paura, spalancandogli con le sue tristi parole un mondo vuoto, buio e freddo come la notte; ma quella sera la voce, il gesto, lo sguardo di lei erano più tetri che mai.
– Tu non mi ami – egli disse ad un tratto animandosi. – Se tu mi amassi non parleresti così. Tu leggi troppo, ma non sai ancora cosa sia la vita.
– E i libri non sono la vita? – ella rispose dispettosamente. – E del resto cosa è la vita?
Egli non rispose.
– Tu non rispondi perché… – cominciò ella irritandosi.
– Perché non so rispondere! Sì, è vero. Ebbene? Ma dirò anche io: cosa è il rispondere? Cosa è il parlare? Le più grandi cose si dicono in silenzio. Guarda la luna che sorge.
La luna sorgeva limpida sull’orizzonte d’oro: le stelle apparivano più vivide e più vicine nel cielo azzurro e profondo. I melograni si disegnavano su uno sfondo chiaro: un silenzio profondo regnava nel giardino selvatico.
Ad un tratto Maria chinò la testa sulla spalla di Antonio; egli vibrò tutto, si volse, le sorrise e mormorò:
– La felicità è questa. La senti? Mi vuoi bene?
– Sì – diss’ella con voce mutata.
Rimasero così alcuni istanti; poi Maria sollevò il capo e rise.
– Che hai? – domandò il giovine.
– Voglio raccontarti una storia. Vieni, passeggiamo.

Si alzarono e attraversarono il giardino, i cui angoli rimanevano chiusi in triangoli d’ombra umida e melanconica. L’ombra tenue dei melograni immobili proiettava un ricamo scuro sulla sabbia del viale, ai raggi obliqui della luna. Maria s’appoggiò al cancello di ferro traforato e guardò fuori: si vedeva tutta la collina coperta di pini marittimi, con in cima una chiesetta profilata sul cielo d’argento dorato, sul quale la luna saliva sempre più piccola e più pallida.
– Ho saputo una storia bizzarra – disse Maria. – Prima che l’abitassimo noi, viveva in questo villino un signore con una figlia stravagante come me. Ora tu sai che la collina e la chiesa appartengono alla Marchesa G… che vi fa continuamente celebrare messe e novene. Due anni fa il sacerdote incaricato dalla Marchesa di celebrare nella chiesetta, era un giovine tisico, d’una magrezza spaventosa, con due grandi occhi azzurri lucenti sul volto giallastro venato di rosso; l’organista, poi, era un vecchio malinconico, dall’aspetto signorile. Due infelici pei quali la morte si avvicinava sicuramente ma lentamente, quasi noncurante di toglier loro una vita più triste del nulla. La signorina che abitava qui vedeva spesso i due infelici: ne sentiva, forse più di quanto la sentissero loro, tutta la miseria, tutta la tristezza, e s’era messa in mente di dar loro un raggio di felicità, o meglio di vita, mentre essi agonizzavano. Nella chiesetta, nel sentiero, dappertutto, ella aspettava ora l’una ora l’altra delle due infelici creature e le affascinava col suo sguardo. Non una parola era stata mai scambiata tra la signorina e i due miseri; ma quando la vedeva, il giovane prete arrossiva e tremava; mentre il vecchio organista diventava più melanconico e, dopo, suonava melodie appassionate, brani di vecchie opere sentimentali che facevano ridere la fanciulla… Qualche volta, però, ella sentiva un profondo disgusto per la sua civetteria, e si domandava se, invece della pietà, non era un sentimento malvagio e crudele quello che la spingeva a tormentare i due infelici, come anche altre persone che ella credeva di amare sinceramente.
– Maria, – disse Antonio, – tu vuoi farmi credere che quella signorina sii tu! Ma io non ti credo.
– Ah, ti ho colto! Tu vuoi farmi credere che non sei geloso, e invece lo sei! Sei geloso anche dei fantasmi!
Egli si aggrappò nervosamente ai ferri del cancello e guardò lontano, con uno sguardo vuoto, incosciente.
Maria si scostò: egli si volse bruscamente, la raggiunse e la serrò fra le sue braccia, dicendole:
– Tu vuoi farmi impazzire; tu vuoi farmi paura. Ma io ti amo appunto perché sei così.
– Andiamo, andiamo! – ella disse, svincolandosi. E si mise a correre: poi attese il fidanzato sugli scalini della porta, e assieme rientrarono nella saletta da pranzo.

Marina smise di leggere. La signora lavorava all’uncinetto. Il tavolo, ora coperto da un tappeto giapponese ricamato in oro, dava alla saletta un’aria intima e raccolta. Antonio guardò Marina, così tranquilla, così savia, forse anche un po’ triste, e si domandò perché non s’era piuttosto innamorato di lei, di lei così serena, che certamente non lo avrebbe fatto soffrire.
– Impossibile, – disse subito a sé stesso, – io non posso amare che Maria perché è… Maria. Eppure Marina saprebbe amare meglio di Maria; saprebbe amare, ecco tutto. Ella è anzi un po’ triste perché non ama e non è amata. Bisognerebbe che io conducessi qui spesso mio fratello.
Intanto egli e le due fanciulle chiacchieravano animatamente, sotto la quieta luce della lampada velata di rosa, le tre teste giovanili apparivano piene di vita.
Ma ad un tratto Maria domandò:
– Tu vai a teatro, stasera?
– No, vado a letto. Sono raffreddato.
Infatti starnutò tre volte, poi si soffiò il naso, e il suo volto diventò ancora più brutto del solito.
Maria lo guardò e disse beffarda:
– Ecco cosa si guadagna a guardar la luna: bisogna poi mettersi a sudare. Va, va, bevi del latte caldo, metti una berretta bianca e suda.
– Sicuro – egli disse, alzandosi, con un sorrisetto di sfida. – Vado, bevo il latte, metto una berretta bianca e sudo. Sarò bruttissimo, ma ciò non mi impedirà di sognare le più belle cose del mondo.
– Te ne vai? – ella chiese, fingendo di non aver capito.
– Me ne vado.
Ma rimase un bel po’ in piedi, davanti al tavolo, sfogliando nervosamente un libro. Maria lo fissava con uno sguardo quasi nemico. Come egli era magro e brutto! Sul suo viso pallidissimo, sotto la fronte sporgente troppo alta di pensatore, solo gli occhi vivissimi brillavano.
Chiacchierarono un altro po’.
– Ieri è arrivato il nuovo professore di storia. Lo conosci tu?
– No, io non lo conosco.
– Non è amico di tuo fratello?
– Non lo so. Credo si sieno conosciuti da studenti.
– È scapolo, non è vero?
– Non so. L’ho visto appena. È un bel giovine.
– Biondo?
– Non so, mi pare di no.
– E come hai visto che è bello, se non hai badato al suo colore?
– Ma, non saprei: ho veduto solo che ha begli occhi. Rassomiglia un po’ a te, Maria.
– A me? Allora è certamente bello! – ella disse ridendo.
Antonio starnutò altre tre volte, curvandosi per nascondere il viso nel fazzoletto.
– Ora me ne vado davvero – disse poi rialzando il colletto del soprabito. – E bevo il latte, metto il berretto e sudo…
– E sogni.
– E sogno. Buona notte. Addio.
– Vuoi uno scialle? – chiese la signora.
– Macché! – gridò Maria, spaventata all’idea di veder Antonio avvolto nello scialle.
– No, no – egli disse, rassicurandola, con voce un po’ amara. – Addio, a domani. Esci tu domani?
– Non so – ella rispose, accompagnandolo fino alla porta.
– A domani sera allora. Addio.
– Buona notte.

S’udivano ancora i passi del giovine che si allontanava per la strada solitaria, quando Maria sedette davanti al tavolo, e, spiegando un giornale, disse alla sorella:
– Ma che viene a fare costui in casa nostra? Come era brutto stasera. Sembra un ragno.
– Maria, Maria! – disse Marina con voce grave. – Tu sei pazza davvero. Prima hai strepitato tanto perché lo volevi; ora invece parli così! Mandalo via dunque: lascialo tranquillo, povero giovine!
– Un ragno! Un ragno! – ripeteva Maria, come fra sé, chinando il volto sul giornale. – Ah, poco male quando sta seduto; ma quando s’alza, ah, come è brutto! Ma non si vergogna di stare in piedi?
Marina scosse la testa e non rispose.
– Pazza! Pazza! – disse un po’ scherzosa, un po’ benevola, la signora Rotta-Torelli, disfacendo un pezzo del suo merletto. – Ah, ai miei tempi ci si fidanzava e ci si sposava altrimenti! Ci si amava e ciao! Ora vi fidanzate ma non vi amate, oppure vi amate e non vi sposate.
Maria le andò vicino e la baciò in fronte; poi guardò il merletto che la madre rifaceva pazientemente e disse:
– No, no: io sposerò Antonio, perché lo amo; ma bisognerebbe…
– Che?
Maria rise.
– Vedi, bisognerebbe che Dio avesse la pazienza di disfarlo e rifarlo come tu hai fatto ora col merletto. Nel farlo la prima volta, Dio, vedi, s’è sbagliato…
– Io credo che sia avvenuta la stessa cosa con te… – disse la signora.
Maria rise più forte; poi uscì ancora nel giardino, nonostante le proteste e i richiami della madre, e si mise a cantare.
«L’altra notte in fondo al mare…».
– Sbagliati, sbagliati tutti e due – pensava mentre cantava. – Ecco perché ci siamo incontrati e ci amiamo. Perché io lo amo, sì, e forse lo sposerò: ma bisognerebbe ch’egli capisse… bisognerebbe ch’egli capisse come è fatto il mio amore, e, sposandomi, promettesse di non sfiorarmi neppure la mano… Io lo amo, ma la sua persona mi fa paura, come a lui fa paura l’anima mia!
«… il mio bimbo hanno gittato…».

Azar, intanto, col colletto del soprabito rialzato e le mani in tasca, camminava frettoloso verso la città. La luna illuminava la strada bianca e solitaria, a destra della quale sorgeva qualche villino, e qualche pino, di tratto in tratto, nereggiava come un buco sullo sfondo del cielo chiaro; a sinistra stendevasi un melanconico panorama di pianure seminate di villaggi grigi e di stagni argentei, e chiuso da montagne lontane: nuvole color di rame viaggiavano dietro la luna, inseguendola lentamente.
Antonio amava molto quel panorama e spesso usava fermarsi sull’orlo della strada per contemplarlo; ma quella sera non si fermò. Si sentiva triste, seccato, raffreddato; ogni tanto si chinava per starnutire, e un sottile malessere gli fiaccava tutta la persona.
– Ella lo fa per tormentarmi – pensava, ricordando parola per parola gli strani ragionamenti di Maria. – Ebbene? Meglio tormentato da lei, che supinamente adorato dalle altre donne frivole e sciocche. Ella sente, sa, ama, vive; ella sola. Peccato però che stiano così lontani – pensò poi. – Bisognerà davvero che io mi metta a sudare. Del resto potrebbero fare vita più equilibrata anche loro! Vivono quasi in campagna per poter frequentare il teatro e vestire con lusso.
– Vuole lo scialle? Ebbene, perché no? Io l’avrei preso volentieri, ma ella ha riso. Ah sì, io lo comprendo, io sono troppo brutto. Ella non può amarmi per la mia persona, ed intanto non comprende che io l’amo per la sua intelligenza.
Ma subito cambiò pensiero:
– Eh, no, l’amo anche per la sua persona… forse per la sua persona solamente! Perché cerco nasconderlo a me ed a lei? Ella lo capisce benissimo e si compiace e si disgusta, come io comprendo, compiangendomene e rattristandomene, ch’ella mi ama solo per la mia intelligenza. Ella forse non mi sposerà; lo sento; eppure mi pare d’impazzire al solo pensarci. D’altronde, che posso io offrirle? Io sono figlio di un pastore, sono povero e devo anche aiutare mio fratello finché non ha una posizione certa.
Il pensiero del fratello finì di rattristarlo. Ah, quel Pietro! Bello, incosciente, pronto a tutti gli entusiasmi ed a tutte le leggerezze! In fondo al viale solitario, che Antonio percorreva preceduto dalla sua ombra come da una persona che lo guidasse mentre egli si perdeva dietro i suoi tristi pensieri, cominciava la vecchia città medievale, con le alte case costrutte sui ciglioni erbosi; s’udivano rumori confusi, voci che vibravano nel silenzio lunare. Il giovine volse le spalle al bianco panorama ove gli stagni riflettevano l’ombra dorata delle nuvole viaggianti, attraversò una viuzza tortuosa e parve destarsi da un sogno trovandosi ad un tratto in una piazza illuminata vivamente dalla luce elettrica, e animata, nonostante l’ora tarda, da una discreta folla. Davanti a una vetrina ancora aperta, Antonio vide Pietro che ragionava con un giovine alto, vestito elegantemente.
– Addio – salutò Antonio senza fermarsi.
Ma Pietro lo chiamò, gli disse che aveva una lettera per lui, e gli presentò il professore di storia, arrivato il giorno prima.
– Piacere – disse Antonio, un po’ seccato; ma tosto fu conquistato dal sorriso grazioso e dal simpatico accento del giovane professore.
– Rassomiglia realmente a Maria – pensò guardando la lettera sulla quale riconosceva la rozza calligrafia di suo padre.
Ma rialzando il capo vide Pietro e il giovine che ridevano; e davanti a loro, così belli, così eleganti, lieti e pieni di vita sentì un impeto di profonda tristezza.
– Ella li amerebbe – pensò. – Ah, sì, questi ella li amerebbe completamente!
– Io sono stato qui, io sono stato là; io ho fatto questo, ho fatto quest’altro – raccontava intanto il professor Carradori, narrando dei suoi studi, dei concorsi, dei luoghi ove era stato: parlava con facilità e con gaia confidenza: e i suoi occhi limpidi splendevano, la sua bocca fresca sembrava quella d’un bimbo.
La folla andava e veniva: passavano fanciulli, venditori di fiammiferi, un frate, qualche carrozza, signore che, secondo l’ultima moda, davano il braccio ai fratelli od ai mariti. Gruppi d’uomini chiacchieravano qua e là; il cielo era puro, l’ora tiepida, la luna chiara, e le voci ed i rumori vibravano nella serenità della notte quasi primaverile. Antonio si sentiva trasportato da diversi sentimenti; invidiava la spensierata gaiezza del Carradori e di Pietro, ma a momenti guardava i due giovani con pietà sprezzante, giudicandoli frivoli, insufficienti, inferiori a lui.
Ed intanto egli taceva, e gli pareva di farlo sdegnosamente, mentre in fondo si stizziva di non poter prendere parte alla conversazione.
– Pietro ha promesso di venire con me quest’estate nell’Engadina, o nella Valtellina – disse ad un tratto il Carradori, rivolgendosi ad Antonio. – Ci venga anche lei: ci divertiremo tanto. Io ci sono stato tre anni fa. Se vedesse che paesaggi, che donne belle ed eleganti…
– Pietro ha promesso! Dove potrà andar egli?… – disse fra sé Antonio, con ironica amarezza. E starnutò: poi rispose con franchezza quasi rude:
– Io andrò a passar le vacanze da mio padre. Per andar in Engadina, o altrove, occorrono molti soldi, specialmente d’estate. Ho letto che in Engadina si spendono trenta lire al giorno, in un albergo ove ci si annoia e si muore di fame. Ma le pare?
– Oh, trenta lire, prego di credere! – protestò Pietro. – Con meno! Con meno!
– Non so, – disse Antonio, – io sono selvatico: nelle vacanze amo meglio andarmene nel nostro altipiano.
– Capisco, – rispose il Carradori, – quando si hanno campagne proprie, come le hanno loro, è bello passarci l’estate, e magari tutto l’anno. Anch’io amerei una bella campagna tutta mia, tutta solitaria, silenziosa, e con uno sfondo marino… – concluse con un grazioso sorriso, aprendo le mani per significare che non possedeva nulla.
Antonio capì che il fratello aveva parlato del selvaggio e piccolo terreno, ove il padre pascolava il gregge, come di grandi e ameni possedimenti, e suo malgrado si mise a ridere.
Pietro lo guardò, comprese perché Antonio rideva, e anch’egli rise. Pareva tutto contento di sé, e con gli occhi diceva al fratello:
– Stupido, bisogna far sempre credere quello che non è.

Poco dopo i due amici invitarono Antonio a recarsi con loro ad un teatro vicino, perché, dicevano, dovevano condurre a cena una delle più belle artiste. Antonio ebbe desiderio di accettare, ma tosto si sdegnò fra sé di questo desiderio, e s’avviò solo a casa.
– Ebbene, – pensò, dopo fatto qualche passo, – perché mi sono sdegnato al pensiero di unirmi a loro? Io li credo inferiori a me, e intanto li invidio.
Egli abitava quasi al confine della città: davanti al suo balcone stendevasi un giardino; più in là sorgeva una chiesa antica, su uno sfondo di colline coperte di pini; al sud brillava il mare. Giunto nella sua cameruccia, Antonio accese il lume, spalancò il balcone, guardò il giardino, la chiesa, il mare e le colline illuminate dalla luna, pensò a Maria e si sentì improvvisamente allegro.
No, non era vero; egli non invidiava nessuno, egli si sentiva superiore a tutti, egli si sentiva felice. Ma un momento dopo lesse la lettera del padre, e tornò a rattristarsi. Il vecchio pastore si lamentava di Pietro.
«Egli mi ha scritto chiedendomi denaro, – diceva, – ma tu sai ch’io non ne ho, e oramai sarebbe tempo che mi aiutaste voi, poiché io mi sono quasi ridotto alla miseria per allevarvi decorosamente e farvi studiare».
Inoltre il pastore si mostrava addolorato e spaventato perché una «buona persona» l’aveva informato che Pietro correva «dietro una donna di teatro», la quale stregava il giovane e avrebbe finito col farsi sposare da lui. Era orribile! Per il vecchio pastore una «donna di teatro» era una donna perduta; se Pietro la sposava, il pastore sarebbe morto di dolore e di vergogna.
Antonio lesse e rilesse la lettera, sempre più rabbuiandosi in viso.
– Debbo far vedere la lettera a Pietro? – si domandò. – Egli venera nostro padre, eppure lo addolora e lo va a seccare con le sue richieste di denaro. Denaro per comprare fiori, dolci e uccelli da regalare a quella «donna di teatro»! Il lavoro di nostro padre! – pensò poi, animandosi di collera. – Ah, perché Pietro è così incosciente? Lo coprirò di villanie… Ma no, piuttosto…
Si spogliò, si coricò e prese un libro dal tavolino da notte; ma tosto starnutò e chiuse gli occhi, pensando a Maria e ricordandosi che doveva mettersi a sudare. Sentiva la testa pesante, la gola irritata.
– Piuttosto… – ripeté, ritornando al pensiero di prima.

Rimise il volume, spense la candela e stette lunga ora immobile, con gli occhi fissi sui vetri irradiati dallo splendore lunare.
Provava una specie d’incantesimo, e sognava ad occhi aperti.
Gli pareva d’esser ancora nel giardino selvatico, davanti alla luna sorgente, con la testolina strana di Maria appoggiata alla sua spalla.
– Maria, – egli le diceva sommessamente, – il professore Carradori ti rassomiglia davvero; è bello, elegante, ma se tu ti innamorassi di lui, egli non sarebbe capace di comprenderti. Io sono brutto, ma io solo ti capisco, io solo ti posso amare come tu devi essere amata. Senti, – diceva poi, ricordandosi la lettera di suo padre, – mi viene un’idea, a proposito di Pietro. Se io lo sgrido egli è capace di dirmi: «ma forse non vivono tutti come vivo io? Cominciando dalla famiglia della tua fidanzata, non vive essa in una brutta casa fuori di città per poter frequentare il teatro, sfoggiare vestiti e passeggiare in carrozza? Apparenza, caro fratello, tutta apparenza: nel mondo si vive solo d’apparenza. Se nostro padre ha dei soldi nascosti perché non devo chiederglieli? Dopo tutto è per figurare e così procurarmi più presto una posizione…».
Ora pareva ad Antonio di sentire la voce lenta ed un po’ fiacca di Pietro, e non ricordava che era egli a parlare mentalmente con Maria. La voce di Pietro continuava:
«Presenta al mondo due donne; una buona e intelligente, magari bella, ma vestita modestamente, che non dica frascherie, che non si agiti, che stia raccolta e pensosa; e l’altra una fraschetta qualunque, elegante, stretta nel busto, coi capelli riempiti di stoppa, con due o tre perle false sul petto: quest’ultima sarà l’amata, l’ammirata, la felice. Noi uomini siamo tante bestie; sappiamo cosa c’è sotto quei capelli, sotto quel sorriso, sotto quelle perle, e parliamo male, e diciamo che ammiriamo ma che non sposeremo mai quella donna; eppure è lei che ci attira; è il falso splendore delle sue perle false, dei suoi occhi falsi, della sua anima falsa che ci piace, e noi le giriamo attorno, la guardiamo, la corteggiamo, la rendiamo felice, e spesso finiamo anche con lo sposarla. E l’altra intanto langue nell’ombra, la viola, la vera perla, la dolcezza, la gioia della vita. E la stessa cosa succede agli uomini, caro fratello: un vestito alla moda, due baffi arricciati e una caramella valgono per tutto l’ingegno, l’onestà, la forza, l’occulto eroismo di un uomo».
– Dunque Maria ha ragione? – si domandò Antonio, quando gli parve che Pietro cessasse di parlare. – Con tutta la sua intelligenza, che varrebbe ella se non fosse bella e non vestisse elegantemente? Ma Pietro gusta il vano trionfo dell’apparenza, e si contenta e gode, vuoto fanciullo, mentre Maria comprende, si disgusta, diventa strana e cattiva. Ma perché non capisce essa, come lo capisco io, che si può, che si deve vivere fuori di questo piccolo mondo che non ci dà nulla e ci prende tutto? Perché?
– Non trovo risposta, – disse a sé stesso, dopo un istante. – Ella è intelligente; non può esserlo di più, eppure è frivola. Perché? Perché? Ed io, io stesso, io non l’amo come ella è? Io, io stesso. Io che odio tutto ciò che ella ama, io che la seguo dovunque non vorrei andare, io che sono cosciente, io la amo come ella è, e forse diversamente non saprei amarla. E sento che ella mi ama appunto perché sono diverso dai vagheggini del mondo nel quale le piace vivere.
– Mi ama? – pensò poi, ricadendo in un mare di amarezza. – Oh, no. Ella è composta di due personalità, e con una sola di esse mi ama: all’altra ripugna la mia figura, lo so, lo so. Ahimè, io posso avere mille personalità, posso essere vecchio, giovine, fanciullo, sognatore, pessimista, buono, cattivo, ma l’amo completamente, con tutte le forze dell’anima mia, in qualunque stato mi trovi. E forse ella è superiore a me perché si ribella e combatte una passione che non approva pienamente, mentre io amo ciecamente, e sono felice del mio amore infelice.
Di botto tornò a pensare a Pietro, ed a rivolgere il discorso a Maria, sedutagli accanto sotto il pergolato di vainiglie, al lume della luna che saliva dietro il tenue disegno dei melograni sfrondati.
– Maria, mio dolce amore, io ti amo, ti amo tanto! Tu non vuoi ch’io ti chiami “mio dolce amore”, non è vero? Perdonami: è il cuore che parla.
– Sai, farò grandi cose per te, scriverò un bel libro, diventerò illustre. Tu vuoi così non è vero? O piuttosto tu non vuoi nulla, ma vuoi ch’io sia grande in me stesso, che non sia volgare, che non pensi a creare un’opera se questo pensiero non è già grande per sé stesso?
– Non sai una cosa? Mio padre ha paura che Pietro s’innamori sul serio di Agar Crivoski, quell’attrice dalle mani tinte. Vogliamo fare una cosa, dimmi? Io conduco Pietro qui, da voi, il più spesso possibile, lo facciamo innamorare di Marina? Sarà la sua salvezza. Gli parve udire una risatina un po’ beffarda di Maria, e si scosse: davanti ai suoi occhi assonnati si stendeva sempre quello sfondo di cielo lunare, di un azzurro tenero e luminoso. Un triste pensiero passò nella mente del giovine.
– E se Pietro s’innamora di Maria? Sono uno sciocco! – pensò poi, portandosi una mano alla fronte. – Ho un po’ di febbre; i pensieri mi si confondono nella mente. Come è chiaro il cielo stanotte! È già primavera? Sento ancora il profumo dell’erba del giardino di Maria. Suvvia dormiamo; cerchiamo di sudare.
Ficcò la testa sotto le coperte, e tosto provò un gran caldo, una grave molestia. Un impeto di tristezza lo assalì.
Ah! lì, al buio, con piena coscienza di sé, completamente sveglio, egli si faceva una triste confessione. Non era di Pietro, ma di Maria che egli diffidava!

Folgore da San Gimignano – Umiltà dolcemente li riceve

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Umilità dolcemente il riceve,
e dice: “Punto non vo’ che ti gravi,
ch’e’ pur convien ch’io ti rimondi e lavi,
e farotti piú bianco che la neve;

e intendi quel ched io ti dico breve,
ch’i’ vo’ portar dello tuo cor le chiavi,
ed a mio modo converrà che navi,
ed io ti guiderò sí come meve.

Ma d’una cosa far tosto ti spaccia,
ché tu sai che soperbia m’è nimica:
che piú con teco dimoro non faccia.

I’ ti sarabbo cosí fatta amica
ch’e’ converrà ch’a tutta gente piaccia;
e cosí fa chi di me si notrica”.

Folgore da San Gimignano – Ecco prodezza che tosto lo spoglia

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Ecco Prodezza, che tosto lo spoglia
e dice: “Amico, e’ convien che tu mudi,
per ciò ch’i’ vo’ veder li uomini nudi
e vo’ che sappi non abbo altra voglia;

e lascia ogni costume che far soglia,
e nuovamente t’affatichi e sudi;
se questo fai, tu sarai de’ miei drudi
pur che ben far non t’incresca né doglia”.

E quando vede le membra scoperte,
immantinente sí le reca in braccio
dicendo: “Queste carni m’hai offerte;

i’ le ricevo e questo don ti faccio,
acciò che le tue opere sien certe:
che ogni tuo ben far già mai non taccio”.

Folgore da San Gimignano – Ora si fa un donzello cavalieri

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Ora si fa un donzello cavalieri;
e’ vuolsi far novellamente degno,
e pon sue terre e sue castell’a pegno
per ben fornirsi di ciò ch’è mistieri:

annona, pane e vin dà a’ forestieri,
manze, pernici e cappon per ingegno;
donzelli e servidori a dritto segno,
camere e letta, cerotti e doppieri;

e pens’a molti affrenati cavagli,
armeggiatori e bella compagnia,
aste, bandiere, coverte e sonagli;

ed istormenti con gran baronia,
e giucolar per la terra guidàgli,
donne e donzelle per ciascuna via.

San Francesco d’Assisi – Cantico di Frate Sole o delle Creature

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Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi Siignore, per sora Luna e le stelle:
il celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.

Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Ugo Foscolo – Dei Sepolcri

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All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l’obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
e l’estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.

Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l’illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall’insultar de’ nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

Sol chi non lascia eredità d’affetti
poca gioia ha dell’urna; e se pur mira
dopo l’esequie, errar vede il suo spirto
fra ‘l compianto de’ templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d’lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t’appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de’ buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d’ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l’ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov’io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch’or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l’urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d’ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la citta, lasciva
d’evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l’ossa
col mozzo capo gl’insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l’úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l’immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture. Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d’umane
lodi onorato e d’amoroso pianto.

Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d’altrui, toglieano i vivi
all’etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a’ fasti eran le tombe,
ed are a’ figli; e uscían quindi i responsi
de’ domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d’anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a’ templi
fean pavimento; né agl’incensi avvolto
de’ cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d’effigïati scheletri: le madri
balzan ne’ sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l’amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario. Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l’urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell’uom cercan morendo
il Sole; e tutti l’ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d’aura de’ beati Elisi.
Pietosa insania che fa cari gli orti
de’ suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
che tronca fe’ la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d’inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l’opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell’Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l’amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l’esempio.

A egregie cose il forte animo accendono
l’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a’ regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l’arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a’ Celesti; e di chi vide
sotto l’etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all’Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
– Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe’ lavacri
che da’ suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell’aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d’oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l’ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l’idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l’itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l’alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t’invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all’Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
Irato a’ patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l’austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l’ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a’ Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a’ suoi prodi,
la virtú greca e l’ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.

Felice te che il regno ampio de’ venti,
Ippolito, a’ tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l’antenna
oltre l’isole egèe, d’antichi fatti
certo udisti suonar dell’Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l’armi d’Achille
sovra l’ossa d’Ajace: a’ generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all’Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l’onda incitata dagl’inferni Dei.

E me che i tempi ed il desio d’onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de’ sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l’armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a’ peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a’ cori dell’Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: – E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de’ fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d’Elettra tua resti la fama. –
Cosí orando moriva. E ne gemea
l’Olimpio: e l’immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe’ sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d’Ilo; ivi l’iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da’ lor mariti l’imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all’ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l’amoroso
apprendeva lamento a’ giovinetti.
E dicea sospirando: – Oh se mai d’Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de’ Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l’altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l’urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l’ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.

Victor Hugo – A ma fille

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O mon enfant, tu vois, je me soumets.

Fais comme moi: vis du monde éloignée;

Heureuse? non; triomphante? jamais.

–Résignée!–
Sois bonne et douce, et lève un front pieux.

Comme le jour dans les cieux met sa flamme,

Toi, mon enfant, dans l’azur de tes yeux

Mets ton âme!
Nul n’est heureux et nul n’est triomphant.

L’heure est pour tous une chose incomplète;

L’heure est une ombre, et notre vie, enfant,

En est faite.
Oui, de leur sort tous les hommes sont las.

Pour être heureux, à tous,–destin morose!–

Tout a manqué. Tout, c’est-à-dire, hélas!

Peu de chose.
Ce peu de chose est ce que, pour sa part,

Dans l’univers chacun cherche et désire:

Un mot, un nom, un peu d’or, un regard,

Un sourire!
La gaîté manque au grand roi sans amours;

La goutte d’eau manque au désert immense.

L’homme est un puits où le vide toujours

Recommence.
Vois ces penseurs que nous divinisons,

Vois ces héros dont les fronts nous dominent,

Noms dont toujours nos sombres horizons

S’illuminent!
Après avoir, comme fait un flambeau,

Ébloui tout de leurs rayons sans nombre,

Ils sont allés chercher dans le tombeau

Un peu d’ombre.
Le ciel, qui sait nos maux et nos douleurs,

Prend en pitié nos jours vains et sonores.

Chaque matin, il baigne de ses pleurs

Nos aurores.
Dieu nous éclaire, à chacun de nos pas,

Sur ce qu’il est et sur ce que nous sommes;

Une loi sort des choses d’ici-bas,

Et des hommes!
Cette loi sainte, il faut s’y conformer.

Et la voici, toute âme y peut atteindre:

Ne rien haïr, mon enfant; tout aimer,

Ou tout plaindre!
Paris, octobre 1842.

Victor Hugo – Le Pape Pie IX

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13 janvier 1848.

Messieurs,

Les années 1846 et 1847 ont vu se produire un événement considérable.

Il y a, à l’heure où nous parlons, sur le trône de saint Pierre un homme, un pape, qui a subitement aboli toutes les haines, toutes les défiances, je dirais presque toutes les hérésies et tous les schismes; qui s’est fait admirer à la fois, j’adopte sur ce point pleinement les paroles de notre noble et éloquent collègue M. le comte de Montalembert, qui s’est fait admirer à la fois, non seulement des populations qui vivent dans l’église romaine, mais de l’Angleterre non catholique, mais de la Turquie non chrétienne, qui a fait faire, enfin, en un jour, pourrait-on dire, un pas à la civilisation humaine. Et cela comment? De la façon la plus calme, la plus simple et la plus grande, en communiant publiquement, lui pape, avec les idées des peuples, avec les idées d’émancipation et de fraternité. Contrat auguste; utile et admirable alliance de l’autorité et de la liberté, de l’autorité sans laquelle il n’y a pas de société, de la liberté sans laquelle il n’y a pas de nation. (Mouvement.)

Messieurs les pairs, ceci est digne de vos méditations. Approfondissez cette grande chose.

Cet homme qui tient dans ses mains les clefs de la pensée de tant d’hommes, il pouvait fermer les intelligences, il les a ouvertes. Il a posé l’idée d’émancipation et de liberté sur le plus haut sommet où l’homme puisse poser une lumière. Ces principes éternels que rien n’a pu souiller et que rien ne pourra détruire, qui ont fait notre révolution et lui ont survécu, ces principes de droit, d’égalité, de devoir réciproque, qui, il y a cinquante ans, étaient un moment apparus au monde, toujours grands sans doute, mais farouches, formidables et terribles sous le bonnet rouge, Pie IX les a transfigurés, il vient de les montrer à l’univers rayonnants de mansuétude, doux et vénérables sous la tiare. C’est que c’est là leur véritable couronne en effet! Pie IX enseigne la route bonne et sûre aux rois, aux peuples, aux hommes d’état, aux philosophes, à tous. Grâces lui soient rendues! Il s’est fait l’auxiliaire évangélique, l’auxiliaire suprême et souverain, de ces hautes vérités sociales que le continent, à notre grand et sérieux honneur, appelle les idées françaises. Lui, le maître des consciences, il s’est fait le serviteur de la raison. Il est venu, révolutionnaire rassurant, faire voir aux nations, à la fois éblouies et effrayées par les événements tragiques, les conquêtes, les prodiges militaires et les guerres de géants qui ont rempli la fin du dernier siècle et le commencement de celui-ci, il est venu, dis-je, faire voir aux nations que, pour féconder le sillon où germe l’avenir des peuples libres, il n’est pas nécessaire de verser le sang, il suffit de répandre les idées; que l’évangile contient toutes les chartes; que la liberté de tous les peuples comme la délivrance de tous les esclaves était dans le coeur du Christ et doit être dans le coeur de l’évêque; que, lorsqu’il le veut, l’homme de paix est un plus grand conquérant que l’homme de guerre, et un conquérant meilleur; que celui-là qui a dans l’âme la vraie charité divine, la vraie fraternité humaine, a en même temps dans l’intelligence le vrai génie politique, et qu’en un mot, pour qui gouverne les hommes, c’est la même chose d’être saint et d’être grand. (Adhésion.)

Messieurs, je ne parlerai jamais de l’ancienne papauté, de l’antique papauté, qu’avec vénération et respect; mais je dis cependant que l’apparition d’un tel pape est un événement immense. (Interruption.)

Oui, j’y insiste, un pape qui adopte la révolution française (bruit), qui en fait la révolution chrétienne, et qui la mêle à cette bénédiction qu’il répand du haut du balcon Quirinal sur Rome et sur l’univers, urbi et orbi, un pape qui fait cette chose extraordinaire et sublime, n’est pas seulement un homme, il est un événement.

Événement social, événement politique. Social, car il en sortira toute une phase de civilisation nouvelle; politique, car il en sortira une nouvelle Italie.

Ou plutôt, je le dis, le coeur plein de reconnaissance et de joie, il en sortira la vieille Italie.

Ceci est l’autre aspect de ce grand fait européen. (Interruption.
Beaucoup de pairs protestent
.)

Oui, messieurs, je suis de ceux qui tressaillent en songeant que Rome, cette vieille et féconde Rome, cette métropole de l’unité, après avoir enfanté l’unité de la foi, l’unité du dogme, l’unité de la chrétienté, entre en travail encore une fois, et va enfanter peut-être, aux acclamations du monde, l’unité de l’Italie. (Mouvements divers.)

Ce nom merveilleux, ce mot magique, l’Italie, qui a si longtemps exprimé parmi les hommes la gloire des armes, le génie conquérant et civilisateur, la grandeur des lettres, la splendeur des arts, la double domination par le glaive et par l’esprit, va reprendre, avant un quart de siècle peut-être, sa signification sublime, et redevenir, avec l’aide de Dieu et de celui qui n’aura jamais été mieux nommé son vicaire, non-seulement le résumé d’une grande histoire morte, mais le symbole d’un grand peuple vivant!

Aidons de toutes nos forces à ce désirable résultat. (Interruption. Les protestations redoublent.) Et puis, en outre, comme une pensée patriotique est toujours bonne, ayons ceci présent à l’esprit, que nous, les mutilés de 1815, nous n’avons rien à perdre à ces remaniements providentiels de l’Europe, qui tendent à rendre aux nations leur forme naturelle et nécessaire. (Mouvement.)

Je ne veux pas faire rentrer la chambre dans le détail de toutes ces questions. Au point où la discussion est arrivée, avec la fatigue de l’assemblée, ce qu’on aurait pu dire hier n’est plus possible aujourd’hui; je le regrette, et je me borne à indiquer l’ensemble de la question, et à en marquer le point culminant. Il importe qu’il parte de la tribune française un encouragement grave, sérieux, puissant, à ce noble pape, et à cette noble nation! un encouragement aux princes intelligents qui suivent le prêtre inspiré, un découragement aux autres, s’il est possible! (Agitation.)

Ne l’oublions pas, ne l’oublions jamais, la civilisation du monde a une aïeule qui s’appelle la Grèce, une mère qui s’appelle l’Italie, et une fille aînée qui s’appelle la France. Ceci nous indique, à nous chambres françaises, notre droit qui ressemble beaucoup à notre devoir.

Messieurs les pairs, en d’autres temps nous avons tendu la main à la Grèce, tendons aujourd’hui la main à l’Italie. (Mouvements divers.—Aux voix! aux voix!)

Victor Hugo – La Famille Bonaparte

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14 juin 1847.

Messieurs les pairs, en présence d’une pétition comme celle-ci, je le déclare sans hésiter, je suis du parti des exilés et des proscrits. Le gouvernement de mon pays peut compter sur moi, toujours, partout, pour l’aider et pour le servir dans toutes les occasions graves et dans toutes les causes justes. Aujourd’hui même, dans ce moment, je le sers, je crois le servir du moins, en lui conseillant de prendre une noble initiative, d’oser faire ce qu’aucun gouvernement, j’en conviens, n’aurait fait avant l’époque où nous sommes, d’oser, en un mot, être magnanime et intelligent. Je lui fais cet honneur de le croire assez fort pour cela.

D’ailleurs, laisser rentrer en France des princes bannis, ce serait de la grandeur, et depuis quand cesse-t-on d’être assez fort parce qu’on est grand?

Oui, messieurs, je le dis hautement, dût la candeur de mes paroles faire sourire ceux qui ne reconnaissent dans les choses humaines que ce qu’ils appellent la nécessité politique et la raison d’état, à mon sens, l’honneur de notre gouvernement de juillet, le triomphe de la civilisation, la couronne de nos trente-deux années de paix, ce serait de rappeler purement et simplement dans leur pays, qui est le nôtre, tous ces innocents illustres dont l’exil fait des prétendants et dont l’air de la patrie ferait des citoyens. (Très bien! très bien!)

Messieurs, sans même invoquer ici, comme l’a fait si dignement le noble prince de la Moskowa, toutes les considérations spéciales qui se rattachent au passé militaire, si national et si brillant, du noble pétitionnaire, le frère d’armes de beaucoup d’entre vous, soldat après le 18 brumaire, général à Waterloo, roi dans l’intervalle, sans même invoquer, je le répète, toutes ces considérations pourtant si décisives, ce n’est pas, disons-le, dans un temps comme le nôtre, qu’il peut être bon de maintenir les proscriptions et d’associer indéfiniment la loi aux violences du sort et aux réactions de la destinée.

Ne l’oublions pas, car de tels événements sont de hautes leçons, en fait d’élévations comme en fait d’abaissements, notre époque a vu tous les spectacles que la fortune peut donner aux hommes. Tout peut arriver, car tout est arrivé. Il semble, permettez-moi cette figure, que la destinée, sans être la justice, ait une balance comme elle; quand un plateau monte, l’autre descend. Tandis qu’un sous-lieutenant d’artillerie devenait empereur des Français, le premier prince du sang de France devenait professeur de mathématiques. Cet auguste professeur est aujourd’hui le plus éminent des rois de l’Europe. Messieurs, au moment de statuer sur cette pétition, ayez ces profondes oscillations des existences royales présentes à l’esprit. (Adhésion.)

Non, ce n’est pas après tant de révolutions, ce n’est pas après tant de vicissitudes qui n’ont épargné aucune tête, qu’il peut être impolitique de donner solennellement l’exemple du saint respect de l’adversité. Heureuse la dynastie dont on pourra dire: Elle n’a exilé personne! elle n’a proscrit personne! elle a trouvé les portes de la France fermées à des français, elle les a ouvertes et elle a dit: entrez!

J’ai été heureux, je l’avoue, que cette pétition fût présentée. Je suis de ceux qui aiment l’ordre d’idées qu’elle soulève et qu’elle ramène. Gardez-vous de croire, messieurs, que de pareilles discussions soient inutiles! elles sont utiles entre toutes. Elles font reparaître à tous les yeux, elles éclairent d’une vive lumière pour tous les esprits ce côté noble et pur des questions humaines qui ne devrait jamais s’obscurcir ni s’effacer. Depuis quinze ans, on a traité avec quelque dédain et quelque ironie tout cet ordre de sentiments; on a ridiculisé l’enthousiasme. Poésie! disait-on. On a raillé ce qu’on a appelé la politique sentimentale et chevaleresque, on a diminué ainsi dans les coeurs la notion, l’éternelle notion du vrai, du juste et du beau, et l’on a fait prévaloir les considérations d’utilité et de profit, les hommes d’affaires, les intérêts matériels. Vous savez, messieurs, où cela nous a conduits. (Mouvement.)

Quant à moi, en voyant les consciences qui se dégradent, l’argent qui règne, la corruption qui s’étend, les positions les plus hautes envahies par les passions les plus basses (mouvement prolongé), en voyant les misères du temps présent, je songe aux grandes choses du temps passé, et je suis, par moments, tenté de dire à la chambre, à la presse, à la France entière: Tenez, parlons un peu de l’empereur, cela nous fera du bien! (Vive et profonde adhésion.)

Oui, messieurs, remettons quelquefois à l’ordre du jour, quand l’occasion s’en présente, les généreuses idées et les généreux souvenirs. Occupons-nous un peu, quand nous le pouvons, de ce qui a été et de ce qui est noble et pur, illustre, fier, héroïque, désintéressé, national, ne fût-ce que pour nous consoler d’être si souvent forcés de nous occuper d’autre chose. (Très bien!)

J’aborde maintenant le côté purement politique de la question. Je serai très court; je prie la chambre de trouver bon que je l’effleure rapidement en quelques mots.

Tout à l’heure, j’entendais dire à côté de moi: Mais prenez garde! on ne provoque pas légèrement l’abrogation d’une loi de bannissement politique; il y a danger; il peut y avoir danger. Danger! quel danger? Quoi? Des menées? des intrigues? des complots de salon? la générosité payée en conspirations et en ingratitude? Y a-t-il là un sérieux péril? Non, messieurs Le danger, aujourd’hui, n’est pas du côté des princes. Nous ne sommes, grâce à Dieu, ni dans le siècle ni dans le pays des révolutions de caserne et de palais. C’est peu de chose qu’un prétendant en présence d’une nation libre qui travaille et qui pense. Rappelez-vous l’avortement de Strasbourg suivi de l’avortement de Boulogne.

Le danger aujourd’hui, messieurs, permettez-moi de vous le dire en passant, voulez-vous savoir où il est? Tournez vos regards, non du côté des princes, mais du côté des masses,—du côté des classes nombreuses et laborieuses, où il y a tant de courage, tant d’intelligence, tant de patriotisme, où il y a tant de germes utiles et en même temps, je le dis avec douleur, tant de ferments redoutables. C’est au gouvernement que j’adresse cet avertissement austère. Il ne faut pas que le peuple souffre! il ne faut pas que le peuple ait faim! Là est la question sérieuse, là est le danger. Là seulement, là, messieurs, et point ailleurs! (Oui!) Toutes les intrigues de tous les prétendants ne feront point changer de cocarde au moindre de vos soldats, les coups de fourche de Buzançais peuvent ouvrir brusquement un abîme! (Mouvement.)

J’appelle sur ce que je dis en ce moment les méditations de cette sage et illustre assemblée.

Quant aux princes bannis, sur lesquels le débat s’engage, voici ce que je dirai au gouvernement; j’insiste sur ceci, qui est ma conviction, et aussi, je crois, celle de beaucoup de bons esprits: j’admets que, dans des circonstances données, des lois de bannissement politique, lois de leur nature toujours essentiellement révolutionnaires, peuvent être momentanément nécessaires. Mais cette nécessité cesse; et, du jour où elles ne sont plus nécessaires, elles ne sont pas seulement illibérales et iniques, elles sont maladroites.

L’exil est une désignation à la couronne, les exilés sont des en-cas. (Mouvement.) Tout au contraire, rendre à des princes bannis, sur leur demande, leur droit de cité, c’est leur ôter toute importance, c’est leur déclarer qu’on ne les craint pas, c’est leur démontrer par le fait que leur temps est fini. Pour me servir d’expressions précises, leur restituer leur qualité civique, c’est leur retirer leur signification politique. Cela me paraît évident. Replacez-les donc dans la loi commune; laissez-les, puisqu’ils vous le demandent, laissez-les rentrer en France comme de simples et nobles français qu’ils sont, et vous ne serez pas seulement justes, vous serez habiles.

Je ne veux remuer ici, cela va sans dire, aucune passion. J’ai le sentiment que j’accomplis un devoir en montant à cette tribune. Quand j’apporte au roi Jérôme-Napoléon, exilé, mon faible appui, ce ne sont pas seulement toutes les convictions de mon âme, ce sont tous les souvenirs de mon enfance qui me sollicitent. Il y a, pour ainsi dire, de l’hérédité dans ce devoir, et il me semble que c’est mon père, vieux soldat de l’empire, qui m’ordonne de me lever et de parler. (Sensation.) Aussi je vous parle, messieurs les pairs, comme on parle quand on accomplit un devoir. Je ne m’adresse, remarquez-le, qu’à ce qu’il y a de plus calme, de plus grave, de plus religieux dans vos consciences. Et c’est pour cela que je veux vous dire et que je vais vous dire, en terminant, ma pensée tout entière sur l’odieuse iniquité de cette loi dont je provoque l’abrogation. (Marques d’attention.)

Messieurs les pairs, cet article d’une loi française qui bannit à perpétuité du sol français la famille de Napoléon me fait éprouver je ne sais quoi d’inouï et d’inexprimable. Tenez, pour faire comprendre ma pensée, je vais faire une supposition presque impossible. Certes, l’histoire des quinze premières années de ce siècle, cette histoire que vous avez faite, vous, généraux, vétérans vénérables devant qui je m’incline et qui m’écoutez dans cette enceinte … (mouvement), cette histoire, dis-je, est connue du monde entier, et il n’est peut-être pas, dans les pays les plus lointains, un être humain qui n’en ait entendu parler. On a trouvé en Chine, dans une pagode, le buste de Napoléon parmi les figures des dieux! Eh bien! je suppose, c’est là ma supposition à peu près impossible, mais vous voulez bien me l’accorder, je suppose qu’il existe dans un coin quelconque de l’univers un homme qui ne sache rien de cette histoire, et qui n’ait jamais entendu prononcer le nom de l’empereur, je suppose que cet homme vienne en France, et qu’il lise ce texte de loi qui dit: «La famille de Napoléon est bannie à perpétuité du territoire français.» Savez-vous ce qui se passerait dans l’esprit de cet étranger? En présence d’une pénalité si terrible, il se demanderait ce que pouvait être ce Napoléon, il se dirait qu’à coup sûr c’était un grand criminel, que sans doute une honte indélébile s’attachait à son nom, que probablement il avait renié ses dieux, vendu son peuple, trahi son pays, que sais-je? … Il se demanderait, cet étranger, avec une sorte d’effroi, par quels crimes monstrueux ce Napoléon avait pu mériter d’être ainsi frappé à jamais dans toute sa race. (Mouvement.)

Messieurs, ces crimes, les voici; c’est la religion relevée, c’est le code civil rédigé, c’est la France augmentée au delà même de ses frontières naturelles, c’est Marengo, Iéna, Wagram, Austerlitz, c’est la plus magnifique dot de puissance et de gloire qu’un grand homme ait jamais apportée à une grande nation! (Très bien! Approbation.)

Messieurs les pairs, le frère de ce grand homme vous implore à cette heure. C’est un vieillard, c’est un ancien roi aujourd’hui suppliant. Rendez-lui la terre de la patrie! Jérôme-Napoléon, pendant la première moitié de sa vie, n’a eu qu’un désir, mourir pour la France. Pendant la dernière, il n’a eu qu’une pensée, mourir en France. Vous ne repousserez pas un pareil voeu. (Approbation prolongée sur tous les bancs.)

Victor Hugo – La Pologne

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19 mars 1846.

Messieurs,

Je dirai très peu de mots. Je cède à un sentiment irrésistible qui m’appelle à cette tribune.

La question qui se débat en ce moment devant cette noble assemblée n’est pas une question ordinaire, elle dépasse la portée habituelle des questions politiques; elle réunit dans une commune et universelle adhésion les dissidences les plus déclarées, les opinions les plus contraires, et l’on peut dire, sans craindre d’être démenti, que personne dans cette enceinte, personne, n’est étranger à ces nobles émotions, à ces profondes sympathies.

D’où vient ce sentiment unanime? Est-ce que vous ne sentez pas tous qu’il y a une certaine grandeur dans la question qui s’agite? C’est la civilisation même qui est compromise, qui est offensée par certains actes que nous avons vu s’accomplir dans un coin de l’Europe. Ces actes, messieurs, je ne veux pas les qualifier, je n’envenimerai pas une plaie vive et saignante. Cependant je le dis, et je le dis très haut, la civilisation européenne recevrait une sérieuse atteinte, si aucune protestation ne s’élevait contre le procédé du gouvernement autrichien envers la Gallicie.

Deux nations entre toutes, depuis quatre siècles, ont joué dans la civilisation européenne un rôle désintéressé; ces deux nations sont la France et la Pologne. Notez ceci, messieurs: la France dissipait les ténèbres, la Pologne repoussait la barbarie; la France répandait les idées, la Pologne couvrait la frontière. Le peuple français a été le missionnaire de la civilisation en Europe; le peuple polonais en a été le chevalier.

Si le peuple polonais n’avait pas accompli son oeuvre, le peuple français n’aurait pas pu accomplir la sienne. A un certain jour, à une certaine heure, devant une invasion formidable de la barbarie, la Pologne a eu Sobieski comme la Grèce avait eu Léonidas.

Ce sont là, messieurs, des faits qui ne peuvent s’effacer de la mémoire des nations. Quand un peuple a travaillé pour les autres peuples, il est comme un homme qui a travaillé pour les autres hommes, la reconnaissance de tous l’entoure, la sympathie de tous lui est acquise, il est glorifié dans sa puissance, il est respecté dans son malheur, et si, par la dureté des temps, ce peuple, qui n’a jamais eu l’égoïsme pour loi, qui n’a jamais consulté que sa générosité, que les nobles et puissants instincts qui le portaient à défendre la civilisation, si ce peuple devient un petit peuple, il reste une grande nation.

C’est là, messieurs, la destinée de la Pologne. Mais la Pologne, messieurs les pairs, est grande encore parmi vous; elle est grande dans les sympathies de la France; elle est grande dans les respects de l’Europe! Pourquoi? C’est qu’elle a servi la communauté européenne; c’est qu’à certains jours, elle a rendu à toute l’Europe de ces services qui ne s’oublient pas.

Aussi, lorsque, il y a quatrevingts ans, cette nation a été rayée du nombre des nations, un sentiment douloureux, un sentiment de profond respect s’est manifesté dans l’Europe entière.

En 1773, la Pologne est condamnée; quatrevingts ans ont passé, et personne ne pourrait dire que ce fait soit accompli. Au bout de quatrevingts ans, ce grave fait de la radiation d’un peuple, non, ce n’est point un fait accompli! Avoir démembré la Pologne, c’était le remords de Frédéric II; n’avoir pas relevé la Pologne, c’était le regret de Napoléon.

Je le répète, lorsqu’une nation a rendu au groupe des autres nations de ces services éclatants, elle ne peut plus disparaître; elle vit, elle vit à jamais! Opprimée ou heureuse, elle rencontre la sympathie; elle la trouve toutes les fois qu’elle se lève.

Certes, je pourrais presque me dispenser de le dire, je ne suis pas de ceux qui appellent les conflits des puissances et les conflagrations populaires. Les écrivains, les artistes, les poëtes, les philosophes, sont les hommes de la paix. La paix fait fructifier les idées en même temps que les intérêts. C’est un magnifique spectacle depuis trente ans que cette immense paix européenne, que cette union profonde des nations dans le travail universel de l’industrie, de la science et de la pensée. Ce travail, c’est la civilisation même.

Je suis heureux de la part que mon pays prend à cette paix féconde, je suis heureux de sa situation libre et prospère sous le roi illustre qu’il s’est donné; mais je suis fier aussi des frémissements généreux qui l’agitent quand l’humanité est violée, quand la liberté est opprimée sur un point quelconque du globe; je suis fier de voir, au milieu de la paix de l’Europe, mon pays prendre et garder une attitude à la fois sereine et redoutable, sereine parce qu’il espère, redoutable parce qu’il se souvient.

Ce qui fait qu’aujourd’hui j’élève la parole, c’est que le frémissement généreux de la France, je le sens comme vous tous; c’est que la Pologne ne doit jamais appeler la France en vain; c’est que je sens la civilisation offensée par les actes récents du gouvernement autrichien. Dans ce qui vient de se faire en Gallicie, les paysans n’ont pas été payés, on le nie du moins; mais ils ont été provoqués et encouragés, cela est certain. J’ajoute que cela est fatal. Quelle imprudence! s’abriter d’une révolution politique dans une révolution sociale! Redouter des rebelles et créer des bandits!

Que faire maintenant? Voilà la question qui naît des faits eux-mêmes et qu’on s’adresse de toutes parts. Messieurs les pairs, cette tribune a un devoir. Il faut qu’elle le remplisse. Si elle se taisait, M. le ministre des affaires étrangères, ce grand esprit, serait le premier, je n’en doute pas, à déplorer son silence.

Messieurs, les éléments du pouvoir d’une grande nation ne se composent pas seulement de ses flottes, de ses armées, de la sagesse de ses lois, de l’étendue de son territoire. Les éléments du pouvoir d’une grande nation sont, outre ce que je viens de dire, son influence morale, l’autorité de sa raison et de ses lumières, son ascendant parmi les nations civilisatrices.

Eh bien, messieurs, ce qu’on vous demande, ce n’est pas de jeter la France dans l’impossible et dans l’inconnu; ce qu’on vous demande d’engager dans cette question, ce ne sont pas les armées et les flottes de la France, ce n’est pas sa puissance continentale et militaire, c’est son ascendant moral, c’est l’autorité qu’elle a si légitimement parmi les peuples, cette grande nation qui fait au profit du monde entier depuis trois siècles toutes les expériences de la civilisation et du progrès.

Mais qu’est-ce que c’est, dira-t-on, qu’une intervention morale?
Peut-elle avoir des résultats matériels et positifs?

Pour toute réponse, un exemple.

Au commencement du dernier siècle, l’inquisition espagnole était encore toute-puissante. C’était un pouvoir formidable qui dominait la royauté elle-même, et qui, des lois, avait presque passé dans les moeurs. Dans la première moitié du dix-huitième siècle, de 1700 à 1750, le saint-office n’a pas fait moins de douze mille victimes, dont seize cents moururent sur le bûcher. Eh bien, écoutez ceci. Dans la seconde moitié du même siècle, cette même inquisition n’a fait que quatrevingt-dix-sept victimes. Et, sur ce nombre, combien de bûchers a-t-elle dressés? Pas un seul. Pas un seul! Entre ces deux chiffres, douze mille et quatrevingt-dix-sept, seize cents bûchers et pas un seul, qu’y a-t-il? Y a-t-il une guerre? y a-t-il intervention directe et armée d’une nation? y a-t-il effort de nos flottes et de nos armées, ou même simplement de notre diplomatie? Non, messieurs, il n’y a eu que ceci, une intervention morale. Voltaire et la France ont parlé, l’inquisition est morte.

Aujourd’hui comme alors une intervention morale peut suffire. Que la presse et la tribune françaises élèvent la voix, que la France parle, et, dans un temps donné, la Pologne renaîtra.

Que la France parle, et les actes sauvages que nous déplorons seront impossibles, et l’Autriche et la Russie seront contraintes d’imiter le noble exemple de la Prusse, d’accepter les nobles sympathies de l’Allemagne pour la Pologne.

Messieurs, je ne dis plus qu’un mot. L’unité des peuples s’incarne de deux façons, dans les dynasties et dans les nationalités. C’est de cette manière, sous cette double forme, que s’accomplit ce difficile labeur de la civilisation, oeuvre commune de l’humanité; c’est de cette manière que se produisent les rois illustres et les peuples puissants. C’est en se faisant nationalité ou dynastie que le passé d’un empire devient fécond et peut produire l’avenir. Aussi c’est une chose fatale quand les peuples brisent des dynasties; c’est une chose plus fatale encore quand les princes brisent des nationalités.

Messieurs, la nationalité polonaise était glorieuse; elle eût dû être respectée. Que la France avertisse les princes, qu’elle mette un terme et qu’elle fasse obstacle aux barbaries. Quand la France parle, le monde écoute; quand la France conseille, il se fait un travail mystérieux dans les esprits, et les idées de droit et de liberté, d’humanité et de raison, germent chez tous les peuples.

Dans tous les temps, à toutes les époques, la France a joué dans la civilisation ce rôle considérable, et ceci n’est que du pouvoir spirituel, c’est le pouvoir qu’exerçait Rome au moyen âge. Rome était alors un état de quatrième rang, mais une puissance de premier ordre. Pourquoi? C’est que Rome s’appuyait sur la religion des peuples, sur une chose d’où toutes les civilisations découlent.

Voilà, messieurs, ce qui a fait Rome catholique puissante, à une époque où l’Europe était barbare.

Aujourd’hui la France a hérité d’une partie de cette puissance spirituelle de Rome; la France a, dans les choses de la civilisation, l’autorité que Rome avait et a encore dans les choses de la religion.

Ne vous étonnez pas, messieurs, de m’entendre mêler ces mots, civilisation et religion; la civilisation, c’est la religion appliquée.

La France a été et est encore plus que jamais la nation qui préside au développement des autres peuples.

Que de cette discussion il résulte au moins ceci: les princes qui possèdent des peuples ne les possèdent pas comme maîtres, mais comme pères; le seul maître, le vrai maître est ailleurs; la souveraineté n’est pas dans les dynasties, elle n’est pas dans les princes, elle n’est pas dans les peuples non plus, elle est plus haut; la souveraineté est dans toutes les idées d’ordre et de justice, la souveraineté est dans la vérité.

Quand un peuple est opprimé, la justice souffre, la vérité, la souveraineté du droit, est offensée; quand un prince est injustement outragé ou précipité du trône, la justice souffre également, la civilisation souffre également. Il y a une éternelle solidarité entre les idées de justice qui font le droit des peuples et les idées de justice qui font le droitdes princes. Dites-le aujourd’hui aux têtes couronnées comme vous le diriez aux peuples dans l’occasion.

Que les hommes qui gouvernent les autres hommes le sachent, le pouvoir moral de la France est immense. Autrefois, la malédiction de Rome pouvait placer un empire en dehors du monde religieux; aujourd’hui l’indignation de la France peut jeter un prince en dehors du monde civilisé.

Il faut donc, il faut que la tribune française, à cette heure, élève en faveur de la nation polonaise une voix désintéressée et indépendante; qu’elle proclame, en cette occasion, comme en toutes, les éternelles idées d’ordre et de justice, et que ce soit au nom des idées de stabilité et de civilisation qu’elle défende la cause de la Pologne opprimée. Après toutes nos discordes et toutes nos guerres, les deux nations dont je parlais en commençant, cette France qui a élevé et mûri la civilisation de l’Europe, cette Pologne qui l’a défendue, ont subi des destinées diverses; l’une a été amoindrie, mais elle est restée grande; l’autre a été enchaînée, mais elle est restée fière. Ces deux nations aujourd’hui doivent s’entendre, doivent avoir l’une pour l’autre cette sympathie profonde de deux soeurs qui ont lutté ensemble. Toutes deux, je l’ai dit et je le répète, ont beaucoup fait pour l’Europe; l’une s’est prodiguée, l’autre s’est dévouée.

Messieurs, je me résume et je finis par un mot. L’intervention de la France dans la grande question qui nous occupe, cette intervention ne doit pas être une intervention matérielle, directe, militaire, je ne le pense pas. Cette intervention doit être une intervention purement morale; ce doit être l’adhésion et la sympathie hautement exprimées d’un grand peuple, heureux et prospère, pour un autre peuple opprimé et abattu. Rien de plus, mais rien de moins.

Victor Hugo – Le droit et la loi

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I

Toute l’éloquence humaine dans toutes les assemblées de tous les peuples et de tous les temps peut se résumer en ceci: la querelle du droit contre la loi. Cette querelle, et c’est là tout le phénomène du progrès, tend de plus en plus à décroître. Le jour où elle cessera, la civilisation touchera à son apogée, la jonction sera faite entre ce qui doit être et ce qui est, la tribune politique se transformera en tribune scientifique; fin des surprises, fin des calamités et des catastrophes; on aura doublé le cap des tempêtes; il n’y aura pour ainsi dire plus d’événements; la société se développera majestueusement selon la nature; la quantité d’éternité possible à la terre se mêlera aux faits humains et les apaisera.

Plus de disputes, plus de fictions, plus de parasitismes; ce sera le règne paisible de l’incontestable; on ne fera plus les lois, on les constatera; les lois seront des axiomes, on ne met pas aux voix deux et deux font quatre, le binôme de Newton ne dépend pas d’une majorité, il y a une géométrie sociale; on sera gouverné par l’évidence; le code sera honnête, direct, clair; ce n’est pas pour rien qu’on appelle la vertu la droiture; cette rigidité fait partie de la liberté; elle n’exclut en rien l’inspiration, les souffles et les rayons sont rectilignes. L’humanité a deux pôles, le vrai et le beau; elle sera régie, dans l’un par l’exact, dans l’autre par l’idéal. Grâce à l’instruction substituée à la guerre, le suffrage universel arrivera à ce degré de discernement qu’il saura choisir les esprits; on aura pour parlement le concile permanent des intelligences; l’institut sera le sénat. La Convention, en créant l’institut, avait la vision, confuse, mais profonde, de l’avenir.

Cette société de l’avenir sera superbe et tranquille. Aux batailles succéderont les découvertes; les peuples ne conquerront plus, ils grandiront et s’éclaireront; on ne sera plus des guerriers, on sera des travailleurs; on trouvera, on construira, on inventera; exterminer ne sera plus une gloire. Ce sera le remplacement des tueurs par les créateurs. La civilisation qui était toute d’action sera toute de pensée; la vie publique se composera de l’étude du vrai et de la production du beau; les chefs-d’oeuvre seront les incidents; on sera plus ému d’une Iliade que d’un Austerlitz. Les frontières s’effaceront sous la lumière des esprits. La Grèce était très petite, notre presqu’île du Finistère, superposée à la Grèce, la couvrirait; la Grèce était immense pourtant, immense par Homère, par Eschyle, par Phidias et par Socrate. Ces quatre hommes sont quatre mondes. La Grèce les eut; de là sa grandeur. L’envergure d’un peuple se mesure à son rayonnement. La Sibérie, cette géante, est une naine; la colossale Afrique existe à peine. Une ville, Rome, a été l’égale de l’univers; qui lui parlait parlait à toute la terre. Urbi et orbi.

Cette grandeur, la France l’a, et l’aura de plus en plus. La France a cela d’admirable qu’elle est destinée à mourir, mais à mourir comme les dieux, par la transfiguration. La France deviendra Europe. Certains peuples finissent par la sublimation comme Hercule ou par l’ascension comme Jésus-Christ. On pourrait dire qu’à un moment donné un peuple entre en constellation; les autres peuples, astres de deuxième grandeur, se groupent autour de lui, et c’est ainsi qu’Athènes, Rome et Paris sont pléiades. Lois immenses. La Grèce s’est transfigurée, et est devenue le monde païen; Rome s’est transfigurée, et est devenue le monde chrétien; la France se transfigurera et deviendra le monde humain. La révolution de France s’appellera l’évolution des peuples. Pourquoi? Parce que la France le mérite; parce qu’elle manque d’égoïsme, parce qu’elle ne travaille pas pour elle seule, parce qu’elle est créatrice d’espérances universelles, parce qu’elle représente toute la bonne volonté humaine, parce que là où les autres nations sont seulement des soeurs, elle est mère. Cette maternité de la généreuse France éclate dans tous les phénomènes sociaux de ce temps; les autres peuples lui font ses malheurs, elle leur fait leurs idées. Sa révolution n’est pas locale, elle est générale; elle n’est pas limitée, elle est indéfinie et infinie. La France restaure en toute chose la notion primitive, la notion vraie. Dans la philosophie elle rétablit la logique, dans l’art elle rétablit la nature, dans la loi elle rétablit le droit.

L’oeuvre est-elle achevée? Non, certes. On ne fait encore qu’entrevoir la plage lumineuse et lointaine, l’arrivée, l’avenir.

En attendant on lutte.

Lutte laborieuse.

D’un côté l’idéal, de l’autre l’incomplet.

Avant d’aller plus loin, plaçons ici un mot, qui éclaire tout ce que nous allons dire, et qui va même au delà.

La vie et le droit sont le même phénomène. Leur superposition est étroite.

Qu’on jette les yeux sur les êtres créés, la quantité de droit est adéquate à la quantité de vie.

De là, la grandeur de toutes les questions qui se rattachent à cette notion, le Droit.

II

Le droit et la loi, telles sont les deux forces; de leur accord naît l’ordre, de leur antagonisme naissent les catastrophes. Le droit parle et commande du sommet des vérités, la loi réplique du fond des réalités; le droit se meut dans le juste, la loi se meut dans le possible; le droit est divin, la loi est terrestre. Ainsi, la liberté, c’est le droit; la société, c’est la loi. De là deux tribunes; l’une où sont les hommes del’idée, l’autre où sont les hommes du fait; l’une qui est l’absolu, l’autre qui est le relatif. De ces deux tribunes, la première est nécessaire, la seconde est utile. De l’une à l’autre il y a la fluctuation des consciences. L’harmonie n’est pas faite encore entre ces deux puissances, l’une immuable, l’autre variable, l’une sereine, l’autre passionnée. La loi découle du droit, mais comme le fleuve découle de la source, acceptant toutes les torsions et toutes les impuretés des rives. Souvent lapratique contredit la règle, souvent le corollaire trahit le principe, souvent l’effet désobéit à la cause; telle est la fatale condition humaine. Le droit et la loi contestent sans cesse; et de leur débat, fréquemment orageux, sortent, tantôt les ténèbres, tantôt la lumière. Dans le langage parlementaire moderne, on pourrait dire: le droit, chambre haute; la loi, chambre basse.

L’inviolabilité de la vie humaine, la liberté, la paix, rien d’indissoluble, rien d’irrévocable, rien d’irréparable; tel est le droit.

L’échafaud, le glaive et le sceptre, la guerre, toutes les variétés de joug, depuis le mariage sans le divorce dans la famille jusqu’à l’état de siége dans la cité; telle est la loi.

Le droit: aller et venir, acheter, vendre, échanger.

La loi: douane, octroi, frontière.

Le droit: l’instruction gratuite et obligatoire, sans empiétement sur la conscience de l’homme, embryonnaire dans l’enfant, c’est-à-dire l’instruction laïque.

La loi: les ignorantins.

Le droit: la croyance libre.

La loi: les religions d’état.

Le suffrage universel, le jury universel, c’est le droit; le suffrage restreint, le jury trié, c’est la loi.

La chose jugée, c’est la loi; la justice, c’est le droit.

Mesurez l’intervalle.

La loi a la crue, la mobilité, l’envahissement et l’anarchie de l’eau, souvent trouble; mais le droit est insubmersible.

Pour que tout soit sauvé, il suffit que le droit surnage dans une conscience.

On n’engloutit pas Dieu.

La persistance du droit contre l’obstination de la loi; toute l’agitation sociale vient de là.

Le hasard a voulu (mais le hasard existe-t-il?) que les premières paroles politiques de quelque retentissement prononcées à titre officiel par celui qui écrit ces lignes, aient été d’abord, à l’institut, pour le droit, ensuite, à la chambre des pairs, contre la loi.

Le 2 juin 1841, en prenant séance à l’académie française, il glorifia la résistance à l’empire; le 12 juin 1847, il demanda à la chambre des pairs [Footnote: Et obtint. Voir page 151 de Avant l’exil.] la rentrée en France de la famille Bonaparte, bannie.

Ainsi, dans le premier cas, il plaidait pour la liberté, c’est-à-dire pour le droit; et, dans le second cas, il élevait la voix contre la proscription, c’est-à-dire contre la loi.

Dès cette époque une des formules de sa vie publique a été: Pro jure contra legem.

Sa conscience lui a imposé, dans ses fonctions de législateur, une confrontation permanente et perpétuelle de la loi que les hommes font avec le droit qui fait les hommes.

Obéir à sa conscience est sa règle; règle qui n’admet pas d’exception.

La fidélité à cette règle, c’est là, il l’affirme, ce qu’on trouvera dans ces trois volumes, Avant l’exil, Pendant l’exil, Depuis l’exil.

III

Pour lui, il le déclare, car tout esprit doit loyalement indiquer son point de départ, la plus haute expression du droit, c’est la liberté.

La formule républicaine a su admirablement ce qu’elle disait et ce qu’elle faisait; la gradation de l’axiome social est irréprochable. Liberté, Égalité, Fraternité. Rien à ajouter, rien à retrancher. Ce sont les trois marches du perron suprême. La liberté, c’est le droit, l’égalité, c’est le fait, la fraternité, c’est le devoir. Tout l’homme est là.

Nous sommes frères par la vie, égaux par la naissance et par la mort, libres par l’âme.

Otez l’âme, plus de liberté.

Le matérialisme est auxiliaire du despotisme.

Remarquons-le en passant, à quelques esprits, dont plusieurs sont même élevés et généreux, le matérialisme fait l’effet d’une libération.

Étrange et triste contradiction, propre à l’intelligence humaine, et qui tient à un vague désir d’élargissement d’horizon. Seulement, parfois, ce qu’on prend pour élargissement, c’est rétrécissement.

Constatons, sans les blâmer, ces aberrations sincères. Lui-même, qui parle ici, n’a-t-il pas été, pendant les quarante premières années de sa vie, en proie à une de ces redoutables luttes d’idées qui ont pour dénouement, tantôt l’ascension, tantôt la chute?

Il a essayé de monter. S’il a un mérite, c’est celui-là.

De là les épreuves de sa vie. En toute chose, la descente est douce et la montée est dure. Il est plus aisé d’être Sieyès que d’être Condorcet. La honte est facile, ce qui la rend agréable à de certaines âmes.

N’être pas de ces âmes-là, voilà l’unique ambition de celui qui écrit ces pages.

Puisqu’il est amené à parler de la sorte, il convient peut-être qu’avec la sobriété nécessaire il dise un mot de cette partie du passé à laquelle a été mêlée la jeunesse de ceux qui sont vieux aujourd’hui. Un souvenir peut être un éclaircissement. Quelquefois l’homme qu’on est s’explique par l’enfant qu’on a été.

IV

Au commencement de ce siècle, un enfant habitait, dans le quartier le plus désert de Paris, une grande maison qu’entourait et qu’isolait un grand jardin. Cette maison s’était appelée, avant la révolution, le couvent des Feuillantines. Cet enfant vivait là seul, avec sa mère et ses deux frères et un vieux prêtre, ancien oratorien, encore tout tremblant de 93, digne vieillard persécuté jadis et indulgent maintenant, qui était leur clément précepteur, et qui leur enseignait beaucoup de latin, un peu de grec et pas du tout d’histoire. Au fond du jardin, il y avait de très grands arbres qui cachaient une ancienne chapelle à demi ruinée. Il était défendu aux enfants d’aller jusqu’à cette chapelle. Aujourd’hui ces arbres, cette chapelle et cette maison ont disparu. Les embellissements qui ont sévi sur le jardin du Luxembourg se sont prolongés jusqu’au Val-de-Grâce et ont détruit cette humble oasis. Une grande rue assez inutile passe là. Il ne reste plus des Feuillantines qu’un peu d’herbe et un pan de mur décrépit encore visible entre deux hautes bâtisses neuves; mais cela ne vaut plus la peine d’être regardé, si ce n’est par l’oeil profond du souvenir. En janvier 1871, une bombe prussienne a choisi ce coin de terre pour y tomber, continuation des embellissements, et M. de Bismark a achevé ce qu’avait commencé M. Haussmann. C’est dans cette maison que grandissaient sous le premier empire les trois jeunes frères. Ils jouaient et travaillaient ensemble, ébauchant la vie, ignorant la destinée, enfances mêlées au printemps, attentifs aux livres, aux arbres, aux nuages, écoutant le vague et tumultueux conseil des oiseaux, surveillés par un doux sourire. Sois bénie, ô ma mère!

On voyait sur les murs, parmi les espaliers vermoulus et décloués, des vestiges de reposoirs, des niches de madones, des restes de croix, et çà et là cette inscription: Propriété nationale.

Le digne prêtre précepteur s’appelait l’abbé de la Rivière. Que son nom soit prononcé ici avec respect.

Avoir été enseigné dans sa première enfance par un prêtre est un fait dont on ne doit parler qu’avec calme et douceur; ce n’est ni la faute du prêtre ni la vôtre. C’est, dans des conditions que ni l’enfant ni le prêtre n’ont choisies, une rencontre malsaine de deux intelligences, l’une petite, l’autre rapetissée, l’une qui grandit, l’autre qui vieillit. La sénilité se gagne. Une âme d’enfant peut se rider de toutes les erreurs d’un vieillard.

En dehors de la religion, qui est une, toutes les religions sont des à peu près; chaque religion a son prêtre qui enseigne à l’enfant son à peu près. Toutes les religions, diverses en apparence, ont une identité vénérable; elles sont terrestres par la surface, qui est le dogme, et célestes par le fond, qui est Dieu. De là, devant les religions, la grave rêverie du philosophe qui, sous leur chimère, aperçoit leur réalité. Cette chimère, qu’elles appellent articles de foi et mystères, les religions la mêlent à Dieu, et l’enseignent. Peuvent-elles faire autrement? L’enseignement de la mosquée et de la synagogue est étrange, mais c’est innocemment qu’il est funeste; le prêtre, nous parlons du prêtre convaincu, n’en est pas coupable; il est à peine responsable; il a été lui-même anciennement le patient de cet enseignement dont il est aujourd’hui l’opérateur; devenu maître, il est resté esclave. De là ses leçons redoutables. Quoi de plus terrible que le mensonge sincère? Le prêtre enseigne le faux, ignorant le vrai; il croit bien faire.

Cet enseignement a cela de lugubre que tout ce qu’il fait pour l’enfant est fait contre l’enfant; il donne lentement on ne sait quelle courbure à l’esprit; c’est de l’orthopédie en sens inverse; il fait torse ce que la nature a fait droit; il lui arrive, affreux chefs-d’oeuvre, de fabriquer des âmes difformes, ainsi Torquemada; il produit des intelligences inintelligentes, ainsi Joseph de Maistre; ainsi tant d’autres, qui ont été les victimes de cet enseignement avant d’en être les bourreaux.

Étroite et obscure éducation de caste et de clergé qui a pesé sur nos pères et qui menace encore nos fils!

Cet enseignement inocule aux jeunes intelligences la vieillesse des préjugés, il ôte à l’enfant l’aube et lui donne la nuit, et il aboutit à une telle plénitude du passé que l’âme y est comme noyée, y devient on ne sait quelle éponge de ténèbres, et ne peut plus admettre l’avenir.

Se tirer de l’éducation qu’on a reçue, ce n’est pas aisé. Pourtant l’instruction cléricale n’est pas toujours irrémédiable. Preuve, Voltaire.

Les trois écoliers des Feuillantines étaient soumis à ce périlleux enseignement, tempéré, il est vrai, par la tendre et haute raison d’une femme; leur mère.

Le plus jeune des trois frères, quoiqu’on lui fit dès lors épeler
Virgile, était encore tout à fait un enfant.

Cette maison des Feuillantines est aujourd’hui son cher et religieux souvenir. Elle lui apparaît couverte d’une sorte d’ombre sauvage. C’est là qu’au milieu des rayons et des roses se faisait en lui la mystérieuse ouverture de l’esprit. Rien de plus tranquille que cette haute masure fleurie, jadis couvent, maintenant solitude, toujours asile. Le tumulte impérial y retentissait pourtant. Par intervalles, dans ces vastes chambres d’abbaye, dans ces décombres de monastère, sous ces voûtes de cloître démantelé, l’enfant voyait aller et venir, entre deux guerres dont il entendait le bruit, revenant de l’armée et repartant pour l’armée, un jeune général qui était son père et un jeune colonel qui était son oncle; ce charmant fracas paternel l’éblouissait un moment; puis, à un coup de clairon, ces visions de plumets et de sabres s’évanouissaient, et tout redevenait paix et silence dans cette ruine où il y avait une aurore.

Ainsi vivait, déjà sérieux, il y a soixante ans, cet enfant, qui était moi.

Je me rappelle toutes ces choses, ému.

C’était le temps d’Eylau, d’Ulm, d’Auersaedt et de Friedland, de l’Elbe forcé, de Spandau, d’Erfurt et de Salzbourg enlevés, des cinquante et un jours de tranchée de Dantzick, des neuf cents bouches à feu vomissant cette victoire énorme, Wagram; c’était le temps des empereurs sur le Niémen, et du czar saluant le césar; c’était le temps où il y avait un département du Tibre, Paris chef-lieu de Rome; c’était l’époque du pape détruit au Vatican, de l’inquisition détruite en Espagne, du moyen âge détruit dans l’agrégation germanique, des sergents faits princes, des postillons faits rois, des archiduchesses épousant des aventuriers; c’était l’heure extraordinaire; à Austerlitz la Russie demandait grâce, à Iéna la Prusse s’écroulait, à Essling l’Autriche s’agenouillait, la confédération du Rhin annexait l’Allemagne à la France, le décret de Berlin, formidable, faisait presque succéder à la déroute de la Prusse la faillite de l’Angleterre, la fortune à Potsdam livrait l’épée de Frédéric à Napoléon qui dédaignait de la prendre, disant: J’ai la mienne. Moi, j’ignorais tout cela, j’étais petit.

Je vivais dans les fleurs.

Je vivais dans ce jardin des Feuillantines, j’y rôdais comme un enfant, j’y errais comme un homme, j’y regardais le vol des papillons et des abeilles, j’y cueillais des boutons d’or et des liserons, et je n’y voyais jamais personne que ma mère, mes deux frères et le bon vieux prêtre, son livre sous le bras. Parfois, malgré la défense, je m’aventurais jusqu’au hallier farouche du fond du jardin; rien n’y remuait que le vent, rien n’y parlait que les nids, rien n’y vivait que les arbres; et je considérais à travers les branches la vieille chapelle dont les vitres défoncées laissaient voir la muraille intérieure bizarrement incrustée de coquillages marins. Les oiseaux entraient et sortaient par les fenêtres. Ils étaient là chez eux. Dieu et les oiseaux, cela va ensemble.

Un soir, ce devait être vers 1809, mon père était en Espagne, quelques visiteurs étaient venus voir ma mère, événement rare aux Feuillantines. On se promenait dans le jardin; mes frères étaient restés à l’écart. Ces visiteurs étaient trois camarades de mon père; ils venaient apporter ou demander de ses nouvelles; ces hommes étaient de haute taille; je les suivais, j’ai toujours aimé la compagnie des grands; c’est ce qui, plus tard, m’a rendu facile un long tête-à-tête avec l’océan.

Ma mère les écoutait parler, je marchais derrière ma mère.

Il y avait fête ce jour-là, une de ces vastes fêtes du premier empire. Quelle fête? je l’ignorais. Je l’ignore encore. C’était un soir d’été; la nuit tombait, splendide. Canon des Invalides, feu d’artifice, lampions; une rumeur de triomphe arrivait jusqu’à notre solitude; la grande ville célébrait la grande armée et le grand chef; la cité avait une auréole, comme si les victoires étaient une aurore; le ciel bleu devenait lentement rouge; la fête impériale se réverbérait jusqu’au zénith; des deux dômes qui dominaient le jardin des Feuillantines, l’un, tout près, le Val-de-Grâce, masse noire, dressait une flamme à son sommet et semblait une tiare qui s’achève en escarboucle; l’autre, lointain, le Panthéon gigantesque et spectral, avait autour de sa rondeur un cercle d’étoiles, comme si, pour fêter un génie, il se faisait une couronne des âmes de tous les grands hommes auxquels il est dédié.

La clarté de la fête, clarté superbe, vermeille, vaguement sanglante, était telle qu’il faisait presque grand jour dans le jardin.

Tout en se promenant, le groupe qui marchait devant moi était parvenu, peut-être un peu malgré ma mère, qui avait des velléités de s’arrêter et qui semblait ne vouloir pas aller si loin, jusqu’au massif d’arbres où était la chapelle.

Ils causaient, les arbres étaient silencieux, au loin le canon de la solennité tirait de quart d’heure en quart d’heure. Ce que je vais dire est pour moi inoubliable.

Comme ils allaient entrer sous les arbres, un des trois interlocuteurs s’arrêta, et regardant le ciel nocturne plein de lumière, s’écria:

—N’importe! cet homme est grand.

Une voix sortit de l’ombre et dit:

—Bonjour, Lucotte[1], bonjour, Drouet[2], bonjour, Tilly[3].

Et un homme, de haute stature aussi lui, apparut dans le clair-obscur des arbres.

Les trois causeurs levèrent la tête.

—Tiens! s’écria l’un d’eux.

Et il parut prêt à prononcer un nom.

Ma mère, pâle, mit un doigt sur sa bouche.

Ils se turent.

Je regardais, étonné.

L’apparition, c’en était une pour moi, reprit:

—Lucotte, c’est toi qui parlais.

—Oui, dit Lucotte.

—Tu disais: cet homme est grand.

—Oui.

—Eh bien, quelqu’un est plus grand que Napoléon.

—Qui?

—Bonaparte.

Il y eut un silence. Lucotte le rompit.

—Après Marengo?

L’inconnu répondit:

—Avant Brumaire.

Le général Lucotte, qui était jeune, riche, beau, heureux, tendit la main à l’inconnu et dit:

—Toi, ici! je te croyais en Angleterre.

L’inconnu, dont je remarquais la face sévère, l’oeil profond et les cheveux grisonnants, repartit:

—Brumaire, c’est la chute.

—De la république, oui.

—Non, de Bonaparte.

Ce mot, Bonaparte, m’étonnait beaucoup. J’entendais toujours dire «l’empereur». Depuis, j’ai compris ces familiarités hautaines de la vérité. Ce jour-là, j’entendais pour la première fois le grand tutoiement de l’histoire.

Les trois hommes, c’étaient trois généraux, écoutaient stupéfaits et sérieux.

Lucotte s’écria:

—Tu as raison. Pour effacer Brumaire, je ferais tous les sacrifices.
La France grande, c’est bien; la France libre, c’est mieux.

—La France n’est pas grande si elle n’est pas libre.

—C’est encore vrai. Pour revoir la France libre, je donnerais ma fortune. Et toi?

—Ma vie, dit l’inconnu.

Il y eut encore un silence. On entendait le grand bruit de Paris joyeux, les arbres étaient roses, le reflet de la fête éclairait les visages de ces hommes, les constellations s’effaçaient au-dessus de nos têtes dans le flamboiement de Paris illuminé, la lueur de Napoléon semblait remplir le ciel.

Tout à coup l’homme si brusquement apparu se tourna vers moi qui avais peur et me cachais un peu, me regarda fixement, et me dit:

—Enfant, souviens-toi de ceci: avant tout, la liberté.

Et il posa sa main sur ma petite épaule, tressaillement que je garde encore.

Puis il répéta:

—Avant tout la liberté.

Et il rentra sous les arbres, d’où il venait de sortir.

Qui était cet homme?

Un proscrit.

Victor Fanneau de Lahorie était un gentilhomme breton rallié à la république. Il était l’ami de Moreau, breton aussi. En Vendée, Lahorie connut mon père, plus jeune que lui de vingt-cinq ans. Plus tard, il fut son ancien à l’armée du Rhin; il se noua entre eux une de ces fraternités d’armes qui font qu’on donne sa vie l’un pour l’autre. En 1801 Lahorie fut impliqué dans la conspiration de Moreau contre Bonaparte. Il fut proscrit, sa tête fut mise à prix, il n’avait pas d’asile; mon père lui ouvrit sa maison; la vieille chapelle des Feuillantines, ruine, était bonne à protéger cette autre ruine, un vaincu. Lahorie accepta l’asile comme il l’eût offert, simplement; et il vécut dans cette ombre, caché.

Mon père et ma mère seuls savaient qu’il était là.

Le jour où il parla aux trois généraux, peut-être fit-il une imprudence.

Son apparition nous surprit fort, nous les enfants. Quant au vieux prêtre, il avait eu dans sa vie une quantité de proscription suffisante pour lui ôter l’étonnement. Quelqu’un qui était caché, c’était pour ce bonhomme quelqu’un qui savait à quel temps il avait affaire; se cacher, c’était comprendre.

Ma mère nous recommanda le silence, que les enfants gardent si religieusement. A dater de ce jour, cet inconnu cessa d’être mystérieux dans la maison. A quoi bon la continuation du mystère, puisqu’il s’était montré? Il mangeait à la table de famille, il allait et venait dans le jardin, et donnait çà et là des coups de bêche, côte à côte avec le jardinier; il nous conseillait; il ajoutait ses leçons aux leçons du prêtre; il avait une façon de me prendre dans ses bras qui me faisait rire et qui me faisait peur; il m’élevait en l’air, et me laissait presque retomber jusqu’à terre. Une certaine sécurité, habituelle à tous les exils prolongés, lui était venue. Pourtant il ne sortait jamais. Il était gai. Ma mère était un peu inquiète, bien que nous fussions entourés de fidélités absolues.

Lahorie était un homme simple, doux, austère, vieilli avant l’âge, savant, ayant le grave héroïsme propre aux lettrés. Une certaine concision dans le courage distingue l’homme qui remplit un devoir de l’homme qui joue un rôle; le premier est Phocion, le second est Murat. Il y avait du Phocion dans Lahorie.

Nous les enfants, nous ne savions rien de lui, sinon qu’il était mon parrain. Il m’avait vu naître; il avait dit à mon père: Hugo est un mot du nord, il faut l’adoucir par un mot du midi, et compléter le germain par le romain. Et il me donna le nom de Victor, qui du reste était le sien. Quant à son nom historique, je l’ignorais. Ma mère lui disait général, je l’appelais mon parrain Il habitait toujours la masure du fond du jardin, peu soucieux de la pluie et de la neige qui, l’hiver, entraient par les croisées sans vitres; il continuait dans cette chapelle son bivouac. Il avait derrière l’autel un lit de camp, avec ses pistolets dans un coin, et un Tacite qu’il me faisait expliquer.

J’aurai toujours présent à la mémoire le jour où il me prit sur ses genoux, ouvrit ce Tacite qu’il avait, un in-octavo relié en parchemin, édition Herhan, et me lut cette ligne: Urbem Romam a principio reges habuere.

Il s’interrompit et murmura à demi-voix:

—Si Rome eût gardé ses rois, elle n’eût pas été Rome.

Et, me regardant tendrement, il redit cette grande parole:

—Enfant, avant tout la liberté.

Un jour il disparut de la maison. J’ignorais alors pourquoi.[4] Des événements survinrent, il y eut Moscou, la Bérésina, un commencement d’ombre terrible. Nous allâmes rejoindre mon père en Espagne. Puis nous revînmes aux Feuillantines. Un soir d’octobre 1812, je passais, donnant la main à ma mère, devant l’église Saint-Jacques-du-Haut-Pas. Une grande affiche blanche était placardée sur une des colonnes du portail, celle de droite; je vais quelquefois revoir cette colonne. Les passants regardaient obliquement cette affiche, semblaient en avoir un peu peur, et, après l’avoir entrevue, doublaient le pas. Ma mère s’arrêta, et me dit: Lis. Je lus. Je lus ceci: «—Empire français.—Par sentence du premier conseil de guerre, ont été fusillés en plaine de Grenelle, pour crime de conspiration contre l’empire et l’empereur, les trois ex-généraux Malet, Guidal et Lahorie.» —Lahorie, me dit ma mère. Retiens ce nom.

Et elle ajouta:

—C’est ton parrain.

Notes:

[1] Depuis comte de Sopetran.

[2] Depuis comte d’Erlon.

[3] Depuis gouverneur de Ségovie.

[4] Voir le livre Victor Hugo raconté par un témoin de sa vie.

V

Tel est le fantôme que j’aperçois dans les profondeurs de mon enfance.

Cette figure est une de celles qui n’ont jamais disparu de mon horizon.

Le temps, loin de la diminuer, l’a accrue.

En s’éloignant, elle s’est augmentée, d’autant plus haute qu’elle était plus lointaine, ce qui n’est propre qu’aux grandeurs morales.

L’influence sur moi a été ineffaçable.

Ce n’est pas vainement que j’ai eu, tout petit, de l’ombre de proscrit sur ma tête, et que j’ai entendu la voix de celui qui devait mourir dire ce mot du droit et du devoir: Liberté.

Un mot a été le contre-poids de toute une éducation.

L’homme qui publie aujourd’hui ce recueil, Actes et Paroles, et qui dans ces volumes, Avant l’exil, Pendant l’exil, Depuis l’exil, ouvre à deux battants sa vie à ses contemporains, cet homme a traversé beaucoup d’erreurs. Il compte, si Dieu lui en accorde le temps, en raconter les péripéties sous ce titre: Histoire des révolutions intérieures d’une conscience honnête. Tout homme peut, s’il est sincère, refaire l’itinéraire, variable pour chaque esprit, du chemin de Damas. Lui, comme il l’a dit quelque part, il est fils d’une vendéenne, amie de madame de la Rochejaquelein, et d’un soldat de la révolution et de l’empire, ami de Desaix, de Jourdan et de Joseph Bonaparte; il a subi les conséquences d’une éducation solitaire et complexe où un proscrit républicain donnait la réplique à un proscrit prêtre. Il y a toujours eu en lui le patriote sous le vendéen; il a été napoléonien en 1813, bourbonnien en 1814; comme presque tous les hommes du commencement de ce siècle, il a été tout ce qu’a été le siècle; illogique et probe, légitimiste et voltairien, chrétien littéraire, bonapartiste libéral, socialiste à tâtons dans la royauté; nuances bizarrement réelles, surprenantes aujourd’hui; il a été de bonne foi toujours; il a eu pour effort de rectifier son rayon visuel au milieu de tous ces mirages; toutes les approximations possibles du vrai ont tenté tour à tour et quelquefois trompé son esprit; ces aberrations successives, où, disons-le, il n’y a jamais eu un pas en arrière, ont laissé trace dans ses oeuvres; on peut en constater çà et là l’influence; mais, il le déclare ici, jamais, dans tout ce qu’il a écrit, même dans ses livres d’enfant et d’adolescent, jamais on ne trouvera une ligne contre la liberté. Il y a eu lutte dans son âme entre la royauté que lui avait imposée le prêtre catholique et la liberté que lui avait recommandée le soldat républicain; la liberté a vaincu.

Là est l’unité de sa vie.

Il cherche à faire en tout prévaloir la liberté. La liberté, c’est, dans la philosophie, la Raison, dans l’art, l’Inspiration, dans la politique, le Droit.

VI

En 1848, son parti n’était pas pris sur la forme sociale définitive. Chose singulière, on pourrait presque dire qu’à cette époque la liberté lui masqua la république. Sortant d’une série de monarchies essayées et mises au rebut tour à tour, monarchie impériale, monarchie légitime, monarchie constitutionnelle, jeté dans des faits inattendus qui lui semblaient illogiques, obligé de constater à la fois dans les chefs guerriers qui dirigeaient l’état l’honnêteté et l’arbitraire, ayant malgré lui sa part de l’immense dictature anonyme qui est le danger des assemblées uniques, il se décida à observer, sans adhésion, ce gouvernement militaire où il ne pouvait reconnaître un gouvernement démocratique, se borna à protéger les principes quand ils lui parurent menacés et se retrancha dans la défense du droit méconnu. En 1848, il y eut presque un dix-huit fructidor; les dix-huit fructidor ont cela de funeste qu’ils donnent le modèle et le prétexte aux dix-huit brumaire, et qu’ils font faire par la république des blessures à la liberté; ce qui, prolongé, serait un suicide. L’insurrection de juin fut fatale, fatale par ceux qui l’allumèrent, fatale par ceux qui l’éteignirent; il la combattit; il fut un des soixante représentants envoyés par l’assemblée aux barricades. Mais, après la victoire, il dut se séparer des vainqueurs. Vaincre, puis tendre la main aux vaincus, telle est la loi de sa vie. On fit le contraire. Il y a bien vaincre et mal vaincre. L’insurrection de 1848 fut mal vaincue. Au lieu de pacifier, on envenima; au lieu de relever, on foudroya; on acheva l’écrasement; toute la violence soldatesque se déploya; Cayenne, Lambessa, déportation sans jugement; il s’indigna; il prit fait et cause pour les accablés; il éleva la voix pour toutes ces pauvres familles désespérées; il repoussa cette fausse république de conseils de guerre et d’état de siège. Un jour, à l’assemblée, le représentant Lagrange, homme vaillant, l’aborda et lui dit: «Avec qui êtes-vous ici? il répondit: Avec la liberté.—Et que faites-vous? reprit Lagrange; il répondit: J’attends.»

Après juin 1848, il attendait; mais, après juin 1849, il n’attendit plus.

L’éclair qui jaillit des événements lui entra dans l’esprit. Ce genre d’éclair, une fois qu’il a brillé, ne s’efface pas. Un éclair qui reste, c’est là la lumière du vrai dans la conscience.

En 1849, cette clarté définitive se fit en lui.

Quand il vit Rome terrassée au nom dé la France, quand il vit la majorité, jusqu’alors hypocrite, jeter tout à coup le masque par la bouche duquel, le 4 mai 1848, elle avait dix-sept fois crié: Vive la république! quand il vit, après le 13 juin, le triomphe de toutes les coalitions ennemies du progrès, quand il vit cette joie cynique, il fut triste, il comprit, et, au moment où toutes les mains des vainqueurs se tendaient vers lui pour l’attirer dans leurs rangs, il sentit dans le fond de son âme qu’il était un vaincu. Une morte était à terre, on criait: c’est la république! il alla à cette morte, et reconnut que c’était la liberté. Alors il se pencha vers ce cadavre, et il l’épousa. Il vit devant lui la chute, la défaite, la ruine, l’affront, la proscription, et il dit: C’est bien.

Tout de suite, le 15 juin, il monta à la tribune, et il protesta. A partir de ce jour, la jonction fut faite dans son âme entre la république et la liberté. A partir de ce jour, sans trêve, sans relâche, presque sans reprise d’haleine, opiniâtrément, pied à pied, il lutta pour ces deux grandes calomniées. Enfin, le 2 décembre 1851, ce qu’il attendait, il l’eut; vingt ans d’exil.

Telle est l’histoire de ce qu’on a appelé son apostasie.

VII

1849. Grande date pour lui.

Alors commencèrent les luttes tragiques.

Il y eut de mémorables orages; l’avenir attaquait, le passé résistait.

A cette étrange époque le passé était tout-puissant. Il était omnipotent, ce qui ne l’empêchait pas d’être mort. Effrayant fantôme combattant.

Toutes les questions se présentèrent; indépendance nationale, liberté individuelle, liberté de conscience, liberté de pensée, liberté de parole, liberté de tribune et de presse, question du mariage dans la femme, question de l’éducation dans l’enfant, droit au travail à propos du salaire, droit à la patrie à propos de la déportation, droit à la vie à propos de la réforme du code, pénalité décroissante par l’éducation croissante, séparation de l’église et de l’état, la propriété des monuments, églises, musées, palais dits royaux, rendue à la nation, la magistrature restreinte, le jury augmenté, l’armée européenne licenciée par la fédération continentale, l’impôt de l’argent diminué, l’impôt du sang aboli, les soldats retirés au champ de bataille et restitués au sillon comme travailleurs, les douanes supprimées, les frontières effacées, les isthmes coupés, toutes les ligatures disparues, aucune entrave à aucun progrès, les idées circulant dans la civilisation comme le sang dans l’homme. Tout cela fut débattu, proposé, imposé parfois. On trouvera ces luttes dans ce livre.

L’homme qui esquisse en ce moment sa vie parlementaire, entendant un jour les membres de la droite exagérer le droit du père, leur jeta ce mot inattendu, le droit de l’enfant. Un autre jour, sans cesse préoccupé du peuple et du pauvre, il les stupéfia par cette affirmation: On peut détruire la misère.

C’est une vie violente que celle des orateurs. Dans les assemblées ivres de leur triomphe et de leur pouvoir, les minorités étant les trouble-fête sont les souffre-douleurs. C’est dur de rouler cet inexorable rocher de Sisyphe, le droit; on le monte, il retombe. C’est là l’effort des minorités.

La beauté du devoir s’impose; une fois qu’on l’a comprise, on lui obéit, plus d’hésitation; le sombre charme du dévouement attire les consciences, et l’on accepte les épreuves avec une joie sévère. L’approche de la lumière a cela de terrible qu’elle devient flamme. Elle éclaire d’abord, réchauffe ensuite, et dévore enfin. N’importe, on s’y précipite. On s’y ajoute. On augmente cette clarté du rayonnement de son propre sacrifice; brûler, c’est briller; quiconque souffre pour la vérité la démontre.

Huer avant de proscrire, c’est le procédé ordinaire des majorités furieuses; elles préludent à la persécution matérielle par la persécution morale, l’imprécation commence ce que l’ostracisme achèvera; elles parent la victime pour l’immolation avec toute la rhétorique de l’injure; et elles l’outragent, c’est leur façon de la couronner.

Celui qui parle ici traversa ces diverses façons d’agir, et n’eut qu’un mérite, le dédain. Il fit son devoir, et, ayant pour salaire l’affront, il s’en contenta.

Ce qu’étaient ces affronts, on le verra en lisant ce recueil de vérités insultées.

En veut-on quelques exemples?

Un jour, le 17 juillet 1851, il dénonça à la tribune la conspiration de Louis Bonaparte, et déclara que le président voulait se faire empereur. Une voix lui cria:

—Vous êtes un infâme calomniateur!

Cette voix a depuis prêté serment à l’empire moyennant trente mille francs par an.

Une autre fois, comme il combattait la féroce loi de déportation, une voix lui jeta cette interruption:

—Et dire que ce discours coûtera vingt-cinq francs à la France!

Cet interrupteur-là aussi a été sénateur de l’empire.

Une autre fois, on ne sait qui, sénateur également plus tard, l’apostrophait ainsi:

—Vous êtes l’adorateur du soleil levant!

Du soleil levant de l’exil, oui.

Le jour où il dit à la tribune ce mot que personne encore n’y avait prononcé: les États-Unis d’Europe, M. Molé fut remarquable. Il leva les yeux au ciel, se dressa debout, traversa toute la salle, fit signe aux membres de la majorité de le suivre, et sortit. On ne le suivit pas, il rentra. Indigné.

Parfois les huées et les éclats de rire duraient un quart d’heure.
L’orateur qui parle ici en profitait pour se recueillir.

Pendant l’insulte, il s’adossait au mur de la tribune et méditait.

Ce même 17 juillet 1851 fut le jour où il prononça le mot: «Napoléon le Petit». Sur ce mot, la fureur de la majorité fut telle et éclata en de si menaçantes rumeurs, que cela s’entendait du dehors et qu’il y avait foule sur le pont de la Concorde pour écouter ce bruit d’orage.

Ce jour-là, il monta à la tribune, croyant y rester vingt minutes, il y resta trois heures.

Pour avoir entrevu et annoncé le coup d’état, tout le futur sénat du futur empire le déclara «calomniateur». Il eut contre lui tout le parti de l’ordre et toutes les nuances conservatrices, depuis M. de Falloux, catholique, jusqu’à M. Vieillard, athée.

Être un contre tous, cela est quelquefois laborieux.

Il ripostait dans l’occasion, tâchant de rendre coup pour coup.

Une fois à propos d’une loi d’éducation cléricale cachant l’asservissement des études sous cette rubrique, liberté de l’enseignement, il lui arriva de parler du moyen âge, de l’inquisition, de Savonarole, de Giordano Bruno, et de Campanella appliqué vingt-sept fois à la torture pour ses opinions philosophiques, les hommes de la droite lui crièrent:

—A la question!

Il les regarda fixement, et leur dit:

—Vous voudriez bien m’y mettre.

Cela les fit taire.

Un autre jour, je répliquais à je ne sais quelle attaque d’un Montalembert quelconque, la droite entière s’associa à l’attaque, qui était, cela va sans dire, un mensonge, quel mensonge? je l’ai oublié, on trouvera cela dans ce livre; les cinq cents myopes de la majorité s’ajoutèrent à leur orateur, lequel n’était pas du reste sans quelque valeur, et avait l’espèce de talent possible à une âme médiocre; on me donna l’assaut à la tribune, et j’y fus quelque temps comme aboyé par toutes les vociférations folles et pardonnables de la colère inconsciente; c’était un vacarme de meute; j’écoutais ce tumulte avec indulgence, attendant que le bruit cessât pour continuer ce que j’avais à dire; subitement, il y eut un mouvement au banc des ministres; c’était le duc de Montebello, ministre de la marine, qui se levait; le duc quitta sa place, écarta frénétiquement les huissiers, s’avança vers moi et me jeta une phrase qu’il comprenait peut-être et qui avait évidemment la volonté d’être hostile; c’était quelque chose comme: Vous êtes un empoisonneur public! Ainsi caractérisé à bout portant et effleuré par cette intention de meurtrissure, je fis un signe de la main, les clameurs s’interrompirent, on est furieux mais curieux, on se tut, et, dans ce silence d’attente, de ma voix la plus polie, je dis:

—Je ne m’attendais pas, je l’avoue, à recevoir le coup de pied de….

Le silence redoubla et j’ajoutai:

—….monsieur de Montebello.

Et la tempête s’acheva par un rire qui, cette fois, ne fut pas contre moi.

Ces choses-là ne sont pas toujours au Moniteur. Habituellement la droite avait beaucoup de verve.

—Vous ne parlez pas français!—Portez cela à la Porte-Saint-Martin!— Imposteur!—Corrupteur! —Apostat!—Renégat!—Buveur de sang!—Bête féroce!—Poëte!

Tel était le crescendo.

Injure, ironie, sarcasme, et çà et là la calomnie, S’en fâcher, pourquoi? Washington, traité par la presse hostile d’escroc et de filou (pick-pocket), en rit dans ses lettres. Un jour, un célèbre ministre anglais; éclaboussé à la tribune de la même façon, donna une chiquenaude à sa manche, et dit: Cela se brosse. Il avait raison. Les haines, les noirceurs, les mensonges, boue aujourd’hui, poussière demain.

Ne répondons pas à la colère par la colère.

Ne soyons pas sévères pour des cécités.

«Ils ne savent ce qu’ils font», a dit quelqu’un sur le calvaire. «Ils ne savent ce qu’ils disent», n’est pas moins mélancolique ni moins vrai. Le crieur ignore son cri. L’insulteur est-il responsable de l’insulte? A peine.

Pour être responsable il faut être intelligent.

Les chefs comprenaient jusqu’à un certain point les actions qu’ils commettaient; les autres, non. La main est responsable, la fronde l’est peu, la pierre ne l’est pas.

Fureurs, injustices, calomnies, soit.

Oublions ces brouhaha.

VIII

Et puis, car il faut tout dire, c’est si bon la bonne foi, dans les collisions d’assemblée rappelées ici, l’orateur n’a-t-il rien à se reprocher? Ne lui est-il jamais arrivé de se laisser conduire par le mouvement de la parole au delà de sa pensée? Avouons-le, c’est dans la parole qu’il y a du hasard. On ne sait quel trépied est mêlé à la tribune, ce lieu sonore est un lieu mystérieux, on y sent l’effluve inconnu, le vaste esprit de tout un peuple vous enveloppe et s’infiltre dans votre esprit, la colère des irrités vous gagne, l’injustice des injustes vous pénètre, vous sentez monter en vous la grande indignation sombre, la parole va et vient de la conviction fixe et sereine à la révolte plus ou moins mesurée contre l’incident inattendu. De là des oscillations redoutables. On se laisse entraîner, ce qui est un danger, et emporter, ce qui est un tort. On fait des fautes de tribune. L’orateur qui se confesse ici n’y a point échappé.

En dehors des discours purement de réplique et de combat, tous les discours de tribune qu’on trouvera dans ce livre ont été ce qu’on appelle improvisés. Expliquons-nous sur l’improvisation. L’improvisation, dans les graves questions politiques, implique la préméditation, provisam rem, dit Horace. La préméditation fait que, lorsqu’on parle, les mots ne viennent pas malgré eux; la longue incubation de l’idée facilite l’éclosion immédiate de l’expression. L’improvisation n’est pas autre chose que l’ouverture subite et à volonté de ce réservoir, le cerveau, mais il faut que le réservoir soit plein. De la plénitude de la pensée résulte l’abondance de la parole. Au fond, ce que vous improvisez semble nouveau à l’auditoire, mais est ancien chez vous. Celui-là parle bien qui dépense la méditation d’un jour, d’une semaine, d’un mois, de toute sa vie parfois, en une parole d’une heure. Les mots arrivent aisément surtout à l’orateur qui est écrivain, qui a l’habitude de leur commander et d’être servi par eux, et qui, lorsqu’il les sonne, les fait venir. L’improvisation, c’est la veine piquée, l’idée jaillit. Mais cette facilité même est un péril. Toute rapidité est dangereuse. Vous avez chance et vous courez risque de mettre la main sur l’exagération et de la lancer à vos ennemis. Le premier mot venu est quelquefois un projectile. De là l’excellence des discours écrits.

Les assemblées y reviendront peut-être.

Est-ce qu’on peut être orateur avec un discours écrit? On a fait cette question. Elle est étrange. Tous les discours de Démosthène et de Cicéron sont des discours écrits. Ce discours sent l’huile, disait le zoïle quelconque de Démosthène. Royer-Collard, ce pédant charmant, ce grand esprit étroit, était un orateur; il n’a prononcé que des discours écrits; il arrivait, et posait son cahier sur la tribune. Les trois quarts des harangues de Mirabeau sont des harangues écrites, qui parfois même, et nous le blâmons de ceci, ne sont pas de Mirabeau; il débitait à la tribune, comme de lui, tel discours qui était de Talleyrand, tel discours qui était de Malouet, tel discours qui était de je ne sais plus quel suisse dont le nom nous échappe. Danton écrivait souvent ses discours; on en a retrouvé des pages, toutes de sa main, dans son logis de la cour du Commercé. Quant à Robespierre, sur dix harangues, neuf sont écrites. Dans les nuits qui précédaient son apparition à la tribune, il écrivait ce qu’il devait dire, lentement, correctement, sur sa petite table de sapin, avec un Racine ouvert sous les yeux.

L’improvisation a un avantage, elle saisit l’auditoire; elle saisit aussi l’orateur, c’est là son inconvénient; Elle le pousse à ces excès de polémique oratoire qui sont comme le pugilat de la tribune. Celui qui parle ici, réserve faite de la méditation préalable, n’a prononcé dans les assemblées que des discours improvisés. De là des violences de paroles, de là des fautes. Il s’en accuse.

IX

Ces hommes des anciennes majorités ont fait tout le mal qu’ils ont pu. Voulaient-ils faire le mal? Non; ils trompaient, mais ils se trompaient, c’est là leur circonstance atténuante. Ils croyaient avoir la vérité, et ils mentaient au service de la vérité. Leur pitié pour la société était impitoyable pour le peuple. De là tant de lois et tant d’actes aveuglément féroces. Ces hommes, plutôt cohue que sénat, assez innocents au fond, criaient pêle-mêle sur leurs bancs, ayant des ressorts qui les faisaient mouvoir, huant ou applaudissant selon le fil tiré, proscrivant au besoin, pantins pouvant mordre. Ils avaient pour chefs les meilleurs d’entre eux, c’est-à-dire les pires. Celui-ci, ancien libéral rallié aux servitudes, demandait qu’il n’y eût plus qu’un seul journal, le Moniteur, ce qui faisait dire à son voisin l’évêque Parisis: Et encore! Cet autre, pesamment léger, académicien de l’espèce qui parle bien et écrit mal. Cet autre, habit noir, cravate blanche, cordon rouge, gros souliers, président, procureur, tout ce qu’on veut, qui eût pu être Cicéron s’il n’avait été Guy-Patin, jadis avocat spirituel, le dernier des lâches. Cet autre, homme de simarre et grand juge de l’empire à trente ans, remarquable maintenant par son chapeau gris et son pantalon de nankin, sénile dans sa jeunesse, juvénile dans sa vieillesse, ayant commencé comme Lamoignon et finissant comme Brummel. Cet autre, ancien héros déformé, interrupteur injurieux, vaillant soldat devenu clérical trembleur, général devant Abd-el-Kader, caporal derrière Nonotte et Patouillet, se donnant, lui si brave, la peine d’être bravache, et ridicule par où il eût dû être admiré, ayant réussi à faire de sa très réelle renommée militaire un épouvantail postiche, lion qui coupe sa crinière et s’en fait une perruque. Cet autre, faux orateur, ne sachant que lapider avec des grossièretés, et n’ayant de ce qui était dans la bouche de Démosthène que les cailloux. Celui-ci, déjà nommé, d’où était sortie l’odieuse parole Expédition de Rome à l’intérieur, vanité du premier ordre, parlant du nez par élégance, jargonnant, le lorgnon à l’oeil, une petite éloquence impertinente, homme de bonne compagnie un peu poissard, mêlant la halle à l’hôtel de Rambouillet, jésuite longtemps échappé dans la démagogie, abhorrant le czar en Pologne et voulant le knout à Paris, poussant le peuple à l’église et à l’abattoir, berger de l’espèce bourreau. Cet autre, insulteur aussi, et non moins zélé serviteur de Rome, intrigant du bon Dieu, chef paisible des choses souterraines, figure sinistre et douce avec le sourire de la rage. Cet autre …—Mais je m’arrête. A quoi bon ce dénombrement? Et caetera, dit l’histoire. Tous ces masques sont déjà des inconnus. Laissons tranquille l’oubli reprenant ce qui est à lui. Laissons la nuit tomber sur les hommes de nuit. Le vent du soir emporte de l’ombre, laissons-le faire. En quoi cela nous regarde-t-il, un effacement de silhouette à l’horizon?

Passons.

Oui, soyons indulgents. S’il y a eu pour plusieurs d’entre nous quelque labeur et quelque épreuve, une tempête plus ou moins longue, quelques jets d’écume sur l’écueil, un peu de ruine, un peu d’exil, qu’importé si la fin est bonne pour toi, France, pour toi, peuple! qu’importe l’augmentation de souffrance de quelques-uns s’il y a diminution de souffrance pour tous! La proscription est dure, la calomnie est noire, la vie loin de la patrie est une insomnie lugubre, mais qu’importe si l’humanité grandit et se délivre! qu’importe nos douleurs si les questions avancent, si les problèmes se simplifient, si les solutions mûrissent, si à travers la claire-voie des impostures et des illusions on aperçoit de plus en plus distinctement la vérité! qu’importe dix-neuf ans de froide bise à l’étranger, qu’importe l’absence mal reçue au retour, si devant l’ennemi Paris charmant devient Paris sublime, si la majesté de la grande nation s’accroît par le malheur, si la France mutilée laisse couler par ses plaies de la vie pour le monde entier! qu’importe si les ongles repoussent à cette mutilée, et si l’heure de la restitution arrive! qu’importe si, dans un prochain avenir, déjà distinct et visible, chaque nationalité reprend sa figure naturelle, la Russie jusqu’à l’Inde, l’Allemagne jusqu’au Danube, l’Italie jusqu’aux Alpes, la France jusqu’au Rhin, l’Espagne ayant Gibraltar, et Cuba ayant Cuba; rectifications nécessaires à l’immense amitié future des nations! C’est tout cela que nous avons voulu. Nous l’aurons.

Il y a des saisons sociales, il y a pour la civilisation des traversées climatériques, qu’importe notre fatigue dans l’ouragan! et qu’est-ce que cela fait que nous ayons été malheureux si c’est pour le bien, si décidément le genre humain passe de son décembre à son avril, si l’hiver des despotismes et des guerres est fini, s’il ne nous neige plus de superstitions et de préjugés sur la tête, et si, après toutes les nuées évanouies, féodalités, monarchies, empires, tyrannies, batailles et carnages, nous voyons enfin poindre à l’horizon rosé cet éblouissant floréal des peuples, la paix universelle!

X

Dans tout ce que nous disons ici, nous n’avons qu’une prétention, affirmer l’avenir dans la mesure du possible.

Prévoir ressemble quelquefois à errer; le vrai trop lointain fait sourire.

Dire qu’un oeuf a des ailes, cela semble absurde, et cela est pourtant véritable.

L’effort du penseur, c’est de méditer utilement.

Il y a la méditation perdue qui est rêverie, et la méditation féconde qui est incubation. Le vrai penseur couve.

C’est de cette incubation que sortent, à des heures voulues, les diverses formes du progrès destinées à s’envoler dans le grand possible humain, dans la réalité, dans la vie.

Arrivera-t-on à l’extrémité du progrès?

Non.

Il ne faut pas rendre la mort inutile. L’homme ne sera complet qu’après la vie.

Approcher toujours, n’arriver jamais; telle est la loi. La civilisation est une asymptote.

Toutes les formes du progrès sont la Révolution.

La Révolution, c’est là ce que nous faisons, c’est là ce que nous pensons, c’est là ce que nous parlons, c’est là ce que nous avons dans la bouche, dans la poitrine, dans l’âme,

La Révolution, c’est la respiration nouvelle de l’humanité.

La Révolution, c’est hier, c’est aujourd’hui, et c’est demain.

De là, disons-le, la nécessité et l’impossibilité d’en faire l’histoire.

Pourquoi?

Parce qu’il est indispensable de raconter hier et parce qu’il est impossible de raconter demain.

On ne peut que le déduire et le préparer. C’est ce que nous tâchons de faire.

Insistons, cela n’est jamais inutile, sur cette immensité de la
Révolution.

XI

La Révolution tente tous les puissants esprits, et c’est à qui s’en approchera, les uns, comme Lamartine, pour la peindre, les autres, comme Michelet, pour l’expliquer, les autres, comme Quinet, pour la juger, les autres, comme Louis Blanc, pour la féconder.

Aucun fait humain n’a eu de plus magnifiques narrateurs, et pourtant cette histoire sera toujours offerte aux historiens comme à faire.

Pourquoi? Parce que toutes les histoires sont l’histoire du passé, et que, répétons-le, l’histoire de la Révolution est l’histoire de l’avenir. La Révolution a conquis en avant, elle a découvert et annoncé le grand Chanaan de l’humanité, il y a dans ce qu’elle nous à apporté encore plus de terre promise que de terrain gagné, et à mesure qu’une de ces conquêtes faites d’avance entrera dans le domaine humain, à mesure qu’une de ces promesses se réalisera, un nouvel aspect de la Révolution se révélera, et son histoire sera renouvelée. Les histoires actuelles n’en seront pas moins définitives, chacune à son point de vue, les historiens contemporains domineront même l’historien futur, comme Moïse domine Cuvier, mais leurs travaux se mettront en perspective et feront partie de l’ensemble complet. Quand cet ensemble sera-t-il complet? Quand le phénomène sera terminé, c’est-à-dire quand la révolution de France sera devenue, comme nous l’avons indiqué dans les premières pages de cet écrit, d’abord révolution d’Europe, puis révolution de l’homme; quand l’utopie se sera consolidée en progrès, quand l’ébauche aura abouti au chef-d’oeuvre; quand à la coalition fratricide des rois aura succédé la fédération fraternelle des peuples, et à la guerre contre tous, la paix pour tous. Impossible, à moins d’y ajouter le rêve, de compléter dès aujourd’hui ce qui ne se complétera que demain, et d’achever l’histoire d’un fait inachevé, surtout quand ce fait contient une telle végétation d’événements futurs. Entre l’histoire et l’historien la disproportion est trop grande.

Rien de plus colossal. Le total échappe. Regardez ce qui est déjà derrière nous. La Terreur est un cratère, la Convention est un sommet. Tout l’avenir est en fermentation dans ces profondeurs. Le peintre est effaré par l’inattendu des escarpements. Les lignes trop vastes dépassent l’horizon. Le regard humain a des limites, le procédé divin n’en a pas. Dans ce tableau à faire vous vous borneriez à un seul personnage, prenez qui vous voudrez, que vous y sentiriez l’infini. D’autres horizons sont moins démesurés. Ainsi, par exemple, à un moment donné de l’histoire, il y a d’un côté Tibère et de l’autre Jésus. Mais le jour où Tibère et Jésus font leur jonction dans un homme et s’amalgament dans un être formidable ensanglantant la terre et sauvant le monde, l’historien romain lui-même aurait un frisson, et Robespierre déconcerterait Tacite. Par moments on craint de finir par être forcé d’admettre une sorte de loi morale mixte qui semble se dégager de tout cet inconnu. Aucune des dimensions du phénomène ne s’ajuste à la nôtre. La hauteur est inouïe et se dérobe à l’observation. Si grand que soit l’historien, cette énormité le déborde. La Révolution française racontée par un homme, c’est un volcan expliqué par une fourmi.

XII

Que conclure? Une seule chose. En présence de cet ouragan énorme, pas encore fini, entr’aidons-nous les uns les autres.

Nous ne sommes pas assez hors de danger pour ne point nous tendre la main.

O mes frères, réconcilions-nous.

Prenons la route immense de l’apaisement. On s’est assez haï. Trêve. Oui, tendons-nous tous la main. Que les grands aient pitié des petits, et que les petits fassent grâce aux grands. Quand donc comprendra-t-on que nous sommes sur le même navire, et que le naufrage est indivisible? Cette mer qui nous menace est assez grande pour tous, il y a de l’abîme pour vous comme pour moi. Je l’ai dit déjà ailleurs, et je le répète. Sauver les autres, c’est se sauver soi-même. La solidarité est terrible, mais la fraternité est douce. L’une engendre l’autre. O mes frères, soyons frères!

Voulons-nous terminer notre malheur? renonçons à notre colère.
Réconcilions-nous. Vous verrez comme ce sourire sera beau.

Envoyons aux exils lointains la flotte lumineuse du retour, restituons les maris aux femmes, les travailleurs aux ateliers, les familles aux foyers, restituons-nous à nous-mêmes ceux qui ont été nos ennemis. Est-ce qu’il n’est pas enfin temps de s’aimer? Voulez-vous qu’on ne recommence pas? finissez. Finir, c’est absoudre. En sévissant, on perpétue. Qui tue son ennemi fait vivre la haine. Il n’y a qu’une façon d’achever les vaincus, leur pardonner. Les guerres civiles s’ouvrent par toutes les portes et se ferment par une seule, la clémence. La plus efficace des répressions, c’est l’amnistie. O femmes qui pleurez, je voudrais vous rendre vos enfants.

Ah! je songe aux exilés. J’ai par moments le coeur serré. Je songe au mal du pays. J’en ai eu ma part peut-être. Sait-on de quelle nuit tombante se compose la nostalgie? Je me figure la sombre âme d’un pauvre enfant de vingt ans qui sait à peine ce que la société lui veut, qui subit pour ou ne sait quoi, pour un article de journal, pour une page fiévreuse écrite dans la folie, ce supplice démesuré, l’exil éternel, et qui, après une journée de bagne, le crépuscule venu, s’assied sur la falaise sévère, accablé sous l’énormité de la guerre civile et sous la sérénité des étoiles! Chose horrible, le soir et l’océan à cinq mille lieues de sa mère!

Ah! pardonnons!

Ce cri de nos âmes n’est pas seulement tendre, il est raisonnable. La douceur n’est pas seulement la douceur, elle est l’habileté. Pourquoi condamner l’avenir au grossissement des vengeances gonflées de pleurs et à la sinistre répercussion des rancunes! Allez dans les bois, écoutez les échos, et songez aux représailles; cette voix obscure et lointaine qui vous répond, c’est votre haine qui revient contre vous. Prenez garde, l’avenir est bon débiteur, et votre colère, il vous la rendra. Regardez les berceaux, ne leur noircissez pas la vie qui les attend. Si nous n’avons pas pitié des enfants, des autres, ayons pitié de nos enfants. Apaisement! apaisement! Hélas! nous écoutera-t-on?

N’importe, persistons, nous qui voulons qu’on promette et non qu’on menace, nous qui voulons qu’on guérisse et non qu’on mutile, nous qui voulons qu’on vive et non qu’on meure. Les grandes lois d’en haut sont avec nous. Il y a un profond parallélisme entre la lumière qui nous vient du soleil et la clémence qui nous vient de Dieu. Il y aura une heure de pleine fraternité, comme il y a une heure de plein midi. Ne perds pas courage, ô pitié! Quant à moi, je ne me lasserai pas, et ce que j’ai écrit dans tous mes livres, ce que j’ai attesté par tous mes actes, ce que j’ai dit à tous les auditoires, à la tribune des pairs comme dans le cimetière des proscrits, à l’assemblée nationale de France comme à la fenêtre lapidée de la place des Barricades de Bruxelles, je l’attesterai, je l’écrirai, et je le dirai sans cesse: il faut s’aimer, s’aimer, s’aimer! Les heureux doivent avoir pour malheur les malheureux. L’égoïsme social est un commencement de sépulcre. Voulons-nous vivre, mêlons nos curs, et soyons l’immense genre humain. Marchons en avant, remorquons en arrière. La prospérité matérielle n’est pas la félicité morale, l’étourdissement n’est pas la guérison, l’oubli n’est pas le paiement. Aidons, protégeons, secourons, avouons la faute publique et réparons-la. Tout ce qui souffre accuse, tout ce qui pleure dans l’individu saigne dans la société, personne n’est tout seul, toutes les fibres vivantes tressaillent ensemble et se confondent, les petits doivent être sacrés aux grands, et c’est du droit de tous les faibles que se compose le devoir de tous les forts. J’ai dit.

Paris, juin 1875.

Alphonse Allais – Blagues

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J’ai pour ami un peintre norvégien qui s’appelle Axelsen et qui est bien l’être le plus rigolo que la terre ait jamais porté.

(C’est à ce même Axelsen qu’arriva la douloureuse aventure que je contai naguère.

Axelsen avait offert à sa fiancée une aquarelle peinte à l’eau de mer, laquelle aquarelle était, de par sa composition, sujette aux influences de la lune. Une nuit, par une terrible marée d’équinoxe où il ventait très fort, l’aquarelle déborda du cadre et noya la jeune fille dans son lit).

Bien qu’arrivé depuis peu de temps à Paris, Axelsen a su conquérir un grand nombre de sympathies.

J’ajouterai, pour être juste, que ces sentiments bienveillants émanent principalement des mastroquets du boulevard Rochechouart, des marchands de vin du boulevard de Clichy, des limonadiers de l’avenue Trudaine, et, pour clore cette humide série, du gentilhomme-cabaretier de la rue Victor-Massé.

Bref, mon ami Axelsen est un de ces personnages dont on chuchote: C’est un garçon qui boit.

Axelsen se saoule, c’est entendu. Mais, dans tous les cas, pas avec ce que vous lui avez payé. Alors fichez-lui la paix, à ce garçon qui ne vous dit rien.

Axelsen ne boit qu’un liquide par jour, un seul liquide, mais à des intervalles effroyablement rapprochés et à des doses qui n’ont rien à voir avec la doctrine homéopathique.

Des jours c’est du rhum, rien que du rhum.

Des jours c’est du bitter, rien que du bitter.

Des jours c’est de l’absinthe, rien que de l’absinthe.

Il est bien rare que ce soit de l’eau de Saint-Galmier. Si rare, vraiment!

Axelsen, autre originalité, professe le plus formel mépris pour le vrai, pour le vécu, pour le réel.

—Comme c’est laid, dit-il, tout ce qui arrive! Et comme c’est beau, tout ce qu’on rêve! Les hommes qui disent la vérité, toute la vérité, rien que la vérité sont de bien fangeux porcs! Ne vous semble-t-il pas?

—Positivement, il nous semble, lui répondons-nous pour avoir la paix.

—Si l’humanité n’était pas si gnolle[3], comme elle serait plus heureuse! On considérerait le réel comme nul et non avenu et on vivrait dans une éternelle ambiance de rêve et de blague. Seulement… il faudrait faire semblant d’y croire. Hein?

—Évidemment, parbleu!

Partant de ce sage principe, Axelsen ne raconte que des faits à côté de la vie, inexistants, improbables, chimériques.

Le plus bel éloge qu’il puisse faire d’un homme:

—Très gentil, ton ami, et très illusoire!

Hier matin, nous nous trouvions installés, quelques autres et moi, au beau soleil de la terrasse d’un distillateur (dix-huitième arrondissement) quand surgit Axelsen, Axelsen consterné.

Il se laissa choir, plutôt qu’il ne s’assit, sur une proxime chaise, et se tut, ce qui lui fut d’autant plus facile qu’il n’avait pas encore ouvert la bouche.

—Eh bien! Axelsen, le saluâmes-nous, ça ne va donc pas? Tu as l’air navré.

—Je suis navré comme un Havrais lui-même!

(Il convient de remarquer qu’Axelsen ne prononce jamais les *h* aspirés, détail qui explique tout le sel de la plaisanterie).

—Peut-être n’as-tu pas bien dormi?

—J’ai dormi comme un loir (Luigi).

—Alors quoi?

—Alors quoi, dites-vous? Je viens d’assister à un spectacle tellement déchirant! Oh oui, déchirant, ô combien! Garçon!… un vulnéraire!… Ça me remettra, le vulnéraire!

Le vulnéraire fut apporté et je vous prie de croire qu’Axelsen ne lui donna pas le temps de moisir.

—Il n’est pas méchant, ce vulnéraire! Garçon!… un autre vulnéraire!

—Eh bien! Et ce spectacle déchirant?

—Ah! mes amis, ne m’en parlez pas! Je sens de gros sanglots qui me remontent à la gorge! Garçon!… un vulnéraire! Rien comme le vulnéraire pour refouler les gros sanglots qui vous montent à la gorge!

—Causeras-tu, homme du Nord?

—Voici: je viens d’assister au départ de l’omnibus qui va de la place Pigalle à la Halle aux Vins. C’est navrant! Tous ces pauvres gens entassés dans cette caisse roulante!… Et ces autres pauvres gens qui, n’ayant que trois sous, se juchent péniblement sur ce toit, exposés à toutes les intempéries des saisons, au froid, aux autans, aux frimas, au givre en hiver, l’été à l’insolation, aux moustiques! Ah! pauvres gens! Garçon!… un vulnéraire!

—Oui, c’est bien triste et bien peu digne de notre époque de progrès.

—Et les pauvres parents! Les pauvres parents désolés, tordant leurs bras de désespoir et mouillant le trottoir de leurs larmes! Il y avait là de pauvres vieux déjà un pied dans la tombe, des tout-petits à peine au seuil de la vie! Et tous pleuraient, car reverront-ils jamais ceux qui partent? Garçon!… un vulnéraire!

—Pauvres gens!

—C’est surtout quand l’omnibus s’est ébranlé que cela fut véritablement angoisseux. Les mouchoirs s’agitèrent, et de gros sanglots gonflèrent les poitrines de tous ces lamentables. Et pas un prêtre, mes pauvres amis, pas un prêtre pour appeler, sur ceux qui s’en allaient, la bénédiction du Très-Haut!

—Le fait est que la Compagnie des Omnibus pourrait bien attacher un aumônier à chaque station! Elle est assez riche pour s’imposer ce petit sacrifice.

—Enfin la voiture partit…. Un moment elle se confondit avec un gros tramway qui arrivait de la Villette, puis les deux masses se détachèrent et le petit omnibus redevint visible, pas pour longtemps, hélas! car à la hauteur du Cirque Fernando, il vira tribord et disparut dans la rue des Martyrs. Garçon!… un vulnéraire!

—Et les parents?

—Les parents? Je ne les revis pas!… J’ai tout lieu de croire qu’ils profitèrent d’un moment d’inattention de ma part pour se noyer dans le bassin de la place Pigalle! On retrouvera sans doute leurs corps dans les filets de la fontaine Saint-Georges!… Garçon!… un vulnéraire!

—Axelsen, fit l’un de nous gravement, je ne songe pas une seule minute à mettre en doute le récit que tu viens de nous faire. Mais es-tu bien certain que les choses se soient passées exactement comme tu nous les racontes?

—Horreur! Horreur! Cet homme ose me taxer d’imposture! Je suffoque!… Garçon!… un vulnéraire!

Alphonse Allais – Le langage des fleurs

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Je conçois, à la rigueur, qu’un touriste ayant passé un siècle ou deux loin d’un pays ne soit pas autrement surpris de trouver, à son retour, des décombres et des ruines où il avait jadis contemplé de somptueux palais; mais tel n’était pas mon cas.

Après une absence de cinq ou six mois, je ne fus pas peu stupéfait de rencontrer, à l’un des endroits de la côte qui m’étaient les plus familiers, un manoir en pleine décrépitude, un vieux manoir féodal que j’étais bien sûr de ne pas avoir rencontré l’année dernière, ni là ni ailleurs.

Mon flair de détective m’amena à penser que ces ruines étaient factices et de date probablement récente.

Le castel en question présentait, d’ailleurs, un aspect beaucoup plus ridicule que sinistre; tout y sentait le toc à plein nez: créneaux ébréchés, tours démantelées, mâchicoulis à la manque, fenêtres ogivales masquées de barreaux dont l’épaisseur eût pu défier les plus puissants barreau mètres; c’était complètement idiot. Une petite enquête dans le pays me renseigna tout de suite sur l’histoire de cette néovieille construction et de son propriétaire.

Ancien pédicure de la reine de Roumanie, le baron Lagourde, lequel est baron à peu près comme moi je suis archimandrite, avait acquis une immense fortune dans l’exercice de ces délicates fonctions.

(Car au risque de défriser certaines imaginations lyriques, je ne vous cacherai pas plus longtemps que Carmen Sylva, à l’instar de vous et de moi, se trouve à la tête de plusieurs cors aux pieds, et la garde qui veille aux barrières du Louvre n’en défend pas les reines).

Le baron Lagourde (conservons-lui ce titre puisque ça a l’air de lui faire plaisir) est un gros homme commun, laid, vaniteux et bête comme ses pieds, qui sont énormes.

Sa femme, qu’il a ramenée de la Bulgarie occidentale, présente l’apparence d’une petite noiraude mal tenue, mais extraordinairement adultérine. Cette Bulgare de l’Ouest (ou Bulgare Saint-Lazare comme on dit plus communément à Paris) trompe en effet son mari à jet continu, si j’ose m’exprimer ainsi, avec des cantonniers.

Pourquoi des cantonniers, me direz-vous, plutôt que des facteurs ruraux ou des attachés d’ambassade? Mystères du cœur féminin!

La baronne adorait les cantonniers et ne le leur envoyait pas dire. Voilà pourquoi la route de Trouville à Honfleur fut si mal entretenue, cet été, quand eux l’étaient si bien.

Le baron Lagourde s’était fixé l’année dernière dans le pays; il y avait acheté une propriété admirablement située d’où l’on découvrait un panorama superbe: à droite, la baie de la Seine; en face, la rade du Havre; à l’ouest, le large.

Sans perdre un instant, l’ex-pédicure royal aménagea sa nouvelle acquisition selon son esthétique et ses goûts féodaux.

En un rien de temps, le manoir sortit de terre; des ouvriers spéciaux lui donnèrent ce cachet d’antiquaille sans lequel il n’est rien de sérieusement féodal. Pour compléter l’illusion, de vrais squelettes chargés de chaînes furent gaîment jetés dans des culs-de-basse-fosse.

Le baron eût été le plus heureux des hommes en son simili Moyen Age sans l’entêtement du père Fabrice. Plus il insistait, plus le père Fabrice s’entêtait. On peut même dire, sans crainte d’être taxé d’exagération, que le père Fabrice s’ostinait.

L’objet du débat était un pré voisin, pas très large, mais très long, qui dominait la féodalité du baron et d’où l’on avait une vue plus superbe encore, un pré qui pouvait valoir dans les six cents francs, bien payé. Lagourde en avait offert mille francs, puis mille cent, et finalement, d’offre en offre, deux mille francs.

—Ça vaut mieux que ça, monsieur le baron, ça vaut mieux que ça, goguenardait le vieux finaud en branlant la tête.

Mais cette somme de deux mille francs fut l’extrême limite des concessions et le baron ne parla plus de l’affaire.

Un jour de cet été, le châtelain-pédicure, grimpé sur l’une de ses tours, explorait l’horizon à l’aide d’une excellente jumelle Flammarion.

Tout près de la côte, un yacht filait à petite vapeur: sur le pont, des messieurs et des dames braquaient eux-mêmes des jumelles dans la direction du castel et semblaient en proie à d’homériques gaietés. Ils se passaient mutuellement les jumelles et se tordaient scandaleusement.

Le baron Lagourde ne laissa pas que de se sentir légèrement froissé. Était-ce de son manoir que l’on riait ainsi?

Le lendemain, à la même heure, le même yacht revint, accompagné cette fois de deux bateaux de plaisance dont les passagers manifestèrent, comme la veille, une bonne humeur débordante.

Tous les jours qui suivirent, même jeu.

Des flottilles entières vinrent, ralentissant l’allure dès que le castel était en vue. À bord, les passagers paraissaient goûter d’ineffables plaisirs.

Les pêcheurs de Trouville, de Villerville, de Honfleur, ne passaient plus sans se divertir bruyamment.

Bref, tout le monde nautique de ces parages, depuis l’opulent Ephrussi jusqu’à mon grabugeux ami Baudry dit la Rogne, s’amusa durant de longues semaines, comme tout un asile de petites folles.

Très inquiet, très vexé, très tourmenté, le baron résolut d’en avoir le cœur net et de se rendre compte par lui-même des causes de cette hilarité désobligeante.

Un beau matin, il fréta un bateau et, toutes voiles dehors, cingla vers l’endroit où les gens semblaient prendre tant de plaisir.

Au bout d’un quart d’heure de navigation, son manoir lui apparut, plus féodal que jamais, et pas risible du tout. Qu’avaient-ils donc à se tordre, tous ces imbéciles!

Horreur subite! Le baron n’en crut pas ses yeux! La colère, l’indignation, et une foule d’autres sentiments féroces empourprèrent son visage. Il venait d’apercevoir… Était-ce possible?

Au-dessus de son manoir, et bien en vue, le pré du père Fabrice s’étalait au soleil comme un immense drapeau vert, un drapeau sur lequel on aurait tracé une inscription jaune, et cette inscription portait ces mots effroyablement lisibles:

MONSIEUR LE BARON LAGOURDE EST COCU!

Le miracle était bien simple: cette vieille fripouille de père Fabrice avait semé dans son pré ces petites fleurettes jaunes qu’on appelle boutons-d’or en les disposant selon un arrangement graphique qui leur donnait cette outrageante et précise signification: le père Fabrice avait fait de l’Anthographie sur une vaste échelle.

Le baron Lagourde restait là dans le canot, hébété de stupeur et de honte devant la terrible phrase qui s’enlevait gaîment en jaune clair sur le vert sombre du pré.

—Monsieur le baron Lagourde est cocu! Monsieur le baron Lagourde est cocu! répétait-il complètement abruti.

Les rires des hommes qui l’accompagnaient le firent revenir à la réalité.

—Ramenez-moi à terre! commanda-t-il du ton le plus féodal qu’il put trouver.

Il alla tout droit chez le maire.

—Monsieur le maire, dit-il, je suis insulté de la plus grave façon sur le territoire de votre commune. C’est votre devoir de me faire respecter, et j’espère que vous n’y faillirez point.

—Insulté, monsieur le baron! Et comment?

—Un misérable, le père Fabrice, a osé écrire sur son pré que j’étais cocu!

—Comment cela?… Sur son pré?

—Parfaitement, avec des fleurs jaunes!

Heureusement que le maire était depuis longtemps au courant de l’excellente plaisanterie du père Fabrice, car il n’aurait rien compris aux explications du baron.

Tous deux se rendirent chez le diffamateur qui les accueillit avec une bonne grâce étonnée:

—Moi, monsieur le baron! Moi, j’aurais osé écrire que monsieur le baron est cocu! Ah! monsieur le baron me fait bien de la peine de me croire capable d’une pareille chose!

—Allons sur les lieux, dit le maire.

Sur ces lieux, on pu voir de l’herbe verte et des fleurs jaunes arrangées d’une certaine façon, mais il était impossible, malgré la meilleure volonté du monde, de tirer un sens quelconque de cette disposition. On était trop près.

(Ce phénomène est analogue à celui qui fait que certaines mouches se promènent, des existences entières, sur des in-quarto sans comprendre un traître mot aux textes les plus simples).

—Monsieur le baron sait bien, continua le père Fabrice, que les fleurs sauvages, ça pousse un peu où ça veut. S’il fallait être responsable!…

—Et vous, monsieur le maire, grommela le baron, êtes-vous de cet avis?

—Mon Dieu, monsieur le baron, je veux bien croire que vous êtes insulté, puisque vous me le dites; mais en tout cas, ce n’est pas sur le territoire de ma commune, puisque l’inscription n’y est pas lisible. Vous êtes insulté en mer… plaignez-vous au ministre de la Marine!

Le baron fit mieux que de se plaindre au ministre de la Marine, ce qui eût pu entraîner quelques longueurs.

—Allons vieille canaille, dit-il au père Fabrice, combien votre pré?

—Monsieur le baron sait bien que je ne veux pas le vendre, mais puisque ça a l’air de faire plaisir à monsieur le baron, je le lui laisserai à dix mille francs, et monsieur le baron peut se vanter de faire une bonne affaire! Un pré où que les fleurs écrivent toutes seules!

Le soir même, l’essai d’anthographie du père Fabrice périssait sous la faux impitoyable du jardinier.

Maintenant, si j’ai un bon conseil à donner au baron Lagourde, qu’il n’essaye pas du même procédé pour faire une blague au père Fabrice l’année prochaine.

Le père Fabrice a pour l’opinion de ses concitoyens un mépris insondable.

Alphonse Allais – Postes et télégraphes

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Je descendis à la station de Baisemoy-en-Cort, où m’attendait le dog-cart de mon vieil ami Lenfileur.

Dans le train, je m’étais aperçu d’un oubli impardonnable (véritablement impardonnable) et ma première préoccupation, en débarquant, fut de me faire conduire au bureau des Postes et Télégraphes, afin d’envoyer une dépêche à Paris.

Le bureau de Baisemoy-en-Cort se fait remarquer par une absence de confortable qui frise la pénurie.

Dans une encre décolorée et moisie, mais boueuse, je trempai une vieille plume hors d’âge et je griffonnai, à grand-peine, des caractères dont l’ensemble constituait ma dépêche.

Une dame, plutôt vilaine, la recueillit sans bienveillance, compta les mots et m’indiqua une somme que je versai incontinent sur la planchette du guichet.

J’allais me retirer avec la satisfaction du devoir accompli lorsque j’aperçus dans le bureau, me tournant le dos, une jeune femme occupée à manipuler un Morse[1] fébrilement.

Jeune? probablement. Rousse? sûrement. Jolie? pourquoi pas!

Sa robe noire, toute simple, moulait un joli corps dodu et bien compris.

Sa copieuse chevelure, relevée en torsade sur le sommet de la tête, dégageait la nuque, une nuque divine, d’ambre clair, où venait mourir, très bas dans le cou, une petite toison délicate, frisée—insubstantielle, on eût dit.

(Si on a du poil à l’âme, ce doit être dans le genre de cette nuque-là).

Et une envie me prit, subite, irraisonnée, folle, d’embrasser à pleine bouche les petits cheveux d’or pâle de la télégraphiste.

Dans l’espoir que la jeune personne se retournerait enfin, je demeurai là, au guichet, posant à la buraliste des questions administratives auxquelles elle répondait sans bonne grâce.

Mais la nuque transmettait toujours.

À la porte du bureau, mon ami Lenfileur s’impatientait. (Sa petite jument a beaucoup de sang).

Je m’en allai.

Ce serait me méconnaître étrangement, en ne devinant point que le lendemain matin, à la première heure, je me présentais au bureau de poste.

Elle y était, la belle rousse, et seule.

Cette fois, elle fut bien forcée de me montrer son visage. Je ne m’en plaignis pas, car il était digne de la nuque.

Et des yeux noirs, avec ça, immenses.

(Oh! les yeux noirs des rousses!)

J’achetai des timbres, j’envoyai des dépêches, je m’enquis de l’heure des distributions; bref, pendant un bon quart d’heure, je jouai au naturel mon rôle d’idiot passionné.

Elle me répondait tranquillement, posément, avec un air de petite femme bien gentille et bien raisonnable.

Et j’y revins tous les jours, et même deux fois par jour, car j’avais fini par connaître ses heures de service, et je me gardais bien de manquer ce rendez-vous, que j’étais le seul, hélas! à me donner.

Pour rendre vraisemblables mes visites, j’écrivais des lettres à mes amis, à des indifférents.

J’envoyai notamment quelques dépêches à des personnes qui me crurent certainement frappé d’aliénation.

Jamais de ma vie je ne m’étais livré à une telle orgie de correspondance.

Et chaque jour, je me disais: «C’est pour cette fois; je vais lui parler!».

Mais, chaque jour, son air sérieux me glaçait et au lieu de lui dire: «Mademoiselle, je vous aime!» je me bornais à lui balbutier: «Un timbre de trois sous, s’il vous plaît, mademoiselle!»

La situation devenait intolérable.

Comme ma villégiature tirait à sa fin, je résolus d’incendier mes vaisseaux, et de risquer le tout pour le tout.

J’entrai au bureau et voici la dépêche que j’envoyai à un de mes amis:

Coquelin Cadet, 17, boulevard Haussmann, Paris.

Je suis éperdument amoureux de la petite télégraphiste rousse de Baisemoy-en-Cort.

Je m’attendais, pour le moins, à voir se roser son inoubliable peau blanche.

Eh bien, pas du tout!

De son air le plus posé, elle me dit ces simples mots:

—Quatre-vingt-quinze centimes.

Totalement affalé par ce calme impérial, je me fouillai (sans jeu de mots) pour solder ma dépêche.

Pas un sou de monnaie dans ma poche. Alors je tirai de mon portefeuille un billet de mille francs.[2]

La jeune fille le prit, l’examina soigneusement, le palpa….

L’examen fut sans doute favorable, car sa physionomie se détendit brusquement en un joli sourire qui découvrit les plus affriolantes quenottes de la création.

Et puis, sur un ton bien parisien, et même bien neuvième arrondissement, elle me demanda:

—Faut-il rendre la monnaie, monsieur?